Chapter 15

Ove si consideri come il clero della Chiesa stabilita, senza quasi nessuna eccezione, reputasse la Indulgenza violazione delle leggi del reame, infrazione della fede data dal Re, e colpo fatale contro glʼinteressi e la dignità della loro professione, non potrebbe punto dubitarsi che la Ordinanza in Consiglio mirava ad essere accolta dal clero come un affronto. Dicevasi comunemente fra il popolo che Petre aveva affermato tale intenzione del Governo, usando una grossolana metafora tolta dalla rettorica delle lingue orientali. Diceva che avrebbe fatto al clero mangiar fango, il più schifoso e nauseante fango. Ma per quanto tirannico e maligno fosse il mandato, il clero anglicano ubbidirebbe egli? La indole del Re era arbitraria e severa. La Commissione Ecclesiastica giudicava con modo pronto e spicciativo, quasi fosse Corte Marziale. Chiunque si rischiasse a resistere, dentro una sola settimana poteva esser cacciato dal suo presbiterio, privato di tutte le sue entrate, dichiarato incapace di occupare ogni altro beneficio ecclesiastico, e ridotto a mendicare di porta in porta. Se, a dir vero, lo intero corpo del clero si fosse collettivamente opposto agliordini regi, era probabile che nè anche Giacomo avrebbe osato di punire a un tratto diecimila delinquenti. Ma non vi fu tempo di formare una estesa combinazione. LʼOrdinanza in Consiglio fu riferita nella Gazzetta del dì 7 di maggio. Il dì 20 la Dichiarazione doveva essere letta da tutti i pulpiti di Londra e deʼ luoghi circostanti. Non vʼera sforzo in queʼ tempi che bastasse a conoscere entro quindici giorni le intenzioni della decima parte deʼ ministri parrocchiali sparsi in tutto il Regno. Non era agevole raccogliere in breve glʼintendimenti deʼ Vescovi. Era anche da temersi che, se il clero ricusasse di leggere la Dichiarazione, e i Protestanti Dissenzienti interpretassero sinistramente il rifiuto, ei dispererebbe dʼottenere tolleranza pel credenti della Chiesa Anglicana, e darebbe compiuta vittoria alla Corte.XL. Il clero quindi esitava; ed era degno di scusa, imperocchè parecchi laici eminenti, che godevano molto la pubblica fiducia, inchinavano a consigliare obbedienza. Pensavano essi che non fosse da sperarsi in una generale opposizione, e che una opposizione parziale rovinerebbe glʼindividui, con poca utilità della Chiesa e della nazione. Così a quel tempo opinavano Halifax e Nottingham. Il giorno era vicino, e nondimeno non vʼera accordo nè risoluzione presa.[358]In tali circostanze, i Protestanti Dissenzienti di Londra acquistaronsi diritto alla eterna gratitudine del loro paese. Il Governo gli aveva fino allora considerati come parte della sua forza. Pochi deʼ loro più operosi e tonanti predicatori, corrotti dai favori della Corte, avevano formato indirizzi ad approvare la politica del Re. Altri irritati dalla rimembranza di gravissimi danni recati loro dalla Chiesa Anglicana e dalla Casa Stuarda, avevano veduto con crudele diletto il Principe tiranno dalla tiranna gerarchia per fiera nimistà separarsi; ed entrambi affaccendarsi a cercare, per nuocersi a vicenda, soccorso presso le sètte dianzi perseguite e spregiate. Ma cotesto sentimento, comunque fosse naturale, era stato lungamente appagato; ed era giunto il tempo in cui era necessario eleggere: e i Non-Conformisti della città, con insigne generosità dʼanimo, si collegarono coi membri della Chiesa adifendere le leggi fondamentali del Regno. Baxter, Bates e Howe si resero notevoli per gli sforzi fatti a formare tal colleganza: ma il generoso entusiasmo che animava la intera classe deʼ Puritani rese agevole il negozio. Lo zelo del gregge vinse quello deʼ pastori. A quei predicatori Puritani e Indipendenti, che si mostravano inchinevoli a secondare il Re contro lʼordinamento ecclesiastico, fu chiaramente detto, che ove non cangiassero condotta, le loro congregazioni non li avrebbero mai più ascoltati nè pagati. Alsop, che sʼera illuso di potere fraʼ suoi discepoli acquistare al Re un gran numero di partigiani, sʼaccòrse dʼessere spregiato ed abborrito da coloro che dianzi gli prestavano riverenza come a guida spirituale; cadde in profonda malinconia, e si sottrasse agli occhi del pubblico. Giungevano deputazioni a vari membri del clero, supplicandoli a non volere giudicare di tutti i Dissenzienti dalle abbiette adulazioni onde di recente andava ripiena la Gazzetta di Londra, ed esortandoli—poichè erano posti alla vanguardia di questa grande battaglia—a mostrarsi imperterriti per difendere le libertà dellʼInghilterra e la fede data in custodia ai Santi. Coteste assicurazioni furono accolte con gioia e gratitudine. Esisteva, nondimeno, molta ansietà e discordanza di opinioni fra coloro ai quali apparteneva deliberare se la domenica del dì 20 si dovesse o non si dovesse obbedire al comando del Re.XLI. Il clero di Londra, allora universalmente reputato come il fiore del ceto ecclesiastico, tenne una ragunanza, alla quale intervennero quindici Dottori in Divinità. Tillotson Decano di Canterbury, il più celebre predicatore di quel tempo, si mosse dal letto dove giaceva infermo. Sherlock Maestro del Tempio, Patrick Decano di Peterborough e Rettore della insigne parrocchia di San Paolo in Convento-Garden, e Stillingfleet Arcidiacono di Londra e Decano della Cattedrale di San Paolo vi assistevano. Lʼopinione generale dellʼAssemblea, a quanto sembra, era quella di doversi obbedire allʼOrdinanza in Consiglio. La disputa cominciava a divenire procellosa, e avrebbe potuto produrre conseguenze fatali, se non vi avesse posto fine con la sua fermezza e col suo senno il Dottore Eduardo Fowler, Vicario di San Gillesin Cripplegate, uno del piccolo ma cospicuo numero degli ecclesiastici i quali accoppiavano lo amore della libertà civile, proprio della scuola di Calvino, con le dottrine teologiche della scuola di Arminio.[359]Fowler dunque, levandosi, favellò in questa guisa: «Bisogna chʼio parli chiaro. La questione è così semplice che il ragionare a lungo non potrà chiarirla, bensì riscaldare i cervelli. Ciascuno dica un Sì o un No. Io non mʼintendo vincolato dal voto della maggioranza. Mi rincrescerebbe di rompere lʼunità. Ma in coscienza non posso leggere questa Dichiarazione.» Tillotson, Patrick, Sherlock e Stillingfleet dichiararono dʼessere della medesima opinione. La maggioranza cede allʼautorità dʼuna minoranza cotanto rispettabile. Fu quindi posta in iscritto una deliberazione per la quale tutti glʼintervenuti allʼadunanza vincolavansi fra loro a non leggere la Dichiarazione. Patrick fu il primo ad apporvi il proprio nome; Fowler firmò dopo lui. Il documento fu mandato in giro per tutta la città, e fu tosto sottoscritto da ottantacinque beneficiarii.[360]Intanto vari Vescovi stavansi ansiosamente a meditare intorno al partito da abbracciarsi. Il dì 12 di maggio, una grave e dotta comitiva sedeva a mensa in casa del Primate a Lambeth. Compton Vescovo di Londra, Turner Vescovo dʼEly, White Vescovo di Peterborough, e Tenison Rettore della Parrocchia di San Martino erano fra gli ospiti. Il Conte di Clarendon, incrollabile zelatore della Chiesa, vʼera stato invitato. Cartwright Vescovo di Chester vi sʼera intruso, probabilmente per ispiare la ragunanza; e finchè vi rimase, non vi fu conversazione confidenziale: ma appena partitosi; venne proposta e discussa la grande quistione che agitava le menti di tutti, ed opinarono generalmente che la Dichiarazione nonsi dovesse leggere. Lettere furono tosto spedite a vari deʼ più spettabili prelati della provincia di Canterbury, sollecitandoli a recarsi senza il minimo indugio a Londra onde spalleggiare il loro metropolitano in un caso così importante.[361]E non dubitandosi punto, che, ove tali lettere si mettessero allʼufficio postale in Lombard-Street, verrebbero intercettate, spedironsi corrieri a cavallo per deporle agli uffici postali delle più vicine città di provincia. Il Vescovo di Winchester, il quale aveva dato segnalate prove della sua lealtà in Sedgemoor, comecchè fosse infermo, volle ubbidire alla chiamata, ma non ebbe forze bastevoli a soffrire il moto della carrozza. La lettera diretta a Guglielmo Lloyd Vescovo di Norwich, non ostanti tutte le cautele prese, fu trattenuta dal postiere; e cotesto prelato, che non era secondo a nessuno deʼ suoi confratelli per coraggio e zelo della causa comune al clero, non giunse in Londra a tempo.[362]Il Vescovo di Santo Asaph, che, come il precedente, aveva nome Guglielmo Lloyd, uomo pio, dotto ed onesto, ma di poca mente, mezzo ammattito dallʼostinatezza di volere pescare nelle Profezie di Daniele e nellʼApocalisse non so quali schiarimenti intorno al Papa e al Re di Francia, arrivò frettolosamente alla Metropoli il dì 16.[363]Nel giorno seguente vi giunse lo egregio Ken Vescovo di Bath e Wells, Lake Vescovo di Chichester, e Sir Giovanni Trelawney Vescovo di Bristol, baronetto discendente da antica ed onorevole famiglia di Cornwall.XLII. Il dì 18 ebbe luogo in Lambeth unʼadunanza di prelati e di altri eminenti teologi. Tillotson, Tenison, Stillingfleet, Patrick e Sherlock erano presenti. Dopo lungo discutere, lo Arcivescovo scrisse di propria mano una petizione che esprimeva il generale intendimento dellʼassemblea. Non era scritta con istile molto felice, sì che la sintassi impacciata ed inelegante destò alquanto dileggio contro Sancroft, il quale lo sostenne con meno pazienza di quella onde egli fece prova in circostanze assai più ardue. Ma nella sostanza nulla potrebbeessere formato con più magistero di cotesto memorando documento. Protestavano caldamente contro ogni taccia di slealtà ed intolleranza. Assicuravano il Re che la Chiesa era tuttavia, come era sempre stata, fedele al trono; assicuravano che i Vescovi, a tempo e a luogo, come Lordi del Parlamento e membri della Alta Camera di Convocazione, mostrerebbero di sapere compatire gli scrupoli di coscienza neʼ Dissenzienti. Ma il Parlamento, sì sotto il regno passato che sotto il presente, aveva decretato, il Sovrano non essere costituzionalmente competente a dispensare dagli statuti in materie ecclesiastiche. La Dichiarazione quindi era illegale; e i supplicanti non potevano, per prudenza, coscienza, ed onore partecipare alla solenne pubblicazione dʼun Atto illegale nella casa di Dio e fra mezzo agli uffici divini.XLIII. Questo documento fu firmato dallʼArcivescovo e da sei deʼ suoi suffraganei, Lloyd di Santo Asaph, Turner dʼEly, Lake di Chichester, Ken di Bath e Wells, White di Peterborough, e Trelawney di Bristol. Il vescovo di Londra, come sospeso dalle sue funzioni, non firmò. Era la sera di venerdì in sul tardi: e la domenica mattina la Dichiarazione doveva leggersi nelle chiese di Londra. Era necessario che la petizione pervenisse senza indugio alle mani del Re. I sei Vescovi si recarono a Whitehall. LʼArcivescovo, al quale da lungo tempo era stato inibito lʼaccesso alla Corte, non accompagnò i colleghi. Lloyd, lasciati i suoi confratelli in casa di Lord Dartmouth chʼera presso al palazzo, sʼappresentò a Sunderland, pregandolo di leggere la petizione, e di dirgli quando al Re piacerebbe di riceverla. Sunderland, temendo di compromettersi, rifiutò di leggere lo scritto, ma si condusse subitamente alle regie stanze. Giacomo ordinò di far passare i vescovi. Gli era stato riferito dal suo cagnotto Cartwright, che essi erano inchinevoli ad ubbidire al regio mandato, ma che desideravano si facesse qualche lieve modificazione nella forma, al qual fine intendevano presentare una umilissima dimanda. Per lo che la Maestà Sua era di buonissimo umore. Come gli si furono inginocchiati dinanzi, disse cortesemente si alzassero, e prese lo scritto dalle mani di Lloyd, dicendo: «Questa è scrittura di Monsignore di Canterbury.»—«Sì,o Sire, scritta di sua propria mano,» gli, fu risposto. Giacomo lesse la petizione; la ripiegò; e turbossi nello aspetto dicendo: «Ciò mi sorprende grandemente. Non me lo sarei mai aspettato dalla vostra Chiesa, e segnatamente da alcuni di voi. Questo importa inalzare il vessillo della ribellione.» I vescovi si misero a protestare fervidamente della loro lealtà: ma il Re, come era suo costume, non cessava di ripetere le medesime parole: «Vi dico che è inalzare il vessillo della ribellione.»—«Ribellione!» esclamò Trelawney cadendo sulle sue ginocchia; «Per lo amore di Dio, o Sire, non ci dite parole così dure. Nessuno deʼ Trelawney può essere un ribelle. Vi ricordi che la mia famiglia ha combattuto in difesa della Corona. Vi rimembri deʼ servigi chʼio vi resi quando Monmouth aveva invaso le Contrade Occidentali.»—«Siamo noi che abbiamo spenta lʼultima ribellione,» disse Lake «e non ne susciteremo unʼaltra.»—«Noi ribelli!» esclamò Turner, «noi siamo pronti a morire ai piedi di Vostra Maestà.»—«Sire,» disse Ken con tono più fermo, «spero che ci vogliate concedere quella libertà di coscienza che voi accordate a tutto il genere umano.» E nulladimeno Giacomo seguitava: «Questa è ribellione. Questo importa inalzare il vessillo della ribellione. Fu ella mai posta in dubbio, prima dʼoggi, da un buono Anglicano la potestà di dispensare? Alcuni di voi non hanno eglino predicato e scritto a difenderla? È pretta ribellione. Voglio che la mia Dichiarazione sia letta.»—«Noi abbiamo due doveri da compiere,» rispose Ken, «il nostro dovere verso Dio, e il nostro dovere verso Vostra Maestà. Voi onoriamo: ma temiamo Dio.»—«Merito io questo?» gridò il Re viemaggiormente incollerito. «Io che sono stato tanto amico della vostra Chiesa! Non mi aspettava tanto da alcuni di voi. Io voglio essere ubbidito. La mia Dichiarazione deve essere pubblicata. Voi siete trombe di sedizione. Che fate voi qui? Andate alle vostre diocesi, e fate che io sia ubbidito. Terrò questo scritto; non lo perderò mai, e mi ricorderò sempre che voi lo avete firmato.»—«Sia fatta la volontà di Dio,» disse Ken.—«Dio mi ha data la potestà di dispensare,» disse il Re, «ed io saprò mantenerla. Vi dico che vi sono settemila credenti della vostra Chiesa, i quali non hannopiegato il ginocchio dinanzi a Baal.» I vescovi rispettosamente partironsi.[364]Quella stessa sera il documento da loro presentato al Re, si vide messo a stampa, parola per parola; trovavasi in tutte le botteghe da caffè, e si vendeva per le strade. In ogni parte la gente si alzava da letto e fermava i rivenditori. Si disse che lo stampatore in poche ore guadagnasse mille lire sterline vendendo questo scritto a un soldo. Ciò forse è una esagerazione: ma tuttavia prova che la vendita fu enorme. In che guisa la petizione pervenisse allo stampatore è tuttora un mistero. Sancroft dichiarò dʼavere prese tutte le cautele perchè non fosse pubblicata, e di non conoscerne altra copia, tranne quella scritta di sua mano, e da Lloyd posta nelle mani del Re. La veracità dello Arcivescovo non ammette il minimo sospetto. Pure non è punto improbabile che alcuni deʼ teologi, i quali aiutarono a compilare la petizione, possano averla tenuta a mente e mandata allo stampatore. Nondimeno comunemente credevasi che qualche famigliare del Re fosse stato indiscreto o traditore.[365]Poco minore fu la impressione che fece nel popolo una breve lettera, scritta con gran vigoria di raziocinio e di stile, stampata alla macchia, e profusamente sparsa il dì medesimo per la posta e per mezzo deʼ procacci. Ne fu mandata copia ad ogni chierico del Regno. Lo scrittore non istudiavasi di dissimulare il pericolo che correrebbero i disubbidienti al regio mandato; ma dimostrava vivamente come era maggiore il pericolo di cedere. «Se leggiamo la Dichiarazione,» diceva egli, «cadiamo per non rialzarci mai più; cadiamo incompianti e spregiati; cadiamo fra le maledizioni dʼun popolo che sarà rovinato dalla nostra debolezza.» Taluni credevano che questa lettera fosse venuta dalla Olanda. Altri lʼattribuirono a Sherlock. Ma Prideaux, Decano di Norwich, il quale fu principale agente a spargerla, la credè lavoro di Halifax.La condotta deʼ prelati fu universalmente e immensamente applaudita: ma taluni mormoravano dicendo che uomini sì gravi, se reputavansi obbligati in coscienza a fare al Re unarimostranza, dovevano farla assai prima. Era egli bene lasciarlo nel buio fino a trentasei ore avanti il tempo stabilito per la lettura della Dichiarazione? Quandʼanche volesse revocare lʼordinanza in Consiglio, non era egli troppo tardi? Così sembravano concludere che la petizione aveva lo scopo, non di muovere il Re, ma dʼinfiammare gli umori del popolo.[366]Tali doglianze erano affatto prive di fondamento. Lʼordine del Re era giunto ai vescovi nuovo, inaspettato, impacciante. Era debito loro consultarsi vicendevolmente, ed indagare, per quanto fosse possibile, lʼopinione del clero innanzi di appigliarsi ad un partito. Il clero era sparso per tutto il reame. Alcuni distavano gli uni dagli altri una settimana di cammino. Giacomo concedeva loro solo quindici giorni ad informarsi, riunirsi, discutere e decidere; e però non aveva diritto a credersi leso per essere presso a finire i quindici giorni innanzi chʼegli conoscesse la loro deliberazione. E non è vero chʼessi non gli dessero tempo bastevole a revocare lʼOrdinanza qualora avesse avuto la prudenza di farlo. Avrebbe potuto convocare il Consiglio nel sabato mattina, e innanzi che fosse notte, si sarebbe saputo per tutta Londra e peʼ suburbii, chʼegli aveva ceduto alle preghiere deʼ padri della Chiesa Anglicana. Nonostante, il sabato scorse senza che il Governo mostrasse segno di cedere, e giunse la domenica, giorno lungamente memorabile.XLIV. Nella città e nel circondario di Londra erano circa cento chiese parrocchiali. Solo in quattro fu eseguito lʼordine del Re. In San Gregorio la Dichiarazione fu letta da un ecclesiastico chiamato Martin. Appena egli ebbe profferite le prime parole tutti gli astanti alzaronsi ed uscirono. In San Matteo in Friday-Street uno sciagurato che aveva nome Timoteo Hall, e che aveva disonorato lʼabito sacerdotale facendo da sensale alla Duchessa di Portsmouth nella vendita delle grazie, e adesso nutriva speranza dʼottenere il vescovato dʼOxford, fu similmente lasciato solo in chiesa. In Serjeantʼs Inn in Chancery-Lane, il chierico disse di avere dimenticato a casa lo scritto; e al Capo Giudice del Banco del Re, il quale vi sʼera condotto per vedere se si obbedisse al regio mandato, fu forzacontentarsi di siffatta scusa. Samuele Wesley, padre di Giovanni e di Carlo Wesley, e Curato in una chiesa di Londra, predicando in quel giorno, prese a testo lʼanimosa risposta fatta dai tre Ebrei al tiranno Caldeo: «Sappi, o Re, che noi non serviremo ai tuoi Dii, nè adoreremo la immagine dʼoro da te inalzata.» Perfino nella cappella del Palazzo di San Giacomo il ministro che officiava ebbe il coraggio di non ubbidire al comando regio. I giovani di Westminster lungo tempo rammentaronsi della scena che seguì quel giorno nellʼAbbadia. Vi officiava, come Decano, Sprat vescovo di Rochester. Appena cominciò a leggere la Dichiarazione, la sua voce fu soffocata dalle mormorazioni e dal rumore della gente che usciva in folla dal coro. Egli fu preso da sì forte tremito che mal poteva tenere in mano lo scritto. Assai prima chʼegli finisse di leggere, il luogo era abbandonato da tutti, fuorchè da coloro che la propria condizione costringeva a rimanervi.[367]La Chiesa non era mai stata tanto cara alla nazione quanto nel pomeriggio di quel giorno. Ogni dissenso pareva sparito. Baxter dal pergamo fece lo elogio deʼ vescovi e del clero parrocchiale. Il Ministro Olandese, poche ore dopo, scrisse agli Stati Generali, che il Clero Anglicano si era acquistata la pubblica stima tanto da non credersi. Diceva che i Non-Conformisti con grido unanime asserivano amar meglio rimanere sotto gli Statuti penali che separare la causa loro da quella deʼ prelati.[368]Scorsa unʼaltra settimana dʼansietà e dʼagitazione, giunse la domenica. Nuovamente le chiese della Metropoli erano affollate di migliaia e migliaia di persone. La Dichiarazione non fu letta in nessuno altro luogo che in quelle poche chiese dove era stata letta la precedente settimana. Il ministro, che aveva officiato nella cappella del Palazzo di San Giacomo, era stato destituito, e in vece sua un ecclesiastico più ossequioso comparve con lo scritto in mano; ma era tanto commosso che non potè profferire parola. E veramente lʼopinione pubblica si era manifestata in guisa che nessuno, tranne il migliore e piùnobile, o il peggiore e più vile degli uomini, poteva senza scomporsi, affrontarla.[369]XLV. Il Re stesso per un momento rimase attonito dinanzi alla violenta tempesta da lui suscitata. Che farebbe egli adesso? Andare avanti, o retrocedere: ed era impossibile procedere senza pericolo e tornare indietro senza umiliazione. Ebbe allora il pensiero di emanare una seconda Ordinanza per ingiungere al clero con parole dʼira e dʼalterigia di pubblicare la Dichiarazione, minacciando a un tempo che chiunque si mostrasse disubbidiente verrebbe subitamente sospeso. LʼOrdinanza fu scritta e mandata al tipografo, poi fu ritirata; poi rimandata di nuovo alla stamperia, e di nuovo ritirata.[370]Coloro i quali volevano si adoperassero mezzi rigorosi, consigliavano un diverso provvedimento: citare, cioè, dinanzi alla Commissione Ecclesiastica i prelati che avevano firmata la petizione, e deporli dalle loro sedi. Ma contro questo partito sorsero forti obiezioni in Consiglio. Era stato annunziato che le Camere verrebbero convocate innanzi la fine dellʼanno. I Lordi considererebbero come nulla la sentenza di deposizione contro i vescovi, insisterebbero che Sancroft e i suoi colleghi fossero ammessi ai loro seggi nel Parlamento, e ricuserebbero di riconoscere un nuovo Arcivescovo di Canterbury o un nuovo Vescovo di Bath e Wells. In tal modo, la sessione, la quale pareva dovere essere per sè stessa bastevolmente procellosa, incomincerebbe con una mortale contesa tra la Corona e i Pari. Se quindi reputavasi necessario punire i vescovi, ciò doveva farsi secondo lʼusanza delle Leggi Inglesi. Sunderland fin da principio si era opposto, per quanto gli fu possibile, alla Ordinanza in Consiglio. Adesso suggerì di prendere una via, la quale se non era scevra dʼinconvenienti, era la più prudente e la più dignitosa che fra tanti sbagli rimanesse aperta al Governo. Il Re con grazia e dignità annunzierebbe al mondo essere profondamente dolente della indebita condotta della Chiesa Anglicana, ma non potere porre in oblio tutti i servigi resi da quella, in perigliosi tempi, al padre, al fratello ed a sè; non volere egli, come fautore della libertà di coscienza,trattare rigorosamente uomini ai quali la coscienza, comecchè mal consigliata e piena dʼirragionevoli scrupoli, non consentiva dʼubbidire ai suoi comandi; per la qual cosa abbandonerebbe i colpevoli a quella pena che loro infliggerebbe il rimorso, quando, meditando pacatamente sulle azioni proprie, le raffrontassero con quelle dottrine di lealtà, delle quali menavano sì gran vanto. Non solo Powis e Bellasyse, i quali avevano sempre consigliato moderazione, ma anco Dover ed Arundell inchinavano alla proposta di Sunderland. Jeffreys, dallʼaltro canto, sosteneva che il Governo sarebbe disonorato ove siffatti trasgressori, quali erano i sette vescovi, si punissero con una semplice riprensione. Nondimeno ei non desiderava che venissero citati dinanzi la Commissione Ecclesiastica, della quale egli era capo, o per dir meglio, solo Giudice: imperocchè il peso dellʼodio pubblico che già lo premeva, era troppo anco per la sua svergognata fronte e il suo cuore indurato; e rifuggiva dalla responsabilità in cui sarebbe incorso pronunziando una sentenza illegale contro i governanti della Chiesa amati tanto dalla nazione. E però propose di perseguitarli criminalmente.XLVI. Fu quindi determinato che lo Arcivescovo e gli altri sei che avevano firmata la petizione, fossero tradotti dinanzi la Corte del Banco del Re, come autori di un libello sedizioso. Non era da dubitarsi che verrebbero dichiarati rei. I giudici e gli ufficiali loro erano cagnotti della Corte. Dal dì in cui la Città di Londra era stata privata dello Statuto Municipale, nè anche uno di coloro i quali il Governo aveva voluto punire, era stato assoluto daʼ Giurati. I prelati disubbidienti sarebbero probabilmente condannati a rovinose multe ed a lunga prigionia, e si reputerebbero bene avventurati di potersi redimere, secondando, e dentro e fuori il Parlamento, i disegni del sovrano.[371]Il dì 27 maggio fu intimato ai Vescovi di appresentarsi pel giorno ottavo di giugno dinanzi il Consiglio del Re. Non sappiamo perchè fosse loro dato sì lungo periodo di tempo.Forse Giacomo sperava che alcuni deʼ colpevoli, paventando la sua collera, cedessero pria che giungesse il giorno stabilito a leggere la Dichiarazione nelle loro diocesi, e a fine di pacificarsi secolui, persuadessero il loro clero ad obbedire al regio decreto. Se tale era la sua speranza, egli sperò invano. Giunta la domenica del 3 giugno, in tutta Inghilterra fu seguito lo esempio della Metropoli. Già i Vescovi di Norwich, Gloucester, Salisbury, Winchester, ed Exeter, avevano, in pegno dellʼapprovazione loro, firmate alcune copie della petizione. Il Vescovo di Worchester aveva rifiutato di distribuire la Dichiarazione fra il suo clero. Il Vescovo di Hereford lʼaveva distribuita; ma comunemente credevasi che egli, per avere ciò fatto, fosse straziato dal rimorso e dalla vergogna. Neppure un solo prete di parrocchia fra cinquanta ubbidì alla Ordinanza in Consiglio. Nella grande diocesi di Chester, la quale comprendeva la Contea di Lancastro, Cartwright non potè persuadere altri che tre soli ecclesiastici ad obbedire al Re. Nella diocesi di Norwich sono molte centinaia di parrocchie, e non pertanto in sole quattro fu letta la Dichiarazione. Il cortigiano Vescovo di Rochester non potè vincere gli scrupoli del cappellano di Chatam, il cui pane dipendeva dal Governo. Esiste tuttora una commovente lettera che questo buon sacerdote scrisse al Segretario dello Ammiragliato. «Io non posso» diceva egli «sperare la protezione di Vostra Eccellenza. Sia fatta la volontà di Dio. Io scelgo i patimenti più presto che il peccato.»[372]XLVII. La sera dellʼ8 giugno i sette prelati, provvedutisi dellʼassistenza deʼ più illustri giureconsulti dʼInghilterra, si condussero a palazzo, e furono introdotti nella camera del Consiglio. La loro petizione era sulla tavola. Il Cancelliere la prese in mano, e mostrandola allo Arcivescovo disse: «È questa la carta scritta da Vostra Eccellenza Reverendissima, e presentata a Sua Maestà daʼ sei Vescovi qui presenti?» Sancroft guardò il foglio, e volgendosi al Re favellò in questa guisa: «Sire, io mi sto in questo luogo in sembianza di colpevole; io non lo era mai stato per lo innanzi, e non credevomai che un giorno lo sarei. Meno anco avrei potuto credere che fossi accusato dʼoffesa contro il mio Re: ma se ho la sventura di trovarmi in questa condizione, prego Vostra Maestà di non offendersi, se mi valgo del mio legittimo diritto, ricusando di dire cosa che mi possa rendere reo.»—«Cotesti sono pretti cavilli,» disse il Re. «Spero che Vostra Eccellenza non osi negare la propria scrittura.»—«Sire,» disse Lloyd che aveva molto studiato i casisti, «tutti i teologi concordano ad asserire che un uomo in situazione pari alla nostra può ricusare di rispondere ad una simile domanda.» Il Re, che era tardo di mente quanto corrivo a riscaldarsi il sangue, non intese le parole del prelato; ed insisteva e andava viepiù montando in collera. «Sire,» disse lo Arcivescovo, «io non sono tenuto ad accusare me stesso. Nondimeno se Vostra Maestà positivamente mi comanda di rispondere, obbedirò con la fiducia che un principe giusto e generoso non permetta che ciò chʼio dico per ubbidire agli ordini suoi, sia considerato come argomento ad incriminarmi.»—«Voi non dovete venire a patti col vostro Sovrano,» disse il Cancelliere. «No,» esclamò il Re. «Io non vi comando questo. Se a voi parrà di negare la vostra scrittura, non ho più nulla a dire.»I Vescovi furono più volte fatti uscire dalla sala, e più volte richiamati. Alla perfine, Giacomo positivamente comandò loro di rispondere alla domanda. Non promise espressamente che la confessione non verrebbe considerata come argomento contro di loro. Ma essi non senza ragione supponevano che dopo la protesta fatta dallo Arcivescovo e la risposta data dal Re, un tale impegno fosse sottinteso nel suo comando. Sancroft riconobbe per suo lo scritto, e i suoi confratelli ne seguirono lo esempio. Allora furono interrogati intorno alla significanza dʼalcune parole della petizione, e intorno alla lettera che era andata in giro con tanto effetto per tutto il Regno: ma le loro parole furono così circospette, che il Consiglio non potè ricavare nulla dallo esame. Il Cancelliere quindi annunziò loro che verrebbe fatto contro essi un processo criminale nella Corte del Banco del Re, e intimò che sottoscrivessero lʼobbligo di presentarsi. Ricusarono allegando il privilegio della Paria: imperocchè i migliori giuristi di Westminster Hall avevanoassicurato loro che nessun Pari poteva esser costretto a firmare il predetto obbligo per accusa di libello; ed essi non reputavansi in diritto di rinunciare al privilegio dellʼordine loro. Il Re fu tanto stolto da stimarsi personalmente offeso, perchè, in una questione legale, si richiamavano al parere deʼ dottori della legge. «Voi prestate fede a chiunque, fuori che a me,» disse egli. E davvero sentivasi mortificato e trepidava come quegli che sʼera spinto tanto oltre, che, persistendo essi, a lui non rimaneva altro partito che gettarli in carcere; e quantunque non prevedesse punto tutte le conseguenze di un tale passo, forse le prevedeva tanto da esserne perturbato. I Vescovi rimasero fermissimi nel loro proposto. Fu quindi spedito un mandato al Luogotenente della Torre per tenerli in custodia, ed apparecchiata una barca a trasportarveli pel fiume.[373]XLVIII. Sapevasi in tutta Londra che i Vescovi erano dinanzi al Consiglio. La pubblica ansietà era infinita. Una grande moltitudine sʼaccalcava nei cortili di Whitehall e nelle vie circostanti. Molti avevano costume di recarsi sulle rive del Tamigi a godervi il fresco nelle sere estive. Ma in cotesta sera tuttoquanto il fiume era coperto di barche. Come i sette Vescovi comparvero circondati dalle guardie, lʼemozione del popolo ruppe ogni freno. La gente a migliaia cadde inginocchioni pregando ad alta voce per coloro, i quali, animati dal coraggio di Ridley e di Latimer, avevano affrontato il tiranno reso insano di tutta la bacchettoneria di Maria la Bevisangue. Molti gettaronsi nelle acque fino al petto, implorando dai Padri Santi la benedizione. Per tutto il fiume, da Whitehall fino al Ponte di Londra, la barca regia passò fra mezzo a due file di gondole, dalle quali moveva unanime il grido: «Dio benedica alle Vostre Eccellenze Reverendissime.» Il Re grandemente impaurito, comandò che si raddoppiasse il presidio della Torre, che le Guardie si tenessero pronte a combattere, e che si staccassero due compagnie da ogni reggimento nel Regno, e si dirigessero subito a Londra. Ma le milizie chʼegli reputava mezzo precipuo a coartare il popolo, partecipavanoal sentire del popolo. Le stesse sentinelle che facevano la guardia alla Porta deʼ Traditori, chiedevano la benedizione ai martiri affidati alla loro custodia. Sir Eduardo Hales, Luogotenente della Torre, era poco propenso a usare cortesia aʼ suoi prigionieri: perocchè aveva rinnegata la Chiesa per la quale essi tanto pativano, ed occupava vari uffici lucrosi per virtù di quella potestà di dispensare, contro la quale essi avevano protestato. Arse di sdegno allorchè seppe che i suoi soldati bevevano alla salute deʼ Vescovi, e ordinò agli ufficiali provvedessero che lo scandalo non fosse ripetuto. Ma gli ufficiali riferirono non esservi modo a impedire la cosa, e che il presidio non voleva bere alla salute di nessun altro. Nè solo con siffatti festeggiamenti i soldati mostravano riverenza ai padri della Chiesa. Si videro entro la Torre tali segni di divozione, che i pii sacerdoti ringraziavano Dio di avere fatto nascere il bene dal male, e reso la persecuzione deʼ suoi servi fedeli mezzo di salvazione a molte anime. Per tutto il giorno i cocchi e le livree deʼ primi nobili dellʼInghilterra vedevansi attorno alle porte della prigione. Migliaia di spettatori coprivano di continuo Tower-Hill.[374]Ma fra le testimonianze della pubblica riverenza e simpatia che i prelati ricevevano, ve ne fu una la quale, sopra tutte, recò sdegno e paura al Re. Egli seppe che una deputazione di dieci ministri Non-Conformisti erasi recata alla Torre. Ne fece venire quattro dinanzi al suo cospetto, ed aspramente rimproverolli. Costoro animosamente risposero come essi reputavano debito loro porre in oblio i passati litigi, e collegarsi con gli uomini che difendevano la Religione Protestante.[375]XLIX. Le porte della Torre sʼerano appena chiuse dietro aʼ prigioni, allorquando sopraggiunse un fatto ad accrescere il pubblico concitamento. Era stato annunziato che la Regina non avrebbe partorito avanti il mese di Luglio. Ma il dì dopo che i Vescovi sʼerano presentati dinanzi al Consiglio, eʼ fu notato come il Re fosse inquieto per lei. La sera, non pertanto,ella giuocò a carte in Whitehall fin presso la mezzanotte. Poi fu menata in portantina al Palazzo di San Giacomo, dove le era stato in fretta apparecchiato un appartamento a riceverla. Allora si videro vari messi correre qua e colà in cerca di medici, di preti, di Lordi del Consiglio, di dame di Corte. In poche ore molti pubblici ufficiali e signore dʼalto grado si raccolsero nella camera della Regina. Ivi la domenica mattina del dì 10 di giugno, giorno per lungo tempo celebrato come sacro dai troppo fedeli partigiani dʼuna malvagia causa, nacque il più sventurato deʼ principi, destinato a settanta anni di vita esule e raminga, di vani disegni, di onori più amari deglʼinsulti, e di speranze che fanno sanguinare il cuore.Le calamità della povera creatura cominciarono innanzi la sua nascita. La nazione sopra la quale, secondo il corso ordinario della successione, egli doveva regnare, era profondamente persuasa che la Regina non fosse gravida. Per quanto fossero evidenti le prove della verità del parto, un numero considerevole di persone si sarebbe forse ostinato a sostenere che i Gesuiti avessero destramente fatto un giuoco di mano: e le prove, parte per caso, parte per grave imprudenza, sottostavano a non poche obiezioni. Molti dʼambo i sessi trovavansi dentro la camera della puerpera nel momento che nacque il bambino, ma nessuno di loro godeva largamente la pubblica fiducia. Deʼ Consiglieri Privati, ivi presenti, mezzi erano Cattolici Romani; e coloro che chiamavansi Protestanti venivano comunemente reputati traditori della patria e di Dio. Molte delle cameriste erano Francesi, Italiane e Portoghesi. Delle dame inglesi alcune erano Papiste ed altre mogli di Papisti. Taluni che avevano diritto speciale ad essere presenti, e la cui testimonianza avrebbe satisfatto a tutti glʼintelletti accessibili alla ragione, erano assenti; e di ciò il Re fu tenuto responsabile. Tra tutti gli abitatori della isola, la Principessa Anna era colei che avesse maggiore interesse nella cosa. Il sesso e la esperienza la rendevano adatta a proteggere il diritto ereditario della sua sorella e suo proprio. Le si era nellʼanima fortemente insinuato il sospetto che veniva confermato da circostanze frivole o immaginarie. Credeva che la Regina con grande studio fuggisse la vigilanza della cognata, ed attribuivaa colpa una riserva che forse nasceva da delicatezza.