Chapter 10

Due illustri scrittori, Samuele Johnson e Gualtiero Scott, hanno fatto ogni sforzo per persuadere sè ed altrui, che cotesta memorabile conversione fosse sincera. Era cosa naturale che volessero cancellare una macchia disonorevole dalla memoria dʼun ingegno da essi giustamente ammirato, e col quale concordavano rispetto ad opinioni politiche; ma lo storico imparziale è uopo che pronunci un giudizio assai dal loro differente. Vi sarà sempre forte presunzione contro la sincerità dʼuna conversione ogni qualvolta riesca a utile del convertito. Nel caso di Dryden, non vi ha nulla che contrappesi siffatta presunzione. I suoi scritti teologici provano ad esuberanza chʼegli non si studiò mai con diligenza ed amore di imparare il vero, e che le sue nozioni intorno alla Chiesa abbandonata e alla Chiesa abbracciata da lui, erano superficialissime. Nè la sua condotta dopo la conversione, fu quella dʼun uomo da un profondo senso deʼ propri doveri costretto a fare un così solenne passo. Ove egli fosse stato tale, la medesima convinzione che lo aveva condotto ad abbracciare la Chiesa di Roma,gli avrebbe certo impedito di violare gravemente e per abitudine i precetti da quella Chiesa, come da ogni altra società cristiana, riconosciuti obbligatorii. Tra i suoi scritti precedenti e traʼ susseguenti alla sua conversione, vi sarebbe stata notevole diversità. Avrebbe sentito rimorso deʼ suoi trenta anni di vita letteraria, durante i quali egli aveva sistematicamente adoperata la sua rara potenza di linguaggio e di versificazione a corrompere il pubblico. Dalla sua penna non sarebbe uscita, da quellʼora in poi, una sola parola tendente a rendere spregevole la virtù, e ad infiammare le licenziose passioni. Ed è sventuratamente vero, che i drammi da lui scritti dopo la sua pretesa conversione, non sono punto meno impuri o profani di quelli della sua giovinezza. Anche traducendo, scostavasi dai suoi originali per andare in cerca dʼimmagini, che, ove le avesse trovate negli originali stessi, avrebbe dovuto schivare. Ciò che in quelli era cattivo, nelle sue versioni diventava peggiore; ciò che era puro, passando nella sua mente, contraeva qualche macchia. Le più grossolane satire di Giovenale egli rese più riprovevoli; inserì descrizioni lascive nelle Novelle di Boccaccio; e corruppe la dolce e limpida poesia delle Georgiche con lordure che avrebbero stomacato Virgilio.XXI. Lo aiuto di Dryden fu accolto con gioia da quei teologi cattolici romani, i quali con difficoltà sostenevano un conflitto contro i più illustri ingegni della Chiesa Stabilita. Non potevano non riconoscere il fatto, che il loro stile, sfigurato da barbarismi contratti in Roma e in Doaggio, faceva meschina figura in paragone della eloquenza di Tillotson e Sherlock. Per lo che, pareva loro non essere lieve acquisto la cooperazione del più grande scrittore vivente dellʼidioma inglese. Il primo servigio che a lui fu chiesto in prezzo della sua pensione, fu di difendere in prosa la sua Chiesa contro Stillingfleet. Ma lʼarte di dir bene le cose diventa inutile ad un uomo che non abbia nulla da dire; e tale era il caso di Dryden. Vide come egli non valesse a sostenere il combattimento con un uomo da lunghi anni assuefatto a maneggiare le armi della controversia. Il battagliere veterano disarmò il novizio, gli inflisse qualche ferita di dispregio, e si volse contro più formidabili combattenti. Dryden allora impugnò unʼarma, nellaquale non era agevole trovare chi potesse vincerlo. Si ritrasse alcun tempo dal trambusto deʼ caffè e deʼ teatri per rinchiudersi in un quieto luogo nella Contea di Huntingdon, ed ivi compose con insolita cura e fatica il suo celebre poema intorno ai punti disputati tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra. Rappresentò la Romana sotto la similitudine dʼuna candida cerva, sempre in pericolo di morte, e nondimeno destinata a non morire. Le belve della foresta congiuravano a spegnerla. Il Tremante coniglio, a dir vero, si teneva strettamente neutrale; ma la volpe Sociniana, il lupo Presbiteriano, lʼorso Indipendente, il cignale Anabattista, avventavano sguardi feroci alla intemerata creatura. Nondimeno ella poteva rischiarsi a bere insieme con loro alla fonte comune sotto la protezione del leone Regale. La Chiesa Anglicana era significata dalla pantera con la pelle macchiata, ma bella, anco troppo bella per bestia da preda. La cerva e la pantera, egualmente esose al feroce popolo della foresta, si ritrassero da parte per ragionare intorno al pericolo comune. Quindi seguitarono a discutere intorno ai punti delle loro differenze, e dimenando le code e leccandosi le ganasce, tennero un lungo colloquio sopra la presenza reale, lʼautorità deʼ papi e deʼ concili, le leggi penali, lʼAtto di Prova, gli spergiuri dʼOates, i servigi resi da Butler, benchè non ricompensati, al partito deʼ Cavalieri, i libercoli di Stillingfleet, e le ampie spalle e i fortunati negozi matrimoniali di Burnet.Lʼassurdità di questo poetico disegno è manifestissima. E in vero, cosiffatta allegoria non poteva regolarmente procedere oltre a dieci versi. Non vʼè magistero di forma che possa servire di compenso agli errori di un tal disegno. E nulladimeno, la Favola della Cerva e della Pantera è senza verun dubbio la produzione più pregevole della letteratura inglese del breve e torbido regno di Giacomo II. In nessuna delle opere di Dryden si potrebbero trovare brani più patetici e splendidi, maggior pieghevolezza ed energia di stile, e più piacevole e variata armonia.Il poema comparve alla luce con ogni vantaggio che la regia protezione potesse impartire. Una magnifica edizione ne fu fatta per la Scozia nella tipografia cattolica romana di HolyroodHouse. Ma le genti non erano in umore da lasciarsi ammaliare dal lucido stile e dagli armoniosi versi dello apostata. Il disgusto eccitato dalla sua venalità, il timore eccitato dalla politica di cui egli sʼera fatto panegirista, non erano cose da cantarsi per addormentare le menti. Il pubblico fu infiammato di giustissimo sdegno da coloro cui gli scherni del poeta scottavano, e da coloro che erano invidi della sua rinomanza. Non ostante le restrizioni che avvincolavano la stampa, ogni giorno apparivano satire intorno alla vita e agli scritti di lui. Ora lo chiamavano Bayes, ora il Poeta Squab. Gli rammentavano come in gioventù avesse tributato alla Casa di Cromwell le medesime servili lusinghe le quali egli adesso tributava alla Casa degli Stuardi. Alcuni deʼ suoi avversari maliziosamente ristamparono i versi pieni di sarcasmo già da lui scritti contro il papismo, allorquando non gli avrebbe nulla giovato lʼessere papista. Tra i molti componimenti satirici venuti alla luce in tale occasione, il più notevole fu opera di due giovani, i quali di recente avevano compiti i loro studi in Cambridge, ed erano stati accolti come novizi di belle speranze neʼ caffè letterari di Londra; voglio dire Carlo Montague e Matteo Prior. Montague era di nobile schiatta; la origine di Prior era talmente oscura, che nessun biografo ha potuto rinvenirla: entrambi poscia giunsero in alto; entrambi allo amore delle lettere congiungevano arte mirabile in quella specie dʼaffari di che i letterati generalmente sentono disgusto. Tra i cinquanta poeti deʼ quali Johnson ha scritto le vite, Montague e Prior sono i soli che avessero profonda conoscenza del commercio e delle finanze. Non andò guari, e presero vie lʼuna dallʼaltra diverse. La loro giovanile amicizia si sciolse. Uno di loro divenne capo del partito Whig, e fu processato dai Tory. Allʼaltro furono affidati tutti i misteri della diplomazia deʼ Tory, e fu lungamente tenuto in istretta prigionia dai Whig. Infine, dopo molti anni di vicissitudini, i due colleghi, chʼerano stati lungo tempo divisi, si ricongiunsero nellʼAbbadia di Westminster.XXII. Chiunque abbia attentamente letto il racconto della Cerva e della Pantera, si sarà dovuto accorgere che mentre Dryden lo stava componendo, grande variazione era seguitaneʼ disegni di coloro che si servivano di lui come loro interprete. In sul principio, la Chiesa Anglicana è rammentata con tenerezza e rispetto, e viene esortata a collegarsi coʼ Cattolici Romani contro le sètte deʼ Puritani; ma alla fine del componimento, e nella prefazione scritta dopo che quello fu compiuto, i Protestanti Dissenzienti vengono invitati a far causa comune coi Cattolici Romani contro la Chiesa dʼInghilterra.Sì fatto mutamento di linguaggio nel poeta cortigiano indicava un grande mutamento nella politica della Corte. Il primitivo scopo di Giacomo era stato quello dʼottenere per la propria Chiesa non solo piena immunità da tutte le pene e da tutte le incapacità civili, ma ampia partecipazione ai beneficii ecclesiastici ed universitari, e nel tempo stesso di rinvigorire le leggi contro le sètte puritane. Tutte le dispense speciali da lui concedute, erano state a pro deʼ Cattolici Romani. Tutte le leggi più dure contro i Presbiteriani, glʼIndipendenti, i Battisti, erano state per qualche tempo da lui mandate severamente ad esecuzione. Mentre Hale comandava un reggimento, mentre Powis sedeva nel Consiglio, mentre Massey era decano, mentre i breviari e i messali stampavansi in Oxford muniti di regia licenza, mentre lʼOstia esponevasi pubblicamente in Londra sotto la protezione delle picche e degli archibugi delle guardie reali, mentre frati e monaci vestiti degli abiti loro passeggiavano per le vie della metropoli, Baxter era sepolto in carcere; Howe era in esilio; le leggi detteFive-Mile-Act, eConventicle-Act, erano in pieno vigore; gli scrittori puritani erano costretti a ricorrere alle tipografie straniere o clandestine; le congregazioni puritane potevano riunirsi solamente di notte o in luoghi vasti, e i ministri puritani erano forzati a predicare travestiti da carbonai o da marinari. In Iscozia il Re, mentre non trascurava sforzo nessuno ad estorcere dagli Stati pieno alleggiamento pei Cattolici Romani, aveva chiesto ed ottenuto nuovi statuti di severità senza esempio contro i presbiteriani. La sua condotta verso gli esuli Ugonotti aveva con non minore chiarezza rivelato il suo cuore. Abbiamo di sopra veduto, che quando la pubblica munificenza aveva posto nelle mani del Re una grossa somma per alleggiare la sciagura di queʼ miseri, egli, rompendo ogni legge dʼospitalitàe di buona fede, impose loro di rinunziare al culto calvinista, cui essi forte aderivano, ed abbracciare quello della Chiesa Anglicana, innanzi dʼottenere la più piccola parte delle limosine che erano state a lui affidate.Tale fu la sua politica finchè nutrì la speranza che la Chiesa Anglicana avrebbe consentito a predominare insieme con la Chiesa di Roma. Tanta speranza un tempo fu per lui una certezza. Lo entusiasmo con che i Tory lo avevano salutato nello ascendere chʼegli fece al trono, le elezioni, il rispettoso linguaggio e le ampie concessioni del suo Parlamento, la insurrezione delle Contrade Occidentali spenta, prostrato il partito che aveva tentato di privarlo della corona; queste e simiglianti altre cose lo avevano spinto oltre i confini della ragione. Era sicuro che ogni ostacolo cederebbe innanzi la sua potenza e fermezza. Il Parlamento gli oppose resistenza. Egli adoperò il cipiglio e le minacce; ma a nulla giovarono. Si provò di prorogarlo; ma dal giorno della proroga la opposizione ai suoi disegni era divenuta ognora più forte. Sembrava chiaro che volendo mandare ad effetto il proprio pensiero, gli era mestieri farlo sfidando quel gran partito che aveva dato segnalate prove di fedeltà al suo grado, alla sua famiglia, alla sua persona. Tutto il clero anglicano, tutti i gentiluomini Cavalieri gli stavano contro. Invano egli, per virtù della sua supremazia ecclesiastica, aveva comandato al clero che si astenesse dal discutere i punti controversi. In ogni chiesa parrocchiale del Regno, tutte le domeniche i sacerdoti esortavano i fedeli a guardarsi dagli errori di Roma: esortazioni che erano le sole efficaci, perocchè venivano accompagnate da proteste di riverenza verso il Sovrano, e da giuramenti di sopportare pazientemente ciò che gli sarebbe piaciuto di infliggere. I Cavalieri e scudieri realisti, i quali in quarantacinque anni di guerra e di fazioni avevano con esimio valore difeso il trono, adesso andavano con franche parole dicendo, essere risoluti di difendere con pari valore la Chiesa. Per quanto duro dʼintelletto fosse Giacomo, per quanto ei fosse dʼindole dispotica, conobbe chʼera tempo di appigliarsi ad altra via. Non poteva a un tratto rischiarsi ad oltraggiare tutti i suoi sudditi protestanti. Se si fosse potuto indurre a fare concessioni al partito predominantein ambe le Camere, a lasciare alla Chiesa Stabilita tutti gli emolumenti, i privilegi, le dignità, avrebbe potuto sturbare le ragunanze deʼ presbiteriani, ed empire le carceri di predicatori Battisti. Ma se era risoluto di spogliare la gerarchia, gli era mestieri privarsi della voluttà di perseguire i Dissenzienti. Se doveva da quinci innanzi appiccare lite coʼ suoi vecchi amici, gli era necessario far tregua coi vecchi nemici. Poteva opprimere la Chiesa Anglicana solo formando contro essa una vasta coalizione, che comprendesse le sètte, le quali, benchè e per dottrine e per ordinamento differissero lʼuna dallʼaltra molto più che da quella, potevano, perchè erano egualmente gelose della sua grandezza e ne temevano la intolleranza, essere indotte a far posa alle loro animosità finchè la ponessero in condizione di non poterle più opprimere.Cosiffatto disegno piacevagli singolarmente per questa ragione. Potendo riuscirgli di riconciliare fra loro i protestanti non-conformisti, gli era dato sperare di porsi al sicuro contro ogni probabilità di ribellione. Secondo i teologi anglicani, nessun suddito per qual si fosse provocazione poteva equamente resistere con la forza allʼunto del Signore. La dottrina deʼ Puritani era ben diversa. Essi non avevano scrupolo a trucidare i tiranni con la spada di Gedeone. Molti di loro non temevano dʼusare la daga di Ehud. E forse in quel mentre meditavano unʼinsurrezione simile a quella delle Contrade Occidentali, una congiura come quella di Rye House. Giacomo quindi pensò di potere senza pericolo perseguitare la Chiesa qualora gli fosse riuscito di amicarsi i Dissenzienti. Il partito, i cui principii non gli offrivano nessuna guarentigia, si sarebbe a lui accostato per interesse. Il partito del quale egli aggrediva glʼinteressi, sarebbe stato impedito dʼinsorgere per principio politico.Mosso da tali considerazioni, Giacomo, dal tempo in cui si divise di mal umore dal suo Parlamento, cominciò a meditare una lega generale di tutti i non-conformisti, cattolici e protestanti, contro la religione dello Stato. Fino dal Natale del 1685, gli agenti delle Provincie Unite scrivevano al loro Governo, essersi deliberato di concedere, e pubblicare tra breve una tolleranza generale.[232]Si vide col fatto che tale annunzioera prematuro. Eʼ sembra nondimeno, che i separatisti fossero trattati con più mitezza nel 1686, che nellʼanno precedente. Ma solo a poco a poco, e dopo lunga tenzone con le proprie inclinazioni, il Re potè indursi a formare colleganza con coloro chʼegli sopra tutti aborriva. Doveva vincere un odio non lieve o capriccioso, non nato e cresciuto pur allora, ma, ereditario nella sua famiglia, rinvigorito da gravissimi torti inflitti e sofferti pel corso di cento venti anni di vicende, e immedesimato a tutti i suoi sentimenti religiosi, politici, domestici e personali. Quattro generazioni di Stuardi avevano mosso guerra mortale a quattro generazioni di Puritani; e per tutta quella lunga guerra non vʼera stato nessuno fra gli Stuardi che al pari di lui odiasse i Puritani, e fosse da loro odiato. Eransi provati a disonorarlo, e ad escluderlo dal trono; lo avevano chiamato incendiario, scannatore, avvelenatore; lo avevano cacciato dallo Ammiragliato e dal Consiglio; lo avevano più volte bandito; avevano congiurato ad assassinarlo; gli erano a migliaia insorti contro impugnando le armi. Ei se ne era vendicato con una strage non mai fino allora veduta in Inghilterra. I loro capi e le loro squartate membra stavansi tuttavia fitti sulle pertiche a imputridire in tutte le piazze delle Contee di Somerset e di Dorset. Donne venerande per età e tenute in grande onoranza per religione e carità daʼ settarii, erano state decapitate e bruciate vive per falli sì lievi, che nessun buon principe avrebbe giudicate meritevoli nè anche dʼuna severa riprensione. Tali erano state, anco in Inghilterra, le relazioni tra il Re e i Puritani; e in Iscozia, la tirannia del Re e il furore deʼ Puritani erano tali, che nessuno Inglese gli avrebbe potuti concepire. Porre in oblio una nimistà così lunga e mortale non era lieve impresa per un cuore singolarmente duro e implacabile qual era quello di Giacomo.La tenzone che travagliava lʼanimo del Re, non isfuggì allʼocchio di Barillon. Alla fine di gennaio 1687, egli spedì a Versailles una lettera notevolissima. Il Re—tale era la sostanza di cotesto documento—era quasi convinto di non potere ottenere piena libertà a pro deʼ Cattolici Romani, e a un tempo mantenere le leggi contro i Protestanti Dissenzienti. Per la qual cosa, inclinava al partito di concedere una indulgenzagenerale; ma in cuor suo amerebbe meglio di potere anche adesso dividere la sua protezione e il suo favore tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra, escludendone tutte le altre sètte religiose.[233]XXIII. Pochissimi giorni dopo che fu scritto cotale dispaccio, Giacomo, esitando e di poco buona grazia, fece i primi passi a negoziare coi Puritani. Aveva fatto pensiero di cominciare dalla Scozia, dove la sua potestà di dispensare era stata riconosciuta dagli Stati verso lui ossequenti. Il dì 12 febbraio, quindi, fu pubblicata in Edimburgo una ordinanza ad alleggiare le coscienze scrupolose,[234]la quale prova come fosse esatto il giudicio di Barillon. Fino nello stesso atto di fare concessioni ai Presbiteriani, Giacomo non poteva nascondere il disgusto che sentiva per essi. I Cattolici ebbero piena tolleranza. I Quacqueri ebbero poca ragione di dolersi. Ma la indulgenza concessa ai Presbiteriani, che formavano la maggioranza del popolo scozzese, fu inceppata da condizioni tali, da renderla pressochè inutile. Al vecchio Atto di Prova, il quale escludeva egualmente i Cattolici e i Presbiteriani dagli uffici, fu sostituito un nuovo Atto di Prova che ammetteva i Cattolici, ma escludeva la maggior parte deʼ Presbiteriani. Ai Cattolici era lecito edificare cappelle, e anche portare lʼOstia processionalmente in ogni luogo, tranne nelle strade maestre deʼ borghi reali; ai Quacqueri era lecito di ragunarsi neʼ pubblici edifici: ma ai Presbiteriani fu inibito di adorare Dio altrove che nelle private abitazioni; non dovevano osare di erigere edifici per ragunarvisi; non potevano servirsi nè anche di una loggia o di un granaio per gli esercizi religiosi; e fu loro distintamente notificato, che ove avessero ardimento di tenere conventicole allʼaria aperta, la legge che puniva di morte i predicatori e gli uditori, verrebbe eseguita senza misericordia. Qualunque prete cattolico poteva dir Messa; qualunque Quacquero poteva arringare innanzi ai suoi confratelli: ma il Consiglio Privato ebbe comandamento di impedire chenessun ministro presbiteriano predicasse, senza speciale licenza del Governo. Ogni parola di cotesto Atto e delle lettere onde fu accompagnato, mostra quanto costasse al Re di mitigare minimamente il rigore col quale egli aveva sempre trattato i vecchi nemici della sua famiglia.[235]XXIV. Veramente, abbiamo ragione di credere, che allorquando egli pubblicò cotesta ordinanza, non era pienamente risoluto di far lega coi Puritani, e che il suo scopo era solo di concedere loro tanto favore che bastasse ad atterrire i credenti della Chiesa Anglicana e indurli a cedere. Onde egli aspettò per un mese a fine di vedere lo effetto che produrrebbe in Inghilterra lʼeditto promulgato in Edimburgo. Quel mese fu da lui impiegato assiduamente, giusta il consiglio di Petre, in ciò che chiamavasi ingabinettare. Londra era molto affollata di gente. Aspettavasi dʼora in ora la riapertura delle Camere pel disbrigo degli affari, e molti deʼ membri erano in città. Il Re si pose a indagare lʼanimo di ciascuno partitamente. Lusingavasi che i Tory zelanti—e di siffatti uomini, tranne pochissimi, era composta la Camera deʼ Comuni—avrebbero difficoltà a resistere alle calde dimande, fatte loro non in comune, ma separatamente a ciascuno, non dal trono, ma nella familiarità della conversazione. I rappresentanti, perciò, i quali recavansi a Whitehall per rendere riverenza al sovrano, erano tratti in disparte, e ricevevano lʼonore di lunghi colloqui. Il Re li pregava, a nome della lealtà loro, a compiacerlo nella sola cosa che gli stesse a cuore. Diceva andarci dellʼonor suo; le leggi fatte sotto il suo predecessore da Parlamenti faziosi contro i Cattolici Romani, avere avuto di mira lui solo; tali leggi avergli inflitta una macchia, averlo espulso dallʼAmmiragliato e dal Consiglio Privato; avere egli diritto che tutti coloro dai quali era amato e riverito, dovessero cooperare ad abrogare quelle leggi. Come si accôrse che i rappresentanti rimanevano duri alle sue esortazioni, si mise ad intimidirli e a corromperli. A coloro che ricusarono di cedere alle sue voglie, fu a chiare note detto, che non dovevano aspettarsi il più lieve segno della grazia sovrana. Per quanto ei fosse spilorcio, aperse e profuse i suoi tesori. Parecchi di coloro,chʼerano stati invitati a conferire con lui, uscirono dalle regie stanze con le mani piene dʼoro dato dal Re stesso.XXV. I Giudici, che a quel tempo facevano il giro ufficiale di primavera, ebbero ordine di vedere quei rappresentanti che rimanevano in provincia, e investigare i loro intendimenti. Il risultamento di tali investigazioni fu, che la grande maggioranza della Camera deʼ Comuni era risolutamente decisa ad opporsi alle misure della Corte.[236]Fra coloro la cui fermezza destò universale ammirazione, si rese notevole Arturo Herbert, fratello del Capo Giudice, rappresentante di Dover, Maestro Guardaroba e Contrammiraglio dʼInghilterra. Arturo Herbert era molto amato daʼ marinai, ed aveva voce dʼessere uno deʼ migliori ufficiali appartenenti al ceto aristocratico. Supponevasi comunemente chʼegli avrebbe di leggeri aderito alle voglie del Re, imperciocchè era non curante della religione, amante di godere e di spendere; non aveva patrimonio; i suoi impieghi gli fruttavano quattromila lire sterline lʼanno; ed era da lungo tempo annoverato tra i più fidi partigiani di Giacomo. Non per tanto, allorchè il Contrammiraglio fu condotto alle secrete stanze del suo signore e gli fu richiesta la promessa di votare contro la revoca dellʼAtto di Prova, rispose che lʼonore e la coscienza non gli consentivano di farlo. «Nessuno dubita dellʼonor vostro,» disse il Re «ma un uomo che conduce la vita come voi, non dovrebbe parlare di coscienza.» A questo rimprovero, che usciva con cattiva grazia dalle labbra del drudo di Caterina Sedley, Herbert animosamente rispose: «Io ho i miei difetti, o Sire; ma potrei nominare taluni i quali parlano di coscienza assai più di quel che io ho costume di fare, e intanto menano una vita sciolta come la mia.» Fu destituito da tutti i suoi impieghi; e i suoi conti dʼentrata e uscita come Maestro Guardaroba, furono sindacati con grande, e—come egli se ne dolse—ingiusta severità.[237]Oggimai vedevasi chiaramente, che era mestieri abbandonare la speranza dʼuna lega tra la Chiesa dʼInghilterra e quella di Roma a fine di partire tra esse gli uffici e gli emolumenti. Nullʼaltro rimaneva, che tentare una coalizione tra la Chiesa di Roma e le sètte puritane contro la Chiesa Anglicana.XXVI. Il diciottesimo giorno di marzo, il Re annunziò al Consiglio Privato il pensiero di prorogare il Parlamento sino alla fine di novembre, e concedere, di propria autorità, a tutti i suoi sudditi piena libertà di coscienza.[238]Il di quarto dʼaprile, fu promulgata la memorabile Dichiarazione dʼIndulgenza.In questa Dichiarazione, il Re significava essere suo desiderio di vedere il suo popolo rientrare in grembo di quella Chiesa alla quale egli apparteneva. Ma poichè ciò non poteva conseguirsi, annunziava chʼera suo intendimento proteggere ciascuno nel pieno esercizio della propria religione. Ripeteva tutte quelle frasi che otto anni innanzi, quando anchʼegli pativa oppressione, sʼudivano di continuo sulle sue labbra, ma che aveva cessato dʼusare fino dal giorno in cui, per un volgere di fortuna, era venuto in condizione di farsi oppressore. Diceva, essere da lungo tempo convinto, che la coscienza non doveva forzarsi; che la persecuzione tornava nociva allo incremento della popolazione e del commercio, e non conduceva mai al fine vagheggiato dal persecutore. Ripeteva la promessa, già più volte fatta e più volte violata, di volere proteggere la Chiesa dello Stato nel godimento deʼ suoi diritti. Procedeva quindi ad annullare, di propria autorità, una lunga serie di Statuti. Sospendeva tutte le leggi penali contro tutte le classi deʼ non-conformisti. Autorizzava i Cattolici Romani e i Protestanti Dissenzienti a esercitare pubblicamente il loro culto. Inibiva aʼ suoi sudditi—pena la collera sovrana—di molestare alcuna religiosa assemblea. Abrogava parimente quegli Atti che imponevano la prova religiosa come requisito ad occupare gli uffici civili e militari.[239]Che la Dichiarazione dʼIndulgenza fosse atto incostituzionale, è cosa, intorno alla quale entrambi i grandi partitiinglesi hanno sempre pienamente concordato. Chiunque sia capace di ragionare sopra una questione politica, deve intendere che un monarca competente ad emanare una simigliante dichiarazione, è niente meno che un monarca assoluto. Nè a difesa di Giacomo possono allegarsi quelle ragioni con le quali molti atti arbitrari degli Stuardi sono stati difesi o scusati. Non può dirsi chʼei sʼingannasse circa i confini della regia prerogativa, come quelli che non erano esattamente definiti. Imperciocchè è innegabile chʼegli li travarcava, non ostante che gli stesse dinanzi allo sguardo un esempio recente che in quel caso precisamente li stabiliva. Quindici anni innanzi, una Dichiarazione dʼIndulgenza era stata promulgata dal suo fratello per consiglio della Cabala. Ove cotesta Dichiarazione si paragoni con quella di Giacomo, potrebbe reputarsi modesta e cauta. La Dichiarazione di Carlo dispensava solo dalle leggi penali. La Dichiarazione di Giacomo dispensava anco da tutti gli Atti di Prova religiosa. La Dichiarazione di Carlo permetteva ai Cattolici Romani di celebrare il loro culto solamente nelle private abitazioni. Per virtù della Dichiarazione di Giacomo, essi potevano erigere e adornare i tempii, ed anche andare processionalmente lungo Fleet Street con croci, immagini e gonfaloni. E non ostante ciò, la Dichiarazione di Carlo era stata nel modo più solenne giudicata illegale. La Camera deʼ Comuni aveva deliberato, che il Re non aveva potestà di dispensare dagli Statuti nelle materie ecclesiastiche. Carlo aveva ordinato che quellʼistrumento venisse cancellato in presenza sua, aveva con le proprie mani strappato il sigillo, e con un messaggio munito della sua firma, e colle proprie labbra dal trono in pieno Parlamento, aveva chiaramente promesso ad ambe le Camere, che quellʼAtto, il quale aveva loro recato si grave offesa, non verrebbe mai considerato come esempio. Le Camere a pieni voti, tranne un solo, avevano ringraziato il Re per essersi degnato di compiacere ai desiderii loro. Non vʼè questione costituzionale che sia stata decisa con maggiore delicatezza, chiarezza ed unanimità.I difensori di Giacomo, ad escusarlo, hanno spesso allegato il giudizio della Corte del Banco del Re intorno alla querela collusivamente deposta contro Sir Eduardo Hales: ma tale argomentoè di nessun valore; imperocchè quella sentenza, come è a tutti noto, fu ottenuta da Giacomo per mezzo di sollecitazioni e di minacce, cacciando via i magistrati scrupolosi, e sostituendone altri più cortigiani. E nondimeno, quella sentenza, tuttochè dal fôro e dalla nazione venisse generalmente considerata come incostituzionale, giunse solo ad affermare, che il sovrano, per ispeciali ragioni di Stato, può glʼindividui nominatamente esentare dagli Statuti portanti incapacità. Ma nessun tribunale, di faccia alla solenne decisione parlamentare del 1673, si era arrischialo ad affermare, che il Re avesse facoltà dʼautorizzare con un solo editto tutti i suoi sudditi a disubbidire ad interi volumi di leggi.XXVII. Tali, nonostante, erano le condizioni deʼ partiti, che credevasi certo, la Dichiarazione di Giacomo, quantunque fosse il più audace degli attentati fatti dagli Stuardi contro le pubbliche libertà, dover piacere a quegli stessi cittadini, i quali avevano con più coraggio e pertinacia resistito a tutti gli altri attentati degli Stuardi contro le libertà pubbliche. Non era supponibile che il Protestante non-conformista, daʼ suoi concittadini diviso da dure leggi rigorosamente eseguile, volesse contrastare la validità dʼun decreto che lo alleggiava da insopportabili aggravi. Un osservatore pacato e filosofo avrebbe indubitatamente affermato, che nessun male derivante da tutte le leggi intolleranti fatte dai Parlamenti, era da paragonarsi a quello che sarebbe nato, ove il potere legislativo dal Parlamento fosse passato nelle mani del principe. Ma tanta pacatezza e filosofia non è da trovarsi in coloro che gemono nella sciagura, e ai quali sʼoffre la tentazione dʼessere subitamente liberati. Un teologo puritano non poteva punto negare, che la potestà di dispensare pretesa dalla Corona, era incompatibile coʼ principii fondamentali della Costituzione. Ma anderebbe forse scusato sʼegli avesse detto: Che importa a me della Costituzione? LʼAtto dʼUniformità lo aveva, in onta alle promissioni sovrane, privato di un beneficio chʼera sua proprietà, e lo aveva ridotto miserabile e dipendente. LʼAtto, chiamatoFive-Mile-Act, lo aveva bandito dalla sua abitazione, daʼ parenti, dagli amici, da quasi tutti i luoghi pubblici. Per vigore delConventicle-Act, gli erano stati tolti i beni, edegli era stato seppellito in carcere fra mezzo ai ladroni ed agli assassini. Fuori di prigione si vedeva ai fianchi gli ufficiali della giustizia; era costretto a dar la mancia alle spie perchè non lo denunciassero; passava ignominiosamente travestito, per finestre e bugigattoli onde riunirsi al proprio gregge; e versando lʼonda battesimale e amministrando il pane eucaristico, tendeva gli orecchi ansiosamente ascoltando il segno che lʼavvertisse come gli uscieri si avvicinavano. Non era egli uno scherno pretendere che un uomo in siffatta guisa oppresso patisse il martirio per gli averi e la libertà deʼ suoi spogliatori ed oppressori? La Dichiarazione, per quanto potesse sembrare dispotica ai suoi felici vicini, lo liberava da tanti mali. Egli fu chiamato ad eleggere, non tra la libertà e la schiavitù, ma fra due gioghi; ed è naturale chʼegli stimasse il giogo del Re più lieve di quello della Chiesa Anglicana.XXVIII. Mentre tali pensieri agitavansi in mente ai Dissenzienti, il partito anglicano era compreso di maraviglia e di terrore. Cotesto nuovo rivolgimento delle pubbliche cose era, a dir vero, terribile. La Casa Stuarda in lega coʼ repubblicani e coi regicidi contro i Cavalieri dʼInghilterra; il papismo in lega coʼ Puritani contro un ordinamento ecclesiastico, del quale i Puritani non querelavansi, se non che riteneva troppo deʼ riti papali: erano portenti tali da confondere tutti i calcoli degli uomini di Stato. La Chiesa doveva, adunque, essere aggredita da ogni parte; e capo della aggressione doveva essere colui che, per virtù della costituzione, era capo della Chiesa stessa. Era, quindi, naturale che rimanesse maravigliata e atterrita. E misti alla maraviglia e al terrore, destaronsi altri sinistri umori: risentimento contro lo spergiuro Principe, da essa fino allora affettuosamente servito; e rimorso delle crudeltà, a commettere le quali egli era stato complice della Chiesa, e adesso pareva dovernela punire. Ed era giusta punizione, imperocchè essa raccoglieva ciò che aveva seminato. Dopo la Restaurazione, trovandosi al più alto grado di sua potenza, non aveva ella altro spirito che vendetta. Aveva inanimati, incitati e quasi costretti gli Stuardi a rimunerare con perfida ingratitudine i recenti servigi deʼ Presbiteriani. Se nella stagione della prosperità ella si fosse interposta, comeera suo debito, a pro deʼ propri nemici, gli avrebbe ora nella sciagura trovati amici. Forse non era troppo tardi; forse poteva anche riuscire di volgere la strategia del suo infido oppressore contro lui stesso. Esisteva fra il Clero Anglicano un partito moderato, il quale era stato sempre animato da miti sentimenti verso i Protestanti Dissenzienti. Cotesto partito non era numeroso; ma sʼera reso rispettabile per lʼabilità, la dottrina, e la virtù di coloro che lo componevano. Gli alti dignitari ecclesiastici gli erano stati poco favorevoli, e i bacchettoni della scuola di Laud lo avevano senza pietà oltraggiato: ma dal giorno in cui apparve la Dichiarazione dʼIndulgenza fino a quando la potenza di Giacomo cessò dʼincutere terrore, tutta quanta la Chiesa Anglicana sembrò animata dallo spirito, e guidata dai consigli deʼ calunniati Latitudinarii.XXIX. Allora seguì, per così dire, una concorrenza al rincaro più strana dʼogni altra, di cui serbi ricordo la storia. Da una parte il Re, dallʼaltra la Chiesa, studiavano acquistarsi, ciascuno a danno dellʼaltro, i favori di coloro ad opprimere i quali, fino a quel tempo, il Re e la Chiesa erano andati dʼaccordo. I Protestanti Dissenzienti, pochi mesi innanzi, erano una classe spregiata e proscritta; adesso tenevano la bilancia del potere. La durezza usata loro venne universalmente condannata. La Corte si provò di gettare tutta la colpa sopra la gerarchia; la quale la rigettava in viso alla Corte. Il Re dichiarò dʼavere a malincuore perseguito i Separatisti, solo perchè i suoi affari erano in tali condizioni, che egli non poteva rischiarsi a spiacere al clero anglicano. Il clero protestava dʼavere avuto parte in una severità contraria alle proprie inclinazioni, solo per deferenza allʼautorità del Re. Il Re mise insieme una raccolta di storielle concernenti rettori e vicari, i quali con minacce di persecuzione avevano estorto danaro dai Protestanti Dissenzienti. Ne parlò molto e pubblicamente; minacciò dʼistituire unʼinchiesta, la quale avrebbe mostrato al mondo i parrochi nelle loro genuine sembianze: e di fatto, creò diverse Commissioni, incaricando certi agenti, deʼ quali credeva potersi fidare, dʼindagare quanta pecunia in diversi luoghi del reame gli aderenti alla religione dello Stato avevano estorta daʼ settari. I difensori della Chiesa, dallʼaltro canto, citavano esempi dionesti sacerdoti, i quali dalla Corte erano stati ripresi e minacciati per avere dal pulpito inculcata la tolleranza, e ricusato di spiare e denunziare le piccole congregazioni di Non-Conformisti. Il Re asseriva che parecchi partigiani della Chiesa Anglicana, coi quali aveva conferito in secreto, gli avevano offerte ampie concessioni a favore deʼ Cattolici, a patto che la persecuzione contro i Puritani avesse a continuare. Gli accusati partigiani della Chiesa animosamente dicevano falsa lʼaccusa, aggiungendo che ove avessero voluto consentire ciò che il Re domandava, questi avrebbe volentieri conceduto loro che si indennizzassero perseguitando e spogliando i Protestanti Dissenzienti.