LIBRO DECIMOSESTOSOMMARIOGuerra nello stato Romano. I Napoletani cacciati da Championnet. Mack, generale dei regj, si ritira, e fa un suo principale alloggiamento a Capua. Il re Ferdinando si ritira in Sicilia. Le provincie tumultuano contro i Francesi, Napoli stessa si muove a furia di popolo contro di loro. Feroci battaglie tra i Francesi ed i lazzaroni. I Francesi entrano in Napoli. Continente condotta di Championnet: crea a Napoli un governo provvisorio; è richiamato dal direttorio, e perchè: gli vien surrogato Macdonald. I popoli delle province si muovono quasi universalmente contro i Francesi. Mossa importante del cardinal Ruffo. Guerra terribile, crudele, e sanguinosa. Rivoluzione di Lucca. Accidenti gravi del Piemonte: domanda la sua unione alla Francia. Scherer surrogato a Joubert nel supremo grado dell'esercito d'Italia, e perchè. Nuova guerra. Scherer vinto da Kray a Verona, poi a Magnano. I Russi sotto la condotta di Suwarow arrivano in Italia ad ingrossar gli Austriaci. Moreau subentra a Scherer, e combatte infelicemente a Cassano: si ritira prima ad Alessandria, poi sul territorio Ligure oltre gli Apennini. Milano in poter dei confederati. Moti incomposti dei Piemontesi. Suwarow arriva in Piemonte, e vi crea un governo provvisorio. Presa della cittadella di Torino. I repubblicani d'Italia o sono carcerati, o si ricoverano in Francia: benevolenza dei Francesi verso di loro.Mentre la sede antica dei re di Sardegna diveniva preda dei repubblicani, più abili a sconvolgere,che ad ordinare, le sorti della parte meridionale d'Italia imprudentemente, e forse temerariamente tentate dal re di Napoli, partorivano accidenti insoliti e terribili. Non aveva il generale Mack trovato nello stato Romano quel seguito, che si era concetto colla speranza, poichè l'essersi ritirati, ma intieri, non rotti, i Francesi, e la fama ancor fresca del loro valore, davano timore che, ove fossero ingrossati, si precipitassero di nuovo alle offese con danno estremo di coloro, che troppo vivamente si fossero scoperti contro di loro. Nè ignoravano i popoli, che sebbene un odio grande ai nuovi repubblicani si portasse, non pochi erano, che con le ricchezze, con le esortazioni, e con tutta l'opera loro gli secondavano: il che faceva che ognuno credesse, che la parte loro fosse maggiore di quello, che era veramente. Ne nasceva altresì, che i Francesi erano, per mezzo degli aderenti, ottimamente informati di quanto più importava loro sapere per la salute dell'esercito. Il terrore poi concetto per le infelici pruove fatte contro i medesimi in parecchie parti d'Italia, massimamente il caso spaventoso di Verona, teneva sospeso l'animo di ognuno, impediva che si movesse cosa alcuna contro i repubblicani, e frenava i popoli desiderosi di prorompere. Nè potevano persuadersi facilmente, che le truppe Napolitane, di cui si conoscevano piuttosto i vanti che i fatti, fossero abili a resistere a genti tanto riputate per esperienza e per valore: la troppo facile vittoria, essendosi i Francesi ritirati piuttosto volontariamente, che per battaglie infelicemente combattute, aveva allontanato daiNapolitani ogni occasione di mostrare ciò, che potessero contro quei campioni formidabili della repubblica, per modo che era la fama dei repubblicani intatta, quella dei regj dubbia. Per la qual cosa dalla occupazione dei territorj in fuori, acquistati piuttosto senza contrasto, che per forza, la riputazione e la probabilità della vittoria stava tuttavia dal canto dei vincitori audacissimi d'Italia. Si aggiungeva, che sebbene i Romani odiassero i Francesi, non amavano però i Napolitani, e pareva loro di uscire da una servitù abbominata per sottentrare ad un'altra forse non meno odiosa. Nè il procedere dei Napolitani era atto a rattemperare gli odj; perchè oltre le parole al solito gonfiamente lanciate, il che irritava la Romana natura assuefatta a mirar al reale, non al vano, i fatti erano piuttosto da conquistatori provocati, che da amici chiamati, e l'Italia andava a sacco e da chi pretendeva liberarla con parole di libertà, e da chi pretendeva liberarla con parole di conservazione. Tutte queste cose non erano nascoste a Mack, e però argomentando, che la guerra era piuttosto incominciata di nome che di fatto, e che se con qualche fazione importante, in cui si venisse al sangue, non dimostrava che le mani fossero tanto forti, quanto le lingue pronte, il tempo avrebbe presto condotto una mutazione di fortuna, si