Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si ritrovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra infuriate. Novi venuto in contesa parecchie volte cedeva ora alla fortuna di Francia, ora a quella d'Austria; ma niuna cosa si scopriva certa, se non gli oltraggi e le rapine dei forestieri, o amici o nemici che si qualificassero. Successe nondimeno un giorno un fatto di qualche importanza, per cui condotti i Francesi con molt'arte e valore da San Cyr, ruppero i soldati di Kray, e gli rincacciarono fin oltre a Tortona. Alloggiaronsi i Francesi al Bosco: ma poco tempo dopo i Tedeschi venuti più grossi, gli facevano tornare indietro, obbligandoli a cercar ricovero sotto la rocca di Gavi. Nel Piemonte superiore calarono i repubblicani per le valli dell'Argentiera, di Pratogelato, di Susa e d'Aosta: occuparono nella prima Demonte, nella seconda Villar e Perusa, e poi anche Pinerolo, nella terza Oulx, Icilia e Susa; fecero anche un motivo insino a Rivoli, donde vedevano le torri della perduta Torino. Nella quarta s'impadronirono del passo difficile della Tuile, e della città d'Aosta, per modo che gl'imperiali impotenti al resistere, calarono a serrarsi nel forte di Bard. Melas, ponderate tutte queste cose, lasciando Kray alla guardia dei paesi, in cui la Scrivia e la Bormida infondono le loro acque, andava aposarsi nei contorni di Bra con circa trenta mila soldati abili a campeggiare in quelle facili pianure. Era questo suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello che posto tra il Tanaro e la Stura, si mostrava opportuno a sopravvedere i moti, che potessero fare i Francesi da Mondovì, di cui erano in possessione, dal colle di Tenda, e dalle valli della Stura, e di Pratogelato, che massimamente accennavano a quel luogo, come a centro comune. Suo intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte, e di trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che aspettava, per andar a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Francesi per le considerazioni, che sopra abbiamo narrato, ricusavano il cimento. Aveva Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato alle guerre del Reno, era investita l'autorità suprema sopra tutte le genti, che si distendevano dalla Magra per tutto il circuito dei Liguri Apennini e delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a se la schiera di Victor, annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo stesso ordinava, che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e per Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal generale Duhesme.Tutte queste genti unite insieme componevano un esercito quasi pari in numero a quello di Melas: la guerra sin allora sparsa e vaga si riscontrava in un sol punto, e tutto lo sforzo si riduceva nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano: sulle rive della Stura era per definirsi quell'ultimo atto dell'Italiana contesa, ed il destino di Cuneo.Dopo vari alloggiamenti presi dai capi dei due eserciti, di cui il fine per Championnet era di accostarsi a Duhesme, che veniva da Saluzzo per quinci pruovarsi di rompere l'ala destra dei Tedeschi, e tagliar loro la strada verso Torino, per Melas di rompere il centro dei Francesi prima della congiunzione di Duhesme: erano la mattina dei nove novembre ordinati nella seguente forma. La schiera di Duhesme, che componeva la sinistra dei Francesi, marciava da Saluzzo verso Savigliano, e quindi contro Marene, in cui stanziava l'ala destra dei Tedeschi. La mezzana, in cui comandavano Grenier e Victor, alloggiava a Savigliano ed a Genola, avendo un forte retroguardo a Lavaldigi. L'ala destra dei Francesi, che obbediva a Lemoine, fermava le sue stanze a Morozzo. Tal era dunque il sito delle genti repubblicane, che Duhesme si muoveva sulla sinistra della Grana, Grenier e Victor tra la Grana e la Stura, il primo a Savigliano, il secondo a Genola, Lemoine sulla destra di quest'ultimo fiume. Dalla sua parte Melas con la destra alloggiava a Marene, con la mezza a Fossano, con la sinistra parte pure a Fossano, parte verso la Trinità. Obbediva la prima a Otto, e con lui doveva cooperare Mitruschi alloggiato a San Lorenzo, la seconda ad Esnitz, la terza a Gottesheim. Ardevano l'una parte e l'altra di venir alle mani; il che era da lodarsi dal lato di Melas, perchè assai