LIBRO NONO

LIBRO NONOSOMMARIONegoziati inutili di pace. Stato della repubblica Cispadana: nuovo congresso dei popoli dell'Emilia. Squallore dei soldati francesi in Italia, e ruberie dei pubblicani. Lamenti di Buonaparte in questo proposito. L'Austria ingrossa di nuovo, e fa impresa di riconquistare le sue possessioni d'Italia. Alvinzi suo generalissimo. Nuova e terribil guerra. Feroci battaglie nel Tirolo con la peggio dei repubblicani: lentezza molto fatale all'Austria del generale Davidovich dopo le sue vittorie in questo paese. Disegni di Buonaparte per opporsi a questa nuova inondazione di Tedeschi. Fatti d'arme sulla Brenta. Battaglia di Caldiero. Condizione assai pericolosa di Buonaparte: arte mirabile, colla quale se ne riscuote. Prodigiosa battaglia di Arcole. Battaglia moltiforme di Rivoli. Gli Alemanni rincacciati del tutto dall'Italia. Il generale austriaco Provera fatto prigione con tutti i suoi sotto le mura di Mantova. Celerità maravigliosa di Buonaparte in tutti questi fatti. Guerra contro il Pontefice. Battaglia del Senio. Pace di Tolentino, e sue gravi condizioni a' danni di Roma. Mantova si arrende alle armi repubblicane: lodi di Wurmser. Lusinghe di Buonaparte alla repubblica di San Marino: risposte dei Sanmariniani.Noi dobbiamo continuar nel fastidio di raccontar governi non così tosto creati che spenti, secondochè portava l'utilità od il capriccio del vincitore, di cui sempre più si scoprivano i pensieriindiritti a turbare tutta l'Italia. Abbiamo nel precedente libro descritto, come per quel principal fine dell'aver la pace coll'imperatore, il direttorio di Parigi, e Buonaparte, mandato Clarke, offerivano patti di diversa natura ora all'imperatore medesimo, ora alla repubblica di Venezia, ora a quella di Genova, ed ora al re di Sardegna. L'Austria spaventata dalle calamità, a cui era stata sottoposta, non si mostrava aliena, se non di concludere, almeno di negoziare, e per questo aveva mandato a Vicenza il generale San Giuliano, acciocchè si abboccasse con Clarke. Anche l'Inghilterra, mossa dal pericolo dell'imperatore, e dalla forza della repubblica francese, che ogni dì più pareva insuperabile, si era piegata, benchè mal volentieri, a voler trattare, ed aveva mandato a questo fine lord Malmesbury in Francia. Tutti pretendevano voci di voler rimuovere tanto incendio dall'Europa afflitta, e di aver a cuore lo stato salutifero dell'umanità. Ruppero questi negoziati le vittorie dell'arciduca Carlo in Germania, che compensarono le sconfitte di Beaulieu e di Wurmser in Italia. Imperò gli alleati si fecero più renitenti, e di nuovo convenne venirne al cimento delle armi. Solo la Sardegna, che era ridotta piuttosto in potestà della Francia, che nella propria, aveva concluso un trattato di lega difensiva, avendo il re costantemente ripugnato ad una lega offensiva a motivo della guerra imminente col papa; al quale trattato il direttorio non volle ratificare a cagione della cessione, che vi si stipulava di alcuni territorj imperiali; perchè il re opportunamente valendosi della condizion sua armata,e dell'esser posto alle spalle dell'esercito francese, non cessava di addomandare o restituzione, o ricompenso delle perdute Savoja e Nizza. Il che pazientemente non poteva udire il governo di Francia, per essere quelle province unite per legge di stato alla repubblica.Adunque il direttorio, trovata tanta durezza nell'Austria, nell'Inghilterra, e nel papa, che continuamente si preparava alla guerra, e dubitando che questo modo potesse estendersi più oltre, perchè non si fidava di Napoli, si consigliava di voler provare, se il timore delle rivoluzioni potesse sforzare i potentati a far quello che il timore delle armi non aveva potuto.A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia, e le instigazioni di Trento. Ma per parlar dei primi, si voleva da Buonaparte, che a quello che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra, succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di constituzione, perchè lo stato disordinato, siccome quello che è temporaneo di natura, lascia da per sè stesso appicco a cambiamento di signoria nativa a signoria forestiera, mentre lo stato ordinato e riconosciuto non può darsi ad altrui senza nota d'infamia. Oltre a ciò sperava il generalissimo di accendere con questo allettativo d'independenza talmente quei popoli già di per se stessi tanto accendibili, che un fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti di quel fanatismo religioso, che per difesa propria s'ingegnava il pontefice di far sorgere in Italia contro i conquistatori. Sapeva che queste opere erano facili ad eseguirsi, perchè inalcuni ingannati operava l'amor della libertà, in altri consapevoli la peste dell'ambizione. Tanta paura aveva quel capitano vittorioso di coloro, che chiamava per isprezzo, non so se mel debba dire per la dignità della storia, pretacci. Bene ordinato era, quanto all'effetto, questo consiglio di opporre popoli accesi a popoli accesi. Ma ei conosceva bene il paese, e gli umori che vi correvano; perchè era solito dire, che in quella Cispadana repubblica erano tre sorti d'uomini: amatori dell'antico governo; partigiani di una constituzione independente, ma pendente all'aristocrazia, e quest'era il patriziato; finalmente partigiani della constituzione francese o della democrazia. Aggiungeva, che egli era intento a frenare i primi, a fomentare i secondi, a moderare i terzi, perchè i secondi erano i proprietari ricchi ed i preti, ch'ei credeva doversi conciliare, perchè rendessero i popoli partigiani di Francia. Quanto ai terzi affermava, esser giovani scrittori, uomini, che, come in Francia, così in tutti i paesi cambiavano di governo, ed amavano la libertà solamente, come diceva, per fare una rivoluzione. Dal che si vede in quale stima egli avesse quelli che professavano la libertà; e per verità non pochi fra di loro diedero tali segni al mondo, che fu manifesto come il giovane di ventott'anni con insolita sagacità avesse bene penetrato la natura loro: questo conoscere gli uomini fu cagione, ch'ei potè fare tutto quello che volle.Erasi inditto il congresso dei quattro popoli dell'Emilia, Modenesi, Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì venzette decembre, malgrado di Buonaparte,che avrebbe desiderato, che più presto si adunassero per dar cagione di temere al papa in tempo, in cui, bollendo ancora le pratiche, non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero in Reggio i legati dei quattro Cispadani popoli, trentasei Bolognesi, venti Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano mandato amplissimo di fare quanto alla salute della repubblica si appartenesse; l'unione massimamente dei quattro popoli in un solo stato procurassero. Solo i Bolognesi avevano nel mandato loro qualche clausola di restrizione, o fosse che Bologna amasse di serbare, per la sua grandezza, qualche superiorità, o fosse che non volesse allontanarsi da quella forma di governo che con tanta solennità aveva pocanzi accettata, perchè prevedeva, che l'accomunarsi nello stato importava l'accomunarsi nelle leggi. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quelli spiriti repubblicani: pareva a tutti essere rinati a miglior secolo. Ordinarono, non potendo capire in se stessi dall'allegrezza, ad alta voce, non a voti segreti si squittinasse. Poi fecero una congregazione d'uomini eletti dalle quattro province, affinchè proponessero i capitoli dell'unione. Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli. Accrebbero la giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese venuti ad affratellarsi, erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano, Visconti da Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore, Lena da Como, Beccaria da Pavia: «Poichè erano venuti i buoni tempi Italici, orarono, essere venuti gli uominiLombardi a congratularsi coi Cispadani popoli dell'acquistata libertà; pari essere i desiderj, pari il destino; chiamare le Francesi vittorie a nuove sorti l'Italia; dovere i popoli Eridanici infiammare con l'esempio loro a nuova vita le altre Italiche genti; l'Italiana patria avere ad essere, non più serva di pochi, ma comune a tutti: ogni giusto desiderio dover sorgere con la libertà, e tanti secoli di crudele servitù concludere una inaspettata felicità: non dubitassero i Cispadani dello aver per amici e per fratelli i Transpadani; una essere la mente, come uni gli animi, ed uni gl'interessi: dimostrerebbero al mondo, che non invano aveva dato il cielo a quei popoli testè pure divisi sotto molesti dominj, ed ora congiunti per l'amore di una comune libertà, il medesimo aere, le medesime terre, le medesime città magnifiche con un forte volere, con un alto immaginare, con un maturo pensare, e se felicissima era la occasione, sarebbe il modo di usarla generoso.»Fu fatto risposta da Facci presidente con gratissime parole: «Corrispondere i Cispadani con pari amore ai benevoli Transpadani; accettare i felici augurj; avere la libertà spento il parteggiare fra i Cispadani, dovere spegnerlo fra tutti gl'Italiani; fuggirebbe dall'Italia la tirannide con tutto il satellizio suo; e poichè era piacciuto a chi regge con supremo consiglio queste umane cose, che principiasse un libero vivere sul Po, dovere gli Eridanici allettare i compagni coll'esempio di una incontaminata felicità».Aprivansi in questo le porte del consesso; il Reggiano popolo, bramoso di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna a nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione dei quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita allegrezza la Cispadana confederazione, chiamarono la unità della repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo. Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto sembianza di energumeni, che di uomini gravi chiamati a far leggi.L'entusiasmo dei Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il congresso statuito, che una prima legione Italica si formasse; nè questa truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri sotto le insegne; il generalissimo gli squadronava, e faceva reggere da' suoi uffiziali. Ma se dall'un lato egli era contento della disposizione degli animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva della composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui per quel suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali, ed altri cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati; e quantunque alcunie nobili e preti vi sedessero, non era il numero nè il nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo si lamentava, che Garreau e Saliceti, commissari del direttorio, gli guastassero i suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste instigazioni, e chiamando al reggimento dello stato uomini di poca entità, o troppo risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava con questi commissari, e gli ammoniva con forti riprensioni; ma essi se non apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni sorte di persone.Scriveva il congresso il dì trenta decembre a Buonaparte: i Cispadani popoli chiamati per amore di lui, e per le sue vittorie a libertà, essersi constituiti in repubblica; direbbegli Marmont suo, quanto fossero degni del nuovo stato; direbbegli quanta forza il nome di lui alla loro risoluzione, ed alla loro allegrezza aggiugnesse. «Accettate, continuavano, o generale invitto, questa nuova repubblica, primo frutto del vostro valore, e della vostra magnanimità. Voi ne siete il padre, voi il protettore: sotto gli auspicj vostri ella sarà salva, sotto gli auspicj vostri non s'attenteranno i tiranni di danneggiarla: noi cominciammo il mandato dei popoli, noi presto il compiremo; ma fate voi, che l'opera nostra sia, come il vostro nome, immortale».Queste lettere del congresso Cispadano furono con lieta fronte ricevute dal conquistatore. Rispondeva, avere con molto contento udito la unione delle quattro repubbliche; l'unione solapoter dare la forza, bene avere avvisato il congresso dello aver assunto per divisa un turcasso: già da lungo tempo l'Italia non aver seggio fra le potenze d'Europa; se gl'Italiani degni sono di rivendicarsi in libertà, se abili sono di ordinare a se stessi un libero governo, verrebbe giorno, in cui la patria loro risplenderebbe fra i potentati d'Europa gloriosamente: pure pensassero, che senza la forza non valgono le leggi; si ordinassero pertanto all'armi; savie essere, ed unanimi le deliberazioni loro; null'altro mancare, se non battaglioni agguerriti, e mossi dall'amor santo della patria; aver loro miglior condizione del popolo Francese, libertà senza rivoluzione, ordini nuovi senza delitti; la unità della Cispadana repubblica simboleggiare la concordia degli animi, i frutti, se avessero per compagna la forza, avere ad essere una repubblica vivente, una libertà benefica, una felicità di tutti.Il congresso annunziava ai popoli la creazione della repubblica: lodava la Francia institutrice di libertà; lodava Marmont testimonio benigno di popoli non indegni dell'amore della sua generosa nazione, annunziatore benevolo delle cose fatte al glorioso capo dell'esercito Italico: esortava i popoli della Cispadana a deporre le antiche invidie ed emolazioni, frutto infausto di funesta ambizione: in petto ed in fronte la libertà, la equalità, la virtù portassero, dell'ajuto della potente repubblica, che gli aveva chiamati a libertà, non dubitassero; guardargli attentamente il mondo, aspettare ansiosamente l'Italia, che a quell'antico splendore, che l'aveva fatta tanto grande, edonorata presso le nazioni, la restituissero. Così parlava a concitazione degli animi il vincitor Buonaparte.L'esempio della Cispadana partoriva mutazioni notabili in Lombardia; perchè i Milanesi, non volendo parer da meno che i popoli dell'Emilia, facevano un moto, correndo sulla piazza, ed intorno all'albero della libertà affollandosi: gridavano sovranità, e indipendenza, e volevano constituirsi in repubblica Transpadana. Dispiacque il moto all'amministrazione generale di Lombardia, non che ella non amasse l'indipendenza, ma le cose non le parevano ancora di tale maturità, che si potesse venire ad un partito tanto determinativo. Il sentirono peggio ancora il generalissimo, e gli altri capi Francesi. Tanto fu loro molesto questo moto, che Baraguey d'Hillires, generale che comandava alla piazza di Milano, e che conosceva la mente di Buonaparte, ne faceva carcerare gli autori principali, che erano i patriotti più ardenti.Intanto ogni dì più cresceva lo squallore dei soldati vincitori d'Italia; tanta era la voragine, non dirò della guerra, ma dei depredatori. Per rimediarvi andava Buonaparte immaginando nuovi modi per trar denaro dai popoli già sì grandemente smunti ed impoveriti; scosse l'Emilia, scosse la Lombardia; traeva le intime sostanze dalle viscere delle nazioni: pure il peculato era più forte di queste estreme fonti di denaro.Infatti i rubatori, gente frodolenta ed avara, erano una peste invincibile. Buonaparte, che per la mancanza delle cose necessarie vedeva in pericolole sue operazioni, ne arrabbiava: gli chiamava ladri, traditori, spie; ora ne faceva pigliar uno, ora cacciare un altro; ma nulla giovava, perciocchè tornavano, essendo protetti, perchè molti; e si liberavano, essendo i giudici corrotti, perchè mescolati. L'Italia pativa, i soldati pativano, gli amministratori infedeli trionfavano. In un paese opimo, e da lungo tempo immune da guerra, era penuria di soldo, di pane, di abiti, di scarpe, di strame. Al tempo stesso i provveditori ed i canovieri, incitati dall'ambizione e dalla libidine, tenevano, la maggior parte, gran vita con mense lautissime, e con cavalli pomposi, con cocchi dorati, con caterve di servitori; e ballerine e cantatrici mantenevano, strana foggia di repubblicani. Sapevaselo Buonaparte, che non ne capiva in se stesso dallo sdegno. Scriveva, che il lusso, la depravazione, il peculato avevano colmo la misura. Un solo rimedio ei trovava, e, come credeva, conforme alla sperienza, alla storia, alla natura del governo repubblicano, e quest'era un sindacato, magistrato supremo, che, composto di una o di tre persone, solo due o cinque giorni durasse, ed in questo tempo autorità amplissima avesse di far uccidere un amministratore, qualunque fosse, o con qual nome si chiamasse. «Potè, sclamava dispettosamente Buonaparte, il maresciallo di Berwick far impiccar l'amministrator supremo del suo esercito, perchè vi erano mancati i viveri, ed io non potrò in mezzo all'Italia, paese di tanta abbondanza, quando i miei soldati sono penuriosi, e stremi di ogni cosa,spaventar con le opere, poichè le parole non giovano, questo nugolo di ladri?» Così dentro se stesso si rodeva: ma eran novelle, perchè l'oro d'Italia si dispensava anche a Parigi; perciò i rubatori erano indenni. Solo si soddisfaceva il capitano Italico dei servigi di Collot, abbondanziere delle carni, e di Pesillico, agente della compagnia Cerfbeer. Poi alcuni commissari erano facili alle signature, caso veramente orribile. Affermava Buonaparte nel mese di ottobre, che, eccettuati Deniée, Boinod, Mazade, e due o tre altri, gli altri commissari erano tutti ladri: pregava il direttorio, gliene mandasse dei probi, aggiungendo però la clausola, se fosse possibile trovarne: soprattutto già fossero provvisti di beni di fortuna; desiderava Villemanzy. Aveva particolarmente in grande stima il commissario Boinod, certamente a giusta ragione, perchè era Boinod uomo di costumi integerrimi; ed eziandio con ragione scriveva Buonaparte, che se quindici commissari di guerra, come Boinod, fossero all'esercito, potrebbe la repubblica far un presente di cento mila scudi a ciascuno di loro, e guadagnerebbevi ancora quindici milioni. Tanta era l'ingluvie di coloro, che per ufficio dovevano impedire, che altri non involasse le sostanze dei soldati! L'ira di Buonaparte particolarmente mirava contro un Haller, che credeva mescolato in questi traffichi. Scriveva sdegnosamente il dì diecinove novembre al commissario del direttorio Garreau: essere i soldati senza scarpe, senza presto, senz'abiti; gli ospedali penuriosissimi; giacere i feriti orribilmente nudi sulla nuda terra;pure essersi testè trovati quattro milioni in Livorno; essere in pronto merci di gran valore a Tortona ed a Milano; avere Modena dato due milioni, Ferrara gran valute; ma non essere nè ordine, nè buono indirizzo nella bisogna delle contribuzioni, di cui esso Garreau aveva carico; grave essere il male, dover esser pronto il rimedio: rispondessegli il giorno stesso, se potesse, sì o no, provvedere ai soldati: se no, comandasse all'Haller, spezie di furbo, come diceva, non per altro venuto in Italia, che per rubare, e che si era fatto sovrantendente delle finanze dei paesi conquistati, rendesse conto dell'amministrazion sua al commissario supremo, che era in Milano, e provvedessesi il bisognevole ai soldati volere il governo, che i commissari nei bisogni dell'esercito si occupassero; veder mal volentieri, ch'egli, Garreau, non se ne prendeva cura, lasciando la bisogna in mano di un forestiero, di natura, e d'intento sospetto; Saliceti far decreti da una parte, Garreau farne da un'altra, e con tutto questo non esservi accordo, e manco denaro: soli quindici centinaia di soldati, che sono a Livorno, costare più di un esercito; esservi penuria estrema fra estrema abbondanza. Questi erano i risentimenti del capitano generale.Nè era minore lo sdegno di lui contro la compagnia Flachat, ch'ei qualificava coi più odiosi nomi, senza credito, senza danaro, e senza probità chiamandola; avere, affermava, lei ricevuto quattordici milioni, avere somministrato solamente per sei, e ricusare i pagamenti; per lei essere sequestrate le mercatanzie pubbliche in Livorno;volere, che si vendessero; ma essere sicuro, che per le mene di costoro, quello che sette milioni valeva, sarebbe dato per due: insomma, aggiungeva tutto sdegnoso, essere gli agenti di essa compagnia i più bravi eruscatori d'Europa. Di più, alcuni fra gl'impiegati, non contenti al peculato, far anche le spie, e portare pubblicamente, come i fuorusciti, il bavero verde: di questo non potersi dar pace; servir loro Wurmser, servir la Russia, succiarsi la repubblica.In tal modo Buonaparte riempiva di querele Italia e Francia: intanto andava a ruba l'Italia. Nè uno era il modo del guadagno, nè alcuna spezie di fraude si pretermetteva. I più usavano di non pagare sotto pretesto di non aver fondi, se non con grossi sconti, le tratte, che loro s'indirizzavano o dal governo, o dai particolari creditori; brutto veramente, ed infame traffico era questo; perchè essi erano cagione col non pagare, e con diffidenze artatamente sparse, che le tratte scapitassero, poi le ricevevano a perdita, e più scapitavano, ed a maggior perdita le ricevevano, e più grossi guadagni facevano, autori ad un tempo, e profittatori del male. La peste penetrava più oltre, perchè era cagione che i prezzi a bella posta s'incarissero, ed i contratti si facessero simulati; il male del rubare era il minore, perchè il costume si corrompeva. In queste laide involture si mescolavano anche Italiani, e tra di questi alcuni, che avevano le cariche nei governi temporanei, ed alcuni altresì, che facevano professione di amatori della libertà. Queste cose facevano da se, e per se, o per mezzo d'interpostepersone, o intendendosela con gli amministratori infedeli. Con qual nome chiamare costoro, io non saprei; so bene, come gli chiamavano, e chiamano tuttavia, perchè son ricchi, i parasiti ed i giornali, che con parole magnifiche gli encomiavano in quei tempi, ed encomiano ancora ai giorni nostri; sicchè, se una volta era il proverbio, che la guerra fa i ladri e la pace gl'impicca, ora debb'essere quest'altro, che la guerra fa i ladri e la pace gli loda. Hanno costoro gioie, e gioielli, e palazzi in città, e ville in contado, e statue, e quadri, e mobile prezioso, ed ogni sorta di agio, con adulatori in quantità. Tali erano non pochi dei gridatori di libertà dei nostri tempi, ed io ne ho conosciuto alcuni, che stampati in fronte delle ruberie del loro paese, se ne andavano tuttavia predicando con singolare intrepidezza la repubblica e la libertà, anzi credevano, od almeno dicevano, esser loro i veri amatori, ch'elleno avessero. Così, se parecchi tra i Francesi che avevano cura dell'amministrazione involavano, si trovava anche fra gl'Italiani chi teneva loro il sacco; e vi era allora, qual sempre vi è, una gente, che, come i corvi intorno ai cadaveri, aliavano continuamente là dove erano i disastri pubblici, per farne il loro pro ed arricchirsene. Costoro, ed allora si mostrarono più che in altro tempo, sono una singolare generazione d'uomini perchè se è stagione di libertà e' gridano libertà, se è stagione di dispotismo, e' gridano dispotismo, e sempre ridenti, e sempre adulatori, aiutano a spogliar con arte chi già è spogliato dalla forza; nè abborriscono dallo spogliare e dal succiare e dallo straziare,quand'anche il soggetto sia la patria loro, che anzi le miserande sue grida sono incitamento alla ferina cupidigia di quest'uomini spietati.Queste cose vedemmo con gli occhi nostri, nè la religione le impediva, perchè era venuta a scherno, nè la giustizia, perchè era compra. Così tra la forza che ammazzava, e l'arte che rubava, fu sobbissata l'Italia, e peggio, ch'ella era mira di calunnie da parte degli ammazzatori e dei ladri. Chi dava e pigliava gli appalti degli arnesi necessari alla guerra con ingordi beveraggi, ed a prezzi più cari del doppio del genuino valore; chi metteva, minacciando saccheggi, taglie sui paesi, e questi denari spremuti a forza dai popoli si appropriava. Questi prometteva di preservare dalle prede, se si desse denaro a lui: gl'Italiani davano, e qualche volta erano preservati, e qualche volta no: si vendeva il beneficio. Quest'altro faceva tolte di robe per gli ospedali, le usava per se. Diè Cremona cinquantamila canne di tela fine pei malati, e per se gli arrappatori se le pigliarono. Chi vendeva i medicinali dell'esercito, e convertiva il prezzo in suo pro: la corteccia tanto preziosa del Perù principalmente era divenuta materia d'infame ladroneccio. Quanti soldati consunti dalle perniziose febbri perirono, che sarebbero stati salvi, se i rubatori avessero avuto più a cuore le vite loro, che le mense, i teatri, e le meretrici! Nè era cosa che santa o sicura fosse, perchè si faceva traffico dell'asilo dei morenti, e sonsi veduti uomini abbominevoli minacciare di porre ospedali militari nei conventi col solo fine di costringergli a pagar denaro perricomperarsi da quella molestia: i soldati intanto se ne morivano per le strade, perchè gl'insaziabili segavene s'ingrassassero, ed in ogni più immondo, in ogni più ingordo vizio s'ingolfassero. Le polizze dei passati si davano per chi non era passato, ed anche per chi era morto: i magazzini si empivano di grasce finte, e nissuno aveva, se non chi non doveva avere. I soldati perivano, i paesi pagavano, perchè a quello, che non era somministrato dalle riposte, bisognava bene, e per forza, che i paesi sopperissero. Così chi dava, non aveva, chi non dava, aveva; la brutta usanza fu