Chapter 6

Questo parlare profetico, e questa profferta tanto secondo il bisogno, potevano essere la salvazione dell'insidiata Venezia, ed ogni motivo di stato concorreva a far deliberare che si accettasse; perchè nè gli Austriaci, nè i Francesi potevano far peggio attualmente di quel che facevano alla repubblica, nè peggiori disegni macchinare contro di lei, di quelli che macchinavano; il che dimostra, che la lega con la Prussia poteva solo causar bene, non male a Venezia, e che sola poteva medicare i mali presenti. Ben siera fino allora consigliato il senato, seguitando il suo antico costume di non congiungersi nè con questa nè con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa risoluzione quella di non aver voluto accettare la lega tanto necessaria, e tanto opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come trovo scritto, questo fatale rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì piuttosto degl'inquisitori di stato, checchè a ciò fare gli muovesse, e dei Savi, che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono, avendo da loro medesimi deliberato di scrivergli, che non entrasse in questo trattato. Della quale deliberazione la posterità tutta, e massimamente la patria loro diventata suddita, da sovrana ch'ella era, gliene avranno biasimo ed indegnazione eterna. Forse a sì strano partito, e ad impedire sì salutifero consiglio si mossero pel rispetto di non volere offendere la Francia, e principalmente l'Austria, e per la speranza, che la sincerità e l'imparzialità della repubblica avessero a condurla a salvamento; semplicità certamente maravigliosa in una Venezia, ed in tempi tanto scapestrati. Bene gli aveva avvertiti Lallemand, con verità dicendo, che la probità politica non era più al mondo.Intanto prima che si tradisse lo stato, si laceravano i sudditi sì dai Francesi che dai Tedeschi con ogni maniera di più immoderata barbarie. Nè più si vanti la libertà di frutti dolci, nè la regolarità degli antichi governi di frutti moderati, nè il secolo decimottavo di umanità; poichè e repubblicani ed imperiali, pretendendoparole soavi di amicizia, rapivano nei miserandi territorj veneti, non solo per necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con violenza, non solo con comando, ma anche con ischerno le vite, l'onore, e le sostanze di coloro, che amici chiamavano. Nè più si portava rispetto ad una età che ad un'altra, nè ad un sesso che ad un altro; e quello che non periva per sangue, era contaminato per bruttura; spesso anche il sangue succedeva alla bruttura; perciocchè e' furono veduti vecchi e fanciulli uccisi, perchè non pronti a discoprire dove fossero riposte le sostanze, o le madri, o le figliuole loro, e se gli uomini stati fossero fiere, non sarebbero stati trattati peggiormente dai crudeli dominatori, come i Veneziani furono. Quello poi che era involato per forza, era profuso per iscialacquo; il paese desolato, i soldati sì vincitori che vinti si consumavano per mancamento di ogni genere necessario; chi per ufficio, o per grado aveva debito di provvedere ai soldati, e di ritirargli dalla barbarie, si arricchiva; il perchè si vedevano capi ricchi, soldati squallidi, abitatori spogliati: non che non vi fossero nell'uno esercito e nell'altro uomini incorrotti, che anzi ve n'erano molti, ma non avevano autorità, perchè il malo esempio dominava, e tra i repubblicani erano chiamati aristocrati, come se gli amatori della libertà si debbano conoscere dagli stupri e dalle rapine. Le case s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte preziose si sperdevano dagli sfrenati forestieri: i cavalli dei ricchi si rubarono dai repubblicani, perchè, comedicevano, erano cavalli di aristocrati; i cavalli, e gli altri animali da tiro e da soma appartenenti ai villici s'involavano dai repubblicani e dagl'imperiali, perchè erano, come dicevano, animali di spie; e tant'oltre procedè questa rapina, che le mosse militari ne divennero tarde e difficili per la mancanza di bestie. Il male era ancora peggiore nelle bovine, parte scialacquate dalla licenza, parte consumate da un morbo epidemico gravissimo. Pubblicavansi dai generali ordini e regole per frenare tanta rabbia, ma vano era il proposito, perchè quando si veniva alla esecuzione, si andava molto rimessamente, essendo i capi intinti. Buonaparte poi, quantunque facesse qualche dimostrazione in contrario, dava a' suoi la briglia sul collo, e comportava loro ogni cosa, per farsegli più suoi pei disegni avvenire. A questo tempo medesimo gli eserciti di Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai diversi dal buonapartiano erano per moderazione, e per rispetto ai vinti. In fatti venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che temperatamente portandosi, e con maggior disciplina delle altre procedendo, era cagione, che a gara le città italiche in presidio la chiamassero. Per questo le compagne la chiamavano la schiera aristocratica, e vi furono delle male parole, e dei peggiori fatti in questo proposito. Di tante enormità si lamentava il veneziano senato a Vienna, si lamentava a Parigi; estorquere, gridava a Francesco imperatore, i comandanti imperiali dai sudditi veneti con minacce nella vita, e con dar in cambio semplici ricevute, quantità esorbitanti diprovvisioni; avere saccheggiato Villanova con uccisione di parecchi abitatori, avere saccheggiato Salò e Fontanaviva, e molte altre terre del Veronese e del Vicentino; essere la licenza dell'imperiale esercito, ovunque passava, incomportabile, e se nella sua prima giunta a Bassano aveva mostrato qualche moderazione, sapere le desolate sponde dell'inferiore Brenta in quanta sfrenatezza si fosse cangiata la prima temperanza. Nè portarsi da lui maggior rispetto ai particolari innocenti, che allo stato amico: avere ad onta della professata neutralità assaltato i Francesi in Brescia, uccisone alcuni, imprigionatone molti, cacciato i restanti con forza, e con pericolo d'incendio e di sacco di quella popolosa città; avere minacciato di atterrare violentemente le porte di Verona, se presto non gli fossero aperte; avere altresì con volere resistervi dentro ai Francesi fatti più forti, posto a gravissimo ripentaglio tutta la terra; vincitore, saccheggiare per insolenza, vinto per rabbia; se aveva, domandare per ladroneccio; se non aveva, domandare per bisogno: in ambi i casi rapire con violenza; accusare i Francesi per imitargli, accusare i Veneziani, come partigiani dei Francesi per rubargli: le opinioni non fare; segno essere alle cupide soldatesche così i pacifici cittadini, come i parziali di Francia: non fare la dignità; le chiese contaminate, i parochi insultati, le municipali sedi spogliate e rotte, nè sapersi più discernere, se gl'Imperiali volessero la salute, o la perdizione di Venezia; cotali essere le opere degl'imperiali soldati. Le giustissime querele del senatoVeneziano porte a Vienna non fruttarono, perchè furono passate o con silenzio sprezzatore, o con promesse inutili.Nè meno lamentevoli voci, nè meno vere gittava per mezzo del nobile Querini a Parigi, i detestabili fatti del buonapartiano esercito nella terraferma veneta narrando: avere saccheggiato la dogana pubblica in Desenzano; avere a Castello Lagusaro rapacemente spogliato le stanze della guardia veneta, minacciato barbaramente nella vita il paroco, ucciso una miseranda vecchia, saccheggiate le case, violate le donne; sperperate essere in fondo le provincie Bresciana e Veronese; Bassano non aver più da vivere; pure non cessare le sforzate tolte, e chi s'indugiava alla Francese impazienza, essere ucciso; fumare da ambi i lati le terre arse dei Lezini monti; Lubiara, Corrodetto, Albarè di Gardezzana, il contado tutto di Verona essere desolati; andare raminghe le genti fameliche per la rapina violenta dei loro averi; trecento famiglie all'estremo ridotte dal sacco errare squallide e nude per iscoscese montagne; Este, e Montagnana soprattutto portare i segni del repubblicano furore; ivi una povera donna, a cui la natura aveva fatto dono infausto di bellezza, e vicina al termine della sua gravidanza essendo, chiamata da soldati brutalissimi agli ultimi oltraggi, avere fra doglie orribili cessato di vivere; il misero marito desideroso di sottrarla dalla sfrenata cupidigia, avere avuto un braccio reciso dagli oltraggiatori dell'infelice moglie; avere il repubblicano esercito di Francia, quale furiosa tempesta, calpestatoogni cosa ad Arcole, a Ronco, a Tomba, a Villafranca, le terre tutte fra l'Adige e il lago; campagne devastate, granai dispersi, cantine vuotate, cavalli, buoi, animali d'ogni spezie rapiti, mobili involati o distrutti, case rovinate od arse, vergini violate, santuarj profanati, vasi sacri rubati, abitanti, alcuni uccisi, inumerabili spogliati e ridotti ad errare raminghi, coi teneri figliuoli loro asilo e sussistenza mendicando. Questi essere gli effetti della presente guerra, i quali parrebbero anche incredibili, se le voci stesse di tutto il Francese esercito non gli attestassero: eppure non esser mai mancata qualunque comodità alle genti Francesi; l'ospitalità la più amichevole essersi per la parte Veneta e sempre, ed in ogni luogo mostrata; avere i generali, gli ufficiali, i commissarj, i famigliari loro, i soldati stessi trovato le case aperte per accorgli amorevolmente, per trattargli umanamente; essersi vedute intiere famiglie di regolari, di vergini sacre, ed anche di semplici particolari cedere ai nuovi ospiti il proprio tetto; chiamargli a parte delle mense e di ogni comodo loro; avere sempre abbondato ogni sorte di provvisioni; avere il governo sempre, e non invano esortato i sudditi a sopportare pazientemente tante calamità; essersi i sudditi con rassegnazione incredibile mostrati obbedienti alle esortazioni, ma ciò non giovare; più si concedeva, più domandarsi; maggior cortesia si usava, maggiore violenza adoperarsi; le più gentili persone svillaneggiate da una soldatesca insolente; ai modi più ingenui corrispondersi con inumani oltraggi; la nobile Veronadiventata un quartier sucido di soldati tutta, venire per la forestiera contaminazione a schifo ai Veronesi stessi le antiche e dilette stanze loro: certamente, dappoichè i miserabili uomini trattano la guerra, non mai essersi dimostrata dall'un canto tanta pazienza, non mai dall'altro tanta barbarie, e peggio, che gli oppressori chiamavano la pazienza perfidia, la barbarie libertà. Così periva sotto nome di amicizia la misera Venezia, non solo senza gratitudine da parte di coloro che si succiavano le sue sostanze, ma ancora senza compassione; e per ristoro finalmente fu fatto vendita e compra di lei dai feroci saccheggiatori, non meno cupidi di rapire, che vogliosi di tradire. Dolevasi il senato al direttorio; dolevansi i magistrati a Buonaparte, dolevansi ai Tedeschi capitani: rispondevasi per gli uni e per gli altri non solo freddamente, ma anche ironicamente, esser questi mali inseparabili dalla guerra: esser veramente Venezia infelice; si ordinerebbe, si provvederebbe, e gli ordini, e le provvisioni erano, che diveniva ogni dì più insopportabile l'insolentire dei soldati. Io non so quello, che il mondo corrompitore o corrotto sarà per dire di queste mie narrazioni; questo so bene, che l'universale dei Francesi e degli Austriaci, anzi tutti, eccettuatone solamente quelli, che credono che la gloria consista nell'opprimere le nazioni forestiere, danneranno con tutti i buoni sì detestabili eccessi, e di perpetuo biasimo noteranno coloro che vi ebbero colpa.Nè meglio erano rispettate da coloro, che accusavano Venezia di non esser neutrale, le sostanzepubbliche che le private, come se chi reca ingiuria, avesse a stimarsi offeso, e chi la riceve, offenditore. Verona massimamente era segno alla repubblicana furia. Vi rompeva a capriccio suo Buonaparte le porte delle fortificazioni, toglieva per forza le chiavi della porta di San Giorgio all'uffiziale Veneto, portava via dalle mura le artiglierie di San Marco, poneva le sue là dove voleva, prendeva le armi, prendeva le munizioni ammassate nell'armerìa e nelle riposte Veneziane, demoliva i molini, ardeva le ville della campagna di Verona, quando credeva che a' suoi bisogni importasse; occupava finalmente i forti, vi ordinava mutazioni e lavori, e vi piantava le insegne Francesi. Chiodava poi a Porto-Legnago le artiglierie Veneziane, tagliava i ponti levatoi, rompeva i ponti del fiume; occupava forzatamente il castello di Brescia, e postovi presidio a grado suo il fortificava. Quindi, mandato innanzi a Bergamo Cervoni per ispiare e per sopravvedere i luoghi, quantunque nessuna strada fosse aperta per quelle valli a calate di Tedeschi, occupava improvvisamente con sei mila soldati la città ed il castello di Bergamo, dove attese, come a Brescia, a fortificarsi. Involava, armata mano, una cassa dell'arciduca di Milano depositata in casa del marchese Terzi sul territorio Bergamasco, e finalmente levava le lettere dalle poste Veneziane, aprendole per vedere che cosa portassero; le quali cose tutte erano forse utili alla sicurezza dei Francesi, ma certamente rompevano la neutralità di Venezia, ed autorizzavano questa repubblica a romperla dal canto suo, eda fare una subita presa d'armi contro chi con tanta violenza, e con violazione sì manifesta del diritto delle genti, turbava il suo vivere quieto.Considerando io l'aspro governo fatto degli stati Veneziani, non so con qual nome chiamare l'enormità di quel Rewbel, uno dei quinqueviri di Parigi, il quale si lamentava che i Veneziani non amassero i Francesi: il che vuol dire, che a posta di quei repubblicani e' bisognava non solo ringraziare, ma anche amare chi crudelissimamente vi straziava.Trattati a questo modo gli stati della repubblica di Venezia sì dagli Austriaci che dai Francesi, apparivano intieramente mutati da quello che erano prima che quella feroce illuvie gli sobbissasse. Le opere più pregiate della umanità perivano perchè divenute segno di scherni barbari; quello che s'era durato un secolo a edificare, un solo momento distruggeva; quello che dalle più estreme regioni si veniva curiosamente visitando, come fregi eccellenti della rispettata Italia, era guasto da chi si vantava di avere a cuore questi preziosi ornamenti del vivere civile; nè la necessità serviva di scusa, perchè per giuoco si guastava, non per vivere, nè per difesa. Quanti sontuosi palazzi sconciati per bruttura, o laceri per ruina! quanti nobili arredi involati o guasti! quante onorate statue mutilate o rotte! Quanti alberi o di dolci frutti carichi, o di peregrina bellezza risplendenti, per trastullo atterrati dalle sfrenate soldatesche venute d'oltre Alpi, o d'oltre il Norico a conculcare l'innocente Italia! Là dove nacque Virgilio, là dovenacque Catullo, là dove nacque l'infelice Bonfadio, là dove in dolce filosofia se n'era stato meditando il dolcissimo Bembo, erano i maggiori segni della moderna barbarie, stampati da chi pretendeva di riformare, o da chi pretendeva di mantenere il vivere sociale. Peggio poi, che a chi si lamentava, si rispondeva che la guerra è migliore della pace, la distruzione della conservazione, la disperazione della tranquillità, e se non si rispondeva con pessime parole, si rispondeva con peggiori fatti; il sangue si mescolava alle ruine. Sorgevano in ogni lato pianti e lamenti, donde poco innanzi solo si udivano i canti di un popolo felicissimo, del quale se di tanto era cambiata la condizione, non era in lui colpa alcuna, poichè la colpa era tutta in una feroce querela nata in lontani paesi fra popoli amatori della guerra. Le amene spiagge del Benaco, le molli sponde della Brenta, ornate le une e le altre di quanto hanno la natura e l'arte di più grazioso e di più magnifico, giacevano ora desolate ed arse. Nè si poteva mostrar compassione, perchè chi la mostrava, era stimato nemico d'Austria o di Francia: le preghiere cagionavano le ingiurie, i pianti gli scherni, la bellezza gli oltraggi, la forza le uccisioni. In mezzo a sì orribile strazio di sostanze e di persone, chiamavansi, per aggiunta, gl'Italiani perfidi e vili, come se sincerità fosse il rubare e l'ammazzare sotto titolo d'amicizia, e se coraggio fosse l'uccidere i deboli ed i traditi. Certo stupiranno i posteri dei mali fatti commessi, ma stupiranno vieppiù delle promesse fatte, e se il secolo avrà nome di crudele,lo avrà ancora più d'ingannatore. Così periva Venezia: che s'ella poi, per un qualche sussidio al suo estremo caso, voleva chiamare a' suoi stipendi un capitano riputato in Europa, se ne sdegnava Vienna, e se voleva ranuare quattro cannoni sul lido, se ne sdegnava Parigi: le accuse di perfidia tosto si proferivano da coloro, che si facevano mezzo principale per distruggere a