Chapter 3

Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo terrore. E però per dare al generale repubblicano le convenienti giustificazioni, che dalla sua bocca propria, e non da quella d'altrui voleva udire, si mise in viaggio col segretario San Fermo per andarlo a visitare in Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e ristrettosi con esso lui e con Berthier, che è da lodarsi per la umanità mostrata in tutte queste occorrenze, se però non era un concerto alla soldatesca tra lui e Buonaparte, protestava ed asseverava, avere sempre la repubblica Veneziana, ed in ogni accidente seguitato i principj della più illibata neutralità. Rispondeva minacciosamente Buonaparte, che non voleva esser convinto, ma bensì intimorire, che maleaveva corrisposto Venezia all'amicizia della Francia, che i fatti erano diversi assai dalle parole, che per tradimento avevano i Veneziani lasciato occupar dai Tedeschi Peschiera; il che era stato cagione ch'egli avesse perduto mila e cinquecento soldati, il cui sangue chiamava vendetta; che la neutralità voleva che si resistesse agli Austriaci; che se i Veneziani non bastassero, sarebbe egli accorso; che doveva la repubblica con le sue galere vietar loro il passo pel mare e pei fiumi; che insomma erano i Veneziani amici stretti degli Austriaci. Quindi trascorrendo dalle minacce alla barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani l'aver dato asilo negli stati loro ai fuorusciti francesi, ed al conte di Lilla, nemico principale della repubblica di Francia; procedendo finalmente dalla crudeltà alle menzogne, sclamava, che prima del suo partire aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e che l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai Massena, che già forse le artiglierìe di Francia la fulminavano, e che già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera era sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste cose aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque, aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto, acciocchè il senato ne ragguagliasse. Così Buonaparte, che sapeva di certo, e lo scrisse al direttorio, che per fraude,e contro la volontà dei Veneziani erano gli Austriaci entrati in possessione di Peschiera, questo fatto attribuiva a tradimento dei Veneziani.Spaventato in tale modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un poco sopra di se; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse, che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il seguente s'appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente vi fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati, manterrebbe salva la città, ed avrebbero i Veneti la custodia delle porte, i magistrati il governo dello stato; ma che se gli fosse contrastato l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e distrutta.Queste arti usava Buonaparte il dì trentuno maggio per ottenere pacificamente il possesso di Verona. Dal che si vede qual fede prestar si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì ventinove del mese medesimo, e quale fosse la sincerità delle sue promesse. Così quella repubblica di Venezia, che due giorni prima era stata chiamata amica della Francese, e dichiarata aver sempre camminato nelle vie dell'onore, era il dì trentuno del mese medesimo divenuta, e già da lungo tempo, non solo infedele, ma perfida e nemica alla Francia, ed il direttorio aveva comandato a Buonaparte, che ostilmente contro una delle città più eminenti del suo dominio e di tutta Italia corresse. Certamente non era questo un procedere degno di un generale di una nazione civile, e che ha nel nemico in odio più la perfidia che la guerra.Tale sarà il giudizio che ne faranno le generazioni sì presenti che future, in cui la virtù sarà sempre più potente che il vizio.Da questa insidia, e da queste minacce si rendeva chiaro, quali dovessero essere le deliberazioni del provveditor Veneto; posciachè, prescindendo anche dagl'indegni oltraggi, quel dire di voler arder sul fatto una città nobilissima del territorio Veneto, quell'affermare che fra sette giorni poteva venir caso ch'ei dichiarasse formalmente la guerra a Venezia, della verità o falsità della quale affermazione non poteva a niun modo il provveditore giudicare, non solo rendevano giusta, ma ancora necessaria una subita presa di armi dal canto dei Veneziani. Quello era il momento fatale della Veneziana repubblica, quello il momento fatale d'Italia e del mondo; e se Foscarini avesse avuto l'animo e la virtù di Piero Capponi, non piangerebbe Venezia il suo perduto dominio, non piangerebbe Italia il principale suo ornamento, non piangerebbe il mondo tante vite infelicemente sparse per fondare il dispotismo di un capitano barbaro. Che se Foscarini non aveva questo mandato dal senato, l'aveva dal cielo, favoreggiatore delle cause pie, e nemico dei tiranni, l'aveva dalla sua nobil patria, l'aveva dal consentimento di tutti i buoni gonfi di sdegno all'aspetto di sì inudita empietà. Non con le umili protestazioni, non col privar Verona delle sue difese doveva Foscarini rispondere a Buonaparte, ma con un suonar di campana a martello continuo, con un predicar alto di preti contro i conculcatori della sua innocente patria, con un dararmi in mano a uomini, a donne, a fanciulli, con un fracasso di cannoni incessabile dalle lagune all'Adige, dalle bocche del Timavo all'emissario di Lecco. Certamente in un moto tanto universale molte vite sarebbero mancate, molte città distrutte, Verona forse data alle fiamme, ma la repubblica fora stata salva. Forse alcuni sentiranno raccapriccio all'udir rammentare di queste battaglie di popoli. Pure le usarono contro i Francesi gli Austriaci, sebbene non prosperamente, nell'ottocentonove, e furono lodati: le usarono contro i Francesi medesimi prosperamente gli Spagnuoli nell'ottocentodieci, i Prussiani nell'ottocentotredici, e furono lodati; le vollero usare i Francesi contro gli Europei nell'ottocentoquindici, e se non furono lodati, non furono neanco biasimati. Ora non si vede perchè non sarebbe stato lodevole ai Veneziani di usarle: che se gli Austriaci, gli Spagnuoli, i Prussiani, ed i Francesi hanno qualche privilegio, quando ne va la indipendenza, anzi l'essere, od il non essere dello stato, di difendersi a stormo, sarìa bene che il mostrassero, affinchè gl'Italiani si acquetino a tanto diseredamento.So che alcuni diranno, che il governo di Venezia era cattivo; ma si risponderà dagli uomini savj, che non tocca ai forestieri il giudicare della natura del governo, e meno ancora il correggerla; nè so se muova più a sdegno che a compassione il pensare, che queste querele dottoresche sulla mala natura del governo Veneto vengono principalmente da quelli, che hanno trovato ottimo il governo del direttorio, che volevafar tagliar la testa ai naufragati, e quello di Buonaparte, che teneva prigioni per corso d'anni, ed anche in vita senza forma di processo gl'innocenti. Fatto sta, che poichè si voleva rendere i popoli Veneziani servi dei forestieri, e' bisognava con risoluzione magnanima fare, che i popoli Veneziani si salvassero da se; ma Niccolò Foscarini, in vece di gridar campane, come Piero Capponi, corse, pieno di paura, a Verona, e diede opera che gli Schiavoni, nei quali consisteva la principale difesa, l'abbandonassero, e che così i magistrati come i cittadini ricevessero pacificamente i soldati di Buonaparte. Il non aver usato il rimedio dei popoli non solo fu fatale per l'effetto, ma fu anche inutile per la fama; imperciocchè ed i partigiani e gli storici pubblicarono a quei tempi, e tuttavìa pubblicano, sebbene bugiardamente, ma per giustificare la sceleraggine commessa contro Venezia, che se Venezia non fece, volle fare lo stormo contro i Francesi, già prima che succedesse la sollevazione di Verona del novantasette, che racconteremo a suo luogo. La qual cosa se fosse tanto vera, quanto veramente è falsa, non si sa che si volesse significare il manifesto di Brescia. So che dagli adulatori di Buonaparte viene, sebbene con la solita falsità, accagionato di aver macchinato questo stormo Alessandro Ottolini, podestà di Bergamo a quei tempi, uomo meritevole di ogni lode per la fedeltà e la sincerità sua verso la patria; ma egli solamente s'ingegnava di mantenere le popolazioni Bergamasche affezionate al nome Veneziano; e se quando s'impadronirono i Francesi di Verona,divenne Ottolini più vigilante e più attivo, e fece opera che le popolazioni si ordinassero, il fece perchè le minacce ed i fatti di guerra del capitano del direttorio a ciò lo sforzarono. Quell'ordinarsi accennava, non un voler nuocere altrui, ma un impedire che altri nuocesse a lui, e se Ottolini si armava, avrebbe fatto meglio l'armarsi molto più. Certamente avrebbe egli mancato del suo dovere verso la patria, se in tanto romore di guerra, non solo imminente, ma presente negli stati di Venezia, non avesse procurato di serbarsi padrone di se medesimo, e capace di mantenere con buoni ordinamenti salva la provincia commessa alla sua fede rispetto ai due nemici, che venivano a rapire le sostanze Veneziane, e ad ammazzarsi tra di loro sulle terre della repubblica. Ma nei tempi scorretti che abbiamo veduto, fu costume il chiamar traditori, ed il perseguitare con ogni sorte di pubblico improperio coloro, che più sono stati fedeli alle loro patrie, come se fosse stato debito loro il servire piuttosto a Buonaparte nemico, che ai principi proprj ed alla patria, ed a quanto ha la patria in se di caro e di giocondo. Così fu infamata la virtù di Alessandro Ottolini e di Francesco Pesaro in Italia, di Stadion in Austria, di Stein in Prussia: così anche furono condotti a morte Palmer di Baviera, Hofer di Tirolo: così finalmente i magnanimi Spagnuoli furono chiamati col nome di briganti. Queste cose chi generoso scrittore fosse, dovrebbe con disdegnosa e riprenditrice penna altamente dannare, non cercar di scusare, ora con le parole ed ora col silenzio, l'inganno, l'ingiustizia, e la tirannide.Come prima si sparse in Verona, per la venuta del Foscarini, che i Francesi vi sarebbero entrati per alloggiarvi, vi nacque nelle persone di ogni condizione e grado uno spavento tale, che pareva che la città avesse ad andare a rovina. Più temevano i nobili che i popolani, perchè sapevano che i repubblicani gli perseguitavano. Il popolo raccolto in gran moltitudine sulle piazze e per le contrade, pieno di afflizione e di terrore accusava la debolezza di Foscarini, e le perdute sorti della repubblica. Lo stare pareva loro pericoloso, l'andarsene misero. Pure il pericolo presente prevaleva, e la maggior parte fuggivano. Fu veduta in un subito la strada da Verona a Venezia impedita da un lungo ingombro di carrozze, di carri e di carrette, che le atterrite famiglie trasportavano con quelle suppellettili, che in tanta affoltata avevano a molta fretta potuto raccorre. Facevano miserabile spettacolo le donne coi fanciulli loro in braccio od a mano, che piangendo abbandonavano una sede gradita per amenità di sito, graditissima per una lunga stanza. Nè minor confusione era sull'Adige fiume; perchè insistevano i fuggiaschi occupati nel caricare sulle navi a tutta pressa le masserizie più preziose dei ricchi, e gli arnesi più necessarj dei poveri: navigavano intanto a seconda per andar a cercare in lidi più bassi, od oltre le acque del mare terre non ancora percosse dalla furia della guerra.Entrarono il dì primo giugno i Francesi in Verona. Quivi Buonaparte lodava l'aspetto nobile della città, i magnifici palazzi, le spaziose piazze,i tempj, le pitture, insomma ogni cosa, e più di tutto, per indurre opinione ch'egli elevasse l'animo alla grandezza Romana, l'Arena, opera veramente mirabile dei Romani antichi. Si rendevano anche padroni di Legnago e della Chiusa. A Verona non solo occuparono i ponti, ma ancora le porte e le fortificazioni. Così si verificava, secondo il solito, la promessa di Buonaparte del voler solo occupare i ponti. Al medesimo modo, pure secondo il solito, mantenne le promissioni da lui fatte nel manifesto di Brescia del voler pagare in contanti tutto ch'ei richiedesse in servigio dei soldati; imperciocchè essendosi sparsi nelle campagne testè felici del Bergamasco, del Bresciano, del Cremasco e del Veronese, vi facevano tolte incredibili, che, non che si pagassero, non si registravano; seguivano mali tratti e scherni ancor peggiori; nè le cose rapite bastavano od erano d'alcun frutto, perchè si dissipavano con quella prestezza medesima, con cui si rapivano. Quindi era desolato il paese, nè abbondante l'esercito, nè mai si fece un dissipare di quanto alla umana generazione è necessario, così grave e così stolto, come in questa terribil guerra si fece. I popoli intanto vessati in molte forme, e cadendo da una lunga agiatezza in improvvisa miseria, entravano in grandissimo sdegno, e si preparavano le occasioni a futuri mali ancor più gravi.A questo tempo si udirono le novelle della dedizione del castello di Milano; il comandante austriaco Lamy, perduta per le vittorie di Buonaparte ogni speranza di soccorso, si arrese apatti il dì ventinove giugno, salve le robe, e le persone, eccettuati solo i fuorusciti Francesi, che dovevano essere consegnati ai repubblicani. Trovarono dentro la fortezza cencinquanta cannoni grossi, sei mila fucili, polvere e palle in proporzione, con molto bestiame vivo. Fu questo acquisto di grande importanza ai Francesi, perchè era il castello come un freno ai Milanesi, e molto assicurava le spalle dei repubblicani. Per solennizzare questa vittoria, si fecero molte feste, balli e conviti, dai repubblicani Francesi meritamente, dai repubblicani Italiani per imitazione.La ruina sotto dolci parole si propagava in altre parti d'Italia; perchè trovandosi Buonaparte, per le vittorie di Lodi e di Borghetto, e così per la ritirata di Beaulieu alle fauci del Tirolo, sicuro alle spalle e sul sinistro fianco, voltò l'animo ad allargarsi sul destro; quivi ricche e fertili terre l'allettavano. Restavano oltre a ciò a domarsi il papa, ed il re di Napoli, e ad espilare il porto di Livorno. Per la qual cosa, spingendo avanti le sue genti, dopo l'occupazione di Modena, s'incamminava alla volta di Bologna, città, forse più di ogni altra d'Italia, piena d'uomini forti e generosi, e che conoscendo bene la libertà, non la misurava nè dalla licenza nè dal servaggio forestiero.Aveva il senato di Bologna anticonosciuto, che per la vittoria di Lodi diveniva il generale Francese signore di tutta la Lombardìa, quanto ella si distende dall'Alpi agli Apennini. Però desiderando di preservare il Bolognese, e massimamentela capitale, dalle calamità che accompagnano la guerra, aveva a molta fretta, dopo di aver creato un'arrota d'uomini eletti con autorità straordinaria, mandato a Milano i senatori Caprara e Malvasia coll'avvocato Pistorini, acciò veduto il generalissimo, il pregassero di aver per raccomandata la patria loro. Al tempo medesimo il sommo pontefice, spaventato dall'aspetto delle cose, siccome quegli, che nell'approssimarsi dei repubblicani vedeva non solo la ruina del suo stato temporale, ma ancora novità perniciose alla religione, specialmente se come nemici allo stato pontificio si accostassero, aveva commesso al cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma, che già era intervenuto alla composizione con Parma, andasse a Milano, e procacciasse di trovar modo d'accordo con quel capitano terribile della repubblica di Francia. Era Azara molto benignamente trattato da Buonaparte, e perciò personaggio atto a far quello che dal pontefice gli era stato raccomandato. Furono dal generale umanamente uditi i senatori di Bologna: parlaronsi nei colloquj secreti di molti gravi discorsi, il fine dei quali tendeva a slegare i Bolognesi dalla superiorità pontificia, a restituire quel popolo alla sua libertà statuita già fin dai tempi della lega Lombarda, e ad impetrare che i soldati repubblicani, passando pel Bolognese, vi si comportassero modestamente. Questi erano suoni molto graditi ai popoli di quel territorio: Buonaparte che sel sapeva, promise ogni cosa, e più di quanto i deputati avevano domandato: partironsi molto bene edificati di lui, e se ne tornarono a Bologna.Intanto le sue genti marciavano. Comparivano il diciotto giugno in bella mostra, e con aria molto militare poco distante da Bologna dalla parte di Crevalcuore. Nel giorno medesimo una banda di cavalli condotta da Verdier entrava, come antiguardo, in Bologna, e schieratasi avanti al palazzo pubblico faceva sembiante d'uomini amici e liberali. Il cardinal Vincenti legato, non prevedendo che fosse giunta al fine in quella legazione l'autorità di Roma, avvisava il pubblico dell'arrivo dei Francesi, e della buona volontà mostrata dai capi. Esortava che attendessero quietamente ai negozj; comandava che rispettassero i soldati; minacciava pene gravi, anche la morte, secondo i casi, a chi o con parole o con fatti gli offendesse. Entrava poi il seguente giorno la retroguardia: arrivavano la notte Saliceti, e Buonaparte.Era costume di Buonaparte, per fare che i popoli si muovessero più facilmente contro i governi loro, e sentissero meno acerbamente il suo dominio, di dare loro speranza di liberargli, e spesso anche gli liberava da quanto essi governi avevano o di più odioso o di più gravoso; perchè in tutti i reggimenti sono sempre di questi tasti, che fanno mal suono ai popoli. Aveva Bologna perduto la sua libertà, od almeno quello che stimava libertà, dappoichè la somma delle faccende dello stato era venuta in mano della chiesa; la qual cosa i Bolognesi sopportavano molto di mala voglia. Oltre a questo era Bologna stata spogliata dai pontefici del dominio di Castel Bolognese, terra grossa situata oltre Imola,e fondata anticamente dai Bolognesi desiderosissimi di ricuperare quell'antica colonia. Nè ripugnavano a questa ricongiunzione i castellani medesimi, ricordevoli tuttavìa del dolce freno col quale erano stati retti. Buonaparte, informato dai deputati di questi umori, come prima arrivava a Bologna, restituiva il possesso di Castel Bolognese, ed aboliva ogni autorità del papa, reintegrando i Bolognesi nei loro antichi diritti di popolo libero ed independente. Nè mettendo tempo in mezzo, comandava al cardinal Vincenti legato, se ne partisse immantinente da Bologna. Indi chiamato a se il senato, a cui era devoluta l'autorità sovrana, gli significava che essendo informato delle antiche prerogative e privilegi della città e della provincia, quando vennero in potere dei pontefici, e come erano stati violati e lesi, voleva che Bologna fosse reintegrata della sostanza del suo antico governo. Ordinava pertanto che l'autorità sovrana al senato intiera e piena ritornasse: darebbe poi a Bologna, dopo più matura deliberazione, quella forma di reggimento che più al popolo piacesse, e più all'antica si assomigliasse: prestasse intanto il senato in cospetto di lui giuramento di fedeltà alla repubblica di Francia, ed in nome e sotto la dipendenza di lei la sua autorità esercesse: i deputati dei comuni e dei corpi civili il medesimo giuramento in cospetto del senato giurassero.Preparata adunque con grande sontuosità la sala Farnese, e salito sur un particolare seggio riceveva Buonaparte il giuramento dei senatori in questa forma: «A laude dell'onnipotente Iddio,della Beata Vergine, e di tutti i Santi, ad onore eziandìo, e riverenza della invitta repubblica di Francia, noi gonfaloniere e senatori del comune e popolo di Bologna giuriamo al signor generale Buonaparte, comandante generalissimo dell'esercito Francese in Italia, che non faremo mai cosa contraria agl'interessi della stessa invitta repubblica, ed eserciremo l'ufficio nostro, come buoni cittadini, rimosso ogni qualunque odio o favore, e tanto giuriamo nella forma patria, toccando gli Evangeli».Prestatosi dal senato il giuramento, si accostarono a prestarlo, presente sempre il generale di Francia, i magistrati sì civili che ecclesiastici; il che fece in tutta Bologna una gran festa, grata al popolo, perchè nuova, e con qualche speranza grata al senato, perchè da servo si persuadeva di esser divenuto padrone, non badando che se era grave la servitù verso il papa, sarebbe stata gravissima verso i nuovi signori.Diessi principio al nuovo stato, secondo il solito, a suon di denaro. Pose Buonaparte gravissime contribuzioni di guerra. Si querelavano i popoli, parendo loro che le contribuzioni fossero opera piuttosto da nemico, che da alleato; conciossiachè con questo nome aveva il generalissimo chiamato la repubblica di Bologna. Pure se ne acquetavano, perchè sapevano che bisogna bene, che i soldati vivano del paese che hanno. Solo si sdegnavano dello scialacquo, perchè conformandosi quietamente al fornire le cose necessarie, non potevano tollerare di dar materia ai depredatori, che i soldati, e gl'Italiani ugualmenterubavano. Poco stante successe, come a Milano, un fatto enorme, che dimostrò vieppiù qual fosse il rispetto, che Saliceti e Buonaparte, ai quali il direttorio aveva dato in preda l'Italia, portavano alle proprietà ed alla religione. Imperciocchè, poste violentemente le mani nel monte di pietà, lo espilarono per far provvisioni, come affermavano, all'esercito. Solo restituirono i pegni che non eccedevano la somma di lire ducento, come se fosse lecito rapire o non rapire, secondo le maggiori o minori facoltà dei rapiti. Ma temendo gli autori di tanto scandalo lo sdegno di un popolo generoso, quantunque attorniati da tante schiere vittoriose, avevano per previsione ordinato che si togliessero le armi ai cittadini.I repubblicani, procedendo più oltre, s'impadronivano di Ferrara, fatto prima venir a Bologna, sotto specie di negoziare sulle faccende comuni, il cardinale Pignatelli legato, e quivi trattenutolo come ostaggio, finchè fosse tornato da Roma sano e salvo il marchese Angelelli, ambasciadore di Bologna. Creato dai vincitori a Ferrara un municipio d'uomini geniali, vi posero una contribuzione di un mezzo milione di scudi romani in contanti, e di trecento mila in generi. Queste angherìe sopportavano pazientemente e per forza Bologna e Ferrara; ma non le potè tollerare Lugo, grosso borgo, posto in poca distanza da Imola; perchè concitati gli abitatori a gravissimo sdegno contro i conquistatori, si sollevarono, gridando guerra contro i Francesi. Pretendevano alle parole loro, e ne fecero anchefede con un manifesto, perchè si accorgevano che soli, e senza un moto generale, non potevano sperare di far effetto d'importanza, la religione, la salvezza delle persone e delle proprietà, la libertà e l'indipendenza d'Italia. Concorsero nel medesimo moto coi Lughesi altre terre circonvicine, e fecero una massa di popolo molto concitata, e risoluta al combattere. I preti gli secondavano, dando a questa moltitudine il nome di oste cattolica e papale. Augereau, come ebbe avviso del tumulto, mandava contro Lugo una grossa squadra di fanti e di cavalli, alla quale era preposto il colonnello Pourailler. Comandava intanto pubblicamente, avessero i Lughesi a deporre le armi e ad arrendersi fra tre ore, e chi nol facesse, fosse ucciso. Aveva in questo mezzo il barone Cappelletti, ministro di Spagna, interposto la sua mediazione, perchè da una parte i Francesi perdonassero, dall'altra i Lughesi, deposte le armi, si quietassero. Ma fu l'intercessione sdegnosamente rifiutata da quei popoli, più confidenti di quanto fosse il dovere, in armi tumultuarie ed inesperte. Per la qual cosa, dovendosi venire, per la ostinazione loro, al cimento dell'armi, i Francesi si avvicinavano a Lugo, partiti in due bande, delle quali una doveva far impeto dalla parte d'Imola, l'altra dalla parte d'Argenta. La vanguardia, che marciava con troppa sicurezza, diede in una imboscata, in cui restarono morti alcuni soldati. Non ostante, volendo il capitano Francese lasciar l'adito aperto al ravvedimento, mandava un uffiziale a Lugo per trattare della concordia. Fu dai Lughesi rifiutatala proposta; narrasi anzi da Buonaparte, che i sollevati, fatto prima segno all'uffiziale che si accostasse, lo ammazzarono, con enorme violazione dei messaggi di pace. Si attaccò allora una battaglia molto fiera tra i Francesi ed i sollevati. La sostennero per tre ore continue ambe le parti con molto valore. Finalmente i Lughesi rotti e dispersi furono tagliati a pezzi con morte di un migliajo di loro, avendo anche perduto la vita in questa fazione ducento Francesi. Fu quindi Lugo dato al sacco; condotte in salvo dal vincitore le donne ed i fanciulli, ogni cosa fu posta a sangue ed a ruba. Fu Lugo desolato; rimasero per lungo tempo visibili i vestigi della rabbia con cui si combattè, e della vendetta che seguitò. Furono terribili le pene date dai repubblicani ai sollevati, ma non furono più moderate le minacce che seguitarono. Comandava Augereau, che tutti i comuni si disarmassero, che le armi a Ferrara si portassero; chi non le deponesse fra ventiquattr'ore, fosse ucciso; ogni città, o villaggio, dove restasse ucciso un Francese, fosse arso; chi tirasse un colpo di fucile contro un Francese, fosse ucciso, e la sua casa arsa; un villaggio che si armasse, fosse arso; chi facesse adunanze di gente armata, o disarmata, fosse ucciso. Tali furono gli estremi della guerra Italica, giusti per la conservazione dell'esercito di Francia, ingiusti per le cagioni ch'egli stesso aveva indotte; perchè il volere che i popoli ingiuriati non si risentano, è voler cosa contraria alla natura dell'uomo.Al tempo medesimo sorgeva un grave tumultonei feudi imperiali prossimi al Genovesato, principalmente in Arquata, con morte di molti Francesi. Vi mandava Buonaparte, a cui questo moto dava più travaglio che il rivolgimento di Lugo, perchè lo molestava alle spalle, il generale Lannes con un buon nervo di soldati, acciocchè lo quietasse. Conseguì Lannes facilmente l'intento tra per la paura delle minacce, e pel terrore dei supplizj.Le vittorie dei repubblicani, i progressi loro verso la bassa Italia, l'occupazione di Bologna e di Ferrara avevano messo in grandissimo spavento Roma. Ognuno vedeva che il resistere era impossibile, e l'accordare pareva contrario non solo allo stato, ma ancora alla religione. Tanto poi maggior terrore si era concetto, quanto più non si poteva prevedere quale avesse ad essere la gravità delle condizioni, che un vincitore acerbo per se, acerbissimo pel contrasto fattogli, avrebbe dal pontefice richiesto. Nè meglio si poteva antivedere, se avrebbe portato rispetto alla città stessa di Roma, parendo, che siccome sarebbe stato un gran fatto l'occupazione di lei, così Buonaparte cupidissimo di gloria l'avrebbe mandata ad effetto. E quale disordine, quale conculcazione delle cose sacre e profane prodotto avrebbe la presenza d'uomini poco continenti dalle cose altrui, e poco aderenti alla religione, di cui era Roma seggio principale? Per la qual cosa, come in tanto pericolo i privati uomini non avevano più consiglio, così poco ancora ne aveva il governo, perchè le armi temporali mancavano, le spirituali non valevano, il nome di Roma era piùsprone che freno, e la dignità papale, che pure aveva frenato ai tempi antichi un capitano barbaro, era venuta in derisione. I ricchi pensavano alla fuga, come se il nemico già fosse alle porte. Gran tumulto, gran folla e gran concorso erano, principalmente a porta Celimontana di gente di ogni sesso, di ogni grado e di ogni condizione, che fuggendo dal minacciato Campidoglio, s'incamminava spaventata verso Napoli. Temevasi la cupidigia del nemico, temevasi la temerità dei cittadini.Intanto Pio VI, che in mezzo al terrore dei suoi consiglieri e del popolo, serbava tuttavìa la solita costanza, aveva commesso al cavaliere Azara ed al marchese Gnudi, andassero a rappresentarsi a Buonaparte, e procurassero di trovare qualche termine di buona composizione, avendo loro dato autorità amplissima di negoziare e di concludere. Buonaparte, in nome per far cosa grata al re di Spagna, che per mezzo del suo ministro si era fatto intercessore alla pace, in realtà, perchè non gli era nascosto che l'imperatore, finchè teneva Mantova, non avrebbe omesso di mandar nuove genti alla ricuperazione de' suoi stati in Italia, e che però sarebbe stato a lui pericoloso l'allargarsi troppo verso l'Italia inferiore, acconsentì, ma con durissime condizioni, a frenar l'impeto delle sue armi contro lo stato pontificio. Laonde concludeva, il dì ventitrè giugno, una tregua coi due plenipotenziarj del papa, in cui fu stipulato, che il generalissimo di Francia, e i due commissarj del direttorio Garreau e Saliceti, per quell'ossequio che il governo Franceseaveva verso Sua Maestà il re di Spagna, concedevano una tregua a Sua Santità, la quale tregua avesse a durare insino a cinque giorni dopo la conclusione del trattato di pace che si negozierebbe in Parigi fra i due stati; mandasse il papa, più presto il meglio, un plenipotenziario a Parigi al fine della pace, e perchè escusasse a nome del pontefice gli oltraggi e i danni fatti a' Francesi negli stati della Chiesa, specialmente la morte di Basseville, e desse i debiti compensi alla famiglia di lui; tutti i carcerati a cagione di opinioni politiche si liberassero; i porti del papa a tutti i nemici della repubblica si chiudessero, ai Francesi si aprissero; l'esercito di Francia continuasse in possessione delle legazioni di Bologna e Ferrara, sgombrasse quella di Faenza; la cittadella d'Ancona con tutte le artiglierìe, munizioni e vettovaglie si consegnasse ai Francesi; la città continuasse ad esser retta dal papa; desse il papa alla repubblica cento quadri, busti, vasi, statue ad elezione dei commissarj, che sarebbero mandati a Roma; specialmente, poichè i repubblicanuzzi di quel tempo la volevano far da Bruti, i busti di Giunio Bruto in bronzo, di Marco Bruto in marmo si dessero; oltre a questo cinquecento manoscritti ad elezione pure dei commissarj medesimi cedessero in potestà della repubblica; pagasse il papa ventun milioni di lire tornesi, dei quali quindici milioni e cinquecento mila in oro, od argento coniato o vergato, e cinque milioni e cinquecentomila in mercatanzie, derrate, cavalli e buoi; i ventuno milioni suddetti non fossero parte delle contribuzioni da pagarsi dalle tre legazioni;il papa desse il passo ai Francesi ogni qualvolta che ne fosse richiesto: i viveri di buon accordo si pagassero.Questi furono gli articoli patenti del trattato di tregua concluso tra Pio VI ed i capi dei repubblicani in Italia. Quantunque fossero molto gravi, parve nondimeno un gran fatto, che si fosse potuto distornar da Roma un sì imminente pericolo: fecersi preci pubbliche per la conservata città. Intanto non lieve difficoltà s'incontrava per mandar ad effetto il capitolo delle contribuzioni. Non potendo l'erario già tanto consumato dalla guerra sopperire, faceva il papa richiesta degli ori e degli argenti, sì delle chiese come dei particolari, e quanto si potè raccorre a questo modo, e di più il denaro effettivo, che insino dai tempi di papa Sisto V si trovava depositato in Castel Sant'Angelo, fu dato per riscatto in mano dei vincitori. S'aggiunse che il re di Napoli, vedendo avvicinarsi quel nembo a' suoi stati, aveva ritirato settemila scudi di camera, che erano depositati nel tesoro pontificio, come rappresentanti il tributo della chinea, e che la camera apostolica non aveva voluto incassare, perchè il re aveva indugiato a presentare al tempo debito la chinea. Una così grossa raccolta della pecunia coniata produsse un pessimo effetto a pregiudizio della camera apostolica e dei privati, il quale fu, che le cedole, che già molto scapitavano, perdettero viemaggiormente di riputazione. Così solamente ad un primo romore di guerra, e sul bel principio di una speranza di pace, le cose pubbliche tanto precipitaronoin Roma, che già vi si pruovavano gli estremi di una guerra lunga e disastrosa.Tutto questo risguardava alle facoltà sì pubbliche che private, ma il governo di Francia, spaventando il papa, non solamente aveva in animo di cavar denaro pei soldati, ma ancora di tirare il pontefice a far qualche dimostrazione, acciocchè i cattolici di Francia accettassero volentieri le cose fatte, e con la opinione favorevole della maggior parte dei popoli il nuovo stato si confermasse. Era questo motivo di grande importanza in tutta la Francia, ma molto più sulle rive della Loira, dove coloro che avevano l'armi in mano contro il reggimento nuovo, pretendevano alla impresa loro parole di religione. Conseguì Buonaparte questo fine. Il pontefice mandava fuori il cinque luglio un breve indiritto ai fedeli di Francia, col quale paternamente, ma fortemente gli esortava a sottomettersi, e ad obbedire ai magistrati, che il paese loro governavano; affermava essere principio della religione cattolica, che le potestà temporali siano opere della Sapienza divina, che le prepose ai popoli, affinchè le faccende umane non fossero governate dalla temeraria fortuna, o dalla volontà del caso, e le nazioni agitate da onde contrarie; avere perciò Paolo apostolo, non particolarmente di uno special principe, ma generalmente di questa materia parlando, statuito, che ogni potestà da Dio procede, e che chi alle potestà resiste, alla volontà di Dio resiste. Badassero dunque bene, sclamava il pontefice, a non lasciarsi traviare, ed a non dare, sotto nome di pietà, occasione agli autori di novità,di calunniare la religione cattolica, il che sarebbe peccato, che non solo gli uomini, ma Dio stesso con pene severissime punirebbe; poichè sono, continuava, dannati coloro che alla potestà resistono. «Vi esorto adunque, terminava il pontefice, figliuoli carissimi, e vi prego per Gesù Cristo nostro Signore, ad essere obbedienti, ed a servire con ogni affezione, con ogni ardore e con ogni sforzo a coloro che vi reggono, perchè a loro obbedendo, renderete a Dio medesimo quell'obbedienza, di cui gli siete obbligati; ed essi vedendo vieppiù, che la religione ortodossa non è sovvertitrice delle leggi civili, le presteran favore e la difenderanno, in adempimento dei precetti divini, ed in confermazione dell'ecclesiastica disciplina: infine desiderio nostro è che sappiate, figliuoli carissimi, che voi non abbiate nissuna fede in coloro che vanno pubblicando, come se dalla santa sede emanassero, dottrine contrarie a questa».Queste esortazioni del pontefice non partorirono effetto alcuno in Francia, perchè da una parte non rimise punto il direttorio del suo rigore contro i preti cattolici, che non avevano voluto giurare la constituzione del clero, dall'altra i Vendeesi, e coloro che in compagnìa loro combattevano nelle province occidentali della Francia, od in altri luoghi impugnavano o palesemente o segretamente il governo di Parigi, non davano luogo ad alcuna inclinazione alla pace. Nè alcun frutto buono sorse da quest'atto di Pio. Gli uni dicevano che l'aveva fatto per forza, gli altri per debolezza, e nissuno obbediva. Allegavanopoi la fermezza dei principj non poter essere scossa, nemmeno dall'autorità del papa. Così gli uomini obbediscono all'autorità delle sentenze, quando è favorevole alle loro opinioni od interessi, non obbediscono quando è contraria. Quindi nasce che il genere umano è più ancor pieno di contraddizioni, che di enormità.La presenza dei Francesi negli stati pontificj aveva bensì atterrito i sudditi, ma non gli aveva fatti posare, e si temevano ad ogni tratto nuove turbazioni. Per la qual cosa il papa esortato dal generale repubblicano, e mosso anche dall'interesse dei popoli, raccomandava con pubblico manifesto, e comandava ai sudditi, trattassero con tutta benignità i Francesi, come richiedevano i precetti della religione, le leggi delle nazioni, gl'interessi dei popoli, e la volontà espressa del sovrano.Tutte queste cose faceva il pontefice in confermazione dello stato. Intanto o perchè la cessazione delle armi si convertisse in pace definitiva, o perchè con una dimostrazione efficace di desiderar di conchiuderla, si pensasse di aspettare con minori molestie occasione di risorgere, s'inviava dal pontefice a Parigi l'abbate Pieracchi con mandato di negoziare, e di stipulare la pace. Tanta variazione avevano fatto in pochi giorni le sorti di Roma, che quel pontefice, il quale poco innanzi esortava con tutta l'autorità del suo grado i principi ed i popoli a correre contro i Francesi partigiani del nuovo governo, come gente nemica agli uomini, nemica a Dio, ora caduto in dimessa fortuna comandava con parole contrariealle precedenti ai fedeli di Francia ed ai sudditi proprj, che obbedissero, ed ogni più cortese modo usassero ai Francesi ed al governo loro. Il che non fu senza notabile diminuzione dell'autorità del Romano seggio.Nè minore variazione fecero le cose di Napoli, come se fosse destinato dai cieli, che le più forti protestazioni, ed i più validi apprestamenti di difesa, in tempesta tanto improvvisa, altro effetto non dovessero partorire che una più grave diminuzione di riputazione e di potenza. Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie dei repubblicani sul Po e sull'Adda; ma all'ansietà succedeva il terrore, quando vi s'intese la rotta totale dei Tedeschi, e la loro ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave, quando i soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè nulla più ostando che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto all'invasione. Laonde il re volendo provvedere con estremi sforzi ad estremi pericoli, perchè o fosse solo, o dovesse secondare le armi imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che trentamila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo stato ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tante genti con altre squadre d'uomini armati, comandava, che si tenessero pronte a marciare, e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si ordinassero tutte le persone abili all'armi; la quale massa avrebbe aggiunto quarantamila combattenti. Perchè poi si usassero coloro, che consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesadel regno, dava loro privilegi e speranza di ricompense onorevoli. Volendo poi favorire anche con l'autorità e con l'armi spirituali, le forze temporali, scriveva ai vescovi ed ai prelati del regno lettere circolari, con cui gli ammoniva, e con parole patetiche gli esortava dicendo, che la guerra che già da tanto tempo desolava l'Europa, e nella quale già tanto sangue e tante lacrime si erano sparse, era non solamente guerra di stato ma di religione; che i nemici di Napoli erano nemici del Cristianesimo; che volevano abolire il principato, come avevano abolito la religione; per questo turbare le nazioni, per questo sollevare i popoli; per questo ridurgli all'anarchìa con le massime, alla miseria con le rapine: saperlo il Belgio, saperlo la Olanda, saperlo tanti paesi e città illustri di Germania e d'Italia, confuse, desolate, spogliate, ed arse dalla rabbia e dall'avarizia loro: invano gemere, invano querelarsi i popoli conculcati; sotto la crudele tirannide non trovar luogo il diritto, non trovar luogo l'umanità; ma la santa religione essere principalmente segno alle lor barbare voglie, perchè tolto di mezzo il suo potente freno si possano violare senza ribrezzo, ed a sangue freddo tutte le leggi sì divine che umane; ma inspirare la religione il coraggio, come insegnar il dovere; amare il cristiano la patria per gratitudine, amarla per precetto. Esortassero adunque i popoli ad impugnar le armi contro un nemico, a cui niuna legge era sacra, niuna proprietà sicura, niuna vita rispettata, niuna religione santa, contro un nemico che dovunque arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva,profanava i templi, atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti, calpestava quanto di più sacro e di più reverendo ha ne' suoi dogmi, nei suoi precetti, e ne' suoi sacramenti divini lasciato alla chiesa sua Cristo Salvatore: non abborrire il re, per amore verso i sudditi, gli accordi, ma volergli giusti ed onorevoli, nè tali potergli conseguire, che con la potenza dell'armi. Combatterebbe egli il primo a guida de' suoi soldati: sperare, che il Re dei re, il Signor dei signori, che ha in sua mano il cuore dei principi, e non cessa d'inspirargli con retti consigli, quando sinceramente invocano il suo santo nome, gli avrebbe dato favore in così santa, in così generosa impresa.Così parlava il re ai vescovi, ed ai prelati del regno. Rivolgendosi poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva dicendo sarebbero vincitori di questa guerra, se a loro stesse a cuore difendere se stessi, il re, i tempj, i ministri del Signore, le mogli, i figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, sclamava, Dio vi proteggerà contro le armi barbare.Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di popolo, alla Basilica, dove, toccando gli altari, e stando tutti, tra la riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, disse queste parole: «Grande Iddio, ecco alla vostra presenza colui, che avete constituito al governo di questi miei fedelissimi sudditi. Se vi piacesse maidi levarmi da un tal ministero, alla vostra santissima volontà di buona voglia mi sottometto; ed affinchè si vegga e si sappia, che questa protesta sia stata fatta da me con tutta contentezza d'animo, ecco che mi tolgo dalle spalle la clamide, dalla mano lo scettro, dal capo la corona, e tutte queste reali divise ripongo sulla mensa del vostro altare, vicine appunto al Tabernacolo, dove voi risiedete come in Paradiso. A voi dunque le lascio, a voi le dedico, acciocchè ne abbiate ad essere il custode».Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in un popolo dominato da fantasìa potente. Certamente, se le mani fossero state tanto pronte all'operare, quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora, e di Gaeta; fuvvi accolto con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il romore delle occupate legazioni, e le ultime strette in cui era caduto il pontefice, avevano indotto nei consiglieri del re la credenza, che l'accordare fosse più sicuro del combattere. Perlochè non aspettando pure che il papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo poscia a Parigi a concludere lapace col direttorio. Buonaparte, considerato che Mantova si teneva ancora per gli Austriaci, nè che così presto l'avrebbe potuta piegare a sua divozione per la fortezza dei luoghi, pel numero e pel valore dei difensori, e molto più per la stagione calda e molto pregiudiziale alla salute degli oppugnatori, che oggimai si avvicinava, considerato altresì che del tutto non era ancor prostrata la potenza dell'imperatore, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Si concluse tra il generale e lui il cinque di giugno un trattato di tregua, con cui si stipulava, che cessassero le ostilità tra la repubblica, e il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane che si trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero, e gissero alle stanze nei territorj di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle armate Inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri rispettivi tanto per le terre proprie o conquistate dalla repubblica, quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani, lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio. Per questo le sue parole scemarono di fede, non solamente appresso al pontefice romano, ma eziandìo presso i popoli d'Italia. Affermavano che se non si voleva combattere per la religione, e' nonbisognava invocarla, e se si voleva combattere per lei, era mestiero di non concludere così presto. Il toccar gli altari il re, ed il toccar la mano di Buonaparte il principe di Belmonte, furono atti troppo l'uno all'altro vicini, da non esservi stato di mezzo piuttosto inconstanza che prudenza. Quei giuramenti tanto solenni, o non bisognava fargli, e richiedevano che si perdesse almeno una provincia prima di stipulare.In questo mezzo tempo si spogliavano dall'acerbo vincitore, di statue, di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna, e Roma. A questo fine aveva mandato il direttorio in Italia per commissarj Tinette, Barthelemi, Moitte, Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed allo spoglio; dal quale ufficio così poco onorevole per la patria loro, non so come non rifuggisse l'animo loro, massimamente quelle dei tre ultimi, uomini gravissimi, ed in cui certamente assai potevano la umanità e la gentilezza dei costumi. La castità della storia però da noi richiede, che diamo pubblica testimonianza dello aver loro temperato con molta moderazione quanto aveva in se di brutto e di odioso il carico, che era stato loro imposto dalla repubblica.Si avvicinavano intanto i tempi de' rei disegni del direttorio e di Buonaparte contro l'innocente Toscana. Intendevano col comparire armati in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano, che si cacciassero gl'Inglesida Livorno, vi si rapissero le sostanze dei neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano: s'ingegnarono di onestare con loro ragioni questo fatto; che gli Inglesi, allegavano, tanto potessero in Livorno che il gran Duca non avesse più forza bastante per frenargli, che il commercio Francese vi fosse angariato, l'Inglese con ogni latitudine protetto, che ogni giorno vi s'insultasse la bandiera della repubblica, che quel Britannico nido fosse fomento ai principi Italiani di far pensieri contrarj agl'interessi ed alla sicurtà di Francia; dovere pertanto la repubblica andare con le sue forze a Livorno per restituire all'independenza propria il duca Ferdinando, e per liberarlo dalla tirannide degl'Inglesi.Il gran duca negò costantemente qualunque parzialità; e che ciò fosse verità, nissuno meglio il sapeva, che i suoi accusatori medesimi. Di ciò fanno fede le parole scritte da Buonaparte stesso al direttorio, che sono quest'esse, che la politica della repubblica verso la Toscana era stata detestabile. Per purgarla andava il generalissimo ad espilar Livorno. Per la qual cosa, come prima ebbe posto piede in Bologna, e confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di correre contro la Toscana per andarsene ad occupar Livorno. Era suo intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel papa; del che avendo avuto avviso il gran duca, mandava a Bologna il marchese Manfredini, ed il principe Tommaso Corsini, perchès'ingegnassero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoja, che per quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè, non indugiandosi punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con parte dell'esercito in Pistoja. Da questo suo alloggiamento manifestava il vigesimosesto giorno di giugno le querele della repubblica contro il gran duca, e la sua risoluzione di correre contro Livorno.Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa alcuna contro la repubblica di Francia, o contro i Francesi: l'amicizia sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal direttorio, non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione, avere dato facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni dell'ingresso.Marciavano intanto i Francesi celeremente verso Livorno condotti dal generale Murat, e comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con una banda di cavalli alla port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi quando i repubblicani arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessantabastimenti tra piccoli e grossi, e sotto scorta di alcune fregate, salpava da Livorno, verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col solito brio ed aspetto militare i Francesi. Poco dopo entrava Buonaparte medesimo, contento allo avere scacciato da quel porto tanto opportuno gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per voglia, ma per ordine e per paura. Il chiamavano Scipione, ed era per continenza delle donne, non per continenza delle ricchezze, per arte di guerra, non per rispetto alla libertà della patria, degno rampollo in tutto di un secolo grande per armi, piccolo per virtù.Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le Napolitane sostanze, si confiscavano le Inglesi, le Austriache, le Russe; s'investigavano i Livornesi conti per iscovrirle: si disarmavano i popoli, si occupavano le fortezze, e per far colme le insolenze, si arrestava Spannocchi, governatore pel gran duca. Si scuotevano al tempo stesso fortemente i negozianti, affinchè svelassero le proprietà dei nemici, ed eglino per lo men reo partito offerirono cinque milioni di riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi da coloro che stavano sopra alla vendita, con grave discapito della repubblica conquistatrice, che vinceva i soldati altrui, e non poteva vincere i ladri proprj. Del che si muovevano a grave sdegno, e facevano grandi querele Belleville, console Francese in Livorno, per onestà di natura, Buonaparte per vedere che quel che sisucciavano i predatori, era tolto ai soldati. Se ne vergognava anche Vaubois generale, che da Buonaparte era stato preposto al governo di Livorno, e se ne lavava le mani, come di cosa infame. Insomma fu rea nel principio la occupazione di Livorno, ma non fu migliore negli effetti: solo risplendè più chiaramente la virtù di Vaubois e di Belleville.Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano al gran duca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al direttorio, di torgli lo stato, a cagione ch'egli era principe di casa Austriaca. A questo modo si voleva trattare un principe amico ed alleato della Francia dal generalissimo, e da certi agenti della repubblica, che in Italia non cessavano di accusare la perfidia Italiana e la malvagità di Machiavelli. E perchè questo tradimento di Buonaparte verso il gran duca avesse in se tutte le parti di un atto vituperoso, mandava al direttorio, che conveniva starsene quietamente, nè dir parola che potesse dar sospetto della cosa insino a che il momento fosse giunto di cacciar Ferdinando. Pure Buonaparte scriveva, due giorni dopo, al direttorio, niun governo più traditore, niun più vile essere al mondo del governo Veneziano, come se Venezia avesse in alcun tempo macchinato un'opera tanto vile, quanto quella ch'egli medesimo macchinava contro il principe di Toscana.Nè alle raccontate enormità si rimase la violata neutralità. Eransi alcuni patriotti Sardi, tra i quali il cavaliere Angioi, fuggendo lo sdegnodel re, ricoverati a Milano. Comandava Buonaparte, a requisizione del cavalier Borghese, agente del re a Milano, che fossero dati. Il che avrebbe avuto il suo effetto; se Saliceti ed il comandante di Milano non avessero portato più rispetto alla sventura, che agli ordini del loro generale. Questi medesimi Sardi, essendosi poscia ritirati a Livorno, il re ne faceva novella inchiesta a Buonaparte, ed egli già aveva ordinato che se gli consegnassero. Ma dimostratasi da Belleville e Vaubois la medesima generosità d'animo di Saliceti, e del comandante di Milano, furono salvi. Posto che importasse alla sicurezza dei Francesi in Italia l'occupazione di Livorno, che importava alla sicurezza medesima, che fossero dell'ultimo supplizio affetti tre o quattro Sardi? Atto veramente per ogni parte inescusabile fu questo, perchè violava il diritto delle genti, la sovranità del gran duca, le leggi dell'umanità, ed il rispetto che l'uom porta naturalmente a chi è misero. Che se Buonaparte temeva che questi fuorusciti di Sardegna tentassero da Livorno novità in quell'isola a pregiudizio del governo reale, e voleva in questo gratificare al re, perchè non contentarsi di allontanargli da quella sede? Perchè volere mandargli a morte? perchè volere che mani Francesi consegnassero coloro, che non erano diventati rei che per suggestioni Francesi? Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare, serravano il porto, ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè usando la opportunità, invasero i ducati di Massa e Carrara, ed occuparono tutta la Lunigiana, chiamando i popoli a libertà, e sforzandogli a grosse contribuzioni di denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che gli possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena, sposata all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di San Romano quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e Carrara. Per questo il generale della repubblica gli trattò da nemico. Questo piccolo dominio, che dopo spenta la repubblica di Firenze dalla potenza di Carlo quinto, non aveva più sentito impressione di guerra, non andò ora esente dalle comuni calamità.Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma parendo a chi le reggeva, che ciò non bastasse a perfetto servaggio, stavano attenti i ministri del direttorio presso i diversi potentati Italiani nello spiare, e nel rapportare il vero ed il falso a Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori indefessi di cose nuove contro i Francesi. Avevano in tutto questo per ajutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome, e fra gli altri molto operoso si dimostrava il cavaliere Azara, buona e dolce persona, ma, come buona, assai corriva al lasciarsi prendere all'esca dei lusinghieri discorsi. La gloria guerriera di Buonaparte, unicaveramente al mondo, gli aveva talmente occupato l'animo, che non distinguendo più nel capitano di Francia nè vizio nè virtù, il lodava, non che del lodevole, anco del biasimevole.Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi, le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderj delitti, ed era l'Italiano ridotto a tale, che se non amava il suo male, era riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il gran duca di Toscana, la repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti s'intendevano con l'Austria, tutti prezzolavano gli assassini per uccidere i Francesi. Certamente lo stipendiar gli assassini sarebbe stata opera nefanda, ma era tanto falsa, quanto l'imputarla era sfrenata. Rispetto al rimanente, erano piuttosto desiderj che macchinazioni, perchè il terrore era tale che non che i desiderj, i pensieri non si manifestavano. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi spaventare da questi rapporti fatti o per adulazione o per paura, era uomo da valersene, come di pretesto, per peggiorar le condizioni dei principi vinti, e per giustificare contro di loro i suoi disegni di distruzione. Gl'Italiani intanto in preda a mali presenti, e segno a calunnie facili, perchè venivan da chi più poteva, non avevano più speranza.Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa. Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperarele belle e ricche sue province, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi dominj, e che l'autorità che si era confermata da sì lungo tempo in quella parte tanto principale d'Europa, gli sfuggisse di mano per passare in balìa dei Francesi. Aveva egli adunque applicato l'animo, tostochè si erano udite a Vienna le ultime rotte di Beaulieu, a voler ricuperar il Milanese; al che gli davano speranza la mala contentezza dei popoli, la fortezza di Mantova, e il numero dei soldati che ancora era in grado di mandare in Italia. Nè indugiandosi punto, affinchè l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I Tirolesi medesimi, gente armigera, e divota al nome Austriaco, fatta una subita presa di armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera; nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte sussidio; conciossiachè l'imperatore, anteponendo la conquista d'Italia alla sicurezza dell'Alemagna, ordinava che trentamila soldati, gente eletta e veterana, che militavano in Alemagna, se ne marciassero velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle genti d'Italia, con quelle venute dalla Stiria, dalla Carniola e dalla Carintia, e con le masse Tirolesi: erano circa cinquantamila. Perchè poi ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa, non mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a governarla il maresciallo Wurmser,guerriero di pruovato valore nelle guerre Germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto e prudente. Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la costanza Tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio Francese aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo, se erano ingrossati gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili dall'Alpi.Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e tosto dava opera al compire l'impresa, che alla virtù sua era stata commessa. La strada più agevole per venire dal Tirolo in Italia è quella, che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona, e questa è stata sempre frequentata dai Tedeschi nelle loro calate in Italia. Questa medesima aveva in animo di fare il capitano Austriaco; ma il principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un capo grosso all'ombra di quel sicuro propugnacolo, potesse, secondo le opportunità di guerra, o starsene aspettando, o correre subitamente contro il Milanese. E sapendo che i Francesi erano segregati in diversi corpi, gli uni lontani dagli altri per molto spazio, per modo che in breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich, doveva, marciando sulla destra sponda del lago di Garda, assaltare Riva e Salò, dove stava a guardia il generale Sauretcoi generali Rusca e Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. Era pensiero di Wurmser, che questa, occupato Salò, si divallasse, parte per la strada del monte Gavardo a Brescia, parte si conducesse a Desenzano ed a Lonato per congiungersi con la mezza, che veniva scendendo tra la destra dell'Adige e la sinistra del lago. La quale ultima mossa verso Lonato era certamente molto opportuna; ma non appare perchè l'altra dovesse indirizzarsi a Brescia, stantechè così facendo si allontanava dalla mezza e dal Mincio, dove necessariamente erano per seguire le battaglie più forti. Forse Wurmser argomentò, che già fosse venuto in odio ai popoli l'imperio dei Francesi, e perciò, sperando che fossero per tumultuare, volle ajutare la loro volontà col favore di queste genti. Forse ancora, prevalendo di numero, si era persuaso di poter opprimere con la sua forza principale il grosso dei repubblicani, e tagliar loro il ritorno alle spalle. La mezza schiera, o la battaglia condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra Peschiera e Mantova. La sinistra confidata al generale Davidowich, insistendo a mano manca dell'Adige, scendeva per Ala e Peri a Dolce, dove, fatto un ponte, varcava il fiume con intento di concorrere più da vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la sinistra sponda del fiume, s'indirizzava verso Verona, donde potea, secondo le occorrenze, ocondursi per Villafranca a Mantova, o non discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti dell'esercito Francese quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti a Verona, a Castelnuovo e luoghi circostanti, si trovava in maggior pericolo, perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze Austriache sulla sinistra del lago.Era giunto al suo fine il mese di luglio, quando in tale modo ordinati marciavano gl'imperiali all'impresa loro. Già erano vicini alle prime scolte dei Francesi, che questi, dispersi tuttavìa nei diversi campi loro, principalmente in quello che cingeva Mantova, non avevano ancora fatto moto alcuno per mettersi all'ordine di resistere a quella nuova inondazione del nemico. Il che dimostra in Buonaparte od una presunzione non ragionevole, o imperfette informazioni de' suoi esploratori. Per verità egli si riscosse poco poscia con mirabile maestrìa dal pericolo in cui si trovava, ma sarebbe stato anche migliore consiglio l'averlo preveduto e prevenuto. Assaltavano gli Austriaci ferocemente l'antiguardo di Massena, governato dal generoso e buono Joubert, che era ai passi di Brentino e della Corona. Fu fortissima e lunga la difesa contro un nemico, che molto superava di numero. Finalmente furono quei forti passi sforzati dagli Austriaci, che, ritirantisi Joubert e Massena velocemente verso Castelnuovo, marciavano contro la Chiusa e Verona. Bene fu fortunato Massena, che gli Austriaci nol seguitassero con quella celerità medesima con la quale ei dava indietro; perchè se il contrario avessero fatto,avrebbero potuto facilmente impadronirsi, prima che vi passasse, delle strette di Osterìa, e tutta la sua schiera sarebbe stata da forze preponderanti o tagliata a pezzi o fatta prigioniera. La qual cosa dimostra viemaggiormente l'improvvidenza di Buonaparte; perchè Massena, lasciato solo in quei luoghi contro al maggior nervo dei Tedeschi, fu obbligato della sua salute ad un fallo certamente non probabile del nemico. Da un'altra parte Quosnadowich, urtato Sauret, che custodiva Salò, l'aveva vinto, non però senza una valorosa resistenza, quantunque i Francesi in questo luogo fossero deboli, e non pari a tanto peso. S'impadronivano gli Austriaci di Salò dopo la fazione, e quivi risplendeva chiaramente la virtù di Guyeux, il quale circondato da ogni banda dal nemico, elesse, piuttosto che arrendersi, di gittarsi dentro una casa, dove sebbene già gli mancassero le munizioni sì da guerra, che da bocca, si difendè con incredibile fortezza due giorni. Occupato Salò, correvano i Tedeschi a Brescia, e se ne impadronivano. Perdettero i Francesi nei fatti di Salò e di Brescia circa due mila soldati tra morti, feriti e prigionieri. I residui dei vinti si ritiravano a Lonato e a Desenzano. Avanzavasi intanto minacciosamente Wurmser medesimo, e già si avvicinava alle cercate rive del Mincio. Così avevano le cose Francesi fatto una grandissima variazione, ed erano cadute in grave pericolo prima che Buonaparte avesse mosso un soldato per opporsi a tanta ruina. Gli giunsero al tempo medesimo le novelle della rotta di Sauret, e della ritirata di Massena. Ordinava incontanentead Augereau, che già marciava verso Verona per frenar l'impeto, se ancora fosse in tempo, di Mezaros, tornasse indietro prestamente, venisse a Roverbella, rompesse i ponti di Portolegnago, ardesse i carretti dei cannoni più grossi, trasportasse dai magazzini quanto in sì subito tumulto potesse. Arrivava Augereau a Roverbella; scoverse in tutti una grande confusione mista ad un gran terrore. Vi giungeva ancora Buonaparte, al quale Augereau, vedendolo smarrito dalla gravità del caso, rivoltosi, con parole animosissime il confortava. A queste esortazioni tornato Buonaparte quel che era, con un'arte e con un vigore degni di eterna commendazione ordinava quanto alla difficoltà del tempo si convenisse. Avvisandosi che non poteva combattere con vantaggio, se non unito, e che anche unito non era abbastanza forte per cimentarsi con l'esercito Tedesco intero, se gli desse tempo di rannodarsi, come evidentemente Wurmser aveva in pensiero di fare, si risolveva a raccorre le sue genti in uno per correre così grosso contro una parte sola del nemico, innanzi che questa avesse potuto congiungersi con le compagne, perchè la speranza, che non aveva di vincerle unite, l'aveva di vincerle separate.Favoriva questo pensiero l'essere la mezzana e la destra degl'imperiali separate di largo spazio per mezzo del lago, del quale elleno non avevano la signorìa sicura, stantechè i repubblicani lo correvano con barche armate e leggiere. Nè poteva stare lungamente in dubbio, quale delle due parti dei Tedeschi ei dovesse assaltare; perciocchèintenzione primaria di Wurmser fosse di far allargare l'assedio di Mantova, nel qual fine insistendo, non sarebbe così facilmente corso in ajuto di un'altra parte de' suoi che pericolasse. Importava anche assai l'assalire la parte meno grossa, e nel tempo medesimo quella, che in un caso sinistro gli avrebbe potuto troncar la strada verso Milano. Fatte tutte queste considerazioni, si risolveva Buonaparte a far impeto col grosso de' suoi contro di Quosnadowich, che vincitore di Salò e di Brescia turbava ogni cosa a Desenzano, a Lonato, a Ponte-San-Marco, a Montechiaro, e già si accostava per congiungersi con Wurmser; il che, se gli fosse venuto fatto, sarebbe stato la ruina dei repubblicani. Perlochè chiamava a se tutte le sue genti, anche quelle che stavano a campo sotto Mantova, anteponendo con mirabile consiglio il perdere le artiglierìe, che servivano alla oppugnazione della piazza, al perdere l'esercito. Ordinate ed eseguite in men che non si potrebbe credere per la incredibile celerità dei soldati, tutte queste mosse, mandava a corsa considerabili rinforzi a Sauret, perchè ricuperasse Salò, e liberasse Guyeux che tuttavìa si difendeva valorosamente. Comandava a Dallemagne, assaltasse il nemico a Lonato e cacciasselo; imponeva ad Augereau lo rompesse a Ponte-San-Marco ed a Brescia, e verso Salò voltandosi, ajutasse Sauret, e facesse opera di tagliare il ritorno a Quosnadowich. Faceva anche attaccare con una grossa banda un corpo forte di Austriaci, che custodiva Desenzano a riva il lago. Ebbero tutti questi assalti, ancorachè fosseromolto sanguinosi, massimamente quello di Desenzano, dove il reggimento di Klebeck, che sostenne con grandissimo valore quasi tutto il peso della giornata, perdè più di mille soldati, quel fine che Buonaparte si era proposto: entrarono vincitori, Sauret in Salò, Dallemagne in Lonato ed in Desenzano, Augereau in Montechiaro ed in Brescia. Quosnadowich, veduto che era alle mani con la maggior parte degli avversarj, che non aveva nuove che Wurmser accorresse in suo ajuto, e che temeva che il nemico, correndo a Riva, gli tagliasse il ritorno verso il Tirolo, si ritirava con passi frettolosi a Gavardo. Per tal modo Buonaparte co' suoi movimenti celeri ed ottimamente ordinati, sbaragliava in poco tempo un'ala intiera di Wurmser, che gli aveva già fatto molto male, ed avrebbe potuto fargliene un maggiore, se si fosse allargata, come aveva intenzione, nelle pianure verso il Milanese. Intanto per assicurare i luoghi abbandonati da Augereau, vi surrogava Massena con tutto il suo corpo di truppe.Mentre tutte queste cose si preparavano e si facevano sulla destra loro, gli Austriaci s'impossessavano di Verona, e Wurmser, difilandosi per la sinistra del Mincio, entrava con un grosso corpo, ed in sembianza di vincitore in Mantova. Il presidio a gran festa guastava le trincee fatte dai Francesi, e tirava dentro le mura meglio di centoquaranta pezzi di grosse artiglierìe, che, trovati nella cittadella di Ancona, nel forte Urbano e nel castello di Ferrara, o presi per forza, o dati loro in mano dal papa in virtù della tregua,vi avevano condotto per battere la piazza. Wurmser, avuta questa vittoria, sapendo i primi prosperi successi di Quosnadowich, ed ignorando i sinistri, dava opera securamente a raccorre vettovaglie e bestiami per provvedere del fodero necessario quella importante fortezza. Ma gli fu breve la sicurezza; conciossiachè gli sopravvennero bentosto le novelle dei disastri accaduti a Quosnadowich; il che lo fece accorgere, che la fortuna Francese era ancora in istato, e tuttavìa più dubbio ciò, ch'ei credeva già sicuro. Considerato adunque che quello non era tempo da starsene, ed avendo ancora forze sufficienti per affrontarsi, con isperanza di vittoria, col nemico, usciva da Mantova, e se ne giva alle stanze di Goito, correndo la campagna co' suoi corridori fino a Castiglione. Era stato preposto alla guardia di questa terra da Buonaparte il generale Valette, che, veduto comparire il nemico, sbigottitosi con pochezza d'animo inescusabile, abbandonava il posto, ed andava con la sua squadra fuggiasca a seminar paura fra i repubblicani, che erano in possesso di Montechiaro. Questo accidente improvviso fece cader l'animo a Buonaparte, che, deponendo il pensiero di più volere assaltar il nemico, voleva ritirarsi sul Po, deliberazione veramente perniciosissima, e che sarebbe stata la rovina di tutta la guerra Italica: l'avrebbe anche mandata ad effetto, se Augereau più animoso di lui non l'avesse impedita confortandolo a rientrare nella sua solita magnanimità, ed a mostrare il viso alla fortuna. Debbe perciò la Francia restar obbligata della gloria acquistatanei campi di Castiglione più che a Buonaparte, ai consiglj di Augereau avanti il fatto, ed al suo valore nel fatto. Ma Buonaparte non ancora ripreso l'animo, e la mente ancor piena del grave pericolo in cui si trovava, stava tuttavìa dubbio e spaventoso, nè sapeva risolversi nè al combattere, nè al ritirarsi. Augereau, che il conosceva, lo esortava ad appresentarsi ad una mostra di soldati. Quando eglino videro il capitano loro, con atti di vivezza, di giubilo, e di estro Francese, con lietissime grida il confortavano a star di buon animo, a non aver timore, a fidarsi in loro: gli conducesse pure alla battaglia; e sclamando, viva Buonaparte, viva la repubblica, facevano echeggiare i colli di Castiglione di quel romore festivo. Or bene sia, disse Buonaparte, accetto il felice augurio, domani vedrete in viso il nemico.In questo mezzo Quosnadowich, che era capitano ardito e pratico, ricevuti alcuni rinforzi alle sue stanze di Gavardo, ed avute le novelle dello avanzarsi di Wurmser verso Castiglione, conoscendo di quanta importanza fosse il fare ogni sforzo per congiungersi con esso lui ad un impeto comune, od almeno il consuonarvi per una diversione, usciva di nuovo in campagna, e prostrato Sauret, che gli stava a fronte, e fattosi signore di Salò, velocemente scendeva con forze poderose verso Lonato. L'antiguardo di Quosnadowich condotto dal generale Ocskay già si era impossessato di Lonato; le cose divenivano pericolosissime pei repubblicani. In questo forte punto Massena arrivava col suo antiguardo vicino a Lonato,e volendo ricuperare quel sito, in cui consisteva la somma della fortuna, perchè se gli Alemanni vi si mantenevano, si difficoltava molto l'impedire la unione di Quosnadowich con Wurmser, mandava il generale Pigeon, ma non con gente a sufficienza, ad assaltare Ocskay. Fu durissimo l'incontro. Pigeon non solamente fu rotto e vinto, ma perdè tre pezzi d'artiglierìe leggieri, e venne prigioniero in mano del nemico. Udito il caso, accorrevano Massena e Buonaparte per rimediare alla fortuna vacillante. Ordinava il generalissimo un grosso squadrone assai fitto, e lo mandava a serrarsi addosso al centro del nemico, il quale insuperbito per la prima vittoria, e credendo, non solo di vincere, ma ancora di prendere tutto il corpo repubblicano, distendeva le sue ali con pensiero di cingere i soldati di Buonaparte. Questa mossa, debilitando il mezzo della fronte, diè del tutto la vittoria ai Francesi; imperciocchè mentre Massena raffrenava l'impeto dell'ali estreme degl'Imperiali con mandar loro incontro quanti feritori alla leggiera potè raccorre, Buonaparte con quel fitto squadrone dava dentro alla mezza schiera. Faceva ella una viril difesa, non senza grave uccisione dei repubblicani; ma finalmente non potendo più reggere a sì impetuoso assalto, sbaragliata cedeva il campo, ritirandosi verso il lago, principalmente a Desenzano. Fu liberato Pigeon; si racquistarono le perdute artiglierìe. I Francesi seguitavano gli Austriaci a Desenzano, e gli avrebbero condotti all'ultima fine, se non era che, sopravvenendo con ajuti mandati da Quosnadowich il principedi Reuss, gli metteva in salvo col condurgli a luoghi sicuri verso Salò. In tutte queste zuffe tanto miste ebbe più parte la fortuna che l'arte, e sebbene i disegni dei generali Tedesco e Francese fossero certi, del primo di calare, del secondo d'impedire che calasse, pare a noi, che Quosnadowich abbia meglio eseguito il suo intento, che Buonaparte, perchè quegli calò quando volle, e questi non l'impedì quando volle; ed anche si può argomentare da tutti i fatti successi sulla destra del lago, che il generale repubblicano abbia più operato a caso, o per necessità, che con proposito deliberato, dominato piuttosto, che dominatore della fortuna.Mentre queste fazioni succedevano sulla sinistra dei Francesi, Augereau, che non voleva che Castiglione fosse perduto, perchè quel sito era il principale impedimento alla unione delle diverse parti dell'esercito Tedesco, indirizzava le sue genti al riacquistarlo; ma già i Tedeschi l'avevano munito con un forte presidio, conoscendo l'importanza della terra, con farvi alloggiare una forte banda di soldati, che era l'antiguardo di Wurmser governato dal generale Liptay. Il castello, i colli vicini, ed il ponte erano guerniti di molti e buoni soldati, tanto più confidenti in se medesimi, quanto Wurmser, spuntando da Guidizzolo, si avvicinava con tutte le sue genti. Ordinava Augereau per modo i suoi, che il generale Beyrand assalisse il corno sinistro degli Austriaci, e per assicurare vieppiù questa parte, comandava al generale Robert, facesse un'imboscata per riuscire alle spalle degli Alemanni.Verdier con un grosso nervo di granatieri era per assaltare nel mezzo il castello medesimo di Castiglione, e nella parte superiore il generale Pelletier si apparecchiava ad urtare la destra del nemico. Ma per provveder meglio ad ogni caso fortuito, ordinava Buonaparte, che la schiera di ultima salute condotta dal generale Kilmaine andasse ad unirsi ad Augereau, perchè fosse più fortemente sostenuta la battaglia. S'incominciava a menar le mani molto virilmente da ambe le parti, era il dì tre d'agosto; animava gli uni la memoria delle vittorie fresche, e la presenza dei loro generali Buonaparte ed Augereau, gli altri il vicino soccorso del maresciallo. Dopo una ostinatissima difesa Liptay, non potendo più reggere, si ritirava: anzi scrivono alcuni, che disperando affatto della giornata, già si fosse risoluto di arrendersi. Ma o che in questo punto si fosse accorto, che i repubblicani non erano tanto numerosi quanto a prima giunta si era persuaso, come si narra da qualche storico, o che, come altri credono, avesse veduto un grosso di cavallerìa Tedesca, che accorreva galoppando in suo ajuto, ripreso animo, ritornava alla battaglia più animoso di prima. Già con incredibile valore combattendo, rendeva dubbia la vittoria, quando Robert, uscendo fuori dall'imboscata, a gran furia lo assaliva. Questo urto improvviso disordinò tanto gli Alemanni, che si ritiravano, lasciando la terra di Castiglione in potestà dei Francesi. Ebbe in questo punto Liptay qualche rinforzo delle prime truppe di Wurmser che arrivavano. Per la qual cosa si fece forte al ponte, che non avevaancor perduto, e continuava a tempestare con costanza veramente Austriaca. Il contrasto diveniva più sanguinoso di prima, si combatteva fortemente su tutta la fronte. Finalmente i Francesi, spintisi avanti con la solita concitazione, e non essendo ritardati nè dagli urti che ricevevano sul ponte, nè dalla fama che già tutta l'oste Tedesca fosse arrivata, conquistarono il ponte: il che sforzò gl'imperiali a ritirarsi. Ma già i Francesi seguitando il favor della fortuna, rompevano, tanta era la pressa che quivi facevano Beyrand e Robert, l'ala sinistra degli Austriaci, e l'avrebbero anche conculcata del tutto, se una batterìa posta opportunamente sopra di un poggio vicino non avesse raffrenato l'impeto loro. Ciò fu cagione, che tenendo ancora gli Austriaci la posizione loro dietro Castiglione, impedirono ai Francesi l'inoltrarsi nella pianura, che separava l'ala destra dalla sinistra degl'imperiali, e si crearono abilità di sostenere nel medesimo luogo, due giorni dopo, un'altra ostinata battaglia. In questa fazione combattuta con grandissimo valore da ambe le parti, perdettero gli Austriaci fra morti, feriti, e prigionieri quattro mila soldati con venti bocche da fuoco. Nè fu lieta la vittoria ai Francesi; perchè mancarono di loro più di mila soldati eletti, fra i quali a molto onore si nominano Beyrand, Pourailler, Bourgon, e Marmet.

