Chapter 14

Il Clero Anglicano, quindi, e quelli traʼ laici, i quali erano partigiani dello episcopato protestante, provavano oggimai pel Re quei sentimenti che la ingiustizia congiunta alla ingratitudine fanno naturalmente nascere e crescere nel cuore umano. Nulladimeno il credente nella Chiesa Anglicana doveva vincere non pochi scrupoli di coscienza e dʼonore innanzi dʼindursi a resistere con la forza al Governo. Gli era stato insegnato che la obbedienza passiva era comandata senza restrizione o eccezione dalle leggi divine: ed era dottrina chʼegli professava con ostentazione. Aveva sempre spregiata la idea che potrebbe succedere un caso estremo il quale giustificasse colui che sguainasse la spada contro la tirannide regia. Per lo che i propri principii e la vergogna glʼimpedivano dʼimitare lo esempio delle ribelli Teste-Rotonde, mentre restava speranza di pacifico e legittimo rimedio: la quale speranza poteva ragionevolmente durare finchè la Principessa dʼOrange rimaneva erede immediata della Corona. Se ci potesse pazientemente sostenere questa dura prova della sua fede, le leggi della natura farebbero per lui ciò chʼegli non potrebbe fare da sè senza peccato e senza disonore. Aʼ danni della Chiesa verrebbe il rimedio; i beni e la dignità sue sarebbero tutelati da nuove guarentigie; ed a quei perversi ministri, daʼ quali neʼ dì dellʼavversità aveva patito offese ed insulti, sarebbe inflitta memorabile pena.XXI. Lʼavvenimento che la Chiesa Anglicana considerava in futuro come un pacifico ed onorevole fine di tutte le sue perturbazioni, era tale che nè anche i membri più scioperati della cabala gesuitica potevano pensarvi senza gravi timori. Se il loro signore morendo non lasciasse loro altra sicurtà contro le leggi penali se non una Dichiarazione che lʼopinione pubblica universalmente considerava come nulla, se un Parlamento animato dallo stesso spirito che aveva predominato nel Parlamento di Carlo II si ragunasse intorno al trono dʼun sovrano protestante, non era egli probabile che seguisse unaterribile rappresaglia, che le vecchie leggi contro il papismo venissero rigorosamente poste in vigore, e che altre nuove e più severe se ne aggiungessero al libro degli Statuti? I malvagi consiglieri tormentava da lungo un cupo timore, e parecchi di loro meditavano strani e disperati rimedi. Giacomo era appena asceso sul trono allorquando cominciò a correre sorda una voce per le sale di Whitehall, che, ove la Principessa Anna consentisse a farsi cattolica romana, non sarebbe impossibile, col soccorso di Re Luigi, trasferire in lei il diritto ereditario che spettava alla maggiore sorella. Dalla Legazione Francese tale disegno venne caldamente approvato; e Bonrepaux asserì di credere che Giacomo vi avrebbe agevolmente consentito.[298]Nondimeno eʼ fu in breve tempo a tutti manifesto che Anna irremovibilmente aderiva alla Chiesa Anglicana. Il perchè ogni pensiero di farla Regina fu messo da banda. Nonostante, una mano di fanatici continuavano ancora a nutrire la perversa speranza di giungere a cangiare lʼordine della successione. Il piano da essi immaginato fu espresso in uno scritto di cui rimane una rozza traduzione francese. Dicevano come era da sperare che il Re potesse stabilire la vera religione senza appigliarsi a partiti estremi, ma nel peggior caso potrebbe lasciare la sua corona a disposizione di Luigi. Era meglio per glʼInglesi essere vassalli della Francia che schiavi del demonio.[299]Questo stranissimo documento corse tanto per le mani deʼ gesuiti e deʼ cortigiani, che alcuni insigni Cattolici, neʼ quali la bacchettoneria non aveva spento lo amore della patria, ne dettero una copia allo Ambasciatore Olandese. Costui lo pose nelle mani di Giacomo; il quale grandemente agitato lo disse foggiato da qualche articolista in Olanda. IlMinistro Olandese risolutamente rispose che poteva provare il contrario con la testimonianza di vari cospicui membri della Chiesa di Sua Maestà; anzi non gli sarebbe tornato difficile additarne lo scrittore, il quale, al postutto, aveva espresso semplicemente ciò che molti preti e molti faccendieri politici andavano tuttodì dicendo nelle sale del palazzo. Il Re non credè opportuno chiedere chi fosse cotesto scrittore, ma lasciando da parte lʼaccusa di falsità, protestò in tono veemente e solenne che non gli era mai venuto in capo il minimo pensiero di diseredare la maggiore delle sue figliuole. «Nessuno» disse egli «osò giammai accennarmene. Non gli avrei mai prestato ascolto: perocchè Dio non ci comanda di propagare la vera religione per mezzo dellʼingiustizia; e questa sarebbe la più stolta e snaturata ingiustizia.» Nonostante siffatte proteste, Barillon,[300]pochi giorni dopo, scrisse alla sua Corte che Giacomo aveva incominciato a porgere ascolto a consigli concernenti un cambiamento nellʼordine della successione; che la questione, senza alcun dubbio, era delicatissima, ma vʼera ragione a sperare che col tempo e collʼaccortezza si troverebbe una via a porre la Corona in capo a qualche Cattolico Romano escludendone le due Principesse.[301]Per molti mesi tale questione seguitò a discutersi daʼ più arrabbiati e stravaganti papisti cortigiani, i quali giunsero per fino a nominare i candidati alla regia dignità.[302]XXII. Nulladimeno eʼ non è probabile che Giacomo intendesse mai appigliarsi a così insano partito. Doveva conoscere che la Inghilterra non avrebbe nè anche per un solo giorno sopportato il giogo dʼun usurpatore, il quale per giunta fosse papista, e che ogni attentato contro i diritti della Principessa Maria avrebbe provocato mortale resistenza, e da parte di tutti coloro che avevano difesa la Legge dʼEsclusione, e da parte di tutti coloro che lʼavevano oppugnata. Non vʼè nondimeno il minimo dubbio che il Re fosse complice in unacongiura meno assurda ma non meno ingiustificabile contro i diritti delle proprie figliuole. Tyrconnel con lʼapprovazione del suo signore, aveva ordita una trama a separare la Irlanda dalla Monarchia Britannica, e porla sotto la protezione di Luigi, appena la corona passasse ad un sovrano protestante. Bonrepaux, al quale sopra ciò era stato chiesto consiglio, aveva comunicato quel disegno alla sua Corte, e gli era stato risposto dʼassicurare a Tyrconnel che la Francia a compierlo presterebbe ogni efficace soccorso.[303]Coteste pratiche, delle quali, quantunque forse non fossero esattamente conosciute allʼAja, vʼera forte sospetto, non debbono porsi da canto qualora si voglia equamente giudicare della condotta che pochi mesi dopo tenne la Principessa dʼOrange. Coloro che lʼaccusano di avere violato il debito filiale, è forza che ammettano che il suo fallo era grandemente escusato pei torti da lei sofferti. Se per giovare alla propria religione ella ruppe i più sacri vincoli del sangue, altro non fece che seguire lo esempio del padre. Essa non consentì a rovesciarlo dal trono se non quando fu certa chʼegli congiurava a diseredarla.XXIII. Bonrepaux aveva appena ricevute lettere che gli dicevano come Luigi avesse deliberato di aiutare Tyrconnel nella audace intrapresa, allorquando fu forza abbandonarne il pensiero. Nel cuore di Giacomo era già sceso il primo raggio dʼuna speranza di consolazione e diletto. La Regina era incinta.Innanzi la fine dʼottobre 1687, la nuova cominciò a bisbigliarsi. Eʼ fu notato come la Regina non fosse intervenuta a qualche pubblica cerimonia, dicendo di non sentirsi bene in salute. Eʼ fu detto che portava sempre addosso molte reliquiealle quali ascrivevasi virtù straordinaria. In breve la novella dalla reggia passò ai caffè della Metropoli e si sparse per tutto il paese. Pochi ne accolsero con gioia lo annunzio. Quasi tutta la nazione lʼudì con un sentimento misto di timore e di scherno. Certo non vʼera nulla di strano nella cosa. Il Re aveva pur allora compiuto il cinquantesimoquarto degli anni suoi. La Regina era nel meriggio della vita. Aveva già concepiti quattro figliuoli chʼerano morti; e lungo tempo dopo sgravossi dʼun altro bambino allorchè nessuno più aveva interesse a crederlo supposto, e che perciò non fu mai reputato tale. Nondimeno essendo corsi cinque anni dalla sua ultima gravidanza, la gente, governata dallo inganno che agli uomini rende credibile ciò chʼessi desiano, aveva cessato di temere chʼella darebbe un erede al trono. Dallʼaltra parte, nulla sembrava più naturale e probabile che una pia frode immaginata dai Gesuiti. Era certo chʼessi dovevano considerare lo scettro nelle mani della Principessa dʼOrange come una delle maggiori calamità che potessero accadere alla Chiesa. Era medesimamente certo chʼessi non avrebbero avuto scrupolo alcuno a fare ogni cosa necessaria a salvare la Chiesa loro da una grave calamità. In parecchi libri, scritti da ingegni eminenti della Compagnia e stampati con licenza deʼ superiori, insegnavasi distintamente che mezzi più contrari alle idee della giustizia e della umanità che non fosse quello dʼintrodurre un erede spurio in una famiglia, potevano legittimamente adoperarsi per fini meno importanti che non fosse la conversione dʼun Regno eretico. Sʼera sparsa la voce che alcuni deʼ regi consiglieri, e perfino il Re stesso, cospirassero a fraudare la Principessa Maria, in tutto o in parte, del suo legittimo retaggio. Nacque quindi nel popolo un sospetto, a dir vero non bene fondato, ma in nessuna maniera così assurdo come comunemente si suppone. La stoltezza di alcuni Cattolici Romani confermava il pregiudicio del volgo. Ragionavano del lieto evento come di cosa strana e miracolosa, come di opera di quello stesso Potere Divino che aveva reso Sara felice ed orgogliosa dʼIsacco, ed aveva concesso Samuele alle preci di Anna. Era di recente morta la Duchessa di Modena madre di Maria. Dicevasi che poco tempo innanzi di morireella supplicasse la Vergine di Loreto con fervidi voti e ricche offerte, a dare un figlio a Giacomo. Lo stesso Re nello antecedente agosto deviò dallo intrapreso viaggio per visitare il Pozzo Santo, dove aveva pregato San Venifredo a fine dʼottenere quel dono, senza il quale il suo gran disegno di propagare la vera fede sarebbe rimasto incompiuto. Glʼimprudenti zelatori che armeggiavano con siffatte novelle, predicevano con sicurezza che la creatura non ancor nata sarebbe un maschio, ed erano pronti a scommettere venti ghinee contro una. Affermavano che il cielo non ci si sarebbe intromesso senza un gran fine. Un certo fanatico annunciò che la Regina partorirebbe due gemelli, il maggiore deʼ quali sarebbe Re dʼInghilterra, il minore Pontefice di Roma. Maria non seppe nascondere il diletto con che udì tale vaticinio, e le sue cameriste si accôrsero che parlandogliene le recavano grandissima consolazione. I Cattolici Romani avrebbero fatto assai meglio se avessero favellato della gravidanza come di cosa naturale, e se si fossero mostrati temperanti nella loro inattesa ventura. Il loro insolente tripudio destò la pubblica indignazione. Dal Principe e dalla Principessa di Danimarca fino ai vetturini e alle pettegole niuno alludeva senza dileggio allo aspettato parto. I belli spiriti di Londra descrissero il nuovo miracolo in versi, i quali, come può bene supporsi, non erano troppo delicati. I rozzi scudieri delle campagne davano in uno scoppio di riso qualvolta sʼimbattevano in qualche persona semplice tanto da credere che la Regina dovesse positivamente di nuovo esser madre. Comparve un proclama del Re che ordinava al clero di leggere una formula di preghiera e rendimento di grazie, la quale era stata composta per cotesto lieto evento da Crewe e da Sprat. Il clero obbedì: ma fu notato che le congregazioni non rispondevano nè facevano segni di riverenza. Poco dopo in tutte le botteghe da caffè andò in giro una satira brutale contro i prelati cortigiani che avevano venduta la propria penna a Giacomo. Alla madre East toccò ancora buona parte dʼingiurie. Con quel volgare monosillabo i nostri antenati avevano degradato il nome della grande Casa dʼEste, che regnava in Modena.[304]La nuova speranza che sollevò lʼanimo del Re, sorgeva commista a non pochi timori. Qualche cosa di più che non fosse il nascimento di un principe di Galles, era necessaria al complemento deʼ disegni del partito gesuitico. Non era molto verosimile che Giacomo vivesse fino a tanto che il suo figliuolo fosse in età da esercitare la potestà regia. La legge non provvedeva al caso dʼun sovrano minorenne. Il regnante principe non era competente a fare per testamento gli opportuni provvedimenti. Il solo corpo legislativo poteva supplire a tale difetto. Se Giacomo, innanzi che si fosse ciò fatto, morisse lasciando un successore di tenera età, il potere sovrano indubitabilmente andrebbe nelle mani deʼ Protestanti. Queʼ Tory, i quali aderivano fermamente alla dottrina, che nulla poteva giustificarli a resistere al loro signore sovrano, non patirebbero scrupoli a snudare la spada contro una donna papista che osasse usurpare la tutela del reame e del Re fanciullo. Lʼesito della contesa non era da porsi in dubbio. Il Principe dʼOrange o la sua moglie sarebbe Reggente. Il giovane Re verrebbe posto nelle mani di istitutori eretici, le cui arti potrebbero speditamente cancellare dalla sua mente le impressioni ricevute nella prima fanciullezza. Egli sarebbe forse un altro Eduardo VI; e la grazia, ottenuta da Dio ad intercessione della Vergine Madre e di San Venifredo, diventerebbe una sciagura.[305]Questo era un pericolo al quale nulla, tranne un Atto del Parlamento, poteva provvedere; ed ottenere tale Atto non era facile.XXIV. Ogni cosa pareva indicare che ove le Camere venissero convocate, si ragunerebbero in Westminster animate dallo spirito del 1640. Lʼesito delle elezioni delle Contee malpoteva porsi in dubbio. Tutti i liberi possidenti, grandi e piccoli, chierici e laici, erano forte esasperati contro il Governo. Nella maggior parte di quelle città, dove il diritto di votare dipendeva dal pagare le imposte o dallʼoccupare certe possessioni, nessun candidato della corte ardirebbe mostrare il viso. Moltissimi deʼ membri della Camera dei Comuni erano eletti dalle corporazioni municipali, le quali erano state dianzi riordinate con lo scopo di distruggere la influenza dei Whig e dei Dissenzienti. Più di cento collegi elettorali erano stati spogliati del loro privilegio da tribunali devoti alla Corona, o erano stati persuasi a rinunziarlo volontariamente per evitare di esservi costretti. Ogni Gonfaloniere, ogni Aldermanno, ogni cancelliere comunitativo da Berwick a Helstone era Tory e credente nella Chiesa Anglicana: ma i Tory e gli Anglicani adesso più non erano devoti al Sovrano. I nuovi municipi erano più intrattabili degli antichi, e senza dubbio eleggerebbero rappresentanti, il cui primo Atto sarebbe quello di incriminare tutti i papisti del Consiglio Privato e tutti i componenti lʼAlta Commissione.Nella Camera deʼ Lordi lo aspetto non era meno minaccioso che in quella deʼ Comuni. Egli era certo che la immensa maggioranza deʼ Pari secolari avverserebbe le proposte del Re: e fra tutti i vescovi, che sette anni innanzi erano stati unanimi a difenderlo contro coloro i quali sforzavansi di privarlo del suo diritto ereditario, egli poteva sperare aiuto solo da quattro o cinque adulatori, spregiati daʼ loro colleghi e da tuttaquanta la nazione.[306]A quanti non erano accecati dalla passione, coteste difficoltà parevano insuperabili. I meno scrupolosi schiavi del Potere mostravano segni dʼinquietudine. Dryden diceva sotto voce che il Re provandosi dʼacconciare le cose, le rendeva più triste, e così dicendo sospirava gli aurei giorni dello spensieratoe buon Carlo.[307]Perfino Jeffreys tentennava. Fintanto che rimase povero, mostrossi in tutto e per tutto pronto ad affrontare lʼodio pubblico per amore di guadagno. Ma adesso, per mezzo della corruzione e delle estorsioni, aveva accumulate grandi ricchezze; e desiderava conservarle più presto che accrescerle. Il Re aspramente lo rimproverò di lentezza. Temendo che gli venisse tolto il Gran Sigillo, promise tutto ciò che gli fu chiesto: ma Barillon, scrivendo la cosa a Luigi, notò che il Re dʼInghilterra poteva avere poca fiducia in chiunque avesse qualche cosa da perdere.[308]XXV. Ciò non ostante, Giacomo deliberò di andare innanzi. La sanzione del Parlamento era necessaria al suo sistema; ed era manifestamente impossibile ottenerla da un libero e legittimo Parlamento: ma non sarebbe stato affatto impossibile, per mezzo della corruzione, delle minacce, dello arbitrio regio, dello stiracchiamento della legge, mettere insieme unʼassemblea che si chiamasse Parlamento e registrasse vogliosamente ogni qualunque editto del Sovrano. Dovevansi nominare tali relatori elettorali che si giovassero del minimo pretesto a dichiarare debitamente eletti i rappresentanti favorevoli al Re. Dovevasi far sapere ad ogni impiegato, dal massimo allʼinfimo, che ove egli desiderasse di ritenere lʼufficio era mestieri, in questa faccenda, mettere il voto agli ordini del Governo. Intanto lʼAlta Commissione terrebbe gli occhi sul clero. I borghi, i quali erano già stati riformati per servire ad un altro scopo, lo sarebbero di nuovo per servire a questo. Il Re sperava con tali mezzi ottenere la maggioranza nella Camera deʼ Comuni; e avuta questa, torrebbe a quella deʼ Lordi ogni arma da nuocere. A lui incontrastabilmente la legge dava la potestà di creare Pari senza limite alcuno; e adesso era risoluto dʼadoperarla. Non desiderava, e certo nessun sovrano potrebbe mai desiderarlo, di rendere spregevole la più alta dignità che la Corona possa concedere. Speravache chiamando alcuni eredi presuntivi allʼassemblea nella quale col tempo dovevano sedere, e conferendo titoli inglesi ad alcuni Lordi di Scozia e dʼIrlanda, potrebbe assicurarsi la desiderata maggioranza senza nobilitare uomini nuovi in tanto numero da rendere ridicoli la coronetta e lo ermellino, voglio dire i nomi di Duca e di Conte. Ma in caso di necessità non vʼera eccesso a cui egli non fosse pronto a trascorrere. Allorchè fra mezzo una numerosa brigata taluno disse che i Pari sarebbero intrattabili, «Stolto che siete,» esclamò Sunderland rivolto a Churchill, «le vostre compagnie di Guardie saranno tutte inalzate alla dignità di Pari.»[309]Deliberato dunque di adulterare il Parlamento, Giacomo si pose con metodo ed energia allʼardua opera. Comparve nella Gazzetta un proclama ad annunziare come il Re volesse riesaminare le Commissioni di Pace e di Luogotenenza, e ritenere neʼ pubblici uffici solo queʼ gentiluomini che fossero pronti a sostenere la sua politica.[310]Un comitato di sette consiglieri sedeva in Whitehall onde regolare—era questo il vocabolo—le corporazioni municipali. In quel comitato il solo Jeffreys rappresentava glʼinteressi del protestantismo; e il solo Powis i Cattolici moderati: tutti gli altri membri appartenevano alla fazione gesuitica. Fra essi era Petre, il quale aveva pur allora prestato giuramento di Consigliere Privato. Finchè egli non prese seggio al Banco, la dignità ricevuta era stata un segreto per ciascuno, fuori che per Sunderland. A questa nuova violazione della legge il pubblico sdegno scoppiò in violenti clamori; e fu notato che i Cattolici Romani ne sparlavano più deʼ Protestanti. Il vano ed ambizioso Gesuita ebbe adesso lo incarico di disfare e rifare mezzi i collegi elettorali del Regno. Sotto la direzione del Comitato deʼ Consiglieri Privati fu istituito un Sotto-Comitato composto di faccendieri di grado più basso, ai quali erano affidate le minuzie dellʼimpresa. I Sotto-Comitati locali in tutto il paese comunicavano col seggio centrale in Westminster.[311]XXVI. Coloro dai quali Giacomo precipuamente sperava aiuto in cotesta nuova ed ardua intrapresa, erano i Lordi Luogotenenti. A ciascuno di costoro furono mandati ordini in iscritto perchè immediatamente si recasse nella propria Contea. Quivi doveva chiamare dinanzi a sè tutti i Giudici di Pace, e far loro parecchie domande congegnate in modo da chiarire come essi si condurrebbero in una generale elezione. Doveva fedelmente notare le loro risposte e trasmetterle al Governo. Doveva presentare una lista di Cattolici Romani e di Dissenzienti che avessero più requisiti per occupare gli uffici civili e militari. Doveva inoltre indagare le condizioni deʼ borghi nella sua Contea, e riferire tutto ciò che fosse necessario a guidare le operazioni dellʼUfficio deʼ Regolatori. Gli fu ingiunto di eseguire cotesti ordini da sè, e inibito di delegare qualunque altra persona.[312]XXVII. Il primo effetto che tali ordini produssero avrebbe tosto fatto rinsavire un principe meno ebbro di Giacomo. Metà deʼ Lordi Luogotenenti dʼInghilterra perentoriamente ricusarono di prestarsi allʼodioso servigio che da essi voleva il Governo; e furono incontanente destituiti. Tutti coloro sopra i quali piombò questa gloriosa sciagura, erano Pari di gran conto e fino allora considerati come strenui propugnatori della monarchia. È pregio dellʼopera che di taluni sia fatto peculiare ricordo.Il più nobile suddito inglese, e per vero, secondo che glʼInglesi solevano dire, il più nobile suddito che fosse in Europa, era Aubrey De Vere, ventesimo ed ultimo degli antichi Conti dʼOxford. Derivava il suo titolo, per una non interrotta linea mascolina, da un tempo in cui le famiglie di Howard e di Seymour erano ancora nella oscurità, quando i Neville e i Percy avevano solo rinomanza provinciale, e quando il gran nome di Plantageneto non sʼera per anche udito in Inghilterra. Uno dei capi della famiglia De Vere era rivestito dʼalto comando in Hastings: un altro aveva marciato con Goffredo e Tancredi sopra cumuli di teste musulmane al Sepolcro di Cristo. Il primo Conte dʼOxford era stato ministro ad Enrico Beauclerc. Il terzo Conte si era reso notevole fraʼ Lordi,i quali strapparono laMagna Chartaa Giovanni. Il settimo Conte aveva strenuamente pugnato a Cressy e Pointiers. Il decimoterzo Conte tra mezzo a molte vicende di fortuna era stato capo del partito della Rosa Rossa, ed aveva capitanato il vanguardo nella battaglia campale di Bosworth. Il decimosettimo Conte nella Corte dʼElisabetta sʼera acquistato onorato seggio fra i vetusti poeti inglesi. Il decimonono Conte era caduto combattendo per la Religione Protestante e per la libertà della Europa sotto le mura di Maastricht. Il suo figlio Aubrey, nel quale si estinse la più lunga e più illustre discendenza deʼ Nobili inglesi, uomo di morale dissoluta, ma dʼindole inoffensiva e di maniere cortigianesche, era Lord Luogotenente dʼEssex, e Colonnello degli Azzurri. Non era di carattere fazioso, e per interesse propendeva ad evitare ogni rottura con la Corte; perocchè il suo patrimonio era impacciato; e il suo comando militare, lucroso. Fu chiamato alle stanze del Re, il quale gli chiese quale fosse il suo intendimento. «Sire,» rispose Oxford «verserò per la Maestà Vostra contro tutti i suoi nemici fino lʼultima stilla del mio sangue. Ma in cotesto affare ne va la coscienza, e non posso obbedire.» Gli furono in sullʼistante tolti il reggimento e la luogotenenza.[313]XXVIII. Inferiore per antichità e splendore alla casa De Vere, ma ad essa sola, era quella di Talbot. Dal regno di Eduardo III in poi, i Talbot avevano sempre seduto fraʼ Pari del Regno. La Contea di Shrewsbury era stata, nel secolo decimoquinto, concessa a Giovanni Talbot, lo antagonista della Pulcella dʼOrleans. I suoi concittadini lo avevano lungo tempo ricordato con riverenza ed affetto quale uno deʼ più illustri fra quei guerrieri, che sʼerano sforzati a fondare un grande impero inglese nel Continente dʼEuropa. Lo indomito coraggio, di cui egli fece prova fra mezzo ai disastri, aveva per lui destato uno interesse maggiore di quello che avevanoispirato capitani più fortunati; e la sua morte aveva apprestato al nostro antico teatro una commoventissima scena. I suoi posteri, per dugento anni, goderono deʼ più grandi onori. Capo della famiglia a tempo della Restaurazione era Francesco, undecimo Conte, e Cattolico Romano. La sua morie era stata accompagnata da vicissitudini, che anche in queʼ licenziosi tempi che seguirono alla caduta della tirannide dei Puritani, avevano in tutti destato orrore e pietà. Il Duca di Buckingham nel corso deʼ suoi scandalosi amori sʼinvaghì per un istante della Contessa di Shrewsbury. Ella agevolmente gli si arrese. Il marito sfidò il drudo, e cadde morto. Taluni affermarono che lʼabbandonata donna, travestita da uomo, si stette a vedere il duello, ed altri che essa strinse al seno il vittorioso amante ancora lordo del sangue del suo marito. Le dignità dellʼucciso passarono al suo figliuolo, ancora infante, che aveva nome Carlo. Giunto lʼorfanello alla virilità, tutti confessavano che fraʼ giovani Nobili dellʼInghilterra a nessuno, quanto a lui, la natura era stata prodiga deʼ suoi doni. Aveva prestante la persona, singolarmente dolce lʼindole, tanto alto lo ingegno, che ove gli fosse toccato di nascere in umile condizione, si sarebbe potuto inalzare alle maggiori dignità civili. Tante squisite doti egli aveva siffattamente perfezionate, che innanzi che uscisse di minorità, era reputato uno deʼ più egregi gentiluomini e sapienti deʼ tempi suoi. Della sua dottrina porgono testimonio libri dʼogni genere, che tuttora esistono, postillati di sua mano. Parlava il francese al pari dʼun ciamberlano della Corte di Re Luigi, e lʼitaliano come un cittadino di Firenze. Era impossibile che un tanto giovane non desiderasse sapere le ragioni per cui la sua famiglia aveva ricusato di uniformarsi alla religione dello Stato. Studiò con somma cura le dottrine controverse, sottopose i suoi dubbi ad alcuni sacerdoti della sua propria religione, pose le loro risposte sotto gli occhi di Tillotson, ponderò lungamente e con attenzione gli argomenti prodotti da ambe le parti, e dopo due anni dʼesame si fece Protestante. La Chiesa Anglicana accolse con gioia lo illustre convertito. Egli godeva grande popolarità, la quale divenne maggiore dopo che si seppe come il Re avesse indarno adoperate sollecitazioni e promesse a farlo ritornarealla abiurata superstizione. Nondimeno il carattere del giovine Conte non si esplicò in modo affatto soddisfacente a coloro che avevano principalmente cooperato a convertirlo. I suoi costumi non ischivarono il contagio del libertinismo comune alle classi elevate. E veramente la scossa, che aveva distrutti i suoi pregiudizi, aveva nel tempo stesso rese fluttuanti le sue opinioni lasciandolo in piena balìa al proprio sentire. Ma comecchè i suoi principii difettassero di fermezza, i suoi impulsi erano così generosi, la sua indole sì blanda, i suoi modi cotanto graziosi e semplici, che tornava impossibile non amarlo. Lo chiamarono tosto il Re deʼ Cuori, e per tutto il corso dʼuna lunga, fortunosa ed agitatissima vita, non demeritò mai tal nome.[314]Shrewsbury era Lord Luogotenente della Contea di Stafford e colonnello dʼuno deʼ reggimenti di cavalleria fatti in occasione della insurrezione delle Contrade Occidentali, e perchè ricusò di ubbidire alle voglie deʼ Regolatori, fu privato di entrambi gli uffici.XXIX. Nessuno deʼ Nobili inglesi aveva reputazione nel pubblico al pari di Carlo Sackville Conte di Dorset. E davvero egli era insigne uomo. In gioventù era stato uno deʼ più famosi libertini deʼ licenziosi tempi della Restaurazione. Era stato il terrore delle guardie di Città, aveva passate molte notti nel corpo di guardia, e infine fu rinchiuso nella prigione di Newgate. La sua passione per Bettina Morrice, e per Norina Gwynn, che lo chiamava il suo Carlo I, aveva apprestato non poca materia di sollazzo e di scandalo alla città.[315]Nondimeno fra mezzo alle follie e ai vizi, ciascuno riconosceva il suo coraggio, il suo squisito intendimento, e la natia bontà del suo cuore. Dicevano che gli eccessi, ai quali sʼera abbandonato, fossero a lui comuni con tutta la classe deʼ gaii giovani Cavalieri;ma la sua pietà pel dolore altrui e la generosità con che egli espiava i suoi torti, erano qualità tutte sue. I colleghi maravigliavansi della distinzione che il pubblico faceva tra lui ed essi. «Qualunque cosa egli faccia,» diceva Wilmot «non ha mai torto.» Lʼopinione del mondo divenne più favorevole a Dorset quando il fuoco dellʼanima sua fu temperato dagli anni e dal matrimonio. Le sue graziose maniere, il suo gaio conversare, la dolcezza del suo cuore, la generosità della sua mano, universalmente lodavansi. Dicevasi non vi fosse giorno in cui qualche sventurata famiglia non avesse cagione a benedire il nome di lui. E nulladimeno, con tutta la sua buona indole, erano tali le punture deʼ suoi sarcasmi, che coloro i quali erano da tutta la città temuti pel loro spirito satirico, temevano forte la lingua di Dorset. Tutti i partiti politici lo stimavano e carezzavano: ma la politica non gli andava molto a sangue. Sʼegli dalla necessità avesse avuto incitamento a cercare ventura, probabilmente si sarebbe inalzato ai più alti uffici pubblici; ma la sua schiatta era sì illustre e la sua opulenza sì vasta, che mancavano a lui gli sproni più potenti che stimolano gli uomini a gettarsi neʼ pubblici affari. La parte che egli ebbe nel Parlamento e nella Diplomazia basta a dimostrare che a lui nullʼaltro mancava che la inclinazione per gareggiare con Danby e con Sunderland: ma ei si volse a studi che maggiormente gli talentavano. Al pari di molti, i quali, forniti di doti naturali, sono per indole ed abitudine indolenti, divenne buontempone, voluttuoso, e maestro in quelle dilettevoli conoscenze che si acquistano senza severa applicazione. Era universalmente tenuto pel miglior giudice che fosse nella Corte in materia di pittura, scultura, architettura e teatri. Nelle questioni di lettere amene i suoi giudizi erano considerati in tutti i Caffè come inappellabili. Varie egregie produzioni drammatiche, che non erano state applaudite alla prima rappresentazione, si sostennero col solo soccorso della autorità di lui contro i clamori della platea, e si avventurarono con prospero esito ad una seconda prova. La squisitezza del suo gusto nella letteratura francese ebbe le lodi di Saint-Evremond e di La Fontaine. La Inghilterra non aveva mai avuto un uguale protettore delle lettere. La suabontà estendevasi con pari giudizio e liberalità a tutti, senza riguardo di sètte o di fazioni. Glʼingegni, lʼuno allʼaltro avversi per gelosia letteraria o per diversità dʼopinioni politiche, concordavano a riconoscere la sua imparziale cortesia. Dryden confessava dʼessere stato salvato dalla rovina per la principesca generosità di Dorset. E nel tempo medesimo Montague e Prior, che avevano scritto pungenti satire contro Dryden, furono posti da Dorset nella vita pubblica; e la migliore commedia di Shadwell, mortale nemico di Dryden, fu scritta in una villa di Dorset. Il magnifico Conte, ove ne avesse avuta voglia, avrebbe potuto rivaleggiare con coloro ai quali contentavasi dʼessere benefattore; imperciocchè i versi chʼegli alcuna volta compose, per quanto non fossero studiati, rivelano un ingegno, il quale, assiduamente coltivato, avrebbe prodotto qualche cosa di grande. Nel volumetto delle sue opere si trovano canzoni che hanno la spontanea vigoria di Suckling, e satire nelle quali scintilla lo arguto spirito di Butler.[316]Dorset era Lord Luogotenente di Sussex, e sopra Sussex i Regolatori tenevano con ansietà fitti gli occhi: imperocchè in nessuna altra Contea, tranne Cornwall e Wiltshire, era sì gran numero di piccoli borghi. Gli fu ingiunto di recarsi al suo posto. Niuno di coloro che lo conoscevano aspettavasi chʼegli obbedisse. Rispose come conveniva, e gli fu annunciato non esservi più mestieri deʼ suoi servigi. Si accrebbe lo interesse che ispiravano le sue nobili ed amabili qualità, poichè si seppe chʼegli aveva ricevuto per la posta una lettera cieca, in cui si diceva che, ove egli non si prestasse prontamente ai desiderii del Re, tutto il suo ingegno e la sua popolarità nonlo avrebbero salvato dallo assassinio. Simile ammonimento era stato mandato a Shrewsbury. Le lettere di minaccia erano allora più rare di quello che divennero poi. Non è quindi strano che il popolo esasperato inchinasse a credere che i migliori e più nobili uomini dʼInghilterra dovevano veramente essere vittime deʼ pugnali papisti.[317]Appunto quando coteste lettere formavano il chiacchiericcio di tutta Londra, trovossi in sulla via mutilato il cadavere dʼun cospicuo Puritano. Tosto si conobbe che il braccio dello assassino non era stato mosso da cagione religiosa o politica. Ma i primi sospetti della plebe caddero sopra i papisti. Lo sbranato corpo fu portato in processione alla casa deʼ Gesuiti nel Savoy; e per poche ore il terrore e la rabbia del popolaccio non furono meno violenti che nel giorno in cui lʼassassinato Godfrey fu portato alla sepoltura.[318]Le altre destituzioni vanno con maggior brevità riferite. Il Duca di Somerset, al quale pochi mesi prima era stato tolto il comando del reggimento, adesso fu privato della luogotenenza di East-Riding nella Contea di York. Il North-Riding fu tolto al Visconte Fauconberg, il Shropshire al Visconte Newport, e la Contea di Lancastro al Conte di Derby, nipote dello strenuo cavaliere, che animosamente era corso incontro alla morte per difendere la Casa Stuarda. Il Conte di Pembroke, il quale di recente aveva con fedeltà e coraggio difesa la Corona contro Monmouth, fu destituito nel Wiltshire, il Conte di Rutland nella Contea di Leicester, il Conte di Bridgewater in quella di Buckingham, il Conte di Thanet in Cumberland, il Conte di Northampton nella Contea di Warwick, il Conte dʼAbingdon in quella di Oxford, e in quella di Derby il Conte di Scarsdale. Questi fu anche destituito dallʼufficio di colonnello di cavalleria, e da un altro ufficio nella casa della Principessa di Danimarca. Essa lottò per mantenerlo al suo servizio, e cedette solo ad un comando perentorio del padre. Il Conte di Gainsborough fu cacciato non solo dalla luogotenenza di Hampshire, ma anche dal governo di Portsmouth edalla ispezione di New-Forest, due posti che egli pochi mesi prima aveva comperati per cinquemila lire sterline.