Venezia la perfidia.Intanto gli atroci fatti inasprivano gli animi, e gli riempivano di sdegno, parte contro il senato, come se senza difesa desse in preda i popoli a nemici crudeli, parte contro i commettitori di tanti scandali. Non mai dai Veneziani si erano amati i Tedeschi, troppo diversi per indole e per lingua, ed anche la prossimità, come suole avvenire, gli alienava: ma in ogni tempo erano stati amatori del nome Francese, ed è certo, che fra tutte le nazioni del mondo la Francese era quella, che la Veneziana con più benevolenza abbracciava. Ma per l'opere ree di Buonaparte, e di chi a lui aderiva, molto si era rimutata questa inclinazione dei Veneziani, e se odiavano i Tedeschi, certamente non amavano i Francesi. Da tutto questo ne nacque, che le popolazioni della terraferma, tocche da quel turbine insopportabile domandavano al senato ordini, armi e munizioni per difendersi con la forza da coloro, presso ai quali l'amicizia era mezzo, non impedimento al danneggiare. Il senato, piuttosto rispettivo che prudente, cercava di mitigar gli animi, e quanto alle armi andava temporeggiando, perchè sperava, che qualche caso difortuna libererebbe i dominj da ospiti tanto importuni, e perchè temeva che chiamati i popoli all'armi, non fosse più padrone di regolare e frenare i moti incominciati, con grave pregiudizio e pericolo della repubblica. Solo accettava le offerte della provincia Bergamasca, la quale in questo procedeva con più calore delle altre, sì per la natura ardita de' suoi abitatori, e sì per l'autorità del potestà Ottolini. Offeriva trenta mila armati pronti a mettersi a qualunque pericolo per la patria, ov'ella della opera loro abbisognasse. Ma il senato, che conosceva bene la natura dei popoli armati, massimamente in mezzo a tante occasioni di sdegno, temendo che più oltre procedessero, che l'umanità ed il bisogno della patria richiedevano, aveva sottoposto a certo ordine quella moltitudine, partendola in compagnie, e ponendo a reggerle uomini prudenti. Raccomandava al tempo medesimo la moderazione, e non si muovessero, se non quando la necessità e gli ordini del senato gli chiamassero. La quale raccomandazione fu poi imputata al senato dagli storici parziali, come pruova di perfidia, come se avesse dovuto abbandonar senza freno all'impeto suo una moltitudine armata, e giustamente irritata da tante ingiurie. Queste sono deliberazioni, che in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni caso si fanno dai governi, nè si può comprendere come possano fare diversamente. Ma il secolo, e chi loda il secolo, volevano e vogliono, che quello che deliberava il senato Veneziano, o che armasse o che non armasse, o che parlasse o che tacesse, tuttogli fosse imputato a delitto; e più volte Buonaparte gli disse, voi dovete armare, e più volte ancora, voi non dovete armare. Contro chi poi fosse allestito tutto quell'apparato delle Bergamasche armi, facile è il giudicare, poichè certamente era contro coloro, che sotto spezie di amicizia trattavano Venezia da barbari, e sotto spezie anche d'amicizia la volevano tradire. Ma queste armi si apprestarono dopo venuta la barbarie, ed a questa unicamente, ed agli autori suoi debbonsi imputare, se non forse si voglia credere, come odo che alcuni uomini schifosi credono, che Venezia fosse obbligata, per far piacere ai forestieri, di lasciarsi straziare e distruggere, non solo senza difesa, ma ancora senza lamento. Intenzione poi del senato era di non adoperarle, se non quando i distruttori si fossero accinti a mandar ad effetto il pensier loro. Adunque se alcuno sarà per biasimarle, farà segno, ch'ei non sa che cosa siano nè giustizia nè patria.Ritornando ora al filo della storia, seguiteremo a raccontare, che non così tosto il senato ebbe avviso delle minacce fatte da Buonaparte il dì trentuno maggio in Peschiera al provveditor generale Foscarini, si accorse che non vi era più tempo da perdere per apprestar le difese, non già per la terra ferma quasi tutta disarmata ed occupata dai repubblicani, ma almeno pel cuore stesso della repubblica, con assicurare tutte le parti dell'estuario con armi sì terrestri che marittime. Abbiamo narrato, come il generale repubblicano avesse affermato con modi peggio che amichevoli, perchè erano incivili, che aveva ordinedal direttorio di ardere Verona, e d'intimare la guerra ai Veneziani. A tale gravissimo annunzio pervenuto celerissimamente per messo a posta spedito da Foscarini, si adunava il senato a tutta fretta, e con voti unanimi decretava, si comandasse al capitano in golfo, che si riducesse tosto con tutta l'armata della repubblica nelle acque di Venezia; si levassero incontanente in Istria, in Dalmazia, ed in Albania, in quanto maggior numero si potessero, le cerne, ed ai Veneziani lidi si avviassero; i reggimenti stessi già ordinati, che avevano le stanze in quelle province, senza indugio alcuno alla volta di Venezia s'indirizzassero; si chiamassero nelle acque dell'Istria tutte le navi che si trovavano nell'Ionio sotto il governo del provveditor generale da mare, e con queste anche le due destinate a portare il nuovo bailo della repubblica a Costantinopoli. Queste deliberazioni furono prese il dì primo di giugno. Siccome poi l'unità dei consigli è il principale fondamento dei casi prosperi, così trasse il senato, il dì due dello stesso mese, a provveditor delle lagune e lidi Giacomo Nani, dandogli autorità e carico di armare nel modo che più acconcio gli paresse, tutto l'estuario. Gli diede per luogotenente Tommaso Condulmer, affinchè avesse cura particolare delle navi sottili allestite per custodia dei lidi, e delle bocche dei fiumi. Ebbero queste provvisioni del senato presto effetto; perchè in poco tempo si videro fortificati, e presidiati i posti principali di Brondolo, Chiozza, Portosecco, San Pietro della Volta, lido di San Niccolò, Malamocco. A Brondolo specialmente,dove mettono foce i fiumi Adige, Po, e Brenta, furono fatti stanziare i bastimenti più sottili. Già arrivavano, siccome quelle che erano state mandate con molta sollecitudine, in Venezia e nei circonvicini luoghi le soldatesche del mare Ionio, dell'Albania, e della Dalmazia; piene ne erano le case, pieni i conventi dei lidi, piene le isole vicine alla metropoli. Perchè poi l'erario potesse bastare a questo nuovo stipendio, fu posta una tassa sui beni stabili di Venezia, e del dogado a cui diedero il nome di Casatico. Per cotal modo Venezia spinta dalla vicina guerra intimatale da Buonaparte, si apprestava a difendere l'estuario, nel quale consisteva la vita della repubblica.Noi siamo abborrenti per consuetudine e per natura dal biasimare chi scrive, e meno ancora chi scrive storie. Ma l'amore della verità, e la innocenza di Venezia ci spinge a notare, che uno storico dei nostri tempi, lasciandosi trasportare ad una parzialità tanto più degna di riprensione, quanto è diretta contro il tradito ed il misero, si lasciò uscir dalla penna, troppo incomportabilmente scrivendo, che queste provvisioni del senato Veneziano furono fatte prima delle minacce dei Francesi. Eppure è chiaro e manifesto a chi vorrà solamente riscontrar le date, che le provvisioni medesime furono fatte dopo, ed a cagione delle minacce intimate da Buonaparte al provveditor generale Foscarini; imperciocchè minacciò Buonaparte il dì trentuno maggio, deliberò il senato il dì primo, e secondo giugno. Il perchè l'allegazione dello storico è contraria alla verità,e crudele a Venezia; che se poi egli pretendesse che Venezia, sentite le mortali minacce di Buonaparte, non doveva armarsi, staremo a vedere s'ei dirà, che la Francia non doveva armarsi, sentite le minacce di Brunswick e di Suwarow. Quanto poi ai sommi geografi così Francesi, come Italiani, i quali sostengono l'opinione del citato storico, saria bene, che ci dicessero quale maggiore distanza vi sia, o qual maggiore difficoltà di strade tra Peschiera e Venezia che tra Parigi e Roano. Saria anche bene, che ci dicessero, caso che nascesse oggi in Roano un accidente, che minacciasse di totale ruina lo stato della Francia, se il governo non delibererebbe in proposito il dimane a Parigi. Veramente, quando l'uomo vuol impugnare la verità conosciuta, diventa ridicolo. La distruzione della repubblica di Venezia è stata una grandissima sceleraggine, e non fa onore al secolo il volerla giustificare. Sonci poi alcuni in Italia, che dicono, e credo eziandio, che stampano, che Venezia perì, e meritava di perire perchè seguitò le massime del Sarpi. A questo io non so che cosa rispondere, se non forse, che ella ha avuto torto di voler punire colle patrie leggi due ecclesiastici sceleratissimi, e che là doveva esser lecito a chi portava chierica, l'infamare le rispettabili donne, ed il commettere assassinj.Il medesimo storico, a fine di pruovare la parzialità dei Veneziani verso l'Austria, narra come, non così tosto dimostrò l'imperatore desiderio, che la repubblica non conducesse a' suoi stipendi il principe di Nassau, il governo Veneziano se ne rimase. Ma la verità è, che il consiglio di condurreil principe fu dato dal provveditor delle lagune Nani, e che questo consiglio era già stato rifiutato, non già dal senato, al quale non fu mai riferito dai Savi, ma sibbene dai Savi medesimi molto innanzi che l'imperator d'Austria manifestasse il suo desiderio. Mal volentieri mi sono io indotto a parlar di questo fatto, perchè quando anche fosse vero ciò che è falso, non si vede come per una condiscendenza di Venezia verso l'imperatore si dovesse venire alla distruzione e vendita di lei.Al tempo stesso, in cui il senato ordinava l'apparato militare delle lagune, temendo che la Francia s'insospettisse con credere, ch'ei pensasse di portar più oltre di una legittima difesa, in caso di assalto, i suoi provvedimenti, scriveva un dispaccio al governo Francese, col quale andava esponendo, che mentre la repubblica di Venezia se ne viveva tranquilla all'ombra della più puntuale neutralità, e della sincera e costante sua amicizia verso la repubblica Francese, erano gli animi del senato rimasti vivamente traffitti dal colloquio avuto dal generale Buonaparte col provveditor generale Foscarini, dal quale si poteva argomentare un'alterazione nell'animo del direttorio verso Venezia che dal canto suo il senato si persuadeva di non aver dato occasione a tale alterazione che era conscio specialmente di non meritare alcun rimprovero per l'occupazione violenta fatta dall'armi Austriache di Peschiera, contro di cui non era restato alla repubblica disarmata, e solo fondantesi sulla buona fede delle nazioni sue amiche, altro rimedio che la più ampiae solenne protesta, e la più efficace domanda della restituzione, siccome infatti non aveva omesso nel momento stesso di fare; potere lo stesso general Buonaparte rendere testimonio dello aver trovato inermi e tranquille le città Venete, e della prontezza, con la quale i governatori Veneti ed i sudditi somministravano, anche in mezzo alle angustie dei viveri, quanto era necessario al suo esercito. Aggiungeva a tutto questo il senato, essere suo costante volere il conservare la più sincera amicizia colla Francia, e pronto a dare quelle spiegazioni, ed a fare quelle dimostrazioni dei sentimenti propri, che fossero in suo potere per confermare quella perfetta armonìa che felicemente sussisteva fra le due nazioni.Frattanto il ministro Lallemand, e questa fu una nuova ingiuria fatta a Venezia, domandava al senato, perchè ed a qual fine si apprestassero quelle armi, come s'ei non sapesse, che il perchè erano gl'improperj e le minacce di Buonaparte a Foscarini, e che il fine era il difendersi in una guerra, che lo stesso Buonaparte aveva dichiarato voler fare fra pochi giorni a Venezia. Si maravigliava inoltre il ministro, che simili apprestamenti guerrieri allora non si fossero fatti, quando instavano presenti gli Austriaci sul territorio della repubblica, come se egli non sapesse, che l'Austria non aveva mai minacciato di guerra Venezia, come la Francia per mezzo di Buonaparte, aveva fatto. Richiedeva finalmente, si cessassero quelle armi dimostratrici di una diffidenza ingiuriosa, e contraria agl'interessi ed alla dignità della repubblica Francese: il che significava, chesi voleva far guerra a Venezia, e che non si voleva ch'ella si difendesse.Rispondeva pacificamente il senato, le armi, che si apprestavano, essere a difesa, non ad offesa; voler solo tutelare l'estuario, non correre la terraferma; pacifica essere Venezia, volere vivere in amicizia con tutti; in mezzo a tanto moto, ad opinioni tanto diverse, a discorsi tanto infiammativi, a moltitudine sì grande di forestieri non conosciuti, che abbondavano nella città, dovere il governo pensare alla quiete ed alla sicurezza del pubblico: a questo fine essere indirizzati i nuovi presidj, ed a fare, che siccome l'intento suo era di non offendere nissuno, così ancora nissuno il potesse offendere sperare, che il governo Francese meglio informato dei veri sensi della repubblica, deporrebbe qualunque pensiero ostile contro di lei, e persevererebbe, ora che la Francia tanto era divenuta potente, in quella stessa amicizia che il senato le aveva costantemente, ed a malgrado di tutte le suggestioni ed instigazioni contrarie, conservata, quando la Francia medesima era pressata da tutte le potenze d'Europa; che finalmente pel senato non istarebbe, che un sì desiderato fine si conseguisse a questo tutti i suoi pensieri, a questo tutti i suoi consigli, a questo tutte le sue operazioni dirizzare.Mostravasi il ministro di Francia appagato della risposta, avendo affermato a Francesco Pesaro, destinato dalla repubblica a conferire con esso lui sulle faccende comuni, ch'egli era grato al senato per la gentile, e soddisfacente risposta fattagli;ch'ella non poteva essere nè più sincera, nè più appagante; che incontanente l'aveva spedita a Buonaparte, e che sperava che una sì solenne manifestazione dei pubblici sentimenti avesse ad essere una pruova irrefragabile di quanto egli aveva sempre rappresentato: insomma ei si chiamò contento intieramente, e tranquillo. A questo modo parlava Lallemand il dieci luglio; eppure questo medesimo giorno, noi lo diremo, giacchè siamo serbati a raccontare queste contraddizioni fastidiose, egli scriveva al ministro degli affari esteri a Parigi, che il senato armava gli stagni col fine di far odiare dal popolo i Francesi; che il generale Buonaparte, richiesto di rimborsi, aveva con ragione risposto, che i Francesi erano entrati nei diritti dei Ferraresi sopra i paesi della repubblica, e che tenevano per cosa propria Peschiera, Brescia e gli altri luoghi occupati. Tanta poi è la forza della verità anche in coloro che vorrebbero servire ad interessi contrari, che il medesimo Lallemand, scrivendo pochi giorni dopo a Buonaparte, affermava che era verissimo, che il governo Veneziano si era mostrato molto avverso alla rivoluzione Francese, ed aveva nutrito con molta cura nel cuore dei sudditi l'odio contro i Francesi; ma che in quel momento era vero del pari, che sincere erano le sue protestazioni di neutralità e di buona amicizia verso la Francia; che le male impressioni lasciando luogo alla considerazione de' suoi veri interessi, lealmente desiderava veder rotto quel giogo Austriaco tanto grave a lui ed a tutta Italia; che per verità non si poteva sperare che siajutasse con le proprie mani, ma che questo poteva bene la Francia promettersi di Venezia, che non tanto che ella contrariasse coloro che ne la volevano liberare, desidererebbe nell'animo suo felice compimento all'impresa loro; che, quanto all'armare, quantunque dubbiosi potessero esserne i motivi, pareva a lui, che tale qual era, non potesse far diffidare della fede Veneziana; che troppo le armi apprestate erano deboli da dare giustificata cagione di temere; che con gli occhi suoi propri vedeva, che i preparamenti che si facevano, non avevano altro fine, che quello di custodire le lagune ed i lidi vicini, e che insomma tutto quell'apparato non aveva in se cosa, che fosse ostile contro la Francia. Quest'era il testimonio di Lallemand, che ocularmente vedeva. Pure gridossi per questo medesimo fatto dell'armamento delle lagune, guerra e distruzione a Venezia. Così Venezia, segno di tanti inganni, se armava, era stimata nemica, se non armava, perfida; i tempi tanto erano perversi, che anche in chi conosceva la verità, si annidava la calunnia; la pace non le era più sicura della guerra, nè la guerra della pace, e l'estremo fato già la chiamava.Tali quali abbiam narrato, erano i pensieri e le opere di Buonaparte e del direttorio verso la repubblica di Venezia; ma questi insidiosi disegni furono interrotti da una nuova inondazione di armi imperiali in Italia.

