Chapter 4

La mattina del cinque molto per tempo uscivano i sollevati in numero circa di mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Francesi, che presidiavano la piazza, facessero alcun motivo per impedirgli, marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto pericolosa, se Solaro governatore di Alessandria, non avesse avuto avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un preteCastellani, il quale per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti, e cento cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati da Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto avverso ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo effetto; imperciocchè uscendo i regj alla impensata dall'agguato, e con repentino remore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani, che a tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, gli ruppero facilmente togliendo loro due cannoni, e bestie da soma cariche di non poche munizioni. I soldati regj, salvo nel primo impeto della battaglia, si portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e gli arrendentisi: ma si erano a loro mescolati gli abitatori della Fraschea, gente fiera di natura, ed avversa al nome Francese, ed a coloro che l'amavano. Costoro crudelmente procedendo, ammazzavano e spogliavano chiunque veniva loro alle mani. La crudeltà loro era venuta in abbominio agli ufficiali, ed ai soldati regj, che si sforzavano, sebbene con poco frutto, di moderare il loro furore. Nè la barbarie si ristette alla battaglia: nella sparsa e precipitosa fuga essendosi i vinti repubblicani nascosti, chi qua chi là per le selve, pei vigneti, e per le campagne feconde di biade, erano spietatamente ed alla spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Adogni momento si udivano per quei luoghi folti, spari annunziatori della morte dei repubblicani. Durò ben due giorni questa piuttosto caccia, che battaglia, e piuttosto carnificina, che uccisione. Perirono seicento: morì fra loro uno Scala, giovane di natali onesti e di molta virtù, e che non ebbe altro difetto, se non di opinioni false, ed esagerate in materia di libertà.Fu accusato a quei tempi Brune dello aver suscitato questo moto per far rivoltare gli stati del re. Allegossi, avere lui a bella posta indugiato sino ai sei del mese a pubblicare i suoi ordini per la risoluzione delle masse dei sollevati, mentre a ciò fare già insin dal giorno dell'accordo fatto con San Marsano si era obbligato. Fu accusato Menard dell'avere incitato con promesse di aiuto delle sue genti i sollevati, poi dell'avergli traditi col rivelare al governo regio tutto ciò che macchinavano; cosa troppo enorme e non credibile, neanco di quei tempi, se si considera la natura di Menard. Certo è bene, che gli ufficiali, che stavano ai fianchi sì di Brune che di Menard, spendevano presso ai sollevati il nome loro per far credere, che questi due generali secondassero il movimento che si voleva fare. Quanto a Brune, egli è certo, che con parole forti e sdegnose risolutamente negava ogni partecipazione in questo tentativo. Fu accusato il governo regio dell'avere, dopo di aver per forza consentito all'indulto, in tale modo ordinato gli accidenti, che gli fosse fatto facoltà di versare a suo piacere il sangue a copia, ed affermossi, che il governator d'Alessandria Solaro l'abbia secondato in sì orribile proposito. Della qual cosa gli autori di sìperversa opinione pigliavano indizio da questo, che l'indulto pubblicato ai due in Torino, non fu pubblicato se non ai sei in Alessandria, quando già erano seguite le uccisioni; colpa, dicevano, del governatore, che aveva sete di sangue. Scrissene molto risentitamente Ginguené a Priocca. Rispondeva risolutamente il ministro, che anche alle orecchie sue erano pervenute certe cose pur troppo dolorose, le quali gli avevano dato a conoscere, perchè il picciol corpo dei sollevati si fosse con tanta confidenza condotto tanto avanti, e che se in questa faccenda vi era perfidia, certamente con era dalla parte degli agenti del re; parole terribili, e pregne di cose molto sinistre. Poscia aggiungeva, che troppo infame esorbitanza era quella di calunniare un uomo tanto savio, qual era il governator d'Alessandria, uomo del quale tanto si erano per le sue virtù lodati tutti i commissari Francesi; che pur troppo assurdo era l'imputargli l'indugio della pubblicazione dell'indulto in Alessandria, stantechè negli ordini del Piemonte ai governatori non s'appartiene il fare tali pubblicazioni; che l'unica e vera cagione dell'indugio era nello avere spedito da Torino il manifesto per lo spaccio ordinario, che partiva il mercoldì quattro del mese, giorno appunto precedente a quello, in cui i sollevati si erano mossi al tentativo; che del rimanente, e per certo non ignoravano essi l'indulto, del che si offeriva a dare pruove autentiche ed irrefragabili; che infine non poteva restar capace, come si potesse aver per male, che una popolazione fedele e minacciata d'aggressione avesse prese le armi per la difesa comune.L'occupazione della cittadella di Torino per partedelle genti repubblicane di Francia, che doveva, secondo i trattati e le promesse, essere cagione di concordia fra le due parti, e di sicurtà pel Piemonte, partorì al contrario maggiori sdegni, e per poco stette, ch'ella non facesse sorgere una sanguinosa battaglia tra i Francesi ed i Piemontesi nel grembo stesso della real Torino. Solevano i Francesi sul battere della diana vespertina suonare, accogliendosi sui bastioni di verso la città, ogni giorno le loro arie repubblicane, e non si astenevano neanco da quelle, che tutto il mondo conosceva essere state composte in ischerno, e derisione del re ai primi tempi della rivoluzione. Mescolavansi in mezzo a questi suoni, cosa più vera che credibile a chi non conoscesse i tempi, nella cittadella medesima voci, e motti ingiuriosi al re. Aveva il governo della fortezza l'aiutante generale Collin, il quale, siccome quegli che faceva professione di repubblicano vivo, e teneva pratiche coi novatori, che ad ogni ora lo infiammavano, si mostrava molto indulgente nel permettere a' suoi soldati queste intemperanti dimostrazioni. Ne nasceva, che ogni sera accorrevano da tutte le parti ad ascoltare quelle musiche strane i curiosi per scioperìo, i novatori per disegno, e si faceva calca presso alle mura della cittadella. Il governo, sforzato a provvedere alla quiete ed alla salute del regno, mandava soldati per prevenire ogni scandalo; ma essi, udendo il vilipendio che si faceva del loro sovrano, a grandissima rabbia si concitavano, ed a mala pena potevano frenar se stessi, che non venissero ai fatti. Così all'ire cittadine si mescolavano le ire soldatesche, ed un nembo funestissimoera vicino a scoppiare sul Piemonte. Il marchese Thaon di Sant'Andrea, governatore, aveva con iterate istanze pregato Collin, acciocchè si astenesse da usi tanto pericolosi. Rispondeva il repubblicano, ora negando parte dei fatti, ora allegando, che pure i repubblicani dovevano suonare le loro arie repubblicane, come i regj le regie. Le tresche continuavano, il pericolo cresceva. In questo estremo caso scriveva Priocca a Ginguené il dì quindici settembre, che la sera dei quattordici, oltre la solita musica, si eran fatte sentire parecchie volte dalla cittadella grida indecenti, ed ingiuriose alla persona del re; che il governo guarentiva la quiete di Torino, se non si provocasse il popolo; ma che, se con nuovi stimoli se gli stesse continuamente ai fianchi, se ogni sera se gli desse occasione di far calca, non poteva più promettere alcuna cosa, e l'ambasciadore sarebbe tenuto dei funesti accidenti che ne seguiterebbero.Rispose l'ambasciadore, che non rifiutava il carico, ma che bene si maravigliava dello stile dello scritto; che del rimanente l'aveva comunicato a Collin. Dal che si vede, che i repubblicani di quei tempi, che con solenni scritture chiamavano quasi ogni giorno il governo Piemontese crudele, traditore e perfido, non potevano poi, per la superbia loro, sopportare, che il governo medesimo, le cose col proprio nome chiamando, gli avvertisse, e gli imputasse dei pericoli, ch'essi stessi evidentemente eccitavano.L'intemperanza repubblicana non si rimaneva ai suoni ed ai canti: appunto il giorno dopo delle querele di Priocca, cioè il sedici settembre, o che fossesola imprudenza giovanile, o disegno espresso, come si credè con maggior probabilità, dei novatori, massimamente di quei più arditi, che dipendevano dal fomite Cisalpino, si venne ad un fatto mostruoso, che riempì di terrore tutta la città, e poco mancò, che di uccisione ancora la riempisse. Verso le ore quattro meriggiane una vergognosa, e schifa mascherata usciva dalla cittadella. Era una tratta di tre carrozze, nelle quali si trovavano femmine vivandiere travestite alla foggia delle dame di corte, ed ufficiali ammascherati ancor essi alla cortigiana secondo gli usi di Torino, con abiti neri, con grandi parrucche, con borse nere ai cappelli, con lunghe spade con l'else d'acciaio, pure nere, e con piccoli capelli sotto braccio, tutto alla foggia della corte; dietro le carrozze lacchè abbigliati parimente all'uso del paese. Perchè poi lo scherno fosse ancor più evidente, precedevano altri uffiziali vestiti in farsetto bianco con bacchette di corrieri: scortavano tutta questa mascherata quattro ussari Francesi, comandati da un ufficiale. Erano fra gli ufficiali mascherati il vicegerente, ed il segretario di Collin. Andavano attorno per tutti i canti, poi si aggiravano su tutte le passeggiate: i corrieri con mazzate, gli ussari con piattonate si facevano sgombrar davanti le brigate. Comparve la mascherata avanti alla chiesa di San Salvario sulla passeggiata del Valentino all'ora in cui il popolo stava divotamente intento alla benedizione, essendo giorno di domenica. Gli ussari, crosciando nuove piattonate, sforzavano, non senza gran romore, i circostanti a scostarsi dalla chiesa: il popolo s'accendeva di sdegno. Posta in tale guisa ogni cosa aromore con uno scherno tanto indecente della corte, e dei costumi nazionali del Piemonte, le maschere imprudentissime ritornavano sotto i viali della cittadella, dov'era la solita passeggiata frequentissima di popolo. Quivi i mascherati a guisa di corrieri, da insolenze gravi ad insolenze ancor più gravi trascorrendo, con le mazze loro abbatterono per terra tre vecchie donne, affinchè fosse sgombrata prestamente la strada alle carrozze della mascherata: al tempo medesimo gli ussari menavano piattonate forti a tutti, che incontravano. La musica concitatrice nel tempo stesso dalla cittadella suonava, e risuonava. Allora non vi fu più modo al furore, che dal popolo passò ai soldati. Erano questi in grosso numero in Torino, o nelle vicinanze; perciocchè il re, per non essere del tutto a discrezione dei repubblicani, aveva raccolto i suoi intorno alla sua regia sede; il che come disegno sinistro gli fu poscia imputato dai repubblicani. Udironsi in questo mentre archibusate, prima rare, poi moltiplicate: il popolo spaventato con una calca incredibile fuggiva; i soldati Piemontesi, cui niun comandamento poteva più frenare, accorrevano a furore; alcuni soldati Francesi restarono uccisi. Lo spavento, il furore, la vendetta occupavano le menti d'ognuno. I Francesi, che alloggiavano nella cittadella, udito il romore delle armi, e dai fuggenti il pericolo dei compagni, precipitosamente già uscivano armati, e pronti a far battaglia contro i regj. Una estrema ruina sovrastava, presente il re, alla reale Torino.In questo punto (tanto fu il cielo propizio in mezzo a quel furioso tumulto, ai fati del Piemonte)il generale Menard, che non per ufficio, ma per accidente si trovava a Torino, veduto, che se più oltre si procedesse, vi andava in quel fatto la salute dei Francesi, la salute dei Piemontesi, correva in mezzo a' suoi, comandava a Collin, che non si muovesse, e con le sue esortazioni, con le sue minacce, con l'autorità del suo grado tanto operava, che fece fermare, e tornare in cittadella i repubblicani, impedì che traessero, soppresse i suoni concitatori, e frenò un impeto, il cui fine, s'ei non fosse stato presente, sarebbe stato funestissimo. Il governatore non tralasciò ufficio, perchè il furore improvviso dei soldati Piemontesi si raffrenasse, e diede ordini, perchè se ne tornassero alle loro stanze. Così fu salvata la capitale del Piemonte dalla generosità di Menard, e dalla moderazione di Thaon di Sant'Andrea.L'ambasciatore di Francia, che nell'ora del tumulto se ne stava villeggiando sopra la collina di Torino, ebbe subito avviso dell'accidente, prima da alcuni uomini fidati, poscia dal governatore, il quale già innanzi che da Menard a ciò fare fosse invitato, gli aveva mandato per sua sicurezza una banda di soldati. Il ministro Priocca il mandava pregando, che ritornasse tosto, della sicurtà di lui, e di tutta la sua famiglia promettendo. Tornato l'ambasciatore la sera del medesimo giorno, da quell'uomo diritto, e dabbene che egli era, quando non era sviato dai soliti fantasmi, si dimostrò molto sdegnato contro Collin, condannando con forti parole la sua condotta, e la schifosa mascherata. Poi per opera di lui fu Collin rimosso dal governo della cittadella,e surrogato Menard, non senza grande contentezza del governo Piemontese, che vedeva ad un uomo rotto e dipendente dai novatori, surrogato un generale, che non amava le rivoluzioni, e non si dimostrava alieno dal favorire la sicurezza del paese. Queste cose faceva Ginguené sano; ma aggirato di nuovo dai novatori, tornò sul suo male, ed ingannandosi novellamente incolpava il governo regio di congiura per ammazzare tutti i Francesi il giorno stesso, che si era fatta la mascherata, come se ella, e le insolenze, e gl'insulti fatti dagli ussari e dai corrieri, che l'accompagnavano, fossero stati opera non di Francesi, ma di gente che gli volesse ammazzare. Ma a queste considerazioni non ristandosi, e trasportando le congiure da coloro che le facevano, in coloro contro i quali si facevano, e troppo facilmente condiscendendo ai desiderj di Brune, di nuovo tormentava Priocca. Addomandava con insolente instanza, che il re licenziasse tutti i suoi ministri, e nuovi ne creasse in luogo loro: voleva specialmente, che togliesse la carica a Thaon di Sant'Andrea, al conte Revello suo figliuolo, governatore d'Asti, l'uno e l'altro qualificando, come Nizzardi, di fuorusciti di Francia. Ancora voleva, che il re dismettesse il conte Castellengo, vicario di Torino, ed un David, impiegato di lui, uomini, secondo che allegava, autori di quella orribil trama di assassinamenti di Francesi. Tacque di Priocca, perchè parlava a lui. Lo sforzare un re non solo independente ma eziandio alleato, ad allontanare da se i suoi servitori più fedeli, con qualificargli anche dicapi d'assassini, è un atto di cui solo si trovano esempi nei tempi sregolati, che sono il soggetto delle presenti storie. Essendo caso d'importanza, il ministro Priocca richiese l'ambasciatore di abboccamento; accordaronsi, si farebbe in casa di Francia. Il ministro vi si condusse: si confortava col pensiero di non mancare nè di fede, nè di costanza al suo signore. Incominciò a dire, che, quanto a lui, molto volentieri darebbe luogo, e la sua licenza chiederebbe, se credesse ciò aver a ridondare a soddisfazione dei Francesi, ed a quiete del regno, che a parte delle faccende pubbliche era venuto non richiedente, le abbandonerebbe non mormorante, che nissuno meglio di lui sapeva, quanto dolorosa cosa fosse il servire in quei tempi; che non ostante, non l'amarezza dell'ufficio, ma l'utile della sua patria, e la salute del regno, se ciò richiedessero, il farebbero ritrarre; che costanza aveva sufficiente per sopportar ogni peggior male pel sovrano, ambizione non sufficiente per volere star in carica contro gl'interessi del suo paese; che quanto alle domande d'esclusione, perchè potesse farne proposta, era necessario, che non generali parole, ma fatti precisi si adducessero. Ginguené rispondendo, tornava sulle coltella, sugli stiletti, sugli assassinj: insisteva massimamente sulla necessità di allontanare dai consigli, e dal Piemonte Thaon di Sant'Andrea, e tutti i suoi figliuoli, come fuorusciti di Francia. In questo punto successe un accidente, e fu, che Marivault segretario della legazione, improvvisamente uscendo da una porta segreta, e nella stanza, dove i due ministriFrancese e Piemontese negoziavano, entrando con un gran viluppo in mano di coltelli e di stiletti, sulla tavola con irato piglio gittandolo, ed a Priocca rivolgendosi,guardate, disse,se non vi sono coltelli, e se non sono stati distribuiti; poi dite, che le accusazioni sono fondate in aria. A questo atto del quale, il minor male, che si possa dire, è, che fu una commedia molto ridicola, rise di disprezzo, e di sdegno Priocca: Ginguené prima vergognoso si tacque: poi a Marivault voltosi, gli disse,andatevene, e portatevene le coltella; che qui non si tratta di coltella. Portate via le coltella da Marivault, le quali come pruovassero, che il governo Piemontese facesse con ordini espressi ammazzare i Francesi con le coltella sulle strade, Dio solo il sa, ritornarono l'ambasciadore, ed il ministro sul negoziare. La somma fu, che non potè il primo allegare fatti precisi, o pruove del suo dire. Promise non ostante il secondo di farne rapporto; con temperate, ma efficaci parole dolendosi, che di continuo il governo regio, come instigatore, e pagatore di assassini, e la nazione Piemontese, come una banda di assassini si rappresentassero.Parlato col re, rispondeva da parte sua Priocca, che il ministro Taleyrand, favellando col conte Balbo, ambasciatore a Parigi, aveva detto che il governo Francese non desiderava scambio nei capi del Piemontese; che del resto nè Sant'Andrea, nè i suoi figliuoli erano fuorusciti di Francia, e che gli altri magistrati, di cui si addomandava la rimozione, non solamente non erano colpevoli di quanto loro s'imputava, ma che ancoraerano stati operatori, che fosse stata in Piemonte salvata la vita a molti Francesi: che perciò il re non voleva far cambiamenti, poichè non gli poteva fare con giustizia.Dalle precedenti narrazioni si raccoglie, che le cose tra l'ambasciatore di Francia, ed il governo del Piemonte erano giunte al punto estremo, nè alcun termine di concordia si vedeva possibile. Continuamente instava Ginguené presso al direttorio per la rimozione del conte Balbo. Da un'altra parte il conte presso al direttorio medesimo continuamente instava, acciocchè chiamasse Ginguené. Questi chiamava Balbo spargitor d'oro, seminatore di corruttele, agente operosissimo, e pericoloso di tutta la lega Europea contro Francia. Balbo chiamava Ginguené uomo buono, e stimabile per le sue qualità private, ma cervello pieno di fantasmi lontani dal vero, corrivo al prestar fede alle folìe, ed alla calunnie dei novatori, accademico importuno, ambasciatore di penna intemperante, e di natura tale che non lasciasse pur respirare un momento quel governo, che avesse a fare con lui. Arrivarono in questo mentre le novelle della mascherata, e della domanda fatta da Ginguené della espulsione dei ministri. Si prevalse destramente, e con molta instanza Balbo dei due accidenti, come già si era prevalso della domanda della cittadella. Per la qual cosa giuntovi eziandio, che Taleyrand sapeva, che la nuova confederazione contro Francia si preparava, ma non era ancor matura, e però voleva allontanar le cagioni di nuovi scandali, prevalse l'ambasciador Piemontese. Fu Ginguené, per decretodel direttorio dei ventiquattro settembre, richiamato dalla sua carica d'ambasciatore. Gli fu sostituito d'Eymar, uomo piuttosto non senza lettere, che letterato, amatore dei letterati, e di natura dolcissima, ma non d'animo tale che si potesse maneggiare con la fermezza necessaria in tempi tanto tempestosi.Desiderava Ginguené, prima di tornare in Francia, visitare l'Italia, perchè già insin d'allora pensava all'opera, che con sì bell'arte, e tanto plauso dei buoni scrisse poi della storia letteraria d'Italia. Brune, che in mezzo agli sdegni ed alle abitudini soldatesche, amava ed accarezzava i letterati, gli offeriva denaro per far il viaggio; ma poco tempo dopo, essendo stato scambiato con Joubert, non potè Ginguené mandar ad effetto il suo intendimento, e tornossene direttamente in Francia. Fu Ginguené uomo, non solo di probità apparente, la quale non è altro che ipocrisìa, ma di probità vera, austera e reale: aveva l'animo benevolo, e volto alla vera filosofia, amatrice degli uomini. La mente sua ornavano le lettere, non poche e superficiali, nè quali si trovano sulle lingue facili dei frequentatori delle compagnevoli brigate; ma vaste e profonde; nè in lui alcuna cosa lodevole, ed egregia si sarebbe desiderata, se in età meno pazza, ed in tempi meno strani fosse vissuto. Ma i tempi l'ingannarono, siccome tanti altri puri e sinceri uomini ingannarono, rimastisi al velame delle cose, non penetranti nella sostanza; imperciocchè amava Ginguené la vera e buona libertà, ma errò col credere che là fosse, dov'era il suo contrario; e siccome fra le altre sue qualitàaveva la fantasìa ardente, e l'opinione tenacissima, non solo nell'error suo persisteva, ma in lui vieppiù sempre s'internava, credendo costanza quello, che era ostinazione. Certo, ei fu sincero nel suo inganno, e di esso si dee piuttosto compassionare, che rimproverare. Bene quest'inganno medesimo il fece trascorrere in termini molto biasimevoli contro il governo del re di Sardegna; ed io, che fui suo amico, e che dell'amicizia sua mi onoro e pregio, non ho nè potuto, nè voluto astenermi dal raccontar le azioni sue, come ambasciadore, non secondo l'affezione, ma secondo la verità. Bene altresì dico e protesto, che, se si eccettua la sua ambasciata di Piemonte, Ginguené fu uno degli uomini, dei quali più debbe l'età nostra ed onorata e fortunata tenersi.Già altri fatti si apprestavano all'Italia. Non ignorava il direttorio, che di nuovo contro di lui si collegavano i principi, e si riforbivano le armi d'Europa. Tuttavia, avendo il suo miglior esercito, ed il miglior capitano in lidi lontani, le finanze in condizione povera e sregolata, l'esercito Italico pieno di mala contentezza, se ne andava temporeggiando, e migliori condizioni aspettando; che se di nuovo gli era necessità di correre all'armi, voleva almeno non far la parte di aggressore: aspettava, che lo assaltassero. Dal canto suo l'Austria attendeva, che arrivassero sui campi, in cui si doveva combattere, i soldati di Paolo imperatore. In questo stato dubbio venne ad accelerar le sorti la subita presa d'armi del re di Napoli. Da questo fatto non fu malagevoleal direttorio l'accorgersi, che il terrore delle sue armi era molto intiepidito nella mente degli uomini, e che la gran macchina, che si andava apprestando contro di lui, era, più che non aveva creduto, vicina a scoppiare. Non gli pareva dubbio, che il re Ferdinando non si sarebbe deliberato ad affrontare tutta la mole della repubblica di Francia da se solo, se non avesse avuto speranza di pronti e grossi soccorsi. Adunque bene considerate tutte queste cose, e poichè non poteva non far guerra a Napoli, stantechè Napoli la faceva a lui, e dubitando di un subito assalto dell'Austria sulle rive dell'Adige e dell'Adda, perciocchè gli Austriaci occupavano il paese de' Grigioni, deliberossi di assicurarsi almeno alle spalle con impossessarsi del tutto del Piemonte, che fu sempre stimato dai Francesi scaglione opportunissimo a salire alla signoria d'Italia. Inoltre ei si era persuaso, che l'amicizia di Sardegna fosse mal sicura, e dubitava, che ove le genti repubblicane, o venissero alle mani con l'Austria sui territorj Veneti, o s'affrontassero coi Napolitani sullo stato Romano, il re, facendo una mutazione improvvisa desse, coll'accostarsi ai confederati, il crollo alla bilancia. Sapeva il direttorio le ingiurie fatte a Carlo Emanuele, sapeva l'oppressione, sotto la quale era stato tenuto, e il dolore del perseverare in tante molestie; perciò non dubitava, ch'ei non pensasse a risorgere ed a vendicarsi. Alla quale opinione tanto più volentieri si accostava, quanto più il re aveva perduto la speranza, per la forma definitiva data alle repubbliche Cisalpina e Ligure, e per la protezione di Spagna versoParma, di essere ricompensato della Savoja e di Nizza. Che nel più intimo del cuore il re non amasse il governo di Francia, era cosa piuttosto certa che verisimile, ma che di fatto macchinasse contro di lui, che tutta la sua salute non avesse posta nell'amicizia di Francia, che non fosse fedele ai patti giurati con lei, che alla prima mossa d'arme non fosse per congiungere con debita fede le sue genti a quelle della repubblica, nissuno, che di sana mente sia, sarà mai per affermare. Dalle quali cose conseguita, che quand'anche cauta si potesse stimare la risoluzione, che fece il direttorio di dichiarar la guerra, e di torre lo stato al re di Sardegna, certamente non si potrà affermare, che non sia stata iniqua, perchè questo principe nè ruppe fede a Francia, nè era per romperla, nè nissuna congiunzione segreta aveva con Napoli; e manco ancora con l'Austria.Mentre con maggiori dimostrazioni di fede e di amicizia era l'ambasciadore Balbo accarezzato da tutti i ministri, e massimamente da Taleyrand in Parigi, mandava il direttorio il generale Joubert in Italia con ordine di spegnere la potenza della casa di Savoja, e di far rivoluzione in Piemonte. Joubert sul suo primo arrivare, vedendo, che i tempi stringevano, non frappose indugio al mandar ad effetto ciò, che gli era stato commesso. Ma prima di venirne ad una deliberazione del tutto ostile, mandava a Torino l'aiutante generale Musnier con ordine di richiedere il re, che desse incontanente i diecimila soldati, ai quali era obbligato per trattato d'alleanza, e gli mandasse a congiungersi coi Francesi, ed oltre a ciò che rimettessein mano di lui l'arsenale di Torino, domanda di estremo momento, per essere l'arsenale situato nella città stessa, e vicino alla cittadella.Rispose, che darebbe incontanente i diecimila soldati: mandò il giorno stesso della richiesta gli ordini, perchè si adunassero; spedì un ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo del marciare dell'esercito Piemontese verso il Francese, e del vivere, e del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse, non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo a posta, affinchè questo emergente si accordasse col direttorio.Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei repubblicani. Perlocchè il generalissimo vi mandava a governarla il dì venzette novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, che era stimato od abborrente per natura da sì gravi ingiurie, o non alieno dal favorire gl'interessi del re. Aveva Grouchy da Joubert il mandato di fortificar vieppiù la cittadella, di fornirla di munizioni, di moltiplicar le artiglierie sulla fronte che guarda la città: sperava, che col terrore potrebbe indurre il governo Piemontese a venire a qualche accordo. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per se stesso, senza che si venisse all'esperimento delle armi. Ora che dirà laposterità di quello sdegno di Ginguenè, solo al pensare, quando addomandava la cittadella di Torino che il re potesse sospettare, che i Francesi fossero per abusare della possessione di lei contro di lui, e di quel gridare, e di quel lamentarsi che faceva, che un tale sospetto era un insulto fatto alla lealtà Francese? Non sapeva egli, che il direttorio non aveva fede, e che i Francesi obbedivano al direttorio? Perchè ingaggiar lealtà di Francia, quando la lealtà di Francia non dipendeva dai Francesi? Ma dubitando, che l'apparato della forza non bastasse a muovere l'animo di Carlo Emanuele, si usò anche l'astuzia. Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese, e di quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e del ministri, e sopratutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono gli agenti del direttorio, sapendo quanto Carlo Emanuele fosse dedito alla religione, dal tentar mezzi insoliti di seduzione con volersi insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla rinunziazione. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano, che il re per l'atto stesso della rinunzia ordinasse ai Piemontesi, ed a' suoi soldati, che non si muovessero, ed obbedissero al governo temporaneo che sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul suo primo giungere si era tenuto nascosto, a procacciarsi segrete intelligenze con uomini di importanza, poichè a lui non solo concorrevano cupidamente gli amatori di cose nuove, ma ancora alcuni nobili che avevano cariche, si facevanorapportatori di quanto sapessero della corte, e dei ministri. Ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine del confessore. I nobili subornati gettavano in corte parole dei pericoli che sovrastavano, delle minacce dei Francesi, dell'impossibilità del resistere, della necessità del venirne ad una risoluzione terminativa. Tutti questi maneggi erano indarno, perchè, se non altro, la religione confortava Carlo Emanuele. Moltiplicavansi intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva; chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano; e chiamavano a rovina e la reggia, e i popoli, e Piemonte. Già i repubblicani ordinati da Joubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice de' suoi tetti, e dei suoi penetrali stessi, ed al quale altro fondamento non restava, consolativo, ma insufficiente, che la fede del soldati, e la divozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì cinque decembre queste parole: «La corte di Torino ha colmo la misura, ed ha mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commessi; sangue di repubblicani Francesi, sangue di repubblicani Piemontesi fu versato in copia da questa corte perfida: sperava il governo Francese, amatore della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con istinguere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia vilmente ingannata delle sue speranzeda una corte infedele ai trattati. Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di portar pace, e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito repubblicano corre ad occupare i dominj Piemontesi.»Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Dessoles raunatisi colle schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso, ed a Buffalora, passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regj, facendone prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava ad Asti, donde spingendosi più avanti, andò a piantar gli alloggiamenti sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciadori di Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella; il che tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di proietti, poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sottosopra, e d'incendiare Torino, se l'esercito francese fosse obbligato di rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportassero di nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni di ogni genere, procurandosi intale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo. Era di non poca importanza pei repubblicani, che in loro potere recassero Chivasso, terra munita di un forte presidio, e per cui Victor doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine, e per obbedire al generalissimo, mandava Grouchy segretamente una colonna di buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso, ed aiutati dai soldati di nuova leva, che quivi per accidente alloggiavano, l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto, e per ogni parte lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di lui gli estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse dichiarata.Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governatore di Torino assicurandolo, che quanto si faceva, solo si faceva per modo di cautela, e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un solo amatore di libertà, o Francese o Piemontese che si fosse, incendierebbero la città, e farebbero, che di lei pietra sopra pietra non restasse. Il governo pubblicava un manifesto, con cui esortava gli abitatori a starsene quieti, chiamava i francesi gli alleati più fedeli che si avesse, affermava che niuno niuna cosa aveva a temere da loro. Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle, che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie sorprese, ed assaltate all'impensata, erano state disarmate, e poste in condizione di prigioniere. Vide allorail re, che ogni speranza era spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno, che mille anni di dominio nella sua reale casa erano giunti al fine. Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che i posteri sapessero, che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il dì sette decembre quest'ultime parole: «Dopochè col manifesto di ieri, pubblicatosi dal governatore di questa città, si son fatte note al pubblico per ordine di Sua Maestà le dichiarazioni del generale Francese, comandante nella cittadella, e le intenzioni della Maestà Sua sempre pacifiche ed amichevoli verso i Francesi, è venuto a notizia di essa Maestà, che vari corpi di truppe Francesi siensi impadroniti di Chivasso, Novara, Alessandria e Susa, con aver fatto prigionieri gli rispettivi presidj di regia truppa. Sì fatto avvenimento non può ad altro attribuirsi, che ai sospetti calunniosamente insinuati dai nemici di Sua Maestà nell'animo dei Francesi, onde far loro concepire il vano timore, che declinando la Maestà Sua dalla fedeltà dovuta ai pubblici trattati, abbia potuto entrare in concerti opposti agl'interessi della repubblica Francese. Sua Maestà ha dato mai sempre al governo Francese le più autentiche e notorie pruove di esatta fede nell'osservanza dei patti con esso stabiliti. Guidata costantemente dalla mira di allontanare maggiori calamità dai suoi amatissimi sudditi, ha sempre mai aderito alle richieste della repubblica Francese, ora di tratte di generi, ora di vestiari, ora di munizioni per l'esercito d'Italia, sebbene oltrepassassero lesue obbligazioni, e riuscissero di sommo aggravio al regio erario: per assicurare la tranquillità dello stato, ha consentito a porre in mano dei Francesi la cittadella di Torino: invitata a fornire all'esercito Francese la parte di truppe stipulate nel trattato d'alleanza, vi si è dichiarata pronta nel giorno stesso della richiesta, ha dato senza ritardo gli ordini opportuni per la riunione della parte suddetta, ed ha spedito un ufficiale presso al generalissimo di Francia per concertare con lui intorno al modo di regolarne le mosse ed il servizio: nè ha tralasciato di spedire a Parigi per trattare colà sull'altra domanda statale pur fatta della rimessione dell'arsenale, a cui non credette di dover aderire, come non appoggiata al trattato d'alleanza, non meno che sopra vari altri oggetti di comune interesse. Mentre si aspetta l'esito dei negoziati presso il governo Francese, e presso il suo generale in Italia, si prendono dai Francesi stanzianti nella cittadella di Torino le più valide risoluzioni di difesa verso la città medesima, si ritira nella cittadella l'ambasciadore della repubblica, facendo togliere dal suo palazzo lo stemma della medesima, si arresta un regio corriere proveniente da Parigi con dispacci diretti alla legazione di Spagna, ed ai ministri di Sua Maestà; e finalmente si occupano colla forza le città di Novara, Alessandria, Chivasso e Susa. Sua Maestà vivamente commossa da sì inopinati eventi, ma sempre intenta ad allontanarne dei più funesti, non ha tralasciato di tentare ogni via di trattato coll'ambasciatore, sì per mezzo de' suoiministri, sì col prevalersi dei buoni uffizi di una corte amica, ed ha perfino spedito un uffiziale al generalissimo, onde tentare ogni mezzo di arrestare i progressi delle calamità minacciate. Sua Maestà conscia a se stessa di non aver mancato ai sacri doveri di fedeltà verso gli amici, e di amore verso i suoi sudditi, vuole che sia a tutti nota la sua leale e sincera condotta, e la protesta che fa al cospetto di tutti, di non avere dato motivo alle disavventure, che sovrastano agli amati suoi sudditi, alla fedeltà ed all'affezione dei quali essa corrisponde mai sempre con affettuosa tenerezza».Così parlava un re di Sardegna venuto in forza altrui, ma anche queste generose querele, e queste giuste difese gli vennero poco dopo interdette, ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della forza propria, ma ancora si sdegnava della ragione altrui.Intanto, perchè si venisse a conclusione, si moltiplicavano le arti e gli spaventi: si parlava, che a nissun'altra condizione sarebbero i Francesi contenti, che all'abdicazione. Cedessi al fato, nè v'era modo di ostare, giacchè Carlo Emanuele era chiamato a distruzione dal suo alleato. L'atto di abdicazione fu accordato, e stipulato il dì nove di decembre in Torino, per parte della repubblica dal generale Clauzel, e per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo, obbligandolo a ritrattarsi pubblicamentedel manifesto del giorno sette, ed a mandar Priocca in mano loro nella cittadella, come sicurtà di non resistenza, e come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro, e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si legge sul fine dell'atto, dopo il nome di Carlo Emanuele, quello di Vittorio Emanuele con queste parole:io prometto di non dare impedimento all'esecuzione di questo trattato. Fu in buon punto pel re, e per tutta la sua famiglia, che Grouchy, e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato, che fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute, non piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non imponendo la condizione della cattività dei reali. Dal che ne seguitò, che già avevano fatto la rinunzia, e già erano arrivati a Parma, quando pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta, come ostaggio per la osservanza dei patti, e qualche timore del suo nome, udite le rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu cagione, che il re il presentasse della celebretavola di Gerardo Dow, in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.Accordossi nell'atto dell'abdicazione, che il re rinunziava alla sua potestà, e comandava ai Piemontesi, che obbedissero al governo temporaneo da instituirsi dal generale di Francia: comandava altresì a' suoi soldati, che come parte dell'esercito Francese si sottomettessero al generale medesimo; che il re disdiceva il manifesto del giorno sette, e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella; che il governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e le proprietà; che i Piemontesi, che desiderassero spatriarsi, il potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile, e di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti, che volessero ripatriarsi, medesimamente il potessero fare, e ricuperassero tutti i diritti loro: potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia ritirarsi in Sardegna: finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti, e scorta mezza Francese, e mezza Piemontese; se il principe di Carignano eleggesse o di rimanersi in Piemonte, o di andarsene, sì liberamente il potesse fare, con godersi, o con disporre de' suoi beni; incontanente si suggellassero gli archivi, e le casse dell'erario: non si accettassero nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche alla Francia.Creava Joubert governo, che per modo di provvisione, ed insino a tanto che i tempi permettesseroun assetto definitivo, reggesse il Piemonte. Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono, Galli, Braida, Cavalli, Baudissone, Rossi, Sartoris; poi per un secondo Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate qualità, ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù, o per altezza di cariche, o per nobiltà di natali, e molti per tutte queste qualità insieme; nè erano certamente degni di governare in tempi sì miseri la patria loro ridotta in forestiera servitù. Che se l'ambizione guidava alcuno di loro, bene non indugiarono a conoscere, quanto fosse amaro il servire altrui; perciocchè in breve, non per colpa propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la confidenza, presso i forestieri l'amicizia: tempi funestissimi, in cui si distruggevano i governi antichi per rabbia, si corrompeva l'onorato nome dei buoni per compagnìa.Grouchy, conseguita una tanta mutazione, sforzava i soldati Piemontesi a giurare in nome della repubblica Francese: il che fecero piuttosto sbalorditi dal caso, che per volontà deliberata. Aggirati da accidenti tanto insoliti, e comandati dal loro signore, non si erano mossi ad alcuna impresa. Solo il reggimento dei cacciatori di Colli, che aveva le stanze al Parco, mezzo miglio lontano da Torino, voleva sdegnosamente correre a dar l'assalto alla cittadella, e l'avrebbe anche fatto, se i capi non avessero frenato quell'impeto più lodevole che considerato. Poco stantearrivava nella cittadella il generalissimo Joubert, il quale continentemente portandosi, non volle udire le proposte di regali, che i repubblicani erano venuti offerendogli. Bensì diedero trecento mila lire di Piemonte ad un certo Roccabruna, che era suo aiutante, repubblicano assai focoso, siccome ne faceva professione, ma che sotto quel titolo feudatario di Roccabruna altri non era, che un certo Matera Napolitano.Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei repubblicani. Ma quali fossero più degni di compassione del carcerato, o dei carceratori, giudicheranlo gli uomini diritti e dabbene. Scrivelo anche la storia, che, come la giustizia gl'innocenti dai rei, sebbene a passo lento, così i buoni dai tristi distingue, ed ai posteri secondo le opere loro raccomanda. Sarà Priocca, finchè fia in pregio la virtù fra gli uomini, lodato e celebrato, come esempio di quanto possano un animo forte, una mente sana, una sincerità singolare, ed una fede inalterabile. Sogliono le repubbliche o adulare, o calunniare, o uccidere i loro cittadini grandi. Sogliono le monarchìe, ogni cosa al re riferendo, soffocare la fama e le opere egregie dei servitori magnanimi. Ma non potranno tanto o una invidia consueta, o una prudenza ingrata, che non passi Priocca ai posteri, non solo lodato, ma ancora amato e riverito, come uno degli uomini, dei quali l'Italia e l'umanità più si debbono pregiare. Servì senza ambizione lo stato; tollerò senza abiezione il carcere e l'esiglio, e quel che più degno è di lode, questo è, che sopportò con equalità d'animola calunnia; e mentre nei tempi che seguirono, i suoi persecutori corsero, per amor dell'oro e della potenza, agli allettamenti altrui, se ne visse e morì Priocca oscuro, modesto, temperato, e contento in Pisa, ancorchè fosse stato più volte chiamato alle ambizioni da chi tanto poteva, e tanto amava tirar dietro a se, come mezzo di potenza, gli uomini venerandi. Non fu da noi conosciuto Priocca nè per beneficio, nè per ingiuria, nè mai il volto suo vedemmo; ma bene abbiamo tanto conosciuto l'animo di lui, che l'essere nati nel medesimo paese, che egli, ci rechiamo a parte di gloria.Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede degli antenati loro. Era la notte fra le nove e le dieci della sera, oscura e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume dei doppieri le scale, ed usciti dalla porta, che dà nel giardino, e quivi in carrozza montati per l'altra porta, che è tra le due del palazzo e del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano. Lasciava il re nelle abbandonate stanze per una continenza, che mai non si potrà abbastanza lodare, e per debito di religione, come protestava, le gioie preziose della corona, tutte le argenterie, e settecento mila lire in doppie d'oro in oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e la regina mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta soldati a cavallo Francesi, altrettanti Piemontesi: gli accompagnarono insino a Livorno, di Piemonte. Corse fama, e fu anche affermato, che o per timore volontariamente, o perchè fossero dai cieli serbatia tanta indegnità, a ciò costretti dai soldati repubblicani, acconciassero ai cappelli loro le nappe di tre colori; ma io non lo posso dir per certo; certo è bene, che i valletti, mentre la real famiglia scendeva le scale del palazzo, andarono cercando a tutta fretta le nominate nappe. Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in Firenze: quivi furono accolti dal gran duca, come si conveniva al grado, alla parentela, ed alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale dal commissario del direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza, architetto del re. Ma alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini rapacissimi, furono portate via le gioie, e le altre suppellettili preziose, alle quali Carlo Emanuele per la sua illibatezza e sincerità aveva, partendo, portato rispetto.Così ruinò la casa reale di Savoja. Non so ora, se mi debba raccontare l'intimazione di guerra fatta il dì dodici decembre dal direttorio, quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche terminata con la distruzione dell'autorità regia in Piemonte. Accusò il direttorio con isfrenatissime parole le coltella, i veleni, gli assassinj; disse, che il re di Sardegna s'intendeva con quel di Napoli; tacciò di perfidia la corte per non avere, come affermava, pubblicato in tutti i suoi stati il trattato di pace; allegò che favorisse ed incitasse i fuorusciti, ed i preti non giurati a macchinare contro la repubblica; che con modi orribili ed immani facesse assassinare i Francesi con coltella e con stiletti; che facesse uccidere i Francesi implicati nel moto di Domodossola, dopo promesse di perdono; che il duca d'Aosta, qual altrovecchio della montagna ordinasse e pagasse sicari, acciocchè amazzassero i Francesi: che il governo del re facesse avvelenare i fonti a morte certa dei Francesi; che insultasse i Francesi; che imprigionasse gli amici della repubblica; che chiamasse all'armi i soldati provinciali quando Napoli assaltava Roma; che quasi assediasse la cittadella; che munisse d'artiglierie i monti, che la signoreggiano. Le quali furibonde querimonie in quale conto si debbano tenere, facilmente potrà giudicare chi attentamente avrà letto il presente libro di queste mie storie.Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del novantanove, arrivava il dì tre di marzo in cospetto di Cagliari. Quivi vistosi in potestà propria, e considerato, che le deliberazioni generose, e magnanime nascono anche, e finalmente piene di comodità e di profitto, volle fare manifesto a ciascuno, e pubblicò solennemente, che l'onore della sua persona, l'interesse della sua famiglia e de' suoi successori, e così medesimamente le sue congiunzioni di amicizia con le potenze amiche, da lui, come di un debito sacro, richiedevano, che altamente, ed in cospetto di tutta Europa protestasse contro gli atti, per forza dei quali era stato costretto ad abbandonare i suoi territorj di terraferma, ed a rinunziare per un tempo all'esercizio della sua potenza. Dichiarava ed affermava, fede e parola di re, che non solamente non aveva mai violato, neanco menomamente i trattati fatti con la repubblica Francese, ma che anzi tutto al contrario, gli aveva con tale scrupolosità, e con tali dimostrazioni diamicizia e condiscendenza osservati, che di gran lunga aveva ecceduto gli obblighi contratti con la repubblica; che era notorio a ciascuno che egli ogni pensiero, ed ogni cura aveva continuamente posto, perchè ogni cittadino Francese, e principalmente i soldati, che o ne' suoi territorj stanziavano, o per loro passavano, fossero da tutti rispettati e sicuri, perchè coloro, che gl'insultassero, fossero frenati, e puniti, e perchè anzi si calmassero gli sdegni di coloro, che mossi da giusto risentimento per oltraggi ricevuti dai soldati licenziosi fossero trascorsi contro di loro ad atti violenti. Protestava medesimamente ed affermava, fede e parola di re, contro ogni scritto, ovunque fosse pubblicato, per cui venisse ad insinuarsi, che sua maestà avesse avuto intelligenze segrete con le potenze nemiche alla Francia; che in pruova di cotesto si riferiva, e con intiera fede si riposava, non solamente sui rapporti mandati al governo Francese, e su quanto i suoi generali avevano detto, e scritto più volte, ma eziandio sulle sincere testimonianze che i ministri, e i rappresentanti delle potenze, che sedevano in Torino, avevano mandato alle loro rispettive corti; che poteva vedere, e giudicare facilmente ognuno per se, e solo dai fatti noti a tutto il pubblico, che l'avere aderito a quanto gli fu imposto dalle superiori forze della repubblica, solo era temporaneo, ed altro fine non poteva avere, se non quello di allontanare dai suoi sudditi in Piemonte quelle calamità, che una giusta resistenza avrebbe partorito, essendo stato il re oppresso da un assalto improvviso, assalto,che non avrebbe mai dovuto aspettarsi da parte di una potenza sua alleata, e nel momento stesso, in cui per richiesta di lei aveva posto le proprie forze nel grado della più profonda pace. Mossa da tutti questi motivi si era sua maestà risoluta, tostochè in poter suo fosse, di far nota a tutte le potenze d'Europa l'ingiustizia del procedere dei generali ed agenti Francesi, e la nullità delle ragioni addotte nei manifesti loro, e d'invocare altresì al tempo stesso la sua rintegrazione nei dominj de' suoi maggiori.Questi lamenti e proteste del re, quando il confessare l'intelligenze avute coi nemici della Francia, se fossero state vere, gli sarebbe stato utile, e conducevole alla rintegrazione, dimostrano, non solamente sincerità, ma ancora grandezza d'animo. Così acquistava lode nella disgrazia, mentre la prosperità fruttava infamia al direttorio.Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva, con dimostrazioni di rispetto e d'amore l'esule stirpe d'Emanuele Filiberto.