generale. I capisoldi poi, i premj, le indennità largamente si davano a chi meno le meritava, nè vi era ufficiale, che di chi ministrava fosse amico, che alla menoma rotta non si trovasse ad aver perduto gli arnesi, e grassi compensi non toccasse, mentre gli uomini valorosi, che combattendo virilmente contro il nemico, avevano perduto tutto, richiedevano invano quello, a che la patria era loro obbligata. Cuocevano infinitamente a Buonaparte i raccontati ladronecci, e faceva formare ai rei gravissimi processi dalle diete militari, instando perchè fossero dannati a morte, a motivo, come diceva, che non erano ladri ordinarj, ma tali, che con le malvagie opere loro interrompevano il corso alle sue vittorie, od erano almeno cagione che con più sangue si acquistassero. Ma si lamentava che vi fossero in queste diete dei segreti maneggi, onde i rei se ne andavano od assoluti, o condannati a pene nè proporzionate al delitto, nè capaci di spaventare i compagni. «Voi avete presupposto certamente,scriveva Buonaparte sdegnoso al direttorio, che i vostri amministratori ruberebbero, ma farebbero i servizi, ed avrebbero un po' di vergogna: ma e' rubano in un modo tanto ridicolo e tanto impudente, che s'io avessi un mese di tempo, non ve ne avrebbe un solo che non facessi impiccare. Gli fo legar dai gendarmi, gli fo processar dai consigli militari continuamente. Ma che giova, se i giudici sono compri? Questa è fiera, e tutti vendono. Un impiegato accusato di aver posto una taglia di diciottomila franchi a Salò, fu condannato a due mesi di carcere. Così, come si potran pruovare le accuse? È un concerto: tante vili enormità fan vergogna al nome Francese.» Così si querelava, e così inveiva Buonaparte contro i rubatori, e questa fu l'accompagnatura della libertà in Italia.Ma egli è oramai tempo di far passaggio dall'avarizia degl'involatori al furore degli armati: incominciarono le armi a suonare più orribilmente che prima sulle Italiane terre. Non aveva il direttorio pretermesso alcun ufficio per inclinare l'imperatore alla pace, ora offerendogli compensi di nuovi stati, ora minacciando di sterminio quelli, che ancora gli restavano. A quest'ultimo fine scriveva Buonaparte all'imperatore Francesco, che s'ei non si risolvesse alla pace, colmerebbe per ordine del direttorio il porto di Trieste, e guasterebbe tutte le sue possessioni dell'Adriatico. Ma i prosperi successi dell'arciduca Carlo in Germania avevano ridesto nell'Austria la speranza di sostenere le cose d'Italia, ed anzi di riconquistaregli stati perduti; però non volle consentire agli accordi.Il fondamento di questo nuovo moto era Mantova, perchè tutti i disegni potevano arrivare al fine desiderato, se la sua difesa tuttavia si sostenesse; ed all'opposto sarebbero stati disordinati, se cadesse in possessione dei Francesi. Non era ignoto a Vienna, che il presidio era ridotto all'estremo, dalle malattie e dalla strettezza dei viveri, e che solo si sosteneva per la costanza veramente maravigliosa dell'antico Wurmser. Nè solo il maresciallo vinceva con animo invitto l'urto delle armi nemiche, ma ancora la minaccia barbara e vile fattagli dal direttorio, che, se non desse la piazza in mano della repubblica, sarebbe quando si arrendesse, condotto a Parigi, e giudicato qual fuoruscito Francese. Vide l'Austria, che non era tempo da aspettar tempo, e che il pericolo di Mantova ricercava prestissima espedizione; perciò adunava con celerità mirabile un nuovo esercito di più di cinquantamila combattenti pronto a calare per mettere di nuovo in forse la fortuna Francese, che già tanto pareva stabile e sicura. Certamente fu maraviglioso l'impeto Francese in quei tempi, ma non fu meno maravigliosa la costanza Tedesca. Di tanta mole si mandavano venticinque mila soldati freschi nel Tirolo e nel Friuli, e tanto era l'ardore loro, che davano speranza di vittoria. Infatti nelle battaglie, che poco dopo seguirono, combatterono non solo con valore, ma ancora con furore, siccome quelli che erano cupidi non solo di ricuperare i paesi perduti, ma ancora di scancellarel'offesa fatta alle armi imperiali dalle precedenti sconfitte. L'emolazione altresì verso i soldati di Germania operava efficacemente nelle menti loro, e le vittorie dell'arciduca gli stimolavano. Fu posto al governo di queste fiorite genti il generale d'artiglierìa Alvinzi già pratico delle guerre d'Italia, e nel colmo della riputazione; e siccome quegli che era di natura pronta e speditiva, si sperava che fosse per allontanare da se quella lentezza che era stata cagione delle rotte precedenti. Aveva anche per consigliero un Veiroter, che si era acquistato nome di perito capitano in Germania. Era il disegno di questa nuova mossa non dissomigliante da quello posto in opera pochi mesi prima da Wurmser, con questa differenza però, che ove il maresciallo discese con tutto il pondo per la valle dell'Adige, ed interpose, certamente con imprudente consiglio, tra le due principali parti de' suoi tutta la larghezza del Lago di Garda, Alvinzi ordinava, che una parte guidata da Davidowich scendesse dal Tirolo con venti mila soldati, e conculcati i Francesi, che colà stanziavano alla difesa dei passi, se ne venisse a sboccare per Castelnuovo fra l'Adige e il Mincio. Egli poi con trenta mila combattenti venuti dalla Carniola e dal Cadorino, si proponeva di varcare il Tagliamento, la Piave e la Brenta, combattendo i repubblicani ovunque gli trovasse, e quindi varcato il fiume più grosso dell'Adige dove la occasione migliore si appresentasse, di congiungersi con Davidowich, e di marciare unitamente alla liberazione di Mantova. Già varcati con fatica incredibile i monti della Carniola, etraversati torrenti grossi ed impetuosi, erano, quando il mese di ottobre si avvicinava al suo fine, giunti gl'imperiali sulle sponde della Piave, e si accingevano a dar principio a quella terza guerra, dalla quale pendeva il destino della potenza Austriaca in Italia.Non erano a tanta mole pari pel numero i Francesi; perchè certamente non passavano i quaranta mila, noverati gli assediatori di Mantova. A questi nondimeno debbonsi aggiungere gl'Italiani, ed i Polacchi ordinati a Milano, e nella Cispadana, che, sebbene Buonaparte non se ne servisse per combattere nelle battaglie giuste, erano a lui di grandissima utilità, ed accrescevano la sua forza, perchè tenevano i presidj nelle piazze, contenevano il papa, e facevano il paese sicuro insino alla Romagna ed al Veneziano. Trovavansi allora i Francesi raccolti nelle stanze, perchè Kilmaine con ottomila soldati stava attorno a Mantova, Augereau con altrettanti custodiva le sponde dell'Adige, Massena sempre il primo ad essere esposto alle percosse del nemico, alloggiava sulla Brenta, Vaubois assicurava il Tirolo con dieci mila soldati. In fine una schiera di riserbo, in cui si noveravano circa tre mila soldati tra fanti e cavalli, era distribuita negli alloggiamenti di Brescia sotto la condotta dei generali Macquart e Beaumont. Aveva Buonaparte comandato a Vaubois, impedisse ad ogni modo il passo a Davidowich, e siccome gli assalti sono sempre più fortunati pei Francesi, che le difese, volle che Vaubois medesimo, ancorchè fosse inferiore di forze, non aspettasse il nemico, ma lo andasse ad assaltarenei propri alloggiamenti: soprattutto il cacciasse dai luoghi tra il Lavisio e la Brenta. Egli intanto si apprestava ad arrestare con Massena ed Augereau l'impeto di Alvinzi, che già arrivato sulle rive della Brenta, ed avendola passata, faceva le viste di volersi incamminare verso Verona. Alloggiava Davidowich col grosso delle sue genti a Newmark, mentre la vanguardia occupava il forte sito di Segonzano, reso anche più sicuro dal posto eminente di Bedole, custodito da Wukassowich. Guyeux, obbedendo agli ordini di Vaubois, assaltava San Michele, terra posta oltre il Lavisio, con intento, se la battaglia riuscisse prospera, di correre contro Newmarck. Al tempo medesimo Fiorella urtava le terre di Cembra e di Segonzano. Fu grande la resistenza che incontrava Guyeux a San Michele; perchè gli Austriaci avevano chiuso l'adito alla terra con trincee, ed essendosi posti ai merli, di cui erano guernite le case, attendevano a difendersi virilmente. Tre volte andarono alla carica con grandissima animosità i Francesi guidati dal capitano Jouannes, e tre volte erano con grave uccisione risospinti. Era la fazione di grande importanza, e maggiore anche di quanto annunziassero il numero poco notabile dei combattenti, e la ristrettezza dei luoghi, in cui si combatteva, perchè dall'esito pendeva la conservazione, o la conquista del Tirolo, il potere gli Austriaci od i Francesi incamminarsi alle spalle del nemico per le valle della Brenta, e finalmente la congiunzione, o la non congiunzione delle due schiere Alemanne, capo principalissimo dei disegni fermati aVienna per la ricuperazione d'Italia. In fine, fattosi dai Francesi un ultimo sforzo, entravano in San Michele, e se ne impadronivano a malgrado che i Tedeschi, ajutati anche da parte dei Tirolesi, avessero continuamente tratto contro di loro con morte di molti, e con ferita del valoroso Jouannes.Bene auguravano i Francesi dei fatti loro in Tirolo, ma non fu loro ugualmente favorevole la fortuna a destra verso Segonzano; il che interruppe tutti i pensieri loro, e da vincitori diventarono vinti. Aveva bene Fiorella, con molta valenzia combattendo, espugnato il castello di Segonzano, ma non avendo, o perchè abbastanza non avesse fatto esplorare i luoghi, o qual'altra cagione che sel muovesse, sloggiato prima l'inimico da Bedole, questi scendendo improvvisamente, lo assaliva sul fianco destro ed alla coda, talmente che fu commessa non poca strage dei suoi, e fu costretto a ritirarsi più che di passo verso Trento. S'aggiunse, che Davidowich medesimo, udite le novelle dell'assalto dato ai Francesi, si era calato col grosso de' suoi a soccorrere la vanguardia; di modo che non fu lasciato altro scampo ai repubblicani, se non volevano essere tagliati tutti fuori, ed a pezzi, che quello di ritirarsi più sotto, lasciando, dopo breve contrasto sotto le mura, la città stessa di Trento in balìa degli antichi signori. Successe questo fatto ai due novembre. Due giorni dopo entrava Davidowich in Trento; rallegrandosene gli abitanti, amatori del nome Austriaco, ed asperati dalle intemperanze dei conquistatori.Vaubois dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento, intorno al quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto dei vincitori. Assicurava alla sinistra il fianco dei Francesi il fiume Adige, la destra custodivano due colli eminenti, sui quali sorgono i due castelli della Pietra, e di Bezeno. Dava fortezza alla fronte un rivo assai profondo, sulle sponde del quale avevano i repubblicani eretto parapetti, e cannoniere munite di artiglierìe. Tenevano in guardia questo forte luogo quattromila soldati eletti, che aspettavano confidentemente l'incontro del nemico. Marciava Davidowich enfiato dalla prosperità della fortuna, grosso, e minaccioso, dopo l'occupazione di Trento, all'ingiù dell'Adige, avendo talmente diviso i suoi che Wukassowich scendeva sulla sinistra del fiume, Ocskay sulla destra. Laudon, condottosi ancor esso sulla destra con soldati più leggieri, camminava più alla larga verso Torbole, con intenzione di dar timore al nemico per la possessione di Brescia. Arrivavano Wukassowich a fronte di Calliano, Ocskay a Nomi. Avrebbe potuto, come alcuni credono, Davidowich, in vece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito di Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia, e riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma, qual si fosse la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta, confidando nel valore e nella grossezza delle sue genti, massimamente nei feritori Tirolesi, che pratichi dei luoghi più inaccessi,e peritissimi nel trarre di lontano; avrebbero efficacemente ajutato lo sforzo Austriaco. Combattessi il giorno sei di novembre con incredibile audacia, e vario evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di superare il passo, ed insistendo principalmente contro i castelli della Pietra, e di Bezeno. Restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto degli Alemanni infruttuoso. Davidowich, veduto che l'impresa si mostrava più dura di quanto aveva pensato, mandava in rinforzo di Wukassowich il generale Spork ed il principe di Reuss, ed operava di modo che per diligenza di Ocskay, si piantassero artiglierìe presso a Nomi sulla destra dell'Adige, ed anche a fronte della strada che da Trento porta a Roveredo. Al tempo medesimo i feritori Tirolesi, postisi qua e là sui vicini gioghi, si apparecchiavano a bersagliare l'inimico. Cominciavasi il giorno sette una ferocissima battaglia, in cui come fu il valore uguale da ambe le parti, così fu varia la fortuna, perchè ora prevalevano i repubblicani, ed ora gl'imperiali. Venne verso le cinque ore della sera il castello di Bezeno in poter dei Croati dopo un lungo ed ostinato combattimento, in cui i Francesi si difesero con sommo valore, e con tutte sorti di armi, perfino coll'acqua bollente, che furiosamente versavano contro gli assalitori. Fu il presidio parte preso, parte tagliato a pezzi. Poco stante cedeva anche il castello della Pietra; ma di nuovo i Francesi se ne impadronivano, e di nuovo ancora lo perdevano. Con lo stesso furore si combatteva nei luoghi più bassi verso Calliano, e fu quel forte passo preso, ripreso,perduto, e riconquistato più volte ora da questi, ora da quelli. Era tuttavìa dubbia la vittoria, quantunque le artiglierìe di Ocskay, ed i feritori Tirolesi non cessassero di fare scempio dei Francesi, quando improvvisamente udissi fra di loro, se per paura, o per tradimento non bene si sa, un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si scompigliava tutto il campo, e si metteva in rotta. Non si perdeva per questo d'animo Vaubois, e raccolti, meglio che potè, i suoi e calatosi vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare nei siti forti della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto, e tutte le terre circostanti tornavano sotto la divozione dell'antico signore. Perdettero in questo fatto i Francesi sei pezzi d'artiglierìa, e nella ritirata per a Rivoli, essendo seguitati dai Tedeschi, altri sei. Perdettero, oltre a questo, non poche munizioni; noverarono due mila soldati uccisi, e mille prigionieri con qualche ufficiale di conto. Furono dalla parte degli Austriaci molto lodati i Croati, e principalmente i cacciatori Tirolesi, ai quali fu l'imperatore obbligato dell'acquisto dei castelli di Bezeno e della Pietra. Mancarono fra gli Austriaci circa cinquecento soldati fra morti, feriti, e prigionieri; desiderarono due cannoni. Questa fu la seconda battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna pel valore, e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.Questa vittoria avrebbe potuto partorire la ruina dei repubblicani, se Davidowich tanto fosse stato pronto a seguitare il corso della fortuna prospera, quanto erano stati valorosi i suoi soldatial combattere; conciossiachè, se pressato avesse, senza mai dargli posa, ed incalzato l'inimico innanzi che avesse avuto tempo di respirare, e di rannodarsi, verisimile cosa è, che avrebbe prevenuto tutti gl'impedimenti, e, superato facilmente la Corona e Rivoli, sarebbe comparso improvvisamente grosso e vittorioso sulle rive del Mincio: il che avrebbe posto in gravissimo pericolo Buonaparte, che era alle mani sulla Brenta con Alvinzi, e dato comodità al generalissimo d'Austria di farsi avanti a congiungere le due parti per correre grosso, ed intiero alla liberazione di Mantova. Ma Davidowich per una tardità o negligenza certamente inescusabile, se ne stava più di dieci giorni alle stanze di Roveredo, con lasciare quasi quiete le armi, e non si moveva per alle fazioni del Mincio, se non quando la fortuna, per la perizia e velocità di Buonaparte, aveva già fatto una grandissima variazione tra la Brenta e l'Adige.Erasi il generalissimo Alvinzi fatto signore del passo della Brenta con occupare Bassano, Cittadella, e Fontaniva, ed avendo avuto avviso delle prime vittorie di Davidowich nel Tirolo, aveva ordinato, che i suoi varcassero il fiume. Sboccava Quosnadowich nella parte superiore da Bassano, e posava le sue stanze a Marostica, ed alle Nove. Liptay correva ad alloggiarsi più sotto tra Carmignano, e l'Ospedal di Brenta: ma siccome quegli, che solo guidava la vanguardia, fu stimato troppo debole, e però fu fatto seguitare dalla battaglia condotta da Provera, che aveva varcato il fiume a Fontaniva. Al tempo stesso Mitruski,padrone del castello della Scala, mandava guardie insino a Primolano per sopravvedere quello, che fosse per succedere nella valle della Brenta, della quale stavano le due parti in grandissima gelosìa. Buonaparte, confidando di compensare con la celerità quello, che gli mancava per la forza, aveva fatto venire a se, oltre le schiere tanto valorose di Massena e di Augereau, le guernigioni di Ferrara, Verona, Monbello e Legnago. Era suo pensiero di assaltare Alvinzi, di romperlo, e, camminando quindi con somma celerità per la valle verso le fonti della Brenta, di riuscire alle spalle di Davidowich, e di sgombrare per tal modo e al tempo stesso, l'Italia ed il Tirolo dalla presenza degli Austriaci; pensiero certamente molto audace, e da non venir in capo, che a lui, che tutto era, per la gioventù e pel vigor dell'animo, coraggio e prestezza. Urtava Augereau Quosnadowich, Massena Provera: ne nasceva il dì sei novembre una sanguinosa zuffa. Dure furono le prime Italiche battaglie, ma questa è stata molto più. Si attaccavano con grandissimo furore Augereau e Quosnadowich, ambi capitani esperti, ambi valorosi: ora cedeva l'uno, ora cedeva l'altro; Alvinzi, che conosceva l'importanza del fatto, mandava continuamente alla sua parte nuovi rinforzi. Fu preso, perduto, ripreso, e riconquistato più volte il villaggio delle Nove, e sempre con uccisione orribile delle due parti. Si combattè, prima con le artiglierìe, poi con la moschetterìa, poi con le bajonette, poi con le sciable, finalmente con le mani e con gli urti dei corpi;valore veramente degno della fama Francese ed Austriaca. Infine restarono i Francesi signori del combattuto villaggio; ma seppe tanto acconciamente Quosnadowich schierare i suoi, che grossi e minacciosi si erano ritirati dal campo di battaglia, nell'alloggiamento che dai monti dei sette comuni si distende per Marostica sino alla Punta, che quantunque urtato e riurtato da Augereau, si mantenne unito, e rendè vano ogni sforzo del suo animoso avversario. Ma dall'altro lato non si combattè tanto felicemente per Provera contro Massena; perchè, sebbene l'Austriaco non fosse rotto, sentissi non ostante tanto gravemente pressato, che stimò miglior partito il ritirarsi sulla sinistra del fiume, rompendo anche il ponte di Fontaniva, acciocchè il nemico nol potesse seguitare. Fessi notte intanto; l'oscurità e la stanchezza, poichè si era combattuto tutto il giorno, piuttosto che la volontà, pose fine al combattere che fu mortalissimo; perchè tra morti, feriti, e prigionieri desiderò ciascuna delle parti circa quattromila soldati. Il generale francese Lanusse, ferito da colpo di arma bianca, cadde in potere dei Tedeschi.Il non aver potuto rompere gl'imperiali in questo fatto, diede a pensare a Buonaparte. Vano era lo sperare di poter riuscire a montare per la valle di Brenta verso il Tirolo. La perdita di Segonzano e di Trento, di cui egli aveva avuto notizia, dava giustificato timore per Verona e per Mantova, e l'ostinarsi a voler combattere un nemico grosso, avvertito, ed insistente in un sito forte, non sarebbe stato senza grave danno; perchèponendo anche il caso, che la battaglia succedesse prosperamente, il perdere ugual numero di soldati era più pernizioso ai Francesi manco numerosi, che agli Austriaci più numerosi. Dal che si vede, quanto momento avrebbe recato in tanta incertezza di fortuna Davidowich, se si fosse spinto avanti con quel medesimo vigore, col quale aveva combattuto a Galliano, e fosse andato a dirittura a ferire Corona, e Rivoli. Mosso da queste considerazioni si deliberava Buonaparte a levar il campo dalle rive della Brenta per andarlo a porre su quelle dell'Adige nel sito centrale di Verona. Per la qual cosa il dì sette novembre molto per tempo mosse l'esercito verso Vicenza, e non fece fine al ritirarsi, se non quando arrivò sotto le mura di Verona. Il seguitavano il giorno medesimo i Tedeschi, succedeva un aspro combattimento a Scaldaferro. Entravano gl'imperiali il dì otto in Vicenza, il nove alloggiavano a Montebello. Quivi pervenivano ad Alvinzi le desideratissime novelle della vittoria di Calliano; perciò spingendosi più oltre andava a porre il campo a Villanova, terra posta a mezzo cammino tra Vicenza e Verona. Intenzion sua era di aspettare in quest'alloggiamento, che cosa portassero le sorti in Tirolo, e massimamente che Davidowich, superati i forti passi della Corona e di Rivoli, si fosse fatto vedere a Campara ed a Bussolengo; perchè allora si sarebbe mosso egli medesimo verso quella parte che più sarebbe stata conveniente per congiungersi col vincitore del Tirolo. Ordinava intanto varie mosse per dare diversi riguardi al nemico, e per tenerlosospeso del dove volesse andar a ferire. Apprestava eziandio quantità grande di scale, come se fosse per dare la scalata a Verona. Già aveva mosso la vanguardia, e fatta posare nell'alloggiamento di Caldiero più vicino alla città.Minacciato Buonaparte a stanca ed alle spalle da un generale vittorioso, a fronte da un generale, se non vittorioso, almeno più forte di lui, aveva tutti i partiti difficili: perchè l'aspettare era dar tempo a Davidowich di assalirlo alle spalle, e di far allargare ad un tempo l'assedio di Mantova; l'assaltare era un commettersi all'ultimo cimento per la salute de' suoi, e per la conservazione della sua gloria. Ma non istette lungo tempo in pendente, perchè sapeva, che i consigli timidi fanno i Francesi meno che femmine, i generosi, più che uomini. Si risolveva adunque a voler pruovare a Caldiero, se la fortuna volesse perseverare a mostrarsi benigna verso di lui, ed a cangiarsi in contraria. Usciva da Verona; guidava Massena l'ala sinistra, Augereau la destra. Incontrati i primi corridori nemici a San Michele ed a San Martino, facilmente gli fugava: il giorno dodici novembre era destinato alla battaglia. Eransi molto acconciamente accampati i Tedeschi; perchè l'ala loro stanca s'appoggiava a Caldiero, ed alla strada maestra, che da questa terra si volge a Verona. La destra era schierata sul monte Oliveto, ed occupava il villaggio di Colognola, sito erto, e difficile ad espugnarsi. Le restanti genti di Alvinzi continuavano a stanziare a Villanova in ordine di spignersi avanti, come prima si fosse incominciato a menar le mania Caldiero. Non così tosto il giorno appariva, che andavano i repubblicani all'assalto. Già Augereau aveva conquistato Caldiero, e preso al nemico cinque cannoni: già Massena si distendeva a sinistra, e, fatti dugento prigionieri, aveva circuito la punta dritta degli Alemanni, passando per Lavagno ed Illasi, quando il tempo, che già era freddo e piovoso, si cambiava improvvisamente in minutissima grandine, che spinta da un vento di levante assai gagliardo, percuoteva nel viso i Francesi, e gl'impediva di vedere, e di combattere con quell'ordine, e con quel valore che si richiedevano. S'aggiunse, che, secondochè era stato ordinato dall'Alvinzi, la grossa schiera Tedesca giugneva correndo da Villanova per modo che tra pel tempo avverso, e l'urto di questa gente fresca, rallentavano i Francesi l'impeto loro, ed incominciavano a declinare. Le cose erano in grave pericolo; perchè il generale Schubirtz mandato dall'Alvinzi, aveva dato addosso con cinque battaglioni, passando per Soave e per Colognola, a Massena; e Provera con quattro battaglioni instava ferocemente contro la destra di Augereau, mentre nel mezzo Alvinzi medesimo rinforzava, e rincuorava i suoi con un nuovo nervo di genti. Già pareva disperata la fortuna Francese, quando Buonaparte spingeva avanti a combattere la sessagesimaquinta, che fin allora aveva tenuta in serbo; rinfrescava ella la battaglia, e la teneva sospesa fino alla sera, instando però sempre gl'imperiali grossi, ed ordinati. Finalmente, pruovato grave danno, levandosi i repubblicani con tutto l'esercito da Caldiero, si ritraevanodi nuovo a Verona. Dei morti, feriti, e prigionieri fu uguale la perdita per ambe le parti; ma più grave pei Francesi, per la ferita e prigionia del generale Launay, e per la ferita del colonnello Dupuis, uno del guerrieri più animosi di Francia. Montarono gli uccisi a ducento, i feriti a seicento, i prigionieri a cencinquanta.Era a questo tempo caduta in grande declinazione, e molto pericolosa la condizione dei repubblicani. Poteva Davidowich prostrare improvvisamente i campi della Corona e di Rivoli, e romoreggiare alle spalle di Buonaparte, mentre Alvinzi grosso e vittorioso lo assalirebbe di fronte, ed il manco che potesse avvenire, era la liberazione di Mantova, scopo principale di tanti pensieri. Il