Questo parlare profetico, e questa profferta tanto secondo il bisogno, potevano essere la salvazione dell'insidiata Venezia, ed ogni motivo di stato concorreva a far deliberare che si accettasse; perchè nè gli Austriaci, nè i Francesi potevano far peggio attualmente di quel che facevano alla repubblica, nè peggiori disegni macchinare contro di lei, di quelli che macchinavano; il che dimostra, che la lega con la Prussia poteva solo causar bene, non male a Venezia, e che sola poteva medicare i mali presenti. Ben siera fino allora consigliato il senato, seguitando il suo antico costume di non congiungersi nè con questa nè con quella parte; ma certamente fu pur troppo timorosa risoluzione quella di non aver voluto accettare la lega tanto necessaria, e tanto opportunamente esibita dalla Prussia; abbenchè, come trovo scritto, questo fatale rifiuto non sia stato colpa del senato, ma sì piuttosto degl'inquisitori di stato, checchè a ciò fare gli muovesse, e dei Savi, che avuto il dispaccio del Querini, nol rappresentarono, avendo da loro medesimi deliberato di scrivergli, che non entrasse in questo trattato. Della quale deliberazione la posterità tutta, e massimamente la patria loro diventata suddita, da sovrana ch'ella era, gliene avranno biasimo ed indegnazione eterna. Forse a sì strano partito, e ad impedire sì salutifero consiglio si mossero pel rispetto di non volere offendere la Francia, e principalmente l'Austria, e per la speranza, che la sincerità e l'imparzialità della repubblica avessero a condurla a salvamento; semplicità certamente maravigliosa in una Venezia, ed in tempi tanto scapestrati. Bene gli aveva avvertiti Lallemand, con verità dicendo, che la probità politica non era più al mondo.