[319]Il Re non potè trovare nessuno deʼ grandi Lordi, e, per dir vero, deʼ Lordi Protestanti di nessuna specie, i quali volessero accettare gli uffici vacanti. E gli fu mestieri assegnare due Contee a Jeffreys, uomo nuovo che possedeva pochi beni territoriali, e due a Preston, il quale non era nè anche Pari Inglese. Le altre Contee le quali rimasero senza governatori, furono affidate ad alcuni ben noti Cattolici, o a cortigiani che avevano secretamente promesso a Giacomo di dichiararsi cattolici appena lo potessero prudentemente fare.XXX. Alla perfine la nuova macchina fu messa in azione; e tosto da ogni parte del Regno arrivarono nuove che non era punto riuscita. Il catechismo, a norma del quale i Lordi Luogotenenti dovevano saggiare le opinioni deʼ gentiluomini delle campagne, comprendeva tre questioni. Dovevasi chiedere ad ogni magistrato, e ad ogni luogotenente deputato, primo, se nel caso chʼegli venisse eletto rappresentante al Parlamento, voterebbe a favore dʼuna proposta formata secondo i principii della Dichiarazione dʼIndulgenza; secondo, se, come elettore, sosterrebbe i candidati impegnati a votare a favore di quella proposta; terzo, se, come uomo privato seconderebbe i benevoli disegni del Re vivendo in pace con gli uomini di qualunque religione si fossero.[320]XXXI. Appena furono spedite le domande, una formula di risposta, congegnata con ammirevole arte, fu mandata in giro per tutto il Reame, e venne generalmente adottata; ed era del seguente tenore: «Come membro della Camera deʼ Comuni, ove avessi lʼonore di esserlo, sarà mio debito ponderare con gran cura tutte le ragioni che nella discussione si adducessero pro e contro una legge dʼIndulgenza, e quindi voterò secondo la convinzione della mia coscienza. Come elettore, sosterrò queʼ candidati le cui opinioni intorno ai doveri di rappresentante concorderanno con le mie. Come uomo privato, desidero vivere in pace ed affetto con ciascuno.» Questa rispostapiù provocante dʼun diretto rifiuto, come quella che olezzava un poco di sì castigata e decorosa ironia da non destare risentimento, fu tutto ciò che gli emissari della Corte poterono ricavare dalle labbra di quasi tutti i gentiluomini delle campagne. Ragioni, promesse, minacce, tutto fu vano. Il Duca di Norfolk, comecchè fosse Protestante e non approvasse il procedere del Governo, aveva acconsentito a servirlo da agente in due Contee. Prima andò in Surrey dove sʼaccôrse di non potere far nulla.[321]Poi passò a Norfolk, e tornò indietro per annunziare al Re che di settanta notevoli gentiluomini che erano in ufficio in quella grande provincia, solo sei porgevano speranza che sosterrebbero la politica della Corte.[322]Il Duca di Bedford, la cui autorità estendevasi sopra quattro Contee inglesi e sopra tutto il Principato di Galles, ritornò a Whitehall con nuove non meno scoraggianti.[323]Rochester era Lord Luogotenente della Contea di Hertford. Aveva consumato tutto quel poco di virtù che egli aveva in cuore lottando contro la tentazione di vendere la propria fede religiosa. Lo vincolava tuttavia alla Corte unʼannua pensione di quattromila lire sterline; e in ricambio era pronto a rendere al Governo qualunque servigio, comunque illegale e disonorevole, purchè non si volesse da lui una formale riconciliazione con Roma. Aveva volentieri accettato lo incarico di corrompere la sua Contea; e lo eseguì, secondo era suo costume, con indiscreto ardore e violenza. Ma la sua collera non produsse alcuno effetto negli animi inflessibili degli scudieri ai quali ei sʼera rivolto. Ad una voce gli dissero di non volere mandare al Parlamento un uomo, il quale fosse disposto a votare per la distruzione delle guarentigie della fede protestante.[324]La medesima risposta fu data al Cancelliere nella Contea di Buckingham.[325]I gentiluomini di quella di Shrop, ragunati a Ludlow, unanimemente ricusarono di vincolarsi con la promessa che il Re chiedevaloro.[326]Il Conte di Yarmouth riferì dal Wiltshire che di sessanta magistrati e Deputati Luogotenenti, coi quali aveva tenuto ragionamento, soli sette avevano date risposte favorevoli, ed anche in queʼ sette non era da fidare.[327]Il rinnegato Peterborough non fece nulla di buono nella Contea di Northampton.[328]Il suo confratello rinnegato, Dover, ebbe la medesima sorte nella Contea di Cambridge.[329]Preston recò sinistre nuove da Cumberland e Westmoreland. Le Contee di Dorset e di Huntingdon erano animate del medesimo spirito. Il Conte di Bath, dopo lunghe pratiche, ritornò dalle Contrade Occidentali con tristi augurii. Aveva avuta potestà di fare le più seducenti offerte agli abitatori di quella regione. In ispecie aveva loro promesso che ove si mostrassero riverenti ai voleri del sovrano, il traffico del rame sarebbe reso libero dalle oppressive restrizioni che lo gravavano. Tutti i Giudici e i Deputati Luogotenenti di Devonshire e di Cornwall, senza eccettuarne nè anche uno, dichiararono dʼesser pronti a porre a repentaglio vita e sostanze pel Re, ma la religione protestante era ad essi più cara della roba e della vita. «Sire,» soggiunse Bath «se Vostra Maestà destituisse tutti cotesti gentiluomini, i successori loro darebbero precisamente la medesima risposta.»[330]Se vi era distretto in cui il Governo potesse sperare esito prospero, era quello di Lancastro. Molto dubitavasi del risultamento di ciò che quivi succedeva. In nessuna parte del reame era sì gran numero di famiglie sempre fide alla vecchia religione. I capi di molte di quelle famiglie, per virtù della potestà di dispensare, erano stati fatti Giudici di Pace, e comandanti delle milizie civiche. E nonostante, dalla Contea di Lancastro il nuovo Luogotenente, chʼera cattolico romano, riferì come due terzi dei deputati e deʼ magistrati procedessero avversi alla Corte.[331]Ma ciò che seguì in Lancastro irritò anche più profondamentelʼorgoglio del Re. Arabella Churchill, venti e più anni innanzi, gli aveva partorito un figlio, che dipoi acquistò gran fama dʼessere il più esperto capitano dʼEuropa. Il giovinetto, che aveva nome Giacomo Fitzjames, non aveva per anche dato segni di dovere pervenire a quellʼaltezza a cui poscia pervenne: ma i suoi modi erano così gentili e inoffensivi chʼegli non aveva altro nemico che Maria di Modena, la quale da lungo tempo sentiva pel figlio della concubina lʼimplacabile odio dʼuna moglie priva di figliuoli. Alcuni della fazione gesuitica, avanti lo annunzio della gravidanza della Regina, avevano seriamente pensato di contrapporlo come rivale alla Principessa dʼOrange.[332]Ove si rammenti che Monmouth, comecchè fosse creduto legittimo dal volgo, e fosse campione della religione dello Stato, aveva pienamente fallito in un simigliante tentativo, eʼ sembra straordinario che vi fossero uomini tanto ciechi per fanatismo, da pensare di porre sul trono un giovane che era universalmente conosciuto come bastardo papista. Eʼ non parve che il Re secondasse mai un così assurdo disegno. Il fanciullo, nondimeno, fu riconosciuto, e gli furono prodigate tutte quelle onorificenze che si possano concedere ad un suddito che non sia di sangue regio. Era stato creato Duca di Berwick, ed allora occupava non pochi onorevoli e lucrosi uffici, tolti a queʼ Nobili che avevano ricusato di arrendersi ai desiderii sovrani. Successe al Conte dʼOxford nel grado di colonnello degli Azzurri, e al Conte di Gainsborough nella Luogotenenza di Hampshire, nella ispezione di New-Forest, e nel Governo di Portsmouth. Berwick aspettavasi che gli venisse incontro, alla frontiera di Hampshire, secondo era costume, una lunga cavalcata di baronetti, cavalieri, e scudieri: ma non ci fu una sola persona di riguardo che si mostrasse a dargli il benvenuto. Ordinò per lettere ai gentiluomini che comparissero al suo cospetto, ma solo cinque o sei obbedirono: gli altri non aspettarono dʼessere destituiti per dichiarare chʼessi non parteciperebbero al Governo civile e militare della loro Contea, mentre il Re vi era rappresentato da un papista; e deposero, di propria volontà, i loro uffici.[333]Sunderland, il quale era stato nominato Lord Luogotenente della Contea di Northampton, trovò qualche pretesto per non andare ad affrontare lo sdegno e lo spregio deʼ gentiluomini di quella Contea; e le sue scuse furono di leggieri ammesse, dacchè il Re aveva cominciato a intendere come non fosse da porre speranza alcuna nei gentiluomini delle campagne.[334]È da notarsi che coloro i quali mostravansi così animosi non erano gli antichi nemici della Casa Stuarda. Dalle commissioni di Pace e di Luogotenenza erano stati già da lungo tempo eliminati tutti i nomi repubblicani. Coloro, dai quali la Corte si era indarno studiata dʼottenere la promessa di secondarla, erano, senza eccettuarne nè anche uno, tutti Tory. I più vecchi di loro avevano le cicatrici delle ferite riportate dalle spade delle Teste-Rotonde, e le ricevute delle argenterie con le quali avevano soccorso Carlo I in bisogno. I più giovani avevano fermamente parteggiato per Giacomo contro Shaftesbury e Monmouth. Tali erano coloro che furono destituiti in massa da quello stesso principe, al quale avevano dato cotanto segnalate prove di fedeltà. Ma la cacciata dallʼufficio altro non fece che renderli più inflessibili nel loro proponimento. Essi consideravano come sacro punto dʼonore difendersi animosamente a vicenda in cotesta crisi. Non vi poteva essere dubbio che, raccogliendo onestamente i suffragi deʼ liberi possidenti, non verrebbe eletto nè anche un solo rappresentante favorevole alla politica del Governo. Gli elettori con grande ansietà chiedevansi a vicenda se fosse verosimile che i suffragi venissero onestamente raccolti.XXXII. Aspettavasi con impazienza la lista degli Sceriffi per lʼanno nuovo. Giunse nelle Contee mentre i Lordi Luogotenenti affaccendavansi neʼ loro maneggi elettorali, e fu ricevuta con universale grido di timore e di sdegno. La maggior parte di coloro che dovevano presedere alle elezioni delle Contee, erano Cattolici Romani o Protestanti Dissenzienti, i quali avevano approvata la Dichiarazione dʼIndulgenza.[335]Per qualche tempo regnò gravissimo timore; ma poco dopo sispense. Eravi buona ragione a credere che vi fosse un punto oltre il quale il Re non poteva nemmeno sperare la cooperazione degli Sceriffi suoi correligionari.XXXIII. Tra il cattolico cortigiano e il gentiluomo di campagna cattolico era poca simpatia. La cabala che predominava in Whitehall era composta in parte di fanatici, pronti a rompere tutti i principii della morale e mandare a soqquadro il mondo a fine di propagare la religione loro, e in parte dʼipocriti, i quali per cupidigia di guadagno avevano rinnegata la fede in che erano cresciuti, e adesso travarcavano i confini dello zelo che è proprio dei neofiti. Entrambi, i fanatici cortigiani e glʼipocriti, erano generalmente privi dʼogni patrio sentimento, che in alcuni di loro era stato spento dallo affetto per la propria Chiesa. Alcuni erano Irlandesi, il cui patriottismo consisteva nellʼodiare mortalmente i Sassoni conquistatori dellʼIrlanda. Altri erano traditori stipendiati da un Potentato straniero. Taluni avevano passata gran parte della loro vita lungi dal patrio suolo, e, od erano cosmopoliti, od aborrivano i costumi e le istituzioni del paese chʼerano deputati a governare. Tra cosiffatti uomini e il gentiluomo rurale di Chester o di Stafford che aderiva alla vecchia Chiesa, non era nulla di comune. Senza essere nè fanatico nè ipocrita, era Cattolico Romano, perchè il padre e lʼavo erano stati Cattolici; e manteneva lʼavita fede come generalmente gli uomini sogliono fare, cioè con sincerità, ma con poco entusiasmo. In ogni altra cosa egli era un semplice scudiere o possidente inglese; e se differiva daʼ suoi vicini, differiva in ciò chʼegli era più semplice e contadinesco di loro. Per le sue incapacità civili non aveva potuto esplicare le sue doti intellettuali fino a quellʼaltezza—comunque fosse moderata—alla quale giungevano ordinariamente glʼintelletti deʼ protestanti gentiluomini delle campagne. Nella fanciullezza escluso da Eaton e da Westminster, nella gioventù da Oxford e da Cambridge, e nella virilità dal Parlamento e dalle magistrature, generalmente ei vegetava tranquillo come gli olmi del viale che conduceva alla rustica magione degli avi suoi. I campi, le cascine, i cani, la canna da pescare, lo schioppo, il sidro, la birra e il tabacco occupavano pressochè tutti i suoi pensieri.Coʼ suoi vicini, malgrado la differenza di religione, era per lo più in amichevoli relazioni: perocchè essi lo sperimentavano inoffensivo e scevro di ambizione. Egli era quasi sempre di buona ed antica famiglia, e sempre Cavaliere. Le sue peculiari opinioni, delle quali ei non faceva pompa, non davano noia a nessuno. Egli non tormentava, al pari del Puritano, sè ed altrui, scrupoleggiando sopra ogni cosa che fosse dilettevole. Allʼincontro egli era allegro cacciatore, e compagnevole quanto qualunque altro uomo, che avesse prestato il giuramento di supremazia, e fatta la dichiarazione contro la transustanziazione. Trovavasi coʼ suoi vicini allʼagguato, inseguiva con essi il fuggente animale, e finita la caccia, gli conduceva seco a casa a mangiare un pasticcio e bere un bicchiere di vecchia birra. Lʼoppressione da lui sofferta non era stata tale da spingerlo a disperati eccessi. Anche quando la sua Chiesa pativa barbara persecuzione, egli aveva corso lieve pericolo nella vita e negli averi. I più impudenti e falsi testimoni mal potevano rischiarsi ad oltraggiare il buon senso, accusando il gentiluomo cattolico come reo di congiura. I papisti che Oates volle colpire, erano Pari, Prelati, Gesuiti, Benedettini, faccendieri politici, rinomati legisti, medici di Corte. Il gentiluomo cattolico delle campagne, protetto dalla propria vita oscura e pacifica, e dal buon volere deʼ suoi vicini, faceva il suo ricolto di fieno, o riempiva di caccia la sua carniera senza molestia veruna, mentre Colemann e Langhorne, Whitbread e Pikering, lo Arcivescovo Plunkett e Lord Stafford, morivano di capestro o di scure. Parecchi scellerati, a dir vero avevano tentato accusare di tradimento Sir Tommaso Gascoigne, vecchio baronetto cattolico della Contea di York: ma dodici fraʼ migliori gentiluomini del West-Riding, che conoscevano il suo modo di vivere, non poterono persuadersi che lʼonesto vecchio avesse assoldati sicari ad assassinare il Re; e in onta alle accuse, che fecero poco onore ai giudici, lo dichiararono innocente. Talvolta, in verità, il capo dʼunʼantica e rispettabile famiglia di provincia forse amaramente considerava dʼessere escluso, a cagione delle sue religiose credenze, dagli uffici e dalle dignità che uomini di più umile stirpe e meno opulenti erano reputati capaci dʼoccupare: ma era poco inchinevole arischiare le sostanze e la vita in una lotta sproporzionatamente disuguale; e lʼonesto suo patriottismo avrebbe con raccapriccio aborrito dai pensieri di Petre e di Tyrconnel. Certo ei sarebbe stato pronto, come ciascuno deʼ suoi vicini protestanti, a cingersi la spada ed a porre le pistole negli arcioni per difendere la terra natia contro i Francesi o i papisti dʼIrlanda. Tale era comunemente il carattere degli uomini deʼ quali Giacomo voleva servirsi come di strumento a condurre a suo modo le elezioni delle Contee. Ei tosto sʼaccôrse come essi non fossero propensi a perdere la stima deʼ loro concittadini, e mettere in pericolo il capo e la roba, rendendo al Sovrano infami e criminosi servigi. Parecchi di loro non accettarono la nomina di Sceriffo. Di coloro i quali accettarono lʼufficio, molti dichiararono che farebbero onestamente il debito proprio, come se fossero membri della Chiesa dello Stato, e non proclamerebbero eletto alcun candidato che non riportasse la maggioranza deʼ suffragi.[336]XXXIV. Se il Re poteva poco confidare neʼ suoi Sceriffi Cattolici, anche meno lo poteva neʼ Puritani. Dacchè era stata pubblicata la Dichiarazione dʼIndulgenza, erano corsi vari mesi pieni di gravissimi eventi e di continue controversie. Il lungodiscutere aveva aperti gli occhi a molti Dissenzienti: ma gli Atti del Governo, e segnatamente il rigore col quale aveva trattato il Collegio della Maddalena, avevano contribuito, anche più della penna di Halifax, a insospettire e collegare tutte le classi deʼ Protestanti. Molti di queʼ settari che sʼerano indotti ad esprimere la propria gratitudine per la Indulgenza, adesso vergognavano del proprio errore, ed erano desiderosi di fare ammenda accomunando le loro sorti a quelle del maggior numero deʼ loro concittadini.A cagione di cotesto mutamento seguito neʼ Non-Conformisti, il Governo trovò nella città ostacoli pressochè uguali a quelli che aveva incontrato nelle Contee. Quando i Regolatori incominciarono lʼopera loro, reputarono come certo che ogni Dissenziente, beneficiato dalla Indulgenza, sarebbe favorevole alla politica del Re. Erano quindi sicuri di potere mettere in tutti gli uffici municipali del Regno fermissimi amici. Nei nuovi statuti municipali la Corona sʼera riserbata la potestà di destituire, a suo arbitrio, i magistrati, e adesso lʼadoperò illimitatamente. Non era al pari evidente che Giacomo avesse la potestà di nominare nuovi magistrati; ma, lʼavesse o non lʼavesse, egli era deliberato dʼarrogarsela. In ogni parte, dal Tweed al Landʼs End tutti i funzionari Tory furono destituiti, e negli uffici vacanti furono posti Presbiteriani, Indipendenti, e Battisti. Nel nuovo statuto municipale di Londra la Corona sʼera riserbata la potestà di destituire i Maestri, i Direttori, e gli Assessori di tutte le compagnie. E però più di ottocento spettabilissimi cittadini, tutti aderenti a quel partito che aveva avversata la Legge di Esclusione, furono con un solo editto cacciati daʼ loro uffici. Poco dopo, comparve un supplemento a cotesta lunga lista.[337]Ma avevano appena prestato giuramento i nuovi ufficiali, allorquando si conobbe come essi fossero intrattabili quanto i loro predecessori. In Newcastle-on-Tyne i Regolatori nominarono un Gonfaloniere Cattolico Romano, e Aldermanni Puritani. Non dubitavasi punto che il corpo municipale, siffattamente ricostituito, non votasse un indirizzo, dichiarando di volere secondarei provvedimenti del Re. Ma quando fu proposto dal Gonfaloniere, venne rigettato; onde egli corse furioso a Londra per dire al Re che i Dissenzienti erano tutti birboni e ribelli, e che in tutto il Municipio di Governo non poteva sperare altro che quattro voti.[338]In Reading furono destituiti ventiquattro Aldermanni Tory, ed eletti altrettanti nuovi, deʼ quali ventitrè, dichiaratisi immediatamente avversi alla Indulgenza, furono anche essi cacciati via.[339]In pochi giorni il borgo di Yarmouth fu retto da tre diverse magistrature; tutte medesimamente ostili alla corte.[340]Questi sono semplici esempi di ciò che accadeva in tutto il reame. Lo ambasciatore Olandese scrisse agli Stati che in molte città i pubblici ufficiali entro un mese si erano mutati due volte e anche tre, e lo erano stati invano.[341]Dai ricordi del Consiglio Privato si raccoglie che il numero delleregolazioni—tale è il vocabolo che adoperavano—furono oltre a dugento.[342]I Regolatori conobbero, come, tranne in pochi Municipi, le cose sʼerano mutate in peggio. I Tory malcontenti, anco mentre mormoravano contro la politica del Re, avevano sempre protestato del loro rispetto per la persona e la dignità di lui, e riprovato ogni pensiero di resistenza. Assai diverso era il linguaggio di alcuni traʼ membri deʼ Corpi Municipali. Dicevasi che taluni vecchi soldati della Repubblica, i quali con maraviglia loro e del pubblico, erano stati creati Aldermanni, rispondessero chiaramente agli agenti della Corte che il sangue scorrerebbe a fiumi innanzi che si raffermasse in Inghilterra il papismo e la tirannide.[343]I Regolatori conobbero essersi poco o nulla conseguito da ciò che fino allora avevano fatto. Non vi era altro che un solo mezzo il quale facesse loro sperare di ottenere lo scopo.Era mestieri togliere gli statuti ai borghi, e concederne altri che limitassero la franchigia elettorale a piccolissimi collegi dʼelettorali nominati dal Sovrano.[344]Ma in che guisa mandare siffatto disegno ad esecuzione? In pochi di tali statuti la Corona sʼera riserbata il diritto di revoca: ma gli altri egli poteva riprendere solo per rinunzia volontariamente fatta dai Municipi, o per sentenza del Banco del Re. Intanto pochi corpi municipali erano disposti a rinunziare volontariamente ai loro statuti; e una sentenza secondo gli intendimenti del Governo non poteva sperarsi nè anche da uno schiavo qual era Wright. I mandati diQuo Warranto, pochi anni innanzi spediti per ischiacciare il partito deʼ Whig, erano stati disapprovati da ogni uomo imparziale. Eppure tali mandati avevano almeno sembianza di giustizia; perocchè colpivano gli antichi corpi municipali, deʼ quali pochi erano quelli in cui, col volgere degli anni, non fosse nato qualche abuso bastevole a fornire un pretesto per un processo penale. Ma i Corpi Municipali che ora volevasi disfare erano tuttavia nella innocenza della infanzia, sì che il più vecchio non aveva compiuto il quinto degli anni suoi. Era impossibile che molti di essi avessero commesso delitti da meritarsi la privazione del privilegio elettorale. Gli stessi giudici erano inquieti, e dimostrarono al Re come ciò che da loro si voleva, fosse diametralmente contrario ai più evidenti principii della legge e della giustizia: ma ogni rimostranza fu vana. Ai borghi fu intimato di rinunciare ai loro statuti. Pochi ubbidirono, e il modo onde il Re si condusse con queʼ pochi non confortò gli altri a fidarsi di lui. In varie città il diritto di votare fu tolto alla comunità, e dato a pochi, ai quali fu chiesto il giuramento di eleggere i candidati proposti dal Governo. In Tewkesbury, per modo dʼesempio, la franchigia fu data solo a tredici persone; e nondimeno anche questo numero era grande. Lʼodio e il timore sʼera talmente sparso per tutta la popolazione, che tornava quasi impossibile mettere insieme in una città, con qual si fosse specie dʼimbroglio, tredici individui neʼ quali la Corte potesse avere piena fiducia.Corse la voce che la maggioranza del nuovo collegio elettorale di Tewkesbury fosse animata dal medesimo sentimento chʼera universale in tutta la nazione, e che, arrivato il giorno decisivo, manderebbe Protestanti sinceri al Parlamento. I Regolatori in gran collera minacciarono di ridurre a tre soli il numero degli elettori.[345]Frattanto la maggior parte deʼ borghi negarono di rinunciare ai loro privilegi. Barnstaple, Winchester, e Buckingham si resero notevoli per essersi arditamente opposti. In Oxford la proposta che la città rinunziasse alle franchigie fu rigettata da ottantadue voti contro due.[346]Il Temple e Westminster erano sossopra per lo strano affollamento degli affari che giungevano da ogni angolo del Regno. Ogni legale di gran nome era sopraccarico deʼ ricorsi deʼ Municipi che a lui si volgevano per essere difesi. I litiganti privati querelavansi che le loro faccende venivano trascurate.[347]Era impossibile in pochissimo tempo sbrigare tanto numero di cause. La tirannide se ne accorgeva, ma non poteva patire il minimo indugio, e non trascurò nulla che valesse ad atterrire i borghi disubbidienti, e indurli a sottomettersi. In Buckingham alcuni degli ufficiali del Municipio avevano detto di Jeffreys parole che non erano di lode. Fu loro intentato un processo, e fatto intendere che ove non volessero redimersi rinunziando ai loro statuti, non verrebbe loro usata ombra di misericordia.[348]In Winchester vennero adottati provvedimenti anche più rigorosi. Una numerosa soldatesca fu spedita alla città a solo fine di gravare e vessare gli abitanti:[349]i quali stettero fermi ed animosi; e lʼopinione pubblica accusava Giacomo di volere imitare la peggiore delle scelleratezze del suo confratello di Francia. Dicevasi che principiavano già le dragonate; e vi era cagione a temere tanta enormezza. Giacomo sʼera fitto in mente il pensiero che lʼunico mezzo di far cedere una città ostinata era quello di acquartierare i soldati in seno alle famiglie. Avrebbe dovuto conoscere che questoprovvedimento, sessanta anni innanzi, aveva destato terribili mali umori, ed era stato solennemente dichiarato illegale dalla Petizione dei Diritti. E difatti ne chiese consiglio al Capo Giudice del Banco del Re:[350]il risultamento della consulta rimase secreto; ma in pochi giorni lo aspetto degli affari si fece tale, che un timore più forte ed efficace che non fosse quello di suscitare la collera del Re, cominciò a imporre qualche freno anco ad un uomo abietto qual era Wright.XXXV. Mentre i Lordi Luogotenenti interrogavano i Giudici di Pace, mentre i Regolatori riformavano i borghi, in tutti i dipartimenti dellʼamministrazione pubblica facevasi rigorosa inquisizione. Ad ognuno deʼ vecchi Cavalieri rovinati, i quali in ricambio del sangue sparso e deʼ beni perduti per difendere la Corona, avevano ottenuto qualche piccolo ufficio sotto la giurisdizione del Guardaroba o del Maestro di caccia, fu intimato di eleggere fra il Re e la Chiesa. I Commissari delle Dogane o dellʼExcise ebbero comandamento di appresentarsi alla Maestà Sua nellʼUfficio del Tesoro. Quivi egli chiese loro la promessa di secondare la sua politica, e ingiunse di farlo parimente promettere aʼ loro sottoposti.[351]Un ufficiale di Dogana rispose al regio comandamento in un modo tale da destare compassione e riso. «Io ho» disse egli «quattordici ragioni per ubbidire a Sua Maestà, una moglie e tredici figliuoli.»[352]Tali ragioni, per vero dire, ponevano alle strette; nulladimeno non furono pochi gli esempi, nei quali, malgrado ragioni siffatte, prevalse la riverenza della religione e lo amore della patria. Abbiamo argomento di credere che il Governo allora meditasse profondamente un colpo che avrebbe ridotto molte migliaia di famiglie ad accattare, e perturbato tutto lʼordine sociale in ciascuna parte del paese. Non era concesso vendere senza licenza, vino, birra, o caffè. Sʼera sparsa la voce che a chiunque possedeva siffatta licenza sarebbe tra breve ingiunto di fare quella promessa chʼera stata imposta ai pubblici impiegati, e, negando, abbandonareil suo traffico.[353]Eʼ sembra certo, che ove si fosse fatto un tal passo, i luoghi di pubblico divertimento o ritrovo sarebbero a un tratto stati chiusi a centinaia in tutto il Regno. Quale effetto avrebbe prodotto cotesto immischiarsi del Governo nei comodi di tutte le classi, può di leggieri immaginarsi. Il risentimento che fanno nascere gli aggravi non è sempre proporzionato alla importanza loro; e non è affatto improbabile che la revoca delle licenze avrebbe fatto ciò che la revoca degli statuti municipali aveva mancato di fare. Le alte classi sociali avrebbero sentita la mancanza della bottega di Saint-James-Street, dove solevano prendere la cioccolata; e agli uomini di faccende sarebbe mancata la tazza di caffé chʼessi erano assuefatti a bere fumando la pipa e chiacchierando di cose politiche in Change-Alley. I Circoli si sarebbero affannati a trovare un ricovero. Il viandante avrebbe sul far della notte trovato deserta lʼosteria, dove credeva potere alloggiare e cenare. Il contadino avrebbe amaramente ripensato alla botteghetta dove egli soleva bere la birra sulla panca neʼ giorni estivi, e accanto al camino in tempo dʼinverno. Il popolo, a cosiffatta provocazione, sarebbe forse insorto tuttoquanto senza attendere il soccorso di stranieri alleati.XXXVI. Non era da aspettarsi che un Principe, il quale voleva che tutti i più umili servitori del Governo secondassero la sua politica sotto pena dʼessere destituiti, seguitasse a mantenere in ufficio un Procuratore Generale, che non ascondeva la propria avversione a quella politica. Sawyer era stato tollerato nel suo posto per diciotto e più mesi, dopo chʼegli sʼera dichiarato contrario alla potestà di dispensare. Di tale strana indulgenza egli andava debitore alla estrema difficoltà che incontrò il Governo a trovare un uomo da sostituirgli. Per proteggere glʼinteressi pecuniari della Corona, era mestieri che almeno uno deʼ due capi della legge fosse uomo dotto ed esperto; e non era punto facile indurre qual si fosse legale dotto ed esperto ad esporsi al pericolo, commettendo quotidianamente atti, che dal Parlamento alla prima riunione verrebbero forse considerati come gravi delitti. Era stato impossibile trovare un Avvocato Generale migliore di Powis, uomoche non conosceva nessuna specie di freno, ma era incompetente ad adempiere gli ordinari doveri del proprio ufficio. Per tali ragioni fu creduto necessario partire il lavoro. Congiunsero insieme un Procuratore, la cui scienza giuridica scemava di pregio peʼ suoi scrupoli di coscienza, con un Avvocato, nel quale la mancanza dʼogni scrupolo compensava in alcun modo la mancanza del sapere. Quando il Governo voleva fare osservare la legge si serviva di Sawyer; quando desiderava violarla adoperava Powis. Cotesto accomodamento durò finchè il Re potè assicurarsi deʼ servigi di un avvocato il quale era ad un tempo e più vile di Powis e più abile di Sawyer.XXXVII. Nessuno deʼ legali allora viventi aveva fatto più che Guglielmo Williams virulenta opposizione alla Corte. Sotto Carlo II, egli aveva acquistato reputazione e come Whig e come Esclusionista. Prevalenti le fazioni, era stato eletto Presidente della Camera deʼ Comuni. Dopo la proroga del Parlamento dʼOxford aveva comunemente difeso i più turbolenti demagoghi accusati di sedizione. Nessuno gli negava acutezza di mente e scienza; credevasi che i principali suoi difetti fossero temerità e spirito di parte. Non vʼera per anche il menomo sospetto chʼegli avesse altri difetti, in paragone deʼ quali la temerità e lo spirito di parte potevano considerarsi come virtù. Il Governo cercava pretesto a colpirlo, e non gli fu difficile trovarlo. Egli aveva pubblicato, per ordine della Camera deʼ Comuni, una relazione scritta da Dangerfield, la quale, qualora fosse stata pubblicata da un uomo privato, sarebbe stata indubitabilmente tenuta per libello sedizioso. Williams fu accusato dinanzi la Corte del Banco del Re; invano allegò i privilegi parlamentari; fu dichiarato reo, e condannato ad una pena di dieci mila lire sterline. Ne pagò una parte, e del rimanente firmò una scritta dʼobbligo. Il Conte di Peterborough, il quale era stato ingiuriosamente rammentato nella relazione di Dangerfield, allʼesito prospero del processo, intentò unʼazione civile contro Williams e chiese una forte somma per rifacimento di danni. Williams era ridotto agli estremi, allorquando gli si offrì una sola via di scampo, ed era via dalla quale con raccapriccio avrebbe arretrato il piede ogni uomo fermo neʼ suoi principii ed animoso, affrontandopiù presto la miseria, la prigione, o la morte. Pensò di vendersi al Governo del quale era stato nemico e vittima; offrirsi dʼassaltare con audacia da disperato quelle libertà e quella religione, per le quali aveva dianzi mostrato zelo intemperante; espiare i suoi principii Whig rendendo servigi, dai quali i bacchettoni Tory, lordi ancora del sangue di Russell e di Sidney, rifuggivano inorriditi. Il mercato fu concluso; gli fu condonalo il debito chʼegli aveva verso la Corona; e per la mediazione del Re, Peterborough sʼindusse ad un compromesso. Sawyer fu cacciato; Powis fatto Procuratore Generale; e Williams, nominato Avvocato Generale, ebbe la dignità di cavaliere, e in gran copia il regio favore. E ancorchè per grado ei fosse il secondo ufficiale della Corona nellʼordine giudiciario, aveva tanta abilità, dottrina ed energia, che cacciò tosto nellʼombra il proprio superiore.[354]Williams non era da lungo tempo in ufficio allorquando dovè essere parte principale nel più memorabile processo di Stato, di cui facciano ricordo gli Annali dellʼInghilterra.XXXVIII. Il dì 27 aprile 1688, il Re promulgò una seconda Dichiarazione dʼIndulgenza. In essa citava per esteso la Dichiarazione dello scorso aprile, e diceva che la sua vita passata doveva oramai convincere il popolo chʼegli non era uomo da retrocedere da un intrapreso cammino. Ma perchè alcuni faziosi si andavano affaccendando a persuadere al pubblico chʼegli poteva essere forzato a mutare proposito quanto alla Indulgenza, reputava necessario dichiarare chʼegli era determinatissimo di compiere ciò che aveva divisato, e che perciò aveva destituiti molti ufficiali civili e militari disubbidienti. Annunciava che avrebbe convocato il Parlamento nel novembre, al più tardi; ed esortava i suoi sudditi ad eleggere rappresentanti tali che lo aiutassero a mandare ad effetto la grande opera intrapresa.[355]XXXIX. Questo Atto in sulle prime fece poca impressione. Non conteneva nulla di nuovo; e tutti maravigliavano come il Re avesse creduto valere lo incomodo di pubblicare un solenne Manifesto semplicemente con lo scopo di dichiarare chʼegli si manteneva sempre fermo nel proprio proposito.[356]Forse Giacomo si sentì pungere al vivo dalla indifferenza onde venne dal pubblico accolto lo annunzio della presa determinazione, e credè che la dignità e autorità sue ne soffrirebbero ove ei senza indugio non compisse alcun che di nuovo e di notevole. Il dì 4 maggio, quindi, egli fece unʼOrdinanza in Consiglio nella quale comandava che la nuova Dichiarazione venisse letta per due domeniche successive fra mezzo al servizio divino, dai ministri officianti in tutte le chiese e cappelle del Regno. In Londra e neʼ suburbii la lettura doveva aver luogo neʼ dì 20 e 27 maggio, nelle altre parti dʼInghilterra nei dì 3 e 10 giugno. Ai vescovi fu ingiunto di distribuire esemplari della Dichiarazione nelle loro diocesi.[357]

