STORIAD'ITALIALIBRO DECIMOSOMMARIOPensieri di Buonaparte dopo le sue vittorie contro Alvinzi. L'Austria manda nuove genti in Italia sotto la condotta dell'arciduca Carlo. Qualità comparative di Buonaparte e dell'arciduca, e lor modo di guerreggiare. S'incomincia una nuova guerra. Contrasto dei due generali emoli al Tagliamento, e passo di questo fiume eseguito dai repubblicani. L'arciduca si ritira cauto e rannodato. Sollevazioni dei popoli del Tirolo a favore dell'Austria: Joubert in pericolo; si ritira, secondo gli ordini di Buonaparte, per la valle della Drava, verso Villaco. Passi della Ponteba, e di Tarvisio. Speranze dell'arciduca di vincere a Tarvisio: gli vengono rotte dall'insufficiente difesa fattavi da un suo generale. I Francesi entrano vittoriosi in Villaco, Lubiana, e Clagenfurt. L'arciduca si ritira ai passi più montuosi a difesa della metropoli dell'Austria. Modo diverso di guerreggiare dei Francesi e degli Austriaci; e perchè i primi avessero il vantaggio. Buonaparte in qualche pericolo: pure a Vienna prevale la parte della pace; arrivanoplenipotenziari al campo Francese; tregua, e preliminari di Leoben. Buonaparte fatto sicuro dell'Austria si volta contro la repubblica di Venezia; opera rivoluzioni nella terraferma Veneta per aver occasione di darla all'Austria. Rivoluzioni di Bergamo, Brescia, e Crema. Insidie contro Verona. Manifesto supposto del provveditor Battaglia. Minacce rabbiose di Buonaparte contro Venezia: pacata, e grave risposta del doge. Terribile sollevazione di Verona, chiamata le Pasque Veronesi, sue cagioni, ed effetti. Predicazioni singolari di un frate cappuccino. Verona soggiogata, e come trattata. Buonaparte dichiara formalmente la guerra a Venezia. Insidie tese per fare, che il maggior consiglio riformi l'antica constituzione. Il senato non è propenso a questa innovazione. Consulta particolare, ed insolita in casa del doge. Il maggior consiglio autorizza i tre legati della repubblica mandati a Buonaparte a consentire la riforma degli ordini antichi con introduzione di qualche forma democratica. Minacce di Buonaparte al patrizio Giustiniani, e generose risposte di questo. Macchinazioni in Venezia; nuove insidie contro di lei. I patrizi spaventati, e adunati in maggior consiglio rinunziano alla sovranità, e consentono al governo democratico; il che fu in quel punto la ruina dell'antichissima repubblica. Trattato sottoscritto in Milano il dì sedici maggio tra Buonaparte, ed i legati Veneziani. Rivoluzione totale in Venezia, e nella terraferma.Due pensieri operavano massimamente a questo tempo nella mente di Buonaparte, securo omai di poter fare, o buon grado o mal grado del suo governo, ciò che più volesse. Siccome la fortuna tanto se gli era dimostrata prospera, così intendimento suo era, posti in non cale i pensieridel re di Sardegna, di creare un nuovo stato in Lombardia, acciocchè egli fosse della sua potenza, e del suo nome testimonio perpetuo. Ma il direttorio, che aveva anche capriccio in questo nuovo stato, desiderava tuttavia temporeggiarsi pel desiderio che aveva della pace con l'imperatore. Così il capitano della repubblica andava continuamente moltiplicando in Milano i segni del voler sottrarre dal dominio dell'Austria il paese per crearne una repubblica, mentre i deputati Milanesi mandati a Parigi per pregare libertà, riportavano dal direttorio solamente parole grate senza effetti. Si proponeva oltre a ciò Buonaparte, solito a fabbricare ne' suoi concetti grandissimi disegni, tostochè si diminuisse l'asprezza della stagione, di varcare con tutto l'esercito le Alpi Giulie, e di far sentire le sue armi nel cuore della Germania, a fine di obbligare l'imperatore alla pace, pensiero, che già aveva concetto fin dai tempi delle sue prime vittorie in Italia, e che solo era stato interrotto dall'incredibile costanza dell'Austria nel sostituire nuovi eserciti ad eserciti vecchi. Confortavano massimamente questa sua deliberazione la singolarità, e la grandezza dell'impresa non più tentata dai Francesi dal secolo di Carlomagno in poi, l'avere a cimentarsi con l'arciduca Carlo, fratello dell'imperatore, che aveva recentemente combattuto vittoriosamente le armi repubblicane sulle sponde del Meno e del Reno, e che era stato preposto, come ultima speranza, all'esercito Italico; il fare finalmente quello, dall'Italia venendo, che non avevano potuto fare Moreau e Jourdan, che avevanoguerreggiato sulle terre stesse dell'Alemagna; perciocchè o l'imperatore Francesco, sbigottito a quel suono tanto insolito dei Francesi nel cuore degli stati ereditari avrebbe consentito agli accordi, ed in tale caso acquistava Buonaparte un segnalato favore in Francia; ovvero il sovrano Alemanno si ostinava nel voler usare le armi, ed in tale caso il capitano di Francia distendeva i suoi pensieri sino all'occupazione di Vienna, impresa anch'essa, che avrebbe fatto il suo nome immortale. In questo poi era suo intento di affrettarsi, sì perchè, credendo di poter fare da se, non voleva che Moreau, calandosi per le rive del Danubio, lo ajutasse, e sì perchè aveva a cuore di assaltare l'arciduca innanzi che le genti di nuova leva, che già marciavano, avessero ingrossato le reliquie dei vinti. A condurre a fine queste fazioni due cose principalmente abbisognavano, l'una il non lasciarsi nissun sospetto alle spalle, l'altra il procacciarsi maggiori compensi a dare all'imperatore, se questi fosse obbligato a rinunziare alla Lombardia. L'uno e l'altro fine conseguiva col far rivoluzione nei paesi Veneti.Con questi pensieri si accostava Buonaparte alla guerra d'Alemagna. Reggeva cinquantamila soldati fioritissimi, e veterani tutti dell'esercito Italico, ed a questi si erano congiunti ventimila venuti dal Reno sotto la condotta di Bernadotte. Gli aveva per tal modo distribuiti nelle stanze, che l'ala sua sinistra governata da Joubert e grossa di più di ventimila soldati molto agguerriti, guardava i passi del Tirolo sulla sponda sinistradel Lavisio oltre al Trento, distendendosi da una parte sino ai fonti dell'Adda verso Bormio, dall'altra sino a quei della Brenta. La mezza schiera condotta da Massena alloggiava Bassano; l'ala destra, alla quale presiedeva Buonaparte stesso, e che aveva un novero di trentamila soldati, alloggiava nel Trivigiano sino alle rive della Piave. Così con le tre schiere sovrastava Buonaparte ai tre passi, che dall'Italia danno l'adito all'Alemagna, primamente a quello, che da Bolzano dà, a traverso del monte Brenner, verso Inspruck, passo aspro e difficile; secondamente a quello, che dalla Ponteba pei fonti del Tagliamento, e per Tarvisio si apre verso Villaco; finalmente al terzo, che per cammino più facile e più diritto porta da Gorizia a Clagenfurt, a Gratz, ed a Vienna. Ma intenzione di Buonaparte era, poichè inoltrandosi verso Vienna aveva bisogno di tutte le sue forze, che Massena, occupati prima Feltre e Belluno sulla Piave, s'impadronisse del passo della Chiusa, e giunto per tal via nella superior valle del Tagliamento viaggiasse per Ponteba e Tarvisio alla volta di Villaco. Nè ciò bastando al suo disegno, aveva ordinato a Joubert, che ove si fosse fatto padrone di Bolzano e di Brissio, non istesse più a camminare oltre alla volta d'Inspruck, ma che anzi, vinti i Tedeschi, e voltandosi a destra marciasse per Bruneca, e Toblaco a Linzo sulle rive della Drava, e per tal modo accostasse le sue genti a Villaco ed a Clagenfurt. Per tale guisa, rotta tutta la fronte degli Austriaci, ed adunate tutte le sue genti sulla strada maestra per a Vienna, sperava, che trala forza ed il tenore, gli sarebbe venuto fatto o di costringere alla pace l'imperatore, o di conquistare la metropoli dell'Austria. Dava nuovo incentivo a questi pensieri il sapere, che una parte forte in Vienna, fino negl'imperiali consigli, inclinava alla pace, la quale parte più efficacemente operando, quando più fosse imminente il pericolo, avrebbe fatto che l'opinione sua restasse superiore. Questa parte era ajutata dai ministri di Spagna e di Napoli, che speravano, per mezzo della pace coll'imperatore, veder vantaggiata la condizione dei sovrani loro. Mescolavansi in questo maneggio donne di alto legnaggio, alle quali piaceva o l'ambizione d'intromettersi nelle faccende di stato, o le parole di libertà, o la gloria di Buonaparte. Tutti questi umori e diligentemente saputi, e studiosamente nutriti dai repubblicani, erano i fondamenti principali a cui si appoggiavano le speranze del direttorio, quando mandava Clarke a trattare gli accordi in Italia. A loro si opponeva per la rettitudine dell'animo suo l'imperator Francesco. Opponevasi ancora, e molto gagliardamente Thugut ministro, o che inclinasse alla parte d'Inghilterra, come pubblicavano i repubblicani, o che credesse, come è più verisimile, che la pace fosse più pericolosa della guerra. Per cagione di questo era Thugut divenuto segno di ogni più vile ingiuria nelle gazzette repubblicane di Francia; nè Buonaparte si ristava, solito a vituperare chi meglio serviva alla patria, che a lui. Mandava anche bandi agli Ungari, affinchè si ribellassero contro la casa d'Austria, e si vendicassero in libertà. Così mescolandole seduzioni alle armi, e le armi alle seduzioni, e niuna cosa santa ed inviolata avendo, s'incamminava a sconvolgere la monarchia d'Austria, e il mondo.Animava i suoi soldati per fargli star saldi alle nuove pruove: badassero, diceva, che già avevano vinto quattordici campali battaglie, settanta minori, preso più di cento mila prigionieri, conquistato cinquecento cannoni leggieri, due mila grossi, piatte per quattro ponti, si ricordassero, avere senza spesa del pubblico vissuto un anno, mandato trenta milioni all'erario; per loro avere il museo di Parigi acquistato quanto di più bello aveva penato trenta secoli l'antica e la moderna Italia a produrre; le più belle contrade d'Europa essere in potestà della repubblica; a loro obbligate della libertà la Lombarda, e la Cispadana repubbliche; vedere per la prima volta l'Adriatico le Francesi insegne; là oltre, e poco distante mostrarsi la Macedonia antica; il re di Sardegna e di Napoli, il papa, il duca di Parma, abbandonata la lega, avere ricerco l'amicizia della repubblica; gl'Inglesi cacciati da Livorno, da Genova, da Corsica essere testimonj del loro valore; molto essersi per loro fatto, molto ancora restare a farsi; meritassero l'affezione della patria confidente nel loro coraggio; solo fra tanti nemici stare in piè ed in armi l'imperatore, l'imperatore postosi agli stipendi dei mercanti di Londra, dei perfidi isolani d'Inghilterra, che non tocchi dai mali della guerra, non tocchi dai mali del continente trionfavano; avere voluto il direttorio la pace a condizioni oneste; averle rifiutatela venduta Vienna: gissero adunque, esortava, la pace cercando nel cuore stesso degli stati ereditari d'Austria; vedrebbero popoli valorosi fatti infelici dalla guerra col Turco, fatti infelici dalla guerra con la repubblica; vedrebbero popoli sdegnati contro ministri corrotti dall'oro d'Inghilterra; la religione onorassero, i costumi rispettassero, le proprietà proteggessero, alla prode nazione Ungara la libertà recassero; la casa d'Austria venuta in odio ai popoli pei violati privilegi, sforzassero a quella pace, ch'essi stessi volessero, e la riducessero, a quella condizione di seconda potenza, a cui già si era da se medesima abbassata pei ricevuti salari d'Inghilterra. Voci molto incitatrici erano queste agli animi di soldati valorosi, vincitori, e che non conoscendo qual fosse in tanta contesa il dritto, il giusto, e l'onesto, non altro suono conoscevano, che quello delle armi.Dalla parte dell'Austria, che mal volentieri si disponeva a lasciare del tutto le cose d'Italia abbandonate, le faccende passavano con maggior moderazione, ma non con maggior coraggio, se si guardano le risoluzioni di chi reggeva lo stato; imperciocchè, oltre le reliquie dei soldati vinti, si mandavano alla volta della Carintia, della Carniola, e del Friuli circa trentamila delle genti del Reno, nuove leve si ordinavano negli stati ereditari, la nazione Ungara volonterosamente accorreva in ajuto del sovrano pericolante. Una massa di soldati vecchi e nuovi alloggiava a Salisburgo pronta a correre ai passi dell'Alpi; un campo si ordinava a Neustadt, come antemuralealla capitale dell'impero. Tutto ciò non si faceva senza necessità, perchè grande era la debolezza dell'esercito Italico, nè era l'animo maggiore delle forze; cinque volte vinto aveva perduto l'antico ardimento; le compagnìe sceme, i soldati nuovi non usi all'armi, i vecchi sconfortati dalle sconfitte; nè ordine stabile era fra loro, nè unità di consiglio; perchè mescolate le compagnìe, mescolati i soldati, non era più fra loro abitudine comune, sola madre dell'operare accordato, e della perfetta disciplina. Deboli le fanterìe, ancora più debole la cavallerìa, nervo tanto principale degli eserciti Austriaci, perchè il fiore era perito nella Mantovana guerra. Nè i generali, o gli ufficiali fra di loro s'intendevano, perchè lo sbigottimento dà luogo al voler provvedere alla salute sua ciascuno da se, e perciò il disordine, ed eziandio i rimproveri reciproci, come suole accadere nelle disgrazie, interrompevano l'armonìa. Non ostante in mezzo a tanta depressione d'animi e di fortuna, riconfortava la sbattuta oste il pensiero dello avere a guidatore e capo delle nuove imprese l'arciduca Carlo, principe amatissimo, che recentemente aveva dato segni di non mediocre perizia, e di singolare ardimento nelle guerre d'Alemagna. Nondimeno non potevano gli Austriaci per avere ogni provvedimento debole, perduta Mantova, il fiore della cavallerìa, e tante battaglie, sperare di riconquistare i dominj loro in Italia. Solo si confidavano di arrestare ai passi dell'Alpi verso la Germania i Francesi tanto che, conservato il cuor dell'imperio, potesse Francesco imperatore o difendersi con vantaggio, o convenire con onore.Alloggiavano nel Trentino, nel paese di Feltre, e nella Marca Trivigiana, distendendo la fronte loro dai monti di Bormio insino alla foce della Piave. Ritirava sul principio di febbraio l'arciduca il grosso sulla sinistra riva del Tagliamento, e lo alloggiava nel Friuli e nella Carintia, lasciando tre schiere sulla fronte descritta. Trovavasi Liptay con una di esse a guardare lo spazio, che corre dalla frontiera dei Grigioni a Salorno, terra posta sulla sinistra dell'Adige sopra al Lavisio, e per tal modo stava a difesa del superiore Tirolo. Spiegava la seconda le sue ordinanze da Salorno a Feltre a traverso i monti che spartono le acque dell'Adige da quelle della Piave. Obbediva questa al freno di Lusignano, ed era pronta a venire al cimento con quei soldati rischievoli di Massena. Finalmente il principe di Hohenzollern con settemila soldati custodiva il paese da Feltre, scendendo per la sinistra della Piave fin dove ella mette in mare. Fermava l'arciduca il suo principal alloggiamento in Udine, capitale del Friuli, perchè sapeva, che il più forte sforzo dell'inimico si doveva indirizzare verso Gorizia.Dipendevano gli animi degli uomini da espettazione di cose grandi nel vedere due capitani eletti, l'uno negli occhi di tutto il mondo per le guerre d'Italia, l'altro per quelle d'Alemagna, ed entrambi pari d'età, entrambi pari di valore, vicini al venire fra di loro al cimento dell'armi. Ma sebbene l'animo, e la perizia nelle cose di guerra nei due emoli si pareggiassero, non era la medesima la natura in ambidue, nè la stessa ancora la condizione dei tempi e dei luoghi, incui si ritrovavano. Era l'uno audace ed impetuoso, l'altro temperato e prudente; guidava il primo genti vittoriose, il secondo genti quasi tutte vinte; combatteva quegli con l'armi o con le suggestioni, combatteva questi con l'armi e con l'antica fede; aveva il repubblicano l'esercito più grosso, il principe minore; andava con la vittoria di Buonaparte la conservazione dell'impero francese in Italia, andava con la vittoria di Carlo la conservazione della monarchìa d'Austria, e la messa di lui era maggiore di quella dell'avversario. Da un altro lato erano tutto all'intorno, e dietro, più fedeli i popoli al capitano Austriaco, più avversi al Francese, il che faceva le ritirate più sicure al primo che al secondo; e se il ritirarsi era più necessario a quello, era il vincere più necessario a questo. Per la qual cosa altra maniera di guerra doveva seguitare Buonaparte, ed altra Carlo; perchè la vittoria del primo consisteva nella celerità, quella del secondo nell'indugio, ed il non vincere fra breve tempo era per quella parte un perdere, sostenere per qualche tempo la guerra era per questa un vincere. La natura adunque dei tempi conveniva alla natura d'ambi i giovani emoli, e quello che per l'uno e per l'altro era necessità, era anche inclinazione. Per questo elesse Buonaparte di spignersi frettolosamente avanti per condurre alla giornata l'avversario ovunque il trovasse, mentre prese l'arciduca partito di ritirarsi, di farsi forte ai passi, di tagliare i ritorni, di non tentare senza necessità la fortuna del combattere, e di operar per modo sì coi soldati che con le popolazioni, che di altrospazio non fosse il Francese padrone, se non di quello in cui i suoi soldati insistessero. A questa deliberazione era anche costretto dal pensare, che, non essendo ancora giunti tutti, quantunque già fossero in viaggio, i rinforzi che dal Reno, dall'Ungheria, e dagli stati ereditari aspettava, il tirarsi indietro era avvicinarsi ai medesimi, e perciò diventare ogni ora più grosso, mentre a Buonaparte continuamente scemerebbono le forze in proporzione dello avanzarsi, a cagione dei presidj che doveva e nei luoghi aperti e nei chiusi lasciarsi alle spalle, per mantenere le strade sicure verso l'Italia, donde gli venivano i sussidi di soldati e di munizioni. Certamente buon modo di guerra intraprendeva Carlo, e mancò piuttosto l'animo in Vienna, che la prudenza nel difensore.Il primo a dare il segnale delle nuove battaglie fu il generale di Francia: il dieci marzo si muoveva con la sua destra, e con la mezzana schiera. Era suo primario intendimento di entrar fra mezzo agli Alemanni per modo che l'ala loro destra restasse separata dalle altre. Perciò aveva ordinato, che il principale sforzo in questa prima mossa fosse fatto dalla mezzana, che raunata sulle rive della Piave obbediva a Massena; perchè era evidente, che ove egli fosse riuscito ad impadronirsi della Piave superiore, occupando il paese di Cadore, era interrotta la strada dal Tirolo al Friuli. Conseguito questo intento diveniva più facile a Joubert di cacciarsi avanti gl'imperiali fino all'ultimo varco di Germania, per quindi condursi per la valle del Puster e della Dravaagli ulteriori disegni di Buonaparte. Nè mancava Massena del debito suo: perchè non così tosto si mosse, che gli Austriaci, abbandonata