[376]Incitata da tali sospetti, Anna aveva deliberato di trovarsi presente e vigilare quando sarebbe giunto il gran giorno. Ma non aveva estimato necessario trovarsi al suo posto un mese innanzi, e come si disse, seguendo il consiglio del padre, era andata a bere le acque di Bath. Sancroft, che pel suo eminente ufficio era in debito di trovarsi presente, e nella cui probità la nazione aveva piena fiducia, poche ore prima era stato rinchiuso da Giacomo dentro la Torre. Gli Hydes erano protettori naturali deʼ diritti delle due Principesse. Lo Ambasciatore Olandese poteva essere considerato come rappresentante di Guglielmo, il quale, come primo principe del sangue e marito della figlia maggiore del Re, aveva sommo interesse a vedere con gli occhi propri ciò che seguiva. Giacomo non pensò mai di chiamare nessuno, nè maschio nè femmina, della famiglia Hyde; nè lo Ambasciatore Olandese fu invitato a trovarsi presente.I posteri hanno pienamente assoluto il Re della frode imputatagli dal suo popolo. Ma torna impossibile lo assolverlo di quella insania e testardaggine che spiegano e scusano lo errore deʼ suoi coetanei. Conosceva benissimo i sospetti sparsi per tutto il reame;[377]avrebbe dovuto sapere che non potevano dileguarsi alla sola testimonianza deʼ membri della Chiesa di Roma, o di tali, che sebbene si facessero chiamare membri della Chiesa dʼInghilterra, si erano mostrati pronti a sacrificare gli interessi di quella per ottenere il regio favore. Che il fatto fosse giunto imprevisto al Re, è innegabile: ma ebbe dodici ore di tempo a disporre le cose. Non gli fu difficile empire il palazzo di San Giacomo con una folla di bacchettoni e di parassiti, nella cui parola la nazione non aveva punto fiducia. Sarebbe stato egualmente facile invitare alcuni eminenti personaggi, il cui affetto verso le Principesse e la religione dello Stato non ammetteva dubbio nessuno.Tempo dopo, allorquando egli aveva già caramente pagato il suo temerario spregio della pubblica opinione, erausanza in San Germano escusare lui gettandone sugli altri il biasimo. Alcuni Giacomisti accusarono Anna di essersi appositamente tenuta da parte. Anzi non vergognarono dʼaffermare che Sancroft aveva astutamente provocato il Re per essere imprigionato nella Torre, onde mancasse il suo attestato che avrebbe dissipate le calunnie deʼ malcontenti.[378]Lʼassurdità di tali accuse è evidente. Era egli possibile che Anna o Sancroft prevedessero che la Regina avesse ad ingannarsi dʼun mese neʼ propri calcoli? Se ella avesse calcolato rettamente, Anna sarebbe ritornata da Bath, e Sancroft sarebbe uscito dalla Torre per trovarsi al posto loro pel tempo del parto. In ogni modo gli zii paterni delle figlie del Re non erano nè lontani nè in carcere. Il messo, il quale recò lo annunzio a tutto il drappello deʼ rinnegati, Dover, Peterborough, Murray, Sunderland, e Mulgrave, lo avrebbe con la stessa facilità recato a Clarendon, il quale, come essi, era membro del Consiglio Privato. La sua casa in Jermyn Street non distava più di dugento passi dalla camera della Regina, e nondimeno gli toccò a sapere, dallʼagitarsi e dal sussurrare della congregazione nella Chiesa di San Giacomo, che la sua nipote non era più la erede presuntiva della Corona.[379]Non fu egli chiamato forse perchè era il più prossimo parente delle Principesse dʼOrange e di Danimarca, o perchè invariabilmente aderiva alla Chiesa Anglicana?La nazione diceva con grido unanime che vʼera stato di mezzo una impostura. I papisti, per parecchi mesi, avevano predetto nelle prediche e negli scritti loro, in prosa e in verso, in inglese e in latino, che Dio concederebbe alle preci della Chiesa un Principe di Galles: e i loro vaticinii oggimai sʼerano avverati. Tutti i testimoni che non potevano essere ingannati o corrotti, erano stati con sommo studio esclusi. Anna era stata gabbata mandandola a Bath. Il Primate, la vigilia del dì stabilito a compiere la scellerata opera, era stato gettato in carcere in onta ad ogni uso di legge e ai privilegi della Paria. Non sʼera permesso che vi si trovasse presente nè anche un solo degli uomini o delle donne, che avessero il più lieve interessea smascherare la frode. La Regina era stata, nel cuore della notte e improvvisamente, condotta al palazzo di San Giacomo, perocchè in quello edifizio, meno adatto di Whitehall agli onesti comodi, aveva stanze e aditi bene convenevoli alle intenzioni deʼ Gesuiti. Quivi, fra una congrega di zelanti, i quali non reputavano delitto nessuna cosa che tendesse a promuovere glʼinteressi della Chiesa loro, e di cortigiani che non istimavano criminoso nulla che tendesse ad arricchirli ed inalzarli, un bambino nato pur allora era stato messo di furto nel regio talamo, e quindi mostrato in trionfo come lo erede di tre Regni. Col cervello infiammato da tali sospetti, ingiusti a dir vero, ma non innaturali, gli uomini affollavansi più che mai a rendere omaggio a quelle sante vittime del tiranno, il quale, dopo dʼavere per tanto tempo recato iniquissimi danni al suo popolo, aveva adesso colma la misura della iniquità sua, mostrandosi proditoriamente ingiusto contro le proprie creature.[380]Il Principe dʼOrange, non sospettando di nessuna frode, e ignorando qual fosse la opinione pubblica in Inghilterra, ordinò che si facessero in casa sua preghiere pel bene del suo piccolo cognato, e spedì Zulestein a Londra a congratularsi col suocero. Zulestein maravigliò udendo tutte le persone nelle quali sʼimbatteva, parlare apertamente della infame frode praticata dai Gesuiti, e ad ogni istante vedendo qualche nuova pasquinata intorno alla gravidanza; e al parto. Però scrisse allʼAja che in dieci uomini nè anche uno solo credeva che il fanciullo fosse nato dalla Regina.[381]Infrattanto il contegno dei sette prelati accresceva lo interesse che il caso loro aveva suscitato. La sera del Venerdì Nero—così il popolo chiamava il giorno in cui furono arrestati—giunsero al carcere allʼora del servizio divino. Recaronsi tosto alla cappella. Accadde che nella seconda lezionefossero queste parole: «In ogni cosa commendandoci, come ministri di Dio, nella molta pazienza, nelle afflizioni, nella miseria, nelle percosse, nelle prigionie.» Tutti gli zelanti Anglicani gioirono della coincidenza, e rammentarono quanta consolazione una simile coincidenza, quaranta anni innanzi, aveva arrecata a Carlo I, in punto di morte.La sera del giorno seguente, chʼera sabato 8 giugno, giunse una lettera di Sunderland che ordinava al cappellano di leggere la Dichiarazione pel dì seguente fra mezzo agli uffici divini. E poichè il giorno stabilito dalla Ordinanza in Consiglio per la lettura da farsi in Londra, era da lungo tempo spirato, questo nuovo atto del Governo poteva considerarsi come vilissimo e puerile insulto fatto ai venerandi prigioni. Il cappellano ricusò dʼobbedire; fu destituito, e la cappella venne chiusa.[382]L. I vescovi edificavano tutti quelli che stavano loro dʼintorno, per la fermezza e la calma con che sostenevano la prigionia, per la modestia e mansuetudine onde accoglievano gli applausi e le benedizioni di tutto il paese, e per la lealtà chʼessi mostravano verso il loro persecutore, il quale agognava a distruggerli. Rimasero in carcere soli otto giorni. Il venerdì 15 giugno, chʼera il primo giorno dellʼapertura del giudizio, furono condotti dinanzi al Banco del Re. Immensa folla di popolo stavasi lì ad aspettarli. Dagli scali del fiume fino alla Corte gli spettatori erano in lunghe file schierati, colmandoli di benedizioni o di applausi. «Amici,» dicevano i prigioni passando «onorate il Re; e ricordatevi di noi nelle vostre preci.» Queste umili e pie parole commossero gli spettatori fino alle lacrime. Come essi giunsero al cospetto deʼ Giudici, il Procuratore Generale produsse la requisitoria, che aveva avuto incarico di preparare, e propose che agli accusati si desse ordine di favellare. I loro avvocati dallʼaltro canto obiettavano dicendo che i vescovi erano stati illegalmente rinchiusi in carcere, e quindi la loro presenza dinanzi la Corte non era regolare. Fu dibattuta lungamente la questione se un Pari fosse tenuto a firmare una obbligazione per presentarsi algiudizio, come incolpato di libello, e fu risoluta dalla maggior parte deʼ giudici a favore della Corona. I prigionieri allora si dichiararono non colpevoli. La discussione della causa fu rimessa a quindici giorni, cioè al 29 giugno. Frattanto furono posti in libertà dopo dʼessersi obbligati a presentarsi pel dì stabilito. I legati della Corona operarono con prudenza, non richiedendo mallevadorie. Imperciocchè Halifax aveva ordinate le cose in modo che ventuno Pari secolari fraʼ più cospicui fossero pronti a prestarsi come mallevadori, tre per ciascuno accusato; ed una tanta manifestazione di sentimento fraʼ nobili sarebbe stata di non lieve danno al Governo. Sapevasi ancora che uno deʼ più ricchi Dissenzienti della città aveva sollecitato lʼonore di dare cauzione per Ken.Ai vescovi fu allora concesso di andarsene a casa loro. Il volgo che non sʼintendeva punto della procedura giudiciaria che aveva avuto luogo nel Banco del Re, e che aveva veduto i suoi prediletti pastori condotti sotto stretta guardia a Westminster Hall, ed ora li vedeva uscirne liberi, immaginò che la buona causa prosperasse, e diede in uno scoppio dʼapplausi. Le campane sonavano in segno di gioia. Sprat rimase attonito vedendo il campanile della sua Abbadia fare eco agli altri, e lo fece subitamente tacere; ma ciò provocò sdegnose mormorazioni. Ai vescovi riusciva difficile sottrarsi alle importunità della folla che gli acclamava. Lloyd fu ritenuto nel cortile di Palazzo dagli ammiratori che si accalcavano dʼintorno a toccargli la mano e baciargli il lembo della veste, finchè Clarendon non senza difficoltà lo trasse seco conducendolo a casa per una via traversa. Vuolsi che Cartwright fosse sì stolto da mischiarsi nella folla. Alcuno che lo vide in abito episcopale chiese e ricevè la benedizione. Ma un altro che gli stava accanto, gridò: «Sapete voi chi è colui che vi ha data la benedizione?»—«Certo chʼio lo so,» rispose il benedetto; «egli è uno deʼ Sette.»—«No,» riprese lʼaltro, «è il vescovo papista di Chester.»—«O papista cane,» esclamò rabbiosamente il Protestante, «ripigliati la tua benedizione.»Tale era il concorso e tale il concitamento del popolo, che lo Ambasciatore dʼOlanda rimase meravigliato vedendo finireil giorno senza lo scoppio dʼuna insurrezione. Il re non era punto tranquillo. Per trovarsi parato a reprimere ogni commovimento, la mattina aveva passato in rivista in Hyde-Park vari battaglioni di fanteria. Non ostante, non è certo che in caso di bisogno le sue truppe gli avrebbero ubbidito. Quando Sancroft, nel pomeriggio, giunse a Lambeth, trovò i granatieri, i quali avevano quartiere in quel suburbio, dinanzi alla porta del suo palazzo. Schierati in fila a destra e a sinistra, gli chiedevano la benedizione mentre egli passava fra loro. A stento potè dissuaderli dallo accendere un falò ad onorare il suo ritorno a casa. Quella sera nondimeno furono molti i fuochi di gioia nella Città. Due Cattolici Romani che ebbero la indiscretezza di percuotere alcuni fanciulli intervenuti a cotesti festeggiamenti, furono presi dalla plebe, la quale strappò loro gli abiti, e ignominiosamente li segnò in fronte con un ferro infocato.[383]Sir Eduardo Hales si recò presso i vescovi chiedendo dʼessere pagato. Essi rifiutarono di pagare cosa alcuna per una detenzione da essi considerata illegale, ad un officiale la cui commissione, secondo i principii loro, era nulla. Il Luogotenente accennò con intelligibilissime parole che ove gli cadessero nuovamente tra le mani, gli avrebbe messi ai ferri e fatti dormire sulla nuda terra. I vescovi risposero: «Siamo in disgrazia del Re, e profondamente ce ne rincresce; ma un suddito che ci minacci, invano perde il flato.» Non è agevole immaginare quale fosse la indignazione del popolo, allorchè, concitato come era, seppe che un rinnegato della religione protestante, il quale teneva un comando in onta alle leggi fondamentali della Inghilterra, aveva osato minacciare a quegli ecclesiastici, venerandi per età e dignità, tutte le barbarie della Torre di Lollard.[384]LI. Innanzi che giungesse il giorno stabilito pel processo, lʼagitazione erasi sparsa fino alle più remote parti dellʼisola. Dalla Scozia i vescovi riceverono lettere con le quali i Presbiterianidi quel paese da tanto tempo e così acremente ostili alla prelatura, gli assicuravano della loro simpatia.[385]Il popolo di Cornwall, razza fiera, ardita, atletica, nella quale il sentimento della terra natia è più forte che in qualunque altra parte del Regno, fu grandemente commosso dal pericolo di Trelawney, da essi venerato meno come Principe della Chiesa che come capo dʼuna onorevole casata, ed erede, per venti generazioni, dʼantenati i quali erano famosi avanti che i Normanni ponessero piede in Inghilterra. Per tutto il paese il contadiname cantava una ballata, della quale tuttavia si rammenta lo intercalare che diceva così: «Dovrà morire Trelawney, dovrà morire Trelawney? Allora trentamila giovani di Cornwall ne vorranno sapere il perchè.» I minatori di fondo alle loro cave facevano eco a quel canto con questa leggiera variante: «Allora ventimila di sotto terra ne vorranno sapere il perchè.»[386]I contadini in molte parti di quelle contrade ad alta voce parlavano dʼuna strana speranza che non sʼera mai spenta neʼ loro cuori. Dicevano che il Duca Protestante, il loro diletto Monmouth tra breve si mostrerebbe, li condurrebbe alla vittoria, e calpesterebbe il Re e i Gesuiti.[387]I ministri erano costernati. Lo stesso Jeffreys sarebbe volentieri tornato addietro. Egli incaricò Clarendon dʼun amichevole messaggio ai vescovi, e diede ad altrui la colpa della persecuzione da lui consigliata. Sunderland di nuovo rischiossi a provare la necessità di fare concessioni, dicendo come il fortunato nascimento dello erede del trono apprestasse al Re il destro di ritirarsi da una posizione piena di pericoli e dʼinconvenevolezza senza acquistarsi il rimprovero di timidità o di capriccio. In cosiffatti felici eventi i sovrani avevano avuto costume di allegrare i sudditi con atti di clemenza, e nulla poteva tornare di tanta utilità al Principe di Galles, quanto lʼessere, fino dalle fasce, pacificatore del padre con lʼagitata nazione. Ma il Re stava più che mai duro. «Anderò avanti,»diceva egli. «Finora sono stato troppo indulgente; e la indulgenza trasse mio padre alla rovina.»[388]LII. Lʼartificioso ministro si accòrse che Giacomo aveva per innanzi seguito i consigli di lui solamente perchè concordavano coglʼintendimenti suoi, e che dal momento in cui egli aveva cominciato a consigliare il bene, lo aveva fatto indarno. Nel processo contro il Collegio della Maddalena, Sunderland aveva mostrato segni di lentezza. Sʼera dianzi provato a persuadere il Re che il disegno di Tyrconnel di confiscare i beni deʼ coloni inglesi in Irlanda era pieno di pericoli, e col soccorso di Powis e Bellasyse aveva potuto ottenere che la esecuzione fosse differita ad un altro anno. Ma cotesta timidità e scrupolosità spiaceva al Re e gli aveva messo in cuore il sospetto.[389]Il giorno della giustizia era giunto per Sunderland. Egli trovavasi nelle condizioni in cui sʼera, alcuni mesi prima, trovato Rochester. Entrambi questi uomini di Stato provarono lʼangoscia di tenersi dolorosamente aggrappati al potere che visibilmente fuggiva loro di mano. Entrambi videro i suggerimenti loro con ischerno rigettati. Entrambi sentirono lʼamarezza di leggere la collera e la diffidenza nel viso e negli atti del loro signore; e nondimeno il paese gli chiamò responsabili di queʼ delitti ed errori dai quali invano sʼerano sforzati a dissuaderlo. Mentre sospettava chʼessi si studiassero di acquistarsi popolarità a danno dellʼautorità e dignità loro, la voce pubblica altamente accusavali che volessero conseguire il regio favore a danno del proprio onore e del bene della nazione. Nondimeno, malgrado tutte le mortificazioni e le umiliazioni, ambidue si tennero attaccati allo ufficio con la tenacità dʼun uomo che stia per annegarsi. Ambidue tentarono di rendersi propizio il Re simulando il desiderio di entrare nel grembo della sua Chiesa. Ma in ciò vi fu un limite che Rochester non osò travarcare. Si spinse fino sullʼorlo dellʼapostasia: ma retrocesse: e il mondo, a contemplazione della fermezza ondeegli ricusò di fare lʼultimo passo, gli perdonò generosamente tutti i falli anteriori.LIII. Sunderland, meno scrupoloso e suscettibile di rossore, deliberò di scontare la sua moderazione e ricuperare la regia confidenza, con un atto, che ad un cuore che senta la importanza delle verità religiose, deve sembrare uno deʼ più infami delitti, e che gli stessi mondani considerano come ultimo eccesso di bassezza. Circa otto giorni innanzi il dì stabilito pel gran processo, venne pubblicamente annunziato chʼegli era Papista. Il Re raccontava con gioia questo nuovo trionfo della grazia divina. I cortigiani e gli ambasciatori facevano ogni sforzo a non perdere il contegno, mentre il rinnegato asseriva dʼessere stato convinto da lungo tempo della impossibilità di trovare salvazione fuori della Chiesa di Roma, e che la sua coscienza non fu mai tranquilla finchè egli non ebbe rinunciato alle eresie nelle quali era stato educato. La nuova in breve si sparse. In tutti i Caffè raccontavasi come il primo Ministro dʼInghilterra, a piedi nudi, e con torcetto in mano, si fosse presentato alla porta della cappella regale, e umilmente picchiasse per essere messo dentro; come un prete di dentro dimandasse chi era egli; come Sunderland rispondesse: un povero peccatore, che lungo tempo aveva errato lungi dalla vera Chiesa, supplicare che la lo accogliesse e lo assolvesse; come allora le porte si aprissero, e il neofito fosse ammesso ai santi misteri.[390]LIV. Questa scandalosa apostasia altro non fece che accrescere lo interesse col quale la nazione aspettava il giorno in cui dovevano decidersi le sorti deʼ sette animosi confessori della Chiesa Anglicana. Il Re quindi pose ogni cura a mettere insieme un Collegio di giurati ligi alle sue voglie. I legali della Corona ebbero ordine di fare rigorosa inquisizione delle opinioni di coloro i cui nomi erano registrati nel libro deʼ liberi possidenti. Sir Samuele Astry, Cancelliere della Corona, il quale in simili casi doveva scegliere i nomi, fu chiamato a palazzo ed ebbe un colloquio con Giacomo alla presenza delGran Cancelliere.[391]Eʼ sembra che Sir Samuele facesse ogni sforzo: imperocchè fra i quarantotto individui da lui nominati, vʼerano, come si disse, vari servitori del Re e vari Cattolici Romani.[392]Ma poichè gli avvocati deʼ vescovi avevano diritto di cassare otto nomi, e servi del Re e Cattolici furono rigettati. I legali della Corona ne rigettarono altri dodici: in tal guisa la lista venne ridotta a ventiquattro; e i dodici che risponderebbero i primi allʼappello nominale dovevano giudicare del fatto.Il dì 29 giugno Westminster Hall, Old-Place-Yard, e New-Place-Yard, e tutte le vie circostanti per lungo tratto, erano accalcati di gente. Simigliante uditorio non fu veduto nè prima nè poi nella Corte del Banco del Re. Trentacinque Pari secolari del Regno furono contati fra mezzo alla folla.[393]Tutti e quattro i giudici della Corte erano ai loro seggi. Wright, il quale presedeva, era stato inalzato al suo alto ufficio sopra molti altri uomini di maggiore abilità e dottrina, solo perchè la servilità sua non conosceva scrupoli. Allybone era Papista, e del suo impiego andava debitore a quella potestà di dispensare, la cui legalità era materia alla presente discussione. Holloway fino allora era stato docile e utile strumento del Governo. Lo stesso Powell che godeva somma riputazione dʼonestà, aveva partecipato a certi atti che era impossibile difendere. Nella famosa causa di Sir Eduardo Hales, Powis, esitando alquanto, a dir vero, e dopo qualche indugio, si era congiunto alla maggioranza del seggio, e in tal modo aveva impresso al proprio carattere una macchia che fu pienamente cancellata dalla onorevole condotta che ei tenne in questo giorno.La difesa dʼambe le parti non era punto equilibrata. Il Governo aveva daʼ suoi legali richiesto servigi così odiosi e disonorevoli che tutti i più esperti giureconsulti del partito Tory avevano, lʼuno dopo lʼaltro, rifiutato di prestarsi, ed erano stati destituiti daʼ loro uffici. Sir Tommaso Powis, Procuratore Generale, era appena di terzo ordine nella sua professione.LʼAvvocato Generale Sir Guglielmo Williams aveva mente viva e indomito coraggio, ma difettava di giudizio, amava il bisticciare, non sapeva governare le proprie passioni, ed era in odio e dispregio a tutti i partiti politici. I più notevoli assessori dellʼuno e dellʼaltro erano Serjeant Trinder Cattolico Romano, e Sir Bartolommeo Shower Recorder di Londra, il quale era alquanto dotto negli studi legali, ma con le sue nauseanti adulazioni e col perpetuamente ridire il già detto apprestava materia di dileggio a Westminster Hall. Il Governo voleva assicurarsi i servigi di Maynard; ma costui dichiarò che in coscienza non poteva fare ciò che gli si chiedeva.[394]Dallʼaltra parte si stavano quasi tutti i più illustri ingegni di cui in quella età il fôro potesse gloriarsi. Sawyer e Finch, i quali, quando Giacomo ascese al trono, erano Procuratore ed Avvocato Generali, e mentre si perseguitavano i Whig sotto il regno di Carlo, avevano servito la Corona con soverchio ardore ed esito prospero, erano fra i difensori degli accusati. Vʼerano parimente altri due uomini, i quali, dopo che lʼattività di Maynard era scemata col crescere degli anni, avevano reputazione dʼessere i due migliori legali che si potessero trovare neʼ tribunali. Lʼuno chiamavasi Pemberton, e nel tempo di Carlo II era stato Capo Giudice del Banco del Re; destituito poscia perchè troppo umano e moderato, aveva ripreso lo esercizio della sua professione. Lʼaltro aveva nome Pollexfen; era stato per lungo tempo il principale assessore deʼ giudici nel loro periodico giro per le Contrade Occidentali, e quantunque avesse perduta ogni popolarità difendendo la Corona nel Tribunale di Sangue, e in specie arringando contro Alice Lisle, era a tutti noto chʼegli fosse internamente Whig, per non dire repubblicano. Vʼera anche Sir Creswell Levinz, uomo di grande dottrina ed esperienza, ma singolarmente pusillanime. Era stato destituito dal suo ufficio per avere avuto timore di servire ai fini del Governo. Adesso temeva di mostrarsi fra gli avvocati deʼ vescovi, e in sulle prime aveva ricusato dʼassumerne la difesa: ma lʼintero corpo deʼ procuratori che solevano impiegarlo, lo minacciò di nondargli più nessuna causa, qualora egli ricusasse di assumere quella deʼ vescovi.[395]Sir Giorgio Treby, abile e zelante Whig, il quale, vigente il vecchio Statuto, era stato Recorder di Londra, difendeva anchʼei gli accusati. Sir Giovanni Holt Avvocato Whig più illustre anco di Treby, non fu chiamato alla difesa, a cagione, per quanto sembra, di qualche pregiudizio che Sancroft aveva contro lui, ma venne privatamente consultato dal Vescovo di Londra.[396]Il più giovane fra i difensori era un avvocato chiamato Giovanni Somers. Non aveva vantaggio di nascita o di ricchezza, nè fino allora aveva avuto il destro di acquistare reputazione agli occhi del pubblico: ma il suo genio, la sua industria, le sue grandi e varie qualità erano note a parecchi suoi amici; e nonostanti le sue opinioni Whig, il suo giusto e lucido modo dʼargomentare, e la costante irreprensibilità della condotta gli avevano già reso benevolo lʼorecchio della Corte del Banco del Re. Johnstone aveva ai Vescovi energicamente dimostrata la importanza di averlo nella difesa; e dicesi che Pollexfen dichiarasse non esservi in Westminster Hall un uomo che potesse, al pari di Somers, trattare una questione storica e costituzionale.I giurati prestarono sacramento: erano tutti di condizione rispettabile. Ne era capo Sir Ruggiero Langley, baronetto dʼantica ed onorevole famiglia. Gli erano colleghi un cavaliere e dieci scudieri, parecchi deʼ quali erano conosciuti come ricchi possidenti. Vʼ erano alcuni Non-Conformisti, perocchè i Vescovi erano saviamente deliberati di non mostrare diffidenza deʼ protestanti Dissenzienti. Il solo Michele Arnold dava da temere, dacchè essendo egli il birraio del palazzo, sospettavasi che votasse a favore del Governo. Fu detto chʼegli amaramente si lamentasse della posizione in cui si trovava. «Qualunque cosa io faccia,» disse egli «sono sicuro dʼuscirne mezzo rovinato. Se dico: Non Colpevole, non venderò più lamia birra al Re; e se dico: Colpevole, non ne venderò più a nessun altro.»[397]Finalmente incominciò il processo. Ed è tale, che anche letto con freddezza dopo più dʼun secolo e mezzo, serba tutto lo interesse dʼun dramma. Gli avvocati disputavano da ambo i lati con insolito accanimento e veemenza; lʼuditorio ascoltava con estrema ansietà, quasi la sorte di ciascuno dipendesse dal detto che dovevano profferire i giurati; e il volgere della fortuna era così subitaneo e maraviglioso, che la moltitudine in un solo momento più volte passò dallʼansietà alla gioia, e dalla gioia a più profonda ansietà.I Vescovi erano accusati dʼavere pubblicato, nella Contea di Middlesex, un falso, maligno, e sedizioso libello. Il Procuratore e lo Avvocato tentarono di provare la scrittura. A questo fine varie persone furono chiamate per testificare delle firme deʼ Vescovi. Ma i testimoni sentivano tanta ripugnanza che la Corte da nessuno di loro potè ottenere una sola chiara risposta. Pemberton, Pollexfen, e Levinz dichiararono che nessuna delle predette testimonianze era atta a convincere i giurati. Due deʼ Giudici, cioè Holloway e Powell, furono della stessa opinione; e in cuore agli spettatori crebbe la speranza. A un tratto i legali della Corona dissero di volere prendere una via diversa. Powis, con rossore e ripugnanza tali da non poterli dissimulare, pose nel banco deʼ testimoni Blathwayt chʼera uno degli scrivani del Consiglio Privato, e trovavasi presente quando i Vescovi furono interrogati dal Re. Blathwayt giurò di averli uditi riconoscere le loro firme. Tale testimonianza era decisiva. «Perchè dunque,» disse il giudice Holloway al Procuratore Generale «se avevate cotesta prova, non lʼavete prodotta in principio, senza farci perdere cotanto tempo?» Allora si conobbe che la difesa della Corona non aveva voluto, senza assoluto bisogno, valersi di questo modo di prova. Pemberton interruppe Blathwayt, lo assoggettò ad un contro-esame, ed insistè perchè raccontasse pienamente tutto ciò chʼera seguito fra il Re e gli accusati. «Questa è curiosa davvero!» esclamò Williams. «Credete voi» disse Powis «di potere liberamente fare ai testimoni tutte le impertinentidomande che vi passano pel capo?» Gli avvocati deʼ Vescovi non erano uomini da lasciarsi soverchiare. «Egli ha giurato» rispose Pollexfen «di dire la verità, e tutta la verità; e a noi fa mestieri una risposta, e lʼavremo.» Il testimone si confuse, equivocò, simulò di frantendere la domanda, implorò la protezione della Corte. Ma era caduto in mani dalle quali non era facile svincolarsi. Infine il Procuratore Generale sʼinterpose, dicendo: «So voi persistete a fare tali dimande, diteci almeno lʼuso che intendete di farne.» Pemberton, il quale in tutto il dibattimento aveva fatto il debito proprio da uomo coraggioso ed accorto, rispose senza esitare: «Signori, risponderò al Procuratore, ed agirò schiettamente con la Corte. Se i Vescovi riconobbero questo scritto sulla promessa della Maestà Sua che la loro confessione non verrebbe adoperata come arma a ferirli, spero che lʼAccusa non se ne voglia slealmente giovare.»—«Voi attribuite a Sua Maestà una cosa chʼio non ardisco nominare,» disse Williams, «e dacchè vi piace di essere tanto importuno, chiedo a nome del Re, che se ne prenda ricordo.»—«Che intendete dire, Signore Avvocato Generale?» disse, interponendosi, Sawyer. «So io quello che dico,» rispose lo apostata; «voglio che nella Corte si prenda ricordo della domanda.»—«Prendete quanti ricordi vi aggrada, io non vi temo, Signore Avvocato Generale,» disse Pemberton. Seguì quindi un rumoroso ed accanito alterco, che a stento fu fatto cessare dal Capo Giudice. In altre circostanze probabilmente avrebbe ordinato di prendere ricordo della domanda, e mandato Pemberton in carcere. Ma in quel gran giorno egli era impaurito. Spesso gettava gli occhi su quel folto drappello di Conti e di Baroni, che lo invigilavano, e forse alla prima apertura del Parlamento potevano essergli giudici. Uno degli astanti affermò che il Capo Giudice aveva tal viso come se credesse ciascuno deʼ Pari ivi presenti avesse nella propria tasca un capestro.[398]Finalmente Blathwayt fu costretto a fare un minuto racconto di ciò che aveva veduto con gli occhi propri. Da quantoegli disse pareva che il Re non fosse venuto ad espresso patto coi Vescovi. Ma pareva medesimamente che i Vescovi potessero con tutta ragione credere che il patto fosse sottinteso. A dir vero, dalla ripugnanza che avevano i legali della Corona a porre nel banco deʼ testimoni lo scrivano del Consiglio, e dalla virulenza con che sʼopposero al contro-esame di Pemberton, chiaro si deduce che avessero la stessa opinione.Nondimeno rimase provato che la scrittura era deʼ Vescovi. Ma surse una nuova e più grave obiezione. Non bastava che i Vescovi avessero scritto lʼallegato libello; era necessario provare che lo avevano scritto nella Contea di Middlesex. La qual cosa non solo non potevano provare il Procuratore e lʼAvvocato Generale, ma la Difesa aveva i mezzi di provare il contrario. Imperocchè avvenne che dal tempo in cui fu pubblicata lʼOrdinanza in Consiglio, fino a dopo che la petizione era stata presentata al Re, Sancroft non fosse nè anche una volta uscito dal suo palazzo di Lambeth. In tal guisa ruinava al tutto il fondamento sul quale posava lʼAccusa, e lʼuditorio con gran gioia aspettavasi che i Vescovi fossero immediatamente prosciolti.I legali della Corona di nuovo cangiarono tattica, ed abbandonando affatto lʼaccusa dʼavere scritto un libello, impresero a provare che i Vescovi avevano pubblicato un libello nella Contea di Middlessex. E anche ciò era molto difficile a provare. La consegna della petizione al Re, indubitabilmente, agli occhi della legge, era lo stesso che pubblicarla. Ma in che guisa provare siffatta consegna? Niuno nelle regie stanze sʼera trovato presente allʼudienza. La scena era seguita solo tra il Re e gli accusati. Il Re non poteva essere chiamato in testimonio; non vʼera dunque altro mezzo a provare la cosa che la confessione degli accusati. Indarno Blathwayt venne nuovamente esaminato. Disse di rammentarsi bene che i Vescovi avevano riconosciute le loro firme; ma non si ricordava affatto che confessassero che lo scritto che era sul banco del Consiglio Privato, fosse quel medesimo che avevano posto nelle mani del Re; non si ricordava nè anco che venissero sopra ciò interrogati. Furono chiamati vari altri ufficiali chʼerano di servizio al Consiglio Privato, e fra essi Samuele Pepys segretariodello Ammiragliato; ma nessuno di loro potè rammentarsi che si parlasse della consegna. Nulla valse che Williams accatastasse le domande, finchè la difesa deʼ Vescovi dichiarò che tante storture, tante sottigliezze, tanti cavilli non sʼerano mai veduti in nessuna corte di giustizia; e lo stesso Wright fu costretto a confessare che il modo tenuto dallo Avvocato Generale nello esame deʼ testimoni era contrario a tutte le regole. Come i testimoni, lʼuno dopo lʼaltro, negativamente rispondevano, gli astanti davano in tali scoppi di riso e grida di trionfo, che parevano far crollare la sala e che i giudici non sʼattentavano di reprimere.Finalmente la vittoria deʼ Vescovi pareva assicurata. Se i loro difensori si fossero taciuti, la sentenza favorevole sarebbe stata sicura; perocchè non vʼera nessuno attestato che dal più corrotto e svergognato giudice potesse considerarsi come prova legale della pubblicazione. Il Capo Giudice incominciava già a favellare ai giurati, e avrebbe sicuramente loro inculcato di assolvere gli accusati, allorquando Finch, con somma imprudenza, chiese licenza di parlare, «Se volete essere ascoltato,» disse Wright, «lo sarete: ma voi non conoscete i vostri interessi.» Gli altri difensori fecero si che Finch tacesse, e pregarono il Capo Giudice a continuare. E già ricominciava a favellare, allorchè giunse allo Avvocato Generale un messo, recando la nuova che Lord Sunderland proverebbe la pubblicazione, e arriverebbe fra un istante alla Corte. Wright malignamente disse ai difensori non avessero a ringraziare altri che sè stessi per la nuova piega che erano per prendere le cose. Lo scoraggiamento si mostrò nello aspetto di ciascuno degli astanti. Finch per alcune ore fu lʼuomo più impopolare del paese. Perchè egli non si stava seduto come avevano fatto i suoi colleghi, migliori di lui, Sawyer, Pemberton, e Pollexfen? Il prurito dʼimmischiarsi in ogni cosa, e lʼambizione chʼegli aveva di fare un bel discorso avevano rovinato tutto.Intanto il Lord Presidente fu condotto in portantina fra mezzo alla sala. Come egli passava nessuno gli faceva di cappello; e sʼudirono molte voci che lo chiamavano «Papista cane.» Giunse alla Corte pallido e tremante, cogli occhi bassi; e nel fare la sua deposizione, a quando a quando glimancava la voce. Giurò che i Vescovi gli avevano palesato lo intendimento di presentare una petizione al Re, e che a tal fine erano stati introdotti nelle regie stanze. Questo fatto congiunto con lʼaltro, che dopo dʼessersi partiti dalla presenza del Re, fu vista nelle mani di lui una petizione munita delle loro firme, era tal prova che poteva ragionevolmente convincere i giurati del fatto della pubblicazione.