Il Clero Anglicano, quindi, e quelli traʼ laici, i quali erano partigiani dello episcopato protestante, provavano oggimai pel Re quei sentimenti che la ingiustizia congiunta alla ingratitudine fanno naturalmente nascere e crescere nel cuore umano. Nulladimeno il credente nella Chiesa Anglicana doveva vincere non pochi scrupoli di coscienza e dʼonore innanzi dʼindursi a resistere con la forza al Governo. Gli era stato insegnato che la obbedienza passiva era comandata senza restrizione o eccezione dalle leggi divine: ed era dottrina chʼegli professava con ostentazione. Aveva sempre spregiata la idea che potrebbe succedere un caso estremo il quale giustificasse colui che sguainasse la spada contro la tirannide regia. Per lo che i propri principii e la vergogna glʼimpedivano dʼimitare lo esempio delle ribelli Teste-Rotonde, mentre restava speranza di pacifico e legittimo rimedio: la quale speranza poteva ragionevolmente durare finchè la Principessa dʼOrange rimaneva erede immediata della Corona. Se ci potesse pazientemente sostenere questa dura prova della sua fede, le leggi della natura farebbero per lui ciò chʼegli non potrebbe fare da sè senza peccato e senza disonore. Aʼ danni della Chiesa verrebbe il rimedio; i beni e la dignità sue sarebbero tutelati da nuove guarentigie; ed a quei perversi ministri, daʼ quali neʼ dì dellʼavversità aveva patito offese ed insulti, sarebbe inflitta memorabile pena.XXI. Lʼavvenimento che la Chiesa Anglicana considerava in futuro come un pacifico ed onorevole fine di tutte le sue perturbazioni, era tale che nè anche i membri più scioperati della cabala gesuitica potevano pensarvi senza gravi timori. Se il loro signore morendo non lasciasse loro altra sicurtà contro le leggi penali se non una Dichiarazione che lʼopinione pubblica universalmente considerava come nulla, se un Parlamento animato dallo stesso spirito che aveva predominato nel Parlamento di Carlo II si ragunasse intorno al trono dʼun sovrano protestante, non era egli probabile che seguisse unaterribile rappresaglia, che le vecchie leggi contro il papismo venissero rigorosamente poste in vigore, e che altre nuove e più severe se ne aggiungessero al libro degli Statuti? I malvagi consiglieri tormentava da lungo un cupo timore, e parecchi di loro meditavano strani e disperati rimedi. Giacomo era appena asceso sul trono allorquando cominciò a correre sorda una voce per le sale di Whitehall, che, ove la Principessa Anna consentisse a farsi cattolica romana, non sarebbe impossibile, col soccorso di Re Luigi, trasferire in lei il diritto ereditario che spettava alla maggiore sorella. Dalla Legazione Francese tale disegno venne caldamente approvato; e Bonrepaux asserì di credere che Giacomo vi avrebbe agevolmente consentito.[298]Nondimeno eʼ fu in breve tempo a tutti manifesto che Anna irremovibilmente aderiva alla Chiesa Anglicana. Il perchè ogni pensiero di farla Regina fu messo da banda. Nonostante, una mano di fanatici continuavano ancora a nutrire la perversa speranza di giungere a cangiare lʼordine della successione. Il piano da essi immaginato fu espresso in uno scritto di cui rimane una rozza traduzione francese. Dicevano come era da sperare che il Re potesse stabilire la vera religione senza appigliarsi a partiti estremi, ma nel peggior caso potrebbe lasciare la sua corona a disposizione di Luigi. Era meglio per glʼInglesi essere vassalli della Francia che schiavi del demonio.[299]Questo stranissimo documento corse tanto per le mani deʼ gesuiti e deʼ cortigiani, che alcuni insigni Cattolici, neʼ quali la bacchettoneria non aveva spento lo amore della patria, ne dettero una copia allo Ambasciatore Olandese. Costui lo pose nelle mani di Giacomo; il quale grandemente agitato lo disse foggiato da qualche articolista in Olanda. IlMinistro Olandese risolutamente rispose che poteva provare il contrario con la testimonianza di vari cospicui membri della Chiesa di Sua Maestà; anzi non gli sarebbe tornato difficile additarne lo scrittore, il quale, al postutto, aveva espresso semplicemente ciò che molti preti e molti faccendieri politici andavano tuttodì dicendo nelle sale del palazzo. Il Re non credè opportuno chiedere chi fosse cotesto scrittore, ma lasciando da parte lʼaccusa di falsità, protestò in tono veemente e solenne che non gli era mai venuto in capo il minimo pensiero di diseredare la maggiore delle sue figliuole. «Nessuno» disse egli «osò giammai accennarmene. Non gli avrei mai prestato ascolto: perocchè Dio non ci comanda di propagare la vera religione per mezzo dellʼingiustizia; e questa sarebbe la più stolta e snaturata ingiustizia.» Nonostante siffatte proteste, Barillon,[300]pochi giorni dopo, scrisse alla sua Corte che Giacomo aveva incominciato a porgere ascolto a consigli concernenti un cambiamento nellʼordine della successione; che la questione, senza alcun dubbio, era delicatissima, ma vʼera ragione a sperare che col tempo e collʼaccortezza si troverebbe una via a porre la Corona in capo a qualche Cattolico Romano escludendone le due Principesse.[301]Per molti mesi tale questione seguitò a discutersi daʼ più arrabbiati e stravaganti papisti cortigiani, i quali giunsero per fino a nominare i candidati alla regia dignità.[302]XXII. Nulladimeno eʼ non è probabile che Giacomo intendesse mai appigliarsi a così insano partito. Doveva conoscere che la Inghilterra non avrebbe nè anche per un solo giorno sopportato il giogo dʼun usurpatore, il quale per giunta fosse papista, e che ogni attentato contro i diritti della Principessa Maria avrebbe provocato mortale resistenza, e da parte di tutti coloro che avevano difesa la Legge dʼEsclusione, e da parte di tutti coloro che lʼavevano oppugnata. Non vʼè nondimeno il minimo dubbio che il Re fosse complice in unacongiura meno assurda ma non meno ingiustificabile contro i diritti delle proprie figliuole. Tyrconnel con lʼapprovazione del suo signore, aveva ordita una trama a separare la Irlanda dalla Monarchia Britannica, e porla sotto la protezione di Luigi, appena la corona passasse ad un sovrano protestante. Bonrepaux, al quale sopra ciò era stato chiesto consiglio, aveva comunicato quel disegno alla sua Corte, e gli era stato risposto dʼassicurare a Tyrconnel che la Francia a compierlo presterebbe ogni efficace soccorso.[303]Coteste pratiche, delle quali, quantunque forse non fossero esattamente conosciute allʼAja, vʼera forte sospetto, non debbono porsi da canto qualora si voglia equamente giudicare della condotta che pochi mesi dopo tenne la Principessa dʼOrange. Coloro che lʼaccusano di avere violato il debito filiale, è forza che ammettano che il suo fallo era grandemente escusato pei torti da lei sofferti. Se per giovare alla propria religione ella ruppe i più sacri vincoli del sangue, altro non fece che seguire lo esempio del padre. Essa non consentì a rovesciarlo dal trono se non quando fu certa chʼegli congiurava a diseredarla.XXIII. Bonrepaux aveva appena ricevute lettere che gli dicevano come Luigi avesse deliberato di aiutare Tyrconnel nella audace intrapresa, allorquando fu forza abbandonarne il pensiero. Nel cuore di Giacomo era già sceso il primo raggio dʼuna speranza di consolazione e diletto. La Regina era incinta.Innanzi la fine dʼottobre 1687, la nuova cominciò a bisbigliarsi. Eʼ fu notato come la Regina non fosse intervenuta a qualche pubblica cerimonia, dicendo di non sentirsi bene in salute. Eʼ fu detto che portava sempre addosso molte reliquiealle quali ascrivevasi virtù straordinaria. In breve la novella dalla reggia passò ai caffè della Metropoli e si sparse per tutto il paese. Pochi ne accolsero con gioia lo annunzio. Quasi tutta la nazione lʼudì con un sentimento misto di timore e di scherno. Certo non vʼera nulla di strano nella cosa. Il Re aveva pur allora compiuto il cinquantesimoquarto degli anni suoi. La Regina era nel meriggio della vita. Aveva già concepiti quattro figliuoli chʼerano morti; e lungo tempo dopo sgravossi dʼun altro bambino allorchè nessuno più aveva interesse a crederlo supposto, e che perciò non fu mai reputato tale. Nondimeno essendo corsi cinque anni dalla sua ultima gravidanza, la gente, governata dallo inganno che agli uomini rende credibile ciò chʼessi desiano, aveva cessato di temere chʼella darebbe un erede al trono. Dallʼaltra parte, nulla sembrava più naturale e probabile che una pia frode immaginata dai Gesuiti. Era certo chʼessi dovevano considerare lo scettro nelle mani della Principessa dʼOrange come una delle maggiori calamità che potessero accadere alla Chiesa. Era medesimamente certo chʼessi non avrebbero avuto scrupolo alcuno a fare ogni cosa necessaria a salvare la Chiesa loro da una grave calamità. In parecchi libri, scritti da ingegni eminenti della Compagnia e stampati con licenza deʼ superiori, insegnavasi distintamente che mezzi più contrari alle idee della giustizia e della umanità che non fosse quello dʼintrodurre un erede spurio in una famiglia, potevano legittimamente adoperarsi per fini meno importanti che non fosse la conversione dʼun Regno eretico. Sʼera sparsa la voce che alcuni deʼ regi consiglieri, e perfino il Re stesso, cospirassero a fraudare la Principessa Maria, in tutto o in parte, del suo legittimo retaggio. Nacque quindi nel popolo un sospetto, a dir vero non bene fondato, ma in nessuna maniera così assurdo come comunemente si suppone. La stoltezza di alcuni Cattolici Romani confermava il pregiudicio del volgo. Ragionavano del lieto evento come di cosa strana e miracolosa, come di opera di quello stesso Potere Divino che aveva reso Sara felice ed orgogliosa dʼIsacco, ed aveva concesso Samuele alle preci di Anna. Era di recente morta la Duchessa di Modena madre di Maria. Dicevasi che poco tempo innanzi di morireella supplicasse la Vergine di Loreto con fervidi voti e ricche offerte, a dare un figlio a Giacomo. Lo stesso Re nello antecedente agosto deviò dallo intrapreso viaggio per visitare il Pozzo Santo, dove aveva pregato San Venifredo a fine dʼottenere quel dono, senza il quale il suo gran disegno di propagare la vera fede sarebbe rimasto incompiuto. Glʼimprudenti zelatori che armeggiavano con siffatte novelle, predicevano con sicurezza che la creatura non ancor nata sarebbe un maschio, ed erano pronti a scommettere venti ghinee contro una. Affermavano che il cielo non ci si sarebbe intromesso senza un gran fine. Un certo fanatico annunciò che la Regina partorirebbe due gemelli, il maggiore deʼ quali sarebbe Re dʼInghilterra, il minore Pontefice di Roma. Maria non seppe nascondere il diletto con che udì tale vaticinio, e le sue cameriste si accôrsero che parlandogliene le recavano grandissima consolazione. I Cattolici Romani avrebbero fatto assai meglio se avessero favellato della gravidanza come di cosa naturale, e se si fossero mostrati temperanti nella loro inattesa ventura. Il loro insolente tripudio destò la pubblica indignazione. Dal Principe e dalla Principessa di Danimarca fino ai vetturini e alle pettegole niuno alludeva senza dileggio allo aspettato parto. I belli spiriti di Londra descrissero il nuovo miracolo in versi, i quali, come può bene supporsi, non erano troppo delicati. I rozzi scudieri delle campagne davano in uno scoppio di riso qualvolta sʼimbattevano in qualche persona semplice tanto da credere che la Regina dovesse positivamente di nuovo esser madre. Comparve un proclama del Re che ordinava al clero di leggere una formula di preghiera e rendimento di grazie, la quale era stata composta per cotesto lieto evento da Crewe e da Sprat. Il clero obbedì: ma fu notato che le congregazioni non rispondevano nè facevano segni di riverenza. Poco dopo in tutte le botteghe da caffè andò in giro una satira brutale contro i prelati cortigiani che avevano venduta la propria penna a Giacomo. Alla madre East toccò ancora buona parte dʼingiurie. Con quel volgare monosillabo i nostri antenati avevano degradato il nome della grande Casa dʼEste, che regnava in Modena.[304]La nuova speranza che sollevò lʼanimo del Re, sorgeva commista a non pochi timori. Qualche cosa di più che non fosse il nascimento di un principe di Galles, era necessaria al complemento deʼ disegni del partito gesuitico. Non era molto verosimile che Giacomo vivesse fino a tanto che il suo figliuolo fosse in età da esercitare la potestà regia. La legge non provvedeva al caso dʼun sovrano minorenne. Il regnante principe non era competente a fare per testamento gli opportuni provvedimenti. Il solo corpo legislativo poteva supplire a tale difetto. Se Giacomo, innanzi che si fosse ciò fatto, morisse lasciando un successore di tenera età, il potere sovrano indubitabilmente andrebbe nelle mani deʼ Protestanti. Queʼ Tory, i quali aderivano fermamente alla dottrina, che nulla poteva giustificarli a resistere al loro signore sovrano, non patirebbero scrupoli a snudare la spada contro una donna papista che osasse usurpare la tutela del reame e del Re fanciullo. Lʼesito della contesa non era da porsi in dubbio. Il Principe dʼOrange o la sua moglie sarebbe Reggente. Il giovane Re verrebbe posto nelle mani di istitutori eretici, le cui arti potrebbero speditamente cancellare dalla sua mente le impressioni ricevute nella prima fanciullezza. Egli sarebbe forse un altro Eduardo VI; e la grazia, ottenuta da Dio ad intercessione della Vergine Madre e di San Venifredo, diventerebbe una sciagura.[305]Questo era un pericolo al quale nulla, tranne un Atto del Parlamento, poteva provvedere; ed ottenere tale Atto non era facile.XXIV. Ogni cosa pareva indicare che ove le Camere venissero convocate, si ragunerebbero in Westminster animate dallo spirito del 1640. Lʼesito delle elezioni delle Contee malpoteva porsi in dubbio. Tutti i liberi possidenti, grandi e piccoli, chierici e laici, erano forte esasperati contro il Governo. Nella maggior parte di quelle città, dove il diritto di votare dipendeva dal pagare le imposte o dallʼoccupare certe possessioni, nessun candidato della corte ardirebbe mostrare il viso. Moltissimi deʼ membri della Camera dei Comuni erano eletti dalle corporazioni municipali, le quali erano state dianzi riordinate con lo scopo di distruggere la influenza dei Whig e dei Dissenzienti. Più di cento collegi elettorali erano stati spogliati del loro privilegio da tribunali devoti alla Corona, o erano stati persuasi a rinunziarlo volontariamente per evitare di esservi costretti. Ogni Gonfaloniere, ogni Aldermanno, ogni cancelliere comunitativo da Berwick a Helstone era Tory e credente nella Chiesa Anglicana: ma i Tory e gli Anglicani adesso più non erano devoti al Sovrano. I nuovi municipi erano più intrattabili degli antichi, e senza dubbio eleggerebbero rappresentanti, il cui primo Atto sarebbe quello di incriminare tutti i papisti del Consiglio Privato e tutti i componenti lʼAlta Commissione.Nella Camera deʼ Lordi lo aspetto non era meno minaccioso che in quella deʼ Comuni. Egli era certo che la immensa maggioranza deʼ Pari secolari avverserebbe le proposte del Re: e fra tutti i vescovi, che sette anni innanzi erano stati unanimi a difenderlo contro coloro i quali sforzavansi di privarlo del suo diritto ereditario, egli poteva sperare aiuto solo da quattro o cinque adulatori, spregiati daʼ loro colleghi e da tuttaquanta la nazione.[306]A quanti non erano accecati dalla passione, coteste difficoltà parevano insuperabili. I meno scrupolosi schiavi del Potere mostravano segni dʼinquietudine. Dryden diceva sotto voce che il Re provandosi dʼacconciare le cose, le rendeva più triste, e così dicendo sospirava gli aurei giorni dello spensieratoe buon Carlo.[307]Perfino Jeffreys tentennava. Fintanto che rimase povero, mostrossi in tutto e per tutto pronto ad affrontare lʼodio pubblico per amore di guadagno. Ma adesso, per mezzo della corruzione e delle estorsioni, aveva accumulate grandi ricchezze; e desiderava conservarle più presto che accrescerle. Il Re aspramente lo rimproverò di lentezza. Temendo che gli venisse tolto il Gran Sigillo, promise tutto ciò che gli fu chiesto: ma Barillon, scrivendo la cosa a Luigi, notò che il Re dʼInghilterra poteva avere poca fiducia in chiunque avesse qualche cosa da perdere.[308]XXV. Ciò non ostante, Giacomo deliberò di andare innanzi. La sanzione del Parlamento era necessaria al suo sistema; ed era manifestamente impossibile ottenerla da un libero e legittimo Parlamento: ma non sarebbe stato affatto impossibile, per mezzo della corruzione, delle minacce, dello arbitrio regio, dello stiracchiamento della legge, mettere insieme unʼassemblea che si chiamasse Parlamento e registrasse vogliosamente ogni qualunque editto del Sovrano. Dovevansi nominare tali relatori elettorali che si giovassero del minimo pretesto a dichiarare debitamente eletti i rappresentanti favorevoli al Re. Dovevasi far sapere ad ogni impiegato, dal massimo allʼinfimo, che ove egli desiderasse di ritenere lʼufficio era mestieri, in questa faccenda, mettere il voto agli ordini del Governo. Intanto lʼAlta Commissione terrebbe gli occhi sul clero. I borghi, i quali erano già stati riformati per servire ad un altro scopo, lo sarebbero di nuovo per servire a questo. Il Re sperava con tali mezzi ottenere la maggioranza nella Camera deʼ Comuni; e avuta questa, torrebbe a quella deʼ Lordi ogni arma da nuocere. A lui incontrastabilmente la legge dava la potestà di creare Pari senza limite alcuno; e adesso era risoluto dʼadoperarla. Non desiderava, e certo nessun sovrano potrebbe mai desiderarlo, di rendere spregevole la più alta dignità che la Corona possa concedere. Speravache chiamando alcuni eredi presuntivi allʼassemblea nella quale col tempo dovevano sedere, e conferendo titoli inglesi ad alcuni Lordi di Scozia e dʼIrlanda, potrebbe assicurarsi la desiderata maggioranza senza nobilitare uomini nuovi in tanto numero da rendere ridicoli la coronetta e lo ermellino, voglio dire i nomi di Duca e di Conte. Ma in caso di necessità non vʼera eccesso a cui egli non fosse pronto a trascorrere. Allorchè fra mezzo una numerosa brigata taluno disse che i Pari sarebbero intrattabili, «Stolto che siete,» esclamò Sunderland rivolto a Churchill, «le vostre compagnie di Guardie saranno tutte inalzate alla dignità di Pari.»[309]Deliberato dunque di adulterare il Parlamento, Giacomo si pose con metodo ed energia allʼardua opera. Comparve nella Gazzetta un proclama ad annunziare come il Re volesse riesaminare le Commissioni di Pace e di Luogotenenza, e ritenere neʼ pubblici uffici solo queʼ gentiluomini che fossero pronti a sostenere la sua politica.[310]Un comitato di sette consiglieri sedeva in Whitehall onde regolare—era questo il vocabolo—le corporazioni municipali. In quel comitato il solo Jeffreys rappresentava glʼinteressi del protestantismo; e il solo Powis i Cattolici moderati: tutti gli altri membri appartenevano alla fazione gesuitica. Fra essi era Petre, il quale aveva pur allora prestato giuramento di Consigliere Privato. Finchè egli non prese seggio al Banco, la dignità ricevuta era stata un segreto per ciascuno, fuori che per Sunderland. A questa nuova violazione della legge il pubblico sdegno scoppiò in violenti clamori; e fu notato che i Cattolici Romani ne sparlavano più deʼ Protestanti. Il vano ed ambizioso Gesuita ebbe adesso lo incarico di disfare e rifare mezzi i collegi elettorali del Regno. Sotto la direzione del Comitato deʼ Consiglieri Privati fu istituito un Sotto-Comitato composto di faccendieri di grado più basso, ai quali erano affidate le minuzie dellʼimpresa. I Sotto-Comitati locali in tutto il paese comunicavano col seggio centrale in Westminster.[311]XXVI. Coloro dai quali Giacomo precipuamente sperava aiuto in cotesta nuova ed ardua intrapresa, erano i Lordi Luogotenenti. A ciascuno di costoro furono mandati ordini in iscritto perchè immediatamente si recasse nella propria Contea. Quivi doveva chiamare dinanzi a sè tutti i Giudici di Pace, e far loro parecchie domande congegnate in modo da chiarire come essi si condurrebbero in una generale elezione. Doveva fedelmente notare le loro risposte e trasmetterle al Governo. Doveva presentare una lista di Cattolici Romani e di Dissenzienti che avessero più requisiti per occupare gli uffici civili e militari. Doveva inoltre indagare le condizioni deʼ borghi nella sua Contea, e riferire tutto ciò che fosse necessario a guidare le operazioni dellʼUfficio deʼ Regolatori. Gli fu ingiunto di eseguire cotesti ordini da sè, e inibito di delegare qualunque altra persona.[312]XXVII. Il primo effetto che tali ordini produssero avrebbe tosto fatto rinsavire un principe meno ebbro di Giacomo. Metà deʼ Lordi Luogotenenti dʼInghilterra perentoriamente ricusarono di prestarsi allʼodioso servigio che da essi voleva il Governo; e furono incontanente destituiti. Tutti coloro sopra i quali piombò questa gloriosa sciagura, erano Pari di gran conto e fino allora considerati come strenui propugnatori della monarchia. È pregio dellʼopera che di taluni sia fatto peculiare ricordo.Il più nobile suddito inglese, e per vero, secondo che glʼInglesi solevano dire, il più nobile suddito che fosse in Europa, era Aubrey De Vere, ventesimo ed ultimo degli antichi Conti dʼOxford. Derivava il suo titolo, per una non interrotta linea mascolina, da un tempo in cui le famiglie di Howard e di Seymour erano ancora nella oscurità, quando i Neville e i Percy avevano solo rinomanza provinciale, e quando il gran nome di Plantageneto non sʼera per anche udito in Inghilterra. Uno dei capi della famiglia De Vere era rivestito dʼalto comando in Hastings: un altro aveva marciato con Goffredo e Tancredi sopra cumuli di teste musulmane al Sepolcro di Cristo. Il primo Conte dʼOxford era stato ministro ad Enrico Beauclerc. Il terzo Conte si era reso notevole fraʼ Lordi,i quali strapparono laMagna Chartaa Giovanni. Il settimo Conte aveva strenuamente pugnato a Cressy e Pointiers. Il decimoterzo Conte tra mezzo a molte vicende di fortuna era stato capo del partito della Rosa Rossa, ed aveva capitanato il vanguardo nella battaglia campale di Bosworth. Il decimosettimo Conte nella Corte dʼElisabetta sʼera acquistato onorato seggio fra i vetusti poeti inglesi. Il decimonono Conte era caduto combattendo per la Religione Protestante e per la libertà della Europa sotto le mura di Maastricht. Il suo figlio Aubrey, nel quale si estinse la più lunga e più illustre discendenza deʼ Nobili inglesi, uomo di morale dissoluta, ma dʼindole inoffensiva e di maniere cortigianesche, era Lord Luogotenente dʼEssex, e Colonnello degli Azzurri. Non era di carattere fazioso, e per interesse propendeva ad evitare ogni rottura con la Corte; perocchè il suo patrimonio era impacciato; e il suo comando militare, lucroso. Fu chiamato alle stanze del Re, il quale gli chiese quale fosse il suo intendimento. «Sire,» rispose Oxford «verserò per la Maestà Vostra contro tutti i suoi nemici fino lʼultima stilla del mio sangue. Ma in cotesto affare ne va la coscienza, e non posso obbedire.» Gli furono in sullʼistante tolti il reggimento e la luogotenenza.[313]XXVIII. Inferiore per antichità e splendore alla casa De Vere, ma ad essa sola, era quella di Talbot. Dal regno di Eduardo III in poi, i Talbot avevano sempre seduto fraʼ Pari del Regno. La Contea di Shrewsbury era stata, nel secolo decimoquinto, concessa a Giovanni Talbot, lo antagonista della Pulcella dʼOrleans. I suoi concittadini lo avevano lungo tempo ricordato con riverenza ed affetto quale uno deʼ più illustri fra quei guerrieri, che sʼerano sforzati a fondare un grande impero inglese nel Continente dʼEuropa. Lo indomito coraggio, di cui egli fece prova fra mezzo ai disastri, aveva per lui destato uno interesse maggiore di quello che avevanoispirato capitani più fortunati; e la sua morte aveva apprestato al nostro antico teatro una commoventissima scena. I suoi posteri, per dugento anni, goderono deʼ più grandi onori. Capo della famiglia a tempo della Restaurazione era Francesco, undecimo Conte, e Cattolico Romano. La sua morie era stata accompagnata da vicissitudini, che anche in queʼ licenziosi tempi che seguirono alla caduta della tirannide dei Puritani, avevano in tutti destato orrore e pietà. Il Duca di Buckingham nel corso deʼ suoi scandalosi amori sʼinvaghì per un istante della Contessa di Shrewsbury. Ella agevolmente gli si arrese. Il marito sfidò il drudo, e cadde morto. Taluni affermarono che lʼabbandonata donna, travestita da uomo, si stette a vedere il duello, ed altri che essa strinse al seno il vittorioso amante ancora lordo del sangue del suo marito. Le dignità dellʼucciso passarono al suo figliuolo, ancora infante, che aveva nome Carlo. Giunto lʼorfanello alla virilità, tutti confessavano che fraʼ giovani Nobili dellʼInghilterra a nessuno, quanto a lui, la natura era stata prodiga deʼ suoi doni. Aveva prestante la persona, singolarmente dolce lʼindole, tanto alto lo ingegno, che ove gli fosse toccato di nascere in umile condizione, si sarebbe potuto inalzare alle maggiori dignità civili. Tante squisite doti egli aveva siffattamente perfezionate, che innanzi che uscisse di minorità, era reputato uno deʼ più egregi gentiluomini e sapienti deʼ tempi suoi. Della sua dottrina porgono testimonio libri dʼogni genere, che tuttora esistono, postillati di sua mano. Parlava il francese al pari dʼun ciamberlano della Corte di Re Luigi, e lʼitaliano come un cittadino di Firenze. Era impossibile che un tanto giovane non desiderasse sapere le ragioni per cui la sua famiglia aveva ricusato di uniformarsi alla religione dello Stato. Studiò con somma cura le dottrine controverse, sottopose i suoi dubbi ad alcuni sacerdoti della sua propria religione, pose le loro risposte sotto gli occhi di Tillotson, ponderò lungamente e con attenzione gli argomenti prodotti da ambe le parti, e dopo due anni dʼesame si fece Protestante. La Chiesa Anglicana accolse con gioia lo illustre convertito. Egli godeva grande popolarità, la quale divenne maggiore dopo che si seppe come il Re avesse indarno adoperate sollecitazioni e promesse a farlo ritornarealla abiurata superstizione. Nondimeno il carattere del giovine Conte non si esplicò in modo affatto soddisfacente a coloro che avevano principalmente cooperato a convertirlo. I suoi costumi non ischivarono il contagio del libertinismo comune alle classi elevate. E veramente la scossa, che aveva distrutti i suoi pregiudizi, aveva nel tempo stesso rese fluttuanti le sue opinioni lasciandolo in piena balìa al proprio sentire. Ma comecchè i suoi principii difettassero di fermezza, i suoi impulsi erano così generosi, la sua indole sì blanda, i suoi modi cotanto graziosi e semplici, che tornava impossibile non amarlo. Lo chiamarono tosto il Re deʼ Cuori, e per tutto il corso dʼuna lunga, fortunosa ed agitatissima vita, non demeritò mai tal nome.[314]Shrewsbury era Lord Luogotenente della Contea di Stafford e colonnello dʼuno deʼ reggimenti di cavalleria fatti in occasione della insurrezione delle Contrade Occidentali, e perchè ricusò di ubbidire alle voglie deʼ Regolatori, fu privato di entrambi gli uffici.XXIX. Nessuno deʼ Nobili inglesi aveva reputazione nel pubblico al pari di Carlo Sackville Conte di Dorset. E davvero egli era insigne uomo. In gioventù era stato uno deʼ più famosi libertini deʼ licenziosi tempi della Restaurazione. Era stato il terrore delle guardie di Città, aveva passate molte notti nel corpo di guardia, e infine fu rinchiuso nella prigione di Newgate. La sua passione per Bettina Morrice, e per Norina Gwynn, che lo chiamava il suo Carlo I, aveva apprestato non poca materia di sollazzo e di scandalo alla città.[315]Nondimeno fra mezzo alle follie e ai vizi, ciascuno riconosceva il suo coraggio, il suo squisito intendimento, e la natia bontà del suo cuore. Dicevano che gli eccessi, ai quali sʼera abbandonato, fossero a lui comuni con tutta la classe deʼ gaii giovani Cavalieri;ma la sua pietà pel dolore altrui e la generosità con che egli espiava i suoi torti, erano qualità tutte sue. I colleghi maravigliavansi della distinzione che il pubblico faceva tra lui ed essi. «Qualunque cosa egli faccia,» diceva Wilmot «non ha mai torto.» Lʼopinione del mondo divenne più favorevole a Dorset quando il fuoco dellʼanima sua fu temperato dagli anni e dal matrimonio. Le sue graziose maniere, il suo gaio conversare, la dolcezza del suo cuore, la generosità della sua mano, universalmente lodavansi. Dicevasi non vi fosse giorno in cui qualche sventurata famiglia non avesse cagione a benedire il nome di lui. E nulladimeno, con tutta la sua buona indole, erano tali le punture deʼ suoi sarcasmi, che coloro i quali erano da tutta la città temuti pel loro spirito satirico, temevano forte la lingua di Dorset. Tutti i partiti politici lo stimavano e carezzavano: ma la politica non gli andava molto a sangue. Sʼegli dalla necessità avesse avuto incitamento a cercare ventura, probabilmente si sarebbe inalzato ai più alti uffici pubblici; ma la sua schiatta era sì illustre e la sua opulenza sì vasta, che mancavano a lui gli sproni più potenti che stimolano gli uomini a gettarsi neʼ pubblici affari. La parte che egli ebbe nel Parlamento e nella Diplomazia basta a dimostrare che a lui nullʼaltro mancava che la inclinazione per gareggiare con Danby e con Sunderland: ma ei si volse a studi che maggiormente gli talentavano. Al pari di molti, i quali, forniti di doti naturali, sono per indole ed abitudine indolenti, divenne buontempone, voluttuoso, e maestro in quelle dilettevoli conoscenze che si acquistano senza severa applicazione. Era universalmente tenuto pel miglior giudice che fosse nella Corte in materia di pittura, scultura, architettura e teatri. Nelle questioni di lettere amene i suoi giudizi erano considerati in tutti i Caffè come inappellabili. Varie egregie produzioni drammatiche, che non erano state applaudite alla prima rappresentazione, si sostennero col solo soccorso della autorità di lui contro i clamori della platea, e si avventurarono con prospero esito ad una seconda prova. La squisitezza del suo gusto nella letteratura francese ebbe le lodi di Saint-Evremond e di La Fontaine. La Inghilterra non aveva mai avuto un uguale protettore delle lettere. La suabontà estendevasi con pari giudizio e liberalità a tutti, senza riguardo di sètte o di fazioni. Glʼingegni, lʼuno allʼaltro avversi per gelosia letteraria o per diversità dʼopinioni politiche, concordavano a riconoscere la sua imparziale cortesia. Dryden confessava dʼessere stato salvato dalla rovina per la principesca generosità di Dorset. E nel tempo medesimo Montague e Prior, che avevano scritto pungenti satire contro Dryden, furono posti da Dorset nella vita pubblica; e la migliore commedia di Shadwell, mortale nemico di Dryden, fu scritta in una villa di Dorset. Il magnifico Conte, ove ne avesse avuta voglia, avrebbe potuto rivaleggiare con coloro ai quali contentavasi dʼessere benefattore; imperciocchè i versi chʼegli alcuna volta compose, per quanto non fossero studiati, rivelano un ingegno, il quale, assiduamente coltivato, avrebbe prodotto qualche cosa di grande. Nel volumetto delle sue opere si trovano canzoni che hanno la spontanea vigoria di Suckling, e satire nelle quali scintilla lo arguto spirito di Butler.[316]Dorset era Lord Luogotenente di Sussex, e sopra Sussex i Regolatori tenevano con ansietà fitti gli occhi: imperocchè in nessuna altra Contea, tranne Cornwall e Wiltshire, era sì gran numero di piccoli borghi. Gli fu ingiunto di recarsi al suo posto. Niuno di coloro che lo conoscevano aspettavasi chʼegli obbedisse. Rispose come conveniva, e gli fu annunciato non esservi più mestieri deʼ suoi servigi. Si accrebbe lo interesse che ispiravano le sue nobili ed amabili qualità, poichè si seppe chʼegli aveva ricevuto per la posta una lettera cieca, in cui si diceva che, ove egli non si prestasse prontamente ai desiderii del Re, tutto il suo ingegno e la sua popolarità nonlo avrebbero salvato dallo assassinio. Simile ammonimento era stato mandato a Shrewsbury. Le lettere di minaccia erano allora più rare di quello che divennero poi. Non è quindi strano che il popolo esasperato inchinasse a credere che i migliori e più nobili uomini dʼInghilterra dovevano veramente essere vittime deʼ pugnali papisti.[317]Appunto quando coteste lettere formavano il chiacchiericcio di tutta Londra, trovossi in sulla via mutilato il cadavere dʼun cospicuo Puritano. Tosto si conobbe che il braccio dello assassino non era stato mosso da cagione religiosa o politica. Ma i primi sospetti della plebe caddero sopra i papisti. Lo sbranato corpo fu portato in processione alla casa deʼ Gesuiti nel Savoy; e per poche ore il terrore e la rabbia del popolaccio non furono meno violenti che nel giorno in cui lʼassassinato Godfrey fu portato alla sepoltura.[318]Le altre destituzioni vanno con maggior brevità riferite. Il Duca di Somerset, al quale pochi mesi prima era stato tolto il comando del reggimento, adesso fu privato della luogotenenza di East-Riding nella Contea di York. Il North-Riding fu tolto al Visconte Fauconberg, il Shropshire al Visconte Newport, e la Contea di Lancastro al Conte di Derby, nipote dello strenuo cavaliere, che animosamente era corso incontro alla morte per difendere la Casa Stuarda. Il Conte di Pembroke, il quale di recente aveva con fedeltà e coraggio difesa la Corona contro Monmouth, fu destituito nel Wiltshire, il Conte di Rutland nella Contea di Leicester, il Conte di Bridgewater in quella di Buckingham, il Conte di Thanet in Cumberland, il Conte di Northampton nella Contea di Warwick, il Conte dʼAbingdon in quella di Oxford, e in quella di Derby il Conte di Scarsdale. Questi fu anche destituito dallʼufficio di colonnello di cavalleria, e da un altro ufficio nella casa della Principessa di Danimarca. Essa lottò per mantenerlo al suo servizio, e cedette solo ad un comando perentorio del padre. Il Conte di Gainsborough fu cacciato non solo dalla luogotenenza di Hampshire, ma anche dal governo di Portsmouth edalla ispezione di New-Forest, due posti che egli pochi mesi prima aveva comperati per cinquemila lire sterline.[319]Il Re non potè trovare nessuno deʼ grandi Lordi, e, per dir vero, deʼ Lordi Protestanti di nessuna specie, i quali volessero accettare gli uffici vacanti. E gli fu mestieri assegnare due Contee a Jeffreys, uomo nuovo che possedeva pochi beni territoriali, e due a Preston, il quale non era nè anche Pari Inglese. Le altre Contee le quali rimasero senza governatori, furono affidate ad alcuni ben noti Cattolici, o a cortigiani che avevano secretamente promesso a Giacomo di dichiararsi cattolici appena lo potessero prudentemente fare.XXX. Alla perfine la nuova macchina fu messa in azione; e tosto da ogni parte del Regno arrivarono nuove che non era punto riuscita. Il catechismo, a norma del quale i Lordi Luogotenenti dovevano saggiare le opinioni deʼ gentiluomini delle campagne, comprendeva tre questioni. Dovevasi chiedere ad ogni magistrato, e ad ogni luogotenente deputato, primo, se nel caso chʼegli venisse eletto rappresentante al Parlamento, voterebbe a favore dʼuna proposta formata secondo i principii della Dichiarazione dʼIndulgenza; secondo, se, come elettore, sosterrebbe i candidati impegnati a votare a favore di quella proposta; terzo, se, come uomo privato seconderebbe i benevoli disegni del Re vivendo in pace con gli uomini di qualunque religione si fossero.[320]XXXI. Appena furono spedite le domande, una formula di risposta, congegnata con ammirevole arte, fu mandata in giro per tutto il Reame, e venne generalmente adottata; ed era del seguente tenore: «Come membro della Camera deʼ Comuni, ove avessi lʼonore di esserlo, sarà mio debito ponderare con gran cura tutte le ragioni che nella discussione si adducessero pro e contro una legge dʼIndulgenza, e quindi voterò secondo la convinzione della mia coscienza. Come elettore, sosterrò queʼ candidati le cui opinioni intorno ai doveri di rappresentante concorderanno con le mie. Come uomo privato, desidero vivere in pace ed affetto con ciascuno.» Questa rispostapiù provocante dʼun diretto rifiuto, come quella che olezzava un poco di sì castigata e decorosa ironia da non destare risentimento, fu tutto ciò che gli emissari della Corte poterono ricavare dalle labbra di quasi tutti i gentiluomini delle campagne. Ragioni, promesse, minacce, tutto fu vano. Il Duca di Norfolk, comecchè fosse Protestante e non approvasse il procedere del Governo, aveva acconsentito a servirlo da agente in due Contee. Prima andò in Surrey dove sʼaccôrse di non potere far nulla.[321]Poi passò a Norfolk, e tornò indietro per annunziare al Re che di settanta notevoli gentiluomini che erano in ufficio in quella grande provincia, solo sei porgevano speranza che sosterrebbero la politica della Corte.[322]Il Duca di Bedford, la cui autorità estendevasi sopra quattro Contee inglesi e sopra tutto il Principato di Galles, ritornò a Whitehall con nuove non meno scoraggianti.[323]Rochester era Lord Luogotenente della Contea di Hertford. Aveva consumato tutto quel poco di virtù che egli aveva in cuore lottando contro la tentazione di vendere la propria fede religiosa. Lo vincolava tuttavia alla Corte unʼannua pensione di quattromila lire sterline; e in ricambio era pronto a rendere al Governo qualunque servigio, comunque illegale e disonorevole, purchè non si volesse da lui una formale riconciliazione con Roma. Aveva volentieri accettato lo incarico di corrompere la sua Contea; e lo eseguì, secondo era suo costume, con indiscreto ardore e violenza. Ma la sua collera non produsse alcuno effetto negli animi inflessibili degli scudieri ai quali ei sʼera rivolto. Ad una voce gli dissero di non volere mandare al Parlamento un uomo, il quale fosse disposto a votare per la distruzione delle guarentigie della fede protestante.[324]La medesima risposta fu data al Cancelliere nella Contea di Buckingham.[325]I gentiluomini di quella di Shrop, ragunati a Ludlow, unanimemente ricusarono di vincolarsi con la promessa che il Re chiedevaloro.[326]Il Conte di Yarmouth riferì dal Wiltshire che di sessanta magistrati e Deputati Luogotenenti, coi quali aveva tenuto ragionamento, soli sette avevano date risposte favorevoli, ed anche in queʼ sette non era da fidare.[327]Il rinnegato Peterborough non fece nulla di buono nella Contea di Northampton.[328]Il suo confratello rinnegato, Dover, ebbe la medesima sorte nella Contea di Cambridge.[329]Preston recò sinistre nuove da Cumberland e Westmoreland. Le Contee di Dorset e di Huntingdon erano animate del medesimo spirito. Il Conte di Bath, dopo lunghe pratiche, ritornò dalle Contrade Occidentali con tristi augurii. Aveva avuta potestà di fare le più seducenti offerte agli abitatori di quella regione. In ispecie aveva loro promesso che ove si mostrassero riverenti ai voleri del sovrano, il traffico del rame sarebbe reso libero dalle oppressive restrizioni che lo gravavano. Tutti i Giudici e i Deputati Luogotenenti di Devonshire e di Cornwall, senza eccettuarne nè anche uno, dichiararono dʼesser pronti a porre a repentaglio vita e sostanze pel Re, ma la religione protestante era ad essi più cara della roba e della vita. «Sire,» soggiunse Bath «se Vostra Maestà destituisse tutti cotesti gentiluomini, i successori loro darebbero precisamente la medesima risposta.»[330]Se vi era distretto in cui il Governo potesse sperare esito prospero, era quello di Lancastro. Molto dubitavasi del risultamento di ciò che quivi succedeva. In nessuna parte del reame era sì gran numero di famiglie sempre fide alla vecchia religione. I capi di molte di quelle famiglie, per virtù della potestà di dispensare, erano stati fatti Giudici di Pace, e comandanti delle milizie civiche. E nonostante, dalla Contea di Lancastro il nuovo Luogotenente, chʼera cattolico romano, riferì come due terzi dei deputati e deʼ magistrati procedessero avversi alla Corte.[331]Ma ciò che seguì in Lancastro irritò anche più profondamentelʼorgoglio del Re. Arabella Churchill, venti e più anni innanzi, gli aveva partorito un figlio, che dipoi acquistò gran fama dʼessere il più esperto capitano dʼEuropa. Il giovinetto, che aveva nome Giacomo Fitzjames, non aveva per anche dato segni di dovere pervenire a quellʼaltezza a cui poscia pervenne: ma i suoi modi erano così gentili e inoffensivi chʼegli non aveva altro nemico che Maria di Modena, la quale da lungo tempo sentiva pel figlio della concubina lʼimplacabile odio dʼuna moglie priva di figliuoli. Alcuni della fazione gesuitica, avanti lo annunzio della gravidanza della Regina, avevano seriamente pensato di contrapporlo come rivale alla Principessa dʼOrange.[332]Ove si rammenti che Monmouth, comecchè fosse creduto legittimo dal volgo, e fosse campione della religione dello Stato, aveva pienamente fallito in un simigliante tentativo, eʼ sembra straordinario che vi fossero uomini tanto ciechi per fanatismo, da pensare di porre sul trono un giovane che era universalmente conosciuto come bastardo papista. Eʼ non parve che il Re secondasse mai un così assurdo disegno. Il fanciullo, nondimeno, fu riconosciuto, e gli furono prodigate tutte quelle onorificenze che si possano concedere ad un suddito che non sia di sangue regio. Era stato creato Duca di Berwick, ed allora occupava non pochi onorevoli e lucrosi uffici, tolti a queʼ Nobili che avevano ricusato di arrendersi ai desiderii sovrani. Successe al Conte dʼOxford nel grado di colonnello degli Azzurri, e al Conte di Gainsborough nella Luogotenenza di Hampshire, nella ispezione di New-Forest, e nel Governo di Portsmouth. Berwick aspettavasi che gli venisse incontro, alla frontiera di Hampshire, secondo era costume, una lunga cavalcata di baronetti, cavalieri, e scudieri: ma non ci fu una sola persona di riguardo che si mostrasse a dargli il benvenuto. Ordinò per lettere ai gentiluomini che comparissero al suo cospetto, ma solo cinque o sei obbedirono: gli altri non aspettarono dʼessere destituiti per dichiarare chʼessi non parteciperebbero al Governo civile e militare della loro Contea, mentre il Re vi era rappresentato da un papista; e deposero, di propria volontà, i loro uffici.[333]Sunderland, il quale era stato nominato Lord Luogotenente della Contea di Northampton, trovò qualche pretesto per non andare ad affrontare lo sdegno e lo spregio deʼ gentiluomini di quella Contea; e le sue scuse furono di leggieri ammesse, dacchè il Re aveva cominciato a intendere come non fosse da porre speranza alcuna nei gentiluomini delle campagne.[334]È da notarsi che coloro i quali mostravansi così animosi non erano gli antichi nemici della Casa Stuarda. Dalle commissioni di Pace e di Luogotenenza erano stati già da lungo tempo eliminati tutti i nomi repubblicani. Coloro, dai quali la Corte si era indarno studiata dʼottenere la promessa di secondarla, erano, senza eccettuarne nè anche uno, tutti Tory. I più vecchi di loro avevano le cicatrici delle ferite riportate dalle spade delle Teste-Rotonde, e le ricevute delle argenterie con le quali avevano soccorso Carlo I in bisogno. I più giovani avevano fermamente parteggiato per Giacomo contro Shaftesbury e Monmouth. Tali erano coloro che furono destituiti in massa da quello stesso principe, al quale avevano dato cotanto segnalate prove di fedeltà. Ma la cacciata dallʼufficio altro non fece che renderli più inflessibili nel loro proponimento. Essi consideravano come sacro punto dʼonore difendersi animosamente a vicenda in cotesta crisi. Non vi poteva essere dubbio che, raccogliendo onestamente i suffragi deʼ liberi possidenti, non verrebbe eletto nè anche un solo rappresentante favorevole alla politica del Governo. Gli elettori con grande ansietà chiedevansi a vicenda se fosse verosimile che i suffragi venissero onestamente raccolti.XXXII. Aspettavasi con impazienza la lista degli Sceriffi per lʼanno nuovo. Giunse nelle Contee mentre i Lordi Luogotenenti affaccendavansi neʼ loro maneggi elettorali, e fu ricevuta con universale grido di timore e di sdegno. La maggior parte di coloro che dovevano presedere alle elezioni delle Contee, erano Cattolici Romani o Protestanti Dissenzienti, i quali avevano approvata la Dichiarazione dʼIndulgenza.[335]Per qualche tempo regnò gravissimo timore; ma poco dopo sispense. Eravi buona ragione a credere che vi fosse un punto oltre il quale il Re non poteva nemmeno sperare la cooperazione degli Sceriffi suoi correligionari.XXXIII. Tra il cattolico cortigiano e il gentiluomo di campagna cattolico era poca simpatia. La cabala che predominava in Whitehall era composta in parte di fanatici, pronti a rompere tutti i principii della morale e mandare a soqquadro il mondo a fine di propagare la religione loro, e in parte dʼipocriti, i quali per cupidigia di guadagno avevano rinnegata la fede in che erano cresciuti, e adesso travarcavano i confini dello zelo che è proprio dei neofiti. Entrambi, i fanatici cortigiani e glʼipocriti, erano generalmente privi dʼogni patrio sentimento, che in alcuni di loro era stato spento dallo affetto per la propria Chiesa. Alcuni erano Irlandesi, il cui patriottismo consisteva nellʼodiare mortalmente i Sassoni conquistatori dellʼIrlanda. Altri erano traditori stipendiati da un Potentato straniero. Taluni avevano passata gran parte della loro vita lungi dal patrio suolo, e, od erano cosmopoliti, od aborrivano i costumi e le istituzioni del paese chʼerano deputati a governare. Tra cosiffatti uomini e il gentiluomo rurale di Chester o di Stafford che aderiva alla vecchia Chiesa, non era nulla di comune. Senza essere nè fanatico nè ipocrita, era Cattolico Romano, perchè il padre e lʼavo erano stati Cattolici; e manteneva lʼavita fede come generalmente gli uomini sogliono fare, cioè con sincerità, ma con poco entusiasmo. In ogni altra cosa egli era un semplice scudiere o possidente inglese; e se differiva daʼ suoi vicini, differiva in ciò chʼegli era più semplice e contadinesco di loro. Per le sue incapacità civili non aveva potuto esplicare le sue doti intellettuali fino a quellʼaltezza—comunque fosse moderata—alla quale giungevano ordinariamente glʼintelletti deʼ protestanti gentiluomini delle campagne. Nella fanciullezza escluso da Eaton e da Westminster, nella gioventù da Oxford e da Cambridge, e nella virilità dal Parlamento e dalle magistrature, generalmente ei vegetava tranquillo come gli olmi del viale che conduceva alla rustica magione degli avi suoi. I campi, le cascine, i cani, la canna da pescare, lo schioppo, il sidro, la birra e il tabacco occupavano pressochè tutti i suoi pensieri.Coʼ suoi vicini, malgrado la differenza di religione, era per lo più in amichevoli relazioni: perocchè essi lo sperimentavano inoffensivo e scevro di ambizione. Egli era quasi sempre di buona ed antica famiglia, e sempre Cavaliere. Le sue peculiari opinioni, delle quali ei non faceva pompa, non davano noia a nessuno. Egli non tormentava, al pari del Puritano, sè ed altrui, scrupoleggiando sopra ogni cosa che fosse dilettevole. Allʼincontro egli era allegro cacciatore, e compagnevole quanto qualunque altro uomo, che avesse prestato il giuramento di supremazia, e fatta la dichiarazione contro la transustanziazione. Trovavasi coʼ suoi vicini allʼagguato, inseguiva con essi il fuggente animale, e finita la caccia, gli conduceva seco a casa a mangiare un pasticcio e bere un bicchiere di vecchia birra. Lʼoppressione da lui sofferta non era stata tale da spingerlo a disperati eccessi. Anche quando la sua Chiesa pativa barbara persecuzione, egli aveva corso lieve pericolo nella vita e negli averi. I più impudenti e falsi testimoni mal potevano rischiarsi ad oltraggiare il buon senso, accusando il gentiluomo cattolico come reo di congiura. I papisti che Oates volle colpire, erano Pari, Prelati, Gesuiti, Benedettini, faccendieri politici, rinomati legisti, medici di Corte. Il gentiluomo cattolico delle campagne, protetto dalla propria vita oscura e pacifica, e dal buon volere deʼ suoi vicini, faceva il suo ricolto di fieno, o riempiva di caccia la sua carniera senza molestia veruna, mentre Colemann e Langhorne, Whitbread e Pikering, lo Arcivescovo Plunkett e Lord Stafford, morivano di capestro o di scure. Parecchi scellerati, a dir vero avevano tentato accusare di tradimento Sir Tommaso Gascoigne, vecchio baronetto cattolico della Contea di York: ma dodici fraʼ migliori gentiluomini del West-Riding, che conoscevano il suo modo di vivere, non poterono persuadersi che lʼonesto vecchio avesse assoldati sicari ad assassinare il Re; e in onta alle accuse, che fecero poco onore ai giudici, lo dichiararono innocente. Talvolta, in verità, il capo dʼunʼantica e rispettabile famiglia di provincia forse amaramente considerava dʼessere escluso, a cagione delle sue religiose credenze, dagli uffici e dalle dignità che uomini di più umile stirpe e meno opulenti erano reputati capaci dʼoccupare: ma era poco inchinevole arischiare le sostanze e la vita in una lotta sproporzionatamente disuguale; e lʼonesto suo patriottismo avrebbe con raccapriccio aborrito dai pensieri di Petre e di Tyrconnel. Certo ei sarebbe stato pronto, come ciascuno deʼ suoi vicini protestanti, a cingersi la spada ed a porre le pistole negli arcioni per difendere la terra natia contro i Francesi o i papisti dʼIrlanda. Tale era comunemente il carattere degli uomini deʼ quali Giacomo voleva servirsi come di strumento a condurre a suo modo le elezioni delle Contee. Ei tosto sʼaccôrse come essi non fossero propensi a perdere la stima deʼ loro concittadini, e mettere in pericolo il capo e la roba, rendendo al Sovrano infami e criminosi servigi. Parecchi di loro non accettarono la nomina di Sceriffo. Di coloro i quali accettarono lʼufficio, molti dichiararono che farebbero onestamente il debito proprio, come se fossero membri della Chiesa dello Stato, e non proclamerebbero eletto alcun candidato che non riportasse la maggioranza deʼ suffragi.[336]XXXIV. Se il Re poteva poco confidare neʼ suoi Sceriffi Cattolici, anche meno lo poteva neʼ Puritani. Dacchè era stata pubblicata la Dichiarazione dʼIndulgenza, erano corsi vari mesi pieni di gravissimi eventi e di continue controversie. Il lungodiscutere aveva aperti gli occhi a molti Dissenzienti: ma gli Atti del Governo, e segnatamente il rigore col quale aveva trattato il Collegio della Maddalena, avevano contribuito, anche più della penna di Halifax, a insospettire e collegare tutte le classi deʼ Protestanti. Molti di queʼ settari che sʼerano indotti ad esprimere la propria gratitudine per la Indulgenza, adesso vergognavano del proprio errore, ed erano desiderosi di fare ammenda accomunando le loro sorti a quelle del maggior numero deʼ loro concittadini.A cagione di cotesto mutamento seguito neʼ Non-Conformisti, il Governo trovò nella città ostacoli pressochè uguali a quelli che aveva incontrato nelle Contee. Quando i Regolatori incominciarono lʼopera loro, reputarono come certo che ogni Dissenziente, beneficiato dalla Indulgenza, sarebbe favorevole alla politica del Re. Erano quindi sicuri di potere mettere in tutti gli uffici municipali del Regno fermissimi amici. Nei nuovi statuti municipali la Corona sʼera riserbata la potestà di destituire, a suo arbitrio, i magistrati, e adesso lʼadoperò illimitatamente. Non era al pari evidente che Giacomo avesse la potestà di nominare nuovi magistrati; ma, lʼavesse o non lʼavesse, egli era deliberato dʼarrogarsela. In ogni parte, dal Tweed al Landʼs End tutti i funzionari Tory furono destituiti, e negli uffici vacanti furono posti Presbiteriani, Indipendenti, e Battisti. Nel nuovo statuto municipale di Londra la Corona sʼera riserbata la potestà di destituire i Maestri, i Direttori, e gli Assessori di tutte le compagnie. E però più di ottocento spettabilissimi cittadini, tutti aderenti a quel partito che aveva avversata la Legge di Esclusione, furono con un solo editto cacciati daʼ loro uffici. Poco dopo, comparve un supplemento a cotesta lunga lista.[337]Ma avevano appena prestato giuramento i nuovi ufficiali, allorquando si conobbe come essi fossero intrattabili quanto i loro predecessori. In Newcastle-on-Tyne i Regolatori nominarono un Gonfaloniere Cattolico Romano, e Aldermanni Puritani. Non dubitavasi punto che il corpo municipale, siffattamente ricostituito, non votasse un indirizzo, dichiarando di volere secondarei provvedimenti del Re. Ma quando fu proposto dal Gonfaloniere, venne rigettato; onde egli corse furioso a Londra per dire al Re che i Dissenzienti erano tutti birboni e ribelli, e che in tutto il Municipio di Governo non poteva sperare altro che quattro voti.[338]In Reading furono destituiti ventiquattro Aldermanni Tory, ed eletti altrettanti nuovi, deʼ quali ventitrè, dichiaratisi immediatamente avversi alla Indulgenza, furono anche essi cacciati via.[339]In pochi giorni il borgo di Yarmouth fu retto da tre diverse magistrature; tutte medesimamente ostili alla corte.[340]Questi sono semplici esempi di ciò che accadeva in tutto il reame. Lo ambasciatore Olandese scrisse agli Stati che in molte città i pubblici ufficiali entro un mese si erano mutati due volte e anche tre, e lo erano stati invano.[341]Dai ricordi del Consiglio Privato si raccoglie che il numero delleregolazioni—tale è il vocabolo che adoperavano—furono oltre a dugento.[342]I Regolatori conobbero, come, tranne in pochi Municipi, le cose sʼerano mutate in peggio. I Tory malcontenti, anco mentre mormoravano contro la politica del Re, avevano sempre protestato del loro rispetto per la persona e la dignità di lui, e riprovato ogni pensiero di resistenza. Assai diverso era il linguaggio di alcuni traʼ membri deʼ Corpi Municipali. Dicevasi che taluni vecchi soldati della Repubblica, i quali con maraviglia loro e del pubblico, erano stati creati Aldermanni, rispondessero chiaramente agli agenti della Corte che il sangue scorrerebbe a fiumi innanzi che si raffermasse in Inghilterra il papismo e la tirannide.[343]I Regolatori conobbero essersi poco o nulla conseguito da ciò che fino allora avevano fatto. Non vi era altro che un solo mezzo il quale facesse loro sperare di ottenere lo scopo.Era mestieri togliere gli statuti ai borghi, e concederne altri che limitassero la franchigia elettorale a piccolissimi collegi dʼelettorali nominati dal Sovrano.[344]Ma in che guisa mandare siffatto disegno ad esecuzione? In pochi di tali statuti la Corona sʼera riserbata il diritto di revoca: ma gli altri egli poteva riprendere solo per rinunzia volontariamente fatta dai Municipi, o per sentenza del Banco del Re. Intanto pochi corpi municipali erano disposti a rinunziare volontariamente ai loro statuti; e una sentenza secondo gli intendimenti del Governo non poteva sperarsi nè anche da uno schiavo qual era Wright. I mandati diQuo Warranto, pochi anni innanzi spediti per ischiacciare il partito deʼ Whig, erano stati disapprovati da ogni uomo imparziale. Eppure tali mandati avevano almeno sembianza di giustizia; perocchè colpivano gli antichi corpi municipali, deʼ quali pochi erano quelli in cui, col volgere degli anni, non fosse nato qualche abuso bastevole a fornire un pretesto per un processo penale. Ma i Corpi Municipali che ora volevasi disfare erano tuttavia nella innocenza della infanzia, sì che il più vecchio non aveva compiuto il quinto degli anni suoi. Era impossibile che molti di essi avessero commesso delitti da meritarsi la privazione del privilegio elettorale. Gli stessi giudici erano inquieti, e dimostrarono al Re come ciò che da loro si voleva, fosse diametralmente contrario ai più evidenti principii della legge e della giustizia: ma ogni rimostranza fu vana. Ai borghi fu intimato di rinunciare ai loro statuti. Pochi ubbidirono, e il modo onde il Re si condusse con queʼ pochi non confortò gli altri a fidarsi di lui. In varie città il diritto di votare fu tolto alla comunità, e dato a pochi, ai quali fu chiesto il giuramento di eleggere i candidati proposti dal Governo. In Tewkesbury, per modo dʼesempio, la franchigia fu data solo a tredici persone; e nondimeno anche questo numero era grande. Lʼodio e il timore sʼera talmente sparso per tutta la popolazione, che tornava quasi impossibile mettere insieme in una città, con qual si fosse specie dʼimbroglio, tredici individui neʼ quali la Corte potesse avere piena fiducia.Corse la voce che la maggioranza del nuovo collegio elettorale di Tewkesbury fosse animata dal medesimo sentimento chʼera universale in tutta la nazione, e che, arrivato il giorno decisivo, manderebbe Protestanti sinceri al Parlamento. I Regolatori in gran collera minacciarono di ridurre a tre soli il numero degli elettori.[345]Frattanto la maggior parte deʼ borghi negarono di rinunciare ai loro privilegi. Barnstaple, Winchester, e Buckingham si resero notevoli per essersi arditamente opposti. In Oxford la proposta che la città rinunziasse alle franchigie fu rigettata da ottantadue voti contro due.[346]Il Temple e Westminster erano sossopra per lo strano affollamento degli affari che giungevano da ogni angolo del Regno. Ogni legale di gran nome era sopraccarico deʼ ricorsi deʼ Municipi che a lui si volgevano per essere difesi. I litiganti privati querelavansi che le loro faccende venivano trascurate.[347]Era impossibile in pochissimo tempo sbrigare tanto numero di cause. La tirannide se ne accorgeva, ma non poteva patire il minimo indugio, e non trascurò nulla che valesse ad atterrire i borghi disubbidienti, e indurli a sottomettersi. In Buckingham alcuni degli ufficiali del Municipio avevano detto di Jeffreys parole che non erano di lode. Fu loro intentato un processo, e fatto intendere che ove non volessero redimersi rinunziando ai loro statuti, non verrebbe loro usata ombra di misericordia.[348]In Winchester vennero adottati provvedimenti anche più rigorosi. Una numerosa soldatesca fu spedita alla città a solo fine di gravare e vessare gli abitanti:[349]i quali stettero fermi ed animosi; e lʼopinione pubblica accusava Giacomo di volere imitare la peggiore delle scelleratezze del suo confratello di Francia. Dicevasi che principiavano già le dragonate; e vi era cagione a temere tanta enormezza. Giacomo sʼera fitto in mente il pensiero che lʼunico mezzo di far cedere una città ostinata era quello di acquartierare i soldati in seno alle famiglie. Avrebbe dovuto conoscere che questoprovvedimento, sessanta anni innanzi, aveva destato terribili mali umori, ed era stato solennemente dichiarato illegale dalla Petizione dei Diritti. E difatti ne chiese consiglio al Capo Giudice del Banco del Re:[350]il risultamento della consulta rimase secreto; ma in pochi giorni lo aspetto degli affari si fece tale, che un timore più forte ed efficace che non fosse quello di suscitare la collera del Re, cominciò a imporre qualche freno anco ad un uomo abietto qual era Wright.XXXV. Mentre i Lordi Luogotenenti interrogavano i Giudici di Pace, mentre i Regolatori riformavano i borghi, in tutti i dipartimenti dellʼamministrazione pubblica facevasi rigorosa inquisizione. Ad ognuno deʼ vecchi Cavalieri rovinati, i quali in ricambio del sangue sparso e deʼ beni perduti per difendere la Corona, avevano ottenuto qualche piccolo ufficio sotto la giurisdizione del Guardaroba o del Maestro di caccia, fu intimato di eleggere fra il Re e la Chiesa. I Commissari delle Dogane o dellʼExcise ebbero comandamento di appresentarsi alla Maestà Sua nellʼUfficio del Tesoro. Quivi egli chiese loro la promessa di secondare la sua politica, e ingiunse di farlo parimente promettere aʼ loro sottoposti.[351]Un ufficiale di Dogana rispose al regio comandamento in un modo tale da destare compassione e riso. «Io ho» disse egli «quattordici ragioni per ubbidire a Sua Maestà, una moglie e tredici figliuoli.»[352]Tali ragioni, per vero dire, ponevano alle strette; nulladimeno non furono pochi gli esempi, nei quali, malgrado ragioni siffatte, prevalse la riverenza della religione e lo amore della patria. Abbiamo argomento di credere che il Governo allora meditasse profondamente un colpo che avrebbe ridotto molte migliaia di famiglie ad accattare, e perturbato tutto lʼordine sociale in ciascuna parte del paese. Non era concesso vendere senza licenza, vino, birra, o caffè. Sʼera sparsa la voce che a chiunque possedeva siffatta licenza sarebbe tra breve ingiunto di fare quella promessa chʼera stata imposta ai pubblici impiegati, e, negando, abbandonareil suo traffico.[353]Eʼ sembra certo, che ove si fosse fatto un tal passo, i luoghi di pubblico divertimento o ritrovo sarebbero a un tratto stati chiusi a centinaia in tutto il Regno. Quale effetto avrebbe prodotto cotesto immischiarsi del Governo nei comodi di tutte le classi, può di leggieri immaginarsi. Il risentimento che fanno nascere gli aggravi non è sempre proporzionato alla importanza loro; e non è affatto improbabile che la revoca delle licenze avrebbe fatto ciò che la revoca degli statuti municipali aveva mancato di fare. Le alte classi sociali avrebbero sentita la mancanza della bottega di Saint-James-Street, dove solevano prendere la cioccolata; e agli uomini di faccende sarebbe mancata la tazza di caffé chʼessi erano assuefatti a bere fumando la pipa e chiacchierando di cose politiche in Change-Alley. I Circoli si sarebbero affannati a trovare un ricovero. Il viandante avrebbe sul far della notte trovato deserta lʼosteria, dove credeva potere alloggiare e cenare. Il contadino avrebbe amaramente ripensato alla botteghetta dove egli soleva bere la birra sulla panca neʼ giorni estivi, e accanto al camino in tempo dʼinverno. Il popolo, a cosiffatta provocazione, sarebbe forse insorto tuttoquanto senza attendere il soccorso di stranieri alleati.XXXVI. Non era da aspettarsi che un Principe, il quale voleva che tutti i più umili servitori del Governo secondassero la sua politica sotto pena dʼessere destituiti, seguitasse a mantenere in ufficio un Procuratore Generale, che non ascondeva la propria avversione a quella politica. Sawyer era stato tollerato nel suo posto per diciotto e più mesi, dopo chʼegli sʼera dichiarato contrario alla potestà di dispensare. Di tale strana indulgenza egli andava debitore alla estrema difficoltà che incontrò il Governo a trovare un uomo da sostituirgli. Per proteggere glʼinteressi pecuniari della Corona, era mestieri che almeno uno deʼ due capi della legge fosse uomo dotto ed esperto; e non era punto facile indurre qual si fosse legale dotto ed esperto ad esporsi al pericolo, commettendo quotidianamente atti, che dal Parlamento alla prima riunione verrebbero forse considerati come gravi delitti. Era stato impossibile trovare un Avvocato Generale migliore di Powis, uomoche non conosceva nessuna specie di freno, ma era incompetente ad adempiere gli ordinari doveri del proprio ufficio. Per tali ragioni fu creduto necessario partire il lavoro. Congiunsero insieme un Procuratore, la cui scienza giuridica scemava di pregio peʼ suoi scrupoli di coscienza, con un Avvocato, nel quale la mancanza dʼogni scrupolo compensava in alcun modo la mancanza del sapere. Quando il Governo voleva fare osservare la legge si serviva di Sawyer; quando desiderava violarla adoperava Powis. Cotesto accomodamento durò finchè il Re potè assicurarsi deʼ servigi di un avvocato il quale era ad un tempo e più vile di Powis e più abile di Sawyer.XXXVII. Nessuno deʼ legali allora viventi aveva fatto più che Guglielmo Williams virulenta opposizione alla Corte. Sotto Carlo II, egli aveva acquistato reputazione e come Whig e come Esclusionista. Prevalenti le fazioni, era stato eletto Presidente della Camera deʼ Comuni. Dopo la proroga del Parlamento dʼOxford aveva comunemente difeso i più turbolenti demagoghi accusati di sedizione. Nessuno gli negava acutezza di mente e scienza; credevasi che i principali suoi difetti fossero temerità e spirito di parte. Non vʼera per anche il menomo sospetto chʼegli avesse altri difetti, in paragone deʼ quali la temerità e lo spirito di parte potevano considerarsi come virtù. Il Governo cercava pretesto a colpirlo, e non gli fu difficile trovarlo. Egli aveva pubblicato, per ordine della Camera deʼ Comuni, una relazione scritta da Dangerfield, la quale, qualora fosse stata pubblicata da un uomo privato, sarebbe stata indubitabilmente tenuta per libello sedizioso. Williams fu accusato dinanzi la Corte del Banco del Re; invano allegò i privilegi parlamentari; fu dichiarato reo, e condannato ad una pena di dieci mila lire sterline. Ne pagò una parte, e del rimanente firmò una scritta dʼobbligo. Il Conte di Peterborough, il quale era stato ingiuriosamente rammentato nella relazione di Dangerfield, allʼesito prospero del processo, intentò unʼazione civile contro Williams e chiese una forte somma per rifacimento di danni. Williams era ridotto agli estremi, allorquando gli si offrì una sola via di scampo, ed era via dalla quale con raccapriccio avrebbe arretrato il piede ogni uomo fermo neʼ suoi principii ed animoso, affrontandopiù presto la miseria, la prigione, o la morte. Pensò di vendersi al Governo del quale era stato nemico e vittima; offrirsi dʼassaltare con audacia da disperato quelle libertà e quella religione, per le quali aveva dianzi mostrato zelo intemperante; espiare i suoi principii Whig rendendo servigi, dai quali i bacchettoni Tory, lordi ancora del sangue di Russell e di Sidney, rifuggivano inorriditi. Il mercato fu concluso; gli fu condonalo il debito chʼegli aveva verso la Corona; e per la mediazione del Re, Peterborough sʼindusse ad un compromesso. Sawyer fu cacciato; Powis fatto Procuratore Generale; e Williams, nominato Avvocato Generale, ebbe la dignità di cavaliere, e in gran copia il regio favore. E ancorchè per grado ei fosse il secondo ufficiale della Corona nellʼordine giudiciario, aveva tanta abilità, dottrina ed energia, che cacciò tosto nellʼombra il proprio superiore.[354]Williams non era da lungo tempo in ufficio allorquando dovè essere parte principale nel più memorabile processo di Stato, di cui facciano ricordo gli Annali dellʼInghilterra.XXXVIII. Il dì 27 aprile 1688, il Re promulgò una seconda Dichiarazione dʼIndulgenza. In essa citava per esteso la Dichiarazione dello scorso aprile, e diceva che la sua vita passata doveva oramai convincere il popolo chʼegli non era uomo da retrocedere da un intrapreso cammino. Ma perchè alcuni faziosi si andavano affaccendando a persuadere al pubblico chʼegli poteva essere forzato a mutare proposito quanto alla Indulgenza, reputava necessario dichiarare chʼegli era determinatissimo di compiere ciò che aveva divisato, e che perciò aveva destituiti molti ufficiali civili e militari disubbidienti. Annunciava che avrebbe convocato il Parlamento nel novembre, al più tardi; ed esortava i suoi sudditi ad eleggere rappresentanti tali che lo aiutassero a mandare ad effetto la grande opera intrapresa.[355]XXXIX. Questo Atto in sulle prime fece poca impressione. Non conteneva nulla di nuovo; e tutti maravigliavano come il Re avesse creduto valere lo incomodo di pubblicare un solenne Manifesto semplicemente con lo scopo di dichiarare chʼegli si manteneva sempre fermo nel proprio proposito.[356]Forse Giacomo si sentì pungere al vivo dalla indifferenza onde venne dal pubblico accolto lo annunzio della presa determinazione, e credè che la dignità e autorità sue ne soffrirebbero ove ei senza indugio non compisse alcun che di nuovo e di notevole. Il dì 4 maggio, quindi, egli fece unʼOrdinanza in Consiglio nella quale comandava che la nuova Dichiarazione venisse letta per due domeniche successive fra mezzo al servizio divino, dai ministri officianti in tutte le chiese e cappelle del Regno. In Londra e neʼ suburbii la lettura doveva aver luogo neʼ dì 20 e 27 maggio, nelle altre parti dʼInghilterra nei dì 3 e 10 giugno. Ai vescovi fu ingiunto di distribuire esemplari della Dichiarazione nelle loro diocesi.[357]

