CAPITOLO SESTO.

STORIA DʼINGHILTERRA.CAPITOLO SESTO.SOMMARIO.I. La potenza di Giacomo giunge alla sua maggiore altezza nellʼautunno del 1685.—II. Sua politica estera.—III. Suoi disegni di politica interna; lʼAtto dellʼHabeas Corpus.—IV. Lʼesercito stanziale.—V. Disegni in favore della Religione Cattolica Romana.—VI. Violazione dellʼAtto di Prova; disgrazia di Halifax—VII. Malcontento generale.—VIII. Persecuzione degli Ugonotti francesi.—IX. Effetti da tale persecuzione prodotti in Inghilterra.—X. Ragunanza del Parlamento; discorso del Re; opposizione nella Camera deʼ Comuni.—XI. Sentimenti deʼ Governi stranieri.—XII. Comitato della Camera deʼ Comuni intorno al discorso del Re.—XIII. Sconfitta del Governo.—XIV. Seconda sconfitta del Governo; invettive falle dal Re ai Comuni.—XV. Coke messo in prigione, per aver mancato di rispetto al Re.—XVI. Opposizione al Governo nella Camera deʼ Lordi; il Conte di Devonshire.—XVII. Il Vescovo di Londra.—XVIII. Il Visconte Mordaunt.—XIX. Proroga.—XX. Processi di Lord Gerard e di Hampden.—XXI. Processo di Delamere.—XXII. Effetti dellʼessere stato dichiarato non colpevole.—XXIII. Partiti in Corte; Sentimenti deʼ Tory protestanti.—XXIV. Pubblicazione di scritti trovati nella cassa forte di Carlo II.—XXV. Sentimenti degli uomini più rispettabili fraʼ Cattolici Romani.—XXVI. Cabala dei Cattolici Romani irruenti.—XXVII. Castelmaine; Jermin; White; Tyrconnel.—XXVIII. Sentimenti deʼ ministri dei Governi stranieri.—XXIX. Il Papa e la Compagnia di Gesù in vicendevole opposizione.—XXX. La Compagnia di Gesù.—XXXI. Padre Petre.—XXXII. Umori ed opinioni del Re.—XXXIII. È incoraggiato neʼ suoi errori da Sunderland.—XXXIV. Perfidia di Jeffreys.—XXXV. Godolphin; la Regina; amori del Re.—XXXVI. Caterina Sedley.—XXXVII. Intrighi di Rochester in favore di Caterina Sedley.—XXXVIII. La influenza di Rochester decade.—XXXIX. Castelmaine è inviato a Roma; Giacomo tratta male gli Ugonotti.—XL. La potestà di dispensare.—XLI. Destituzione deʼ Giudici disubbidienti.—XLII. Caso di Sir Eduardo Hales.—XLIII. Ai Romani Cattolici è dato diritto ad occupare i beneficii ecclesiastici; Sclater; Walker.—XLIV. La Decania di Christchurch è data ad un Cattolico Romano.—XLV. Distribuzione deʼ Vescovati.—XLVI. Determinazione di Giacomo ad usare la propria supremaziaecclesiastica contro la Chiesa.—XLVII. Difficoltà a ciò fare.—XLVIII. Crea una nuova Corte dʼAlta Commissione.—XLIX. Procedimenti contro il Vescovo di Londra.—L. Malcontento nato al comparire in pubblico deʼ riti e deʼ vestimenti cattolici romani.—LI. Tumulti.—LII. È formato un campo militare in Hounslow.—LIII. Samuele Johnson.—LIV. Ugo Speke.—LV. Procedimento contro Johnson.—LVI. Zelo del Clero Anglicano contro il papismo; scritti di controversia.—LVII. I Cattolici Romani rimangono vinti.—LVIII. Condizioni della Scozia.—LIX. Queensberry; Perth; Melfort.—LX. Loro apostasia.—LXI. Favore mostrato alla Religione Cattolica Romana in Iscozia; tumulti in Edimburgo.—LXII. Collera del Re.—LXIII. Suoi intendimenti rispetto alla Scozia.—LXIV. Una Deputazione deʼ Consiglieri Privati Scozzesi è mandata a Londra.—LXV. Suoi negoziati col Re; ragunanza degli Stati Scozzesi.—LXVI. Si mostrano disubbidienti.—LXVII. Le loro sessioni vengono aggiornate; sistema arbitrario di governo in Iscozia.—LXVIII. Irlanda.—LXIX. Condizioni delle leggi rispetto a cose religiose.—LXX. Ostilità delle razze; contadini aborigeni.—LXXI. Aristocrazie aborigene.—LXXII. Condizioni della colonia inglese.—LXXIII. Condotta che Giacomo avrebbe dovuto seguire.—LXXIV. Suoi errori—LXXV. Clarendon giunge in Irlanda come Lord Luogotenente.—LXXVI. Sue mortificazioni; paura sparsa fra i coloni.—LXVII. Arrivo di Tyrconnel a Dublino come Generale dʼarmi.—LXXVIII. Parzialità e violenza di lui.—LXXIX. Si studia di far revocare lʼAtto di Stabilimento; ritorna in Inghilterra.—LXXX. Il Re è mal satisfatto di Clarendon.—LXXXI. Rochester è aggredito dalla Cabala gesuitica.—LXXXII. Giacomo si studia di convertire Rochester.—LXXXIII. Destituzione di Rochester.—LXXXIV. Destituzione di Clarendon; Tyrconnel Lord Deputato.—LXXXV. Scoraggiamento deʼ coloni inglesi in Irlanda.—LXXXVI. Effetti della caduta degli Hydes.I. Giacomo trovavasi oramai giunto al più alto grado di potenza e prosperità. Sì in Inghilterra che in Iscozia aveva vinti i suoi nemici, e puniti con una severità che aveva neʼ cuori loro suscitato acerbissimo odio, ma ad un tempo gli aveva efficacemente disanimati. Il partito Whig pareva spento. Il nome di Whig non usavasi mai, tranne come vocabolo di rimprovero. Il Parlamento piegava sommessa la fronte ai voleri del re, il quale aveva potestà di tenerselo sino alla fine del proprio regno. La Chiesa faceva più che mai clamorose proteste di affetto verso lui, proteste chʼella aveva confermate col fatto a tempo della trascorsa insurrezione. I giudici erano suoi strumenti; e qualora non si fossero mostrati tali, stava in lui di cacciarli dʼufficio. I corpi municipali erano pieni di sue creature. Le sue entrate eccedevano dʼassai quelle deʼ suoipredecessori. Ei si gonfiò dʼorgoglio. Non era più lʼuomo il quale, pochi mesi innanzi, tormentato dal dubbio che il trono potesse essergli abbattuto in unʼora sola, aveva implorato con supplicazioni indegne di un re il soccorso dello straniero, ed accettatolo con lacrime di gratitudine. Vagheggiava con la fantasia visioni di dominio e di gloria. Vedevasi già il sovrano predominante dʼEuropa, il campione di molti Stati oppressi da una sola monarchia troppo potente. Fino dal mese di giugno, aveva assicurate le Provincie Unite, che, appena rassettate le faccende dellʼInghilterra, avrebbe mostrato al mondo quanto poco ei temesse la Francia. Giusta siffatte assicuranze, in meno dʼun mese dopo la battaglia di Sedgemoor, concluse con gli Stati Generali un trattato, secondo i principii della triplice alleanza. Fu considerata e allʼAja e a Versailles come circostanza significantissima, che Halifax, perpetuo ed acerrimo nemico della influenza francese, il quale quasi mai, dallʼinizio del regno, era stato consultato sopra alcuno importante negozio, fosse precipuo operatore della lega, in modo da parere che le sue sole parole trovassero ascolto allʼorecchio del principe. E fu circostanza non meno significativa, che innanzi non ne fosse stato fatto pur motto a Barillon. Egli e il suo signore furono presi alla sprovvista. Luigi ne rimase sconcertato, e mostrò grave e non irragionevole ansietà rispetto ai futuri disegni di un principe, il quale, poco avanti, era stato suo pensionato e vassallo. Correva molto la voce che Guglielmo dʼOrange si affaccendasse a formare una grande confederazione, che doveva comprendere i due rami della Casa dʼAustria, le Provincie Unite, il regno di Svezia e lo Elettorato di Brandenburgo. Adesso pareva che tale confederazione dovesse avere a capo il re e il Parlamento dʼInghilterra.[1]II. Difatti, furono iniziate pratiche tendenti a simile scopo. La Spagna propose di formare una stretta lega con Giacomo; il quale accolse favorevolmente la proposta, comecchè chiaro apparisse che tale alleanza sarebbe stata poco meno che una dichiarazione contro la Francia. Ma ei differì la sua ultimarisoluzione fino alla nuova ragunanza del Parlamento. Le sorti della Cristianità pendevano dalla disposizione in cui egli avrebbe trovata la Camera deʼ Comuni. Se essa era inchinevole ad approvare i suoi divisamenti di politica interna, non vi sarebbe stata cosa alcuna che gli avesse impedito dʼintervenire con vigore ed autorità nella gran contesa che tosto doveva travagliarsi nel continente. Se la Camera era disubbidiente, egli sarebbe stato costretto a deporre ogni pensiero dʼarbitrato tra le nazioni contendenti, ad implorare nuovamente lo aiuto della Francia, a sottoporsi di nuovo alla dittatura francese, a diventare potentato di terza o quarta classe, e a rifarsi del dispregio, in che lo avrebbero tenuto gli stranieri, trionfando della legge e della pubblica opinione nel proprio regno.III. E veramente, non sembrava facile chʼegli chiedesse ai Comuni più di quello che essi inchinavano a concedere. Avevano già date abbondevoli prove dʼessere desiderosi di serbare intatte le regie prerogative, e di non patire eccessivi scrupoli a notare le usurpazioni chʼegli faceva contro i diritti del popolo. Certo, undici dodicesimi deʼ rappresentanti o dipendevano dalla Corte, o erano zelanti Cavalieri di provincia. Poche erano le cose che una tale Assemblea avrebbe pertinacemente ricusate al Sovrano; e fu fortuna per la nazione, che tali poche cose fossero quelle appunto che a Giacomo stavano più a cuore.Uno deʼ suoi fini era quello dʼottenere la revoca dellʼHabeas Corpus, che egli odiava, come era naturale che un tiranno odiasse il freno più vigoroso che la legislazione impose mai alla tirannide. Cotesto odio gli rimase impresso in mente fino allʼultimo dì di sua vita, e si manifesta negli avvertimenti chʼegli scrisse in esilio per erudimento del figlio.[2]Ma lʼHabeas Corpus, quantunque fosse una legge fatta mentre i Whig dominavano, non era meno cara ai Tory che ai Whig. Non è da maravigliare che questa gran legge fosse tenuta in tanto pregio da tutti glʼInglesi, senza distinzione di partito; perocchè,non per indiretta, ma per diretta operazione contribuisce alla sicurezza e felicità di ogni abitante del Regno.[3]IV. Giacomo vagheggiava un altro disegno, odioso al partito che lo aveva posto sul trono, e ve lo manteneva. Desiderava formare un grande esercito stanziale. Erasi giovato dellʼultima insurrezione per accrescere considerevolmente le forze militari lasciate dal fratello. I corpi che oggidì si chiamano i primi sei reggimenti delle guardie a cavallo, il terzo e quarto reggimento dei dragoni, e i nove reggimenti di fanteria, dal settimo al decimoquinto inclusivamente, erano stati pur allora formati.[4]Lo effetto di tale aumento, e del richiamo del presidio di Tangeri, fu che il numero delle truppe regolari in Inghilterra, erasi in pochi mesi accresciuto da sei mila a circa ventimila uomini. Nessuno deʼ Re nostri in tempo di pace aveva avuto mai tante forze sotto il suo comando. E Giacomo non ne era nè anche soddisfatto. Ripeteva spesso, come non fosse da riposare sulla fedeltà delle milizie civiche, le quali partecipavano di tutte le passioni della classe a cui appartenevano; che in Sedgemoor sʼerano trovati nellʼarmata ribelle più militi cittadini che non fossero nel campo regio; e che se il trono fosse stato difeso soltanto dalle milizie delle Contee, Monmouth avrebbe marciato trionfante da Lyme a Londra.La rendita, per quanto potesse sembrare grande, in agguaglio di quella deʼ Re precedenti, serviva appena a questa nuova spesa. Gran parte deʼ proventi delle nuove tasse spendevasi nel mantenimento della flotta. Sul finire del regno antecedente, lʼintera spesa dellʼarmata, incluso il presidio di Tangeri, era stata minore di trecento mila lire sterline annue. Adesso non sarebbero bastate seicento mila sterline.[5]Se nuovi aumenti dovevano farsi, era necessario chiedere altra pecunia al Parlamento;e non era probabile che esso si sarebbe mostrato proclive a concedere. Il semplice nome dʼesercito stanziale era in odio a tutta la nazione, e a nessuna parte di quella più in odio, che ai gentiluomini Cavalieri, i quali riempivano la Camera Bassa. Nella loro mente, la idea dʼun esercito stanziale richiamava lʼimmagine della Coda del Parlamento, del Protettore, delle spoliazioni della Chiesa, della purgazione delle Università, dellʼabolizione della Parìa, dellʼassassinio del Re, del tristo regno deʼ Santocchi, del piagnisteo e dellʼascetismo, delle multe e deʼ sequestri, deglʼinsulti che i Generali, usciti dalla feccia del popolo, avevano recato alle più antiche ed onorevoli famiglie del reame. Inoltre, non vʼera quasi baronetto o scudiere nel Parlamento, che non andasse non poco debitore della propria importanza nella propria Contea al grado chʼegli aveva nella milizia civica. Se essa veniva abolita, era mestieri che i gentiluomini inglesi perdessero gran parte della loro dignità ed influenza. Era, dunque, probabile che il Re incontrasse maggiori difficoltà ad ottenere i mezzi per il mantenimento dello esercito, che ad ottenere la revoca dellʼHabeas Corpus.V. Ma ambidue i predetti disegni erano subordinati al grande divisamento al quale il Re con tutta lʼanima intendeva, ma che era aborrito da quei gentiluomini Tory, i quali erano pronti a spargere il proprio sangue per difendere i diritti di lui; aborrito da quella Chiesa che non aveva mai, per lo spazio di tre generazioni di discordie civili, vacillato nella fedeltà verso la sua casa; aborrito perfino da quellʼarmata alla quale, negli estremi, era dʼuopo chʼei sʼaffidasse.La sua religione era tuttavia proscritta. Molte leggi rigorose contro i Cattolici Romani contenevansi nel Libro degli Statuti, e non molto tempo innanzi erano state rigorosamente eseguite. LʼAtto di Prova escludeva dagli ufficii civili e militari tutti coloro che dissentivano dalla Chiesa dʼInghilterra; e un Atto posteriore, proposto ed approvato allorché le fandonie di Oates avevano resa frenetica la nazione, ordinava che niuno potesse sedere in nessuna delle Camere del Parlamento se prima non avesse solennemente abiurato la dottrina della transustanziazione. Che il Re desiderasse ottenere piena tolleranzaper la Chiesa alla quale egli apparteneva, era cosa naturale e giusta; nè vʼè ragione alcuna a dubitare che, con un poʼ di pazienza, di prudenza e di giustizia, avrebbe ottenuta tale tolleranza.La immensa avversione e paura che il popolo inglese provava per la religione di Giacomo, non era da attribuirsi solamente o principalmente ad animosità teologica. Tutti i dottori della Chiesa Anglicana, non che i più illustri non-conformisti, unanimemente ammettevano che la eterna salute potesse trovarsi anche nella Chiesa Romana: che anzi alcuni credenti di quella Chiesa annoveravansi fra i più illustri eroi della virtù cristiana. È noto che le leggi penali contro il papismo erano ostinatamente difese da molti, che reputavano lʼArianismo, il Quacquerismo, il Giudaismo, considerati spiritualmente, più pericolosi del papismo, e non erano disposti a fare simiglianti leggi contro gli Ariani, i Quacqueri o i Giudei.È facile comprendere perché il Cattolico Romano venisse trattato con meno indulgenza di quella che usavasi ad uomini i quali non credevano nella dottrina deʼ Padri di Nicea, e anche a coloro che non erano stati ammessi nel grembo della Fede Cristiana. Era fra glʼInglesi fortissima la convinzione che il Cattolico Romano, sempre che si trattava dellʼinteresse della propria religione, si credesse sciolto da tutti gli ordinarii dettami della morale; che anzi reputasse meritorio violarli, se, così facendo, poteva liberare dal danno o dal biasimo la Chiesa di cui egli era membro.Nè questa opinione era priva dʼuna certa apparenza di ragione. Era impossibile negare, che varii celebri casuisti cattolici romani avessero scritto a difesa del parlare equivoco, della restrizione mentale, dello spergiuro, e perfino dellʼassassinio. Nè, come dicevasi, le speculazioni di cotesta odiosa scuola di sofisti erano state sterili di frutti. La strage della festività di San Bartolommeo, lo assassinio del primo Guglielmo dʼOrange, quello dʼEnrico III di Francia, le molte congiure macchinate aʼ danni dʼElisabetta, e sopra tutte quella delle polveri, venivano di continuo citate come esempii della stretta connessione tra la viziosa teoria e la pratica viziosa. Allegavasi, come ciascuno di cotali delitti fosse stato suggeritoe lodato daʼ teologi cattolici romani. Le lettere che Eduardo Digby scrisse dalla Torre col succo di limone alla propria moglie, erano state di fresco pubblicate, e citavansi spesso. Egli era uomo dotto e gentiluomo onesto in ogni cosa, e forte animato del sentimento del dovere verso Dio. E nondimeno, era stato profondamente implicato nella congiura ordita a fare saltare in aria il Re, i Lordi e i Comuni; e sul punto di andare alla eternità, aveva dichiarato di non sapere intendere in che guisa un Cattolico Romano potesse stimare peccaminoso un tale disegno. La conseguenza che il popolo deduceva da siffatte cose, era che, per quanto onesto si volesse immaginare il carattere dʼun papista, non vi era eccesso di fraude e di crudeltà, di cui egli non fosse capace ogni qualvolta ne andasse della securtà e dellʼonore della propria religione.La straordinaria credenza che ebbero le favole di Oates, è massimamente da attribuirsi al prevalere di tale opinione. Era inutile che lo accusato Cattolico Romano allegasse la integrità, umanità e lealtà da lui mostrate in tutto il corso della propria vita. Era inutile chʼegli adducesse a schiere testimoni rispettabili appartenenti alla sua religione, per contraddire i mostruosi romanzi inventati dallʼuomo più infame del genere umano. Era inutile che, col capestro al collo, invocasse sopra il suo capo la vendetta di quel Dio, al cospetto del quale, tra pochi momenti, egli doveva presentarsi, se ei fosse stato reo di avere meditato alcun male contro il suo principe, o i suoi concittadini protestanti. Le testimonianze addotte in proprio favore servivano solo a provare quanto poco valessero i giuramenti deʼ papisti. Le sue stesse virtù facevano presumere la sua propria reità. Il vedersi dinanzi agli occhi la morte e il giudicio, rendeva più verisimile chʼegli negasse ciò che, senza danno dʼuna causa santissima, non avrebbe potuto confessare. Tra glʼinfelici convinti rei dellʼassassinio di Godfrey, era stato Enrico Berry, protestante di fama non buona. È cosa notevole e bene provata, che le estreme parole di Berry contribuirono più a togliere credenza alla congiura, di quel che facessero le dichiarazioni di tutti i pii ed onorevoli Cattolici Romani che patirono la medesima sorte.[6]E non erano solo lo stolto volgo, i soli zelanti, nello intelletto deʼ quali il fanatismo aveva spento ogni ragione e carità, coloro che consideravano il Cattolico Romano come uomo che, per la facilità della propria coscienza, di leggieri diventava falso testimonio, incendiario, o assassino; come uomo che trattandosi della propria religione non abborriva da qual si fosse atrocità, e non si teneva vincolato da nessuna specie di giuramento. Se in quellʼetà vʼerano due che per intendimento o per indole inclinassero alla tolleranza, queʼ due erano Tillotson e Locke. Nonostante, Tillotson, che per essersi sempre mostrato indulgente a varie classi di scismatici ed eretici, ebbe rimprovero dʼeterodosso, disse dal pulpito alla Camera deʼ Comuni, essere loro debito di provvedere con somma efficacia contro la propaganda dʼuna religione più malefica della irreligione stessa; dʼuna religione che richiedeva daʼ suoi proseliti servigii direttamente opposti ai principii della morale. Confessò come per indole ei fosse prono alla dolcezza; ma il proprio dovere verso la società lo forzava, in quella sola circostanza, ad essere severo. Dichiarò che, secondo egli pensava, i Pagani che non avevano mai udito il nome di Cristo ed erano solo diretti dal lume della ragione naturale, erano membri della civile comunanza più degni di fiducia, che gli uomini educati nelle scuole deʼ casisti papali.[7]Locke, nel celebre trattato, nel quale si affaticò a dimostrare che anche le più grossolane forme dellʼidolatria non erano da inibirsi con leggi penali, sostenne che quella Chiesa la quale insegnava agli uomini di non serbare fede agli eretici, non aveva diritto alla tolleranza.[8]Egli è evidente che, in tali circostanze, il grandissimo dei servigi che un Inglese cattolico romano avrebbe potuto rendere ai propri confratelli, era quello di provare al pubblico, che qualunque cosa alcuni temerari, in tempi di forti commovimenti, avessero potuto scrivere o fare, la sua Chiesa non ammetteva che il fine giustifichi i mezzi incompatibili con la morale. E Giacomo poteva mirabilmente rendere alla fede untanto servigio. Era Re, e il più potente di quanti principi fossero stati sul trono dʼInghilterra a memoria degli uomini più vecchi. Stava in lui far cessare o rendere perpetuo il rimprovero che si faceva alla sua religione.Sʼegli si fosse uniformato alle leggi, se avesse mantenute le fatte promissioni, se si fosse astenuto dallʼadoperare alcun mezzo iniquo a propagare le sue proprie opinioni teologiche, se avesse sospesa lʼazione degli statuti penali, usando largamente della sua incontrastabile prerogativa di far grazia, a un tempo astenendosi di violare la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno; il sentire del suo popolo si sarebbe rapidamente cangiato. Un tanto esempio di buona fede scrupolosamente osservato da un principe papista verso una nazione protestante, avrebbe spenti i comuni sospetti. Quegli uomini che vedevano come a un Cattolico Romano si concedesse dirigere il potere esecutivo, comandare le forze di terra e di mare, convocare o sciogliere il Parlamento, nominare i Vescovi e Decani della Chiesa dʼInghilterra, avrebbero tosto cessato di temere che vi fosse gran male, permettendo ad un Cattolico Romano dʼessere capitano dʼuna compagnia, o aldermanno dʼun borgo. E forse, in pochi anni, la setta per tanto tempo detestata dalla nazione, sarebbe stata, con plauso universale, ammessa agli uffici e al Parlamento.Se, dallʼaltro canto, Giacomo avesse tentato di promuovere glʼinteressi della Chiesa, violando le leggi fondamentali del suo regno e le solenni promesse da lui ripetutamente fatte al cospetto di tutto il mondo, mal potrebbe dubitarsi che gli addebiti che, secondo lʼandazzo, facevansi contro la Religione Cattolica, si considerassero da tutti i Protestanti come pienamente stabiliti. Imperocchè, se mai si fosse potuto sperare che un Cattolico Romano fosse capace di mantenere fede agli eretici, si sarebbe potuto supporre che Giacomo mantenesse fede al clero Anglicano. Ad esso egli andava debitore della sua corona; e se esso non avesse potentemente avversata la legge dʼEsclusione, egli sarebbe stato un esule. Aveva più volte ed enfaticamente riconosciuto i propri obblighi verso quello, e giurato di non attentare minimamente ai diritti spettanti alla Chiesa. Sʼegli non poteva sentirsi obbligato dacosiffatti vincoli, risultava manifestamente che, in ogni cosa concernente la sua superstizione, non vʼera vincolo di gratitudine o di onore che potesse obbligarlo. Era quindi impossibile aver fiducia in lui; e se i suoi popoli non potevano fidarsi di lui, qual altro membro della sua Chiesa era egli meritevole di fiducia? Non era reputato costituzionalmente e per usanza traditore. Per il brusco contegno e la mancanza di riguardo verso gli altrui sentimenti, sʼera scroccato una fama di sincero chʼegli affatto non meritava. I suoi panegiristi affettano di chiamarlo Giacomo il Giusto. Se dunque diventando papista, volesse supporsi chʼegli fosse parimente divenuto dissimulatore e spergiuro, quale conclusione doveva ricavarne un popolo ormai disposto a credere che il papismo avesse perniciosa influenza sul carattere morale dellʼuomo?VI. Per tali ragioni, molti deʼ più illustri cattolici, e fra gli altri il sommo Pontefice, opinavano che glʼinteressi della loro Chiesa nellʼisola nostra verrebbero più efficacemente promossi da una politica costituzionale e moderata. Ma cosiffatte ragioni non facevano punto effetto nel tardo intelletto e nella imperiosa indole di Giacomo. Nel suo ardore a rimuovere glʼimpedimenti che gravavano i suoi correligionari, egli appigliossi ad un partito tale, da persuadere ai più culti e moderati protestanti di quel tempo, che per la salute dello Stato era necessario mantenere in vigore i suddetti impedimenti. Alla politica di lui glʼInglesi Cattolici erano debitori di tre anni di sfrenato e insolente trionfo, e cento quaranta anni di servitù ed abiezione.Molti Cattolici Romani occupavano uffici neʼ reggimenti novellamente formati. Questa violazione della legge per qualche tempo non fu censurata; perocchè le genti non erano disposte a notare ogni irregolarità che commettesse un Re chiamato appena sul trono a difendere la corona e la vita contro i ribelli. Ma il pericolo non era più. Glʼinsorti erano stati vinti e puniti. Il loro malaugurato attentato aveva accresciuta forza al Governo che speravano abbattere. Nondimeno, Giacomo seguitò a concedere comandi militari ad individui privi delle qualità richieste dalla legge; e dopo poco si seppe chʼegli era risoluto di non considerarsi vincolato dallʼAtto diProva, che sperava dʼindurre il Parlamento a revocarlo, e che ove il Parlamento si fosse mostrato disubbidiente, egli avrebbe fatto da sè.Appena sparsa cotesta voce, un profondo mormorare, foriero di procella, gli dette avviso che lo spirito, innanzi al quale lʼavo, il padre e il fratello di lui erano stati costretti a indietreggiare, come che tacesse, non era spento. Lʼopposizione mostrossi primamente nel Gabinetto. Halifax non ardì nascondere il disgusto e la trepidazione che gli stavano in cuore. In Consiglio animosamente espresse queʼ sentimenti, che, come tosto si vide, concitavano tutta la nazione. Da nessuno deʼ suoi colleghi fu secondato; e non si parlò altrimenti della cosa. Fu chiamato alle stanze reali. Giacomo si studiò di sedurlo coʼ complimenti e con le blandizie, ma non ottenne nulla. Halifax ricusò positivamente di promettere che avrebbe nella Camera deʼ Lordi votato a favore della revoca sia dellʼAtto di Prova, sia dellʼHabeas Corpus.Taluni di coloro che stavano dintorno al Re, lo consigliarono a non cacciare allʼopposizione, in sulla vigilia del ragunarsi del Parlamento, il più eloquente ed esperto uomo di Stato che fosse nel Regno. Gli dissero che Halifax amava la dignità e gli emolumenti dellʼufficio; che mentre seguitava a rimanere Lord Presidente, non gli sarebbe stato possibile adoperare tutta la propria forza contro il Governo, e che destituirlo era il medesimo che emanciparlo da ogni ritegno. Il Re si tenne ostinato. Ad Halifax fu fatto sapere che non vʼera più mestieri deʼ suoi servigi, e il suo nome fu casso dal Libro del Consiglio.