gl'importava di combattere prima dell'arrivo di Duhesme, ma non parimente dal lato di Championnet, che doveva indugiarsi insino a tanto che la congiunzione di Duhesmeavesse avuto intieramente il suo effetto. L'uno esercito nel momento stesso si avventava contro l'altro il dì suddetto. I primi ad attaccarsi furono Grenier, ed Otto. Combatterono ambidue tra Savigliano e Marene con estremo valore, essendo il coraggio e la perizia militare uguali da ambe le parti. Studiavansi i Francesi di circuire la punta destra dei Tedeschi, i Tedeschi la sinistra dei Francesi, perchè i primi non volevano restar separati da Duhesme che si avvicinava, i secondi gli volevano separare. Fu lunga, e forte, e variata la mischia; gli uni con gli altri parecchie volte si mescolarono. Ma prevalendo gli Austriaci per le cavallerìe (a questo fine appunto Melas aveva tirato il suo avversario sui campi aperti) furono finalmente i Francesi costretti a ritirarsi in Savigliano. Gli seguitarono acremente i Tedeschi, dando l'assalto alla piazza prima che avessero avuto tempo di riordinarsi. Ciò nondimeno fecero una forte resistenza, e forse non sarebbe venuto Otto a capo di scacciarnegli, se in quel punto non fosse arrivato con tutti i suoi Mitruschi da San Lorenzo, e che diede da un'altra banda la battaglia alla terra. Non potendo Grenier resistere a questo doppio assalto, fu costretto a retrocedere, incamminandosi a Genola, e lasciando in poter del vincitore Savigliano. Le cose succedettero diversamente tra Esnitz e Victor. Uscito il primo da Fossano aveva assaltato il secondo a Genola; ma il Francese gli rispose con tanta gagliardìa, che quantunque il Tedesco per tre volte desse furiosamente la carica, ne fu sempre risospinto con grave danno. Si fece Esnitzajutare da Gottesheim, tutti e due insieme non ebbero miglior fortuna, che un solo. In questo mentre il generale repubblicano Richepanse con un piccolo corpo di cavallerìa, si faceva avanti, ed urtata con gran valore la cavallerìa Tedesca, sforzava Esnitz a ritirarsi più che di passo dentro le mura di Fossano. Quivi nemmeno non era sicuro, e già pensava al modo di abbandonar la piazza per retrocedere più lontano; tanto era stato il danno, che aveva patito in quella forte rincalzata. Ma gli sopravvennero in questo punto le novelle della vittoria acquistata sulla destra da Otto; il che il confortò a star fermo in Fossano, avvisandosi che Victor avrebbe pensato a tutt'altro piuttosto che a nojarlo. Infatti Championnet, per aver considerato il caso sinistro di Grenier, aveva comandato a Victor, che retrocedesse, e venisse a posarsi a Lavaldigi, divenuto l'alloggiamento principale dei Francesi. Esnitz, usando la occasione, usciva da Fossano, acquistava Genola, e perseguitava continuamente Victor alle spalle. Melas, raccolti i suoi, non volendo dar posa al nemico in su quel fervore della vittoria, assaltava Lavaldigi, e dopo un lungo conflitto se ne impadroniva. Ritiravansi i Francesi parte a Centallo, parte a Morozzo. In questo mentre giungeva Duhesme sul campo, in cui si era combattuto sul principio della battaglia, e trovato Savigliano con debole presidio, se ne rendeva padrone, poi marciava per combattere Marene. Diveniva la sua mossa molto pericolosa pei Tedeschi, e se fosse stata fatta qualche ora prima, sarebbe stata per loro pregiudiziale all'estremo. Ma già erano talmentein possessione della vittoria, che fu loro agevole il portar rimedio contro quell'improvviso accidente. Ordinava Melas al generale Sommariva, che andasse a combattere Duhesme. Potè egli giungerlo, quantunque il giorno già inclinasse, e lo costrinse, fattasi dal generale Francese breve resistenza, perchè aveva ricevuto le novelle della rotta dei compagni, a ritirarsi fino a Saluzzo.Avevano gli Austriaci in mano loro la vittoria; restava, che l'usassero. Il giorno seguente attorniarono un grosso squadrone lasciato da Championnet a Ronchi, e lo sforzarono a darsi. Un'altra squadra più grossa, che stanziava a Murazzo, tagliatole il ritorno per Cuneo, fu anch'essa obbligata a cedere in potestà del vincitore. Non pochi repubblicani, che fecero pruova per salvarsi di passar la Stura a nuoto, vi restarono affogati. Avrebbe voluto Melas correre sulla destra del fiume per dar addosso a Lemoine, ma inteso che i Francesi avevano fatto due campi, uno alla Madonna dell'Olmo, l'altro