deliberava ad andar all'incontro delle armi repubblicane. Del che tanto maggiore necessità gli sovrastava, quanto Championnet raccoglieva genti in fretta, e continuamente s'ingrossava.Avendo adunque avuto avviso, che con felicenavigazione era Naselli sbarcato a Livorno, e Ruggiero di Damas ad Orbitello, si muoveva a tentare la fortuna delle battaglie. Siccome poi credeva, se prosperamente nei primi incontri combattesse, di trovare, se non maggiore inclinazione di popoli, almeno maggiore sicurtà di governo nella Toscana, provincia suddita a principe Austriaco, elesse di far impeto contro l'ala destra dell'esercito Francese, che governata dal generale Macdonald, da Terni si distendeva fin verso Nepi, Civitacastellana, e Monterosi. A questo partito dava anche favore il pensare, che Naselli, e massimamente il conte Ruggiero venivano alla volta sua per la strada del littorale, coi quali desiderava, ed era punto principale della sua impresa, il congiungersi. Nè era di poca importanza il moto della città di Viterbo, che a furor di popolo si era scoperta contro i Francesi. Marciava Mack, divisi i suoi in cinque schiere, il dì cinque decembre, da Baccano contro i repubblicani, mentre al tempo stesso ordinava un moto verso Civitaducale, per tener in rispetto i Francesi da quella banda. Prevaleva di gran lunga di numero, conducendo quarantamila soldati contro un nemico, che se arrivava agli ottomila, non gli passava, poichè in questo numero consisteva l'ala destra dei repubblicani. Sboccava la prima schiera Napolitana verso Nepi, la seconda, insistendo sull'antica via Romana, verso Rignano, la terza verso Santa Maria di Falori, schiere tutte destinate a combattere sulla destra sponda del Tevere. La quarta aveva il carico d'impadronirsi di Vignanello per guadagnare la terra d'Orta, e quivi varcareil fiume. Finalmente per fare un po' di spalla a destra a tutte queste genti, la quinta schiera dei regj marciava contro a Magliano, e già aveva traversato il Tevere al passo di Ponzano. I Francesi, sentita prestamente la venuta del nemico, non si fermarono ad aspettarlo, ma siccome quelli, che stimavano se stessi da quegli uomini valorosi che erano, e tenendo in poco conto le genti Napolitane, uscirono incontanente ad incontrarle. I capi poco dubitavano della vittoria, perchè oltre il provato valore dei soldati, sapevano, che gli assalti dei Francesi, per la natura pronta della nazione, sono sempre più fortunati che le difese. Non fu l'esito diverso dalle speranze. Kellerman, figliuolo del vecchio generale di questo nome, e giovane commendabile per valore e per bontà, contuttochè sulle prime trovasse un duro incontro, ruppe la prima Napolitana schiera, cacciolla insino a Monterosi, e quivi rompendola di nuovo tagliava a pezzi i valorosi, disperdeva i codardi. Non procedettero con maggior riputazione le cose dei Napolitani dall'altre parti: il colonnello Lahure ruppe la schiera di Rignano, sebbene sulle prime avesse perduto del campo; perchè Macdonald con pronti ajuti soccorrendolo, lo ebbe tostamente abilitato alla vittoria. S'incontrava la schiera che giva all'assalto di Santa Maria di Falori in una squadra Polacca capitanata dal generale Kniazewitz, e che aveva con se una legione Romana, che aveva alzate le bandiere della repubblica. Polacchi e Romani valorosissimamente combatterono: i Napolitani andarono in volta, non senza grave perdita d'uomini, d'armi, e dibagaglie. Il generale Maurizio Mathieu affrontava, così avendo ordinato Macdonald, la quarta schiera, la quale cedendo si ricoverava nella terra di Vignanello forte per sito, e cinta di buone mura. Si difendevano i Napolitani virilmente, sapendo, che questa fazione era di grandissima importanza; erano anche ajutati dai terrazzani, nemicissimi del nome Francese. Ma Mathieu tanto fece con le armi e con le minacce, che sforzava i Napolitani a lasciar la terra libera al vincitore. Entraronvi i Francesi trionfando, non senza qualche licenza, come di gente vincitrice, ed irritata. Acquistato Vignanello, correva Mathieu ad assicurare il ponte di Borghetto.Restava la quinta schiera, che camminava verso Magliano, ma udite le infelici novelle delle compagne, se ne tornava, senza aver combattuto, per Ponzano, al principale alloggiamento dell'esercito regio. Così pel valore delle sue genti, e per l'arte egregia, con la quale le mosse, venne fatto a Macdonald di variare lo stato della guerra, e di riuscir vincitore da un assalto