Gl'imperversamenti e le minacce di Buonaparte pervennero alle orecchie del provveditor generale Foscarini, che le udì con grandissimo terrore. E però per dare al generale repubblicano le convenienti giustificazioni, che dalla sua bocca propria, e non da quella d'altrui voleva udire, si mise in viaggio col segretario San Fermo per andarlo a visitare in Peschiera. Giunto al cospetto del giovane vincitore, e ristrettosi con esso lui e con Berthier, che è da lodarsi per la umanità mostrata in tutte queste occorrenze, se però non era un concerto alla soldatesca tra lui e Buonaparte, protestava ed asseverava, avere sempre la repubblica Veneziana, ed in ogni accidente seguitato i principj della più illibata neutralità. Rispondeva minacciosamente Buonaparte, che non voleva esser convinto, ma bensì intimorire, che maleaveva corrisposto Venezia all'amicizia della Francia, che i fatti erano diversi assai dalle parole, che per tradimento avevano i Veneziani lasciato occupar dai Tedeschi Peschiera; il che era stato cagione ch'egli avesse perduto mila e cinquecento soldati, il cui sangue chiamava vendetta; che la neutralità voleva che si resistesse agli Austriaci; che se i Veneziani non bastassero, sarebbe egli accorso; che doveva la repubblica con le sue galere vietar loro il passo pel mare e pei fiumi; che insomma erano i Veneziani amici stretti degli Austriaci. Quindi trascorrendo dalle minacce alla barbarie, rimproverava con asprissime parole ai Veneziani l'aver dato asilo negli stati loro ai fuorusciti francesi, ed al conte di Lilla, nemico principale della repubblica di Francia; procedendo finalmente dalla crudeltà alle menzogne, sclamava, che prima del suo partire aveva avuto comandamento dal direttorio di abbruciar Verona, e che l'abbrucierebbe; che già contro di lei marciava con cannoni e mortai Massena, che già forse le artiglierìe di Francia la fulminavano, e che già forse ardeva; che tal era il castigo che i repubblicani davano pel ricoverato conte di Lilla; che aspettava fra sette giorni risposta da Parigi per dichiarar la guerra formalmente al senato; che Peschiera era sua, perchè conquistata contro gli Austriaci; che di tutte queste cose aveva informato il ministro di Francia in Venezia, quantunque, aggiungeva, queste comunicazioni diplomatiche tenesse in poco conto, acciocchè il senato ne ragguagliasse. Così Buonaparte, che sapeva di certo, e lo scrisse al direttorio, che per fraude,e contro la volontà dei Veneziani erano gli Austriaci entrati in possessione di Peschiera, questo fatto attribuiva a tradimento dei Veneziani.