Intanto prima che si tradisse lo stato, si laceravano i sudditi sì dai Francesi che dai Tedeschi con ogni maniera di più immoderata barbarie. Nè più si vanti la libertà di frutti dolci, nè la regolarità degli antichi governi di frutti moderati, nè il secolo decimottavo di umanità; poichè e repubblicani ed imperiali, pretendendoparole soavi di amicizia, rapivano nei miserandi territorj veneti, non solo per necessità, ma anche per capriccio, non solo per forza, ma anche con violenza, non solo con comando, ma anche con ischerno le vite, l'onore, e le sostanze di coloro, che amici chiamavano. Nè più si portava rispetto ad una età che ad un'altra, nè ad un sesso che ad un altro; e quello che non periva per sangue, era contaminato per bruttura; spesso anche il sangue succedeva alla bruttura; perciocchè e' furono veduti vecchi e fanciulli uccisi, perchè non pronti a discoprire dove fossero riposte le sostanze, o le madri, o le figliuole loro, e se gli uomini stati fossero fiere, non sarebbero stati trattati peggiormente dai crudeli dominatori, come i Veneziani furono. Quello poi che era involato per forza, era profuso per iscialacquo; il paese desolato, i soldati sì vincitori che vinti si consumavano per mancamento di ogni genere necessario; chi per ufficio, o per grado aveva debito di provvedere ai soldati, e di ritirargli dalla barbarie, si arricchiva; il perchè si vedevano capi ricchi, soldati squallidi, abitatori spogliati: non che non vi fossero nell'uno esercito e nell'altro uomini incorrotti, che anzi ve n'erano molti, ma non avevano autorità, perchè il malo esempio dominava, e tra i repubblicani erano chiamati aristocrati, come se gli amatori della libertà si debbano conoscere dagli stupri e dalle rapine. Le case s'incendevano, gli alberi fruttiferi si atterravano, le ricolte preziose si sperdevano dagli sfrenati forestieri: i cavalli dei ricchi si rubarono dai repubblicani, perchè, comedicevano, erano cavalli di aristocrati; i cavalli, e gli altri animali da tiro e da soma appartenenti ai villici s'involavano dai repubblicani e dagl'imperiali, perchè erano, come dicevano, animali di spie; e tant'oltre procedè questa rapina, che le mosse militari ne divennero tarde e difficili per la mancanza di bestie. Il male era ancora peggiore nelle bovine, parte scialacquate dalla licenza, parte consumate da un morbo epidemico gravissimo. Pubblicavansi dai generali ordini e regole per frenare tanta rabbia, ma vano era il proposito, perchè quando si veniva alla esecuzione, si andava molto rimessamente, essendo i capi intinti. Buonaparte poi, quantunque facesse qualche dimostrazione in contrario, dava a' suoi la briglia sul collo, e comportava loro ogni cosa, per farsegli più suoi pei disegni avvenire. A questo tempo medesimo gli eserciti di Francia governati sul Reno da Moreau e da Jourdan, assai diversi dal buonapartiano erano per moderazione, e per rispetto ai vinti. In fatti venne in Italia dal Reno la schiera di Bernadotte, che temperatamente portandosi, e con maggior disciplina delle altre procedendo, era cagione, che a gara le città italiche in presidio la chiamassero. Per questo le compagne la chiamavano la schiera aristocratica, e vi furono delle male parole, e dei peggiori fatti in questo proposito. Di tante enormità si lamentava il veneziano senato a Vienna, si lamentava a Parigi; estorquere, gridava a Francesco imperatore, i comandanti imperiali dai sudditi veneti con minacce nella vita, e con dar in cambio semplici ricevute, quantità esorbitanti diprovvisioni; avere saccheggiato Villanova con uccisione di parecchi abitatori, avere saccheggiato Salò e Fontanaviva, e molte altre terre del Veronese e del Vicentino; essere la licenza dell'imperiale esercito, ovunque passava, incomportabile, e se nella sua prima giunta a Bassano aveva mostrato qualche moderazione, sapere le desolate sponde dell'inferiore Brenta in quanta sfrenatezza si fosse cangiata la prima temperanza. Nè portarsi da lui maggior rispetto ai particolari innocenti, che allo stato amico: avere ad onta della professata neutralità assaltato i Francesi in Brescia, uccisone alcuni, imprigionatone molti, cacciato i restanti con forza, e con pericolo d'incendio e di sacco di quella popolosa città; avere minacciato di atterrare violentemente le porte di Verona, se presto non gli fossero aperte; avere altresì con volere resistervi dentro ai Francesi fatti più forti, posto a gravissimo ripentaglio tutta la terra; vincitore, saccheggiare per insolenza, vinto per rabbia; se aveva, domandare per ladroneccio; se non aveva, domandare per bisogno: in ambi i casi rapire con violenza; accusare i Francesi per imitargli, accusare i Veneziani, come partigiani dei Francesi per rubargli: le opinioni non fare; segno essere alle cupide soldatesche così i pacifici cittadini, come i parziali di Francia: non fare la dignità; le chiese contaminate, i parochi insultati, le municipali sedi spogliate e rotte, nè sapersi più discernere, se gl'Imperiali volessero la salute, o la perdizione di Venezia; cotali essere le opere degl'imperiali soldati. Le giustissime querele del senatoVeneziano porte a Vienna non fruttarono, perchè furono passate o con silenzio sprezzatore, o con promesse inutili.