[240]La Corte era cangiata dʼaspetto. Lʼabito da prete non poteva mostrarvisi senza provocare gli scherni e i maliziosi bisbigli deʼ cortigiani. Le dame di Corte, invece, astenevansi di ridere, e i ciamberlani sʼinchinavano profondamente quando per la reggia vedevano il viso e il vestire deʼ Puritani, che da tanto tempo erano stati neʼ circoli del bel mondo materia di scherno. Taunton, che pel corso di due generazioni era stata il baluardo del partito delle Teste-Rotonde nelle Contrade Occidentali, che aveva due volte respinto le armi di Carlo I, che sʼera levata come un solo uomo a favore di Monmouth, e che da Kirke e da Jeffreys era stata trasmutata in macello di carne umana, sembrava avere repentinamente acquistato nel cuore del Re il posto una volta occupato da Oxford.[241]Il Re faceva forza a sè stesso, per mostrarsi lusinghevolmente cortese aʼ più egregi fraʼ Dissenzienti. A chi offerse danari, a chi uffici municipali, a chi grazie pei parenti ed amici, i quali, implicati nella congiura di Rye House o nella ribellione di Monmouth, ramingavano nel continente, o sudavano fra le piantagioni americane. Simulò perfino di consentire coʼ Puritani inglesinella cortesia che mostravano ai loro confratelli stranieri. Furono pubblicati in Edimburgo un secondo e un terzo proclama, coʼ quali considerevolmente egli slargava la futile tolleranza concessa ai presbiteriani dallo editto di febbraio.[242]I banditi Ugonotti, che il Re per molti mesi aveva guardati in cagnesco, privandoli della limosina fatta loro dalla nazione, adesso ricevevano alleggiamento e carezze. Il Consiglio emanò un ordine per destare a favor loro la pubblica liberalità. La condizione di conformarsi al culto anglicano, che il Re aveva loro imposta per ottenere parte della limosina, sembra questa volta essere stata tacitamente abrogata; e i difensori della politica del Re ebbero la sfrontatezza di affermare, che quella condizione—la quale, come risulta incontrastabilmente daʼ fatti, era stata immaginata da lui dʼaccordo con Barillon—fosse stata adottata ad istanza deʼ prelati della Chiesa Anglicana.[243]Mentre il Re in cotesto modo studiavasi di blandire i suoi antichi avversari, gli amici della Chiesa non erano meno di lui operosi. Appena vedevansi i segni di quellʼacrimonia e di quel disprezzo con che, dopo la Restaurazione, i prelati e i preti solevano trattare i settarii. Coloro che poco innanzi erano additati come scismatici o fanatici, adesso erano divenuti diletti confratelli protestanti; deboli uomini forse, ma tuttavia confratelli, i cui scrupoli meritavano pietoso compatimento. Ove essi in cotesta crisi si mostrassero sinceri alla causa della Costituzione inglese e della religione riformata, la loro generosità verrebbe tosto e largamente rimunerata. Invece di una indulgenza di nessun valore legale, ne otterrebbero una vera, assicurata con un atto del Parlamento. Anzi, molti aderenti alla Chiesa Anglicana, i quali fino allora sʼerano fatti notare per la loro inflessibile venerazione dʼogni gesto e dʼogni parola prescritta nel Libro della Preghiera Comune, dichiaravansi oramai favorevoli, non solo alla tolleranza, ma anche alla comprensione. Dicevano che la disputa intorno al vestire e allo atteggiarsi, aveva per lungo tempo diviso coloro i quali concordavano intorno ai punti essenziali della religione. Finitala lotta mortale contro il comune nemico, vedrebbero come il clero anglicano si mostrerebbe pronto a far loro ogni concessione. Se i Dissenzienti dimandassero allora ciò che è ragionevole, non solo sarebbero loro concessi gli uffici civili, ma gli ecclesiastici; e Baxter e Howe, senza macchia veruna dʼonore e di coscienza, potrebbero assidersi fra i vescovi.XXX. Fra tutti i numerosi scritti coʼ quali in quel tempo la Corte e la Chiesa ingegnavansi di trarre a sè il Puritano, che oggimai, per uno strano volgere di fortuna, era divenuto arbitro delle sorti deʼ suoi persecutori, dʼun solo è serbata fino ai dì nostri ricordanza; cioè della Lettera a un Dissenziente. In questo articoletto, tratteggiato con gran magistero, tutti gli argomenti atti a convincere un Non-Conformista comʼera di suo dovere e interesse il preferire la lega con la Chiesa alla lega con la Corte, sono condensati nel più breve spazio, con lucidissimo ordine disposti, illustrati con spiritosa vivacità, e rinvigoriti con eloquenza, la quale, ancorchè fervida e veemente, non travarca i confini del buon senso e della convenevolezza. La sensazione da esso prodotta fu immensa; imperocchè, essendo un solo foglio volante, ne furono spediti per la posta ventimila e più esemplari; e non vi fu luogo nel Regno, in cui non ne fosse sentito lo effetto. Tosto comparvero alla luce ventiquattro risposte; ma la voce pubblica le disse tutte cattive, e peggiore di tutte quella di Lestrange.[244]Il Governo ne fu fortemente irritato, e fece ogni sforzo a scoprire lo autore della Lettera; ma non fu possibile trovarne prove legali. Ad alcuni parve riconoscervi le opinioni e lo stile di Temple.[245]Ma, a dir vero, quella larghezza e acutezza di concepimento, quella vivacità di fantasia, quello stile terso ed energico, quella calma dignità, mezzo cortigiana e mezzo filosofica, non perturbata mai dalla estrema concitazione del conflitto, erano qualità appartenenti al solo Halifax.XXXI. I Dissenzienti ondeggiavano; nè vanno di ciò rimproverati, avvegnachè il Re gli alleviasse daʼ mali che essi soffrivano. Molti insigni pastori erano stati liberati dalla prigionia; altri eransi rischiati a ritornare dallo esilio. Le congregazioni che fino allora sʼerano tenute di furto e fra le tenebre, adesso ragunavansi in pieno giorno; cantavano salmi ad alta voce, tanto da farsi udire dai magistrati, daʼ sagrestani e dagli agenti di polizia. Parecchi modesti edifici per servigio del culto puritano, cominciarono a sorgere in tutta la Inghilterra. Un diligente viaggiatore potrebbe anche oggi notare la data del 1687, in alcuno deʼ più vecchi di siffatti edifici. Nondimeno, per un giudizioso Dissenziente, le profferte della Chiesa erano più accettabili di quelle fatte dal Re. La Dichiarazione era nulla al cospetto della legge. Sospendeva gli statuti penali contro i Non-Conformisti, solo finchè rimanevano sospesi i principii fondamentali della Costituzione, e lʼautorità legittima del corpo legislativo. E che era mai il valore di privilegi posseduti con tanta ignominia e con sì poca sicurezza? Il trono da un giorno allʼaltro avrebbe potuto divenire vacante, e toccare in sorte ad un Sovrano fedele osservatore della religione dello Stato. Si sarebbe potuto ragunare un Parlamento composto di credenti nella Chiesa Anglicana. Quanto, deplorabile sarebbe allora la situazione deʼ Dissenzienti, collegati coʼ Gesuiti contro la Costituzione! La Chiesa offriva una indulgenza molto differente da quella concessa da Giacomo, e valida e sacra al pari dellaMagna Carta. Ambedue i partiti avversi offrivano libertà ai Separatisti: ma lʼuno voleva che essi la comperassero col sacrifizio della libertà civile; lʼaltro glʼinvitava a godere della libertà civile e della religiosa.Per tali ragioni, quando anche si fosse potuto prestar fede alla sincerità della Corte, un Dissenziente avrebbe ragionevolmente dovuto congiungere la propria sorte con quella della Chiesa. Ma qual guarentigia della propria sincerità offriva la Corte? La condotta fino a quel tempo tenuta da Giacomo era nota a ciascuno. Per vero dire, non era impossibile che un persecutore si fosse potuto col ragionamento e con la esperienza convincere dellʼutilità della tolleranza. Ma Giacomo non asseriva dʼessersi pur allora convinto: allʼincontro, nonlasciava sfuggire nessuna occasione per protestare come egli da molti anni per principio abborrisse da ogni intolleranza. E nulladimeno, in pochi mesi, aveva perseguitato a morte uomini, donne, giovinette, per la loro religione. Aveva egli agito contro la evidenza e le proprie convinzioni? O adesso mentiva per calcolo? Da questo dilemma non vʼera modo a svincolarsi; ed ambedue le supposizioni erano fatali alla pretesa onestà del Re. Era parimente manifesto, chʼegli sʼera compiutamente sottoposto ai Gesuiti. Solo pochi giorni innanzi la pubblicazione della Indulgenza, la Società di Gesù era stata da lui onorata, malgrado i ben noti desiderii della Santa Sede, con un nuovo segno di fiducia ed approvazione. Il Padre Mansueto, dellʼOrdine deʼ Francescani, suo confessore, riverito da tutti per la sua indole dolce e per la sua vita irreprensibile, ma da lungo tempo in odio a Tyrconnel e Petre, era stato posto da parte. Il posto vacante era stato dato ad un Inglese, di nome Warner, il quale, apostatando dalla religione del proprio paese, erasi fatto Gesuita. Tale nomina non fu punto gradevole ai Cattolici Romani moderati ed al Nunzio; e da ogni protestante venne considerata come prova dello assoluto predominio deʼ Gesuiti sullʼanimo del Re.[246]Siano quante si vogliano le lodi alle quali queʼ reverendi possano giustamente pretendere, gli stessi adulatori non potrebbero loro attribuire le qualità di largamente liberali o rigorosamente veraci. Che, trattandosi dello interesse dellʼordine, non avessero mai avuto scrupoli a chiamare in loro aiuto la spada deʼ Principi, o violare il vero e la buona fede, era stato asserito al cospetto del mondo, non solo daʼ protestanti loro accusatori, ma da uomini altresì della cui virtù e del cui genio gloriavasi la Chiesa di Roma. Era incredibile che un cieco discepolo deʼ Gesuiti, per principio fosse zelante della libertà di coscienza; ma non era nè incredibile nè improbabile chʼegli si reputasse giustificato, dissimulando i propri veri sentimenti, onde rendere servigio alla propria vera religione. Era certo che il Re in cuor suo gli Anglicani preferiva ai Puritani. Era certo parimente, chementre aveva speranza di trarre al suo partito i credenti della Chiesa dʼInghilterra, non sʼera menomamente mostrato cortese verso i Puritani. Poteva, adunque, dubitarsi, che ove gli Anglicani si fossero anche allora arresi ai suoi desiderii, non avrebbe volentieri sacrificato i Puritani? Per la parola da lui più volte data, ei non sʼera astenuto dallo invadere i diritti legittimi di quel clero, il quale aveva date cotante prove di affetto e di fedeltà verso la casa di lui. Di qual sicurtà sarebbe adunque la sua parola alle sètte che da lui divideva la rimembranza di mille imperdonabili ferite fatte e ricevute?XXXII. Calmato il primo concitamento, prodotto dalla promulgazione della Indulgenza, eʼ parve che una rottura avesse avuto luogo nel partito puritano. La minoranza, capitanata da pochi faccendieri che difettavano di senno e miravano al proprio interesse, sosteneva il Re. Enrico Care, il quale da gran tempo era stato il più acre ed indefesso articolista deʼ Non-Conformisti, e neʼ giorni della Congiura Papale aveva osteggiato Giacomo con estremo furore in un Giornale settimanale dettoPacco di Notizie da Roma, adesso alzava la voce ad adulare, come lʼaveva già alzata a vomitare calunnie ed insulti.[247]Lo agente precipuo adoperato dal Governo a raggirare i Presbiteriani, era Vincenzo Alsop, teologo di qualche riputazione, e come predicatore e come scrittore. Il suo figliuolo, che era incorso nelle pene comminate aʼ rei di crimenlese, ottenne la grazia; e in tal guisa il padre adoperò tutta la propria influenza a pro della Corte.[248]Con Alsop si congiunse Tommaso Rosewell. Costui, mentre infuriava la persecuzione contro i Dissenzienti dopo la scoperta della Congiura di Rye House, era stato falsamente accusato di avere predicato contro il Governo, era stato processato da Jeffreys, e in onta alla evidenza deʼ fatti, convinto daʼ giurati corrotti e dannato a morte. La ingiustizia della sentenza era sì enorme, che gli stessi cortigiani ne vergognarono. Un gentiluomoTory che era stato presente al processo, corse di subito a Carlo, dichiarando che la testa del suddito più leale in Inghilterra non sarebbe più in sicuro, qualora Rosewell venisse punito. Gli stessi giurati punse il rimorso quando ripensarono sopra ciò che avevano fatto, e sforzaronsi di salvare la vita a quel misero. In fine, egli ottenne perdono, ma a patto di dare una forte cauzione di buona condotta per tutta la vita, e di presentarsi periodicamente al Banco della Corte del Re. Oggimai per volere del Re fu liberato da cotesto carico; e in tal modo divenne partigiano della Corte.[249]Lo incarico di trarre al partito della Corte glʼindipendenti, venne affidato ad uno deʼ loro ministri, chiamato Stefano Lobb. Lobb era uomo debole, violento ed ambizioso. Sʼera spinto tanto oltre nella opposizione, chʼera stato nominatamente proscritto in parecchi editti. Adesso si rappacificò col Governo, e trascese tanto a mostrarsi servile, quanto aveva trasceso a mostrarsi fazioso. Si collegò con la cabala gesuitica, e caldamente suggerì cose, dalle quali abborrivano i più savi ed onesti Cattolici Romani. Fu notato come egli di continuo fosse in palazzo, e spesso nelle secrete stanze del Re; come menasse una vita splendida, alla quale i teologi puritani erano poco assuefatti; e fosse perpetuamente circondato da sollecitatori, imploranti protezione ad ottenere grazie od uffici.[250]XXXIII. Con Lobb era in grande intimità Guglielmo Penn. Penn non era stato mai uomo di vigoroso intelletto. La vita da lui per due anni menata, gli aveva non poco guasto il senso morale; e se la coscienza mai gli rimordesse, confortavasi pensando di tendere a buono e nobile scopo, e di non ricevere paga in danaro peʼ propri servigii.Per influenza di questi, e dʼaltri uomini meno cospicui, diverse corporazioni di Dissenzienti presentarono al Re indirizzi in rendimento di grazie. Gli scrittori Tory hanno dirittamente notato, che il linguaggio di cotesti scritti era così disgustevolmente servile, come qualunque altra cosa che possatrovarsi neʼ più ampollosi elogi che i Vescovi facevano degli Stuardi. Ma, diligentemente esaminando, è agevole accorgersi che tale vergogna pesa sopra pochi del partito puritano. Non vʼera città di mercato in Inghilterra, in cui non fosse almeno un nucleo di Separatisti. Non fu trascurato sforzo veruno per indurli a ringraziare il Re della largita Indulgenza. Lettere circolari, con preghiera di firmarle, correvano per ogni angolo del Regno, in tanto numero, che le valigie postali—come scherzevolmente dicevasi—erano troppo gravi per essere trasportate dai cavalli da posta. E nulladimeno, tutti glʼindirizzi che poteronsi ottenere da tutti i Presbiteriani, Indipendenti e Battisti, sparsi per la Inghilterra, non giunsero, in sei mesi, al numero di sessanta; nè vʼè ragione a credere che fossero muniti di numerose firme.[251]XXXIV. La massima parte deʼ protestanti non-conformisti, con fermezza aderenti alla libertà civile, e non fidenti nelle promesse del Re e deʼ Gesuiti, immutabilmente ricusarono di rendere grazie per un favore, il quale, come bene poteva auspicarsi, nascondeva una trama. Così pensavano tutti i più illustri capi di quel partito. Uno di essi era Baxter. Secondo che abbiamo osservato, era stato processato tosto dopo lʼascensione di Giacomo al trono; era stato brutalmente insultato da Jeffreys, e convinto da giurati, quali in queʼ tempi gli Sceriffi cortigiani avevano costume di scegliere. Baxter da circa un anno e mezzo era rimasto in carcere, allorquando la Corte cominciò seriamente a pensare di collegarsi coi non-conformisti. Non solo gli fu data libertà, ma gli venne detto che ove volesse abitare in Londra, poteva farlo, senza temere che la legge chiamataFive-Act-Milegli fosse applicata. Il Governo forse sperava che la rimembranza deʼ mali sofferti, e il sentimento del conseguito riposo, avrebbe in lui prodotto il medesimo effetto che destò in Rosewell e Lobb. Vana speranza! perocchè Baxter non era uomo da lasciarsi ingannare o corrompere. Ricusò di firmare qualunque indirizzo per rendere al Sovrano grazie della compartita Indulgenza, e adoperò tutta lʼautorità sua a promuovere la concordia tra la Chiesa e i Presbiteriani.[252]Se vi fu uomo daʼ Protestanti Dissenzienti maggiormente stimato di Baxter, egli era Giovanni Howe. Ad Howe, come a Baxter, tornava personalmente utile il mutamento nella politica pur allora seguito. La tirannide stessa la quale aveva sepolto Baxter in carcere, aveva cacciato Howe in bando; e tosto dopo che Baxter era stato tratto fuori della prigione del Banco del Re, Howe da Utrecht ritornava in Inghilterra. Aspettavasi a Whitehall, che Howe adoperasse a beneficio della Corte tutta lʼautorità chʼegli esercitava sopra i suoi confratelli. Il Re stesso condiscese a chiedere il soccorso del suddito da lui già oppresso. Eʼ sembra che Howe tentennasse; ma gli Hampden, ai quali era vincolato di stretta amistanza, lo mantennero fermamente fedele alla causa della Costituzione. Una ragunanza di ministri presbiteriani fu tenuta in sua casa, onde considerare le condizioni deʼ tempi, e stabilire il cammino da prendersi. La Corte era ansiosa di conoscerne il risultamento. Due messi regii erano presenti alla discussione, e recarono la trista nuova, che Howe sʼera dichiarato decisamente avverso alla potestà di dispensare, e, dopo lunghe dispute, aveva tratto alla propria opinione la maggioranza della assemblea.[253]XXXV. Ai nomi di Baxter e di Howe è dʼuopo aggiungere quello di un uomo loro inferiore e per grado sociale e per istruzione, ma uguale per virtù, e superiore per ingegno; voglio dire Giovanni Bunyan. Aveva esercitato il mestiere di calderaio, e servito come semplice soldato nello esercito parlamentare. Ancora nel fiore degli anni, sʼera sentito torturare dal rimorso pei peccati della sua gioventù, il più grave deʼ quali sembra essere stato di quelli che il mondo reputa veniali. Un vivo sentire e una potente immaginazione rendevano nel cuor suo singolarmente terribile il conflitto. Gli pareva dʼessere colpito da una sentenza di riprovazione, dʼavere bestemmiato contro lo Spirito Santo, dʼavere venduto Cristo, di essere ossesso dal demonio. Ora udiva alte voci dal cielo che lo ammonivano; ora si sentiva dalle furie infernali susurrare agli orecchi empi consigli. Gli apparivano visioni di lontanemontagne sopra le cui cime il sole mandava coruschi i suoi raggi; ma dalle quali egli era diviso da un vasto deserto di neve. Sentiva dietro le spalle il demonio tirarlo per gli abiti. Pensava portare impresso sulla fronte il segno di Caino. Temeva dʼesser presso a scoppiare al pari di Giuda. La tortura della mente gli rovinò la salute. Un giorno, dibattevasi come uomo colpito da paralisi. Un altro, ei si sentiva ardere in petto un vivo fuoco. Torna difficile lo intendere in che guisa egli potesse sopravvivere a uno strazio sì forte e sì lungo. In fine, squarciaronsi le nubi che gli ottenebravano la mente. Dal fondo della disperazione, il penitente innalzossi a uno stato di calma beata. Adesso sentivasi tratto da irresistibile impulso ad impartire agli altri la beatitudine chʼegli godeva.[254]Si aggregò ai Battisti, e divenne predicatore e scrittore. La sua educazione era stata quella dʼun artigiano. Non sapeva altra lingua che la inglese, così come era parlata dal volgo. Non aveva studiato nessuno insigne modello di scrivere, ad eccezione—eccezione, a dir vero, importantissima—della nostra egregia versione della Bibbia. Scriveva con cattiva ortografia. Commetteva di frequente errori grammaticali. Nulladimeno, la innata forza del genio e la esperienza di tutte le passioni religiose, dalla disperazione fino allʼestasi, supplivano in lui abbondantemente al difetto della dottrina. La sua rozza eloquenza concitava e faceva stemperare in lacrime coloro che ascoltavano svogliatamente gli elaborati discorsi di grandi filosofi ed ebraisti. I suoi scritti erano grandemente popolari nelle infime classi. Uno di essi, intitolato il Viaggio del Pellegrino, venne, vivente ancora lʼautore, tradotto in varie lingue straniere. E non per tanto, era pressochè sconosciuto agli uomini dotti e culti; e da quasi un secolo formava il diletto deʼ pii abitatori delle capanne e degli artigiani, innanzi che venisse pubblicamente commendato da alcuno letterato eminente. Alla perfine, i critici sʼindussero a ricercare dove giacesse il segreto dʼuna popolarità cotanto ampia e durevole; e furono costretti a confessare, che la ignorante moltitudine aveva giudicato più dirittamente dei dotti, e che lo spregiato libercolo era veramente un capolavoro. Bunyan, per certo, è il primo degliscrittori dʼAllegorie, come Demostene è il primo degli oratori, e Shakespeare il primo deʼ poeti drammatici. Altri allegoristi hanno fatto prova di uguale ingegno; ma a nessun altro di loro è mai riuscito di toccare il cuore, e trasmutare in astrazioni oggetti di terrore, di pietà e dʼaffetto.[255]Mal potrebbe dirsi che alcun Dissenziente inglese avesse più di Giovanni Bunyan provato il rigore delle leggi penali. Deʼ ventisette anni corsi dopo la Restaurazione, ne aveva passati dodici in carcere. Persisteva a predicare, ma gli era uopo travestirsi da carrettiere. Spesso veniva introdotto nelle ragunanze per qualche uscio segreto, con la casacca sur una spalla e la frusta in mano. Se avesse pensato alla salvezza ed agli agi suoi, avrebbe plaudito alla pubblicazione della Indulgenza. Adesso, in fine, gli era dato liberamente pregare e predicare di pieno giorno. Il suo uditorio sʼandava rapidamente accrescendo; migliaia di cuori pendevano dallo sue labbra; e in Bedford, dove egli dʼordinario stanziava, furono raccolti in abbondanza danari a edificare una sala dʼadunanza. Lʼautorità di lui sul basso popolo era tanta, che il Governo volentieri gli avrebbe dato qualche ufficio municipale: ma il suo vigoroso intendimento e il suo robusto animo inglese resistettero contro ogni tentazione ed inganno. Vedeva chiaramente come la concessa tolleranza altro non fosse che un amo per trarre alla rovina il partito puritano; nè accettando un ufficio, a conseguire il quale egli non aveva i requisiti legali, voleva riconoscere la validità della potestà di dispensare. Uno degli ultimi atti della gloriosa sua vita fu di ricusare un convegno al quale ei venne invitato da un agente del Governo.[256]XXXVI. Per quanto grande fosse fraʼ Battisti lʼautorità di Bunyan, quella di Guglielmo Kiffin era anco maggiore. Kiffin era primo tra loro e per ricchezze e per grado. Avevacostume di compartire nelle loro ragunanze i suoi doni spirituali; ma non sosteneva la vita con la predicazione. Conduceva esteso traffico; aveva gran credito nella Borsa di Londra; ed aveva accumulato un gran patrimonio. Forse in quella occasione non vʼera uomo che potesse rendere alla Corte maggiori servigi. Ma tra lui e la Corte stava la rimembranza dʼun terribile fatto. Egli era lʼavo deʼ due Hewling, queʼ prestanti giovani, i quali, fra tutte le vittime del Tribunale di Sangue, erano stati i più universalmente compianti. Della trista sorte di uno di loro, Giacomo era in guisa speciale responsabile. Jeffreys aveva differita la esecuzione della sentenza pel minore deʼ fratelli. La sorella del malarrivato giovane era stata introdotta da Churchill al cospetto di Giacomo, ed aveva implorata mercè; ma il cuore del Re era rimasto duro come un macigno. Grande, a tanta sciagura, era stato il dolore della famiglia; ma Kiffin era colui che destava più compassione. Aveva settanta anni di età allorquando rimase deserto e superstite a coloro che dovevano chiudergli i moribondi lumi. Gli adulatori venali e senza cuore di Whitehall, da sè giudicando gli altri, pensavano che il venerando vecchio si sarebbe agevolmente riconciliato, ove il Re gli gittasse sulle spalle la veste di Aldermanno, e gli desse qualche compensazione pecuniaria pei beni confiscati ai nepoti. Penn ebbe incarico di sedurlo, ma invano. Giacomo volle provare quale effetto produrrebbero le regie blandizie. Kiffin fu chiamato a palazzo. Vi trovò una eletta brigata di nobili e di gentiluomini. Appena egli comparve, il Re gli si fece incontro volgendogli graziose parole, e concluse: «Io ho notato il vostro nome, signore Kiffin, nella lista degli Aldermanni di Londra.» Il vegliardo fisse gli occhi negli occhi del Re, e dando in uno scoppio di pianto, rispose: «Sire, io son logoro affatto: mi sento inetto a servire Vostra Maestà o la Città. Ahi! Sire, la morte delle mie povere creature mi ha trafitto il cuore. La ferita mi sanguina più che mai, e la porterò meco sotterra.» Il Re per un istante ammutolì confuso; poi disse: «Signore Kiffin, troverò io un balsamo a cotesta piaga.» Certamente Giacomo non intendeva dire cosa crudele o insolente; allʼopposto eʼ sembra che fosse, contro lʼusato, di modi dolci e cortesi. Nondimeno, la storianon rammenta parole uscitegli dal labbro, che, al pari delle poche riferite, porgano più sinistra idea del suo carattere. Sono parole dʼun uomo di cuor duro e di mente abietta, inetto a concepire che vʼhanno dolori, a mitigare i quali non valgono nè pensioni nè onorificenze dʼuffici.[257]La parte deʼ Dissidenti favorevoli alla nuova politica del Re, se in prima era poco numerosa, tosto cominciò a scemare; imperciocchè i Non-Conformisti non guari dopo sʼaccôrsero che la Indulgenza aveva ristretto più presto che esteso i loro privilegi spirituali. La precipua caratteristica del Puritano era lo abborrimento deʼ riti della Chiesa di Roma. Egli aveva abbandonata la Chiesa Anglicana, perocchè stimava chʼessa somigliasse molto alla sua superba e voluttuosa sorella, la maliarda dalla coppa dʼoro e dal manto di porpora. Adesso vedeva che una delle condizioni implicite di quella colleganza, da parecchi deʼ suoi pastori fatta con la Corte, era che la religione della Corte dovesse essere trattata con rispetto e dolcezza. Sentì quindi amaro desio deʼ giorni della persecuzione. Mentre erano in vigore le leggi penali, egli aveva ascoltata la parola di vita furtivamente e con suo pericolo: ma tuttavia lʼaveva ascoltata. Quando i confratelli ragunavansi nella più secreta stanza, quando le scolte erano ai posti loro, le porte ben chiuse, e il predicatore, travestito da macellaio o da vetturino, sʼera introdotto su peʼ tetti, allora almeno poteva adorare Dio secondo il vero culto. La verità divina non era minimamente taciuta o timidamente espressa per umani riguardi. Tutte le dottrine distintive della teologia puritana erano pienamente, e perfino con modi rozzi, significate. Alla Chiesa di Roma non usavasi punto indulgenza. La Bestia, lo Anticristo, lʼUomo del Peccato, la mistica Jezabelle, la mistica Babilonia, erano le frasi ordinariamente adoperate a descrivere quella augusta e incantevole superstizione. In siffatto modo avevano favellato un tempo Alsop, Lobb, Rosewell ed altri ministri, i quali erano stati poco innanzi accolti nella reggia; ma così più non favellavano. Teologi che avevano in animo di conseguire la grazia e la fiducia del Re, non potevanorischiarsi a parlare aspramente della religione del Re. Le congregazioni per ciò altamente, dolevansi, che dopo promulgata la Dichiarazione che pretendeva dar loro piena libertà di coscienza, non avevano mai più udito predicare fedelmente e con franchezza il Vangelo. Per lo innanzi erano stati costretti a procacciarsi di furto il cibo spirituale; ma avutolo, lo trovavano condito a seconda del gusto loro. Adesso potevano liberamente cibarsi; ma quel cibo aveva perduto tutto il suo sapore. Adunavansi di giorno e dentro comodi edifici; ma udivano discorsi meno soddisfacenti di quelli che avrebbero udito daʼ rettori anglicani. Nella chiesa parrocchiale il culto e la idolatria di Roma venivano ogni domenica energicamente riprovati; ma nella sala dellʼadunanza, il pastore che pochi mesi prima aveva vituperato il clero anglicano quasi al pari deʼ papisti, adesso con gran cura astenevasi dal biasimare il papismo, o esprimeva quel biasimo con parole sì delicate, da non offendere nè anche le orecchie di Padre Petre. Nè era possibile addurre ragione plausibile a giustificare siffatto mutamento. Le dottrine cattoliche romane non avevano patita la minima variazione. A memoria dʼuomo vivente, i preti cattolici romani non erano stati mai cotanto operosi a fare proseliti; non erano mai usciti daʼ torchi tanti scritti cattolici romani; tutti coloro, ai quali importavano le cose di religione, non avevano mai con tanto calore atteso al conflitto tra i Cattolici Romani e i Presbiteriani. Che poteva pensarsi della sincerità di teologi i quali non sʼerano mai stanchi di irridere al papismo, quando esso era comparativamente innocuo e privo di soccorso, e che adesso, giunto il tempo di vero pericolo per la fede riformata, schivavano studiosamente di profferire una sola parola offensiva contro un Gesuita? La loro condotta di leggeri spiegavasi. Era noto che parecchi di loro avevano ottenuto il perdono. Sospettavasi che altri avessero ricevuto danari. Il loro modello poteva trovarsi in quel debole apostolo, il quale, vinto dalla paura, rinnegò il Maestro, cui aveva pur dianzi giurato immutabile affetto; e in quellʼaltro apostolo più vigliacco, che vendè il proprio Signore per un pugno di monete.[258]In cotal modo i ministri Dissenzienti i quali sʼerano dati alla Corte, andavano rapidamente perdendo lʼautorità da essi un dì esercitata sopra i loro confratelli. Dallʼaltra banda, i settari sentivansi tratti da un forte sentimento religioso verso queʼ prelati e preti della Chiesa Anglicana, i quali, in onta aʼ comandamenti, alle minacce, alle promesse del Re, facevano ostinata guerra alla Chiesa di Roma. Gli Anglicani e i Puritani, sì lungamente divisi da nimistà mortale, si venivano sempre più ravvicinando, ed ogni passo che facevano verso lʼunione, accresceva la influenza di colui che era capo dʼentrambi. Guglielmo, per ogni rispetto, era lʼuomo adatto a fare la parte di mediatore tra questi due grandi partiti della nazione inglese. Non poteva dirsi aderente nè allʼuno nè allʼaltro. Nondimeno, nessuno di quelli, non traviando dalla ragione, poteva non considerarlo come amico. Il suo sistema teologico concordava con quello deʼ Puritani. Nel tempo stesso, ei reputava lo episcopato, non quale istituzione divina, ma qual forma veramente legale ed utile di Governo ecclesiastico. Le questioni di gesti, di vestimenti, di feste, di liturgie, egli considerava come di nessuna importanza. Avrebbe meglio gradito un culto più semplice, e simile a quello al quale fin da fanciullo egli era assuefatto. Ma era apparecchiato ad uniformarsi a qualunque rituale fosse stato accetto alla nazione; e solo insisteva che altri non pretendesse dovere egli perseguitare i suoi confratelli protestanti aʼ quali la coscienza non consentiva di seguire lo esempio di lui. Due anni innanzi, i numerosi bacchettoni di ambe le sètte lo avrebbero giudicato un pretto Laodiceo, nè caldo nè freddo, e solo degno dʼessere respinto. Ma lo zelo che aveva già infiammato gli Anglicani contro i Dissenzienti, e i Dissenzienti contro gli Anglicani, sʼera talmente mitigato nella avversità e nel pericolo comuni, che la tiepidezza, un tempo attribuita a Guglielmo come un delitto, oggimai veniva annoverata fra le precipue virtù sue.XXXVII. Tutti erano ansiosi di sapere ciò che egli pensasse intorno alla Dichiarazione dʼIndulgenza. Per qualche tempo, in Whitehall speravasi che, pel suo ben noto rispetto verso i diritti della coscienza, egli si sarebbe almeno astenutodal disapprovare pubblicamente una politica che aveva una speciosa apparenza di liberalità. Penn spedì in gran copia disquisizioni allʼAja, e perfino ci andò da sè, sperando nessuno resisterebbe alla sua eloquenza, della quale egli aveva alto concetto. Ma, comunque arringasse intorno al subietto con una facondia tale da stancare i suoi uditori, e comecchè assicurasse dʼessergli stato rivelato da un uomo al quale era concesso di conversare con gli angioli, lo approssimarsi di una età dʼoro per la libertà religiosa, non fece la menoma impressione sopra lʼanimo del principe.[259]«Voi mi chiedete» disse Guglielmo ad uno degli agenti del Re «di secondare una guerra contro la mia propria religione. Io non posso con sicurtà di coscienza farlo, e nol farò, no, nè anche per la Corona dʼInghilterra, nè per lo impero del mondo.» Tali parole vennero ridette al Re, e grandemente lo perturbarono.[260]Scrisse di propria mano urgentissime lettere. Talvolta usò il tono dʼun uomo offeso. Egli era il capo della famiglia reale, e come tale aveva diritto dʼesigere obbedienza daʼ membri di quella; e gli tornava duro vedersi avversato nella cosa che gli stava più a cuore. Altra volta, adoperando una seduzione, alla quale credevano Guglielmo non potere resistere, gli fu fatto sapere, che ove egli cedesse in cotesto solo punto, il Governo inglese in ricompensa lo avrebbe con tutte le sue forze aiutato nella lotta contro la Francia. Ma non era uomo da lasciarsi cogliere alla rete. Bene sapeva che Giacomo, senza il concorso del Parlamento, non avrebbe in guisa alcuna potuto rendere efficaci servigi alla causa comune a tutta lʼEuropa; e non era dubbio, che ove venisse ragunato il Parlamento, ambedue le Camere avrebbero, prima dʼogni altra cosa, chiesta lʼabrogazione della Indulgenza.La Principessa assenti a tutto ciò che le fu detto dal marito.I loro concordi pareri, espressi con parole ferme, ma temperate, furono comunicati al Re. Dichiaravano, profondamente rincrescere loro il cammino nel quale la Maestà Sua erasi messa: esser convinti, aver egli usurpata una prerogativa che per legge non gli apparteneva: contro siffatta usurpazione protestare, non solo come amici alla libertà civile, ma come membri della regale famiglia, i quali avevano grande interesse a mantenere i diritti di quella Corona che un giorno essi avrebbero forse portato; imperocchè erasi per esperienza veduto, come in Inghilterra il governo dispotico non potesse mancare di far nascere una reazione più perniciosa dello stesso dispotismo; e poteva ragionevolmente temersi, che la nazione impaurita ed esacerbata dalla minaccia della tirannide, potrebbe prendere a schifo anco la monarchia costituzionale. E però consigliavano il Re di governare il paese secondo lo leggi. Ammettevano, la legge potersi variare in meglio dalla autorità competente, e alcuni articoli della Dichiarazione meritare dʼessere formulati in un Atto di Parlamento. Aggiungevano, chʼessi non erano persecutori, e avrebbero quindi con satisfazione veduto i Protestanti Dissenzienti alleggiati, ma con modo convenevole, da tutti gli statuti penali: avrebbero, con pari satisfazione, veduto ammetterli, ma con modo egualmente convenevole, agli uffici civili. Quivi era dʼuopo alle Altezze Loro fermarsi; imperciocchè non potevano non temere grandemente, che se i Cattolici Romani venissero dichiarati capaci ad occupare impieghi di pubblica fiducia, gravissimi mali ne nascerebbero; e lasciavano senza ambiguità intendere, che tali timori originavano precipuamente dalla condotta di Giacomo.[261]XXXVIII. La opinione manifestata dal Principe e dalla Principessa intorno alle incapacità che gravavano i Cattolici Romani, era quella di quasi tutti gli uomini di Stato e i filosofi che allora erano zelanti della libertà politica e religiosa. Nella età nostra, allʼincontro, gli uomini illuminati hanno soventi volte con rincrescimento asserito, che in cotesto subietto Guglielmo sembra minore, ove si agguagli al suo suocero. Vero è che alcune considerazioni necessarie a rettamente giudicare, sono sfuggite alla mente di molti scrittori del secolo decimonono.