Spaventato in tale modo l'animo del provveditore, stette Buonaparte un poco sopra di se; poscia, come se alquanto si fosse mitigato, soggiunse, che della guerra e di Peschiera aspetterebbe nuovi comandamenti dal direttorio; sospenderebbe per un giorno il corso a Massena, ma il seguente s'appresenterebbe alle mura di Verona; che se quietamente vi fosse accettato e lasciato occupar i posti da' suoi soldati, manterrebbe salva la città, ed avrebbero i Veneti la custodia delle porte, i magistrati il governo dello stato; ma che se gli fosse contrastato l'ingresso, sarebbe Verona inesorabilmente arsa e distrutta.

Queste arti usava Buonaparte il dì trentuno maggio per ottenere pacificamente il possesso di Verona. Dal che si vede qual fede prestar si debba al suo manifesto dato da Brescia il dì ventinove del mese medesimo, e quale fosse la sincerità delle sue promesse. Così quella repubblica di Venezia, che due giorni prima era stata chiamata amica della Francese, e dichiarata aver sempre camminato nelle vie dell'onore, era il dì trentuno del mese medesimo divenuta, e già da lungo tempo, non solo infedele, ma perfida e nemica alla Francia, ed il direttorio aveva comandato a Buonaparte, che ostilmente contro una delle città più eminenti del suo dominio e di tutta Italia corresse. Certamente non era questo un procedere degno di un generale di una nazione civile, e che ha nel nemico in odio più la perfidia che la guerra.Tale sarà il giudizio che ne faranno le generazioni sì presenti che future, in cui la virtù sarà sempre più potente che il vizio.