la fronte del Cardevolo, ed i luoghi più bassi, andavano a porsi in sito forte oltre Belluno a fine di propulsare l'inimico, se tentasse d'innoltrarsi nella valle di Cadore. Seguitavagli tostamente il Francese, e quantunque Lusignano con grandissimo valore si difendesse, prevalendo i repubblicani di numero, fu alla fine obbligato, non giovandogli nè l'avere ordinato i suoi in globo per aprirsi il passo alla salute, nè un bravo menar di baionette, a por giù le armi con tutta la sua schiera, e a darsi in potestà del vincitore. Per tal modo meglio di seicento soldati, Lusignano con loro, vennero in poter dei Francesi; ma fu maggiore il numero degli Austriaci uccisi in quell'ostinato conflitto. Al tempo medesimo Serrurier e Guyeux varcavano la Piave a Vidoro e ad Ospidaletto, ed occupato Conegliano e Sacile si avvicinavano al Tagliamento. Aveva l'arciduca munito la sponda sinistra di questo, piuttosto impetuoso torrente che giusto fiume, di trincee con averle afforzate con artiglierie. Stanziavano anche numerose torme di cavalleggieri pronte a ributtare l'inimico, ove passasse. Ma queste erano meglio dimostrazioni per ritardare, che per arrestare l'inimico, perchè le acque del Tagliamento, non ancora sciolte le nevi sui monti, si potevano guadare in molti luoghi. Per la qual cosa i Francesi, schivando i passi muniti, riuscivano facilmente sulla sinistra. Fuvvi qualche incontro di cavallerìa assai brava, ma i fanti Tedeschi fecero sperienzadi poca virtù, quando la cavallerìa dei repubblicani, varcato il fiume, gli ebbe assaltati. Al contrario i primi fanti francesi che avevano passato, percossi vigorosamente dalla cavallerìa tedesca, avevano contrastato con molta forza. Fu poco notabile in questo fatto la perdita dei repubblicani. Mancarono degl'imperiali meglio di seicento soldati tra uccisi e prigionieri: s'aggiunsero alle conquiste dei vincitori sei cannoni. Venne prigione in mano loro il generale Schultz.Passato il Tagliamento, ed assicurato Buonaparte sulla sinistra per la vittoria di Massena, che già da Cadore, valicando dai fonti della Piave a quei del Tagliamento, si accostava con presti alloggiamenti alla Ponteba, si stendeva per tutto il Friuli, cacciandosi avanti verso il Lisonzo le armi Austriache, che debolmente combattendo facilmente gli cedevano del campo. Già le fortezze di Palmanova e di Gradisca, e già Gorizia erano in poter suo venute. Quindi allargandosi a destra s'impadroniva di Trieste abbandonato da' suoi difensori, e fatta una subita correrìa sopra Idria, faceva sue quelle ricche miniere d'argento vivo, bottino ricchissimo, ma non tanto quanto portò la fama. Verso sinistra, procedendo altresì molto risolutamente, prendeva Cividale e s'incamminava a Chiavoretto, perchè voleva consuonare con Massena nel carico, che questi aveva d'impossessarsi del passo importante della Ponteba. Grande era questo suo pensiero; conciossiacchè se Massena guadagnava il passo della Ponteba, poi quello di Tarvisio, che gli succede, gli sarebbe venuto fatto di spuntare il fianco destro dell'arciduca,di separarlo da Kerpen, e da Laudon, d'impedire i rinforzi, che dal Reno gli pervenivano, e forse ancora di giungere a Clagenfurt sulla strada per a Vienna innanzi che il generalissimo Austriaco vi arrivasse. Con ciò conseguiva anche l'altro intento di assicurarsi la congiunzione delle genti di Joubert, che per la valle della Drava dovevano venire dal Tirolo. Parte di questi pensieri recava ad effetto, e parte no, perchè gli venne interrotta dalla celerità e dalla prudenza dell'avversario.Ma prima che raccontiamo le importanti fazioni che ne seguirono, necessaria cosa è il descrivere, come le cose passassero tra Joubert da un canto, e Liptay, Kerpen e Laudon dall'altro nel Tirolo. Come prima ebbe avviso Joubert dei prosperi fatti accaduti nel Friuli, si metteva all'ordine per eseguir le imprese, che alla fede, ed al valor suo aveva Buonaparte raccomandate. Varcava il Lavisio il dì venti di marzo, non ostante che i cacciatori Tirolesi posti ai passi, con ispessi tiri ogni opera facessero per impedirlo: urtava Kerpen, che aveva un forte campo sulle alture di Cembra, tentando di accerchiarlo a sinistra per Cavriana. Al tempo stesso per la strada di Bolzano, e a destra marciavano Delmas, e Baraguey d'Hilliers. Fu valida, ma non lunga la difesa, pel timore che ebbe Kerpen di essere circuito sulla destra della sua fronte, però con celeri passi si ritirava a San Michele, donde gagliardamente anche combattuto dai Francesi viemmaggiormente indietreggiando, andava a porsi più sopra a Bolzano. Grave danno patirono in tutti questi fattigli Austriaci, avendo perduto tra uccisi, feriti e prigioni circa tre mila soldati. Entravano successivamente, benchè non senza nuove battaglie e molto sangue, i Francesi in Salorno, in Peza, ed in Newmarket. La ritirata tanto presta di Kerpen poneva in grave pericolo Laudon, che alloggiava sulla destra dell'Adige, perciocchè le raccontate fazioni accadevano sulla sinistra. Nè i Francesi trasandavano la occasione; anzi, varcato il fiume ai ponti di Salorno e di Newmarket, assalivano Laudon nel suo campo di Tranen, e lo rompevano con uccisione di molti, e con circa novecento prigioni, e parecchie artiglierìe prese. Dopo questa rotta, che faceva impossibile a Laudon di ricongiungersi con Kerpen, non ebbe altro rimedio, che di cercar ricovero nelle parti superiori della valle di Merano. Quivi stette aspettando, che la fortuna gli offerisse nuova occasione di risorgere.Seguitavano i Francesi il corso della fortuna vincitrice, ed urtato Kerpen che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevano sloggiato e percosso di modo, che abbandonato anche Brissio, pensava a ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile, e posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove si spartono le acque dell'Adige e dell'OEno, ultima difesa d'Alemagna contro chi viene dalle terre d'Italia. I Francesi lo assaltavano audacemente in quel fortissimo alloggiamento; fu dura e sanguinosa la battaglia; furono costretti a tornarsene indietro, o che l'intoppo fosse troppo forte, o, come pare più probabile,che l'intento loro fosse solamente di assicurarsi, non di passare, perchè era pericoloso a Joubert di condursi sino ad Inspruck, e non conveniente ai disegni di Buonaparte, che voleva vicina a se, e non lontana, nè separata da alte e disagevoli montagne quella schiera. Adunque Joubert si fermava a Brissio, dove poteva a suo grado o stare osservando le cose del Tirolo, o marciare per Bruneca e Toblaco a Linzo, e di là fino a Villaco per trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna, che quello, che era elezione per lui, diventasse necessità.Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, gli chiamava Kerpen: secondava con ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio di grande autorità, e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro: nè il sesso, nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi, e donne, e fanciulli, dato di mano alle armi, che il caso od il furore parava loro davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate sedi loro. Nè la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed impetuosi torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gl'impedivano. Passava tant'oltre quest'improvviso tumulto, che sul principiar di aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi e di grida guerriere, meglio di venti mila combattenti erano in pronto contro quella gente venuta da lontani paesi per conquistargli. Intanto i generali Tedeschi, che sapevano, che le moltitudinidisordinate sono piuttosto preda, che danno ad un nemico bene ordinato, avevano distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultuante, e mescolatovi, per dar polso e regola, alcuni drappelli di regolari. Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa avanti, a' fianchi, e addietro sospetta e pericolosa.Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati anche da qualche battaglione di regolari venuti dall'esercito Renano, si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani. Con questo pensiero Laudon, che aveva spogliato d'abitatori la valle di Merano, ed ordinatigli sotto le insegne, calava minacciosamente da quei luoghi alti e dirupati, ed andava a battere a mezza strada tra Brissio e Bolzano, col fine di tagliar il ritorno ai Francesi alle parti disottane dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le vanguardie Francesi, le faceva piegare, e s'impadroniva di Bolzano. Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive dell'Adige per congiungersi con Kerpen, e per istringere vieppiù Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Francesi più in su, quanto più s'avvicinava Laudon: già Brissio medesimopericolava. Nè se ne stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo modo a Joubert accerchiato da tre parti, a tramontana da Kerpen, a ostro ed a ponente da Laudon, non rimaneva più altro scampo, che a levante per la valle del Puster, poscia per quella della Drava sino a Villaco. Partitosi da Brissio il dì cinque aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen, che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisaco, arrivava il giorno otto a salvamento a Linzo, dove trovava alcuni squadroni di cavalleria, che il generalissimo, geloso di quel passo, aveva mandati ad incontrarlo. Poscia marciando sollecitamente in giù per le rive della Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando all'ingiù dall'Adige i Francesi, entrava vittorioso in Trento e Roveredo. S'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva. Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi Tedesche nella pianura frapposta fra l'Adige e il Mincio, partoriva effetti importanti, e ne avrebbe partorito degli estremi, se l'imperatore Francesco avesse mostrato, in quest'ultima fine, maggiore costanza, ed il senato Veneziano maggiore ardimento.La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di Massena ad un evento terminativo,per quanto spetta alla difesa degli stati ereditari d'Austria. Già si è da noi notato, di quanta importanza fosse il passo della Ponteba. Per questo aveva comandato l'arciduca a Ocskay, che lo custodiva, ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva in pensiero di sopraccorrere improvvisamente con forze superiori contro Massena, e di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il quale intento, se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe fatto a Buonaparte quello, che Buonaparte voleva fare a lui, cioè separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo, che erano la sua sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a Tarvisio per a Ponteba; gli seguitava di pari passo, conducendo con se le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicuro della vittoria; ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato indietro fino a Tarvisio; che anzi velocemente seguitato dal nemico, aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai rimedi: comandava a Ocskay, che tornasse incontanente, e cacciasse i repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchèOcskay, troppo accelerando il cammino, già era arrivato a Wurtzen, terra troppo più lontana che abbisognasse, perché ei potesse giungere a tempo alla fazione. Non si perdeva d'animo per tanto sinistro l'arciduca, e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar col valore quello, che la timidità aveva perduto. A questo fine ordinava a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare, e restituissero ad ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio, cacciavane i repubblicani, e perseguitandogli, gli respingeva sin oltre al villaggio di Salfnitz, e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse ritardato dai luoghi aspri, o dagl'impedimenti delle artiglierìe che voleva condurre con se, non potè arrivare a tempo alla fazione, per modo che il seguente giorno, che fu ai ventitre di marzo, Massena, raccolti ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil rimasto solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente, nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso, e fece in questa battaglia le veci non meno di esperto capitano, che di animoso soldato, ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione,che rotto ancora fosse poco dopo Bajalitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso, rivoltatosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte le armi, si arrendeva. Quattro generali, quattromila soldati, venticinque cannoni, quattrocento carri carichi di bagaglie e di munizioni furono i cospicui segni delle vittorie di Tarvisio e di Raibel. Tali furono i risultamenti della mal difesa Ponteba, e per aver il nemico preso il vantaggio dei passi, restò vana la fatica ed il desiderio dell'arciduca.Perduta la speranza d'offendere, pensava il generale dell'Austria ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve di Croazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungherìa di ordinarsi, ed al campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale Seckendorf sulla strada di Lubiana, città chiamata con vocabolo tedesco Laybach, acciocchè intendesse alla difesa della Carniola, e delle rive della Sava; quest'era l'ala sua sinistra. Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di Reuss col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti aSan Vito, e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre principali aditi, per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'all'intorno, avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua audacia del volersi internare negli stati ereditari. Ma il capitano di Francia, che voleva pure che le sue armi rumoreggiassero in Alemagna, parte per amore di gloria, parte per isperanza, che chi parteggiava per la pace a Vienna, si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lobiana e Clagenfurt. Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte, perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire l'impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la facilità dei passi.La guerra d'Italia, che prima era piccola parte dei disegni Francesi, era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperatore, che si sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera certamente, che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna persona al mondo, se non forse Buonaparte avrebbe potuto non che credere, immaginare,quando poco più di un anno avanti si combatteva nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto. Ma per gli Austriaci combatteva solamente il valore, pei Francesi l'impeto, pei primi un voler guadagnar i paesi a palmo a palmo, pei secondi un conquistargli a dirittura, per quelli un guerreggiare pesato, per questi un guerreggiare audacissimo, per gl'imperiali uno spandere l'esercito per voler esser dappertutto, pei repubblicani un serrarsi in un luogo solo per poter irrumpere grossi ed avventati. Si aggiunge, che gli Austriaci non andavano alle fazioni se non provvisti di tutto punto, mentre i Francesi vi andavano sprovvisti di ogni cosa, purchè quelle armi avessero che con se portano i soldati: ciò faceva le mosse degli Austriaci tarde, quelle dei Francesi preste. Molto ancora nocque ai capitani d'Alemagna l'essere, secondo il solito, abborrenti dallo spendere per aver le spie; nel che Buonaparte non guardava a quello che si spendesse. Nè gran momento in questo non recò il procedere independente di Buonaparte, perchè faceva da se, e poco si curava dei disegni e dei comandamenti del direttorio, mentre i capitani Austriaci erano astretti ai disegni ed agli ordini del consiglio di Vienna, lento al deliberare, geloso dell'esecuzione: quindi per questi molte buone occasioni, che la fortuna parava loro davanti, di vincere, si perdevano, mentre il capitano Francese, che si stimava padrone di fare ciò che voleva, non ne trasandava nissuna. Finalmente la celerità sua, veramente mirabile, fu cagione principalissima delle sue vittorie, e bene si può dire con l'esempio diBuonaparte; che se il mondo è di chi se lo piglia, molto ancora più le vittorie sono di chi se le piglia. Errò egli qualche volta, ma compensò con l'audacia il suo errare: errarono ancor essi i capitani Tedeschi, e si sgomentarono al loro errare. Quindi ebbe Buonaparte maggiore probabilità di vincere, perchè non solo vinceva quando operava bene, ma anche quando operava male, e l'audacia sua, congiunta con un'astuzia e con una perizia straordinaria, il fecero, per la guerra offensiva, il più compiuto capitano che sia stato mai.Giunto a Clagenfurt, ed avuto avviso per modo segreto, che i partigiani della pace a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro, pensava di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse nelle consulte dell'imperatore. A questa deliberazione fu anche indotto dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè, sebbene il senato Veneziano fosse debole, erano i popoli della terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte dai repubblicani, e minacciavano di far novità contro di loro. Al che erano anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia accadute per instigazioni segrete e palesi dei Francesi, e dei loro partigiani. Da un altro lato, aveva Buonaparte sentito i primi romori di Kerpen e di Laudon nel Tirolo; e già la Croazia minacciava Trieste. Nè non gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè, se la pace seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva, sarebbe paruta la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scrivevaadunque il dì trentuno marzo all'arciduca, l'Europa sanguinosa desiderar la pace, desiderarla, ed averne fatto dimostrazione il direttorio: solo l'Austria stare armata sul continente per combattere; instigarla l'Inghilterra; dover forse continuar ad uccidersi scambievolmente Francesi ed Austriaci, perchè si facesse il piacer di una nazione non tocca dalle disgrazie della guerra? «Voi foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche il benefattore dell'umanità: anche vincendo, non potrete fare che non ne sia lacerata l'Alemagna: se questa mia proposta fosse per divenir cagione, che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in ulteriori vittorie».Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace per inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di tanta importanza, ed a se non competente; aspetterebbe i comandamenti del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.Buonaparte intanto si faceva con prestezza avanti, sperando di far certo con la vittoria quello, che tuttavia era incerto. Ma l'arciduca, che si era messo al fermo del voler temporeggiare, fuggendo la necessità del combattere, si tirava indietro, solo ritardando con grosse fazioni del retroguardo il perseguitar del nemico. Ritraevasi da San Vito, da Fraisach, da Newmarket: ritraevasiancora da Unzmarket sulla Mura, e da Judenburgo. Occupava Buonaparte i luoghi abbandonati, e si vedeva avanti le acque, che dall'estrema falda dei Norici monti se ne corrono per la diritta nel Danubio; già le mura dell'antica ed invita Vienna erano vicine a mostrarsi a' suoi soldati vincitori; caso veramente di tanta maraviglia, che da molti secoli addietro non era accaduto l'uguale.Ma già a Vienna più aveva potuto il timore che la prudenza, ancorchè la condizione di Buonaparte fosse diventata pericolosa per la subita comparsa di Laudon nella campagna di Brescia, per l'arrivo di un colonnello Casimiro a Trieste mandatovi dall'arciduca, e per essere sul mezzo della fronte l'arciduca medesimo grosso e rannodato, e con tutte le popolazioni all'intorno, che dimostravano animo stabile nella divozione verso l'antico signore. Arrivavano all'alloggiamento di Judenburgo i generali Belegarde e Meerfelt con mandato di sospendere le offese, e di comporre le differenze. Uditi benignamente dal generale di Francia, si accordarono, il giorno sette aprile, che si sospendessero da ambe le parti le offese per sei giorni. Poi, scoprendosi sempre più inclinato Buonaparte a volere condizioni vantaggiose per l'Austria con offerire compensi nei territorj Veneti alla perdita dei Paesi Bassi e del Milanese, fu prolungata la tregua insino a che fossero accordati i preliminari di pace, che secondo il corso di quei negoziati, si vedevano non lontani. Infatti, essendosi dato perfezione a tutte le pratiche, si venne fra i plenipotenziari rispettivi alla conclusione dei preliminari nella terra di Leobenil dì diciotto del medesimo mese. Alcuni dei capitoli furono palesi, altri segreti. Fra i primi contenevasi, cedesse l'imperatore alla Francia i Paesi Bassi, riconoscesse le frontiere della repubblica, quali le avevano le leggi Francesi definite, consentisse alla creazione di una repubblica in Lombardia. Stipulavano i segreti, desse la Francia in poter dell'imperatore l'Istria, la Dalmazia, il Bresciano, il Bergamasco, parte del Veronese. A questo fine appunto, e per compir questa fraude, aveva Clarke già molto avanti esortato l'imperatore ad occupare coll'armi l'Istria e la Dalmazia, ed aveva Buonaparte, pure molto prima, fatto rivoltar contro il senato Bergamo, Brescia, e le Veronesi terre: promettevano peraltro i preliminari, che la repubblica di Venezia si compenserebbe con le legazioni; il che significava, che si destinavano, senza saputa e senza consenso del senato Veneziano, ad altra potenza i suoi dominj, e che gli si offerivano compensi, prima che si sapesse se a lui erano o convenienti od onorevoli; perchè in questo, non solo si spogliava Venezia de' suoi stati, ma le si voleva dar compenso con ispogliar di altri stati una potenza con lei congiunta di amicizia: ed è anche da considerarsi in queste rivolture schifose lo strazio, e lo scherno, che si faceva di quella repubblica Cispadana, che appena nata già si voleva ridurre sotto la sferza di un governo aristocratico, come dicevano, e tirannico, che era una faccenda grave in quei tempi. Ma essendosi stipulato nei preliminari, che Mantova si restituisse all'imperatore, il direttorio non volle consentire questa condizione,certamente gravissima in se stessa, e per gli effetti che portava con se; conciossiachè il lasciare un sì forte nido all'Austria in Italia era un fare perpetuamente incerta la repubblica Lombarda, o Transpadana, che la vogliam nominare, ancora tanto tenera in quei primi principj, ed un necessitare la presenza continua di un grosso esercito Francese nell'Italia settentrionale. Rendevansi anche per la medesima cagione incerte tutte le mutazioni di stato, che in Italia avevano fatto i Francesi, e questi stati nuovi, ad una prima presa d'armi, ad un primo romore, ad un primo sospetto, ad una prima sollevazione d'animi, sarebbero iti tutti sossopra, nè mai avrebbero potuto por radice, per quel segnale importuno dell'Austria vicina e forte. Il rifiuto del direttorio fe' sorgere nuovi negoziati, pei quali finalmente fu consentita Mantova alla repubblica Transpadana, ma nacque al tempo stesso la necessità di ricompensare quella piazza all'imperatore col restante dello stato Veneto, colla città stessa di Venezia, e colla distruzione totale dell'antico governo Veneziano. Assunse l'opera barbara e frodolenta il direttorio; s'addossò Buonaparte il carico di mandarla ad effetto, ambi sperando di colorire il tradimento ordito contro i Veneziani con fingere tradimenti orditi dai Veneziani contro di loro.Già abbiamo in un precedente libro raccontato, che Bergamo era stato occupato da Buonaparte, come istrumento potente a volgere a sua divozione l'animo dei popoli della terraferma Veneta. Fu del tutto violento il modo, e contrario a tutti gli usi della neutralità. Entrarono i repubblicaniin Bergamo, Baraguey d'Hilliers gli guidava, con cannoni ordinati a modo di guerra, con le micce accese, s'impadronirono delle porte, recaronsi in mano le artiglierìe Veneziane, intimarono al podestà Ottolini, facesse sgombrar dalla terra tutte le truppe Venete; se nol facesse, userebbero la forza. In tale guisa s'insignorirono di Bergamo coloro, che accusavano Venezia della violata neutralità. Ma questo non era che il principio, ed il fondamento delle trame che si ordivano. Erasi per opera di Buonaparte creata in Milano una congregazione segreta, nella quale entravano in gran numero i repubblicani Italiani, ed il cui fine era di operare rivoluzioni nel paese Veneziano. Alcuni Francesi vi erano mescolati, che intendevano ai medesimi fini. Tra questi un Landrieux, capo dello stato maggiore di cavallerìa, era stato eletto dalla congregazione, qual operator principale a turbare le cose Venete. Ma egli, o che avesse per onestà di natura realmente in odio quest'opere pestifere, o che per motivo meno sincero, come ne lo sospettò Buonaparte, avesse occulto intendimento con gl'inquisitori di stato di Venezia, fe' sapere o per mezzo loro, o immediatamente ad Ottolini, che, ove una persona fidata a Milano mandasse per conferir con lui, le svelerebbe cose, che massimamente importavano alla salute della repubblica Veneziana. Mandava il segretario Stefani: trovava in Milano un avvocato Serpieri Romano, trovava Landrieux, alloggiavanlo segretamente in casa Albani: affermava Landrieux a Stefani, essere onest'uomo, per questo avere inabbominio le rivoluzioni, già averne impedito una in Ispagna, volere impedire quella dello stato Veneto; a ciò muoverlo l'onore della nazione Francese calpestato da Buonaparte, dal direttorio, dai consigli, orrida tutta, come diceva, e facinorosa gente; muoverlo ancora i benefizj fatti dalla repubblica Veneziana all'esercito di Francia, muoverlo l'umanità, muoverlo il desiderio della pace: avere fra un mese ad esser pace con l'Austria, se fosse impedita la rivoluzione degli stati Veneti; nel caso contrario non esservi più modo di conciliazione, non aver più freno l'ambizione di Buonaparte; abbracciare nell'ambizione sua la sovranità d'Italia. Soggiungeva poscia, che la rivoluzione dello stato Veneto era opera della congregazione segreta di Milano, alla quale partecipavano principalmente Porro Milanese, Lecchi, Gambara, Beccalosi da Brescia, Alessandri, Caleppio, Adelasio da Bergamo; dovere lui stesso, Landrieux, essere l'operator principale della rivoluzione, sapere i nomi, le forze, le macchinazioni dei congiurati, dovere aver principio la rivoluzione in Brescia, poi dilatarsi in Bergamo ed in Crema; uomini apposta, seminatori di denaro di ribellione, essere sparsi fra i contadini delle valli, matura non essere ancora la trama, avere ad essere fra otto o dieci giorni: erano i nove di marzo. Trattenessesi, esortava, in Milano Stefani, svelasse il tutto per un procaccio fidato a Battaglia, provveditore straordinario di Brescia; perchè, affermava, impedita la rivoluzione in Brescia, s'impedirebbe anche negli altri luoghi; intanto non si facessero carcerazioni di persone,perchè per questo si ritarderebbe, non s'impedirebbe l'esito della congiura: sapere il giorno dell'unione di tutti i congiurati, ne avvertirebbe egli, acciocchè tutti ad un tratto potessero arrestarsi, e così intieramente si renderebbe vana la diabolica cospirazione. Protestatosi dallo Stefani, volersene tornare a Bergamo, rispondeva Landrieux, non convenirsi, bensì andare a Brescia. Toccatasi dal Veneziano la gratitudine della repubblica rispondeva il Francese, premio non desiderare per allora, doversi il suo nome tenere segreto, finchè l'esercito fosse ridotto sulle Alpi per restituirsi in Francia; se Venezia allora si ricordasse di Landrieux, ciò gli sarebbe a grado. Trovava modo Stefani di tornare a Bergamo; ebbe raccontato il fatto ad Ottolini. Scriveva il podestà prestamente al provveditore straordinario Battaglia. Ma i congiurati, forse per aver avuto sentore, o lingua degli avvisi dati da Landrieux, furono più presti a fare, che Ottolini e Battaglia ad impedire.Era la mattina dei dodici marzo, quando un moto insolito si manifestava in Bergamo, i congiurati chiamavano il popolo a libertà; predicavano, ajutare i Francesi l'impresa; divisi in varie squadre giravano per la città; fermavansi tratto tratto ai capi delle strade, poi di nuovo marciavano; guardie Francesi raddoppiate alle porte, cannoni condotti dal castello in piazza, due rivolti al palazzo; interrogato il comandante Francese dal podestà, che cosa volesse significar questo, accusava pattuglie insolite di soldati Veneziani e della sbirraglia. Erano in Bergamo duecompagnìe di cavallerìa Croata, due di fanti d'oltremare, tre d'Italiani, forse con tutto questo trenta sbirri; non montavano fra tutti a quattrocento: i Francesi quattro mila, se non mentivano le polizze, perchè per altrettanti forniva i viveri la provincia. Di quei pochi, col castello in mano, con tutte le artiglierie in suo potere temeva il comandante. Insomma nasceva il romore, atterriti gli amatori dello stato vecchio, imbaldanziti gli amatori del nuovo. Lefevre, comandante per Francia, fatti chiamare a se i deputati alle provvisioni, intimava loro, avessero a sottoscrivere il voto per la libertà, ed unione del Bergamasco alla repubblica Cispadana: se nol facessero, ne anderebbe la vita. In questo mezzo due uffiziali repubblicani, l'Hermite e Boussion, presiedevano ai voti per la libertà, ed unione alla Cispadana. Sottoscrivevano, alcuni per amore, molti per forza. Era un andare e venire, una confusione, un trambusto incredibile. Scendeva la notte intanto, e rendeva più terribile l'aspetto delle cose. In questo mentre si creava il municipio; toglievano i repubblicani lo stendardo Veneto, che ancora sventolava sulle mura del castello. Era ancor libero Ottolini, instava presso a Lefevre comandante, della santità dei neutri ammonendolo. Ma Lefevre, deposta in tutto la visiera, faceva udire questo suono, che il popolo di Bergamo era libero, che per questo egli aveva fatto torre lo stendardo Veneto, ostacolo alla libertà; che le intraprese lettere del podestà (quest'erano le lettere con le quali Ottolini mandava agl'inquisitori di stato la nota dei congiurati, e cheerano state intercette ed aperte da Lefevre) gli servivano di regola; che però egli, Ottolini, avesse a sgombrar tosto da Bergamo; quando no, il manderebbe carcerato a Milano. Cacciare dalla propria sede sotto pena di esilio e di carcere un rappresentante pubblico di un governo, è oltraggio tale, che niun altro può esser maggiore, e solo avrebbe bastato, non solamente a giustificare, ma ancora a necessitare qualunque presa d'armi, ed anzi una formale dichiarazione di guerra da parte del senato Veneziano contro la Francia, se questa non satisfacesse, come effettivamente non satisfece. Mentre il comandante minacciava Ottolini, sopraggiungevano l'Hermite e Boussion, e con loro i conti Pesenti ed Alborghetti, in divisa e nappa Francese. Di bel nuovo intimavano ad Ottolini, partisse subito, o sarebbe mandato a Milano. Partiva il podestà alla volta di Brescia, lasciando Bergamo in poter dei novatori, i soldati Veneti, prima disarmati, poi mandati a Brescia.Il nuovo magistrato municipale mandava fuori un manifesto per informare, come diceva, il popolo sovrano, che i municipali erano entrati in ufficio. Scriveva quindi il giorno medesimo in nome del popolo sovrano di Bergamo alla repubblica Cispadana, avere Bergamo conquistato la libertà, desiderare collegarla con quella della Cispadana; l'accettassero in amicizia, dessergli quella del popolo Cispadano. «Viviamo, continuavano, combattiamo, e moriamo, se fia d'uopo, per la causa medesima: al medesimo modo debbono vivere i popoli liberi: viviamoadunque uniti per sempre voi, Francesi, e noi».Pubblicavansi frequenti scritti, parte serj, parte faceti, parte schernevoli sul lione di San Marco, sui piombi di Venezia, sugl'inquisitori di stato, sulla tirannide d'Ottolini, sull'aristocrazia, sull'oligarchia, e simili altre parole greche; strana occupazione di menti del condannare in altri ciò che era in se, perchè dei piombi, e degl'inquisitori si può domandare, che altra cosa fossero i ministri di polizia del direttorio e di Buonaparte, se non inquisitori di stato, e se non abbiano fatto arrestare, e tener prigione senza processo più gente in quindici anni, che gl'inquisitori di Venezia in tre secoli. Si può anche domandare, se i castelli di Vincenna, di Ham, e di Pietra Castello non fossero piombi, e se il comandante di Milano non esercitasse maggior tirannide contro coloro che non amavano lo stato nuovo, che Ottolini contro quei che non amavano il vecchio. Quanto all'aristocrazia ed all'oligarchia, gli uomini dritti, e che non si lascian prendere alle grida, sapranno ben essi con qual nome chiamare uno stato, come quello era di queste estemporanee repubbliche Italiane, in cui un comandante militare comandava a pochi gridatori di libertà, questi pochi molestavano con ischerni, con tasse, con prigionie, e con esilj l'universale dei popoli. Io temo che da tutto questo chi mi legge creda, ch'io non sia amico della libertà; ma queste cose io dico appunto, perchè sono; imperciocchè il peggior male che si sia fatto alla libertà, è l'aver chiamato col suo nome la tirannide. Trovomiin questo concorde col generoso Parini:ed ancor io, diceva egli,amo la libertà, ma non la libertà fescennina.Intanto i novatori, non essendo senza sospetto sugli abitatori delle campagne, mandavano uomini fidati a predicare la libertà, rizzavano alberi, creavano municipali, gridavano contro l'aristocrazia: i popoli aombravano, non sapendo che cosa queste strane fogge si volessero significare. Non si muovevano in favor dello stato nuovo, perchè non l'intendevano, e non vedevano qual bene avesse in se: neppur si muovevano in favor del vecchio, perchè il caso improvviso di Bergamo gli aveva fatti attoniti e temevano i Francesi che vi erano mescolati. Arrivavano poscia Cispadani, Transpadani, Polacchi, ogni sorte di patriotti, e facevano un predicare, uno scrivere, un festeggiare incredibile.Quivi non si rimanevano le disgrazie della repubblica veneziana. Rivoltato Bergamo, volevano far mutazione in Brescia per vieppiù stabilire nella divozione altrui quelle provincie. Non aveva omesso Ottolini, quando ancora era in ufficio, d'informare il provveditore straordinario Battaglia della trama che si macchinava contro di questa città e gli aveva mandato il nome dei congiurati, dei quali non si era punto ingannato, consigliandolo ad aspettare che tutti fossero uniti, il che doveva accadere, secondo gli avvisi di Landrieux, il ventuno del mese, e ad arrestargli, e ad uccidergli. Inoltre il rappresentante Veneto a Milano Vincenti scriveva continuamente al provveditore straordinario, stesse avvertito, perchè la congiura eravicina ad aver effetto; si armasse, non si fidasse del comandante Francese del castello di Brescia, perchè s'intendeva coi congiurati. Tutte queste cose turbavano l'animo del provveditore, e lo tenevano sospeso, perchè l'uccidere i congiurati non gli pareva sicuro in tanta contaminazione di spiriti, massimamente pensando ch'essi appartenevano alle più principali famiglie di Brescia. Da un'altra parte il far venire soldati da Verona gli pareva dar troppo sospetto, temendo dei Francesi; nè anco quei soldati potevano esser molti. Ristringeva in Brescia le squadre di cavallerìa sparse nel contado; ma erano poche genti. Chiamava a se i Lecchi, i Gambara, i Fenaroli, e gli altri amatori di novità, e gli accarezzava, ma senza frutto. Non sapeva a qual partito appigliarsi; le artiglierìe in mano dei Francesi; il castello poteva fulminare la città. Scriveva Battaglia a Buonaparte, col quale aveva qualche entratura d'amicizia, macchinarsi in Brescia contro lo stato da gente scellerata sotto nome di protezione Francese; e stantechè tutte le artiglierìe Venete erano in poter suo, richiederlo, che lo accomodasse di sei od otto, perchè si potesse difendere: richiederlo, oltre a ciò, vietasse ai soldati Lombardi il passo per la città, frenasse chi si vantava della protezione di Francia. Dei cannoni nulla rispondeva Buonaparte; dei Lombardi e del frenare rescriveva, non doversi perseguitar gli uomini in grazia delle loro opinioni, non esser delitto se uno inclinava più ai Francesi che ai Tedeschi, come se in questo caso si trattasse tra Francesi e Tedeschi, e non tra ribelli ed uno stato al quale egli avevatolto i mezzi di difesa: e come se ancora si trattasse di opinioni e non di fatti, e di congiure contro lo stato. Desiderava finalmente di veder il provveditore. Accrescevano il pericolo ed il terrore la rivoluzione di Bergamo. Le cose si avvicinavano all'estremo fine.Ecco la sera dei diciasette marzo arrivare improvvisamente le novelle, essere giunti a Cocaglio circa sessanta ufficiali Francesi condotti da un Antonio Nicolini, Bresciano, ajutante di Kilmaine, ed impedire il passo ad una squadra di cavallerìa, che da Brescia mandava il provveditore a Chiari. S'aggiungevano poco stante altri perturbatori, perchè una massa di circa cinquecento tra Lombardi e Bergamaschi, guidati da capi Francesi, si erano congiunti coi primi, ed armati con due cannoni, certamente avuti dai Francesi, perciocchè portavano lo stemma imperiale d'Austria, viaggiavano verso Brescia. La mattina dei diciotto già erano vicini: il comandante di Francia faceva in questo punto aprir le cannoniere del castello, che miravano al palazzo. Dei congiurati, quasi tutti nobili, chi si era ritirato in castello, chi andato all'incontro dei Lombardi, e chi sparso in varj luoghi eccitava il popolo a ribellarsi. Voleva Mocenigo podestà, che si armassero i soldati della repubblica, e con la forza si resistesse ai ribelli; Battaglia titubava per paura