Due illustri scrittori, Samuele Johnson e Gualtiero Scott, hanno fatto ogni sforzo per persuadere sè ed altrui, che cotesta memorabile conversione fosse sincera. Era cosa naturale che volessero cancellare una macchia disonorevole dalla memoria dʼun ingegno da essi giustamente ammirato, e col quale concordavano rispetto ad opinioni politiche; ma lo storico imparziale è uopo che pronunci un giudizio assai dal loro differente. Vi sarà sempre forte presunzione contro la sincerità dʼuna conversione ogni qualvolta riesca a utile del convertito. Nel caso di Dryden, non vi ha nulla che contrappesi siffatta presunzione. I suoi scritti teologici provano ad esuberanza chʼegli non si studiò mai con diligenza ed amore di imparare il vero, e che le sue nozioni intorno alla Chiesa abbandonata e alla Chiesa abbracciata da lui, erano superficialissime. Nè la sua condotta dopo la conversione, fu quella dʼun uomo da un profondo senso deʼ propri doveri costretto a fare un così solenne passo. Ove egli fosse stato tale, la medesima convinzione che lo aveva condotto ad abbracciare la Chiesa di Roma,gli avrebbe certo impedito di violare gravemente e per abitudine i precetti da quella Chiesa, come da ogni altra società cristiana, riconosciuti obbligatorii. Tra i suoi scritti precedenti e traʼ susseguenti alla sua conversione, vi sarebbe stata notevole diversità. Avrebbe sentito rimorso deʼ suoi trenta anni di vita letteraria, durante i quali egli aveva sistematicamente adoperata la sua rara potenza di linguaggio e di versificazione a corrompere il pubblico. Dalla sua penna non sarebbe uscita, da quellʼora in poi, una sola parola tendente a rendere spregevole la virtù, e ad infiammare le licenziose passioni. Ed è sventuratamente vero, che i drammi da lui scritti dopo la sua pretesa conversione, non sono punto meno impuri o profani di quelli della sua giovinezza. Anche traducendo, scostavasi dai suoi originali per andare in cerca dʼimmagini, che, ove le avesse trovate negli originali stessi, avrebbe dovuto schivare. Ciò che in quelli era cattivo, nelle sue versioni diventava peggiore; ciò che era puro, passando nella sua mente, contraeva qualche macchia. Le più grossolane satire di Giovenale egli rese più riprovevoli; inserì descrizioni lascive nelle Novelle di Boccaccio; e corruppe la dolce e limpida poesia delle Georgiche con lordure che avrebbero stomacato Virgilio.XXI. Lo aiuto di Dryden fu accolto con gioia da quei teologi cattolici romani, i quali con difficoltà sostenevano un conflitto contro i più illustri ingegni della Chiesa Stabilita. Non potevano non riconoscere il fatto, che il loro stile, sfigurato da barbarismi contratti in Roma e in Doaggio, faceva meschina figura in paragone della eloquenza di Tillotson e Sherlock. Per lo che, pareva loro non essere lieve acquisto la cooperazione del più grande scrittore vivente dellʼidioma inglese. Il primo servigio che a lui fu chiesto in prezzo della sua pensione, fu di difendere in prosa la sua Chiesa contro Stillingfleet. Ma lʼarte di dir bene le cose diventa inutile ad un uomo che non abbia nulla da dire; e tale era il caso di Dryden. Vide come egli non valesse a sostenere il combattimento con un uomo da lunghi anni assuefatto a maneggiare le armi della controversia. Il battagliere veterano disarmò il novizio, gli inflisse qualche ferita di dispregio, e si volse contro più formidabili combattenti. Dryden allora impugnò unʼarma, nellaquale non era agevole trovare chi potesse vincerlo. Si ritrasse alcun tempo dal trambusto deʼ caffè e deʼ teatri per rinchiudersi in un quieto luogo nella Contea di Huntingdon, ed ivi compose con insolita cura e fatica il suo celebre poema intorno ai punti disputati tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra. Rappresentò la Romana sotto la similitudine dʼuna candida cerva, sempre in pericolo di morte, e nondimeno destinata a non morire. Le belve della foresta congiuravano a spegnerla. Il Tremante coniglio, a dir vero, si teneva strettamente neutrale; ma la volpe Sociniana, il lupo Presbiteriano, lʼorso Indipendente, il cignale Anabattista, avventavano sguardi feroci alla intemerata creatura. Nondimeno ella poteva rischiarsi a bere insieme con loro alla fonte comune sotto la protezione del leone Regale. La Chiesa Anglicana era significata dalla pantera con la pelle macchiata, ma bella, anco troppo bella per bestia da preda. La cerva e la pantera, egualmente esose al feroce popolo della foresta, si ritrassero da parte per ragionare intorno al pericolo comune. Quindi seguitarono a discutere intorno ai punti delle loro differenze, e dimenando le code e leccandosi le ganasce, tennero un lungo colloquio sopra la presenza reale, lʼautorità deʼ papi e deʼ concili, le leggi penali, lʼAtto di Prova, gli spergiuri dʼOates, i servigi resi da Butler, benchè non ricompensati, al partito deʼ Cavalieri, i libercoli di Stillingfleet, e le ampie spalle e i fortunati negozi matrimoniali di Burnet.Lʼassurdità di questo poetico disegno è manifestissima. E in vero, cosiffatta allegoria non poteva regolarmente procedere oltre a dieci versi. Non vʼè magistero di forma che possa servire di compenso agli errori di un tal disegno. E nulladimeno, la Favola della Cerva e della Pantera è senza verun dubbio la produzione più pregevole della letteratura inglese del breve e torbido regno di Giacomo II. In nessuna delle opere di Dryden si potrebbero trovare brani più patetici e splendidi, maggior pieghevolezza ed energia di stile, e più piacevole e variata armonia.Il poema comparve alla luce con ogni vantaggio che la regia protezione potesse impartire. Una magnifica edizione ne fu fatta per la Scozia nella tipografia cattolica romana di HolyroodHouse. Ma le genti non erano in umore da lasciarsi ammaliare dal lucido stile e dagli armoniosi versi dello apostata. Il disgusto eccitato dalla sua venalità, il timore eccitato dalla politica di cui egli sʼera fatto panegirista, non erano cose da cantarsi per addormentare le menti. Il pubblico fu infiammato di giustissimo sdegno da coloro cui gli scherni del poeta scottavano, e da coloro che erano invidi della sua rinomanza. Non ostante le restrizioni che avvincolavano la stampa, ogni giorno apparivano satire intorno alla vita e agli scritti di lui. Ora lo chiamavano Bayes, ora il Poeta Squab. Gli rammentavano come in gioventù avesse tributato alla Casa di Cromwell le medesime servili lusinghe le quali egli adesso tributava alla Casa degli Stuardi. Alcuni deʼ suoi avversari maliziosamente ristamparono i versi pieni di sarcasmo già da lui scritti contro il papismo, allorquando non gli avrebbe nulla giovato lʼessere papista. Tra i molti componimenti satirici venuti alla luce in tale occasione, il più notevole fu opera di due giovani, i quali di recente avevano compiti i loro studi in Cambridge, ed erano stati accolti come novizi di belle speranze neʼ caffè letterari di Londra; voglio dire Carlo Montague e Matteo Prior. Montague era di nobile schiatta; la origine di Prior era talmente oscura, che nessun biografo ha potuto rinvenirla: entrambi poscia giunsero in alto; entrambi allo amore delle lettere congiungevano arte mirabile in quella specie dʼaffari di che i letterati generalmente sentono disgusto. Tra i cinquanta poeti deʼ quali Johnson ha scritto le vite, Montague e Prior sono i soli che avessero profonda conoscenza del commercio e delle finanze. Non andò guari, e presero vie lʼuna dallʼaltra diverse. La loro giovanile amicizia si sciolse. Uno di loro divenne capo del partito Whig, e fu processato dai Tory. Allʼaltro furono affidati tutti i misteri della diplomazia deʼ Tory, e fu lungamente tenuto in istretta prigionia dai Whig. Infine, dopo molti anni di vicissitudini, i due colleghi, chʼerano stati lungo tempo divisi, si ricongiunsero nellʼAbbadia di Westminster.XXII. Chiunque abbia attentamente letto il racconto della Cerva e della Pantera, si sarà dovuto accorgere che mentre Dryden lo stava componendo, grande variazione era seguitaneʼ disegni di coloro che si servivano di lui come loro interprete. In sul principio, la Chiesa Anglicana è rammentata con tenerezza e rispetto, e viene esortata a collegarsi coʼ Cattolici Romani contro le sètte deʼ Puritani; ma alla fine del componimento, e nella prefazione scritta dopo che quello fu compiuto, i Protestanti Dissenzienti vengono invitati a far causa comune coi Cattolici Romani contro la Chiesa dʼInghilterra.Sì fatto mutamento di linguaggio nel poeta cortigiano indicava un grande mutamento nella politica della Corte. Il primitivo scopo di Giacomo era stato quello dʼottenere per la propria Chiesa non solo piena immunità da tutte le pene e da tutte le incapacità civili, ma ampia partecipazione ai beneficii ecclesiastici ed universitari, e nel tempo stesso di rinvigorire le leggi contro le sètte puritane. Tutte le dispense speciali da lui concedute, erano state a pro deʼ Cattolici Romani. Tutte le leggi più dure contro i Presbiteriani, glʼIndipendenti, i Battisti, erano state per qualche tempo da lui mandate severamente ad esecuzione. Mentre Hale comandava un reggimento, mentre Powis sedeva nel Consiglio, mentre Massey era decano, mentre i breviari e i messali stampavansi in Oxford muniti di regia licenza, mentre lʼOstia esponevasi pubblicamente in Londra sotto la protezione delle picche e degli archibugi delle guardie reali, mentre frati e monaci vestiti degli abiti loro passeggiavano per le vie della metropoli, Baxter era sepolto in carcere; Howe era in esilio; le leggi detteFive-Mile-Act, eConventicle-Act, erano in pieno vigore; gli scrittori puritani erano costretti a ricorrere alle tipografie straniere o clandestine; le congregazioni puritane potevano riunirsi solamente di notte o in luoghi vasti, e i ministri puritani erano forzati a predicare travestiti da carbonai o da marinari. In Iscozia il Re, mentre non trascurava sforzo nessuno ad estorcere dagli Stati pieno alleggiamento pei Cattolici Romani, aveva chiesto ed ottenuto nuovi statuti di severità senza esempio contro i presbiteriani. La sua condotta verso gli esuli Ugonotti aveva con non minore chiarezza rivelato il suo cuore. Abbiamo di sopra veduto, che quando la pubblica munificenza aveva posto nelle mani del Re una grossa somma per alleggiare la sciagura di queʼ miseri, egli, rompendo ogni legge dʼospitalitàe di buona fede, impose loro di rinunziare al culto calvinista, cui essi forte aderivano, ed abbracciare quello della Chiesa Anglicana, innanzi dʼottenere la più piccola parte delle limosine che erano state a lui affidate.Tale fu la sua politica finchè nutrì la speranza che la Chiesa Anglicana avrebbe consentito a predominare insieme con la Chiesa di Roma. Tanta speranza un tempo fu per lui una certezza. Lo entusiasmo con che i Tory lo avevano salutato nello ascendere chʼegli fece al trono, le elezioni, il rispettoso linguaggio e le ampie concessioni del suo Parlamento, la insurrezione delle Contrade Occidentali spenta, prostrato il partito che aveva tentato di privarlo della corona; queste e simiglianti altre cose lo avevano spinto oltre i confini della ragione. Era sicuro che ogni ostacolo cederebbe innanzi la sua potenza e fermezza. Il Parlamento gli oppose resistenza. Egli adoperò il cipiglio e le minacce; ma a nulla giovarono. Si provò di prorogarlo; ma dal giorno della proroga la opposizione ai suoi disegni era divenuta ognora più forte. Sembrava chiaro che volendo mandare ad effetto il proprio pensiero, gli era mestieri farlo sfidando quel gran partito che aveva dato segnalate prove di fedeltà al suo grado, alla sua famiglia, alla sua persona. Tutto il clero anglicano, tutti i gentiluomini Cavalieri gli stavano contro. Invano egli, per virtù della sua supremazia ecclesiastica, aveva comandato al clero che si astenesse dal discutere i punti controversi. In ogni chiesa parrocchiale del Regno, tutte le domeniche i sacerdoti esortavano i fedeli a guardarsi dagli errori di Roma: esortazioni che erano le sole efficaci, perocchè venivano accompagnate da proteste di riverenza verso il Sovrano, e da giuramenti di sopportare pazientemente ciò che gli sarebbe piaciuto di infliggere. I Cavalieri e scudieri realisti, i quali in quarantacinque anni di guerra e di fazioni avevano con esimio valore difeso il trono, adesso andavano con franche parole dicendo, essere risoluti di difendere con pari valore la Chiesa. Per quanto duro dʼintelletto fosse Giacomo, per quanto ei fosse dʼindole dispotica, conobbe chʼera tempo di appigliarsi ad altra via. Non poteva a un tratto rischiarsi ad oltraggiare tutti i suoi sudditi protestanti. Se si fosse potuto indurre a fare concessioni al partito predominantein ambe le Camere, a lasciare alla Chiesa Stabilita tutti gli emolumenti, i privilegi, le dignità, avrebbe potuto sturbare le ragunanze deʼ presbiteriani, ed empire le carceri di predicatori Battisti. Ma se era risoluto di spogliare la gerarchia, gli era mestieri privarsi della voluttà di perseguire i Dissenzienti. Se doveva da quinci innanzi appiccare lite coʼ suoi vecchi amici, gli era necessario far tregua coi vecchi nemici. Poteva opprimere la Chiesa Anglicana solo formando contro essa una vasta coalizione, che comprendesse le sètte, le quali, benchè e per dottrine e per ordinamento differissero lʼuna dallʼaltra molto più che da quella, potevano, perchè erano egualmente gelose della sua grandezza e ne temevano la intolleranza, essere indotte a far posa alle loro animosità finchè la ponessero in condizione di non poterle più opprimere.Cosiffatto disegno piacevagli singolarmente per questa ragione. Potendo riuscirgli di riconciliare fra loro i protestanti non-conformisti, gli era dato sperare di porsi al sicuro contro ogni probabilità di ribellione. Secondo i teologi anglicani, nessun suddito per qual si fosse provocazione poteva equamente resistere con la forza allʼunto del Signore. La dottrina deʼ Puritani era ben diversa. Essi non avevano scrupolo a trucidare i tiranni con la spada di Gedeone. Molti di loro non temevano dʼusare la daga di Ehud. E forse in quel mentre meditavano unʼinsurrezione simile a quella delle Contrade Occidentali, una congiura come quella di Rye House. Giacomo quindi pensò di potere senza pericolo perseguitare la Chiesa qualora gli fosse riuscito di amicarsi i Dissenzienti. Il partito, i cui principii non gli offrivano nessuna guarentigia, si sarebbe a lui accostato per interesse. Il partito del quale egli aggrediva glʼinteressi, sarebbe stato impedito dʼinsorgere per principio politico.Mosso da tali considerazioni, Giacomo, dal tempo in cui si divise di mal umore dal suo Parlamento, cominciò a meditare una lega generale di tutti i non-conformisti, cattolici e protestanti, contro la religione dello Stato. Fino dal Natale del 1685, gli agenti delle Provincie Unite scrivevano al loro Governo, essersi deliberato di concedere, e pubblicare tra breve una tolleranza generale.[232]Si vide col fatto che tale annunzioera prematuro. Eʼ sembra nondimeno, che i separatisti fossero trattati con più mitezza nel 1686, che nellʼanno precedente. Ma solo a poco a poco, e dopo lunga tenzone con le proprie inclinazioni, il Re potè indursi a formare colleganza con coloro chʼegli sopra tutti aborriva. Doveva vincere un odio non lieve o capriccioso, non nato e cresciuto pur allora, ma, ereditario nella sua famiglia, rinvigorito da gravissimi torti inflitti e sofferti pel corso di cento venti anni di vicende, e immedesimato a tutti i suoi sentimenti religiosi, politici, domestici e personali. Quattro generazioni di Stuardi avevano mosso guerra mortale a quattro generazioni di Puritani; e per tutta quella lunga guerra non vʼera stato nessuno fra gli Stuardi che al pari di lui odiasse i Puritani, e fosse da loro odiato. Eransi provati a disonorarlo, e ad escluderlo dal trono; lo avevano chiamato incendiario, scannatore, avvelenatore; lo avevano cacciato dallo Ammiragliato e dal Consiglio; lo avevano più volte bandito; avevano congiurato ad assassinarlo; gli erano a migliaia insorti contro impugnando le armi. Ei se ne era vendicato con una strage non mai fino allora veduta in Inghilterra. I loro capi e le loro squartate membra stavansi tuttavia fitti sulle pertiche a imputridire in tutte le piazze delle Contee di Somerset e di Dorset. Donne venerande per età e tenute in grande onoranza per religione e carità daʼ settarii, erano state decapitate e bruciate vive per falli sì lievi, che nessun buon principe avrebbe giudicate meritevoli nè anche dʼuna severa riprensione. Tali erano state, anco in Inghilterra, le relazioni tra il Re e i Puritani; e in Iscozia, la tirannia del Re e il furore deʼ Puritani erano tali, che nessuno Inglese gli avrebbe potuti concepire. Porre in oblio una nimistà così lunga e mortale non era lieve impresa per un cuore singolarmente duro e implacabile qual era quello di Giacomo.La tenzone che travagliava lʼanimo del Re, non isfuggì allʼocchio di Barillon. Alla fine di gennaio 1687, egli spedì a Versailles una lettera notevolissima. Il Re—tale era la sostanza di cotesto documento—era quasi convinto di non potere ottenere piena libertà a pro deʼ Cattolici Romani, e a un tempo mantenere le leggi contro i Protestanti Dissenzienti. Per la qual cosa, inclinava al partito di concedere una indulgenzagenerale; ma in cuor suo amerebbe meglio di potere anche adesso dividere la sua protezione e il suo favore tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra, escludendone tutte le altre sètte religiose.[233]XXIII. Pochissimi giorni dopo che fu scritto cotale dispaccio, Giacomo, esitando e di poco buona grazia, fece i primi passi a negoziare coi Puritani. Aveva fatto pensiero di cominciare dalla Scozia, dove la sua potestà di dispensare era stata riconosciuta dagli Stati verso lui ossequenti. Il dì 12 febbraio, quindi, fu pubblicata in Edimburgo una ordinanza ad alleggiare le coscienze scrupolose,[234]la quale prova come fosse esatto il giudicio di Barillon. Fino nello stesso atto di fare concessioni ai Presbiteriani, Giacomo non poteva nascondere il disgusto che sentiva per essi. I Cattolici ebbero piena tolleranza. I Quacqueri ebbero poca ragione di dolersi. Ma la indulgenza concessa ai Presbiteriani, che formavano la maggioranza del popolo scozzese, fu inceppata da condizioni tali, da renderla pressochè inutile. Al vecchio Atto di Prova, il quale escludeva egualmente i Cattolici e i Presbiteriani dagli uffici, fu sostituito un nuovo Atto di Prova che ammetteva i Cattolici, ma escludeva la maggior parte deʼ Presbiteriani. Ai Cattolici era lecito edificare cappelle, e anche portare lʼOstia processionalmente in ogni luogo, tranne nelle strade maestre deʼ borghi reali; ai Quacqueri era lecito di ragunarsi neʼ pubblici edifici: ma ai Presbiteriani fu inibito di adorare Dio altrove che nelle private abitazioni; non dovevano osare di erigere edifici per ragunarvisi; non potevano servirsi nè anche di una loggia o di un granaio per gli esercizi religiosi; e fu loro distintamente notificato, che ove avessero ardimento di tenere conventicole allʼaria aperta, la legge che puniva di morte i predicatori e gli uditori, verrebbe eseguita senza misericordia. Qualunque prete cattolico poteva dir Messa; qualunque Quacquero poteva arringare innanzi ai suoi confratelli: ma il Consiglio Privato ebbe comandamento di impedire chenessun ministro presbiteriano predicasse, senza speciale licenza del Governo. Ogni parola di cotesto Atto e delle lettere onde fu accompagnato, mostra quanto costasse al Re di mitigare minimamente il rigore col quale egli aveva sempre trattato i vecchi nemici della sua famiglia.[235]XXIV. Veramente, abbiamo ragione di credere, che allorquando egli pubblicò cotesta ordinanza, non era pienamente risoluto di far lega coi Puritani, e che il suo scopo era solo di concedere loro tanto favore che bastasse ad atterrire i credenti della Chiesa Anglicana e indurli a cedere. Onde egli aspettò per un mese a fine di vedere lo effetto che produrrebbe in Inghilterra lʼeditto promulgato in Edimburgo. Quel mese fu da lui impiegato assiduamente, giusta il consiglio di Petre, in ciò che chiamavasi ingabinettare. Londra era molto affollata di gente. Aspettavasi dʼora in ora la riapertura delle Camere pel disbrigo degli affari, e molti deʼ membri erano in città. Il Re si pose a indagare lʼanimo di ciascuno partitamente. Lusingavasi che i Tory zelanti—e di siffatti uomini, tranne pochissimi, era composta la Camera deʼ Comuni—avrebbero difficoltà a resistere alle calde dimande, fatte loro non in comune, ma separatamente a ciascuno, non dal trono, ma nella familiarità della conversazione. I rappresentanti, perciò, i quali recavansi a Whitehall per rendere riverenza al sovrano, erano tratti in disparte, e ricevevano lʼonore di lunghi colloqui. Il Re li pregava, a nome della lealtà loro, a compiacerlo nella sola cosa che gli stesse a cuore. Diceva andarci dellʼonor suo; le leggi fatte sotto il suo predecessore da Parlamenti faziosi contro i Cattolici Romani, avere avuto di mira lui solo; tali leggi avergli inflitta una macchia, averlo espulso dallʼAmmiragliato e dal Consiglio Privato; avere egli diritto che tutti coloro dai quali era amato e riverito, dovessero cooperare ad abrogare quelle leggi. Come si accôrse che i rappresentanti rimanevano duri alle sue esortazioni, si mise ad intimidirli e a corromperli. A coloro che ricusarono di cedere alle sue voglie, fu a chiare note detto, che non dovevano aspettarsi il più lieve segno della grazia sovrana. Per quanto ei fosse spilorcio, aperse e profuse i suoi tesori. Parecchi di coloro,chʼerano stati invitati a conferire con lui, uscirono dalle regie stanze con le mani piene dʼoro dato dal Re stesso.XXV. I Giudici, che a quel tempo facevano il giro ufficiale di primavera, ebbero ordine di vedere quei rappresentanti che rimanevano in provincia, e investigare i loro intendimenti. Il risultamento di tali investigazioni fu, che la grande maggioranza della Camera deʼ Comuni era risolutamente decisa ad opporsi alle misure della Corte.[236]Fra coloro la cui fermezza destò universale ammirazione, si rese notevole Arturo Herbert, fratello del Capo Giudice, rappresentante di Dover, Maestro Guardaroba e Contrammiraglio dʼInghilterra. Arturo Herbert era molto amato daʼ marinai, ed aveva voce dʼessere uno deʼ migliori ufficiali appartenenti al ceto aristocratico. Supponevasi comunemente chʼegli avrebbe di leggeri aderito alle voglie del Re, imperciocchè era non curante della religione, amante di godere e di spendere; non aveva patrimonio; i suoi impieghi gli fruttavano quattromila lire sterline lʼanno; ed era da lungo tempo annoverato tra i più fidi partigiani di Giacomo. Non per tanto, allorchè il Contrammiraglio fu condotto alle secrete stanze del suo signore e gli fu richiesta la promessa di votare contro la revoca dellʼAtto di Prova, rispose che lʼonore e la coscienza non gli consentivano di farlo. «Nessuno dubita dellʼonor vostro,» disse il Re «ma un uomo che conduce la vita come voi, non dovrebbe parlare di coscienza.» A questo rimprovero, che usciva con cattiva grazia dalle labbra del drudo di Caterina Sedley, Herbert animosamente rispose: «Io ho i miei difetti, o Sire; ma potrei nominare taluni i quali parlano di coscienza assai più di quel che io ho costume di fare, e intanto menano una vita sciolta come la mia.» Fu destituito da tutti i suoi impieghi; e i suoi conti dʼentrata e uscita come Maestro Guardaroba, furono sindacati con grande, e—come egli se ne dolse—ingiusta severità.[237]Oggimai vedevasi chiaramente, che era mestieri abbandonare la speranza dʼuna lega tra la Chiesa dʼInghilterra e quella di Roma a fine di partire tra esse gli uffici e gli emolumenti. Nullʼaltro rimaneva, che tentare una coalizione tra la Chiesa di Roma e le sètte puritane contro la Chiesa Anglicana.XXVI. Il diciottesimo giorno di marzo, il Re annunziò al Consiglio Privato il pensiero di prorogare il Parlamento sino alla fine di novembre, e concedere, di propria autorità, a tutti i suoi sudditi piena libertà di coscienza.[238]Il di quarto dʼaprile, fu promulgata la memorabile Dichiarazione dʼIndulgenza.In questa Dichiarazione, il Re significava essere suo desiderio di vedere il suo popolo rientrare in grembo di quella Chiesa alla quale egli apparteneva. Ma poichè ciò non poteva conseguirsi, annunziava chʼera suo intendimento proteggere ciascuno nel pieno esercizio della propria religione. Ripeteva tutte quelle frasi che otto anni innanzi, quando anchʼegli pativa oppressione, sʼudivano di continuo sulle sue labbra, ma che aveva cessato dʼusare fino dal giorno in cui, per un volgere di fortuna, era venuto in condizione di farsi oppressore. Diceva, essere da lungo tempo convinto, che la coscienza non doveva forzarsi; che la persecuzione tornava nociva allo incremento della popolazione e del commercio, e non conduceva mai al fine vagheggiato dal persecutore. Ripeteva la promessa, già più volte fatta e più volte violata, di volere proteggere la Chiesa dello Stato nel godimento deʼ suoi diritti. Procedeva quindi ad annullare, di propria autorità, una lunga serie di Statuti. Sospendeva tutte le leggi penali contro tutte le classi deʼ non-conformisti. Autorizzava i Cattolici Romani e i Protestanti Dissenzienti a esercitare pubblicamente il loro culto. Inibiva aʼ suoi sudditi—pena la collera sovrana—di molestare alcuna religiosa assemblea. Abrogava parimente quegli Atti che imponevano la prova religiosa come requisito ad occupare gli uffici civili e militari.[239]Che la Dichiarazione dʼIndulgenza fosse atto incostituzionale, è cosa, intorno alla quale entrambi i grandi partitiinglesi hanno sempre pienamente concordato. Chiunque sia capace di ragionare sopra una questione politica, deve intendere che un monarca competente ad emanare una simigliante dichiarazione, è niente meno che un monarca assoluto. Nè a difesa di Giacomo possono allegarsi quelle ragioni con le quali molti atti arbitrari degli Stuardi sono stati difesi o scusati. Non può dirsi chʼei sʼingannasse circa i confini della regia prerogativa, come quelli che non erano esattamente definiti. Imperciocchè è innegabile chʼegli li travarcava, non ostante che gli stesse dinanzi allo sguardo un esempio recente che in quel caso precisamente li stabiliva. Quindici anni innanzi, una Dichiarazione dʼIndulgenza era stata promulgata dal suo fratello per consiglio della Cabala. Ove cotesta Dichiarazione si paragoni con quella di Giacomo, potrebbe reputarsi modesta e cauta. La Dichiarazione di Carlo dispensava solo dalle leggi penali. La Dichiarazione di Giacomo dispensava anco da tutti gli Atti di Prova religiosa. La Dichiarazione di Carlo permetteva ai Cattolici Romani di celebrare il loro culto solamente nelle private abitazioni. Per virtù della Dichiarazione di Giacomo, essi potevano erigere e adornare i tempii, ed anche andare processionalmente lungo Fleet Street con croci, immagini e gonfaloni. E non ostante ciò, la Dichiarazione di Carlo era stata nel modo più solenne giudicata illegale. La Camera deʼ Comuni aveva deliberato, che il Re non aveva potestà di dispensare dagli Statuti nelle materie ecclesiastiche. Carlo aveva ordinato che quellʼistrumento venisse cancellato in presenza sua, aveva con le proprie mani strappato il sigillo, e con un messaggio munito della sua firma, e colle proprie labbra dal trono in pieno Parlamento, aveva chiaramente promesso ad ambe le Camere, che quellʼAtto, il quale aveva loro recato si grave offesa, non verrebbe mai considerato come esempio. Le Camere a pieni voti, tranne un solo, avevano ringraziato il Re per essersi degnato di compiacere ai desiderii loro. Non vʼè questione costituzionale che sia stata decisa con maggiore delicatezza, chiarezza ed unanimità.I difensori di Giacomo, ad escusarlo, hanno spesso allegato il giudizio della Corte del Banco del Re intorno alla querela collusivamente deposta contro Sir Eduardo Hales: ma tale argomentoè di nessun valore; imperocchè quella sentenza, come è a tutti noto, fu ottenuta da Giacomo per mezzo di sollecitazioni e di minacce, cacciando via i magistrati scrupolosi, e sostituendone altri più cortigiani. E nondimeno, quella sentenza, tuttochè dal fôro e dalla nazione venisse generalmente considerata come incostituzionale, giunse solo ad affermare, che il sovrano, per ispeciali ragioni di Stato, può glʼindividui nominatamente esentare dagli Statuti portanti incapacità. Ma nessun tribunale, di faccia alla solenne decisione parlamentare del 1673, si era arrischialo ad affermare, che il Re avesse facoltà dʼautorizzare con un solo editto tutti i suoi sudditi a disubbidire ad interi volumi di leggi.XXVII. Tali, nonostante, erano le condizioni deʼ partiti, che credevasi certo, la Dichiarazione di Giacomo, quantunque fosse il più audace degli attentati fatti dagli Stuardi contro le pubbliche libertà, dover piacere a quegli stessi cittadini, i quali avevano con più coraggio e pertinacia resistito a tutti gli altri attentati degli Stuardi contro le libertà pubbliche. Non era supponibile che il Protestante non-conformista, daʼ suoi concittadini diviso da dure leggi rigorosamente eseguile, volesse contrastare la validità dʼun decreto che lo alleggiava da insopportabili aggravi. Un osservatore pacato e filosofo avrebbe indubitatamente affermato, che nessun male derivante da tutte le leggi intolleranti fatte dai Parlamenti, era da paragonarsi a quello che sarebbe nato, ove il potere legislativo dal Parlamento fosse passato nelle mani del principe. Ma tanta pacatezza e filosofia non è da trovarsi in coloro che gemono nella sciagura, e ai quali sʼoffre la tentazione dʼessere subitamente liberati. Un teologo puritano non poteva punto negare, che la potestà di dispensare pretesa dalla Corona, era incompatibile coʼ principii fondamentali della Costituzione. Ma anderebbe forse scusato sʼegli avesse detto: Che importa a me della Costituzione? LʼAtto dʼUniformità lo aveva, in onta alle promissioni sovrane, privato di un beneficio chʼera sua proprietà, e lo aveva ridotto miserabile e dipendente. LʼAtto, chiamatoFive-Mile-Act, lo aveva bandito dalla sua abitazione, daʼ parenti, dagli amici, da quasi tutti i luoghi pubblici. Per vigore delConventicle-Act, gli erano stati tolti i beni, edegli era stato seppellito in carcere fra mezzo ai ladroni ed agli assassini. Fuori di prigione si vedeva ai fianchi gli ufficiali della giustizia; era costretto a dar la mancia alle spie perchè non lo denunciassero; passava ignominiosamente travestito, per finestre e bugigattoli onde riunirsi al proprio gregge; e versando lʼonda battesimale e amministrando il pane eucaristico, tendeva gli orecchi ansiosamente ascoltando il segno che lʼavvertisse come gli uscieri si avvicinavano. Non era egli uno scherno pretendere che un uomo in siffatta guisa oppresso patisse il martirio per gli averi e la libertà deʼ suoi spogliatori ed oppressori? La Dichiarazione, per quanto potesse sembrare dispotica ai suoi felici vicini, lo liberava da tanti mali. Egli fu chiamato ad eleggere, non tra la libertà e la schiavitù, ma fra due gioghi; ed è naturale chʼegli stimasse il giogo del Re più lieve di quello della Chiesa Anglicana.XXVIII. Mentre tali pensieri agitavansi in mente ai Dissenzienti, il partito anglicano era compreso di maraviglia e di terrore. Cotesto nuovo rivolgimento delle pubbliche cose era, a dir vero, terribile. La Casa Stuarda in lega coʼ repubblicani e coi regicidi contro i Cavalieri dʼInghilterra; il papismo in lega coʼ Puritani contro un ordinamento ecclesiastico, del quale i Puritani non querelavansi, se non che riteneva troppo deʼ riti papali: erano portenti tali da confondere tutti i calcoli degli uomini di Stato. La Chiesa doveva, adunque, essere aggredita da ogni parte; e capo della aggressione doveva essere colui che, per virtù della costituzione, era capo della Chiesa stessa. Era, quindi, naturale che rimanesse maravigliata e atterrita. E misti alla maraviglia e al terrore, destaronsi altri sinistri umori: risentimento contro lo spergiuro Principe, da essa fino allora affettuosamente servito; e rimorso delle crudeltà, a commettere le quali egli era stato complice della Chiesa, e adesso pareva dovernela punire. Ed era giusta punizione, imperocchè essa raccoglieva ciò che aveva seminato. Dopo la Restaurazione, trovandosi al più alto grado di sua potenza, non aveva ella altro spirito che vendetta. Aveva inanimati, incitati e quasi costretti gli Stuardi a rimunerare con perfida ingratitudine i recenti servigi deʼ Presbiteriani. Se nella stagione della prosperità ella si fosse interposta, comeera suo debito, a pro deʼ propri nemici, gli avrebbe ora nella sciagura trovati amici. Forse non era troppo tardi; forse poteva anche riuscire di volgere la strategia del suo infido oppressore contro lui stesso. Esisteva fra il Clero Anglicano un partito moderato, il quale era stato sempre animato da miti sentimenti verso i Protestanti Dissenzienti. Cotesto partito non era numeroso; ma sʼera reso rispettabile per lʼabilità, la dottrina, e la virtù di coloro che lo componevano. Gli alti dignitari ecclesiastici gli erano stati poco favorevoli, e i bacchettoni della scuola di Laud lo avevano senza pietà oltraggiato: ma dal giorno in cui apparve la Dichiarazione dʼIndulgenza fino a quando la potenza di Giacomo cessò dʼincutere terrore, tutta quanta la Chiesa Anglicana sembrò animata dallo spirito, e guidata dai consigli deʼ calunniati Latitudinarii.XXIX. Allora seguì, per così dire, una concorrenza al rincaro più strana dʼogni altra, di cui serbi ricordo la storia. Da una parte il Re, dallʼaltra la Chiesa, studiavano acquistarsi, ciascuno a danno dellʼaltro, i favori di coloro ad opprimere i quali, fino a quel tempo, il Re e la Chiesa erano andati dʼaccordo. I Protestanti Dissenzienti, pochi mesi innanzi, erano una classe spregiata e proscritta; adesso tenevano la bilancia del potere. La durezza usata loro venne universalmente condannata. La Corte si provò di gettare tutta la colpa sopra la gerarchia; la quale la rigettava in viso alla Corte. Il Re dichiarò dʼavere a malincuore perseguito i Separatisti, solo perchè i suoi affari erano in tali condizioni, che egli non poteva rischiarsi a spiacere al clero anglicano. Il clero protestava dʼavere avuto parte in una severità contraria alle proprie inclinazioni, solo per deferenza allʼautorità del Re. Il Re mise insieme una raccolta di storielle concernenti rettori e vicari, i quali con minacce di persecuzione avevano estorto danaro dai Protestanti Dissenzienti. Ne parlò molto e pubblicamente; minacciò dʼistituire unʼinchiesta, la quale avrebbe mostrato al mondo i parrochi nelle loro genuine sembianze: e di fatto, creò diverse Commissioni, incaricando certi agenti, deʼ quali credeva potersi fidare, dʼindagare quanta pecunia in diversi luoghi del reame gli aderenti alla religione dello Stato avevano estorta daʼ settari. I difensori della Chiesa, dallʼaltro canto, citavano esempi dionesti sacerdoti, i quali dalla Corte erano stati ripresi e minacciati per avere dal pulpito inculcata la tolleranza, e ricusato di spiare e denunziare le piccole congregazioni di Non-Conformisti. Il Re asseriva che parecchi partigiani della Chiesa Anglicana, coi quali aveva conferito in secreto, gli avevano offerte ampie concessioni a favore deʼ Cattolici, a patto che la persecuzione contro i Puritani avesse a continuare. Gli accusati partigiani della Chiesa animosamente dicevano falsa lʼaccusa, aggiungendo che ove avessero voluto consentire ciò che il Re domandava, questi avrebbe volentieri conceduto loro che si indennizzassero perseguitando e spogliando i Protestanti Dissenzienti.[240]La Corte era cangiata dʼaspetto. Lʼabito da prete non poteva mostrarvisi senza provocare gli scherni e i maliziosi bisbigli deʼ cortigiani. Le dame di Corte, invece, astenevansi di ridere, e i ciamberlani sʼinchinavano profondamente quando per la reggia vedevano il viso e il vestire deʼ Puritani, che da tanto tempo erano stati neʼ circoli del bel mondo materia di scherno. Taunton, che pel corso di due generazioni era stata il baluardo del partito delle Teste-Rotonde nelle Contrade Occidentali, che aveva due volte respinto le armi di Carlo I, che sʼera levata come un solo uomo a favore di Monmouth, e che da Kirke e da Jeffreys era stata trasmutata in macello di carne umana, sembrava avere repentinamente acquistato nel cuore del Re il posto una volta occupato da Oxford.[241]Il Re faceva forza a sè stesso, per mostrarsi lusinghevolmente cortese aʼ più egregi fraʼ Dissenzienti. A chi offerse danari, a chi uffici municipali, a chi grazie pei parenti ed amici, i quali, implicati nella congiura di Rye House o nella ribellione di Monmouth, ramingavano nel continente, o sudavano fra le piantagioni americane. Simulò perfino di consentire coʼ Puritani inglesinella cortesia che mostravano ai loro confratelli stranieri. Furono pubblicati in Edimburgo un secondo e un terzo proclama, coʼ quali considerevolmente egli slargava la futile tolleranza concessa ai presbiteriani dallo editto di febbraio.[242]I banditi Ugonotti, che il Re per molti mesi aveva guardati in cagnesco, privandoli della limosina fatta loro dalla nazione, adesso ricevevano alleggiamento e carezze. Il Consiglio emanò un ordine per destare a favor loro la pubblica liberalità. La condizione di conformarsi al culto anglicano, che il Re aveva loro imposta per ottenere parte della limosina, sembra questa volta essere stata tacitamente abrogata; e i difensori della politica del Re ebbero la sfrontatezza di affermare, che quella condizione—la quale, come risulta incontrastabilmente daʼ fatti, era stata immaginata da lui dʼaccordo con Barillon—fosse stata adottata ad istanza deʼ prelati della Chiesa Anglicana.[243]Mentre il Re in cotesto modo studiavasi di blandire i suoi antichi avversari, gli amici della Chiesa non erano meno di lui operosi. Appena vedevansi i segni di quellʼacrimonia e di quel disprezzo con che, dopo la Restaurazione, i prelati e i preti solevano trattare i settarii. Coloro che poco innanzi erano additati come scismatici o fanatici, adesso erano divenuti diletti confratelli protestanti; deboli uomini forse, ma tuttavia confratelli, i cui scrupoli meritavano pietoso compatimento. Ove essi in cotesta crisi si mostrassero sinceri alla causa della Costituzione inglese e della religione riformata, la loro generosità verrebbe tosto e largamente rimunerata. Invece di una indulgenza di nessun valore legale, ne otterrebbero una vera, assicurata con un atto del Parlamento. Anzi, molti aderenti alla Chiesa Anglicana, i quali fino allora sʼerano fatti notare per la loro inflessibile venerazione dʼogni gesto e dʼogni parola prescritta nel Libro della Preghiera Comune, dichiaravansi oramai favorevoli, non solo alla tolleranza, ma anche alla comprensione. Dicevano che la disputa intorno al vestire e allo atteggiarsi, aveva per lungo tempo diviso coloro i quali concordavano intorno ai punti essenziali della religione. Finitala lotta mortale contro il comune nemico, vedrebbero come il clero anglicano si mostrerebbe pronto a far loro ogni concessione. Se i Dissenzienti dimandassero allora ciò che è ragionevole, non solo sarebbero loro concessi gli uffici civili, ma gli ecclesiastici; e Baxter e Howe, senza macchia veruna dʼonore e di coscienza, potrebbero assidersi fra i vescovi.XXX. Fra tutti i numerosi scritti coʼ quali in quel tempo la Corte e la Chiesa ingegnavansi di trarre a sè il Puritano, che oggimai, per uno strano volgere di fortuna, era divenuto arbitro delle sorti deʼ suoi persecutori, dʼun solo è serbata fino ai dì nostri ricordanza; cioè della Lettera a un Dissenziente. In questo articoletto, tratteggiato con gran magistero, tutti gli argomenti atti a convincere un Non-Conformista comʼera di suo dovere e interesse il preferire la lega con la Chiesa alla lega con la Corte, sono condensati nel più breve spazio, con lucidissimo ordine disposti, illustrati con spiritosa vivacità, e rinvigoriti con eloquenza, la quale, ancorchè fervida e veemente, non travarca i confini del buon senso e della convenevolezza. La sensazione da esso prodotta fu immensa; imperocchè, essendo un solo foglio volante, ne furono spediti per la posta ventimila e più esemplari; e non vi fu luogo nel Regno, in cui non ne fosse sentito lo effetto. Tosto comparvero alla luce ventiquattro risposte; ma la voce pubblica le disse tutte cattive, e peggiore di tutte quella di Lestrange.[244]Il Governo ne fu fortemente irritato, e fece ogni sforzo a scoprire lo autore della Lettera; ma non fu possibile trovarne prove legali. Ad alcuni parve riconoscervi le opinioni e lo stile di Temple.[245]Ma, a dir vero, quella larghezza e acutezza di concepimento, quella vivacità di fantasia, quello stile terso ed energico, quella calma dignità, mezzo cortigiana e mezzo filosofica, non perturbata mai dalla estrema concitazione del conflitto, erano qualità appartenenti al solo Halifax.XXXI. I Dissenzienti ondeggiavano; nè vanno di ciò rimproverati, avvegnachè il Re gli alleviasse daʼ mali che essi soffrivano. Molti insigni pastori erano stati liberati dalla prigionia; altri eransi rischiati a ritornare dallo esilio. Le congregazioni che fino allora sʼerano tenute di furto e fra le tenebre, adesso ragunavansi in pieno giorno; cantavano salmi ad alta voce, tanto da farsi udire dai magistrati, daʼ sagrestani e dagli agenti di polizia. Parecchi modesti edifici per servigio del culto puritano, cominciarono a sorgere in tutta la Inghilterra. Un diligente viaggiatore potrebbe anche oggi notare la data del 1687, in alcuno deʼ più vecchi di siffatti edifici. Nondimeno, per un giudizioso Dissenziente, le profferte della Chiesa erano più accettabili di quelle fatte dal Re. La Dichiarazione era nulla al cospetto della legge. Sospendeva gli statuti penali contro i Non-Conformisti, solo finchè rimanevano sospesi i principii fondamentali della Costituzione, e lʼautorità legittima del corpo legislativo. E che era mai il valore di privilegi posseduti con tanta ignominia e con sì poca sicurezza? Il trono da un giorno allʼaltro avrebbe potuto divenire vacante, e toccare in sorte ad un Sovrano fedele osservatore della religione dello Stato. Si sarebbe potuto ragunare un Parlamento composto di credenti nella Chiesa Anglicana. Quanto, deplorabile sarebbe allora la situazione deʼ Dissenzienti, collegati coʼ Gesuiti contro la Costituzione! La Chiesa offriva una indulgenza molto differente da quella concessa da Giacomo, e valida e sacra al pari dellaMagna Carta. Ambedue i partiti avversi offrivano libertà ai Separatisti: ma lʼuno voleva che essi la comperassero col sacrifizio della libertà civile; lʼaltro glʼinvitava a godere della libertà civile e della religiosa.Per tali ragioni, quando anche si fosse potuto prestar fede alla sincerità della Corte, un Dissenziente avrebbe ragionevolmente dovuto congiungere la propria sorte con quella della Chiesa. Ma qual guarentigia della propria sincerità offriva la Corte? La condotta fino a quel tempo tenuta da Giacomo era nota a ciascuno. Per vero dire, non era impossibile che un persecutore si fosse potuto col ragionamento e con la esperienza convincere dellʼutilità della tolleranza. Ma Giacomo non asseriva dʼessersi pur allora convinto: allʼincontro, nonlasciava sfuggire nessuna occasione per protestare come egli da molti anni per principio abborrisse da ogni intolleranza. E nulladimeno, in pochi mesi, aveva perseguitato a morte uomini, donne, giovinette, per la loro religione. Aveva egli agito contro la evidenza e le proprie convinzioni? O adesso mentiva per calcolo? Da questo dilemma non vʼera modo a svincolarsi; ed ambedue le supposizioni erano fatali alla pretesa onestà del Re. Era parimente manifesto, chʼegli sʼera compiutamente sottoposto ai Gesuiti. Solo pochi giorni innanzi la pubblicazione della Indulgenza, la Società di Gesù era stata da lui onorata, malgrado i ben noti desiderii della Santa Sede, con un nuovo segno di fiducia ed approvazione. Il Padre Mansueto, dellʼOrdine deʼ Francescani, suo confessore, riverito da tutti per la sua indole dolce e per la sua vita irreprensibile, ma da lungo tempo in odio a Tyrconnel e Petre, era stato posto da parte. Il posto vacante era stato dato ad un Inglese, di nome Warner, il quale, apostatando dalla religione del proprio paese, erasi fatto Gesuita. Tale nomina non fu punto gradevole ai Cattolici Romani moderati ed al Nunzio; e da ogni protestante venne considerata come prova dello assoluto predominio deʼ Gesuiti sullʼanimo del Re.[246]Siano quante si vogliano le lodi alle quali queʼ reverendi possano giustamente pretendere, gli stessi adulatori non potrebbero loro attribuire le qualità di largamente liberali o rigorosamente veraci. Che, trattandosi dello interesse dellʼordine, non avessero mai avuto scrupoli a chiamare in loro aiuto la spada deʼ Principi, o violare il vero e la buona fede, era stato asserito al cospetto del mondo, non solo daʼ protestanti loro accusatori, ma da uomini altresì della cui virtù e del cui genio gloriavasi la Chiesa di Roma. Era incredibile che un cieco discepolo deʼ Gesuiti, per principio fosse zelante della libertà di coscienza; ma non era nè incredibile nè improbabile chʼegli si reputasse giustificato, dissimulando i propri veri sentimenti, onde rendere servigio alla propria vera religione. Era certo che il Re in cuor suo gli Anglicani preferiva ai Puritani. Era certo parimente, chementre aveva speranza di trarre al suo partito i credenti della Chiesa dʼInghilterra, non sʼera menomamente mostrato cortese verso i Puritani. Poteva, adunque, dubitarsi, che ove gli Anglicani si fossero anche allora arresi ai suoi desiderii, non avrebbe volentieri sacrificato i Puritani? Per la parola da lui più volte data, ei non sʼera astenuto dallo invadere i diritti legittimi di quel clero, il quale aveva date cotante prove di affetto e di fedeltà verso la casa di lui. Di qual sicurtà sarebbe adunque la sua parola alle sètte che da lui divideva la rimembranza di mille imperdonabili ferite fatte e ricevute?XXXII. Calmato il primo concitamento, prodotto dalla promulgazione della Indulgenza, eʼ parve che una rottura avesse avuto luogo nel partito puritano. La minoranza, capitanata da pochi faccendieri che difettavano di senno e miravano al proprio interesse, sosteneva il Re. Enrico Care, il quale da gran tempo era stato il più acre ed indefesso articolista deʼ Non-Conformisti, e neʼ giorni della Congiura Papale aveva osteggiato Giacomo con estremo furore in un Giornale settimanale dettoPacco di Notizie da Roma, adesso alzava la voce ad adulare, come lʼaveva già alzata a vomitare calunnie ed insulti.[247]Lo agente precipuo adoperato dal Governo a raggirare i Presbiteriani, era Vincenzo Alsop, teologo di qualche riputazione, e come predicatore e come scrittore. Il suo figliuolo, che era incorso nelle pene comminate aʼ rei di crimenlese, ottenne la grazia; e in tal guisa il padre adoperò tutta la propria influenza a pro della Corte.[248]Con Alsop si congiunse Tommaso Rosewell. Costui, mentre infuriava la persecuzione contro i Dissenzienti dopo la scoperta della Congiura di Rye House, era stato falsamente accusato di avere predicato contro il Governo, era stato processato da Jeffreys, e in onta alla evidenza deʼ fatti, convinto daʼ giurati corrotti e dannato a morte. La ingiustizia della sentenza era sì enorme, che gli stessi cortigiani ne vergognarono. Un gentiluomoTory che era stato presente al processo, corse di subito a Carlo, dichiarando che la testa del suddito più leale in Inghilterra non sarebbe più in sicuro, qualora Rosewell venisse punito. Gli stessi giurati punse il rimorso quando ripensarono sopra ciò che avevano fatto, e sforzaronsi di salvare la vita a quel misero. In fine, egli ottenne perdono, ma a patto di dare una forte cauzione di buona condotta per tutta la vita, e di presentarsi periodicamente al Banco della Corte del Re. Oggimai per volere del Re fu liberato da cotesto carico; e in tal modo divenne partigiano della Corte.[249]Lo incarico di trarre al partito della Corte glʼindipendenti, venne affidato ad uno deʼ loro ministri, chiamato Stefano Lobb. Lobb era uomo debole, violento ed ambizioso. Sʼera spinto tanto oltre nella opposizione, chʼera stato nominatamente proscritto in parecchi editti. Adesso si rappacificò col Governo, e trascese tanto a mostrarsi servile, quanto aveva trasceso a mostrarsi fazioso. Si collegò con la cabala gesuitica, e caldamente suggerì cose, dalle quali abborrivano i più savi ed onesti Cattolici Romani. Fu notato come egli di continuo fosse in palazzo, e spesso nelle secrete stanze del Re; come menasse una vita splendida, alla quale i teologi puritani erano poco assuefatti; e fosse perpetuamente circondato da sollecitatori, imploranti protezione ad ottenere grazie od uffici.[250]XXXIII. Con Lobb era in grande intimità Guglielmo Penn. Penn non era stato mai uomo di vigoroso intelletto. La vita da lui per due anni menata, gli aveva non poco guasto il senso morale; e se la coscienza mai gli rimordesse, confortavasi pensando di tendere a buono e nobile scopo, e di non ricevere paga in danaro peʼ propri servigii.Per influenza di questi, e dʼaltri uomini meno cospicui, diverse corporazioni di Dissenzienti presentarono al Re indirizzi in rendimento di grazie. Gli scrittori Tory hanno dirittamente notato, che il linguaggio di cotesti scritti era così disgustevolmente servile, come qualunque altra cosa che possatrovarsi neʼ più ampollosi elogi che i Vescovi facevano degli Stuardi. Ma, diligentemente esaminando, è agevole accorgersi che tale vergogna pesa sopra pochi del partito puritano. Non vʼera città di mercato in Inghilterra, in cui non fosse almeno un nucleo di Separatisti. Non fu trascurato sforzo veruno per indurli a ringraziare il Re della largita Indulgenza. Lettere circolari, con preghiera di firmarle, correvano per ogni angolo del Regno, in tanto numero, che le valigie postali—come scherzevolmente dicevasi—erano troppo gravi per essere trasportate dai cavalli da posta. E nulladimeno, tutti glʼindirizzi che poteronsi ottenere da tutti i Presbiteriani, Indipendenti e Battisti, sparsi per la Inghilterra, non giunsero, in sei mesi, al numero di sessanta; nè vʼè ragione a credere che fossero muniti di numerose firme.[251]XXXIV. La massima parte deʼ protestanti non-conformisti, con fermezza aderenti alla libertà civile, e non fidenti nelle promesse del Re e deʼ Gesuiti, immutabilmente ricusarono di rendere grazie per un favore, il quale, come bene poteva auspicarsi, nascondeva una trama. Così pensavano tutti i più illustri capi di quel partito. Uno di essi era Baxter. Secondo che abbiamo osservato, era stato processato tosto dopo lʼascensione di Giacomo al trono; era stato brutalmente insultato da Jeffreys, e convinto da giurati, quali in queʼ tempi gli Sceriffi cortigiani avevano costume di scegliere. Baxter da circa un anno e mezzo era rimasto in carcere, allorquando la Corte cominciò seriamente a pensare di collegarsi coi non-conformisti. Non solo gli fu data libertà, ma gli venne detto che ove volesse abitare in Londra, poteva farlo, senza temere che la legge chiamataFive-Act-Milegli fosse applicata. Il Governo forse sperava che la rimembranza deʼ mali sofferti, e il sentimento del conseguito riposo, avrebbe in lui prodotto il medesimo effetto che destò in Rosewell e Lobb. Vana speranza! perocchè Baxter non era uomo da lasciarsi ingannare o corrompere. Ricusò di firmare qualunque indirizzo per rendere al Sovrano grazie della compartita Indulgenza, e adoperò tutta lʼautorità sua a promuovere la concordia tra la Chiesa e i Presbiteriani.[252]Se vi fu uomo daʼ Protestanti Dissenzienti maggiormente stimato di Baxter, egli era Giovanni Howe. Ad Howe, come a Baxter, tornava personalmente utile il mutamento nella politica pur allora seguito. La tirannide stessa la quale aveva sepolto Baxter in carcere, aveva cacciato Howe in bando; e tosto dopo che Baxter era stato tratto fuori della prigione del Banco del Re, Howe da Utrecht ritornava in Inghilterra. Aspettavasi a Whitehall, che Howe adoperasse a beneficio della Corte tutta lʼautorità chʼegli esercitava sopra i suoi confratelli. Il Re stesso condiscese a chiedere il soccorso del suddito da lui già oppresso. Eʼ sembra che Howe tentennasse; ma gli Hampden, ai quali era vincolato di stretta amistanza, lo mantennero fermamente fedele alla causa della Costituzione. Una ragunanza di ministri presbiteriani fu tenuta in sua casa, onde considerare le condizioni deʼ tempi, e stabilire il cammino da prendersi. La Corte era ansiosa di conoscerne il risultamento. Due messi regii erano presenti alla discussione, e recarono la trista nuova, che Howe sʼera dichiarato decisamente avverso alla potestà di dispensare, e, dopo lunghe dispute, aveva tratto alla propria opinione la maggioranza della assemblea.[253]XXXV. Ai nomi di Baxter e di Howe è dʼuopo aggiungere quello di un uomo loro inferiore e per grado sociale e per istruzione, ma uguale per virtù, e superiore per ingegno; voglio dire Giovanni Bunyan. Aveva esercitato il mestiere di calderaio, e servito come semplice soldato nello esercito parlamentare. Ancora nel fiore degli anni, sʼera sentito torturare dal rimorso pei peccati della sua gioventù, il più grave deʼ quali sembra essere stato di quelli che il mondo reputa veniali. Un vivo sentire e una potente immaginazione rendevano nel cuor suo singolarmente terribile il conflitto. Gli pareva dʼessere colpito da una sentenza di riprovazione, dʼavere bestemmiato contro lo Spirito Santo, dʼavere venduto Cristo, di essere ossesso dal demonio. Ora udiva alte voci dal cielo che lo ammonivano; ora si sentiva dalle furie infernali susurrare agli orecchi empi consigli. Gli apparivano visioni di lontanemontagne sopra le cui cime il sole mandava coruschi i suoi raggi; ma dalle quali egli era diviso da un vasto deserto di neve. Sentiva dietro le spalle il demonio tirarlo per gli abiti. Pensava portare impresso sulla fronte il segno di Caino. Temeva dʼesser presso a scoppiare al pari di Giuda. La tortura della mente gli rovinò la salute. Un giorno, dibattevasi come uomo colpito da paralisi. Un altro, ei si sentiva ardere in petto un vivo fuoco. Torna difficile lo intendere in che guisa egli potesse sopravvivere a uno strazio sì forte e sì lungo. In fine, squarciaronsi le nubi che gli ottenebravano la mente. Dal fondo della disperazione, il penitente innalzossi a uno stato di calma beata. Adesso sentivasi tratto da irresistibile impulso ad impartire agli altri la beatitudine chʼegli godeva.[254]Si aggregò ai Battisti, e divenne predicatore e scrittore. La sua educazione era stata quella dʼun artigiano. Non sapeva altra lingua che la inglese, così come era parlata dal volgo. Non aveva studiato nessuno insigne modello di scrivere, ad eccezione—eccezione, a dir vero, importantissima—della nostra egregia versione della Bibbia. Scriveva con cattiva ortografia. Commetteva di frequente errori grammaticali. Nulladimeno, la innata forza del genio e la esperienza di tutte le passioni religiose, dalla disperazione fino allʼestasi, supplivano in lui abbondantemente al difetto della dottrina. La sua rozza eloquenza concitava e faceva stemperare in lacrime coloro che ascoltavano svogliatamente gli elaborati discorsi di grandi filosofi ed ebraisti. I suoi scritti erano grandemente popolari nelle infime classi. Uno di essi, intitolato il Viaggio del Pellegrino, venne, vivente ancora lʼautore, tradotto in varie lingue straniere. E non per tanto, era pressochè sconosciuto agli uomini dotti e culti; e da quasi un secolo formava il diletto deʼ pii abitatori delle capanne e degli artigiani, innanzi che venisse pubblicamente commendato da alcuno letterato eminente. Alla perfine, i critici sʼindussero a ricercare dove giacesse il segreto dʼuna popolarità cotanto ampia e durevole; e furono costretti a confessare, che la ignorante moltitudine aveva giudicato più dirittamente dei dotti, e che lo spregiato libercolo era veramente un capolavoro. Bunyan, per certo, è il primo degliscrittori dʼAllegorie, come Demostene è il primo degli oratori, e Shakespeare il primo deʼ poeti drammatici. Altri allegoristi hanno fatto prova di uguale ingegno; ma a nessun altro di loro è mai riuscito di toccare il cuore, e trasmutare in astrazioni oggetti di terrore, di pietà e dʼaffetto.[255]Mal potrebbe dirsi che alcun Dissenziente inglese avesse più di Giovanni Bunyan provato il rigore delle leggi penali. Deʼ ventisette anni corsi dopo la Restaurazione, ne aveva passati dodici in carcere. Persisteva a predicare, ma gli era uopo travestirsi da carrettiere. Spesso veniva introdotto nelle ragunanze per qualche uscio segreto, con la casacca sur una spalla e la frusta in mano. Se avesse pensato alla salvezza ed agli agi suoi, avrebbe plaudito alla pubblicazione della Indulgenza. Adesso, in fine, gli era dato liberamente pregare e predicare di pieno giorno. Il suo uditorio sʼandava rapidamente accrescendo; migliaia di cuori pendevano dallo sue labbra; e in Bedford, dove egli dʼordinario stanziava, furono raccolti in abbondanza danari a edificare una sala dʼadunanza. Lʼautorità di lui sul basso popolo era tanta, che il Governo volentieri gli avrebbe dato qualche ufficio municipale: ma il suo vigoroso intendimento e il suo robusto animo inglese resistettero contro ogni tentazione ed inganno. Vedeva chiaramente come la concessa tolleranza altro non fosse che un amo per trarre alla rovina il partito puritano; nè accettando un ufficio, a conseguire il quale egli non aveva i requisiti legali, voleva riconoscere la validità della potestà di dispensare. Uno degli ultimi atti della gloriosa sua vita fu di ricusare un convegno al quale ei venne invitato da un agente del Governo.[256]XXXVI. Per quanto grande fosse fraʼ Battisti lʼautorità di Bunyan, quella di Guglielmo Kiffin era anco maggiore. Kiffin era primo tra loro e per ricchezze e per grado. Avevacostume di compartire nelle loro ragunanze i suoi doni spirituali; ma non sosteneva la vita con la predicazione. Conduceva esteso traffico; aveva gran credito nella Borsa di Londra; ed aveva accumulato un gran patrimonio. Forse in quella occasione non vʼera uomo che potesse rendere alla Corte maggiori servigi. Ma tra lui e la Corte stava la rimembranza dʼun terribile fatto. Egli era lʼavo deʼ due Hewling, queʼ prestanti giovani, i quali, fra tutte le vittime del Tribunale di Sangue, erano stati i più universalmente compianti. Della trista sorte di uno di loro, Giacomo era in guisa speciale responsabile. Jeffreys aveva differita la esecuzione della sentenza pel minore deʼ fratelli. La sorella del malarrivato giovane era stata introdotta da Churchill al cospetto di Giacomo, ed aveva implorata mercè; ma il cuore del Re era rimasto duro come un macigno. Grande, a tanta sciagura, era stato il dolore della famiglia; ma Kiffin era colui che destava più compassione. Aveva settanta anni di età allorquando rimase deserto e superstite a coloro che dovevano chiudergli i moribondi lumi. Gli adulatori venali e senza cuore di Whitehall, da sè giudicando gli altri, pensavano che il venerando vecchio si sarebbe agevolmente riconciliato, ove il Re gli gittasse sulle spalle la veste di Aldermanno, e gli desse qualche compensazione pecuniaria pei beni confiscati ai nepoti. Penn ebbe incarico di sedurlo, ma invano. Giacomo volle provare quale effetto produrrebbero le regie blandizie. Kiffin fu chiamato a palazzo. Vi trovò una eletta brigata di nobili e di gentiluomini. Appena egli comparve, il Re gli si fece incontro volgendogli graziose parole, e concluse: «Io ho notato il vostro nome, signore Kiffin, nella lista degli Aldermanni di Londra.» Il vegliardo fisse gli occhi negli occhi del Re, e dando in uno scoppio di pianto, rispose: «Sire, io son logoro affatto: mi sento inetto a servire Vostra Maestà o la Città. Ahi! Sire, la morte delle mie povere creature mi ha trafitto il cuore. La ferita mi sanguina più che mai, e la porterò meco sotterra.» Il Re per un istante ammutolì confuso; poi disse: «Signore Kiffin, troverò io un balsamo a cotesta piaga.» Certamente Giacomo non intendeva dire cosa crudele o insolente; allʼopposto eʼ sembra che fosse, contro lʼusato, di modi dolci e cortesi. Nondimeno, la storianon rammenta parole uscitegli dal labbro, che, al pari delle poche riferite, porgano più sinistra idea del suo carattere. Sono parole dʼun uomo di cuor duro e di mente abietta, inetto a concepire che vʼhanno dolori, a mitigare i quali non valgono nè pensioni nè onorificenze dʼuffici.[257]La parte deʼ Dissidenti favorevoli alla nuova politica del Re, se in prima era poco numerosa, tosto cominciò a scemare; imperciocchè i Non-Conformisti non guari dopo sʼaccôrsero che la Indulgenza aveva ristretto più presto che esteso i loro privilegi spirituali. La precipua caratteristica del Puritano era lo abborrimento deʼ riti della Chiesa di Roma. Egli aveva abbandonata la Chiesa Anglicana, perocchè stimava chʼessa somigliasse molto alla sua superba e voluttuosa sorella, la maliarda dalla coppa dʼoro e dal manto di porpora. Adesso vedeva che una delle condizioni implicite di quella colleganza, da parecchi deʼ suoi pastori fatta con la Corte, era che la religione della Corte dovesse essere trattata con rispetto e dolcezza. Sentì quindi amaro desio deʼ giorni della persecuzione. Mentre erano in vigore le leggi penali, egli aveva ascoltata la parola di vita furtivamente e con suo pericolo: ma tuttavia lʼaveva ascoltata. Quando i confratelli ragunavansi nella più secreta stanza, quando le scolte erano ai posti loro, le porte ben chiuse, e il predicatore, travestito da macellaio o da vetturino, sʼera introdotto su peʼ tetti, allora almeno poteva adorare Dio secondo il vero culto. La verità divina non era minimamente taciuta o timidamente espressa per umani riguardi. Tutte le dottrine distintive della teologia puritana erano pienamente, e perfino con modi rozzi, significate. Alla Chiesa di Roma non usavasi punto indulgenza. La Bestia, lo Anticristo, lʼUomo del Peccato, la mistica Jezabelle, la mistica Babilonia, erano le frasi ordinariamente adoperate a descrivere quella augusta e incantevole superstizione. In siffatto modo avevano favellato un tempo Alsop, Lobb, Rosewell ed altri ministri, i quali erano stati poco innanzi accolti nella reggia; ma così più non favellavano. Teologi che avevano in animo di conseguire la grazia e la fiducia del Re, non potevanorischiarsi a parlare aspramente della religione del Re. Le congregazioni per ciò altamente, dolevansi, che dopo promulgata la Dichiarazione che pretendeva dar loro piena libertà di coscienza, non avevano mai più udito predicare fedelmente e con franchezza il Vangelo. Per lo innanzi erano stati costretti a procacciarsi di furto il cibo spirituale; ma avutolo, lo trovavano condito a seconda del gusto loro. Adesso potevano liberamente cibarsi; ma quel cibo aveva perduto tutto il suo sapore. Adunavansi di giorno e dentro comodi edifici; ma udivano discorsi meno soddisfacenti di quelli che avrebbero udito daʼ rettori anglicani. Nella chiesa parrocchiale il culto e la idolatria di Roma venivano ogni domenica energicamente riprovati; ma nella sala dellʼadunanza, il pastore che pochi mesi prima aveva vituperato il clero anglicano quasi al pari deʼ papisti, adesso con gran cura astenevasi dal biasimare il papismo, o esprimeva quel biasimo con parole sì delicate, da non offendere nè anche le orecchie di Padre Petre. Nè era possibile addurre ragione plausibile a giustificare siffatto mutamento. Le dottrine cattoliche romane non avevano patita la minima variazione. A memoria dʼuomo vivente, i preti cattolici romani non erano stati mai cotanto operosi a fare proseliti; non erano mai usciti daʼ torchi tanti scritti cattolici romani; tutti coloro, ai quali importavano le cose di religione, non avevano mai con tanto calore atteso al conflitto tra i Cattolici Romani e i Presbiteriani. Che poteva pensarsi della sincerità di teologi i quali non sʼerano mai stanchi di irridere al papismo, quando esso era comparativamente innocuo e privo di soccorso, e che adesso, giunto il tempo di vero pericolo per la fede riformata, schivavano studiosamente di profferire una sola parola offensiva contro un Gesuita? La loro condotta di leggeri spiegavasi. Era noto che parecchi di loro avevano ottenuto il perdono. Sospettavasi che altri avessero ricevuto danari. Il loro modello poteva trovarsi in quel debole apostolo, il quale, vinto dalla paura, rinnegò il Maestro, cui aveva pur dianzi giurato immutabile affetto; e in quellʼaltro apostolo più vigliacco, che vendè il proprio Signore per un pugno di monete.[258]In cotal modo i ministri Dissenzienti i quali sʼerano dati alla Corte, andavano rapidamente perdendo lʼautorità da essi un dì esercitata sopra i loro confratelli. Dallʼaltra banda, i settari sentivansi tratti da un forte sentimento religioso verso queʼ prelati e preti della Chiesa Anglicana, i quali, in onta aʼ comandamenti, alle minacce, alle promesse del Re, facevano ostinata guerra alla Chiesa di Roma. Gli Anglicani e i Puritani, sì lungamente divisi da nimistà mortale, si venivano sempre più ravvicinando, ed ogni passo che facevano verso lʼunione, accresceva la influenza di colui che era capo dʼentrambi. Guglielmo, per ogni rispetto, era lʼuomo adatto a fare la parte di mediatore tra questi due grandi partiti della nazione inglese. Non poteva dirsi aderente nè allʼuno nè allʼaltro. Nondimeno, nessuno di quelli, non traviando dalla ragione, poteva non considerarlo come amico. Il suo sistema teologico concordava con quello deʼ Puritani. Nel tempo stesso, ei reputava lo episcopato, non quale istituzione divina, ma qual forma veramente legale ed utile di Governo ecclesiastico. Le questioni di gesti, di vestimenti, di feste, di liturgie, egli considerava come di nessuna importanza. Avrebbe meglio gradito un culto più semplice, e simile a quello al quale fin da fanciullo egli era assuefatto. Ma era apparecchiato ad uniformarsi a qualunque rituale fosse stato accetto alla nazione; e solo insisteva che altri non pretendesse dovere egli perseguitare i suoi confratelli protestanti aʼ quali la coscienza non consentiva di seguire lo esempio di lui. Due anni innanzi, i numerosi bacchettoni di ambe le sètte lo avrebbero giudicato un pretto Laodiceo, nè caldo nè freddo, e solo degno dʼessere respinto. Ma lo zelo che aveva già infiammato gli Anglicani contro i Dissenzienti, e i Dissenzienti contro gli Anglicani, sʼera talmente mitigato nella avversità e nel pericolo comuni, che la tiepidezza, un tempo attribuita a Guglielmo come un delitto, oggimai veniva annoverata fra le precipue virtù sue.XXXVII. Tutti erano ansiosi di sapere ciò che egli pensasse intorno alla Dichiarazione dʼIndulgenza. Per qualche tempo, in Whitehall speravasi che, pel suo ben noto rispetto verso i diritti della coscienza, egli si sarebbe almeno astenutodal disapprovare pubblicamente una politica che aveva una speciosa apparenza di liberalità. Penn spedì in gran copia disquisizioni allʼAja, e perfino ci andò da sè, sperando nessuno resisterebbe alla sua eloquenza, della quale egli aveva alto concetto. Ma, comunque arringasse intorno al subietto con una facondia tale da stancare i suoi uditori, e comecchè assicurasse dʼessergli stato rivelato da un uomo al quale era concesso di conversare con gli angioli, lo approssimarsi di una età dʼoro per la libertà religiosa, non fece la menoma impressione sopra lʼanimo del principe.[259]«Voi mi chiedete» disse Guglielmo ad uno degli agenti del Re «di secondare una guerra contro la mia propria religione. Io non posso con sicurtà di coscienza farlo, e nol farò, no, nè anche per la Corona dʼInghilterra, nè per lo impero del mondo.» Tali parole vennero ridette al Re, e grandemente lo perturbarono.[260]Scrisse di propria mano urgentissime lettere. Talvolta usò il tono dʼun uomo offeso. Egli era il capo della famiglia reale, e come tale aveva diritto dʼesigere obbedienza daʼ membri di quella; e gli tornava duro vedersi avversato nella cosa che gli stava più a cuore. Altra volta, adoperando una seduzione, alla quale credevano Guglielmo non potere resistere, gli fu fatto sapere, che ove egli cedesse in cotesto solo punto, il Governo inglese in ricompensa lo avrebbe con tutte le sue forze aiutato nella lotta contro la Francia. Ma non era uomo da lasciarsi cogliere alla rete. Bene sapeva che Giacomo, senza il concorso del Parlamento, non avrebbe in guisa alcuna potuto rendere efficaci servigi alla causa comune a tutta lʼEuropa; e non era dubbio, che ove venisse ragunato il Parlamento, ambedue le Camere avrebbero, prima dʼogni altra cosa, chiesta lʼabrogazione della Indulgenza.La Principessa assenti a tutto ciò che le fu detto dal marito.I loro concordi pareri, espressi con parole ferme, ma temperate, furono comunicati al Re. Dichiaravano, profondamente rincrescere loro il cammino nel quale la Maestà Sua erasi messa: esser convinti, aver egli usurpata una prerogativa che per legge non gli apparteneva: contro siffatta usurpazione protestare, non solo come amici alla libertà civile, ma come membri della regale famiglia, i quali avevano grande interesse a mantenere i diritti di quella Corona che un giorno essi avrebbero forse portato; imperocchè erasi per esperienza veduto, come in Inghilterra il governo dispotico non potesse mancare di far nascere una reazione più perniciosa dello stesso dispotismo; e poteva ragionevolmente temersi, che la nazione impaurita ed esacerbata dalla minaccia della tirannide, potrebbe prendere a schifo anco la monarchia costituzionale. E però consigliavano il Re di governare il paese secondo lo leggi. Ammettevano, la legge potersi variare in meglio dalla autorità competente, e alcuni articoli della Dichiarazione meritare dʼessere formulati in un Atto di Parlamento. Aggiungevano, chʼessi non erano persecutori, e avrebbero quindi con satisfazione veduto i Protestanti Dissenzienti alleggiati, ma con modo convenevole, da tutti gli statuti penali: avrebbero, con pari satisfazione, veduto ammetterli, ma con modo egualmente convenevole, agli uffici civili. Quivi era dʼuopo alle Altezze Loro fermarsi; imperciocchè non potevano non temere grandemente, che se i Cattolici Romani venissero dichiarati capaci ad occupare impieghi di pubblica fiducia, gravissimi mali ne nascerebbero; e lasciavano senza ambiguità intendere, che tali timori originavano precipuamente dalla condotta di Giacomo.[261]XXXVIII. La opinione manifestata dal Principe e dalla Principessa intorno alle incapacità che gravavano i Cattolici Romani, era quella di quasi tutti gli uomini di Stato e i filosofi che allora erano zelanti della libertà politica e religiosa. Nella età nostra, allʼincontro, gli uomini illuminati hanno soventi volte con rincrescimento asserito, che in cotesto subietto Guglielmo sembra minore, ove si agguagli al suo suocero. Vero è che alcune considerazioni necessarie a rettamente giudicare, sono sfuggite alla mente di molti scrittori del secolo decimonono.