Il Clero Anglicano, quindi, e quelli traʼ laici, i quali erano partigiani dello episcopato protestante, provavano oggimai pel Re quei sentimenti che la ingiustizia congiunta alla ingratitudine fanno naturalmente nascere e crescere nel cuore umano. Nulladimeno il credente nella Chiesa Anglicana doveva vincere non pochi scrupoli di coscienza e dʼonore innanzi dʼindursi a resistere con la forza al Governo. Gli era stato insegnato che la obbedienza passiva era comandata senza restrizione o eccezione dalle leggi divine: ed era dottrina chʼegli professava con ostentazione. Aveva sempre spregiata la idea che potrebbe succedere un caso estremo il quale giustificasse colui che sguainasse la spada contro la tirannide regia. Per lo che i propri principii e la vergogna glʼimpedivano dʼimitare lo esempio delle ribelli Teste-Rotonde, mentre restava speranza di pacifico e legittimo rimedio: la quale speranza poteva ragionevolmente durare finchè la Principessa dʼOrange rimaneva erede immediata della Corona. Se ci potesse pazientemente sostenere questa dura prova della sua fede, le leggi della natura farebbero per lui ciò chʼegli non potrebbe fare da sè senza peccato e senza disonore. Aʼ danni della Chiesa verrebbe il rimedio; i beni e la dignità sue sarebbero tutelati da nuove guarentigie; ed a quei perversi ministri, daʼ quali neʼ dì dellʼavversità aveva patito offese ed insulti, sarebbe inflitta memorabile pena.