Da questa insidia, e da queste minacce si rendeva chiaro, quali dovessero essere le deliberazioni del provveditor Veneto; posciachè, prescindendo anche dagl'indegni oltraggi, quel dire di voler arder sul fatto una città nobilissima del territorio Veneto, quell'affermare che fra sette giorni poteva venir caso ch'ei dichiarasse formalmente la guerra a Venezia, della verità o falsità della quale affermazione non poteva a niun modo il provveditore giudicare, non solo rendevano giusta, ma ancora necessaria una subita presa di armi dal canto dei Veneziani. Quello era il momento fatale della Veneziana repubblica, quello il momento fatale d'Italia e del mondo; e se Foscarini avesse avuto l'animo e la virtù di Piero Capponi, non piangerebbe Venezia il suo perduto dominio, non piangerebbe Italia il principale suo ornamento, non piangerebbe il mondo tante vite infelicemente sparse per fondare il dispotismo di un capitano barbaro. Che se Foscarini non aveva questo mandato dal senato, l'aveva dal cielo, favoreggiatore delle cause pie, e nemico dei tiranni, l'aveva dalla sua nobil patria, l'aveva dal consentimento di tutti i buoni gonfi di sdegno all'aspetto di sì inudita empietà. Non con le umili protestazioni, non col privar Verona delle sue difese doveva Foscarini rispondere a Buonaparte, ma con un suonar di campana a martello continuo, con un predicar alto di preti contro i conculcatori della sua innocente patria, con un dararmi in mano a uomini, a donne, a fanciulli, con un fracasso di cannoni incessabile dalle lagune all'Adige, dalle bocche del Timavo all'emissario di Lecco. Certamente in un moto tanto universale molte vite sarebbero mancate, molte città distrutte, Verona forse data alle fiamme, ma la repubblica fora stata salva. Forse alcuni sentiranno raccapriccio all'udir rammentare di queste battaglie di popoli. Pure le usarono contro i Francesi gli Austriaci, sebbene non prosperamente, nell'ottocentonove, e furono lodati: le usarono contro i Francesi medesimi prosperamente gli Spagnuoli nell'ottocentodieci, i Prussiani nell'ottocentotredici, e furono lodati; le vollero usare i Francesi contro gli Europei nell'ottocentoquindici, e se non furono lodati, non furono neanco biasimati. Ora non si vede perchè non sarebbe stato lodevole ai Veneziani di usarle: che se gli Austriaci, gli Spagnuoli, i Prussiani, ed i Francesi hanno qualche privilegio, quando ne va la indipendenza, anzi l'essere, od il non essere dello stato, di difendersi a stormo, sarìa bene che il mostrassero, affinchè gl'Italiani si acquetino a tanto diseredamento.

So che alcuni diranno, che il governo di Venezia era cattivo; ma si risponderà dagli uomini savj, che non tocca ai forestieri il giudicare della natura del governo, e meno ancora il correggerla; nè so se muova più a sdegno che a compassione il pensare, che queste querele dottoresche sulla mala natura del governo Veneto vengono principalmente da quelli, che hanno trovato ottimo il governo del direttorio, che volevafar tagliar la testa ai naufragati, e quello di Buonaparte, che teneva prigioni per corso d'anni, ed anche in vita senza forma di processo gl'innocenti. Fatto sta, che poichè si voleva rendere i popoli Veneziani servi dei forestieri, e' bisognava con risoluzione magnanima fare, che i popoli Veneziani si salvassero da se; ma Niccolò Foscarini, in vece di gridar campane, come Piero Capponi, corse, pieno di paura, a Verona, e diede opera che gli Schiavoni, nei quali consisteva la principale difesa, l'abbandonassero, e che così i magistrati come i cittadini ricevessero pacificamente i soldati di Buonaparte. Il non aver usato il rimedio dei popoli non solo fu fatale per l'effetto, ma fu anche inutile per la fama; imperciocchè ed i partigiani e gli storici pubblicarono a quei tempi, e tuttavìa pubblicano, sebbene bugiardamente, ma per giustificare la sceleraggine commessa contro Venezia, che se Venezia non fece, volle fare lo stormo contro i Francesi, già prima che succedesse la sollevazione di Verona del novantasette, che racconteremo a suo luogo. La qual cosa se fosse tanto vera, quanto veramente è falsa, non si sa che si volesse significare il manifesto di Brescia. So che dagli adulatori di Buonaparte viene, sebbene con la solita falsità, accagionato di aver macchinato questo stormo Alessandro Ottolini, podestà di Bergamo a quei tempi, uomo meritevole di ogni lode per la fedeltà e la sincerità sua verso la patria; ma egli solamente s'ingegnava di mantenere le popolazioni Bergamasche affezionate al nome Veneziano; e se quando s'impadronirono i Francesi di Verona,divenne Ottolini più vigilante e più attivo, e fece opera che le popolazioni si ordinassero, il fece perchè le minacce ed i fatti di guerra del capitano del direttorio a ciò lo sforzarono. Quell'ordinarsi accennava, non un voler nuocere altrui, ma un impedire che altri nuocesse a lui, e se Ottolini si armava, avrebbe fatto meglio l'armarsi molto più. Certamente avrebbe egli mancato del suo dovere verso la patria, se in tanto romore di guerra, non solo imminente, ma presente negli stati di Venezia, non avesse procurato di serbarsi padrone di se medesimo, e capace di mantenere con buoni ordinamenti salva la provincia commessa alla sua fede rispetto ai due nemici, che venivano a rapire le sostanze Veneziane, e ad ammazzarsi tra di loro sulle terre della repubblica. Ma nei tempi scorretti che abbiamo veduto, fu costume il chiamar traditori, ed il perseguitare con ogni sorte di pubblico improperio coloro, che più sono stati fedeli alle loro patrie, come se fosse stato debito loro il servire piuttosto a Buonaparte nemico, che ai principi proprj ed alla patria, ed a quanto ha la patria in se di caro e di giocondo. Così fu infamata la virtù di Alessandro Ottolini e di Francesco Pesaro in Italia, di Stadion in Austria, di Stein in Prussia: così anche furono condotti a morte Palmer di Baviera, Hofer di Tirolo: così finalmente i magnanimi Spagnuoli furono chiamati col nome di briganti. Queste cose chi generoso scrittore fosse, dovrebbe con disdegnosa e riprenditrice penna altamente dannare, non cercar di scusare, ora con le parole ed ora col silenzio, l'inganno, l'ingiustizia, e la tirannide.

Come prima si sparse in Verona, per la venuta del Foscarini, che i Francesi vi sarebbero entrati per alloggiarvi, vi nacque nelle persone di ogni condizione e grado uno spavento tale, che pareva che la città avesse ad andare a rovina. Più temevano i nobili che i popolani, perchè sapevano che i repubblicani gli perseguitavano. Il popolo raccolto in gran moltitudine sulle piazze e per le contrade, pieno di afflizione e di terrore accusava la debolezza di Foscarini, e le perdute sorti della repubblica. Lo stare pareva loro pericoloso, l'andarsene misero. Pure il pericolo presente prevaleva, e la maggior parte fuggivano. Fu veduta in un subito la strada da Verona a Venezia impedita da un lungo ingombro di carrozze, di carri e di carrette, che le atterrite famiglie trasportavano con quelle suppellettili, che in tanta affoltata avevano a molta fretta potuto raccorre. Facevano miserabile spettacolo le donne coi fanciulli loro in braccio od a mano, che piangendo abbandonavano una sede gradita per amenità di sito, graditissima per una lunga stanza. Nè minor confusione era sull'Adige fiume; perchè insistevano i fuggiaschi occupati nel caricare sulle navi a tutta pressa le masserizie più preziose dei ricchi, e gli arnesi più necessarj dei poveri: navigavano intanto a seconda per andar a cercare in lidi più bassi, od oltre le acque del mare terre non ancora percosse dalla furia della guerra.

Entrarono il dì primo giugno i Francesi in Verona. Quivi Buonaparte lodava l'aspetto nobile della città, i magnifici palazzi, le spaziose piazze,i tempj, le pitture, insomma ogni cosa, e più di tutto, per indurre opinione ch'egli elevasse l'animo alla grandezza Romana, l'Arena, opera veramente mirabile dei Romani antichi. Si rendevano anche padroni di Legnago e della Chiusa. A Verona non solo occuparono i ponti, ma ancora le porte e le fortificazioni. Così si verificava, secondo il solito, la promessa di Buonaparte del voler solo occupare i ponti. Al medesimo modo, pure secondo il solito, mantenne le promissioni da lui fatte nel manifesto di Brescia del voler pagare in contanti tutto ch'ei richiedesse in servigio dei soldati; imperciocchè essendosi sparsi nelle campagne testè felici del Bergamasco, del Bresciano, del Cremasco e del Veronese, vi facevano tolte incredibili, che, non che si pagassero, non si registravano; seguivano mali tratti e scherni ancor peggiori; nè le cose rapite bastavano od erano d'alcun frutto, perchè si dissipavano con quella prestezza medesima, con cui si rapivano. Quindi era desolato il paese, nè abbondante l'esercito, nè mai si fece un dissipare di quanto alla umana generazione è necessario, così grave e così stolto, come in questa terribil guerra si fece. I popoli intanto vessati in molte forme, e cadendo da una lunga agiatezza in improvvisa miseria, entravano in grandissimo sdegno, e si preparavano le occasioni a futuri mali ancor più gravi.

A questo tempo si udirono le novelle della dedizione del castello di Milano; il comandante austriaco Lamy, perduta per le vittorie di Buonaparte ogni speranza di soccorso, si arrese apatti il dì ventinove giugno, salve le robe, e le persone, eccettuati solo i fuorusciti Francesi, che dovevano essere consegnati ai repubblicani. Trovarono dentro la fortezza cencinquanta cannoni grossi, sei mila fucili, polvere e palle in proporzione, con molto bestiame vivo. Fu questo acquisto di grande importanza ai Francesi, perchè era il castello come un freno ai Milanesi, e molto assicurava le spalle dei repubblicani. Per solennizzare questa vittoria, si fecero molte feste, balli e conviti, dai repubblicani Francesi meritamente, dai repubblicani Italiani per imitazione.

La ruina sotto dolci parole si propagava in altre parti d'Italia; perchè trovandosi Buonaparte, per le vittorie di Lodi e di Borghetto, e così per la ritirata di Beaulieu alle fauci del Tirolo, sicuro alle spalle e sul sinistro fianco, voltò l'animo ad allargarsi sul destro; quivi ricche e fertili terre l'allettavano. Restavano oltre a ciò a domarsi il papa, ed il re di Napoli, e ad espilare il porto di Livorno. Per la qual cosa, spingendo avanti le sue genti, dopo l'occupazione di Modena, s'incamminava alla volta di Bologna, città, forse più di ogni altra d'Italia, piena d'uomini forti e generosi, e che conoscendo bene la libertà, non la misurava nè dalla licenza nè dal servaggio forestiero.

Aveva il senato di Bologna anticonosciuto, che per la vittoria di Lodi diveniva il generale Francese signore di tutta la Lombardìa, quanto ella si distende dall'Alpi agli Apennini. Però desiderando di preservare il Bolognese, e massimamentela capitale, dalle calamità che accompagnano la guerra, aveva a molta fretta, dopo di aver creato un'arrota d'uomini eletti con autorità straordinaria, mandato a Milano i senatori Caprara e Malvasia coll'avvocato Pistorini, acciò veduto il generalissimo, il pregassero di aver per raccomandata la patria loro. Al tempo medesimo il sommo pontefice, spaventato dall'aspetto delle cose, siccome quegli, che nell'approssimarsi dei repubblicani vedeva non solo la ruina del suo stato temporale, ma ancora novità perniciose alla religione, specialmente se come nemici allo stato pontificio si accostassero, aveva commesso al cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma, che già era intervenuto alla composizione con Parma, andasse a Milano, e procacciasse di trovar modo d'accordo con quel capitano terribile della repubblica di Francia. Era Azara molto benignamente trattato da Buonaparte, e perciò personaggio atto a far quello che dal pontefice gli era stato raccomandato. Furono dal generale umanamente uditi i senatori di Bologna: parlaronsi nei colloquj secreti di molti gravi discorsi, il fine dei quali tendeva a slegare i Bolognesi dalla superiorità pontificia, a restituire quel popolo alla sua libertà statuita già fin dai tempi della lega Lombarda, e ad impetrare che i soldati repubblicani, passando pel Bolognese, vi si comportassero modestamente. Questi erano suoni molto graditi ai popoli di quel territorio: Buonaparte che sel sapeva, promise ogni cosa, e più di quanto i deputati avevano domandato: partironsi molto bene edificati di lui, e se ne tornarono a Bologna.Intanto le sue genti marciavano. Comparivano il diciotto giugno in bella mostra, e con aria molto militare poco distante da Bologna dalla parte di Crevalcuore. Nel giorno medesimo una banda di cavalli condotta da Verdier entrava, come antiguardo, in Bologna, e schieratasi avanti al palazzo pubblico faceva sembiante d'uomini amici e liberali. Il cardinal Vincenti legato, non prevedendo che fosse giunta al fine in quella legazione l'autorità di Roma, avvisava il pubblico dell'arrivo dei Francesi, e della buona volontà mostrata dai capi. Esortava che attendessero quietamente ai negozj; comandava che rispettassero i soldati; minacciava pene gravi, anche la morte, secondo i casi, a chi o con parole o con fatti gli offendesse. Entrava poi il seguente giorno la retroguardia: arrivavano la notte Saliceti, e Buonaparte.

Era costume di Buonaparte, per fare che i popoli si muovessero più facilmente contro i governi loro, e sentissero meno acerbamente il suo dominio, di dare loro speranza di liberargli, e spesso anche gli liberava da quanto essi governi avevano o di più odioso o di più gravoso; perchè in tutti i reggimenti sono sempre di questi tasti, che fanno mal suono ai popoli. Aveva Bologna perduto la sua libertà, od almeno quello che stimava libertà, dappoichè la somma delle faccende dello stato era venuta in mano della chiesa; la qual cosa i Bolognesi sopportavano molto di mala voglia. Oltre a questo era Bologna stata spogliata dai pontefici del dominio di Castel Bolognese, terra grossa situata oltre Imola,e fondata anticamente dai Bolognesi desiderosissimi di ricuperare quell'antica colonia. Nè ripugnavano a questa ricongiunzione i castellani medesimi, ricordevoli tuttavìa del dolce freno col quale erano stati retti. Buonaparte, informato dai deputati di questi umori, come prima arrivava a Bologna, restituiva il possesso di Castel Bolognese, ed aboliva ogni autorità del papa, reintegrando i Bolognesi nei loro antichi diritti di popolo libero ed independente. Nè mettendo tempo in mezzo, comandava al cardinal Vincenti legato, se ne partisse immantinente da Bologna. Indi chiamato a se il senato, a cui era devoluta l'autorità sovrana, gli significava che essendo informato delle antiche prerogative e privilegi della città e della provincia, quando vennero in potere dei pontefici, e come erano stati violati e lesi, voleva che Bologna fosse reintegrata della sostanza del suo antico governo. Ordinava pertanto che l'autorità sovrana al senato intiera e piena ritornasse: darebbe poi a Bologna, dopo più matura deliberazione, quella forma di reggimento che più al popolo piacesse, e più all'antica si assomigliasse: prestasse intanto il senato in cospetto di lui giuramento di fedeltà alla repubblica di Francia, ed in nome e sotto la dipendenza di lei la sua autorità esercesse: i deputati dei comuni e dei corpi civili il medesimo giuramento in cospetto del senato giurassero.

Preparata adunque con grande sontuosità la sala Farnese, e salito sur un particolare seggio riceveva Buonaparte il giuramento dei senatori in questa forma: «A laude dell'onnipotente Iddio,della Beata Vergine, e di tutti i Santi, ad onore eziandìo, e riverenza della invitta repubblica di Francia, noi gonfaloniere e senatori del comune e popolo di Bologna giuriamo al signor generale Buonaparte, comandante generalissimo dell'esercito Francese in Italia, che non faremo mai cosa contraria agl'interessi della stessa invitta repubblica, ed eserciremo l'ufficio nostro, come buoni cittadini, rimosso ogni qualunque odio o favore, e tanto giuriamo nella forma patria, toccando gli Evangeli».

Prestatosi dal senato il giuramento, si accostarono a prestarlo, presente sempre il generale di Francia, i magistrati sì civili che ecclesiastici; il che fece in tutta Bologna una gran festa, grata al popolo, perchè nuova, e con qualche speranza grata al senato, perchè da servo si persuadeva di esser divenuto padrone, non badando che se era grave la servitù verso il papa, sarebbe stata gravissima verso i nuovi signori.

Diessi principio al nuovo stato, secondo il solito, a suon di denaro. Pose Buonaparte gravissime contribuzioni di guerra. Si querelavano i popoli, parendo loro che le contribuzioni fossero opera piuttosto da nemico, che da alleato; conciossiachè con questo nome aveva il generalissimo chiamato la repubblica di Bologna. Pure se ne acquetavano, perchè sapevano che bisogna bene, che i soldati vivano del paese che hanno. Solo si sdegnavano dello scialacquo, perchè conformandosi quietamente al fornire le cose necessarie, non potevano tollerare di dar materia ai depredatori, che i soldati, e gl'Italiani ugualmenterubavano. Poco stante successe, come a Milano, un fatto enorme, che dimostrò vieppiù qual fosse il rispetto, che Saliceti e Buonaparte, ai quali il direttorio aveva dato in preda l'Italia, portavano alle proprietà ed alla religione. Imperciocchè, poste violentemente le mani nel monte di pietà, lo espilarono per far provvisioni, come affermavano, all'esercito. Solo restituirono i pegni che non eccedevano la somma di lire ducento, come se fosse lecito rapire o non rapire, secondo le maggiori o minori facoltà dei rapiti. Ma temendo gli autori di tanto scandalo lo sdegno di un popolo generoso, quantunque attorniati da tante schiere vittoriose, avevano per previsione ordinato che si togliessero le armi ai cittadini.