La mattina del cinque molto per tempo uscivano i sollevati in numero circa di mille, e passando vicino a Tortona, senza che i Francesi, che presidiavano la piazza, facessero alcun motivo per impedirgli, marciavano alla volta di Alessandria, e già comparivano alla Spinetta alle ore cinque e mezzo della mattina. La fazione sarebbe stata molto pericolosa, se Solaro governatore di Alessandria, non avesse avuto avviso anticipato di quanto doveva seguire. Ma un preteCastellani, il quale per essere intervenuto nelle congreghe segrete dei novatori, era consapevole di ogni cosa, l'aveva fatto avvertito. Per la qual cosa Solaro, che era uomo da saper fare, aveva ordinato un'imboscata alla Spinetta, collocando circa cinquecento buoni e fedeli fanti, e cento cavalli tra la Spinetta e Marengo sotto la condotta del conte Alciati da Vercelli, capitano, siccome molto dedito al re, così anche molto avverso ai novatori. Ebbe il disegno del prudente governatore il suo effetto; imperciocchè uscendo i regj alla impensata dall'agguato, e con repentino remore assaltando ai fianchi ed alle spalle i repubblicani, che a tutt'altra cosa pensavano piuttosto che a questa, gli ruppero facilmente togliendo loro due cannoni, e bestie da soma cariche di non poche munizioni. I soldati regj, salvo nel primo impeto della battaglia, si portarono lodevolmente, non uccidendo gl'inermi e gli arrendentisi: ma si erano a loro mescolati gli abitatori della Fraschea, gente fiera di natura, ed avversa al nome Francese, ed a coloro che l'amavano. Costoro crudelmente procedendo, ammazzavano e spogliavano chiunque veniva loro alle mani. La crudeltà loro era venuta in abbominio agli ufficiali, ed ai soldati regj, che si sforzavano, sebbene con poco frutto, di moderare il loro furore. Nè la barbarie si ristette alla battaglia: nella sparsa e precipitosa fuga essendosi i vinti repubblicani nascosti, chi qua chi là per le selve, pei vigneti, e per le campagne feconde di biade, erano spietatamente ed alla spicciolata uccisi dai Frascheruoli. Adogni momento si udivano per quei luoghi folti, spari annunziatori della morte dei repubblicani. Durò ben due giorni questa piuttosto caccia, che battaglia, e piuttosto carnificina, che uccisione. Perirono seicento: morì fra loro uno Scala, giovane di natali onesti e di molta virtù, e che non ebbe altro difetto, se non di opinioni false, ed esagerate in materia di libertà.