[9]VII. La sua destituzione produsse gran senso non solo in Inghilterra, ma anche in Parigi, in Vienna e nellʼAja; imperciocchè bene sapevasi, come egli si fosse sempre studiato di frustrare la influenza che la Francia esercitava nelle cose politiche della Gran Brettagna. Luigi si mostrò grandemente lieto della nuova. I ministri delle Provincie Unite e quelli di Casa dʼAustria, dallʼaltro canto, esaltavano la saviezza e la virtù del deposto uomo di Stato, in modo da offendere la Corte diWhitehall. Giacomo, in ispecie, era incollerito contro il segretario della legazione imperiale, il quale non si astenne dal dire che gli eminenti servigi resi da Halifax nel dibattimento intorno alla Legge dʼEsclusione, erano stati rimunerati con somma ingratitudine.[10]Dopo poco tempo si conobbe che molti sarebbero stati i seguaci di Halifax. Una parte deʼ Tory, guidati da Danby loro antico capo, cominciarono a parlare un linguaggio che olezzava di spirito Whig. Persino i prelati accennavano esservi un punto in cui la lealtà verso il principe doveva cedere a più alte ragioni. Il malcontento deʼ capi dellʼarmata era anche più straordinario e più formidabile. Principiavano già ad apparire i primi segni di queʼ sentimenti che, tre anni dipoi, spinsero molti ufficiali dʼalto grado a disertare la bandiera regia. Uomini che per lo avanti non avevano mai avuto scrupolo alcuno, subitamente divennero scrupolosi. Churchill susurrava sottovoce, che il Re andava troppo oltre. Kirke, pur allora ritornato dalle stragi dʼoccidente, giurava di difendere la religione protestante. E quandʼanche, ei diceva, avesse ad abiurare la fede alla quale era stato educato, non sarebbe mai diventato papista. Egli era già vincolato da una solenne promessa allo imperatore di Marocco, al quale aveva giurato che se mai si fosse indotto ad apostatare, si sarebbe fatto Musulmano.[11]VIII. Mentre la nazione, agitata da molte veementi emozioni, aspettava ansiosa il ragunarsi delle Camere, giunsero di Francia nuove, che accrebbero lo universale eccitamento.La diuturna ed eroica lotta degli Ugonotti col Governo francese era stata condotta a fine dalla destrezza e dal vigore di Richelieu. Il grande uomo di Stato gli vinse; ma confermò loro la libertà di coscienza ad essi conceduta dallo editto di Nantes. Fu loro promesso, sotto alcune non incomode restrizioni, dʼadorare Dio secondo il loro rituale, e di scrivere in difesa della loro dottrina. Erano ammissibili agli uffici politicie militari; nè la eresia loro, per uno spazio considerevole di tempo, impedì ad essi praticamente dʼinnalzarsi nel mondo. Alcuni di loro comandavano lo armate dello Stato, ed altri presiedevano aʼ dipartimenti dʼimportanza nellʼamministrazione civile. Finalmente, variò la fortuna. Luigi XIV, fino dagli anni suoi primi, aveva sentita contro i Calvinisti unʼavversione religiosa e insieme politica. Come zelante Cattolico Romano, detestava i loro domini teologici. Come principe amante del potere assoluto, detestava quelle teorie repubblicane, che erano frammiste alla teologia ginevrina. A poco a poco privò gli scismatici di tutti i loro privilegi. Sʼintromise nella educazione deʼ fanciulli protestanti, confiscò gli averi lasciati in legato ai Concistori protestanti, e con frivoli pretesti chiuse tutte le chiese protestanti. I ministri protestanti furono spogliati daʼ riscuotitori delle tasse. I magistrati protestanti furono privati dellʼonore della nobiltà. Agli ufficiali protestanti della Casa Reale fu annunziato che Sua Maestà più non aveva mestieri deʼ loro servigi. Furono dati ordini perchè nessun protestante fosse ammesso alla professione di legale. La oppressa setta mostrò qualche lieve segno di quello spirito che, nel secolo precedente, aveva sfidata la potenza della Casa di Valois. Ne seguirono stragi e pene capitali. Furono acquartierate compagnie di dragoni nelle città dove gli eretici erano numerosi, e nelle abitazioni rurali di gentiluomini eretici; e la crudeltà e la licenza di cotesti feroci missionari, era approvata o debolmente biasimata dal Governo. Nondimeno, lo editto di Nantes, quantunque fosse stato violato di fatto in tutte le sue più essenziali provvisioni, non era stato per anche formalmente revocato; e il Re più volte dichiarò in solenni atti pubblici, dʼessere deliberato a mantenerlo. Ma i bacchettoni e gli adulatori, che governavano lʼorecchio del Re, gli porsero un consiglio chʼei volentieri accolse. Gli dimostrarono la sua politica di rigore avere già prodotti stupendi effetti, poca o nessuna resistenza essersi fatta al suo volere, migliaia dʼUgonotti essersi già convertiti; e conclusero che, ove egli facesse lʼunico passo che rimaneva a compire lʼopera, coloro che seguitavano a ricalcitrare, si sarebbero sollecitamente sottomessi; la Francia sarebbe purgata della macchia dʼeresia; e il suo principe sisarebbe acquistata una corona celeste non meno gloriosa di quella di San Luigi. Tali argomenti vinsero lʼanimo del Re. Il colpo finale fu dato. Lo editto di Nantes venne revocato; e comparvero, rapidamente succedendosi, numerosi decreti contro i settarii. I fanciulli e le fanciulle furono strappati dalle braccia deʼ genitori, e mandati ad educarsi nei conventi. A tutti i Ministri Calvinisti fu ingiunto o di abiurare la loro religione, o dentro quindici giorni uscire dal territorio della Francia. Agli altri credenti della Chiesa Riformata fu inibito di partirsi dal Regno; e a fine dʼimpedire loro la fuga, i porti e i confini vennero rigorosamente guardati. In tal modo, il traviato gregge—sperava il principe—diviso dai malvagi pastori, sarebbe tosto ritornato in grembo alla vera fede. Ma, a dispetto di tutta la vigilanza della polizia militare, numerosissimi furono gli emigrati. Fu calcolato che in pochi mesi cinquantamila famiglie dissero per sempre addio alla Francia. Nè i fuggenti erano tali da importar poco alla patria che li perdeva. Erano per lo più persone intelligenti, industriose e di austera morale. Trovavansi fra loro nomi illustri nella milizia, nelle scienze, nelle lettere, nelle arti. Parecchi degli esuli offersero le spade loro a Guglielmo dʼOrange, e si resero notevoli pel furore onde combatterono contro il loro persecutore. Altri vendicaronsi con armi anco più formidabili, e per mezzo delle stamperie dʼOlanda, dʼInghilterra, di Germania, infiammarono per trenta anni gli animi di tutta lʼEuropa contro il Governo Francese. Una classe più pacifica di gente istituì manifattorie di seta nel suburbio orientale di Londra. Una compagnia dʼesuli insegnò ai Sassoni a fare le stoffe e i cappelli, di che fino allora la sola Francia aveva tenuto il monopolio. Unʼaltra piantò le prime viti nelle vicinanze del Capo di Buona Speranza.[12]In circostanze ordinarie, le Corti di Spagna e di Roma avrebbero fatto plauso ad un principe che aveva vigorosamente guerreggiato contro la eresia. Ma tanto era lʼodio ispirato dalla ingiustizia ed alterigia di Luigi, che, fattosi egli persecutore, le Corti di Roma e di Spagna presero le parti della libertà religiosa,e forte riprovarono le crudeltà di scagliare senza freno sopra genti inoffensive una feroce e licenziosa soldatesca.[13]Un grido unanime di dolore e di rabbia levossi daʼ petti di tutti i protestanti dʼEuropa. La nuova della revoca dello editto di Nantes giunse in Inghilterra circa una settimana innanzi che si aggiornasse il Parlamento. Apparve allora manifesto, che lo spirito di Gardiner e del Duca dʼAlba seguitava sempre ad animare la Chiesa Cattolica Romana. Luigi non era da meno di Giacomo per generosità ed umanità, e certo eragli superiore in tutte le doti e i requisiti dʼuomo di Stato. Luigi, al pari di di Giacomo, aveva ripetutamente promesso di rispettare i privilegi deʼ suoi sudditi protestanti. Nulladimeno, Luigi adesso era diventato scopertamente persecutore della religione riformata. Quale ragione, dunque, eravi a dubitare che Giacomo aspettasse solo la occasione di seguire lo esempio del Re francese? Egli andava già formando, a dispetto della legge, una forza militare composta in gran parte di Cattolici Romani. Vi era nulla dʼirragionevole nel timore che tale forza potesse venire adoperata a fare ciò che i dragoni francesi avevano fatto?IX. Giacomo rimase conturbato quasi al pari deʼ suoi sudditi per la condotta della Corte di Versailles. A dir vero, essa aveva agito in modo che parea volesse essergli dʼimpaccio e di molestia. Egli stava sul punto di chiedere al corpo legislativo protestante piena tolleranza pei Cattolici Romani. Nulla, quindi, gli poteva giungere tanto importuno, quanto la nuova che in uno Stato vicino, un Governo cattolico romano avesse pur allora privati della tolleranza i protestanti. La sua vessazione fu accresciuta da un discorso che il Vescovo di Valenza, a nome del clero gallicano, diresse a Luigi XIV. Lʼoratore diceva, come il pio sovrano dellʼInghilterra sperasse dal Re Cristianissimo soccorso contro una nazione eretica. Fu notato che i membri della Camera deʼ Comuni mostravansi singolarmenteansiosi di procurarsi esemplari di cotesta arringa, la quale venne letta da tutti glʼInglesi con isdegno e timore.[14]Giacomo voleva frustrare la impressione da siffatte cose prodotta, ed in quel momento mostrare allʼEuropa di non essere schiavo della Francia. Dichiarò quindi pubblicamente, comʼegli disapprovasse il modo onde gli Ugonotti erano stati trattati; largì agli esuli qualche soccorso dal suo tesoro privato; e con lettere munite del gran sigillo, invitò i suoi sudditi ad imitare la liberalità sua. In pochi mesi chiaro si conobbe, come la mostrata commiserazione fosse finta a blandire il Parlamento; come egli sentisse verso i fuorusciti odio mortale; e come di nulla tanto si dolesse, quanto della propria impotenza a fare ciò che Luigi aveva compìto.X. Il dì 9 di novembre, le Camere si ragunarono. I Comuni furono chiamati alla barra deʼ Lordi a udire il discorso della Corona, profferito dal Re stesso sul trono. Lo avea composto da sè. Congratulossi coi suoi amatissimi sudditi di vedere spenta la ribellione nelle Contrade Occidentali; ma soggiunse che la celerità onde quella ribellione era nata e formidabilmente cresciuta, e la lunghezza del tempo in che essa aveva infuriato, dovevano convincere ciascuno quanto poco conto si potesse fare delle milizie cittadine. Aveva per ciò aumentata lʼarmata regolare. Le spese a mantenerla quinci innanzi sarebbero più che raddoppiate; ed aveva fiducia che i Comuni gli concederebbero i mezzi a provvedervi. Annunziò poi agli uditori dʼavere impiegati parecchi ufficiali i quali non sʼerano sottoposti allʼAtto di Prova; ma egli li conosceva ben degni della pubblica fiducia. Temeva che gli uomini astuti si sarebbero giovati di cotesta irregolarità per turbare la concordia che esisteva tra lui e il Parlamento. Ma gli era forza di parlare schietto, dichiarando di essere fermissimo a non dividersi, da servi sulla cui fedeltà ei poteva riposare, e del cui soccorso forse tra poco tempo avrebbe egli avuto mestieri.[15]La esplicita dichiarazione, chʼegli aveva rotte le leggi dalla nazione reputate principalissime tutrici della religione stabilita, e chʼegli era determinato a persistere nel violarle, non era atta a mansuefare gli esasperati animi deʼ suoi sudditi. I Lordi, rade volte inchinevoli ad iniziare lʼopposizione al Governo, consentirono a votare formali rendimenti di grazie per le cose espresse dal Re nel proprio discorso. Ma i Comuni furono meno proclivi. Ritornati alla sala delle loro adunanze, vi fu un profondo silenzio; e sui visi di molti spettabilissimi rappresentanti era dipinta la profonda inquietudine degli animi. Infine, Middleton alzossi, e propose che la Camera subitamente si formasse in Comitato intorno al discorso del Re; ma Sir Edmondo Jennings, Tory zelante della Contea di York, che supponevasi esprimesse il pensiero di Danby, protestò contro, e chiese tempo a considerare maturamente la cosa. Sir Tommaso Clarges, zio materno del Duca di Albemarle, e da lungo tempo rinomato in Parlamento come uomo atto agli affari ed economo della pubblica pecunia, fece eco alle parole di Jennings. Il sentire della Camera deʼ Comuni non poteva non esser chiaro a tutti. Sir Giovanni Ernley, Cancelliere dello Scacchiere, insistè onde lo indugio non fosse più di quarantotto ore; ma gli fu forza cedere, e deliberossi di differire la discussione a tre giorni.[16]Questo intervallo di tempo fu bene adoperato da coloro che erano capi della opposizione alla Corte. E davvero, non era lieve la impresa che si studiavano di compiere. In tre giorni dovevano riordinare un partito patriottico. Non è agevole neʼ giorni nostri intendere la difficoltà di ciò fare; perocchè oggidì può dirsi che la intera nazione assista alle deliberazioni deʼ Lordi e dei Comuni. Ciò che vien detto dai capi del ministero o della opposizione dopo la mezza notte, si legge allʼalba da tutta la metropoli, nel pomeriggio dagli abitanti di Northumberland e di Cornwall, e nella mattina seguente in Irlanda e nelle montagne della Scozia. Nellʼetà nostra,quindi, tutti gli stadii della legislazione, le regole della discussione, la strategia delle fazioni, le opinioni, gli umori, lo stile dʼogni membro di ambedue le Camere, sono cose familiari a centinaia di migliaia dʼuomini. Chiunque adesso entri in Parlamento, possiede ciò che nel secolo decimosettimo si sarebbe reputato gran tesoro di scienza parlamentare. La quale allora nessuno avrebbe potuto acquistare senza aver fatto il tirocinio nel Parlamento. La diversità fra un membro antico ed uno nuovo, era quanta la diversità che corre tra un vecchio soldato ed una recluta di recente tolta allʼaratro; e il Parlamento di Giacomo comprendeva un affatto insolito numero di nuovi membri, i quali dalle loro rurali residenze sʼerano recati a Westminster, privi di sapere politico, e pieni di violenti pregiudizi. Questi gentiluomini odiavano i papisti, ma non portavano odio meno forte ai Whig, e sentivano pel Re superstiziosa venerazione. Di cotesti materiali formare una opposizione, era un fatto che richiedeva arte e delicatezza infinite. Molti uomini di grande importanza, nondimeno, assunsero la impresa e la compirono con esito felice. Vari esperti politici Whig che non sedevano in quel Parlamento, davano utili consigli ed erudimenti. Nel dì che precesse al fissato per la discussione, si tennero molti convegni, dove gli esperti capi ammaestrarono i novizi; e tosto si vide come tali sforzi non fossero stati invano.[17]XI. Le legazioni straniere furono tutte in commovimento. Intendevasi bene che fra pochi giorni si sarebbe risoluta la gran questione, se il Re dʼInghilterra sarebbe o no il vassallo di quello di Francia. I ministri di casa dʼAustria desideravano ardentemente che Giacomo satisfacesse al Parlamento. Papa Innocenzo aveva inviati a Londra due uomini, ai quali aveva commesso di inculcare moderazione e con gli ammonimenti e con lo esempio. Uno era Giovanni Leyburn, Domenicano inglese, già stato segretario del Cardinale Howard; ed uomo che, fornito di qualche dottrina e dʼuna ricca vena di naturale arguzia, era il più cauto, destro e taciturno deʼ viventi. Era stato di recente consacrato vescovo dʼAdrumeto, e fatto VicarioApostolico della Gran Brettagna. Ferdinando, conte dʼAdda, italiano, di non grande abilità, ma dʼindole mite e di modi cortesi, era stato nominato Nunzio. Questi due personaggi furono lietamente accolti da Giacomo. Nessun vescovo cattolico romano, per più di un secolo e mezzo, aveva esercitata autorità spirituale nellʼisola. Nessun Nunzio ivi era stato ricevuto per lo spazio deʼ centoventisette anni chʼerano scorsi dopo la morte di Maria. Leyburn fu alloggiato in Whitehall, ed ebbe una pensione di mille lire sterline lʼanno. Adda non aveva per anche assunto carattere pubblico. Egli passava per un forestiere dʼalto lignaggio, che per curiosità era venuto a Londra; andava giornalmente a Corte, ed era trattato con segni dʼalta stima. Ambedue gli emissari del pontefice, fecero ogni sforzo per iscemare, quanto fosse possibile, lʼodiosità inseparabile dagli uffici che occupavano, e frenare il temerario zelo di Giacomo. Il Nunzio segnatamente dichiarò, che niuna cosa poteva recare maggior detrimento agli interessi della Chiesa di Roma, che una rottura tra il Re e il Parlamento.[18]Barillon agiva per un altro verso. Gli ordini che aveva ricevuti in questa occasione da Versailles, sono degnissimi di studio; imperocchè porgono la chiave a conoscere la politica seguita sistematicamente dal suo signore verso lʼInghilterra nei venti anni che precessero la nostra Rivoluzione. Luigi scriveva, come le notizie giunte da Madrid fossero sinistre. Ivi fermamente speravasi che Giacomo avrebbe fatta stretta colleganza con la Casa dʼAustria, appena si fosse assicurato che il Parlamento non gli darebbe molestia. In tali circostanze, importava molto alla Francia fare in modo che il Parlamento si mostrasse disubbidiente. A Barillon, quindi, fu dato comandamento di fare, con tutte le possibili cautele, la parte dʼarruffamatassa. In Corte, non doveva lasciare fuggire il destro di stimolarelo zelo religioso e lʼorgoglio regio di Giacomo; ma nel tempo stesso, doveva ingegnarsi di tenere secrete pratiche coi malcontenti. Siffatte relazioni erano rischiose e richiedevano somma destrezza; nondimeno, avrebbe forse trovato mezzo dʼincitare,—senza mettere a repentaglio sè stesso o il proprio Governo,—lo zelo dellʼopposizione per le leggi e le libertà dellʼInghilterra, e lasciare intendere che quelle leggi o libertà non erano dal Re di Francia guardate di mal occhio.[19]XII. Luigi, quando dettava coteste istruzioni, non prevedeva come presto e pienamente la ostinatezza e stupidità di Giacomo gli dovessero togliere dallʼanimo ogni inquietudine. Il dì 11 di novembre, la Camera deʼ Comuni si formò in Comitato per discutere il discorso della Corona. Heneage Finch, Procuratore Generale, teneva il seggio. La discussione fu condotta con peregrino ingegno e destrezza daʼ capi del nuovo partito patriottico. Non uscì loro dalle labbra espressione alcuna dʼirreverenza pel sovrano, o di simpatia pei ribelli. Della insurrezione delle Contrade Occidentali parlarono sempre con abborrimento. Non fecero pur motto delle barbarie di Kirke o di Jeffreys. Ammisero che le gravi spese cagionate daʼ trascorsi disturbi, giustificavano il Re a domandare un aumento di pecuniari sussidi; ma si opposero fortemente ad accrescere lʼarmata, e alla infrazione dellʼAtto di Prova.Pare che i cortigiani avessero studiosamente schivato ogni discorso intorno allʼAtto di Prova. Favellarono, nondimeno, con vigore a dimostrare quanto lʼarmata regolare fosse superiore alla civica milizia. Uno di loro, con modo insultante, chiese se la difesa del reame era da affidarsi alle sole guardie del Re. Un altro disse che gli si mostrasse in che guisa i militi civici della Contea del Devonshire, i quali, sgominati, fuggirono dinanzi ai contadini armati di falci che seguivano Monmouth, avrebbero potuto affrontare le guardie reali di Luigi. Ma cosiffatte ragioni facevano poco effetto nellʼanimo deʼ Cavalieri, che serbavano amara rimembranza del Governo del Protettore. Il sentimento comune a tutti loro fu espresso da EduardoSeymour, primo deʼ gentiluomini Tory dellʼInghilterra. Egli ammise che la milizia civica non era in condizioni soddisfacenti, ma sostenne che poteva riordinarsi. Tale riordinamento avrebbe richiesto danari; ma, per parte sua, avrebbe più volentieri dato un milione a mantenere una forza dalla quale ei non aveva nulla a temere, che mezzo milione a mantenere una forza della quale gli era dʼuopo vivere in continua trepidazione. Disciplinate le legioni della Civica, rafforzata la flotta, la patria rimarrebbe sicura. Un esercito stanziale avrebbe, se non altro, emunto il pubblico tesoro. Il soldato era uomo rapito alle arti utili. Non produceva nulla; consumava il frutto della industria altrui; e tiranneggiava coloro daʼ quali era mantenuto. Ma la nazione adesso era minacciata non solo di un esercito stanziale, ma dʼun esercito stanziale papista; di un esercito stanziale comandato da ufficiali che potevano essere gentili ed onorevoli, ma erano per principio nemici alla Costituzione del Regno. Sir Guglielmo Twisden, rappresentante della Contea di Kent, parlò nel medesimo senso con detti pungenti, e ne ebbe plauso. Sir Riccardo Temple, uno deʼ pochi Whig che sedevano in quel Parlamento, accomodando la favella agli umori del suo uditorio, rammentò alla Camera, come un esercito stanziale si fosse sperimentato pericoloso sì alla giusta autorità deʼ principi, che alla libertà delle nazioni. Sir Giovanni Maynard, il più dotto giureconsulto deʼ suoi tempi, prese parte alla discussione. Aveva più di ottanta anni, e poteva bene rammentarsi delle contese politiche del regno di Giacomo I. Aveva seduto nel Lungo Parlamento, e parteggiando per le Teste-Rotonde, aveva sempre pôrti consigli di mitezza, ed erasi affaticato a compire una riconciliazione generale. Per le doti della mente, non iscemate punto dalla vecchiezza, e per la scienza nella propria professione, onde egli aveva sì lungamente imposto rispetto in Westminster Hall, governava lʼuditorio nella Camera deʼ Comuni. Anchʼegli si dichiarò avverso allo aumento delle milizie regolari.Dopo molto disputare, fu deliberato di concedere un sussidio alla Corona; ma fu parimente deliberato di presentare una legge per riordinare la milizia civica. Questa ultima deliberazione equivaleva ad una dichiarazione contro lʼidea diformare un esercito stanziale. Il Re ne ebbe assai dispiacere; e si lasciò correre la voce, che se le cose seguitavano ad andare a questo modo, la sessione del Parlamento non avrebbe avuto lunga durata.