I repubblicani, procedendo più oltre, s'impadronivano di Ferrara, fatto prima venir a Bologna, sotto specie di negoziare sulle faccende comuni, il cardinale Pignatelli legato, e quivi trattenutolo come ostaggio, finchè fosse tornato da Roma sano e salvo il marchese Angelelli, ambasciadore di Bologna. Creato dai vincitori a Ferrara un municipio d'uomini geniali, vi posero una contribuzione di un mezzo milione di scudi romani in contanti, e di trecento mila in generi. Queste angherìe sopportavano pazientemente e per forza Bologna e Ferrara; ma non le potè tollerare Lugo, grosso borgo, posto in poca distanza da Imola; perchè concitati gli abitatori a gravissimo sdegno contro i conquistatori, si sollevarono, gridando guerra contro i Francesi. Pretendevano alle parole loro, e ne fecero anchefede con un manifesto, perchè si accorgevano che soli, e senza un moto generale, non potevano sperare di far effetto d'importanza, la religione, la salvezza delle persone e delle proprietà, la libertà e l'indipendenza d'Italia. Concorsero nel medesimo moto coi Lughesi altre terre circonvicine, e fecero una massa di popolo molto concitata, e risoluta al combattere. I preti gli secondavano, dando a questa moltitudine il nome di oste cattolica e papale. Augereau, come ebbe avviso del tumulto, mandava contro Lugo una grossa squadra di fanti e di cavalli, alla quale era preposto il colonnello Pourailler. Comandava intanto pubblicamente, avessero i Lughesi a deporre le armi e ad arrendersi fra tre ore, e chi nol facesse, fosse ucciso. Aveva in questo mezzo il barone Cappelletti, ministro di Spagna, interposto la sua mediazione, perchè da una parte i Francesi perdonassero, dall'altra i Lughesi, deposte le armi, si quietassero. Ma fu l'intercessione sdegnosamente rifiutata da quei popoli, più confidenti di quanto fosse il dovere, in armi tumultuarie ed inesperte. Per la qual cosa, dovendosi venire, per la ostinazione loro, al cimento dell'armi, i Francesi si avvicinavano a Lugo, partiti in due bande, delle quali una doveva far impeto dalla parte d'Imola, l'altra dalla parte d'Argenta. La vanguardia, che marciava con troppa sicurezza, diede in una imboscata, in cui restarono morti alcuni soldati. Non ostante, volendo il capitano Francese lasciar l'adito aperto al ravvedimento, mandava un uffiziale a Lugo per trattare della concordia. Fu dai Lughesi rifiutatala proposta; narrasi anzi da Buonaparte, che i sollevati, fatto prima segno all'uffiziale che si accostasse, lo ammazzarono, con enorme violazione dei messaggi di pace. Si attaccò allora una battaglia molto fiera tra i Francesi ed i sollevati. La sostennero per tre ore continue ambe le parti con molto valore. Finalmente i Lughesi rotti e dispersi furono tagliati a pezzi con morte di un migliajo di loro, avendo anche perduto la vita in questa fazione ducento Francesi. Fu quindi Lugo dato al sacco; condotte in salvo dal vincitore le donne ed i fanciulli, ogni cosa fu posta a sangue ed a ruba. Fu Lugo desolato; rimasero per lungo tempo visibili i vestigi della rabbia con cui si combattè, e della vendetta che seguitò. Furono terribili le pene date dai repubblicani ai sollevati, ma non furono più moderate le minacce che seguitarono. Comandava Augereau, che tutti i comuni si disarmassero, che le armi a Ferrara si portassero; chi non le deponesse fra ventiquattr'ore, fosse ucciso; ogni città, o villaggio, dove restasse ucciso un Francese, fosse arso; chi tirasse un colpo di fucile contro un Francese, fosse ucciso, e la sua casa arsa; un villaggio che si armasse, fosse arso; chi facesse adunanze di gente armata, o disarmata, fosse ucciso. Tali furono gli estremi della guerra Italica, giusti per la conservazione dell'esercito di Francia, ingiusti per le cagioni ch'egli stesso aveva indotte; perchè il volere che i popoli ingiuriati non si risentano, è voler cosa contraria alla natura dell'uomo.

Al tempo medesimo sorgeva un grave tumultonei feudi imperiali prossimi al Genovesato, principalmente in Arquata, con morte di molti Francesi. Vi mandava Buonaparte, a cui questo moto dava più travaglio che il rivolgimento di Lugo, perchè lo molestava alle spalle, il generale Lannes con un buon nervo di soldati, acciocchè lo quietasse. Conseguì Lannes facilmente l'intento tra per la paura delle minacce, e pel terrore dei supplizj.

Le vittorie dei repubblicani, i progressi loro verso la bassa Italia, l'occupazione di Bologna e di Ferrara avevano messo in grandissimo spavento Roma. Ognuno vedeva che il resistere era impossibile, e l'accordare pareva contrario non solo allo stato, ma ancora alla religione. Tanto poi maggior terrore si era concetto, quanto più non si poteva prevedere quale avesse ad essere la gravità delle condizioni, che un vincitore acerbo per se, acerbissimo pel contrasto fattogli, avrebbe dal pontefice richiesto. Nè meglio si poteva antivedere, se avrebbe portato rispetto alla città stessa di Roma, parendo, che siccome sarebbe stato un gran fatto l'occupazione di lei, così Buonaparte cupidissimo di gloria l'avrebbe mandata ad effetto. E quale disordine, quale conculcazione delle cose sacre e profane prodotto avrebbe la presenza d'uomini poco continenti dalle cose altrui, e poco aderenti alla religione, di cui era Roma seggio principale? Per la qual cosa, come in tanto pericolo i privati uomini non avevano più consiglio, così poco ancora ne aveva il governo, perchè le armi temporali mancavano, le spirituali non valevano, il nome di Roma era piùsprone che freno, e la dignità papale, che pure aveva frenato ai tempi antichi un capitano barbaro, era venuta in derisione. I ricchi pensavano alla fuga, come se il nemico già fosse alle porte. Gran tumulto, gran folla e gran concorso erano, principalmente a porta Celimontana di gente di ogni sesso, di ogni grado e di ogni condizione, che fuggendo dal minacciato Campidoglio, s'incamminava spaventata verso Napoli. Temevasi la cupidigia del nemico, temevasi la temerità dei cittadini.

Intanto Pio VI, che in mezzo al terrore dei suoi consiglieri e del popolo, serbava tuttavìa la solita costanza, aveva commesso al cavaliere Azara ed al marchese Gnudi, andassero a rappresentarsi a Buonaparte, e procurassero di trovare qualche termine di buona composizione, avendo loro dato autorità amplissima di negoziare e di concludere. Buonaparte, in nome per far cosa grata al re di Spagna, che per mezzo del suo ministro si era fatto intercessore alla pace, in realtà, perchè non gli era nascosto che l'imperatore, finchè teneva Mantova, non avrebbe omesso di mandar nuove genti alla ricuperazione de' suoi stati in Italia, e che però sarebbe stato a lui pericoloso l'allargarsi troppo verso l'Italia inferiore, acconsentì, ma con durissime condizioni, a frenar l'impeto delle sue armi contro lo stato pontificio. Laonde concludeva, il dì ventitrè giugno, una tregua coi due plenipotenziarj del papa, in cui fu stipulato, che il generalissimo di Francia, e i due commissarj del direttorio Garreau e Saliceti, per quell'ossequio che il governo Franceseaveva verso Sua Maestà il re di Spagna, concedevano una tregua a Sua Santità, la quale tregua avesse a durare insino a cinque giorni dopo la conclusione del trattato di pace che si negozierebbe in Parigi fra i due stati; mandasse il papa, più presto il meglio, un plenipotenziario a Parigi al fine della pace, e perchè escusasse a nome del pontefice gli oltraggi e i danni fatti a' Francesi negli stati della Chiesa, specialmente la morte di Basseville, e desse i debiti compensi alla famiglia di lui; tutti i carcerati a cagione di opinioni politiche si liberassero; i porti del papa a tutti i nemici della repubblica si chiudessero, ai Francesi si aprissero; l'esercito di Francia continuasse in possessione delle legazioni di Bologna e Ferrara, sgombrasse quella di Faenza; la cittadella d'Ancona con tutte le artiglierìe, munizioni e vettovaglie si consegnasse ai Francesi; la città continuasse ad esser retta dal papa; desse il papa alla repubblica cento quadri, busti, vasi, statue ad elezione dei commissarj, che sarebbero mandati a Roma; specialmente, poichè i repubblicanuzzi di quel tempo la volevano far da Bruti, i busti di Giunio Bruto in bronzo, di Marco Bruto in marmo si dessero; oltre a questo cinquecento manoscritti ad elezione pure dei commissarj medesimi cedessero in potestà della repubblica; pagasse il papa ventun milioni di lire tornesi, dei quali quindici milioni e cinquecento mila in oro, od argento coniato o vergato, e cinque milioni e cinquecentomila in mercatanzie, derrate, cavalli e buoi; i ventuno milioni suddetti non fossero parte delle contribuzioni da pagarsi dalle tre legazioni;il papa desse il passo ai Francesi ogni qualvolta che ne fosse richiesto: i viveri di buon accordo si pagassero.

Questi furono gli articoli patenti del trattato di tregua concluso tra Pio VI ed i capi dei repubblicani in Italia. Quantunque fossero molto gravi, parve nondimeno un gran fatto, che si fosse potuto distornar da Roma un sì imminente pericolo: fecersi preci pubbliche per la conservata città. Intanto non lieve difficoltà s'incontrava per mandar ad effetto il capitolo delle contribuzioni. Non potendo l'erario già tanto consumato dalla guerra sopperire, faceva il papa richiesta degli ori e degli argenti, sì delle chiese come dei particolari, e quanto si potè raccorre a questo modo, e di più il denaro effettivo, che insino dai tempi di papa Sisto V si trovava depositato in Castel Sant'Angelo, fu dato per riscatto in mano dei vincitori. S'aggiunse che il re di Napoli, vedendo avvicinarsi quel nembo a' suoi stati, aveva ritirato settemila scudi di camera, che erano depositati nel tesoro pontificio, come rappresentanti il tributo della chinea, e che la camera apostolica non aveva voluto incassare, perchè il re aveva indugiato a presentare al tempo debito la chinea. Una così grossa raccolta della pecunia coniata produsse un pessimo effetto a pregiudizio della camera apostolica e dei privati, il quale fu, che le cedole, che già molto scapitavano, perdettero viemaggiormente di riputazione. Così solamente ad un primo romore di guerra, e sul bel principio di una speranza di pace, le cose pubbliche tanto precipitaronoin Roma, che già vi si pruovavano gli estremi di una guerra lunga e disastrosa.

Tutto questo risguardava alle facoltà sì pubbliche che private, ma il governo di Francia, spaventando il papa, non solamente aveva in animo di cavar denaro pei soldati, ma ancora di tirare il pontefice a far qualche dimostrazione, acciocchè i cattolici di Francia accettassero volentieri le cose fatte, e con la opinione favorevole della maggior parte dei popoli il nuovo stato si confermasse. Era questo motivo di grande importanza in tutta la Francia, ma molto più sulle rive della Loira, dove coloro che avevano l'armi in mano contro il reggimento nuovo, pretendevano alla impresa loro parole di religione. Conseguì Buonaparte questo fine. Il pontefice mandava fuori il cinque luglio un breve indiritto ai fedeli di Francia, col quale paternamente, ma fortemente gli esortava a sottomettersi, e ad obbedire ai magistrati, che il paese loro governavano; affermava essere principio della religione cattolica, che le potestà temporali siano opere della Sapienza divina, che le prepose ai popoli, affinchè le faccende umane non fossero governate dalla temeraria fortuna, o dalla volontà del caso, e le nazioni agitate da onde contrarie; avere perciò Paolo apostolo, non particolarmente di uno special principe, ma generalmente di questa materia parlando, statuito, che ogni potestà da Dio procede, e che chi alle potestà resiste, alla volontà di Dio resiste. Badassero dunque bene, sclamava il pontefice, a non lasciarsi traviare, ed a non dare, sotto nome di pietà, occasione agli autori di novità,di calunniare la religione cattolica, il che sarebbe peccato, che non solo gli uomini, ma Dio stesso con pene severissime punirebbe; poichè sono, continuava, dannati coloro che alla potestà resistono. «Vi esorto adunque, terminava il pontefice, figliuoli carissimi, e vi prego per Gesù Cristo nostro Signore, ad essere obbedienti, ed a servire con ogni affezione, con ogni ardore e con ogni sforzo a coloro che vi reggono, perchè a loro obbedendo, renderete a Dio medesimo quell'obbedienza, di cui gli siete obbligati; ed essi vedendo vieppiù, che la religione ortodossa non è sovvertitrice delle leggi civili, le presteran favore e la difenderanno, in adempimento dei precetti divini, ed in confermazione dell'ecclesiastica disciplina: infine desiderio nostro è che sappiate, figliuoli carissimi, che voi non abbiate nissuna fede in coloro che vanno pubblicando, come se dalla santa sede emanassero, dottrine contrarie a questa».

Queste esortazioni del pontefice non partorirono effetto alcuno in Francia, perchè da una parte non rimise punto il direttorio del suo rigore contro i preti cattolici, che non avevano voluto giurare la constituzione del clero, dall'altra i Vendeesi, e coloro che in compagnìa loro combattevano nelle province occidentali della Francia, od in altri luoghi impugnavano o palesemente o segretamente il governo di Parigi, non davano luogo ad alcuna inclinazione alla pace. Nè alcun frutto buono sorse da quest'atto di Pio. Gli uni dicevano che l'aveva fatto per forza, gli altri per debolezza, e nissuno obbediva. Allegavanopoi la fermezza dei principj non poter essere scossa, nemmeno dall'autorità del papa. Così gli uomini obbediscono all'autorità delle sentenze, quando è favorevole alle loro opinioni od interessi, non obbediscono quando è contraria. Quindi nasce che il genere umano è più ancor pieno di contraddizioni, che di enormità.

La presenza dei Francesi negli stati pontificj aveva bensì atterrito i sudditi, ma non gli aveva fatti posare, e si temevano ad ogni tratto nuove turbazioni. Per la qual cosa il papa esortato dal generale repubblicano, e mosso anche dall'interesse dei popoli, raccomandava con pubblico manifesto, e comandava ai sudditi, trattassero con tutta benignità i Francesi, come richiedevano i precetti della religione, le leggi delle nazioni, gl'interessi dei popoli, e la volontà espressa del sovrano.

Tutte queste cose faceva il pontefice in confermazione dello stato. Intanto o perchè la cessazione delle armi si convertisse in pace definitiva, o perchè con una dimostrazione efficace di desiderar di conchiuderla, si pensasse di aspettare con minori molestie occasione di risorgere, s'inviava dal pontefice a Parigi l'abbate Pieracchi con mandato di negoziare, e di stipulare la pace. Tanta variazione avevano fatto in pochi giorni le sorti di Roma, che quel pontefice, il quale poco innanzi esortava con tutta l'autorità del suo grado i principi ed i popoli a correre contro i Francesi partigiani del nuovo governo, come gente nemica agli uomini, nemica a Dio, ora caduto in dimessa fortuna comandava con parole contrariealle precedenti ai fedeli di Francia ed ai sudditi proprj, che obbedissero, ed ogni più cortese modo usassero ai Francesi ed al governo loro. Il che non fu senza notabile diminuzione dell'autorità del Romano seggio.

Nè minore variazione fecero le cose di Napoli, come se fosse destinato dai cieli, che le più forti protestazioni, ed i più validi apprestamenti di difesa, in tempesta tanto improvvisa, altro effetto non dovessero partorire che una più grave diminuzione di riputazione e di potenza. Eransi udite con grandissima ansietà a Napoli le novelle delle vittorie dei repubblicani sul Po e sull'Adda; ma all'ansietà succedeva il terrore, quando vi s'intese la rotta totale dei Tedeschi, e la loro ritirata verso il Tirolo. L'impressione diveniva più grave, quando i soldati di Buonaparte, occupato Reggio e Modena, nè nulla più ostando che entrassero nell'indifesa Romagna, si vedeva il regno esposto all'invasione. Laonde il re volendo provvedere con estremi sforzi ad estremi pericoli, perchè o fosse solo, o dovesse secondare le armi imperiali, gli era necessità di usare tutte le forze, ordinava che trentamila soldati andassero ad alloggiar ai confini verso lo stato ecclesiastico; ma perchè si facesse spalla e retroguardo a tante genti con altre squadre d'uomini armati, comandava, che si tenessero pronte a marciare, e di tutto punto si allestissero, ed in corpi regolati si ordinassero tutte le persone abili all'armi; la quale massa avrebbe aggiunto quarantamila combattenti. Perchè poi si usassero coloro, che consentissero di buona voglia ad accorrere alla difesadel regno, dava loro privilegi e speranza di ricompense onorevoli. Volendo poi favorire anche con l'autorità e con l'armi spirituali, le forze temporali, scriveva ai vescovi ed ai prelati del regno lettere circolari, con cui gli ammoniva, e con parole patetiche gli esortava dicendo, che la guerra che già da tanto tempo desolava l'Europa, e nella quale già tanto sangue e tante lacrime si erano sparse, era non solamente guerra di stato ma di religione; che i nemici di Napoli erano nemici del Cristianesimo; che volevano abolire il principato, come avevano abolito la religione; per questo turbare le nazioni, per questo sollevare i popoli; per questo ridurgli all'anarchìa con le massime, alla miseria con le rapine: saperlo il Belgio, saperlo la Olanda, saperlo tanti paesi e città illustri di Germania e d'Italia, confuse, desolate, spogliate, ed arse dalla rabbia e dall'avarizia loro: invano gemere, invano querelarsi i popoli conculcati; sotto la crudele tirannide non trovar luogo il diritto, non trovar luogo l'umanità; ma la santa religione essere principalmente segno alle lor barbare voglie, perchè tolto di mezzo il suo potente freno si possano violare senza ribrezzo, ed a sangue freddo tutte le leggi sì divine che umane; ma inspirare la religione il coraggio, come insegnar il dovere; amare il cristiano la patria per gratitudine, amarla per precetto. Esortassero adunque i popoli ad impugnar le armi contro un nemico, a cui niuna legge era sacra, niuna proprietà sicura, niuna vita rispettata, niuna religione santa, contro un nemico che dovunque arrivava, saccheggiava, insultava, opprimeva,profanava i templi, atterrava gli altari, perseguitava i sacerdoti, calpestava quanto di più sacro e di più reverendo ha ne' suoi dogmi, nei suoi precetti, e ne' suoi sacramenti divini lasciato alla chiesa sua Cristo Salvatore: non abborrire il re, per amore verso i sudditi, gli accordi, ma volergli giusti ed onorevoli, nè tali potergli conseguire, che con la potenza dell'armi. Combatterebbe egli il primo a guida de' suoi soldati: sperare, che il Re dei re, il Signor dei signori, che ha in sua mano il cuore dei principi, e non cessa d'inspirargli con retti consigli, quando sinceramente invocano il suo santo nome, gli avrebbe dato favore in così santa, in così generosa impresa.

Così parlava il re ai vescovi, ed ai prelati del regno. Rivolgendosi poscia ai sudditi, con espressioni molto instanti gli ammoniva dicendo sarebbero vincitori di questa guerra, se a loro stesse a cuore difendere se stessi, il re, i tempj, i ministri del Signore, le mogli, i figliuoli, le sostanze. Dio è con voi, sclamava, Dio vi proteggerà contro le armi barbare.

Ma perchè in tempi di tanta costernazione vieppiù per l'amore della religione s'infiammassero i popoli alla difesa, in un giorno prestabilito si conduceva il re, accompagnandolo una gran moltitudine di popolo, alla Basilica, dove, toccando gli altari, e stando tutti, tra la riverenza e lo spavento, intentissimi ad ascoltarlo, disse queste parole: «Grande Iddio, ecco alla vostra presenza colui, che avete constituito al governo di questi miei fedelissimi sudditi. Se vi piacesse maidi levarmi da un tal ministero, alla vostra santissima volontà di buona voglia mi sottometto; ed affinchè si vegga e si sappia, che questa protesta sia stata fatta da me con tutta contentezza d'animo, ecco che mi tolgo dalle spalle la clamide, dalla mano lo scettro, dal capo la corona, e tutte queste reali divise ripongo sulla mensa del vostro altare, vicine appunto al Tabernacolo, dove voi risiedete come in Paradiso. A voi dunque le lascio, a voi le dedico, acciocchè ne abbiate ad essere il custode».