dei Francesi, dei nobili, e di tutto: certo, il minor male che si possa dire di lui, è, che ebbe paura: ma forse l'amicizia che aveva con Buonaparte nocque alla repubblica. Mandava due uffiziali ai ribelli per udire quello, che si volessero.Rispondevano, Lecchi il primo, volere per amore o per forza liberare il popolo Bresciano dalla tirannide Veneta, aspettare in ajuto loro diecimila soldati, e molti Francesi: badasse bene il provveditore a quello che si facesse, perchè se resistesse, andrebbe Brescia a fuoco ed a sangue. A questo suono Battaglia, non so se mi debba dire intimorito, o peggio, raccoglieva tutti i suoi soldati nei quartieri, e dava ordine che non resistessero; licenziava al tempo stesso le guardie del palazzo, e si metteva in tutto a discrezione di coloro che volevano spegnere il dominio di quel principe, che aveva in lui collocato tanta fede. Mocenigo, veduto la terra abbandonata da quello che poteva più di lui, si fuggiva. Intanto il popolo stimolato dai congiurati, e già essendosi avvicinati alle mura i novatori di fuori, tumultuava, gridando libertà. Accresceva l'impeto l'apparire di un Pisani, stato molto tempo nei piombi: le grida contro i Veneziani tiranni montavano al cielo. Sottomessi gli amatori dell'antica repubblica dal popolo tumultuante, dalla gente armata che veniva di fuori, dalla connivenza manifesta dei repubblicani di Francia, dall'attitudine minacciosa del castello pronto a fulminare, poche, chiuse, ed ordinate a non resistere le soldatesche Veneziane, fu in poco d'ora Brescia ridotta in potestà dei novatori. Cercavano Mocenigo per maltrattarlo; ma non fu trovato. Arrestavano Battaglia, e per poco stette che non Io uccidessero. Lo serravano poscia in castello, dove era custodito da soldati Francesi, opera certamente meritevole di ogniriprensione; perchè se era brutta cosa il secondare la ribellione, bene era peggiore il farsi complice dei ribelli col tener carcerato un magistrato principalissimo di una repubblica, alla quale la Francia continuava a protestare amicizia.Udivansi con grandissimo terrore le novelle di Bergamo e di Brescia a Venezia. Scriveva il senato, di cui queste cose molto angustiavano l'animo, le sue querele al ministro Lallemand; le scriveva al nobile Querini in Francia. Si rispondeva, che non si sapeva capire, che i Francesi non s'ingerivano, che la Francia era amica a Venezia, che qualche cosa si doveva pur dare alla natura delle soldatesche. Ma l'importanza era in Buonaparte, divenuto padrone della somma delle cose in Italia. Però mandava il senato appresso a lui i due Savj del collegio Francesco Pesaro, e Gian Battista Corner, affinchè gli dimostrassero, quanto offendessero la neutralità e la sovranità della repubblica le cose accadute in Bergamo ed in Brescia per opera dei comandanti Francesi, e quanto fossero contrarie alle protestazioni di amicizia, che la repubblica di Francia continuamente, ed anche recentemente aveva fatte a quella di Venezia. Oltre a ciò di nuovo, ed asseverantemente protestassero dell'incorrotta fede, e della costante amicizia del senato verso la Francia; stringesserlo a disappruovare pubblicamente la condotta dei comandanti delle due città ribellate, ed a restituire i due castelli, fonti evidenti della ribellione; richiedesserlo in fine, che consentisse, che il senato con le armi in mano rimettesse sotto l'obbedienza i ribelli. Trovato in Gorizia il generalerepubblicano, espostogli il fatto dai legati, rispondeva, non abbastanza ancora essere sicure le sorti della guerra, perchè potesse restituire alla repubblica i castelli occupati: potrebbe il senato fare quanto gli sarebbe a grado per sottomettere i ribelli, purchè le genti Francesi, e gl'interessi loro non ne fossero offesi: del comandante di Bergamo, perchè questi più di quel di Brescia si era mescolato nella rivoluzione, ordinerebbe, fosse condotto a Milano e processato; sarebbe, se colpevole, castigato: allegava essere sincera la fede della Francia verso Venezia. Trapassando poscia più oltre, si offeriva ad usare le proprie forze per ridurre i novatori a divozione del senato, e che ove ne fosse richiesto, il farebbe. Toccava finalmente, che sarebbe bene, che Venezia più strettamente si congiungesse in amicizia colla Francia.Covava in tutto questo una insidia: perchè mentre affermava Buonaparte, essere in potestà del senato il fare quanto gli parrebbe conveniente per ridurre all'ordine i ribelli, pubblicava Landrieux a Bergamo, forse volendo, per essersi effettuato quello che forse egli aveva voluto impedire, ricoprire con mostrar severità i sospetti, che potevano concepirsi di lui dai repubblicani di Francia e d'Italia, che nissuna gente armata sarebbe lasciata entrare nè in Brescia, nè in Bergamo, e che se alcuna vi si appresentasse, questa avrebbe assalito, come nemico, con tutte le sue forze. Ma le cose da più alta sede pendevano che da Landrieux, perchè visitato a Parigi dal nobile Querini uno dei cinque del direttorio,e dettogli, che poichè i Francesi protestavano, non volersi mescolare nel governo interno delle città Venete, doveva riuscire cosa indifferente al direttorio, se il senato rimettesse nel dovere i Bergamaschi, rispondeva risolutamente il quinqueviro, non lo sperasse, e che finchè fossero in Bergamo truppe Francesi, non l'avrebbe mai il direttorio permesso. Replicato dal Querini, che di tale divieto non comprendeva la ragione, soggiungeva il quinqueviro, ciò esser chiaro, perchè i Francesi essendo più forti dei Veneziani, a loro stava a comandare in quei luoghi; le quali voci certamente sono da stimarsi barbare; perchè bene si sa, e pur troppo, che queste cose spesso si sono fatte; ma l'asseverare con tanta fronte, che sia diritto e giusto farle, è nuovo del tutto. Terminava il quinqueviro dicendo, che infine non toccava alla repubblica di Venezia a comandare alla Francese, e che vedeva bene, che i discorsi del Quirini dimostravano, che il governo Veneto non si fidava nella lealtà del direttorio, ma che se così fosse, avrebbe potuto farlo pentire. Da ciò si vede, quale concetto si debba fare della condiscendenza di Buonaparte. In tale modo si sollevavano dai capi dell'esercito repubblicano i sudditi contro Venezia, ed a Venezia si vietava che gli sottomettesse.Alle gravissime proposte del capitano di Francia si scuotevano i legati, parendo loro, come era veramente, cosa enorme, pericolosa, e di pessimo esempio, che soldati forestieri si adoperassero per tornare a divozione i ribelli della repubblica.Per la qual cosa negavano la offerta, restringendosi con dire, che poichè i castelli erano in mano dei Francesi, e servivano di appoggio ai turbatori dell'antico stato, ragion voleva, acciocchè si pareggiassero le partite, ch'ei facesse qualche dimostrazione pubblica per disappruovare i moti, che si erano suscitati. Al che non consentendo rispondeva, che in mezzo all'ardore di quelle nuove opinioni che molto avevano ajutato le sue armi, sarebbe certamente incolpato, se ora si dimostrasse avverso a coloro, che si erano scoperti fautori del nome e delle massime di Francia; che solo a ciò fare si sarebbe piegato, quando il direttorio precisamente glie l'avesse comandato. Tornava poscia sul parlare di più stretti vincoli d'amicizia colla Francia, proponendo per esempio il re di Sardegna, ed affermava, esser questo il mezzo migliore per frenar le rivoluzioni. Le quali esibizioni ed esortazioni, chi si farà a considerare fino a qual termine già fossero trascorse le cose, e le offerte fatte all'imperatore Francesco, saranno testimonio certo, ch'elle avevano tutt'altro fine, che la salute di Venezia. Del resto, senza tanti giri di parole, e serbando anche in sua potestà, per sicurezza del suo esercito, i castelli di Bergamo e di Brescia, bastava bene che il generalissimo ordinasse, o che con un cenno solo significasse, che Bergamo e Brescia ritornassero all'obbedienza di Venezia, che i magistrati instituiti dai novatori cessassero l'ufficio, e che quei del senato fossero restituiti al loro, perchè tutte queste cose avessero incontanente la loro esecuzione. Anzi il solo dichiarare,ch'egli disappruovava quelle due rivoluzioni, e che contro la sua volontà erano state effettuate, avrebbe rintegrato subitamente nelle due città ribelli il consueto dominio. Il non averlo voluto fare dimostra viemaggiormente i disegni sinistri. Strana esibizione di Buonaparte era questa di voler far tornare all'obbedienza quelle terre, ch'egli stesso aveva incitato a ribellione; imperciocchè, senza andar più vagando in questa materia, certa cosa è, che per ordine espresso di lui furono fatte ribellare ai Veneziani le città Veneziane, di cui si tratta. Rispondevano i legati della repubblica, volere il senato l'amicizia di Francia, dell'alleanza risolverebbe quando, ritratta l'Europa da quell'immenso disordine, e ricomposta in quieto stato, potrebbe con sicurezza di consiglio deliberare. A queste parole si alterava gravemente il vincitore; poi tornando sull'antiche querele, acerbamente rimproverava ai Veneziani il ricovero dato al conte di Provenza ed al duca di Modena, e l'aver ricettato i tesori di Modena e d'Inghilterra; a questo passo dimostrava voglia di por mano su di questi tesori; il che palesava, quanto fosse in lui lo sprezzo della neutralità.Mentre il generalissimo di Francia, parte accarezzava, parte minacciava a Gorizia i legati di Venezia, lusinghiere parole pubblicava Kilmaine, generale, che reggeva la Lombardia. Biasimava il comandante di Bergamo del non averlo fatto consapevole degli accidenti seguiti, sperava, non ne fosse partecipe, gli proibiva di mescolarsene; se il facesse, il punirebbe, essere neutralità fra le due repubbliche, volere il generalissimo, volerelui stesso, che se le portasse rispetto. Se questa lettera di Kilmaine fosse vera o finta, non si sa, perchè è di data incerta. Del resto l'opera del comandante nell'ajutare la ribellione di Bergamo, era notoria, non solo in questa città, ma ancora in tutta Lombardia, e metterla in dubbio era un'astuzia ridicola; nè il comandante medesimo fu mai tradotto in giudizio.Come i fatti rispondessero alle parole di Kilmaine, o vere o finte che si fossero, il dimostrava pochi giorni dopo la rivoluzione di Crema, opera non solo certa, ma anche evidente delle truppe Francesi; perchè il giorno ventisette marzo, appresentatasi una squadra di cavallerìa di Francia alla porta, chiedeva il comandante l'entrata, promettendo di non inferire molestia, e sarebbe dimani partito per Soncino. Introdotti, si portarono quietamente quel giorno. Ma il dì seguente comparivano due compagnie armate della medesima nazione; una verso la porta Ombriano, l'altra verso quella del Serio, nè così tosto si erano avvicinate alle mura, che le truppe di dentro aprivano le porte, per modo che, dato il varco, e per far più presto, scalando alcuni le mura, si facevano padroni della terra. Correvano quindi a disarmare i soldati Veneziani: s'impossessavano dei quartieri, occupavano il palazzo pubblico, minacciavano nella vita con l'armi inarcate il podestà, e, disarmato, costringevano a dismettere l'ufficio. Occupavano al tempo stesso la camera, il monte, il fondaco, gli uffici, le cancellerie. Taciute tutte le altre iniquità usate a Venezia, se questa sola della violenta occupazione di Cremanon bastasse per giustificare il senato a sorgere subitamente con l'armi in mano contro i Buonapartiani, il diranno tutti coloro, ai quali sta più a cuore la giustizia, che la forza.Arrivava a Crema l'Hermite già partecipe del rivolgimento di Bergamo, e si metteva all'atto di blandire il podestà con parole soavi, dell'ufficio dolcemente esercitato lodandolo. Somiglianti parole usava l'ufficiale del direttorio, che, distrutta per forza e per inganno l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne giva affermando, che i Francesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Mescolaronsi in questo moto pochi uomini del paese, fra i quali principalmente comparirono il marchese Gambazocca, ed i conti Asperti, Locatelli, e Romini venuti da Bergamo. Creavasi il municipio, piantavasi l'albero, ballavavisi intorno, appiccavasi una fune al collo del lione di San Marco, come se fosse tempo da ridere; facevasi la luminaria, gridavasi libertà. Il podestà fu lasciato partire senza offesa. Così Crema per opera dei soldati Buonapartiani fu ridotta a divozione dei novatori. Kilmaine, che aveva scritto la bella lettera pel fatto di Bergamo, se ne stette tacendo per quel di Crema.Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere nuovi pensieri tanto nei capi Francesi, quanto nel senato Veneziano, così come ancora fra i sudditi, che si conservavano fedeli. Vedevano i primi, che l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era di somma importanza ai loro ulteriori disegni; perchè oltre al più facile vivere per la ricchezza di quei territorj,i novatori, che gli secondavano, divenivano e più audaci e più numerosi. Faceva in questo loro esempio grandissimo frutto, e nuova gente novatrice, siccome un nembo ne tira un altro, si accostava. Principale fondamento a tutto questo moto era Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini fieri e bellicosi. Quivi ancora gli ottimati, o che amassero la libertà, o che avessero gelosia contro i patrizi Veneti, o che solamente si fossero lasciati stravolgere dalla vertigine comune, favorivano la rivoluzione. Nel che Brescia si diversificava da Bergamo, dove i più fra i ricchi si mostravano avversi. Accorrevano poi a Brescia Dombrowski co' suoi Polacchi, Lahoz co' suoi Italiani, e davano incentivi con le parole, animo con le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani, Milanesi, Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuamente, chi con lingue pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi, erano incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse andar sossopra tutta, ed a ruina la Veneziana repubblica. Lahoz, Gambara, Lecchi, ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato in questi moti, trionfavano. Queste cose vedevano con gli occhi loro i capi dell'esercito Francese, e le passavano: se le sapeva Buonaparte, e le passava con troppa più sopportazione, che si convenisse alla sincera fede.Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma Veneta situate sulla destradel Mincio, per mezzo massimamente della potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori cose, proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza, e per essere passo del fiume. Questo era anche risolutamente l'intento di Buonaparte; perciocchè più di un mese prima che sorgesse la sollevazione di Verona, aveva dato ordine a' suoi comandanti in questa città, che procurassero la rivoluzione medesima con tutte le forze, e con tutte le arti loro. Nel che con maneggi, parte segreti, parte palesi il secondavano. Mentre tutti quest'inganni si tramavano, non erano ancora le cose sicure pei Francesi, che tuttavia si trovavano a fronte dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in Verona contro i Veneziani, gli rappresentava, che il moto in lei sarebbe riuscito pericoloso, e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca gli stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse tempo più propizio. Rispondeva, gisse pure, e sommuovesse Verona. Poi soggiungeva, che se la sommossa andasse bene sarebbe libera l'Italia, se male, la Cisalpina repubblica (con tal nome dopo la conquista di Mantova aveva chiamato la Transpadana) almeno resterebbe. Dette queste parole, accommiatava Pico, raccomandandogli, s'intendesse con Beaupoil e con Kilmaine, e gli desse ragguaglio di tutto che accadesse: desse intanto ricovero in Mantova ai patriotti che fossero in pericolo, e gli rendessesicuri, che sarebbero liberi. Nè in Brescia stavano oziosi i novatori rispetto a Verona; perchè colà mandavano agenti segreti, parte da Brescia medesima, parte da Desenzano, parte da Lonato, affinchè cooperassero alla sollevazione. Così Verona era insidiata da Buonaparte, da' suoi capitani, dai novatori armati, dai novatori non armati, Italiani, Polacchi, Svizzeri, e Francesi. Non ostante tutto questo il canuto Lallemand, ed il giovane Buonaparte sempre protestavano a nome di Francia dell'incontaminata fede, e della sincera amicizia verso la repubblica Veneziana.
STORIAD'ITALIA
SOMMARIO
Pensieri di Buonaparte dopo le sue vittorie contro Alvinzi. L'Austria manda nuove genti in Italia sotto la condotta dell'arciduca Carlo. Qualità comparative di Buonaparte e dell'arciduca, e lor modo di guerreggiare. S'incomincia una nuova guerra. Contrasto dei due generali emoli al Tagliamento, e passo di questo fiume eseguito dai repubblicani. L'arciduca si ritira cauto e rannodato. Sollevazioni dei popoli del Tirolo a favore dell'Austria: Joubert in pericolo; si ritira, secondo gli ordini di Buonaparte, per la valle della Drava, verso Villaco. Passi della Ponteba, e di Tarvisio. Speranze dell'arciduca di vincere a Tarvisio: gli vengono rotte dall'insufficiente difesa fattavi da un suo generale. I Francesi entrano vittoriosi in Villaco, Lubiana, e Clagenfurt. L'arciduca si ritira ai passi più montuosi a difesa della metropoli dell'Austria. Modo diverso di guerreggiare dei Francesi e degli Austriaci; e perchè i primi avessero il vantaggio. Buonaparte in qualche pericolo: pure a Vienna prevale la parte della pace; arrivanoplenipotenziari al campo Francese; tregua, e preliminari di Leoben. Buonaparte fatto sicuro dell'Austria si volta contro la repubblica di Venezia; opera rivoluzioni nella terraferma Veneta per aver occasione di darla all'Austria. Rivoluzioni di Bergamo, Brescia, e Crema. Insidie contro Verona. Manifesto supposto del provveditor Battaglia. Minacce rabbiose di Buonaparte contro Venezia: pacata, e grave risposta del doge. Terribile sollevazione di Verona, chiamata le Pasque Veronesi, sue cagioni, ed effetti. Predicazioni singolari di un frate cappuccino. Verona soggiogata, e come trattata. Buonaparte dichiara formalmente la guerra a Venezia. Insidie tese per fare, che il maggior consiglio riformi l'antica constituzione. Il senato non è propenso a questa innovazione. Consulta particolare, ed insolita in casa del doge. Il maggior consiglio autorizza i tre legati della repubblica mandati a Buonaparte a consentire la riforma degli ordini antichi con introduzione di qualche forma democratica. Minacce di Buonaparte al patrizio Giustiniani, e generose risposte di questo. Macchinazioni in Venezia; nuove insidie contro di lei. I patrizi spaventati, e adunati in maggior consiglio rinunziano alla sovranità, e consentono al governo democratico; il che fu in quel punto la ruina dell'antichissima repubblica. Trattato sottoscritto in Milano il dì sedici maggio tra Buonaparte, ed i legati Veneziani. Rivoluzione totale in Venezia, e nella terraferma.