[20]La dimane riprincipiò la contesa. Il linguaggio del partito patriottico fu visibilmente più audace e pungente, che non era stato il dì innanzi. Il paragrafo del discorso del Re, che si riferiva al sussidio da concedersi, precedette quello che si riferiva allʼAtto di Prova. Fondandosi sopra ciò, Middleton propose che il paragrafo riferentesi al sussidio, venisse discusso il primo nel comitato. Quei della opposizione proposero la questione pregiudiciale. Allegavano come lʼusanza ragionevole e costituzionale fosse di non concedere pecunia innanzi che fosse provveduto agli abusi; la quale usanza sarebbe finita, se la Camera si fosse reputata servilmente vincolata a seguire lʼordine in cui le cose venivano rammentate dal Re sul trono.Fecesi uno squittinio di divisione intorno alla questione se la proposta di Middleton fosse da adottarsi. Il Presidente ordinò che coloro i quali opinavano pel no, andassero nellʼantisala. Se ne offesero molto, e querelaronsi altamente di siffatta servilità e parzialità; imperocchè pensavano, secondo la intricata e sottile regola che allora vigeva, e che ai dì nostri venne messa da parte, sostituendovene unʼaltra più ragionevole e conveniente, avere il diritto di rimanere ai loro seggi; e tutti gli uomini più esperti degli usi parlamentari di quella età sostenevano, che coloro i quali rimanevano nella sala, avevano un vantaggio sopra coloro che uscivano fuori: imperciocchèi seggi erano così difettosi, che niuno il quale avesse avuta la fortuna di trovare un buon posto, amava di perderlo. Ciò non ostante, con isbalordimento deʼ Ministri, molti di coloro daʼ cui voti la Corte onninamente dipendeva, furono veduti muoversi verso la porta. Fra loro era Carlo Fox, pagatore delle truppe, e figlio di Stefano Fox, scrivano della Corte Regia di Palazzo. Il pagatore era stato indotto daʼ suoi amici ad assentarsi durante la discussione. Ma fu tanta la sua ansietà, che entrò nella stanza del Presidente, udì parte del dibattimento, ritirossi; e dopo dʼavere per una o due ore ondeggiato fra la propria coscienza e cinque mila lire sterline di paga annua, prese unʼanimosa risoluzione e si rificcò nella sala, appunto mentre facevasi la votazione. Due ufficiali dellʼarmata, il Colonnello Giovanni Darcy, figlio di Lord Conyers, e il Capitano Giacomo Kendall, andarono nellʼantisala. Middleton scese alla barra e li rimproverò aspramente. In ispecie, diresse la parola a Kendall, servitore bisognoso della Corona, che da un collegio elettorale di Cornwall, ligio agli ordini del Re, era stato mandato al Parlamento, e che di recente aveva ottenuto un dono di cento ribelli condannati alla deportazione. «Signore,» disse Middleton «non comandate voi un reggimento di cavalleria aʼ servigi di Sua Maestà?»—«Sì, o Milord,» rispose Kendall «ma mio fratello è morto ora che è poco, e mi ha lasciato settecento lire sterline lʼanno.»XIII. Come i questori compirono lʼufficio loro, i voti affermativi furono cento ottantadue, i negativi cento ottantatre. In quella Camera di Comuni, che era stata messa insieme per mezzo di raggiri, di corruzione e di violenza; in quella Camera di Comuni, della quale Giacomo aveva detto che più di undici dodicesimi deʼ membri erano quali dovevano essere se gli avesse nominati da sè, la Corte aveva avuta una sconfitta sopra una questione vitale.[21]A cagione di questo voto, le espressioni adoperate dal Re parlando dellʼAtto di Prova furono, il dì 13 novembre, postein discussione. Eʼ fu risoluto, dopo molto discutere, di fargli un indirizzo, a rammentargli come ei non potesse legalmente seguitare a tenere in ufficio uomini che ricusassero di uniformarsi alla legge, e a sollecitarlo perchè prendesse gli opportuni provvedimenti a quietare i sospetti e le gelosie del popolo.[22]Fu poi proposto che i Lordi venissero richiesti di aderire allo indirizzo. Adesso è impossibile chiarirsi se mai tale proposta fosse stata onestamente fatta dalla opposizione, sperante che il concorso dei Pari avrebbe aggiunto peso alla rimostranza, o fatta artificiosamente dai cortigiani con la speranza che ne seguisse un dissenso fra le due Camere. La proposta venne rigettata.[23]La Camera si era formata in Comitato onde deliberare intorno la pecunia da concedersi. Il Re chiedeva un milione e quattrocento mila lire sterline; ma i Ministri sʼaccôrsero che sarebbe stato vano domandare una sì grossa somma. Il Cancelliere dello Scacchiere propose un milione e dugento mila lire sterline. I capi della opposizione risposero, che concedere tanta pecunia sarebbe stato il medesimo che approvare la permanenza delle forze militari allora esistenti: mentre essi erano disposti solo a dar tanto da bastare pel mantenimento delle truppe regolari finchè le milizie civiche venissero riformate;e però proposero quattro cento mila lire sterline. I cortigiani si misero ad urlare contro siffatta proposta, come indegna della Camera e irriverente al Re. Ma trovarono vigorosa resistenza. Uno deʼ rappresentanti le Contee Occidentali, voglio dire Giovanni Windham, che era deputato di Salisbury, si oppose vivamente, dicendo come egli avesse sempre avuto terrore ed abborrimento per gli eserciti stanziali; massime da che la recente esperienza lʼaveva riconfermato in tale pensiero. Si provò poi di toccare dʼuna cosa che fino allora era stata con sommo studio schivata. Dipinse la desolazione delle Contee Occidentali. Disse che i popoli erano stanchi della oppressura delle truppe, stanchi degli alloggi, delle depredazioni, e di scelleratezze anche peggiori che la legge chiamava fellonie, ma che essendo commesse da tale classe di felloni, non era possibile ottenerne giustizia. I ministri del Re avevano detto alla Camera, che erano stati fatti buoni provvedimenti pel governo dellʼarmata; ma nessuno avrebbe osato dire che fossero stati mandati ad esecuzione. Quale ne era la necessaria conseguenza? Il contrasto tra i paterni ammonimenti profferiti dal trono e la intollerabile tirannia deʼ soldati, non provava egli che lʼarmata era anche allora troppa e pel principe e pel popolo? I Comuni potevano, perfettamente coerenti a sè stessi, senza menomare la fiducia che avevano posta nelle intenzioni di Sua Maestà, ricusare che venisse aumentata una forza che, manifestamente, la Maestà Sua non avrebbe potuto tenere in freno.XIV. La proposta delle quattrocento mila lire sterline, non passò per dodici voti di minoranza. Questa vittoria, riportata dai Ministri, era una quasi sconfitta. I capi del partito patriottico, non punto scoraggiati, indietreggiarono un poco, per ritornare alla prova, e proposero la somma di settecentomila lire sterline. Il Comitato votò nuovamente, e i cortigiani furono sconfìtti con dugentododici voti contro centosessanta.[24]Il dì dopo, i Comuni andarono solennemente a Whitehall recando lʼindirizzo, dove si parlava dellʼAtto di Prova. Il Re li accolse seduto sul trono. Lʼindirizzo era scritto con parolespiranti riverenza ed affetto; imperocchè la maggior parte di coloro che avevano votato a favore di quello, erano fervidamente anzi superstiziosamente realisti, e avevano di leggieri assentito ad inserirvi alcune frasi di complimento, omettendo ogni parola che i cortigiani avevano reputata offensiva. La risposta di Giacomo fu una fredda e austera riprensione. Manifestò dispiacere e maraviglia nel vedere che i Comuni avevano così poco profittato degli ammonimenti dati loro. «Ma,» soggiunse «quantunque possiate seguitare a fare a modo vostro, io sarò fermissimo in tutte le promesse che vi ho fatte.»[25]I Comuni si radunarono nella loro sala mal satisfatti, e alquanto intimoriti. La più parte di loro portavano al Re alta riverenza. Tre anni dʼoltraggi, e dʼinsulti più duri degli oltraggi stessi, bastavano appena a sciogliere i vincoli onde i gentiluomini Cavalieri erano legati al trono.Il Presidente ridisse la sostanza della risposta del Sovrano. Successe per alcun tempo un solenne silenzio; poi si lesse regolarmente lʼordine del giorno; e la Camera si formò in Comitato per discutere la legge di riforma della milizia civica.XV. Nondimeno, servirono poche ore perchè la opposizione si rifacesse dʼanimo. Come, sul cadere del giorno, il Presidente riprese il seggio, Wharton, il più ardito ed operoso deʼ Whig, propose di stabilire il giorno in cui la risposta del Re si dovesse prendere in considerazione. Giovanni Coke, rappresentante di Derby, quantunque fosse Tory conosciuto, secondò le parole di Wharton, dicendo: «Spero che noi tutti saremo Inglesi, e che poche parole altere non varranno a intimorirci e distoglierci dal proprio dovere.»E furono parole coraggiose, ma non savie. «Notate le sue parole!—Alla barra!—Alla Torre!» gridavano da ogni canto della sala. I più moderati proposero, che lʼoffensore venisse severamente ripreso: ma i Ministri insisterono con veemenza perchè fosse mandato in prigione. Dissero che la Camera poteva perdonare le offese fatte ad essa, ma non aveva ragione di rimettere un insulto fatto alla Corona. Coke fu condottoalla Torre. La indiscretezza di un solo uomo aveva interamente disordinato il sistema di strategia con tanta arte congegnato dai capi della opposizione. Invano, in quel momento, Eduardo Seymour tentò di riordinare i suoi aderenti, esortandoli a stabilire il giorno per discutere la risposta del Re, ed esprimendo la fiducia che la discussione sarebbe stata condotta col rispetto debito deʼ sudditi verso il sovrano. I rappresentanti erano tanto intimiditi dal dispiacere del Re, e tanto esasperati dalla rozzezza di Coke, che non sarebbe stato savio partito fare squittinio di divisione.[26]La Camera si aggiornò; e i Ministri sʼillusero credendo che lo spirito della opposizione fosse domo. Ma la mattina del dì 19 novembre, nuovi e sinistri segni comparvero. Era giunto il tempo di prendere in considerazione le petizioni arrivate da ogni parte dellʼInghilterra contro le ultime elezioni. Allorquando, nella prima adunanza del Parlamento, Seymour sʼera altamente querelato del Governo, il quale usando la forza e la fraude aveva impedito che la opinione deʼ collegi elettorali liberamente si manifestasse, non aveva trovato niuno che lo secondasse. Ma molti che allora sʼerano da lui scostati, avevano poi ripreso animo, e con a capo Sir Giovanni Lowther, rappresentante di Cumberland, innanzi lo aggiornamento avevano manifestata la necessità dʼinquisire intorno agli abusi che avevano tanto commossa lʼopinione pubblica. La Camera adesso trovavasi più stizzita; e molti alzavano la voce in tono di minaccia e dʼaccusa. Ai Ministri fu detto, che la nazione aspettava e doveva avere solenne giustizia deʼ torti patiti. Intanto accennavasi destramente, che la migliore espiazione che ogni gentiluomo eletto con illeciti mezzi potesse fare agli occhi del pubblico, era di usare il mal conseguito potere in difesa della religione e delle libertà della patria. Niun rappresentante, che in tanta ora di pericolo facesse il debito proprio, aveva nulla a temere. Forse potevano trovarsi argomenti per escluderlo dal Parlamento; ma la opposizione prometteva di adoperare tutta la propria influenza a farlo rieleggere.[27]XVI. Il giorno stesso chiaramente si conobbe, che lo spirito dʼopposizione erasi propagato dalla Camera deʼ Comuni a quella deʼ Lordi, e perfino al banco deʼ vescovi. Guglielmo Cavendish, Conte di Devonshire, aperse lo arringo nella Camera Alta, e a ciò fare aveva i necessari requisiti. Per ricchezze ed influenza a nessuno deʼ Nobili inglesi era secondo; e la voce pubblica lo diceva il più compìto gentiluomo deʼ tempi suoi. La magnificenza, il gusto, lo ingegno, la classica dottrina, lʼaltezza dello spirito, la grazia e la urbanità deʼ modi, erano qualità che i suoi stessi nemici gli consentivano. Sventuratamente, i panegiristi suoi non potrebbero sostenere che la sua morale rimanesse incontaminata dal contagio a queʼ tempi sparso dappertutto. Quantunque ei procedesse avverso al papismo e al potere arbitrario, aveva sempre abborrito dagli esagerati provvedimenti; era, come vide perduta la Legge dʼEsclusione, inchinato ad un compromesso, e non sʼera mai immischiato negli illegali ed imprudenti disegni che avevano screditato il partito Whig. Ma benchè gli spiacesse in parte la condotta deʼ propri amici, ei non aveva mai mancato di compire con zelo gli ardui e perigliosi doveri dʼamicizia. Sʼera mostrato al fianco di Russell alla sbarra; nel tristo giorno della sua decapitazione, gli aveva detto addio, fra amplessi affettuosi e copiose ed amarissime lacrime; anzi, sʼera offerto di mettere a repentaglio la propria vita per procurargli la fuga.[28]Questo grandʼuomo, adunque, propose in Parlamento di fissare un giorno per esaminare il discorso del Re. Dal lato opposto sostenevasi, che i Lordi col deliberare rendimenti di grazie al Sovrano per il discorso, sʼerano privati del diritto di muovere querela. Ma Halifax trattò con ispregio simile risposta. «Cosiffatti ringraziamenti» disse egli con quella piacevolezza di sarcasmo di cui era maestro «non includono approvazione. Siamo gratissimi sempre che il nostro Sovrano si degna di rivolgercila parola. E in ispecie siamo grati quando, come ha fatto nella presente occasione, ci parla chiaro ed accenna ciò che ci tocchi a patire.»[29]XVII. Il dottore Enrico Compton, vescovo di Londra. parlò fortemente a favore della proposta. Quantunque ei non avesse ricco corredo di insigni doti, nè fosse profondamente versato negli studi della propria professione, la Camera sempre lo ascoltava con riverenza; imperocchè egli era uno deʼ pochi ecclesiastici che in quellʼetà potesse vantare nobiltà di sangue. Ed egli e la sua famiglia avevano dato prove di lealtà. Suo padre, secondo Conte di Northampton, aveva strenuamente combattuto per Carlo I, e circuito dai soldati dellʼarmata parlamentare, era caduto con la spada in pugno, ricusando di concedere o dʼaccettare quartiere. Lo stesso vescovo, innanzi di ricevere gli ordini sacri, era stato nelle Guardie; e ancorchè generalmente facesse ogni sforzo per mostrare la gravità e la sobrietà convenevoli ad un prelato, di quando in quando si vedeva in lui sfavillare qualche scintilla dellʼantico spirito militare. Gli era stata affidata la educazione religiosa delle due Principesse, e aveva adempito a quel solenne dovere in modo da soddisfare tutti i buoni Protestanti, e da assicurargli considerevole influenza sopra le menti delle sue discepole, e massime della Principessa Anna.[30]Adesso dichiarò dʼavere potestà di manifestare lʼopinione deʼ suoi confratelli, i quali insieme con lui pensavano che la intera Costituzione civile ed ecclesiastica del reame fosse in pericolo.[31]XVIII. Uno deʼ più segnalati discorsi di quel giorno uscì dalle labbra dʼun giovane, che con la bizzarria deʼ suoi casi era destinato a rendere attonita la Europa. Aveva nome Carlo Mordaunt, Visconte Mordaunt, grandemente rinomato anni dopo come Conte di Peterborough. Aveva già date numerose prove di coraggio, di capacità, e di quella stranezza di cervelloche rese quel coraggio e quella capacità inutili alla propria patria. Sʼera perfino messo in mente di rivaleggiare con Bourdaloue e Bossuet. Quantunque ei fosse conosciuto come libero pensatore, aveva vegliato tutta notte in un viaggio di mare per comporre sermoni, e con difficoltà gli era stato impedito di edificare con un pio discorso la ciurma di un vascello da guerra. Adesso favellò per la prima volta nella Camera deʼ Pari con singolare eloquenza, con ardore, con audacia. Biasimò i Comuni di non essersi messi in una via più ardimentosa, dicendo: «Essi hanno avuto timore di parlare schietto. Hanno ragionato di sospetti e di gelosie. Che cʼentrano qui le gelosie ed i sospetti? Essi sono sentimenti che provansi per danni incerti e futuri; e il male che stiamo esaminando non è futuro nè incerto. Esiste un esercito stanziale. È comandato da ufficiali papisti. Non abbiamo nemico straniero. Non vʼè ribellione nel paese nostro. A che fine, dunque, si mantengono tanto numerose forze se non per abbattere le nostre leggi, e stabilire il potere arbitrario, cotanto giustamente abborrito dagli Inglesi?»[32]Jeffreys parlò contro la proposta con quel rozzo e feroce stile di cui egli era maestro; ma si accôrse subito non essere così agevole atterrire gli alteri e potenti baroni dʼInghilterra nella loro sala, come lo era intimidire gli avvocati, il cui pane dipendeva dal favore, o gli accusati le cui teste erano nelle mani di lui. Un uomo che abbia passata la vita ad aggredire ed imporre ad altrui, sia quale si voglia supporre il suo coraggio ed ingegno, generalmente, qualvolta è rigorosamente aggredito, fa meschina figura: imperciocchè, non essendo avvezzo a starsi sulla difensiva, si confonde; e il sapere chetutti glʼinsultati da lui godono della sua confusione, lo confonde vie maggiormente. Jeffreys, per la prima volta da che era divenuto grandʼuomo, veniva incontrato a condizioni uguali da avversari che non lo temevano. A soddisfazione universale, era quella la prima volta chʼegli passava dallo estremo dellʼinsolenza allo estremo dellʼabbiettezza, e non potè frenarsi di spargere lacrime di rabbia e di dispetto.[33]Nulla, a dir vero, mancò ad umiliarlo; poichè la sala era piena di circa cento Pari, numero maggiore anche di quello che vi sʼera trovato nel gran di del voto intorno alla Legge dʼEsclusione. Arrogi che vʼera presente anche il Re. Carlo aveva avuto costume di assistere alle tornate della Camera deʼ Lordi per sollazzo, e spesso era solito dire che una discussione gli era di piacevole intertenimento al pari dʼuna commedia. Giacomo ci andò non per divertirsi, ma con la speranza che la propria presenza fosse di qualche freno alla discussione. E sʼingannò. Gli umori della Camera si manifestarono con tanto vigore, che dopo una pungentissima orazione fatta da Halifax a concludere, i cortigiani non vollero avventurarsi allo squittinio di divisione. Fu stabilito un giorno prossimo a prendere in considerazione il discorso del Re; e fu ordinato che tutti i Pari i quali non fossero in luoghi molto distanti da Westminster, si trovassero al proprio posto.[34]XIX. Il dì seguente, il Re in tutta pompa andò alla Camera deʼ Lordi. LʼUsciere della Verga Nera intimò ai Comuni di recarsi alla sbarra; e il Cancelliere annunziò che il Parlamentoera prorogato fino al giorno decimo di febbraio.[35]I membri che avevano votato contro la Corte, furono destituiti dai pubblici uffici. Carlo Fox fu cacciato dalla Pagatoria. Il vescovo di Londra cessò dʼessere Decano della Cappella Reale, e il suo nome fu casso dalla lista deʼ Consiglieri Privati.Lo effetto della proroga fu di porre fine ad un processo della più alta importanza. Tommaso Grey, Conte di Stamford, discendente da una delle più illustri famiglie dellʼInghilterra, incolpato di crimenlese, era stato di recente preso e posto in istretta prigionia dentro la Torre. Lo accusavano dʼessere stato implicato nella congiura di Rye House. La esistenza del fatto era stata dichiarata dai Grandi Giurati della Città di Londra, e la causa era stata portata alla Camera deʼ Lordi, che erano il solo tribunale dinanzi a cui un Pari secolare, durante la sessione del Parlamento, potesse essere processato per grave delitto. Il dì stabilito allo esame del caso era il primo di decembre; erano stati dati ordini perchè nella sala di Westminster si facessero gli apparecchi bisognevoli. A cagione della proroga, la causa venne differita ad un tempo indefinito; e Stamford fu tosto messo in libertà.[36]Tre altri Whig di grande importanza stavano già incarcerati allorquando si chiuse la sessione: cioè Carlo Gerard, Lord Gerard di Brandon, primogenito del conte di Maclesfield; Giovanni Hampden, nipote del rinomato capo del Lungo Parlamento; ed Enrico Booth, Lord Delamere. Gerard e Hampden erano accusati come complici della Congiura di Rye House, Delamere, di avere favorita la insurrezione delle Contrade Occidentali.XX. Non era intendimento del Governo far morire Gerard o Hampden. Grey, prima che acconsentisse a testificare contro di loro, aveva patteggiato per la vita loro.[37]Ma vʼera anche una ragione più forte a lasciarli vivi. Erano eredi di grosso patrimonio; ma i genitori loro vivevano ancora. La Corte, quindi, poteva ottenere poco in via di confisca, ma molto in via di riscatto. Gerard fu processato, e dalle assai scarsenotizie che ci rimangono, eʼ sembra che si difendesse con grande animo e con vigorose parole. Vantò gli sforzi e i sacrifici fatti dalla sua famiglia per la causa di Carlo I, e provò che Rumsey, quel desso che inventando una storiella aveva assassinato Russell, e poi Cornish dicendone unʼaltra, era testimone affatto indegno di fede. I Giurati, dopo qualche esitazione, lo dissero colpevole. Dopo una lunga prigionia, a Gerard fu concesso di redimersi.[38]Hampden aveva ereditate le opinioni politiche e gran parte delle esimie doti dellʼavo, ma era degenerato dalla probità e dal coraggio onde lʼavo erasi tanto predistinto. Eʼ pare che lo accusato, per crudele astuzia del Governo, fosse lungamente tenuto in una agonia di dubbio, affinchè la sua famiglia sʼinducesse a pagare assai caro il perdono. Il suo spirito prostrossi sotto il terrore della morte. Condotto al banco degli accusati, non solo si confessò reo, ma disonorò il nome illustre chʼegli portava, con sommissioni e suppliche abiette. Protestò di non essere stato partecipe del secreto disegno di assassinare Carlo e Giacomo, ma confessò di avere meditata la ribellione; dichiarossi profondamente pentito del fallo, implorò la intercessione deʼ Giudici, giurando che ove la reale clemenza si stendesse sopra lui, dedicherebbe intera la vita a mostrare la propria gratitudine. I Whig a tanta pusillanimità divennero furiosi, ed altamente dichiararono lui meritare più biasimo di Grey, il quale, diventando testimonio del Governo, aveva serbato un certo decoro. Ad Hampden fu perdonata la vita; ma la sua famiglia pagò alcune migliaia di lire sterline al Cancelliere. Altri cortigiani di minore momento estorsero da lui altre somme più tenui. Lo sciagurato aveva spirito bastevole a sentire la vergogna in cui sʼera gettato. Sopravvisse di parecchi anni al giorno della propria ignominia. Ei visse per vedere il proprio partito trionfante, avere in esso importantissima parte, innalzarsi nello Stato, e far tremare i propri persecutori. Ma una rimembranza insopportabile gli attoscava tanta prosperità. Non riacquistò mai la gaiezza dello spirito, e finalmente di propria mano si tolse la vita.[39]