Queste dimostrazioni producevano effetti incredibili in un popolo dominato da fantasìa potente. Certamente, se le mani fossero state tanto pronte all'operare, quanto erano le menti ad immaginare, si sarebbero veduti da Napoli effetti notabilissimi a salute di tutta Italia.

Partiva Ferdinando da Napoli, indirizzando il viaggio agli alloggiamenti di Castel di Sangro, di San Germano, di Sora, e di Gaeta; fuvvi accolto con segni di grandissima allegrezza dai soldati. Intanto il romore delle occupate legazioni, e le ultime strette in cui era caduto il pontefice, avevano indotto nei consiglieri del re la credenza, che l'accordare fosse più sicuro del combattere. Perlochè non aspettando pure che il papa patteggiasse in definitiva pace, nè consentendo a trattar degli accordi coi repubblicani di concerto con lui, mandavano al campo di Buonaparte il principe Belmonte Pignatelli, affinchè negoziasse una sospensione di offese, proponendosi d'inviarlo poscia a Parigi a concludere lapace col direttorio. Buonaparte, considerato che Mantova si teneva ancora per gli Austriaci, nè che così presto l'avrebbe potuta piegare a sua divozione per la fortezza dei luoghi, pel numero e pel valore dei difensori, e molto più per la stagione calda e molto pregiudiziale alla salute degli oppugnatori, che oggimai si avvicinava, considerato altresì che del tutto non era ancor prostrata la potenza dell'imperatore, udiva con benigne orecchie le proposte del principe. Si concluse tra il generale e lui il cinque di giugno un trattato di tregua, con cui si stipulava, che cessassero le ostilità tra la repubblica, e il re delle Due Sicilie; le truppe Napolitane che si trovavano unite a quelle dell'imperatore, se ne separassero, e gissero alle stanze nei territorj di Brescia, Crema e Bergamo; si sospendessero le offese anche per mare, ed i vascelli del re al più presto dalle armate Inglesi si segregassero; si desse libero passo ai corrieri rispettivi tanto per le terre proprie o conquistate dalla repubblica, quanto su quelle di Napoli. Fatto l'accordo, andarono i Napolitani, lasciati gl'imperiali, alle destinate stanze. Così il papa fu solo lasciato nel pericolo dal governo di Napoli, che pure testè aveva mostrato tanto ardore per la difesa della religione, convenendo, senza che prima la necessità ultima fosse addotta, con coloro che poco innanzi aveva chiamati nemici degli uomini e di Dio. Per questo le sue parole scemarono di fede, non solamente appresso al pontefice romano, ma eziandìo presso i popoli d'Italia. Affermavano che se non si voleva combattere per la religione, e' nonbisognava invocarla, e se si voleva combattere per lei, era mestiero di non concludere così presto. Il toccar gli altari il re, ed il toccar la mano di Buonaparte il principe di Belmonte, furono atti troppo l'uno all'altro vicini, da non esservi stato di mezzo piuttosto inconstanza che prudenza. Quei giuramenti tanto solenni, o non bisognava fargli, e richiedevano che si perdesse almeno una provincia prima di stipulare.

In questo mezzo tempo si spogliavano dall'acerbo vincitore, di statue, di quadri, di manoscritti preziosi, di oggetti appartenenti a storia naturale Parma, Pavia, Milano, Bologna, e Roma. A questo fine aveva mandato il direttorio in Italia per commissarj Tinette, Barthelemi, Moitte, Thouin, Monge e Berthollet, acciocchè procedessero alla stima ed allo spoglio; dal quale ufficio così poco onorevole per la patria loro, non so come non rifuggisse l'animo loro, massimamente quelle dei tre ultimi, uomini gravissimi, ed in cui certamente assai potevano la umanità e la gentilezza dei costumi. La castità della storia però da noi richiede, che diamo pubblica testimonianza dello aver loro temperato con molta moderazione quanto aveva in se di brutto e di odioso il carico, che era stato loro imposto dalla repubblica.

Si avvicinavano intanto i tempi de' rei disegni del direttorio e di Buonaparte contro l'innocente Toscana. Intendevano col comparire armati in questa provincia, spaventare maggiormente il pontefice ed il re di Napoli. Ma i principali fini loro in ciò consistevano, che si cacciassero gl'Inglesida Livorno, vi si rapissero le sostanze dei neutri, vi si ponessero il segno ed il modo di far muovere la vicina Corsica contro gl'Inglesi che la possedevano: s'ingegnarono di onestare con loro ragioni questo fatto; che gli Inglesi, allegavano, tanto potessero in Livorno che il gran Duca non avesse più forza bastante per frenargli, che il commercio Francese vi fosse angariato, l'Inglese con ogni latitudine protetto, che ogni giorno vi s'insultasse la bandiera della repubblica, che quel Britannico nido fosse fomento ai principi Italiani di far pensieri contrarj agl'interessi ed alla sicurtà di Francia; dovere pertanto la repubblica andare con le sue forze a Livorno per restituire all'independenza propria il duca Ferdinando, e per liberarlo dalla tirannide degl'Inglesi.

Il gran duca negò costantemente qualunque parzialità; e che ciò fosse verità, nissuno meglio il sapeva, che i suoi accusatori medesimi. Di ciò fanno fede le parole scritte da Buonaparte stesso al direttorio, che sono quest'esse, che la politica della repubblica verso la Toscana era stata detestabile. Per purgarla andava il generalissimo ad espilar Livorno. Per la qual cosa, come prima ebbe posto piede in Bologna, e confermatovi il suo dominio, metteva ad effetto la risoluzione di correre contro la Toscana per andarsene ad occupar Livorno. Era suo intento di fare la strada di Firenze per mettere maggiore spavento nel papa; del che avendo avuto avviso il gran duca, mandava a Bologna il marchese Manfredini, ed il principe Tommaso Corsini, perchès'ingegnassero di dissuaderlo dall'impresa, od almeno da lui questo impetrassero, che piuttosto per la via di Pisa e di Pistoja, che per quella di Firenze si conducesse. Negava il generale repubblicano la prima richiesta, consentiva alla seconda. Perlochè, non indugiandosi punto, e con la solita celerità procedendo, perchè il sorprendere improvvisamente Livorno era l'importanza del fatto, già era arrivato con parte dell'esercito in Pistoja. Da questo suo alloggiamento manifestava il vigesimosesto giorno di giugno le querele della repubblica contro il gran duca, e la sua risoluzione di correre contro Livorno.

Rispondeva gravemente il principe, non soccorrergli alla mente offesa alcuna contro la repubblica di Francia, o contro i Francesi: l'amicizia sua essere stata sincera, maravigliarsi del partito preso dal direttorio, non opporrebbe la forza, ma sperare che, avute più vere informazioni, sarebbe per rivocare questa sua risoluzione, avere dato facoltà al governatore di Livorno per accordare le condizioni dell'ingresso.

Marciavano intanto i Francesi celeremente verso Livorno condotti dal generale Murat, e comparivano, passato l'Arno presso a Fucecchio, con una banda di cavalli alla port'a Pisa. Come prima gl'Inglesi ebbero avviso del fatto, massimamente i più ricchi, lasciato con prestezza Livorno, trasportavano sulle navi, che a cotal fine erano state trattenute nel porto, tutte le proprietà loro: poi quando i repubblicani arrivavano sotto le mura di Livorno, una numerosa conserva di sessantabastimenti tra piccoli e grossi, e sotto scorta di alcune fregate, salpava da Livorno, verso la Corsica indirizzandosi. Entravano col solito brio ed aspetto militare i Francesi. Poco dopo entrava Buonaparte medesimo, contento allo avere scacciato da quel porto tanto opportuno gli odiati Inglesi, e confidente che fra breve gli scaccerebbe eziandio dalla Corsica, sua patria. Furonvi teatri, applausi, luminarie, non per voglia, ma per ordine e per paura. Il chiamavano Scipione, ed era per continenza delle donne, non per continenza delle ricchezze, per arte di guerra, non per rispetto alla libertà della patria, degno rampollo in tutto di un secolo grande per armi, piccolo per virtù.

Incominciavano le opere incomportabili. Si staggivano le Napolitane sostanze, si confiscavano le Inglesi, le Austriache, le Russe; s'investigavano i Livornesi conti per iscovrirle: si disarmavano i popoli, si occupavano le fortezze, e per far colme le insolenze, si arrestava Spannocchi, governatore pel gran duca. Si scuotevano al tempo stesso fortemente i negozianti, affinchè svelassero le proprietà dei nemici, ed eglino per lo men reo partito offerirono cinque milioni di riscatto. Le conquistate merci si vendevano con molte fraudi da coloro che stavano sopra alla vendita, con grave discapito della repubblica conquistatrice, che vinceva i soldati altrui, e non poteva vincere i ladri proprj. Del che si muovevano a grave sdegno, e facevano grandi querele Belleville, console Francese in Livorno, per onestà di natura, Buonaparte per vedere che quel che sisucciavano i predatori, era tolto ai soldati. Se ne vergognava anche Vaubois generale, che da Buonaparte era stato preposto al governo di Livorno, e se ne lavava le mani, come di cosa infame. Insomma fu rea nel principio la occupazione di Livorno, ma non fu migliore negli effetti: solo risplendè più chiaramente la virtù di Vaubois e di Belleville.

Questi furono i rubamenti di Livorno; accidenti più gravi sovrastavano al gran duca. Era intenzione di Buonaparte, siccome scrisse al direttorio, di torgli lo stato, a cagione ch'egli era principe di casa Austriaca. A questo modo si voleva trattare un principe amico ed alleato della Francia dal generalissimo, e da certi agenti della repubblica, che in Italia non cessavano di accusare la perfidia Italiana e la malvagità di Machiavelli. E perchè questo tradimento di Buonaparte verso il gran duca avesse in se tutte le parti di un atto vituperoso, mandava al direttorio, che conveniva starsene quietamente, nè dir parola che potesse dar sospetto della cosa insino a che il momento fosse giunto di cacciar Ferdinando. Pure Buonaparte scriveva, due giorni dopo, al direttorio, niun governo più traditore, niun più vile essere al mondo del governo Veneziano, come se Venezia avesse in alcun tempo macchinato un'opera tanto vile, quanto quella ch'egli medesimo macchinava contro il principe di Toscana.

Nè alle raccontate enormità si rimase la violata neutralità. Eransi alcuni patriotti Sardi, tra i quali il cavaliere Angioi, fuggendo lo sdegnodel re, ricoverati a Milano. Comandava Buonaparte, a requisizione del cavalier Borghese, agente del re a Milano, che fossero dati. Il che avrebbe avuto il suo effetto; se Saliceti ed il comandante di Milano non avessero portato più rispetto alla sventura, che agli ordini del loro generale. Questi medesimi Sardi, essendosi poscia ritirati a Livorno, il re ne faceva novella inchiesta a Buonaparte, ed egli già aveva ordinato che se gli consegnassero. Ma dimostratasi da Belleville e Vaubois la medesima generosità d'animo di Saliceti, e del comandante di Milano, furono salvi. Posto che importasse alla sicurezza dei Francesi in Italia l'occupazione di Livorno, che importava alla sicurezza medesima, che fossero dell'ultimo supplizio affetti tre o quattro Sardi? Atto veramente per ogni parte inescusabile fu questo, perchè violava il diritto delle genti, la sovranità del gran duca, le leggi dell'umanità, ed il rispetto che l'uom porta naturalmente a chi è misero. Che se Buonaparte temeva che questi fuorusciti di Sardegna tentassero da Livorno novità in quell'isola a pregiudizio del governo reale, e voleva in questo gratificare al re, perchè non contentarsi di allontanargli da quella sede? Perchè volere mandargli a morte? perchè volere che mani Francesi consegnassero coloro, che non erano diventati rei che per suggestioni Francesi? Mentre in tal modo si espilavano dai repubblicani le proprietà dei nemici loro in Livorno, gl'Inglesi, signori del mare, serravano il porto, ed impedivano il libero commercio. Livorno fiorente e ricco, divenne in poco tempo povero e servo.

Nè a questo si rimasero i repubblicani: perchè usando la opportunità, invasero i ducati di Massa e Carrara, ed occuparono tutta la Lunigiana, chiamando i popoli a libertà, e sforzandogli a grosse contribuzioni di denaro. Erano questi paesi caduti per eredità dalla casa Cibo, che gli possedeva anticamente, nella figliuola del duca di Modena, sposata all'arciduca Ferdinando, governatore di Milano. Non si era dal conte di San Romano quando concluse la tregua per Modena, patteggiato per Massa e Carrara. Per questo il generale della repubblica gli trattò da nemico. Questo piccolo dominio, che dopo spenta la repubblica di Firenze dalla potenza di Carlo quinto, non aveva più sentito impressione di guerra, non andò ora esente dalle comuni calamità.

Il terrore delle armi repubblicane aveva spaventato tutta Italia; ma parendo a chi le reggeva, che ciò non bastasse a perfetto servaggio, stavano attenti i ministri del direttorio presso i diversi potentati Italiani nello spiare, e nel rapportare il vero ed il falso a Buonaparte, continuamente rappresentandogli i principi della penisola non solamente come avversi alla Francia, ma ancora come macchinatori indefessi di cose nuove contro i Francesi. Avevano in tutto questo per ajutatori, non che i pessimi fra gl'Italiani, anche personaggi di nome, e fra gli altri molto operoso si dimostrava il cavaliere Azara, buona e dolce persona, ma, come buona, assai corriva al lasciarsi prendere all'esca dei lusinghieri discorsi. La gloria guerriera di Buonaparte, unicaveramente al mondo, gli aveva talmente occupato l'animo, che non distinguendo più nel capitano di Francia nè vizio nè virtù, il lodava, non che del lodevole, anco del biasimevole.

Intanto agli occhi degli agenti di Francia le chimere diventavano corpi, le visite congiure, i gemiti stimoli a ribellione, i desiderj delitti, ed era l'Italiano ridotto a tale, che se non amava il suo male, era riputato nemico. Il papa, secondochè scrivevano questi spaventati o spaventatori, Venezia, il re di Sardegna, il gran duca di Toscana, la repubblica di Genova, tutti conspiravano contro la Francia, tutti s'intendevano con l'Austria, tutti prezzolavano gli assassini per uccidere i Francesi. Certamente lo stipendiar gli assassini sarebbe stata opera nefanda, ma era tanto falsa, quanto l'imputarla era sfrenata. Rispetto al rimanente, erano piuttosto desiderj che macchinazioni, perchè il terrore era tale che non che i desiderj, i pensieri non si manifestavano. Buonaparte, che non era uomo da lasciarsi spaventare da questi rapporti fatti o per adulazione o per paura, era uomo da valersene, come di pretesto, per peggiorar le condizioni dei principi vinti, e per giustificare contro di loro i suoi disegni di distruzione. Gl'Italiani intanto in preda a mali presenti, e segno a calunnie facili, perchè venivan da chi più poteva, non avevano più speranza.

Ma già le cose di Lombardia non mediocremente travagliavano, e la condizione dei repubblicani in Italia diveniva di nuovo pericolosa. Aveva l'imperatore ardente disposizione di ricuperarele belle e ricche sue province, non potendo tollerare che fossero scorporate da' suoi dominj, e che l'autorità che si era confermata da sì lungo tempo in quella parte tanto principale d'Europa, gli sfuggisse di mano per passare in balìa dei Francesi. Aveva egli adunque applicato l'animo, tostochè si erano udite a Vienna le ultime rotte di Beaulieu, a voler ricuperar il Milanese; al che gli davano speranza la mala contentezza dei popoli, la fortezza di Mantova, e il numero dei soldati che ancora era in grado di mandare in Italia. Nè indugiandosi punto, affinchè l'imperio de' suoi nemici non si solidasse, la rea stagione non sopravvenisse, Mantova non cedesse, aveva voltato con grande celerità al Tirolo tutte le genti che stanziavano nella Carintia e nella Stiria. I Tirolesi medesimi, gente armigera, e divota al nome Austriaco, fatta una subita presa di armi, si ordinavano in reggimenti armati alla leggiera; nè questo bastando alla difficile impresa, si ricorreva ad un più forte sussidio; conciossiachè l'imperatore, anteponendo la conquista d'Italia alla sicurezza dell'Alemagna, ordinava che trentamila soldati, gente eletta e veterana, che militavano in Alemagna, se ne marciassero velocemente verso il Tirolo per quivi congiungersi con le reliquie delle genti d'Italia, con quelle venute dalla Stiria, dalla Carniola e dalla Carintia, e con le masse Tirolesi: erano circa cinquantamila. Perchè poi ad un'oste tanto grossa e destinata a compire una sì alta impresa, non mancasse un capitano valoroso, pratico e di gran nome, mandava a governarla il maresciallo Wurmser,guerriero di pruovato valore nelle guerre Germaniche. Stavano gli uomini in grande aspettazione di quello che fosse per avvenire, essendo vicini a cimentarsi due capitani di guerra, dei quali uno era forte, astuto ed attivo, l'altro forte, astuto e prudente. Nè gli eserciti rispettivi discordavano; perchè nè la costanza Tedesca era scemata per le sconfitte, nè il coraggio Francese aveva fatto variazione pel tempo. Oltre a questo, se erano ingrossati gl'imperiali, anche i repubblicani avevano avuto rinforzi notabili dall'Alpi.