Pensieri di Buonaparte dopo le sue vittorie contro Alvinzi. L'Austria manda nuove genti in Italia sotto la condotta dell'arciduca Carlo. Qualità comparative di Buonaparte e dell'arciduca, e lor modo di guerreggiare. S'incomincia una nuova guerra. Contrasto dei due generali emoli al Tagliamento, e passo di questo fiume eseguito dai repubblicani. L'arciduca si ritira cauto e rannodato. Sollevazioni dei popoli del Tirolo a favore dell'Austria: Joubert in pericolo; si ritira, secondo gli ordini di Buonaparte, per la valle della Drava, verso Villaco. Passi della Ponteba, e di Tarvisio. Speranze dell'arciduca di vincere a Tarvisio: gli vengono rotte dall'insufficiente difesa fattavi da un suo generale. I Francesi entrano vittoriosi in Villaco, Lubiana, e Clagenfurt. L'arciduca si ritira ai passi più montuosi a difesa della metropoli dell'Austria. Modo diverso di guerreggiare dei Francesi e degli Austriaci; e perchè i primi avessero il vantaggio. Buonaparte in qualche pericolo: pure a Vienna prevale la parte della pace; arrivanoplenipotenziari al campo Francese; tregua, e preliminari di Leoben. Buonaparte fatto sicuro dell'Austria si volta contro la repubblica di Venezia; opera rivoluzioni nella terraferma Veneta per aver occasione di darla all'Austria. Rivoluzioni di Bergamo, Brescia, e Crema. Insidie contro Verona. Manifesto supposto del provveditor Battaglia. Minacce rabbiose di Buonaparte contro Venezia: pacata, e grave risposta del doge. Terribile sollevazione di Verona, chiamata le Pasque Veronesi, sue cagioni, ed effetti. Predicazioni singolari di un frate cappuccino. Verona soggiogata, e come trattata. Buonaparte dichiara formalmente la guerra a Venezia. Insidie tese per fare, che il maggior consiglio riformi l'antica constituzione. Il senato non è propenso a questa innovazione. Consulta particolare, ed insolita in casa del doge. Il maggior consiglio autorizza i tre legati della repubblica mandati a Buonaparte a consentire la riforma degli ordini antichi con introduzione di qualche forma democratica. Minacce di Buonaparte al patrizio Giustiniani, e generose risposte di questo. Macchinazioni in Venezia; nuove insidie contro di lei. I patrizi spaventati, e adunati in maggior consiglio rinunziano alla sovranità, e consentono al governo democratico; il che fu in quel punto la ruina dell'antichissima repubblica. Trattato sottoscritto in Milano il dì sedici maggio tra Buonaparte, ed i legati Veneziani. Rivoluzione totale in Venezia, e nella terraferma.
Due pensieri operavano massimamente a questo tempo nella mente di Buonaparte, securo omai di poter fare, o buon grado o mal grado del suo governo, ciò che più volesse. Siccome la fortuna tanto se gli era dimostrata prospera, così intendimento suo era, posti in non cale i pensieridel re di Sardegna, di creare un nuovo stato in Lombardia, acciocchè egli fosse della sua potenza, e del suo nome testimonio perpetuo. Ma il direttorio, che aveva anche capriccio in questo nuovo stato, desiderava tuttavia temporeggiarsi pel desiderio che aveva della pace con l'imperatore. Così il capitano della repubblica andava continuamente moltiplicando in Milano i segni del voler sottrarre dal dominio dell'Austria il paese per crearne una repubblica, mentre i deputati Milanesi mandati a Parigi per pregare libertà, riportavano dal direttorio solamente parole grate senza effetti. Si proponeva oltre a ciò Buonaparte, solito a fabbricare ne' suoi concetti grandissimi disegni, tostochè si diminuisse l'asprezza della stagione, di varcare con tutto l'esercito le Alpi Giulie, e di far sentire le sue armi nel cuore della Germania, a fine di obbligare l'imperatore alla pace, pensiero, che già aveva concetto fin dai tempi delle sue prime vittorie in Italia, e che solo era stato interrotto dall'incredibile costanza dell'Austria nel sostituire nuovi eserciti ad eserciti vecchi. Confortavano massimamente questa sua deliberazione la singolarità, e la grandezza dell'impresa non più tentata dai Francesi dal secolo di Carlomagno in poi, l'avere a cimentarsi con l'arciduca Carlo, fratello dell'imperatore, che aveva recentemente combattuto vittoriosamente le armi repubblicane sulle sponde del Meno e del Reno, e che era stato preposto, come ultima speranza, all'esercito Italico; il fare finalmente quello, dall'Italia venendo, che non avevano potuto fare Moreau e Jourdan, che avevanoguerreggiato sulle terre stesse dell'Alemagna; perciocchè o l'imperatore Francesco, sbigottito a quel suono tanto insolito dei Francesi nel cuore degli stati ereditari avrebbe consentito agli accordi, ed in tale caso acquistava Buonaparte un segnalato favore in Francia; ovvero il sovrano Alemanno si ostinava nel voler usare le armi, ed in tale caso il capitano di Francia distendeva i suoi pensieri sino all'occupazione di Vienna, impresa anch'essa, che avrebbe fatto il suo nome immortale. In questo poi era suo intento di affrettarsi, sì perchè, credendo di poter fare da se, non voleva che Moreau, calandosi per le rive del Danubio, lo ajutasse, e sì perchè aveva a cuore di assaltare l'arciduca innanzi che le genti di nuova leva, che già marciavano, avessero ingrossato le reliquie dei vinti. A condurre a fine queste fazioni due cose principalmente abbisognavano, l'una il non lasciarsi nissun sospetto alle spalle, l'altra il procacciarsi maggiori compensi a dare all'imperatore, se questi fosse obbligato a rinunziare alla Lombardia. L'uno e l'altro fine conseguiva col far rivoluzione nei paesi Veneti.
Con questi pensieri si accostava Buonaparte alla guerra d'Alemagna. Reggeva cinquantamila soldati fioritissimi, e veterani tutti dell'esercito Italico, ed a questi si erano congiunti ventimila venuti dal Reno sotto la condotta di Bernadotte. Gli aveva per tal modo distribuiti nelle stanze, che l'ala sua sinistra governata da Joubert e grossa di più di ventimila soldati molto agguerriti, guardava i passi del Tirolo sulla sponda sinistradel Lavisio oltre al Trento, distendendosi da una parte sino ai fonti dell'Adda verso Bormio, dall'altra sino a quei della Brenta. La mezza schiera condotta da Massena alloggiava Bassano; l'ala destra, alla quale presiedeva Buonaparte stesso, e che aveva un novero di trentamila soldati, alloggiava nel Trivigiano sino alle rive della Piave. Così con le tre schiere sovrastava Buonaparte ai tre passi, che dall'Italia danno l'adito all'Alemagna, primamente a quello, che da Bolzano dà, a traverso del monte Brenner, verso Inspruck, passo aspro e difficile; secondamente a quello, che dalla Ponteba pei fonti del Tagliamento, e per Tarvisio si apre verso Villaco; finalmente al terzo, che per cammino più facile e più diritto porta da Gorizia a Clagenfurt, a Gratz, ed a Vienna. Ma intenzione di Buonaparte era, poichè inoltrandosi verso Vienna aveva bisogno di tutte le sue forze, che Massena, occupati prima Feltre e Belluno sulla Piave, s'impadronisse del passo della Chiusa, e giunto per tal via nella superior valle del Tagliamento viaggiasse per Ponteba e Tarvisio alla volta di Villaco. Nè ciò bastando al suo disegno, aveva ordinato a Joubert, che ove si fosse fatto padrone di Bolzano e di Brissio, non istesse più a camminare oltre alla volta d'Inspruck, ma che anzi, vinti i Tedeschi, e voltandosi a destra marciasse per Bruneca, e Toblaco a Linzo sulle rive della Drava, e per tal modo accostasse le sue genti a Villaco ed a Clagenfurt. Per tale guisa, rotta tutta la fronte degli Austriaci, ed adunate tutte le sue genti sulla strada maestra per a Vienna, sperava, che trala forza ed il tenore, gli sarebbe venuto fatto o di costringere alla pace l'imperatore, o di conquistare la metropoli dell'Austria. Dava nuovo incentivo a questi pensieri il sapere, che una parte forte in Vienna, fino negl'imperiali consigli, inclinava alla pace, la quale parte più efficacemente operando, quando più fosse imminente il pericolo, avrebbe fatto che l'opinione sua restasse superiore. Questa parte era ajutata dai ministri di Spagna e di Napoli, che speravano, per mezzo della pace coll'imperatore, veder vantaggiata la condizione dei sovrani loro. Mescolavansi in questo maneggio donne di alto legnaggio, alle quali piaceva o l'ambizione d'intromettersi nelle faccende di stato, o le parole di libertà, o la gloria di Buonaparte. Tutti questi umori e diligentemente saputi, e studiosamente nutriti dai repubblicani, erano i fondamenti principali a cui si appoggiavano le speranze del direttorio, quando mandava Clarke a trattare gli accordi in Italia. A loro si opponeva per la rettitudine dell'animo suo l'imperator Francesco. Opponevasi ancora, e molto gagliardamente Thugut ministro, o che inclinasse alla parte d'Inghilterra, come pubblicavano i repubblicani, o che credesse, come è più verisimile, che la pace fosse più pericolosa della guerra. Per cagione di questo era Thugut divenuto segno di ogni più vile ingiuria nelle gazzette repubblicane di Francia; nè Buonaparte si ristava, solito a vituperare chi meglio serviva alla patria, che a lui. Mandava anche bandi agli Ungari, affinchè si ribellassero contro la casa d'Austria, e si vendicassero in libertà. Così mescolandole seduzioni alle armi, e le armi alle seduzioni, e niuna cosa santa ed inviolata avendo, s'incamminava a sconvolgere la monarchia d'Austria, e il mondo.
Animava i suoi soldati per fargli star saldi alle nuove pruove: badassero, diceva, che già avevano vinto quattordici campali battaglie, settanta minori, preso più di cento mila prigionieri, conquistato cinquecento cannoni leggieri, due mila grossi, piatte per quattro ponti, si ricordassero, avere senza spesa del pubblico vissuto un anno, mandato trenta milioni all'erario; per loro avere il museo di Parigi acquistato quanto di più bello aveva penato trenta secoli l'antica e la moderna Italia a produrre; le più belle contrade d'Europa essere in potestà della repubblica; a loro obbligate della libertà la Lombarda, e la Cispadana repubbliche; vedere per la prima volta l'Adriatico le Francesi insegne; là oltre, e poco distante mostrarsi la Macedonia antica; il re di Sardegna e di Napoli, il papa, il duca di Parma, abbandonata la lega, avere ricerco l'amicizia della repubblica; gl'Inglesi cacciati da Livorno, da Genova, da Corsica essere testimonj del loro valore; molto essersi per loro fatto, molto ancora restare a farsi; meritassero l'affezione della patria confidente nel loro coraggio; solo fra tanti nemici stare in piè ed in armi l'imperatore, l'imperatore postosi agli stipendi dei mercanti di Londra, dei perfidi isolani d'Inghilterra, che non tocchi dai mali della guerra, non tocchi dai mali del continente trionfavano; avere voluto il direttorio la pace a condizioni oneste; averle rifiutatela venduta Vienna: gissero adunque, esortava, la pace cercando nel cuore stesso degli stati ereditari d'Austria; vedrebbero popoli valorosi fatti infelici dalla guerra col Turco, fatti infelici dalla guerra con la repubblica; vedrebbero popoli sdegnati contro ministri corrotti dall'oro d'Inghilterra; la religione onorassero, i costumi rispettassero, le proprietà proteggessero, alla prode nazione Ungara la libertà recassero; la casa d'Austria venuta in odio ai popoli pei violati privilegi, sforzassero a quella pace, ch'essi stessi volessero, e la riducessero, a quella condizione di seconda potenza, a cui già si era da se medesima abbassata pei ricevuti salari d'Inghilterra. Voci molto incitatrici erano queste agli animi di soldati valorosi, vincitori, e che non conoscendo qual fosse in tanta contesa il dritto, il giusto, e l'onesto, non altro suono conoscevano, che quello delle armi.
Dalla parte dell'Austria, che mal volentieri si disponeva a lasciare del tutto le cose d'Italia abbandonate, le faccende passavano con maggior moderazione, ma non con maggior coraggio, se si guardano le risoluzioni di chi reggeva lo stato; imperciocchè, oltre le reliquie dei soldati vinti, si mandavano alla volta della Carintia, della Carniola, e del Friuli circa trentamila delle genti del Reno, nuove leve si ordinavano negli stati ereditari, la nazione Ungara volonterosamente accorreva in ajuto del sovrano pericolante. Una massa di soldati vecchi e nuovi alloggiava a Salisburgo pronta a correre ai passi dell'Alpi; un campo si ordinava a Neustadt, come antemuralealla capitale dell'impero. Tutto ciò non si faceva senza necessità, perchè grande era la debolezza dell'esercito Italico, nè era l'animo maggiore delle forze; cinque volte vinto aveva perduto l'antico ardimento; le compagnìe sceme, i soldati nuovi non usi all'armi, i vecchi sconfortati dalle sconfitte; nè ordine stabile era fra loro, nè unità di consiglio; perchè mescolate le compagnìe, mescolati i soldati, non era più fra loro abitudine comune, sola madre dell'operare accordato, e della perfetta disciplina. Deboli le fanterìe, ancora più debole la cavallerìa, nervo tanto principale degli eserciti Austriaci, perchè il fiore era perito nella Mantovana guerra. Nè i generali, o gli ufficiali fra di loro s'intendevano, perchè lo sbigottimento dà luogo al voler provvedere alla salute sua ciascuno da se, e perciò il disordine, ed eziandio i rimproveri reciproci, come suole accadere nelle disgrazie, interrompevano l'armonìa. Non ostante in mezzo a tanta depressione d'animi e di fortuna, riconfortava la sbattuta oste il pensiero dello avere a guidatore e capo delle nuove imprese l'arciduca Carlo, principe amatissimo, che recentemente aveva dato segni di non mediocre perizia, e di singolare ardimento nelle guerre d'Alemagna. Nondimeno non potevano gli Austriaci per avere ogni provvedimento debole, perduta Mantova, il fiore della cavallerìa, e tante battaglie, sperare di riconquistare i dominj loro in Italia. Solo si confidavano di arrestare ai passi dell'Alpi verso la Germania i Francesi tanto che, conservato il cuor dell'imperio, potesse Francesco imperatore o difendersi con vantaggio, o convenire con onore.
Alloggiavano nel Trentino, nel paese di Feltre, e nella Marca Trivigiana, distendendo la fronte loro dai monti di Bormio insino alla foce della Piave. Ritirava sul principio di febbraio l'arciduca il grosso sulla sinistra riva del Tagliamento, e lo alloggiava nel Friuli e nella Carintia, lasciando tre schiere sulla fronte descritta. Trovavasi Liptay con una di esse a guardare lo spazio, che corre dalla frontiera dei Grigioni a Salorno, terra posta sulla sinistra dell'Adige sopra al Lavisio, e per tal modo stava a difesa del superiore Tirolo. Spiegava la seconda le sue ordinanze da Salorno a Feltre a traverso i monti che spartono le acque dell'Adige da quelle della Piave. Obbediva questa al freno di Lusignano, ed era pronta a venire al cimento con quei soldati rischievoli di Massena. Finalmente il principe di Hohenzollern con settemila soldati custodiva il paese da Feltre, scendendo per la sinistra della Piave fin dove ella mette in mare. Fermava l'arciduca il suo principal alloggiamento in Udine, capitale del Friuli, perchè sapeva, che il più forte sforzo dell'inimico si doveva indirizzare verso Gorizia.
Dipendevano gli animi degli uomini da espettazione di cose grandi nel vedere due capitani eletti, l'uno negli occhi di tutto il mondo per le guerre d'Italia, l'altro per quelle d'Alemagna, ed entrambi pari d'età, entrambi pari di valore, vicini al venire fra di loro al cimento dell'armi. Ma sebbene l'animo, e la perizia nelle cose di guerra nei due emoli si pareggiassero, non era la medesima la natura in ambidue, nè la stessa ancora la condizione dei tempi e dei luoghi, incui si ritrovavano. Era l'uno audace ed impetuoso, l'altro temperato e prudente; guidava il primo genti vittoriose, il secondo genti quasi tutte vinte; combatteva quegli con l'armi o con le suggestioni, combatteva questi con l'armi e con l'antica fede; aveva il repubblicano l'esercito più grosso, il principe minore; andava con la vittoria di Buonaparte la conservazione dell'impero francese in Italia, andava con la vittoria di Carlo la conservazione della monarchìa d'Austria, e la messa di lui era maggiore di quella dell'avversario. Da un altro lato erano tutto all'intorno, e dietro, più fedeli i popoli al capitano Austriaco, più avversi al Francese, il che faceva le ritirate più sicure al primo che al secondo; e se il ritirarsi era più necessario a quello, era il vincere più necessario a questo. Per la qual cosa altra maniera di guerra doveva seguitare Buonaparte, ed altra Carlo; perchè la vittoria del primo consisteva nella celerità, quella del secondo nell'indugio, ed il non vincere fra breve tempo era per quella parte un perdere, sostenere per qualche tempo la guerra era per questa un vincere. La natura adunque dei tempi conveniva alla natura d'ambi i giovani emoli, e quello che per l'uno e per l'altro era necessità, era anche inclinazione. Per questo elesse Buonaparte di spignersi frettolosamente avanti per condurre alla giornata l'avversario ovunque il trovasse, mentre prese l'arciduca partito di ritirarsi, di farsi forte ai passi, di tagliare i ritorni, di non tentare senza necessità la fortuna del combattere, e di operar per modo sì coi soldati che con le popolazioni, che di altrospazio non fosse il Francese padrone, se non di quello in cui i suoi soldati insistessero. A questa deliberazione era anche costretto dal pensare, che, non essendo ancora giunti tutti, quantunque già fossero in viaggio, i rinforzi che dal Reno, dall'Ungheria, e dagli stati ereditari aspettava, il tirarsi indietro era avvicinarsi ai medesimi, e perciò diventare ogni ora più grosso, mentre a Buonaparte continuamente scemerebbono le forze in proporzione dello avanzarsi, a cagione dei presidj che doveva e nei luoghi aperti e nei chiusi lasciarsi alle spalle, per mantenere le strade sicure verso l'Italia, donde gli venivano i sussidi di soldati e di munizioni. Certamente buon modo di guerra intraprendeva Carlo, e mancò piuttosto l'animo in Vienna, che la prudenza nel difensore.