Fu accusato a quei tempi Brune dello aver suscitato questo moto per far rivoltare gli stati del re. Allegossi, avere lui a bella posta indugiato sino ai sei del mese a pubblicare i suoi ordini per la risoluzione delle masse dei sollevati, mentre a ciò fare già insin dal giorno dell'accordo fatto con San Marsano si era obbligato. Fu accusato Menard dell'avere incitato con promesse di aiuto delle sue genti i sollevati, poi dell'avergli traditi col rivelare al governo regio tutto ciò che macchinavano; cosa troppo enorme e non credibile, neanco di quei tempi, se si considera la natura di Menard. Certo è bene, che gli ufficiali, che stavano ai fianchi sì di Brune che di Menard, spendevano presso ai sollevati il nome loro per far credere, che questi due generali secondassero il movimento che si voleva fare. Quanto a Brune, egli è certo, che con parole forti e sdegnose risolutamente negava ogni partecipazione in questo tentativo. Fu accusato il governo regio dell'avere, dopo di aver per forza consentito all'indulto, in tale modo ordinato gli accidenti, che gli fosse fatto facoltà di versare a suo piacere il sangue a copia, ed affermossi, che il governator d'Alessandria Solaro l'abbia secondato in sì orribile proposito. Della qual cosa gli autori di sìperversa opinione pigliavano indizio da questo, che l'indulto pubblicato ai due in Torino, non fu pubblicato se non ai sei in Alessandria, quando già erano seguite le uccisioni; colpa, dicevano, del governatore, che aveva sete di sangue. Scrissene molto risentitamente Ginguené a Priocca. Rispondeva risolutamente il ministro, che anche alle orecchie sue erano pervenute certe cose pur troppo dolorose, le quali gli avevano dato a conoscere, perchè il picciol corpo dei sollevati si fosse con tanta confidenza condotto tanto avanti, e che se in questa faccenda vi era perfidia, certamente con era dalla parte degli agenti del re; parole terribili, e pregne di cose molto sinistre. Poscia aggiungeva, che troppo infame esorbitanza era quella di calunniare un uomo tanto savio, qual era il governator d'Alessandria, uomo del quale tanto si erano per le sue virtù lodati tutti i commissari Francesi; che pur troppo assurdo era l'imputargli l'indugio della pubblicazione dell'indulto in Alessandria, stantechè negli ordini del Piemonte ai governatori non s'appartiene il fare tali pubblicazioni; che l'unica e vera cagione dell'indugio era nello avere spedito da Torino il manifesto per lo spaccio ordinario, che partiva il mercoldì quattro del mese, giorno appunto precedente a quello, in cui i sollevati si erano mossi al tentativo; che del rimanente, e per certo non ignoravano essi l'indulto, del che si offeriva a dare pruove autentiche ed irrefragabili; che infine non poteva restar capace, come si potesse aver per male, che una popolazione fedele e minacciata d'aggressione avesse prese le armi per la difesa comune.