dar mano poi al ritirarsi non si sarebbe potuto fare senza fuga, e senza correre sino alla sponda destra dell'Adda, perchè già Laudon incominciava a farsi vedere sui confini del Bresciano. Quale effetto, quale sollevazione fosse per produrre nei popoli italiani un sì grave accidente, facile cosa è il pensare: l'Emilia perduta, il papa vittorioso, Milano titubante, il re di Sardegna con nuovi pensieri, tanti odj liberi, tante ire senza freno facevano temere ai repubblicani ogni più grave estremità. L'animo stesso di Buonaparte, avvengadiochè tanto vigoroso e forte fosse, da tristi pensieri annuvolato, ed in gran malinconia venuto, incominciava a fiaccarsi, e a diffidar della vittoria. Scriveva, avere ricondotto i soldati scalzi, e consumati dalle fatiche a Verona; disperare di Mantova; i più valorosi feriti; gli ufficiali superiori, i generali migliori non poterpiù sostener le battaglie; quelli, che arrivavano, essere inesperti, ed in loro non aver fede i soldati; l'esercito Italico ridotto a poche genti; gli eroi di Lodi, di Millesimo, di Castiglione, di Bassano o morti, o infermi; non aver più le legioni dell'antica possanza che l'animo, ed il nome; feriti Joubert, Lannes, Lanusse, Victor, Murat, Charlot, Dupuis, Rampon, Pigeon, Menard, Chabran; vedersi il repubblicano esercito, vedersi, e sentirsi abbandonato dalla sua patria nell'estreme regioni d'Italia; la fama delle sue forze avere fin là giovato, ma oggimai pubblicarsi a Parigi, solo essere di trenta mila soldati; i più valorosi mancati di vita, i superstiti avere presto in casi tanto pericolosi a lasciarla; forse esser giunta l'ora estrema di Augereau, di Massena, di Berthier, di lui medesimo; che sarebbe allora per avvenire di tanti bravi soldati? Questo pensiero farlo più cauto, non osar più affrontar la morte, perchè la morte sua condurrebbe all'ultima rovina tanti prediletti compagni; volere fra breve far un ultimo sforzo; se la fortuna il secondasse, fora Mantova sua, e l'Italia con essa.Tali erano le querele di Buonaparte in quell'estremo momento. Ma se si era perduto di animo, non aveva perduto la mente, e tosto trovava modo di riscuotersi: al che gli aprirono occasione le lentezze Tedesche. Ebbe egli in quest'ultimo punto un pensiero, si vede come da un solo concetto spesso pendano i destini degl'imperi, dal quale nacque inopinatamente la sua salute, e quella de' suoi; per lui ancora rincominciossi la non interrotta sequela di fatti, che tanto il feceroglorioso in armi, e tanto potente sopra la terra. Aveva Alvinzi, dopo la giornata dei dodici, in mano sua tutto il destino della guerra; perchè, se subito dopo avuta quella vittoria, usando la diminuzione d'animo, in cui per lei si trovavano i repubblicani, gli avesse acremente e celeremente perseguitati, ogni probabilità persuade o che avrebbe vinto Verona, o che almeno, distendendosi a dritta, avrebbe potuto varcar il fiume in un luogo superiore, ed in tal modo accozzarsi con Davidowich. Ma invece di correre contro il nemico declinante, e di non dargli respitto, soprastava inoperoso due giorni nelle stanze di Caldiero a deliberare con Quosnadowich, Veiroter, e Provera intorno a quello, che fosse a farsi. Voleva Quosnadowich, animoso capitano, che si desse dentro incontanente; ma a questo non voleva risolversi Alvinzi, o che credesse, per troppa confidenza, la guerra già vinta, che volesse aspettare, che Davidowich avesse superato gli alloggiamenti della Corona e di Rivoli. Fatto sta, che Buonaparte usando assai maestrevolmente la occasione, ordinava una mossa, che, convertendo del tutto le sorti, fece che siccome prima Alvinzi era padrone della guerra, dopo, fosse Buonaparte; ed il generale Tedesco, che poteva dare l'indirizzo alle fazioni militari, come conveniente gli fosse paruto, fu costretto ad obbedire a quello, che fosse per dare al generale francese. Il fiume Adige calandosi dalle scoscese montagne del Tirolo corre dirittamente da tramontana a ostro insino a Bussolengo, terra situata alle ultime radici del Montebaldo; ma daquesta terra il suo corso incominciava a declinare verso il levante, per guisa che volta le sue onde a scirocco, ed in tal modo calandosi incontra rapido e profondo Verona; quindi passa, seguitando sempre la direzione medesima insino a Zevio, dove giunto essendo, la sua inclinazione diventa maggiore, e corre, non più verso scirocco schietto, ma piuttosto verso levante scirocco: il quale corso ei serba insino ad Albaredo, dove di bel nuovo si volta a scirocco. Questa inclinazione del fiume è cagione, che chi il varcasse a Ronco, luogo situato fra Zevio ed Albaredo, avrebbe Villanova più vicina che Verona. Aveva Alvinzi lasciato a Villanova le più grosse artiglierìe, i carriaggi, le bagaglie, e le munizioni: era anche questa terra sulla principale strada da Verona a Vicenza. Bene considerate tutte queste cose venne Buonaparte in isperanza di sorprendere con un subito passo quell'alloggiamento principale degl'imperiali, e di tagliargli fuori da Vicenza e dai loro sicuri ricetti del Friuli e del Cadorino. E ponendo eziandio che il disegno non sortisse tutto quel fine, ch'ei si proponeva, questo almeno era sicuro di conseguire, che Alvinzi si sarebbe, per combatterlo, necessariamente condotto verso le parti inferiori dell'Adige; il che l'avrebbe allontanato da Davidowich, ed impedito la congiunzione dei due eserciti imperiali tanto temuta, e con tanta ragione dal generale Francese. Confidava Buonaparte, che, varcando di nottetempo l'Adige a Verona, e correndo speditamente sulla sua destra sponda sino a Ronco, e quivi sulla sinistra ripassando, e tuttavia velocemente marciando, sarebbe riuscito adarrivar addosso a Villanova innanzi che Alvinzi si fosse accorto del pericolo, ed avesse potuto farvi i provvedimenti necessari. Dava favore a questa fazione il considerare, che il Tedesco, non addandosene, non aveva guernito la sinistra del fiume sotto Verona di presidj sufficienti. Solo aveva mandato il colonnello Brigido coi pochi Croati ed Ungari, piuttosto per sopravvedere che per combattere. La notte adunque dei tredici ordinava Buonaparte, e questo fu il pensiero salutifero, a Massena e ad Augereau, varcassero con tutte le genti loro l'Adige a Verona, corressero frettolosamente la destra del fiume sino a Ronco, quivi il rivarcassero sopra un ponte estemporaneo di piatte, e passando per Arcole e per San Bonifacio sovraggiungessero improvvisamente addosso a Villanova. Questa fu veramente una mossa da gran maestro dell'arte, e fra tutte quelle ordinate dai più rinomati capitani sì degli antichi, che dei moderni tempi non vedo alcuna, che più di questa sia non che da lodarsi, da ammirarsi. Riuscirono improvvisi, e senza che gl'imperiali sentore ne avessero, a Ronco i repubblicani, e tosto, fatto un ponte, varcarono. Varcava Augereau primo, Massena secondo: la duodecima fu lasciata a guardia del ponte, la cavalleria sulla destra sponda pronta a passare, ove il bisogno ne venisse. S'incamminava Massena a Porcile per sopravveder ciò, che fosse per nascere dalle parti di Caldiero, Augereau s'addirizzava verso Arcole. L'uno e l'altro dovevano ricongiungersi per marciare unitamente contro Villanova. La natura del paese pose impedimento all'esecuzione dell'intierointento di Buonaparte, ma però non tanto, ch'ei non conseguisse una somma e gloriosa vittoria e con essa il principal fine del suo proponimento. Ma perchè tutte queste cose s'intendano da chi ci legge, necessario è, che per noi si descriva la natura dei luoghi, che furono sedia di fatti tanto memorabili. Giace Villanova, principal mira di tutto questo moto, sulla sinistra riva di un grosso torrente chiamato Alpone, il quale scendendo impetuosamente dalle montagne dei sette comuni, s'avvicina all'Adige, in cui mette foce tra Ronco, e Albaredo. Questo torrente approssimandosi alle rive del fiume, incontra una bassa fondura, dove serpeggiando e rallentando il corso, forma paludi, o terreni coperti da acque stagnanti. In questi terreni appunto per la bassezza loro sopraffatti dalle acque, ed in mezzo a queste paludi, e pure sulla sponda sinistra dell'Alpone siede il villaggio di Arcole, che i repubblicani dovevano necessariamente attraversare per condursi a Villanova. Due argini principali danno l'adito per questa limacciosa palude, dei quali il primo porta da Ronco ad Arcole, e quindi a Villanova; il secondo partendo dal primo, quando ei si volta verso Arcole, rade più accosto l'Adige all'insu, ed accenna a Porcile, e di là a Caldiero. Biasimano alcuni, per le cose che seguirono, Buonaparte del non aver passato l'Adige più sotto verso Albaredo; il che se avesse fatto, avrebbe evitato il passo dell'Alpone. Altri ancora gli danno carico del non aver passato l'Alpone con gettar un ponte là dove mette nell'Adige; ma siccome la sua risoluzione fu improvvisa,così ei non poteva conoscere tanto al minuto la natura dei luoghi, nè prevedere, che un ignobile torrente, ed un umile ponte di piccolo villaggio fuor di mano dell'esercito Tedesco avessero ad essere un intoppo sì duro al suo intendimento. Bene da dannarsi è la sua ostinazione dello aver voluto per due giorni continui sforzare il passo al ponte d'Arcole; il che fu cagione della morte di tanti valorosi soldati, mentre ei poteva, fin dal primo, quando incontrò tanta resistenza, fare quello, che fece il terzo. Prevedendo poi, che nella depressione di fortuna in cui si trovava, e nelle battaglie che erano imminenti, avrebbe avuto bisogno di tutte le sue forze, si era deliberato, subito dopo il ributtamento di Caldiero, di far venire al campo principale tre mila soldati, di quelli che stavano sopra l'assedio di Mantova. Infatti era il giorno medesimo, in cui Massena ed Augereau avevano varcato l'Adige a Ronco, che fu il quindici del mese, arrivato a Verona Kilmaine con la schiera dei tremila. Utile pensiero, nè ultimo fu questo a conseguire la vittoria.Intanto Augereau già era alle prese col nemico al ponte d'Arcole. Avevano gli Austriaci munito questo ponte con artiglierìe, e con barricate, ed empiuto al tempo medesimo le case vicine, che erano merlate, di eccellenti feritori. Nè questo parendo bastare al colonnello Brigido per le difese, aveva collocato sopra e sotto il ponte sulla sinistra dell'Alpone qua e là spessi feritori alla leggiera, i quali tirando contro l'argine, per cui solo i Francesi potevano aver l'adito adArcole, faceva loro l'accostarsi difficile, e micidiale. I primi repubblicani che si affacciarono, furono da una immensa grandine di palle, e di scaglia sfragellati; e certamente non mai guerrieri combatterono con maggior valore nelle battaglie più aspre e più difficili, con quanto i difensori di Arcole combatterono in questo fatto. Disordinati e titubanti si allontanavano i Francesi da un luogo di sì grave tempesta. Ma i capi, che sapevano di qual momento fosse, e che l'impeto in tale caso era più sicuro dell'indugio, gli ricondussero allo sbaraglio. Conoscendo però, che l'esempio era più efficace per fargli andare avanti, che le parole, si fecero essi medesimi guidatori delle colonne, ed appresentarono i primi i valorosi petti loro a quei fulmini tanto terribili. Ma nè il nobile coraggio loro, nè la pietà tanto maravigliosa verso la patria non poterono operare di modo che si superasse quel mortalissimo intoppo. Imperciocchè i Tedeschi traendo spessi e fermi, ed opponendo una costanza invincibile ad un coraggio impetuoso, assottigliavano con tante morti, ed affievolivano con tante ferite le Francesi squadre, che fu loro forza tornarsene indietro disordinate e sanguinose: i granatieri stessi, scelta ed invitta gente, cedettero. Lannes fu ferito, feriti Verdier, Bon, Verne, prodi tutti, e sperimentati capitani di guerra. Ricordavasi in questo punto Augereau del ponte di Lodi, e, dato di mano ad una insegna, si piantava in mezzo al ponte, invitando i compagni a seguitarlo. Il seguitavano laceri e sanguinosi com'erano. Ma i Tedeschi gli sfolgoravano novellamente pertal maniera, che tra morti e feriti l'abbattuta fu in poco d'istante sì grande che i superstiti spaventati, ed Augereau medesimo a tutta fretta si ritiravano. Seguitava un silenzio nelle genti Francesi, segno di scoraggiamento; già i capi temevano che succedessero grida assai peggiori del silenzio; tuonavano tuttavia gli Alemanni con l'artiglierìe, e con l'archibuseria. Così poche genti trincerate a caso in un piccolo villaggio avevano posto in grave pericolo, a cagione della difficoltà dei luoghi, tutta una oste coraggiosa per natura, e confidente per vittorie. Pressava il tempo; la fortuna di Francia in Italia inclinava ad una fatale rovina. Nè poteva dubitarsi, che Alvinzi, subito che avesse avuto avviso del fatto, non fosse per venire con tutta la sua mole in ajuto de' suoi; e come potevano sperare i repubblicani di superar tutti, quando una sola e piccola parte si mostrava insuperabile? Queste cose riandava in mente Buonaparte, nè curando la vita, nè curando la sicurezza dell'esercito in sì estremo frangente, venuto là dove i più animosi lo potevano udire, disse loro ad alta voce:Or non siete voi più i soldati di Lodi? or dov'è il vostro coraggio!Questo parlare di Buonaparte a Francesi non poteva non partorire un grandissimo effetto; si rianimavano anche i più timorosi: tutti gridarono, comandasse pure gli guidasse alla battaglia. Cominciava a sperar bene, si avventava egli il primo, attorniato dai principali verso il formidabil ponte. Intanto, cosa maravigliosa in un accidente tanto spaventoso, non aveva omesso Buonaparte di ordinare quello, che avrebbe potuto,se il terzo assalto, che si preparava, avesse avuto infelice fine, ristorare la fortuna cadente, e dargli in mano Arcole, passo tanto essenziale alla vittoria. Primachè si muovesse al cimento fatale comandava a Guyeux, che se ne gisse a varcar l'Adige al passo di Albaredo, ed evitato per tal modo l'Alpone, desse dentro all'impensata al fianco sinistro di Arcole. Egl'intanto, smontato da cavallo, e dato di mano ad una insegna, e postosi in capo alla stretta fila, che sull'argine insistendo, si avviava al ponte, animava i suoi a seguitarlo. Nè furono lenti, anzi coi corpi loro serrandosi attorno a lui, pietosa cura, i granatieri massimamente, coraggiosi per indole, furibondi per la resistenza, già facevano tremare coi tiri, e col calpestìo numeroso la destra sponda del contrastato ponte. Nè già più si ricordavano della morte di tanti compagni, nè delle ferite proprie, nè del sangue sparso: solo miravano a vincere quella pruova terribile e fatale, Lannes medesimo, quantunque già fievole per due grosse ferite, udito il pericolo di Buonaparte, non se ne volle star a badare, e si mescolava anch'egli nella battaglia. Procedeva avanti quel globo formidabile; già metteva piede sul ponte, quando gli sopraggiunse addosso da fronte e dai fianchi un nugolo sì fitto di Tedesche palle, tanto grosse quanto minute, che rotto e trafitto nelle più vitali parti, fu costretto a dare frettolosamente indietro. Restava ferito Lannes di una terza ferita, restava ferito Vignolle, restava ucciso Muiron, ajutante del generalissimo, a canto a lui. Sboccavano allora gli Austriaci dal ponte, eseguitando la vittoria, menavano, con l'armi corte e bianche, strage di coloro, che scampati alla furia delle artiglierìe, e degli archibusi si ritiravano. In quella feroce mischia era Buonaparte, per esortazione de' suoi, rimontato a cavallo, e già cedeva all'impeto del nemico, quando un furioso caricare di scaglia rotti avendo, lacerati, ed uccisi tutti coloro, che gli stavano intorno, trovossi solo esposto al furore di tutte le armi Austriache. In questo punto medesimo spaventato il suo cavallo da quell'alto romore, e da quel trambusto orrendo, gittava se, ed il suo signore nella vicina palude. Gli Austriaci, perseguitatori dei Francesi, non accorgendosene, oltrepassavano il luogo, dove il guerriero fatale ad Austria si giaceva; pareva del tutto disperata la sua fortuna. Ma il generale Belliard, accortosi del fatto, tanto disse, e tanto fece coi granatieri, amatori del loro capitano supremo, che voltato subitamente il viso, e dato un forte rincalzo ai Tedeschi, gli ributtavano di nuovo fino al ponte, ed impedivano un caso ponderosissimo. Già Buonaparte, al quale fu presto in quell'estremo pericolo, con troppo infelice opera per la sua patria, un soldato Veneziano, che militava nelle schiere di Francia, rimesso a cavallo, fu ricondotto dai soldati pieni di allegrezza per la sua insperata salute, ad un sicuro alloggiamento.Non così tosto aveva Alvinzi avuto le novelle di un fatto tanto straordinario, che costretto ad obbedire a quel nuovo corso di guerra, che con tanta audacia e perizia aveva il suo avversarioaperto, abbandonato il pensiero di assaltar Verona, e di congiungersi per allora con Davidowich, ordinava in primo luogo, che tutti gl'impedimenti e le munizioni si ritraessero da Villanova a Montebello; perciocchè ebbe tosto penetrato qual fosse l'intento del capitano di Francia. Poscia dirizzava sei battaglioni di fanti sotto la condotta di Provera a Porcile, e quattordici battaglioni di fanti con sedici squadroni di cavallerìa fidati a Mitruski a San Bonifacio per alla via di Arcole. Viaggiavano queste nuove schiere con molta prestezza, mentre si combatteva al ponte, e qualunque avesse a riuscir l'effetto della presenza loro sul campo di battaglia, già si comprendeva, che Buonaparte aveva conseguito il suo intento di rompere ad Alvinzi il disegno di conquistar Verona, e di unirsi con Davidowich. Già era Provera con la sua squadra giunto a Bionda, pronto a ferire sul fianco sinistro i repubblicani, ma a un duro incontro di Massena fu risospinto fin oltre Porcile.Mentre in tal modo si combatteva ad Arcole ed a Porcile per la maggior parte dell'esercito Francese, erasi Guyeux, passato l'Adige ad Albaredo, andato aggirando sulla sinistra dell'Alpone, e compariva improvvisamente sotto le mura di Arcole al punto stesso, in cui i difensori ne erano usciti per dar addosso alla risospinta schiera di Augereau. Nè fu lungo il combattere, perchè e poco era il numero dei difensori, e la terra da quel lato priva di ogni difesa. Vi entrava facilmente Guyeux; il che fa vedere, quanto agevole vittoria avrebbe conseguito Buonaparte, seavesse in sulle prime egli medesimo fatto quello, che aveva ordinato a Guyeux di fare. Ma gli Austriaci, che conoscevano l'importanza della terra, si muovevano col grosso delle loro forze da San Bonifacio, e prestamente la ricuperavano. Già annottava: Buonaparte, perduta ogni speranza di acquistare Arcole in quel giorno, e temendo, giacchè era vicino l'esercito Tedesco, di essere condotto a mal partito in mezzo all'oscurità della notte, riduceva tutte le sue genti sulla destra dell'Adige, lasciando solamente la duodecima alla guardia del ponte, e la sessagesimaquinta alloggiata in un bosco a destra dell'argine, per cui si va ad Arcole.Due cose mirabili sono a notarsi in questa notte, la prima delle quali si è la costanza di Buonaparte, e dei Francesi del non essersi sbigottiti pei due feroci ributtamenti di Caldiero e di Arcole, e questa è degna di grandissima commendazione; la seconda si è, e questa è certamente degna di molto biasimo, che Buonaparte si sia ostinato, ora che sapeva che tutto l'esercito d'Alvinzi era accorso alla difesa di Arcole, a volere assaltare questa terra pel ponte tanto funesto a' suoi, mentre avrebbe potuto o girare per Albaredo, come aveva fatto Guyeux, o far opera di passar l'Alpone verso la sua foce nell'Adige. Certamente assaltando Arcole pel ponte, era il terreno assai svantaggioso ai repubblicani, e se tanto mortale fu l'assalto dato a quel passo, quando vi erano pochi soldati a guardia, quale si doveva credere che fosse per essere, ora che tutta la possanza del generale Austriaco si eraridotta ad assicurarlo? Infatti l'effetto della seconda e terza battaglia di Arcole dimostrò apertamente, quanto fosse irragionevole l'ostinazione di Buonaparte; perchè ei non riuscì vincitore, se non quando si risolvè a passar verso la sua foce l'Alpone, per andar a ferire Arcole sul suo fianco sinistro.Sorgeva appena il giorno sedici novembre, quando e Francesi, e Tedeschi givano di nuovo con animi infestissimi ad incontrarsi. Avevano i primi di nuovo varcato sulla sinistra dell'Adige, erano i secondi usciti di Porcile e di Arcole per andare a trovar l'inimico. Al tempo medesimo mandava Alvinzi una grossa squadra di cavallerìa a guardare il passo di Albaredo, donde era venuto il pericolo per opera di Guyeux, e muniva tutta la sinistra dell'Alpone di spessi ed esperti feritori alla leggiera. Fu come quello del giorno precedente, durissimo l'incontro dell'armi, combattendosi assai virilmente da ambe le parti. Fu il primo Massena a far piegare la fortuna in favore dei repubblicani, perchè attaccatosi con Provera, che veniva da Porcile, dopo un ostinatissimo conflitto, lo risospingeva sin dentro a questa terra con perdita di molti uccisi, ottocento prigioni, sei cannoni, e quattro bandiere. Il generale Robert assaltava i Tedeschi sull'argine di mezzo, e molti ne buttava nel pantano. Nè se ne stava Augereau ozioso; che anzi opponendo valore a valore, già aveva risospinto gli Alemanni sin dentro ad Arcole, e dava nuovo assalto al ponte. Ma quivi accadeva quello, che era accaduto prima; che con tal furia menarono le mani gl'imperialicondotti da Alvinzi medesimo, ed alloggiati al ponte, nelle case vicine, e lungo la sinistra del contrastato Alpone che i Francesi se ne tornarono indietro dopo di aver patito un orribile macello. Parecchie volte andava alla carica Augereau, altrettante era costretto a cedere con istrazio maggiore: miserabile era la scena di tanti Francesi morti e feriti ammonticchiati sulla bocca del ponte, mentre gli Austriaci, siccome quelli che combattevano da luoghi sicuri, avevano sofferto leggier danno. Sette ufficiali Francesi, o generali, o superiori, furono sconciamente feriti in questa fiera mischia. Chiaro si vedeva l'errore di Buonaparte del volersi ostinare a guadagnare, con far forza di fronte, questo varco. Alcuni accusano Augereau di questa ostinazione, come se Augereau avesse assaltato il ponte non per comandamento di Buonaparte, come se egli si fosse ardito di usare una tanta trasgressione in un affare massime di tanto momento, e sotto gli occhi stessi del generalissimo. Errare è comune destino degli uomini, e nissuno dee dubitare a dire, che anche Buonaparte abbia errato in materia di guerra, perchè anche con qualche errore, sarà egli sempre, e meritamente riputato dagli uomini, sinceri estimatori delle cose, uno dei migliori capitani, che siano comparsi al mondo, e non è punto necessario di maculare la fama altrui per far risplendere la sua, che già tanto in queste guerresche faccende da per se stessa risplende veramente.Finalmente la sorte declinante della battaglia, più che tante infelici morti de' suoi, faceva accortoBuonaparte del commesso errore, e pensando a quello, a che avrebbe dovuto pensare prima, si metteva all'opra del far gettare in copia fascine nell'alveo dell'Alpone verso la sua foce, con isperanza che avrebbero fatto un sodo sufficiente, perchè i suoi soldati potessero passare a man salva. Ma riusciva vano l'intento, perchè la corrente delle acque diveniva per quell'ostacolo tanto impetuosa, che il passare si pruovò più difficile di prima. In questo fortunoso punto succedeva un fatto di grandissimo ardimento, e fu, che il generale Vial, portato da incredibile ardore, volle far pruova di passare a guado con tutto un intiero battaglione, quantunque i soldati avessero l'acqua fino alla gola, ed i Tedeschi continuassero a trarre furiosamente dalla riva opposta. Ma non era ancor giunto alla metà del rivo, che fu obbligato a tornarsene sulla destra a cagione di una fittissima tempesta di scaglia, che gli lanciarono addosso gl'imperiali. Restava ucciso in quest'incontro un Elliot, aiutante di Buonaparte, ufficiale assai riputato pel suo valore. In questo mentre Alvinzi, volendo usar la occasione della diminuzione d'animo prodotta necessariamente nel nemico da tanti e sì mortali ributtamenti, usciva grosso da San Bonifacio, con intento di pruovare, se gli venisse fatto di cacciar i Francesi nell'Adige, od almeno di costringergli a ripassare il ponte di Ronco più frettolosamente, che non l'avevano passato. Il pensiero del generale Tedesco era assai pericoloso pei repubblicani; ma fu pronto al riparo Buonaparte, poichè, siccome gli Austriaci erano obbligatia marciar sull'argine per gire all'assalto, con alcune artiglierie piantate da lui in un luogo opportuno, gli faceva star addietro. Così la strettezza dei luoghi nocque ai Tedeschi, come nociuto aveva ai Francesi, perchè nè gli uni nè gli altri potevano spiegare le ordinanze loro; ma fu di più grave danno ai Tedeschi, perchè essendo più grossi, avevano maggiore speranza, se avessero potuto allargarsi, di vincere l'inimico. Sopraggiungeva in fine la seconda notte, che faceva sosta al sangue ed alle morti. Tornavano gl'imperiali negli alloggiamenti loro di San Bonifacio e di Arcole, i repubblicani si ritiravano sulla destra dell'Adige, lasciata di nuovo la duodecima a guardia del ponte di Ronco.