Era il maresciallo Wurmser giunto, sul finire di luglio, in Tirolo, e tosto dava opera al compire l'impresa, che alla virtù sua era stata commessa. La strada più agevole per venire dal Tirolo in Italia è quella, che da Bolzano per Trento e Roveredo porta a Verona, e questa è stata sempre frequentata dai Tedeschi nelle loro calate in Italia. Questa medesima aveva in animo di fare il capitano Austriaco; ma il principal suo fine era di liberar Mantova dall'assedio, donde, fatto un capo grosso all'ombra di quel sicuro propugnacolo, potesse, secondo le opportunità di guerra, o starsene aspettando, o correre subitamente contro il Milanese. E sapendo che i Francesi erano segregati in diversi corpi, gli uni lontani dagli altri per molto spazio, per modo che in breve tempo non avrebbero potuto rannodarsi, si deliberava a spartire i suoi in tre schiere: la prima sotto guida del generale Quosnadowich, doveva, marciando sulla destra sponda del lago di Garda, assaltare Riva e Salò, dove stava a guardia il generale Sauretcoi generali Rusca e Guyeux, ma che però non aveva forze sufficienti per resistere. Era pensiero di Wurmser, che questa, occupato Salò, si divallasse, parte per la strada del monte Gavardo a Brescia, parte si conducesse a Desenzano ed a Lonato per congiungersi con la mezza, che veniva scendendo tra la destra dell'Adige e la sinistra del lago. La quale ultima mossa verso Lonato era certamente molto opportuna; ma non appare perchè l'altra dovesse indirizzarsi a Brescia, stantechè così facendo si allontanava dalla mezza e dal Mincio, dove necessariamente erano per seguire le battaglie più forti. Forse Wurmser argomentò, che già fosse venuto in odio ai popoli l'imperio dei Francesi, e perciò, sperando che fossero per tumultuare, volle ajutare la loro volontà col favore di queste genti. Forse ancora, prevalendo di numero, si era persuaso di poter opprimere con la sua forza principale il grosso dei repubblicani, e tagliar loro il ritorno alle spalle. La mezza schiera, o la battaglia condotta dal maresciallo, s'incamminava alla volta di Montebaldo per potere, scendendo vieppiù, assaltare il nervo dei repubblicani tra Peschiera e Mantova. La sinistra confidata al generale Davidowich, insistendo a mano manca dell'Adige, scendeva per Ala e Peri a Dolce, dove, fatto un ponte, varcava il fiume con intento di concorrere più da vicino all'opera della schiera Wurmseriana. Ma una parte di quest'ala sinistra, guidata dal generale Mezaros, continuando a scendere per la sinistra sponda del fiume, s'indirizzava verso Verona, donde potea, secondo le occorrenze, ocondursi per Villafranca a Mantova, o non discostandosi dall'Adige, marciare a Portolegnago. Di tutte le parti dell'esercito Francese quella di Massena, che aveva i suoi alloggiamenti a Verona, a Castelnuovo e luoghi circostanti, si trovava in maggior pericolo, perchè là appunto si dovevano accozzare tutte le forze Austriache sulla sinistra del lago.

Era giunto al suo fine il mese di luglio, quando in tale modo ordinati marciavano gl'imperiali all'impresa loro. Già erano vicini alle prime scolte dei Francesi, che questi, dispersi tuttavìa nei diversi campi loro, principalmente in quello che cingeva Mantova, non avevano ancora fatto moto alcuno per mettersi all'ordine di resistere a quella nuova inondazione del nemico. Il che dimostra in Buonaparte od una presunzione non ragionevole, o imperfette informazioni de' suoi esploratori. Per verità egli si riscosse poco poscia con mirabile maestrìa dal pericolo in cui si trovava, ma sarebbe stato anche migliore consiglio l'averlo preveduto e prevenuto. Assaltavano gli Austriaci ferocemente l'antiguardo di Massena, governato dal generoso e buono Joubert, che era ai passi di Brentino e della Corona. Fu fortissima e lunga la difesa contro un nemico, che molto superava di numero. Finalmente furono quei forti passi sforzati dagli Austriaci, che, ritirantisi Joubert e Massena velocemente verso Castelnuovo, marciavano contro la Chiusa e Verona. Bene fu fortunato Massena, che gli Austriaci nol seguitassero con quella celerità medesima con la quale ei dava indietro; perchè se il contrario avessero fatto,avrebbero potuto facilmente impadronirsi, prima che vi passasse, delle strette di Osterìa, e tutta la sua schiera sarebbe stata da forze preponderanti o tagliata a pezzi o fatta prigioniera. La qual cosa dimostra viemaggiormente l'improvvidenza di Buonaparte; perchè Massena, lasciato solo in quei luoghi contro al maggior nervo dei Tedeschi, fu obbligato della sua salute ad un fallo certamente non probabile del nemico. Da un'altra parte Quosnadowich, urtato Sauret, che custodiva Salò, l'aveva vinto, non però senza una valorosa resistenza, quantunque i Francesi in questo luogo fossero deboli, e non pari a tanto peso. S'impadronivano gli Austriaci di Salò dopo la fazione, e quivi risplendeva chiaramente la virtù di Guyeux, il quale circondato da ogni banda dal nemico, elesse, piuttosto che arrendersi, di gittarsi dentro una casa, dove sebbene già gli mancassero le munizioni sì da guerra, che da bocca, si difendè con incredibile fortezza due giorni. Occupato Salò, correvano i Tedeschi a Brescia, e se ne impadronivano. Perdettero i Francesi nei fatti di Salò e di Brescia circa due mila soldati tra morti, feriti e prigionieri. I residui dei vinti si ritiravano a Lonato e a Desenzano. Avanzavasi intanto minacciosamente Wurmser medesimo, e già si avvicinava alle cercate rive del Mincio. Così avevano le cose Francesi fatto una grandissima variazione, ed erano cadute in grave pericolo prima che Buonaparte avesse mosso un soldato per opporsi a tanta ruina. Gli giunsero al tempo medesimo le novelle della rotta di Sauret, e della ritirata di Massena. Ordinava incontanentead Augereau, che già marciava verso Verona per frenar l'impeto, se ancora fosse in tempo, di Mezaros, tornasse indietro prestamente, venisse a Roverbella, rompesse i ponti di Portolegnago, ardesse i carretti dei cannoni più grossi, trasportasse dai magazzini quanto in sì subito tumulto potesse. Arrivava Augereau a Roverbella; scoverse in tutti una grande confusione mista ad un gran terrore. Vi giungeva ancora Buonaparte, al quale Augereau, vedendolo smarrito dalla gravità del caso, rivoltosi, con parole animosissime il confortava. A queste esortazioni tornato Buonaparte quel che era, con un'arte e con un vigore degni di eterna commendazione ordinava quanto alla difficoltà del tempo si convenisse. Avvisandosi che non poteva combattere con vantaggio, se non unito, e che anche unito non era abbastanza forte per cimentarsi con l'esercito Tedesco intero, se gli desse tempo di rannodarsi, come evidentemente Wurmser aveva in pensiero di fare, si risolveva a raccorre le sue genti in uno per correre così grosso contro una parte sola del nemico, innanzi che questa avesse potuto congiungersi con le compagne, perchè la speranza, che non aveva di vincerle unite, l'aveva di vincerle separate.

Favoriva questo pensiero l'essere la mezzana e la destra degl'imperiali separate di largo spazio per mezzo del lago, del quale elleno non avevano la signorìa sicura, stantechè i repubblicani lo correvano con barche armate e leggiere. Nè poteva stare lungamente in dubbio, quale delle due parti dei Tedeschi ei dovesse assaltare; perciocchèintenzione primaria di Wurmser fosse di far allargare l'assedio di Mantova, nel qual fine insistendo, non sarebbe così facilmente corso in ajuto di un'altra parte de' suoi che pericolasse. Importava anche assai l'assalire la parte meno grossa, e nel tempo medesimo quella, che in un caso sinistro gli avrebbe potuto troncar la strada verso Milano. Fatte tutte queste considerazioni, si risolveva Buonaparte a far impeto col grosso de' suoi contro di Quosnadowich, che vincitore di Salò e di Brescia turbava ogni cosa a Desenzano, a Lonato, a Ponte-San-Marco, a Montechiaro, e già si accostava per congiungersi con Wurmser; il che, se gli fosse venuto fatto, sarebbe stato la ruina dei repubblicani. Perlochè chiamava a se tutte le sue genti, anche quelle che stavano a campo sotto Mantova, anteponendo con mirabile consiglio il perdere le artiglierìe, che servivano alla oppugnazione della piazza, al perdere l'esercito. Ordinate ed eseguite in men che non si potrebbe credere per la incredibile celerità dei soldati, tutte queste mosse, mandava a corsa considerabili rinforzi a Sauret, perchè ricuperasse Salò, e liberasse Guyeux che tuttavìa si difendeva valorosamente. Comandava a Dallemagne, assaltasse il nemico a Lonato e cacciasselo; imponeva ad Augereau lo rompesse a Ponte-San-Marco ed a Brescia, e verso Salò voltandosi, ajutasse Sauret, e facesse opera di tagliare il ritorno a Quosnadowich. Faceva anche attaccare con una grossa banda un corpo forte di Austriaci, che custodiva Desenzano a riva il lago. Ebbero tutti questi assalti, ancorachè fosseromolto sanguinosi, massimamente quello di Desenzano, dove il reggimento di Klebeck, che sostenne con grandissimo valore quasi tutto il peso della giornata, perdè più di mille soldati, quel fine che Buonaparte si era proposto: entrarono vincitori, Sauret in Salò, Dallemagne in Lonato ed in Desenzano, Augereau in Montechiaro ed in Brescia. Quosnadowich, veduto che era alle mani con la maggior parte degli avversarj, che non aveva nuove che Wurmser accorresse in suo ajuto, e che temeva che il nemico, correndo a Riva, gli tagliasse il ritorno verso il Tirolo, si ritirava con passi frettolosi a Gavardo. Per tal modo Buonaparte co' suoi movimenti celeri ed ottimamente ordinati, sbaragliava in poco tempo un'ala intiera di Wurmser, che gli aveva già fatto molto male, ed avrebbe potuto fargliene un maggiore, se si fosse allargata, come aveva intenzione, nelle pianure verso il Milanese. Intanto per assicurare i luoghi abbandonati da Augereau, vi surrogava Massena con tutto il suo corpo di truppe.

Mentre tutte queste cose si preparavano e si facevano sulla destra loro, gli Austriaci s'impossessavano di Verona, e Wurmser, difilandosi per la sinistra del Mincio, entrava con un grosso corpo, ed in sembianza di vincitore in Mantova. Il presidio a gran festa guastava le trincee fatte dai Francesi, e tirava dentro le mura meglio di centoquaranta pezzi di grosse artiglierìe, che, trovati nella cittadella di Ancona, nel forte Urbano e nel castello di Ferrara, o presi per forza, o dati loro in mano dal papa in virtù della tregua,vi avevano condotto per battere la piazza. Wurmser, avuta questa vittoria, sapendo i primi prosperi successi di Quosnadowich, ed ignorando i sinistri, dava opera securamente a raccorre vettovaglie e bestiami per provvedere del fodero necessario quella importante fortezza. Ma gli fu breve la sicurezza; conciossiachè gli sopravvennero bentosto le novelle dei disastri accaduti a Quosnadowich; il che lo fece accorgere, che la fortuna Francese era ancora in istato, e tuttavìa più dubbio ciò, ch'ei credeva già sicuro. Considerato adunque che quello non era tempo da starsene, ed avendo ancora forze sufficienti per affrontarsi, con isperanza di vittoria, col nemico, usciva da Mantova, e se ne giva alle stanze di Goito, correndo la campagna co' suoi corridori fino a Castiglione. Era stato preposto alla guardia di questa terra da Buonaparte il generale Valette, che, veduto comparire il nemico, sbigottitosi con pochezza d'animo inescusabile, abbandonava il posto, ed andava con la sua squadra fuggiasca a seminar paura fra i repubblicani, che erano in possesso di Montechiaro. Questo accidente improvviso fece cader l'animo a Buonaparte, che, deponendo il pensiero di più volere assaltar il nemico, voleva ritirarsi sul Po, deliberazione veramente perniciosissima, e che sarebbe stata la rovina di tutta la guerra Italica: l'avrebbe anche mandata ad effetto, se Augereau più animoso di lui non l'avesse impedita confortandolo a rientrare nella sua solita magnanimità, ed a mostrare il viso alla fortuna. Debbe perciò la Francia restar obbligata della gloria acquistatanei campi di Castiglione più che a Buonaparte, ai consiglj di Augereau avanti il fatto, ed al suo valore nel fatto. Ma Buonaparte non ancora ripreso l'animo, e la mente ancor piena del grave pericolo in cui si trovava, stava tuttavìa dubbio e spaventoso, nè sapeva risolversi nè al combattere, nè al ritirarsi. Augereau, che il conosceva, lo esortava ad appresentarsi ad una mostra di soldati. Quando eglino videro il capitano loro, con atti di vivezza, di giubilo, e di estro Francese, con lietissime grida il confortavano a star di buon animo, a non aver timore, a fidarsi in loro: gli conducesse pure alla battaglia; e sclamando, viva Buonaparte, viva la repubblica, facevano echeggiare i colli di Castiglione di quel romore festivo. Or bene sia, disse Buonaparte, accetto il felice augurio, domani vedrete in viso il nemico.

In questo mezzo Quosnadowich, che era capitano ardito e pratico, ricevuti alcuni rinforzi alle sue stanze di Gavardo, ed avute le novelle dello avanzarsi di Wurmser verso Castiglione, conoscendo di quanta importanza fosse il fare ogni sforzo per congiungersi con esso lui ad un impeto comune, od almeno il consuonarvi per una diversione, usciva di nuovo in campagna, e prostrato Sauret, che gli stava a fronte, e fattosi signore di Salò, velocemente scendeva con forze poderose verso Lonato. L'antiguardo di Quosnadowich condotto dal generale Ocskay già si era impossessato di Lonato; le cose divenivano pericolosissime pei repubblicani. In questo forte punto Massena arrivava col suo antiguardo vicino a Lonato,e volendo ricuperare quel sito, in cui consisteva la somma della fortuna, perchè se gli Alemanni vi si mantenevano, si difficoltava molto l'impedire la unione di Quosnadowich con Wurmser, mandava il generale Pigeon, ma non con gente a sufficienza, ad assaltare Ocskay. Fu durissimo l'incontro. Pigeon non solamente fu rotto e vinto, ma perdè tre pezzi d'artiglierìe leggieri, e venne prigioniero in mano del nemico. Udito il caso, accorrevano Massena e Buonaparte per rimediare alla fortuna vacillante. Ordinava il generalissimo un grosso squadrone assai fitto, e lo mandava a serrarsi addosso al centro del nemico, il quale insuperbito per la prima vittoria, e credendo, non solo di vincere, ma ancora di prendere tutto il corpo repubblicano, distendeva le sue ali con pensiero di cingere i soldati di Buonaparte. Questa mossa, debilitando il mezzo della fronte, diè del tutto la vittoria ai Francesi; imperciocchè mentre Massena raffrenava l'impeto dell'ali estreme degl'Imperiali con mandar loro incontro quanti feritori alla leggiera potè raccorre, Buonaparte con quel fitto squadrone dava dentro alla mezza schiera. Faceva ella una viril difesa, non senza grave uccisione dei repubblicani; ma finalmente non potendo più reggere a sì impetuoso assalto, sbaragliata cedeva il campo, ritirandosi verso il lago, principalmente a Desenzano. Fu liberato Pigeon; si racquistarono le perdute artiglierìe. I Francesi seguitavano gli Austriaci a Desenzano, e gli avrebbero condotti all'ultima fine, se non era che, sopravvenendo con ajuti mandati da Quosnadowich il principedi Reuss, gli metteva in salvo col condurgli a luoghi sicuri verso Salò. In tutte queste zuffe tanto miste ebbe più parte la fortuna che l'arte, e sebbene i disegni dei generali Tedesco e Francese fossero certi, del primo di calare, del secondo d'impedire che calasse, pare a noi, che Quosnadowich abbia meglio eseguito il suo intento, che Buonaparte, perchè quegli calò quando volle, e questi non l'impedì quando volle; ed anche si può argomentare da tutti i fatti successi sulla destra del lago, che il generale repubblicano abbia più operato a caso, o per necessità, che con proposito deliberato, dominato piuttosto, che dominatore della fortuna.

Mentre queste fazioni succedevano sulla sinistra dei Francesi, Augereau, che non voleva che Castiglione fosse perduto, perchè quel sito era il principale impedimento alla unione delle diverse parti dell'esercito Tedesco, indirizzava le sue genti al riacquistarlo; ma già i Tedeschi l'avevano munito con un forte presidio, conoscendo l'importanza della terra, con farvi alloggiare una forte banda di soldati, che era l'antiguardo di Wurmser governato dal generale Liptay. Il castello, i colli vicini, ed il ponte erano guerniti di molti e buoni soldati, tanto più confidenti in se medesimi, quanto Wurmser, spuntando da Guidizzolo, si avvicinava con tutte le sue genti. Ordinava Augereau per modo i suoi, che il generale Beyrand assalisse il corno sinistro degli Austriaci, e per assicurare vieppiù questa parte, comandava al generale Robert, facesse un'imboscata per riuscire alle spalle degli Alemanni.Verdier con un grosso nervo di granatieri era per assaltare nel mezzo il castello medesimo di Castiglione, e nella parte superiore il generale Pelletier si apparecchiava ad urtare la destra del nemico. Ma per provveder meglio ad ogni caso fortuito, ordinava Buonaparte, che la schiera di ultima salute condotta dal generale Kilmaine andasse ad unirsi ad Augereau, perchè fosse più fortemente sostenuta la battaglia. S'incominciava a menar le mani molto virilmente da ambe le parti, era il dì tre d'agosto; animava gli uni la memoria delle vittorie fresche, e la presenza dei loro generali Buonaparte ed Augereau, gli altri il vicino soccorso del maresciallo. Dopo una ostinatissima difesa Liptay, non potendo più reggere, si ritirava: anzi scrivono alcuni, che disperando affatto della giornata, già si fosse risoluto di arrendersi. Ma o che in questo punto si fosse accorto, che i repubblicani non erano tanto numerosi quanto a prima giunta si era persuaso, come si narra da qualche storico, o che, come altri credono, avesse veduto un grosso di cavallerìa Tedesca, che accorreva galoppando in suo ajuto, ripreso animo, ritornava alla battaglia più animoso di prima. Già con incredibile valore combattendo, rendeva dubbia la vittoria, quando Robert, uscendo fuori dall'imboscata, a gran furia lo assaliva. Questo urto improvviso disordinò tanto gli Alemanni, che si ritiravano, lasciando la terra di Castiglione in potestà dei Francesi. Ebbe in questo punto Liptay qualche rinforzo delle prime truppe di Wurmser che arrivavano. Per la qual cosa si fece forte al ponte, che non avevaancor perduto, e continuava a tempestare con costanza veramente Austriaca. Il contrasto diveniva più sanguinoso di prima, si combatteva fortemente su tutta la fronte. Finalmente i Francesi, spintisi avanti con la solita concitazione, e non essendo ritardati nè dagli urti che ricevevano sul ponte, nè dalla fama che già tutta l'oste Tedesca fosse arrivata, conquistarono il ponte: il che sforzò gl'imperiali a ritirarsi. Ma già i Francesi seguitando il favor della fortuna, rompevano, tanta era la pressa che quivi facevano Beyrand e Robert, l'ala sinistra degli Austriaci, e l'avrebbero anche conculcata del tutto, se una batterìa posta opportunamente sopra di un poggio vicino non avesse raffrenato l'impeto loro. Ciò fu cagione, che tenendo ancora gli Austriaci la posizione loro dietro Castiglione, impedirono ai Francesi l'inoltrarsi nella pianura, che separava l'ala destra dalla sinistra degl'imperiali, e si crearono abilità di sostenere nel medesimo luogo, due giorni dopo, un'altra ostinata battaglia. In questa fazione combattuta con grandissimo valore da ambe le parti, perdettero gli Austriaci fra morti, feriti, e prigionieri quattro mila soldati con venti bocche da fuoco. Nè fu lieta la vittoria ai Francesi; perchè mancarono di loro più di mila soldati eletti, fra i quali a molto onore si nominano Beyrand, Pourailler, Bourgon, e Marmet.


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