L'occupazione della cittadella di Torino per partedelle genti repubblicane di Francia, che doveva, secondo i trattati e le promesse, essere cagione di concordia fra le due parti, e di sicurtà pel Piemonte, partorì al contrario maggiori sdegni, e per poco stette, ch'ella non facesse sorgere una sanguinosa battaglia tra i Francesi ed i Piemontesi nel grembo stesso della real Torino. Solevano i Francesi sul battere della diana vespertina suonare, accogliendosi sui bastioni di verso la città, ogni giorno le loro arie repubblicane, e non si astenevano neanco da quelle, che tutto il mondo conosceva essere state composte in ischerno, e derisione del re ai primi tempi della rivoluzione. Mescolavansi in mezzo a questi suoni, cosa più vera che credibile a chi non conoscesse i tempi, nella cittadella medesima voci, e motti ingiuriosi al re. Aveva il governo della fortezza l'aiutante generale Collin, il quale, siccome quegli che faceva professione di repubblicano vivo, e teneva pratiche coi novatori, che ad ogni ora lo infiammavano, si mostrava molto indulgente nel permettere a' suoi soldati queste intemperanti dimostrazioni. Ne nasceva, che ogni sera accorrevano da tutte le parti ad ascoltare quelle musiche strane i curiosi per scioperìo, i novatori per disegno, e si faceva calca presso alle mura della cittadella. Il governo, sforzato a provvedere alla quiete ed alla salute del regno, mandava soldati per prevenire ogni scandalo; ma essi, udendo il vilipendio che si faceva del loro sovrano, a grandissima rabbia si concitavano, ed a mala pena potevano frenar se stessi, che non venissero ai fatti. Così all'ire cittadine si mescolavano le ire soldatesche, ed un nembo funestissimoera vicino a scoppiare sul Piemonte. Il marchese Thaon di Sant'Andrea, governatore, aveva con iterate istanze pregato Collin, acciocchè si astenesse da usi tanto pericolosi. Rispondeva il repubblicano, ora negando parte dei fatti, ora allegando, che pure i repubblicani dovevano suonare le loro arie repubblicane, come i regj le regie. Le tresche continuavano, il pericolo cresceva. In questo estremo caso scriveva Priocca a Ginguené il dì quindici settembre, che la sera dei quattordici, oltre la solita musica, si eran fatte sentire parecchie volte dalla cittadella grida indecenti, ed ingiuriose alla persona del re; che il governo guarentiva la quiete di Torino, se non si provocasse il popolo; ma che, se con nuovi stimoli se gli stesse continuamente ai fianchi, se ogni sera se gli desse occasione di far calca, non poteva più promettere alcuna cosa, e l'ambasciadore sarebbe tenuto dei funesti accidenti che ne seguiterebbero.

Rispose l'ambasciadore, che non rifiutava il carico, ma che bene si maravigliava dello stile dello scritto; che del rimanente l'aveva comunicato a Collin. Dal che si vede, che i repubblicani di quei tempi, che con solenni scritture chiamavano quasi ogni giorno il governo Piemontese crudele, traditore e perfido, non potevano poi, per la superbia loro, sopportare, che il governo medesimo, le cose col proprio nome chiamando, gli avvertisse, e gli imputasse dei pericoli, ch'essi stessi evidentemente eccitavano.

L'intemperanza repubblicana non si rimaneva ai suoni ed ai canti: appunto il giorno dopo delle querele di Priocca, cioè il sedici settembre, o che fossesola imprudenza giovanile, o disegno espresso, come si credè con maggior probabilità, dei novatori, massimamente di quei più arditi, che dipendevano dal fomite Cisalpino, si venne ad un fatto mostruoso, che riempì di terrore tutta la città, e poco mancò, che di uccisione ancora la riempisse. Verso le ore quattro meriggiane una vergognosa, e schifa mascherata usciva dalla cittadella. Era una tratta di tre carrozze, nelle quali si trovavano femmine vivandiere travestite alla foggia delle dame di corte, ed ufficiali ammascherati ancor essi alla cortigiana secondo gli usi di Torino, con abiti neri, con grandi parrucche, con borse nere ai cappelli, con lunghe spade con l'else d'acciaio, pure nere, e con piccoli capelli sotto braccio, tutto alla foggia della corte; dietro le carrozze lacchè abbigliati parimente all'uso del paese. Perchè poi lo scherno fosse ancor più evidente, precedevano altri uffiziali vestiti in farsetto bianco con bacchette di corrieri: scortavano tutta questa mascherata quattro ussari Francesi, comandati da un ufficiale. Erano fra gli ufficiali mascherati il vicegerente, ed il segretario di Collin. Andavano attorno per tutti i canti, poi si aggiravano su tutte le passeggiate: i corrieri con mazzate, gli ussari con piattonate si facevano sgombrar davanti le brigate. Comparve la mascherata avanti alla chiesa di San Salvario sulla passeggiata del Valentino all'ora in cui il popolo stava divotamente intento alla benedizione, essendo giorno di domenica. Gli ussari, crosciando nuove piattonate, sforzavano, non senza gran romore, i circostanti a scostarsi dalla chiesa: il popolo s'accendeva di sdegno. Posta in tale guisa ogni cosa aromore con uno scherno tanto indecente della corte, e dei costumi nazionali del Piemonte, le maschere imprudentissime ritornavano sotto i viali della cittadella, dov'era la solita passeggiata frequentissima di popolo. Quivi i mascherati a guisa di corrieri, da insolenze gravi ad insolenze ancor più gravi trascorrendo, con le mazze loro abbatterono per terra tre vecchie donne, affinchè fosse sgombrata prestamente la strada alle carrozze della mascherata: al tempo medesimo gli ussari menavano piattonate forti a tutti, che incontravano. La musica concitatrice nel tempo stesso dalla cittadella suonava, e risuonava. Allora non vi fu più modo al furore, che dal popolo passò ai soldati. Erano questi in grosso numero in Torino, o nelle vicinanze; perciocchè il re, per non essere del tutto a discrezione dei repubblicani, aveva raccolto i suoi intorno alla sua regia sede; il che come disegno sinistro gli fu poscia imputato dai repubblicani. Udironsi in questo mentre archibusate, prima rare, poi moltiplicate: il popolo spaventato con una calca incredibile fuggiva; i soldati Piemontesi, cui niun comandamento poteva più frenare, accorrevano a furore; alcuni soldati Francesi restarono uccisi. Lo spavento, il furore, la vendetta occupavano le menti d'ognuno. I Francesi, che alloggiavano nella cittadella, udito il romore delle armi, e dai fuggenti il pericolo dei compagni, precipitosamente già uscivano armati, e pronti a far battaglia contro i regj. Una estrema ruina sovrastava, presente il re, alla reale Torino.

In questo punto (tanto fu il cielo propizio in mezzo a quel furioso tumulto, ai fati del Piemonte)il generale Menard, che non per ufficio, ma per accidente si trovava a Torino, veduto, che se più oltre si procedesse, vi andava in quel fatto la salute dei Francesi, la salute dei Piemontesi, correva in mezzo a' suoi, comandava a Collin, che non si muovesse, e con le sue esortazioni, con le sue minacce, con l'autorità del suo grado tanto operava, che fece fermare, e tornare in cittadella i repubblicani, impedì che traessero, soppresse i suoni concitatori, e frenò un impeto, il cui fine, s'ei non fosse stato presente, sarebbe stato funestissimo. Il governatore non tralasciò ufficio, perchè il furore improvviso dei soldati Piemontesi si raffrenasse, e diede ordini, perchè se ne tornassero alle loro stanze. Così fu salvata la capitale del Piemonte dalla generosità di Menard, e dalla moderazione di Thaon di Sant'Andrea.

L'ambasciatore di Francia, che nell'ora del tumulto se ne stava villeggiando sopra la collina di Torino, ebbe subito avviso dell'accidente, prima da alcuni uomini fidati, poscia dal governatore, il quale già innanzi che da Menard a ciò fare fosse invitato, gli aveva mandato per sua sicurezza una banda di soldati. Il ministro Priocca il mandava pregando, che ritornasse tosto, della sicurtà di lui, e di tutta la sua famiglia promettendo. Tornato l'ambasciatore la sera del medesimo giorno, da quell'uomo diritto, e dabbene che egli era, quando non era sviato dai soliti fantasmi, si dimostrò molto sdegnato contro Collin, condannando con forti parole la sua condotta, e la schifosa mascherata. Poi per opera di lui fu Collin rimosso dal governo della cittadella,e surrogato Menard, non senza grande contentezza del governo Piemontese, che vedeva ad un uomo rotto e dipendente dai novatori, surrogato un generale, che non amava le rivoluzioni, e non si dimostrava alieno dal favorire la sicurezza del paese. Queste cose faceva Ginguené sano; ma aggirato di nuovo dai novatori, tornò sul suo male, ed ingannandosi novellamente incolpava il governo regio di congiura per ammazzare tutti i Francesi il giorno stesso, che si era fatta la mascherata, come se ella, e le insolenze, e gl'insulti fatti dagli ussari e dai corrieri, che l'accompagnavano, fossero stati opera non di Francesi, ma di gente che gli volesse ammazzare. Ma a queste considerazioni non ristandosi, e trasportando le congiure da coloro che le facevano, in coloro contro i quali si facevano, e troppo facilmente condiscendendo ai desiderj di Brune, di nuovo tormentava Priocca. Addomandava con insolente instanza, che il re licenziasse tutti i suoi ministri, e nuovi ne creasse in luogo loro: voleva specialmente, che togliesse la carica a Thaon di Sant'Andrea, al conte Revello suo figliuolo, governatore d'Asti, l'uno e l'altro qualificando, come Nizzardi, di fuorusciti di Francia. Ancora voleva, che il re dismettesse il conte Castellengo, vicario di Torino, ed un David, impiegato di lui, uomini, secondo che allegava, autori di quella orribil trama di assassinamenti di Francesi. Tacque di Priocca, perchè parlava a lui. Lo sforzare un re non solo independente ma eziandio alleato, ad allontanare da se i suoi servitori più fedeli, con qualificargli anche dicapi d'assassini, è un atto di cui solo si trovano esempi nei tempi sregolati, che sono il soggetto delle presenti storie. Essendo caso d'importanza, il ministro Priocca richiese l'ambasciatore di abboccamento; accordaronsi, si farebbe in casa di Francia. Il ministro vi si condusse: si confortava col pensiero di non mancare nè di fede, nè di costanza al suo signore. Incominciò a dire, che, quanto a lui, molto volentieri darebbe luogo, e la sua licenza chiederebbe, se credesse ciò aver a ridondare a soddisfazione dei Francesi, ed a quiete del regno, che a parte delle faccende pubbliche era venuto non richiedente, le abbandonerebbe non mormorante, che nissuno meglio di lui sapeva, quanto dolorosa cosa fosse il servire in quei tempi; che non ostante, non l'amarezza dell'ufficio, ma l'utile della sua patria, e la salute del regno, se ciò richiedessero, il farebbero ritrarre; che costanza aveva sufficiente per sopportar ogni peggior male pel sovrano, ambizione non sufficiente per volere star in carica contro gl'interessi del suo paese; che quanto alle domande d'esclusione, perchè potesse farne proposta, era necessario, che non generali parole, ma fatti precisi si adducessero. Ginguené rispondendo, tornava sulle coltella, sugli stiletti, sugli assassinj: insisteva massimamente sulla necessità di allontanare dai consigli, e dal Piemonte Thaon di Sant'Andrea, e tutti i suoi figliuoli, come fuorusciti di Francia. In questo punto successe un accidente, e fu, che Marivault segretario della legazione, improvvisamente uscendo da una porta segreta, e nella stanza, dove i due ministriFrancese e Piemontese negoziavano, entrando con un gran viluppo in mano di coltelli e di stiletti, sulla tavola con irato piglio gittandolo, ed a Priocca rivolgendosi,guardate, disse,se non vi sono coltelli, e se non sono stati distribuiti; poi dite, che le accusazioni sono fondate in aria. A questo atto del quale, il minor male, che si possa dire, è, che fu una commedia molto ridicola, rise di disprezzo, e di sdegno Priocca: Ginguené prima vergognoso si tacque: poi a Marivault voltosi, gli disse,andatevene, e portatevene le coltella; che qui non si tratta di coltella. Portate via le coltella da Marivault, le quali come pruovassero, che il governo Piemontese facesse con ordini espressi ammazzare i Francesi con le coltella sulle strade, Dio solo il sa, ritornarono l'ambasciadore, ed il ministro sul negoziare. La somma fu, che non potè il primo allegare fatti precisi, o pruove del suo dire. Promise non ostante il secondo di farne rapporto; con temperate, ma efficaci parole dolendosi, che di continuo il governo regio, come instigatore, e pagatore di assassini, e la nazione Piemontese, come una banda di assassini si rappresentassero.