Il primo a dare il segnale delle nuove battaglie fu il generale di Francia: il dieci marzo si muoveva con la sua destra, e con la mezzana schiera. Era suo primario intendimento di entrar fra mezzo agli Alemanni per modo che l'ala loro destra restasse separata dalle altre. Perciò aveva ordinato, che il principale sforzo in questa prima mossa fosse fatto dalla mezzana, che raunata sulle rive della Piave obbediva a Massena; perchè era evidente, che ove egli fosse riuscito ad impadronirsi della Piave superiore, occupando il paese di Cadore, era interrotta la strada dal Tirolo al Friuli. Conseguito questo intento diveniva più facile a Joubert di cacciarsi avanti gl'imperiali fino all'ultimo varco di Germania, per quindi condursi per la valle del Puster e della Dravaagli ulteriori disegni di Buonaparte. Nè mancava Massena del debito suo: perchè non così tosto si mosse, che gli Austriaci, abbandonata la fronte del Cardevolo, ed i luoghi più bassi, andavano a porsi in sito forte oltre Belluno a fine di propulsare l'inimico, se tentasse d'innoltrarsi nella valle di Cadore. Seguitavagli tostamente il Francese, e quantunque Lusignano con grandissimo valore si difendesse, prevalendo i repubblicani di numero, fu alla fine obbligato, non giovandogli nè l'avere ordinato i suoi in globo per aprirsi il passo alla salute, nè un bravo menar di baionette, a por giù le armi con tutta la sua schiera, e a darsi in potestà del vincitore. Per tal modo meglio di seicento soldati, Lusignano con loro, vennero in poter dei Francesi; ma fu maggiore il numero degli Austriaci uccisi in quell'ostinato conflitto. Al tempo medesimo Serrurier e Guyeux varcavano la Piave a Vidoro e ad Ospidaletto, ed occupato Conegliano e Sacile si avvicinavano al Tagliamento. Aveva l'arciduca munito la sponda sinistra di questo, piuttosto impetuoso torrente che giusto fiume, di trincee con averle afforzate con artiglierie. Stanziavano anche numerose torme di cavalleggieri pronte a ributtare l'inimico, ove passasse. Ma queste erano meglio dimostrazioni per ritardare, che per arrestare l'inimico, perchè le acque del Tagliamento, non ancora sciolte le nevi sui monti, si potevano guadare in molti luoghi. Per la qual cosa i Francesi, schivando i passi muniti, riuscivano facilmente sulla sinistra. Fuvvi qualche incontro di cavallerìa assai brava, ma i fanti Tedeschi fecero sperienzadi poca virtù, quando la cavallerìa dei repubblicani, varcato il fiume, gli ebbe assaltati. Al contrario i primi fanti francesi che avevano passato, percossi vigorosamente dalla cavallerìa tedesca, avevano contrastato con molta forza. Fu poco notabile in questo fatto la perdita dei repubblicani. Mancarono degl'imperiali meglio di seicento soldati tra uccisi e prigionieri: s'aggiunsero alle conquiste dei vincitori sei cannoni. Venne prigione in mano loro il generale Schultz.
Passato il Tagliamento, ed assicurato Buonaparte sulla sinistra per la vittoria di Massena, che già da Cadore, valicando dai fonti della Piave a quei del Tagliamento, si accostava con presti alloggiamenti alla Ponteba, si stendeva per tutto il Friuli, cacciandosi avanti verso il Lisonzo le armi Austriache, che debolmente combattendo facilmente gli cedevano del campo. Già le fortezze di Palmanova e di Gradisca, e già Gorizia erano in poter suo venute. Quindi allargandosi a destra s'impadroniva di Trieste abbandonato da' suoi difensori, e fatta una subita correrìa sopra Idria, faceva sue quelle ricche miniere d'argento vivo, bottino ricchissimo, ma non tanto quanto portò la fama. Verso sinistra, procedendo altresì molto risolutamente, prendeva Cividale e s'incamminava a Chiavoretto, perchè voleva consuonare con Massena nel carico, che questi aveva d'impossessarsi del passo importante della Ponteba. Grande era questo suo pensiero; conciossiacchè se Massena guadagnava il passo della Ponteba, poi quello di Tarvisio, che gli succede, gli sarebbe venuto fatto di spuntare il fianco destro dell'arciduca,di separarlo da Kerpen, e da Laudon, d'impedire i rinforzi, che dal Reno gli pervenivano, e forse ancora di giungere a Clagenfurt sulla strada per a Vienna innanzi che il generalissimo Austriaco vi arrivasse. Con ciò conseguiva anche l'altro intento di assicurarsi la congiunzione delle genti di Joubert, che per la valle della Drava dovevano venire dal Tirolo. Parte di questi pensieri recava ad effetto, e parte no, perchè gli venne interrotta dalla celerità e dalla prudenza dell'avversario.
Ma prima che raccontiamo le importanti fazioni che ne seguirono, necessaria cosa è il descrivere, come le cose passassero tra Joubert da un canto, e Liptay, Kerpen e Laudon dall'altro nel Tirolo. Come prima ebbe avviso Joubert dei prosperi fatti accaduti nel Friuli, si metteva all'ordine per eseguir le imprese, che alla fede, ed al valor suo aveva Buonaparte raccomandate. Varcava il Lavisio il dì venti di marzo, non ostante che i cacciatori Tirolesi posti ai passi, con ispessi tiri ogni opera facessero per impedirlo: urtava Kerpen, che aveva un forte campo sulle alture di Cembra, tentando di accerchiarlo a sinistra per Cavriana. Al tempo stesso per la strada di Bolzano, e a destra marciavano Delmas, e Baraguey d'Hilliers. Fu valida, ma non lunga la difesa, pel timore che ebbe Kerpen di essere circuito sulla destra della sua fronte, però con celeri passi si ritirava a San Michele, donde gagliardamente anche combattuto dai Francesi viemmaggiormente indietreggiando, andava a porsi più sopra a Bolzano. Grave danno patirono in tutti questi fattigli Austriaci, avendo perduto tra uccisi, feriti e prigioni circa tre mila soldati. Entravano successivamente, benchè non senza nuove battaglie e molto sangue, i Francesi in Salorno, in Peza, ed in Newmarket. La ritirata tanto presta di Kerpen poneva in grave pericolo Laudon, che alloggiava sulla destra dell'Adige, perciocchè le raccontate fazioni accadevano sulla sinistra. Nè i Francesi trasandavano la occasione; anzi, varcato il fiume ai ponti di Salorno e di Newmarket, assalivano Laudon nel suo campo di Tranen, e lo rompevano con uccisione di molti, e con circa novecento prigioni, e parecchie artiglierìe prese. Dopo questa rotta, che faceva impossibile a Laudon di ricongiungersi con Kerpen, non ebbe altro rimedio, che di cercar ricovero nelle parti superiori della valle di Merano. Quivi stette aspettando, che la fortuna gli offerisse nuova occasione di risorgere.
Seguitavano i Francesi il corso della fortuna vincitrice, ed urtato Kerpen che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevano sloggiato e percosso di modo, che abbandonato anche Brissio, pensava a ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile, e posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove si spartono le acque dell'Adige e dell'OEno, ultima difesa d'Alemagna contro chi viene dalle terre d'Italia. I Francesi lo assaltavano audacemente in quel fortissimo alloggiamento; fu dura e sanguinosa la battaglia; furono costretti a tornarsene indietro, o che l'intoppo fosse troppo forte, o, come pare più probabile,che l'intento loro fosse solamente di assicurarsi, non di passare, perchè era pericoloso a Joubert di condursi sino ad Inspruck, e non conveniente ai disegni di Buonaparte, che voleva vicina a se, e non lontana, nè separata da alte e disagevoli montagne quella schiera. Adunque Joubert si fermava a Brissio, dove poteva a suo grado o stare osservando le cose del Tirolo, o marciare per Bruneca e Toblaco a Linzo, e di là fino a Villaco per trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna, che quello, che era elezione per lui, diventasse necessità.
Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, gli chiamava Kerpen: secondava con ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio di grande autorità, e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro: nè il sesso, nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi, e donne, e fanciulli, dato di mano alle armi, che il caso od il furore parava loro davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate sedi loro. Nè la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed impetuosi torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gl'impedivano. Passava tant'oltre quest'improvviso tumulto, che sul principiar di aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi e di grida guerriere, meglio di venti mila combattenti erano in pronto contro quella gente venuta da lontani paesi per conquistargli. Intanto i generali Tedeschi, che sapevano, che le moltitudinidisordinate sono piuttosto preda, che danno ad un nemico bene ordinato, avevano distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultuante, e mescolatovi, per dar polso e regola, alcuni drappelli di regolari. Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa avanti, a' fianchi, e addietro sospetta e pericolosa.
Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati anche da qualche battaglione di regolari venuti dall'esercito Renano, si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani. Con questo pensiero Laudon, che aveva spogliato d'abitatori la valle di Merano, ed ordinatigli sotto le insegne, calava minacciosamente da quei luoghi alti e dirupati, ed andava a battere a mezza strada tra Brissio e Bolzano, col fine di tagliar il ritorno ai Francesi alle parti disottane dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le vanguardie Francesi, le faceva piegare, e s'impadroniva di Bolzano. Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive dell'Adige per congiungersi con Kerpen, e per istringere vieppiù Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Francesi più in su, quanto più s'avvicinava Laudon: già Brissio medesimopericolava. Nè se ne stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo modo a Joubert accerchiato da tre parti, a tramontana da Kerpen, a ostro ed a ponente da Laudon, non rimaneva più altro scampo, che a levante per la valle del Puster, poscia per quella della Drava sino a Villaco. Partitosi da Brissio il dì cinque aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen, che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisaco, arrivava il giorno otto a salvamento a Linzo, dove trovava alcuni squadroni di cavalleria, che il generalissimo, geloso di quel passo, aveva mandati ad incontrarlo. Poscia marciando sollecitamente in giù per le rive della Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando all'ingiù dall'Adige i Francesi, entrava vittorioso in Trento e Roveredo. S'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva. Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi Tedesche nella pianura frapposta fra l'Adige e il Mincio, partoriva effetti importanti, e ne avrebbe partorito degli estremi, se l'imperatore Francesco avesse mostrato, in quest'ultima fine, maggiore costanza, ed il senato Veneziano maggiore ardimento.
La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di Massena ad un evento terminativo,per quanto spetta alla difesa degli stati ereditari d'Austria. Già si è da noi notato, di quanta importanza fosse il passo della Ponteba. Per questo aveva comandato l'arciduca a Ocskay, che lo custodiva, ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva in pensiero di sopraccorrere improvvisamente con forze superiori contro Massena, e di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il quale intento, se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe fatto a Buonaparte quello, che Buonaparte voleva fare a lui, cioè separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo, che erano la sua sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a Tarvisio per a Ponteba; gli seguitava di pari passo, conducendo con se le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicuro della vittoria; ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato indietro fino a Tarvisio; che anzi velocemente seguitato dal nemico, aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai rimedi: comandava a Ocskay, che tornasse incontanente, e cacciasse i repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchèOcskay, troppo accelerando il cammino, già era arrivato a Wurtzen, terra troppo più lontana che abbisognasse, perché ei potesse giungere a tempo alla fazione. Non si perdeva d'animo per tanto sinistro l'arciduca, e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar col valore quello, che la timidità aveva perduto. A questo fine ordinava a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare, e restituissero ad ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio, cacciavane i repubblicani, e perseguitandogli, gli respingeva sin oltre al villaggio di Salfnitz, e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse ritardato dai luoghi aspri, o dagl'impedimenti delle artiglierìe che voleva condurre con se, non potè arrivare a tempo alla fazione, per modo che il seguente giorno, che fu ai ventitre di marzo, Massena, raccolti ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil rimasto solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente, nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso, e fece in questa battaglia le veci non meno di esperto capitano, che di animoso soldato, ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione,che rotto ancora fosse poco dopo Bajalitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso, rivoltatosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte le armi, si arrendeva. Quattro generali, quattromila soldati, venticinque cannoni, quattrocento carri carichi di bagaglie e di munizioni furono i cospicui segni delle vittorie di Tarvisio e di Raibel. Tali furono i risultamenti della mal difesa Ponteba, e per aver il nemico preso il vantaggio dei passi, restò vana la fatica ed il desiderio dell'arciduca.
Perduta la speranza d'offendere, pensava il generale dell'Austria ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve di Croazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungherìa di ordinarsi, ed al campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale Seckendorf sulla strada di Lubiana, città chiamata con vocabolo tedesco Laybach, acciocchè intendesse alla difesa della Carniola, e delle rive della Sava; quest'era l'ala sua sinistra. Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di Reuss col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti aSan Vito, e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre principali aditi, per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'all'intorno, avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua audacia del volersi internare negli stati ereditari. Ma il capitano di Francia, che voleva pure che le sue armi rumoreggiassero in Alemagna, parte per amore di gloria, parte per isperanza, che chi parteggiava per la pace a Vienna, si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lobiana e Clagenfurt. Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte, perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire l'impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la facilità dei passi.
La guerra d'Italia, che prima era piccola parte dei disegni Francesi, era divenuta, per tanto segnalate e tanto efficaci vittorie, parte principalissima; ed inaspettatamente il far forza all'imperatore, che si sperava pel direttorio dall'Alemagna, sorse dall'Italia; opera certamente, che il direttorio medesimo, nè nissun governo, nè niuna persona al mondo, se non forse Buonaparte avrebbe potuto non che credere, immaginare,quando poco più di un anno avanti si combatteva nella riviera di Ponente sotto l'umile scoglio di Borghetto. Ma per gli Austriaci combatteva solamente il valore, pei Francesi l'impeto, pei primi un voler guadagnar i paesi a palmo a palmo, pei secondi un conquistargli a dirittura, per quelli un guerreggiare pesato, per questi un guerreggiare audacissimo, per gl'imperiali uno spandere l'esercito per voler esser dappertutto, pei repubblicani un serrarsi in un luogo solo per poter irrumpere grossi ed avventati. Si aggiunge, che gli Austriaci non andavano alle fazioni se non provvisti di tutto punto, mentre i Francesi vi andavano sprovvisti di ogni cosa, purchè quelle armi avessero che con se portano i soldati: ciò faceva le mosse degli Austriaci tarde, quelle dei Francesi preste. Molto ancora nocque ai capitani d'Alemagna l'essere, secondo il solito, abborrenti dallo spendere per aver le spie; nel che Buonaparte non guardava a quello che si spendesse. Nè gran momento in questo non recò il procedere independente di Buonaparte, perchè faceva da se, e poco si curava dei disegni e dei comandamenti del direttorio, mentre i capitani Austriaci erano astretti ai disegni ed agli ordini del consiglio di Vienna, lento al deliberare, geloso dell'esecuzione: quindi per questi molte buone occasioni, che la fortuna parava loro davanti, di vincere, si perdevano, mentre il capitano Francese, che si stimava padrone di fare ciò che voleva, non ne trasandava nissuna. Finalmente la celerità sua, veramente mirabile, fu cagione principalissima delle sue vittorie, e bene si può dire con l'esempio diBuonaparte; che se il mondo è di chi se lo piglia, molto ancora più le vittorie sono di chi se le piglia. Errò egli qualche volta, ma compensò con l'audacia il suo errare: errarono ancor essi i capitani Tedeschi, e si sgomentarono al loro errare. Quindi ebbe Buonaparte maggiore probabilità di vincere, perchè non solo vinceva quando operava bene, ma anche quando operava male, e l'audacia sua, congiunta con un'astuzia e con una perizia straordinaria, il fecero, per la guerra offensiva, il più compiuto capitano che sia stato mai.
Giunto a Clagenfurt, ed avuto avviso per modo segreto, che i partigiani della pace a Vienna facevano efficace opera per venire ai fini loro, pensava di usare il terrore impresso, perchè la parte loro prevalesse nelle consulte dell'imperatore. A questa deliberazione fu anche indotto dal sospetto di quello che potesse accadere alle sue spalle; perchè, sebbene il senato Veneziano fosse debole, erano i popoli della terraferma gagliardi per lo sdegno concetto alle conculcazioni fatte dai repubblicani, e minacciavano di far novità contro di loro. Al che erano anche incitati dalle rivoluzioni di Bergamo e di Brescia accadute per instigazioni segrete e palesi dei Francesi, e dei loro partigiani. Da un altro lato, aveva Buonaparte sentito i primi romori di Kerpen e di Laudon nel Tirolo; e già la Croazia minacciava Trieste. Nè non gl'importava il simulare il desiderio della pace; perciocchè, se la pace seguiva a modo suo, otteneva l'intento, se non seguiva, sarebbe paruta la guerra opera dell'ostinazione altrui. Scrivevaadunque il dì trentuno marzo all'arciduca, l'Europa sanguinosa desiderar la pace, desiderarla, ed averne fatto dimostrazione il direttorio: solo l'Austria stare armata sul continente per combattere; instigarla l'Inghilterra; dover forse continuar ad uccidersi scambievolmente Francesi ed Austriaci, perchè si facesse il piacer di una nazione non tocca dalle disgrazie della guerra? «Voi foste, diceva all'arciduca, il salvatore dell'Alemagna, siate anche il benefattore dell'umanità: anche vincendo, non potrete fare che non ne sia lacerata l'Alemagna: se questa mia proposta fosse per divenir cagione, che la vita di un uomo solo si salvasse, bene sarei io più contento della meritata corona civica, che della fama acquistata in ulteriori vittorie».
Rispondeva l'arciduca, fare la guerra per debito, desiderare la pace per inclinazione; a nissuno più che a lui star a cuore la felicità dei popoli, ma non aver mandato per trattare intorno ad una faccenda di tanta importanza, ed a se non competente; aspetterebbe i comandamenti del suo signore. Data la risposta, mandava gli avvisi a Vienna, già molto turbata per l'avvicinarsi del nemico.