Nè meno lamentevoli voci, nè meno vere gittava per mezzo del nobile Querini a Parigi, i detestabili fatti del buonapartiano esercito nella terraferma veneta narrando: avere saccheggiato la dogana pubblica in Desenzano; avere a Castello Lagusaro rapacemente spogliato le stanze della guardia veneta, minacciato barbaramente nella vita il paroco, ucciso una miseranda vecchia, saccheggiate le case, violate le donne; sperperate essere in fondo le provincie Bresciana e Veronese; Bassano non aver più da vivere; pure non cessare le sforzate tolte, e chi s'indugiava alla Francese impazienza, essere ucciso; fumare da ambi i lati le terre arse dei Lezini monti; Lubiara, Corrodetto, Albarè di Gardezzana, il contado tutto di Verona essere desolati; andare raminghe le genti fameliche per la rapina violenta dei loro averi; trecento famiglie all'estremo ridotte dal sacco errare squallide e nude per iscoscese montagne; Este, e Montagnana soprattutto portare i segni del repubblicano furore; ivi una povera donna, a cui la natura aveva fatto dono infausto di bellezza, e vicina al termine della sua gravidanza essendo, chiamata da soldati brutalissimi agli ultimi oltraggi, avere fra doglie orribili cessato di vivere; il misero marito desideroso di sottrarla dalla sfrenata cupidigia, avere avuto un braccio reciso dagli oltraggiatori dell'infelice moglie; avere il repubblicano esercito di Francia, quale furiosa tempesta, calpestatoogni cosa ad Arcole, a Ronco, a Tomba, a Villafranca, le terre tutte fra l'Adige e il lago; campagne devastate, granai dispersi, cantine vuotate, cavalli, buoi, animali d'ogni spezie rapiti, mobili involati o distrutti, case rovinate od arse, vergini violate, santuarj profanati, vasi sacri rubati, abitanti, alcuni uccisi, inumerabili spogliati e ridotti ad errare raminghi, coi teneri figliuoli loro asilo e sussistenza mendicando. Questi essere gli effetti della presente guerra, i quali parrebbero anche incredibili, se le voci stesse di tutto il Francese esercito non gli attestassero: eppure non esser mai mancata qualunque comodità alle genti Francesi; l'ospitalità la più amichevole essersi per la parte Veneta e sempre, ed in ogni luogo mostrata; avere i generali, gli ufficiali, i commissarj, i famigliari loro, i soldati stessi trovato le case aperte per accorgli amorevolmente, per trattargli umanamente; essersi vedute intiere famiglie di regolari, di vergini sacre, ed anche di semplici particolari cedere ai nuovi ospiti il proprio tetto; chiamargli a parte delle mense e di ogni comodo loro; avere sempre abbondato ogni sorte di provvisioni; avere il governo sempre, e non invano esortato i sudditi a sopportare pazientemente tante calamità; essersi i sudditi con rassegnazione incredibile mostrati obbedienti alle esortazioni, ma ciò non giovare; più si concedeva, più domandarsi; maggior cortesia si usava, maggiore violenza adoperarsi; le più gentili persone svillaneggiate da una soldatesca insolente; ai modi più ingenui corrispondersi con inumani oltraggi; la nobile Veronadiventata un quartier sucido di soldati tutta, venire per la forestiera contaminazione a schifo ai Veronesi stessi le antiche e dilette stanze loro: certamente, dappoichè i miserabili uomini trattano la guerra, non mai essersi dimostrata dall'un canto tanta pazienza, non mai dall'altro tanta barbarie, e peggio, che gli oppressori chiamavano la pazienza perfidia, la barbarie libertà. Così periva sotto nome di amicizia la misera Venezia, non solo senza gratitudine da parte di coloro che si succiavano le sue sostanze, ma ancora senza compassione; e per ristoro finalmente fu fatto vendita e compra di lei dai feroci saccheggiatori, non meno cupidi di rapire, che vogliosi di tradire. Dolevasi il senato al direttorio; dolevansi i magistrati a Buonaparte, dolevansi ai Tedeschi capitani: rispondevasi per gli uni e per gli altri non solo freddamente, ma anche ironicamente, esser questi mali inseparabili dalla guerra: esser veramente Venezia infelice; si ordinerebbe, si provvederebbe, e gli ordini, e le provvisioni erano, che diveniva ogni dì più insopportabile l'insolentire dei soldati. Io non so quello, che il mondo corrompitore o corrotto sarà per dire di queste mie narrazioni; questo so bene, che l'universale dei Francesi e degli Austriaci, anzi tutti, eccettuatone solamente quelli, che credono che la gloria consista nell'opprimere le nazioni forestiere, danneranno con tutti i buoni sì detestabili eccessi, e di perpetuo biasimo noteranno coloro che vi ebbero colpa.