SOMMARIO

Negoziati inutili di pace. Stato della repubblica Cispadana: nuovo congresso dei popoli dell'Emilia. Squallore dei soldati francesi in Italia, e ruberie dei pubblicani. Lamenti di Buonaparte in questo proposito. L'Austria ingrossa di nuovo, e fa impresa di riconquistare le sue possessioni d'Italia. Alvinzi suo generalissimo. Nuova e terribil guerra. Feroci battaglie nel Tirolo con la peggio dei repubblicani: lentezza molto fatale all'Austria del generale Davidovich dopo le sue vittorie in questo paese. Disegni di Buonaparte per opporsi a questa nuova inondazione di Tedeschi. Fatti d'arme sulla Brenta. Battaglia di Caldiero. Condizione assai pericolosa di Buonaparte: arte mirabile, colla quale se ne riscuote. Prodigiosa battaglia di Arcole. Battaglia moltiforme di Rivoli. Gli Alemanni rincacciati del tutto dall'Italia. Il generale austriaco Provera fatto prigione con tutti i suoi sotto le mura di Mantova. Celerità maravigliosa di Buonaparte in tutti questi fatti. Guerra contro il Pontefice. Battaglia del Senio. Pace di Tolentino, e sue gravi condizioni a' danni di Roma. Mantova si arrende alle armi repubblicane: lodi di Wurmser. Lusinghe di Buonaparte alla repubblica di San Marino: risposte dei Sanmariniani.