a Caraglio con intenzione di preservare Cuneo, rinunziando al pensiero di varcare, condusse le sue genti vincitrici, dividendole in due colonne, contro quei nuovi alloggiamenti del nemico; i Francesi, non aspettandolo, si ritirarono ai monti. Ma premendo a Melas di fargli allargar da Cuneo, perchè la oppugnazione della piazza non gli potesse venire sturbata, gli perseguitava da tutte bande. Esnitz, seguitando Grenier per la strada del Vernante lo sospingeva sino a Limone. Poco dopo, assalito da Melas, non trovò altro scampo alla sua fortuna caduta, se non quello di salirsene sul difficile ederto giogo di Tenda. Otto cacciava avanti a se i repubblicani per le valli di Stura e di Grana, e si faceva signore di Demonte; poi spintosi più in su, occupava le Barricate e l'Argentiera. Latterman insistendo sulla Maira, e traversando il borgo di Busca, saliva sino a Dronero. Keim, che aveva la custodia particolare del paese all'intorno di Torino, seguitando Duhesme, lo sforzava a tornarsene nella valle d'Icilia alle radici del monte Ginevra, dond'era venuto. Restava, che gli Austriaci togliessero ai Francesi Mondovì, dove si erano riparati Victor, Lemoine e Championnet. Riuscì lor la fazione, perchè sloggiati i Francesi sforzatamente dai due sobborghi per opera di Mitruschi, e dalle eminenze, che dominano la città, per quella di Lichtenstein, l'abbandonarono, ritirandosi ai luoghi più alti della valle del Tanaro. Fuvvi a Bagnasco un duro incontro tra il retroguardo Francese e l'antiguardo Tedesco; nè fu senza grave rischio, e fatica, che il primo potè farsi strada al suo cammino. Occuparono i Tedeschi, sempre ritirandosi i Francesi, Garessio, Ormea, e si spinsero avanti sino al ponte di Nava, che è il passo più difficile e quasi la chiave della strada, che porta su quelle alture da un lato all'altro, non so se mi debba dire dell'Alpi, o degli Apennini, perchè là è appunto il confine fra le due corone di monti, che si chiamano con questi due nomi. Per tale guisa i varj corpi di Championnet, che partendosi da diversi punti di una larga periferia, erano venuti a concorrere, quasi come in centro comune, nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano, dopo la battaglia ivicombattuta, che alcuni chiamano di Fossano, altri di Genola, dispersi, e di nuovo l'uno dall'altro discostandosi, si allargarono, ed ai punti medesimi della periferìa ritornarono. Acquistaronne gli Austriaci facoltà di attendere alla espugnazione di Cuneo sicuramente: il che era lo scopo principale di tante mosse, e di sì ostinata guerra. Perdè Championnet in tutti questi fatti tra morti, feriti e prigionieri circa la terza parte delle sue genti, che è quanto a dire otto mila soldati. Mancarono dal lato dei Tedeschi più di due mila. Ritirossi il capitano del direttorio a Nizza, dove tra il cordoglio dell'esser vinto, e del vedere la depressione della repubblica, l'infezione di una malattia gravissima, che quasi a guisa di peste infuriava, e lo sdegno concetto, perchè Buonaparte tornato dall'Egitto si era fatto padrone di Francia sotto nome di primo consolo, passò di questa all'altra vita. Ei fu capitano debole, ma uomo dabbene; amò la repubblica per lei, quando tanti altri l'amavano per loro.Travagliavansi gli Austriaci intorno a Cuneo, piazza forte, e di molta importanza pel suo sito. Conoscevano quest'importanza i generali dell'imperatore, e però sebbene la stagione già divenisse sinistra alle opere di oppugnazione, si accinsero all'impresa, sperando di compensar con le forze soprabbondanti la contrarietà del tempo. Si alloggiava Melas col grosso delle genti a Borgo San Dalmazzo per impedir ai Francesi il calare dal colle di Tenda verso la piazza assediata. Intanto il principe di Lichtenstein, al quale era stata commessa l'espugnazione, cinta tutto all'intorno lafortezza, si era principalmente alloggiato tra il Gesso e la Stura, che le scorrono, uno a destra, l'altra a sinistra. Intento suo era di far trincee, e di dar la batterìa di quella parte, che sta a fronte della Madonna dell'Olmo. Infatti la notte dei ventisei novembre principiò a scavare, e ad innalzar terra contro la strada coperta, che cingeva il bastione di Sant'Angelo.Obbediva il presidio al generale Clement. Sommava il numero di duemila cinquecento soldati, ma disanimati per le sconfitte, e pel desiderio di