Ove si consideri come il clero della Chiesa stabilita, senza quasi nessuna eccezione, reputasse la Indulgenza violazione delle leggi del reame, infrazione della fede data dal Re, e colpo fatale contro glʼinteressi e la dignità della loro professione, non potrebbe punto dubitarsi che la Ordinanza in Consiglio mirava ad essere accolta dal clero come un affronto. Dicevasi comunemente fra il popolo che Petre aveva affermato tale intenzione del Governo, usando una grossolana metafora tolta dalla rettorica delle lingue orientali. Diceva che avrebbe fatto al clero mangiar fango, il più schifoso e nauseante fango. Ma per quanto tirannico e maligno fosse il mandato, il clero anglicano ubbidirebbe egli? La indole del Re era arbitraria e severa. La Commissione Ecclesiastica giudicava con modo pronto e spicciativo, quasi fosse Corte Marziale. Chiunque si rischiasse a resistere, dentro una sola settimana poteva esser cacciato dal suo presbiterio, privato di tutte le sue entrate, dichiarato incapace di occupare ogni altro beneficio ecclesiastico, e ridotto a mendicare di porta in porta. Se, a dir vero, lo intero corpo del clero si fosse collettivamente opposto agliordini regi, era probabile che nè anche Giacomo avrebbe osato di punire a un tratto diecimila delinquenti. Ma non vi fu tempo di formare una estesa combinazione. LʼOrdinanza in Consiglio fu riferita nella Gazzetta del dì 7 di maggio. Il dì 20 la Dichiarazione doveva essere letta da tutti i pulpiti di Londra e deʼ luoghi circostanti. Non vʼera sforzo in queʼ tempi che bastasse a conoscere entro quindici giorni le intenzioni della decima parte deʼ ministri parrocchiali sparsi in tutto il Regno. Non era agevole raccogliere in breve glʼintendimenti deʼ Vescovi. Era anche da temersi che, se il clero ricusasse di leggere la Dichiarazione, e i Protestanti Dissenzienti interpretassero sinistramente il rifiuto, ei dispererebbe dʼottenere tolleranza pel credenti della Chiesa Anglicana, e darebbe compiuta vittoria alla Corte.XL. Il clero quindi esitava; ed era degno di scusa, imperocchè parecchi laici eminenti, che godevano molto la pubblica fiducia, inchinavano a consigliare obbedienza. Pensavano essi che non fosse da sperarsi in una generale opposizione, e che una opposizione parziale rovinerebbe glʼindividui, con poca utilità della Chiesa e della nazione. Così a quel tempo opinavano Halifax e Nottingham. Il giorno era vicino, e nondimeno non vʼera accordo nè risoluzione presa.[358]In tali circostanze, i Protestanti Dissenzienti di Londra acquistaronsi diritto alla eterna gratitudine del loro paese. Il Governo gli aveva fino allora considerati come parte della sua forza. Pochi deʼ loro più operosi e tonanti predicatori, corrotti dai favori della Corte, avevano formato indirizzi ad approvare la politica del Re. Altri irritati dalla rimembranza di gravissimi danni recati loro dalla Chiesa Anglicana e dalla Casa Stuarda, avevano veduto con crudele diletto il Principe tiranno dalla tiranna gerarchia per fiera nimistà separarsi; ed entrambi affaccendarsi a cercare, per nuocersi a vicenda, soccorso presso le sètte dianzi perseguite e spregiate. Ma cotesto sentimento, comunque fosse naturale, era stato lungamente appagato; ed era giunto il tempo in cui era necessario eleggere: e i Non-Conformisti della città, con insigne generosità dʼanimo, si collegarono coi membri della Chiesa adifendere le leggi fondamentali del Regno. Baxter, Bates e Howe si resero notevoli per gli sforzi fatti a formare tal colleganza: ma il generoso entusiasmo che animava la intera classe deʼ Puritani rese agevole il negozio. Lo zelo del gregge vinse quello deʼ pastori. A quei predicatori Puritani e Indipendenti, che si mostravano inchinevoli a secondare il Re contro lʼordinamento ecclesiastico, fu chiaramente detto, che ove non cangiassero condotta, le loro congregazioni non li avrebbero mai più ascoltati nè pagati. Alsop, che sʼera illuso di potere fraʼ suoi discepoli acquistare al Re un gran numero di partigiani, sʼaccòrse dʼessere spregiato ed abborrito da coloro che dianzi gli prestavano riverenza come a guida spirituale; cadde in profonda malinconia, e si sottrasse agli occhi del pubblico. Giungevano deputazioni a vari membri del clero, supplicandoli a non volere giudicare di tutti i Dissenzienti dalle abbiette adulazioni onde di recente andava ripiena la Gazzetta di Londra, ed esortandoli—poichè erano posti alla vanguardia di questa grande battaglia—a mostrarsi imperterriti per difendere le libertà dellʼInghilterra e la fede data in custodia ai Santi. Coteste assicurazioni furono accolte con gioia e gratitudine. Esisteva, nondimeno, molta ansietà e discordanza di opinioni fra coloro ai quali apparteneva deliberare se la domenica del dì 20 si dovesse o non si dovesse obbedire al comando del Re.XLI. Il clero di Londra, allora universalmente reputato come il fiore del ceto ecclesiastico, tenne una ragunanza, alla quale intervennero quindici Dottori in Divinità. Tillotson Decano di Canterbury, il più celebre predicatore di quel tempo, si mosse dal letto dove giaceva infermo. Sherlock Maestro del Tempio, Patrick Decano di Peterborough e Rettore della insigne parrocchia di San Paolo in Convento-Garden, e Stillingfleet Arcidiacono di Londra e Decano della Cattedrale di San Paolo vi assistevano. Lʼopinione generale dellʼAssemblea, a quanto sembra, era quella di doversi obbedire allʼOrdinanza in Consiglio. La disputa cominciava a divenire procellosa, e avrebbe potuto produrre conseguenze fatali, se non vi avesse posto fine con la sua fermezza e col suo senno il Dottore Eduardo Fowler, Vicario di San Gillesin Cripplegate, uno del piccolo ma cospicuo numero degli ecclesiastici i quali accoppiavano lo amore della libertà civile, proprio della scuola di Calvino, con le dottrine teologiche della scuola di Arminio.[359]Fowler dunque, levandosi, favellò in questa guisa: «Bisogna chʼio parli chiaro. La questione è così semplice che il ragionare a lungo non potrà chiarirla, bensì riscaldare i cervelli. Ciascuno dica un Sì o un No. Io non mʼintendo vincolato dal voto della maggioranza. Mi rincrescerebbe di rompere lʼunità. Ma in coscienza non posso leggere questa Dichiarazione.» Tillotson, Patrick, Sherlock e Stillingfleet dichiararono dʼessere della medesima opinione. La maggioranza cede allʼautorità dʼuna minoranza cotanto rispettabile. Fu quindi posta in iscritto una deliberazione per la quale tutti glʼintervenuti allʼadunanza vincolavansi fra loro a non leggere la Dichiarazione. Patrick fu il primo ad apporvi il proprio nome; Fowler firmò dopo lui. Il documento fu mandato in giro per tutta la città, e fu tosto sottoscritto da ottantacinque beneficiarii.[360]Intanto vari Vescovi stavansi ansiosamente a meditare intorno al partito da abbracciarsi. Il dì 12 di maggio, una grave e dotta comitiva sedeva a mensa in casa del Primate a Lambeth. Compton Vescovo di Londra, Turner Vescovo dʼEly, White Vescovo di Peterborough, e Tenison Rettore della Parrocchia di San Martino erano fra gli ospiti. Il Conte di Clarendon, incrollabile zelatore della Chiesa, vʼera stato invitato. Cartwright Vescovo di Chester vi sʼera intruso, probabilmente per ispiare la ragunanza; e finchè vi rimase, non vi fu conversazione confidenziale: ma appena partitosi; venne proposta e discussa la grande quistione che agitava le menti di tutti, ed opinarono generalmente che la Dichiarazione nonsi dovesse leggere. Lettere furono tosto spedite a vari deʼ più spettabili prelati della provincia di Canterbury, sollecitandoli a recarsi senza il minimo indugio a Londra onde spalleggiare il loro metropolitano in un caso così importante.[361]E non dubitandosi punto, che, ove tali lettere si mettessero allʼufficio postale in Lombard-Street, verrebbero intercettate, spedironsi corrieri a cavallo per deporle agli uffici postali delle più vicine città di provincia. Il Vescovo di Winchester, il quale aveva dato segnalate prove della sua lealtà in Sedgemoor, comecchè fosse infermo, volle ubbidire alla chiamata, ma non ebbe forze bastevoli a soffrire il moto della carrozza. La lettera diretta a Guglielmo Lloyd Vescovo di Norwich, non ostanti tutte le cautele prese, fu trattenuta dal postiere; e cotesto prelato, che non era secondo a nessuno deʼ suoi confratelli per coraggio e zelo della causa comune al clero, non giunse in Londra a tempo.[362]Il Vescovo di Santo Asaph, che, come il precedente, aveva nome Guglielmo Lloyd, uomo pio, dotto ed onesto, ma di poca mente, mezzo ammattito dallʼostinatezza di volere pescare nelle Profezie di Daniele e nellʼApocalisse non so quali schiarimenti intorno al Papa e al Re di Francia, arrivò frettolosamente alla Metropoli il dì 16.[363]Nel giorno seguente vi giunse lo egregio Ken Vescovo di Bath e Wells, Lake Vescovo di Chichester, e Sir Giovanni Trelawney Vescovo di Bristol, baronetto discendente da antica ed onorevole famiglia di Cornwall.XLII. Il dì 18 ebbe luogo in Lambeth unʼadunanza di prelati e di altri eminenti teologi. Tillotson, Tenison, Stillingfleet, Patrick e Sherlock erano presenti. Dopo lungo discutere, lo Arcivescovo scrisse di propria mano una petizione che esprimeva il generale intendimento dellʼassemblea. Non era scritta con istile molto felice, sì che la sintassi impacciata ed inelegante destò alquanto dileggio contro Sancroft, il quale lo sostenne con meno pazienza di quella onde egli fece prova in circostanze assai più ardue. Ma nella sostanza nulla potrebbeessere formato con più magistero di cotesto memorando documento. Protestavano caldamente contro ogni taccia di slealtà ed intolleranza. Assicuravano il Re che la Chiesa era tuttavia, come era sempre stata, fedele al trono; assicuravano che i Vescovi, a tempo e a luogo, come Lordi del Parlamento e membri della Alta Camera di Convocazione, mostrerebbero di sapere compatire gli scrupoli di coscienza neʼ Dissenzienti. Ma il Parlamento, sì sotto il regno passato che sotto il presente, aveva decretato, il Sovrano non essere costituzionalmente competente a dispensare dagli statuti in materie ecclesiastiche. La Dichiarazione quindi era illegale; e i supplicanti non potevano, per prudenza, coscienza, ed onore partecipare alla solenne pubblicazione dʼun Atto illegale nella casa di Dio e fra mezzo agli uffici divini.XLIII. Questo documento fu firmato dallʼArcivescovo e da sei deʼ suoi suffraganei, Lloyd di Santo Asaph, Turner dʼEly, Lake di Chichester, Ken di Bath e Wells, White di Peterborough, e Trelawney di Bristol. Il vescovo di Londra, come sospeso dalle sue funzioni, non firmò. Era la sera di venerdì in sul tardi: e la domenica mattina la Dichiarazione doveva leggersi nelle chiese di Londra. Era necessario che la petizione pervenisse senza indugio alle mani del Re. I sei Vescovi si recarono a Whitehall. LʼArcivescovo, al quale da lungo tempo era stato inibito lʼaccesso alla Corte, non accompagnò i colleghi. Lloyd, lasciati i suoi confratelli in casa di Lord Dartmouth chʼera presso al palazzo, sʼappresentò a Sunderland, pregandolo di leggere la petizione, e di dirgli quando al Re piacerebbe di riceverla. Sunderland, temendo di compromettersi, rifiutò di leggere lo scritto, ma si condusse subitamente alle regie stanze. Giacomo ordinò di far passare i vescovi. Gli era stato riferito dal suo cagnotto Cartwright, che essi erano inchinevoli ad ubbidire al regio mandato, ma che desideravano si facesse qualche lieve modificazione nella forma, al qual fine intendevano presentare una umilissima dimanda. Per lo che la Maestà Sua era di buonissimo umore. Come gli si furono inginocchiati dinanzi, disse cortesemente si alzassero, e prese lo scritto dalle mani di Lloyd, dicendo: «Questa è scrittura di Monsignore di Canterbury.»—«Sì,o Sire, scritta di sua propria mano,» gli, fu risposto. Giacomo lesse la petizione; la ripiegò; e turbossi nello aspetto dicendo: «Ciò mi sorprende grandemente. Non me lo sarei mai aspettato dalla vostra Chiesa, e segnatamente da alcuni di voi. Questo importa inalzare il vessillo della ribellione.» I vescovi si misero a protestare fervidamente della loro lealtà: ma il Re, come era suo costume, non cessava di ripetere le medesime parole: «Vi dico che è inalzare il vessillo della ribellione.»—«Ribellione!» esclamò Trelawney cadendo sulle sue ginocchia; «Per lo amore di Dio, o Sire, non ci dite parole così dure. Nessuno deʼ Trelawney può essere un ribelle. Vi ricordi che la mia famiglia ha combattuto in difesa della Corona. Vi rimembri deʼ servigi chʼio vi resi quando Monmouth aveva invaso le Contrade Occidentali.»—«Siamo noi che abbiamo spenta lʼultima ribellione,» disse Lake «e non ne susciteremo unʼaltra.»—«Noi ribelli!» esclamò Turner, «noi siamo pronti a morire ai piedi di Vostra Maestà.»—«Sire,» disse Ken con tono più fermo, «spero che ci vogliate concedere quella libertà di coscienza che voi accordate a tutto il genere umano.» E nulladimeno Giacomo seguitava: «Questa è ribellione. Questo importa inalzare il vessillo della ribellione. Fu ella mai posta in dubbio, prima dʼoggi, da un buono Anglicano la potestà di dispensare? Alcuni di voi non hanno eglino predicato e scritto a difenderla? È pretta ribellione. Voglio che la mia Dichiarazione sia letta.»—«Noi abbiamo due doveri da compiere,» rispose Ken, «il nostro dovere verso Dio, e il nostro dovere verso Vostra Maestà. Voi onoriamo: ma temiamo Dio.»—«Merito io questo?» gridò il Re viemaggiormente incollerito. «Io che sono stato tanto amico della vostra Chiesa! Non mi aspettava tanto da alcuni di voi. Io voglio essere ubbidito. La mia Dichiarazione deve essere pubblicata. Voi siete trombe di sedizione. Che fate voi qui? Andate alle vostre diocesi, e fate che io sia ubbidito. Terrò questo scritto; non lo perderò mai, e mi ricorderò sempre che voi lo avete firmato.»—«Sia fatta la volontà di Dio,» disse Ken.—«Dio mi ha data la potestà di dispensare,» disse il Re, «ed io saprò mantenerla. Vi dico che vi sono settemila credenti della vostra Chiesa, i quali non hannopiegato il ginocchio dinanzi a Baal.» I vescovi rispettosamente partironsi.[364]Quella stessa sera il documento da loro presentato al Re, si vide messo a stampa, parola per parola; trovavasi in tutte le botteghe da caffè, e si vendeva per le strade. In ogni parte la gente si alzava da letto e fermava i rivenditori. Si disse che lo stampatore in poche ore guadagnasse mille lire sterline vendendo questo scritto a un soldo. Ciò forse è una esagerazione: ma tuttavia prova che la vendita fu enorme. In che guisa la petizione pervenisse allo stampatore è tuttora un mistero. Sancroft dichiarò dʼavere prese tutte le cautele perchè non fosse pubblicata, e di non conoscerne altra copia, tranne quella scritta di sua mano, e da Lloyd posta nelle mani del Re. La veracità dello Arcivescovo non ammette il minimo sospetto. Pure non è punto improbabile che alcuni deʼ teologi, i quali aiutarono a compilare la petizione, possano averla tenuta a mente e mandata allo stampatore. Nondimeno comunemente credevasi che qualche famigliare del Re fosse stato indiscreto o traditore.[365]Poco minore fu la impressione che fece nel popolo una breve lettera, scritta con gran vigoria di raziocinio e di stile, stampata alla macchia, e profusamente sparsa il dì medesimo per la posta e per mezzo deʼ procacci. Ne fu mandata copia ad ogni chierico del Regno. Lo scrittore non istudiavasi di dissimulare il pericolo che correrebbero i disubbidienti al regio mandato; ma dimostrava vivamente come era maggiore il pericolo di cedere. «Se leggiamo la Dichiarazione,» diceva egli, «cadiamo per non rialzarci mai più; cadiamo incompianti e spregiati; cadiamo fra le maledizioni dʼun popolo che sarà rovinato dalla nostra debolezza.» Taluni credevano che questa lettera fosse venuta dalla Olanda. Altri lʼattribuirono a Sherlock. Ma Prideaux, Decano di Norwich, il quale fu principale agente a spargerla, la credè lavoro di Halifax.La condotta deʼ prelati fu universalmente e immensamente applaudita: ma taluni mormoravano dicendo che uomini sì gravi, se reputavansi obbligati in coscienza a fare al Re unarimostranza, dovevano farla assai prima. Era egli bene lasciarlo nel buio fino a trentasei ore avanti il tempo stabilito per la lettura della Dichiarazione? Quandʼanche volesse revocare lʼordinanza in Consiglio, non era egli troppo tardi? Così sembravano concludere che la petizione aveva lo scopo, non di muovere il Re, ma dʼinfiammare gli umori del popolo.[366]Tali doglianze erano affatto prive di fondamento. Lʼordine del Re era giunto ai vescovi nuovo, inaspettato, impacciante. Era debito loro consultarsi vicendevolmente, ed indagare, per quanto fosse possibile, lʼopinione del clero innanzi di appigliarsi ad un partito. Il clero era sparso per tutto il reame. Alcuni distavano gli uni dagli altri una settimana di cammino. Giacomo concedeva loro solo quindici giorni ad informarsi, riunirsi, discutere e decidere; e però non aveva diritto a credersi leso per essere presso a finire i quindici giorni innanzi chʼegli conoscesse la loro deliberazione. E non è vero chʼessi non gli dessero tempo bastevole a revocare lʼOrdinanza qualora avesse avuto la prudenza di farlo. Avrebbe potuto convocare il Consiglio nel sabato mattina, e innanzi che fosse notte, si sarebbe saputo per tutta Londra e peʼ suburbii, chʼegli aveva ceduto alle preghiere deʼ padri della Chiesa Anglicana. Nonostante, il sabato scorse senza che il Governo mostrasse segno di cedere, e giunse la domenica, giorno lungamente memorabile.XLIV. Nella città e nel circondario di Londra erano circa cento chiese parrocchiali. Solo in quattro fu eseguito lʼordine del Re. In San Gregorio la Dichiarazione fu letta da un ecclesiastico chiamato Martin. Appena egli ebbe profferite le prime parole tutti gli astanti alzaronsi ed uscirono. In San Matteo in Friday-Street uno sciagurato che aveva nome Timoteo Hall, e che aveva disonorato lʼabito sacerdotale facendo da sensale alla Duchessa di Portsmouth nella vendita delle grazie, e adesso nutriva speranza dʼottenere il vescovato dʼOxford, fu similmente lasciato solo in chiesa. In Serjeantʼs Inn in Chancery-Lane, il chierico disse di avere dimenticato a casa lo scritto; e al Capo Giudice del Banco del Re, il quale vi sʼera condotto per vedere se si obbedisse al regio mandato, fu forzacontentarsi di siffatta scusa. Samuele Wesley, padre di Giovanni e di Carlo Wesley, e Curato in una chiesa di Londra, predicando in quel giorno, prese a testo lʼanimosa risposta fatta dai tre Ebrei al tiranno Caldeo: «Sappi, o Re, che noi non serviremo ai tuoi Dii, nè adoreremo la immagine dʼoro da te inalzata.» Perfino nella cappella del Palazzo di San Giacomo il ministro che officiava ebbe il coraggio di non ubbidire al comando regio. I giovani di Westminster lungo tempo rammentaronsi della scena che seguì quel giorno nellʼAbbadia. Vi officiava, come Decano, Sprat vescovo di Rochester. Appena cominciò a leggere la Dichiarazione, la sua voce fu soffocata dalle mormorazioni e dal rumore della gente che usciva in folla dal coro. Egli fu preso da sì forte tremito che mal poteva tenere in mano lo scritto. Assai prima chʼegli finisse di leggere, il luogo era abbandonato da tutti, fuorchè da coloro che la propria condizione costringeva a rimanervi.[367]La Chiesa non era mai stata tanto cara alla nazione quanto nel pomeriggio di quel giorno. Ogni dissenso pareva sparito. Baxter dal pergamo fece lo elogio deʼ vescovi e del clero parrocchiale. Il Ministro Olandese, poche ore dopo, scrisse agli Stati Generali, che il Clero Anglicano si era acquistata la pubblica stima tanto da non credersi. Diceva che i Non-Conformisti con grido unanime asserivano amar meglio rimanere sotto gli Statuti penali che separare la causa loro da quella deʼ prelati.[368]Scorsa unʼaltra settimana dʼansietà e dʼagitazione, giunse la domenica. Nuovamente le chiese della Metropoli erano affollate di migliaia e migliaia di persone. La Dichiarazione non fu letta in nessuno altro luogo che in quelle poche chiese dove era stata letta la precedente settimana. Il ministro, che aveva officiato nella cappella del Palazzo di San Giacomo, era stato destituito, e in vece sua un ecclesiastico più ossequioso comparve con lo scritto in mano; ma era tanto commosso che non potè profferire parola. E veramente lʼopinione pubblica si era manifestata in guisa che nessuno, tranne il migliore e piùnobile, o il peggiore e più vile degli uomini, poteva senza scomporsi, affrontarla.[369]XLV. Il Re stesso per un momento rimase attonito dinanzi alla violenta tempesta da lui suscitata. Che farebbe egli adesso? Andare avanti, o retrocedere: ed era impossibile procedere senza pericolo e tornare indietro senza umiliazione. Ebbe allora il pensiero di emanare una seconda Ordinanza per ingiungere al clero con parole dʼira e dʼalterigia di pubblicare la Dichiarazione, minacciando a un tempo che chiunque si mostrasse disubbidiente verrebbe subitamente sospeso. LʼOrdinanza fu scritta e mandata al tipografo, poi fu ritirata; poi rimandata di nuovo alla stamperia, e di nuovo ritirata.[370]Coloro i quali volevano si adoperassero mezzi rigorosi, consigliavano un diverso provvedimento: citare, cioè, dinanzi alla Commissione Ecclesiastica i prelati che avevano firmata la petizione, e deporli dalle loro sedi. Ma contro questo partito sorsero forti obiezioni in Consiglio. Era stato annunziato che le Camere verrebbero convocate innanzi la fine dellʼanno. I Lordi considererebbero come nulla la sentenza di deposizione contro i vescovi, insisterebbero che Sancroft e i suoi colleghi fossero ammessi ai loro seggi nel Parlamento, e ricuserebbero di riconoscere un nuovo Arcivescovo di Canterbury o un nuovo Vescovo di Bath e Wells. In tal modo, la sessione, la quale pareva dovere essere per sè stessa bastevolmente procellosa, incomincerebbe con una mortale contesa tra la Corona e i Pari. Se quindi reputavasi necessario punire i vescovi, ciò doveva farsi secondo lʼusanza delle Leggi Inglesi. Sunderland fin da principio si era opposto, per quanto gli fu possibile, alla Ordinanza in Consiglio. Adesso suggerì di prendere una via, la quale se non era scevra dʼinconvenienti, era la più prudente e la più dignitosa che fra tanti sbagli rimanesse aperta al Governo. Il Re con grazia e dignità annunzierebbe al mondo essere profondamente dolente della indebita condotta della Chiesa Anglicana, ma non potere porre in oblio tutti i servigi resi da quella, in perigliosi tempi, al padre, al fratello ed a sè; non volere egli, come fautore della libertà di coscienza,trattare rigorosamente uomini ai quali la coscienza, comecchè mal consigliata e piena dʼirragionevoli scrupoli, non consentiva dʼubbidire ai suoi comandi; per la qual cosa abbandonerebbe i colpevoli a quella pena che loro infliggerebbe il rimorso, quando, meditando pacatamente sulle azioni proprie, le raffrontassero con quelle dottrine di lealtà, delle quali menavano sì gran vanto. Non solo Powis e Bellasyse, i quali avevano sempre consigliato moderazione, ma anco Dover ed Arundell inchinavano alla proposta di Sunderland. Jeffreys, dallʼaltro canto, sosteneva che il Governo sarebbe disonorato ove siffatti trasgressori, quali erano i sette vescovi, si punissero con una semplice riprensione. Nondimeno ei non desiderava che venissero citati dinanzi la Commissione Ecclesiastica, della quale egli era capo, o per dir meglio, solo Giudice: imperocchè il peso dellʼodio pubblico che già lo premeva, era troppo anco per la sua svergognata fronte e il suo cuore indurato; e rifuggiva dalla responsabilità in cui sarebbe incorso pronunziando una sentenza illegale contro i governanti della Chiesa amati tanto dalla nazione. E però propose di perseguitarli criminalmente.XLVI. Fu quindi determinato che lo Arcivescovo e gli altri sei che avevano firmata la petizione, fossero tradotti dinanzi la Corte del Banco del Re, come autori di un libello sedizioso. Non era da dubitarsi che verrebbero dichiarati rei. I giudici e gli ufficiali loro erano cagnotti della Corte. Dal dì in cui la Città di Londra era stata privata dello Statuto Municipale, nè anche uno di coloro i quali il Governo aveva voluto punire, era stato assoluto daʼ Giurati. I prelati disubbidienti sarebbero probabilmente condannati a rovinose multe ed a lunga prigionia, e si reputerebbero bene avventurati di potersi redimere, secondando, e dentro e fuori il Parlamento, i disegni del sovrano.[371]Il dì 27 maggio fu intimato ai Vescovi di appresentarsi pel giorno ottavo di giugno dinanzi il Consiglio del Re. Non sappiamo perchè fosse loro dato sì lungo periodo di tempo.Forse Giacomo sperava che alcuni deʼ colpevoli, paventando la sua collera, cedessero pria che giungesse il giorno stabilito a leggere la Dichiarazione nelle loro diocesi, e a fine di pacificarsi secolui, persuadessero il loro clero ad obbedire al regio decreto. Se tale era la sua speranza, egli sperò invano. Giunta la domenica del 3 giugno, in tutta Inghilterra fu seguito lo esempio della Metropoli. Già i Vescovi di Norwich, Gloucester, Salisbury, Winchester, ed Exeter, avevano, in pegno dellʼapprovazione loro, firmate alcune copie della petizione. Il Vescovo di Worchester aveva rifiutato di distribuire la Dichiarazione fra il suo clero. Il Vescovo di Hereford lʼaveva distribuita; ma comunemente credevasi che egli, per avere ciò fatto, fosse straziato dal rimorso e dalla vergogna. Neppure un solo prete di parrocchia fra cinquanta ubbidì alla Ordinanza in Consiglio. Nella grande diocesi di Chester, la quale comprendeva la Contea di Lancastro, Cartwright non potè persuadere altri che tre soli ecclesiastici ad obbedire al Re. Nella diocesi di Norwich sono molte centinaia di parrocchie, e non pertanto in sole quattro fu letta la Dichiarazione. Il cortigiano Vescovo di Rochester non potè vincere gli scrupoli del cappellano di Chatam, il cui pane dipendeva dal Governo. Esiste tuttora una commovente lettera che questo buon sacerdote scrisse al Segretario dello Ammiragliato. «Io non posso» diceva egli «sperare la protezione di Vostra Eccellenza. Sia fatta la volontà di Dio. Io scelgo i patimenti più presto che il peccato.»[372]XLVII. La sera dellʼ8 giugno i sette prelati, provvedutisi dellʼassistenza deʼ più illustri giureconsulti dʼInghilterra, si condussero a palazzo, e furono introdotti nella camera del Consiglio. La loro petizione era sulla tavola. Il Cancelliere la prese in mano, e mostrandola allo Arcivescovo disse: «È questa la carta scritta da Vostra Eccellenza Reverendissima, e presentata a Sua Maestà daʼ sei Vescovi qui presenti?» Sancroft guardò il foglio, e volgendosi al Re favellò in questa guisa: «Sire, io mi sto in questo luogo in sembianza di colpevole; io non lo era mai stato per lo innanzi, e non credevomai che un giorno lo sarei. Meno anco avrei potuto credere che fossi accusato dʼoffesa contro il mio Re: ma se ho la sventura di trovarmi in questa condizione, prego Vostra Maestà di non offendersi, se mi valgo del mio legittimo diritto, ricusando di dire cosa che mi possa rendere reo.»—«Cotesti sono pretti cavilli,» disse il Re. «Spero che Vostra Eccellenza non osi negare la propria scrittura.»—«Sire,» disse Lloyd che aveva molto studiato i casisti, «tutti i teologi concordano ad asserire che un uomo in situazione pari alla nostra può ricusare di rispondere ad una simile domanda.» Il Re, che era tardo di mente quanto corrivo a riscaldarsi il sangue, non intese le parole del prelato; ed insisteva e andava viepiù montando in collera. «Sire,» disse lo Arcivescovo, «io non sono tenuto ad accusare me stesso. Nondimeno se Vostra Maestà positivamente mi comanda di rispondere, obbedirò con la fiducia che un principe giusto e generoso non permetta che ciò chʼio dico per ubbidire agli ordini suoi, sia considerato come argomento ad incriminarmi.»—«Voi non dovete venire a patti col vostro Sovrano,» disse il Cancelliere. «No,» esclamò il Re. «Io non vi comando questo. Se a voi parrà di negare la vostra scrittura, non ho più nulla a dire.»I Vescovi furono più volte fatti uscire dalla sala, e più volte richiamati. Alla perfine, Giacomo positivamente comandò loro di rispondere alla domanda. Non promise espressamente che la confessione non verrebbe considerata come argomento contro di loro. Ma essi non senza ragione supponevano che dopo la protesta fatta dallo Arcivescovo e la risposta data dal Re, un tale impegno fosse sottinteso nel suo comando. Sancroft riconobbe per suo lo scritto, e i suoi confratelli ne seguirono lo esempio. Allora furono interrogati intorno alla significanza dʼalcune parole della petizione, e intorno alla lettera che era andata in giro con tanto effetto per tutto il Regno: ma le loro parole furono così circospette, che il Consiglio non potè ricavare nulla dallo esame. Il Cancelliere quindi annunziò loro che verrebbe fatto contro essi un processo criminale nella Corte del Banco del Re, e intimò che sottoscrivessero lʼobbligo di presentarsi. Ricusarono allegando il privilegio della Paria: imperocchè i migliori giuristi di Westminster Hall avevanoassicurato loro che nessun Pari poteva esser costretto a firmare il predetto obbligo per accusa di libello; ed essi non reputavansi in diritto di rinunciare al privilegio dellʼordine loro. Il Re fu tanto stolto da stimarsi personalmente offeso, perchè, in una questione legale, si richiamavano al parere deʼ dottori della legge. «Voi prestate fede a chiunque, fuori che a me,» disse egli. E davvero sentivasi mortificato e trepidava come quegli che sʼera spinto tanto oltre, che, persistendo essi, a lui non rimaneva altro partito che gettarli in carcere; e quantunque non prevedesse punto tutte le conseguenze di un tale passo, forse le prevedeva tanto da esserne perturbato. I Vescovi rimasero fermissimi nel loro proposto. Fu quindi spedito un mandato al Luogotenente della Torre per tenerli in custodia, ed apparecchiata una barca a trasportarveli pel fiume.[373]XLVIII. Sapevasi in tutta Londra che i Vescovi erano dinanzi al Consiglio. La pubblica ansietà era infinita. Una grande moltitudine sʼaccalcava nei cortili di Whitehall e nelle vie circostanti. Molti avevano costume di recarsi sulle rive del Tamigi a godervi il fresco nelle sere estive. Ma in cotesta sera tuttoquanto il fiume era coperto di barche. Come i sette Vescovi comparvero circondati dalle guardie, lʼemozione del popolo ruppe ogni freno. La gente a migliaia cadde inginocchioni pregando ad alta voce per coloro, i quali, animati dal coraggio di Ridley e di Latimer, avevano affrontato il tiranno reso insano di tutta la bacchettoneria di Maria la Bevisangue. Molti gettaronsi nelle acque fino al petto, implorando dai Padri Santi la benedizione. Per tutto il fiume, da Whitehall fino al Ponte di Londra, la barca regia passò fra mezzo a due file di gondole, dalle quali moveva unanime il grido: «Dio benedica alle Vostre Eccellenze Reverendissime.» Il Re grandemente impaurito, comandò che si raddoppiasse il presidio della Torre, che le Guardie si tenessero pronte a combattere, e che si staccassero due compagnie da ogni reggimento nel Regno, e si dirigessero subito a Londra. Ma le milizie chʼegli reputava mezzo precipuo a coartare il popolo, partecipavanoal sentire del popolo. Le stesse sentinelle che facevano la guardia alla Porta deʼ Traditori, chiedevano la benedizione ai martiri affidati alla loro custodia. Sir Eduardo Hales, Luogotenente della Torre, era poco propenso a usare cortesia aʼ suoi prigionieri: perocchè aveva rinnegata la Chiesa per la quale essi tanto pativano, ed occupava vari uffici lucrosi per virtù di quella potestà di dispensare, contro la quale essi avevano protestato. Arse di sdegno allorchè seppe che i suoi soldati bevevano alla salute deʼ Vescovi, e ordinò agli ufficiali provvedessero che lo scandalo non fosse ripetuto. Ma gli ufficiali riferirono non esservi modo a impedire la cosa, e che il presidio non voleva bere alla salute di nessun altro. Nè solo con siffatti festeggiamenti i soldati mostravano riverenza ai padri della Chiesa. Si videro entro la Torre tali segni di divozione, che i pii sacerdoti ringraziavano Dio di avere fatto nascere il bene dal male, e reso la persecuzione deʼ suoi servi fedeli mezzo di salvazione a molte anime. Per tutto il giorno i cocchi e le livree deʼ primi nobili dellʼInghilterra vedevansi attorno alle porte della prigione. Migliaia di spettatori coprivano di continuo Tower-Hill.[374]Ma fra le testimonianze della pubblica riverenza e simpatia che i prelati ricevevano, ve ne fu una la quale, sopra tutte, recò sdegno e paura al Re. Egli seppe che una deputazione di dieci ministri Non-Conformisti erasi recata alla Torre. Ne fece venire quattro dinanzi al suo cospetto, ed aspramente rimproverolli. Costoro animosamente risposero come essi reputavano debito loro porre in oblio i passati litigi, e collegarsi con gli uomini che difendevano la Religione Protestante.[375]XLIX. Le porte della Torre sʼerano appena chiuse dietro aʼ prigioni, allorquando sopraggiunse un fatto ad accrescere il pubblico concitamento. Era stato annunziato che la Regina non avrebbe partorito avanti il mese di Luglio. Ma il dì dopo che i Vescovi sʼerano presentati dinanzi al Consiglio, eʼ fu notato come il Re fosse inquieto per lei. La sera, non pertanto,ella giuocò a carte in Whitehall fin presso la mezzanotte. Poi fu menata in portantina al Palazzo di San Giacomo, dove le era stato in fretta apparecchiato un appartamento a riceverla. Allora si videro vari messi correre qua e colà in cerca di medici, di preti, di Lordi del Consiglio, di dame di Corte. In poche ore molti pubblici ufficiali e signore dʼalto grado si raccolsero nella camera della Regina. Ivi la domenica mattina del dì 10 di giugno, giorno per lungo tempo celebrato come sacro dai troppo fedeli partigiani dʼuna malvagia causa, nacque il più sventurato deʼ principi, destinato a settanta anni di vita esule e raminga, di vani disegni, di onori più amari deglʼinsulti, e di speranze che fanno sanguinare il cuore.Le calamità della povera creatura cominciarono innanzi la sua nascita. La nazione sopra la quale, secondo il corso ordinario della successione, egli doveva regnare, era profondamente persuasa che la Regina non fosse gravida. Per quanto fossero evidenti le prove della verità del parto, un numero considerevole di persone si sarebbe forse ostinato a sostenere che i Gesuiti avessero destramente fatto un giuoco di mano: e le prove, parte per caso, parte per grave imprudenza, sottostavano a non poche obiezioni. Molti dʼambo i sessi trovavansi dentro la camera della puerpera nel momento che nacque il bambino, ma nessuno di loro godeva largamente la pubblica fiducia. Deʼ Consiglieri Privati, ivi presenti, mezzi erano Cattolici Romani; e coloro che chiamavansi Protestanti venivano comunemente reputati traditori della patria e di Dio. Molte delle cameriste erano Francesi, Italiane e Portoghesi. Delle dame inglesi alcune erano Papiste ed altre mogli di Papisti. Taluni che avevano diritto speciale ad essere presenti, e la cui testimonianza avrebbe satisfatto a tutti glʼintelletti accessibili alla ragione, erano assenti; e di ciò il Re fu tenuto responsabile. Tra tutti gli abitatori della isola, la Principessa Anna era colei che avesse maggiore interesse nella cosa. Il sesso e la esperienza la rendevano adatta a proteggere il diritto ereditario della sua sorella e suo proprio. Le si era nellʼanima fortemente insinuato il sospetto che veniva confermato da circostanze frivole o immaginarie. Credeva che la Regina con grande studio fuggisse la vigilanza della cognata, ed attribuivaa colpa una riserva che forse nasceva da delicatezza.