Due illustri scrittori, Samuele Johnson e Gualtiero Scott, hanno fatto ogni sforzo per persuadere sè ed altrui, che cotesta memorabile conversione fosse sincera. Era cosa naturale che volessero cancellare una macchia disonorevole dalla memoria dʼun ingegno da essi giustamente ammirato, e col quale concordavano rispetto ad opinioni politiche; ma lo storico imparziale è uopo che pronunci un giudizio assai dal loro differente. Vi sarà sempre forte presunzione contro la sincerità dʼuna conversione ogni qualvolta riesca a utile del convertito. Nel caso di Dryden, non vi ha nulla che contrappesi siffatta presunzione. I suoi scritti teologici provano ad esuberanza chʼegli non si studiò mai con diligenza ed amore di imparare il vero, e che le sue nozioni intorno alla Chiesa abbandonata e alla Chiesa abbracciata da lui, erano superficialissime. Nè la sua condotta dopo la conversione, fu quella dʼun uomo da un profondo senso deʼ propri doveri costretto a fare un così solenne passo. Ove egli fosse stato tale, la medesima convinzione che lo aveva condotto ad abbracciare la Chiesa di Roma,gli avrebbe certo impedito di violare gravemente e per abitudine i precetti da quella Chiesa, come da ogni altra società cristiana, riconosciuti obbligatorii. Tra i suoi scritti precedenti e traʼ susseguenti alla sua conversione, vi sarebbe stata notevole diversità. Avrebbe sentito rimorso deʼ suoi trenta anni di vita letteraria, durante i quali egli aveva sistematicamente adoperata la sua rara potenza di linguaggio e di versificazione a corrompere il pubblico. Dalla sua penna non sarebbe uscita, da quellʼora in poi, una sola parola tendente a rendere spregevole la virtù, e ad infiammare le licenziose passioni. Ed è sventuratamente vero, che i drammi da lui scritti dopo la sua pretesa conversione, non sono punto meno impuri o profani di quelli della sua giovinezza. Anche traducendo, scostavasi dai suoi originali per andare in cerca dʼimmagini, che, ove le avesse trovate negli originali stessi, avrebbe dovuto schivare. Ciò che in quelli era cattivo, nelle sue versioni diventava peggiore; ciò che era puro, passando nella sua mente, contraeva qualche macchia. Le più grossolane satire di Giovenale egli rese più riprovevoli; inserì descrizioni lascive nelle Novelle di Boccaccio; e corruppe la dolce e limpida poesia delle Georgiche con lordure che avrebbero stomacato Virgilio.