XXI. Lʼavvenimento che la Chiesa Anglicana considerava in futuro come un pacifico ed onorevole fine di tutte le sue perturbazioni, era tale che nè anche i membri più scioperati della cabala gesuitica potevano pensarvi senza gravi timori. Se il loro signore morendo non lasciasse loro altra sicurtà contro le leggi penali se non una Dichiarazione che lʼopinione pubblica universalmente considerava come nulla, se un Parlamento animato dallo stesso spirito che aveva predominato nel Parlamento di Carlo II si ragunasse intorno al trono dʼun sovrano protestante, non era egli probabile che seguisse unaterribile rappresaglia, che le vecchie leggi contro il papismo venissero rigorosamente poste in vigore, e che altre nuove e più severe se ne aggiungessero al libro degli Statuti? I malvagi consiglieri tormentava da lungo un cupo timore, e parecchi di loro meditavano strani e disperati rimedi. Giacomo era appena asceso sul trono allorquando cominciò a correre sorda una voce per le sale di Whitehall, che, ove la Principessa Anna consentisse a farsi cattolica romana, non sarebbe impossibile, col soccorso di Re Luigi, trasferire in lei il diritto ereditario che spettava alla maggiore sorella. Dalla Legazione Francese tale disegno venne caldamente approvato; e Bonrepaux asserì di credere che Giacomo vi avrebbe agevolmente consentito.[298]Nondimeno eʼ fu in breve tempo a tutti manifesto che Anna irremovibilmente aderiva alla Chiesa Anglicana. Il perchè ogni pensiero di farla Regina fu messo da banda. Nonostante, una mano di fanatici continuavano ancora a nutrire la perversa speranza di giungere a cangiare lʼordine della successione. Il piano da essi immaginato fu espresso in uno scritto di cui rimane una rozza traduzione francese. Dicevano come era da sperare che il Re potesse stabilire la vera religione senza appigliarsi a partiti estremi, ma nel peggior caso potrebbe lasciare la sua corona a disposizione di Luigi. Era meglio per glʼInglesi essere vassalli della Francia che schiavi del demonio.[299]Questo stranissimo documento corse tanto per le mani deʼ gesuiti e deʼ cortigiani, che alcuni insigni Cattolici, neʼ quali la bacchettoneria non aveva spento lo amore della patria, ne dettero una copia allo Ambasciatore Olandese. Costui lo pose nelle mani di Giacomo; il quale grandemente agitato lo disse foggiato da qualche articolista in Olanda. IlMinistro Olandese risolutamente rispose che poteva provare il contrario con la testimonianza di vari cospicui membri della Chiesa di Sua Maestà; anzi non gli sarebbe tornato difficile additarne lo scrittore, il quale, al postutto, aveva espresso semplicemente ciò che molti preti e molti faccendieri politici andavano tuttodì dicendo nelle sale del palazzo. Il Re non credè opportuno chiedere chi fosse cotesto scrittore, ma lasciando da parte lʼaccusa di falsità, protestò in tono veemente e solenne che non gli era mai venuto in capo il minimo pensiero di diseredare la maggiore delle sue figliuole. «Nessuno» disse egli «osò giammai accennarmene. Non gli avrei mai prestato ascolto: perocchè Dio non ci comanda di propagare la vera religione per mezzo dellʼingiustizia; e questa sarebbe la più stolta e snaturata ingiustizia.» Nonostante siffatte proteste, Barillon,[300]pochi giorni dopo, scrisse alla sua Corte che Giacomo aveva incominciato a porgere ascolto a consigli concernenti un cambiamento nellʼordine della successione; che la questione, senza alcun dubbio, era delicatissima, ma vʼera ragione a sperare che col tempo e collʼaccortezza si troverebbe una via a porre la Corona in capo a qualche Cattolico Romano escludendone le due Principesse.[301]Per molti mesi tale questione seguitò a discutersi daʼ più arrabbiati e stravaganti papisti cortigiani, i quali giunsero per fino a nominare i candidati alla regia dignità.[302]