Buonaparte intanto si faceva con prestezza avanti, sperando di far certo con la vittoria quello, che tuttavia era incerto. Ma l'arciduca, che si era messo al fermo del voler temporeggiare, fuggendo la necessità del combattere, si tirava indietro, solo ritardando con grosse fazioni del retroguardo il perseguitar del nemico. Ritraevasi da San Vito, da Fraisach, da Newmarket: ritraevasiancora da Unzmarket sulla Mura, e da Judenburgo. Occupava Buonaparte i luoghi abbandonati, e si vedeva avanti le acque, che dall'estrema falda dei Norici monti se ne corrono per la diritta nel Danubio; già le mura dell'antica ed invita Vienna erano vicine a mostrarsi a' suoi soldati vincitori; caso veramente di tanta maraviglia, che da molti secoli addietro non era accaduto l'uguale.
Ma già a Vienna più aveva potuto il timore che la prudenza, ancorchè la condizione di Buonaparte fosse diventata pericolosa per la subita comparsa di Laudon nella campagna di Brescia, per l'arrivo di un colonnello Casimiro a Trieste mandatovi dall'arciduca, e per essere sul mezzo della fronte l'arciduca medesimo grosso e rannodato, e con tutte le popolazioni all'intorno, che dimostravano animo stabile nella divozione verso l'antico signore. Arrivavano all'alloggiamento di Judenburgo i generali Belegarde e Meerfelt con mandato di sospendere le offese, e di comporre le differenze. Uditi benignamente dal generale di Francia, si accordarono, il giorno sette aprile, che si sospendessero da ambe le parti le offese per sei giorni. Poi, scoprendosi sempre più inclinato Buonaparte a volere condizioni vantaggiose per l'Austria con offerire compensi nei territorj Veneti alla perdita dei Paesi Bassi e del Milanese, fu prolungata la tregua insino a che fossero accordati i preliminari di pace, che secondo il corso di quei negoziati, si vedevano non lontani. Infatti, essendosi dato perfezione a tutte le pratiche, si venne fra i plenipotenziari rispettivi alla conclusione dei preliminari nella terra di Leobenil dì diciotto del medesimo mese. Alcuni dei capitoli furono palesi, altri segreti. Fra i primi contenevasi, cedesse l'imperatore alla Francia i Paesi Bassi, riconoscesse le frontiere della repubblica, quali le avevano le leggi Francesi definite, consentisse alla creazione di una repubblica in Lombardia. Stipulavano i segreti, desse la Francia in poter dell'imperatore l'Istria, la Dalmazia, il Bresciano, il Bergamasco, parte del Veronese. A questo fine appunto, e per compir questa fraude, aveva Clarke già molto avanti esortato l'imperatore ad occupare coll'armi l'Istria e la Dalmazia, ed aveva Buonaparte, pure molto prima, fatto rivoltar contro il senato Bergamo, Brescia, e le Veronesi terre: promettevano peraltro i preliminari, che la repubblica di Venezia si compenserebbe con le legazioni; il che significava, che si destinavano, senza saputa e senza consenso del senato Veneziano, ad altra potenza i suoi dominj, e che gli si offerivano compensi, prima che si sapesse se a lui erano o convenienti od onorevoli; perchè in questo, non solo si spogliava Venezia de' suoi stati, ma le si voleva dar compenso con ispogliar di altri stati una potenza con lei congiunta di amicizia: ed è anche da considerarsi in queste rivolture schifose lo strazio, e lo scherno, che si faceva di quella repubblica Cispadana, che appena nata già si voleva ridurre sotto la sferza di un governo aristocratico, come dicevano, e tirannico, che era una faccenda grave in quei tempi. Ma essendosi stipulato nei preliminari, che Mantova si restituisse all'imperatore, il direttorio non volle consentire questa condizione,certamente gravissima in se stessa, e per gli effetti che portava con se; conciossiachè il lasciare un sì forte nido all'Austria in Italia era un fare perpetuamente incerta la repubblica Lombarda, o Transpadana, che la vogliam nominare, ancora tanto tenera in quei primi principj, ed un necessitare la presenza continua di un grosso esercito Francese nell'Italia settentrionale. Rendevansi anche per la medesima cagione incerte tutte le mutazioni di stato, che in Italia avevano fatto i Francesi, e questi stati nuovi, ad una prima presa d'armi, ad un primo romore, ad un primo sospetto, ad una prima sollevazione d'animi, sarebbero iti tutti sossopra, nè mai avrebbero potuto por radice, per quel segnale importuno dell'Austria vicina e forte. Il rifiuto del direttorio fe' sorgere nuovi negoziati, pei quali finalmente fu consentita Mantova alla repubblica Transpadana, ma nacque al tempo stesso la necessità di ricompensare quella piazza all'imperatore col restante dello stato Veneto, colla città stessa di Venezia, e colla distruzione totale dell'antico governo Veneziano. Assunse l'opera barbara e frodolenta il direttorio; s'addossò Buonaparte il carico di mandarla ad effetto, ambi sperando di colorire il tradimento ordito contro i Veneziani con fingere tradimenti orditi dai Veneziani contro di loro.
Già abbiamo in un precedente libro raccontato, che Bergamo era stato occupato da Buonaparte, come istrumento potente a volgere a sua divozione l'animo dei popoli della terraferma Veneta. Fu del tutto violento il modo, e contrario a tutti gli usi della neutralità. Entrarono i repubblicaniin Bergamo, Baraguey d'Hilliers gli guidava, con cannoni ordinati a modo di guerra, con le micce accese, s'impadronirono delle porte, recaronsi in mano le artiglierìe Veneziane, intimarono al podestà Ottolini, facesse sgombrar dalla terra tutte le truppe Venete; se nol facesse, userebbero la forza. In tale guisa s'insignorirono di Bergamo coloro, che accusavano Venezia della violata neutralità. Ma questo non era che il principio, ed il fondamento delle trame che si ordivano. Erasi per opera di Buonaparte creata in Milano una congregazione segreta, nella quale entravano in gran numero i repubblicani Italiani, ed il cui fine era di operare rivoluzioni nel paese Veneziano. Alcuni Francesi vi erano mescolati, che intendevano ai medesimi fini. Tra questi un Landrieux, capo dello stato maggiore di cavallerìa, era stato eletto dalla congregazione, qual operator principale a turbare le cose Venete. Ma egli, o che avesse per onestà di natura realmente in odio quest'opere pestifere, o che per motivo meno sincero, come ne lo sospettò Buonaparte, avesse occulto intendimento con gl'inquisitori di stato di Venezia, fe' sapere o per mezzo loro, o immediatamente ad Ottolini, che, ove una persona fidata a Milano mandasse per conferir con lui, le svelerebbe cose, che massimamente importavano alla salute della repubblica Veneziana. Mandava il segretario Stefani: trovava in Milano un avvocato Serpieri Romano, trovava Landrieux, alloggiavanlo segretamente in casa Albani: affermava Landrieux a Stefani, essere onest'uomo, per questo avere inabbominio le rivoluzioni, già averne impedito una in Ispagna, volere impedire quella dello stato Veneto; a ciò muoverlo l'onore della nazione Francese calpestato da Buonaparte, dal direttorio, dai consigli, orrida tutta, come diceva, e facinorosa gente; muoverlo ancora i benefizj fatti dalla repubblica Veneziana all'esercito di Francia, muoverlo l'umanità, muoverlo il desiderio della pace: avere fra un mese ad esser pace con l'Austria, se fosse impedita la rivoluzione degli stati Veneti; nel caso contrario non esservi più modo di conciliazione, non aver più freno l'ambizione di Buonaparte; abbracciare nell'ambizione sua la sovranità d'Italia. Soggiungeva poscia, che la rivoluzione dello stato Veneto era opera della congregazione segreta di Milano, alla quale partecipavano principalmente Porro Milanese, Lecchi, Gambara, Beccalosi da Brescia, Alessandri, Caleppio, Adelasio da Bergamo; dovere lui stesso, Landrieux, essere l'operator principale della rivoluzione, sapere i nomi, le forze, le macchinazioni dei congiurati, dovere aver principio la rivoluzione in Brescia, poi dilatarsi in Bergamo ed in Crema; uomini apposta, seminatori di denaro di ribellione, essere sparsi fra i contadini delle valli, matura non essere ancora la trama, avere ad essere fra otto o dieci giorni: erano i nove di marzo. Trattenessesi, esortava, in Milano Stefani, svelasse il tutto per un procaccio fidato a Battaglia, provveditore straordinario di Brescia; perchè, affermava, impedita la rivoluzione in Brescia, s'impedirebbe anche negli altri luoghi; intanto non si facessero carcerazioni di persone,perchè per questo si ritarderebbe, non s'impedirebbe l'esito della congiura: sapere il giorno dell'unione di tutti i congiurati, ne avvertirebbe egli, acciocchè tutti ad un tratto potessero arrestarsi, e così intieramente si renderebbe vana la diabolica cospirazione. Protestatosi dallo Stefani, volersene tornare a Bergamo, rispondeva Landrieux, non convenirsi, bensì andare a Brescia. Toccatasi dal Veneziano la gratitudine della repubblica rispondeva il Francese, premio non desiderare per allora, doversi il suo nome tenere segreto, finchè l'esercito fosse ridotto sulle Alpi per restituirsi in Francia; se Venezia allora si ricordasse di Landrieux, ciò gli sarebbe a grado. Trovava modo Stefani di tornare a Bergamo; ebbe raccontato il fatto ad Ottolini. Scriveva il podestà prestamente al provveditore straordinario Battaglia. Ma i congiurati, forse per aver avuto sentore, o lingua degli avvisi dati da Landrieux, furono più presti a fare, che Ottolini e Battaglia ad impedire.
Era la mattina dei dodici marzo, quando un moto insolito si manifestava in Bergamo, i congiurati chiamavano il popolo a libertà; predicavano, ajutare i Francesi l'impresa; divisi in varie squadre giravano per la città; fermavansi tratto tratto ai capi delle strade, poi di nuovo marciavano; guardie Francesi raddoppiate alle porte, cannoni condotti dal castello in piazza, due rivolti al palazzo; interrogato il comandante Francese dal podestà, che cosa volesse significar questo, accusava pattuglie insolite di soldati Veneziani e della sbirraglia. Erano in Bergamo duecompagnìe di cavallerìa Croata, due di fanti d'oltremare, tre d'Italiani, forse con tutto questo trenta sbirri; non montavano fra tutti a quattrocento: i Francesi quattro mila, se non mentivano le polizze, perchè per altrettanti forniva i viveri la provincia. Di quei pochi, col castello in mano, con tutte le artiglierie in suo potere temeva il comandante. Insomma nasceva il romore, atterriti gli amatori dello stato vecchio, imbaldanziti gli amatori del nuovo. Lefevre, comandante per Francia, fatti chiamare a se i deputati alle provvisioni, intimava loro, avessero a sottoscrivere il voto per la libertà, ed unione del Bergamasco alla repubblica Cispadana: se nol facessero, ne anderebbe la vita. In questo mezzo due uffiziali repubblicani, l'Hermite e Boussion, presiedevano ai voti per la libertà, ed unione alla Cispadana. Sottoscrivevano, alcuni per amore, molti per forza. Era un andare e venire, una confusione, un trambusto incredibile. Scendeva la notte intanto, e rendeva più terribile l'aspetto delle cose. In questo mentre si creava il municipio; toglievano i repubblicani lo stendardo Veneto, che ancora sventolava sulle mura del castello. Era ancor libero Ottolini, instava presso a Lefevre comandante, della santità dei neutri ammonendolo. Ma Lefevre, deposta in tutto la visiera, faceva udire questo suono, che il popolo di Bergamo era libero, che per questo egli aveva fatto torre lo stendardo Veneto, ostacolo alla libertà; che le intraprese lettere del podestà (quest'erano le lettere con le quali Ottolini mandava agl'inquisitori di stato la nota dei congiurati, e cheerano state intercette ed aperte da Lefevre) gli servivano di regola; che però egli, Ottolini, avesse a sgombrar tosto da Bergamo; quando no, il manderebbe carcerato a Milano. Cacciare dalla propria sede sotto pena di esilio e di carcere un rappresentante pubblico di un governo, è oltraggio tale, che niun altro può esser maggiore, e solo avrebbe bastato, non solamente a giustificare, ma ancora a necessitare qualunque presa d'armi, ed anzi una formale dichiarazione di guerra da parte del senato Veneziano contro la Francia, se questa non satisfacesse, come effettivamente non satisfece. Mentre il comandante minacciava Ottolini, sopraggiungevano l'Hermite e Boussion, e con loro i conti Pesenti ed Alborghetti, in divisa e nappa Francese. Di bel nuovo intimavano ad Ottolini, partisse subito, o sarebbe mandato a Milano. Partiva il podestà alla volta di Brescia, lasciando Bergamo in poter dei novatori, i soldati Veneti, prima disarmati, poi mandati a Brescia.
Il nuovo magistrato municipale mandava fuori un manifesto per informare, come diceva, il popolo sovrano, che i municipali erano entrati in ufficio. Scriveva quindi il giorno medesimo in nome del popolo sovrano di Bergamo alla repubblica Cispadana, avere Bergamo conquistato la libertà, desiderare collegarla con quella della Cispadana; l'accettassero in amicizia, dessergli quella del popolo Cispadano. «Viviamo, continuavano, combattiamo, e moriamo, se fia d'uopo, per la causa medesima: al medesimo modo debbono vivere i popoli liberi: viviamoadunque uniti per sempre voi, Francesi, e noi».
Pubblicavansi frequenti scritti, parte serj, parte faceti, parte schernevoli sul lione di San Marco, sui piombi di Venezia, sugl'inquisitori di stato, sulla tirannide d'Ottolini, sull'aristocrazia, sull'oligarchia, e simili altre parole greche; strana occupazione di menti del condannare in altri ciò che era in se, perchè dei piombi, e degl'inquisitori si può domandare, che altra cosa fossero i ministri di polizia del direttorio e di Buonaparte, se non inquisitori di stato, e se non abbiano fatto arrestare, e tener prigione senza processo più gente in quindici anni, che gl'inquisitori di Venezia in tre secoli. Si può anche domandare, se i castelli di Vincenna, di Ham, e di Pietra Castello non fossero piombi, e se il comandante di Milano non esercitasse maggior tirannide contro coloro che non amavano lo stato nuovo, che Ottolini contro quei che non amavano il vecchio. Quanto all'aristocrazia ed all'oligarchia, gli uomini dritti, e che non si lascian prendere alle grida, sapranno ben essi con qual nome chiamare uno stato, come quello era di queste estemporanee repubbliche Italiane, in cui un comandante militare comandava a pochi gridatori di libertà, questi pochi molestavano con ischerni, con tasse, con prigionie, e con esilj l'universale dei popoli. Io temo che da tutto questo chi mi legge creda, ch'io non sia amico della libertà; ma queste cose io dico appunto, perchè sono; imperciocchè il peggior male che si sia fatto alla libertà, è l'aver chiamato col suo nome la tirannide. Trovomiin questo concorde col generoso Parini:ed ancor io, diceva egli,amo la libertà, ma non la libertà fescennina.
Intanto i novatori, non essendo senza sospetto sugli abitatori delle campagne, mandavano uomini fidati a predicare la libertà, rizzavano alberi, creavano municipali, gridavano contro l'aristocrazia: i popoli aombravano, non sapendo che cosa queste strane fogge si volessero significare. Non si muovevano in favor dello stato nuovo, perchè non l'intendevano, e non vedevano qual bene avesse in se: neppur si muovevano in favor del vecchio, perchè il caso improvviso di Bergamo gli aveva fatti attoniti e temevano i Francesi che vi erano mescolati. Arrivavano poscia Cispadani, Transpadani, Polacchi, ogni sorte di patriotti, e facevano un predicare, uno scrivere, un festeggiare incredibile.
Quivi non si rimanevano le disgrazie della repubblica veneziana. Rivoltato Bergamo, volevano far mutazione in Brescia per vieppiù stabilire nella divozione altrui quelle provincie. Non aveva omesso Ottolini, quando ancora era in ufficio, d'informare il provveditore straordinario Battaglia della trama che si macchinava contro di questa città e gli aveva mandato il nome dei congiurati, dei quali non si era punto ingannato, consigliandolo ad aspettare che tutti fossero uniti, il che doveva accadere, secondo gli avvisi di Landrieux, il ventuno del mese, e ad arrestargli, e ad uccidergli. Inoltre il rappresentante Veneto a Milano Vincenti scriveva continuamente al provveditore straordinario, stesse avvertito, perchè la congiura eravicina ad aver effetto; si armasse, non si fidasse del comandante Francese del castello di Brescia, perchè s'intendeva coi congiurati. Tutte queste cose turbavano l'animo del provveditore, e lo tenevano sospeso, perchè l'uccidere i congiurati non gli pareva sicuro in tanta contaminazione di spiriti, massimamente pensando ch'essi appartenevano alle più principali famiglie di Brescia. Da un'altra parte il far venire soldati da Verona gli pareva dar troppo sospetto, temendo dei Francesi; nè anco quei soldati potevano esser molti. Ristringeva in Brescia le squadre di cavallerìa sparse nel contado; ma erano poche genti. Chiamava a se i Lecchi, i Gambara, i Fenaroli, e gli altri amatori di novità, e gli accarezzava, ma senza frutto. Non sapeva a qual partito appigliarsi; le artiglierìe in mano dei Francesi; il castello poteva fulminare la città. Scriveva Battaglia a Buonaparte, col quale aveva qualche entratura d'amicizia, macchinarsi in Brescia contro lo stato da gente scellerata sotto nome di protezione Francese; e stantechè tutte le artiglierìe Venete erano in poter suo, richiederlo, che lo accomodasse di sei od otto, perchè si potesse difendere: richiederlo, oltre a ciò, vietasse ai soldati Lombardi il passo per la città, frenasse chi si vantava della protezione di Francia. Dei cannoni nulla rispondeva Buonaparte; dei Lombardi e del frenare rescriveva, non doversi perseguitar gli uomini in grazia delle loro opinioni, non esser delitto se uno inclinava più ai Francesi che ai Tedeschi, come se in questo caso si trattasse tra Francesi e Tedeschi, e non tra ribelli ed uno stato al quale egli avevatolto i mezzi di difesa: e come se ancora si trattasse di opinioni e non di fatti, e di congiure contro lo stato. Desiderava finalmente di veder il provveditore. Accrescevano il pericolo ed il terrore la rivoluzione di Bergamo. Le cose si avvicinavano all'estremo fine.