Parlato col re, rispondeva da parte sua Priocca, che il ministro Taleyrand, favellando col conte Balbo, ambasciatore a Parigi, aveva detto che il governo Francese non desiderava scambio nei capi del Piemontese; che del resto nè Sant'Andrea, nè i suoi figliuoli erano fuorusciti di Francia, e che gli altri magistrati, di cui si addomandava la rimozione, non solamente non erano colpevoli di quanto loro s'imputava, ma che ancoraerano stati operatori, che fosse stata in Piemonte salvata la vita a molti Francesi: che perciò il re non voleva far cambiamenti, poichè non gli poteva fare con giustizia.

Dalle precedenti narrazioni si raccoglie, che le cose tra l'ambasciatore di Francia, ed il governo del Piemonte erano giunte al punto estremo, nè alcun termine di concordia si vedeva possibile. Continuamente instava Ginguené presso al direttorio per la rimozione del conte Balbo. Da un'altra parte il conte presso al direttorio medesimo continuamente instava, acciocchè chiamasse Ginguené. Questi chiamava Balbo spargitor d'oro, seminatore di corruttele, agente operosissimo, e pericoloso di tutta la lega Europea contro Francia. Balbo chiamava Ginguené uomo buono, e stimabile per le sue qualità private, ma cervello pieno di fantasmi lontani dal vero, corrivo al prestar fede alle folìe, ed alla calunnie dei novatori, accademico importuno, ambasciatore di penna intemperante, e di natura tale che non lasciasse pur respirare un momento quel governo, che avesse a fare con lui. Arrivarono in questo mentre le novelle della mascherata, e della domanda fatta da Ginguené della espulsione dei ministri. Si prevalse destramente, e con molta instanza Balbo dei due accidenti, come già si era prevalso della domanda della cittadella. Per la qual cosa giuntovi eziandio, che Taleyrand sapeva, che la nuova confederazione contro Francia si preparava, ma non era ancor matura, e però voleva allontanar le cagioni di nuovi scandali, prevalse l'ambasciador Piemontese. Fu Ginguené, per decretodel direttorio dei ventiquattro settembre, richiamato dalla sua carica d'ambasciatore. Gli fu sostituito d'Eymar, uomo piuttosto non senza lettere, che letterato, amatore dei letterati, e di natura dolcissima, ma non d'animo tale che si potesse maneggiare con la fermezza necessaria in tempi tanto tempestosi.

Desiderava Ginguené, prima di tornare in Francia, visitare l'Italia, perchè già insin d'allora pensava all'opera, che con sì bell'arte, e tanto plauso dei buoni scrisse poi della storia letteraria d'Italia. Brune, che in mezzo agli sdegni ed alle abitudini soldatesche, amava ed accarezzava i letterati, gli offeriva denaro per far il viaggio; ma poco tempo dopo, essendo stato scambiato con Joubert, non potè Ginguené mandar ad effetto il suo intendimento, e tornossene direttamente in Francia. Fu Ginguené uomo, non solo di probità apparente, la quale non è altro che ipocrisìa, ma di probità vera, austera e reale: aveva l'animo benevolo, e volto alla vera filosofia, amatrice degli uomini. La mente sua ornavano le lettere, non poche e superficiali, nè quali si trovano sulle lingue facili dei frequentatori delle compagnevoli brigate; ma vaste e profonde; nè in lui alcuna cosa lodevole, ed egregia si sarebbe desiderata, se in età meno pazza, ed in tempi meno strani fosse vissuto. Ma i tempi l'ingannarono, siccome tanti altri puri e sinceri uomini ingannarono, rimastisi al velame delle cose, non penetranti nella sostanza; imperciocchè amava Ginguené la vera e buona libertà, ma errò col credere che là fosse, dov'era il suo contrario; e siccome fra le altre sue qualitàaveva la fantasìa ardente, e l'opinione tenacissima, non solo nell'error suo persisteva, ma in lui vieppiù sempre s'internava, credendo costanza quello, che era ostinazione. Certo, ei fu sincero nel suo inganno, e di esso si dee piuttosto compassionare, che rimproverare. Bene quest'inganno medesimo il fece trascorrere in termini molto biasimevoli contro il governo del re di Sardegna; ed io, che fui suo amico, e che dell'amicizia sua mi onoro e pregio, non ho nè potuto, nè voluto astenermi dal raccontar le azioni sue, come ambasciadore, non secondo l'affezione, ma secondo la verità. Bene altresì dico e protesto, che, se si eccettua la sua ambasciata di Piemonte, Ginguené fu uno degli uomini, dei quali più debbe l'età nostra ed onorata e fortunata tenersi.

Già altri fatti si apprestavano all'Italia. Non ignorava il direttorio, che di nuovo contro di lui si collegavano i principi, e si riforbivano le armi d'Europa. Tuttavia, avendo il suo miglior esercito, ed il miglior capitano in lidi lontani, le finanze in condizione povera e sregolata, l'esercito Italico pieno di mala contentezza, se ne andava temporeggiando, e migliori condizioni aspettando; che se di nuovo gli era necessità di correre all'armi, voleva almeno non far la parte di aggressore: aspettava, che lo assaltassero. Dal canto suo l'Austria attendeva, che arrivassero sui campi, in cui si doveva combattere, i soldati di Paolo imperatore. In questo stato dubbio venne ad accelerar le sorti la subita presa d'armi del re di Napoli. Da questo fatto non fu malagevoleal direttorio l'accorgersi, che il terrore delle sue armi era molto intiepidito nella mente degli uomini, e che la gran macchina, che si andava apprestando contro di lui, era, più che non aveva creduto, vicina a scoppiare. Non gli pareva dubbio, che il re Ferdinando non si sarebbe deliberato ad affrontare tutta la mole della repubblica di Francia da se solo, se non avesse avuto speranza di pronti e grossi soccorsi. Adunque bene considerate tutte queste cose, e poichè non poteva non far guerra a Napoli, stantechè Napoli la faceva a lui, e dubitando di un subito assalto dell'Austria sulle rive dell'Adige e dell'Adda, perciocchè gli Austriaci occupavano il paese de' Grigioni, deliberossi di assicurarsi almeno alle spalle con impossessarsi del tutto del Piemonte, che fu sempre stimato dai Francesi scaglione opportunissimo a salire alla signoria d'Italia. Inoltre ei si era persuaso, che l'amicizia di Sardegna fosse mal sicura, e dubitava, che ove le genti repubblicane, o venissero alle mani con l'Austria sui territorj Veneti, o s'affrontassero coi Napolitani sullo stato Romano, il re, facendo una mutazione improvvisa desse, coll'accostarsi ai confederati, il crollo alla bilancia. Sapeva il direttorio le ingiurie fatte a Carlo Emanuele, sapeva l'oppressione, sotto la quale era stato tenuto, e il dolore del perseverare in tante molestie; perciò non dubitava, ch'ei non pensasse a risorgere ed a vendicarsi. Alla quale opinione tanto più volentieri si accostava, quanto più il re aveva perduto la speranza, per la forma definitiva data alle repubbliche Cisalpina e Ligure, e per la protezione di Spagna versoParma, di essere ricompensato della Savoja e di Nizza. Che nel più intimo del cuore il re non amasse il governo di Francia, era cosa piuttosto certa che verisimile, ma che di fatto macchinasse contro di lui, che tutta la sua salute non avesse posta nell'amicizia di Francia, che non fosse fedele ai patti giurati con lei, che alla prima mossa d'arme non fosse per congiungere con debita fede le sue genti a quelle della repubblica, nissuno, che di sana mente sia, sarà mai per affermare. Dalle quali cose conseguita, che quand'anche cauta si potesse stimare la risoluzione, che fece il direttorio di dichiarar la guerra, e di torre lo stato al re di Sardegna, certamente non si potrà affermare, che non sia stata iniqua, perchè questo principe nè ruppe fede a Francia, nè era per romperla, nè nissuna congiunzione segreta aveva con Napoli; e manco ancora con l'Austria.

Mentre con maggiori dimostrazioni di fede e di amicizia era l'ambasciadore Balbo accarezzato da tutti i ministri, e massimamente da Taleyrand in Parigi, mandava il direttorio il generale Joubert in Italia con ordine di spegnere la potenza della casa di Savoja, e di far rivoluzione in Piemonte. Joubert sul suo primo arrivare, vedendo, che i tempi stringevano, non frappose indugio al mandar ad effetto ciò, che gli era stato commesso. Ma prima di venirne ad una deliberazione del tutto ostile, mandava a Torino l'aiutante generale Musnier con ordine di richiedere il re, che desse incontanente i diecimila soldati, ai quali era obbligato per trattato d'alleanza, e gli mandasse a congiungersi coi Francesi, ed oltre a ciò che rimettessein mano di lui l'arsenale di Torino, domanda di estremo momento, per essere l'arsenale situato nella città stessa, e vicino alla cittadella.

Rispose, che darebbe incontanente i diecimila soldati: mandò il giorno stesso della richiesta gli ordini, perchè si adunassero; spedì un ufficiale a Milano, perchè consultasse col generalissimo intorno al modo del marciare dell'esercito Piemontese verso il Francese, e del vivere, e del servire insieme l'uno con l'altro. Quanto all'arsenale, si espresse, non poterlo consegnare, perchè la domanda non era conforme al trattato d'alleanza; avere spacciato a Parigi un uomo a posta, affinchè questo emergente si accordasse col direttorio.