Negoziati inutili di pace. Stato della repubblica Cispadana: nuovo congresso dei popoli dell'Emilia. Squallore dei soldati francesi in Italia, e ruberie dei pubblicani. Lamenti di Buonaparte in questo proposito. L'Austria ingrossa di nuovo, e fa impresa di riconquistare le sue possessioni d'Italia. Alvinzi suo generalissimo. Nuova e terribil guerra. Feroci battaglie nel Tirolo con la peggio dei repubblicani: lentezza molto fatale all'Austria del generale Davidovich dopo le sue vittorie in questo paese. Disegni di Buonaparte per opporsi a questa nuova inondazione di Tedeschi. Fatti d'arme sulla Brenta. Battaglia di Caldiero. Condizione assai pericolosa di Buonaparte: arte mirabile, colla quale se ne riscuote. Prodigiosa battaglia di Arcole. Battaglia moltiforme di Rivoli. Gli Alemanni rincacciati del tutto dall'Italia. Il generale austriaco Provera fatto prigione con tutti i suoi sotto le mura di Mantova. Celerità maravigliosa di Buonaparte in tutti questi fatti. Guerra contro il Pontefice. Battaglia del Senio. Pace di Tolentino, e sue gravi condizioni a' danni di Roma. Mantova si arrende alle armi repubblicane: lodi di Wurmser. Lusinghe di Buonaparte alla repubblica di San Marino: risposte dei Sanmariniani.

Noi dobbiamo continuar nel fastidio di raccontar governi non così tosto creati che spenti, secondochè portava l'utilità od il capriccio del vincitore, di cui sempre più si scoprivano i pensieriindiritti a turbare tutta l'Italia. Abbiamo nel precedente libro descritto, come per quel principal fine dell'aver la pace coll'imperatore, il direttorio di Parigi, e Buonaparte, mandato Clarke, offerivano patti di diversa natura ora all'imperatore medesimo, ora alla repubblica di Venezia, ora a quella di Genova, ed ora al re di Sardegna. L'Austria spaventata dalle calamità, a cui era stata sottoposta, non si mostrava aliena, se non di concludere, almeno di negoziare, e per questo aveva mandato a Vicenza il generale San Giuliano, acciocchè si abboccasse con Clarke. Anche l'Inghilterra, mossa dal pericolo dell'imperatore, e dalla forza della repubblica francese, che ogni dì più pareva insuperabile, si era piegata, benchè mal volentieri, a voler trattare, ed aveva mandato a questo fine lord Malmesbury in Francia. Tutti pretendevano voci di voler rimuovere tanto incendio dall'Europa afflitta, e di aver a cuore lo stato salutifero dell'umanità. Ruppero questi negoziati le vittorie dell'arciduca Carlo in Germania, che compensarono le sconfitte di Beaulieu e di Wurmser in Italia. Imperò gli alleati si fecero più renitenti, e di nuovo convenne venirne al cimento delle armi. Solo la Sardegna, che era ridotta piuttosto in potestà della Francia, che nella propria, aveva concluso un trattato di lega difensiva, avendo il re costantemente ripugnato ad una lega offensiva a motivo della guerra imminente col papa; al quale trattato il direttorio non volle ratificare a cagione della cessione, che vi si stipulava di alcuni territorj imperiali; perchè il re opportunamente valendosi della condizion sua armata,e dell'esser posto alle spalle dell'esercito francese, non cessava di addomandare o restituzione, o ricompenso delle perdute Savoja e Nizza. Il che pazientemente non poteva udire il governo di Francia, per essere quelle province unite per legge di stato alla repubblica.

Adunque il direttorio, trovata tanta durezza nell'Austria, nell'Inghilterra, e nel papa, che continuamente si preparava alla guerra, e dubitando che questo modo potesse estendersi più oltre, perchè non si fidava di Napoli, si consigliava di voler provare, se il timore delle rivoluzioni potesse sforzare i potentati a far quello che il timore delle armi non aveva potuto.

A questo fine erano indirizzati i moti dell'Emilia, e le instigazioni di Trento. Ma per parlar dei primi, si voleva da Buonaparte, che a quello che da principio aveva potuto parere frutto disordinato della guerra, succedesse uno stato regolato ed un assetto più giusto di constituzione, perchè lo stato disordinato, siccome quello che è temporaneo di natura, lascia da per sè stesso appicco a cambiamento di signoria nativa a signoria forestiera, mentre lo stato ordinato e riconosciuto non può darsi ad altrui senza nota d'infamia. Oltre a ciò sperava il generalissimo di accendere con questo allettativo d'independenza talmente quei popoli già di per se stessi tanto accendibili, che un fanatismo politico avesse a pareggiare gli effetti di quel fanatismo religioso, che per difesa propria s'ingegnava il pontefice di far sorgere in Italia contro i conquistatori. Sapeva che queste opere erano facili ad eseguirsi, perchè inalcuni ingannati operava l'amor della libertà, in altri consapevoli la peste dell'ambizione. Tanta paura aveva quel capitano vittorioso di coloro, che chiamava per isprezzo, non so se mel debba dire per la dignità della storia, pretacci. Bene ordinato era, quanto all'effetto, questo consiglio di opporre popoli accesi a popoli accesi. Ma ei conosceva bene il paese, e gli umori che vi correvano; perchè era solito dire, che in quella Cispadana repubblica erano tre sorti d'uomini: amatori dell'antico governo; partigiani di una constituzione independente, ma pendente all'aristocrazia, e quest'era il patriziato; finalmente partigiani della constituzione francese o della democrazia. Aggiungeva, che egli era intento a frenare i primi, a fomentare i secondi, a moderare i terzi, perchè i secondi erano i proprietari ricchi ed i preti, ch'ei credeva doversi conciliare, perchè rendessero i popoli partigiani di Francia. Quanto ai terzi affermava, esser giovani scrittori, uomini, che, come in Francia, così in tutti i paesi cambiavano di governo, ed amavano la libertà solamente, come diceva, per fare una rivoluzione. Dal che si vede in quale stima egli avesse quelli che professavano la libertà; e per verità non pochi fra di loro diedero tali segni al mondo, che fu manifesto come il giovane di ventott'anni con insolita sagacità avesse bene penetrato la natura loro: questo conoscere gli uomini fu cagione, ch'ei potè fare tutto quello che volle.

Erasi inditto il congresso dei quattro popoli dell'Emilia, Modenesi, Reggiani, Bolognesi, Ferraresi il dì venzette decembre, malgrado di Buonaparte,che avrebbe desiderato, che più presto si adunassero per dar cagione di temere al papa in tempo, in cui, bollendo ancora le pratiche, non aveva ancora il pontefice rifiutato la pace. Convennero in Reggio i legati dei quattro Cispadani popoli, trentasei Bolognesi, venti Ferraresi, ventidue Modenesi, ventidue Reggiani. Avevano mandato amplissimo di fare quanto alla salute della repubblica si appartenesse; l'unione massimamente dei quattro popoli in un solo stato procurassero. Solo i Bolognesi avevano nel mandato loro qualche clausola di restrizione, o fosse che Bologna amasse di serbare, per la sua grandezza, qualche superiorità, o fosse che non volesse allontanarsi da quella forma di governo che con tanta solennità aveva pocanzi accettata, perchè prevedeva, che l'accomunarsi nello stato importava l'accomunarsi nelle leggi. Grande era il calore, grande l'entusiasmo di quelli spiriti repubblicani: pareva a tutti essere rinati a miglior secolo. Ordinarono, non potendo capire in se stessi dall'allegrezza, ad alta voce, non a voti segreti si squittinasse. Poi fecero una congregazione d'uomini eletti dalle quattro province, affinchè proponessero i capitoli dell'unione. Fu l'unione accettata con tutti i voti favorevoli. Accrebbero la giubbilazione gli uomini deputati di Lombardia Milanese venuti ad affratellarsi, erano Porro, Sommariva, Vismara da Milano, Visconti da Lodi, Gallinetti da Cremona, Mocchetti da Casalmaggiore, Lena da Como, Beccaria da Pavia: «Poichè erano venuti i buoni tempi Italici, orarono, essere venuti gli uominiLombardi a congratularsi coi Cispadani popoli dell'acquistata libertà; pari essere i desiderj, pari il destino; chiamare le Francesi vittorie a nuove sorti l'Italia; dovere i popoli Eridanici infiammare con l'esempio loro a nuova vita le altre Italiche genti; l'Italiana patria avere ad essere, non più serva di pochi, ma comune a tutti: ogni giusto desiderio dover sorgere con la libertà, e tanti secoli di crudele servitù concludere una inaspettata felicità: non dubitassero i Cispadani dello aver per amici e per fratelli i Transpadani; una essere la mente, come uni gli animi, ed uni gl'interessi: dimostrerebbero al mondo, che non invano aveva dato il cielo a quei popoli testè pure divisi sotto molesti dominj, ed ora congiunti per l'amore di una comune libertà, il medesimo aere, le medesime terre, le medesime città magnifiche con un forte volere, con un alto immaginare, con un maturo pensare, e se felicissima era la occasione, sarebbe il modo di usarla generoso.»

Fu fatto risposta da Facci presidente con gratissime parole: «Corrispondere i Cispadani con pari amore ai benevoli Transpadani; accettare i felici augurj; avere la libertà spento il parteggiare fra i Cispadani, dovere spegnerlo fra tutti gl'Italiani; fuggirebbe dall'Italia la tirannide con tutto il satellizio suo; e poichè era piacciuto a chi regge con supremo consiglio queste umane cose, che principiasse un libero vivere sul Po, dovere gli Eridanici allettare i compagni coll'esempio di una incontaminata felicità».

Aprivansi in questo le porte del consesso; il Reggiano popolo, bramoso di vedere e di udire, lietamente entrava. Gravemente Fava da Bologna a nome della congregazione degli uomini eletti intorno all'unione dei quattro popoli favellava. Chiamarono di nuovo con segni d'inudita allegrezza la Cispadana confederazione, chiamarono la unità della repubblica. Fu piena la città di giubbilo; credevano che quel giorno fosse per essere principio di felici sorti. Ed ecco in mezzo a tanta allegrezza sopraggiungere l'aiutante generale Marmont, mandato da Buonaparte ad incitare ed a sopravvedere. Introdotto al cospetto del congresso, gli applausi, le grida, le esultazioni montarono al colmo. Postergata la dignità, tanta era l'ardenza, avevano i legati piuttosto sembianza di energumeni, che di uomini gravi chiamati a far leggi.

L'entusiasmo dei Cispadani piaceva a Buonaparte, perchè sperava di cavarne denaro, gente armata, spavento al papa. Infatti aveva il congresso statuito, che una prima legione Italica si formasse; nè questa truppa oziosamente si ordinava: correvano gli uomini volentieri sotto le insegne; il generalissimo gli squadronava, e faceva reggere da' suoi uffiziali. Ma se dall'un lato egli era contento della disposizione degli animi nella repubblica Cispadana, dall'altro non si soddisfaceva della composizione del congresso; perchè avrebbe voluto vedere in lui per quel suo intento di far paura al papa, nobili, preti, cardinali, ed altri cittadini di maggior condizione, che patriotti fossero stimati; e quantunque alcunie nobili e preti vi sedessero, non era il numero nè il nome di quella importanza ch'egli desiderava. Per questo si lamentava, che Garreau e Saliceti, commissari del direttorio, gli guastassero i suoi disegni, procedendo con soverchio calore in queste instigazioni, e chiamando al reggimento dello stato uomini di poca entità, o troppo risentitamente repubblicani. Spesso ei si querelava con questi commissari, e gli ammoniva con forti riprensioni; ma essi se non apertamente, almeno nascostamente continuavano ad incitare ogni sorte di persone.

Scriveva il congresso il dì trenta decembre a Buonaparte: i Cispadani popoli chiamati per amore di lui, e per le sue vittorie a libertà, essersi constituiti in repubblica; direbbegli Marmont suo, quanto fossero degni del nuovo stato; direbbegli quanta forza il nome di lui alla loro risoluzione, ed alla loro allegrezza aggiugnesse. «Accettate, continuavano, o generale invitto, questa nuova repubblica, primo frutto del vostro valore, e della vostra magnanimità. Voi ne siete il padre, voi il protettore: sotto gli auspicj vostri ella sarà salva, sotto gli auspicj vostri non s'attenteranno i tiranni di danneggiarla: noi cominciammo il mandato dei popoli, noi presto il compiremo; ma fate voi, che l'opera nostra sia, come il vostro nome, immortale».

Queste lettere del congresso Cispadano furono con lieta fronte ricevute dal conquistatore. Rispondeva, avere con molto contento udito la unione delle quattro repubbliche; l'unione solapoter dare la forza, bene avere avvisato il congresso dello aver assunto per divisa un turcasso: già da lungo tempo l'Italia non aver seggio fra le potenze d'Europa; se gl'Italiani degni sono di rivendicarsi in libertà, se abili sono di ordinare a se stessi un libero governo, verrebbe giorno, in cui la patria loro risplenderebbe fra i potentati d'Europa gloriosamente: pure pensassero, che senza la forza non valgono le leggi; si ordinassero pertanto all'armi; savie essere, ed unanimi le deliberazioni loro; null'altro mancare, se non battaglioni agguerriti, e mossi dall'amor santo della patria; aver loro miglior condizione del popolo Francese, libertà senza rivoluzione, ordini nuovi senza delitti; la unità della Cispadana repubblica simboleggiare la concordia degli animi, i frutti, se avessero per compagna la forza, avere ad essere una repubblica vivente, una libertà benefica, una felicità di tutti.

Il congresso annunziava ai popoli la creazione della repubblica: lodava la Francia institutrice di libertà; lodava Marmont testimonio benigno di popoli non indegni dell'amore della sua generosa nazione, annunziatore benevolo delle cose fatte al glorioso capo dell'esercito Italico: esortava i popoli della Cispadana a deporre le antiche invidie ed emolazioni, frutto infausto di funesta ambizione: in petto ed in fronte la libertà, la equalità, la virtù portassero, dell'ajuto della potente repubblica, che gli aveva chiamati a libertà, non dubitassero; guardargli attentamente il mondo, aspettare ansiosamente l'Italia, che a quell'antico splendore, che l'aveva fatta tanto grande, edonorata presso le nazioni, la restituissero. Così parlava a concitazione degli animi il vincitor Buonaparte.

L'esempio della Cispadana partoriva mutazioni notabili in Lombardia; perchè i Milanesi, non volendo parer da meno che i popoli dell'Emilia, facevano un moto, correndo sulla piazza, ed intorno all'albero della libertà affollandosi: gridavano sovranità, e indipendenza, e volevano constituirsi in repubblica Transpadana. Dispiacque il moto all'amministrazione generale di Lombardia, non che ella non amasse l'indipendenza, ma le cose non le parevano ancora di tale maturità, che si potesse venire ad un partito tanto determinativo. Il sentirono peggio ancora il generalissimo, e gli altri capi Francesi. Tanto fu loro molesto questo moto, che Baraguey d'Hillires, generale che comandava alla piazza di Milano, e che conosceva la mente di Buonaparte, ne faceva carcerare gli autori principali, che erano i patriotti più ardenti.

Intanto ogni dì più cresceva lo squallore dei soldati vincitori d'Italia; tanta era la voragine, non dirò della guerra, ma dei depredatori. Per rimediarvi andava Buonaparte immaginando nuovi modi per trar denaro dai popoli già sì grandemente smunti ed impoveriti; scosse l'Emilia, scosse la Lombardia; traeva le intime sostanze dalle viscere delle nazioni: pure il peculato era più forte di queste estreme fonti di denaro.

Infatti i rubatori, gente frodolenta ed avara, erano una peste invincibile. Buonaparte, che per la mancanza delle cose necessarie vedeva in pericolole sue operazioni, ne arrabbiava: gli chiamava ladri, traditori, spie; ora ne faceva pigliar uno, ora cacciare un altro; ma nulla giovava, perciocchè tornavano, essendo protetti, perchè molti; e si liberavano, essendo i giudici corrotti, perchè mescolati. L'Italia pativa, i soldati pativano, gli amministratori infedeli trionfavano. In un paese opimo, e da lungo tempo immune da guerra, era penuria di soldo, di pane, di abiti, di scarpe, di strame. Al tempo stesso i provveditori ed i canovieri, incitati dall'ambizione e dalla libidine, tenevano, la maggior parte, gran vita con mense lautissime, e con cavalli pomposi, con cocchi dorati, con caterve di servitori; e ballerine e cantatrici mantenevano, strana foggia di repubblicani. Sapevaselo Buonaparte, che non ne capiva in se stesso dallo sdegno. Scriveva, che il lusso, la depravazione, il peculato avevano colmo la misura. Un solo rimedio ei trovava, e, come credeva, conforme alla sperienza, alla storia, alla natura del governo repubblicano, e quest'era un sindacato, magistrato supremo, che, composto di una o di tre persone, solo due o cinque giorni durasse, ed in questo tempo autorità amplissima avesse di far uccidere un amministratore, qualunque fosse, o con qual nome si chiamasse. «Potè, sclamava dispettosamente Buonaparte, il maresciallo di Berwick far impiccar l'amministrator supremo del suo esercito, perchè vi erano mancati i viveri, ed io non potrò in mezzo all'Italia, paese di tanta abbondanza, quando i miei soldati sono penuriosi, e stremi di ogni cosa,spaventar con le opere, poichè le parole non giovano, questo nugolo di ladri?» Così dentro se stesso si rodeva: ma eran novelle, perchè l'oro d'Italia si dispensava anche a Parigi; perciò i rubatori erano indenni. Solo si soddisfaceva il capitano Italico dei servigi di Collot, abbondanziere delle carni, e di Pesillico, agente della compagnia Cerfbeer. Poi alcuni commissari erano facili alle signature, caso veramente orribile. Affermava Buonaparte nel mese di ottobre, che, eccettuati Deniée, Boinod, Mazade, e due o tre altri, gli altri commissari erano tutti ladri: pregava il direttorio, gliene mandasse dei probi, aggiungendo però la clausola, se fosse possibile trovarne: soprattutto già fossero provvisti di beni di fortuna; desiderava Villemanzy. Aveva particolarmente in grande stima il commissario Boinod, certamente a giusta ragione, perchè era Boinod uomo di costumi integerrimi; ed eziandio con ragione scriveva Buonaparte, che se quindici commissari di guerra, come Boinod, fossero all'esercito, potrebbe la repubblica far un presente di cento mila scudi a ciascuno di loro, e guadagnerebbevi ancora quindici milioni. Tanta era l'ingluvie di coloro, che per ufficio dovevano impedire, che altri non involasse le sostanze dei soldati! L'ira di Buonaparte particolarmente mirava contro un Haller, che credeva mescolato in questi traffichi. Scriveva sdegnosamente il dì diecinove novembre al commissario del direttorio Garreau: essere i soldati senza scarpe, senza presto, senz'abiti; gli ospedali penuriosissimi; giacere i feriti orribilmente nudi sulla nuda terra;pure essersi testè trovati quattro milioni in Livorno; essere in pronto merci di gran valore a Tortona ed a Milano; avere Modena dato due milioni, Ferrara gran valute; ma non essere nè ordine, nè buono indirizzo nella bisogna delle contribuzioni, di cui esso Garreau aveva carico; grave essere il male, dover esser pronto il rimedio: rispondessegli il giorno stesso, se potesse, sì o no, provvedere ai soldati: se no, comandasse all'Haller, spezie di furbo, come diceva, non per altro venuto in Italia, che per rubare, e che si era fatto sovrantendente delle finanze dei paesi conquistati, rendesse conto dell'amministrazion sua al commissario supremo, che era in Milano, e provvedessesi il bisognevole ai soldati volere il governo, che i commissari nei bisogni dell'esercito si occupassero; veder mal volentieri, ch'egli, Garreau, non se ne prendeva cura, lasciando la bisogna in mano di un forestiero, di natura, e d'intento sospetto; Saliceti far decreti da una parte, Garreau farne da un'altra, e con tutto questo non esservi accordo, e manco denaro: soli quindici centinaia di soldati, che sono a Livorno, costare più di un esercito; esservi penuria estrema fra estrema abbondanza. Questi erano i risentimenti del capitano generale.