tornarsene in Francia, parendo loro disperate le cose d'Italia, oltre a questo non era bene provvista la piazza di munizioni nè da bocca, nè da guerra, perchè e per l'ingordigie solite, e per l'angustia dei tempi non ne era stata mal sufficientemente empiuta. L'esercito stesso, quando guerreggiava nelle vicinanze, era stato obbligato, non avendo da pascersi altronde, a consumare una parte dei viveri d'assedio. Ciò non ostante Clement, non perdutosi d'animo, fece quello che per capitano valoroso si poteva, a fine di sturbare le opere del nemico, ora sortendo a combattere, ed ora fulminando con tutte le artiglierìe contro coloro, che si affaticavano alle trincee. Ma tanti erano i soldati dell'Austria, e tanti i paesani accorsi parte per amore, parte per forza, parte per speranza del guadagno, perchè Lichtenstein, spendendo anche del suo, usava molte larghezze: che in brevissimo tempo fu condotta a perfezione la prima parallella, e vi si piantarono diecinove batterìe pronte a bersagliare gli assediati. Tirarono con tanto impeto il due decembre,che i difensori furono obbligati ad abbandonare le opere esteriori, ritirandosi di tutto all'interno della piazza. Al tempo stesso arse una conserva di polvere con orribile fracasso, e schiantò fin dalle fondamenta un ridotto. Usarono gli assalitori la occasione, facendo la notte che seguì, un alloggiamento nelle ruine, ed attendendo a tirar avanti la seconda trincea di circonvallazione. Ma già un'altro magazzino scoppiava, le case vicine ardevano, il fuoco rapidamente distendendosi minacciava generale incendio. Nè vi era modo o volontà di spegnerlo, perchè i soldati stavano sulle mura a combattere, i cittadini spaventati non avevano più consiglio la tempesta mandala continuamente dal nemico accendeva l'intero: tanta era la quantità, che soprabbondevolmente gittava Lichtenstein di palle, di bombe, e di granate reali. Mandarono i Cuneesi pregando, che avesse compassione di loro, od almeno risparmiasse le case, posciachò eglino non combattevano. Rispose il Tedesco, non farsi alcun divario, quando si oppugnano piazze fra chi combatte, e fra chi non combatte: capitolasse il Francese: cesserebbe la tempesta.Vedeva Clement la necessità della dedizione, perchè già la fortezza era straziata, la breccia si preparava, nissun soccorso gli appariva da nissuna parte, ed erano mancati tutti i fondamenti del difendersi. Chiese perciò i patti e gli ottenne. Fu stipulato ai cinque decembre, che la guernigione uscisse onorevolmente al modo di guerra, che deponesse le armi sullo spalto, che fosse condotta sotto scorta, come prigioniera, negli statiereditarj, che si avesse cura degli ammalati e dei feriti: erano ottocento. Volle Clement provvedere ai Piemontesi, ed assicurar le loro condizioni con domandare, che non potessero esser ricerchi per opinioni, o fatti politici precedenti. Gli fu risposto, che si apparteneva allo stato, non ai soldati a giudicare. A questo modo fu domato per forza, in men che non fa dieci giorni, Cuneo, che aveva vinto la gara contro le forze di Francia nel 1691, e nel 1744. Dal quale accidente due conclusioni si possono dedurre, la prima che non vi è piazza, a cui con gli approcci si possano accostare gli oppugnatori, che possa resistere lungo tempo, se non è spalleggiata da un esercito alla campagna; la seconda, che Parte degli approcci, e delle artiglierie è divenuta tanto potente, che vi è adesso troppo enorme disproporzione tra i mezzi di oppugnazione, e quei di difesa.La presa di Cuneo, e la stagione avversa ebbero posto fine alla guerra nella superiore Italia, e sgravarono gli eserciti confederati di molte fatiche. Tuttavia, sebbene il Piemonte fosse governato a nome dei re, in fatto egli era a divozione dell'Austria, la quale non volle mai consentire ch'ei vi tornasse, nè che il duca d'Aosta, che aveva voce d'intendersi di guerra, ed a cui i soldati Piemontesi portavano affezione, vi comparisse.Intanto fu anno molto doloroso alla famiglia reale di Sardegna pei mali veri, e per le speranze vane: perchè morì a Cagliari l'unico figliuolo del duca d'Aosta, al quale, dopo la morte del padre, spettava la corona; passò anche da questavita in Algheri di Sardegna il duca di Monferrato, fratello del re, giovane, siccome già abbiamo notato altrove, di ottima natura, e di costumi dolcissimi.Fine del Volume IV.
Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si ritrovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra infuriate. Novi venuto in contesa parecchie volte cedeva ora alla fortuna di Francia, ora a quella d'Austria; ma niuna cosa si scopriva certa, se non gli oltraggi e le rapine dei forestieri, o amici o nemici che si qualificassero. Successe nondimeno un giorno un fatto di qualche importanza, per cui condotti i Francesi con molt'arte e valore da San Cyr, ruppero i soldati di Kray, e gli rincacciarono fin oltre a Tortona. Alloggiaronsi i Francesi al Bosco: ma poco tempo dopo i Tedeschi venuti più grossi, gli facevano tornare indietro, obbligandoli a cercar ricovero sotto la rocca di Gavi. Nel Piemonte superiore calarono i repubblicani per le valli dell'Argentiera, di Pratogelato, di Susa e d'Aosta: occuparono nella prima Demonte, nella seconda Villar e Perusa, e poi anche Pinerolo, nella terza Oulx, Icilia e Susa; fecero anche un motivo insino a Rivoli, donde vedevano le torri della perduta Torino. Nella quarta s'impadronirono del passo difficile della Tuile, e della città d'Aosta, per modo che gl'imperiali impotenti al resistere, calarono a serrarsi nel forte di Bard. Melas, ponderate tutte queste cose, lasciando Kray alla guardia dei paesi, in cui la Scrivia e la Bormida infondono le loro acque, andava aposarsi nei contorni di Bra con circa trenta mila soldati abili a campeggiare in quelle facili pianure. Era questo suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello che posto tra il Tanaro e la Stura, si mostrava opportuno a sopravvedere i moti, che potessero fare i Francesi da Mondovì, di cui erano in possessione, dal colle di Tenda, e dalle valli della Stura, e di Pratogelato, che massimamente accennavano a quel luogo, come a centro comune. Suo intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte, e di trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che aspettava, per andar a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Francesi per le considerazioni, che sopra abbiamo narrato, ricusavano il cimento. Aveva Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato alle guerre del Reno, era investita l'autorità suprema sopra tutte le genti, che si distendevano dalla Magra per tutto il circuito dei Liguri Apennini e delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a se la schiera di Victor, annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo stesso ordinava, che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e per Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal generale Duhesme.
Tutte queste genti unite insieme componevano un esercito quasi pari in numero a quello di Melas: la guerra sin allora sparsa e vaga si riscontrava in un sol punto, e tutto lo sforzo si riduceva nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano: sulle rive della Stura era per definirsi quell'ultimo atto dell'Italiana contesa, ed il destino di Cuneo.Dopo vari alloggiamenti presi dai capi dei due eserciti, di cui il fine per Championnet era di accostarsi a Duhesme, che veniva da Saluzzo per quinci pruovarsi di rompere l'ala destra dei Tedeschi, e tagliar loro la strada verso Torino, per Melas di rompere il centro dei Francesi prima della congiunzione di Duhesme: erano la mattina dei nove novembre ordinati nella seguente forma. La schiera di Duhesme, che componeva la sinistra dei Francesi, marciava da Saluzzo verso Savigliano, e quindi contro Marene, in cui stanziava l'ala destra dei Tedeschi. La mezzana, in cui comandavano Grenier e Victor, alloggiava a Savigliano ed a Genola, avendo un forte retroguardo a Lavaldigi. L'ala destra dei Francesi, che obbediva a Lemoine, fermava le sue stanze a Morozzo. Tal era dunque il sito delle genti repubblicane, che Duhesme si muoveva sulla sinistra della Grana, Grenier e Victor tra la Grana e la Stura, il primo a Savigliano, il secondo a Genola, Lemoine sulla destra di quest'ultimo fiume. Dalla sua parte Melas con la destra alloggiava a Marene, con la mezza a Fossano, con la