STORIA DʼINGHILTERRA.CAPITOLO SESTO.SOMMARIO.I. La potenza di Giacomo giunge alla sua maggiore altezza nellʼautunno del 1685.—II. Sua politica estera.—III. Suoi disegni di politica interna; lʼAtto dellʼHabeas Corpus.—IV. Lʼesercito stanziale.—V. Disegni in favore della Religione Cattolica Romana.—VI. Violazione dellʼAtto di Prova; disgrazia di Halifax—VII. Malcontento generale.—VIII. Persecuzione degli Ugonotti francesi.—IX. Effetti da tale persecuzione prodotti in Inghilterra.—X. Ragunanza del Parlamento; discorso del Re; opposizione nella Camera deʼ Comuni.—XI. Sentimenti deʼ Governi stranieri.—XII. Comitato della Camera deʼ Comuni intorno al discorso del Re.—XIII. Sconfitta del Governo.—XIV. Seconda sconfitta del Governo; invettive falle dal Re ai Comuni.—XV. Coke messo in prigione, per aver mancato di rispetto al Re.—XVI. Opposizione al Governo nella Camera deʼ Lordi; il Conte di Devonshire.—XVII. Il Vescovo di Londra.—XVIII. Il Visconte Mordaunt.—XIX. Proroga.—XX. Processi di Lord Gerard e di Hampden.—XXI. Processo di Delamere.—XXII. Effetti dellʼessere stato dichiarato non colpevole.—XXIII. Partiti in Corte; Sentimenti deʼ Tory protestanti.—XXIV. Pubblicazione di scritti trovati nella cassa forte di Carlo II.—XXV. Sentimenti degli uomini più rispettabili fraʼ Cattolici Romani.—XXVI. Cabala dei Cattolici Romani irruenti.—XXVII. Castelmaine; Jermin; White; Tyrconnel.—XXVIII. Sentimenti deʼ ministri dei Governi stranieri.—XXIX. Il Papa e la Compagnia di Gesù in vicendevole opposizione.—XXX. La Compagnia di Gesù.—XXXI. Padre Petre.—XXXII. Umori ed opinioni del Re.—XXXIII. È incoraggiato neʼ suoi errori da Sunderland.—XXXIV. Perfidia di Jeffreys.—XXXV. Godolphin; la Regina; amori del Re.—XXXVI. Caterina Sedley.—XXXVII. Intrighi di Rochester in favore di Caterina Sedley.—XXXVIII. La influenza di Rochester decade.—XXXIX. Castelmaine è inviato a Roma; Giacomo tratta male gli Ugonotti.—XL. La potestà di dispensare.—XLI. Destituzione deʼ Giudici disubbidienti.—XLII. Caso di Sir Eduardo Hales.—XLIII. Ai Romani Cattolici è dato diritto ad occupare i beneficii ecclesiastici; Sclater; Walker.—XLIV. La Decania di Christchurch è data ad un Cattolico Romano.—XLV. Distribuzione deʼ Vescovati.—XLVI. Determinazione di Giacomo ad usare la propria supremaziaecclesiastica contro la Chiesa.—XLVII. Difficoltà a ciò fare.—XLVIII. Crea una nuova Corte dʼAlta Commissione.—XLIX. Procedimenti contro il Vescovo di Londra.—L. Malcontento nato al comparire in pubblico deʼ riti e deʼ vestimenti cattolici romani.—LI. Tumulti.—LII. È formato un campo militare in Hounslow.—LIII. Samuele Johnson.—LIV. Ugo Speke.—LV. Procedimento contro Johnson.—LVI. Zelo del Clero Anglicano contro il papismo; scritti di controversia.—LVII. I Cattolici Romani rimangono vinti.—LVIII. Condizioni della Scozia.—LIX. Queensberry; Perth; Melfort.—LX. Loro apostasia.—LXI. Favore mostrato alla Religione Cattolica Romana in Iscozia; tumulti in Edimburgo.—LXII. Collera del Re.—LXIII. Suoi intendimenti rispetto alla Scozia.—LXIV. Una Deputazione deʼ Consiglieri Privati Scozzesi è mandata a Londra.—LXV. Suoi negoziati col Re; ragunanza degli Stati Scozzesi.—LXVI. Si mostrano disubbidienti.—LXVII. Le loro sessioni vengono aggiornate; sistema arbitrario di governo in Iscozia.—LXVIII. Irlanda.—LXIX. Condizioni delle leggi rispetto a cose religiose.—LXX. Ostilità delle razze; contadini aborigeni.—LXXI. Aristocrazie aborigene.—LXXII. Condizioni della colonia inglese.—LXXIII. Condotta che Giacomo avrebbe dovuto seguire.—LXXIV. Suoi errori—LXXV. Clarendon giunge in Irlanda come Lord Luogotenente.—LXXVI. Sue mortificazioni; paura sparsa fra i coloni.—LXVII. Arrivo di Tyrconnel a Dublino come Generale dʼarmi.—LXXVIII. Parzialità e violenza di lui.—LXXIX. Si studia di far revocare lʼAtto di Stabilimento; ritorna in Inghilterra.—LXXX. Il Re è mal satisfatto di Clarendon.—LXXXI. Rochester è aggredito dalla Cabala gesuitica.—LXXXII. Giacomo si studia di convertire Rochester.—LXXXIII. Destituzione di Rochester.—LXXXIV. Destituzione di Clarendon; Tyrconnel Lord Deputato.—LXXXV. Scoraggiamento deʼ coloni inglesi in Irlanda.—LXXXVI. Effetti della caduta degli Hydes.I. Giacomo trovavasi oramai giunto al più alto grado di potenza e prosperità. Sì in Inghilterra che in Iscozia aveva vinti i suoi nemici, e puniti con una severità che aveva neʼ cuori loro suscitato acerbissimo odio, ma ad un tempo gli aveva efficacemente disanimati. Il partito Whig pareva spento. Il nome di Whig non usavasi mai, tranne come vocabolo di rimprovero. Il Parlamento piegava sommessa la fronte ai voleri del re, il quale aveva potestà di tenerselo sino alla fine del proprio regno. La Chiesa faceva più che mai clamorose proteste di affetto verso lui, proteste chʼella aveva confermate col fatto a tempo della trascorsa insurrezione. I giudici erano suoi strumenti; e qualora non si fossero mostrati tali, stava in lui di cacciarli dʼufficio. I corpi municipali erano pieni di sue creature. Le sue entrate eccedevano dʼassai quelle deʼ suoipredecessori. Ei si gonfiò dʼorgoglio. Non era più lʼuomo il quale, pochi mesi innanzi, tormentato dal dubbio che il trono potesse essergli abbattuto in unʼora sola, aveva implorato con supplicazioni indegne di un re il soccorso dello straniero, ed accettatolo con lacrime di gratitudine. Vagheggiava con la fantasia visioni di dominio e di gloria. Vedevasi già il sovrano predominante dʼEuropa, il campione di molti Stati oppressi da una sola monarchia troppo potente. Fino dal mese di giugno, aveva assicurate le Provincie Unite, che, appena rassettate le faccende dellʼInghilterra, avrebbe mostrato al mondo quanto poco ei temesse la Francia. Giusta siffatte assicuranze, in meno dʼun mese dopo la battaglia di Sedgemoor, concluse con gli Stati Generali un trattato, secondo i principii della triplice alleanza. Fu considerata e allʼAja e a Versailles come circostanza significantissima, che Halifax, perpetuo ed acerrimo nemico della influenza francese, il quale quasi mai, dallʼinizio del regno, era stato consultato sopra alcuno importante negozio, fosse precipuo operatore della lega, in modo da parere che le sue sole parole trovassero ascolto allʼorecchio del principe. E fu circostanza non meno significativa, che innanzi non ne fosse stato fatto pur motto a Barillon. Egli e il suo signore furono presi alla sprovvista. Luigi ne rimase sconcertato, e mostrò grave e non irragionevole ansietà rispetto ai futuri disegni di un principe, il quale, poco avanti, era stato suo pensionato e vassallo. Correva molto la voce che Guglielmo dʼOrange si affaccendasse a formare una grande confederazione, che doveva comprendere i due rami della Casa dʼAustria, le Provincie Unite, il regno di Svezia e lo Elettorato di Brandenburgo. Adesso pareva che tale confederazione dovesse avere a capo il re e il Parlamento dʼInghilterra.[1]II. Difatti, furono iniziate pratiche tendenti a simile scopo. La Spagna propose di formare una stretta lega con Giacomo; il quale accolse favorevolmente la proposta, comecchè chiaro apparisse che tale alleanza sarebbe stata poco meno che una dichiarazione contro la Francia. Ma ei differì la sua ultimarisoluzione fino alla nuova ragunanza del Parlamento. Le sorti della Cristianità pendevano dalla disposizione in cui egli avrebbe trovata la Camera deʼ Comuni. Se essa era inchinevole ad approvare i suoi divisamenti di politica interna, non vi sarebbe stata cosa alcuna che gli avesse impedito dʼintervenire con vigore ed autorità nella gran contesa che tosto doveva travagliarsi nel continente. Se la Camera era disubbidiente, egli sarebbe stato costretto a deporre ogni pensiero dʼarbitrato tra le nazioni contendenti, ad implorare nuovamente lo aiuto della Francia, a sottoporsi di nuovo alla dittatura francese, a diventare potentato di terza o quarta classe, e a rifarsi del dispregio, in che lo avrebbero tenuto gli stranieri, trionfando della legge e della pubblica opinione nel proprio regno.III. E veramente, non sembrava facile chʼegli chiedesse ai Comuni più di quello che essi inchinavano a concedere. Avevano già date abbondevoli prove dʼessere desiderosi di serbare intatte le regie prerogative, e di non patire eccessivi scrupoli a notare le usurpazioni chʼegli faceva contro i diritti del popolo. Certo, undici dodicesimi deʼ rappresentanti o dipendevano dalla Corte, o erano zelanti Cavalieri di provincia. Poche erano le cose che una tale Assemblea avrebbe pertinacemente ricusate al Sovrano; e fu fortuna per la nazione, che tali poche cose fossero quelle appunto che a Giacomo stavano più a cuore.Uno deʼ suoi fini era quello dʼottenere la revoca dellʼHabeas Corpus, che egli odiava, come era naturale che un tiranno odiasse il freno più vigoroso che la legislazione impose mai alla tirannide. Cotesto odio gli rimase impresso in mente fino allʼultimo dì di sua vita, e si manifesta negli avvertimenti chʼegli scrisse in esilio per erudimento del figlio.[2]Ma lʼHabeas Corpus, quantunque fosse una legge fatta mentre i Whig dominavano, non era meno cara ai Tory che ai Whig. Non è da maravigliare che questa gran legge fosse tenuta in tanto pregio da tutti glʼInglesi, senza distinzione di partito; perocchè,non per indiretta, ma per diretta operazione contribuisce alla sicurezza e felicità di ogni abitante del Regno.[3]IV. Giacomo vagheggiava un altro disegno, odioso al partito che lo aveva posto sul trono, e ve lo manteneva. Desiderava formare un grande esercito stanziale. Erasi giovato dellʼultima insurrezione per accrescere considerevolmente le forze militari lasciate dal fratello. I corpi che oggidì si chiamano i primi sei reggimenti delle guardie a cavallo, il terzo e quarto reggimento dei dragoni, e i nove reggimenti di fanteria, dal settimo al decimoquinto inclusivamente, erano stati pur allora formati.[4]Lo effetto di tale aumento, e del richiamo del presidio di Tangeri, fu che il numero delle truppe regolari in Inghilterra, erasi in pochi mesi accresciuto da sei mila a circa ventimila uomini. Nessuno deʼ Re nostri in tempo di pace aveva avuto mai tante forze sotto il suo comando. E Giacomo non ne era nè anche soddisfatto. Ripeteva spesso, come non fosse da riposare sulla fedeltà delle milizie civiche, le quali partecipavano di tutte le passioni della classe a cui appartenevano; che in Sedgemoor sʼerano trovati nellʼarmata ribelle più militi cittadini che non fossero nel campo regio; e che se il trono fosse stato difeso soltanto dalle milizie delle Contee, Monmouth avrebbe marciato trionfante da Lyme a Londra.La rendita, per quanto potesse sembrare grande, in agguaglio di quella deʼ Re precedenti, serviva appena a questa nuova spesa. Gran parte deʼ proventi delle nuove tasse spendevasi nel mantenimento della flotta. Sul finire del regno antecedente, lʼintera spesa dellʼarmata, incluso il presidio di Tangeri, era stata minore di trecento mila lire sterline annue. Adesso non sarebbero bastate seicento mila sterline.[5]Se nuovi aumenti dovevano farsi, era necessario chiedere altra pecunia al Parlamento;e non era probabile che esso si sarebbe mostrato proclive a concedere. Il semplice nome dʼesercito stanziale era in odio a tutta la nazione, e a nessuna parte di quella più in odio, che ai gentiluomini Cavalieri, i quali riempivano la Camera Bassa. Nella loro mente, la idea dʼun esercito stanziale richiamava lʼimmagine della Coda del Parlamento, del Protettore, delle spoliazioni della Chiesa, della purgazione delle Università, dellʼabolizione della Parìa, dellʼassassinio del Re, del tristo regno deʼ Santocchi, del piagnisteo e dellʼascetismo, delle multe e deʼ sequestri, deglʼinsulti che i Generali, usciti dalla feccia del popolo, avevano recato alle più antiche ed onorevoli famiglie del reame. Inoltre, non vʼera quasi baronetto o scudiere nel Parlamento, che non andasse non poco debitore della propria importanza nella propria Contea al grado chʼegli aveva nella milizia civica. Se essa veniva abolita, era mestieri che i gentiluomini inglesi perdessero gran parte della loro dignità ed influenza. Era, dunque, probabile che il Re incontrasse maggiori difficoltà ad ottenere i mezzi per il mantenimento dello esercito, che ad ottenere la revoca dellʼHabeas Corpus.V. Ma ambidue i predetti disegni erano subordinati al grande divisamento al quale il Re con tutta lʼanima intendeva, ma che era aborrito da quei gentiluomini Tory, i quali erano pronti a spargere il proprio sangue per difendere i diritti di lui; aborrito da quella Chiesa che non aveva mai, per lo spazio di tre generazioni di discordie civili, vacillato nella fedeltà verso la sua casa; aborrito perfino da quellʼarmata alla quale, negli estremi, era dʼuopo chʼei sʼaffidasse.La sua religione era tuttavia proscritta. Molte leggi rigorose contro i Cattolici Romani contenevansi nel Libro degli Statuti, e non molto tempo innanzi erano state rigorosamente eseguite. LʼAtto di Prova escludeva dagli ufficii civili e militari tutti coloro che dissentivano dalla Chiesa dʼInghilterra; e un Atto posteriore, proposto ed approvato allorché le fandonie di Oates avevano resa frenetica la nazione, ordinava che niuno potesse sedere in nessuna delle Camere del Parlamento se prima non avesse solennemente abiurato la dottrina della transustanziazione. Che il Re desiderasse ottenere piena tolleranzaper la Chiesa alla quale egli apparteneva, era cosa naturale e giusta; nè vʼè ragione alcuna a dubitare che, con un poʼ di pazienza, di prudenza e di giustizia, avrebbe ottenuta tale tolleranza.La immensa avversione e paura che il popolo inglese provava per la religione di Giacomo, non era da attribuirsi solamente o principalmente ad animosità teologica. Tutti i dottori della Chiesa Anglicana, non che i più illustri non-conformisti, unanimemente ammettevano che la eterna salute potesse trovarsi anche nella Chiesa Romana: che anzi alcuni credenti di quella Chiesa annoveravansi fra i più illustri eroi della virtù cristiana. È noto che le leggi penali contro il papismo erano ostinatamente difese da molti, che reputavano lʼArianismo, il Quacquerismo, il Giudaismo, considerati spiritualmente, più pericolosi del papismo, e non erano disposti a fare simiglianti leggi contro gli Ariani, i Quacqueri o i Giudei.È facile comprendere perché il Cattolico Romano venisse trattato con meno indulgenza di quella che usavasi ad uomini i quali non credevano nella dottrina deʼ Padri di Nicea, e anche a coloro che non erano stati ammessi nel grembo della Fede Cristiana. Era fra glʼInglesi fortissima la convinzione che il Cattolico Romano, sempre che si trattava dellʼinteresse della propria religione, si credesse sciolto da tutti gli ordinarii dettami della morale; che anzi reputasse meritorio violarli, se, così facendo, poteva liberare dal danno o dal biasimo la Chiesa di cui egli era membro.Nè questa opinione era priva dʼuna certa apparenza di ragione. Era impossibile negare, che varii celebri casuisti cattolici romani avessero scritto a difesa del parlare equivoco, della restrizione mentale, dello spergiuro, e perfino dellʼassassinio. Nè, come dicevasi, le speculazioni di cotesta odiosa scuola di sofisti erano state sterili di frutti. La strage della festività di San Bartolommeo, lo assassinio del primo Guglielmo dʼOrange, quello dʼEnrico III di Francia, le molte congiure macchinate aʼ danni dʼElisabetta, e sopra tutte quella delle polveri, venivano di continuo citate come esempii della stretta connessione tra la viziosa teoria e la pratica viziosa. Allegavasi, come ciascuno di cotali delitti fosse stato suggeritoe lodato daʼ teologi cattolici romani. Le lettere che Eduardo Digby scrisse dalla Torre col succo di limone alla propria moglie, erano state di fresco pubblicate, e citavansi spesso. Egli era uomo dotto e gentiluomo onesto in ogni cosa, e forte animato del sentimento del dovere verso Dio. E nondimeno, era stato profondamente implicato nella congiura ordita a fare saltare in aria il Re, i Lordi e i Comuni; e sul punto di andare alla eternità, aveva dichiarato di non sapere intendere in che guisa un Cattolico Romano potesse stimare peccaminoso un tale disegno. La conseguenza che il popolo deduceva da siffatte cose, era che, per quanto onesto si volesse immaginare il carattere dʼun papista, non vi era eccesso di fraude e di crudeltà, di cui egli non fosse capace ogni qualvolta ne andasse della securtà e dellʼonore della propria religione.La straordinaria credenza che ebbero le favole di Oates, è massimamente da attribuirsi al prevalere di tale opinione. Era inutile che lo accusato Cattolico Romano allegasse la integrità, umanità e lealtà da lui mostrate in tutto il corso della propria vita. Era inutile chʼegli adducesse a schiere testimoni rispettabili appartenenti alla sua religione, per contraddire i mostruosi romanzi inventati dallʼuomo più infame del genere umano. Era inutile che, col capestro al collo, invocasse sopra il suo capo la vendetta di quel Dio, al cospetto del quale, tra pochi momenti, egli doveva presentarsi, se ei fosse stato reo di avere meditato alcun male contro il suo principe, o i suoi concittadini protestanti. Le testimonianze addotte in proprio favore servivano solo a provare quanto poco valessero i giuramenti deʼ papisti. Le sue stesse virtù facevano presumere la sua propria reità. Il vedersi dinanzi agli occhi la morte e il giudicio, rendeva più verisimile chʼegli negasse ciò che, senza danno dʼuna causa santissima, non avrebbe potuto confessare. Tra glʼinfelici convinti rei dellʼassassinio di Godfrey, era stato Enrico Berry, protestante di fama non buona. È cosa notevole e bene provata, che le estreme parole di Berry contribuirono più a togliere credenza alla congiura, di quel che facessero le dichiarazioni di tutti i pii ed onorevoli Cattolici Romani che patirono la medesima sorte.[6]E non erano solo lo stolto volgo, i soli zelanti, nello intelletto deʼ quali il fanatismo aveva spento ogni ragione e carità, coloro che consideravano il Cattolico Romano come uomo che, per la facilità della propria coscienza, di leggieri diventava falso testimonio, incendiario, o assassino; come uomo che trattandosi della propria religione non abborriva da qual si fosse atrocità, e non si teneva vincolato da nessuna specie di giuramento. Se in quellʼetà vʼerano due che per intendimento o per indole inclinassero alla tolleranza, queʼ due erano Tillotson e Locke. Nonostante, Tillotson, che per essersi sempre mostrato indulgente a varie classi di scismatici ed eretici, ebbe rimprovero dʼeterodosso, disse dal pulpito alla Camera deʼ Comuni, essere loro debito di provvedere con somma efficacia contro la propaganda dʼuna religione più malefica della irreligione stessa; dʼuna religione che richiedeva daʼ suoi proseliti servigii direttamente opposti ai principii della morale. Confessò come per indole ei fosse prono alla dolcezza; ma il proprio dovere verso la società lo forzava, in quella sola circostanza, ad essere severo. Dichiarò che, secondo egli pensava, i Pagani che non avevano mai udito il nome di Cristo ed erano solo diretti dal lume della ragione naturale, erano membri della civile comunanza più degni di fiducia, che gli uomini educati nelle scuole deʼ casisti papali.[7]Locke, nel celebre trattato, nel quale si affaticò a dimostrare che anche le più grossolane forme dellʼidolatria non erano da inibirsi con leggi penali, sostenne che quella Chiesa la quale insegnava agli uomini di non serbare fede agli eretici, non aveva diritto alla tolleranza.[8]Egli è evidente che, in tali circostanze, il grandissimo dei servigi che un Inglese cattolico romano avrebbe potuto rendere ai propri confratelli, era quello di provare al pubblico, che qualunque cosa alcuni temerari, in tempi di forti commovimenti, avessero potuto scrivere o fare, la sua Chiesa non ammetteva che il fine giustifichi i mezzi incompatibili con la morale. E Giacomo poteva mirabilmente rendere alla fede untanto servigio. Era Re, e il più potente di quanti principi fossero stati sul trono dʼInghilterra a memoria degli uomini più vecchi. Stava in lui far cessare o rendere perpetuo il rimprovero che si faceva alla sua religione.Sʼegli si fosse uniformato alle leggi, se avesse mantenute le fatte promissioni, se si fosse astenuto dallʼadoperare alcun mezzo iniquo a propagare le sue proprie opinioni teologiche, se avesse sospesa lʼazione degli statuti penali, usando largamente della sua incontrastabile prerogativa di far grazia, a un tempo astenendosi di violare la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno; il sentire del suo popolo si sarebbe rapidamente cangiato. Un tanto esempio di buona fede scrupolosamente osservato da un principe papista verso una nazione protestante, avrebbe spenti i comuni sospetti. Quegli uomini che vedevano come a un Cattolico Romano si concedesse dirigere il potere esecutivo, comandare le forze di terra e di mare, convocare o sciogliere il Parlamento, nominare i Vescovi e Decani della Chiesa dʼInghilterra, avrebbero tosto cessato di temere che vi fosse gran male, permettendo ad un Cattolico Romano dʼessere capitano dʼuna compagnia, o aldermanno dʼun borgo. E forse, in pochi anni, la setta per tanto tempo detestata dalla nazione, sarebbe stata, con plauso universale, ammessa agli uffici e al Parlamento.Se, dallʼaltro canto, Giacomo avesse tentato di promuovere glʼinteressi della Chiesa, violando le leggi fondamentali del suo regno e le solenni promesse da lui ripetutamente fatte al cospetto di tutto il mondo, mal potrebbe dubitarsi che gli addebiti che, secondo lʼandazzo, facevansi contro la Religione Cattolica, si considerassero da tutti i Protestanti come pienamente stabiliti. Imperocchè, se mai si fosse potuto sperare che un Cattolico Romano fosse capace di mantenere fede agli eretici, si sarebbe potuto supporre che Giacomo mantenesse fede al clero Anglicano. Ad esso egli andava debitore della sua corona; e se esso non avesse potentemente avversata la legge dʼEsclusione, egli sarebbe stato un esule. Aveva più volte ed enfaticamente riconosciuto i propri obblighi verso quello, e giurato di non attentare minimamente ai diritti spettanti alla Chiesa. Sʼegli non poteva sentirsi obbligato dacosiffatti vincoli, risultava manifestamente che, in ogni cosa concernente la sua superstizione, non vʼera vincolo di gratitudine o di onore che potesse obbligarlo. Era quindi impossibile aver fiducia in lui; e se i suoi popoli non potevano fidarsi di lui, qual altro membro della sua Chiesa era egli meritevole di fiducia? Non era reputato costituzionalmente e per usanza traditore. Per il brusco contegno e la mancanza di riguardo verso gli altrui sentimenti, sʼera scroccato una fama di sincero chʼegli affatto non meritava. I suoi panegiristi affettano di chiamarlo Giacomo il Giusto. Se dunque diventando papista, volesse supporsi chʼegli fosse parimente divenuto dissimulatore e spergiuro, quale conclusione doveva ricavarne un popolo ormai disposto a credere che il papismo avesse perniciosa influenza sul carattere morale dellʼuomo?VI. Per tali ragioni, molti deʼ più illustri cattolici, e fra gli altri il sommo Pontefice, opinavano che glʼinteressi della loro Chiesa nellʼisola nostra verrebbero più efficacemente promossi da una politica costituzionale e moderata. Ma cosiffatte ragioni non facevano punto effetto nel tardo intelletto e nella imperiosa indole di Giacomo. Nel suo ardore a rimuovere glʼimpedimenti che gravavano i suoi correligionari, egli appigliossi ad un partito tale, da persuadere ai più culti e moderati protestanti di quel tempo, che per la salute dello Stato era necessario mantenere in vigore i suddetti impedimenti. Alla politica di lui glʼInglesi Cattolici erano debitori di tre anni di sfrenato e insolente trionfo, e cento quaranta anni di servitù ed abiezione.Molti Cattolici Romani occupavano uffici neʼ reggimenti novellamente formati. Questa violazione della legge per qualche tempo non fu censurata; perocchè le genti non erano disposte a notare ogni irregolarità che commettesse un Re chiamato appena sul trono a difendere la corona e la vita contro i ribelli. Ma il pericolo non era più. Glʼinsorti erano stati vinti e puniti. Il loro malaugurato attentato aveva accresciuta forza al Governo che speravano abbattere. Nondimeno, Giacomo seguitò a concedere comandi militari ad individui privi delle qualità richieste dalla legge; e dopo poco si seppe chʼegli era risoluto di non considerarsi vincolato dallʼAtto diProva, che sperava dʼindurre il Parlamento a revocarlo, e che ove il Parlamento si fosse mostrato disubbidiente, egli avrebbe fatto da sè.Appena sparsa cotesta voce, un profondo mormorare, foriero di procella, gli dette avviso che lo spirito, innanzi al quale lʼavo, il padre e il fratello di lui erano stati costretti a indietreggiare, come che tacesse, non era spento. Lʼopposizione mostrossi primamente nel Gabinetto. Halifax non ardì nascondere il disgusto e la trepidazione che gli stavano in cuore. In Consiglio animosamente espresse queʼ sentimenti, che, come tosto si vide, concitavano tutta la nazione. Da nessuno deʼ suoi colleghi fu secondato; e non si parlò altrimenti della cosa. Fu chiamato alle stanze reali. Giacomo si studiò di sedurlo coʼ complimenti e con le blandizie, ma non ottenne nulla. Halifax ricusò positivamente di promettere che avrebbe nella Camera deʼ Lordi votato a favore della revoca sia dellʼAtto di Prova, sia dellʼHabeas Corpus.Taluni di coloro che stavano dintorno al Re, lo consigliarono a non cacciare allʼopposizione, in sulla vigilia del ragunarsi del Parlamento, il più eloquente ed esperto uomo di Stato che fosse nel Regno. Gli dissero che Halifax amava la dignità e gli emolumenti dellʼufficio; che mentre seguitava a rimanere Lord Presidente, non gli sarebbe stato possibile adoperare tutta la propria forza contro il Governo, e che destituirlo era il medesimo che emanciparlo da ogni ritegno. Il Re si tenne ostinato. Ad Halifax fu fatto sapere che non vʼera più mestieri deʼ suoi servigi, e il suo nome fu casso dal Libro del Consiglio.[9]VII. La sua destituzione produsse gran senso non solo in Inghilterra, ma anche in Parigi, in Vienna e nellʼAja; imperciocchè bene sapevasi, come egli si fosse sempre studiato di frustrare la influenza che la Francia esercitava nelle cose politiche della Gran Brettagna. Luigi si mostrò grandemente lieto della nuova. I ministri delle Provincie Unite e quelli di Casa dʼAustria, dallʼaltro canto, esaltavano la saviezza e la virtù del deposto uomo di Stato, in modo da offendere la Corte diWhitehall. Giacomo, in ispecie, era incollerito contro il segretario della legazione imperiale, il quale non si astenne dal dire che gli eminenti servigi resi da Halifax nel dibattimento intorno alla Legge dʼEsclusione, erano stati rimunerati con somma ingratitudine.[10]Dopo poco tempo si conobbe che molti sarebbero stati i seguaci di Halifax. Una parte deʼ Tory, guidati da Danby loro antico capo, cominciarono a parlare un linguaggio che olezzava di spirito Whig. Persino i prelati accennavano esservi un punto in cui la lealtà verso il principe doveva cedere a più alte ragioni. Il malcontento deʼ capi dellʼarmata era anche più straordinario e più formidabile. Principiavano già ad apparire i primi segni di queʼ sentimenti che, tre anni dipoi, spinsero molti ufficiali dʼalto grado a disertare la bandiera regia. Uomini che per lo avanti non avevano mai avuto scrupolo alcuno, subitamente divennero scrupolosi. Churchill susurrava sottovoce, che il Re andava troppo oltre. Kirke, pur allora ritornato dalle stragi dʼoccidente, giurava di difendere la religione protestante. E quandʼanche, ei diceva, avesse ad abiurare la fede alla quale era stato educato, non sarebbe mai diventato papista. Egli era già vincolato da una solenne promessa allo imperatore di Marocco, al quale aveva giurato che se mai si fosse indotto ad apostatare, si sarebbe fatto Musulmano.[11]VIII. Mentre la nazione, agitata da molte veementi emozioni, aspettava ansiosa il ragunarsi delle Camere, giunsero di Francia nuove, che accrebbero lo universale eccitamento.La diuturna ed eroica lotta degli Ugonotti col Governo francese era stata condotta a fine dalla destrezza e dal vigore di Richelieu. Il grande uomo di Stato gli vinse; ma confermò loro la libertà di coscienza ad essi conceduta dallo editto di Nantes. Fu loro promesso, sotto alcune non incomode restrizioni, dʼadorare Dio secondo il loro rituale, e di scrivere in difesa della loro dottrina. Erano ammissibili agli uffici politicie militari; nè la eresia loro, per uno spazio considerevole di tempo, impedì ad essi praticamente dʼinnalzarsi nel mondo. Alcuni di loro comandavano lo armate dello Stato, ed altri presiedevano aʼ dipartimenti dʼimportanza nellʼamministrazione civile. Finalmente, variò la fortuna. Luigi XIV, fino dagli anni suoi primi, aveva sentita contro i Calvinisti unʼavversione religiosa e insieme politica. Come zelante Cattolico Romano, detestava i loro domini teologici. Come principe amante del potere assoluto, detestava quelle teorie repubblicane, che erano frammiste alla teologia ginevrina. A poco a poco privò gli scismatici di tutti i loro privilegi. Sʼintromise nella educazione deʼ fanciulli protestanti, confiscò gli averi lasciati in legato ai Concistori protestanti, e con frivoli pretesti chiuse tutte le chiese protestanti. I ministri protestanti furono spogliati daʼ riscuotitori delle tasse. I magistrati protestanti furono privati dellʼonore della nobiltà. Agli ufficiali protestanti della Casa Reale fu annunziato che Sua Maestà più non aveva mestieri deʼ loro servigi. Furono dati ordini perchè nessun protestante fosse ammesso alla professione di legale. La oppressa setta mostrò qualche lieve segno di quello spirito che, nel secolo precedente, aveva sfidata la potenza della Casa di Valois. Ne seguirono stragi e pene capitali. Furono acquartierate compagnie di dragoni nelle città dove gli eretici erano numerosi, e nelle abitazioni rurali di gentiluomini eretici; e la crudeltà e la licenza di cotesti feroci missionari, era approvata o debolmente biasimata dal Governo. Nondimeno, lo editto di Nantes, quantunque fosse stato violato di fatto in tutte le sue più essenziali provvisioni, non era stato per anche formalmente revocato; e il Re più volte dichiarò in solenni atti pubblici, dʼessere deliberato a mantenerlo. Ma i bacchettoni e gli adulatori, che governavano lʼorecchio del Re, gli porsero un consiglio chʼei volentieri accolse. Gli dimostrarono la sua politica di rigore avere già prodotti stupendi effetti, poca o nessuna resistenza essersi fatta al suo volere, migliaia dʼUgonotti essersi già convertiti; e conclusero che, ove egli facesse lʼunico passo che rimaneva a compire lʼopera, coloro che seguitavano a ricalcitrare, si sarebbero sollecitamente sottomessi; la Francia sarebbe purgata della macchia dʼeresia; e il suo principe sisarebbe acquistata una corona celeste non meno gloriosa di quella di San Luigi. Tali argomenti vinsero lʼanimo del Re. Il colpo finale fu dato. Lo editto di Nantes venne revocato; e comparvero, rapidamente succedendosi, numerosi decreti contro i settarii. I fanciulli e le fanciulle furono strappati dalle braccia deʼ genitori, e mandati ad educarsi nei conventi. A tutti i Ministri Calvinisti fu ingiunto o di abiurare la loro religione, o dentro quindici giorni uscire dal territorio della Francia. Agli altri credenti della Chiesa Riformata fu inibito di partirsi dal Regno; e a fine dʼimpedire loro la fuga, i porti e i confini vennero rigorosamente guardati. In tal modo, il traviato gregge—sperava il principe—diviso dai malvagi pastori, sarebbe tosto ritornato in grembo alla vera fede. Ma, a dispetto di tutta la vigilanza della polizia militare, numerosissimi furono gli emigrati. Fu calcolato che in pochi mesi cinquantamila famiglie dissero per sempre addio alla Francia. Nè i fuggenti erano tali da importar poco alla patria che li perdeva. Erano per lo più persone intelligenti, industriose e di austera morale. Trovavansi fra loro nomi illustri nella milizia, nelle scienze, nelle lettere, nelle arti. Parecchi degli esuli offersero le spade loro a Guglielmo dʼOrange, e si resero notevoli pel furore onde combatterono contro il loro persecutore. Altri vendicaronsi con armi anco più formidabili, e per mezzo delle stamperie dʼOlanda, dʼInghilterra, di Germania, infiammarono per trenta anni gli animi di tutta lʼEuropa contro il Governo Francese. Una classe più pacifica di gente istituì manifattorie di seta nel suburbio orientale di Londra. Una compagnia dʼesuli insegnò ai Sassoni a fare le stoffe e i cappelli, di che fino allora la sola Francia aveva tenuto il monopolio. Unʼaltra piantò le prime viti nelle vicinanze del Capo di Buona Speranza.[12]In circostanze ordinarie, le Corti di Spagna e di Roma avrebbero fatto plauso ad un principe che aveva vigorosamente guerreggiato contro la eresia. Ma tanto era lʼodio ispirato dalla ingiustizia ed alterigia di Luigi, che, fattosi egli persecutore, le Corti di Roma e di Spagna presero le parti della libertà religiosa,e forte riprovarono le crudeltà di scagliare senza freno sopra genti inoffensive una feroce e licenziosa soldatesca.[13]Un grido unanime di dolore e di rabbia levossi daʼ petti di tutti i protestanti dʼEuropa. La nuova della revoca dello editto di Nantes giunse in Inghilterra circa una settimana innanzi che si aggiornasse il Parlamento. Apparve allora manifesto, che lo spirito di Gardiner e del Duca dʼAlba seguitava sempre ad animare la Chiesa Cattolica Romana. Luigi non era da meno di Giacomo per generosità ed umanità, e certo eragli superiore in tutte le doti e i requisiti dʼuomo di Stato. Luigi, al pari di di Giacomo, aveva ripetutamente promesso di rispettare i privilegi deʼ suoi sudditi protestanti. Nulladimeno, Luigi adesso era diventato scopertamente persecutore della religione riformata. Quale ragione, dunque, eravi a dubitare che Giacomo aspettasse solo la occasione di seguire lo esempio del Re francese? Egli andava già formando, a dispetto della legge, una forza militare composta in gran parte di Cattolici Romani. Vi era nulla dʼirragionevole nel timore che tale forza potesse venire adoperata a fare ciò che i dragoni francesi avevano fatto?IX. Giacomo rimase conturbato quasi al pari deʼ suoi sudditi per la condotta della Corte di Versailles. A dir vero, essa aveva agito in modo che parea volesse essergli dʼimpaccio e di molestia. Egli stava sul punto di chiedere al corpo legislativo protestante piena tolleranza pei Cattolici Romani. Nulla, quindi, gli poteva giungere tanto importuno, quanto la nuova che in uno Stato vicino, un Governo cattolico romano avesse pur allora privati della tolleranza i protestanti. La sua vessazione fu accresciuta da un discorso che il Vescovo di Valenza, a nome del clero gallicano, diresse a Luigi XIV. Lʼoratore diceva, come il pio sovrano dellʼInghilterra sperasse dal Re Cristianissimo soccorso contro una nazione eretica. Fu notato che i membri della Camera deʼ Comuni mostravansi singolarmenteansiosi di procurarsi esemplari di cotesta arringa, la quale venne letta da tutti glʼInglesi con isdegno e timore.