Nè era minore lo sdegno di lui contro la compagnia Flachat, ch'ei qualificava coi più odiosi nomi, senza credito, senza danaro, e senza probità chiamandola; avere, affermava, lei ricevuto quattordici milioni, avere somministrato solamente per sei, e ricusare i pagamenti; per lei essere sequestrate le mercatanzie pubbliche in Livorno;volere, che si vendessero; ma essere sicuro, che per le mene di costoro, quello che sette milioni valeva, sarebbe dato per due: insomma, aggiungeva tutto sdegnoso, essere gli agenti di essa compagnia i più bravi eruscatori d'Europa. Di più, alcuni fra gl'impiegati, non contenti al peculato, far anche le spie, e portare pubblicamente, come i fuorusciti, il bavero verde: di questo non potersi dar pace; servir loro Wurmser, servir la Russia, succiarsi la repubblica.

In tal modo Buonaparte riempiva di querele Italia e Francia: intanto andava a ruba l'Italia. Nè uno era il modo del guadagno, nè alcuna spezie di fraude si pretermetteva. I più usavano di non pagare sotto pretesto di non aver fondi, se non con grossi sconti, le tratte, che loro s'indirizzavano o dal governo, o dai particolari creditori; brutto veramente, ed infame traffico era questo; perchè essi erano cagione col non pagare, e con diffidenze artatamente sparse, che le tratte scapitassero, poi le ricevevano a perdita, e più scapitavano, ed a maggior perdita le ricevevano, e più grossi guadagni facevano, autori ad un tempo, e profittatori del male. La peste penetrava più oltre, perchè era cagione che i prezzi a bella posta s'incarissero, ed i contratti si facessero simulati; il male del rubare era il minore, perchè il costume si corrompeva. In queste laide involture si mescolavano anche Italiani, e tra di questi alcuni, che avevano le cariche nei governi temporanei, ed alcuni altresì, che facevano professione di amatori della libertà. Queste cose facevano da se, e per se, o per mezzo d'interpostepersone, o intendendosela con gli amministratori infedeli. Con qual nome chiamare costoro, io non saprei; so bene, come gli chiamavano, e chiamano tuttavia, perchè son ricchi, i parasiti ed i giornali, che con parole magnifiche gli encomiavano in quei tempi, ed encomiano ancora ai giorni nostri; sicchè, se una volta era il proverbio, che la guerra fa i ladri e la pace gl'impicca, ora debb'essere quest'altro, che la guerra fa i ladri e la pace gli loda. Hanno costoro gioie, e gioielli, e palazzi in città, e ville in contado, e statue, e quadri, e mobile prezioso, ed ogni sorta di agio, con adulatori in quantità. Tali erano non pochi dei gridatori di libertà dei nostri tempi, ed io ne ho conosciuto alcuni, che stampati in fronte delle ruberie del loro paese, se ne andavano tuttavia predicando con singolare intrepidezza la repubblica e la libertà, anzi credevano, od almeno dicevano, esser loro i veri amatori, ch'elleno avessero. Così, se parecchi tra i Francesi che avevano cura dell'amministrazione involavano, si trovava anche fra gl'Italiani chi teneva loro il sacco; e vi era allora, qual sempre vi è, una gente, che, come i corvi intorno ai cadaveri, aliavano continuamente là dove erano i disastri pubblici, per farne il loro pro ed arricchirsene. Costoro, ed allora si mostrarono più che in altro tempo, sono una singolare generazione d'uomini perchè se è stagione di libertà e' gridano libertà, se è stagione di dispotismo, e' gridano dispotismo, e sempre ridenti, e sempre adulatori, aiutano a spogliar con arte chi già è spogliato dalla forza; nè abborriscono dallo spogliare e dal succiare e dallo straziare,quand'anche il soggetto sia la patria loro, che anzi le miserande sue grida sono incitamento alla ferina cupidigia di quest'uomini spietati.

Queste cose vedemmo con gli occhi nostri, nè la religione le impediva, perchè era venuta a scherno, nè la giustizia, perchè era compra. Così tra la forza che ammazzava, e l'arte che rubava, fu sobbissata l'Italia, e peggio, ch'ella era mira di calunnie da parte degli ammazzatori e dei ladri. Chi dava e pigliava gli appalti degli arnesi necessari alla guerra con ingordi beveraggi, ed a prezzi più cari del doppio del genuino valore; chi metteva, minacciando saccheggi, taglie sui paesi, e questi denari spremuti a forza dai popoli si appropriava. Questi prometteva di preservare dalle prede, se si desse denaro a lui: gl'Italiani davano, e qualche volta erano preservati, e qualche volta no: si vendeva il beneficio. Quest'altro faceva tolte di robe per gli ospedali, le usava per se. Diè Cremona cinquantamila canne di tela fine pei malati, e per se gli arrappatori se le pigliarono. Chi vendeva i medicinali dell'esercito, e convertiva il prezzo in suo pro: la corteccia tanto preziosa del Perù principalmente era divenuta materia d'infame ladroneccio. Quanti soldati consunti dalle perniziose febbri perirono, che sarebbero stati salvi, se i rubatori avessero avuto più a cuore le vite loro, che le mense, i teatri, e le meretrici! Nè era cosa che santa o sicura fosse, perchè si faceva traffico dell'asilo dei morenti, e sonsi veduti uomini abbominevoli minacciare di porre ospedali militari nei conventi col solo fine di costringergli a pagar denaro perricomperarsi da quella molestia: i soldati intanto se ne morivano per le strade, perchè gl'insaziabili segavene s'ingrassassero, ed in ogni più immondo, in ogni più ingordo vizio s'ingolfassero. Le polizze dei passati si davano per chi non era passato, ed anche per chi era morto: i magazzini si empivano di grasce finte, e nissuno aveva, se non chi non doveva avere. I soldati perivano, i paesi pagavano, perchè a quello, che non era somministrato dalle riposte, bisognava bene, e per forza, che i paesi sopperissero. Così chi dava, non aveva, chi non dava, aveva; la brutta usanza fu generale. I capisoldi poi, i premj, le indennità largamente si davano a chi meno le meritava, nè vi era ufficiale, che di chi ministrava fosse amico, che alla menoma rotta non si trovasse ad aver perduto gli arnesi, e grassi compensi non toccasse, mentre gli uomini valorosi, che combattendo virilmente contro il nemico, avevano perduto tutto, richiedevano invano quello, a che la patria era loro obbligata. Cuocevano infinitamente a Buonaparte i raccontati ladronecci, e faceva formare ai rei gravissimi processi dalle diete militari, instando perchè fossero dannati a morte, a motivo, come diceva, che non erano ladri ordinarj, ma tali, che con le malvagie opere loro interrompevano il corso alle sue vittorie, od erano almeno cagione che con più sangue si acquistassero. Ma si lamentava che vi fossero in queste diete dei segreti maneggi, onde i rei se ne andavano od assoluti, o condannati a pene nè proporzionate al delitto, nè capaci di spaventare i compagni. «Voi avete presupposto certamente,scriveva Buonaparte sdegnoso al direttorio, che i vostri amministratori ruberebbero, ma farebbero i servizi, ed avrebbero un po' di vergogna: ma e' rubano in un modo tanto ridicolo e tanto impudente, che s'io avessi un mese di tempo, non ve ne avrebbe un solo che non facessi impiccare. Gli fo legar dai gendarmi, gli fo processar dai consigli militari continuamente. Ma che giova, se i giudici sono compri? Questa è fiera, e tutti vendono. Un impiegato accusato di aver posto una taglia di diciottomila franchi a Salò, fu condannato a due mesi di carcere. Così, come si potran pruovare le accuse? È un concerto: tante vili enormità fan vergogna al nome Francese.» Così si querelava, e così inveiva Buonaparte contro i rubatori, e questa fu l'accompagnatura della libertà in Italia.

Ma egli è oramai tempo di far passaggio dall'avarizia degl'involatori al furore degli armati: incominciarono le armi a suonare più orribilmente che prima sulle Italiane terre. Non aveva il direttorio pretermesso alcun ufficio per inclinare l'imperatore alla pace, ora offerendogli compensi di nuovi stati, ora minacciando di sterminio quelli, che ancora gli restavano. A quest'ultimo fine scriveva Buonaparte all'imperatore Francesco, che s'ei non si risolvesse alla pace, colmerebbe per ordine del direttorio il porto di Trieste, e guasterebbe tutte le sue possessioni dell'Adriatico. Ma i prosperi successi dell'arciduca Carlo in Germania avevano ridesto nell'Austria la speranza di sostenere le cose d'Italia, ed anzi di riconquistaregli stati perduti; però non volle consentire agli accordi.

Il fondamento di questo nuovo moto era Mantova, perchè tutti i disegni potevano arrivare al fine desiderato, se la sua difesa tuttavia si sostenesse; ed all'opposto sarebbero stati disordinati, se cadesse in possessione dei Francesi. Non era ignoto a Vienna, che il presidio era ridotto all'estremo, dalle malattie e dalla strettezza dei viveri, e che solo si sosteneva per la costanza veramente maravigliosa dell'antico Wurmser. Nè solo il maresciallo vinceva con animo invitto l'urto delle armi nemiche, ma ancora la minaccia barbara e vile fattagli dal direttorio, che, se non desse la piazza in mano della repubblica, sarebbe quando si arrendesse, condotto a Parigi, e giudicato qual fuoruscito Francese. Vide l'Austria, che non era tempo da aspettar tempo, e che il pericolo di Mantova ricercava prestissima espedizione; perciò adunava con celerità mirabile un nuovo esercito di più di cinquantamila combattenti pronto a calare per mettere di nuovo in forse la fortuna Francese, che già tanto pareva stabile e sicura. Certamente fu maraviglioso l'impeto Francese in quei tempi, ma non fu meno maravigliosa la costanza Tedesca. Di tanta mole si mandavano venticinque mila soldati freschi nel Tirolo e nel Friuli, e tanto era l'ardore loro, che davano speranza di vittoria. Infatti nelle battaglie, che poco dopo seguirono, combatterono non solo con valore, ma ancora con furore, siccome quelli che erano cupidi non solo di ricuperare i paesi perduti, ma ancora di scancellarel'offesa fatta alle armi imperiali dalle precedenti sconfitte. L'emolazione altresì verso i soldati di Germania operava efficacemente nelle menti loro, e le vittorie dell'arciduca gli stimolavano. Fu posto al governo di queste fiorite genti il generale d'artiglierìa Alvinzi già pratico delle guerre d'Italia, e nel colmo della riputazione; e siccome quegli che era di natura pronta e speditiva, si sperava che fosse per allontanare da se quella lentezza che era stata cagione delle rotte precedenti. Aveva anche per consigliero un Veiroter, che si era acquistato nome di perito capitano in Germania. Era il disegno di questa nuova mossa non dissomigliante da quello posto in opera pochi mesi prima da Wurmser, con questa differenza però, che ove il maresciallo discese con tutto il pondo per la valle dell'Adige, ed interpose, certamente con imprudente consiglio, tra le due principali parti de' suoi tutta la larghezza del Lago di Garda, Alvinzi ordinava, che una parte guidata da Davidowich scendesse dal Tirolo con venti mila soldati, e conculcati i Francesi, che colà stanziavano alla difesa dei passi, se ne venisse a sboccare per Castelnuovo fra l'Adige e il Mincio. Egli poi con trenta mila combattenti venuti dalla Carniola e dal Cadorino, si proponeva di varcare il Tagliamento, la Piave e la Brenta, combattendo i repubblicani ovunque gli trovasse, e quindi varcato il fiume più grosso dell'Adige dove la occasione migliore si appresentasse, di congiungersi con Davidowich, e di marciare unitamente alla liberazione di Mantova. Già varcati con fatica incredibile i monti della Carniola, etraversati torrenti grossi ed impetuosi, erano, quando il mese di ottobre si avvicinava al suo fine, giunti gl'imperiali sulle sponde della Piave, e si accingevano a dar principio a quella terza guerra, dalla quale pendeva il destino della potenza Austriaca in Italia.

Non erano a tanta mole pari pel numero i Francesi; perchè certamente non passavano i quaranta mila, noverati gli assediatori di Mantova. A questi nondimeno debbonsi aggiungere gl'Italiani, ed i Polacchi ordinati a Milano, e nella Cispadana, che, sebbene Buonaparte non se ne servisse per combattere nelle battaglie giuste, erano a lui di grandissima utilità, ed accrescevano la sua forza, perchè tenevano i presidj nelle piazze, contenevano il papa, e facevano il paese sicuro insino alla Romagna ed al Veneziano. Trovavansi allora i Francesi raccolti nelle stanze, perchè Kilmaine con ottomila soldati stava attorno a Mantova, Augereau con altrettanti custodiva le sponde dell'Adige, Massena sempre il primo ad essere esposto alle percosse del nemico, alloggiava sulla Brenta, Vaubois assicurava il Tirolo con dieci mila soldati. In fine una schiera di riserbo, in cui si noveravano circa tre mila soldati tra fanti e cavalli, era distribuita negli alloggiamenti di Brescia sotto la condotta dei generali Macquart e Beaumont. Aveva Buonaparte comandato a Vaubois, impedisse ad ogni modo il passo a Davidowich, e siccome gli assalti sono sempre più fortunati pei Francesi, che le difese, volle che Vaubois medesimo, ancorchè fosse inferiore di forze, non aspettasse il nemico, ma lo andasse ad assaltarenei propri alloggiamenti: soprattutto il cacciasse dai luoghi tra il Lavisio e la Brenta. Egli intanto si apprestava ad arrestare con Massena ed Augereau l'impeto di Alvinzi, che già arrivato sulle rive della Brenta, ed avendola passata, faceva le viste di volersi incamminare verso Verona. Alloggiava Davidowich col grosso delle sue genti a Newmark, mentre la vanguardia occupava il forte sito di Segonzano, reso anche più sicuro dal posto eminente di Bedole, custodito da Wukassowich. Guyeux, obbedendo agli ordini di Vaubois, assaltava San Michele, terra posta oltre il Lavisio, con intento, se la battaglia riuscisse prospera, di correre contro Newmarck. Al tempo medesimo Fiorella urtava le terre di Cembra e di Segonzano. Fu grande la resistenza che incontrava Guyeux a San Michele; perchè gli Austriaci avevano chiuso l'adito alla terra con trincee, ed essendosi posti ai merli, di cui erano guernite le case, attendevano a difendersi virilmente. Tre volte andarono alla carica con grandissima animosità i Francesi guidati dal capitano Jouannes, e tre volte erano con grave uccisione risospinti. Era la fazione di grande importanza, e maggiore anche di quanto annunziassero il numero poco notabile dei combattenti, e la ristrettezza dei luoghi, in cui si combatteva, perchè dall'esito pendeva la conservazione, o la conquista del Tirolo, il potere gli Austriaci od i Francesi incamminarsi alle spalle del nemico per le valle della Brenta, e finalmente la congiunzione, o la non congiunzione delle due schiere Alemanne, capo principalissimo dei disegni fermati aVienna per la ricuperazione d'Italia. In fine, fattosi dai Francesi un ultimo sforzo, entravano in San Michele, e se ne impadronivano a malgrado che i Tedeschi, ajutati anche da parte dei Tirolesi, avessero continuamente tratto contro di loro con morte di molti, e con ferita del valoroso Jouannes.

Bene auguravano i Francesi dei fatti loro in Tirolo, ma non fu loro ugualmente favorevole la fortuna a destra verso Segonzano; il che interruppe tutti i pensieri loro, e da vincitori diventarono vinti. Aveva bene Fiorella, con molta valenzia combattendo, espugnato il castello di Segonzano, ma non avendo, o perchè abbastanza non avesse fatto esplorare i luoghi, o qual'altra cagione che sel muovesse, sloggiato prima l'inimico da Bedole, questi scendendo improvvisamente, lo assaliva sul fianco destro ed alla coda, talmente che fu commessa non poca strage dei suoi, e fu costretto a ritirarsi più che di passo verso Trento. S'aggiunse, che Davidowich medesimo, udite le novelle dell'assalto dato ai Francesi, si era calato col grosso de' suoi a soccorrere la vanguardia; di modo che non fu lasciato altro scampo ai repubblicani, se non volevano essere tagliati tutti fuori, ed a pezzi, che quello di ritirarsi più sotto, lasciando, dopo breve contrasto sotto le mura, la città stessa di Trento in balìa degli antichi signori. Successe questo fatto ai due novembre. Due giorni dopo entrava Davidowich in Trento; rallegrandosene gli abitanti, amatori del nome Austriaco, ed asperati dalle intemperanze dei conquistatori.

Vaubois dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento, intorno al quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto dei vincitori. Assicurava alla sinistra il fianco dei Francesi il fiume Adige, la destra custodivano due colli eminenti, sui quali sorgono i due castelli della Pietra, e di Bezeno. Dava fortezza alla fronte un rivo assai profondo, sulle sponde del quale avevano i repubblicani eretto parapetti, e cannoniere munite di artiglierìe. Tenevano in guardia questo forte luogo quattromila soldati eletti, che aspettavano confidentemente l'incontro del nemico. Marciava Davidowich enfiato dalla prosperità della fortuna, grosso, e minaccioso, dopo l'occupazione di Trento, all'ingiù dell'Adige, avendo talmente diviso i suoi che Wukassowich scendeva sulla sinistra del fiume, Ocskay sulla destra. Laudon, condottosi ancor esso sulla destra con soldati più leggieri, camminava più alla larga verso Torbole, con intenzione di dar timore al nemico per la possessione di Brescia. Arrivavano Wukassowich a fronte di Calliano, Ocskay a Nomi. Avrebbe potuto, come alcuni credono, Davidowich, in vece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito di Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia, e riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma, qual si fosse la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta, confidando nel valore e nella grossezza delle sue genti, massimamente nei feritori Tirolesi, che pratichi dei luoghi più inaccessi,e peritissimi nel trarre di lontano; avrebbero efficacemente ajutato lo sforzo Austriaco. Combattessi il giorno sei di novembre con incredibile audacia, e vario evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di superare il passo, ed insistendo principalmente contro i castelli della Pietra, e di Bezeno. Restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto degli Alemanni infruttuoso. Davidowich, veduto che l'impresa si mostrava più dura di quanto aveva pensato, mandava in rinforzo di Wukassowich il generale Spork ed il principe di Reuss, ed operava di modo che per diligenza di Ocskay, si piantassero artiglierìe presso a Nomi sulla destra dell'Adige, ed anche a fronte della strada che da Trento porta a Roveredo. Al tempo medesimo i feritori Tirolesi, postisi qua e là sui vicini gioghi, si apparecchiavano a bersagliare l'inimico. Cominciavasi il giorno sette una ferocissima battaglia, in cui come fu il valore uguale da ambe le parti, così fu varia la fortuna, perchè ora prevalevano i repubblicani, ed ora gl'imperiali. Venne verso le cinque ore della sera il castello di Bezeno in poter dei Croati dopo un lungo ed ostinato combattimento, in cui i Francesi si difesero con sommo valore, e con tutte sorti di armi, perfino coll'acqua bollente, che furiosamente versavano contro gli assalitori. Fu il presidio parte preso, parte tagliato a pezzi. Poco stante cedeva anche il castello della Pietra; ma di nuovo i Francesi se ne impadronivano, e di nuovo ancora lo perdevano. Con lo stesso furore si combatteva nei luoghi più bassi verso Calliano, e fu quel forte passo preso, ripreso,perduto, e riconquistato più volte ora da questi, ora da quelli. Era tuttavìa dubbia la vittoria, quantunque le artiglierìe di Ocskay, ed i feritori Tirolesi non cessassero di fare scempio dei Francesi, quando improvvisamente udissi fra di loro, se per paura, o per tradimento non bene si sa, un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si scompigliava tutto il campo, e si metteva in rotta. Non si perdeva per questo d'animo Vaubois, e raccolti, meglio che potè, i suoi e calatosi vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare nei siti forti della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto, e tutte le terre circostanti tornavano sotto la divozione dell'antico signore. Perdettero in questo fatto i Francesi sei pezzi d'artiglierìa, e nella ritirata per a Rivoli, essendo seguitati dai Tedeschi, altri sei. Perdettero, oltre a questo, non poche munizioni; noverarono due mila soldati uccisi, e mille prigionieri con qualche ufficiale di conto. Furono dalla parte degli Austriaci molto lodati i Croati, e principalmente i cacciatori Tirolesi, ai quali fu l'imperatore obbligato dell'acquisto dei castelli di Bezeno e della Pietra. Mancarono fra gli Austriaci circa cinquecento soldati fra morti, feriti, e prigionieri; desiderarono due cannoni. Questa fu la seconda battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna pel valore, e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.