sinistra parte pure a Fossano, parte verso la Trinità. Obbediva la prima a Otto, e con lui doveva cooperare Mitruschi alloggiato a San Lorenzo, la seconda ad Esnitz, la terza a Gottesheim. Ardevano l'una parte e l'altra di venir alle mani; il che era da lodarsi dal lato di Melas, perchè assai gl'importava di combattere prima dell'arrivo di Duhesme, ma non parimente dal lato di Championnet, che doveva indugiarsi insino a tanto che la congiunzione di Duhesmeavesse avuto intieramente il suo effetto. L'uno esercito nel momento stesso si avventava contro l'altro il dì suddetto. I primi ad attaccarsi furono Grenier, ed Otto. Combatterono ambidue tra Savigliano e Marene con estremo valore, essendo il coraggio e la perizia militare uguali da ambe le parti. Studiavansi i Francesi di circuire la punta destra dei Tedeschi, i Tedeschi la sinistra dei Francesi, perchè i primi non volevano restar separati da Duhesme che si avvicinava, i secondi gli volevano separare. Fu lunga, e forte, e variata la mischia; gli uni con gli altri parecchie volte si mescolarono. Ma prevalendo gli Austriaci per le cavallerìe (a questo fine appunto Melas aveva tirato il suo avversario sui campi aperti) furono finalmente i Francesi costretti a ritirarsi in Savigliano. Gli seguitarono acremente i Tedeschi, dando l'assalto alla piazza prima che avessero avuto tempo di riordinarsi. Ciò nondimeno fecero una forte resistenza, e forse non sarebbe venuto Otto a capo di scacciarnegli, se in quel punto non fosse arrivato con tutti i suoi Mitruschi da San Lorenzo, e che diede da un'altra banda la battaglia alla terra. Non potendo Grenier resistere a questo doppio assalto, fu costretto a retrocedere, incamminandosi a Genola, e lasciando in poter del vincitore Savigliano. Le cose succedettero diversamente tra Esnitz e Victor. Uscito il primo da Fossano aveva assaltato il secondo a Genola; ma il Francese gli rispose con tanta gagliardìa, che quantunque il Tedesco per tre volte desse furiosamente la carica, ne fu sempre risospinto con grave danno. Si fece Esnitzajutare da Gottesheim, tutti e due insieme non ebbero miglior fortuna, che un solo. In questo mentre il generale repubblicano Richepanse con un piccolo corpo di cavallerìa, si faceva avanti, ed urtata con gran valore la cavallerìa Tedesca, sforzava Esnitz a ritirarsi più che di passo dentro le mura di Fossano. Quivi nemmeno non era sicuro, e già pensava al modo di abbandonar la piazza per retrocedere più lontano; tanto era stato il danno, che aveva patito in quella forte rincalzata. Ma gli sopravvennero in questo punto le novelle della vittoria acquistata sulla destra da Otto; il che il confortò a star fermo in Fossano, avvisandosi che Victor avrebbe pensato a tutt'altro piuttosto che a nojarlo. Infatti Championnet, per aver considerato il caso sinistro di Grenier, aveva comandato a Victor, che retrocedesse, e venisse a posarsi a Lavaldigi, divenuto l'alloggiamento principale dei Francesi. Esnitz, usando la occasione, usciva da Fossano, acquistava Genola, e perseguitava continuamente Victor alle spalle. Melas, raccolti i suoi, non volendo dar posa al nemico in su quel fervore della vittoria, assaltava Lavaldigi, e dopo un lungo conflitto se ne impadroniva. Ritiravansi i Francesi parte a Centallo, parte a Morozzo. In questo mentre giungeva Duhesme sul campo, in cui si era combattuto sul principio della battaglia, e trovato Savigliano con debole presidio, se ne rendeva padrone, poi marciava per combattere Marene. Diveniva la sua mossa molto pericolosa pei Tedeschi, e se fosse stata fatta qualche ora prima, sarebbe stata per loro pregiudiziale all'estremo. Ma già erano talmentein possessione della vittoria, che fu loro agevole il portar rimedio contro quell'improvviso accidente. Ordinava Melas al generale Sommariva, che andasse a combattere Duhesme. Potè egli giungerlo, quantunque il giorno già inclinasse, e lo costrinse, fattasi dal generale Francese breve resistenza, perchè aveva ricevuto le novelle della rotta dei compagni, a ritirarsi fino a Saluzzo.