XXI. Lo aiuto di Dryden fu accolto con gioia da quei teologi cattolici romani, i quali con difficoltà sostenevano un conflitto contro i più illustri ingegni della Chiesa Stabilita. Non potevano non riconoscere il fatto, che il loro stile, sfigurato da barbarismi contratti in Roma e in Doaggio, faceva meschina figura in paragone della eloquenza di Tillotson e Sherlock. Per lo che, pareva loro non essere lieve acquisto la cooperazione del più grande scrittore vivente dellʼidioma inglese. Il primo servigio che a lui fu chiesto in prezzo della sua pensione, fu di difendere in prosa la sua Chiesa contro Stillingfleet. Ma lʼarte di dir bene le cose diventa inutile ad un uomo che non abbia nulla da dire; e tale era il caso di Dryden. Vide come egli non valesse a sostenere il combattimento con un uomo da lunghi anni assuefatto a maneggiare le armi della controversia. Il battagliere veterano disarmò il novizio, gli inflisse qualche ferita di dispregio, e si volse contro più formidabili combattenti. Dryden allora impugnò unʼarma, nellaquale non era agevole trovare chi potesse vincerlo. Si ritrasse alcun tempo dal trambusto deʼ caffè e deʼ teatri per rinchiudersi in un quieto luogo nella Contea di Huntingdon, ed ivi compose con insolita cura e fatica il suo celebre poema intorno ai punti disputati tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra. Rappresentò la Romana sotto la similitudine dʼuna candida cerva, sempre in pericolo di morte, e nondimeno destinata a non morire. Le belve della foresta congiuravano a spegnerla. Il Tremante coniglio, a dir vero, si teneva strettamente neutrale; ma la volpe Sociniana, il lupo Presbiteriano, lʼorso Indipendente, il cignale Anabattista, avventavano sguardi feroci alla intemerata creatura. Nondimeno ella poteva rischiarsi a bere insieme con loro alla fonte comune sotto la protezione del leone Regale. La Chiesa Anglicana era significata dalla pantera con la pelle macchiata, ma bella, anco troppo bella per bestia da preda. La cerva e la pantera, egualmente esose al feroce popolo della foresta, si ritrassero da parte per ragionare intorno al pericolo comune. Quindi seguitarono a discutere intorno ai punti delle loro differenze, e dimenando le code e leccandosi le ganasce, tennero un lungo colloquio sopra la presenza reale, lʼautorità deʼ papi e deʼ concili, le leggi penali, lʼAtto di Prova, gli spergiuri dʼOates, i servigi resi da Butler, benchè non ricompensati, al partito deʼ Cavalieri, i libercoli di Stillingfleet, e le ampie spalle e i fortunati negozi matrimoniali di Burnet.