Ecco la sera dei diciasette marzo arrivare improvvisamente le novelle, essere giunti a Cocaglio circa sessanta ufficiali Francesi condotti da un Antonio Nicolini, Bresciano, ajutante di Kilmaine, ed impedire il passo ad una squadra di cavallerìa, che da Brescia mandava il provveditore a Chiari. S'aggiungevano poco stante altri perturbatori, perchè una massa di circa cinquecento tra Lombardi e Bergamaschi, guidati da capi Francesi, si erano congiunti coi primi, ed armati con due cannoni, certamente avuti dai Francesi, perciocchè portavano lo stemma imperiale d'Austria, viaggiavano verso Brescia. La mattina dei diciotto già erano vicini: il comandante di Francia faceva in questo punto aprir le cannoniere del castello, che miravano al palazzo. Dei congiurati, quasi tutti nobili, chi si era ritirato in castello, chi andato all'incontro dei Lombardi, e chi sparso in varj luoghi eccitava il popolo a ribellarsi. Voleva Mocenigo podestà, che si armassero i soldati della repubblica, e con la forza si resistesse ai ribelli; Battaglia titubava per paura dei Francesi, dei nobili, e di tutto: certo, il minor male che si possa dire di lui, è, che ebbe paura: ma forse l'amicizia che aveva con Buonaparte nocque alla repubblica. Mandava due uffiziali ai ribelli per udire quello, che si volessero.Rispondevano, Lecchi il primo, volere per amore o per forza liberare il popolo Bresciano dalla tirannide Veneta, aspettare in ajuto loro diecimila soldati, e molti Francesi: badasse bene il provveditore a quello che si facesse, perchè se resistesse, andrebbe Brescia a fuoco ed a sangue. A questo suono Battaglia, non so se mi debba dire intimorito, o peggio, raccoglieva tutti i suoi soldati nei quartieri, e dava ordine che non resistessero; licenziava al tempo stesso le guardie del palazzo, e si metteva in tutto a discrezione di coloro che volevano spegnere il dominio di quel principe, che aveva in lui collocato tanta fede. Mocenigo, veduto la terra abbandonata da quello che poteva più di lui, si fuggiva. Intanto il popolo stimolato dai congiurati, e già essendosi avvicinati alle mura i novatori di fuori, tumultuava, gridando libertà. Accresceva l'impeto l'apparire di un Pisani, stato molto tempo nei piombi: le grida contro i Veneziani tiranni montavano al cielo. Sottomessi gli amatori dell'antica repubblica dal popolo tumultuante, dalla gente armata che veniva di fuori, dalla connivenza manifesta dei repubblicani di Francia, dall'attitudine minacciosa del castello pronto a fulminare, poche, chiuse, ed ordinate a non resistere le soldatesche Veneziane, fu in poco d'ora Brescia ridotta in potestà dei novatori. Cercavano Mocenigo per maltrattarlo; ma non fu trovato. Arrestavano Battaglia, e per poco stette che non Io uccidessero. Lo serravano poscia in castello, dove era custodito da soldati Francesi, opera certamente meritevole di ogniriprensione; perchè se era brutta cosa il secondare la ribellione, bene era peggiore il farsi complice dei ribelli col tener carcerato un magistrato principalissimo di una repubblica, alla quale la Francia continuava a protestare amicizia.
Udivansi con grandissimo terrore le novelle di Bergamo e di Brescia a Venezia. Scriveva il senato, di cui queste cose molto angustiavano l'animo, le sue querele al ministro Lallemand; le scriveva al nobile Querini in Francia. Si rispondeva, che non si sapeva capire, che i Francesi non s'ingerivano, che la Francia era amica a Venezia, che qualche cosa si doveva pur dare alla natura delle soldatesche. Ma l'importanza era in Buonaparte, divenuto padrone della somma delle cose in Italia. Però mandava il senato appresso a lui i due Savj del collegio Francesco Pesaro, e Gian Battista Corner, affinchè gli dimostrassero, quanto offendessero la neutralità e la sovranità della repubblica le cose accadute in Bergamo ed in Brescia per opera dei comandanti Francesi, e quanto fossero contrarie alle protestazioni di amicizia, che la repubblica di Francia continuamente, ed anche recentemente aveva fatte a quella di Venezia. Oltre a ciò di nuovo, ed asseverantemente protestassero dell'incorrotta fede, e della costante amicizia del senato verso la Francia; stringesserlo a disappruovare pubblicamente la condotta dei comandanti delle due città ribellate, ed a restituire i due castelli, fonti evidenti della ribellione; richiedesserlo in fine, che consentisse, che il senato con le armi in mano rimettesse sotto l'obbedienza i ribelli. Trovato in Gorizia il generalerepubblicano, espostogli il fatto dai legati, rispondeva, non abbastanza ancora essere sicure le sorti della guerra, perchè potesse restituire alla repubblica i castelli occupati: potrebbe il senato fare quanto gli sarebbe a grado per sottomettere i ribelli, purchè le genti Francesi, e gl'interessi loro non ne fossero offesi: del comandante di Bergamo, perchè questi più di quel di Brescia si era mescolato nella rivoluzione, ordinerebbe, fosse condotto a Milano e processato; sarebbe, se colpevole, castigato: allegava essere sincera la fede della Francia verso Venezia. Trapassando poscia più oltre, si offeriva ad usare le proprie forze per ridurre i novatori a divozione del senato, e che ove ne fosse richiesto, il farebbe. Toccava finalmente, che sarebbe bene, che Venezia più strettamente si congiungesse in amicizia colla Francia.
Covava in tutto questo una insidia: perchè mentre affermava Buonaparte, essere in potestà del senato il fare quanto gli parrebbe conveniente per ridurre all'ordine i ribelli, pubblicava Landrieux a Bergamo, forse volendo, per essersi effettuato quello che forse egli aveva voluto impedire, ricoprire con mostrar severità i sospetti, che potevano concepirsi di lui dai repubblicani di Francia e d'Italia, che nissuna gente armata sarebbe lasciata entrare nè in Brescia, nè in Bergamo, e che se alcuna vi si appresentasse, questa avrebbe assalito, come nemico, con tutte le sue forze. Ma le cose da più alta sede pendevano che da Landrieux, perchè visitato a Parigi dal nobile Querini uno dei cinque del direttorio,e dettogli, che poichè i Francesi protestavano, non volersi mescolare nel governo interno delle città Venete, doveva riuscire cosa indifferente al direttorio, se il senato rimettesse nel dovere i Bergamaschi, rispondeva risolutamente il quinqueviro, non lo sperasse, e che finchè fossero in Bergamo truppe Francesi, non l'avrebbe mai il direttorio permesso. Replicato dal Querini, che di tale divieto non comprendeva la ragione, soggiungeva il quinqueviro, ciò esser chiaro, perchè i Francesi essendo più forti dei Veneziani, a loro stava a comandare in quei luoghi; le quali voci certamente sono da stimarsi barbare; perchè bene si sa, e pur troppo, che queste cose spesso si sono fatte; ma l'asseverare con tanta fronte, che sia diritto e giusto farle, è nuovo del tutto. Terminava il quinqueviro dicendo, che infine non toccava alla repubblica di Venezia a comandare alla Francese, e che vedeva bene, che i discorsi del Quirini dimostravano, che il governo Veneto non si fidava nella lealtà del direttorio, ma che se così fosse, avrebbe potuto farlo pentire. Da ciò si vede, quale concetto si debba fare della condiscendenza di Buonaparte. In tale modo si sollevavano dai capi dell'esercito repubblicano i sudditi contro Venezia, ed a Venezia si vietava che gli sottomettesse.
Alle gravissime proposte del capitano di Francia si scuotevano i legati, parendo loro, come era veramente, cosa enorme, pericolosa, e di pessimo esempio, che soldati forestieri si adoperassero per tornare a divozione i ribelli della repubblica.Per la qual cosa negavano la offerta, restringendosi con dire, che poichè i castelli erano in mano dei Francesi, e servivano di appoggio ai turbatori dell'antico stato, ragion voleva, acciocchè si pareggiassero le partite, ch'ei facesse qualche dimostrazione pubblica per disappruovare i moti, che si erano suscitati. Al che non consentendo rispondeva, che in mezzo all'ardore di quelle nuove opinioni che molto avevano ajutato le sue armi, sarebbe certamente incolpato, se ora si dimostrasse avverso a coloro, che si erano scoperti fautori del nome e delle massime di Francia; che solo a ciò fare si sarebbe piegato, quando il direttorio precisamente glie l'avesse comandato. Tornava poscia sul parlare di più stretti vincoli d'amicizia colla Francia, proponendo per esempio il re di Sardegna, ed affermava, esser questo il mezzo migliore per frenar le rivoluzioni. Le quali esibizioni ed esortazioni, chi si farà a considerare fino a qual termine già fossero trascorse le cose, e le offerte fatte all'imperatore Francesco, saranno testimonio certo, ch'elle avevano tutt'altro fine, che la salute di Venezia. Del resto, senza tanti giri di parole, e serbando anche in sua potestà, per sicurezza del suo esercito, i castelli di Bergamo e di Brescia, bastava bene che il generalissimo ordinasse, o che con un cenno solo significasse, che Bergamo e Brescia ritornassero all'obbedienza di Venezia, che i magistrati instituiti dai novatori cessassero l'ufficio, e che quei del senato fossero restituiti al loro, perchè tutte queste cose avessero incontanente la loro esecuzione. Anzi il solo dichiarare,ch'egli disappruovava quelle due rivoluzioni, e che contro la sua volontà erano state effettuate, avrebbe rintegrato subitamente nelle due città ribelli il consueto dominio. Il non averlo voluto fare dimostra viemaggiormente i disegni sinistri. Strana esibizione di Buonaparte era questa di voler far tornare all'obbedienza quelle terre, ch'egli stesso aveva incitato a ribellione; imperciocchè, senza andar più vagando in questa materia, certa cosa è, che per ordine espresso di lui furono fatte ribellare ai Veneziani le città Veneziane, di cui si tratta. Rispondevano i legati della repubblica, volere il senato l'amicizia di Francia, dell'alleanza risolverebbe quando, ritratta l'Europa da quell'immenso disordine, e ricomposta in quieto stato, potrebbe con sicurezza di consiglio deliberare. A queste parole si alterava gravemente il vincitore; poi tornando sull'antiche querele, acerbamente rimproverava ai Veneziani il ricovero dato al conte di Provenza ed al duca di Modena, e l'aver ricettato i tesori di Modena e d'Inghilterra; a questo passo dimostrava voglia di por mano su di questi tesori; il che palesava, quanto fosse in lui lo sprezzo della neutralità.
Mentre il generalissimo di Francia, parte accarezzava, parte minacciava a Gorizia i legati di Venezia, lusinghiere parole pubblicava Kilmaine, generale, che reggeva la Lombardia. Biasimava il comandante di Bergamo del non averlo fatto consapevole degli accidenti seguiti, sperava, non ne fosse partecipe, gli proibiva di mescolarsene; se il facesse, il punirebbe, essere neutralità fra le due repubbliche, volere il generalissimo, volerelui stesso, che se le portasse rispetto. Se questa lettera di Kilmaine fosse vera o finta, non si sa, perchè è di data incerta. Del resto l'opera del comandante nell'ajutare la ribellione di Bergamo, era notoria, non solo in questa città, ma ancora in tutta Lombardia, e metterla in dubbio era un'astuzia ridicola; nè il comandante medesimo fu mai tradotto in giudizio.
Come i fatti rispondessero alle parole di Kilmaine, o vere o finte che si fossero, il dimostrava pochi giorni dopo la rivoluzione di Crema, opera non solo certa, ma anche evidente delle truppe Francesi; perchè il giorno ventisette marzo, appresentatasi una squadra di cavallerìa di Francia alla porta, chiedeva il comandante l'entrata, promettendo di non inferire molestia, e sarebbe dimani partito per Soncino. Introdotti, si portarono quietamente quel giorno. Ma il dì seguente comparivano due compagnie armate della medesima nazione; una verso la porta Ombriano, l'altra verso quella del Serio, nè così tosto si erano avvicinate alle mura, che le truppe di dentro aprivano le porte, per modo che, dato il varco, e per far più presto, scalando alcuni le mura, si facevano padroni della terra. Correvano quindi a disarmare i soldati Veneziani: s'impossessavano dei quartieri, occupavano il palazzo pubblico, minacciavano nella vita con l'armi inarcate il podestà, e, disarmato, costringevano a dismettere l'ufficio. Occupavano al tempo stesso la camera, il monte, il fondaco, gli uffici, le cancellerie. Taciute tutte le altre iniquità usate a Venezia, se questa sola della violenta occupazione di Cremanon bastasse per giustificare il senato a sorgere subitamente con l'armi in mano contro i Buonapartiani, il diranno tutti coloro, ai quali sta più a cuore la giustizia, che la forza.
Arrivava a Crema l'Hermite già partecipe del rivolgimento di Bergamo, e si metteva all'atto di blandire il podestà con parole soavi, dell'ufficio dolcemente esercitato lodandolo. Somiglianti parole usava l'ufficiale del direttorio, che, distrutta per forza e per inganno l'autorità sovrana di Venezia sopra Crema, se ne giva affermando, che i Francesi erano buoni amici della repubblica di Venezia. Mescolaronsi in questo moto pochi uomini del paese, fra i quali principalmente comparirono il marchese Gambazocca, ed i conti Asperti, Locatelli, e Romini venuti da Bergamo. Creavasi il municipio, piantavasi l'albero, ballavavisi intorno, appiccavasi una fune al collo del lione di San Marco, come se fosse tempo da ridere; facevasi la luminaria, gridavasi libertà. Il podestà fu lasciato partire senza offesa. Così Crema per opera dei soldati Buonapartiani fu ridotta a divozione dei novatori. Kilmaine, che aveva scritto la bella lettera pel fatto di Bergamo, se ne stette tacendo per quel di Crema.
Le rivoluzioni di Bergamo, di Brescia e di Crema facevano sorgere nuovi pensieri tanto nei capi Francesi, quanto nel senato Veneziano, così come ancora fra i sudditi, che si conservavano fedeli. Vedevano i primi, che l'accessione di quelle tre principali città d'Oltremincio era di somma importanza ai loro ulteriori disegni; perchè oltre al più facile vivere per la ricchezza di quei territorj,i novatori, che gli secondavano, divenivano e più audaci e più numerosi. Faceva in questo loro esempio grandissimo frutto, e nuova gente novatrice, siccome un nembo ne tira un altro, si accostava. Principale fondamento a tutto questo moto era Brescia, città ricca, popolosa, abbondante d'uomini fieri e bellicosi. Quivi ancora gli ottimati, o che amassero la libertà, o che avessero gelosia contro i patrizi Veneti, o che solamente si fossero lasciati stravolgere dalla vertigine comune, favorivano la rivoluzione. Nel che Brescia si diversificava da Bergamo, dove i più fra i ricchi si mostravano avversi. Accorrevano poi a Brescia Dombrowski co' suoi Polacchi, Lahoz co' suoi Italiani, e davano incentivi con le parole, animo con le forze, esempio con l'ordinate schiere. Pavesi, Lodigiani, Milanesi, Bergamaschi, Napolitani vi arrivavano continuamente, chi con lingue pronte per orare, chi con penne per iscrivere, chi con armi per combattere. La sollevazione, l'impeto, la concitazione andavano al colmo; le minacce e gli scherni che facevano contro i patrizi, erano incredibili. Già si persuadevano, che alla loro prima giunta dovesse andar sossopra tutta, ed a ruina la Veneziana repubblica. Lahoz, Gambara, Lecchi, ed un Mallet, generale di Francia, anch'egli mescolato in questi moti, trionfavano. Queste cose vedevano con gli occhi loro i capi dell'esercito Francese, e le passavano: se le sapeva Buonaparte, e le passava con troppa più sopportazione, che si convenisse alla sincera fede.
Preparata la strada alla rivoluzione delle altre parti della terraferma Veneta situate sulla destradel Mincio, per mezzo massimamente della potente Brescia, innalzavano i sollevati l'animo a maggiori cose, proponendosi di turbare anche i paesi posti sulla riva destra dell'Adige, principalmente Verona tanto importante per la sua grandezza, e per essere passo del fiume. Questo era anche risolutamente l'intento di Buonaparte; perciocchè più di un mese prima che sorgesse la sollevazione di Verona, aveva dato ordine a' suoi comandanti in questa città, che procurassero la rivoluzione medesima con tutte le forze, e con tutte le arti loro. Nel che con maneggi, parte segreti, parte palesi il secondavano. Mentre tutti quest'inganni si tramavano, non erano ancora le cose sicure pei Francesi, che tuttavia si trovavano a fronte dell'arciduca sulle rive del Tagliamento. Il capitano Pico, che aveva anche avuto al medesimo tempo carico da Buonaparte di macchinare in Verona contro i Veneziani, gli rappresentava, che il moto in lei sarebbe riuscito pericoloso, e di esito molto incerto, stantechè l'arciduca gli stava ancora davanti molto poderoso: esortava pertanto, aspettasse tempo più propizio. Rispondeva, gisse pure, e sommuovesse Verona. Poi soggiungeva, che se la sommossa andasse bene sarebbe libera l'Italia, se male, la Cisalpina repubblica (con tal nome dopo la conquista di Mantova aveva chiamato la Transpadana) almeno resterebbe. Dette queste parole, accommiatava Pico, raccomandandogli, s'intendesse con Beaupoil e con Kilmaine, e gli desse ragguaglio di tutto che accadesse: desse intanto ricovero in Mantova ai patriotti che fossero in pericolo, e gli rendessesicuri, che sarebbero liberi. Nè in Brescia stavano oziosi i novatori rispetto a Verona; perchè colà mandavano agenti segreti, parte da Brescia medesima, parte da Desenzano, parte da Lonato, affinchè cooperassero alla sollevazione. Così Verona era insidiata da Buonaparte, da' suoi capitani, dai novatori armati, dai novatori non armati, Italiani, Polacchi, Svizzeri, e Francesi. Non ostante tutto questo il canuto Lallemand, ed il giovane Buonaparte sempre protestavano a nome di Francia dell'incontaminata fede, e della sincera amicizia verso la repubblica Veneziana.