[376]Incitata da tali sospetti, Anna aveva deliberato di trovarsi presente e vigilare quando sarebbe giunto il gran giorno. Ma non aveva estimato necessario trovarsi al suo posto un mese innanzi, e come si disse, seguendo il consiglio del padre, era andata a bere le acque di Bath. Sancroft, che pel suo eminente ufficio era in debito di trovarsi presente, e nella cui probità la nazione aveva piena fiducia, poche ore prima era stato rinchiuso da Giacomo dentro la Torre. Gli Hydes erano protettori naturali deʼ diritti delle due Principesse. Lo Ambasciatore Olandese poteva essere considerato come rappresentante di Guglielmo, il quale, come primo principe del sangue e marito della figlia maggiore del Re, aveva sommo interesse a vedere con gli occhi propri ciò che seguiva. Giacomo non pensò mai di chiamare nessuno, nè maschio nè femmina, della famiglia Hyde; nè lo Ambasciatore Olandese fu invitato a trovarsi presente.I posteri hanno pienamente assoluto il Re della frode imputatagli dal suo popolo. Ma torna impossibile lo assolverlo di quella insania e testardaggine che spiegano e scusano lo errore deʼ suoi coetanei. Conosceva benissimo i sospetti sparsi per tutto il reame;[377]avrebbe dovuto sapere che non potevano dileguarsi alla sola testimonianza deʼ membri della Chiesa di Roma, o di tali, che sebbene si facessero chiamare membri della Chiesa dʼInghilterra, si erano mostrati pronti a sacrificare gli interessi di quella per ottenere il regio favore. Che il fatto fosse giunto imprevisto al Re, è innegabile: ma ebbe dodici ore di tempo a disporre le cose. Non gli fu difficile empire il palazzo di San Giacomo con una folla di bacchettoni e di parassiti, nella cui parola la nazione non aveva punto fiducia. Sarebbe stato egualmente facile invitare alcuni eminenti personaggi, il cui affetto verso le Principesse e la religione dello Stato non ammetteva dubbio nessuno.Tempo dopo, allorquando egli aveva già caramente pagato il suo temerario spregio della pubblica opinione, erausanza in San Germano escusare lui gettandone sugli altri il biasimo. Alcuni Giacomisti accusarono Anna di essersi appositamente tenuta da parte. Anzi non vergognarono dʼaffermare che Sancroft aveva astutamente provocato il Re per essere imprigionato nella Torre, onde mancasse il suo attestato che avrebbe dissipate le calunnie deʼ malcontenti.[378]Lʼassurdità di tali accuse è evidente. Era egli possibile che Anna o Sancroft prevedessero che la Regina avesse ad ingannarsi dʼun mese neʼ propri calcoli? Se ella avesse calcolato rettamente, Anna sarebbe ritornata da Bath, e Sancroft sarebbe uscito dalla Torre per trovarsi al posto loro pel tempo del parto. In ogni modo gli zii paterni delle figlie del Re non erano nè lontani nè in carcere. Il messo, il quale recò lo annunzio a tutto il drappello deʼ rinnegati, Dover, Peterborough, Murray, Sunderland, e Mulgrave, lo avrebbe con la stessa facilità recato a Clarendon, il quale, come essi, era membro del Consiglio Privato. La sua casa in Jermyn Street non distava più di dugento passi dalla camera della Regina, e nondimeno gli toccò a sapere, dallʼagitarsi e dal sussurrare della congregazione nella Chiesa di San Giacomo, che la sua nipote non era più la erede presuntiva della Corona.[379]Non fu egli chiamato forse perchè era il più prossimo parente delle Principesse dʼOrange e di Danimarca, o perchè invariabilmente aderiva alla Chiesa Anglicana?La nazione diceva con grido unanime che vʼera stato di mezzo una impostura. I papisti, per parecchi mesi, avevano predetto nelle prediche e negli scritti loro, in prosa e in verso, in inglese e in latino, che Dio concederebbe alle preci della Chiesa un Principe di Galles: e i loro vaticinii oggimai sʼerano avverati. Tutti i testimoni che non potevano essere ingannati o corrotti, erano stati con sommo studio esclusi. Anna era stata gabbata mandandola a Bath. Il Primate, la vigilia del dì stabilito a compiere la scellerata opera, era stato gettato in carcere in onta ad ogni uso di legge e ai privilegi della Paria. Non sʼera permesso che vi si trovasse presente nè anche un solo degli uomini o delle donne, che avessero il più lieve interessea smascherare la frode. La Regina era stata, nel cuore della notte e improvvisamente, condotta al palazzo di San Giacomo, perocchè in quello edifizio, meno adatto di Whitehall agli onesti comodi, aveva stanze e aditi bene convenevoli alle intenzioni deʼ Gesuiti. Quivi, fra una congrega di zelanti, i quali non reputavano delitto nessuna cosa che tendesse a promuovere glʼinteressi della Chiesa loro, e di cortigiani che non istimavano criminoso nulla che tendesse ad arricchirli ed inalzarli, un bambino nato pur allora era stato messo di furto nel regio talamo, e quindi mostrato in trionfo come lo erede di tre Regni. Col cervello infiammato da tali sospetti, ingiusti a dir vero, ma non innaturali, gli uomini affollavansi più che mai a rendere omaggio a quelle sante vittime del tiranno, il quale, dopo dʼavere per tanto tempo recato iniquissimi danni al suo popolo, aveva adesso colma la misura della iniquità sua, mostrandosi proditoriamente ingiusto contro le proprie creature.[380]Il Principe dʼOrange, non sospettando di nessuna frode, e ignorando qual fosse la opinione pubblica in Inghilterra, ordinò che si facessero in casa sua preghiere pel bene del suo piccolo cognato, e spedì Zulestein a Londra a congratularsi col suocero. Zulestein maravigliò udendo tutte le persone nelle quali sʼimbatteva, parlare apertamente della infame frode praticata dai Gesuiti, e ad ogni istante vedendo qualche nuova pasquinata intorno alla gravidanza; e al parto. Però scrisse allʼAja che in dieci uomini nè anche uno solo credeva che il fanciullo fosse nato dalla Regina.[381]Infrattanto il contegno dei sette prelati accresceva lo interesse che il caso loro aveva suscitato. La sera del Venerdì Nero—così il popolo chiamava il giorno in cui furono arrestati—giunsero al carcere allʼora del servizio divino. Recaronsi tosto alla cappella. Accadde che nella seconda lezionefossero queste parole: «In ogni cosa commendandoci, come ministri di Dio, nella molta pazienza, nelle afflizioni, nella miseria, nelle percosse, nelle prigionie.» Tutti gli zelanti Anglicani gioirono della coincidenza, e rammentarono quanta consolazione una simile coincidenza, quaranta anni innanzi, aveva arrecata a Carlo I, in punto di morte.La sera del giorno seguente, chʼera sabato 8 giugno, giunse una lettera di Sunderland che ordinava al cappellano di leggere la Dichiarazione pel dì seguente fra mezzo agli uffici divini. E poichè il giorno stabilito dalla Ordinanza in Consiglio per la lettura da farsi in Londra, era da lungo tempo spirato, questo nuovo atto del Governo poteva considerarsi come vilissimo e puerile insulto fatto ai venerandi prigioni. Il cappellano ricusò dʼobbedire; fu destituito, e la cappella venne chiusa.[382]L. I vescovi edificavano tutti quelli che stavano loro dʼintorno, per la fermezza e la calma con che sostenevano la prigionia, per la modestia e mansuetudine onde accoglievano gli applausi e le benedizioni di tutto il paese, e per la lealtà chʼessi mostravano verso il loro persecutore, il quale agognava a distruggerli. Rimasero in carcere soli otto giorni. Il venerdì 15 giugno, chʼera il primo giorno dellʼapertura del giudizio, furono condotti dinanzi al Banco del Re. Immensa folla di popolo stavasi lì ad aspettarli. Dagli scali del fiume fino alla Corte gli spettatori erano in lunghe file schierati, colmandoli di benedizioni o di applausi. «Amici,» dicevano i prigioni passando «onorate il Re; e ricordatevi di noi nelle vostre preci.» Queste umili e pie parole commossero gli spettatori fino alle lacrime. Come essi giunsero al cospetto deʼ Giudici, il Procuratore Generale produsse la requisitoria, che aveva avuto incarico di preparare, e propose che agli accusati si desse ordine di favellare. I loro avvocati dallʼaltro canto obiettavano dicendo che i vescovi erano stati illegalmente rinchiusi in carcere, e quindi la loro presenza dinanzi la Corte non era regolare. Fu dibattuta lungamente la questione se un Pari fosse tenuto a firmare una obbligazione per presentarsi algiudizio, come incolpato di libello, e fu risoluta dalla maggior parte deʼ giudici a favore della Corona. I prigionieri allora si dichiararono non colpevoli. La discussione della causa fu rimessa a quindici giorni, cioè al 29 giugno. Frattanto furono posti in libertà dopo dʼessersi obbligati a presentarsi pel dì stabilito. I legati della Corona operarono con prudenza, non richiedendo mallevadorie. Imperciocchè Halifax aveva ordinate le cose in modo che ventuno Pari secolari fraʼ più cospicui fossero pronti a prestarsi come mallevadori, tre per ciascuno accusato; ed una tanta manifestazione di sentimento fraʼ nobili sarebbe stata di non lieve danno al Governo. Sapevasi ancora che uno deʼ più ricchi Dissenzienti della città aveva sollecitato lʼonore di dare cauzione per Ken.Ai vescovi fu allora concesso di andarsene a casa loro. Il volgo che non sʼintendeva punto della procedura giudiciaria che aveva avuto luogo nel Banco del Re, e che aveva veduto i suoi prediletti pastori condotti sotto stretta guardia a Westminster Hall, ed ora li vedeva uscirne liberi, immaginò che la buona causa prosperasse, e diede in uno scoppio dʼapplausi. Le campane sonavano in segno di gioia. Sprat rimase attonito vedendo il campanile della sua Abbadia fare eco agli altri, e lo fece subitamente tacere; ma ciò provocò sdegnose mormorazioni. Ai vescovi riusciva difficile sottrarsi alle importunità della folla che gli acclamava. Lloyd fu ritenuto nel cortile di Palazzo dagli ammiratori che si accalcavano dʼintorno a toccargli la mano e baciargli il lembo della veste, finchè Clarendon non senza difficoltà lo trasse seco conducendolo a casa per una via traversa. Vuolsi che Cartwright fosse sì stolto da mischiarsi nella folla. Alcuno che lo vide in abito episcopale chiese e ricevè la benedizione. Ma un altro che gli stava accanto, gridò: «Sapete voi chi è colui che vi ha data la benedizione?»—«Certo chʼio lo so,» rispose il benedetto; «egli è uno deʼ Sette.»—«No,» riprese lʼaltro, «è il vescovo papista di Chester.»—«O papista cane,» esclamò rabbiosamente il Protestante, «ripigliati la tua benedizione.»Tale era il concorso e tale il concitamento del popolo, che lo Ambasciatore dʼOlanda rimase meravigliato vedendo finireil giorno senza lo scoppio dʼuna insurrezione. Il re non era punto tranquillo. Per trovarsi parato a reprimere ogni commovimento, la mattina aveva passato in rivista in Hyde-Park vari battaglioni di fanteria. Non ostante, non è certo che in caso di bisogno le sue truppe gli avrebbero ubbidito. Quando Sancroft, nel pomeriggio, giunse a Lambeth, trovò i granatieri, i quali avevano quartiere in quel suburbio, dinanzi alla porta del suo palazzo. Schierati in fila a destra e a sinistra, gli chiedevano la benedizione mentre egli passava fra loro. A stento potè dissuaderli dallo accendere un falò ad onorare il suo ritorno a casa. Quella sera nondimeno furono molti i fuochi di gioia nella Città. Due Cattolici Romani che ebbero la indiscretezza di percuotere alcuni fanciulli intervenuti a cotesti festeggiamenti, furono presi dalla plebe, la quale strappò loro gli abiti, e ignominiosamente li segnò in fronte con un ferro infocato.[383]Sir Eduardo Hales si recò presso i vescovi chiedendo dʼessere pagato. Essi rifiutarono di pagare cosa alcuna per una detenzione da essi considerata illegale, ad un officiale la cui commissione, secondo i principii loro, era nulla. Il Luogotenente accennò con intelligibilissime parole che ove gli cadessero nuovamente tra le mani, gli avrebbe messi ai ferri e fatti dormire sulla nuda terra. I vescovi risposero: «Siamo in disgrazia del Re, e profondamente ce ne rincresce; ma un suddito che ci minacci, invano perde il flato.» Non è agevole immaginare quale fosse la indignazione del popolo, allorchè, concitato come era, seppe che un rinnegato della religione protestante, il quale teneva un comando in onta alle leggi fondamentali della Inghilterra, aveva osato minacciare a quegli ecclesiastici, venerandi per età e dignità, tutte le barbarie della Torre di Lollard.[384]LI. Innanzi che giungesse il giorno stabilito pel processo, lʼagitazione erasi sparsa fino alle più remote parti dellʼisola. Dalla Scozia i vescovi riceverono lettere con le quali i Presbiterianidi quel paese da tanto tempo e così acremente ostili alla prelatura, gli assicuravano della loro simpatia.[385]Il popolo di Cornwall, razza fiera, ardita, atletica, nella quale il sentimento della terra natia è più forte che in qualunque altra parte del Regno, fu grandemente commosso dal pericolo di Trelawney, da essi venerato meno come Principe della Chiesa che come capo dʼuna onorevole casata, ed erede, per venti generazioni, dʼantenati i quali erano famosi avanti che i Normanni ponessero piede in Inghilterra. Per tutto il paese il contadiname cantava una ballata, della quale tuttavia si rammenta lo intercalare che diceva così: «Dovrà morire Trelawney, dovrà morire Trelawney? Allora trentamila giovani di Cornwall ne vorranno sapere il perchè.» I minatori di fondo alle loro cave facevano eco a quel canto con questa leggiera variante: «Allora ventimila di sotto terra ne vorranno sapere il perchè.»[386]I contadini in molte parti di quelle contrade ad alta voce parlavano dʼuna strana speranza che non sʼera mai spenta neʼ loro cuori. Dicevano che il Duca Protestante, il loro diletto Monmouth tra breve si mostrerebbe, li condurrebbe alla vittoria, e calpesterebbe il Re e i Gesuiti.[387]I ministri erano costernati. Lo stesso Jeffreys sarebbe volentieri tornato addietro. Egli incaricò Clarendon dʼun amichevole messaggio ai vescovi, e diede ad altrui la colpa della persecuzione da lui consigliata. Sunderland di nuovo rischiossi a provare la necessità di fare concessioni, dicendo come il fortunato nascimento dello erede del trono apprestasse al Re il destro di ritirarsi da una posizione piena di pericoli e dʼinconvenevolezza senza acquistarsi il rimprovero di timidità o di capriccio. In cosiffatti felici eventi i sovrani avevano avuto costume di allegrare i sudditi con atti di clemenza, e nulla poteva tornare di tanta utilità al Principe di Galles, quanto lʼessere, fino dalle fasce, pacificatore del padre con lʼagitata nazione. Ma il Re stava più che mai duro. «Anderò avanti,»diceva egli. «Finora sono stato troppo indulgente; e la indulgenza trasse mio padre alla rovina.»[388]LII. Lʼartificioso ministro si accòrse che Giacomo aveva per innanzi seguito i consigli di lui solamente perchè concordavano coglʼintendimenti suoi, e che dal momento in cui egli aveva cominciato a consigliare il bene, lo aveva fatto indarno. Nel processo contro il Collegio della Maddalena, Sunderland aveva mostrato segni di lentezza. Sʼera dianzi provato a persuadere il Re che il disegno di Tyrconnel di confiscare i beni deʼ coloni inglesi in Irlanda era pieno di pericoli, e col soccorso di Powis e Bellasyse aveva potuto ottenere che la esecuzione fosse differita ad un altro anno. Ma cotesta timidità e scrupolosità spiaceva al Re e gli aveva messo in cuore il sospetto.[389]Il giorno della giustizia era giunto per Sunderland. Egli trovavasi nelle condizioni in cui sʼera, alcuni mesi prima, trovato Rochester. Entrambi questi uomini di Stato provarono lʼangoscia di tenersi dolorosamente aggrappati al potere che visibilmente fuggiva loro di mano. Entrambi videro i suggerimenti loro con ischerno rigettati. Entrambi sentirono lʼamarezza di leggere la collera e la diffidenza nel viso e negli atti del loro signore; e nondimeno il paese gli chiamò responsabili di queʼ delitti ed errori dai quali invano sʼerano sforzati a dissuaderlo. Mentre sospettava chʼessi si studiassero di acquistarsi popolarità a danno dellʼautorità e dignità loro, la voce pubblica altamente accusavali che volessero conseguire il regio favore a danno del proprio onore e del bene della nazione. Nondimeno, malgrado tutte le mortificazioni e le umiliazioni, ambidue si tennero attaccati allo ufficio con la tenacità dʼun uomo che stia per annegarsi. Ambidue tentarono di rendersi propizio il Re simulando il desiderio di entrare nel grembo della sua Chiesa. Ma in ciò vi fu un limite che Rochester non osò travarcare. Si spinse fino sullʼorlo dellʼapostasia: ma retrocesse: e il mondo, a contemplazione della fermezza ondeegli ricusò di fare lʼultimo passo, gli perdonò generosamente tutti i falli anteriori.LIII. Sunderland, meno scrupoloso e suscettibile di rossore, deliberò di scontare la sua moderazione e ricuperare la regia confidenza, con un atto, che ad un cuore che senta la importanza delle verità religiose, deve sembrare uno deʼ più infami delitti, e che gli stessi mondani considerano come ultimo eccesso di bassezza. Circa otto giorni innanzi il dì stabilito pel gran processo, venne pubblicamente annunziato chʼegli era Papista. Il Re raccontava con gioia questo nuovo trionfo della grazia divina. I cortigiani e gli ambasciatori facevano ogni sforzo a non perdere il contegno, mentre il rinnegato asseriva dʼessere stato convinto da lungo tempo della impossibilità di trovare salvazione fuori della Chiesa di Roma, e che la sua coscienza non fu mai tranquilla finchè egli non ebbe rinunciato alle eresie nelle quali era stato educato. La nuova in breve si sparse. In tutti i Caffè raccontavasi come il primo Ministro dʼInghilterra, a piedi nudi, e con torcetto in mano, si fosse presentato alla porta della cappella regale, e umilmente picchiasse per essere messo dentro; come un prete di dentro dimandasse chi era egli; come Sunderland rispondesse: un povero peccatore, che lungo tempo aveva errato lungi dalla vera Chiesa, supplicare che la lo accogliesse e lo assolvesse; come allora le porte si aprissero, e il neofito fosse ammesso ai santi misteri.[390]LIV. Questa scandalosa apostasia altro non fece che accrescere lo interesse col quale la nazione aspettava il giorno in cui dovevano decidersi le sorti deʼ sette animosi confessori della Chiesa Anglicana. Il Re quindi pose ogni cura a mettere insieme un Collegio di giurati ligi alle sue voglie. I legali della Corona ebbero ordine di fare rigorosa inquisizione delle opinioni di coloro i cui nomi erano registrati nel libro deʼ liberi possidenti. Sir Samuele Astry, Cancelliere della Corona, il quale in simili casi doveva scegliere i nomi, fu chiamato a palazzo ed ebbe un colloquio con Giacomo alla presenza delGran Cancelliere.[391]Eʼ sembra che Sir Samuele facesse ogni sforzo: imperocchè fra i quarantotto individui da lui nominati, vʼerano, come si disse, vari servitori del Re e vari Cattolici Romani.[392]Ma poichè gli avvocati deʼ vescovi avevano diritto di cassare otto nomi, e servi del Re e Cattolici furono rigettati. I legali della Corona ne rigettarono altri dodici: in tal guisa la lista venne ridotta a ventiquattro; e i dodici che risponderebbero i primi allʼappello nominale dovevano giudicare del fatto.Il dì 29 giugno Westminster Hall, Old-Place-Yard, e New-Place-Yard, e tutte le vie circostanti per lungo tratto, erano accalcati di gente. Simigliante uditorio non fu veduto nè prima nè poi nella Corte del Banco del Re. Trentacinque Pari secolari del Regno furono contati fra mezzo alla folla.[393]Tutti e quattro i giudici della Corte erano ai loro seggi. Wright, il quale presedeva, era stato inalzato al suo alto ufficio sopra molti altri uomini di maggiore abilità e dottrina, solo perchè la servilità sua non conosceva scrupoli. Allybone era Papista, e del suo impiego andava debitore a quella potestà di dispensare, la cui legalità era materia alla presente discussione. Holloway fino allora era stato docile e utile strumento del Governo. Lo stesso Powell che godeva somma riputazione dʼonestà, aveva partecipato a certi atti che era impossibile difendere. Nella famosa causa di Sir Eduardo Hales, Powis, esitando alquanto, a dir vero, e dopo qualche indugio, si era congiunto alla maggioranza del seggio, e in tal modo aveva impresso al proprio carattere una macchia che fu pienamente cancellata dalla onorevole condotta che ei tenne in questo giorno.La difesa dʼambe le parti non era punto equilibrata. Il Governo aveva daʼ suoi legali richiesto servigi così odiosi e disonorevoli che tutti i più esperti giureconsulti del partito Tory avevano, lʼuno dopo lʼaltro, rifiutato di prestarsi, ed erano stati destituiti daʼ loro uffici. Sir Tommaso Powis, Procuratore Generale, era appena di terzo ordine nella sua professione.LʼAvvocato Generale Sir Guglielmo Williams aveva mente viva e indomito coraggio, ma difettava di giudizio, amava il bisticciare, non sapeva governare le proprie passioni, ed era in odio e dispregio a tutti i partiti politici. I più notevoli assessori dellʼuno e dellʼaltro erano Serjeant Trinder Cattolico Romano, e Sir Bartolommeo Shower Recorder di Londra, il quale era alquanto dotto negli studi legali, ma con le sue nauseanti adulazioni e col perpetuamente ridire il già detto apprestava materia di dileggio a Westminster Hall. Il Governo voleva assicurarsi i servigi di Maynard; ma costui dichiarò che in coscienza non poteva fare ciò che gli si chiedeva.[394]Dallʼaltra parte si stavano quasi tutti i più illustri ingegni di cui in quella età il fôro potesse gloriarsi. Sawyer e Finch, i quali, quando Giacomo ascese al trono, erano Procuratore ed Avvocato Generali, e mentre si perseguitavano i Whig sotto il regno di Carlo, avevano servito la Corona con soverchio ardore ed esito prospero, erano fra i difensori degli accusati. Vʼerano parimente altri due uomini, i quali, dopo che lʼattività di Maynard era scemata col crescere degli anni, avevano reputazione dʼessere i due migliori legali che si potessero trovare neʼ tribunali. Lʼuno chiamavasi Pemberton, e nel tempo di Carlo II era stato Capo Giudice del Banco del Re; destituito poscia perchè troppo umano e moderato, aveva ripreso lo esercizio della sua professione. Lʼaltro aveva nome Pollexfen; era stato per lungo tempo il principale assessore deʼ giudici nel loro periodico giro per le Contrade Occidentali, e quantunque avesse perduta ogni popolarità difendendo la Corona nel Tribunale di Sangue, e in specie arringando contro Alice Lisle, era a tutti noto chʼegli fosse internamente Whig, per non dire repubblicano. Vʼera anche Sir Creswell Levinz, uomo di grande dottrina ed esperienza, ma singolarmente pusillanime. Era stato destituito dal suo ufficio per avere avuto timore di servire ai fini del Governo. Adesso temeva di mostrarsi fra gli avvocati deʼ vescovi, e in sulle prime aveva ricusato dʼassumerne la difesa: ma lʼintero corpo deʼ procuratori che solevano impiegarlo, lo minacciò di nondargli più nessuna causa, qualora egli ricusasse di assumere quella deʼ vescovi.[395]Sir Giorgio Treby, abile e zelante Whig, il quale, vigente il vecchio Statuto, era stato Recorder di Londra, difendeva anchʼei gli accusati. Sir Giovanni Holt Avvocato Whig più illustre anco di Treby, non fu chiamato alla difesa, a cagione, per quanto sembra, di qualche pregiudizio che Sancroft aveva contro lui, ma venne privatamente consultato dal Vescovo di Londra.[396]Il più giovane fra i difensori era un avvocato chiamato Giovanni Somers. Non aveva vantaggio di nascita o di ricchezza, nè fino allora aveva avuto il destro di acquistare reputazione agli occhi del pubblico: ma il suo genio, la sua industria, le sue grandi e varie qualità erano note a parecchi suoi amici; e nonostanti le sue opinioni Whig, il suo giusto e lucido modo dʼargomentare, e la costante irreprensibilità della condotta gli avevano già reso benevolo lʼorecchio della Corte del Banco del Re. Johnstone aveva ai Vescovi energicamente dimostrata la importanza di averlo nella difesa; e dicesi che Pollexfen dichiarasse non esservi in Westminster Hall un uomo che potesse, al pari di Somers, trattare una questione storica e costituzionale.I giurati prestarono sacramento: erano tutti di condizione rispettabile. Ne era capo Sir Ruggiero Langley, baronetto dʼantica ed onorevole famiglia. Gli erano colleghi un cavaliere e dieci scudieri, parecchi deʼ quali erano conosciuti come ricchi possidenti. Vʼ erano alcuni Non-Conformisti, perocchè i Vescovi erano saviamente deliberati di non mostrare diffidenza deʼ protestanti Dissenzienti. Il solo Michele Arnold dava da temere, dacchè essendo egli il birraio del palazzo, sospettavasi che votasse a favore del Governo. Fu detto chʼegli amaramente si lamentasse della posizione in cui si trovava. «Qualunque cosa io faccia,» disse egli «sono sicuro dʼuscirne mezzo rovinato. Se dico: Non Colpevole, non venderò più lamia birra al Re; e se dico: Colpevole, non ne venderò più a nessun altro.»[397]Finalmente incominciò il processo. Ed è tale, che anche letto con freddezza dopo più dʼun secolo e mezzo, serba tutto lo interesse dʼun dramma. Gli avvocati disputavano da ambo i lati con insolito accanimento e veemenza; lʼuditorio ascoltava con estrema ansietà, quasi la sorte di ciascuno dipendesse dal detto che dovevano profferire i giurati; e il volgere della fortuna era così subitaneo e maraviglioso, che la moltitudine in un solo momento più volte passò dallʼansietà alla gioia, e dalla gioia a più profonda ansietà.I Vescovi erano accusati dʼavere pubblicato, nella Contea di Middlesex, un falso, maligno, e sedizioso libello. Il Procuratore e lo Avvocato tentarono di provare la scrittura. A questo fine varie persone furono chiamate per testificare delle firme deʼ Vescovi. Ma i testimoni sentivano tanta ripugnanza che la Corte da nessuno di loro potè ottenere una sola chiara risposta. Pemberton, Pollexfen, e Levinz dichiararono che nessuna delle predette testimonianze era atta a convincere i giurati. Due deʼ Giudici, cioè Holloway e Powell, furono della stessa opinione; e in cuore agli spettatori crebbe la speranza. A un tratto i legali della Corona dissero di volere prendere una via diversa. Powis, con rossore e ripugnanza tali da non poterli dissimulare, pose nel banco deʼ testimoni Blathwayt chʼera uno degli scrivani del Consiglio Privato, e trovavasi presente quando i Vescovi furono interrogati dal Re. Blathwayt giurò di averli uditi riconoscere le loro firme. Tale testimonianza era decisiva. «Perchè dunque,» disse il giudice Holloway al Procuratore Generale «se avevate cotesta prova, non lʼavete prodotta in principio, senza farci perdere cotanto tempo?» Allora si conobbe che la difesa della Corona non aveva voluto, senza assoluto bisogno, valersi di questo modo di prova. Pemberton interruppe Blathwayt, lo assoggettò ad un contro-esame, ed insistè perchè raccontasse pienamente tutto ciò chʼera seguito fra il Re e gli accusati. «Questa è curiosa davvero!» esclamò Williams. «Credete voi» disse Powis «di potere liberamente fare ai testimoni tutte le impertinentidomande che vi passano pel capo?» Gli avvocati deʼ Vescovi non erano uomini da lasciarsi soverchiare. «Egli ha giurato» rispose Pollexfen «di dire la verità, e tutta la verità; e a noi fa mestieri una risposta, e lʼavremo.» Il testimone si confuse, equivocò, simulò di frantendere la domanda, implorò la protezione della Corte. Ma era caduto in mani dalle quali non era facile svincolarsi. Infine il Procuratore Generale sʼinterpose, dicendo: «So voi persistete a fare tali dimande, diteci almeno lʼuso che intendete di farne.» Pemberton, il quale in tutto il dibattimento aveva fatto il debito proprio da uomo coraggioso ed accorto, rispose senza esitare: «Signori, risponderò al Procuratore, ed agirò schiettamente con la Corte. Se i Vescovi riconobbero questo scritto sulla promessa della Maestà Sua che la loro confessione non verrebbe adoperata come arma a ferirli, spero che lʼAccusa non se ne voglia slealmente giovare.»—«Voi attribuite a Sua Maestà una cosa chʼio non ardisco nominare,» disse Williams, «e dacchè vi piace di essere tanto importuno, chiedo a nome del Re, che se ne prenda ricordo.»—«Che intendete dire, Signore Avvocato Generale?» disse, interponendosi, Sawyer. «So io quello che dico,» rispose lo apostata; «voglio che nella Corte si prenda ricordo della domanda.»—«Prendete quanti ricordi vi aggrada, io non vi temo, Signore Avvocato Generale,» disse Pemberton. Seguì quindi un rumoroso ed accanito alterco, che a stento fu fatto cessare dal Capo Giudice. In altre circostanze probabilmente avrebbe ordinato di prendere ricordo della domanda, e mandato Pemberton in carcere. Ma in quel gran giorno egli era impaurito. Spesso gettava gli occhi su quel folto drappello di Conti e di Baroni, che lo invigilavano, e forse alla prima apertura del Parlamento potevano essergli giudici. Uno degli astanti affermò che il Capo Giudice aveva tal viso come se credesse ciascuno deʼ Pari ivi presenti avesse nella propria tasca un capestro.[398]Finalmente Blathwayt fu costretto a fare un minuto racconto di ciò che aveva veduto con gli occhi propri. Da quantoegli disse pareva che il Re non fosse venuto ad espresso patto coi Vescovi. Ma pareva medesimamente che i Vescovi potessero con tutta ragione credere che il patto fosse sottinteso. A dir vero, dalla ripugnanza che avevano i legali della Corona a porre nel banco deʼ testimoni lo scrivano del Consiglio, e dalla virulenza con che sʼopposero al contro-esame di Pemberton, chiaro si deduce che avessero la stessa opinione.Nondimeno rimase provato che la scrittura era deʼ Vescovi. Ma surse una nuova e più grave obiezione. Non bastava che i Vescovi avessero scritto lʼallegato libello; era necessario provare che lo avevano scritto nella Contea di Middlesex. La qual cosa non solo non potevano provare il Procuratore e lʼAvvocato Generale, ma la Difesa aveva i mezzi di provare il contrario. Imperocchè avvenne che dal tempo in cui fu pubblicata lʼOrdinanza in Consiglio, fino a dopo che la petizione era stata presentata al Re, Sancroft non fosse nè anche una volta uscito dal suo palazzo di Lambeth. In tal guisa ruinava al tutto il fondamento sul quale posava lʼAccusa, e lʼuditorio con gran gioia aspettavasi che i Vescovi fossero immediatamente prosciolti.I legali della Corona di nuovo cangiarono tattica, ed abbandonando affatto lʼaccusa dʼavere scritto un libello, impresero a provare che i Vescovi avevano pubblicato un libello nella Contea di Middlessex. E anche ciò era molto difficile a provare. La consegna della petizione al Re, indubitabilmente, agli occhi della legge, era lo stesso che pubblicarla. Ma in che guisa provare siffatta consegna? Niuno nelle regie stanze sʼera trovato presente allʼudienza. La scena era seguita solo tra il Re e gli accusati. Il Re non poteva essere chiamato in testimonio; non vʼera dunque altro mezzo a provare la cosa che la confessione degli accusati. Indarno Blathwayt venne nuovamente esaminato. Disse di rammentarsi bene che i Vescovi avevano riconosciute le loro firme; ma non si ricordava affatto che confessassero che lo scritto che era sul banco del Consiglio Privato, fosse quel medesimo che avevano posto nelle mani del Re; non si ricordava nè anco che venissero sopra ciò interrogati. Furono chiamati vari altri ufficiali chʼerano di servizio al Consiglio Privato, e fra essi Samuele Pepys segretariodello Ammiragliato; ma nessuno di loro potè rammentarsi che si parlasse della consegna. Nulla valse che Williams accatastasse le domande, finchè la difesa deʼ Vescovi dichiarò che tante storture, tante sottigliezze, tanti cavilli non sʼerano mai veduti in nessuna corte di giustizia; e lo stesso Wright fu costretto a confessare che il modo tenuto dallo Avvocato Generale nello esame deʼ testimoni era contrario a tutte le regole. Come i testimoni, lʼuno dopo lʼaltro, negativamente rispondevano, gli astanti davano in tali scoppi di riso e grida di trionfo, che parevano far crollare la sala e che i giudici non sʼattentavano di reprimere.Finalmente la vittoria deʼ Vescovi pareva assicurata. Se i loro difensori si fossero taciuti, la sentenza favorevole sarebbe stata sicura; perocchè non vʼera nessuno attestato che dal più corrotto e svergognato giudice potesse considerarsi come prova legale della pubblicazione. Il Capo Giudice incominciava già a favellare ai giurati, e avrebbe sicuramente loro inculcato di assolvere gli accusati, allorquando Finch, con somma imprudenza, chiese licenza di parlare, «Se volete essere ascoltato,» disse Wright, «lo sarete: ma voi non conoscete i vostri interessi.» Gli altri difensori fecero si che Finch tacesse, e pregarono il Capo Giudice a continuare. E già ricominciava a favellare, allorchè giunse allo Avvocato Generale un messo, recando la nuova che Lord Sunderland proverebbe la pubblicazione, e arriverebbe fra un istante alla Corte. Wright malignamente disse ai difensori non avessero a ringraziare altri che sè stessi per la nuova piega che erano per prendere le cose. Lo scoraggiamento si mostrò nello aspetto di ciascuno degli astanti. Finch per alcune ore fu lʼuomo più impopolare del paese. Perchè egli non si stava seduto come avevano fatto i suoi colleghi, migliori di lui, Sawyer, Pemberton, e Pollexfen? Il prurito dʼimmischiarsi in ogni cosa, e lʼambizione chʼegli aveva di fare un bel discorso avevano rovinato tutto.Intanto il Lord Presidente fu condotto in portantina fra mezzo alla sala. Come egli passava nessuno gli faceva di cappello; e sʼudirono molte voci che lo chiamavano «Papista cane.» Giunse alla Corte pallido e tremante, cogli occhi bassi; e nel fare la sua deposizione, a quando a quando glimancava la voce. Giurò che i Vescovi gli avevano palesato lo intendimento di presentare una petizione al Re, e che a tal fine erano stati introdotti nelle regie stanze. Questo fatto congiunto con lʼaltro, che dopo dʼessersi partiti dalla presenza del Re, fu vista nelle mani di lui una petizione munita delle loro firme, era tal prova che poteva ragionevolmente convincere i giurati del fatto della pubblicazione.