Avevano gli Austriaci in mano loro la vittoria; restava, che l'usassero. Il giorno seguente attorniarono un grosso squadrone lasciato da Championnet a Ronchi, e lo sforzarono a darsi. Un'altra squadra più grossa, che stanziava a Murazzo, tagliatole il ritorno per Cuneo, fu anch'essa obbligata a cedere in potestà del vincitore. Non pochi repubblicani, che fecero pruova per salvarsi di passar la Stura a nuoto, vi restarono affogati. Avrebbe voluto Melas correre sulla destra del fiume per dar addosso a Lemoine, ma inteso che i Francesi avevano fatto due campi, uno alla Madonna dell'Olmo, l'altro a Caraglio con intenzione di preservare Cuneo, rinunziando al pensiero di varcare, condusse le sue genti vincitrici, dividendole in due colonne, contro quei nuovi alloggiamenti del nemico; i Francesi, non aspettandolo, si ritirarono ai monti. Ma premendo a Melas di fargli allargar da Cuneo, perchè la oppugnazione della piazza non gli potesse venire sturbata, gli perseguitava da tutte bande. Esnitz, seguitando Grenier per la strada del Vernante lo sospingeva sino a Limone. Poco dopo, assalito da Melas, non trovò altro scampo alla sua fortuna caduta, se non quello di salirsene sul difficile ederto giogo di Tenda. Otto cacciava avanti a se i repubblicani per le valli di Stura e di Grana, e si faceva signore di Demonte; poi spintosi più in su, occupava le Barricate e l'Argentiera. Latterman insistendo sulla Maira, e traversando il borgo di Busca, saliva sino a Dronero. Keim, che aveva la custodia particolare del paese all'intorno di Torino, seguitando Duhesme, lo sforzava a tornarsene nella valle d'Icilia alle radici del monte Ginevra, dond'era venuto. Restava, che gli Austriaci togliessero ai Francesi Mondovì, dove si erano riparati Victor, Lemoine e Championnet. Riuscì lor la fazione, perchè sloggiati i Francesi sforzatamente dai due sobborghi per opera di Mitruschi, e dalle eminenze, che dominano la città, per quella di Lichtenstein, l'abbandonarono, ritirandosi ai luoghi più alti della valle del Tanaro. Fuvvi a Bagnasco un duro incontro tra il retroguardo Francese e l'antiguardo Tedesco; nè fu senza grave rischio, e fatica, che il primo potè farsi strada al suo cammino. Occuparono i Tedeschi, sempre ritirandosi i Francesi, Garessio, Ormea, e si spinsero avanti sino al ponte di Nava, che è il passo più difficile e quasi la chiave della strada, che porta su quelle alture da un lato all'altro, non so se mi debba dire dell'Alpi, o degli Apennini, perchè là è appunto il confine fra le due corone di monti, che si chiamano con questi due nomi. Per tale guisa i varj corpi di Championnet, che partendosi da diversi punti di una larga periferia, erano venuti a concorrere, quasi come in centro comune, nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano, dopo la battaglia ivicombattuta, che alcuni chiamano di Fossano, altri di Genola, dispersi, e di nuovo l'uno dall'altro discostandosi, si allargarono, ed ai punti medesimi della periferìa ritornarono. Acquistaronne gli Austriaci facoltà di attendere alla espugnazione di Cuneo sicuramente: il che era lo scopo principale di tante mosse, e di sì ostinata guerra. Perdè Championnet in tutti questi fatti tra morti, feriti e prigionieri circa la terza parte delle sue genti, che è quanto a dire otto mila soldati. Mancarono dal lato dei Tedeschi più di due mila. Ritirossi il capitano del direttorio a Nizza, dove tra il cordoglio dell'esser vinto, e del vedere la depressione della repubblica, l'infezione di una malattia gravissima, che quasi a guisa di peste infuriava, e lo sdegno concetto, perchè Buonaparte tornato dall'Egitto si era fatto padrone di Francia sotto nome di primo consolo, passò di questa all'altra vita. Ei fu capitano debole, ma uomo dabbene; amò la repubblica per lei, quando tanti altri l'amavano per loro.
Travagliavansi gli Austriaci intorno a Cuneo, piazza forte, e di molta importanza pel suo sito. Conoscevano quest'importanza i generali dell'imperatore, e però sebbene la stagione già divenisse sinistra alle opere di oppugnazione, si accinsero all'impresa, sperando di compensar con le forze soprabbondanti la contrarietà del tempo. Si alloggiava Melas col grosso delle genti a Borgo San Dalmazzo per impedir ai Francesi il calare dal colle di Tenda verso la piazza assediata. Intanto il principe di Lichtenstein, al quale era stata commessa l'espugnazione, cinta tutto all'intorno lafortezza, si era principalmente alloggiato tra il Gesso e la Stura, che le scorrono, uno a destra, l'altra a sinistra. Intento suo era di far trincee, e di dar la batterìa di quella parte, che sta a fronte della Madonna dell'Olmo. Infatti la notte dei ventisei novembre principiò a scavare, e ad innalzar terra contro la strada coperta, che cingeva il bastione di Sant'Angelo.