molto pericoloso. Bene si può biasimare Mack dello aver diviso i suoi in tante parti, convenendogli piuttosto, siccome a quello che aveva l'esercito molto più grosso, il marciare unito; perciocchè con un solo sforzo avrebbe vinto, mentre con molti perdè. Ma voleva Mack mostrar sempre in tutte le sue cose un'arte molto squisita e non gli andavano a grado le mosse semplici. Così nella propria perizia ravviluppandosi, ed impacciandosi, si esponeva ad un più gran numero di casi fortuiti, ed apriva un maggior adito alla fortuna. Ma, nonostante le battaglie combattute infelicemente dal generale Napolitano sulla destra riva del Tevere, la guerra non era ancora vinta; perchè da una parte il conte Ruggiero di Damas venendo da Orbitello si avvicinava, dall'altro rimanevano ancora sulla sponda sinistra del fiume ai Napolitani genti superiori per numero ai loro nemici. Per la qual cosa Mack, non disperando ancora delle sorti, si accingeva a fare un nuovo sforzo sulla sponda medesima, il cui fine era di rompere la schiera di mezzo di Championnet: il che avrebbe disgiunto le due ali Francesi, di cui la destra guidata da Macdonald insisteva tra il mare ed il Tevere, e la sinistra militava sotto la condotta di Duhesme oltre l'Apennino, tra questo monte e le spiagge dell'Adriatico. Ebbe il generale Francese sicuro e pronto avviso dell'intento del suo avversario. Laonde per resistere a quel nuovo impeto, e non si commettere se non con vantaggio alla fortuna, ristringeva i suoi ed affortificava con nuove genti i luoghi di Contigliano e di Magliano. Poi fe' ritirare Macdonald da Civitacastellana, solo lasciato un presidio nel forte a Borghetto, affinchè quivi validamente difendesse il passo del fiume. Finalmente chiamava il generale Lemoine, che oltre l'Apennino sotto il freno di Duhesme combatteva contro il cavaliere Micheroux, generale del re, ad occupare Civitaducale, e Rieti, la prima, città del regno, la seconda, dello stato Romano. Pensier suo era in questo, che Lemoine tempestando sulla destra di Mack, gli troncasse il suo pericoloso pensiero di spartire in due l'esercito repubblicano. Dal canto suo Mack aveva per primofine, spingendosi avanti, di acquistare Terni, il che sarebbe stato il compimento del suo disegno. Con questo intento, mandata una colonna ad occupare Civitacastellana, avviava grosse squadre ai monti di Buono, a Cantalupo, ad Aspra, e già faceva le viste di assaltare Otricoli, fazione, per la posizione dei luoghi, di grandissima importanza. Aveva poi il suo alloggiamento principale, e come quasi primario fondamento alla vittoria, sul monte di Calvi. Le cose succedevano a prima giunta prosperamente ai Napolitani; conciossiachè, sebbene per opera di Mathieu fossero stati cacciati da Magliano, che già avevano conquistato una loro schiera di gran polso, sotto guida del generale Moesk, si era, cacciatone di forza i Francesi, impadronita di Otricoli, e già faceva correre da suoi cavalleggieri la strada per a Narni. La guerra diveniva pericolosa pei Francesi. Ma non perdutisi punto d'animo, si risolvevano al combattere, e provarono tostamente, che nelle battaglie più può l'ardire che la prudenza; poichè Mathieu, per comandamento di Macdonald, assaltò furiosamente i Napolitani in Otricoli, e quantunque valorosamente vi si difendessero, gli vinse con perdita di due mila soldati, di cinquecento cavalli, di otto cannoni, e di tre bandiere. Diedero in questo fatto pruove di singolar valore i Polacchi, e fu ferito gravemente in una gamba un Santacroce, principe Romano, che combatteva per la repubblica. Ritirossi Moesk colle reliquie de' suoi a Calvi, dove per la fortezza del sito si poteva sostenere, e fare ancor dubbia la vittoria. Ma lo stesso Mathieu, già vincitore ditanti fatti per valore di questa Napolitana guerra, mandato da Macdonald, vincitore ancor esso dei fatti medesimi per perizia, occupate le eminenze, che stanno a sopracapo alla terra, e minacciato aspramente Moesk, se non si arrendesse, il costringeva, ajutato anche dalla presenza di Macdonald sopraggiunto in quel frangente, alla dedizione. Questo fatto ruppe ad un punto tutte le speranze che Mack aveva concette di poter durare nello stato Romano, e lo fece accorgere, che niun altro scampo gli restava, che quello di ritirarsi con presti passi nel regno. Già il re, udite le sinistre novelle, ed abbandonata Roma, si era avviato, prima a Caserta, poscia a Napoli: Mack, raccolti più prestamente che potè tutti