Nè meglio erano rispettate da coloro, che accusavano Venezia di non esser neutrale, le sostanzepubbliche che le private, come se chi reca ingiuria, avesse a stimarsi offeso, e chi la riceve, offenditore. Verona massimamente era segno alla repubblicana furia. Vi rompeva a capriccio suo Buonaparte le porte delle fortificazioni, toglieva per forza le chiavi della porta di San Giorgio all'uffiziale Veneto, portava via dalle mura le artiglierie di San Marco, poneva le sue là dove voleva, prendeva le armi, prendeva le munizioni ammassate nell'armerìa e nelle riposte Veneziane, demoliva i molini, ardeva le ville della campagna di Verona, quando credeva che a' suoi bisogni importasse; occupava finalmente i forti, vi ordinava mutazioni e lavori, e vi piantava le insegne Francesi. Chiodava poi a Porto-Legnago le artiglierie Veneziane, tagliava i ponti levatoi, rompeva i ponti del fiume; occupava forzatamente il castello di Brescia, e postovi presidio a grado suo il fortificava. Quindi, mandato innanzi a Bergamo Cervoni per ispiare e per sopravvedere i luoghi, quantunque nessuna strada fosse aperta per quelle valli a calate di Tedeschi, occupava improvvisamente con sei mila soldati la città ed il castello di Bergamo, dove attese, come a Brescia, a fortificarsi. Involava, armata mano, una cassa dell'arciduca di Milano depositata in casa del marchese Terzi sul territorio Bergamasco, e finalmente levava le lettere dalle poste Veneziane, aprendole per vedere che cosa portassero; le quali cose tutte erano forse utili alla sicurezza dei Francesi, ma certamente rompevano la neutralità di Venezia, ed autorizzavano questa repubblica a romperla dal canto suo, eda fare una subita presa d'armi contro chi con tanta violenza, e con violazione sì manifesta del diritto delle genti, turbava il suo vivere quieto.

Considerando io l'aspro governo fatto degli stati Veneziani, non so con qual nome chiamare l'enormità di quel Rewbel, uno dei quinqueviri di Parigi, il quale si lamentava che i Veneziani non amassero i Francesi: il che vuol dire, che a posta di quei repubblicani e' bisognava non solo ringraziare, ma anche amare chi crudelissimamente vi straziava.

Trattati a questo modo gli stati della repubblica di Venezia sì dagli Austriaci che dai Francesi, apparivano intieramente mutati da quello che erano prima che quella feroce illuvie gli sobbissasse. Le opere più pregiate della umanità perivano perchè divenute segno di scherni barbari; quello che s'era durato un secolo a edificare, un solo momento distruggeva; quello che dalle più estreme regioni si veniva curiosamente visitando, come fregi eccellenti della rispettata Italia, era guasto da chi si vantava di avere a cuore questi preziosi ornamenti del vivere civile; nè la necessità serviva di scusa, perchè per giuoco si guastava, non per vivere, nè per difesa. Quanti sontuosi palazzi sconciati per bruttura, o laceri per ruina! quanti nobili arredi involati o guasti! quante onorate statue mutilate o rotte! Quanti alberi o di dolci frutti carichi, o di peregrina bellezza risplendenti, per trastullo atterrati dalle sfrenate soldatesche venute d'oltre Alpi, o d'oltre il Norico a conculcare l'innocente Italia! Là dove nacque Virgilio, là dovenacque Catullo, là dove nacque l'infelice Bonfadio, là dove in dolce filosofia se n'era stato meditando il dolcissimo Bembo, erano i maggiori segni della moderna barbarie, stampati da chi pretendeva di riformare, o da chi pretendeva di mantenere il vivere sociale. Peggio poi, che a chi si lamentava, si rispondeva che la guerra è migliore della pace, la distruzione della conservazione, la disperazione della tranquillità, e se non si rispondeva con pessime parole, si rispondeva con peggiori fatti; il sangue si mescolava alle ruine. Sorgevano in ogni lato pianti e lamenti, donde poco innanzi solo si udivano i canti di un popolo felicissimo, del quale se di tanto era cambiata la condizione, non era in lui colpa alcuna, poichè la colpa era tutta in una feroce querela nata in lontani paesi fra popoli amatori della guerra. Le amene spiagge del Benaco, le molli sponde della Brenta, ornate le une e le altre di quanto hanno la natura e l'arte di più grazioso e di più magnifico, giacevano ora desolate ed arse. Nè si poteva mostrar compassione, perchè chi la mostrava, era stimato nemico d'Austria o di Francia: le preghiere cagionavano le ingiurie, i pianti gli scherni, la bellezza gli oltraggi, la forza le uccisioni. In mezzo a sì orribile strazio di sostanze e di persone, chiamavansi, per aggiunta, gl'Italiani perfidi e vili, come se sincerità fosse il rubare e l'ammazzare sotto titolo d'amicizia, e se coraggio fosse l'uccidere i deboli ed i traditi. Certo stupiranno i posteri dei mali fatti commessi, ma stupiranno vieppiù delle promesse fatte, e se il secolo avrà nome di crudele,lo avrà ancora più d'ingannatore. Così periva Venezia: che s'ella poi, per un qualche sussidio al suo estremo caso, voleva chiamare a' suoi stipendi un capitano riputato in Europa, se ne sdegnava Vienna, e se voleva ranuare quattro cannoni sul lido, se ne sdegnava Parigi: le accuse di perfidia tosto si proferivano da coloro, che si facevano mezzo principale per distruggere a Venezia la perfidia.