Ove si consideri come il clero della Chiesa stabilita, senza quasi nessuna eccezione, reputasse la Indulgenza violazione delle leggi del reame, infrazione della fede data dal Re, e colpo fatale contro glʼinteressi e la dignità della loro professione, non potrebbe punto dubitarsi che la Ordinanza in Consiglio mirava ad essere accolta dal clero come un affronto. Dicevasi comunemente fra il popolo che Petre aveva affermato tale intenzione del Governo, usando una grossolana metafora tolta dalla rettorica delle lingue orientali. Diceva che avrebbe fatto al clero mangiar fango, il più schifoso e nauseante fango. Ma per quanto tirannico e maligno fosse il mandato, il clero anglicano ubbidirebbe egli? La indole del Re era arbitraria e severa. La Commissione Ecclesiastica giudicava con modo pronto e spicciativo, quasi fosse Corte Marziale. Chiunque si rischiasse a resistere, dentro una sola settimana poteva esser cacciato dal suo presbiterio, privato di tutte le sue entrate, dichiarato incapace di occupare ogni altro beneficio ecclesiastico, e ridotto a mendicare di porta in porta. Se, a dir vero, lo intero corpo del clero si fosse collettivamente opposto agliordini regi, era probabile che nè anche Giacomo avrebbe osato di punire a un tratto diecimila delinquenti. Ma non vi fu tempo di formare una estesa combinazione. LʼOrdinanza in Consiglio fu riferita nella Gazzetta del dì 7 di maggio. Il dì 20 la Dichiarazione doveva essere letta da tutti i pulpiti di Londra e deʼ luoghi circostanti. Non vʼera sforzo in queʼ tempi che bastasse a conoscere entro quindici giorni le intenzioni della decima parte deʼ ministri parrocchiali sparsi in tutto il Regno. Non era agevole raccogliere in breve glʼintendimenti deʼ Vescovi. Era anche da temersi che, se il clero ricusasse di leggere la Dichiarazione, e i Protestanti Dissenzienti interpretassero sinistramente il rifiuto, ei dispererebbe dʼottenere tolleranza pel credenti della Chiesa Anglicana, e darebbe compiuta vittoria alla Corte.