XXII. Nulladimeno eʼ non è probabile che Giacomo intendesse mai appigliarsi a così insano partito. Doveva conoscere che la Inghilterra non avrebbe nè anche per un solo giorno sopportato il giogo dʼun usurpatore, il quale per giunta fosse papista, e che ogni attentato contro i diritti della Principessa Maria avrebbe provocato mortale resistenza, e da parte di tutti coloro che avevano difesa la Legge dʼEsclusione, e da parte di tutti coloro che lʼavevano oppugnata. Non vʼè nondimeno il minimo dubbio che il Re fosse complice in unacongiura meno assurda ma non meno ingiustificabile contro i diritti delle proprie figliuole. Tyrconnel con lʼapprovazione del suo signore, aveva ordita una trama a separare la Irlanda dalla Monarchia Britannica, e porla sotto la protezione di Luigi, appena la corona passasse ad un sovrano protestante. Bonrepaux, al quale sopra ciò era stato chiesto consiglio, aveva comunicato quel disegno alla sua Corte, e gli era stato risposto dʼassicurare a Tyrconnel che la Francia a compierlo presterebbe ogni efficace soccorso.[303]Coteste pratiche, delle quali, quantunque forse non fossero esattamente conosciute allʼAja, vʼera forte sospetto, non debbono porsi da canto qualora si voglia equamente giudicare della condotta che pochi mesi dopo tenne la Principessa dʼOrange. Coloro che lʼaccusano di avere violato il debito filiale, è forza che ammettano che il suo fallo era grandemente escusato pei torti da lei sofferti. Se per giovare alla propria religione ella ruppe i più sacri vincoli del sangue, altro non fece che seguire lo esempio del padre. Essa non consentì a rovesciarlo dal trono se non quando fu certa chʼegli congiurava a diseredarla.

XXIII. Bonrepaux aveva appena ricevute lettere che gli dicevano come Luigi avesse deliberato di aiutare Tyrconnel nella audace intrapresa, allorquando fu forza abbandonarne il pensiero. Nel cuore di Giacomo era già sceso il primo raggio dʼuna speranza di consolazione e diletto. La Regina era incinta.

Innanzi la fine dʼottobre 1687, la nuova cominciò a bisbigliarsi. Eʼ fu notato come la Regina non fosse intervenuta a qualche pubblica cerimonia, dicendo di non sentirsi bene in salute. Eʼ fu detto che portava sempre addosso molte reliquiealle quali ascrivevasi virtù straordinaria. In breve la novella dalla reggia passò ai caffè della Metropoli e si sparse per tutto il paese. Pochi ne accolsero con gioia lo annunzio. Quasi tutta la nazione lʼudì con un sentimento misto di timore e di scherno. Certo non vʼera nulla di strano nella cosa. Il Re aveva pur allora compiuto il cinquantesimoquarto degli anni suoi. La Regina era nel meriggio della vita. Aveva già concepiti quattro figliuoli chʼerano morti; e lungo tempo dopo sgravossi dʼun altro bambino allorchè nessuno più aveva interesse a crederlo supposto, e che perciò non fu mai reputato tale. Nondimeno essendo corsi cinque anni dalla sua ultima gravidanza, la gente, governata dallo inganno che agli uomini rende credibile ciò chʼessi desiano, aveva cessato di temere chʼella darebbe un erede al trono. Dallʼaltra parte, nulla sembrava più naturale e probabile che una pia frode immaginata dai Gesuiti. Era certo chʼessi dovevano considerare lo scettro nelle mani della Principessa dʼOrange come una delle maggiori calamità che potessero accadere alla Chiesa. Era medesimamente certo chʼessi non avrebbero avuto scrupolo alcuno a fare ogni cosa necessaria a salvare la Chiesa loro da una grave calamità. In parecchi libri, scritti da ingegni eminenti della Compagnia e stampati con licenza deʼ superiori, insegnavasi distintamente che mezzi più contrari alle idee della giustizia e della umanità che non fosse quello dʼintrodurre un erede spurio in una famiglia, potevano legittimamente adoperarsi per fini meno importanti che non fosse la conversione dʼun Regno eretico. Sʼera sparsa la voce che alcuni deʼ regi consiglieri, e perfino il Re stesso, cospirassero a fraudare la Principessa Maria, in tutto o in parte, del suo legittimo retaggio. Nacque quindi nel popolo un sospetto, a dir vero non bene fondato, ma in nessuna maniera così assurdo come comunemente si suppone. La stoltezza di alcuni Cattolici Romani confermava il pregiudicio del volgo. Ragionavano del lieto evento come di cosa strana e miracolosa, come di opera di quello stesso Potere Divino che aveva reso Sara felice ed orgogliosa dʼIsacco, ed aveva concesso Samuele alle preci di Anna. Era di recente morta la Duchessa di Modena madre di Maria. Dicevasi che poco tempo innanzi di morireella supplicasse la Vergine di Loreto con fervidi voti e ricche offerte, a dare un figlio a Giacomo. Lo stesso Re nello antecedente agosto deviò dallo intrapreso viaggio per visitare il Pozzo Santo, dove aveva pregato San Venifredo a fine dʼottenere quel dono, senza il quale il suo gran disegno di propagare la vera fede sarebbe rimasto incompiuto. Glʼimprudenti zelatori che armeggiavano con siffatte novelle, predicevano con sicurezza che la creatura non ancor nata sarebbe un maschio, ed erano pronti a scommettere venti ghinee contro una. Affermavano che il cielo non ci si sarebbe intromesso senza un gran fine. Un certo fanatico annunciò che la Regina partorirebbe due gemelli, il maggiore deʼ quali sarebbe Re dʼInghilterra, il minore Pontefice di Roma. Maria non seppe nascondere il diletto con che udì tale vaticinio, e le sue cameriste si accôrsero che parlandogliene le recavano grandissima consolazione. I Cattolici Romani avrebbero fatto assai meglio se avessero favellato della gravidanza come di cosa naturale, e se si fossero mostrati temperanti nella loro inattesa ventura. Il loro insolente tripudio destò la pubblica indignazione. Dal Principe e dalla Principessa di Danimarca fino ai vetturini e alle pettegole niuno alludeva senza dileggio allo aspettato parto. I belli spiriti di Londra descrissero il nuovo miracolo in versi, i quali, come può bene supporsi, non erano troppo delicati. I rozzi scudieri delle campagne davano in uno scoppio di riso qualvolta sʼimbattevano in qualche persona semplice tanto da credere che la Regina dovesse positivamente di nuovo esser madre. Comparve un proclama del Re che ordinava al clero di leggere una formula di preghiera e rendimento di grazie, la quale era stata composta per cotesto lieto evento da Crewe e da Sprat. Il clero obbedì: ma fu notato che le congregazioni non rispondevano nè facevano segni di riverenza. Poco dopo in tutte le botteghe da caffè andò in giro una satira brutale contro i prelati cortigiani che avevano venduta la propria penna a Giacomo. Alla madre East toccò ancora buona parte dʼingiurie. Con quel volgare monosillabo i nostri antenati avevano degradato il nome della grande Casa dʼEste, che regnava in Modena.[304]

La nuova speranza che sollevò lʼanimo del Re, sorgeva commista a non pochi timori. Qualche cosa di più che non fosse il nascimento di un principe di Galles, era necessaria al complemento deʼ disegni del partito gesuitico. Non era molto verosimile che Giacomo vivesse fino a tanto che il suo figliuolo fosse in età da esercitare la potestà regia. La legge non provvedeva al caso dʼun sovrano minorenne. Il regnante principe non era competente a fare per testamento gli opportuni provvedimenti. Il solo corpo legislativo poteva supplire a tale difetto. Se Giacomo, innanzi che si fosse ciò fatto, morisse lasciando un successore di tenera età, il potere sovrano indubitabilmente andrebbe nelle mani deʼ Protestanti. Queʼ Tory, i quali aderivano fermamente alla dottrina, che nulla poteva giustificarli a resistere al loro signore sovrano, non patirebbero scrupoli a snudare la spada contro una donna papista che osasse usurpare la tutela del reame e del Re fanciullo. Lʼesito della contesa non era da porsi in dubbio. Il Principe dʼOrange o la sua moglie sarebbe Reggente. Il giovane Re verrebbe posto nelle mani di istitutori eretici, le cui arti potrebbero speditamente cancellare dalla sua mente le impressioni ricevute nella prima fanciullezza. Egli sarebbe forse un altro Eduardo VI; e la grazia, ottenuta da Dio ad intercessione della Vergine Madre e di San Venifredo, diventerebbe una sciagura.[305]Questo era un pericolo al quale nulla, tranne un Atto del Parlamento, poteva provvedere; ed ottenere tale Atto non era facile.

XXIV. Ogni cosa pareva indicare che ove le Camere venissero convocate, si ragunerebbero in Westminster animate dallo spirito del 1640. Lʼesito delle elezioni delle Contee malpoteva porsi in dubbio. Tutti i liberi possidenti, grandi e piccoli, chierici e laici, erano forte esasperati contro il Governo. Nella maggior parte di quelle città, dove il diritto di votare dipendeva dal pagare le imposte o dallʼoccupare certe possessioni, nessun candidato della corte ardirebbe mostrare il viso. Moltissimi deʼ membri della Camera dei Comuni erano eletti dalle corporazioni municipali, le quali erano state dianzi riordinate con lo scopo di distruggere la influenza dei Whig e dei Dissenzienti. Più di cento collegi elettorali erano stati spogliati del loro privilegio da tribunali devoti alla Corona, o erano stati persuasi a rinunziarlo volontariamente per evitare di esservi costretti. Ogni Gonfaloniere, ogni Aldermanno, ogni cancelliere comunitativo da Berwick a Helstone era Tory e credente nella Chiesa Anglicana: ma i Tory e gli Anglicani adesso più non erano devoti al Sovrano. I nuovi municipi erano più intrattabili degli antichi, e senza dubbio eleggerebbero rappresentanti, il cui primo Atto sarebbe quello di incriminare tutti i papisti del Consiglio Privato e tutti i componenti lʼAlta Commissione.