Questa vittoria avrebbe potuto partorire la ruina dei repubblicani, se Davidowich tanto fosse stato pronto a seguitare il corso della fortuna prospera, quanto erano stati valorosi i suoi soldatial combattere; conciossiachè, se pressato avesse, senza mai dargli posa, ed incalzato l'inimico innanzi che avesse avuto tempo di respirare, e di rannodarsi, verisimile cosa è, che avrebbe prevenuto tutti gl'impedimenti, e, superato facilmente la Corona e Rivoli, sarebbe comparso improvvisamente grosso e vittorioso sulle rive del Mincio: il che avrebbe posto in gravissimo pericolo Buonaparte, che era alle mani sulla Brenta con Alvinzi, e dato comodità al generalissimo d'Austria di farsi avanti a congiungere le due parti per correre grosso, ed intiero alla liberazione di Mantova. Ma Davidowich per una tardità o negligenza certamente inescusabile, se ne stava più di dieci giorni alle stanze di Roveredo, con lasciare quasi quiete le armi, e non si moveva per alle fazioni del Mincio, se non quando la fortuna, per la perizia e velocità di Buonaparte, aveva già fatto una grandissima variazione tra la Brenta e l'Adige.

Erasi il generalissimo Alvinzi fatto signore del passo della Brenta con occupare Bassano, Cittadella, e Fontaniva, ed avendo avuto avviso delle prime vittorie di Davidowich nel Tirolo, aveva ordinato, che i suoi varcassero il fiume. Sboccava Quosnadowich nella parte superiore da Bassano, e posava le sue stanze a Marostica, ed alle Nove. Liptay correva ad alloggiarsi più sotto tra Carmignano, e l'Ospedal di Brenta: ma siccome quegli, che solo guidava la vanguardia, fu stimato troppo debole, e però fu fatto seguitare dalla battaglia condotta da Provera, che aveva varcato il fiume a Fontaniva. Al tempo stesso Mitruski,padrone del castello della Scala, mandava guardie insino a Primolano per sopravvedere quello, che fosse per succedere nella valle della Brenta, della quale stavano le due parti in grandissima gelosìa. Buonaparte, confidando di compensare con la celerità quello, che gli mancava per la forza, aveva fatto venire a se, oltre le schiere tanto valorose di Massena e di Augereau, le guernigioni di Ferrara, Verona, Monbello e Legnago. Era suo pensiero di assaltare Alvinzi, di romperlo, e, camminando quindi con somma celerità per la valle verso le fonti della Brenta, di riuscire alle spalle di Davidowich, e di sgombrare per tal modo e al tempo stesso, l'Italia ed il Tirolo dalla presenza degli Austriaci; pensiero certamente molto audace, e da non venir in capo, che a lui, che tutto era, per la gioventù e pel vigor dell'animo, coraggio e prestezza. Urtava Augereau Quosnadowich, Massena Provera: ne nasceva il dì sei novembre una sanguinosa zuffa. Dure furono le prime Italiche battaglie, ma questa è stata molto più. Si attaccavano con grandissimo furore Augereau e Quosnadowich, ambi capitani esperti, ambi valorosi: ora cedeva l'uno, ora cedeva l'altro; Alvinzi, che conosceva l'importanza del fatto, mandava continuamente alla sua parte nuovi rinforzi. Fu preso, perduto, ripreso, e riconquistato più volte il villaggio delle Nove, e sempre con uccisione orribile delle due parti. Si combattè, prima con le artiglierìe, poi con la moschetterìa, poi con le bajonette, poi con le sciable, finalmente con le mani e con gli urti dei corpi;valore veramente degno della fama Francese ed Austriaca. Infine restarono i Francesi signori del combattuto villaggio; ma seppe tanto acconciamente Quosnadowich schierare i suoi, che grossi e minacciosi si erano ritirati dal campo di battaglia, nell'alloggiamento che dai monti dei sette comuni si distende per Marostica sino alla Punta, che quantunque urtato e riurtato da Augereau, si mantenne unito, e rendè vano ogni sforzo del suo animoso avversario. Ma dall'altro lato non si combattè tanto felicemente per Provera contro Massena; perchè, sebbene l'Austriaco non fosse rotto, sentissi non ostante tanto gravemente pressato, che stimò miglior partito il ritirarsi sulla sinistra del fiume, rompendo anche il ponte di Fontaniva, acciocchè il nemico nol potesse seguitare. Fessi notte intanto; l'oscurità e la stanchezza, poichè si era combattuto tutto il giorno, piuttosto che la volontà, pose fine al combattere che fu mortalissimo; perchè tra morti, feriti, e prigionieri desiderò ciascuna delle parti circa quattromila soldati. Il generale francese Lanusse, ferito da colpo di arma bianca, cadde in potere dei Tedeschi.

Il non aver potuto rompere gl'imperiali in questo fatto, diede a pensare a Buonaparte. Vano era lo sperare di poter riuscire a montare per la valle di Brenta verso il Tirolo. La perdita di Segonzano e di Trento, di cui egli aveva avuto notizia, dava giustificato timore per Verona e per Mantova, e l'ostinarsi a voler combattere un nemico grosso, avvertito, ed insistente in un sito forte, non sarebbe stato senza grave danno; perchèponendo anche il caso, che la battaglia succedesse prosperamente, il perdere ugual numero di soldati era più pernizioso ai Francesi manco numerosi, che agli Austriaci più numerosi. Dal che si vede, quanto momento avrebbe recato in tanta incertezza di fortuna Davidowich, se si fosse spinto avanti con quel medesimo vigore, col quale aveva combattuto a Galliano, e fosse andato a dirittura a ferire Corona, e Rivoli. Mosso da queste considerazioni si deliberava Buonaparte a levar il campo dalle rive della Brenta per andarlo a porre su quelle dell'Adige nel sito centrale di Verona. Per la qual cosa il dì sette novembre molto per tempo mosse l'esercito verso Vicenza, e non fece fine al ritirarsi, se non quando arrivò sotto le mura di Verona. Il seguitavano il giorno medesimo i Tedeschi, succedeva un aspro combattimento a Scaldaferro. Entravano gl'imperiali il dì otto in Vicenza, il nove alloggiavano a Montebello. Quivi pervenivano ad Alvinzi le desideratissime novelle della vittoria di Calliano; perciò spingendosi più oltre andava a porre il campo a Villanova, terra posta a mezzo cammino tra Vicenza e Verona. Intenzion sua era di aspettare in quest'alloggiamento, che cosa portassero le sorti in Tirolo, e massimamente che Davidowich, superati i forti passi della Corona e di Rivoli, si fosse fatto vedere a Campara ed a Bussolengo; perchè allora si sarebbe mosso egli medesimo verso quella parte che più sarebbe stata conveniente per congiungersi col vincitore del Tirolo. Ordinava intanto varie mosse per dare diversi riguardi al nemico, e per tenerlosospeso del dove volesse andar a ferire. Apprestava eziandio quantità grande di scale, come se fosse per dare la scalata a Verona. Già aveva mosso la vanguardia, e fatta posare nell'alloggiamento di Caldiero più vicino alla città.

Minacciato Buonaparte a stanca ed alle spalle da un generale vittorioso, a fronte da un generale, se non vittorioso, almeno più forte di lui, aveva tutti i partiti difficili: perchè l'aspettare era dar tempo a Davidowich di assalirlo alle spalle, e di far allargare ad un tempo l'assedio di Mantova; l'assaltare era un commettersi all'ultimo cimento per la salute de' suoi, e per la conservazione della sua gloria. Ma non istette lungo tempo in pendente, perchè sapeva, che i consigli timidi fanno i Francesi meno che femmine, i generosi, più che uomini. Si risolveva adunque a voler pruovare a Caldiero, se la fortuna volesse perseverare a mostrarsi benigna verso di lui, ed a cangiarsi in contraria. Usciva da Verona; guidava Massena l'ala sinistra, Augereau la destra. Incontrati i primi corridori nemici a San Michele ed a San Martino, facilmente gli fugava: il giorno dodici novembre era destinato alla battaglia. Eransi molto acconciamente accampati i Tedeschi; perchè l'ala loro stanca s'appoggiava a Caldiero, ed alla strada maestra, che da questa terra si volge a Verona. La destra era schierata sul monte Oliveto, ed occupava il villaggio di Colognola, sito erto, e difficile ad espugnarsi. Le restanti genti di Alvinzi continuavano a stanziare a Villanova in ordine di spignersi avanti, come prima si fosse incominciato a menar le mania Caldiero. Non così tosto il giorno appariva, che andavano i repubblicani all'assalto. Già Augereau aveva conquistato Caldiero, e preso al nemico cinque cannoni: già Massena si distendeva a sinistra, e, fatti dugento prigionieri, aveva circuito la punta dritta degli Alemanni, passando per Lavagno ed Illasi, quando il tempo, che già era freddo e piovoso, si cambiava improvvisamente in minutissima grandine, che spinta da un vento di levante assai gagliardo, percuoteva nel viso i Francesi, e gl'impediva di vedere, e di combattere con quell'ordine, e con quel valore che si richiedevano. S'aggiunse, che, secondochè era stato ordinato dall'Alvinzi, la grossa schiera Tedesca giugneva correndo da Villanova per modo che tra pel tempo avverso, e l'urto di questa gente fresca, rallentavano i Francesi l'impeto loro, ed incominciavano a declinare. Le cose erano in grave pericolo; perchè il generale Schubirtz mandato dall'Alvinzi, aveva dato addosso con cinque battaglioni, passando per Soave e per Colognola, a Massena; e Provera con quattro battaglioni instava ferocemente contro la destra di Augereau, mentre nel mezzo Alvinzi medesimo rinforzava, e rincuorava i suoi con un nuovo nervo di genti. Già pareva disperata la fortuna Francese, quando Buonaparte spingeva avanti a combattere la sessagesimaquinta, che fin allora aveva tenuta in serbo; rinfrescava ella la battaglia, e la teneva sospesa fino alla sera, instando però sempre gl'imperiali grossi, ed ordinati. Finalmente, pruovato grave danno, levandosi i repubblicani con tutto l'esercito da Caldiero, si ritraevanodi nuovo a Verona. Dei morti, feriti, e prigionieri fu uguale la perdita per ambe le parti; ma più grave pei Francesi, per la ferita e prigionia del generale Launay, e per la ferita del colonnello Dupuis, uno del guerrieri più animosi di Francia. Montarono gli uccisi a ducento, i feriti a seicento, i prigionieri a cencinquanta.

Era a questo tempo caduta in grande declinazione, e molto pericolosa la condizione dei repubblicani. Poteva Davidowich prostrare improvvisamente i campi della Corona e di Rivoli, e romoreggiare alle spalle di Buonaparte, mentre Alvinzi grosso e vittorioso lo assalirebbe di fronte, ed il manco che potesse avvenire, era la liberazione di Mantova, scopo principale di tanti pensieri. Il dar mano poi al ritirarsi non si sarebbe potuto fare senza fuga, e senza correre sino alla sponda destra dell'Adda, perchè già Laudon incominciava a farsi vedere sui confini del Bresciano. Quale effetto, quale sollevazione fosse per produrre nei popoli italiani un sì grave accidente, facile cosa è il pensare: l'Emilia perduta, il papa vittorioso, Milano titubante, il re di Sardegna con nuovi pensieri, tanti odj liberi, tante ire senza freno facevano temere ai repubblicani ogni più grave estremità. L'animo stesso di Buonaparte, avvengadiochè tanto vigoroso e forte fosse, da tristi pensieri annuvolato, ed in gran malinconia venuto, incominciava a fiaccarsi, e a diffidar della vittoria. Scriveva, avere ricondotto i soldati scalzi, e consumati dalle fatiche a Verona; disperare di Mantova; i più valorosi feriti; gli ufficiali superiori, i generali migliori non poterpiù sostener le battaglie; quelli, che arrivavano, essere inesperti, ed in loro non aver fede i soldati; l'esercito Italico ridotto a poche genti; gli eroi di Lodi, di Millesimo, di Castiglione, di Bassano o morti, o infermi; non aver più le legioni dell'antica possanza che l'animo, ed il nome; feriti Joubert, Lannes, Lanusse, Victor, Murat, Charlot, Dupuis, Rampon, Pigeon, Menard, Chabran; vedersi il repubblicano esercito, vedersi, e sentirsi abbandonato dalla sua patria nell'estreme regioni d'Italia; la fama delle sue forze avere fin là giovato, ma oggimai pubblicarsi a Parigi, solo essere di trenta mila soldati; i più valorosi mancati di vita, i superstiti avere presto in casi tanto pericolosi a lasciarla; forse esser giunta l'ora estrema di Augereau, di Massena, di Berthier, di lui medesimo; che sarebbe allora per avvenire di tanti bravi soldati? Questo pensiero farlo più cauto, non osar più affrontar la morte, perchè la morte sua condurrebbe all'ultima rovina tanti prediletti compagni; volere fra breve far un ultimo sforzo; se la fortuna il secondasse, fora Mantova sua, e l'Italia con essa.

Tali erano le querele di Buonaparte in quell'estremo momento. Ma se si era perduto di animo, non aveva perduto la mente, e tosto trovava modo di riscuotersi: al che gli aprirono occasione le lentezze Tedesche. Ebbe egli in quest'ultimo punto un pensiero, si vede come da un solo concetto spesso pendano i destini degl'imperi, dal quale nacque inopinatamente la sua salute, e quella de' suoi; per lui ancora rincominciossi la non interrotta sequela di fatti, che tanto il feceroglorioso in armi, e tanto potente sopra la terra. Aveva Alvinzi, dopo la giornata dei dodici, in mano sua tutto il destino della guerra; perchè, se subito dopo avuta quella vittoria, usando la diminuzione d'animo, in cui per lei si trovavano i repubblicani, gli avesse acremente e celeremente perseguitati, ogni probabilità persuade o che avrebbe vinto Verona, o che almeno, distendendosi a dritta, avrebbe potuto varcar il fiume in un luogo superiore, ed in tal modo accozzarsi con Davidowich. Ma invece di correre contro il nemico declinante, e di non dargli respitto, soprastava inoperoso due giorni nelle stanze di Caldiero a deliberare con Quosnadowich, Veiroter, e Provera intorno a quello, che fosse a farsi. Voleva Quosnadowich, animoso capitano, che si desse dentro incontanente; ma a questo non voleva risolversi Alvinzi, o che credesse, per troppa confidenza, la guerra già vinta, che volesse aspettare, che Davidowich avesse superato gli alloggiamenti della Corona e di Rivoli. Fatto sta, che Buonaparte usando assai maestrevolmente la occasione, ordinava una mossa, che, convertendo del tutto le sorti, fece che siccome prima Alvinzi era padrone della guerra, dopo, fosse Buonaparte; ed il generale Tedesco, che poteva dare l'indirizzo alle fazioni militari, come conveniente gli fosse paruto, fu costretto ad obbedire a quello, che fosse per dare al generale francese. Il fiume Adige calandosi dalle scoscese montagne del Tirolo corre dirittamente da tramontana a ostro insino a Bussolengo, terra situata alle ultime radici del Montebaldo; ma daquesta terra il suo corso incominciava a declinare verso il levante, per guisa che volta le sue onde a scirocco, ed in tal modo calandosi incontra rapido e profondo Verona; quindi passa, seguitando sempre la direzione medesima insino a Zevio, dove giunto essendo, la sua inclinazione diventa maggiore, e corre, non più verso scirocco schietto, ma piuttosto verso levante scirocco: il quale corso ei serba insino ad Albaredo, dove di bel nuovo si volta a scirocco. Questa inclinazione del fiume è cagione, che chi il varcasse a Ronco, luogo situato fra Zevio ed Albaredo, avrebbe Villanova più vicina che Verona. Aveva Alvinzi lasciato a Villanova le più grosse artiglierìe, i carriaggi, le bagaglie, e le munizioni: era anche questa terra sulla principale strada da Verona a Vicenza. Bene considerate tutte queste cose venne Buonaparte in isperanza di sorprendere con un subito passo quell'alloggiamento principale degl'imperiali, e di tagliargli fuori da Vicenza e dai loro sicuri ricetti del Friuli e del Cadorino. E ponendo eziandio che il disegno non sortisse tutto quel fine, ch'ei si proponeva, questo almeno era sicuro di conseguire, che Alvinzi si sarebbe, per combatterlo, necessariamente condotto verso le parti inferiori dell'Adige; il che l'avrebbe allontanato da Davidowich, ed impedito la congiunzione dei due eserciti imperiali tanto temuta, e con tanta ragione dal generale Francese. Confidava Buonaparte, che, varcando di nottetempo l'Adige a Verona, e correndo speditamente sulla sua destra sponda sino a Ronco, e quivi sulla sinistra ripassando, e tuttavia velocemente marciando, sarebbe riuscito adarrivar addosso a Villanova innanzi che Alvinzi si fosse accorto del pericolo, ed avesse potuto farvi i provvedimenti necessari. Dava favore a questa fazione il considerare, che il Tedesco, non addandosene, non aveva guernito la sinistra del fiume sotto Verona di presidj sufficienti. Solo aveva mandato il colonnello Brigido coi pochi Croati ed Ungari, piuttosto per sopravvedere che per combattere. La notte adunque dei tredici ordinava Buonaparte, e questo fu il pensiero salutifero, a Massena e ad Augereau, varcassero con tutte le genti loro l'Adige a Verona, corressero frettolosamente la destra del fiume sino a Ronco, quivi il rivarcassero sopra un ponte estemporaneo di piatte, e passando per Arcole e per San Bonifacio sovraggiungessero improvvisamente addosso a Villanova. Questa fu veramente una mossa da gran maestro dell'arte, e fra tutte quelle ordinate dai più rinomati capitani sì degli antichi, che dei moderni tempi non vedo alcuna, che più di questa sia non che da lodarsi, da ammirarsi. Riuscirono improvvisi, e senza che gl'imperiali sentore ne avessero, a Ronco i repubblicani, e tosto, fatto un ponte, varcarono. Varcava Augereau primo, Massena secondo: la duodecima fu lasciata a guardia del ponte, la cavalleria sulla destra sponda pronta a passare, ove il bisogno ne venisse. S'incamminava Massena a Porcile per sopravveder ciò, che fosse per nascere dalle parti di Caldiero, Augereau s'addirizzava verso Arcole. L'uno e l'altro dovevano ricongiungersi per marciare unitamente contro Villanova. La natura del paese pose impedimento all'esecuzione dell'intierointento di Buonaparte, ma però non tanto, ch'ei non conseguisse una somma e gloriosa vittoria e con essa il principal fine del suo proponimento. Ma perchè tutte queste cose s'intendano da chi ci legge, necessario è, che per noi si descriva la natura dei luoghi, che furono sedia di fatti tanto memorabili. Giace Villanova, principal mira di tutto questo moto, sulla sinistra riva di un grosso torrente chiamato Alpone, il quale scendendo impetuosamente dalle montagne dei sette comuni, s'avvicina all'Adige, in cui mette foce tra Ronco, e Albaredo. Questo torrente approssimandosi alle rive del fiume, incontra una bassa fondura, dove serpeggiando e rallentando il corso, forma paludi, o terreni coperti da acque stagnanti. In questi terreni appunto per la bassezza loro sopraffatti dalle acque, ed in mezzo a queste paludi, e pure sulla sponda sinistra dell'Alpone siede il villaggio di Arcole, che i repubblicani dovevano necessariamente attraversare per condursi a Villanova. Due argini principali danno l'adito per questa limacciosa palude, dei quali il primo porta da Ronco ad Arcole, e quindi a Villanova; il secondo partendo dal primo, quando ei si volta verso Arcole, rade più accosto l'Adige all'insu, ed accenna a Porcile, e di là a Caldiero. Biasimano alcuni, per le cose che seguirono, Buonaparte del non aver passato l'Adige più sotto verso Albaredo; il che se avesse fatto, avrebbe evitato il passo dell'Alpone. Altri ancora gli danno carico del non aver passato l'Alpone con gettar un ponte là dove mette nell'Adige; ma siccome la sua risoluzione fu improvvisa,così ei non poteva conoscere tanto al minuto la natura dei luoghi, nè prevedere, che un ignobile torrente, ed un umile ponte di piccolo villaggio fuor di mano dell'esercito Tedesco avessero ad essere un intoppo sì duro al suo intendimento. Bene da dannarsi è la sua ostinazione dello aver voluto per due giorni continui sforzare il passo al ponte d'Arcole; il che fu cagione della morte di tanti valorosi soldati, mentre ei poteva, fin dal primo, quando incontrò tanta resistenza, fare quello, che fece il terzo. Prevedendo poi, che nella depressione di fortuna in cui si trovava, e nelle battaglie che erano imminenti, avrebbe avuto bisogno di tutte le sue forze, si era deliberato, subito dopo il ributtamento di Caldiero, di far venire al campo principale tre mila soldati, di quelli che stavano sopra l'assedio di Mantova. Infatti era il giorno medesimo, in cui Massena ed Augereau avevano varcato l'Adige a Ronco, che fu il quindici del mese, arrivato a Verona Kilmaine con la schiera dei tremila. Utile pensiero, nè ultimo fu questo a conseguire la vittoria.