XL. Il clero quindi esitava; ed era degno di scusa, imperocchè parecchi laici eminenti, che godevano molto la pubblica fiducia, inchinavano a consigliare obbedienza. Pensavano essi che non fosse da sperarsi in una generale opposizione, e che una opposizione parziale rovinerebbe glʼindividui, con poca utilità della Chiesa e della nazione. Così a quel tempo opinavano Halifax e Nottingham. Il giorno era vicino, e nondimeno non vʼera accordo nè risoluzione presa.[358]

In tali circostanze, i Protestanti Dissenzienti di Londra acquistaronsi diritto alla eterna gratitudine del loro paese. Il Governo gli aveva fino allora considerati come parte della sua forza. Pochi deʼ loro più operosi e tonanti predicatori, corrotti dai favori della Corte, avevano formato indirizzi ad approvare la politica del Re. Altri irritati dalla rimembranza di gravissimi danni recati loro dalla Chiesa Anglicana e dalla Casa Stuarda, avevano veduto con crudele diletto il Principe tiranno dalla tiranna gerarchia per fiera nimistà separarsi; ed entrambi affaccendarsi a cercare, per nuocersi a vicenda, soccorso presso le sètte dianzi perseguite e spregiate. Ma cotesto sentimento, comunque fosse naturale, era stato lungamente appagato; ed era giunto il tempo in cui era necessario eleggere: e i Non-Conformisti della città, con insigne generosità dʼanimo, si collegarono coi membri della Chiesa adifendere le leggi fondamentali del Regno. Baxter, Bates e Howe si resero notevoli per gli sforzi fatti a formare tal colleganza: ma il generoso entusiasmo che animava la intera classe deʼ Puritani rese agevole il negozio. Lo zelo del gregge vinse quello deʼ pastori. A quei predicatori Puritani e Indipendenti, che si mostravano inchinevoli a secondare il Re contro lʼordinamento ecclesiastico, fu chiaramente detto, che ove non cangiassero condotta, le loro congregazioni non li avrebbero mai più ascoltati nè pagati. Alsop, che sʼera illuso di potere fraʼ suoi discepoli acquistare al Re un gran numero di partigiani, sʼaccòrse dʼessere spregiato ed abborrito da coloro che dianzi gli prestavano riverenza come a guida spirituale; cadde in profonda malinconia, e si sottrasse agli occhi del pubblico. Giungevano deputazioni a vari membri del clero, supplicandoli a non volere giudicare di tutti i Dissenzienti dalle abbiette adulazioni onde di recente andava ripiena la Gazzetta di Londra, ed esortandoli—poichè erano posti alla vanguardia di questa grande battaglia—a mostrarsi imperterriti per difendere le libertà dellʼInghilterra e la fede data in custodia ai Santi. Coteste assicurazioni furono accolte con gioia e gratitudine. Esisteva, nondimeno, molta ansietà e discordanza di opinioni fra coloro ai quali apparteneva deliberare se la domenica del dì 20 si dovesse o non si dovesse obbedire al comando del Re.

XLI. Il clero di Londra, allora universalmente reputato come il fiore del ceto ecclesiastico, tenne una ragunanza, alla quale intervennero quindici Dottori in Divinità. Tillotson Decano di Canterbury, il più celebre predicatore di quel tempo, si mosse dal letto dove giaceva infermo. Sherlock Maestro del Tempio, Patrick Decano di Peterborough e Rettore della insigne parrocchia di San Paolo in Convento-Garden, e Stillingfleet Arcidiacono di Londra e Decano della Cattedrale di San Paolo vi assistevano. Lʼopinione generale dellʼAssemblea, a quanto sembra, era quella di doversi obbedire allʼOrdinanza in Consiglio. La disputa cominciava a divenire procellosa, e avrebbe potuto produrre conseguenze fatali, se non vi avesse posto fine con la sua fermezza e col suo senno il Dottore Eduardo Fowler, Vicario di San Gillesin Cripplegate, uno del piccolo ma cospicuo numero degli ecclesiastici i quali accoppiavano lo amore della libertà civile, proprio della scuola di Calvino, con le dottrine teologiche della scuola di Arminio.[359]Fowler dunque, levandosi, favellò in questa guisa: «Bisogna chʼio parli chiaro. La questione è così semplice che il ragionare a lungo non potrà chiarirla, bensì riscaldare i cervelli. Ciascuno dica un Sì o un No. Io non mʼintendo vincolato dal voto della maggioranza. Mi rincrescerebbe di rompere lʼunità. Ma in coscienza non posso leggere questa Dichiarazione.» Tillotson, Patrick, Sherlock e Stillingfleet dichiararono dʼessere della medesima opinione. La maggioranza cede allʼautorità dʼuna minoranza cotanto rispettabile. Fu quindi posta in iscritto una deliberazione per la quale tutti glʼintervenuti allʼadunanza vincolavansi fra loro a non leggere la Dichiarazione. Patrick fu il primo ad apporvi il proprio nome; Fowler firmò dopo lui. Il documento fu mandato in giro per tutta la città, e fu tosto sottoscritto da ottantacinque beneficiarii.[360]

Intanto vari Vescovi stavansi ansiosamente a meditare intorno al partito da abbracciarsi. Il dì 12 di maggio, una grave e dotta comitiva sedeva a mensa in casa del Primate a Lambeth. Compton Vescovo di Londra, Turner Vescovo dʼEly, White Vescovo di Peterborough, e Tenison Rettore della Parrocchia di San Martino erano fra gli ospiti. Il Conte di Clarendon, incrollabile zelatore della Chiesa, vʼera stato invitato. Cartwright Vescovo di Chester vi sʼera intruso, probabilmente per ispiare la ragunanza; e finchè vi rimase, non vi fu conversazione confidenziale: ma appena partitosi; venne proposta e discussa la grande quistione che agitava le menti di tutti, ed opinarono generalmente che la Dichiarazione nonsi dovesse leggere. Lettere furono tosto spedite a vari deʼ più spettabili prelati della provincia di Canterbury, sollecitandoli a recarsi senza il minimo indugio a Londra onde spalleggiare il loro metropolitano in un caso così importante.[361]E non dubitandosi punto, che, ove tali lettere si mettessero allʼufficio postale in Lombard-Street, verrebbero intercettate, spedironsi corrieri a cavallo per deporle agli uffici postali delle più vicine città di provincia. Il Vescovo di Winchester, il quale aveva dato segnalate prove della sua lealtà in Sedgemoor, comecchè fosse infermo, volle ubbidire alla chiamata, ma non ebbe forze bastevoli a soffrire il moto della carrozza. La lettera diretta a Guglielmo Lloyd Vescovo di Norwich, non ostanti tutte le cautele prese, fu trattenuta dal postiere; e cotesto prelato, che non era secondo a nessuno deʼ suoi confratelli per coraggio e zelo della causa comune al clero, non giunse in Londra a tempo.[362]Il Vescovo di Santo Asaph, che, come il precedente, aveva nome Guglielmo Lloyd, uomo pio, dotto ed onesto, ma di poca mente, mezzo ammattito dallʼostinatezza di volere pescare nelle Profezie di Daniele e nellʼApocalisse non so quali schiarimenti intorno al Papa e al Re di Francia, arrivò frettolosamente alla Metropoli il dì 16.[363]Nel giorno seguente vi giunse lo egregio Ken Vescovo di Bath e Wells, Lake Vescovo di Chichester, e Sir Giovanni Trelawney Vescovo di Bristol, baronetto discendente da antica ed onorevole famiglia di Cornwall.

XLII. Il dì 18 ebbe luogo in Lambeth unʼadunanza di prelati e di altri eminenti teologi. Tillotson, Tenison, Stillingfleet, Patrick e Sherlock erano presenti. Dopo lungo discutere, lo Arcivescovo scrisse di propria mano una petizione che esprimeva il generale intendimento dellʼassemblea. Non era scritta con istile molto felice, sì che la sintassi impacciata ed inelegante destò alquanto dileggio contro Sancroft, il quale lo sostenne con meno pazienza di quella onde egli fece prova in circostanze assai più ardue. Ma nella sostanza nulla potrebbeessere formato con più magistero di cotesto memorando documento. Protestavano caldamente contro ogni taccia di slealtà ed intolleranza. Assicuravano il Re che la Chiesa era tuttavia, come era sempre stata, fedele al trono; assicuravano che i Vescovi, a tempo e a luogo, come Lordi del Parlamento e membri della Alta Camera di Convocazione, mostrerebbero di sapere compatire gli scrupoli di coscienza neʼ Dissenzienti. Ma il Parlamento, sì sotto il regno passato che sotto il presente, aveva decretato, il Sovrano non essere costituzionalmente competente a dispensare dagli statuti in materie ecclesiastiche. La Dichiarazione quindi era illegale; e i supplicanti non potevano, per prudenza, coscienza, ed onore partecipare alla solenne pubblicazione dʼun Atto illegale nella casa di Dio e fra mezzo agli uffici divini.

XLIII. Questo documento fu firmato dallʼArcivescovo e da sei deʼ suoi suffraganei, Lloyd di Santo Asaph, Turner dʼEly, Lake di Chichester, Ken di Bath e Wells, White di Peterborough, e Trelawney di Bristol. Il vescovo di Londra, come sospeso dalle sue funzioni, non firmò. Era la sera di venerdì in sul tardi: e la domenica mattina la Dichiarazione doveva leggersi nelle chiese di Londra. Era necessario che la petizione pervenisse senza indugio alle mani del Re. I sei Vescovi si recarono a Whitehall. LʼArcivescovo, al quale da lungo tempo era stato inibito lʼaccesso alla Corte, non accompagnò i colleghi. Lloyd, lasciati i suoi confratelli in casa di Lord Dartmouth chʼera presso al palazzo, sʼappresentò a Sunderland, pregandolo di leggere la petizione, e di dirgli quando al Re piacerebbe di riceverla. Sunderland, temendo di compromettersi, rifiutò di leggere lo scritto, ma si condusse subitamente alle regie stanze. Giacomo ordinò di far passare i vescovi. Gli era stato riferito dal suo cagnotto Cartwright, che essi erano inchinevoli ad ubbidire al regio mandato, ma che desideravano si facesse qualche lieve modificazione nella forma, al qual fine intendevano presentare una umilissima dimanda. Per lo che la Maestà Sua era di buonissimo umore. Come gli si furono inginocchiati dinanzi, disse cortesemente si alzassero, e prese lo scritto dalle mani di Lloyd, dicendo: «Questa è scrittura di Monsignore di Canterbury.»—«Sì,o Sire, scritta di sua propria mano,» gli, fu risposto. Giacomo lesse la petizione; la ripiegò; e turbossi nello aspetto dicendo: «Ciò mi sorprende grandemente. Non me lo sarei mai aspettato dalla vostra Chiesa, e segnatamente da alcuni di voi. Questo importa inalzare il vessillo della ribellione.» I vescovi si misero a protestare fervidamente della loro lealtà: ma il Re, come era suo costume, non cessava di ripetere le medesime parole: «Vi dico che è inalzare il vessillo della ribellione.»—«Ribellione!» esclamò Trelawney cadendo sulle sue ginocchia; «Per lo amore di Dio, o Sire, non ci dite parole così dure. Nessuno deʼ Trelawney può essere un ribelle. Vi ricordi che la mia famiglia ha combattuto in difesa della Corona. Vi rimembri deʼ servigi chʼio vi resi quando Monmouth aveva invaso le Contrade Occidentali.»—«Siamo noi che abbiamo spenta lʼultima ribellione,» disse Lake «e non ne susciteremo unʼaltra.»—«Noi ribelli!» esclamò Turner, «noi siamo pronti a morire ai piedi di Vostra Maestà.»—«Sire,» disse Ken con tono più fermo, «spero che ci vogliate concedere quella libertà di coscienza che voi accordate a tutto il genere umano.» E nulladimeno Giacomo seguitava: «Questa è ribellione. Questo importa inalzare il vessillo della ribellione. Fu ella mai posta in dubbio, prima dʼoggi, da un buono Anglicano la potestà di dispensare? Alcuni di voi non hanno eglino predicato e scritto a difenderla? È pretta ribellione. Voglio che la mia Dichiarazione sia letta.»—«Noi abbiamo due doveri da compiere,» rispose Ken, «il nostro dovere verso Dio, e il nostro dovere verso Vostra Maestà. Voi onoriamo: ma temiamo Dio.»—«Merito io questo?» gridò il Re viemaggiormente incollerito. «Io che sono stato tanto amico della vostra Chiesa! Non mi aspettava tanto da alcuni di voi. Io voglio essere ubbidito. La mia Dichiarazione deve essere pubblicata. Voi siete trombe di sedizione. Che fate voi qui? Andate alle vostre diocesi, e fate che io sia ubbidito. Terrò questo scritto; non lo perderò mai, e mi ricorderò sempre che voi lo avete firmato.»—«Sia fatta la volontà di Dio,» disse Ken.—«Dio mi ha data la potestà di dispensare,» disse il Re, «ed io saprò mantenerla. Vi dico che vi sono settemila credenti della vostra Chiesa, i quali non hannopiegato il ginocchio dinanzi a Baal.» I vescovi rispettosamente partironsi.[364]Quella stessa sera il documento da loro presentato al Re, si vide messo a stampa, parola per parola; trovavasi in tutte le botteghe da caffè, e si vendeva per le strade. In ogni parte la gente si alzava da letto e fermava i rivenditori. Si disse che lo stampatore in poche ore guadagnasse mille lire sterline vendendo questo scritto a un soldo. Ciò forse è una esagerazione: ma tuttavia prova che la vendita fu enorme. In che guisa la petizione pervenisse allo stampatore è tuttora un mistero. Sancroft dichiarò dʼavere prese tutte le cautele perchè non fosse pubblicata, e di non conoscerne altra copia, tranne quella scritta di sua mano, e da Lloyd posta nelle mani del Re. La veracità dello Arcivescovo non ammette il minimo sospetto. Pure non è punto improbabile che alcuni deʼ teologi, i quali aiutarono a compilare la petizione, possano averla tenuta a mente e mandata allo stampatore. Nondimeno comunemente credevasi che qualche famigliare del Re fosse stato indiscreto o traditore.[365]Poco minore fu la impressione che fece nel popolo una breve lettera, scritta con gran vigoria di raziocinio e di stile, stampata alla macchia, e profusamente sparsa il dì medesimo per la posta e per mezzo deʼ procacci. Ne fu mandata copia ad ogni chierico del Regno. Lo scrittore non istudiavasi di dissimulare il pericolo che correrebbero i disubbidienti al regio mandato; ma dimostrava vivamente come era maggiore il pericolo di cedere. «Se leggiamo la Dichiarazione,» diceva egli, «cadiamo per non rialzarci mai più; cadiamo incompianti e spregiati; cadiamo fra le maledizioni dʼun popolo che sarà rovinato dalla nostra debolezza.» Taluni credevano che questa lettera fosse venuta dalla Olanda. Altri lʼattribuirono a Sherlock. Ma Prideaux, Decano di Norwich, il quale fu principale agente a spargerla, la credè lavoro di Halifax.

La condotta deʼ prelati fu universalmente e immensamente applaudita: ma taluni mormoravano dicendo che uomini sì gravi, se reputavansi obbligati in coscienza a fare al Re unarimostranza, dovevano farla assai prima. Era egli bene lasciarlo nel buio fino a trentasei ore avanti il tempo stabilito per la lettura della Dichiarazione? Quandʼanche volesse revocare lʼordinanza in Consiglio, non era egli troppo tardi? Così sembravano concludere che la petizione aveva lo scopo, non di muovere il Re, ma dʼinfiammare gli umori del popolo.[366]Tali doglianze erano affatto prive di fondamento. Lʼordine del Re era giunto ai vescovi nuovo, inaspettato, impacciante. Era debito loro consultarsi vicendevolmente, ed indagare, per quanto fosse possibile, lʼopinione del clero innanzi di appigliarsi ad un partito. Il clero era sparso per tutto il reame. Alcuni distavano gli uni dagli altri una settimana di cammino. Giacomo concedeva loro solo quindici giorni ad informarsi, riunirsi, discutere e decidere; e però non aveva diritto a credersi leso per essere presso a finire i quindici giorni innanzi chʼegli conoscesse la loro deliberazione. E non è vero chʼessi non gli dessero tempo bastevole a revocare lʼOrdinanza qualora avesse avuto la prudenza di farlo. Avrebbe potuto convocare il Consiglio nel sabato mattina, e innanzi che fosse notte, si sarebbe saputo per tutta Londra e peʼ suburbii, chʼegli aveva ceduto alle preghiere deʼ padri della Chiesa Anglicana. Nonostante, il sabato scorse senza che il Governo mostrasse segno di cedere, e giunse la domenica, giorno lungamente memorabile.