Lʼassurdità di questo poetico disegno è manifestissima. E in vero, cosiffatta allegoria non poteva regolarmente procedere oltre a dieci versi. Non vʼè magistero di forma che possa servire di compenso agli errori di un tal disegno. E nulladimeno, la Favola della Cerva e della Pantera è senza verun dubbio la produzione più pregevole della letteratura inglese del breve e torbido regno di Giacomo II. In nessuna delle opere di Dryden si potrebbero trovare brani più patetici e splendidi, maggior pieghevolezza ed energia di stile, e più piacevole e variata armonia.

Il poema comparve alla luce con ogni vantaggio che la regia protezione potesse impartire. Una magnifica edizione ne fu fatta per la Scozia nella tipografia cattolica romana di HolyroodHouse. Ma le genti non erano in umore da lasciarsi ammaliare dal lucido stile e dagli armoniosi versi dello apostata. Il disgusto eccitato dalla sua venalità, il timore eccitato dalla politica di cui egli sʼera fatto panegirista, non erano cose da cantarsi per addormentare le menti. Il pubblico fu infiammato di giustissimo sdegno da coloro cui gli scherni del poeta scottavano, e da coloro che erano invidi della sua rinomanza. Non ostante le restrizioni che avvincolavano la stampa, ogni giorno apparivano satire intorno alla vita e agli scritti di lui. Ora lo chiamavano Bayes, ora il Poeta Squab. Gli rammentavano come in gioventù avesse tributato alla Casa di Cromwell le medesime servili lusinghe le quali egli adesso tributava alla Casa degli Stuardi. Alcuni deʼ suoi avversari maliziosamente ristamparono i versi pieni di sarcasmo già da lui scritti contro il papismo, allorquando non gli avrebbe nulla giovato lʼessere papista. Tra i molti componimenti satirici venuti alla luce in tale occasione, il più notevole fu opera di due giovani, i quali di recente avevano compiti i loro studi in Cambridge, ed erano stati accolti come novizi di belle speranze neʼ caffè letterari di Londra; voglio dire Carlo Montague e Matteo Prior. Montague era di nobile schiatta; la origine di Prior era talmente oscura, che nessun biografo ha potuto rinvenirla: entrambi poscia giunsero in alto; entrambi allo amore delle lettere congiungevano arte mirabile in quella specie dʼaffari di che i letterati generalmente sentono disgusto. Tra i cinquanta poeti deʼ quali Johnson ha scritto le vite, Montague e Prior sono i soli che avessero profonda conoscenza del commercio e delle finanze. Non andò guari, e presero vie lʼuna dallʼaltra diverse. La loro giovanile amicizia si sciolse. Uno di loro divenne capo del partito Whig, e fu processato dai Tory. Allʼaltro furono affidati tutti i misteri della diplomazia deʼ Tory, e fu lungamente tenuto in istretta prigionia dai Whig. Infine, dopo molti anni di vicissitudini, i due colleghi, chʼerano stati lungo tempo divisi, si ricongiunsero nellʼAbbadia di Westminster.

XXII. Chiunque abbia attentamente letto il racconto della Cerva e della Pantera, si sarà dovuto accorgere che mentre Dryden lo stava componendo, grande variazione era seguitaneʼ disegni di coloro che si servivano di lui come loro interprete. In sul principio, la Chiesa Anglicana è rammentata con tenerezza e rispetto, e viene esortata a collegarsi coʼ Cattolici Romani contro le sètte deʼ Puritani; ma alla fine del componimento, e nella prefazione scritta dopo che quello fu compiuto, i Protestanti Dissenzienti vengono invitati a far causa comune coi Cattolici Romani contro la Chiesa dʼInghilterra.

Sì fatto mutamento di linguaggio nel poeta cortigiano indicava un grande mutamento nella politica della Corte. Il primitivo scopo di Giacomo era stato quello dʼottenere per la propria Chiesa non solo piena immunità da tutte le pene e da tutte le incapacità civili, ma ampia partecipazione ai beneficii ecclesiastici ed universitari, e nel tempo stesso di rinvigorire le leggi contro le sètte puritane. Tutte le dispense speciali da lui concedute, erano state a pro deʼ Cattolici Romani. Tutte le leggi più dure contro i Presbiteriani, glʼIndipendenti, i Battisti, erano state per qualche tempo da lui mandate severamente ad esecuzione. Mentre Hale comandava un reggimento, mentre Powis sedeva nel Consiglio, mentre Massey era decano, mentre i breviari e i messali stampavansi in Oxford muniti di regia licenza, mentre lʼOstia esponevasi pubblicamente in Londra sotto la protezione delle picche e degli archibugi delle guardie reali, mentre frati e monaci vestiti degli abiti loro passeggiavano per le vie della metropoli, Baxter era sepolto in carcere; Howe era in esilio; le leggi detteFive-Mile-Act, eConventicle-Act, erano in pieno vigore; gli scrittori puritani erano costretti a ricorrere alle tipografie straniere o clandestine; le congregazioni puritane potevano riunirsi solamente di notte o in luoghi vasti, e i ministri puritani erano forzati a predicare travestiti da carbonai o da marinari. In Iscozia il Re, mentre non trascurava sforzo nessuno ad estorcere dagli Stati pieno alleggiamento pei Cattolici Romani, aveva chiesto ed ottenuto nuovi statuti di severità senza esempio contro i presbiteriani. La sua condotta verso gli esuli Ugonotti aveva con non minore chiarezza rivelato il suo cuore. Abbiamo di sopra veduto, che quando la pubblica munificenza aveva posto nelle mani del Re una grossa somma per alleggiare la sciagura di queʼ miseri, egli, rompendo ogni legge dʼospitalitàe di buona fede, impose loro di rinunziare al culto calvinista, cui essi forte aderivano, ed abbracciare quello della Chiesa Anglicana, innanzi dʼottenere la più piccola parte delle limosine che erano state a lui affidate.

Tale fu la sua politica finchè nutrì la speranza che la Chiesa Anglicana avrebbe consentito a predominare insieme con la Chiesa di Roma. Tanta speranza un tempo fu per lui una certezza. Lo entusiasmo con che i Tory lo avevano salutato nello ascendere chʼegli fece al trono, le elezioni, il rispettoso linguaggio e le ampie concessioni del suo Parlamento, la insurrezione delle Contrade Occidentali spenta, prostrato il partito che aveva tentato di privarlo della corona; queste e simiglianti altre cose lo avevano spinto oltre i confini della ragione. Era sicuro che ogni ostacolo cederebbe innanzi la sua potenza e fermezza. Il Parlamento gli oppose resistenza. Egli adoperò il cipiglio e le minacce; ma a nulla giovarono. Si provò di prorogarlo; ma dal giorno della proroga la opposizione ai suoi disegni era divenuta ognora più forte. Sembrava chiaro che volendo mandare ad effetto il proprio pensiero, gli era mestieri farlo sfidando quel gran partito che aveva dato segnalate prove di fedeltà al suo grado, alla sua famiglia, alla sua persona. Tutto il clero anglicano, tutti i gentiluomini Cavalieri gli stavano contro. Invano egli, per virtù della sua supremazia ecclesiastica, aveva comandato al clero che si astenesse dal discutere i punti controversi. In ogni chiesa parrocchiale del Regno, tutte le domeniche i sacerdoti esortavano i fedeli a guardarsi dagli errori di Roma: esortazioni che erano le sole efficaci, perocchè venivano accompagnate da proteste di riverenza verso il Sovrano, e da giuramenti di sopportare pazientemente ciò che gli sarebbe piaciuto di infliggere. I Cavalieri e scudieri realisti, i quali in quarantacinque anni di guerra e di fazioni avevano con esimio valore difeso il trono, adesso andavano con franche parole dicendo, essere risoluti di difendere con pari valore la Chiesa. Per quanto duro dʼintelletto fosse Giacomo, per quanto ei fosse dʼindole dispotica, conobbe chʼera tempo di appigliarsi ad altra via. Non poteva a un tratto rischiarsi ad oltraggiare tutti i suoi sudditi protestanti. Se si fosse potuto indurre a fare concessioni al partito predominantein ambe le Camere, a lasciare alla Chiesa Stabilita tutti gli emolumenti, i privilegi, le dignità, avrebbe potuto sturbare le ragunanze deʼ presbiteriani, ed empire le carceri di predicatori Battisti. Ma se era risoluto di spogliare la gerarchia, gli era mestieri privarsi della voluttà di perseguire i Dissenzienti. Se doveva da quinci innanzi appiccare lite coʼ suoi vecchi amici, gli era necessario far tregua coi vecchi nemici. Poteva opprimere la Chiesa Anglicana solo formando contro essa una vasta coalizione, che comprendesse le sètte, le quali, benchè e per dottrine e per ordinamento differissero lʼuna dallʼaltra molto più che da quella, potevano, perchè erano egualmente gelose della sua grandezza e ne temevano la intolleranza, essere indotte a far posa alle loro animosità finchè la ponessero in condizione di non poterle più opprimere.

Cosiffatto disegno piacevagli singolarmente per questa ragione. Potendo riuscirgli di riconciliare fra loro i protestanti non-conformisti, gli era dato sperare di porsi al sicuro contro ogni probabilità di ribellione. Secondo i teologi anglicani, nessun suddito per qual si fosse provocazione poteva equamente resistere con la forza allʼunto del Signore. La dottrina deʼ Puritani era ben diversa. Essi non avevano scrupolo a trucidare i tiranni con la spada di Gedeone. Molti di loro non temevano dʼusare la daga di Ehud. E forse in quel mentre meditavano unʼinsurrezione simile a quella delle Contrade Occidentali, una congiura come quella di Rye House. Giacomo quindi pensò di potere senza pericolo perseguitare la Chiesa qualora gli fosse riuscito di amicarsi i Dissenzienti. Il partito, i cui principii non gli offrivano nessuna guarentigia, si sarebbe a lui accostato per interesse. Il partito del quale egli aggrediva glʼinteressi, sarebbe stato impedito dʼinsorgere per principio politico.

Mosso da tali considerazioni, Giacomo, dal tempo in cui si divise di mal umore dal suo Parlamento, cominciò a meditare una lega generale di tutti i non-conformisti, cattolici e protestanti, contro la religione dello Stato. Fino dal Natale del 1685, gli agenti delle Provincie Unite scrivevano al loro Governo, essersi deliberato di concedere, e pubblicare tra breve una tolleranza generale.[232]Si vide col fatto che tale annunzioera prematuro. Eʼ sembra nondimeno, che i separatisti fossero trattati con più mitezza nel 1686, che nellʼanno precedente. Ma solo a poco a poco, e dopo lunga tenzone con le proprie inclinazioni, il Re potè indursi a formare colleganza con coloro chʼegli sopra tutti aborriva. Doveva vincere un odio non lieve o capriccioso, non nato e cresciuto pur allora, ma, ereditario nella sua famiglia, rinvigorito da gravissimi torti inflitti e sofferti pel corso di cento venti anni di vicende, e immedesimato a tutti i suoi sentimenti religiosi, politici, domestici e personali. Quattro generazioni di Stuardi avevano mosso guerra mortale a quattro generazioni di Puritani; e per tutta quella lunga guerra non vʼera stato nessuno fra gli Stuardi che al pari di lui odiasse i Puritani, e fosse da loro odiato. Eransi provati a disonorarlo, e ad escluderlo dal trono; lo avevano chiamato incendiario, scannatore, avvelenatore; lo avevano cacciato dallo Ammiragliato e dal Consiglio; lo avevano più volte bandito; avevano congiurato ad assassinarlo; gli erano a migliaia insorti contro impugnando le armi. Ei se ne era vendicato con una strage non mai fino allora veduta in Inghilterra. I loro capi e le loro squartate membra stavansi tuttavia fitti sulle pertiche a imputridire in tutte le piazze delle Contee di Somerset e di Dorset. Donne venerande per età e tenute in grande onoranza per religione e carità daʼ settarii, erano state decapitate e bruciate vive per falli sì lievi, che nessun buon principe avrebbe giudicate meritevoli nè anche dʼuna severa riprensione. Tali erano state, anco in Inghilterra, le relazioni tra il Re e i Puritani; e in Iscozia, la tirannia del Re e il furore deʼ Puritani erano tali, che nessuno Inglese gli avrebbe potuti concepire. Porre in oblio una nimistà così lunga e mortale non era lieve impresa per un cuore singolarmente duro e implacabile qual era quello di Giacomo.