[14]Giacomo voleva frustrare la impressione da siffatte cose prodotta, ed in quel momento mostrare allʼEuropa di non essere schiavo della Francia. Dichiarò quindi pubblicamente, comʼegli disapprovasse il modo onde gli Ugonotti erano stati trattati; largì agli esuli qualche soccorso dal suo tesoro privato; e con lettere munite del gran sigillo, invitò i suoi sudditi ad imitare la liberalità sua. In pochi mesi chiaro si conobbe, come la mostrata commiserazione fosse finta a blandire il Parlamento; come egli sentisse verso i fuorusciti odio mortale; e come di nulla tanto si dolesse, quanto della propria impotenza a fare ciò che Luigi aveva compìto.X. Il dì 9 di novembre, le Camere si ragunarono. I Comuni furono chiamati alla barra deʼ Lordi a udire il discorso della Corona, profferito dal Re stesso sul trono. Lo avea composto da sè. Congratulossi coi suoi amatissimi sudditi di vedere spenta la ribellione nelle Contrade Occidentali; ma soggiunse che la celerità onde quella ribellione era nata e formidabilmente cresciuta, e la lunghezza del tempo in che essa aveva infuriato, dovevano convincere ciascuno quanto poco conto si potesse fare delle milizie cittadine. Aveva per ciò aumentata lʼarmata regolare. Le spese a mantenerla quinci innanzi sarebbero più che raddoppiate; ed aveva fiducia che i Comuni gli concederebbero i mezzi a provvedervi. Annunziò poi agli uditori dʼavere impiegati parecchi ufficiali i quali non sʼerano sottoposti allʼAtto di Prova; ma egli li conosceva ben degni della pubblica fiducia. Temeva che gli uomini astuti si sarebbero giovati di cotesta irregolarità per turbare la concordia che esisteva tra lui e il Parlamento. Ma gli era forza di parlare schietto, dichiarando di essere fermissimo a non dividersi, da servi sulla cui fedeltà ei poteva riposare, e del cui soccorso forse tra poco tempo avrebbe egli avuto mestieri.[15]La esplicita dichiarazione, chʼegli aveva rotte le leggi dalla nazione reputate principalissime tutrici della religione stabilita, e chʼegli era determinato a persistere nel violarle, non era atta a mansuefare gli esasperati animi deʼ suoi sudditi. I Lordi, rade volte inchinevoli ad iniziare lʼopposizione al Governo, consentirono a votare formali rendimenti di grazie per le cose espresse dal Re nel proprio discorso. Ma i Comuni furono meno proclivi. Ritornati alla sala delle loro adunanze, vi fu un profondo silenzio; e sui visi di molti spettabilissimi rappresentanti era dipinta la profonda inquietudine degli animi. Infine, Middleton alzossi, e propose che la Camera subitamente si formasse in Comitato intorno al discorso del Re; ma Sir Edmondo Jennings, Tory zelante della Contea di York, che supponevasi esprimesse il pensiero di Danby, protestò contro, e chiese tempo a considerare maturamente la cosa. Sir Tommaso Clarges, zio materno del Duca di Albemarle, e da lungo tempo rinomato in Parlamento come uomo atto agli affari ed economo della pubblica pecunia, fece eco alle parole di Jennings. Il sentire della Camera deʼ Comuni non poteva non esser chiaro a tutti. Sir Giovanni Ernley, Cancelliere dello Scacchiere, insistè onde lo indugio non fosse più di quarantotto ore; ma gli fu forza cedere, e deliberossi di differire la discussione a tre giorni.[16]Questo intervallo di tempo fu bene adoperato da coloro che erano capi della opposizione alla Corte. E davvero, non era lieve la impresa che si studiavano di compiere. In tre giorni dovevano riordinare un partito patriottico. Non è agevole neʼ giorni nostri intendere la difficoltà di ciò fare; perocchè oggidì può dirsi che la intera nazione assista alle deliberazioni deʼ Lordi e dei Comuni. Ciò che vien detto dai capi del ministero o della opposizione dopo la mezza notte, si legge allʼalba da tutta la metropoli, nel pomeriggio dagli abitanti di Northumberland e di Cornwall, e nella mattina seguente in Irlanda e nelle montagne della Scozia. Nellʼetà nostra,quindi, tutti gli stadii della legislazione, le regole della discussione, la strategia delle fazioni, le opinioni, gli umori, lo stile dʼogni membro di ambedue le Camere, sono cose familiari a centinaia di migliaia dʼuomini. Chiunque adesso entri in Parlamento, possiede ciò che nel secolo decimosettimo si sarebbe reputato gran tesoro di scienza parlamentare. La quale allora nessuno avrebbe potuto acquistare senza aver fatto il tirocinio nel Parlamento. La diversità fra un membro antico ed uno nuovo, era quanta la diversità che corre tra un vecchio soldato ed una recluta di recente tolta allʼaratro; e il Parlamento di Giacomo comprendeva un affatto insolito numero di nuovi membri, i quali dalle loro rurali residenze sʼerano recati a Westminster, privi di sapere politico, e pieni di violenti pregiudizi. Questi gentiluomini odiavano i papisti, ma non portavano odio meno forte ai Whig, e sentivano pel Re superstiziosa venerazione. Di cotesti materiali formare una opposizione, era un fatto che richiedeva arte e delicatezza infinite. Molti uomini di grande importanza, nondimeno, assunsero la impresa e la compirono con esito felice. Vari esperti politici Whig che non sedevano in quel Parlamento, davano utili consigli ed erudimenti. Nel dì che precesse al fissato per la discussione, si tennero molti convegni, dove gli esperti capi ammaestrarono i novizi; e tosto si vide come tali sforzi non fossero stati invano.[17]XI. Le legazioni straniere furono tutte in commovimento. Intendevasi bene che fra pochi giorni si sarebbe risoluta la gran questione, se il Re dʼInghilterra sarebbe o no il vassallo di quello di Francia. I ministri di casa dʼAustria desideravano ardentemente che Giacomo satisfacesse al Parlamento. Papa Innocenzo aveva inviati a Londra due uomini, ai quali aveva commesso di inculcare moderazione e con gli ammonimenti e con lo esempio. Uno era Giovanni Leyburn, Domenicano inglese, già stato segretario del Cardinale Howard; ed uomo che, fornito di qualche dottrina e dʼuna ricca vena di naturale arguzia, era il più cauto, destro e taciturno deʼ viventi. Era stato di recente consacrato vescovo dʼAdrumeto, e fatto VicarioApostolico della Gran Brettagna. Ferdinando, conte dʼAdda, italiano, di non grande abilità, ma dʼindole mite e di modi cortesi, era stato nominato Nunzio. Questi due personaggi furono lietamente accolti da Giacomo. Nessun vescovo cattolico romano, per più di un secolo e mezzo, aveva esercitata autorità spirituale nellʼisola. Nessun Nunzio ivi era stato ricevuto per lo spazio deʼ centoventisette anni chʼerano scorsi dopo la morte di Maria. Leyburn fu alloggiato in Whitehall, ed ebbe una pensione di mille lire sterline lʼanno. Adda non aveva per anche assunto carattere pubblico. Egli passava per un forestiere dʼalto lignaggio, che per curiosità era venuto a Londra; andava giornalmente a Corte, ed era trattato con segni dʼalta stima. Ambedue gli emissari del pontefice, fecero ogni sforzo per iscemare, quanto fosse possibile, lʼodiosità inseparabile dagli uffici che occupavano, e frenare il temerario zelo di Giacomo. Il Nunzio segnatamente dichiarò, che niuna cosa poteva recare maggior detrimento agli interessi della Chiesa di Roma, che una rottura tra il Re e il Parlamento.[18]Barillon agiva per un altro verso. Gli ordini che aveva ricevuti in questa occasione da Versailles, sono degnissimi di studio; imperocchè porgono la chiave a conoscere la politica seguita sistematicamente dal suo signore verso lʼInghilterra nei venti anni che precessero la nostra Rivoluzione. Luigi scriveva, come le notizie giunte da Madrid fossero sinistre. Ivi fermamente speravasi che Giacomo avrebbe fatta stretta colleganza con la Casa dʼAustria, appena si fosse assicurato che il Parlamento non gli darebbe molestia. In tali circostanze, importava molto alla Francia fare in modo che il Parlamento si mostrasse disubbidiente. A Barillon, quindi, fu dato comandamento di fare, con tutte le possibili cautele, la parte dʼarruffamatassa. In Corte, non doveva lasciare fuggire il destro di stimolarelo zelo religioso e lʼorgoglio regio di Giacomo; ma nel tempo stesso, doveva ingegnarsi di tenere secrete pratiche coi malcontenti. Siffatte relazioni erano rischiose e richiedevano somma destrezza; nondimeno, avrebbe forse trovato mezzo dʼincitare,—senza mettere a repentaglio sè stesso o il proprio Governo,—lo zelo dellʼopposizione per le leggi e le libertà dellʼInghilterra, e lasciare intendere che quelle leggi o libertà non erano dal Re di Francia guardate di mal occhio.[19]XII. Luigi, quando dettava coteste istruzioni, non prevedeva come presto e pienamente la ostinatezza e stupidità di Giacomo gli dovessero togliere dallʼanimo ogni inquietudine. Il dì 11 di novembre, la Camera deʼ Comuni si formò in Comitato per discutere il discorso della Corona. Heneage Finch, Procuratore Generale, teneva il seggio. La discussione fu condotta con peregrino ingegno e destrezza daʼ capi del nuovo partito patriottico. Non uscì loro dalle labbra espressione alcuna dʼirreverenza pel sovrano, o di simpatia pei ribelli. Della insurrezione delle Contrade Occidentali parlarono sempre con abborrimento. Non fecero pur motto delle barbarie di Kirke o di Jeffreys. Ammisero che le gravi spese cagionate daʼ trascorsi disturbi, giustificavano il Re a domandare un aumento di pecuniari sussidi; ma si opposero fortemente ad accrescere lʼarmata, e alla infrazione dellʼAtto di Prova.Pare che i cortigiani avessero studiosamente schivato ogni discorso intorno allʼAtto di Prova. Favellarono, nondimeno, con vigore a dimostrare quanto lʼarmata regolare fosse superiore alla civica milizia. Uno di loro, con modo insultante, chiese se la difesa del reame era da affidarsi alle sole guardie del Re. Un altro disse che gli si mostrasse in che guisa i militi civici della Contea del Devonshire, i quali, sgominati, fuggirono dinanzi ai contadini armati di falci che seguivano Monmouth, avrebbero potuto affrontare le guardie reali di Luigi. Ma cosiffatte ragioni facevano poco effetto nellʼanimo deʼ Cavalieri, che serbavano amara rimembranza del Governo del Protettore. Il sentimento comune a tutti loro fu espresso da EduardoSeymour, primo deʼ gentiluomini Tory dellʼInghilterra. Egli ammise che la milizia civica non era in condizioni soddisfacenti, ma sostenne che poteva riordinarsi. Tale riordinamento avrebbe richiesto danari; ma, per parte sua, avrebbe più volentieri dato un milione a mantenere una forza dalla quale ei non aveva nulla a temere, che mezzo milione a mantenere una forza della quale gli era dʼuopo vivere in continua trepidazione. Disciplinate le legioni della Civica, rafforzata la flotta, la patria rimarrebbe sicura. Un esercito stanziale avrebbe, se non altro, emunto il pubblico tesoro. Il soldato era uomo rapito alle arti utili. Non produceva nulla; consumava il frutto della industria altrui; e tiranneggiava coloro daʼ quali era mantenuto. Ma la nazione adesso era minacciata non solo di un esercito stanziale, ma dʼun esercito stanziale papista; di un esercito stanziale comandato da ufficiali che potevano essere gentili ed onorevoli, ma erano per principio nemici alla Costituzione del Regno. Sir Guglielmo Twisden, rappresentante della Contea di Kent, parlò nel medesimo senso con detti pungenti, e ne ebbe plauso. Sir Riccardo Temple, uno deʼ pochi Whig che sedevano in quel Parlamento, accomodando la favella agli umori del suo uditorio, rammentò alla Camera, come un esercito stanziale si fosse sperimentato pericoloso sì alla giusta autorità deʼ principi, che alla libertà delle nazioni. Sir Giovanni Maynard, il più dotto giureconsulto deʼ suoi tempi, prese parte alla discussione. Aveva più di ottanta anni, e poteva bene rammentarsi delle contese politiche del regno di Giacomo I. Aveva seduto nel Lungo Parlamento, e parteggiando per le Teste-Rotonde, aveva sempre pôrti consigli di mitezza, ed erasi affaticato a compire una riconciliazione generale. Per le doti della mente, non iscemate punto dalla vecchiezza, e per la scienza nella propria professione, onde egli aveva sì lungamente imposto rispetto in Westminster Hall, governava lʼuditorio nella Camera deʼ Comuni. Anchʼegli si dichiarò avverso allo aumento delle milizie regolari.Dopo molto disputare, fu deliberato di concedere un sussidio alla Corona; ma fu parimente deliberato di presentare una legge per riordinare la milizia civica. Questa ultima deliberazione equivaleva ad una dichiarazione contro lʼidea diformare un esercito stanziale. Il Re ne ebbe assai dispiacere; e si lasciò correre la voce, che se le cose seguitavano ad andare a questo modo, la sessione del Parlamento non avrebbe avuto lunga durata.[20]La dimane riprincipiò la contesa. Il linguaggio del partito patriottico fu visibilmente più audace e pungente, che non era stato il dì innanzi. Il paragrafo del discorso del Re, che si riferiva al sussidio da concedersi, precedette quello che si riferiva allʼAtto di Prova. Fondandosi sopra ciò, Middleton propose che il paragrafo riferentesi al sussidio, venisse discusso il primo nel comitato. Quei della opposizione proposero la questione pregiudiciale. Allegavano come lʼusanza ragionevole e costituzionale fosse di non concedere pecunia innanzi che fosse provveduto agli abusi; la quale usanza sarebbe finita, se la Camera si fosse reputata servilmente vincolata a seguire lʼordine in cui le cose venivano rammentate dal Re sul trono.Fecesi uno squittinio di divisione intorno alla questione se la proposta di Middleton fosse da adottarsi. Il Presidente ordinò che coloro i quali opinavano pel no, andassero nellʼantisala. Se ne offesero molto, e querelaronsi altamente di siffatta servilità e parzialità; imperocchè pensavano, secondo la intricata e sottile regola che allora vigeva, e che ai dì nostri venne messa da parte, sostituendovene unʼaltra più ragionevole e conveniente, avere il diritto di rimanere ai loro seggi; e tutti gli uomini più esperti degli usi parlamentari di quella età sostenevano, che coloro i quali rimanevano nella sala, avevano un vantaggio sopra coloro che uscivano fuori: imperciocchèi seggi erano così difettosi, che niuno il quale avesse avuta la fortuna di trovare un buon posto, amava di perderlo. Ciò non ostante, con isbalordimento deʼ Ministri, molti di coloro daʼ cui voti la Corte onninamente dipendeva, furono veduti muoversi verso la porta. Fra loro era Carlo Fox, pagatore delle truppe, e figlio di Stefano Fox, scrivano della Corte Regia di Palazzo. Il pagatore era stato indotto daʼ suoi amici ad assentarsi durante la discussione. Ma fu tanta la sua ansietà, che entrò nella stanza del Presidente, udì parte del dibattimento, ritirossi; e dopo dʼavere per una o due ore ondeggiato fra la propria coscienza e cinque mila lire sterline di paga annua, prese unʼanimosa risoluzione e si rificcò nella sala, appunto mentre facevasi la votazione. Due ufficiali dellʼarmata, il Colonnello Giovanni Darcy, figlio di Lord Conyers, e il Capitano Giacomo Kendall, andarono nellʼantisala. Middleton scese alla barra e li rimproverò aspramente. In ispecie, diresse la parola a Kendall, servitore bisognoso della Corona, che da un collegio elettorale di Cornwall, ligio agli ordini del Re, era stato mandato al Parlamento, e che di recente aveva ottenuto un dono di cento ribelli condannati alla deportazione. «Signore,» disse Middleton «non comandate voi un reggimento di cavalleria aʼ servigi di Sua Maestà?»—«Sì, o Milord,» rispose Kendall «ma mio fratello è morto ora che è poco, e mi ha lasciato settecento lire sterline lʼanno.»XIII. Come i questori compirono lʼufficio loro, i voti affermativi furono cento ottantadue, i negativi cento ottantatre. In quella Camera di Comuni, che era stata messa insieme per mezzo di raggiri, di corruzione e di violenza; in quella Camera di Comuni, della quale Giacomo aveva detto che più di undici dodicesimi deʼ membri erano quali dovevano essere se gli avesse nominati da sè, la Corte aveva avuta una sconfitta sopra una questione vitale.[21]A cagione di questo voto, le espressioni adoperate dal Re parlando dellʼAtto di Prova furono, il dì 13 novembre, postein discussione. Eʼ fu risoluto, dopo molto discutere, di fargli un indirizzo, a rammentargli come ei non potesse legalmente seguitare a tenere in ufficio uomini che ricusassero di uniformarsi alla legge, e a sollecitarlo perchè prendesse gli opportuni provvedimenti a quietare i sospetti e le gelosie del popolo.[22]Fu poi proposto che i Lordi venissero richiesti di aderire allo indirizzo. Adesso è impossibile chiarirsi se mai tale proposta fosse stata onestamente fatta dalla opposizione, sperante che il concorso dei Pari avrebbe aggiunto peso alla rimostranza, o fatta artificiosamente dai cortigiani con la speranza che ne seguisse un dissenso fra le due Camere. La proposta venne rigettata.[23]La Camera si era formata in Comitato onde deliberare intorno la pecunia da concedersi. Il Re chiedeva un milione e quattrocento mila lire sterline; ma i Ministri sʼaccôrsero che sarebbe stato vano domandare una sì grossa somma. Il Cancelliere dello Scacchiere propose un milione e dugento mila lire sterline. I capi della opposizione risposero, che concedere tanta pecunia sarebbe stato il medesimo che approvare la permanenza delle forze militari allora esistenti: mentre essi erano disposti solo a dar tanto da bastare pel mantenimento delle truppe regolari finchè le milizie civiche venissero riformate;e però proposero quattro cento mila lire sterline. I cortigiani si misero ad urlare contro siffatta proposta, come indegna della Camera e irriverente al Re. Ma trovarono vigorosa resistenza. Uno deʼ rappresentanti le Contee Occidentali, voglio dire Giovanni Windham, che era deputato di Salisbury, si oppose vivamente, dicendo come egli avesse sempre avuto terrore ed abborrimento per gli eserciti stanziali; massime da che la recente esperienza lʼaveva riconfermato in tale pensiero. Si provò poi di toccare dʼuna cosa che fino allora era stata con sommo studio schivata. Dipinse la desolazione delle Contee Occidentali. Disse che i popoli erano stanchi della oppressura delle truppe, stanchi degli alloggi, delle depredazioni, e di scelleratezze anche peggiori che la legge chiamava fellonie, ma che essendo commesse da tale classe di felloni, non era possibile ottenerne giustizia. I ministri del Re avevano detto alla Camera, che erano stati fatti buoni provvedimenti pel governo dellʼarmata; ma nessuno avrebbe osato dire che fossero stati mandati ad esecuzione. Quale ne era la necessaria conseguenza? Il contrasto tra i paterni ammonimenti profferiti dal trono e la intollerabile tirannia deʼ soldati, non provava egli che lʼarmata era anche allora troppa e pel principe e pel popolo? I Comuni potevano, perfettamente coerenti a sè stessi, senza menomare la fiducia che avevano posta nelle intenzioni di Sua Maestà, ricusare che venisse aumentata una forza che, manifestamente, la Maestà Sua non avrebbe potuto tenere in freno.XIV. La proposta delle quattrocento mila lire sterline, non passò per dodici voti di minoranza. Questa vittoria, riportata dai Ministri, era una quasi sconfitta. I capi del partito patriottico, non punto scoraggiati, indietreggiarono un poco, per ritornare alla prova, e proposero la somma di settecentomila lire sterline. Il Comitato votò nuovamente, e i cortigiani furono sconfìtti con dugentododici voti contro centosessanta.[24]Il dì dopo, i Comuni andarono solennemente a Whitehall recando lʼindirizzo, dove si parlava dellʼAtto di Prova. Il Re li accolse seduto sul trono. Lʼindirizzo era scritto con parolespiranti riverenza ed affetto; imperocchè la maggior parte di coloro che avevano votato a favore di quello, erano fervidamente anzi superstiziosamente realisti, e avevano di leggieri assentito ad inserirvi alcune frasi di complimento, omettendo ogni parola che i cortigiani avevano reputata offensiva. La risposta di Giacomo fu una fredda e austera riprensione. Manifestò dispiacere e maraviglia nel vedere che i Comuni avevano così poco profittato degli ammonimenti dati loro. «Ma,» soggiunse «quantunque possiate seguitare a fare a modo vostro, io sarò fermissimo in tutte le promesse che vi ho fatte.»[25]I Comuni si radunarono nella loro sala mal satisfatti, e alquanto intimoriti. La più parte di loro portavano al Re alta riverenza. Tre anni dʼoltraggi, e dʼinsulti più duri degli oltraggi stessi, bastavano appena a sciogliere i vincoli onde i gentiluomini Cavalieri erano legati al trono.Il Presidente ridisse la sostanza della risposta del Sovrano. Successe per alcun tempo un solenne silenzio; poi si lesse regolarmente lʼordine del giorno; e la Camera si formò in Comitato per discutere la legge di riforma della milizia civica.XV. Nondimeno, servirono poche ore perchè la opposizione si rifacesse dʼanimo. Come, sul cadere del giorno, il Presidente riprese il seggio, Wharton, il più ardito ed operoso deʼ Whig, propose di stabilire il giorno in cui la risposta del Re si dovesse prendere in considerazione. Giovanni Coke, rappresentante di Derby, quantunque fosse Tory conosciuto, secondò le parole di Wharton, dicendo: «Spero che noi tutti saremo Inglesi, e che poche parole altere non varranno a intimorirci e distoglierci dal proprio dovere.»E furono parole coraggiose, ma non savie. «Notate le sue parole!—Alla barra!—Alla Torre!» gridavano da ogni canto della sala. I più moderati proposero, che lʼoffensore venisse severamente ripreso: ma i Ministri insisterono con veemenza perchè fosse mandato in prigione. Dissero che la Camera poteva perdonare le offese fatte ad essa, ma non aveva ragione di rimettere un insulto fatto alla Corona. Coke fu condottoalla Torre. La indiscretezza di un solo uomo aveva interamente disordinato il sistema di strategia con tanta arte congegnato dai capi della opposizione. Invano, in quel momento, Eduardo Seymour tentò di riordinare i suoi aderenti, esortandoli a stabilire il giorno per discutere la risposta del Re, ed esprimendo la fiducia che la discussione sarebbe stata condotta col rispetto debito deʼ sudditi verso il sovrano. I rappresentanti erano tanto intimiditi dal dispiacere del Re, e tanto esasperati dalla rozzezza di Coke, che non sarebbe stato savio partito fare squittinio di divisione.[26]La Camera si aggiornò; e i Ministri sʼillusero credendo che lo spirito della opposizione fosse domo. Ma la mattina del dì 19 novembre, nuovi e sinistri segni comparvero. Era giunto il tempo di prendere in considerazione le petizioni arrivate da ogni parte dellʼInghilterra contro le ultime elezioni. Allorquando, nella prima adunanza del Parlamento, Seymour sʼera altamente querelato del Governo, il quale usando la forza e la fraude aveva impedito che la opinione deʼ collegi elettorali liberamente si manifestasse, non aveva trovato niuno che lo secondasse. Ma molti che allora sʼerano da lui scostati, avevano poi ripreso animo, e con a capo Sir Giovanni Lowther, rappresentante di Cumberland, innanzi lo aggiornamento avevano manifestata la necessità dʼinquisire intorno agli abusi che avevano tanto commossa lʼopinione pubblica. La Camera adesso trovavasi più stizzita; e molti alzavano la voce in tono di minaccia e dʼaccusa. Ai Ministri fu detto, che la nazione aspettava e doveva avere solenne giustizia deʼ torti patiti. Intanto accennavasi destramente, che la migliore espiazione che ogni gentiluomo eletto con illeciti mezzi potesse fare agli occhi del pubblico, era di usare il mal conseguito potere in difesa della religione e delle libertà della patria. Niun rappresentante, che in tanta ora di pericolo facesse il debito proprio, aveva nulla a temere. Forse potevano trovarsi argomenti per escluderlo dal Parlamento; ma la opposizione prometteva di adoperare tutta la propria influenza a farlo rieleggere.[27]XVI. Il giorno stesso chiaramente si conobbe, che lo spirito dʼopposizione erasi propagato dalla Camera deʼ Comuni a quella deʼ Lordi, e perfino al banco deʼ vescovi. Guglielmo Cavendish, Conte di Devonshire, aperse lo arringo nella Camera Alta, e a ciò fare aveva i necessari requisiti. Per ricchezze ed influenza a nessuno deʼ Nobili inglesi era secondo; e la voce pubblica lo diceva il più compìto gentiluomo deʼ tempi suoi. La magnificenza, il gusto, lo ingegno, la classica dottrina, lʼaltezza dello spirito, la grazia e la urbanità deʼ modi, erano qualità che i suoi stessi nemici gli consentivano. Sventuratamente, i panegiristi suoi non potrebbero sostenere che la sua morale rimanesse incontaminata dal contagio a queʼ tempi sparso dappertutto. Quantunque ei procedesse avverso al papismo e al potere arbitrario, aveva sempre abborrito dagli esagerati provvedimenti; era, come vide perduta la Legge dʼEsclusione, inchinato ad un compromesso, e non sʼera mai immischiato negli illegali ed imprudenti disegni che avevano screditato il partito Whig. Ma benchè gli spiacesse in parte la condotta deʼ propri amici, ei non aveva mai mancato di compire con zelo gli ardui e perigliosi doveri dʼamicizia. Sʼera mostrato al fianco di Russell alla sbarra; nel tristo giorno della sua decapitazione, gli aveva detto addio, fra amplessi affettuosi e copiose ed amarissime lacrime; anzi, sʼera offerto di mettere a repentaglio la propria vita per procurargli la fuga.[28]Questo grandʼuomo, adunque, propose in Parlamento di fissare un giorno per esaminare il discorso del Re. Dal lato opposto sostenevasi, che i Lordi col deliberare rendimenti di grazie al Sovrano per il discorso, sʼerano privati del diritto di muovere querela. Ma Halifax trattò con ispregio simile risposta. «Cosiffatti ringraziamenti» disse egli con quella piacevolezza di sarcasmo di cui era maestro «non includono approvazione. Siamo gratissimi sempre che il nostro Sovrano si degna di rivolgercila parola. E in ispecie siamo grati quando, come ha fatto nella presente occasione, ci parla chiaro ed accenna ciò che ci tocchi a patire.»[29]XVII. Il dottore Enrico Compton, vescovo di Londra. parlò fortemente a favore della proposta. Quantunque ei non avesse ricco corredo di insigni doti, nè fosse profondamente versato negli studi della propria professione, la Camera sempre lo ascoltava con riverenza; imperocchè egli era uno deʼ pochi ecclesiastici che in quellʼetà potesse vantare nobiltà di sangue. Ed egli e la sua famiglia avevano dato prove di lealtà. Suo padre, secondo Conte di Northampton, aveva strenuamente combattuto per Carlo I, e circuito dai soldati dellʼarmata parlamentare, era caduto con la spada in pugno, ricusando di concedere o dʼaccettare quartiere. Lo stesso vescovo, innanzi di ricevere gli ordini sacri, era stato nelle Guardie; e ancorchè generalmente facesse ogni sforzo per mostrare la gravità e la sobrietà convenevoli ad un prelato, di quando in quando si vedeva in lui sfavillare qualche scintilla dellʼantico spirito militare. Gli era stata affidata la educazione religiosa delle due Principesse, e aveva adempito a quel solenne dovere in modo da soddisfare tutti i buoni Protestanti, e da assicurargli considerevole influenza sopra le menti delle sue discepole, e massime della Principessa Anna.[30]Adesso dichiarò dʼavere potestà di manifestare lʼopinione deʼ suoi confratelli, i quali insieme con lui pensavano che la intera Costituzione civile ed ecclesiastica del reame fosse in pericolo.[31]XVIII. Uno deʼ più segnalati discorsi di quel giorno uscì dalle labbra dʼun giovane, che con la bizzarria deʼ suoi casi era destinato a rendere attonita la Europa. Aveva nome Carlo Mordaunt, Visconte Mordaunt, grandemente rinomato anni dopo come Conte di Peterborough. Aveva già date numerose prove di coraggio, di capacità, e di quella stranezza di cervelloche rese quel coraggio e quella capacità inutili alla propria patria. Sʼera perfino messo in mente di rivaleggiare con Bourdaloue e Bossuet. Quantunque ei fosse conosciuto come libero pensatore, aveva vegliato tutta notte in un viaggio di mare per comporre sermoni, e con difficoltà gli era stato impedito di edificare con un pio discorso la ciurma di un vascello da guerra. Adesso favellò per la prima volta nella Camera deʼ Pari con singolare eloquenza, con ardore, con audacia. Biasimò i Comuni di non essersi messi in una via più ardimentosa, dicendo: «Essi hanno avuto timore di parlare schietto. Hanno ragionato di sospetti e di gelosie. Che cʼentrano qui le gelosie ed i sospetti? Essi sono sentimenti che provansi per danni incerti e futuri; e il male che stiamo esaminando non è futuro nè incerto. Esiste un esercito stanziale. È comandato da ufficiali papisti. Non abbiamo nemico straniero. Non vʼè ribellione nel paese nostro. A che fine, dunque, si mantengono tanto numerose forze se non per abbattere le nostre leggi, e stabilire il potere arbitrario, cotanto giustamente abborrito dagli Inglesi?»[32]Jeffreys parlò contro la proposta con quel rozzo e feroce stile di cui egli era maestro; ma si accôrse subito non essere così agevole atterrire gli alteri e potenti baroni dʼInghilterra nella loro sala, come lo era intimidire gli avvocati, il cui pane dipendeva dal favore, o gli accusati le cui teste erano nelle mani di lui. Un uomo che abbia passata la vita ad aggredire ed imporre ad altrui, sia quale si voglia supporre il suo coraggio ed ingegno, generalmente, qualvolta è rigorosamente aggredito, fa meschina figura: imperciocchè, non essendo avvezzo a starsi sulla difensiva, si confonde; e il sapere chetutti glʼinsultati da lui godono della sua confusione, lo confonde vie maggiormente. Jeffreys, per la prima volta da che era divenuto grandʼuomo, veniva incontrato a condizioni uguali da avversari che non lo temevano. A soddisfazione universale, era quella la prima volta chʼegli passava dallo estremo dellʼinsolenza allo estremo dellʼabbiettezza, e non potè frenarsi di spargere lacrime di rabbia e di dispetto.[33]Nulla, a dir vero, mancò ad umiliarlo; poichè la sala era piena di circa cento Pari, numero maggiore anche di quello che vi sʼera trovato nel gran di del voto intorno alla Legge dʼEsclusione. Arrogi che vʼera presente anche il Re. Carlo aveva avuto costume di assistere alle tornate della Camera deʼ Lordi per sollazzo, e spesso era solito dire che una discussione gli era di piacevole intertenimento al pari dʼuna commedia. Giacomo ci andò non per divertirsi, ma con la speranza che la propria presenza fosse di qualche freno alla discussione. E sʼingannò. Gli umori della Camera si manifestarono con tanto vigore, che dopo una pungentissima orazione fatta da Halifax a concludere, i cortigiani non vollero avventurarsi allo squittinio di divisione. Fu stabilito un giorno prossimo a prendere in considerazione il discorso del Re; e fu ordinato che tutti i Pari i quali non fossero in luoghi molto distanti da Westminster, si trovassero al proprio posto.[34]XIX. Il dì seguente, il Re in tutta pompa andò alla Camera deʼ Lordi. LʼUsciere della Verga Nera intimò ai Comuni di recarsi alla sbarra; e il Cancelliere annunziò che il Parlamentoera prorogato fino al giorno decimo di febbraio.[35]I membri che avevano votato contro la Corte, furono destituiti dai pubblici uffici. Carlo Fox fu cacciato dalla Pagatoria. Il vescovo di Londra cessò dʼessere Decano della Cappella Reale, e il suo nome fu casso dalla lista deʼ Consiglieri Privati.Lo effetto della proroga fu di porre fine ad un processo della più alta importanza. Tommaso Grey, Conte di Stamford, discendente da una delle più illustri famiglie dellʼInghilterra, incolpato di crimenlese, era stato di recente preso e posto in istretta prigionia dentro la Torre. Lo accusavano dʼessere stato implicato nella congiura di Rye House. La esistenza del fatto era stata dichiarata dai Grandi Giurati della Città di Londra, e la causa era stata portata alla Camera deʼ Lordi, che erano il solo tribunale dinanzi a cui un Pari secolare, durante la sessione del Parlamento, potesse essere processato per grave delitto. Il dì stabilito allo esame del caso era il primo di decembre; erano stati dati ordini perchè nella sala di Westminster si facessero gli apparecchi bisognevoli. A cagione della proroga, la causa venne differita ad un tempo indefinito; e Stamford fu tosto messo in libertà.[36]Tre altri Whig di grande importanza stavano già incarcerati allorquando si chiuse la sessione: cioè Carlo Gerard, Lord Gerard di Brandon, primogenito del conte di Maclesfield; Giovanni Hampden, nipote del rinomato capo del Lungo Parlamento; ed Enrico Booth, Lord Delamere. Gerard e Hampden erano accusati come complici della Congiura di Rye House, Delamere, di avere favorita la insurrezione delle Contrade Occidentali.XX. Non era intendimento del Governo far morire Gerard o Hampden. Grey, prima che acconsentisse a testificare contro di loro, aveva patteggiato per la vita loro.[37]Ma vʼera anche una ragione più forte a lasciarli vivi. Erano eredi di grosso patrimonio; ma i genitori loro vivevano ancora. La Corte, quindi, poteva ottenere poco in via di confisca, ma molto in via di riscatto. Gerard fu processato, e dalle assai scarsenotizie che ci rimangono, eʼ sembra che si difendesse con grande animo e con vigorose parole. Vantò gli sforzi e i sacrifici fatti dalla sua famiglia per la causa di Carlo I, e provò che Rumsey, quel desso che inventando una storiella aveva assassinato Russell, e poi Cornish dicendone unʼaltra, era testimone affatto indegno di fede. I Giurati, dopo qualche esitazione, lo dissero colpevole. Dopo una lunga prigionia, a Gerard fu concesso di redimersi.[38]Hampden aveva ereditate le opinioni politiche e gran parte delle esimie doti dellʼavo, ma era degenerato dalla probità e dal coraggio onde lʼavo erasi tanto predistinto. Eʼ pare che lo accusato, per crudele astuzia del Governo, fosse lungamente tenuto in una agonia di dubbio, affinchè la sua famiglia sʼinducesse a pagare assai caro il perdono. Il suo spirito prostrossi sotto il terrore della morte. Condotto al banco degli accusati, non solo si confessò reo, ma disonorò il nome illustre chʼegli portava, con sommissioni e suppliche abiette. Protestò di non essere stato partecipe del secreto disegno di assassinare Carlo e Giacomo, ma confessò di avere meditata la ribellione; dichiarossi profondamente pentito del fallo, implorò la intercessione deʼ Giudici, giurando che ove la reale clemenza si stendesse sopra lui, dedicherebbe intera la vita a mostrare la propria gratitudine. I Whig a tanta pusillanimità divennero furiosi, ed altamente dichiararono lui meritare più biasimo di Grey, il quale, diventando testimonio del Governo, aveva serbato un certo decoro. Ad Hampden fu perdonata la vita; ma la sua famiglia pagò alcune migliaia di lire sterline al Cancelliere. Altri cortigiani di minore momento estorsero da lui altre somme più tenui. Lo sciagurato aveva spirito bastevole a sentire la vergogna in cui sʼera gettato. Sopravvisse di parecchi anni al giorno della propria ignominia. Ei visse per vedere il proprio partito trionfante, avere in esso importantissima parte, innalzarsi nello Stato, e far tremare i propri persecutori. Ma una rimembranza insopportabile gli attoscava tanta prosperità. Non riacquistò mai la gaiezza dello spirito, e finalmente di propria mano si tolse la vita.[39]