Intanto gli atroci fatti inasprivano gli animi, e gli riempivano di sdegno, parte contro il senato, come se senza difesa desse in preda i popoli a nemici crudeli, parte contro i commettitori di tanti scandali. Non mai dai Veneziani si erano amati i Tedeschi, troppo diversi per indole e per lingua, ed anche la prossimità, come suole avvenire, gli alienava: ma in ogni tempo erano stati amatori del nome Francese, ed è certo, che fra tutte le nazioni del mondo la Francese era quella, che la Veneziana con più benevolenza abbracciava. Ma per l'opere ree di Buonaparte, e di chi a lui aderiva, molto si era rimutata questa inclinazione dei Veneziani, e se odiavano i Tedeschi, certamente non amavano i Francesi. Da tutto questo ne nacque, che le popolazioni della terraferma, tocche da quel turbine insopportabile domandavano al senato ordini, armi e munizioni per difendersi con la forza da coloro, presso ai quali l'amicizia era mezzo, non impedimento al danneggiare. Il senato, piuttosto rispettivo che prudente, cercava di mitigar gli animi, e quanto alle armi andava temporeggiando, perchè sperava, che qualche caso difortuna libererebbe i dominj da ospiti tanto importuni, e perchè temeva che chiamati i popoli all'armi, non fosse più padrone di regolare e frenare i moti incominciati, con grave pregiudizio e pericolo della repubblica. Solo accettava le offerte della provincia Bergamasca, la quale in questo procedeva con più calore delle altre, sì per la natura ardita de' suoi abitatori, e sì per l'autorità del potestà Ottolini. Offeriva trenta mila armati pronti a mettersi a qualunque pericolo per la patria, ov'ella della opera loro abbisognasse. Ma il senato, che conosceva bene la natura dei popoli armati, massimamente in mezzo a tante occasioni di sdegno, temendo che più oltre procedessero, che l'umanità ed il bisogno della patria richiedevano, aveva sottoposto a certo ordine quella moltitudine, partendola in compagnie, e ponendo a reggerle uomini prudenti. Raccomandava al tempo medesimo la moderazione, e non si muovessero, se non quando la necessità e gli ordini del senato gli chiamassero. La quale raccomandazione fu poi imputata al senato dagli storici parziali, come pruova di perfidia, come se avesse dovuto abbandonar senza freno all'impeto suo una moltitudine armata, e giustamente irritata da tante ingiurie. Queste sono deliberazioni, che in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni caso si fanno dai governi, nè si può comprendere come possano fare diversamente. Ma il secolo, e chi loda il secolo, volevano e vogliono, che quello che deliberava il senato Veneziano, o che armasse o che non armasse, o che parlasse o che tacesse, tuttogli fosse imputato a delitto; e più volte Buonaparte gli disse, voi dovete armare, e più volte ancora, voi non dovete armare. Contro chi poi fosse allestito tutto quell'apparato delle Bergamasche armi, facile è il giudicare, poichè certamente era contro coloro, che sotto spezie di amicizia trattavano Venezia da barbari, e sotto spezie anche d'amicizia la volevano tradire. Ma queste armi si apprestarono dopo venuta la barbarie, ed a questa unicamente, ed agli autori suoi debbonsi imputare, se non forse si voglia credere, come odo che alcuni uomini schifosi credono, che Venezia fosse obbligata, per far piacere ai forestieri, di lasciarsi straziare e distruggere, non solo senza difesa, ma ancora senza lamento. Intenzione poi del senato era di non adoperarle, se non quando i distruttori si fossero accinti a mandar ad effetto il pensier loro. Adunque se alcuno sarà per biasimarle, farà segno, ch'ei non sa che cosa siano nè giustizia nè patria.

Ritornando ora al filo della storia, seguiteremo a raccontare, che non così tosto il senato ebbe avviso delle minacce fatte da Buonaparte il dì trentuno maggio in Peschiera al provveditor generale Foscarini, si accorse che non vi era più tempo da perdere per apprestar le difese, non già per la terra ferma quasi tutta disarmata ed occupata dai repubblicani, ma almeno pel cuore stesso della repubblica, con assicurare tutte le parti dell'estuario con armi sì terrestri che marittime. Abbiamo narrato, come il generale repubblicano avesse affermato con modi peggio che amichevoli, perchè erano incivili, che aveva ordinedal direttorio di ardere Verona, e d'intimare la guerra ai Veneziani. A tale gravissimo annunzio pervenuto celerissimamente per messo a posta spedito da Foscarini, si adunava il senato a tutta fretta, e con voti unanimi decretava, si comandasse al capitano in golfo, che si riducesse tosto con tutta l'armata della repubblica nelle acque di Venezia; si levassero incontanente in Istria, in Dalmazia, ed in Albania, in quanto maggior numero si potessero, le cerne, ed ai Veneziani lidi si avviassero; i reggimenti stessi già ordinati, che avevano le stanze in quelle province, senza indugio alcuno alla volta di Venezia s'indirizzassero; si chiamassero nelle acque dell'Istria tutte le navi che si trovavano nell'Ionio sotto il governo del provveditor generale da mare, e con queste anche le due destinate a portare il nuovo bailo della repubblica a Costantinopoli. Queste deliberazioni furono prese il dì primo di giugno. Siccome poi l'unità dei consigli è il principale fondamento dei casi prosperi, così trasse il senato, il dì due dello stesso mese, a provveditor delle lagune e lidi Giacomo Nani, dandogli autorità e carico di armare nel modo che più acconcio gli paresse, tutto l'estuario. Gli diede per luogotenente Tommaso Condulmer, affinchè avesse cura particolare delle navi sottili allestite per custodia dei lidi, e delle bocche dei fiumi. Ebbero queste provvisioni del senato presto effetto; perchè in poco tempo si videro fortificati, e presidiati i posti principali di Brondolo, Chiozza, Portosecco, San Pietro della Volta, lido di San Niccolò, Malamocco. A Brondolo specialmente,dove mettono foce i fiumi Adige, Po, e Brenta, furono fatti stanziare i bastimenti più sottili. Già arrivavano, siccome quelle che erano state mandate con molta sollecitudine, in Venezia e nei circonvicini luoghi le soldatesche del mare Ionio, dell'Albania, e della Dalmazia; piene ne erano le case, pieni i conventi dei lidi, piene le isole vicine alla metropoli. Perchè poi l'erario potesse bastare a questo nuovo stipendio, fu posta una tassa sui beni stabili di Venezia, e del dogado a cui diedero il nome di Casatico. Per cotal modo Venezia spinta dalla vicina guerra intimatale da Buonaparte, si apprestava a difendere l'estuario, nel quale consisteva la vita della repubblica.

Noi siamo abborrenti per consuetudine e per natura dal biasimare chi scrive, e meno ancora chi scrive storie. Ma l'amore della verità, e la innocenza di Venezia ci spinge a notare, che uno storico dei nostri tempi, lasciandosi trasportare ad una parzialità tanto più degna di riprensione, quanto è diretta contro il tradito ed il misero, si lasciò uscir dalla penna, troppo incomportabilmente scrivendo, che queste provvisioni del senato Veneziano furono fatte prima delle minacce dei Francesi. Eppure è chiaro e manifesto a chi vorrà solamente riscontrar le date, che le provvisioni medesime furono fatte dopo, ed a cagione delle minacce intimate da Buonaparte al provveditor generale Foscarini; imperciocchè minacciò Buonaparte il dì trentuno maggio, deliberò il senato il dì primo, e secondo giugno. Il perchè l'allegazione dello storico è contraria alla verità,e crudele a Venezia; che se poi egli pretendesse che Venezia, sentite le mortali minacce di Buonaparte, non doveva armarsi, staremo a vedere s'ei dirà, che la Francia non doveva armarsi, sentite le minacce di Brunswick e di Suwarow. Quanto poi ai sommi geografi così Francesi, come Italiani, i quali sostengono l'opinione del citato storico, saria bene, che ci dicessero quale maggiore distanza vi sia, o qual maggiore difficoltà di strade tra Peschiera e Venezia che tra Parigi e Roano. Saria anche bene, che ci dicessero, caso che nascesse oggi in Roano un accidente, che minacciasse di totale ruina lo stato della Francia, se il governo non delibererebbe in proposito il dimane a Parigi. Veramente, quando l'uomo vuol impugnare la verità conosciuta, diventa ridicolo. La distruzione della repubblica di Venezia è stata una grandissima sceleraggine, e non fa onore al secolo il volerla giustificare. Sonci poi alcuni in Italia, che dicono, e credo eziandio, che stampano, che Venezia perì, e meritava di perire perchè seguitò le massime del Sarpi. A questo io non so che cosa rispondere, se non forse, che ella ha avuto torto di voler punire colle patrie leggi due ecclesiastici sceleratissimi, e che là doveva esser lecito a chi portava chierica, l'infamare le rispettabili donne, ed il commettere assassinj.