La tenzone che travagliava lʼanimo del Re, non isfuggì allʼocchio di Barillon. Alla fine di gennaio 1687, egli spedì a Versailles una lettera notevolissima. Il Re—tale era la sostanza di cotesto documento—era quasi convinto di non potere ottenere piena libertà a pro deʼ Cattolici Romani, e a un tempo mantenere le leggi contro i Protestanti Dissenzienti. Per la qual cosa, inclinava al partito di concedere una indulgenzagenerale; ma in cuor suo amerebbe meglio di potere anche adesso dividere la sua protezione e il suo favore tra la Chiesa di Roma e quella dʼInghilterra, escludendone tutte le altre sètte religiose.[233]

XXIII. Pochissimi giorni dopo che fu scritto cotale dispaccio, Giacomo, esitando e di poco buona grazia, fece i primi passi a negoziare coi Puritani. Aveva fatto pensiero di cominciare dalla Scozia, dove la sua potestà di dispensare era stata riconosciuta dagli Stati verso lui ossequenti. Il dì 12 febbraio, quindi, fu pubblicata in Edimburgo una ordinanza ad alleggiare le coscienze scrupolose,[234]la quale prova come fosse esatto il giudicio di Barillon. Fino nello stesso atto di fare concessioni ai Presbiteriani, Giacomo non poteva nascondere il disgusto che sentiva per essi. I Cattolici ebbero piena tolleranza. I Quacqueri ebbero poca ragione di dolersi. Ma la indulgenza concessa ai Presbiteriani, che formavano la maggioranza del popolo scozzese, fu inceppata da condizioni tali, da renderla pressochè inutile. Al vecchio Atto di Prova, il quale escludeva egualmente i Cattolici e i Presbiteriani dagli uffici, fu sostituito un nuovo Atto di Prova che ammetteva i Cattolici, ma escludeva la maggior parte deʼ Presbiteriani. Ai Cattolici era lecito edificare cappelle, e anche portare lʼOstia processionalmente in ogni luogo, tranne nelle strade maestre deʼ borghi reali; ai Quacqueri era lecito di ragunarsi neʼ pubblici edifici: ma ai Presbiteriani fu inibito di adorare Dio altrove che nelle private abitazioni; non dovevano osare di erigere edifici per ragunarvisi; non potevano servirsi nè anche di una loggia o di un granaio per gli esercizi religiosi; e fu loro distintamente notificato, che ove avessero ardimento di tenere conventicole allʼaria aperta, la legge che puniva di morte i predicatori e gli uditori, verrebbe eseguita senza misericordia. Qualunque prete cattolico poteva dir Messa; qualunque Quacquero poteva arringare innanzi ai suoi confratelli: ma il Consiglio Privato ebbe comandamento di impedire chenessun ministro presbiteriano predicasse, senza speciale licenza del Governo. Ogni parola di cotesto Atto e delle lettere onde fu accompagnato, mostra quanto costasse al Re di mitigare minimamente il rigore col quale egli aveva sempre trattato i vecchi nemici della sua famiglia.[235]

XXIV. Veramente, abbiamo ragione di credere, che allorquando egli pubblicò cotesta ordinanza, non era pienamente risoluto di far lega coi Puritani, e che il suo scopo era solo di concedere loro tanto favore che bastasse ad atterrire i credenti della Chiesa Anglicana e indurli a cedere. Onde egli aspettò per un mese a fine di vedere lo effetto che produrrebbe in Inghilterra lʼeditto promulgato in Edimburgo. Quel mese fu da lui impiegato assiduamente, giusta il consiglio di Petre, in ciò che chiamavasi ingabinettare. Londra era molto affollata di gente. Aspettavasi dʼora in ora la riapertura delle Camere pel disbrigo degli affari, e molti deʼ membri erano in città. Il Re si pose a indagare lʼanimo di ciascuno partitamente. Lusingavasi che i Tory zelanti—e di siffatti uomini, tranne pochissimi, era composta la Camera deʼ Comuni—avrebbero difficoltà a resistere alle calde dimande, fatte loro non in comune, ma separatamente a ciascuno, non dal trono, ma nella familiarità della conversazione. I rappresentanti, perciò, i quali recavansi a Whitehall per rendere riverenza al sovrano, erano tratti in disparte, e ricevevano lʼonore di lunghi colloqui. Il Re li pregava, a nome della lealtà loro, a compiacerlo nella sola cosa che gli stesse a cuore. Diceva andarci dellʼonor suo; le leggi fatte sotto il suo predecessore da Parlamenti faziosi contro i Cattolici Romani, avere avuto di mira lui solo; tali leggi avergli inflitta una macchia, averlo espulso dallʼAmmiragliato e dal Consiglio Privato; avere egli diritto che tutti coloro dai quali era amato e riverito, dovessero cooperare ad abrogare quelle leggi. Come si accôrse che i rappresentanti rimanevano duri alle sue esortazioni, si mise ad intimidirli e a corromperli. A coloro che ricusarono di cedere alle sue voglie, fu a chiare note detto, che non dovevano aspettarsi il più lieve segno della grazia sovrana. Per quanto ei fosse spilorcio, aperse e profuse i suoi tesori. Parecchi di coloro,chʼerano stati invitati a conferire con lui, uscirono dalle regie stanze con le mani piene dʼoro dato dal Re stesso.

XXV. I Giudici, che a quel tempo facevano il giro ufficiale di primavera, ebbero ordine di vedere quei rappresentanti che rimanevano in provincia, e investigare i loro intendimenti. Il risultamento di tali investigazioni fu, che la grande maggioranza della Camera deʼ Comuni era risolutamente decisa ad opporsi alle misure della Corte.[236]Fra coloro la cui fermezza destò universale ammirazione, si rese notevole Arturo Herbert, fratello del Capo Giudice, rappresentante di Dover, Maestro Guardaroba e Contrammiraglio dʼInghilterra. Arturo Herbert era molto amato daʼ marinai, ed aveva voce dʼessere uno deʼ migliori ufficiali appartenenti al ceto aristocratico. Supponevasi comunemente chʼegli avrebbe di leggeri aderito alle voglie del Re, imperciocchè era non curante della religione, amante di godere e di spendere; non aveva patrimonio; i suoi impieghi gli fruttavano quattromila lire sterline lʼanno; ed era da lungo tempo annoverato tra i più fidi partigiani di Giacomo. Non per tanto, allorchè il Contrammiraglio fu condotto alle secrete stanze del suo signore e gli fu richiesta la promessa di votare contro la revoca dellʼAtto di Prova, rispose che lʼonore e la coscienza non gli consentivano di farlo. «Nessuno dubita dellʼonor vostro,» disse il Re «ma un uomo che conduce la vita come voi, non dovrebbe parlare di coscienza.» A questo rimprovero, che usciva con cattiva grazia dalle labbra del drudo di Caterina Sedley, Herbert animosamente rispose: «Io ho i miei difetti, o Sire; ma potrei nominare taluni i quali parlano di coscienza assai più di quel che io ho costume di fare, e intanto menano una vita sciolta come la mia.» Fu destituito da tutti i suoi impieghi; e i suoi conti dʼentrata e uscita come Maestro Guardaroba, furono sindacati con grande, e—come egli se ne dolse—ingiusta severità.[237]

Oggimai vedevasi chiaramente, che era mestieri abbandonare la speranza dʼuna lega tra la Chiesa dʼInghilterra e quella di Roma a fine di partire tra esse gli uffici e gli emolumenti. Nullʼaltro rimaneva, che tentare una coalizione tra la Chiesa di Roma e le sètte puritane contro la Chiesa Anglicana.

XXVI. Il diciottesimo giorno di marzo, il Re annunziò al Consiglio Privato il pensiero di prorogare il Parlamento sino alla fine di novembre, e concedere, di propria autorità, a tutti i suoi sudditi piena libertà di coscienza.[238]Il di quarto dʼaprile, fu promulgata la memorabile Dichiarazione dʼIndulgenza.

In questa Dichiarazione, il Re significava essere suo desiderio di vedere il suo popolo rientrare in grembo di quella Chiesa alla quale egli apparteneva. Ma poichè ciò non poteva conseguirsi, annunziava chʼera suo intendimento proteggere ciascuno nel pieno esercizio della propria religione. Ripeteva tutte quelle frasi che otto anni innanzi, quando anchʼegli pativa oppressione, sʼudivano di continuo sulle sue labbra, ma che aveva cessato dʼusare fino dal giorno in cui, per un volgere di fortuna, era venuto in condizione di farsi oppressore. Diceva, essere da lungo tempo convinto, che la coscienza non doveva forzarsi; che la persecuzione tornava nociva allo incremento della popolazione e del commercio, e non conduceva mai al fine vagheggiato dal persecutore. Ripeteva la promessa, già più volte fatta e più volte violata, di volere proteggere la Chiesa dello Stato nel godimento deʼ suoi diritti. Procedeva quindi ad annullare, di propria autorità, una lunga serie di Statuti. Sospendeva tutte le leggi penali contro tutte le classi deʼ non-conformisti. Autorizzava i Cattolici Romani e i Protestanti Dissenzienti a esercitare pubblicamente il loro culto. Inibiva aʼ suoi sudditi—pena la collera sovrana—di molestare alcuna religiosa assemblea. Abrogava parimente quegli Atti che imponevano la prova religiosa come requisito ad occupare gli uffici civili e militari.[239]

Che la Dichiarazione dʼIndulgenza fosse atto incostituzionale, è cosa, intorno alla quale entrambi i grandi partitiinglesi hanno sempre pienamente concordato. Chiunque sia capace di ragionare sopra una questione politica, deve intendere che un monarca competente ad emanare una simigliante dichiarazione, è niente meno che un monarca assoluto. Nè a difesa di Giacomo possono allegarsi quelle ragioni con le quali molti atti arbitrari degli Stuardi sono stati difesi o scusati. Non può dirsi chʼei sʼingannasse circa i confini della regia prerogativa, come quelli che non erano esattamente definiti. Imperciocchè è innegabile chʼegli li travarcava, non ostante che gli stesse dinanzi allo sguardo un esempio recente che in quel caso precisamente li stabiliva. Quindici anni innanzi, una Dichiarazione dʼIndulgenza era stata promulgata dal suo fratello per consiglio della Cabala. Ove cotesta Dichiarazione si paragoni con quella di Giacomo, potrebbe reputarsi modesta e cauta. La Dichiarazione di Carlo dispensava solo dalle leggi penali. La Dichiarazione di Giacomo dispensava anco da tutti gli Atti di Prova religiosa. La Dichiarazione di Carlo permetteva ai Cattolici Romani di celebrare il loro culto solamente nelle private abitazioni. Per virtù della Dichiarazione di Giacomo, essi potevano erigere e adornare i tempii, ed anche andare processionalmente lungo Fleet Street con croci, immagini e gonfaloni. E non ostante ciò, la Dichiarazione di Carlo era stata nel modo più solenne giudicata illegale. La Camera deʼ Comuni aveva deliberato, che il Re non aveva potestà di dispensare dagli Statuti nelle materie ecclesiastiche. Carlo aveva ordinato che quellʼistrumento venisse cancellato in presenza sua, aveva con le proprie mani strappato il sigillo, e con un messaggio munito della sua firma, e colle proprie labbra dal trono in pieno Parlamento, aveva chiaramente promesso ad ambe le Camere, che quellʼAtto, il quale aveva loro recato si grave offesa, non verrebbe mai considerato come esempio. Le Camere a pieni voti, tranne un solo, avevano ringraziato il Re per essersi degnato di compiacere ai desiderii loro. Non vʼè questione costituzionale che sia stata decisa con maggiore delicatezza, chiarezza ed unanimità.

I difensori di Giacomo, ad escusarlo, hanno spesso allegato il giudizio della Corte del Banco del Re intorno alla querela collusivamente deposta contro Sir Eduardo Hales: ma tale argomentoè di nessun valore; imperocchè quella sentenza, come è a tutti noto, fu ottenuta da Giacomo per mezzo di sollecitazioni e di minacce, cacciando via i magistrati scrupolosi, e sostituendone altri più cortigiani. E nondimeno, quella sentenza, tuttochè dal fôro e dalla nazione venisse generalmente considerata come incostituzionale, giunse solo ad affermare, che il sovrano, per ispeciali ragioni di Stato, può glʼindividui nominatamente esentare dagli Statuti portanti incapacità. Ma nessun tribunale, di faccia alla solenne decisione parlamentare del 1673, si era arrischialo ad affermare, che il Re avesse facoltà dʼautorizzare con un solo editto tutti i suoi sudditi a disubbidire ad interi volumi di leggi.

XXVII. Tali, nonostante, erano le condizioni deʼ partiti, che credevasi certo, la Dichiarazione di Giacomo, quantunque fosse il più audace degli attentati fatti dagli Stuardi contro le pubbliche libertà, dover piacere a quegli stessi cittadini, i quali avevano con più coraggio e pertinacia resistito a tutti gli altri attentati degli Stuardi contro le libertà pubbliche. Non era supponibile che il Protestante non-conformista, daʼ suoi concittadini diviso da dure leggi rigorosamente eseguile, volesse contrastare la validità dʼun decreto che lo alleggiava da insopportabili aggravi. Un osservatore pacato e filosofo avrebbe indubitatamente affermato, che nessun male derivante da tutte le leggi intolleranti fatte dai Parlamenti, era da paragonarsi a quello che sarebbe nato, ove il potere legislativo dal Parlamento fosse passato nelle mani del principe. Ma tanta pacatezza e filosofia non è da trovarsi in coloro che gemono nella sciagura, e ai quali sʼoffre la tentazione dʼessere subitamente liberati. Un teologo puritano non poteva punto negare, che la potestà di dispensare pretesa dalla Corona, era incompatibile coʼ principii fondamentali della Costituzione. Ma anderebbe forse scusato sʼegli avesse detto: Che importa a me della Costituzione? LʼAtto dʼUniformità lo aveva, in onta alle promissioni sovrane, privato di un beneficio chʼera sua proprietà, e lo aveva ridotto miserabile e dipendente. LʼAtto, chiamatoFive-Mile-Act, lo aveva bandito dalla sua abitazione, daʼ parenti, dagli amici, da quasi tutti i luoghi pubblici. Per vigore delConventicle-Act, gli erano stati tolti i beni, edegli era stato seppellito in carcere fra mezzo ai ladroni ed agli assassini. Fuori di prigione si vedeva ai fianchi gli ufficiali della giustizia; era costretto a dar la mancia alle spie perchè non lo denunciassero; passava ignominiosamente travestito, per finestre e bugigattoli onde riunirsi al proprio gregge; e versando lʼonda battesimale e amministrando il pane eucaristico, tendeva gli orecchi ansiosamente ascoltando il segno che lʼavvertisse come gli uscieri si avvicinavano. Non era egli uno scherno pretendere che un uomo in siffatta guisa oppresso patisse il martirio per gli averi e la libertà deʼ suoi spogliatori ed oppressori? La Dichiarazione, per quanto potesse sembrare dispotica ai suoi felici vicini, lo liberava da tanti mali. Egli fu chiamato ad eleggere, non tra la libertà e la schiavitù, ma fra due gioghi; ed è naturale chʼegli stimasse il giogo del Re più lieve di quello della Chiesa Anglicana.

XXVIII. Mentre tali pensieri agitavansi in mente ai Dissenzienti, il partito anglicano era compreso di maraviglia e di terrore. Cotesto nuovo rivolgimento delle pubbliche cose era, a dir vero, terribile. La Casa Stuarda in lega coʼ repubblicani e coi regicidi contro i Cavalieri dʼInghilterra; il papismo in lega coʼ Puritani contro un ordinamento ecclesiastico, del quale i Puritani non querelavansi, se non che riteneva troppo deʼ riti papali: erano portenti tali da confondere tutti i calcoli degli uomini di Stato. La Chiesa doveva, adunque, essere aggredita da ogni parte; e capo della aggressione doveva essere colui che, per virtù della costituzione, era capo della Chiesa stessa. Era, quindi, naturale che rimanesse maravigliata e atterrita. E misti alla maraviglia e al terrore, destaronsi altri sinistri umori: risentimento contro lo spergiuro Principe, da essa fino allora affettuosamente servito; e rimorso delle crudeltà, a commettere le quali egli era stato complice della Chiesa, e adesso pareva dovernela punire. Ed era giusta punizione, imperocchè essa raccoglieva ciò che aveva seminato. Dopo la Restaurazione, trovandosi al più alto grado di sua potenza, non aveva ella altro spirito che vendetta. Aveva inanimati, incitati e quasi costretti gli Stuardi a rimunerare con perfida ingratitudine i recenti servigi deʼ Presbiteriani. Se nella stagione della prosperità ella si fosse interposta, comeera suo debito, a pro deʼ propri nemici, gli avrebbe ora nella sciagura trovati amici. Forse non era troppo tardi; forse poteva anche riuscire di volgere la strategia del suo infido oppressore contro lui stesso. Esisteva fra il Clero Anglicano un partito moderato, il quale era stato sempre animato da miti sentimenti verso i Protestanti Dissenzienti. Cotesto partito non era numeroso; ma sʼera reso rispettabile per lʼabilità, la dottrina, e la virtù di coloro che lo componevano. Gli alti dignitari ecclesiastici gli erano stati poco favorevoli, e i bacchettoni della scuola di Laud lo avevano senza pietà oltraggiato: ma dal giorno in cui apparve la Dichiarazione dʼIndulgenza fino a quando la potenza di Giacomo cessò dʼincutere terrore, tutta quanta la Chiesa Anglicana sembrò animata dallo spirito, e guidata dai consigli deʼ calunniati Latitudinarii.

XXIX. Allora seguì, per così dire, una concorrenza al rincaro più strana dʼogni altra, di cui serbi ricordo la storia. Da una parte il Re, dallʼaltra la Chiesa, studiavano acquistarsi, ciascuno a danno dellʼaltro, i favori di coloro ad opprimere i quali, fino a quel tempo, il Re e la Chiesa erano andati dʼaccordo. I Protestanti Dissenzienti, pochi mesi innanzi, erano una classe spregiata e proscritta; adesso tenevano la bilancia del potere. La durezza usata loro venne universalmente condannata. La Corte si provò di gettare tutta la colpa sopra la gerarchia; la quale la rigettava in viso alla Corte. Il Re dichiarò dʼavere a malincuore perseguito i Separatisti, solo perchè i suoi affari erano in tali condizioni, che egli non poteva rischiarsi a spiacere al clero anglicano. Il clero protestava dʼavere avuto parte in una severità contraria alle proprie inclinazioni, solo per deferenza allʼautorità del Re. Il Re mise insieme una raccolta di storielle concernenti rettori e vicari, i quali con minacce di persecuzione avevano estorto danaro dai Protestanti Dissenzienti. Ne parlò molto e pubblicamente; minacciò dʼistituire unʼinchiesta, la quale avrebbe mostrato al mondo i parrochi nelle loro genuine sembianze: e di fatto, creò diverse Commissioni, incaricando certi agenti, deʼ quali credeva potersi fidare, dʼindagare quanta pecunia in diversi luoghi del reame gli aderenti alla religione dello Stato avevano estorta daʼ settari. I difensori della Chiesa, dallʼaltro canto, citavano esempi dionesti sacerdoti, i quali dalla Corte erano stati ripresi e minacciati per avere dal pulpito inculcata la tolleranza, e ricusato di spiare e denunziare le piccole congregazioni di Non-Conformisti. Il Re asseriva che parecchi partigiani della Chiesa Anglicana, coi quali aveva conferito in secreto, gli avevano offerte ampie concessioni a favore deʼ Cattolici, a patto che la persecuzione contro i Puritani avesse a continuare. Gli accusati partigiani della Chiesa animosamente dicevano falsa lʼaccusa, aggiungendo che ove avessero voluto consentire ciò che il Re domandava, questi avrebbe volentieri conceduto loro che si indennizzassero perseguitando e spogliando i Protestanti Dissenzienti.[240]

La Corte era cangiata dʼaspetto. Lʼabito da prete non poteva mostrarvisi senza provocare gli scherni e i maliziosi bisbigli deʼ cortigiani. Le dame di Corte, invece, astenevansi di ridere, e i ciamberlani sʼinchinavano profondamente quando per la reggia vedevano il viso e il vestire deʼ Puritani, che da tanto tempo erano stati neʼ circoli del bel mondo materia di scherno. Taunton, che pel corso di due generazioni era stata il baluardo del partito delle Teste-Rotonde nelle Contrade Occidentali, che aveva due volte respinto le armi di Carlo I, che sʼera levata come un solo uomo a favore di Monmouth, e che da Kirke e da Jeffreys era stata trasmutata in macello di carne umana, sembrava avere repentinamente acquistato nel cuore del Re il posto una volta occupato da Oxford.[241]Il Re faceva forza a sè stesso, per mostrarsi lusinghevolmente cortese aʼ più egregi fraʼ Dissenzienti. A chi offerse danari, a chi uffici municipali, a chi grazie pei parenti ed amici, i quali, implicati nella congiura di Rye House o nella ribellione di Monmouth, ramingavano nel continente, o sudavano fra le piantagioni americane. Simulò perfino di consentire coʼ Puritani inglesinella cortesia che mostravano ai loro confratelli stranieri. Furono pubblicati in Edimburgo un secondo e un terzo proclama, coʼ quali considerevolmente egli slargava la futile tolleranza concessa ai presbiteriani dallo editto di febbraio.[242]I banditi Ugonotti, che il Re per molti mesi aveva guardati in cagnesco, privandoli della limosina fatta loro dalla nazione, adesso ricevevano alleggiamento e carezze. Il Consiglio emanò un ordine per destare a favor loro la pubblica liberalità. La condizione di conformarsi al culto anglicano, che il Re aveva loro imposta per ottenere parte della limosina, sembra questa volta essere stata tacitamente abrogata; e i difensori della politica del Re ebbero la sfrontatezza di affermare, che quella condizione—la quale, come risulta incontrastabilmente daʼ fatti, era stata immaginata da lui dʼaccordo con Barillon—fosse stata adottata ad istanza deʼ prelati della Chiesa Anglicana.[243]

Mentre il Re in cotesto modo studiavasi di blandire i suoi antichi avversari, gli amici della Chiesa non erano meno di lui operosi. Appena vedevansi i segni di quellʼacrimonia e di quel disprezzo con che, dopo la Restaurazione, i prelati e i preti solevano trattare i settarii. Coloro che poco innanzi erano additati come scismatici o fanatici, adesso erano divenuti diletti confratelli protestanti; deboli uomini forse, ma tuttavia confratelli, i cui scrupoli meritavano pietoso compatimento. Ove essi in cotesta crisi si mostrassero sinceri alla causa della Costituzione inglese e della religione riformata, la loro generosità verrebbe tosto e largamente rimunerata. Invece di una indulgenza di nessun valore legale, ne otterrebbero una vera, assicurata con un atto del Parlamento. Anzi, molti aderenti alla Chiesa Anglicana, i quali fino allora sʼerano fatti notare per la loro inflessibile venerazione dʼogni gesto e dʼogni parola prescritta nel Libro della Preghiera Comune, dichiaravansi oramai favorevoli, non solo alla tolleranza, ma anche alla comprensione. Dicevano che la disputa intorno al vestire e allo atteggiarsi, aveva per lungo tempo diviso coloro i quali concordavano intorno ai punti essenziali della religione. Finitala lotta mortale contro il comune nemico, vedrebbero come il clero anglicano si mostrerebbe pronto a far loro ogni concessione. Se i Dissenzienti dimandassero allora ciò che è ragionevole, non solo sarebbero loro concessi gli uffici civili, ma gli ecclesiastici; e Baxter e Howe, senza macchia veruna dʼonore e di coscienza, potrebbero assidersi fra i vescovi.

XXX. Fra tutti i numerosi scritti coʼ quali in quel tempo la Corte e la Chiesa ingegnavansi di trarre a sè il Puritano, che oggimai, per uno strano volgere di fortuna, era divenuto arbitro delle sorti deʼ suoi persecutori, dʼun solo è serbata fino ai dì nostri ricordanza; cioè della Lettera a un Dissenziente. In questo articoletto, tratteggiato con gran magistero, tutti gli argomenti atti a convincere un Non-Conformista comʼera di suo dovere e interesse il preferire la lega con la Chiesa alla lega con la Corte, sono condensati nel più breve spazio, con lucidissimo ordine disposti, illustrati con spiritosa vivacità, e rinvigoriti con eloquenza, la quale, ancorchè fervida e veemente, non travarca i confini del buon senso e della convenevolezza. La sensazione da esso prodotta fu immensa; imperocchè, essendo un solo foglio volante, ne furono spediti per la posta ventimila e più esemplari; e non vi fu luogo nel Regno, in cui non ne fosse sentito lo effetto. Tosto comparvero alla luce ventiquattro risposte; ma la voce pubblica le disse tutte cattive, e peggiore di tutte quella di Lestrange.[244]Il Governo ne fu fortemente irritato, e fece ogni sforzo a scoprire lo autore della Lettera; ma non fu possibile trovarne prove legali. Ad alcuni parve riconoscervi le opinioni e lo stile di Temple.[245]Ma, a dir vero, quella larghezza e acutezza di concepimento, quella vivacità di fantasia, quello stile terso ed energico, quella calma dignità, mezzo cortigiana e mezzo filosofica, non perturbata mai dalla estrema concitazione del conflitto, erano qualità appartenenti al solo Halifax.

XXXI. I Dissenzienti ondeggiavano; nè vanno di ciò rimproverati, avvegnachè il Re gli alleviasse daʼ mali che essi soffrivano. Molti insigni pastori erano stati liberati dalla prigionia; altri eransi rischiati a ritornare dallo esilio. Le congregazioni che fino allora sʼerano tenute di furto e fra le tenebre, adesso ragunavansi in pieno giorno; cantavano salmi ad alta voce, tanto da farsi udire dai magistrati, daʼ sagrestani e dagli agenti di polizia. Parecchi modesti edifici per servigio del culto puritano, cominciarono a sorgere in tutta la Inghilterra. Un diligente viaggiatore potrebbe anche oggi notare la data del 1687, in alcuno deʼ più vecchi di siffatti edifici. Nondimeno, per un giudizioso Dissenziente, le profferte della Chiesa erano più accettabili di quelle fatte dal Re. La Dichiarazione era nulla al cospetto della legge. Sospendeva gli statuti penali contro i Non-Conformisti, solo finchè rimanevano sospesi i principii fondamentali della Costituzione, e lʼautorità legittima del corpo legislativo. E che era mai il valore di privilegi posseduti con tanta ignominia e con sì poca sicurezza? Il trono da un giorno allʼaltro avrebbe potuto divenire vacante, e toccare in sorte ad un Sovrano fedele osservatore della religione dello Stato. Si sarebbe potuto ragunare un Parlamento composto di credenti nella Chiesa Anglicana. Quanto, deplorabile sarebbe allora la situazione deʼ Dissenzienti, collegati coʼ Gesuiti contro la Costituzione! La Chiesa offriva una indulgenza molto differente da quella concessa da Giacomo, e valida e sacra al pari dellaMagna Carta. Ambedue i partiti avversi offrivano libertà ai Separatisti: ma lʼuno voleva che essi la comperassero col sacrifizio della libertà civile; lʼaltro glʼinvitava a godere della libertà civile e della religiosa.

Per tali ragioni, quando anche si fosse potuto prestar fede alla sincerità della Corte, un Dissenziente avrebbe ragionevolmente dovuto congiungere la propria sorte con quella della Chiesa. Ma qual guarentigia della propria sincerità offriva la Corte? La condotta fino a quel tempo tenuta da Giacomo era nota a ciascuno. Per vero dire, non era impossibile che un persecutore si fosse potuto col ragionamento e con la esperienza convincere dellʼutilità della tolleranza. Ma Giacomo non asseriva dʼessersi pur allora convinto: allʼincontro, nonlasciava sfuggire nessuna occasione per protestare come egli da molti anni per principio abborrisse da ogni intolleranza. E nulladimeno, in pochi mesi, aveva perseguitato a morte uomini, donne, giovinette, per la loro religione. Aveva egli agito contro la evidenza e le proprie convinzioni? O adesso mentiva per calcolo? Da questo dilemma non vʼera modo a svincolarsi; ed ambedue le supposizioni erano fatali alla pretesa onestà del Re. Era parimente manifesto, chʼegli sʼera compiutamente sottoposto ai Gesuiti. Solo pochi giorni innanzi la pubblicazione della Indulgenza, la Società di Gesù era stata da lui onorata, malgrado i ben noti desiderii della Santa Sede, con un nuovo segno di fiducia ed approvazione. Il Padre Mansueto, dellʼOrdine deʼ Francescani, suo confessore, riverito da tutti per la sua indole dolce e per la sua vita irreprensibile, ma da lungo tempo in odio a Tyrconnel e Petre, era stato posto da parte. Il posto vacante era stato dato ad un Inglese, di nome Warner, il quale, apostatando dalla religione del proprio paese, erasi fatto Gesuita. Tale nomina non fu punto gradevole ai Cattolici Romani moderati ed al Nunzio; e da ogni protestante venne considerata come prova dello assoluto predominio deʼ Gesuiti sullʼanimo del Re.[246]Siano quante si vogliano le lodi alle quali queʼ reverendi possano giustamente pretendere, gli stessi adulatori non potrebbero loro attribuire le qualità di largamente liberali o rigorosamente veraci. Che, trattandosi dello interesse dellʼordine, non avessero mai avuto scrupoli a chiamare in loro aiuto la spada deʼ Principi, o violare il vero e la buona fede, era stato asserito al cospetto del mondo, non solo daʼ protestanti loro accusatori, ma da uomini altresì della cui virtù e del cui genio gloriavasi la Chiesa di Roma. Era incredibile che un cieco discepolo deʼ Gesuiti, per principio fosse zelante della libertà di coscienza; ma non era nè incredibile nè improbabile chʼegli si reputasse giustificato, dissimulando i propri veri sentimenti, onde rendere servigio alla propria vera religione. Era certo che il Re in cuor suo gli Anglicani preferiva ai Puritani. Era certo parimente, chementre aveva speranza di trarre al suo partito i credenti della Chiesa dʼInghilterra, non sʼera menomamente mostrato cortese verso i Puritani. Poteva, adunque, dubitarsi, che ove gli Anglicani si fossero anche allora arresi ai suoi desiderii, non avrebbe volentieri sacrificato i Puritani? Per la parola da lui più volte data, ei non sʼera astenuto dallo invadere i diritti legittimi di quel clero, il quale aveva date cotante prove di affetto e di fedeltà verso la casa di lui. Di qual sicurtà sarebbe adunque la sua parola alle sètte che da lui divideva la rimembranza di mille imperdonabili ferite fatte e ricevute?