STORIA DʼINGHILTERRA.

SOMMARIO.

I. La potenza di Giacomo giunge alla sua maggiore altezza nellʼautunno del 1685.—II. Sua politica estera.—III. Suoi disegni di politica interna; lʼAtto dellʼHabeas Corpus.—IV. Lʼesercito stanziale.—V. Disegni in favore della Religione Cattolica Romana.—VI. Violazione dellʼAtto di Prova; disgrazia di Halifax—VII. Malcontento generale.—VIII. Persecuzione degli Ugonotti francesi.—IX. Effetti da tale persecuzione prodotti in Inghilterra.—X. Ragunanza del Parlamento; discorso del Re; opposizione nella Camera deʼ Comuni.—XI. Sentimenti deʼ Governi stranieri.—XII. Comitato della Camera deʼ Comuni intorno al discorso del Re.—XIII. Sconfitta del Governo.—XIV. Seconda sconfitta del Governo; invettive falle dal Re ai Comuni.—XV. Coke messo in prigione, per aver mancato di rispetto al Re.—XVI. Opposizione al Governo nella Camera deʼ Lordi; il Conte di Devonshire.—XVII. Il Vescovo di Londra.—XVIII. Il Visconte Mordaunt.—XIX. Proroga.—XX. Processi di Lord Gerard e di Hampden.—XXI. Processo di Delamere.—XXII. Effetti dellʼessere stato dichiarato non colpevole.—XXIII. Partiti in Corte; Sentimenti deʼ Tory protestanti.—XXIV. Pubblicazione di scritti trovati nella cassa forte di Carlo II.—XXV. Sentimenti degli uomini più rispettabili fraʼ Cattolici Romani.—XXVI. Cabala dei Cattolici Romani irruenti.—XXVII. Castelmaine; Jermin; White; Tyrconnel.—XXVIII. Sentimenti deʼ ministri dei Governi stranieri.—XXIX. Il Papa e la Compagnia di Gesù in vicendevole opposizione.—XXX. La Compagnia di Gesù.—XXXI. Padre Petre.—XXXII. Umori ed opinioni del Re.—XXXIII. È incoraggiato neʼ suoi errori da Sunderland.—XXXIV. Perfidia di Jeffreys.—XXXV. Godolphin; la Regina; amori del Re.—XXXVI. Caterina Sedley.—XXXVII. Intrighi di Rochester in favore di Caterina Sedley.—XXXVIII. La influenza di Rochester decade.—XXXIX. Castelmaine è inviato a Roma; Giacomo tratta male gli Ugonotti.—XL. La potestà di dispensare.—XLI. Destituzione deʼ Giudici disubbidienti.—XLII. Caso di Sir Eduardo Hales.—XLIII. Ai Romani Cattolici è dato diritto ad occupare i beneficii ecclesiastici; Sclater; Walker.—XLIV. La Decania di Christchurch è data ad un Cattolico Romano.—XLV. Distribuzione deʼ Vescovati.—XLVI. Determinazione di Giacomo ad usare la propria supremaziaecclesiastica contro la Chiesa.—XLVII. Difficoltà a ciò fare.—XLVIII. Crea una nuova Corte dʼAlta Commissione.—XLIX. Procedimenti contro il Vescovo di Londra.—L. Malcontento nato al comparire in pubblico deʼ riti e deʼ vestimenti cattolici romani.—LI. Tumulti.—LII. È formato un campo militare in Hounslow.—LIII. Samuele Johnson.—LIV. Ugo Speke.—LV. Procedimento contro Johnson.—LVI. Zelo del Clero Anglicano contro il papismo; scritti di controversia.—LVII. I Cattolici Romani rimangono vinti.—LVIII. Condizioni della Scozia.—LIX. Queensberry; Perth; Melfort.—LX. Loro apostasia.—LXI. Favore mostrato alla Religione Cattolica Romana in Iscozia; tumulti in Edimburgo.—LXII. Collera del Re.—LXIII. Suoi intendimenti rispetto alla Scozia.—LXIV. Una Deputazione deʼ Consiglieri Privati Scozzesi è mandata a Londra.—LXV. Suoi negoziati col Re; ragunanza degli Stati Scozzesi.—LXVI. Si mostrano disubbidienti.—LXVII. Le loro sessioni vengono aggiornate; sistema arbitrario di governo in Iscozia.—LXVIII. Irlanda.—LXIX. Condizioni delle leggi rispetto a cose religiose.—LXX. Ostilità delle razze; contadini aborigeni.—LXXI. Aristocrazie aborigene.—LXXII. Condizioni della colonia inglese.—LXXIII. Condotta che Giacomo avrebbe dovuto seguire.—LXXIV. Suoi errori—LXXV. Clarendon giunge in Irlanda come Lord Luogotenente.—LXXVI. Sue mortificazioni; paura sparsa fra i coloni.—LXVII. Arrivo di Tyrconnel a Dublino come Generale dʼarmi.—LXXVIII. Parzialità e violenza di lui.—LXXIX. Si studia di far revocare lʼAtto di Stabilimento; ritorna in Inghilterra.—LXXX. Il Re è mal satisfatto di Clarendon.—LXXXI. Rochester è aggredito dalla Cabala gesuitica.—LXXXII. Giacomo si studia di convertire Rochester.—LXXXIII. Destituzione di Rochester.—LXXXIV. Destituzione di Clarendon; Tyrconnel Lord Deputato.—LXXXV. Scoraggiamento deʼ coloni inglesi in Irlanda.—LXXXVI. Effetti della caduta degli Hydes.

I. Giacomo trovavasi oramai giunto al più alto grado di potenza e prosperità. Sì in Inghilterra che in Iscozia aveva vinti i suoi nemici, e puniti con una severità che aveva neʼ cuori loro suscitato acerbissimo odio, ma ad un tempo gli aveva efficacemente disanimati. Il partito Whig pareva spento. Il nome di Whig non usavasi mai, tranne come vocabolo di rimprovero. Il Parlamento piegava sommessa la fronte ai voleri del re, il quale aveva potestà di tenerselo sino alla fine del proprio regno. La Chiesa faceva più che mai clamorose proteste di affetto verso lui, proteste chʼella aveva confermate col fatto a tempo della trascorsa insurrezione. I giudici erano suoi strumenti; e qualora non si fossero mostrati tali, stava in lui di cacciarli dʼufficio. I corpi municipali erano pieni di sue creature. Le sue entrate eccedevano dʼassai quelle deʼ suoipredecessori. Ei si gonfiò dʼorgoglio. Non era più lʼuomo il quale, pochi mesi innanzi, tormentato dal dubbio che il trono potesse essergli abbattuto in unʼora sola, aveva implorato con supplicazioni indegne di un re il soccorso dello straniero, ed accettatolo con lacrime di gratitudine. Vagheggiava con la fantasia visioni di dominio e di gloria. Vedevasi già il sovrano predominante dʼEuropa, il campione di molti Stati oppressi da una sola monarchia troppo potente. Fino dal mese di giugno, aveva assicurate le Provincie Unite, che, appena rassettate le faccende dellʼInghilterra, avrebbe mostrato al mondo quanto poco ei temesse la Francia. Giusta siffatte assicuranze, in meno dʼun mese dopo la battaglia di Sedgemoor, concluse con gli Stati Generali un trattato, secondo i principii della triplice alleanza. Fu considerata e allʼAja e a Versailles come circostanza significantissima, che Halifax, perpetuo ed acerrimo nemico della influenza francese, il quale quasi mai, dallʼinizio del regno, era stato consultato sopra alcuno importante negozio, fosse precipuo operatore della lega, in modo da parere che le sue sole parole trovassero ascolto allʼorecchio del principe. E fu circostanza non meno significativa, che innanzi non ne fosse stato fatto pur motto a Barillon. Egli e il suo signore furono presi alla sprovvista. Luigi ne rimase sconcertato, e mostrò grave e non irragionevole ansietà rispetto ai futuri disegni di un principe, il quale, poco avanti, era stato suo pensionato e vassallo. Correva molto la voce che Guglielmo dʼOrange si affaccendasse a formare una grande confederazione, che doveva comprendere i due rami della Casa dʼAustria, le Provincie Unite, il regno di Svezia e lo Elettorato di Brandenburgo. Adesso pareva che tale confederazione dovesse avere a capo il re e il Parlamento dʼInghilterra.[1]

II. Difatti, furono iniziate pratiche tendenti a simile scopo. La Spagna propose di formare una stretta lega con Giacomo; il quale accolse favorevolmente la proposta, comecchè chiaro apparisse che tale alleanza sarebbe stata poco meno che una dichiarazione contro la Francia. Ma ei differì la sua ultimarisoluzione fino alla nuova ragunanza del Parlamento. Le sorti della Cristianità pendevano dalla disposizione in cui egli avrebbe trovata la Camera deʼ Comuni. Se essa era inchinevole ad approvare i suoi divisamenti di politica interna, non vi sarebbe stata cosa alcuna che gli avesse impedito dʼintervenire con vigore ed autorità nella gran contesa che tosto doveva travagliarsi nel continente. Se la Camera era disubbidiente, egli sarebbe stato costretto a deporre ogni pensiero dʼarbitrato tra le nazioni contendenti, ad implorare nuovamente lo aiuto della Francia, a sottoporsi di nuovo alla dittatura francese, a diventare potentato di terza o quarta classe, e a rifarsi del dispregio, in che lo avrebbero tenuto gli stranieri, trionfando della legge e della pubblica opinione nel proprio regno.

III. E veramente, non sembrava facile chʼegli chiedesse ai Comuni più di quello che essi inchinavano a concedere. Avevano già date abbondevoli prove dʼessere desiderosi di serbare intatte le regie prerogative, e di non patire eccessivi scrupoli a notare le usurpazioni chʼegli faceva contro i diritti del popolo. Certo, undici dodicesimi deʼ rappresentanti o dipendevano dalla Corte, o erano zelanti Cavalieri di provincia. Poche erano le cose che una tale Assemblea avrebbe pertinacemente ricusate al Sovrano; e fu fortuna per la nazione, che tali poche cose fossero quelle appunto che a Giacomo stavano più a cuore.

Uno deʼ suoi fini era quello dʼottenere la revoca dellʼHabeas Corpus, che egli odiava, come era naturale che un tiranno odiasse il freno più vigoroso che la legislazione impose mai alla tirannide. Cotesto odio gli rimase impresso in mente fino allʼultimo dì di sua vita, e si manifesta negli avvertimenti chʼegli scrisse in esilio per erudimento del figlio.[2]Ma lʼHabeas Corpus, quantunque fosse una legge fatta mentre i Whig dominavano, non era meno cara ai Tory che ai Whig. Non è da maravigliare che questa gran legge fosse tenuta in tanto pregio da tutti glʼInglesi, senza distinzione di partito; perocchè,non per indiretta, ma per diretta operazione contribuisce alla sicurezza e felicità di ogni abitante del Regno.[3]

IV. Giacomo vagheggiava un altro disegno, odioso al partito che lo aveva posto sul trono, e ve lo manteneva. Desiderava formare un grande esercito stanziale. Erasi giovato dellʼultima insurrezione per accrescere considerevolmente le forze militari lasciate dal fratello. I corpi che oggidì si chiamano i primi sei reggimenti delle guardie a cavallo, il terzo e quarto reggimento dei dragoni, e i nove reggimenti di fanteria, dal settimo al decimoquinto inclusivamente, erano stati pur allora formati.[4]Lo effetto di tale aumento, e del richiamo del presidio di Tangeri, fu che il numero delle truppe regolari in Inghilterra, erasi in pochi mesi accresciuto da sei mila a circa ventimila uomini. Nessuno deʼ Re nostri in tempo di pace aveva avuto mai tante forze sotto il suo comando. E Giacomo non ne era nè anche soddisfatto. Ripeteva spesso, come non fosse da riposare sulla fedeltà delle milizie civiche, le quali partecipavano di tutte le passioni della classe a cui appartenevano; che in Sedgemoor sʼerano trovati nellʼarmata ribelle più militi cittadini che non fossero nel campo regio; e che se il trono fosse stato difeso soltanto dalle milizie delle Contee, Monmouth avrebbe marciato trionfante da Lyme a Londra.

La rendita, per quanto potesse sembrare grande, in agguaglio di quella deʼ Re precedenti, serviva appena a questa nuova spesa. Gran parte deʼ proventi delle nuove tasse spendevasi nel mantenimento della flotta. Sul finire del regno antecedente, lʼintera spesa dellʼarmata, incluso il presidio di Tangeri, era stata minore di trecento mila lire sterline annue. Adesso non sarebbero bastate seicento mila sterline.[5]Se nuovi aumenti dovevano farsi, era necessario chiedere altra pecunia al Parlamento;e non era probabile che esso si sarebbe mostrato proclive a concedere. Il semplice nome dʼesercito stanziale era in odio a tutta la nazione, e a nessuna parte di quella più in odio, che ai gentiluomini Cavalieri, i quali riempivano la Camera Bassa. Nella loro mente, la idea dʼun esercito stanziale richiamava lʼimmagine della Coda del Parlamento, del Protettore, delle spoliazioni della Chiesa, della purgazione delle Università, dellʼabolizione della Parìa, dellʼassassinio del Re, del tristo regno deʼ Santocchi, del piagnisteo e dellʼascetismo, delle multe e deʼ sequestri, deglʼinsulti che i Generali, usciti dalla feccia del popolo, avevano recato alle più antiche ed onorevoli famiglie del reame. Inoltre, non vʼera quasi baronetto o scudiere nel Parlamento, che non andasse non poco debitore della propria importanza nella propria Contea al grado chʼegli aveva nella milizia civica. Se essa veniva abolita, era mestieri che i gentiluomini inglesi perdessero gran parte della loro dignità ed influenza. Era, dunque, probabile che il Re incontrasse maggiori difficoltà ad ottenere i mezzi per il mantenimento dello esercito, che ad ottenere la revoca dellʼHabeas Corpus.

V. Ma ambidue i predetti disegni erano subordinati al grande divisamento al quale il Re con tutta lʼanima intendeva, ma che era aborrito da quei gentiluomini Tory, i quali erano pronti a spargere il proprio sangue per difendere i diritti di lui; aborrito da quella Chiesa che non aveva mai, per lo spazio di tre generazioni di discordie civili, vacillato nella fedeltà verso la sua casa; aborrito perfino da quellʼarmata alla quale, negli estremi, era dʼuopo chʼei sʼaffidasse.

La sua religione era tuttavia proscritta. Molte leggi rigorose contro i Cattolici Romani contenevansi nel Libro degli Statuti, e non molto tempo innanzi erano state rigorosamente eseguite. LʼAtto di Prova escludeva dagli ufficii civili e militari tutti coloro che dissentivano dalla Chiesa dʼInghilterra; e un Atto posteriore, proposto ed approvato allorché le fandonie di Oates avevano resa frenetica la nazione, ordinava che niuno potesse sedere in nessuna delle Camere del Parlamento se prima non avesse solennemente abiurato la dottrina della transustanziazione. Che il Re desiderasse ottenere piena tolleranzaper la Chiesa alla quale egli apparteneva, era cosa naturale e giusta; nè vʼè ragione alcuna a dubitare che, con un poʼ di pazienza, di prudenza e di giustizia, avrebbe ottenuta tale tolleranza.

La immensa avversione e paura che il popolo inglese provava per la religione di Giacomo, non era da attribuirsi solamente o principalmente ad animosità teologica. Tutti i dottori della Chiesa Anglicana, non che i più illustri non-conformisti, unanimemente ammettevano che la eterna salute potesse trovarsi anche nella Chiesa Romana: che anzi alcuni credenti di quella Chiesa annoveravansi fra i più illustri eroi della virtù cristiana. È noto che le leggi penali contro il papismo erano ostinatamente difese da molti, che reputavano lʼArianismo, il Quacquerismo, il Giudaismo, considerati spiritualmente, più pericolosi del papismo, e non erano disposti a fare simiglianti leggi contro gli Ariani, i Quacqueri o i Giudei.

È facile comprendere perché il Cattolico Romano venisse trattato con meno indulgenza di quella che usavasi ad uomini i quali non credevano nella dottrina deʼ Padri di Nicea, e anche a coloro che non erano stati ammessi nel grembo della Fede Cristiana. Era fra glʼInglesi fortissima la convinzione che il Cattolico Romano, sempre che si trattava dellʼinteresse della propria religione, si credesse sciolto da tutti gli ordinarii dettami della morale; che anzi reputasse meritorio violarli, se, così facendo, poteva liberare dal danno o dal biasimo la Chiesa di cui egli era membro.

Nè questa opinione era priva dʼuna certa apparenza di ragione. Era impossibile negare, che varii celebri casuisti cattolici romani avessero scritto a difesa del parlare equivoco, della restrizione mentale, dello spergiuro, e perfino dellʼassassinio. Nè, come dicevasi, le speculazioni di cotesta odiosa scuola di sofisti erano state sterili di frutti. La strage della festività di San Bartolommeo, lo assassinio del primo Guglielmo dʼOrange, quello dʼEnrico III di Francia, le molte congiure macchinate aʼ danni dʼElisabetta, e sopra tutte quella delle polveri, venivano di continuo citate come esempii della stretta connessione tra la viziosa teoria e la pratica viziosa. Allegavasi, come ciascuno di cotali delitti fosse stato suggeritoe lodato daʼ teologi cattolici romani. Le lettere che Eduardo Digby scrisse dalla Torre col succo di limone alla propria moglie, erano state di fresco pubblicate, e citavansi spesso. Egli era uomo dotto e gentiluomo onesto in ogni cosa, e forte animato del sentimento del dovere verso Dio. E nondimeno, era stato profondamente implicato nella congiura ordita a fare saltare in aria il Re, i Lordi e i Comuni; e sul punto di andare alla eternità, aveva dichiarato di non sapere intendere in che guisa un Cattolico Romano potesse stimare peccaminoso un tale disegno. La conseguenza che il popolo deduceva da siffatte cose, era che, per quanto onesto si volesse immaginare il carattere dʼun papista, non vi era eccesso di fraude e di crudeltà, di cui egli non fosse capace ogni qualvolta ne andasse della securtà e dellʼonore della propria religione.