Nella Camera deʼ Lordi lo aspetto non era meno minaccioso che in quella deʼ Comuni. Egli era certo che la immensa maggioranza deʼ Pari secolari avverserebbe le proposte del Re: e fra tutti i vescovi, che sette anni innanzi erano stati unanimi a difenderlo contro coloro i quali sforzavansi di privarlo del suo diritto ereditario, egli poteva sperare aiuto solo da quattro o cinque adulatori, spregiati daʼ loro colleghi e da tuttaquanta la nazione.[306]

A quanti non erano accecati dalla passione, coteste difficoltà parevano insuperabili. I meno scrupolosi schiavi del Potere mostravano segni dʼinquietudine. Dryden diceva sotto voce che il Re provandosi dʼacconciare le cose, le rendeva più triste, e così dicendo sospirava gli aurei giorni dello spensieratoe buon Carlo.[307]Perfino Jeffreys tentennava. Fintanto che rimase povero, mostrossi in tutto e per tutto pronto ad affrontare lʼodio pubblico per amore di guadagno. Ma adesso, per mezzo della corruzione e delle estorsioni, aveva accumulate grandi ricchezze; e desiderava conservarle più presto che accrescerle. Il Re aspramente lo rimproverò di lentezza. Temendo che gli venisse tolto il Gran Sigillo, promise tutto ciò che gli fu chiesto: ma Barillon, scrivendo la cosa a Luigi, notò che il Re dʼInghilterra poteva avere poca fiducia in chiunque avesse qualche cosa da perdere.[308]

XXV. Ciò non ostante, Giacomo deliberò di andare innanzi. La sanzione del Parlamento era necessaria al suo sistema; ed era manifestamente impossibile ottenerla da un libero e legittimo Parlamento: ma non sarebbe stato affatto impossibile, per mezzo della corruzione, delle minacce, dello arbitrio regio, dello stiracchiamento della legge, mettere insieme unʼassemblea che si chiamasse Parlamento e registrasse vogliosamente ogni qualunque editto del Sovrano. Dovevansi nominare tali relatori elettorali che si giovassero del minimo pretesto a dichiarare debitamente eletti i rappresentanti favorevoli al Re. Dovevasi far sapere ad ogni impiegato, dal massimo allʼinfimo, che ove egli desiderasse di ritenere lʼufficio era mestieri, in questa faccenda, mettere il voto agli ordini del Governo. Intanto lʼAlta Commissione terrebbe gli occhi sul clero. I borghi, i quali erano già stati riformati per servire ad un altro scopo, lo sarebbero di nuovo per servire a questo. Il Re sperava con tali mezzi ottenere la maggioranza nella Camera deʼ Comuni; e avuta questa, torrebbe a quella deʼ Lordi ogni arma da nuocere. A lui incontrastabilmente la legge dava la potestà di creare Pari senza limite alcuno; e adesso era risoluto dʼadoperarla. Non desiderava, e certo nessun sovrano potrebbe mai desiderarlo, di rendere spregevole la più alta dignità che la Corona possa concedere. Speravache chiamando alcuni eredi presuntivi allʼassemblea nella quale col tempo dovevano sedere, e conferendo titoli inglesi ad alcuni Lordi di Scozia e dʼIrlanda, potrebbe assicurarsi la desiderata maggioranza senza nobilitare uomini nuovi in tanto numero da rendere ridicoli la coronetta e lo ermellino, voglio dire i nomi di Duca e di Conte. Ma in caso di necessità non vʼera eccesso a cui egli non fosse pronto a trascorrere. Allorchè fra mezzo una numerosa brigata taluno disse che i Pari sarebbero intrattabili, «Stolto che siete,» esclamò Sunderland rivolto a Churchill, «le vostre compagnie di Guardie saranno tutte inalzate alla dignità di Pari.»[309]

Deliberato dunque di adulterare il Parlamento, Giacomo si pose con metodo ed energia allʼardua opera. Comparve nella Gazzetta un proclama ad annunziare come il Re volesse riesaminare le Commissioni di Pace e di Luogotenenza, e ritenere neʼ pubblici uffici solo queʼ gentiluomini che fossero pronti a sostenere la sua politica.[310]Un comitato di sette consiglieri sedeva in Whitehall onde regolare—era questo il vocabolo—le corporazioni municipali. In quel comitato il solo Jeffreys rappresentava glʼinteressi del protestantismo; e il solo Powis i Cattolici moderati: tutti gli altri membri appartenevano alla fazione gesuitica. Fra essi era Petre, il quale aveva pur allora prestato giuramento di Consigliere Privato. Finchè egli non prese seggio al Banco, la dignità ricevuta era stata un segreto per ciascuno, fuori che per Sunderland. A questa nuova violazione della legge il pubblico sdegno scoppiò in violenti clamori; e fu notato che i Cattolici Romani ne sparlavano più deʼ Protestanti. Il vano ed ambizioso Gesuita ebbe adesso lo incarico di disfare e rifare mezzi i collegi elettorali del Regno. Sotto la direzione del Comitato deʼ Consiglieri Privati fu istituito un Sotto-Comitato composto di faccendieri di grado più basso, ai quali erano affidate le minuzie dellʼimpresa. I Sotto-Comitati locali in tutto il paese comunicavano col seggio centrale in Westminster.[311]

XXVI. Coloro dai quali Giacomo precipuamente sperava aiuto in cotesta nuova ed ardua intrapresa, erano i Lordi Luogotenenti. A ciascuno di costoro furono mandati ordini in iscritto perchè immediatamente si recasse nella propria Contea. Quivi doveva chiamare dinanzi a sè tutti i Giudici di Pace, e far loro parecchie domande congegnate in modo da chiarire come essi si condurrebbero in una generale elezione. Doveva fedelmente notare le loro risposte e trasmetterle al Governo. Doveva presentare una lista di Cattolici Romani e di Dissenzienti che avessero più requisiti per occupare gli uffici civili e militari. Doveva inoltre indagare le condizioni deʼ borghi nella sua Contea, e riferire tutto ciò che fosse necessario a guidare le operazioni dellʼUfficio deʼ Regolatori. Gli fu ingiunto di eseguire cotesti ordini da sè, e inibito di delegare qualunque altra persona.[312]

XXVII. Il primo effetto che tali ordini produssero avrebbe tosto fatto rinsavire un principe meno ebbro di Giacomo. Metà deʼ Lordi Luogotenenti dʼInghilterra perentoriamente ricusarono di prestarsi allʼodioso servigio che da essi voleva il Governo; e furono incontanente destituiti. Tutti coloro sopra i quali piombò questa gloriosa sciagura, erano Pari di gran conto e fino allora considerati come strenui propugnatori della monarchia. È pregio dellʼopera che di taluni sia fatto peculiare ricordo.

Il più nobile suddito inglese, e per vero, secondo che glʼInglesi solevano dire, il più nobile suddito che fosse in Europa, era Aubrey De Vere, ventesimo ed ultimo degli antichi Conti dʼOxford. Derivava il suo titolo, per una non interrotta linea mascolina, da un tempo in cui le famiglie di Howard e di Seymour erano ancora nella oscurità, quando i Neville e i Percy avevano solo rinomanza provinciale, e quando il gran nome di Plantageneto non sʼera per anche udito in Inghilterra. Uno dei capi della famiglia De Vere era rivestito dʼalto comando in Hastings: un altro aveva marciato con Goffredo e Tancredi sopra cumuli di teste musulmane al Sepolcro di Cristo. Il primo Conte dʼOxford era stato ministro ad Enrico Beauclerc. Il terzo Conte si era reso notevole fraʼ Lordi,i quali strapparono laMagna Chartaa Giovanni. Il settimo Conte aveva strenuamente pugnato a Cressy e Pointiers. Il decimoterzo Conte tra mezzo a molte vicende di fortuna era stato capo del partito della Rosa Rossa, ed aveva capitanato il vanguardo nella battaglia campale di Bosworth. Il decimosettimo Conte nella Corte dʼElisabetta sʼera acquistato onorato seggio fra i vetusti poeti inglesi. Il decimonono Conte era caduto combattendo per la Religione Protestante e per la libertà della Europa sotto le mura di Maastricht. Il suo figlio Aubrey, nel quale si estinse la più lunga e più illustre discendenza deʼ Nobili inglesi, uomo di morale dissoluta, ma dʼindole inoffensiva e di maniere cortigianesche, era Lord Luogotenente dʼEssex, e Colonnello degli Azzurri. Non era di carattere fazioso, e per interesse propendeva ad evitare ogni rottura con la Corte; perocchè il suo patrimonio era impacciato; e il suo comando militare, lucroso. Fu chiamato alle stanze del Re, il quale gli chiese quale fosse il suo intendimento. «Sire,» rispose Oxford «verserò per la Maestà Vostra contro tutti i suoi nemici fino lʼultima stilla del mio sangue. Ma in cotesto affare ne va la coscienza, e non posso obbedire.» Gli furono in sullʼistante tolti il reggimento e la luogotenenza.[313]

XXVIII. Inferiore per antichità e splendore alla casa De Vere, ma ad essa sola, era quella di Talbot. Dal regno di Eduardo III in poi, i Talbot avevano sempre seduto fraʼ Pari del Regno. La Contea di Shrewsbury era stata, nel secolo decimoquinto, concessa a Giovanni Talbot, lo antagonista della Pulcella dʼOrleans. I suoi concittadini lo avevano lungo tempo ricordato con riverenza ed affetto quale uno deʼ più illustri fra quei guerrieri, che sʼerano sforzati a fondare un grande impero inglese nel Continente dʼEuropa. Lo indomito coraggio, di cui egli fece prova fra mezzo ai disastri, aveva per lui destato uno interesse maggiore di quello che avevanoispirato capitani più fortunati; e la sua morte aveva apprestato al nostro antico teatro una commoventissima scena. I suoi posteri, per dugento anni, goderono deʼ più grandi onori. Capo della famiglia a tempo della Restaurazione era Francesco, undecimo Conte, e Cattolico Romano. La sua morie era stata accompagnata da vicissitudini, che anche in queʼ licenziosi tempi che seguirono alla caduta della tirannide dei Puritani, avevano in tutti destato orrore e pietà. Il Duca di Buckingham nel corso deʼ suoi scandalosi amori sʼinvaghì per un istante della Contessa di Shrewsbury. Ella agevolmente gli si arrese. Il marito sfidò il drudo, e cadde morto. Taluni affermarono che lʼabbandonata donna, travestita da uomo, si stette a vedere il duello, ed altri che essa strinse al seno il vittorioso amante ancora lordo del sangue del suo marito. Le dignità dellʼucciso passarono al suo figliuolo, ancora infante, che aveva nome Carlo. Giunto lʼorfanello alla virilità, tutti confessavano che fraʼ giovani Nobili dellʼInghilterra a nessuno, quanto a lui, la natura era stata prodiga deʼ suoi doni. Aveva prestante la persona, singolarmente dolce lʼindole, tanto alto lo ingegno, che ove gli fosse toccato di nascere in umile condizione, si sarebbe potuto inalzare alle maggiori dignità civili. Tante squisite doti egli aveva siffattamente perfezionate, che innanzi che uscisse di minorità, era reputato uno deʼ più egregi gentiluomini e sapienti deʼ tempi suoi. Della sua dottrina porgono testimonio libri dʼogni genere, che tuttora esistono, postillati di sua mano. Parlava il francese al pari dʼun ciamberlano della Corte di Re Luigi, e lʼitaliano come un cittadino di Firenze. Era impossibile che un tanto giovane non desiderasse sapere le ragioni per cui la sua famiglia aveva ricusato di uniformarsi alla religione dello Stato. Studiò con somma cura le dottrine controverse, sottopose i suoi dubbi ad alcuni sacerdoti della sua propria religione, pose le loro risposte sotto gli occhi di Tillotson, ponderò lungamente e con attenzione gli argomenti prodotti da ambe le parti, e dopo due anni dʼesame si fece Protestante. La Chiesa Anglicana accolse con gioia lo illustre convertito. Egli godeva grande popolarità, la quale divenne maggiore dopo che si seppe come il Re avesse indarno adoperate sollecitazioni e promesse a farlo ritornarealla abiurata superstizione. Nondimeno il carattere del giovine Conte non si esplicò in modo affatto soddisfacente a coloro che avevano principalmente cooperato a convertirlo. I suoi costumi non ischivarono il contagio del libertinismo comune alle classi elevate. E veramente la scossa, che aveva distrutti i suoi pregiudizi, aveva nel tempo stesso rese fluttuanti le sue opinioni lasciandolo in piena balìa al proprio sentire. Ma comecchè i suoi principii difettassero di fermezza, i suoi impulsi erano così generosi, la sua indole sì blanda, i suoi modi cotanto graziosi e semplici, che tornava impossibile non amarlo. Lo chiamarono tosto il Re deʼ Cuori, e per tutto il corso dʼuna lunga, fortunosa ed agitatissima vita, non demeritò mai tal nome.[314]

Shrewsbury era Lord Luogotenente della Contea di Stafford e colonnello dʼuno deʼ reggimenti di cavalleria fatti in occasione della insurrezione delle Contrade Occidentali, e perchè ricusò di ubbidire alle voglie deʼ Regolatori, fu privato di entrambi gli uffici.

XXIX. Nessuno deʼ Nobili inglesi aveva reputazione nel pubblico al pari di Carlo Sackville Conte di Dorset. E davvero egli era insigne uomo. In gioventù era stato uno deʼ più famosi libertini deʼ licenziosi tempi della Restaurazione. Era stato il terrore delle guardie di Città, aveva passate molte notti nel corpo di guardia, e infine fu rinchiuso nella prigione di Newgate. La sua passione per Bettina Morrice, e per Norina Gwynn, che lo chiamava il suo Carlo I, aveva apprestato non poca materia di sollazzo e di scandalo alla città.[315]Nondimeno fra mezzo alle follie e ai vizi, ciascuno riconosceva il suo coraggio, il suo squisito intendimento, e la natia bontà del suo cuore. Dicevano che gli eccessi, ai quali sʼera abbandonato, fossero a lui comuni con tutta la classe deʼ gaii giovani Cavalieri;ma la sua pietà pel dolore altrui e la generosità con che egli espiava i suoi torti, erano qualità tutte sue. I colleghi maravigliavansi della distinzione che il pubblico faceva tra lui ed essi. «Qualunque cosa egli faccia,» diceva Wilmot «non ha mai torto.» Lʼopinione del mondo divenne più favorevole a Dorset quando il fuoco dellʼanima sua fu temperato dagli anni e dal matrimonio. Le sue graziose maniere, il suo gaio conversare, la dolcezza del suo cuore, la generosità della sua mano, universalmente lodavansi. Dicevasi non vi fosse giorno in cui qualche sventurata famiglia non avesse cagione a benedire il nome di lui. E nulladimeno, con tutta la sua buona indole, erano tali le punture deʼ suoi sarcasmi, che coloro i quali erano da tutta la città temuti pel loro spirito satirico, temevano forte la lingua di Dorset. Tutti i partiti politici lo stimavano e carezzavano: ma la politica non gli andava molto a sangue. Sʼegli dalla necessità avesse avuto incitamento a cercare ventura, probabilmente si sarebbe inalzato ai più alti uffici pubblici; ma la sua schiatta era sì illustre e la sua opulenza sì vasta, che mancavano a lui gli sproni più potenti che stimolano gli uomini a gettarsi neʼ pubblici affari. La parte che egli ebbe nel Parlamento e nella Diplomazia basta a dimostrare che a lui nullʼaltro mancava che la inclinazione per gareggiare con Danby e con Sunderland: ma ei si volse a studi che maggiormente gli talentavano. Al pari di molti, i quali, forniti di doti naturali, sono per indole ed abitudine indolenti, divenne buontempone, voluttuoso, e maestro in quelle dilettevoli conoscenze che si acquistano senza severa applicazione. Era universalmente tenuto pel miglior giudice che fosse nella Corte in materia di pittura, scultura, architettura e teatri. Nelle questioni di lettere amene i suoi giudizi erano considerati in tutti i Caffè come inappellabili. Varie egregie produzioni drammatiche, che non erano state applaudite alla prima rappresentazione, si sostennero col solo soccorso della autorità di lui contro i clamori della platea, e si avventurarono con prospero esito ad una seconda prova. La squisitezza del suo gusto nella letteratura francese ebbe le lodi di Saint-Evremond e di La Fontaine. La Inghilterra non aveva mai avuto un uguale protettore delle lettere. La suabontà estendevasi con pari giudizio e liberalità a tutti, senza riguardo di sètte o di fazioni. Glʼingegni, lʼuno allʼaltro avversi per gelosia letteraria o per diversità dʼopinioni politiche, concordavano a riconoscere la sua imparziale cortesia. Dryden confessava dʼessere stato salvato dalla rovina per la principesca generosità di Dorset. E nel tempo medesimo Montague e Prior, che avevano scritto pungenti satire contro Dryden, furono posti da Dorset nella vita pubblica; e la migliore commedia di Shadwell, mortale nemico di Dryden, fu scritta in una villa di Dorset. Il magnifico Conte, ove ne avesse avuta voglia, avrebbe potuto rivaleggiare con coloro ai quali contentavasi dʼessere benefattore; imperciocchè i versi chʼegli alcuna volta compose, per quanto non fossero studiati, rivelano un ingegno, il quale, assiduamente coltivato, avrebbe prodotto qualche cosa di grande. Nel volumetto delle sue opere si trovano canzoni che hanno la spontanea vigoria di Suckling, e satire nelle quali scintilla lo arguto spirito di Butler.[316]

Dorset era Lord Luogotenente di Sussex, e sopra Sussex i Regolatori tenevano con ansietà fitti gli occhi: imperocchè in nessuna altra Contea, tranne Cornwall e Wiltshire, era sì gran numero di piccoli borghi. Gli fu ingiunto di recarsi al suo posto. Niuno di coloro che lo conoscevano aspettavasi chʼegli obbedisse. Rispose come conveniva, e gli fu annunciato non esservi più mestieri deʼ suoi servigi. Si accrebbe lo interesse che ispiravano le sue nobili ed amabili qualità, poichè si seppe chʼegli aveva ricevuto per la posta una lettera cieca, in cui si diceva che, ove egli non si prestasse prontamente ai desiderii del Re, tutto il suo ingegno e la sua popolarità nonlo avrebbero salvato dallo assassinio. Simile ammonimento era stato mandato a Shrewsbury. Le lettere di minaccia erano allora più rare di quello che divennero poi. Non è quindi strano che il popolo esasperato inchinasse a credere che i migliori e più nobili uomini dʼInghilterra dovevano veramente essere vittime deʼ pugnali papisti.[317]Appunto quando coteste lettere formavano il chiacchiericcio di tutta Londra, trovossi in sulla via mutilato il cadavere dʼun cospicuo Puritano. Tosto si conobbe che il braccio dello assassino non era stato mosso da cagione religiosa o politica. Ma i primi sospetti della plebe caddero sopra i papisti. Lo sbranato corpo fu portato in processione alla casa deʼ Gesuiti nel Savoy; e per poche ore il terrore e la rabbia del popolaccio non furono meno violenti che nel giorno in cui lʼassassinato Godfrey fu portato alla sepoltura.[318]

Le altre destituzioni vanno con maggior brevità riferite. Il Duca di Somerset, al quale pochi mesi prima era stato tolto il comando del reggimento, adesso fu privato della luogotenenza di East-Riding nella Contea di York. Il North-Riding fu tolto al Visconte Fauconberg, il Shropshire al Visconte Newport, e la Contea di Lancastro al Conte di Derby, nipote dello strenuo cavaliere, che animosamente era corso incontro alla morte per difendere la Casa Stuarda. Il Conte di Pembroke, il quale di recente aveva con fedeltà e coraggio difesa la Corona contro Monmouth, fu destituito nel Wiltshire, il Conte di Rutland nella Contea di Leicester, il Conte di Bridgewater in quella di Buckingham, il Conte di Thanet in Cumberland, il Conte di Northampton nella Contea di Warwick, il Conte dʼAbingdon in quella di Oxford, e in quella di Derby il Conte di Scarsdale. Questi fu anche destituito dallʼufficio di colonnello di cavalleria, e da un altro ufficio nella casa della Principessa di Danimarca. Essa lottò per mantenerlo al suo servizio, e cedette solo ad un comando perentorio del padre. Il Conte di Gainsborough fu cacciato non solo dalla luogotenenza di Hampshire, ma anche dal governo di Portsmouth edalla ispezione di New-Forest, due posti che egli pochi mesi prima aveva comperati per cinquemila lire sterline.[319]

Il Re non potè trovare nessuno deʼ grandi Lordi, e, per dir vero, deʼ Lordi Protestanti di nessuna specie, i quali volessero accettare gli uffici vacanti. E gli fu mestieri assegnare due Contee a Jeffreys, uomo nuovo che possedeva pochi beni territoriali, e due a Preston, il quale non era nè anche Pari Inglese. Le altre Contee le quali rimasero senza governatori, furono affidate ad alcuni ben noti Cattolici, o a cortigiani che avevano secretamente promesso a Giacomo di dichiararsi cattolici appena lo potessero prudentemente fare.

XXX. Alla perfine la nuova macchina fu messa in azione; e tosto da ogni parte del Regno arrivarono nuove che non era punto riuscita. Il catechismo, a norma del quale i Lordi Luogotenenti dovevano saggiare le opinioni deʼ gentiluomini delle campagne, comprendeva tre questioni. Dovevasi chiedere ad ogni magistrato, e ad ogni luogotenente deputato, primo, se nel caso chʼegli venisse eletto rappresentante al Parlamento, voterebbe a favore dʼuna proposta formata secondo i principii della Dichiarazione dʼIndulgenza; secondo, se, come elettore, sosterrebbe i candidati impegnati a votare a favore di quella proposta; terzo, se, come uomo privato seconderebbe i benevoli disegni del Re vivendo in pace con gli uomini di qualunque religione si fossero.[320]

XXXI. Appena furono spedite le domande, una formula di risposta, congegnata con ammirevole arte, fu mandata in giro per tutto il Reame, e venne generalmente adottata; ed era del seguente tenore: «Come membro della Camera deʼ Comuni, ove avessi lʼonore di esserlo, sarà mio debito ponderare con gran cura tutte le ragioni che nella discussione si adducessero pro e contro una legge dʼIndulgenza, e quindi voterò secondo la convinzione della mia coscienza. Come elettore, sosterrò queʼ candidati le cui opinioni intorno ai doveri di rappresentante concorderanno con le mie. Come uomo privato, desidero vivere in pace ed affetto con ciascuno.» Questa rispostapiù provocante dʼun diretto rifiuto, come quella che olezzava un poco di sì castigata e decorosa ironia da non destare risentimento, fu tutto ciò che gli emissari della Corte poterono ricavare dalle labbra di quasi tutti i gentiluomini delle campagne. Ragioni, promesse, minacce, tutto fu vano. Il Duca di Norfolk, comecchè fosse Protestante e non approvasse il procedere del Governo, aveva acconsentito a servirlo da agente in due Contee. Prima andò in Surrey dove sʼaccôrse di non potere far nulla.[321]Poi passò a Norfolk, e tornò indietro per annunziare al Re che di settanta notevoli gentiluomini che erano in ufficio in quella grande provincia, solo sei porgevano speranza che sosterrebbero la politica della Corte.[322]Il Duca di Bedford, la cui autorità estendevasi sopra quattro Contee inglesi e sopra tutto il Principato di Galles, ritornò a Whitehall con nuove non meno scoraggianti.[323]Rochester era Lord Luogotenente della Contea di Hertford. Aveva consumato tutto quel poco di virtù che egli aveva in cuore lottando contro la tentazione di vendere la propria fede religiosa. Lo vincolava tuttavia alla Corte unʼannua pensione di quattromila lire sterline; e in ricambio era pronto a rendere al Governo qualunque servigio, comunque illegale e disonorevole, purchè non si volesse da lui una formale riconciliazione con Roma. Aveva volentieri accettato lo incarico di corrompere la sua Contea; e lo eseguì, secondo era suo costume, con indiscreto ardore e violenza. Ma la sua collera non produsse alcuno effetto negli animi inflessibili degli scudieri ai quali ei sʼera rivolto. Ad una voce gli dissero di non volere mandare al Parlamento un uomo, il quale fosse disposto a votare per la distruzione delle guarentigie della fede protestante.[324]La medesima risposta fu data al Cancelliere nella Contea di Buckingham.[325]I gentiluomini di quella di Shrop, ragunati a Ludlow, unanimemente ricusarono di vincolarsi con la promessa che il Re chiedevaloro.[326]Il Conte di Yarmouth riferì dal Wiltshire che di sessanta magistrati e Deputati Luogotenenti, coi quali aveva tenuto ragionamento, soli sette avevano date risposte favorevoli, ed anche in queʼ sette non era da fidare.[327]Il rinnegato Peterborough non fece nulla di buono nella Contea di Northampton.[328]Il suo confratello rinnegato, Dover, ebbe la medesima sorte nella Contea di Cambridge.[329]Preston recò sinistre nuove da Cumberland e Westmoreland. Le Contee di Dorset e di Huntingdon erano animate del medesimo spirito. Il Conte di Bath, dopo lunghe pratiche, ritornò dalle Contrade Occidentali con tristi augurii. Aveva avuta potestà di fare le più seducenti offerte agli abitatori di quella regione. In ispecie aveva loro promesso che ove si mostrassero riverenti ai voleri del sovrano, il traffico del rame sarebbe reso libero dalle oppressive restrizioni che lo gravavano. Tutti i Giudici e i Deputati Luogotenenti di Devonshire e di Cornwall, senza eccettuarne nè anche uno, dichiararono dʼesser pronti a porre a repentaglio vita e sostanze pel Re, ma la religione protestante era ad essi più cara della roba e della vita. «Sire,» soggiunse Bath «se Vostra Maestà destituisse tutti cotesti gentiluomini, i successori loro darebbero precisamente la medesima risposta.»[330]Se vi era distretto in cui il Governo potesse sperare esito prospero, era quello di Lancastro. Molto dubitavasi del risultamento di ciò che quivi succedeva. In nessuna parte del reame era sì gran numero di famiglie sempre fide alla vecchia religione. I capi di molte di quelle famiglie, per virtù della potestà di dispensare, erano stati fatti Giudici di Pace, e comandanti delle milizie civiche. E nonostante, dalla Contea di Lancastro il nuovo Luogotenente, chʼera cattolico romano, riferì come due terzi dei deputati e deʼ magistrati procedessero avversi alla Corte.[331]Ma ciò che seguì in Lancastro irritò anche più profondamentelʼorgoglio del Re. Arabella Churchill, venti e più anni innanzi, gli aveva partorito un figlio, che dipoi acquistò gran fama dʼessere il più esperto capitano dʼEuropa. Il giovinetto, che aveva nome Giacomo Fitzjames, non aveva per anche dato segni di dovere pervenire a quellʼaltezza a cui poscia pervenne: ma i suoi modi erano così gentili e inoffensivi chʼegli non aveva altro nemico che Maria di Modena, la quale da lungo tempo sentiva pel figlio della concubina lʼimplacabile odio dʼuna moglie priva di figliuoli. Alcuni della fazione gesuitica, avanti lo annunzio della gravidanza della Regina, avevano seriamente pensato di contrapporlo come rivale alla Principessa dʼOrange.[332]Ove si rammenti che Monmouth, comecchè fosse creduto legittimo dal volgo, e fosse campione della religione dello Stato, aveva pienamente fallito in un simigliante tentativo, eʼ sembra straordinario che vi fossero uomini tanto ciechi per fanatismo, da pensare di porre sul trono un giovane che era universalmente conosciuto come bastardo papista. Eʼ non parve che il Re secondasse mai un così assurdo disegno. Il fanciullo, nondimeno, fu riconosciuto, e gli furono prodigate tutte quelle onorificenze che si possano concedere ad un suddito che non sia di sangue regio. Era stato creato Duca di Berwick, ed allora occupava non pochi onorevoli e lucrosi uffici, tolti a queʼ Nobili che avevano ricusato di arrendersi ai desiderii sovrani. Successe al Conte dʼOxford nel grado di colonnello degli Azzurri, e al Conte di Gainsborough nella Luogotenenza di Hampshire, nella ispezione di New-Forest, e nel Governo di Portsmouth. Berwick aspettavasi che gli venisse incontro, alla frontiera di Hampshire, secondo era costume, una lunga cavalcata di baronetti, cavalieri, e scudieri: ma non ci fu una sola persona di riguardo che si mostrasse a dargli il benvenuto. Ordinò per lettere ai gentiluomini che comparissero al suo cospetto, ma solo cinque o sei obbedirono: gli altri non aspettarono dʼessere destituiti per dichiarare chʼessi non parteciperebbero al Governo civile e militare della loro Contea, mentre il Re vi era rappresentato da un papista; e deposero, di propria volontà, i loro uffici.[333]

Sunderland, il quale era stato nominato Lord Luogotenente della Contea di Northampton, trovò qualche pretesto per non andare ad affrontare lo sdegno e lo spregio deʼ gentiluomini di quella Contea; e le sue scuse furono di leggieri ammesse, dacchè il Re aveva cominciato a intendere come non fosse da porre speranza alcuna nei gentiluomini delle campagne.[334]

È da notarsi che coloro i quali mostravansi così animosi non erano gli antichi nemici della Casa Stuarda. Dalle commissioni di Pace e di Luogotenenza erano stati già da lungo tempo eliminati tutti i nomi repubblicani. Coloro, dai quali la Corte si era indarno studiata dʼottenere la promessa di secondarla, erano, senza eccettuarne nè anche uno, tutti Tory. I più vecchi di loro avevano le cicatrici delle ferite riportate dalle spade delle Teste-Rotonde, e le ricevute delle argenterie con le quali avevano soccorso Carlo I in bisogno. I più giovani avevano fermamente parteggiato per Giacomo contro Shaftesbury e Monmouth. Tali erano coloro che furono destituiti in massa da quello stesso principe, al quale avevano dato cotanto segnalate prove di fedeltà. Ma la cacciata dallʼufficio altro non fece che renderli più inflessibili nel loro proponimento. Essi consideravano come sacro punto dʼonore difendersi animosamente a vicenda in cotesta crisi. Non vi poteva essere dubbio che, raccogliendo onestamente i suffragi deʼ liberi possidenti, non verrebbe eletto nè anche un solo rappresentante favorevole alla politica del Governo. Gli elettori con grande ansietà chiedevansi a vicenda se fosse verosimile che i suffragi venissero onestamente raccolti.