Obbediva il presidio al generale Clement. Sommava il numero di duemila cinquecento soldati, ma disanimati per le sconfitte, e pel desiderio di tornarsene in Francia, parendo loro disperate le cose d'Italia, oltre a questo non era bene provvista la piazza di munizioni nè da bocca, nè da guerra, perchè e per l'ingordigie solite, e per l'angustia dei tempi non ne era stata mal sufficientemente empiuta. L'esercito stesso, quando guerreggiava nelle vicinanze, era stato obbligato, non avendo da pascersi altronde, a consumare una parte dei viveri d'assedio. Ciò non ostante Clement, non perdutosi d'animo, fece quello che per capitano valoroso si poteva, a fine di sturbare le opere del nemico, ora sortendo a combattere, ed ora fulminando con tutte le artiglierìe contro coloro, che si affaticavano alle trincee. Ma tanti erano i soldati dell'Austria, e tanti i paesani accorsi parte per amore, parte per forza, parte per speranza del guadagno, perchè Lichtenstein, spendendo anche del suo, usava molte larghezze: che in brevissimo tempo fu condotta a perfezione la prima parallella, e vi si piantarono diecinove batterìe pronte a bersagliare gli assediati. Tirarono con tanto impeto il due decembre,che i difensori furono obbligati ad abbandonare le opere esteriori, ritirandosi di tutto all'interno della piazza. Al tempo stesso arse una conserva di polvere con orribile fracasso, e schiantò fin dalle fondamenta un ridotto. Usarono gli assalitori la occasione, facendo la notte che seguì, un alloggiamento nelle ruine, ed attendendo a tirar avanti la seconda trincea di circonvallazione. Ma già un'altro magazzino scoppiava, le case vicine ardevano, il fuoco rapidamente distendendosi minacciava generale incendio. Nè vi era modo o volontà di spegnerlo, perchè i soldati stavano sulle mura a combattere, i cittadini spaventati non avevano più consiglio la tempesta mandala continuamente dal nemico accendeva l'intero: tanta era la quantità, che soprabbondevolmente gittava Lichtenstein di palle, di bombe, e di granate reali. Mandarono i Cuneesi pregando, che avesse compassione di loro, od almeno risparmiasse le case, posciachò eglino non combattevano. Rispose il Tedesco, non farsi alcun divario, quando si oppugnano piazze fra chi combatte, e fra chi non combatte: capitolasse il Francese: cesserebbe la tempesta.
Vedeva Clement la necessità della dedizione, perchè già la fortezza era straziata, la breccia si preparava, nissun soccorso gli appariva da nissuna parte, ed erano mancati tutti i fondamenti del difendersi. Chiese perciò i patti e gli ottenne. Fu stipulato ai cinque decembre, che la guernigione uscisse onorevolmente al modo di guerra, che deponesse le armi sullo spalto, che fosse condotta sotto scorta, come prigioniera, negli statiereditarj, che si avesse cura degli ammalati e dei feriti: erano ottocento. Volle Clement provvedere ai Piemontesi, ed assicurar le loro condizioni con domandare, che non potessero esser ricerchi per opinioni, o fatti politici precedenti. Gli fu risposto, che si apparteneva allo stato, non ai soldati a giudicare. A questo modo fu domato per forza, in men che non fa dieci giorni, Cuneo, che aveva vinto la gara contro le forze di Francia nel 1691, e nel 1744. Dal quale accidente due conclusioni si possono dedurre, la prima che non vi è piazza, a cui con gli approcci si possano accostare gli oppugnatori, che possa resistere lungo tempo, se non è spalleggiata da un esercito alla campagna; la seconda, che Parte degli approcci, e delle artiglierie è divenuta tanto potente, che vi è adesso troppo enorme disproporzione tra i mezzi di oppugnazione, e quei di difesa.
La presa di Cuneo, e la stagione avversa ebbero posto fine alla guerra nella superiore Italia, e sgravarono gli eserciti confederati di molte fatiche. Tuttavia, sebbene il Piemonte fosse governato a nome dei re, in fatto egli era a divozione dell'Austria, la quale non volle mai consentire ch'ei vi tornasse, nè che il duca d'Aosta, che aveva voce d'intendersi di guerra, ed a cui i soldati Piemontesi portavano affezione, vi comparisse.
Intanto fu anno molto doloroso alla famiglia reale di Sardegna pei mali veri, e per le speranze vane: perchè morì a Cagliari l'unico figliuolo del duca d'Aosta, al quale, dopo la morte del padre, spettava la corona; passò anche da questavita in Algheri di Sardegna il duca di Monferrato, fratello del re, giovane, siccome già abbiamo notato altrove, di ottima natura, e di costumi dolcissimi.
Fine del Volume IV.