Intanto Augereau già era alle prese col nemico al ponte d'Arcole. Avevano gli Austriaci munito questo ponte con artiglierìe, e con barricate, ed empiuto al tempo medesimo le case vicine, che erano merlate, di eccellenti feritori. Nè questo parendo bastare al colonnello Brigido per le difese, aveva collocato sopra e sotto il ponte sulla sinistra dell'Alpone qua e là spessi feritori alla leggiera, i quali tirando contro l'argine, per cui solo i Francesi potevano aver l'adito adArcole, faceva loro l'accostarsi difficile, e micidiale. I primi repubblicani che si affacciarono, furono da una immensa grandine di palle, e di scaglia sfragellati; e certamente non mai guerrieri combatterono con maggior valore nelle battaglie più aspre e più difficili, con quanto i difensori di Arcole combatterono in questo fatto. Disordinati e titubanti si allontanavano i Francesi da un luogo di sì grave tempesta. Ma i capi, che sapevano di qual momento fosse, e che l'impeto in tale caso era più sicuro dell'indugio, gli ricondussero allo sbaraglio. Conoscendo però, che l'esempio era più efficace per fargli andare avanti, che le parole, si fecero essi medesimi guidatori delle colonne, ed appresentarono i primi i valorosi petti loro a quei fulmini tanto terribili. Ma nè il nobile coraggio loro, nè la pietà tanto maravigliosa verso la patria non poterono operare di modo che si superasse quel mortalissimo intoppo. Imperciocchè i Tedeschi traendo spessi e fermi, ed opponendo una costanza invincibile ad un coraggio impetuoso, assottigliavano con tante morti, ed affievolivano con tante ferite le Francesi squadre, che fu loro forza tornarsene indietro disordinate e sanguinose: i granatieri stessi, scelta ed invitta gente, cedettero. Lannes fu ferito, feriti Verdier, Bon, Verne, prodi tutti, e sperimentati capitani di guerra. Ricordavasi in questo punto Augereau del ponte di Lodi, e, dato di mano ad una insegna, si piantava in mezzo al ponte, invitando i compagni a seguitarlo. Il seguitavano laceri e sanguinosi com'erano. Ma i Tedeschi gli sfolgoravano novellamente pertal maniera, che tra morti e feriti l'abbattuta fu in poco d'istante sì grande che i superstiti spaventati, ed Augereau medesimo a tutta fretta si ritiravano. Seguitava un silenzio nelle genti Francesi, segno di scoraggiamento; già i capi temevano che succedessero grida assai peggiori del silenzio; tuonavano tuttavia gli Alemanni con l'artiglierìe, e con l'archibuseria. Così poche genti trincerate a caso in un piccolo villaggio avevano posto in grave pericolo, a cagione della difficoltà dei luoghi, tutta una oste coraggiosa per natura, e confidente per vittorie. Pressava il tempo; la fortuna di Francia in Italia inclinava ad una fatale rovina. Nè poteva dubitarsi, che Alvinzi, subito che avesse avuto avviso del fatto, non fosse per venire con tutta la sua mole in ajuto de' suoi; e come potevano sperare i repubblicani di superar tutti, quando una sola e piccola parte si mostrava insuperabile? Queste cose riandava in mente Buonaparte, nè curando la vita, nè curando la sicurezza dell'esercito in sì estremo frangente, venuto là dove i più animosi lo potevano udire, disse loro ad alta voce:Or non siete voi più i soldati di Lodi? or dov'è il vostro coraggio!

Questo parlare di Buonaparte a Francesi non poteva non partorire un grandissimo effetto; si rianimavano anche i più timorosi: tutti gridarono, comandasse pure gli guidasse alla battaglia. Cominciava a sperar bene, si avventava egli il primo, attorniato dai principali verso il formidabil ponte. Intanto, cosa maravigliosa in un accidente tanto spaventoso, non aveva omesso Buonaparte di ordinare quello, che avrebbe potuto,se il terzo assalto, che si preparava, avesse avuto infelice fine, ristorare la fortuna cadente, e dargli in mano Arcole, passo tanto essenziale alla vittoria. Primachè si muovesse al cimento fatale comandava a Guyeux, che se ne gisse a varcar l'Adige al passo di Albaredo, ed evitato per tal modo l'Alpone, desse dentro all'impensata al fianco sinistro di Arcole. Egl'intanto, smontato da cavallo, e dato di mano ad una insegna, e postosi in capo alla stretta fila, che sull'argine insistendo, si avviava al ponte, animava i suoi a seguitarlo. Nè furono lenti, anzi coi corpi loro serrandosi attorno a lui, pietosa cura, i granatieri massimamente, coraggiosi per indole, furibondi per la resistenza, già facevano tremare coi tiri, e col calpestìo numeroso la destra sponda del contrastato ponte. Nè già più si ricordavano della morte di tanti compagni, nè delle ferite proprie, nè del sangue sparso: solo miravano a vincere quella pruova terribile e fatale, Lannes medesimo, quantunque già fievole per due grosse ferite, udito il pericolo di Buonaparte, non se ne volle star a badare, e si mescolava anch'egli nella battaglia. Procedeva avanti quel globo formidabile; già metteva piede sul ponte, quando gli sopraggiunse addosso da fronte e dai fianchi un nugolo sì fitto di Tedesche palle, tanto grosse quanto minute, che rotto e trafitto nelle più vitali parti, fu costretto a dare frettolosamente indietro. Restava ferito Lannes di una terza ferita, restava ferito Vignolle, restava ucciso Muiron, ajutante del generalissimo, a canto a lui. Sboccavano allora gli Austriaci dal ponte, eseguitando la vittoria, menavano, con l'armi corte e bianche, strage di coloro, che scampati alla furia delle artiglierìe, e degli archibusi si ritiravano. In quella feroce mischia era Buonaparte, per esortazione de' suoi, rimontato a cavallo, e già cedeva all'impeto del nemico, quando un furioso caricare di scaglia rotti avendo, lacerati, ed uccisi tutti coloro, che gli stavano intorno, trovossi solo esposto al furore di tutte le armi Austriache. In questo punto medesimo spaventato il suo cavallo da quell'alto romore, e da quel trambusto orrendo, gittava se, ed il suo signore nella vicina palude. Gli Austriaci, perseguitatori dei Francesi, non accorgendosene, oltrepassavano il luogo, dove il guerriero fatale ad Austria si giaceva; pareva del tutto disperata la sua fortuna. Ma il generale Belliard, accortosi del fatto, tanto disse, e tanto fece coi granatieri, amatori del loro capitano supremo, che voltato subitamente il viso, e dato un forte rincalzo ai Tedeschi, gli ributtavano di nuovo fino al ponte, ed impedivano un caso ponderosissimo. Già Buonaparte, al quale fu presto in quell'estremo pericolo, con troppo infelice opera per la sua patria, un soldato Veneziano, che militava nelle schiere di Francia, rimesso a cavallo, fu ricondotto dai soldati pieni di allegrezza per la sua insperata salute, ad un sicuro alloggiamento.

Non così tosto aveva Alvinzi avuto le novelle di un fatto tanto straordinario, che costretto ad obbedire a quel nuovo corso di guerra, che con tanta audacia e perizia aveva il suo avversarioaperto, abbandonato il pensiero di assaltar Verona, e di congiungersi per allora con Davidowich, ordinava in primo luogo, che tutti gl'impedimenti e le munizioni si ritraessero da Villanova a Montebello; perciocchè ebbe tosto penetrato qual fosse l'intento del capitano di Francia. Poscia dirizzava sei battaglioni di fanti sotto la condotta di Provera a Porcile, e quattordici battaglioni di fanti con sedici squadroni di cavallerìa fidati a Mitruski a San Bonifacio per alla via di Arcole. Viaggiavano queste nuove schiere con molta prestezza, mentre si combatteva al ponte, e qualunque avesse a riuscir l'effetto della presenza loro sul campo di battaglia, già si comprendeva, che Buonaparte aveva conseguito il suo intento di rompere ad Alvinzi il disegno di conquistar Verona, e di unirsi con Davidowich. Già era Provera con la sua squadra giunto a Bionda, pronto a ferire sul fianco sinistro i repubblicani, ma a un duro incontro di Massena fu risospinto fin oltre Porcile.

Mentre in tal modo si combatteva ad Arcole ed a Porcile per la maggior parte dell'esercito Francese, erasi Guyeux, passato l'Adige ad Albaredo, andato aggirando sulla sinistra dell'Alpone, e compariva improvvisamente sotto le mura di Arcole al punto stesso, in cui i difensori ne erano usciti per dar addosso alla risospinta schiera di Augereau. Nè fu lungo il combattere, perchè e poco era il numero dei difensori, e la terra da quel lato priva di ogni difesa. Vi entrava facilmente Guyeux; il che fa vedere, quanto agevole vittoria avrebbe conseguito Buonaparte, seavesse in sulle prime egli medesimo fatto quello, che aveva ordinato a Guyeux di fare. Ma gli Austriaci, che conoscevano l'importanza della terra, si muovevano col grosso delle loro forze da San Bonifacio, e prestamente la ricuperavano. Già annottava: Buonaparte, perduta ogni speranza di acquistare Arcole in quel giorno, e temendo, giacchè era vicino l'esercito Tedesco, di essere condotto a mal partito in mezzo all'oscurità della notte, riduceva tutte le sue genti sulla destra dell'Adige, lasciando solamente la duodecima alla guardia del ponte, e la sessagesimaquinta alloggiata in un bosco a destra dell'argine, per cui si va ad Arcole.

Due cose mirabili sono a notarsi in questa notte, la prima delle quali si è la costanza di Buonaparte, e dei Francesi del non essersi sbigottiti pei due feroci ributtamenti di Caldiero e di Arcole, e questa è degna di grandissima commendazione; la seconda si è, e questa è certamente degna di molto biasimo, che Buonaparte si sia ostinato, ora che sapeva che tutto l'esercito d'Alvinzi era accorso alla difesa di Arcole, a volere assaltare questa terra pel ponte tanto funesto a' suoi, mentre avrebbe potuto o girare per Albaredo, come aveva fatto Guyeux, o far opera di passar l'Alpone verso la sua foce nell'Adige. Certamente assaltando Arcole pel ponte, era il terreno assai svantaggioso ai repubblicani, e se tanto mortale fu l'assalto dato a quel passo, quando vi erano pochi soldati a guardia, quale si doveva credere che fosse per essere, ora che tutta la possanza del generale Austriaco si eraridotta ad assicurarlo? Infatti l'effetto della seconda e terza battaglia di Arcole dimostrò apertamente, quanto fosse irragionevole l'ostinazione di Buonaparte; perchè ei non riuscì vincitore, se non quando si risolvè a passar verso la sua foce l'Alpone, per andar a ferire Arcole sul suo fianco sinistro.

Sorgeva appena il giorno sedici novembre, quando e Francesi, e Tedeschi givano di nuovo con animi infestissimi ad incontrarsi. Avevano i primi di nuovo varcato sulla sinistra dell'Adige, erano i secondi usciti di Porcile e di Arcole per andare a trovar l'inimico. Al tempo medesimo mandava Alvinzi una grossa squadra di cavallerìa a guardare il passo di Albaredo, donde era venuto il pericolo per opera di Guyeux, e muniva tutta la sinistra dell'Alpone di spessi ed esperti feritori alla leggiera. Fu come quello del giorno precedente, durissimo l'incontro dell'armi, combattendosi assai virilmente da ambe le parti. Fu il primo Massena a far piegare la fortuna in favore dei repubblicani, perchè attaccatosi con Provera, che veniva da Porcile, dopo un ostinatissimo conflitto, lo risospingeva sin dentro a questa terra con perdita di molti uccisi, ottocento prigioni, sei cannoni, e quattro bandiere. Il generale Robert assaltava i Tedeschi sull'argine di mezzo, e molti ne buttava nel pantano. Nè se ne stava Augereau ozioso; che anzi opponendo valore a valore, già aveva risospinto gli Alemanni sin dentro ad Arcole, e dava nuovo assalto al ponte. Ma quivi accadeva quello, che era accaduto prima; che con tal furia menarono le mani gl'imperialicondotti da Alvinzi medesimo, ed alloggiati al ponte, nelle case vicine, e lungo la sinistra del contrastato Alpone che i Francesi se ne tornarono indietro dopo di aver patito un orribile macello. Parecchie volte andava alla carica Augereau, altrettante era costretto a cedere con istrazio maggiore: miserabile era la scena di tanti Francesi morti e feriti ammonticchiati sulla bocca del ponte, mentre gli Austriaci, siccome quelli che combattevano da luoghi sicuri, avevano sofferto leggier danno. Sette ufficiali Francesi, o generali, o superiori, furono sconciamente feriti in questa fiera mischia. Chiaro si vedeva l'errore di Buonaparte del volersi ostinare a guadagnare, con far forza di fronte, questo varco. Alcuni accusano Augereau di questa ostinazione, come se Augereau avesse assaltato il ponte non per comandamento di Buonaparte, come se egli si fosse ardito di usare una tanta trasgressione in un affare massime di tanto momento, e sotto gli occhi stessi del generalissimo. Errare è comune destino degli uomini, e nissuno dee dubitare a dire, che anche Buonaparte abbia errato in materia di guerra, perchè anche con qualche errore, sarà egli sempre, e meritamente riputato dagli uomini, sinceri estimatori delle cose, uno dei migliori capitani, che siano comparsi al mondo, e non è punto necessario di maculare la fama altrui per far risplendere la sua, che già tanto in queste guerresche faccende da per se stessa risplende veramente.

Finalmente la sorte declinante della battaglia, più che tante infelici morti de' suoi, faceva accortoBuonaparte del commesso errore, e pensando a quello, a che avrebbe dovuto pensare prima, si metteva all'opra del far gettare in copia fascine nell'alveo dell'Alpone verso la sua foce, con isperanza che avrebbero fatto un sodo sufficiente, perchè i suoi soldati potessero passare a man salva. Ma riusciva vano l'intento, perchè la corrente delle acque diveniva per quell'ostacolo tanto impetuosa, che il passare si pruovò più difficile di prima. In questo fortunoso punto succedeva un fatto di grandissimo ardimento, e fu, che il generale Vial, portato da incredibile ardore, volle far pruova di passare a guado con tutto un intiero battaglione, quantunque i soldati avessero l'acqua fino alla gola, ed i Tedeschi continuassero a trarre furiosamente dalla riva opposta. Ma non era ancor giunto alla metà del rivo, che fu obbligato a tornarsene sulla destra a cagione di una fittissima tempesta di scaglia, che gli lanciarono addosso gl'imperiali. Restava ucciso in quest'incontro un Elliot, aiutante di Buonaparte, ufficiale assai riputato pel suo valore. In questo mentre Alvinzi, volendo usar la occasione della diminuzione d'animo prodotta necessariamente nel nemico da tanti e sì mortali ributtamenti, usciva grosso da San Bonifacio, con intento di pruovare, se gli venisse fatto di cacciar i Francesi nell'Adige, od almeno di costringergli a ripassare il ponte di Ronco più frettolosamente, che non l'avevano passato. Il pensiero del generale Tedesco era assai pericoloso pei repubblicani; ma fu pronto al riparo Buonaparte, poichè, siccome gli Austriaci erano obbligatia marciar sull'argine per gire all'assalto, con alcune artiglierie piantate da lui in un luogo opportuno, gli faceva star addietro. Così la strettezza dei luoghi nocque ai Tedeschi, come nociuto aveva ai Francesi, perchè nè gli uni nè gli altri potevano spiegare le ordinanze loro; ma fu di più grave danno ai Tedeschi, perchè essendo più grossi, avevano maggiore speranza, se avessero potuto allargarsi, di vincere l'inimico. Sopraggiungeva in fine la seconda notte, che faceva sosta al sangue ed alle morti. Tornavano gl'imperiali negli alloggiamenti loro di San Bonifacio e di Arcole, i repubblicani si ritiravano sulla destra dell'Adige, lasciata di nuovo la duodecima a guardia del ponte di Ronco.


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