XXXII. Calmato il primo concitamento, prodotto dalla promulgazione della Indulgenza, eʼ parve che una rottura avesse avuto luogo nel partito puritano. La minoranza, capitanata da pochi faccendieri che difettavano di senno e miravano al proprio interesse, sosteneva il Re. Enrico Care, il quale da gran tempo era stato il più acre ed indefesso articolista deʼ Non-Conformisti, e neʼ giorni della Congiura Papale aveva osteggiato Giacomo con estremo furore in un Giornale settimanale dettoPacco di Notizie da Roma, adesso alzava la voce ad adulare, come lʼaveva già alzata a vomitare calunnie ed insulti.[247]Lo agente precipuo adoperato dal Governo a raggirare i Presbiteriani, era Vincenzo Alsop, teologo di qualche riputazione, e come predicatore e come scrittore. Il suo figliuolo, che era incorso nelle pene comminate aʼ rei di crimenlese, ottenne la grazia; e in tal guisa il padre adoperò tutta la propria influenza a pro della Corte.[248]Con Alsop si congiunse Tommaso Rosewell. Costui, mentre infuriava la persecuzione contro i Dissenzienti dopo la scoperta della Congiura di Rye House, era stato falsamente accusato di avere predicato contro il Governo, era stato processato da Jeffreys, e in onta alla evidenza deʼ fatti, convinto daʼ giurati corrotti e dannato a morte. La ingiustizia della sentenza era sì enorme, che gli stessi cortigiani ne vergognarono. Un gentiluomoTory che era stato presente al processo, corse di subito a Carlo, dichiarando che la testa del suddito più leale in Inghilterra non sarebbe più in sicuro, qualora Rosewell venisse punito. Gli stessi giurati punse il rimorso quando ripensarono sopra ciò che avevano fatto, e sforzaronsi di salvare la vita a quel misero. In fine, egli ottenne perdono, ma a patto di dare una forte cauzione di buona condotta per tutta la vita, e di presentarsi periodicamente al Banco della Corte del Re. Oggimai per volere del Re fu liberato da cotesto carico; e in tal modo divenne partigiano della Corte.[249]

Lo incarico di trarre al partito della Corte glʼindipendenti, venne affidato ad uno deʼ loro ministri, chiamato Stefano Lobb. Lobb era uomo debole, violento ed ambizioso. Sʼera spinto tanto oltre nella opposizione, chʼera stato nominatamente proscritto in parecchi editti. Adesso si rappacificò col Governo, e trascese tanto a mostrarsi servile, quanto aveva trasceso a mostrarsi fazioso. Si collegò con la cabala gesuitica, e caldamente suggerì cose, dalle quali abborrivano i più savi ed onesti Cattolici Romani. Fu notato come egli di continuo fosse in palazzo, e spesso nelle secrete stanze del Re; come menasse una vita splendida, alla quale i teologi puritani erano poco assuefatti; e fosse perpetuamente circondato da sollecitatori, imploranti protezione ad ottenere grazie od uffici.[250]

XXXIII. Con Lobb era in grande intimità Guglielmo Penn. Penn non era stato mai uomo di vigoroso intelletto. La vita da lui per due anni menata, gli aveva non poco guasto il senso morale; e se la coscienza mai gli rimordesse, confortavasi pensando di tendere a buono e nobile scopo, e di non ricevere paga in danaro peʼ propri servigii.

Per influenza di questi, e dʼaltri uomini meno cospicui, diverse corporazioni di Dissenzienti presentarono al Re indirizzi in rendimento di grazie. Gli scrittori Tory hanno dirittamente notato, che il linguaggio di cotesti scritti era così disgustevolmente servile, come qualunque altra cosa che possatrovarsi neʼ più ampollosi elogi che i Vescovi facevano degli Stuardi. Ma, diligentemente esaminando, è agevole accorgersi che tale vergogna pesa sopra pochi del partito puritano. Non vʼera città di mercato in Inghilterra, in cui non fosse almeno un nucleo di Separatisti. Non fu trascurato sforzo veruno per indurli a ringraziare il Re della largita Indulgenza. Lettere circolari, con preghiera di firmarle, correvano per ogni angolo del Regno, in tanto numero, che le valigie postali—come scherzevolmente dicevasi—erano troppo gravi per essere trasportate dai cavalli da posta. E nulladimeno, tutti glʼindirizzi che poteronsi ottenere da tutti i Presbiteriani, Indipendenti e Battisti, sparsi per la Inghilterra, non giunsero, in sei mesi, al numero di sessanta; nè vʼè ragione a credere che fossero muniti di numerose firme.[251]

XXXIV. La massima parte deʼ protestanti non-conformisti, con fermezza aderenti alla libertà civile, e non fidenti nelle promesse del Re e deʼ Gesuiti, immutabilmente ricusarono di rendere grazie per un favore, il quale, come bene poteva auspicarsi, nascondeva una trama. Così pensavano tutti i più illustri capi di quel partito. Uno di essi era Baxter. Secondo che abbiamo osservato, era stato processato tosto dopo lʼascensione di Giacomo al trono; era stato brutalmente insultato da Jeffreys, e convinto da giurati, quali in queʼ tempi gli Sceriffi cortigiani avevano costume di scegliere. Baxter da circa un anno e mezzo era rimasto in carcere, allorquando la Corte cominciò seriamente a pensare di collegarsi coi non-conformisti. Non solo gli fu data libertà, ma gli venne detto che ove volesse abitare in Londra, poteva farlo, senza temere che la legge chiamataFive-Act-Milegli fosse applicata. Il Governo forse sperava che la rimembranza deʼ mali sofferti, e il sentimento del conseguito riposo, avrebbe in lui prodotto il medesimo effetto che destò in Rosewell e Lobb. Vana speranza! perocchè Baxter non era uomo da lasciarsi ingannare o corrompere. Ricusò di firmare qualunque indirizzo per rendere al Sovrano grazie della compartita Indulgenza, e adoperò tutta lʼautorità sua a promuovere la concordia tra la Chiesa e i Presbiteriani.[252]

Se vi fu uomo daʼ Protestanti Dissenzienti maggiormente stimato di Baxter, egli era Giovanni Howe. Ad Howe, come a Baxter, tornava personalmente utile il mutamento nella politica pur allora seguito. La tirannide stessa la quale aveva sepolto Baxter in carcere, aveva cacciato Howe in bando; e tosto dopo che Baxter era stato tratto fuori della prigione del Banco del Re, Howe da Utrecht ritornava in Inghilterra. Aspettavasi a Whitehall, che Howe adoperasse a beneficio della Corte tutta lʼautorità chʼegli esercitava sopra i suoi confratelli. Il Re stesso condiscese a chiedere il soccorso del suddito da lui già oppresso. Eʼ sembra che Howe tentennasse; ma gli Hampden, ai quali era vincolato di stretta amistanza, lo mantennero fermamente fedele alla causa della Costituzione. Una ragunanza di ministri presbiteriani fu tenuta in sua casa, onde considerare le condizioni deʼ tempi, e stabilire il cammino da prendersi. La Corte era ansiosa di conoscerne il risultamento. Due messi regii erano presenti alla discussione, e recarono la trista nuova, che Howe sʼera dichiarato decisamente avverso alla potestà di dispensare, e, dopo lunghe dispute, aveva tratto alla propria opinione la maggioranza della assemblea.[253]

XXXV. Ai nomi di Baxter e di Howe è dʼuopo aggiungere quello di un uomo loro inferiore e per grado sociale e per istruzione, ma uguale per virtù, e superiore per ingegno; voglio dire Giovanni Bunyan. Aveva esercitato il mestiere di calderaio, e servito come semplice soldato nello esercito parlamentare. Ancora nel fiore degli anni, sʼera sentito torturare dal rimorso pei peccati della sua gioventù, il più grave deʼ quali sembra essere stato di quelli che il mondo reputa veniali. Un vivo sentire e una potente immaginazione rendevano nel cuor suo singolarmente terribile il conflitto. Gli pareva dʼessere colpito da una sentenza di riprovazione, dʼavere bestemmiato contro lo Spirito Santo, dʼavere venduto Cristo, di essere ossesso dal demonio. Ora udiva alte voci dal cielo che lo ammonivano; ora si sentiva dalle furie infernali susurrare agli orecchi empi consigli. Gli apparivano visioni di lontanemontagne sopra le cui cime il sole mandava coruschi i suoi raggi; ma dalle quali egli era diviso da un vasto deserto di neve. Sentiva dietro le spalle il demonio tirarlo per gli abiti. Pensava portare impresso sulla fronte il segno di Caino. Temeva dʼesser presso a scoppiare al pari di Giuda. La tortura della mente gli rovinò la salute. Un giorno, dibattevasi come uomo colpito da paralisi. Un altro, ei si sentiva ardere in petto un vivo fuoco. Torna difficile lo intendere in che guisa egli potesse sopravvivere a uno strazio sì forte e sì lungo. In fine, squarciaronsi le nubi che gli ottenebravano la mente. Dal fondo della disperazione, il penitente innalzossi a uno stato di calma beata. Adesso sentivasi tratto da irresistibile impulso ad impartire agli altri la beatitudine chʼegli godeva.[254]Si aggregò ai Battisti, e divenne predicatore e scrittore. La sua educazione era stata quella dʼun artigiano. Non sapeva altra lingua che la inglese, così come era parlata dal volgo. Non aveva studiato nessuno insigne modello di scrivere, ad eccezione—eccezione, a dir vero, importantissima—della nostra egregia versione della Bibbia. Scriveva con cattiva ortografia. Commetteva di frequente errori grammaticali. Nulladimeno, la innata forza del genio e la esperienza di tutte le passioni religiose, dalla disperazione fino allʼestasi, supplivano in lui abbondantemente al difetto della dottrina. La sua rozza eloquenza concitava e faceva stemperare in lacrime coloro che ascoltavano svogliatamente gli elaborati discorsi di grandi filosofi ed ebraisti. I suoi scritti erano grandemente popolari nelle infime classi. Uno di essi, intitolato il Viaggio del Pellegrino, venne, vivente ancora lʼautore, tradotto in varie lingue straniere. E non per tanto, era pressochè sconosciuto agli uomini dotti e culti; e da quasi un secolo formava il diletto deʼ pii abitatori delle capanne e degli artigiani, innanzi che venisse pubblicamente commendato da alcuno letterato eminente. Alla perfine, i critici sʼindussero a ricercare dove giacesse il segreto dʼuna popolarità cotanto ampia e durevole; e furono costretti a confessare, che la ignorante moltitudine aveva giudicato più dirittamente dei dotti, e che lo spregiato libercolo era veramente un capolavoro. Bunyan, per certo, è il primo degliscrittori dʼAllegorie, come Demostene è il primo degli oratori, e Shakespeare il primo deʼ poeti drammatici. Altri allegoristi hanno fatto prova di uguale ingegno; ma a nessun altro di loro è mai riuscito di toccare il cuore, e trasmutare in astrazioni oggetti di terrore, di pietà e dʼaffetto.[255]

Mal potrebbe dirsi che alcun Dissenziente inglese avesse più di Giovanni Bunyan provato il rigore delle leggi penali. Deʼ ventisette anni corsi dopo la Restaurazione, ne aveva passati dodici in carcere. Persisteva a predicare, ma gli era uopo travestirsi da carrettiere. Spesso veniva introdotto nelle ragunanze per qualche uscio segreto, con la casacca sur una spalla e la frusta in mano. Se avesse pensato alla salvezza ed agli agi suoi, avrebbe plaudito alla pubblicazione della Indulgenza. Adesso, in fine, gli era dato liberamente pregare e predicare di pieno giorno. Il suo uditorio sʼandava rapidamente accrescendo; migliaia di cuori pendevano dallo sue labbra; e in Bedford, dove egli dʼordinario stanziava, furono raccolti in abbondanza danari a edificare una sala dʼadunanza. Lʼautorità di lui sul basso popolo era tanta, che il Governo volentieri gli avrebbe dato qualche ufficio municipale: ma il suo vigoroso intendimento e il suo robusto animo inglese resistettero contro ogni tentazione ed inganno. Vedeva chiaramente come la concessa tolleranza altro non fosse che un amo per trarre alla rovina il partito puritano; nè accettando un ufficio, a conseguire il quale egli non aveva i requisiti legali, voleva riconoscere la validità della potestà di dispensare. Uno degli ultimi atti della gloriosa sua vita fu di ricusare un convegno al quale ei venne invitato da un agente del Governo.[256]

XXXVI. Per quanto grande fosse fraʼ Battisti lʼautorità di Bunyan, quella di Guglielmo Kiffin era anco maggiore. Kiffin era primo tra loro e per ricchezze e per grado. Avevacostume di compartire nelle loro ragunanze i suoi doni spirituali; ma non sosteneva la vita con la predicazione. Conduceva esteso traffico; aveva gran credito nella Borsa di Londra; ed aveva accumulato un gran patrimonio. Forse in quella occasione non vʼera uomo che potesse rendere alla Corte maggiori servigi. Ma tra lui e la Corte stava la rimembranza dʼun terribile fatto. Egli era lʼavo deʼ due Hewling, queʼ prestanti giovani, i quali, fra tutte le vittime del Tribunale di Sangue, erano stati i più universalmente compianti. Della trista sorte di uno di loro, Giacomo era in guisa speciale responsabile. Jeffreys aveva differita la esecuzione della sentenza pel minore deʼ fratelli. La sorella del malarrivato giovane era stata introdotta da Churchill al cospetto di Giacomo, ed aveva implorata mercè; ma il cuore del Re era rimasto duro come un macigno. Grande, a tanta sciagura, era stato il dolore della famiglia; ma Kiffin era colui che destava più compassione. Aveva settanta anni di età allorquando rimase deserto e superstite a coloro che dovevano chiudergli i moribondi lumi. Gli adulatori venali e senza cuore di Whitehall, da sè giudicando gli altri, pensavano che il venerando vecchio si sarebbe agevolmente riconciliato, ove il Re gli gittasse sulle spalle la veste di Aldermanno, e gli desse qualche compensazione pecuniaria pei beni confiscati ai nepoti. Penn ebbe incarico di sedurlo, ma invano. Giacomo volle provare quale effetto produrrebbero le regie blandizie. Kiffin fu chiamato a palazzo. Vi trovò una eletta brigata di nobili e di gentiluomini. Appena egli comparve, il Re gli si fece incontro volgendogli graziose parole, e concluse: «Io ho notato il vostro nome, signore Kiffin, nella lista degli Aldermanni di Londra.» Il vegliardo fisse gli occhi negli occhi del Re, e dando in uno scoppio di pianto, rispose: «Sire, io son logoro affatto: mi sento inetto a servire Vostra Maestà o la Città. Ahi! Sire, la morte delle mie povere creature mi ha trafitto il cuore. La ferita mi sanguina più che mai, e la porterò meco sotterra.» Il Re per un istante ammutolì confuso; poi disse: «Signore Kiffin, troverò io un balsamo a cotesta piaga.» Certamente Giacomo non intendeva dire cosa crudele o insolente; allʼopposto eʼ sembra che fosse, contro lʼusato, di modi dolci e cortesi. Nondimeno, la storianon rammenta parole uscitegli dal labbro, che, al pari delle poche riferite, porgano più sinistra idea del suo carattere. Sono parole dʼun uomo di cuor duro e di mente abietta, inetto a concepire che vʼhanno dolori, a mitigare i quali non valgono nè pensioni nè onorificenze dʼuffici.[257]

La parte deʼ Dissidenti favorevoli alla nuova politica del Re, se in prima era poco numerosa, tosto cominciò a scemare; imperciocchè i Non-Conformisti non guari dopo sʼaccôrsero che la Indulgenza aveva ristretto più presto che esteso i loro privilegi spirituali. La precipua caratteristica del Puritano era lo abborrimento deʼ riti della Chiesa di Roma. Egli aveva abbandonata la Chiesa Anglicana, perocchè stimava chʼessa somigliasse molto alla sua superba e voluttuosa sorella, la maliarda dalla coppa dʼoro e dal manto di porpora. Adesso vedeva che una delle condizioni implicite di quella colleganza, da parecchi deʼ suoi pastori fatta con la Corte, era che la religione della Corte dovesse essere trattata con rispetto e dolcezza. Sentì quindi amaro desio deʼ giorni della persecuzione. Mentre erano in vigore le leggi penali, egli aveva ascoltata la parola di vita furtivamente e con suo pericolo: ma tuttavia lʼaveva ascoltata. Quando i confratelli ragunavansi nella più secreta stanza, quando le scolte erano ai posti loro, le porte ben chiuse, e il predicatore, travestito da macellaio o da vetturino, sʼera introdotto su peʼ tetti, allora almeno poteva adorare Dio secondo il vero culto. La verità divina non era minimamente taciuta o timidamente espressa per umani riguardi. Tutte le dottrine distintive della teologia puritana erano pienamente, e perfino con modi rozzi, significate. Alla Chiesa di Roma non usavasi punto indulgenza. La Bestia, lo Anticristo, lʼUomo del Peccato, la mistica Jezabelle, la mistica Babilonia, erano le frasi ordinariamente adoperate a descrivere quella augusta e incantevole superstizione. In siffatto modo avevano favellato un tempo Alsop, Lobb, Rosewell ed altri ministri, i quali erano stati poco innanzi accolti nella reggia; ma così più non favellavano. Teologi che avevano in animo di conseguire la grazia e la fiducia del Re, non potevanorischiarsi a parlare aspramente della religione del Re. Le congregazioni per ciò altamente, dolevansi, che dopo promulgata la Dichiarazione che pretendeva dar loro piena libertà di coscienza, non avevano mai più udito predicare fedelmente e con franchezza il Vangelo. Per lo innanzi erano stati costretti a procacciarsi di furto il cibo spirituale; ma avutolo, lo trovavano condito a seconda del gusto loro. Adesso potevano liberamente cibarsi; ma quel cibo aveva perduto tutto il suo sapore. Adunavansi di giorno e dentro comodi edifici; ma udivano discorsi meno soddisfacenti di quelli che avrebbero udito daʼ rettori anglicani. Nella chiesa parrocchiale il culto e la idolatria di Roma venivano ogni domenica energicamente riprovati; ma nella sala dellʼadunanza, il pastore che pochi mesi prima aveva vituperato il clero anglicano quasi al pari deʼ papisti, adesso con gran cura astenevasi dal biasimare il papismo, o esprimeva quel biasimo con parole sì delicate, da non offendere nè anche le orecchie di Padre Petre. Nè era possibile addurre ragione plausibile a giustificare siffatto mutamento. Le dottrine cattoliche romane non avevano patita la minima variazione. A memoria dʼuomo vivente, i preti cattolici romani non erano stati mai cotanto operosi a fare proseliti; non erano mai usciti daʼ torchi tanti scritti cattolici romani; tutti coloro, ai quali importavano le cose di religione, non avevano mai con tanto calore atteso al conflitto tra i Cattolici Romani e i Presbiteriani. Che poteva pensarsi della sincerità di teologi i quali non sʼerano mai stanchi di irridere al papismo, quando esso era comparativamente innocuo e privo di soccorso, e che adesso, giunto il tempo di vero pericolo per la fede riformata, schivavano studiosamente di profferire una sola parola offensiva contro un Gesuita? La loro condotta di leggeri spiegavasi. Era noto che parecchi di loro avevano ottenuto il perdono. Sospettavasi che altri avessero ricevuto danari. Il loro modello poteva trovarsi in quel debole apostolo, il quale, vinto dalla paura, rinnegò il Maestro, cui aveva pur dianzi giurato immutabile affetto; e in quellʼaltro apostolo più vigliacco, che vendè il proprio Signore per un pugno di monete.[258]

In cotal modo i ministri Dissenzienti i quali sʼerano dati alla Corte, andavano rapidamente perdendo lʼautorità da essi un dì esercitata sopra i loro confratelli. Dallʼaltra banda, i settari sentivansi tratti da un forte sentimento religioso verso queʼ prelati e preti della Chiesa Anglicana, i quali, in onta aʼ comandamenti, alle minacce, alle promesse del Re, facevano ostinata guerra alla Chiesa di Roma. Gli Anglicani e i Puritani, sì lungamente divisi da nimistà mortale, si venivano sempre più ravvicinando, ed ogni passo che facevano verso lʼunione, accresceva la influenza di colui che era capo dʼentrambi. Guglielmo, per ogni rispetto, era lʼuomo adatto a fare la parte di mediatore tra questi due grandi partiti della nazione inglese. Non poteva dirsi aderente nè allʼuno nè allʼaltro. Nondimeno, nessuno di quelli, non traviando dalla ragione, poteva non considerarlo come amico. Il suo sistema teologico concordava con quello deʼ Puritani. Nel tempo stesso, ei reputava lo episcopato, non quale istituzione divina, ma qual forma veramente legale ed utile di Governo ecclesiastico. Le questioni di gesti, di vestimenti, di feste, di liturgie, egli considerava come di nessuna importanza. Avrebbe meglio gradito un culto più semplice, e simile a quello al quale fin da fanciullo egli era assuefatto. Ma era apparecchiato ad uniformarsi a qualunque rituale fosse stato accetto alla nazione; e solo insisteva che altri non pretendesse dovere egli perseguitare i suoi confratelli protestanti aʼ quali la coscienza non consentiva di seguire lo esempio di lui. Due anni innanzi, i numerosi bacchettoni di ambe le sètte lo avrebbero giudicato un pretto Laodiceo, nè caldo nè freddo, e solo degno dʼessere respinto. Ma lo zelo che aveva già infiammato gli Anglicani contro i Dissenzienti, e i Dissenzienti contro gli Anglicani, sʼera talmente mitigato nella avversità e nel pericolo comuni, che la tiepidezza, un tempo attribuita a Guglielmo come un delitto, oggimai veniva annoverata fra le precipue virtù sue.

XXXVII. Tutti erano ansiosi di sapere ciò che egli pensasse intorno alla Dichiarazione dʼIndulgenza. Per qualche tempo, in Whitehall speravasi che, pel suo ben noto rispetto verso i diritti della coscienza, egli si sarebbe almeno astenutodal disapprovare pubblicamente una politica che aveva una speciosa apparenza di liberalità. Penn spedì in gran copia disquisizioni allʼAja, e perfino ci andò da sè, sperando nessuno resisterebbe alla sua eloquenza, della quale egli aveva alto concetto. Ma, comunque arringasse intorno al subietto con una facondia tale da stancare i suoi uditori, e comecchè assicurasse dʼessergli stato rivelato da un uomo al quale era concesso di conversare con gli angioli, lo approssimarsi di una età dʼoro per la libertà religiosa, non fece la menoma impressione sopra lʼanimo del principe.[259]«Voi mi chiedete» disse Guglielmo ad uno degli agenti del Re «di secondare una guerra contro la mia propria religione. Io non posso con sicurtà di coscienza farlo, e nol farò, no, nè anche per la Corona dʼInghilterra, nè per lo impero del mondo.» Tali parole vennero ridette al Re, e grandemente lo perturbarono.[260]Scrisse di propria mano urgentissime lettere. Talvolta usò il tono dʼun uomo offeso. Egli era il capo della famiglia reale, e come tale aveva diritto dʼesigere obbedienza daʼ membri di quella; e gli tornava duro vedersi avversato nella cosa che gli stava più a cuore. Altra volta, adoperando una seduzione, alla quale credevano Guglielmo non potere resistere, gli fu fatto sapere, che ove egli cedesse in cotesto solo punto, il Governo inglese in ricompensa lo avrebbe con tutte le sue forze aiutato nella lotta contro la Francia. Ma non era uomo da lasciarsi cogliere alla rete. Bene sapeva che Giacomo, senza il concorso del Parlamento, non avrebbe in guisa alcuna potuto rendere efficaci servigi alla causa comune a tutta lʼEuropa; e non era dubbio, che ove venisse ragunato il Parlamento, ambedue le Camere avrebbero, prima dʼogni altra cosa, chiesta lʼabrogazione della Indulgenza.

La Principessa assenti a tutto ciò che le fu detto dal marito.I loro concordi pareri, espressi con parole ferme, ma temperate, furono comunicati al Re. Dichiaravano, profondamente rincrescere loro il cammino nel quale la Maestà Sua erasi messa: esser convinti, aver egli usurpata una prerogativa che per legge non gli apparteneva: contro siffatta usurpazione protestare, non solo come amici alla libertà civile, ma come membri della regale famiglia, i quali avevano grande interesse a mantenere i diritti di quella Corona che un giorno essi avrebbero forse portato; imperocchè erasi per esperienza veduto, come in Inghilterra il governo dispotico non potesse mancare di far nascere una reazione più perniciosa dello stesso dispotismo; e poteva ragionevolmente temersi, che la nazione impaurita ed esacerbata dalla minaccia della tirannide, potrebbe prendere a schifo anco la monarchia costituzionale. E però consigliavano il Re di governare il paese secondo lo leggi. Ammettevano, la legge potersi variare in meglio dalla autorità competente, e alcuni articoli della Dichiarazione meritare dʼessere formulati in un Atto di Parlamento. Aggiungevano, chʼessi non erano persecutori, e avrebbero quindi con satisfazione veduto i Protestanti Dissenzienti alleggiati, ma con modo convenevole, da tutti gli statuti penali: avrebbero, con pari satisfazione, veduto ammetterli, ma con modo egualmente convenevole, agli uffici civili. Quivi era dʼuopo alle Altezze Loro fermarsi; imperciocchè non potevano non temere grandemente, che se i Cattolici Romani venissero dichiarati capaci ad occupare impieghi di pubblica fiducia, gravissimi mali ne nascerebbero; e lasciavano senza ambiguità intendere, che tali timori originavano precipuamente dalla condotta di Giacomo.[261]

XXXVIII. La opinione manifestata dal Principe e dalla Principessa intorno alle incapacità che gravavano i Cattolici Romani, era quella di quasi tutti gli uomini di Stato e i filosofi che allora erano zelanti della libertà politica e religiosa. Nella età nostra, allʼincontro, gli uomini illuminati hanno soventi volte con rincrescimento asserito, che in cotesto subietto Guglielmo sembra minore, ove si agguagli al suo suocero. Vero è che alcune considerazioni necessarie a rettamente giudicare, sono sfuggite alla mente di molti scrittori del secolo decimonono.


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