Non contentandosi Joubert delle risposte, e di quali si sarebbe contentato non si vede, si risolveva a mandar ad esecuzione quello che gli era stato comandato. L'importanza del fatto in ciò consisteva che la possessione della cittadella si rendesse sicura in mano dei repubblicani. Perlocchè il generalissimo vi mandava a governarla il dì venzette novembre il generale Grouchy in iscambio di Menard, che era stimato od abborrente per natura da sì gravi ingiurie, o non alieno dal favorire gl'interessi del re. Aveva Grouchy da Joubert il mandato di fortificar vieppiù la cittadella, di fornirla di munizioni, di moltiplicar le artiglierie sulla fronte che guarda la città: sperava, che col terrore potrebbe indurre il governo Piemontese a venire a qualche accordo. Mirava il direttorio a far rinunziare il re di per se stesso, senza che si venisse all'esperimento delle armi. Ora che dirà laposterità di quello sdegno di Ginguenè, solo al pensare, quando addomandava la cittadella di Torino che il re potesse sospettare, che i Francesi fossero per abusare della possessione di lei contro di lui, e di quel gridare, e di quel lamentarsi che faceva, che un tale sospetto era un insulto fatto alla lealtà Francese? Non sapeva egli, che il direttorio non aveva fede, e che i Francesi obbedivano al direttorio? Perchè ingaggiar lealtà di Francia, quando la lealtà di Francia non dipendeva dai Francesi? Ma dubitando, che l'apparato della forza non bastasse a muovere l'animo di Carlo Emanuele, si usò anche l'astuzia. Per la qual cosa non sì tosto era Grouchy giunto a Torino, che con tutte le arti procurava di sapere per mezzo dei democrati del paese, e di quanti altri potesse adescare, quali fossero le intenzioni del re e del ministri, e sopratutto quali mezzi di difesa avessero. Nè abborrirono gli agenti del direttorio, sapendo quanto Carlo Emanuele fosse dedito alla religione, dal tentar mezzi insoliti di seduzione con volersi insinuare presso al suo confessore, affinchè l'esortasse alla rinunziazione. Nè solo l'abdicazione procuravano, ma volevano, che il re per l'atto stesso della rinunzia ordinasse ai Piemontesi, ed a' suoi soldati, che non si muovessero, ed obbedissero al governo temporaneo che sarebbe instituito. Riuscì il generale di Francia, che sul suo primo giungere si era tenuto nascosto, a procacciarsi segrete intelligenze con uomini di importanza, poichè a lui non solo concorrevano cupidamente gli amatori di cose nuove, ma ancora alcuni nobili che avevano cariche, si facevanorapportatori di quanto sapessero della corte, e dei ministri. Ma il tentativo della confessione non ebbe effetto per la rettitudine del confessore. I nobili subornati gettavano in corte parole dei pericoli che sovrastavano, delle minacce dei Francesi, dell'impossibilità del resistere, della necessità del venirne ad una risoluzione terminativa. Tutti questi maneggi erano indarno, perchè, se non altro, la religione confortava Carlo Emanuele. Moltiplicavansi intanto le bocche da fuoco contro la città: il terrore cresceva; chiamava il governo i reggimenti sparsi a difendere Torino, ed eglino con presti passi accorrevano: i fati sovrastavano; e chiamavano a rovina e la reggia, e i popoli, e Piemonte. Già i repubblicani ordinati da Joubert marciavano a distruggere un re tante volte assalito con ingiurie, di cui con fraude avevano occupato la fortezza difenditrice de' suoi tetti, e dei suoi penetrali stessi, ed al quale altro fondamento non restava, consolativo, ma insufficiente, che la fede del soldati, e la divozione dei popoli. Pubblicava Joubert il dì cinque decembre queste parole: «La corte di Torino ha colmo la misura, ed ha mandato giù la visiera: da lungo tempo gran delitti ha commessi; sangue di repubblicani Francesi, sangue di repubblicani Piemontesi fu versato in copia da questa corte perfida: sperava il governo Francese, amatore della pace, con mezzi di conciliazione rappacificarla, sperava ristorar i mali di una lunga guerra, sperava dar quiete al Piemonte con istinguere ogni giorno più la sua alleanza con lui: ma fu Francia vilmente ingannata delle sue speranzeda una corte infedele ai trattati. Per la qual cosa ella comanda oggi al suo generale di non più prestar fede a gente perfida, di vendicar l'onore della grande nazione, e di portar pace, e felicità al Piemonte: per questi motivi l'esercito repubblicano corre ad occupare i dominj Piemontesi.»

Nel mentre che Joubert così parlava, Victor e Dessoles raunatisi colle schiere loro nelle vicinanze di Pavia, ad Abbiategrasso, ed a Buffalora, passato il Ticino, si avviavano a Novara, nella quale entrarono per uno stratagemma militare di soldati nascosti in certe carrette. Presa Novara, spingevano le prime squadre insino a Vercelli. L'aiutante generale Louis s'impadroniva di Susa, Casabianca di Cuneo, Montrichard di Alessandria, sorprendendo in ogni luogo i soldati regj, facendone prigionieri i governatori. Avuta Alessandria, Montrichard s'incamminava ad Asti, donde spingendosi più avanti, andò a piantar gli alloggiamenti sulla collina di Superga, che da levante signoreggia la capitale del regno. In questo mezzo tempo ordinava Grouchy, che gli ambasciadori di Francia e della Cisalpina si ricovrassero nella cittadella; il che tostamente eseguirono, tolte prima dalle loro case le insegne delle loro repubbliche. Poi penuriando la cittadella di munizioni, massimamente di proietti, poichè intenzione dei repubblicani era di voltar sottosopra, e d'incendiare Torino, se l'esercito francese fosse obbligato di rendersene padrone per forza, operarono di modo che si trasportassero di nascosto dall'arsenale nella fortezza armi e munizioni di ogni genere, procurandosi intale modo le armi del re per combatterlo e distruggerlo. Era di non poca importanza pei repubblicani, che in loro potere recassero Chivasso, terra munita di un forte presidio, e per cui Victor doveva passare per venirsene da Vercelli a Torino. A questo fine, e per obbedire al generalissimo, mandava Grouchy segretamente una colonna di buoni soldati, i quali arrivati inopinatamente sopra Chivasso, ed aiutati dai soldati di nuova leva, che quivi per accidente alloggiavano, l'occuparono facilmente. Rovinava tutto ad un tratto, e per ogni parte lo stato del re, usando i repubblicani per sorpresa contro di lui gli estremi della guerra, quantunque ancora il governo loro non l'avesse dichiarata.

Intanto si continuava nelle dissimulazioni. Scrivevano al governatore di Torino assicurandolo, che quanto si faceva, solo si faceva per modo di cautela, e che se per questo si attentasse di por le mani addosso ad un solo amatore di libertà, o Francese o Piemontese che si fosse, incendierebbero la città, e farebbero, che di lei pietra sopra pietra non restasse. Il governo pubblicava un manifesto, con cui esortava gli abitatori a starsene quieti, chiamava i francesi gli alleati più fedeli che si avesse, affermava che niuno niuna cosa aveva a temere da loro. Mentre si appiccava questo manifesto sui muri, ecco giungere le novelle, che già erano prese Novara, Susa, Chivasso, Alessandria, che già Torino era stretto da ogni parte da gente nemica, che già le truppe regie sorprese, ed assaltate all'impensata, erano state disarmate, e poste in condizione di prigioniere. Vide allorail re, che ogni speranza era spenta, che i fati repubblicani prevalevano, ch'era perduto il regno, che mille anni di dominio nella sua reale casa erano giunti al fine. Restava, poichè perdeva la potenza, che non perdesse l'onore; volle che i posteri sapessero, che periva innocente. Pubblicava adunque Priocca il dì sette decembre quest'ultime parole: «Dopochè col manifesto di ieri, pubblicatosi dal governatore di questa città, si son fatte note al pubblico per ordine di Sua Maestà le dichiarazioni del generale Francese, comandante nella cittadella, e le intenzioni della Maestà Sua sempre pacifiche ed amichevoli verso i Francesi, è venuto a notizia di essa Maestà, che vari corpi di truppe Francesi siensi impadroniti di Chivasso, Novara, Alessandria e Susa, con aver fatto prigionieri gli rispettivi presidj di regia truppa. Sì fatto avvenimento non può ad altro attribuirsi, che ai sospetti calunniosamente insinuati dai nemici di Sua Maestà nell'animo dei Francesi, onde far loro concepire il vano timore, che declinando la Maestà Sua dalla fedeltà dovuta ai pubblici trattati, abbia potuto entrare in concerti opposti agl'interessi della repubblica Francese. Sua Maestà ha dato mai sempre al governo Francese le più autentiche e notorie pruove di esatta fede nell'osservanza dei patti con esso stabiliti. Guidata costantemente dalla mira di allontanare maggiori calamità dai suoi amatissimi sudditi, ha sempre mai aderito alle richieste della repubblica Francese, ora di tratte di generi, ora di vestiari, ora di munizioni per l'esercito d'Italia, sebbene oltrepassassero lesue obbligazioni, e riuscissero di sommo aggravio al regio erario: per assicurare la tranquillità dello stato, ha consentito a porre in mano dei Francesi la cittadella di Torino: invitata a fornire all'esercito Francese la parte di truppe stipulate nel trattato d'alleanza, vi si è dichiarata pronta nel giorno stesso della richiesta, ha dato senza ritardo gli ordini opportuni per la riunione della parte suddetta, ed ha spedito un ufficiale presso al generalissimo di Francia per concertare con lui intorno al modo di regolarne le mosse ed il servizio: nè ha tralasciato di spedire a Parigi per trattare colà sull'altra domanda statale pur fatta della rimessione dell'arsenale, a cui non credette di dover aderire, come non appoggiata al trattato d'alleanza, non meno che sopra vari altri oggetti di comune interesse. Mentre si aspetta l'esito dei negoziati presso il governo Francese, e presso il suo generale in Italia, si prendono dai Francesi stanzianti nella cittadella di Torino le più valide risoluzioni di difesa verso la città medesima, si ritira nella cittadella l'ambasciadore della repubblica, facendo togliere dal suo palazzo lo stemma della medesima, si arresta un regio corriere proveniente da Parigi con dispacci diretti alla legazione di Spagna, ed ai ministri di Sua Maestà; e finalmente si occupano colla forza le città di Novara, Alessandria, Chivasso e Susa. Sua Maestà vivamente commossa da sì inopinati eventi, ma sempre intenta ad allontanarne dei più funesti, non ha tralasciato di tentare ogni via di trattato coll'ambasciatore, sì per mezzo de' suoiministri, sì col prevalersi dei buoni uffizi di una corte amica, ed ha perfino spedito un uffiziale al generalissimo, onde tentare ogni mezzo di arrestare i progressi delle calamità minacciate. Sua Maestà conscia a se stessa di non aver mancato ai sacri doveri di fedeltà verso gli amici, e di amore verso i suoi sudditi, vuole che sia a tutti nota la sua leale e sincera condotta, e la protesta che fa al cospetto di tutti, di non avere dato motivo alle disavventure, che sovrastano agli amati suoi sudditi, alla fedeltà ed all'affezione dei quali essa corrisponde mai sempre con affettuosa tenerezza».

Così parlava un re di Sardegna venuto in forza altrui, ma anche queste generose querele, e queste giuste difese gli vennero poco dopo interdette, ed anzi imputate a delitto da chi non solo abusava della forza propria, ma ancora si sdegnava della ragione altrui.

Intanto, perchè si venisse a conclusione, si moltiplicavano le arti e gli spaventi: si parlava, che a nissun'altra condizione sarebbero i Francesi contenti, che all'abdicazione. Cedessi al fato, nè v'era modo di ostare, giacchè Carlo Emanuele era chiamato a distruzione dal suo alleato. L'atto di abdicazione fu accordato, e stipulato il dì nove di decembre in Torino, per parte della repubblica dal generale Clauzel, e per parte del re da Raimondo di San Germano, personaggio di molta, anzi di unica autorità appresso di lui. Non si soddisfecero i repubblicani di torgli lo stato, ma vollero anche amareggiarlo, obbligandolo a ritrattarsi pubblicamentedel manifesto del giorno sette, ed a mandar Priocca in mano loro nella cittadella, come sicurtà di non resistenza, e come testimonio di ritrattazione. Vollero eziandio, essendosi persuasi che il duca d'Aosta fosse mosso da avversioni eccessive contro di loro, e capace di venire a qualche tentativo d'importanza, che anch'esso sottoscrivesse l'abdicazione. Per questa cagione si legge sul fine dell'atto, dopo il nome di Carlo Emanuele, quello di Vittorio Emanuele con queste parole:io prometto di non dare impedimento all'esecuzione di questo trattato. Fu in buon punto pel re, e per tutta la sua famiglia, che Grouchy, e Clauzel con tanta pressa lo avessero sforzato alla rinunzia; conciossiacosachè aveva il direttorio comandato, che fossero condotti in Francia, compiacendosi nel pensiero di mostrare ai repubblicani, come a guisa di trionfo, un re e molti principi debellati e cattivi. Ma Taleyrand, al quale se piacevano le opere astute, non piacevano le giacobiniche, aveva mandato a Joubert, innanzi che spedisse gli ordini del direttorio, che sforzasse presto il re alla rinunzia, non imponendo la condizione della cattività dei reali. Dal che ne seguitò, che già avevano fatto la rinunzia, e già erano arrivati a Parma, quando pervenne a Joubert gli spacci per la cattività loro. Clauzel, che aveva richiesto sui primi negoziati la persona del duca d'Aosta, come ostaggio per la osservanza dei patti, e qualche timore del suo nome, udite le rimostranze del re e della regina, facilmente se ne rimase: il che fu cagione, che il re il presentasse della celebretavola di Gerardo Dow, in cui è dipinta con tanta maestria la idropica.