XLIV. Nella città e nel circondario di Londra erano circa cento chiese parrocchiali. Solo in quattro fu eseguito lʼordine del Re. In San Gregorio la Dichiarazione fu letta da un ecclesiastico chiamato Martin. Appena egli ebbe profferite le prime parole tutti gli astanti alzaronsi ed uscirono. In San Matteo in Friday-Street uno sciagurato che aveva nome Timoteo Hall, e che aveva disonorato lʼabito sacerdotale facendo da sensale alla Duchessa di Portsmouth nella vendita delle grazie, e adesso nutriva speranza dʼottenere il vescovato dʼOxford, fu similmente lasciato solo in chiesa. In Serjeantʼs Inn in Chancery-Lane, il chierico disse di avere dimenticato a casa lo scritto; e al Capo Giudice del Banco del Re, il quale vi sʼera condotto per vedere se si obbedisse al regio mandato, fu forzacontentarsi di siffatta scusa. Samuele Wesley, padre di Giovanni e di Carlo Wesley, e Curato in una chiesa di Londra, predicando in quel giorno, prese a testo lʼanimosa risposta fatta dai tre Ebrei al tiranno Caldeo: «Sappi, o Re, che noi non serviremo ai tuoi Dii, nè adoreremo la immagine dʼoro da te inalzata.» Perfino nella cappella del Palazzo di San Giacomo il ministro che officiava ebbe il coraggio di non ubbidire al comando regio. I giovani di Westminster lungo tempo rammentaronsi della scena che seguì quel giorno nellʼAbbadia. Vi officiava, come Decano, Sprat vescovo di Rochester. Appena cominciò a leggere la Dichiarazione, la sua voce fu soffocata dalle mormorazioni e dal rumore della gente che usciva in folla dal coro. Egli fu preso da sì forte tremito che mal poteva tenere in mano lo scritto. Assai prima chʼegli finisse di leggere, il luogo era abbandonato da tutti, fuorchè da coloro che la propria condizione costringeva a rimanervi.[367]

La Chiesa non era mai stata tanto cara alla nazione quanto nel pomeriggio di quel giorno. Ogni dissenso pareva sparito. Baxter dal pergamo fece lo elogio deʼ vescovi e del clero parrocchiale. Il Ministro Olandese, poche ore dopo, scrisse agli Stati Generali, che il Clero Anglicano si era acquistata la pubblica stima tanto da non credersi. Diceva che i Non-Conformisti con grido unanime asserivano amar meglio rimanere sotto gli Statuti penali che separare la causa loro da quella deʼ prelati.[368]

Scorsa unʼaltra settimana dʼansietà e dʼagitazione, giunse la domenica. Nuovamente le chiese della Metropoli erano affollate di migliaia e migliaia di persone. La Dichiarazione non fu letta in nessuno altro luogo che in quelle poche chiese dove era stata letta la precedente settimana. Il ministro, che aveva officiato nella cappella del Palazzo di San Giacomo, era stato destituito, e in vece sua un ecclesiastico più ossequioso comparve con lo scritto in mano; ma era tanto commosso che non potè profferire parola. E veramente lʼopinione pubblica si era manifestata in guisa che nessuno, tranne il migliore e piùnobile, o il peggiore e più vile degli uomini, poteva senza scomporsi, affrontarla.[369]

XLV. Il Re stesso per un momento rimase attonito dinanzi alla violenta tempesta da lui suscitata. Che farebbe egli adesso? Andare avanti, o retrocedere: ed era impossibile procedere senza pericolo e tornare indietro senza umiliazione. Ebbe allora il pensiero di emanare una seconda Ordinanza per ingiungere al clero con parole dʼira e dʼalterigia di pubblicare la Dichiarazione, minacciando a un tempo che chiunque si mostrasse disubbidiente verrebbe subitamente sospeso. LʼOrdinanza fu scritta e mandata al tipografo, poi fu ritirata; poi rimandata di nuovo alla stamperia, e di nuovo ritirata.[370]Coloro i quali volevano si adoperassero mezzi rigorosi, consigliavano un diverso provvedimento: citare, cioè, dinanzi alla Commissione Ecclesiastica i prelati che avevano firmata la petizione, e deporli dalle loro sedi. Ma contro questo partito sorsero forti obiezioni in Consiglio. Era stato annunziato che le Camere verrebbero convocate innanzi la fine dellʼanno. I Lordi considererebbero come nulla la sentenza di deposizione contro i vescovi, insisterebbero che Sancroft e i suoi colleghi fossero ammessi ai loro seggi nel Parlamento, e ricuserebbero di riconoscere un nuovo Arcivescovo di Canterbury o un nuovo Vescovo di Bath e Wells. In tal modo, la sessione, la quale pareva dovere essere per sè stessa bastevolmente procellosa, incomincerebbe con una mortale contesa tra la Corona e i Pari. Se quindi reputavasi necessario punire i vescovi, ciò doveva farsi secondo lʼusanza delle Leggi Inglesi. Sunderland fin da principio si era opposto, per quanto gli fu possibile, alla Ordinanza in Consiglio. Adesso suggerì di prendere una via, la quale se non era scevra dʼinconvenienti, era la più prudente e la più dignitosa che fra tanti sbagli rimanesse aperta al Governo. Il Re con grazia e dignità annunzierebbe al mondo essere profondamente dolente della indebita condotta della Chiesa Anglicana, ma non potere porre in oblio tutti i servigi resi da quella, in perigliosi tempi, al padre, al fratello ed a sè; non volere egli, come fautore della libertà di coscienza,trattare rigorosamente uomini ai quali la coscienza, comecchè mal consigliata e piena dʼirragionevoli scrupoli, non consentiva dʼubbidire ai suoi comandi; per la qual cosa abbandonerebbe i colpevoli a quella pena che loro infliggerebbe il rimorso, quando, meditando pacatamente sulle azioni proprie, le raffrontassero con quelle dottrine di lealtà, delle quali menavano sì gran vanto. Non solo Powis e Bellasyse, i quali avevano sempre consigliato moderazione, ma anco Dover ed Arundell inchinavano alla proposta di Sunderland. Jeffreys, dallʼaltro canto, sosteneva che il Governo sarebbe disonorato ove siffatti trasgressori, quali erano i sette vescovi, si punissero con una semplice riprensione. Nondimeno ei non desiderava che venissero citati dinanzi la Commissione Ecclesiastica, della quale egli era capo, o per dir meglio, solo Giudice: imperocchè il peso dellʼodio pubblico che già lo premeva, era troppo anco per la sua svergognata fronte e il suo cuore indurato; e rifuggiva dalla responsabilità in cui sarebbe incorso pronunziando una sentenza illegale contro i governanti della Chiesa amati tanto dalla nazione. E però propose di perseguitarli criminalmente.

XLVI. Fu quindi determinato che lo Arcivescovo e gli altri sei che avevano firmata la petizione, fossero tradotti dinanzi la Corte del Banco del Re, come autori di un libello sedizioso. Non era da dubitarsi che verrebbero dichiarati rei. I giudici e gli ufficiali loro erano cagnotti della Corte. Dal dì in cui la Città di Londra era stata privata dello Statuto Municipale, nè anche uno di coloro i quali il Governo aveva voluto punire, era stato assoluto daʼ Giurati. I prelati disubbidienti sarebbero probabilmente condannati a rovinose multe ed a lunga prigionia, e si reputerebbero bene avventurati di potersi redimere, secondando, e dentro e fuori il Parlamento, i disegni del sovrano.[371]

Il dì 27 maggio fu intimato ai Vescovi di appresentarsi pel giorno ottavo di giugno dinanzi il Consiglio del Re. Non sappiamo perchè fosse loro dato sì lungo periodo di tempo.Forse Giacomo sperava che alcuni deʼ colpevoli, paventando la sua collera, cedessero pria che giungesse il giorno stabilito a leggere la Dichiarazione nelle loro diocesi, e a fine di pacificarsi secolui, persuadessero il loro clero ad obbedire al regio decreto. Se tale era la sua speranza, egli sperò invano. Giunta la domenica del 3 giugno, in tutta Inghilterra fu seguito lo esempio della Metropoli. Già i Vescovi di Norwich, Gloucester, Salisbury, Winchester, ed Exeter, avevano, in pegno dellʼapprovazione loro, firmate alcune copie della petizione. Il Vescovo di Worchester aveva rifiutato di distribuire la Dichiarazione fra il suo clero. Il Vescovo di Hereford lʼaveva distribuita; ma comunemente credevasi che egli, per avere ciò fatto, fosse straziato dal rimorso e dalla vergogna. Neppure un solo prete di parrocchia fra cinquanta ubbidì alla Ordinanza in Consiglio. Nella grande diocesi di Chester, la quale comprendeva la Contea di Lancastro, Cartwright non potè persuadere altri che tre soli ecclesiastici ad obbedire al Re. Nella diocesi di Norwich sono molte centinaia di parrocchie, e non pertanto in sole quattro fu letta la Dichiarazione. Il cortigiano Vescovo di Rochester non potè vincere gli scrupoli del cappellano di Chatam, il cui pane dipendeva dal Governo. Esiste tuttora una commovente lettera che questo buon sacerdote scrisse al Segretario dello Ammiragliato. «Io non posso» diceva egli «sperare la protezione di Vostra Eccellenza. Sia fatta la volontà di Dio. Io scelgo i patimenti più presto che il peccato.»[372]

XLVII. La sera dellʼ8 giugno i sette prelati, provvedutisi dellʼassistenza deʼ più illustri giureconsulti dʼInghilterra, si condussero a palazzo, e furono introdotti nella camera del Consiglio. La loro petizione era sulla tavola. Il Cancelliere la prese in mano, e mostrandola allo Arcivescovo disse: «È questa la carta scritta da Vostra Eccellenza Reverendissima, e presentata a Sua Maestà daʼ sei Vescovi qui presenti?» Sancroft guardò il foglio, e volgendosi al Re favellò in questa guisa: «Sire, io mi sto in questo luogo in sembianza di colpevole; io non lo era mai stato per lo innanzi, e non credevomai che un giorno lo sarei. Meno anco avrei potuto credere che fossi accusato dʼoffesa contro il mio Re: ma se ho la sventura di trovarmi in questa condizione, prego Vostra Maestà di non offendersi, se mi valgo del mio legittimo diritto, ricusando di dire cosa che mi possa rendere reo.»—«Cotesti sono pretti cavilli,» disse il Re. «Spero che Vostra Eccellenza non osi negare la propria scrittura.»—«Sire,» disse Lloyd che aveva molto studiato i casisti, «tutti i teologi concordano ad asserire che un uomo in situazione pari alla nostra può ricusare di rispondere ad una simile domanda.» Il Re, che era tardo di mente quanto corrivo a riscaldarsi il sangue, non intese le parole del prelato; ed insisteva e andava viepiù montando in collera. «Sire,» disse lo Arcivescovo, «io non sono tenuto ad accusare me stesso. Nondimeno se Vostra Maestà positivamente mi comanda di rispondere, obbedirò con la fiducia che un principe giusto e generoso non permetta che ciò chʼio dico per ubbidire agli ordini suoi, sia considerato come argomento ad incriminarmi.»—«Voi non dovete venire a patti col vostro Sovrano,» disse il Cancelliere. «No,» esclamò il Re. «Io non vi comando questo. Se a voi parrà di negare la vostra scrittura, non ho più nulla a dire.»

I Vescovi furono più volte fatti uscire dalla sala, e più volte richiamati. Alla perfine, Giacomo positivamente comandò loro di rispondere alla domanda. Non promise espressamente che la confessione non verrebbe considerata come argomento contro di loro. Ma essi non senza ragione supponevano che dopo la protesta fatta dallo Arcivescovo e la risposta data dal Re, un tale impegno fosse sottinteso nel suo comando. Sancroft riconobbe per suo lo scritto, e i suoi confratelli ne seguirono lo esempio. Allora furono interrogati intorno alla significanza dʼalcune parole della petizione, e intorno alla lettera che era andata in giro con tanto effetto per tutto il Regno: ma le loro parole furono così circospette, che il Consiglio non potè ricavare nulla dallo esame. Il Cancelliere quindi annunziò loro che verrebbe fatto contro essi un processo criminale nella Corte del Banco del Re, e intimò che sottoscrivessero lʼobbligo di presentarsi. Ricusarono allegando il privilegio della Paria: imperocchè i migliori giuristi di Westminster Hall avevanoassicurato loro che nessun Pari poteva esser costretto a firmare il predetto obbligo per accusa di libello; ed essi non reputavansi in diritto di rinunciare al privilegio dellʼordine loro. Il Re fu tanto stolto da stimarsi personalmente offeso, perchè, in una questione legale, si richiamavano al parere deʼ dottori della legge. «Voi prestate fede a chiunque, fuori che a me,» disse egli. E davvero sentivasi mortificato e trepidava come quegli che sʼera spinto tanto oltre, che, persistendo essi, a lui non rimaneva altro partito che gettarli in carcere; e quantunque non prevedesse punto tutte le conseguenze di un tale passo, forse le prevedeva tanto da esserne perturbato. I Vescovi rimasero fermissimi nel loro proposto. Fu quindi spedito un mandato al Luogotenente della Torre per tenerli in custodia, ed apparecchiata una barca a trasportarveli pel fiume.[373]

XLVIII. Sapevasi in tutta Londra che i Vescovi erano dinanzi al Consiglio. La pubblica ansietà era infinita. Una grande moltitudine sʼaccalcava nei cortili di Whitehall e nelle vie circostanti. Molti avevano costume di recarsi sulle rive del Tamigi a godervi il fresco nelle sere estive. Ma in cotesta sera tuttoquanto il fiume era coperto di barche. Come i sette Vescovi comparvero circondati dalle guardie, lʼemozione del popolo ruppe ogni freno. La gente a migliaia cadde inginocchioni pregando ad alta voce per coloro, i quali, animati dal coraggio di Ridley e di Latimer, avevano affrontato il tiranno reso insano di tutta la bacchettoneria di Maria la Bevisangue. Molti gettaronsi nelle acque fino al petto, implorando dai Padri Santi la benedizione. Per tutto il fiume, da Whitehall fino al Ponte di Londra, la barca regia passò fra mezzo a due file di gondole, dalle quali moveva unanime il grido: «Dio benedica alle Vostre Eccellenze Reverendissime.» Il Re grandemente impaurito, comandò che si raddoppiasse il presidio della Torre, che le Guardie si tenessero pronte a combattere, e che si staccassero due compagnie da ogni reggimento nel Regno, e si dirigessero subito a Londra. Ma le milizie chʼegli reputava mezzo precipuo a coartare il popolo, partecipavanoal sentire del popolo. Le stesse sentinelle che facevano la guardia alla Porta deʼ Traditori, chiedevano la benedizione ai martiri affidati alla loro custodia. Sir Eduardo Hales, Luogotenente della Torre, era poco propenso a usare cortesia aʼ suoi prigionieri: perocchè aveva rinnegata la Chiesa per la quale essi tanto pativano, ed occupava vari uffici lucrosi per virtù di quella potestà di dispensare, contro la quale essi avevano protestato. Arse di sdegno allorchè seppe che i suoi soldati bevevano alla salute deʼ Vescovi, e ordinò agli ufficiali provvedessero che lo scandalo non fosse ripetuto. Ma gli ufficiali riferirono non esservi modo a impedire la cosa, e che il presidio non voleva bere alla salute di nessun altro. Nè solo con siffatti festeggiamenti i soldati mostravano riverenza ai padri della Chiesa. Si videro entro la Torre tali segni di divozione, che i pii sacerdoti ringraziavano Dio di avere fatto nascere il bene dal male, e reso la persecuzione deʼ suoi servi fedeli mezzo di salvazione a molte anime. Per tutto il giorno i cocchi e le livree deʼ primi nobili dellʼInghilterra vedevansi attorno alle porte della prigione. Migliaia di spettatori coprivano di continuo Tower-Hill.[374]Ma fra le testimonianze della pubblica riverenza e simpatia che i prelati ricevevano, ve ne fu una la quale, sopra tutte, recò sdegno e paura al Re. Egli seppe che una deputazione di dieci ministri Non-Conformisti erasi recata alla Torre. Ne fece venire quattro dinanzi al suo cospetto, ed aspramente rimproverolli. Costoro animosamente risposero come essi reputavano debito loro porre in oblio i passati litigi, e collegarsi con gli uomini che difendevano la Religione Protestante.[375]

XLIX. Le porte della Torre sʼerano appena chiuse dietro aʼ prigioni, allorquando sopraggiunse un fatto ad accrescere il pubblico concitamento. Era stato annunziato che la Regina non avrebbe partorito avanti il mese di Luglio. Ma il dì dopo che i Vescovi sʼerano presentati dinanzi al Consiglio, eʼ fu notato come il Re fosse inquieto per lei. La sera, non pertanto,ella giuocò a carte in Whitehall fin presso la mezzanotte. Poi fu menata in portantina al Palazzo di San Giacomo, dove le era stato in fretta apparecchiato un appartamento a riceverla. Allora si videro vari messi correre qua e colà in cerca di medici, di preti, di Lordi del Consiglio, di dame di Corte. In poche ore molti pubblici ufficiali e signore dʼalto grado si raccolsero nella camera della Regina. Ivi la domenica mattina del dì 10 di giugno, giorno per lungo tempo celebrato come sacro dai troppo fedeli partigiani dʼuna malvagia causa, nacque il più sventurato deʼ principi, destinato a settanta anni di vita esule e raminga, di vani disegni, di onori più amari deglʼinsulti, e di speranze che fanno sanguinare il cuore.

Le calamità della povera creatura cominciarono innanzi la sua nascita. La nazione sopra la quale, secondo il corso ordinario della successione, egli doveva regnare, era profondamente persuasa che la Regina non fosse gravida. Per quanto fossero evidenti le prove della verità del parto, un numero considerevole di persone si sarebbe forse ostinato a sostenere che i Gesuiti avessero destramente fatto un giuoco di mano: e le prove, parte per caso, parte per grave imprudenza, sottostavano a non poche obiezioni. Molti dʼambo i sessi trovavansi dentro la camera della puerpera nel momento che nacque il bambino, ma nessuno di loro godeva largamente la pubblica fiducia. Deʼ Consiglieri Privati, ivi presenti, mezzi erano Cattolici Romani; e coloro che chiamavansi Protestanti venivano comunemente reputati traditori della patria e di Dio. Molte delle cameriste erano Francesi, Italiane e Portoghesi. Delle dame inglesi alcune erano Papiste ed altre mogli di Papisti. Taluni che avevano diritto speciale ad essere presenti, e la cui testimonianza avrebbe satisfatto a tutti glʼintelletti accessibili alla ragione, erano assenti; e di ciò il Re fu tenuto responsabile. Tra tutti gli abitatori della isola, la Principessa Anna era colei che avesse maggiore interesse nella cosa. Il sesso e la esperienza la rendevano adatta a proteggere il diritto ereditario della sua sorella e suo proprio. Le si era nellʼanima fortemente insinuato il sospetto che veniva confermato da circostanze frivole o immaginarie. Credeva che la Regina con grande studio fuggisse la vigilanza della cognata, ed attribuivaa colpa una riserva che forse nasceva da delicatezza.[376]Incitata da tali sospetti, Anna aveva deliberato di trovarsi presente e vigilare quando sarebbe giunto il gran giorno. Ma non aveva estimato necessario trovarsi al suo posto un mese innanzi, e come si disse, seguendo il consiglio del padre, era andata a bere le acque di Bath. Sancroft, che pel suo eminente ufficio era in debito di trovarsi presente, e nella cui probità la nazione aveva piena fiducia, poche ore prima era stato rinchiuso da Giacomo dentro la Torre. Gli Hydes erano protettori naturali deʼ diritti delle due Principesse. Lo Ambasciatore Olandese poteva essere considerato come rappresentante di Guglielmo, il quale, come primo principe del sangue e marito della figlia maggiore del Re, aveva sommo interesse a vedere con gli occhi propri ciò che seguiva. Giacomo non pensò mai di chiamare nessuno, nè maschio nè femmina, della famiglia Hyde; nè lo Ambasciatore Olandese fu invitato a trovarsi presente.

I posteri hanno pienamente assoluto il Re della frode imputatagli dal suo popolo. Ma torna impossibile lo assolverlo di quella insania e testardaggine che spiegano e scusano lo errore deʼ suoi coetanei. Conosceva benissimo i sospetti sparsi per tutto il reame;[377]avrebbe dovuto sapere che non potevano dileguarsi alla sola testimonianza deʼ membri della Chiesa di Roma, o di tali, che sebbene si facessero chiamare membri della Chiesa dʼInghilterra, si erano mostrati pronti a sacrificare gli interessi di quella per ottenere il regio favore. Che il fatto fosse giunto imprevisto al Re, è innegabile: ma ebbe dodici ore di tempo a disporre le cose. Non gli fu difficile empire il palazzo di San Giacomo con una folla di bacchettoni e di parassiti, nella cui parola la nazione non aveva punto fiducia. Sarebbe stato egualmente facile invitare alcuni eminenti personaggi, il cui affetto verso le Principesse e la religione dello Stato non ammetteva dubbio nessuno.

Tempo dopo, allorquando egli aveva già caramente pagato il suo temerario spregio della pubblica opinione, erausanza in San Germano escusare lui gettandone sugli altri il biasimo. Alcuni Giacomisti accusarono Anna di essersi appositamente tenuta da parte. Anzi non vergognarono dʼaffermare che Sancroft aveva astutamente provocato il Re per essere imprigionato nella Torre, onde mancasse il suo attestato che avrebbe dissipate le calunnie deʼ malcontenti.[378]Lʼassurdità di tali accuse è evidente. Era egli possibile che Anna o Sancroft prevedessero che la Regina avesse ad ingannarsi dʼun mese neʼ propri calcoli? Se ella avesse calcolato rettamente, Anna sarebbe ritornata da Bath, e Sancroft sarebbe uscito dalla Torre per trovarsi al posto loro pel tempo del parto. In ogni modo gli zii paterni delle figlie del Re non erano nè lontani nè in carcere. Il messo, il quale recò lo annunzio a tutto il drappello deʼ rinnegati, Dover, Peterborough, Murray, Sunderland, e Mulgrave, lo avrebbe con la stessa facilità recato a Clarendon, il quale, come essi, era membro del Consiglio Privato. La sua casa in Jermyn Street non distava più di dugento passi dalla camera della Regina, e nondimeno gli toccò a sapere, dallʼagitarsi e dal sussurrare della congregazione nella Chiesa di San Giacomo, che la sua nipote non era più la erede presuntiva della Corona.[379]Non fu egli chiamato forse perchè era il più prossimo parente delle Principesse dʼOrange e di Danimarca, o perchè invariabilmente aderiva alla Chiesa Anglicana?

La nazione diceva con grido unanime che vʼera stato di mezzo una impostura. I papisti, per parecchi mesi, avevano predetto nelle prediche e negli scritti loro, in prosa e in verso, in inglese e in latino, che Dio concederebbe alle preci della Chiesa un Principe di Galles: e i loro vaticinii oggimai sʼerano avverati. Tutti i testimoni che non potevano essere ingannati o corrotti, erano stati con sommo studio esclusi. Anna era stata gabbata mandandola a Bath. Il Primate, la vigilia del dì stabilito a compiere la scellerata opera, era stato gettato in carcere in onta ad ogni uso di legge e ai privilegi della Paria. Non sʼera permesso che vi si trovasse presente nè anche un solo degli uomini o delle donne, che avessero il più lieve interessea smascherare la frode. La Regina era stata, nel cuore della notte e improvvisamente, condotta al palazzo di San Giacomo, perocchè in quello edifizio, meno adatto di Whitehall agli onesti comodi, aveva stanze e aditi bene convenevoli alle intenzioni deʼ Gesuiti. Quivi, fra una congrega di zelanti, i quali non reputavano delitto nessuna cosa che tendesse a promuovere glʼinteressi della Chiesa loro, e di cortigiani che non istimavano criminoso nulla che tendesse ad arricchirli ed inalzarli, un bambino nato pur allora era stato messo di furto nel regio talamo, e quindi mostrato in trionfo come lo erede di tre Regni. Col cervello infiammato da tali sospetti, ingiusti a dir vero, ma non innaturali, gli uomini affollavansi più che mai a rendere omaggio a quelle sante vittime del tiranno, il quale, dopo dʼavere per tanto tempo recato iniquissimi danni al suo popolo, aveva adesso colma la misura della iniquità sua, mostrandosi proditoriamente ingiusto contro le proprie creature.[380]

Il Principe dʼOrange, non sospettando di nessuna frode, e ignorando qual fosse la opinione pubblica in Inghilterra, ordinò che si facessero in casa sua preghiere pel bene del suo piccolo cognato, e spedì Zulestein a Londra a congratularsi col suocero. Zulestein maravigliò udendo tutte le persone nelle quali sʼimbatteva, parlare apertamente della infame frode praticata dai Gesuiti, e ad ogni istante vedendo qualche nuova pasquinata intorno alla gravidanza; e al parto. Però scrisse allʼAja che in dieci uomini nè anche uno solo credeva che il fanciullo fosse nato dalla Regina.[381]

Infrattanto il contegno dei sette prelati accresceva lo interesse che il caso loro aveva suscitato. La sera del Venerdì Nero—così il popolo chiamava il giorno in cui furono arrestati—giunsero al carcere allʼora del servizio divino. Recaronsi tosto alla cappella. Accadde che nella seconda lezionefossero queste parole: «In ogni cosa commendandoci, come ministri di Dio, nella molta pazienza, nelle afflizioni, nella miseria, nelle percosse, nelle prigionie.» Tutti gli zelanti Anglicani gioirono della coincidenza, e rammentarono quanta consolazione una simile coincidenza, quaranta anni innanzi, aveva arrecata a Carlo I, in punto di morte.

La sera del giorno seguente, chʼera sabato 8 giugno, giunse una lettera di Sunderland che ordinava al cappellano di leggere la Dichiarazione pel dì seguente fra mezzo agli uffici divini. E poichè il giorno stabilito dalla Ordinanza in Consiglio per la lettura da farsi in Londra, era da lungo tempo spirato, questo nuovo atto del Governo poteva considerarsi come vilissimo e puerile insulto fatto ai venerandi prigioni. Il cappellano ricusò dʼobbedire; fu destituito, e la cappella venne chiusa.[382]

L. I vescovi edificavano tutti quelli che stavano loro dʼintorno, per la fermezza e la calma con che sostenevano la prigionia, per la modestia e mansuetudine onde accoglievano gli applausi e le benedizioni di tutto il paese, e per la lealtà chʼessi mostravano verso il loro persecutore, il quale agognava a distruggerli. Rimasero in carcere soli otto giorni. Il venerdì 15 giugno, chʼera il primo giorno dellʼapertura del giudizio, furono condotti dinanzi al Banco del Re. Immensa folla di popolo stavasi lì ad aspettarli. Dagli scali del fiume fino alla Corte gli spettatori erano in lunghe file schierati, colmandoli di benedizioni o di applausi. «Amici,» dicevano i prigioni passando «onorate il Re; e ricordatevi di noi nelle vostre preci.» Queste umili e pie parole commossero gli spettatori fino alle lacrime. Come essi giunsero al cospetto deʼ Giudici, il Procuratore Generale produsse la requisitoria, che aveva avuto incarico di preparare, e propose che agli accusati si desse ordine di favellare. I loro avvocati dallʼaltro canto obiettavano dicendo che i vescovi erano stati illegalmente rinchiusi in carcere, e quindi la loro presenza dinanzi la Corte non era regolare. Fu dibattuta lungamente la questione se un Pari fosse tenuto a firmare una obbligazione per presentarsi algiudizio, come incolpato di libello, e fu risoluta dalla maggior parte deʼ giudici a favore della Corona. I prigionieri allora si dichiararono non colpevoli. La discussione della causa fu rimessa a quindici giorni, cioè al 29 giugno. Frattanto furono posti in libertà dopo dʼessersi obbligati a presentarsi pel dì stabilito. I legati della Corona operarono con prudenza, non richiedendo mallevadorie. Imperciocchè Halifax aveva ordinate le cose in modo che ventuno Pari secolari fraʼ più cospicui fossero pronti a prestarsi come mallevadori, tre per ciascuno accusato; ed una tanta manifestazione di sentimento fraʼ nobili sarebbe stata di non lieve danno al Governo. Sapevasi ancora che uno deʼ più ricchi Dissenzienti della città aveva sollecitato lʼonore di dare cauzione per Ken.