XXXII. Aspettavasi con impazienza la lista degli Sceriffi per lʼanno nuovo. Giunse nelle Contee mentre i Lordi Luogotenenti affaccendavansi neʼ loro maneggi elettorali, e fu ricevuta con universale grido di timore e di sdegno. La maggior parte di coloro che dovevano presedere alle elezioni delle Contee, erano Cattolici Romani o Protestanti Dissenzienti, i quali avevano approvata la Dichiarazione dʼIndulgenza.[335]Per qualche tempo regnò gravissimo timore; ma poco dopo sispense. Eravi buona ragione a credere che vi fosse un punto oltre il quale il Re non poteva nemmeno sperare la cooperazione degli Sceriffi suoi correligionari.

XXXIII. Tra il cattolico cortigiano e il gentiluomo di campagna cattolico era poca simpatia. La cabala che predominava in Whitehall era composta in parte di fanatici, pronti a rompere tutti i principii della morale e mandare a soqquadro il mondo a fine di propagare la religione loro, e in parte dʼipocriti, i quali per cupidigia di guadagno avevano rinnegata la fede in che erano cresciuti, e adesso travarcavano i confini dello zelo che è proprio dei neofiti. Entrambi, i fanatici cortigiani e glʼipocriti, erano generalmente privi dʼogni patrio sentimento, che in alcuni di loro era stato spento dallo affetto per la propria Chiesa. Alcuni erano Irlandesi, il cui patriottismo consisteva nellʼodiare mortalmente i Sassoni conquistatori dellʼIrlanda. Altri erano traditori stipendiati da un Potentato straniero. Taluni avevano passata gran parte della loro vita lungi dal patrio suolo, e, od erano cosmopoliti, od aborrivano i costumi e le istituzioni del paese chʼerano deputati a governare. Tra cosiffatti uomini e il gentiluomo rurale di Chester o di Stafford che aderiva alla vecchia Chiesa, non era nulla di comune. Senza essere nè fanatico nè ipocrita, era Cattolico Romano, perchè il padre e lʼavo erano stati Cattolici; e manteneva lʼavita fede come generalmente gli uomini sogliono fare, cioè con sincerità, ma con poco entusiasmo. In ogni altra cosa egli era un semplice scudiere o possidente inglese; e se differiva daʼ suoi vicini, differiva in ciò chʼegli era più semplice e contadinesco di loro. Per le sue incapacità civili non aveva potuto esplicare le sue doti intellettuali fino a quellʼaltezza—comunque fosse moderata—alla quale giungevano ordinariamente glʼintelletti deʼ protestanti gentiluomini delle campagne. Nella fanciullezza escluso da Eaton e da Westminster, nella gioventù da Oxford e da Cambridge, e nella virilità dal Parlamento e dalle magistrature, generalmente ei vegetava tranquillo come gli olmi del viale che conduceva alla rustica magione degli avi suoi. I campi, le cascine, i cani, la canna da pescare, lo schioppo, il sidro, la birra e il tabacco occupavano pressochè tutti i suoi pensieri.Coʼ suoi vicini, malgrado la differenza di religione, era per lo più in amichevoli relazioni: perocchè essi lo sperimentavano inoffensivo e scevro di ambizione. Egli era quasi sempre di buona ed antica famiglia, e sempre Cavaliere. Le sue peculiari opinioni, delle quali ei non faceva pompa, non davano noia a nessuno. Egli non tormentava, al pari del Puritano, sè ed altrui, scrupoleggiando sopra ogni cosa che fosse dilettevole. Allʼincontro egli era allegro cacciatore, e compagnevole quanto qualunque altro uomo, che avesse prestato il giuramento di supremazia, e fatta la dichiarazione contro la transustanziazione. Trovavasi coʼ suoi vicini allʼagguato, inseguiva con essi il fuggente animale, e finita la caccia, gli conduceva seco a casa a mangiare un pasticcio e bere un bicchiere di vecchia birra. Lʼoppressione da lui sofferta non era stata tale da spingerlo a disperati eccessi. Anche quando la sua Chiesa pativa barbara persecuzione, egli aveva corso lieve pericolo nella vita e negli averi. I più impudenti e falsi testimoni mal potevano rischiarsi ad oltraggiare il buon senso, accusando il gentiluomo cattolico come reo di congiura. I papisti che Oates volle colpire, erano Pari, Prelati, Gesuiti, Benedettini, faccendieri politici, rinomati legisti, medici di Corte. Il gentiluomo cattolico delle campagne, protetto dalla propria vita oscura e pacifica, e dal buon volere deʼ suoi vicini, faceva il suo ricolto di fieno, o riempiva di caccia la sua carniera senza molestia veruna, mentre Colemann e Langhorne, Whitbread e Pikering, lo Arcivescovo Plunkett e Lord Stafford, morivano di capestro o di scure. Parecchi scellerati, a dir vero avevano tentato accusare di tradimento Sir Tommaso Gascoigne, vecchio baronetto cattolico della Contea di York: ma dodici fraʼ migliori gentiluomini del West-Riding, che conoscevano il suo modo di vivere, non poterono persuadersi che lʼonesto vecchio avesse assoldati sicari ad assassinare il Re; e in onta alle accuse, che fecero poco onore ai giudici, lo dichiararono innocente. Talvolta, in verità, il capo dʼunʼantica e rispettabile famiglia di provincia forse amaramente considerava dʼessere escluso, a cagione delle sue religiose credenze, dagli uffici e dalle dignità che uomini di più umile stirpe e meno opulenti erano reputati capaci dʼoccupare: ma era poco inchinevole arischiare le sostanze e la vita in una lotta sproporzionatamente disuguale; e lʼonesto suo patriottismo avrebbe con raccapriccio aborrito dai pensieri di Petre e di Tyrconnel. Certo ei sarebbe stato pronto, come ciascuno deʼ suoi vicini protestanti, a cingersi la spada ed a porre le pistole negli arcioni per difendere la terra natia contro i Francesi o i papisti dʼIrlanda. Tale era comunemente il carattere degli uomini deʼ quali Giacomo voleva servirsi come di strumento a condurre a suo modo le elezioni delle Contee. Ei tosto sʼaccôrse come essi non fossero propensi a perdere la stima deʼ loro concittadini, e mettere in pericolo il capo e la roba, rendendo al Sovrano infami e criminosi servigi. Parecchi di loro non accettarono la nomina di Sceriffo. Di coloro i quali accettarono lʼufficio, molti dichiararono che farebbero onestamente il debito proprio, come se fossero membri della Chiesa dello Stato, e non proclamerebbero eletto alcun candidato che non riportasse la maggioranza deʼ suffragi.[336]

XXXIV. Se il Re poteva poco confidare neʼ suoi Sceriffi Cattolici, anche meno lo poteva neʼ Puritani. Dacchè era stata pubblicata la Dichiarazione dʼIndulgenza, erano corsi vari mesi pieni di gravissimi eventi e di continue controversie. Il lungodiscutere aveva aperti gli occhi a molti Dissenzienti: ma gli Atti del Governo, e segnatamente il rigore col quale aveva trattato il Collegio della Maddalena, avevano contribuito, anche più della penna di Halifax, a insospettire e collegare tutte le classi deʼ Protestanti. Molti di queʼ settari che sʼerano indotti ad esprimere la propria gratitudine per la Indulgenza, adesso vergognavano del proprio errore, ed erano desiderosi di fare ammenda accomunando le loro sorti a quelle del maggior numero deʼ loro concittadini.

A cagione di cotesto mutamento seguito neʼ Non-Conformisti, il Governo trovò nella città ostacoli pressochè uguali a quelli che aveva incontrato nelle Contee. Quando i Regolatori incominciarono lʼopera loro, reputarono come certo che ogni Dissenziente, beneficiato dalla Indulgenza, sarebbe favorevole alla politica del Re. Erano quindi sicuri di potere mettere in tutti gli uffici municipali del Regno fermissimi amici. Nei nuovi statuti municipali la Corona sʼera riserbata la potestà di destituire, a suo arbitrio, i magistrati, e adesso lʼadoperò illimitatamente. Non era al pari evidente che Giacomo avesse la potestà di nominare nuovi magistrati; ma, lʼavesse o non lʼavesse, egli era deliberato dʼarrogarsela. In ogni parte, dal Tweed al Landʼs End tutti i funzionari Tory furono destituiti, e negli uffici vacanti furono posti Presbiteriani, Indipendenti, e Battisti. Nel nuovo statuto municipale di Londra la Corona sʼera riserbata la potestà di destituire i Maestri, i Direttori, e gli Assessori di tutte le compagnie. E però più di ottocento spettabilissimi cittadini, tutti aderenti a quel partito che aveva avversata la Legge di Esclusione, furono con un solo editto cacciati daʼ loro uffici. Poco dopo, comparve un supplemento a cotesta lunga lista.[337]Ma avevano appena prestato giuramento i nuovi ufficiali, allorquando si conobbe come essi fossero intrattabili quanto i loro predecessori. In Newcastle-on-Tyne i Regolatori nominarono un Gonfaloniere Cattolico Romano, e Aldermanni Puritani. Non dubitavasi punto che il corpo municipale, siffattamente ricostituito, non votasse un indirizzo, dichiarando di volere secondarei provvedimenti del Re. Ma quando fu proposto dal Gonfaloniere, venne rigettato; onde egli corse furioso a Londra per dire al Re che i Dissenzienti erano tutti birboni e ribelli, e che in tutto il Municipio di Governo non poteva sperare altro che quattro voti.[338]In Reading furono destituiti ventiquattro Aldermanni Tory, ed eletti altrettanti nuovi, deʼ quali ventitrè, dichiaratisi immediatamente avversi alla Indulgenza, furono anche essi cacciati via.[339]In pochi giorni il borgo di Yarmouth fu retto da tre diverse magistrature; tutte medesimamente ostili alla corte.[340]Questi sono semplici esempi di ciò che accadeva in tutto il reame. Lo ambasciatore Olandese scrisse agli Stati che in molte città i pubblici ufficiali entro un mese si erano mutati due volte e anche tre, e lo erano stati invano.[341]Dai ricordi del Consiglio Privato si raccoglie che il numero delleregolazioni—tale è il vocabolo che adoperavano—furono oltre a dugento.[342]I Regolatori conobbero, come, tranne in pochi Municipi, le cose sʼerano mutate in peggio. I Tory malcontenti, anco mentre mormoravano contro la politica del Re, avevano sempre protestato del loro rispetto per la persona e la dignità di lui, e riprovato ogni pensiero di resistenza. Assai diverso era il linguaggio di alcuni traʼ membri deʼ Corpi Municipali. Dicevasi che taluni vecchi soldati della Repubblica, i quali con maraviglia loro e del pubblico, erano stati creati Aldermanni, rispondessero chiaramente agli agenti della Corte che il sangue scorrerebbe a fiumi innanzi che si raffermasse in Inghilterra il papismo e la tirannide.[343]

I Regolatori conobbero essersi poco o nulla conseguito da ciò che fino allora avevano fatto. Non vi era altro che un solo mezzo il quale facesse loro sperare di ottenere lo scopo.Era mestieri togliere gli statuti ai borghi, e concederne altri che limitassero la franchigia elettorale a piccolissimi collegi dʼelettorali nominati dal Sovrano.[344]

Ma in che guisa mandare siffatto disegno ad esecuzione? In pochi di tali statuti la Corona sʼera riserbata il diritto di revoca: ma gli altri egli poteva riprendere solo per rinunzia volontariamente fatta dai Municipi, o per sentenza del Banco del Re. Intanto pochi corpi municipali erano disposti a rinunziare volontariamente ai loro statuti; e una sentenza secondo gli intendimenti del Governo non poteva sperarsi nè anche da uno schiavo qual era Wright. I mandati diQuo Warranto, pochi anni innanzi spediti per ischiacciare il partito deʼ Whig, erano stati disapprovati da ogni uomo imparziale. Eppure tali mandati avevano almeno sembianza di giustizia; perocchè colpivano gli antichi corpi municipali, deʼ quali pochi erano quelli in cui, col volgere degli anni, non fosse nato qualche abuso bastevole a fornire un pretesto per un processo penale. Ma i Corpi Municipali che ora volevasi disfare erano tuttavia nella innocenza della infanzia, sì che il più vecchio non aveva compiuto il quinto degli anni suoi. Era impossibile che molti di essi avessero commesso delitti da meritarsi la privazione del privilegio elettorale. Gli stessi giudici erano inquieti, e dimostrarono al Re come ciò che da loro si voleva, fosse diametralmente contrario ai più evidenti principii della legge e della giustizia: ma ogni rimostranza fu vana. Ai borghi fu intimato di rinunciare ai loro statuti. Pochi ubbidirono, e il modo onde il Re si condusse con queʼ pochi non confortò gli altri a fidarsi di lui. In varie città il diritto di votare fu tolto alla comunità, e dato a pochi, ai quali fu chiesto il giuramento di eleggere i candidati proposti dal Governo. In Tewkesbury, per modo dʼesempio, la franchigia fu data solo a tredici persone; e nondimeno anche questo numero era grande. Lʼodio e il timore sʼera talmente sparso per tutta la popolazione, che tornava quasi impossibile mettere insieme in una città, con qual si fosse specie dʼimbroglio, tredici individui neʼ quali la Corte potesse avere piena fiducia.Corse la voce che la maggioranza del nuovo collegio elettorale di Tewkesbury fosse animata dal medesimo sentimento chʼera universale in tutta la nazione, e che, arrivato il giorno decisivo, manderebbe Protestanti sinceri al Parlamento. I Regolatori in gran collera minacciarono di ridurre a tre soli il numero degli elettori.[345]Frattanto la maggior parte deʼ borghi negarono di rinunciare ai loro privilegi. Barnstaple, Winchester, e Buckingham si resero notevoli per essersi arditamente opposti. In Oxford la proposta che la città rinunziasse alle franchigie fu rigettata da ottantadue voti contro due.[346]Il Temple e Westminster erano sossopra per lo strano affollamento degli affari che giungevano da ogni angolo del Regno. Ogni legale di gran nome era sopraccarico deʼ ricorsi deʼ Municipi che a lui si volgevano per essere difesi. I litiganti privati querelavansi che le loro faccende venivano trascurate.[347]Era impossibile in pochissimo tempo sbrigare tanto numero di cause. La tirannide se ne accorgeva, ma non poteva patire il minimo indugio, e non trascurò nulla che valesse ad atterrire i borghi disubbidienti, e indurli a sottomettersi. In Buckingham alcuni degli ufficiali del Municipio avevano detto di Jeffreys parole che non erano di lode. Fu loro intentato un processo, e fatto intendere che ove non volessero redimersi rinunziando ai loro statuti, non verrebbe loro usata ombra di misericordia.[348]In Winchester vennero adottati provvedimenti anche più rigorosi. Una numerosa soldatesca fu spedita alla città a solo fine di gravare e vessare gli abitanti:[349]i quali stettero fermi ed animosi; e lʼopinione pubblica accusava Giacomo di volere imitare la peggiore delle scelleratezze del suo confratello di Francia. Dicevasi che principiavano già le dragonate; e vi era cagione a temere tanta enormezza. Giacomo sʼera fitto in mente il pensiero che lʼunico mezzo di far cedere una città ostinata era quello di acquartierare i soldati in seno alle famiglie. Avrebbe dovuto conoscere che questoprovvedimento, sessanta anni innanzi, aveva destato terribili mali umori, ed era stato solennemente dichiarato illegale dalla Petizione dei Diritti. E difatti ne chiese consiglio al Capo Giudice del Banco del Re:[350]il risultamento della consulta rimase secreto; ma in pochi giorni lo aspetto degli affari si fece tale, che un timore più forte ed efficace che non fosse quello di suscitare la collera del Re, cominciò a imporre qualche freno anco ad un uomo abietto qual era Wright.

XXXV. Mentre i Lordi Luogotenenti interrogavano i Giudici di Pace, mentre i Regolatori riformavano i borghi, in tutti i dipartimenti dellʼamministrazione pubblica facevasi rigorosa inquisizione. Ad ognuno deʼ vecchi Cavalieri rovinati, i quali in ricambio del sangue sparso e deʼ beni perduti per difendere la Corona, avevano ottenuto qualche piccolo ufficio sotto la giurisdizione del Guardaroba o del Maestro di caccia, fu intimato di eleggere fra il Re e la Chiesa. I Commissari delle Dogane o dellʼExcise ebbero comandamento di appresentarsi alla Maestà Sua nellʼUfficio del Tesoro. Quivi egli chiese loro la promessa di secondare la sua politica, e ingiunse di farlo parimente promettere aʼ loro sottoposti.[351]Un ufficiale di Dogana rispose al regio comandamento in un modo tale da destare compassione e riso. «Io ho» disse egli «quattordici ragioni per ubbidire a Sua Maestà, una moglie e tredici figliuoli.»[352]Tali ragioni, per vero dire, ponevano alle strette; nulladimeno non furono pochi gli esempi, nei quali, malgrado ragioni siffatte, prevalse la riverenza della religione e lo amore della patria. Abbiamo argomento di credere che il Governo allora meditasse profondamente un colpo che avrebbe ridotto molte migliaia di famiglie ad accattare, e perturbato tutto lʼordine sociale in ciascuna parte del paese. Non era concesso vendere senza licenza, vino, birra, o caffè. Sʼera sparsa la voce che a chiunque possedeva siffatta licenza sarebbe tra breve ingiunto di fare quella promessa chʼera stata imposta ai pubblici impiegati, e, negando, abbandonareil suo traffico.[353]Eʼ sembra certo, che ove si fosse fatto un tal passo, i luoghi di pubblico divertimento o ritrovo sarebbero a un tratto stati chiusi a centinaia in tutto il Regno. Quale effetto avrebbe prodotto cotesto immischiarsi del Governo nei comodi di tutte le classi, può di leggieri immaginarsi. Il risentimento che fanno nascere gli aggravi non è sempre proporzionato alla importanza loro; e non è affatto improbabile che la revoca delle licenze avrebbe fatto ciò che la revoca degli statuti municipali aveva mancato di fare. Le alte classi sociali avrebbero sentita la mancanza della bottega di Saint-James-Street, dove solevano prendere la cioccolata; e agli uomini di faccende sarebbe mancata la tazza di caffé chʼessi erano assuefatti a bere fumando la pipa e chiacchierando di cose politiche in Change-Alley. I Circoli si sarebbero affannati a trovare un ricovero. Il viandante avrebbe sul far della notte trovato deserta lʼosteria, dove credeva potere alloggiare e cenare. Il contadino avrebbe amaramente ripensato alla botteghetta dove egli soleva bere la birra sulla panca neʼ giorni estivi, e accanto al camino in tempo dʼinverno. Il popolo, a cosiffatta provocazione, sarebbe forse insorto tuttoquanto senza attendere il soccorso di stranieri alleati.

XXXVI. Non era da aspettarsi che un Principe, il quale voleva che tutti i più umili servitori del Governo secondassero la sua politica sotto pena dʼessere destituiti, seguitasse a mantenere in ufficio un Procuratore Generale, che non ascondeva la propria avversione a quella politica. Sawyer era stato tollerato nel suo posto per diciotto e più mesi, dopo chʼegli sʼera dichiarato contrario alla potestà di dispensare. Di tale strana indulgenza egli andava debitore alla estrema difficoltà che incontrò il Governo a trovare un uomo da sostituirgli. Per proteggere glʼinteressi pecuniari della Corona, era mestieri che almeno uno deʼ due capi della legge fosse uomo dotto ed esperto; e non era punto facile indurre qual si fosse legale dotto ed esperto ad esporsi al pericolo, commettendo quotidianamente atti, che dal Parlamento alla prima riunione verrebbero forse considerati come gravi delitti. Era stato impossibile trovare un Avvocato Generale migliore di Powis, uomoche non conosceva nessuna specie di freno, ma era incompetente ad adempiere gli ordinari doveri del proprio ufficio. Per tali ragioni fu creduto necessario partire il lavoro. Congiunsero insieme un Procuratore, la cui scienza giuridica scemava di pregio peʼ suoi scrupoli di coscienza, con un Avvocato, nel quale la mancanza dʼogni scrupolo compensava in alcun modo la mancanza del sapere. Quando il Governo voleva fare osservare la legge si serviva di Sawyer; quando desiderava violarla adoperava Powis. Cotesto accomodamento durò finchè il Re potè assicurarsi deʼ servigi di un avvocato il quale era ad un tempo e più vile di Powis e più abile di Sawyer.

XXXVII. Nessuno deʼ legali allora viventi aveva fatto più che Guglielmo Williams virulenta opposizione alla Corte. Sotto Carlo II, egli aveva acquistato reputazione e come Whig e come Esclusionista. Prevalenti le fazioni, era stato eletto Presidente della Camera deʼ Comuni. Dopo la proroga del Parlamento dʼOxford aveva comunemente difeso i più turbolenti demagoghi accusati di sedizione. Nessuno gli negava acutezza di mente e scienza; credevasi che i principali suoi difetti fossero temerità e spirito di parte. Non vʼera per anche il menomo sospetto chʼegli avesse altri difetti, in paragone deʼ quali la temerità e lo spirito di parte potevano considerarsi come virtù. Il Governo cercava pretesto a colpirlo, e non gli fu difficile trovarlo. Egli aveva pubblicato, per ordine della Camera deʼ Comuni, una relazione scritta da Dangerfield, la quale, qualora fosse stata pubblicata da un uomo privato, sarebbe stata indubitabilmente tenuta per libello sedizioso. Williams fu accusato dinanzi la Corte del Banco del Re; invano allegò i privilegi parlamentari; fu dichiarato reo, e condannato ad una pena di dieci mila lire sterline. Ne pagò una parte, e del rimanente firmò una scritta dʼobbligo. Il Conte di Peterborough, il quale era stato ingiuriosamente rammentato nella relazione di Dangerfield, allʼesito prospero del processo, intentò unʼazione civile contro Williams e chiese una forte somma per rifacimento di danni. Williams era ridotto agli estremi, allorquando gli si offrì una sola via di scampo, ed era via dalla quale con raccapriccio avrebbe arretrato il piede ogni uomo fermo neʼ suoi principii ed animoso, affrontandopiù presto la miseria, la prigione, o la morte. Pensò di vendersi al Governo del quale era stato nemico e vittima; offrirsi dʼassaltare con audacia da disperato quelle libertà e quella religione, per le quali aveva dianzi mostrato zelo intemperante; espiare i suoi principii Whig rendendo servigi, dai quali i bacchettoni Tory, lordi ancora del sangue di Russell e di Sidney, rifuggivano inorriditi. Il mercato fu concluso; gli fu condonalo il debito chʼegli aveva verso la Corona; e per la mediazione del Re, Peterborough sʼindusse ad un compromesso. Sawyer fu cacciato; Powis fatto Procuratore Generale; e Williams, nominato Avvocato Generale, ebbe la dignità di cavaliere, e in gran copia il regio favore. E ancorchè per grado ei fosse il secondo ufficiale della Corona nellʼordine giudiciario, aveva tanta abilità, dottrina ed energia, che cacciò tosto nellʼombra il proprio superiore.[354]

Williams non era da lungo tempo in ufficio allorquando dovè essere parte principale nel più memorabile processo di Stato, di cui facciano ricordo gli Annali dellʼInghilterra.

XXXVIII. Il dì 27 aprile 1688, il Re promulgò una seconda Dichiarazione dʼIndulgenza. In essa citava per esteso la Dichiarazione dello scorso aprile, e diceva che la sua vita passata doveva oramai convincere il popolo chʼegli non era uomo da retrocedere da un intrapreso cammino. Ma perchè alcuni faziosi si andavano affaccendando a persuadere al pubblico chʼegli poteva essere forzato a mutare proposito quanto alla Indulgenza, reputava necessario dichiarare chʼegli era determinatissimo di compiere ciò che aveva divisato, e che perciò aveva destituiti molti ufficiali civili e militari disubbidienti. Annunciava che avrebbe convocato il Parlamento nel novembre, al più tardi; ed esortava i suoi sudditi ad eleggere rappresentanti tali che lo aiutassero a mandare ad effetto la grande opera intrapresa.[355]

XXXIX. Questo Atto in sulle prime fece poca impressione. Non conteneva nulla di nuovo; e tutti maravigliavano come il Re avesse creduto valere lo incomodo di pubblicare un solenne Manifesto semplicemente con lo scopo di dichiarare chʼegli si manteneva sempre fermo nel proprio proposito.[356]Forse Giacomo si sentì pungere al vivo dalla indifferenza onde venne dal pubblico accolto lo annunzio della presa determinazione, e credè che la dignità e autorità sue ne soffrirebbero ove ei senza indugio non compisse alcun che di nuovo e di notevole. Il dì 4 maggio, quindi, egli fece unʼOrdinanza in Consiglio nella quale comandava che la nuova Dichiarazione venisse letta per due domeniche successive fra mezzo al servizio divino, dai ministri officianti in tutte le chiese e cappelle del Regno. In Londra e neʼ suburbii la lettura doveva aver luogo neʼ dì 20 e 27 maggio, nelle altre parti dʼInghilterra nei dì 3 e 10 giugno. Ai vescovi fu ingiunto di distribuire esemplari della Dichiarazione nelle loro diocesi.[357]


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