Accordossi nell'atto dell'abdicazione, che il re rinunziava alla sua potestà, e comandava ai Piemontesi, che obbedissero al governo temporaneo da instituirsi dal generale di Francia: comandava altresì a' suoi soldati, che come parte dell'esercito Francese si sottomettessero al generale medesimo; che il re disdiceva il manifesto del giorno sette, e mandava il suo ministro Damiano di Priocca nella cittadella; che il governatore della città si conformasse alla volontà del comandante della cittadella; che fosse sicura la religione, sicure parimente le persone e le proprietà; che i Piemontesi, che desiderassero spatriarsi, il potessero fare liberamente con facoltà di portarsene il loro mobile, e di vendere gli stabili, e che i Piemontesi fuorusciti, che volessero ripatriarsi, medesimamente il potessero fare, e ricuperassero tutti i diritti loro: potesse liberamente il re con tutta la sua famiglia ritirarsi in Sardegna: finchè in Piemonte fosse, si conservassero i suoi palazzi e le sue ville libere; gli si dessero i passaporti, e scorta mezza Francese, e mezza Piemontese; se il principe di Carignano eleggesse o di rimanersi in Piemonte, o di andarsene, sì liberamente il potesse fare, con godersi, o con disporre de' suoi beni; incontanente si suggellassero gli archivi, e le casse dell'erario: non si accettassero nei porti della Sardegna le navi delle potenze nemiche alla Francia.

Creava Joubert governo, che per modo di provvisione, ed insino a tanto che i tempi permettesseroun assetto definitivo, reggesse il Piemonte. Vi chiamava per un primo decreto Favrat, Botton di Castellamonte, San Martino della Motta, Fasella, Bertolotti, Bossi, Colla, Fava, Bono, Galli, Braida, Cavalli, Baudissone, Rossi, Sartoris; poi per un secondo Cerise, Avogadro, Botta, Chiabrera, Bellini. Erano uomini d'onorate qualità, ed i più splendevano egregiamente o per dottrina, o per virtù, o per altezza di cariche, o per nobiltà di natali, e molti per tutte queste qualità insieme; nè erano certamente degni di governare in tempi sì miseri la patria loro ridotta in forestiera servitù. Che se l'ambizione guidava alcuno di loro, bene non indugiarono a conoscere, quanto fosse amaro il servire altrui; perciocchè in breve, non per colpa propria, ma dei tempi, perdettero presso i compatriotti loro la confidenza, presso i forestieri l'amicizia: tempi funestissimi, in cui si distruggevano i governi antichi per rabbia, si corrompeva l'onorato nome dei buoni per compagnìa.

Grouchy, conseguita una tanta mutazione, sforzava i soldati Piemontesi a giurare in nome della repubblica Francese: il che fecero piuttosto sbalorditi dal caso, che per volontà deliberata. Aggirati da accidenti tanto insoliti, e comandati dal loro signore, non si erano mossi ad alcuna impresa. Solo il reggimento dei cacciatori di Colli, che aveva le stanze al Parco, mezzo miglio lontano da Torino, voleva sdegnosamente correre a dar l'assalto alla cittadella, e l'avrebbe anche fatto, se i capi non avessero frenato quell'impeto più lodevole che considerato. Poco stantearrivava nella cittadella il generalissimo Joubert, il quale continentemente portandosi, non volle udire le proposte di regali, che i repubblicani erano venuti offerendogli. Bensì diedero trecento mila lire di Piemonte ad un certo Roccabruna, che era suo aiutante, repubblicano assai focoso, siccome ne faceva professione, ma che sotto quel titolo feudatario di Roccabruna altri non era, che un certo Matera Napolitano.

Damiano di Priocca andava a porsi in cittadella in potestà dei repubblicani. Ma quali fossero più degni di compassione del carcerato, o dei carceratori, giudicheranlo gli uomini diritti e dabbene. Scrivelo anche la storia, che, come la giustizia gl'innocenti dai rei, sebbene a passo lento, così i buoni dai tristi distingue, ed ai posteri secondo le opere loro raccomanda. Sarà Priocca, finchè fia in pregio la virtù fra gli uomini, lodato e celebrato, come esempio di quanto possano un animo forte, una mente sana, una sincerità singolare, ed una fede inalterabile. Sogliono le repubbliche o adulare, o calunniare, o uccidere i loro cittadini grandi. Sogliono le monarchìe, ogni cosa al re riferendo, soffocare la fama e le opere egregie dei servitori magnanimi. Ma non potranno tanto o una invidia consueta, o una prudenza ingrata, che non passi Priocca ai posteri, non solo lodato, ma ancora amato e riverito, come uno degli uomini, dei quali l'Italia e l'umanità più si debbono pregiare. Servì senza ambizione lo stato; tollerò senza abiezione il carcere e l'esiglio, e quel che più degno è di lode, questo è, che sopportò con equalità d'animola calunnia; e mentre nei tempi che seguirono, i suoi persecutori corsero, per amor dell'oro e della potenza, agli allettamenti altrui, se ne visse e morì Priocca oscuro, modesto, temperato, e contento in Pisa, ancorchè fosse stato più volte chiamato alle ambizioni da chi tanto poteva, e tanto amava tirar dietro a se, come mezzo di potenza, gli uomini venerandi. Non fu da noi conosciuto Priocca nè per beneficio, nè per ingiuria, nè mai il volto suo vedemmo; ma bene abbiamo tanto conosciuto l'animo di lui, che l'essere nati nel medesimo paese, che egli, ci rechiamo a parte di gloria.

Abbandonava il re, abbandonavano i reali di Piemonte la gloriosa sede degli antenati loro. Era la notte fra le nove e le dieci della sera, oscura e piovosa; occupava la città un alto terrore: scendevano al lume dei doppieri le scale, ed usciti dalla porta, che dà nel giardino, e quivi in carrozza montati per l'altra porta, che è tra le due del palazzo e del Po, alla strada maestra di verso Italia pervenivano. Lasciava il re nelle abbandonate stanze per una continenza, che mai non si potrà abbastanza lodare, e per debito di religione, come protestava, le gioie preziose della corona, tutte le argenterie, e settecento mila lire in doppie d'oro in oro. Alcuni fra i principi piangevano; il re e la regina mostravano una grandissima costanza. Scortavangli ottanta soldati a cavallo Francesi, altrettanti Piemontesi: gli accompagnarono insino a Livorno, di Piemonte. Corse fama, e fu anche affermato, che o per timore volontariamente, o perchè fossero dai cieli serbatia tanta indegnità, a ciò costretti dai soldati repubblicani, acconciassero ai cappelli loro le nappe di tre colori; ma io non lo posso dir per certo; certo è bene, che i valletti, mentre la real famiglia scendeva le scale del palazzo, andarono cercando a tutta fretta le nominate nappe. Condussersi gli esuli principi in Parma, poi in Firenze: quivi furono accolti dal gran duca, come si conveniva al grado, alla parentela, ed alla disgrazia. Fu suggellato il palazzo reale dal commissario del direttorio Amelot, e dall'architetto Piacenza, architetto del re. Ma alcuni giorni dopo, rotti i suggelli da uomini rapacissimi, furono portate via le gioie, e le altre suppellettili preziose, alle quali Carlo Emanuele per la sua illibatezza e sincerità aveva, partendo, portato rispetto.

Così ruinò la casa reale di Savoja. Non so ora, se mi debba raccontare l'intimazione di guerra fatta il dì dodici decembre dal direttorio, quando già la guerra non solo era stata fatta, ma anche terminata con la distruzione dell'autorità regia in Piemonte. Accusò il direttorio con isfrenatissime parole le coltella, i veleni, gli assassinj; disse, che il re di Sardegna s'intendeva con quel di Napoli; tacciò di perfidia la corte per non avere, come affermava, pubblicato in tutti i suoi stati il trattato di pace; allegò che favorisse ed incitasse i fuorusciti, ed i preti non giurati a macchinare contro la repubblica; che con modi orribili ed immani facesse assassinare i Francesi con coltella e con stiletti; che facesse uccidere i Francesi implicati nel moto di Domodossola, dopo promesse di perdono; che il duca d'Aosta, qual altrovecchio della montagna ordinasse e pagasse sicari, acciocchè amazzassero i Francesi: che il governo del re facesse avvelenare i fonti a morte certa dei Francesi; che insultasse i Francesi; che imprigionasse gli amici della repubblica; che chiamasse all'armi i soldati provinciali quando Napoli assaltava Roma; che quasi assediasse la cittadella; che munisse d'artiglierie i monti, che la signoreggiano. Le quali furibonde querimonie in quale conto si debbano tenere, facilmente potrà giudicare chi attentamente avrà letto il presente libro di queste mie storie.

Partito il re da Livorno di Toscana in sull'entrare del novantanove, arrivava il dì tre di marzo in cospetto di Cagliari. Quivi vistosi in potestà propria, e considerato, che le deliberazioni generose, e magnanime nascono anche, e finalmente piene di comodità e di profitto, volle fare manifesto a ciascuno, e pubblicò solennemente, che l'onore della sua persona, l'interesse della sua famiglia e de' suoi successori, e così medesimamente le sue congiunzioni di amicizia con le potenze amiche, da lui, come di un debito sacro, richiedevano, che altamente, ed in cospetto di tutta Europa protestasse contro gli atti, per forza dei quali era stato costretto ad abbandonare i suoi territorj di terraferma, ed a rinunziare per un tempo all'esercizio della sua potenza. Dichiarava ed affermava, fede e parola di re, che non solamente non aveva mai violato, neanco menomamente i trattati fatti con la repubblica Francese, ma che anzi tutto al contrario, gli aveva con tale scrupolosità, e con tali dimostrazioni diamicizia e condiscendenza osservati, che di gran lunga aveva ecceduto gli obblighi contratti con la repubblica; che era notorio a ciascuno che egli ogni pensiero, ed ogni cura aveva continuamente posto, perchè ogni cittadino Francese, e principalmente i soldati, che o ne' suoi territorj stanziavano, o per loro passavano, fossero da tutti rispettati e sicuri, perchè coloro, che gl'insultassero, fossero frenati, e puniti, e perchè anzi si calmassero gli sdegni di coloro, che mossi da giusto risentimento per oltraggi ricevuti dai soldati licenziosi fossero trascorsi contro di loro ad atti violenti. Protestava medesimamente ed affermava, fede e parola di re, contro ogni scritto, ovunque fosse pubblicato, per cui venisse ad insinuarsi, che sua maestà avesse avuto intelligenze segrete con le potenze nemiche alla Francia; che in pruova di cotesto si riferiva, e con intiera fede si riposava, non solamente sui rapporti mandati al governo Francese, e su quanto i suoi generali avevano detto, e scritto più volte, ma eziandio sulle sincere testimonianze che i ministri, e i rappresentanti delle potenze, che sedevano in Torino, avevano mandato alle loro rispettive corti; che poteva vedere, e giudicare facilmente ognuno per se, e solo dai fatti noti a tutto il pubblico, che l'avere aderito a quanto gli fu imposto dalle superiori forze della repubblica, solo era temporaneo, ed altro fine non poteva avere, se non quello di allontanare dai suoi sudditi in Piemonte quelle calamità, che una giusta resistenza avrebbe partorito, essendo stato il re oppresso da un assalto improvviso, assalto,che non avrebbe mai dovuto aspettarsi da parte di una potenza sua alleata, e nel momento stesso, in cui per richiesta di lei aveva posto le proprie forze nel grado della più profonda pace. Mossa da tutti questi motivi si era sua maestà risoluta, tostochè in poter suo fosse, di far nota a tutte le potenze d'Europa l'ingiustizia del procedere dei generali ed agenti Francesi, e la nullità delle ragioni addotte nei manifesti loro, e d'invocare altresì al tempo stesso la sua rintegrazione nei dominj de' suoi maggiori.

Questi lamenti e proteste del re, quando il confessare l'intelligenze avute coi nemici della Francia, se fossero state vere, gli sarebbe stato utile, e conducevole alla rintegrazione, dimostrano, non solamente sincerità, ma ancora grandezza d'animo. Così acquistava lode nella disgrazia, mentre la prosperità fruttava infamia al direttorio.

Accoglievano i Sardi, come ben si conveniva, con dimostrazioni di rispetto e d'amore l'esule stirpe d'Emanuele Filiberto.


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