La straordinaria credenza che ebbero le favole di Oates, è massimamente da attribuirsi al prevalere di tale opinione. Era inutile che lo accusato Cattolico Romano allegasse la integrità, umanità e lealtà da lui mostrate in tutto il corso della propria vita. Era inutile chʼegli adducesse a schiere testimoni rispettabili appartenenti alla sua religione, per contraddire i mostruosi romanzi inventati dallʼuomo più infame del genere umano. Era inutile che, col capestro al collo, invocasse sopra il suo capo la vendetta di quel Dio, al cospetto del quale, tra pochi momenti, egli doveva presentarsi, se ei fosse stato reo di avere meditato alcun male contro il suo principe, o i suoi concittadini protestanti. Le testimonianze addotte in proprio favore servivano solo a provare quanto poco valessero i giuramenti deʼ papisti. Le sue stesse virtù facevano presumere la sua propria reità. Il vedersi dinanzi agli occhi la morte e il giudicio, rendeva più verisimile chʼegli negasse ciò che, senza danno dʼuna causa santissima, non avrebbe potuto confessare. Tra glʼinfelici convinti rei dellʼassassinio di Godfrey, era stato Enrico Berry, protestante di fama non buona. È cosa notevole e bene provata, che le estreme parole di Berry contribuirono più a togliere credenza alla congiura, di quel che facessero le dichiarazioni di tutti i pii ed onorevoli Cattolici Romani che patirono la medesima sorte.[6]

E non erano solo lo stolto volgo, i soli zelanti, nello intelletto deʼ quali il fanatismo aveva spento ogni ragione e carità, coloro che consideravano il Cattolico Romano come uomo che, per la facilità della propria coscienza, di leggieri diventava falso testimonio, incendiario, o assassino; come uomo che trattandosi della propria religione non abborriva da qual si fosse atrocità, e non si teneva vincolato da nessuna specie di giuramento. Se in quellʼetà vʼerano due che per intendimento o per indole inclinassero alla tolleranza, queʼ due erano Tillotson e Locke. Nonostante, Tillotson, che per essersi sempre mostrato indulgente a varie classi di scismatici ed eretici, ebbe rimprovero dʼeterodosso, disse dal pulpito alla Camera deʼ Comuni, essere loro debito di provvedere con somma efficacia contro la propaganda dʼuna religione più malefica della irreligione stessa; dʼuna religione che richiedeva daʼ suoi proseliti servigii direttamente opposti ai principii della morale. Confessò come per indole ei fosse prono alla dolcezza; ma il proprio dovere verso la società lo forzava, in quella sola circostanza, ad essere severo. Dichiarò che, secondo egli pensava, i Pagani che non avevano mai udito il nome di Cristo ed erano solo diretti dal lume della ragione naturale, erano membri della civile comunanza più degni di fiducia, che gli uomini educati nelle scuole deʼ casisti papali.[7]Locke, nel celebre trattato, nel quale si affaticò a dimostrare che anche le più grossolane forme dellʼidolatria non erano da inibirsi con leggi penali, sostenne che quella Chiesa la quale insegnava agli uomini di non serbare fede agli eretici, non aveva diritto alla tolleranza.[8]

Egli è evidente che, in tali circostanze, il grandissimo dei servigi che un Inglese cattolico romano avrebbe potuto rendere ai propri confratelli, era quello di provare al pubblico, che qualunque cosa alcuni temerari, in tempi di forti commovimenti, avessero potuto scrivere o fare, la sua Chiesa non ammetteva che il fine giustifichi i mezzi incompatibili con la morale. E Giacomo poteva mirabilmente rendere alla fede untanto servigio. Era Re, e il più potente di quanti principi fossero stati sul trono dʼInghilterra a memoria degli uomini più vecchi. Stava in lui far cessare o rendere perpetuo il rimprovero che si faceva alla sua religione.

Sʼegli si fosse uniformato alle leggi, se avesse mantenute le fatte promissioni, se si fosse astenuto dallʼadoperare alcun mezzo iniquo a propagare le sue proprie opinioni teologiche, se avesse sospesa lʼazione degli statuti penali, usando largamente della sua incontrastabile prerogativa di far grazia, a un tempo astenendosi di violare la costituzione civile ed ecclesiastica del Regno; il sentire del suo popolo si sarebbe rapidamente cangiato. Un tanto esempio di buona fede scrupolosamente osservato da un principe papista verso una nazione protestante, avrebbe spenti i comuni sospetti. Quegli uomini che vedevano come a un Cattolico Romano si concedesse dirigere il potere esecutivo, comandare le forze di terra e di mare, convocare o sciogliere il Parlamento, nominare i Vescovi e Decani della Chiesa dʼInghilterra, avrebbero tosto cessato di temere che vi fosse gran male, permettendo ad un Cattolico Romano dʼessere capitano dʼuna compagnia, o aldermanno dʼun borgo. E forse, in pochi anni, la setta per tanto tempo detestata dalla nazione, sarebbe stata, con plauso universale, ammessa agli uffici e al Parlamento.

Se, dallʼaltro canto, Giacomo avesse tentato di promuovere glʼinteressi della Chiesa, violando le leggi fondamentali del suo regno e le solenni promesse da lui ripetutamente fatte al cospetto di tutto il mondo, mal potrebbe dubitarsi che gli addebiti che, secondo lʼandazzo, facevansi contro la Religione Cattolica, si considerassero da tutti i Protestanti come pienamente stabiliti. Imperocchè, se mai si fosse potuto sperare che un Cattolico Romano fosse capace di mantenere fede agli eretici, si sarebbe potuto supporre che Giacomo mantenesse fede al clero Anglicano. Ad esso egli andava debitore della sua corona; e se esso non avesse potentemente avversata la legge dʼEsclusione, egli sarebbe stato un esule. Aveva più volte ed enfaticamente riconosciuto i propri obblighi verso quello, e giurato di non attentare minimamente ai diritti spettanti alla Chiesa. Sʼegli non poteva sentirsi obbligato dacosiffatti vincoli, risultava manifestamente che, in ogni cosa concernente la sua superstizione, non vʼera vincolo di gratitudine o di onore che potesse obbligarlo. Era quindi impossibile aver fiducia in lui; e se i suoi popoli non potevano fidarsi di lui, qual altro membro della sua Chiesa era egli meritevole di fiducia? Non era reputato costituzionalmente e per usanza traditore. Per il brusco contegno e la mancanza di riguardo verso gli altrui sentimenti, sʼera scroccato una fama di sincero chʼegli affatto non meritava. I suoi panegiristi affettano di chiamarlo Giacomo il Giusto. Se dunque diventando papista, volesse supporsi chʼegli fosse parimente divenuto dissimulatore e spergiuro, quale conclusione doveva ricavarne un popolo ormai disposto a credere che il papismo avesse perniciosa influenza sul carattere morale dellʼuomo?

VI. Per tali ragioni, molti deʼ più illustri cattolici, e fra gli altri il sommo Pontefice, opinavano che glʼinteressi della loro Chiesa nellʼisola nostra verrebbero più efficacemente promossi da una politica costituzionale e moderata. Ma cosiffatte ragioni non facevano punto effetto nel tardo intelletto e nella imperiosa indole di Giacomo. Nel suo ardore a rimuovere glʼimpedimenti che gravavano i suoi correligionari, egli appigliossi ad un partito tale, da persuadere ai più culti e moderati protestanti di quel tempo, che per la salute dello Stato era necessario mantenere in vigore i suddetti impedimenti. Alla politica di lui glʼInglesi Cattolici erano debitori di tre anni di sfrenato e insolente trionfo, e cento quaranta anni di servitù ed abiezione.

Molti Cattolici Romani occupavano uffici neʼ reggimenti novellamente formati. Questa violazione della legge per qualche tempo non fu censurata; perocchè le genti non erano disposte a notare ogni irregolarità che commettesse un Re chiamato appena sul trono a difendere la corona e la vita contro i ribelli. Ma il pericolo non era più. Glʼinsorti erano stati vinti e puniti. Il loro malaugurato attentato aveva accresciuta forza al Governo che speravano abbattere. Nondimeno, Giacomo seguitò a concedere comandi militari ad individui privi delle qualità richieste dalla legge; e dopo poco si seppe chʼegli era risoluto di non considerarsi vincolato dallʼAtto diProva, che sperava dʼindurre il Parlamento a revocarlo, e che ove il Parlamento si fosse mostrato disubbidiente, egli avrebbe fatto da sè.

Appena sparsa cotesta voce, un profondo mormorare, foriero di procella, gli dette avviso che lo spirito, innanzi al quale lʼavo, il padre e il fratello di lui erano stati costretti a indietreggiare, come che tacesse, non era spento. Lʼopposizione mostrossi primamente nel Gabinetto. Halifax non ardì nascondere il disgusto e la trepidazione che gli stavano in cuore. In Consiglio animosamente espresse queʼ sentimenti, che, come tosto si vide, concitavano tutta la nazione. Da nessuno deʼ suoi colleghi fu secondato; e non si parlò altrimenti della cosa. Fu chiamato alle stanze reali. Giacomo si studiò di sedurlo coʼ complimenti e con le blandizie, ma non ottenne nulla. Halifax ricusò positivamente di promettere che avrebbe nella Camera deʼ Lordi votato a favore della revoca sia dellʼAtto di Prova, sia dellʼHabeas Corpus.

Taluni di coloro che stavano dintorno al Re, lo consigliarono a non cacciare allʼopposizione, in sulla vigilia del ragunarsi del Parlamento, il più eloquente ed esperto uomo di Stato che fosse nel Regno. Gli dissero che Halifax amava la dignità e gli emolumenti dellʼufficio; che mentre seguitava a rimanere Lord Presidente, non gli sarebbe stato possibile adoperare tutta la propria forza contro il Governo, e che destituirlo era il medesimo che emanciparlo da ogni ritegno. Il Re si tenne ostinato. Ad Halifax fu fatto sapere che non vʼera più mestieri deʼ suoi servigi, e il suo nome fu casso dal Libro del Consiglio.[9]

VII. La sua destituzione produsse gran senso non solo in Inghilterra, ma anche in Parigi, in Vienna e nellʼAja; imperciocchè bene sapevasi, come egli si fosse sempre studiato di frustrare la influenza che la Francia esercitava nelle cose politiche della Gran Brettagna. Luigi si mostrò grandemente lieto della nuova. I ministri delle Provincie Unite e quelli di Casa dʼAustria, dallʼaltro canto, esaltavano la saviezza e la virtù del deposto uomo di Stato, in modo da offendere la Corte diWhitehall. Giacomo, in ispecie, era incollerito contro il segretario della legazione imperiale, il quale non si astenne dal dire che gli eminenti servigi resi da Halifax nel dibattimento intorno alla Legge dʼEsclusione, erano stati rimunerati con somma ingratitudine.[10]

Dopo poco tempo si conobbe che molti sarebbero stati i seguaci di Halifax. Una parte deʼ Tory, guidati da Danby loro antico capo, cominciarono a parlare un linguaggio che olezzava di spirito Whig. Persino i prelati accennavano esservi un punto in cui la lealtà verso il principe doveva cedere a più alte ragioni. Il malcontento deʼ capi dellʼarmata era anche più straordinario e più formidabile. Principiavano già ad apparire i primi segni di queʼ sentimenti che, tre anni dipoi, spinsero molti ufficiali dʼalto grado a disertare la bandiera regia. Uomini che per lo avanti non avevano mai avuto scrupolo alcuno, subitamente divennero scrupolosi. Churchill susurrava sottovoce, che il Re andava troppo oltre. Kirke, pur allora ritornato dalle stragi dʼoccidente, giurava di difendere la religione protestante. E quandʼanche, ei diceva, avesse ad abiurare la fede alla quale era stato educato, non sarebbe mai diventato papista. Egli era già vincolato da una solenne promessa allo imperatore di Marocco, al quale aveva giurato che se mai si fosse indotto ad apostatare, si sarebbe fatto Musulmano.[11]

VIII. Mentre la nazione, agitata da molte veementi emozioni, aspettava ansiosa il ragunarsi delle Camere, giunsero di Francia nuove, che accrebbero lo universale eccitamento.

La diuturna ed eroica lotta degli Ugonotti col Governo francese era stata condotta a fine dalla destrezza e dal vigore di Richelieu. Il grande uomo di Stato gli vinse; ma confermò loro la libertà di coscienza ad essi conceduta dallo editto di Nantes. Fu loro promesso, sotto alcune non incomode restrizioni, dʼadorare Dio secondo il loro rituale, e di scrivere in difesa della loro dottrina. Erano ammissibili agli uffici politicie militari; nè la eresia loro, per uno spazio considerevole di tempo, impedì ad essi praticamente dʼinnalzarsi nel mondo. Alcuni di loro comandavano lo armate dello Stato, ed altri presiedevano aʼ dipartimenti dʼimportanza nellʼamministrazione civile. Finalmente, variò la fortuna. Luigi XIV, fino dagli anni suoi primi, aveva sentita contro i Calvinisti unʼavversione religiosa e insieme politica. Come zelante Cattolico Romano, detestava i loro domini teologici. Come principe amante del potere assoluto, detestava quelle teorie repubblicane, che erano frammiste alla teologia ginevrina. A poco a poco privò gli scismatici di tutti i loro privilegi. Sʼintromise nella educazione deʼ fanciulli protestanti, confiscò gli averi lasciati in legato ai Concistori protestanti, e con frivoli pretesti chiuse tutte le chiese protestanti. I ministri protestanti furono spogliati daʼ riscuotitori delle tasse. I magistrati protestanti furono privati dellʼonore della nobiltà. Agli ufficiali protestanti della Casa Reale fu annunziato che Sua Maestà più non aveva mestieri deʼ loro servigi. Furono dati ordini perchè nessun protestante fosse ammesso alla professione di legale. La oppressa setta mostrò qualche lieve segno di quello spirito che, nel secolo precedente, aveva sfidata la potenza della Casa di Valois. Ne seguirono stragi e pene capitali. Furono acquartierate compagnie di dragoni nelle città dove gli eretici erano numerosi, e nelle abitazioni rurali di gentiluomini eretici; e la crudeltà e la licenza di cotesti feroci missionari, era approvata o debolmente biasimata dal Governo. Nondimeno, lo editto di Nantes, quantunque fosse stato violato di fatto in tutte le sue più essenziali provvisioni, non era stato per anche formalmente revocato; e il Re più volte dichiarò in solenni atti pubblici, dʼessere deliberato a mantenerlo. Ma i bacchettoni e gli adulatori, che governavano lʼorecchio del Re, gli porsero un consiglio chʼei volentieri accolse. Gli dimostrarono la sua politica di rigore avere già prodotti stupendi effetti, poca o nessuna resistenza essersi fatta al suo volere, migliaia dʼUgonotti essersi già convertiti; e conclusero che, ove egli facesse lʼunico passo che rimaneva a compire lʼopera, coloro che seguitavano a ricalcitrare, si sarebbero sollecitamente sottomessi; la Francia sarebbe purgata della macchia dʼeresia; e il suo principe sisarebbe acquistata una corona celeste non meno gloriosa di quella di San Luigi. Tali argomenti vinsero lʼanimo del Re. Il colpo finale fu dato. Lo editto di Nantes venne revocato; e comparvero, rapidamente succedendosi, numerosi decreti contro i settarii. I fanciulli e le fanciulle furono strappati dalle braccia deʼ genitori, e mandati ad educarsi nei conventi. A tutti i Ministri Calvinisti fu ingiunto o di abiurare la loro religione, o dentro quindici giorni uscire dal territorio della Francia. Agli altri credenti della Chiesa Riformata fu inibito di partirsi dal Regno; e a fine dʼimpedire loro la fuga, i porti e i confini vennero rigorosamente guardati. In tal modo, il traviato gregge—sperava il principe—diviso dai malvagi pastori, sarebbe tosto ritornato in grembo alla vera fede. Ma, a dispetto di tutta la vigilanza della polizia militare, numerosissimi furono gli emigrati. Fu calcolato che in pochi mesi cinquantamila famiglie dissero per sempre addio alla Francia. Nè i fuggenti erano tali da importar poco alla patria che li perdeva. Erano per lo più persone intelligenti, industriose e di austera morale. Trovavansi fra loro nomi illustri nella milizia, nelle scienze, nelle lettere, nelle arti. Parecchi degli esuli offersero le spade loro a Guglielmo dʼOrange, e si resero notevoli pel furore onde combatterono contro il loro persecutore. Altri vendicaronsi con armi anco più formidabili, e per mezzo delle stamperie dʼOlanda, dʼInghilterra, di Germania, infiammarono per trenta anni gli animi di tutta lʼEuropa contro il Governo Francese. Una classe più pacifica di gente istituì manifattorie di seta nel suburbio orientale di Londra. Una compagnia dʼesuli insegnò ai Sassoni a fare le stoffe e i cappelli, di che fino allora la sola Francia aveva tenuto il monopolio. Unʼaltra piantò le prime viti nelle vicinanze del Capo di Buona Speranza.[12]

In circostanze ordinarie, le Corti di Spagna e di Roma avrebbero fatto plauso ad un principe che aveva vigorosamente guerreggiato contro la eresia. Ma tanto era lʼodio ispirato dalla ingiustizia ed alterigia di Luigi, che, fattosi egli persecutore, le Corti di Roma e di Spagna presero le parti della libertà religiosa,e forte riprovarono le crudeltà di scagliare senza freno sopra genti inoffensive una feroce e licenziosa soldatesca.[13]Un grido unanime di dolore e di rabbia levossi daʼ petti di tutti i protestanti dʼEuropa. La nuova della revoca dello editto di Nantes giunse in Inghilterra circa una settimana innanzi che si aggiornasse il Parlamento. Apparve allora manifesto, che lo spirito di Gardiner e del Duca dʼAlba seguitava sempre ad animare la Chiesa Cattolica Romana. Luigi non era da meno di Giacomo per generosità ed umanità, e certo eragli superiore in tutte le doti e i requisiti dʼuomo di Stato. Luigi, al pari di di Giacomo, aveva ripetutamente promesso di rispettare i privilegi deʼ suoi sudditi protestanti. Nulladimeno, Luigi adesso era diventato scopertamente persecutore della religione riformata. Quale ragione, dunque, eravi a dubitare che Giacomo aspettasse solo la occasione di seguire lo esempio del Re francese? Egli andava già formando, a dispetto della legge, una forza militare composta in gran parte di Cattolici Romani. Vi era nulla dʼirragionevole nel timore che tale forza potesse venire adoperata a fare ciò che i dragoni francesi avevano fatto?

IX. Giacomo rimase conturbato quasi al pari deʼ suoi sudditi per la condotta della Corte di Versailles. A dir vero, essa aveva agito in modo che parea volesse essergli dʼimpaccio e di molestia. Egli stava sul punto di chiedere al corpo legislativo protestante piena tolleranza pei Cattolici Romani. Nulla, quindi, gli poteva giungere tanto importuno, quanto la nuova che in uno Stato vicino, un Governo cattolico romano avesse pur allora privati della tolleranza i protestanti. La sua vessazione fu accresciuta da un discorso che il Vescovo di Valenza, a nome del clero gallicano, diresse a Luigi XIV. Lʼoratore diceva, come il pio sovrano dellʼInghilterra sperasse dal Re Cristianissimo soccorso contro una nazione eretica. Fu notato che i membri della Camera deʼ Comuni mostravansi singolarmenteansiosi di procurarsi esemplari di cotesta arringa, la quale venne letta da tutti glʼInglesi con isdegno e timore.[14]Giacomo voleva frustrare la impressione da siffatte cose prodotta, ed in quel momento mostrare allʼEuropa di non essere schiavo della Francia. Dichiarò quindi pubblicamente, comʼegli disapprovasse il modo onde gli Ugonotti erano stati trattati; largì agli esuli qualche soccorso dal suo tesoro privato; e con lettere munite del gran sigillo, invitò i suoi sudditi ad imitare la liberalità sua. In pochi mesi chiaro si conobbe, come la mostrata commiserazione fosse finta a blandire il Parlamento; come egli sentisse verso i fuorusciti odio mortale; e come di nulla tanto si dolesse, quanto della propria impotenza a fare ciò che Luigi aveva compìto.

X. Il dì 9 di novembre, le Camere si ragunarono. I Comuni furono chiamati alla barra deʼ Lordi a udire il discorso della Corona, profferito dal Re stesso sul trono. Lo avea composto da sè. Congratulossi coi suoi amatissimi sudditi di vedere spenta la ribellione nelle Contrade Occidentali; ma soggiunse che la celerità onde quella ribellione era nata e formidabilmente cresciuta, e la lunghezza del tempo in che essa aveva infuriato, dovevano convincere ciascuno quanto poco conto si potesse fare delle milizie cittadine. Aveva per ciò aumentata lʼarmata regolare. Le spese a mantenerla quinci innanzi sarebbero più che raddoppiate; ed aveva fiducia che i Comuni gli concederebbero i mezzi a provvedervi. Annunziò poi agli uditori dʼavere impiegati parecchi ufficiali i quali non sʼerano sottoposti allʼAtto di Prova; ma egli li conosceva ben degni della pubblica fiducia. Temeva che gli uomini astuti si sarebbero giovati di cotesta irregolarità per turbare la concordia che esisteva tra lui e il Parlamento. Ma gli era forza di parlare schietto, dichiarando di essere fermissimo a non dividersi, da servi sulla cui fedeltà ei poteva riposare, e del cui soccorso forse tra poco tempo avrebbe egli avuto mestieri.[15]

La esplicita dichiarazione, chʼegli aveva rotte le leggi dalla nazione reputate principalissime tutrici della religione stabilita, e chʼegli era determinato a persistere nel violarle, non era atta a mansuefare gli esasperati animi deʼ suoi sudditi. I Lordi, rade volte inchinevoli ad iniziare lʼopposizione al Governo, consentirono a votare formali rendimenti di grazie per le cose espresse dal Re nel proprio discorso. Ma i Comuni furono meno proclivi. Ritornati alla sala delle loro adunanze, vi fu un profondo silenzio; e sui visi di molti spettabilissimi rappresentanti era dipinta la profonda inquietudine degli animi. Infine, Middleton alzossi, e propose che la Camera subitamente si formasse in Comitato intorno al discorso del Re; ma Sir Edmondo Jennings, Tory zelante della Contea di York, che supponevasi esprimesse il pensiero di Danby, protestò contro, e chiese tempo a considerare maturamente la cosa. Sir Tommaso Clarges, zio materno del Duca di Albemarle, e da lungo tempo rinomato in Parlamento come uomo atto agli affari ed economo della pubblica pecunia, fece eco alle parole di Jennings. Il sentire della Camera deʼ Comuni non poteva non esser chiaro a tutti. Sir Giovanni Ernley, Cancelliere dello Scacchiere, insistè onde lo indugio non fosse più di quarantotto ore; ma gli fu forza cedere, e deliberossi di differire la discussione a tre giorni.[16]

Questo intervallo di tempo fu bene adoperato da coloro che erano capi della opposizione alla Corte. E davvero, non era lieve la impresa che si studiavano di compiere. In tre giorni dovevano riordinare un partito patriottico. Non è agevole neʼ giorni nostri intendere la difficoltà di ciò fare; perocchè oggidì può dirsi che la intera nazione assista alle deliberazioni deʼ Lordi e dei Comuni. Ciò che vien detto dai capi del ministero o della opposizione dopo la mezza notte, si legge allʼalba da tutta la metropoli, nel pomeriggio dagli abitanti di Northumberland e di Cornwall, e nella mattina seguente in Irlanda e nelle montagne della Scozia. Nellʼetà nostra,quindi, tutti gli stadii della legislazione, le regole della discussione, la strategia delle fazioni, le opinioni, gli umori, lo stile dʼogni membro di ambedue le Camere, sono cose familiari a centinaia di migliaia dʼuomini. Chiunque adesso entri in Parlamento, possiede ciò che nel secolo decimosettimo si sarebbe reputato gran tesoro di scienza parlamentare. La quale allora nessuno avrebbe potuto acquistare senza aver fatto il tirocinio nel Parlamento. La diversità fra un membro antico ed uno nuovo, era quanta la diversità che corre tra un vecchio soldato ed una recluta di recente tolta allʼaratro; e il Parlamento di Giacomo comprendeva un affatto insolito numero di nuovi membri, i quali dalle loro rurali residenze sʼerano recati a Westminster, privi di sapere politico, e pieni di violenti pregiudizi. Questi gentiluomini odiavano i papisti, ma non portavano odio meno forte ai Whig, e sentivano pel Re superstiziosa venerazione. Di cotesti materiali formare una opposizione, era un fatto che richiedeva arte e delicatezza infinite. Molti uomini di grande importanza, nondimeno, assunsero la impresa e la compirono con esito felice. Vari esperti politici Whig che non sedevano in quel Parlamento, davano utili consigli ed erudimenti. Nel dì che precesse al fissato per la discussione, si tennero molti convegni, dove gli esperti capi ammaestrarono i novizi; e tosto si vide come tali sforzi non fossero stati invano.[17]

XI. Le legazioni straniere furono tutte in commovimento. Intendevasi bene che fra pochi giorni si sarebbe risoluta la gran questione, se il Re dʼInghilterra sarebbe o no il vassallo di quello di Francia. I ministri di casa dʼAustria desideravano ardentemente che Giacomo satisfacesse al Parlamento. Papa Innocenzo aveva inviati a Londra due uomini, ai quali aveva commesso di inculcare moderazione e con gli ammonimenti e con lo esempio. Uno era Giovanni Leyburn, Domenicano inglese, già stato segretario del Cardinale Howard; ed uomo che, fornito di qualche dottrina e dʼuna ricca vena di naturale arguzia, era il più cauto, destro e taciturno deʼ viventi. Era stato di recente consacrato vescovo dʼAdrumeto, e fatto VicarioApostolico della Gran Brettagna. Ferdinando, conte dʼAdda, italiano, di non grande abilità, ma dʼindole mite e di modi cortesi, era stato nominato Nunzio. Questi due personaggi furono lietamente accolti da Giacomo. Nessun vescovo cattolico romano, per più di un secolo e mezzo, aveva esercitata autorità spirituale nellʼisola. Nessun Nunzio ivi era stato ricevuto per lo spazio deʼ centoventisette anni chʼerano scorsi dopo la morte di Maria. Leyburn fu alloggiato in Whitehall, ed ebbe una pensione di mille lire sterline lʼanno. Adda non aveva per anche assunto carattere pubblico. Egli passava per un forestiere dʼalto lignaggio, che per curiosità era venuto a Londra; andava giornalmente a Corte, ed era trattato con segni dʼalta stima. Ambedue gli emissari del pontefice, fecero ogni sforzo per iscemare, quanto fosse possibile, lʼodiosità inseparabile dagli uffici che occupavano, e frenare il temerario zelo di Giacomo. Il Nunzio segnatamente dichiarò, che niuna cosa poteva recare maggior detrimento agli interessi della Chiesa di Roma, che una rottura tra il Re e il Parlamento.[18]

Barillon agiva per un altro verso. Gli ordini che aveva ricevuti in questa occasione da Versailles, sono degnissimi di studio; imperocchè porgono la chiave a conoscere la politica seguita sistematicamente dal suo signore verso lʼInghilterra nei venti anni che precessero la nostra Rivoluzione. Luigi scriveva, come le notizie giunte da Madrid fossero sinistre. Ivi fermamente speravasi che Giacomo avrebbe fatta stretta colleganza con la Casa dʼAustria, appena si fosse assicurato che il Parlamento non gli darebbe molestia. In tali circostanze, importava molto alla Francia fare in modo che il Parlamento si mostrasse disubbidiente. A Barillon, quindi, fu dato comandamento di fare, con tutte le possibili cautele, la parte dʼarruffamatassa. In Corte, non doveva lasciare fuggire il destro di stimolarelo zelo religioso e lʼorgoglio regio di Giacomo; ma nel tempo stesso, doveva ingegnarsi di tenere secrete pratiche coi malcontenti. Siffatte relazioni erano rischiose e richiedevano somma destrezza; nondimeno, avrebbe forse trovato mezzo dʼincitare,—senza mettere a repentaglio sè stesso o il proprio Governo,—lo zelo dellʼopposizione per le leggi e le libertà dellʼInghilterra, e lasciare intendere che quelle leggi o libertà non erano dal Re di Francia guardate di mal occhio.[19]

XII. Luigi, quando dettava coteste istruzioni, non prevedeva come presto e pienamente la ostinatezza e stupidità di Giacomo gli dovessero togliere dallʼanimo ogni inquietudine. Il dì 11 di novembre, la Camera deʼ Comuni si formò in Comitato per discutere il discorso della Corona. Heneage Finch, Procuratore Generale, teneva il seggio. La discussione fu condotta con peregrino ingegno e destrezza daʼ capi del nuovo partito patriottico. Non uscì loro dalle labbra espressione alcuna dʼirreverenza pel sovrano, o di simpatia pei ribelli. Della insurrezione delle Contrade Occidentali parlarono sempre con abborrimento. Non fecero pur motto delle barbarie di Kirke o di Jeffreys. Ammisero che le gravi spese cagionate daʼ trascorsi disturbi, giustificavano il Re a domandare un aumento di pecuniari sussidi; ma si opposero fortemente ad accrescere lʼarmata, e alla infrazione dellʼAtto di Prova.