Ai vescovi fu allora concesso di andarsene a casa loro. Il volgo che non sʼintendeva punto della procedura giudiciaria che aveva avuto luogo nel Banco del Re, e che aveva veduto i suoi prediletti pastori condotti sotto stretta guardia a Westminster Hall, ed ora li vedeva uscirne liberi, immaginò che la buona causa prosperasse, e diede in uno scoppio dʼapplausi. Le campane sonavano in segno di gioia. Sprat rimase attonito vedendo il campanile della sua Abbadia fare eco agli altri, e lo fece subitamente tacere; ma ciò provocò sdegnose mormorazioni. Ai vescovi riusciva difficile sottrarsi alle importunità della folla che gli acclamava. Lloyd fu ritenuto nel cortile di Palazzo dagli ammiratori che si accalcavano dʼintorno a toccargli la mano e baciargli il lembo della veste, finchè Clarendon non senza difficoltà lo trasse seco conducendolo a casa per una via traversa. Vuolsi che Cartwright fosse sì stolto da mischiarsi nella folla. Alcuno che lo vide in abito episcopale chiese e ricevè la benedizione. Ma un altro che gli stava accanto, gridò: «Sapete voi chi è colui che vi ha data la benedizione?»—«Certo chʼio lo so,» rispose il benedetto; «egli è uno deʼ Sette.»—«No,» riprese lʼaltro, «è il vescovo papista di Chester.»—«O papista cane,» esclamò rabbiosamente il Protestante, «ripigliati la tua benedizione.»

Tale era il concorso e tale il concitamento del popolo, che lo Ambasciatore dʼOlanda rimase meravigliato vedendo finireil giorno senza lo scoppio dʼuna insurrezione. Il re non era punto tranquillo. Per trovarsi parato a reprimere ogni commovimento, la mattina aveva passato in rivista in Hyde-Park vari battaglioni di fanteria. Non ostante, non è certo che in caso di bisogno le sue truppe gli avrebbero ubbidito. Quando Sancroft, nel pomeriggio, giunse a Lambeth, trovò i granatieri, i quali avevano quartiere in quel suburbio, dinanzi alla porta del suo palazzo. Schierati in fila a destra e a sinistra, gli chiedevano la benedizione mentre egli passava fra loro. A stento potè dissuaderli dallo accendere un falò ad onorare il suo ritorno a casa. Quella sera nondimeno furono molti i fuochi di gioia nella Città. Due Cattolici Romani che ebbero la indiscretezza di percuotere alcuni fanciulli intervenuti a cotesti festeggiamenti, furono presi dalla plebe, la quale strappò loro gli abiti, e ignominiosamente li segnò in fronte con un ferro infocato.[383]

Sir Eduardo Hales si recò presso i vescovi chiedendo dʼessere pagato. Essi rifiutarono di pagare cosa alcuna per una detenzione da essi considerata illegale, ad un officiale la cui commissione, secondo i principii loro, era nulla. Il Luogotenente accennò con intelligibilissime parole che ove gli cadessero nuovamente tra le mani, gli avrebbe messi ai ferri e fatti dormire sulla nuda terra. I vescovi risposero: «Siamo in disgrazia del Re, e profondamente ce ne rincresce; ma un suddito che ci minacci, invano perde il flato.» Non è agevole immaginare quale fosse la indignazione del popolo, allorchè, concitato come era, seppe che un rinnegato della religione protestante, il quale teneva un comando in onta alle leggi fondamentali della Inghilterra, aveva osato minacciare a quegli ecclesiastici, venerandi per età e dignità, tutte le barbarie della Torre di Lollard.[384]

LI. Innanzi che giungesse il giorno stabilito pel processo, lʼagitazione erasi sparsa fino alle più remote parti dellʼisola. Dalla Scozia i vescovi riceverono lettere con le quali i Presbiterianidi quel paese da tanto tempo e così acremente ostili alla prelatura, gli assicuravano della loro simpatia.[385]Il popolo di Cornwall, razza fiera, ardita, atletica, nella quale il sentimento della terra natia è più forte che in qualunque altra parte del Regno, fu grandemente commosso dal pericolo di Trelawney, da essi venerato meno come Principe della Chiesa che come capo dʼuna onorevole casata, ed erede, per venti generazioni, dʼantenati i quali erano famosi avanti che i Normanni ponessero piede in Inghilterra. Per tutto il paese il contadiname cantava una ballata, della quale tuttavia si rammenta lo intercalare che diceva così: «Dovrà morire Trelawney, dovrà morire Trelawney? Allora trentamila giovani di Cornwall ne vorranno sapere il perchè.» I minatori di fondo alle loro cave facevano eco a quel canto con questa leggiera variante: «Allora ventimila di sotto terra ne vorranno sapere il perchè.»[386]

I contadini in molte parti di quelle contrade ad alta voce parlavano dʼuna strana speranza che non sʼera mai spenta neʼ loro cuori. Dicevano che il Duca Protestante, il loro diletto Monmouth tra breve si mostrerebbe, li condurrebbe alla vittoria, e calpesterebbe il Re e i Gesuiti.[387]

I ministri erano costernati. Lo stesso Jeffreys sarebbe volentieri tornato addietro. Egli incaricò Clarendon dʼun amichevole messaggio ai vescovi, e diede ad altrui la colpa della persecuzione da lui consigliata. Sunderland di nuovo rischiossi a provare la necessità di fare concessioni, dicendo come il fortunato nascimento dello erede del trono apprestasse al Re il destro di ritirarsi da una posizione piena di pericoli e dʼinconvenevolezza senza acquistarsi il rimprovero di timidità o di capriccio. In cosiffatti felici eventi i sovrani avevano avuto costume di allegrare i sudditi con atti di clemenza, e nulla poteva tornare di tanta utilità al Principe di Galles, quanto lʼessere, fino dalle fasce, pacificatore del padre con lʼagitata nazione. Ma il Re stava più che mai duro. «Anderò avanti,»diceva egli. «Finora sono stato troppo indulgente; e la indulgenza trasse mio padre alla rovina.»[388]

LII. Lʼartificioso ministro si accòrse che Giacomo aveva per innanzi seguito i consigli di lui solamente perchè concordavano coglʼintendimenti suoi, e che dal momento in cui egli aveva cominciato a consigliare il bene, lo aveva fatto indarno. Nel processo contro il Collegio della Maddalena, Sunderland aveva mostrato segni di lentezza. Sʼera dianzi provato a persuadere il Re che il disegno di Tyrconnel di confiscare i beni deʼ coloni inglesi in Irlanda era pieno di pericoli, e col soccorso di Powis e Bellasyse aveva potuto ottenere che la esecuzione fosse differita ad un altro anno. Ma cotesta timidità e scrupolosità spiaceva al Re e gli aveva messo in cuore il sospetto.[389]Il giorno della giustizia era giunto per Sunderland. Egli trovavasi nelle condizioni in cui sʼera, alcuni mesi prima, trovato Rochester. Entrambi questi uomini di Stato provarono lʼangoscia di tenersi dolorosamente aggrappati al potere che visibilmente fuggiva loro di mano. Entrambi videro i suggerimenti loro con ischerno rigettati. Entrambi sentirono lʼamarezza di leggere la collera e la diffidenza nel viso e negli atti del loro signore; e nondimeno il paese gli chiamò responsabili di queʼ delitti ed errori dai quali invano sʼerano sforzati a dissuaderlo. Mentre sospettava chʼessi si studiassero di acquistarsi popolarità a danno dellʼautorità e dignità loro, la voce pubblica altamente accusavali che volessero conseguire il regio favore a danno del proprio onore e del bene della nazione. Nondimeno, malgrado tutte le mortificazioni e le umiliazioni, ambidue si tennero attaccati allo ufficio con la tenacità dʼun uomo che stia per annegarsi. Ambidue tentarono di rendersi propizio il Re simulando il desiderio di entrare nel grembo della sua Chiesa. Ma in ciò vi fu un limite che Rochester non osò travarcare. Si spinse fino sullʼorlo dellʼapostasia: ma retrocesse: e il mondo, a contemplazione della fermezza ondeegli ricusò di fare lʼultimo passo, gli perdonò generosamente tutti i falli anteriori.

LIII. Sunderland, meno scrupoloso e suscettibile di rossore, deliberò di scontare la sua moderazione e ricuperare la regia confidenza, con un atto, che ad un cuore che senta la importanza delle verità religiose, deve sembrare uno deʼ più infami delitti, e che gli stessi mondani considerano come ultimo eccesso di bassezza. Circa otto giorni innanzi il dì stabilito pel gran processo, venne pubblicamente annunziato chʼegli era Papista. Il Re raccontava con gioia questo nuovo trionfo della grazia divina. I cortigiani e gli ambasciatori facevano ogni sforzo a non perdere il contegno, mentre il rinnegato asseriva dʼessere stato convinto da lungo tempo della impossibilità di trovare salvazione fuori della Chiesa di Roma, e che la sua coscienza non fu mai tranquilla finchè egli non ebbe rinunciato alle eresie nelle quali era stato educato. La nuova in breve si sparse. In tutti i Caffè raccontavasi come il primo Ministro dʼInghilterra, a piedi nudi, e con torcetto in mano, si fosse presentato alla porta della cappella regale, e umilmente picchiasse per essere messo dentro; come un prete di dentro dimandasse chi era egli; come Sunderland rispondesse: un povero peccatore, che lungo tempo aveva errato lungi dalla vera Chiesa, supplicare che la lo accogliesse e lo assolvesse; come allora le porte si aprissero, e il neofito fosse ammesso ai santi misteri.[390]

LIV. Questa scandalosa apostasia altro non fece che accrescere lo interesse col quale la nazione aspettava il giorno in cui dovevano decidersi le sorti deʼ sette animosi confessori della Chiesa Anglicana. Il Re quindi pose ogni cura a mettere insieme un Collegio di giurati ligi alle sue voglie. I legali della Corona ebbero ordine di fare rigorosa inquisizione delle opinioni di coloro i cui nomi erano registrati nel libro deʼ liberi possidenti. Sir Samuele Astry, Cancelliere della Corona, il quale in simili casi doveva scegliere i nomi, fu chiamato a palazzo ed ebbe un colloquio con Giacomo alla presenza delGran Cancelliere.[391]Eʼ sembra che Sir Samuele facesse ogni sforzo: imperocchè fra i quarantotto individui da lui nominati, vʼerano, come si disse, vari servitori del Re e vari Cattolici Romani.[392]Ma poichè gli avvocati deʼ vescovi avevano diritto di cassare otto nomi, e servi del Re e Cattolici furono rigettati. I legali della Corona ne rigettarono altri dodici: in tal guisa la lista venne ridotta a ventiquattro; e i dodici che risponderebbero i primi allʼappello nominale dovevano giudicare del fatto.

Il dì 29 giugno Westminster Hall, Old-Place-Yard, e New-Place-Yard, e tutte le vie circostanti per lungo tratto, erano accalcati di gente. Simigliante uditorio non fu veduto nè prima nè poi nella Corte del Banco del Re. Trentacinque Pari secolari del Regno furono contati fra mezzo alla folla.[393]

Tutti e quattro i giudici della Corte erano ai loro seggi. Wright, il quale presedeva, era stato inalzato al suo alto ufficio sopra molti altri uomini di maggiore abilità e dottrina, solo perchè la servilità sua non conosceva scrupoli. Allybone era Papista, e del suo impiego andava debitore a quella potestà di dispensare, la cui legalità era materia alla presente discussione. Holloway fino allora era stato docile e utile strumento del Governo. Lo stesso Powell che godeva somma riputazione dʼonestà, aveva partecipato a certi atti che era impossibile difendere. Nella famosa causa di Sir Eduardo Hales, Powis, esitando alquanto, a dir vero, e dopo qualche indugio, si era congiunto alla maggioranza del seggio, e in tal modo aveva impresso al proprio carattere una macchia che fu pienamente cancellata dalla onorevole condotta che ei tenne in questo giorno.

La difesa dʼambe le parti non era punto equilibrata. Il Governo aveva daʼ suoi legali richiesto servigi così odiosi e disonorevoli che tutti i più esperti giureconsulti del partito Tory avevano, lʼuno dopo lʼaltro, rifiutato di prestarsi, ed erano stati destituiti daʼ loro uffici. Sir Tommaso Powis, Procuratore Generale, era appena di terzo ordine nella sua professione.LʼAvvocato Generale Sir Guglielmo Williams aveva mente viva e indomito coraggio, ma difettava di giudizio, amava il bisticciare, non sapeva governare le proprie passioni, ed era in odio e dispregio a tutti i partiti politici. I più notevoli assessori dellʼuno e dellʼaltro erano Serjeant Trinder Cattolico Romano, e Sir Bartolommeo Shower Recorder di Londra, il quale era alquanto dotto negli studi legali, ma con le sue nauseanti adulazioni e col perpetuamente ridire il già detto apprestava materia di dileggio a Westminster Hall. Il Governo voleva assicurarsi i servigi di Maynard; ma costui dichiarò che in coscienza non poteva fare ciò che gli si chiedeva.[394]

Dallʼaltra parte si stavano quasi tutti i più illustri ingegni di cui in quella età il fôro potesse gloriarsi. Sawyer e Finch, i quali, quando Giacomo ascese al trono, erano Procuratore ed Avvocato Generali, e mentre si perseguitavano i Whig sotto il regno di Carlo, avevano servito la Corona con soverchio ardore ed esito prospero, erano fra i difensori degli accusati. Vʼerano parimente altri due uomini, i quali, dopo che lʼattività di Maynard era scemata col crescere degli anni, avevano reputazione dʼessere i due migliori legali che si potessero trovare neʼ tribunali. Lʼuno chiamavasi Pemberton, e nel tempo di Carlo II era stato Capo Giudice del Banco del Re; destituito poscia perchè troppo umano e moderato, aveva ripreso lo esercizio della sua professione. Lʼaltro aveva nome Pollexfen; era stato per lungo tempo il principale assessore deʼ giudici nel loro periodico giro per le Contrade Occidentali, e quantunque avesse perduta ogni popolarità difendendo la Corona nel Tribunale di Sangue, e in specie arringando contro Alice Lisle, era a tutti noto chʼegli fosse internamente Whig, per non dire repubblicano. Vʼera anche Sir Creswell Levinz, uomo di grande dottrina ed esperienza, ma singolarmente pusillanime. Era stato destituito dal suo ufficio per avere avuto timore di servire ai fini del Governo. Adesso temeva di mostrarsi fra gli avvocati deʼ vescovi, e in sulle prime aveva ricusato dʼassumerne la difesa: ma lʼintero corpo deʼ procuratori che solevano impiegarlo, lo minacciò di nondargli più nessuna causa, qualora egli ricusasse di assumere quella deʼ vescovi.[395]

Sir Giorgio Treby, abile e zelante Whig, il quale, vigente il vecchio Statuto, era stato Recorder di Londra, difendeva anchʼei gli accusati. Sir Giovanni Holt Avvocato Whig più illustre anco di Treby, non fu chiamato alla difesa, a cagione, per quanto sembra, di qualche pregiudizio che Sancroft aveva contro lui, ma venne privatamente consultato dal Vescovo di Londra.[396]Il più giovane fra i difensori era un avvocato chiamato Giovanni Somers. Non aveva vantaggio di nascita o di ricchezza, nè fino allora aveva avuto il destro di acquistare reputazione agli occhi del pubblico: ma il suo genio, la sua industria, le sue grandi e varie qualità erano note a parecchi suoi amici; e nonostanti le sue opinioni Whig, il suo giusto e lucido modo dʼargomentare, e la costante irreprensibilità della condotta gli avevano già reso benevolo lʼorecchio della Corte del Banco del Re. Johnstone aveva ai Vescovi energicamente dimostrata la importanza di averlo nella difesa; e dicesi che Pollexfen dichiarasse non esservi in Westminster Hall un uomo che potesse, al pari di Somers, trattare una questione storica e costituzionale.

I giurati prestarono sacramento: erano tutti di condizione rispettabile. Ne era capo Sir Ruggiero Langley, baronetto dʼantica ed onorevole famiglia. Gli erano colleghi un cavaliere e dieci scudieri, parecchi deʼ quali erano conosciuti come ricchi possidenti. Vʼ erano alcuni Non-Conformisti, perocchè i Vescovi erano saviamente deliberati di non mostrare diffidenza deʼ protestanti Dissenzienti. Il solo Michele Arnold dava da temere, dacchè essendo egli il birraio del palazzo, sospettavasi che votasse a favore del Governo. Fu detto chʼegli amaramente si lamentasse della posizione in cui si trovava. «Qualunque cosa io faccia,» disse egli «sono sicuro dʼuscirne mezzo rovinato. Se dico: Non Colpevole, non venderò più lamia birra al Re; e se dico: Colpevole, non ne venderò più a nessun altro.»[397]

Finalmente incominciò il processo. Ed è tale, che anche letto con freddezza dopo più dʼun secolo e mezzo, serba tutto lo interesse dʼun dramma. Gli avvocati disputavano da ambo i lati con insolito accanimento e veemenza; lʼuditorio ascoltava con estrema ansietà, quasi la sorte di ciascuno dipendesse dal detto che dovevano profferire i giurati; e il volgere della fortuna era così subitaneo e maraviglioso, che la moltitudine in un solo momento più volte passò dallʼansietà alla gioia, e dalla gioia a più profonda ansietà.

I Vescovi erano accusati dʼavere pubblicato, nella Contea di Middlesex, un falso, maligno, e sedizioso libello. Il Procuratore e lo Avvocato tentarono di provare la scrittura. A questo fine varie persone furono chiamate per testificare delle firme deʼ Vescovi. Ma i testimoni sentivano tanta ripugnanza che la Corte da nessuno di loro potè ottenere una sola chiara risposta. Pemberton, Pollexfen, e Levinz dichiararono che nessuna delle predette testimonianze era atta a convincere i giurati. Due deʼ Giudici, cioè Holloway e Powell, furono della stessa opinione; e in cuore agli spettatori crebbe la speranza. A un tratto i legali della Corona dissero di volere prendere una via diversa. Powis, con rossore e ripugnanza tali da non poterli dissimulare, pose nel banco deʼ testimoni Blathwayt chʼera uno degli scrivani del Consiglio Privato, e trovavasi presente quando i Vescovi furono interrogati dal Re. Blathwayt giurò di averli uditi riconoscere le loro firme. Tale testimonianza era decisiva. «Perchè dunque,» disse il giudice Holloway al Procuratore Generale «se avevate cotesta prova, non lʼavete prodotta in principio, senza farci perdere cotanto tempo?» Allora si conobbe che la difesa della Corona non aveva voluto, senza assoluto bisogno, valersi di questo modo di prova. Pemberton interruppe Blathwayt, lo assoggettò ad un contro-esame, ed insistè perchè raccontasse pienamente tutto ciò chʼera seguito fra il Re e gli accusati. «Questa è curiosa davvero!» esclamò Williams. «Credete voi» disse Powis «di potere liberamente fare ai testimoni tutte le impertinentidomande che vi passano pel capo?» Gli avvocati deʼ Vescovi non erano uomini da lasciarsi soverchiare. «Egli ha giurato» rispose Pollexfen «di dire la verità, e tutta la verità; e a noi fa mestieri una risposta, e lʼavremo.» Il testimone si confuse, equivocò, simulò di frantendere la domanda, implorò la protezione della Corte. Ma era caduto in mani dalle quali non era facile svincolarsi. Infine il Procuratore Generale sʼinterpose, dicendo: «So voi persistete a fare tali dimande, diteci almeno lʼuso che intendete di farne.» Pemberton, il quale in tutto il dibattimento aveva fatto il debito proprio da uomo coraggioso ed accorto, rispose senza esitare: «Signori, risponderò al Procuratore, ed agirò schiettamente con la Corte. Se i Vescovi riconobbero questo scritto sulla promessa della Maestà Sua che la loro confessione non verrebbe adoperata come arma a ferirli, spero che lʼAccusa non se ne voglia slealmente giovare.»—«Voi attribuite a Sua Maestà una cosa chʼio non ardisco nominare,» disse Williams, «e dacchè vi piace di essere tanto importuno, chiedo a nome del Re, che se ne prenda ricordo.»—«Che intendete dire, Signore Avvocato Generale?» disse, interponendosi, Sawyer. «So io quello che dico,» rispose lo apostata; «voglio che nella Corte si prenda ricordo della domanda.»—«Prendete quanti ricordi vi aggrada, io non vi temo, Signore Avvocato Generale,» disse Pemberton. Seguì quindi un rumoroso ed accanito alterco, che a stento fu fatto cessare dal Capo Giudice. In altre circostanze probabilmente avrebbe ordinato di prendere ricordo della domanda, e mandato Pemberton in carcere. Ma in quel gran giorno egli era impaurito. Spesso gettava gli occhi su quel folto drappello di Conti e di Baroni, che lo invigilavano, e forse alla prima apertura del Parlamento potevano essergli giudici. Uno degli astanti affermò che il Capo Giudice aveva tal viso come se credesse ciascuno deʼ Pari ivi presenti avesse nella propria tasca un capestro.[398]

Finalmente Blathwayt fu costretto a fare un minuto racconto di ciò che aveva veduto con gli occhi propri. Da quantoegli disse pareva che il Re non fosse venuto ad espresso patto coi Vescovi. Ma pareva medesimamente che i Vescovi potessero con tutta ragione credere che il patto fosse sottinteso. A dir vero, dalla ripugnanza che avevano i legali della Corona a porre nel banco deʼ testimoni lo scrivano del Consiglio, e dalla virulenza con che sʼopposero al contro-esame di Pemberton, chiaro si deduce che avessero la stessa opinione.

Nondimeno rimase provato che la scrittura era deʼ Vescovi. Ma surse una nuova e più grave obiezione. Non bastava che i Vescovi avessero scritto lʼallegato libello; era necessario provare che lo avevano scritto nella Contea di Middlesex. La qual cosa non solo non potevano provare il Procuratore e lʼAvvocato Generale, ma la Difesa aveva i mezzi di provare il contrario. Imperocchè avvenne che dal tempo in cui fu pubblicata lʼOrdinanza in Consiglio, fino a dopo che la petizione era stata presentata al Re, Sancroft non fosse nè anche una volta uscito dal suo palazzo di Lambeth. In tal guisa ruinava al tutto il fondamento sul quale posava lʼAccusa, e lʼuditorio con gran gioia aspettavasi che i Vescovi fossero immediatamente prosciolti.

I legali della Corona di nuovo cangiarono tattica, ed abbandonando affatto lʼaccusa dʼavere scritto un libello, impresero a provare che i Vescovi avevano pubblicato un libello nella Contea di Middlessex. E anche ciò era molto difficile a provare. La consegna della petizione al Re, indubitabilmente, agli occhi della legge, era lo stesso che pubblicarla. Ma in che guisa provare siffatta consegna? Niuno nelle regie stanze sʼera trovato presente allʼudienza. La scena era seguita solo tra il Re e gli accusati. Il Re non poteva essere chiamato in testimonio; non vʼera dunque altro mezzo a provare la cosa che la confessione degli accusati. Indarno Blathwayt venne nuovamente esaminato. Disse di rammentarsi bene che i Vescovi avevano riconosciute le loro firme; ma non si ricordava affatto che confessassero che lo scritto che era sul banco del Consiglio Privato, fosse quel medesimo che avevano posto nelle mani del Re; non si ricordava nè anco che venissero sopra ciò interrogati. Furono chiamati vari altri ufficiali chʼerano di servizio al Consiglio Privato, e fra essi Samuele Pepys segretariodello Ammiragliato; ma nessuno di loro potè rammentarsi che si parlasse della consegna. Nulla valse che Williams accatastasse le domande, finchè la difesa deʼ Vescovi dichiarò che tante storture, tante sottigliezze, tanti cavilli non sʼerano mai veduti in nessuna corte di giustizia; e lo stesso Wright fu costretto a confessare che il modo tenuto dallo Avvocato Generale nello esame deʼ testimoni era contrario a tutte le regole. Come i testimoni, lʼuno dopo lʼaltro, negativamente rispondevano, gli astanti davano in tali scoppi di riso e grida di trionfo, che parevano far crollare la sala e che i giudici non sʼattentavano di reprimere.

Finalmente la vittoria deʼ Vescovi pareva assicurata. Se i loro difensori si fossero taciuti, la sentenza favorevole sarebbe stata sicura; perocchè non vʼera nessuno attestato che dal più corrotto e svergognato giudice potesse considerarsi come prova legale della pubblicazione. Il Capo Giudice incominciava già a favellare ai giurati, e avrebbe sicuramente loro inculcato di assolvere gli accusati, allorquando Finch, con somma imprudenza, chiese licenza di parlare, «Se volete essere ascoltato,» disse Wright, «lo sarete: ma voi non conoscete i vostri interessi.» Gli altri difensori fecero si che Finch tacesse, e pregarono il Capo Giudice a continuare. E già ricominciava a favellare, allorchè giunse allo Avvocato Generale un messo, recando la nuova che Lord Sunderland proverebbe la pubblicazione, e arriverebbe fra un istante alla Corte. Wright malignamente disse ai difensori non avessero a ringraziare altri che sè stessi per la nuova piega che erano per prendere le cose. Lo scoraggiamento si mostrò nello aspetto di ciascuno degli astanti. Finch per alcune ore fu lʼuomo più impopolare del paese. Perchè egli non si stava seduto come avevano fatto i suoi colleghi, migliori di lui, Sawyer, Pemberton, e Pollexfen? Il prurito dʼimmischiarsi in ogni cosa, e lʼambizione chʼegli aveva di fare un bel discorso avevano rovinato tutto.

Intanto il Lord Presidente fu condotto in portantina fra mezzo alla sala. Come egli passava nessuno gli faceva di cappello; e sʼudirono molte voci che lo chiamavano «Papista cane.» Giunse alla Corte pallido e tremante, cogli occhi bassi; e nel fare la sua deposizione, a quando a quando glimancava la voce. Giurò che i Vescovi gli avevano palesato lo intendimento di presentare una petizione al Re, e che a tal fine erano stati introdotti nelle regie stanze. Questo fatto congiunto con lʼaltro, che dopo dʼessersi partiti dalla presenza del Re, fu vista nelle mani di lui una petizione munita delle loro firme, era tal prova che poteva ragionevolmente convincere i giurati del fatto della pubblicazione.


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