Il medesimo storico, a fine di pruovare la parzialità dei Veneziani verso l'Austria, narra come, non così tosto dimostrò l'imperatore desiderio, che la repubblica non conducesse a' suoi stipendi il principe di Nassau, il governo Veneziano se ne rimase. Ma la verità è, che il consiglio di condurreil principe fu dato dal provveditor delle lagune Nani, e che questo consiglio era già stato rifiutato, non già dal senato, al quale non fu mai riferito dai Savi, ma sibbene dai Savi medesimi molto innanzi che l'imperator d'Austria manifestasse il suo desiderio. Mal volentieri mi sono io indotto a parlar di questo fatto, perchè quando anche fosse vero ciò che è falso, non si vede come per una condiscendenza di Venezia verso l'imperatore si dovesse venire alla distruzione e vendita di lei.

Al tempo stesso, in cui il senato ordinava l'apparato militare delle lagune, temendo che la Francia s'insospettisse con credere, ch'ei pensasse di portar più oltre di una legittima difesa, in caso di assalto, i suoi provvedimenti, scriveva un dispaccio al governo Francese, col quale andava esponendo, che mentre la repubblica di Venezia se ne viveva tranquilla all'ombra della più puntuale neutralità, e della sincera e costante sua amicizia verso la repubblica Francese, erano gli animi del senato rimasti vivamente traffitti dal colloquio avuto dal generale Buonaparte col provveditor generale Foscarini, dal quale si poteva argomentare un'alterazione nell'animo del direttorio verso Venezia che dal canto suo il senato si persuadeva di non aver dato occasione a tale alterazione che era conscio specialmente di non meritare alcun rimprovero per l'occupazione violenta fatta dall'armi Austriache di Peschiera, contro di cui non era restato alla repubblica disarmata, e solo fondantesi sulla buona fede delle nazioni sue amiche, altro rimedio che la più ampiae solenne protesta, e la più efficace domanda della restituzione, siccome infatti non aveva omesso nel momento stesso di fare; potere lo stesso general Buonaparte rendere testimonio dello aver trovato inermi e tranquille le città Venete, e della prontezza, con la quale i governatori Veneti ed i sudditi somministravano, anche in mezzo alle angustie dei viveri, quanto era necessario al suo esercito. Aggiungeva a tutto questo il senato, essere suo costante volere il conservare la più sincera amicizia colla Francia, e pronto a dare quelle spiegazioni, ed a fare quelle dimostrazioni dei sentimenti propri, che fossero in suo potere per confermare quella perfetta armonìa che felicemente sussisteva fra le due nazioni.

Frattanto il ministro Lallemand, e questa fu una nuova ingiuria fatta a Venezia, domandava al senato, perchè ed a qual fine si apprestassero quelle armi, come s'ei non sapesse, che il perchè erano gl'improperj e le minacce di Buonaparte a Foscarini, e che il fine era il difendersi in una guerra, che lo stesso Buonaparte aveva dichiarato voler fare fra pochi giorni a Venezia. Si maravigliava inoltre il ministro, che simili apprestamenti guerrieri allora non si fossero fatti, quando instavano presenti gli Austriaci sul territorio della repubblica, come se egli non sapesse, che l'Austria non aveva mai minacciato di guerra Venezia, come la Francia per mezzo di Buonaparte, aveva fatto. Richiedeva finalmente, si cessassero quelle armi dimostratrici di una diffidenza ingiuriosa, e contraria agl'interessi ed alla dignità della repubblica Francese: il che significava, chesi voleva far guerra a Venezia, e che non si voleva ch'ella si difendesse.

Rispondeva pacificamente il senato, le armi, che si apprestavano, essere a difesa, non ad offesa; voler solo tutelare l'estuario, non correre la terraferma; pacifica essere Venezia, volere vivere in amicizia con tutti; in mezzo a tanto moto, ad opinioni tanto diverse, a discorsi tanto infiammativi, a moltitudine sì grande di forestieri non conosciuti, che abbondavano nella città, dovere il governo pensare alla quiete ed alla sicurezza del pubblico: a questo fine essere indirizzati i nuovi presidj, ed a fare, che siccome l'intento suo era di non offendere nissuno, così ancora nissuno il potesse offendere sperare, che il governo Francese meglio informato dei veri sensi della repubblica, deporrebbe qualunque pensiero ostile contro di lei, e persevererebbe, ora che la Francia tanto era divenuta potente, in quella stessa amicizia che il senato le aveva costantemente, ed a malgrado di tutte le suggestioni ed instigazioni contrarie, conservata, quando la Francia medesima era pressata da tutte le potenze d'Europa; che finalmente pel senato non istarebbe, che un sì desiderato fine si conseguisse a questo tutti i suoi pensieri, a questo tutti i suoi consigli, a questo tutte le sue operazioni dirizzare.

Mostravasi il ministro di Francia appagato della risposta, avendo affermato a Francesco Pesaro, destinato dalla repubblica a conferire con esso lui sulle faccende comuni, ch'egli era grato al senato per la gentile, e soddisfacente risposta fattagli;ch'ella non poteva essere nè più sincera, nè più appagante; che incontanente l'aveva spedita a Buonaparte, e che sperava che una sì solenne manifestazione dei pubblici sentimenti avesse ad essere una pruova irrefragabile di quanto egli aveva sempre rappresentato: insomma ei si chiamò contento intieramente, e tranquillo. A questo modo parlava Lallemand il dieci luglio; eppure questo medesimo giorno, noi lo diremo, giacchè siamo serbati a raccontare queste contraddizioni fastidiose, egli scriveva al ministro degli affari esteri a Parigi, che il senato armava gli stagni col fine di far odiare dal popolo i Francesi; che il generale Buonaparte, richiesto di rimborsi, aveva con ragione risposto, che i Francesi erano entrati nei diritti dei Ferraresi sopra i paesi della repubblica, e che tenevano per cosa propria Peschiera, Brescia e gli altri luoghi occupati. Tanta poi è la forza della verità anche in coloro che vorrebbero servire ad interessi contrari, che il medesimo Lallemand, scrivendo pochi giorni dopo a Buonaparte, affermava che era verissimo, che il governo Veneziano si era mostrato molto avverso alla rivoluzione Francese, ed aveva nutrito con molta cura nel cuore dei sudditi l'odio contro i Francesi; ma che in quel momento era vero del pari, che sincere erano le sue protestazioni di neutralità e di buona amicizia verso la Francia; che le male impressioni lasciando luogo alla considerazione de' suoi veri interessi, lealmente desiderava veder rotto quel giogo Austriaco tanto grave a lui ed a tutta Italia; che per verità non si poteva sperare che siajutasse con le proprie mani, ma che questo poteva bene la Francia promettersi di Venezia, che non tanto che ella contrariasse coloro che ne la volevano liberare, desidererebbe nell'animo suo felice compimento all'impresa loro; che, quanto all'armare, quantunque dubbiosi potessero esserne i motivi, pareva a lui, che tale qual era, non potesse far diffidare della fede Veneziana; che troppo le armi apprestate erano deboli da dare giustificata cagione di temere; che con gli occhi suoi propri vedeva, che i preparamenti che si facevano, non avevano altro fine, che quello di custodire le lagune ed i lidi vicini, e che insomma tutto quell'apparato non aveva in se cosa, che fosse ostile contro la Francia. Quest'era il testimonio di Lallemand, che ocularmente vedeva. Pure gridossi per questo medesimo fatto dell'armamento delle lagune, guerra e distruzione a Venezia. Così Venezia, segno di tanti inganni, se armava, era stimata nemica, se non armava, perfida; i tempi tanto erano perversi, che anche in chi conosceva la verità, si annidava la calunnia; la pace non le era più sicura della guerra, nè la guerra della pace, e l'estremo fato già la chiamava.

Tali quali abbiam narrato, erano i pensieri e le opere di Buonaparte e del direttorio verso la repubblica di Venezia; ma questi insidiosi disegni furono interrotti da una nuova inondazione di armi imperiali in Italia.


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