Pare che i cortigiani avessero studiosamente schivato ogni discorso intorno allʼAtto di Prova. Favellarono, nondimeno, con vigore a dimostrare quanto lʼarmata regolare fosse superiore alla civica milizia. Uno di loro, con modo insultante, chiese se la difesa del reame era da affidarsi alle sole guardie del Re. Un altro disse che gli si mostrasse in che guisa i militi civici della Contea del Devonshire, i quali, sgominati, fuggirono dinanzi ai contadini armati di falci che seguivano Monmouth, avrebbero potuto affrontare le guardie reali di Luigi. Ma cosiffatte ragioni facevano poco effetto nellʼanimo deʼ Cavalieri, che serbavano amara rimembranza del Governo del Protettore. Il sentimento comune a tutti loro fu espresso da EduardoSeymour, primo deʼ gentiluomini Tory dellʼInghilterra. Egli ammise che la milizia civica non era in condizioni soddisfacenti, ma sostenne che poteva riordinarsi. Tale riordinamento avrebbe richiesto danari; ma, per parte sua, avrebbe più volentieri dato un milione a mantenere una forza dalla quale ei non aveva nulla a temere, che mezzo milione a mantenere una forza della quale gli era dʼuopo vivere in continua trepidazione. Disciplinate le legioni della Civica, rafforzata la flotta, la patria rimarrebbe sicura. Un esercito stanziale avrebbe, se non altro, emunto il pubblico tesoro. Il soldato era uomo rapito alle arti utili. Non produceva nulla; consumava il frutto della industria altrui; e tiranneggiava coloro daʼ quali era mantenuto. Ma la nazione adesso era minacciata non solo di un esercito stanziale, ma dʼun esercito stanziale papista; di un esercito stanziale comandato da ufficiali che potevano essere gentili ed onorevoli, ma erano per principio nemici alla Costituzione del Regno. Sir Guglielmo Twisden, rappresentante della Contea di Kent, parlò nel medesimo senso con detti pungenti, e ne ebbe plauso. Sir Riccardo Temple, uno deʼ pochi Whig che sedevano in quel Parlamento, accomodando la favella agli umori del suo uditorio, rammentò alla Camera, come un esercito stanziale si fosse sperimentato pericoloso sì alla giusta autorità deʼ principi, che alla libertà delle nazioni. Sir Giovanni Maynard, il più dotto giureconsulto deʼ suoi tempi, prese parte alla discussione. Aveva più di ottanta anni, e poteva bene rammentarsi delle contese politiche del regno di Giacomo I. Aveva seduto nel Lungo Parlamento, e parteggiando per le Teste-Rotonde, aveva sempre pôrti consigli di mitezza, ed erasi affaticato a compire una riconciliazione generale. Per le doti della mente, non iscemate punto dalla vecchiezza, e per la scienza nella propria professione, onde egli aveva sì lungamente imposto rispetto in Westminster Hall, governava lʼuditorio nella Camera deʼ Comuni. Anchʼegli si dichiarò avverso allo aumento delle milizie regolari.

Dopo molto disputare, fu deliberato di concedere un sussidio alla Corona; ma fu parimente deliberato di presentare una legge per riordinare la milizia civica. Questa ultima deliberazione equivaleva ad una dichiarazione contro lʼidea diformare un esercito stanziale. Il Re ne ebbe assai dispiacere; e si lasciò correre la voce, che se le cose seguitavano ad andare a questo modo, la sessione del Parlamento non avrebbe avuto lunga durata.[20]

La dimane riprincipiò la contesa. Il linguaggio del partito patriottico fu visibilmente più audace e pungente, che non era stato il dì innanzi. Il paragrafo del discorso del Re, che si riferiva al sussidio da concedersi, precedette quello che si riferiva allʼAtto di Prova. Fondandosi sopra ciò, Middleton propose che il paragrafo riferentesi al sussidio, venisse discusso il primo nel comitato. Quei della opposizione proposero la questione pregiudiciale. Allegavano come lʼusanza ragionevole e costituzionale fosse di non concedere pecunia innanzi che fosse provveduto agli abusi; la quale usanza sarebbe finita, se la Camera si fosse reputata servilmente vincolata a seguire lʼordine in cui le cose venivano rammentate dal Re sul trono.

Fecesi uno squittinio di divisione intorno alla questione se la proposta di Middleton fosse da adottarsi. Il Presidente ordinò che coloro i quali opinavano pel no, andassero nellʼantisala. Se ne offesero molto, e querelaronsi altamente di siffatta servilità e parzialità; imperocchè pensavano, secondo la intricata e sottile regola che allora vigeva, e che ai dì nostri venne messa da parte, sostituendovene unʼaltra più ragionevole e conveniente, avere il diritto di rimanere ai loro seggi; e tutti gli uomini più esperti degli usi parlamentari di quella età sostenevano, che coloro i quali rimanevano nella sala, avevano un vantaggio sopra coloro che uscivano fuori: imperciocchèi seggi erano così difettosi, che niuno il quale avesse avuta la fortuna di trovare un buon posto, amava di perderlo. Ciò non ostante, con isbalordimento deʼ Ministri, molti di coloro daʼ cui voti la Corte onninamente dipendeva, furono veduti muoversi verso la porta. Fra loro era Carlo Fox, pagatore delle truppe, e figlio di Stefano Fox, scrivano della Corte Regia di Palazzo. Il pagatore era stato indotto daʼ suoi amici ad assentarsi durante la discussione. Ma fu tanta la sua ansietà, che entrò nella stanza del Presidente, udì parte del dibattimento, ritirossi; e dopo dʼavere per una o due ore ondeggiato fra la propria coscienza e cinque mila lire sterline di paga annua, prese unʼanimosa risoluzione e si rificcò nella sala, appunto mentre facevasi la votazione. Due ufficiali dellʼarmata, il Colonnello Giovanni Darcy, figlio di Lord Conyers, e il Capitano Giacomo Kendall, andarono nellʼantisala. Middleton scese alla barra e li rimproverò aspramente. In ispecie, diresse la parola a Kendall, servitore bisognoso della Corona, che da un collegio elettorale di Cornwall, ligio agli ordini del Re, era stato mandato al Parlamento, e che di recente aveva ottenuto un dono di cento ribelli condannati alla deportazione. «Signore,» disse Middleton «non comandate voi un reggimento di cavalleria aʼ servigi di Sua Maestà?»—«Sì, o Milord,» rispose Kendall «ma mio fratello è morto ora che è poco, e mi ha lasciato settecento lire sterline lʼanno.»

XIII. Come i questori compirono lʼufficio loro, i voti affermativi furono cento ottantadue, i negativi cento ottantatre. In quella Camera di Comuni, che era stata messa insieme per mezzo di raggiri, di corruzione e di violenza; in quella Camera di Comuni, della quale Giacomo aveva detto che più di undici dodicesimi deʼ membri erano quali dovevano essere se gli avesse nominati da sè, la Corte aveva avuta una sconfitta sopra una questione vitale.[21]

A cagione di questo voto, le espressioni adoperate dal Re parlando dellʼAtto di Prova furono, il dì 13 novembre, postein discussione. Eʼ fu risoluto, dopo molto discutere, di fargli un indirizzo, a rammentargli come ei non potesse legalmente seguitare a tenere in ufficio uomini che ricusassero di uniformarsi alla legge, e a sollecitarlo perchè prendesse gli opportuni provvedimenti a quietare i sospetti e le gelosie del popolo.[22]

Fu poi proposto che i Lordi venissero richiesti di aderire allo indirizzo. Adesso è impossibile chiarirsi se mai tale proposta fosse stata onestamente fatta dalla opposizione, sperante che il concorso dei Pari avrebbe aggiunto peso alla rimostranza, o fatta artificiosamente dai cortigiani con la speranza che ne seguisse un dissenso fra le due Camere. La proposta venne rigettata.[23]

La Camera si era formata in Comitato onde deliberare intorno la pecunia da concedersi. Il Re chiedeva un milione e quattrocento mila lire sterline; ma i Ministri sʼaccôrsero che sarebbe stato vano domandare una sì grossa somma. Il Cancelliere dello Scacchiere propose un milione e dugento mila lire sterline. I capi della opposizione risposero, che concedere tanta pecunia sarebbe stato il medesimo che approvare la permanenza delle forze militari allora esistenti: mentre essi erano disposti solo a dar tanto da bastare pel mantenimento delle truppe regolari finchè le milizie civiche venissero riformate;e però proposero quattro cento mila lire sterline. I cortigiani si misero ad urlare contro siffatta proposta, come indegna della Camera e irriverente al Re. Ma trovarono vigorosa resistenza. Uno deʼ rappresentanti le Contee Occidentali, voglio dire Giovanni Windham, che era deputato di Salisbury, si oppose vivamente, dicendo come egli avesse sempre avuto terrore ed abborrimento per gli eserciti stanziali; massime da che la recente esperienza lʼaveva riconfermato in tale pensiero. Si provò poi di toccare dʼuna cosa che fino allora era stata con sommo studio schivata. Dipinse la desolazione delle Contee Occidentali. Disse che i popoli erano stanchi della oppressura delle truppe, stanchi degli alloggi, delle depredazioni, e di scelleratezze anche peggiori che la legge chiamava fellonie, ma che essendo commesse da tale classe di felloni, non era possibile ottenerne giustizia. I ministri del Re avevano detto alla Camera, che erano stati fatti buoni provvedimenti pel governo dellʼarmata; ma nessuno avrebbe osato dire che fossero stati mandati ad esecuzione. Quale ne era la necessaria conseguenza? Il contrasto tra i paterni ammonimenti profferiti dal trono e la intollerabile tirannia deʼ soldati, non provava egli che lʼarmata era anche allora troppa e pel principe e pel popolo? I Comuni potevano, perfettamente coerenti a sè stessi, senza menomare la fiducia che avevano posta nelle intenzioni di Sua Maestà, ricusare che venisse aumentata una forza che, manifestamente, la Maestà Sua non avrebbe potuto tenere in freno.

XIV. La proposta delle quattrocento mila lire sterline, non passò per dodici voti di minoranza. Questa vittoria, riportata dai Ministri, era una quasi sconfitta. I capi del partito patriottico, non punto scoraggiati, indietreggiarono un poco, per ritornare alla prova, e proposero la somma di settecentomila lire sterline. Il Comitato votò nuovamente, e i cortigiani furono sconfìtti con dugentododici voti contro centosessanta.[24]

Il dì dopo, i Comuni andarono solennemente a Whitehall recando lʼindirizzo, dove si parlava dellʼAtto di Prova. Il Re li accolse seduto sul trono. Lʼindirizzo era scritto con parolespiranti riverenza ed affetto; imperocchè la maggior parte di coloro che avevano votato a favore di quello, erano fervidamente anzi superstiziosamente realisti, e avevano di leggieri assentito ad inserirvi alcune frasi di complimento, omettendo ogni parola che i cortigiani avevano reputata offensiva. La risposta di Giacomo fu una fredda e austera riprensione. Manifestò dispiacere e maraviglia nel vedere che i Comuni avevano così poco profittato degli ammonimenti dati loro. «Ma,» soggiunse «quantunque possiate seguitare a fare a modo vostro, io sarò fermissimo in tutte le promesse che vi ho fatte.»[25]

I Comuni si radunarono nella loro sala mal satisfatti, e alquanto intimoriti. La più parte di loro portavano al Re alta riverenza. Tre anni dʼoltraggi, e dʼinsulti più duri degli oltraggi stessi, bastavano appena a sciogliere i vincoli onde i gentiluomini Cavalieri erano legati al trono.

Il Presidente ridisse la sostanza della risposta del Sovrano. Successe per alcun tempo un solenne silenzio; poi si lesse regolarmente lʼordine del giorno; e la Camera si formò in Comitato per discutere la legge di riforma della milizia civica.

XV. Nondimeno, servirono poche ore perchè la opposizione si rifacesse dʼanimo. Come, sul cadere del giorno, il Presidente riprese il seggio, Wharton, il più ardito ed operoso deʼ Whig, propose di stabilire il giorno in cui la risposta del Re si dovesse prendere in considerazione. Giovanni Coke, rappresentante di Derby, quantunque fosse Tory conosciuto, secondò le parole di Wharton, dicendo: «Spero che noi tutti saremo Inglesi, e che poche parole altere non varranno a intimorirci e distoglierci dal proprio dovere.»

E furono parole coraggiose, ma non savie. «Notate le sue parole!—Alla barra!—Alla Torre!» gridavano da ogni canto della sala. I più moderati proposero, che lʼoffensore venisse severamente ripreso: ma i Ministri insisterono con veemenza perchè fosse mandato in prigione. Dissero che la Camera poteva perdonare le offese fatte ad essa, ma non aveva ragione di rimettere un insulto fatto alla Corona. Coke fu condottoalla Torre. La indiscretezza di un solo uomo aveva interamente disordinato il sistema di strategia con tanta arte congegnato dai capi della opposizione. Invano, in quel momento, Eduardo Seymour tentò di riordinare i suoi aderenti, esortandoli a stabilire il giorno per discutere la risposta del Re, ed esprimendo la fiducia che la discussione sarebbe stata condotta col rispetto debito deʼ sudditi verso il sovrano. I rappresentanti erano tanto intimiditi dal dispiacere del Re, e tanto esasperati dalla rozzezza di Coke, che non sarebbe stato savio partito fare squittinio di divisione.[26]

La Camera si aggiornò; e i Ministri sʼillusero credendo che lo spirito della opposizione fosse domo. Ma la mattina del dì 19 novembre, nuovi e sinistri segni comparvero. Era giunto il tempo di prendere in considerazione le petizioni arrivate da ogni parte dellʼInghilterra contro le ultime elezioni. Allorquando, nella prima adunanza del Parlamento, Seymour sʼera altamente querelato del Governo, il quale usando la forza e la fraude aveva impedito che la opinione deʼ collegi elettorali liberamente si manifestasse, non aveva trovato niuno che lo secondasse. Ma molti che allora sʼerano da lui scostati, avevano poi ripreso animo, e con a capo Sir Giovanni Lowther, rappresentante di Cumberland, innanzi lo aggiornamento avevano manifestata la necessità dʼinquisire intorno agli abusi che avevano tanto commossa lʼopinione pubblica. La Camera adesso trovavasi più stizzita; e molti alzavano la voce in tono di minaccia e dʼaccusa. Ai Ministri fu detto, che la nazione aspettava e doveva avere solenne giustizia deʼ torti patiti. Intanto accennavasi destramente, che la migliore espiazione che ogni gentiluomo eletto con illeciti mezzi potesse fare agli occhi del pubblico, era di usare il mal conseguito potere in difesa della religione e delle libertà della patria. Niun rappresentante, che in tanta ora di pericolo facesse il debito proprio, aveva nulla a temere. Forse potevano trovarsi argomenti per escluderlo dal Parlamento; ma la opposizione prometteva di adoperare tutta la propria influenza a farlo rieleggere.[27]

XVI. Il giorno stesso chiaramente si conobbe, che lo spirito dʼopposizione erasi propagato dalla Camera deʼ Comuni a quella deʼ Lordi, e perfino al banco deʼ vescovi. Guglielmo Cavendish, Conte di Devonshire, aperse lo arringo nella Camera Alta, e a ciò fare aveva i necessari requisiti. Per ricchezze ed influenza a nessuno deʼ Nobili inglesi era secondo; e la voce pubblica lo diceva il più compìto gentiluomo deʼ tempi suoi. La magnificenza, il gusto, lo ingegno, la classica dottrina, lʼaltezza dello spirito, la grazia e la urbanità deʼ modi, erano qualità che i suoi stessi nemici gli consentivano. Sventuratamente, i panegiristi suoi non potrebbero sostenere che la sua morale rimanesse incontaminata dal contagio a queʼ tempi sparso dappertutto. Quantunque ei procedesse avverso al papismo e al potere arbitrario, aveva sempre abborrito dagli esagerati provvedimenti; era, come vide perduta la Legge dʼEsclusione, inchinato ad un compromesso, e non sʼera mai immischiato negli illegali ed imprudenti disegni che avevano screditato il partito Whig. Ma benchè gli spiacesse in parte la condotta deʼ propri amici, ei non aveva mai mancato di compire con zelo gli ardui e perigliosi doveri dʼamicizia. Sʼera mostrato al fianco di Russell alla sbarra; nel tristo giorno della sua decapitazione, gli aveva detto addio, fra amplessi affettuosi e copiose ed amarissime lacrime; anzi, sʼera offerto di mettere a repentaglio la propria vita per procurargli la fuga.[28]Questo grandʼuomo, adunque, propose in Parlamento di fissare un giorno per esaminare il discorso del Re. Dal lato opposto sostenevasi, che i Lordi col deliberare rendimenti di grazie al Sovrano per il discorso, sʼerano privati del diritto di muovere querela. Ma Halifax trattò con ispregio simile risposta. «Cosiffatti ringraziamenti» disse egli con quella piacevolezza di sarcasmo di cui era maestro «non includono approvazione. Siamo gratissimi sempre che il nostro Sovrano si degna di rivolgercila parola. E in ispecie siamo grati quando, come ha fatto nella presente occasione, ci parla chiaro ed accenna ciò che ci tocchi a patire.»[29]

XVII. Il dottore Enrico Compton, vescovo di Londra. parlò fortemente a favore della proposta. Quantunque ei non avesse ricco corredo di insigni doti, nè fosse profondamente versato negli studi della propria professione, la Camera sempre lo ascoltava con riverenza; imperocchè egli era uno deʼ pochi ecclesiastici che in quellʼetà potesse vantare nobiltà di sangue. Ed egli e la sua famiglia avevano dato prove di lealtà. Suo padre, secondo Conte di Northampton, aveva strenuamente combattuto per Carlo I, e circuito dai soldati dellʼarmata parlamentare, era caduto con la spada in pugno, ricusando di concedere o dʼaccettare quartiere. Lo stesso vescovo, innanzi di ricevere gli ordini sacri, era stato nelle Guardie; e ancorchè generalmente facesse ogni sforzo per mostrare la gravità e la sobrietà convenevoli ad un prelato, di quando in quando si vedeva in lui sfavillare qualche scintilla dellʼantico spirito militare. Gli era stata affidata la educazione religiosa delle due Principesse, e aveva adempito a quel solenne dovere in modo da soddisfare tutti i buoni Protestanti, e da assicurargli considerevole influenza sopra le menti delle sue discepole, e massime della Principessa Anna.[30]Adesso dichiarò dʼavere potestà di manifestare lʼopinione deʼ suoi confratelli, i quali insieme con lui pensavano che la intera Costituzione civile ed ecclesiastica del reame fosse in pericolo.[31]

XVIII. Uno deʼ più segnalati discorsi di quel giorno uscì dalle labbra dʼun giovane, che con la bizzarria deʼ suoi casi era destinato a rendere attonita la Europa. Aveva nome Carlo Mordaunt, Visconte Mordaunt, grandemente rinomato anni dopo come Conte di Peterborough. Aveva già date numerose prove di coraggio, di capacità, e di quella stranezza di cervelloche rese quel coraggio e quella capacità inutili alla propria patria. Sʼera perfino messo in mente di rivaleggiare con Bourdaloue e Bossuet. Quantunque ei fosse conosciuto come libero pensatore, aveva vegliato tutta notte in un viaggio di mare per comporre sermoni, e con difficoltà gli era stato impedito di edificare con un pio discorso la ciurma di un vascello da guerra. Adesso favellò per la prima volta nella Camera deʼ Pari con singolare eloquenza, con ardore, con audacia. Biasimò i Comuni di non essersi messi in una via più ardimentosa, dicendo: «Essi hanno avuto timore di parlare schietto. Hanno ragionato di sospetti e di gelosie. Che cʼentrano qui le gelosie ed i sospetti? Essi sono sentimenti che provansi per danni incerti e futuri; e il male che stiamo esaminando non è futuro nè incerto. Esiste un esercito stanziale. È comandato da ufficiali papisti. Non abbiamo nemico straniero. Non vʼè ribellione nel paese nostro. A che fine, dunque, si mantengono tanto numerose forze se non per abbattere le nostre leggi, e stabilire il potere arbitrario, cotanto giustamente abborrito dagli Inglesi?»[32]

Jeffreys parlò contro la proposta con quel rozzo e feroce stile di cui egli era maestro; ma si accôrse subito non essere così agevole atterrire gli alteri e potenti baroni dʼInghilterra nella loro sala, come lo era intimidire gli avvocati, il cui pane dipendeva dal favore, o gli accusati le cui teste erano nelle mani di lui. Un uomo che abbia passata la vita ad aggredire ed imporre ad altrui, sia quale si voglia supporre il suo coraggio ed ingegno, generalmente, qualvolta è rigorosamente aggredito, fa meschina figura: imperciocchè, non essendo avvezzo a starsi sulla difensiva, si confonde; e il sapere chetutti glʼinsultati da lui godono della sua confusione, lo confonde vie maggiormente. Jeffreys, per la prima volta da che era divenuto grandʼuomo, veniva incontrato a condizioni uguali da avversari che non lo temevano. A soddisfazione universale, era quella la prima volta chʼegli passava dallo estremo dellʼinsolenza allo estremo dellʼabbiettezza, e non potè frenarsi di spargere lacrime di rabbia e di dispetto.[33]Nulla, a dir vero, mancò ad umiliarlo; poichè la sala era piena di circa cento Pari, numero maggiore anche di quello che vi sʼera trovato nel gran di del voto intorno alla Legge dʼEsclusione. Arrogi che vʼera presente anche il Re. Carlo aveva avuto costume di assistere alle tornate della Camera deʼ Lordi per sollazzo, e spesso era solito dire che una discussione gli era di piacevole intertenimento al pari dʼuna commedia. Giacomo ci andò non per divertirsi, ma con la speranza che la propria presenza fosse di qualche freno alla discussione. E sʼingannò. Gli umori della Camera si manifestarono con tanto vigore, che dopo una pungentissima orazione fatta da Halifax a concludere, i cortigiani non vollero avventurarsi allo squittinio di divisione. Fu stabilito un giorno prossimo a prendere in considerazione il discorso del Re; e fu ordinato che tutti i Pari i quali non fossero in luoghi molto distanti da Westminster, si trovassero al proprio posto.[34]

XIX. Il dì seguente, il Re in tutta pompa andò alla Camera deʼ Lordi. LʼUsciere della Verga Nera intimò ai Comuni di recarsi alla sbarra; e il Cancelliere annunziò che il Parlamentoera prorogato fino al giorno decimo di febbraio.[35]I membri che avevano votato contro la Corte, furono destituiti dai pubblici uffici. Carlo Fox fu cacciato dalla Pagatoria. Il vescovo di Londra cessò dʼessere Decano della Cappella Reale, e il suo nome fu casso dalla lista deʼ Consiglieri Privati.

Lo effetto della proroga fu di porre fine ad un processo della più alta importanza. Tommaso Grey, Conte di Stamford, discendente da una delle più illustri famiglie dellʼInghilterra, incolpato di crimenlese, era stato di recente preso e posto in istretta prigionia dentro la Torre. Lo accusavano dʼessere stato implicato nella congiura di Rye House. La esistenza del fatto era stata dichiarata dai Grandi Giurati della Città di Londra, e la causa era stata portata alla Camera deʼ Lordi, che erano il solo tribunale dinanzi a cui un Pari secolare, durante la sessione del Parlamento, potesse essere processato per grave delitto. Il dì stabilito allo esame del caso era il primo di decembre; erano stati dati ordini perchè nella sala di Westminster si facessero gli apparecchi bisognevoli. A cagione della proroga, la causa venne differita ad un tempo indefinito; e Stamford fu tosto messo in libertà.[36]

Tre altri Whig di grande importanza stavano già incarcerati allorquando si chiuse la sessione: cioè Carlo Gerard, Lord Gerard di Brandon, primogenito del conte di Maclesfield; Giovanni Hampden, nipote del rinomato capo del Lungo Parlamento; ed Enrico Booth, Lord Delamere. Gerard e Hampden erano accusati come complici della Congiura di Rye House, Delamere, di avere favorita la insurrezione delle Contrade Occidentali.

XX. Non era intendimento del Governo far morire Gerard o Hampden. Grey, prima che acconsentisse a testificare contro di loro, aveva patteggiato per la vita loro.[37]Ma vʼera anche una ragione più forte a lasciarli vivi. Erano eredi di grosso patrimonio; ma i genitori loro vivevano ancora. La Corte, quindi, poteva ottenere poco in via di confisca, ma molto in via di riscatto. Gerard fu processato, e dalle assai scarsenotizie che ci rimangono, eʼ sembra che si difendesse con grande animo e con vigorose parole. Vantò gli sforzi e i sacrifici fatti dalla sua famiglia per la causa di Carlo I, e provò che Rumsey, quel desso che inventando una storiella aveva assassinato Russell, e poi Cornish dicendone unʼaltra, era testimone affatto indegno di fede. I Giurati, dopo qualche esitazione, lo dissero colpevole. Dopo una lunga prigionia, a Gerard fu concesso di redimersi.[38]Hampden aveva ereditate le opinioni politiche e gran parte delle esimie doti dellʼavo, ma era degenerato dalla probità e dal coraggio onde lʼavo erasi tanto predistinto. Eʼ pare che lo accusato, per crudele astuzia del Governo, fosse lungamente tenuto in una agonia di dubbio, affinchè la sua famiglia sʼinducesse a pagare assai caro il perdono. Il suo spirito prostrossi sotto il terrore della morte. Condotto al banco degli accusati, non solo si confessò reo, ma disonorò il nome illustre chʼegli portava, con sommissioni e suppliche abiette. Protestò di non essere stato partecipe del secreto disegno di assassinare Carlo e Giacomo, ma confessò di avere meditata la ribellione; dichiarossi profondamente pentito del fallo, implorò la intercessione deʼ Giudici, giurando che ove la reale clemenza si stendesse sopra lui, dedicherebbe intera la vita a mostrare la propria gratitudine. I Whig a tanta pusillanimità divennero furiosi, ed altamente dichiararono lui meritare più biasimo di Grey, il quale, diventando testimonio del Governo, aveva serbato un certo decoro. Ad Hampden fu perdonata la vita; ma la sua famiglia pagò alcune migliaia di lire sterline al Cancelliere. Altri cortigiani di minore momento estorsero da lui altre somme più tenui. Lo sciagurato aveva spirito bastevole a sentire la vergogna in cui sʼera gettato. Sopravvisse di parecchi anni al giorno della propria ignominia. Ei visse per vedere il proprio partito trionfante, avere in esso importantissima parte, innalzarsi nello Stato, e far tremare i propri persecutori. Ma una rimembranza insopportabile gli attoscava tanta prosperità. Non riacquistò mai la gaiezza dello spirito, e finalmente di propria mano si tolse la vita.[39]


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