i suoi, andava a Capua, in cui sperava di difender Napoli, giacchè non aveva potuto difender Roma nè a Calvi, nè a Cantalupo. Entrarono i Francesi vittoriosi in Roma, donde diciassette giorni prima erano partiti non vinti. Tornaronvi i consoli ad occupare le perdute sedi.Le cose dei Napolitani non avendo fatto sulla destra del Tevere quella resistenza, che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra: le rotte sulla sinistra gli tagliavano ogni strada a potersi congiungere col grosso dell'esercito, e niun altro scampo gli lasciavano, che quello di aprirsi il passo per forza, o di conseguirlo di queto dal vincitore, o di retrocedere per andarsi a rimbarcare in Orbitello. Rifulse in sì estremo accidente la virtù del conte; poichè non isgomentatosi punto, se ne continuava a marciare con settemilasoldati da Baccano verso Roma. Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava il suo ajutante Bonami a sapere, che cosa volesse dir questo. Gli fu risposto dal conte, che voleva passare o per amore, o per forza per ritornare nel regno; ed ottenuto un indugio dal nemico per trattare un accordo, avvisando che Bonami non aveva dato tempo per altro motivo, che per far accorrere nuove genti, levava, più tacitamente che poteva, il campo, incamminandosi più che di passo alla volta di Orbitello. Giunto alla Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto dai repubblicani: ma difesosi virilmente, acquistava facoltà del continuare a ritirarsi. Calava intanto a far le sue condizioni più pericolose Kellerman da Borghetto. Incontratisi repubblicani e regj a Toscanella, si travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte, contuttochè fosse ferito gravemente da una scheggia in una gamba, continuava a combattere valorosamente; i Napolitani incoraggiti dall'esempio del loro capo, si difendevano anch'essi con molta costanza: nè si spiccarono dalla battaglia, se non quando per l'arrivo delle cavallerìe di Kellerman, era diventata troppo disuguale. Intanto non aveva omesso il conte, mentre col retroguardo arrestava l'impeto dei repubblicani, di accostarsi vieppiù coll'antiguardo, e col grosso della schiera, ad Orbitello. Queste due squadre nella cercata terra essendo giunte, tostamente vi s'imbarcarono sulle navi Napolitane, che quivi le attendevano. Restava, che si conducesse a salvamento il retroguardo, che era furiosamente seguitato dai Francesi;ma non così tosto il conte col retroguardo medesimo (imperciocchè sebbene molto patisse della sua ferita, aveva sempre in mezzo a quest'ultima parte del suo esercito combattuto) vi entrava, che chiuse le porte sul viso al nemico, faceva le viste di volersi difendere. Si appiccava intanto una pratica tra di lui e Kellerman, per la conclusione della quale fu fatto abilità al conte d'imbarcarsi con tutte le sue genti, solo lasciando in mano dei Francesi le artiglierìe. Bello e lodevole fatto del conte Ruggiero fu questo, e che dimostrò, che se i buoni soldati fanno i buoni generali, ancora e molto più i buoni generali fanno i buoni soldati. Viterbo vinta ed occupata dal vincitore, pagò le pene dello aver anteposto lo stato antico e dispotico, allo stato nuovo e tirannico. Ciò non ostante non vi furono vendette esorbitanti, ed il giovine Kellerman vi si portò più moderatamente che i tempi non comportavano.Riconquistata Roma, ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad assicurarsi, e ad ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un esercito bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno, tuttavia, considerato il loro valore, l'efficacia della fresca vittoria, il terrore dei nemici, e la forza delle opinioni favorevoli, che da lungo tempo e largamente vi si erano sparse, e che ora più potentemente operavano per la vicinanza dei Francesi, e per la sconfitta dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa. A questo fine era necessario il debellare Capua, ultimo propugnacolo di Napoli per la fortezza della città, per laprofondità delle acque del Volturno, e per avervi Mack adunato tutte le genti, ancora forti, se non per valore almeno pel numero. Adunque il generale della repubblica spartiva i suoi in due principali schiere, delle quali la sinistra governata da Macdonald, correndo pei luoghi superiori e più vicini agli Apennini, doveva, là dove è meno grosso per la prossimità de' suoi fonti, varcare il Garigliano ai passi del Castelluccio e di Caprano, e al tempo stesso dare facoltà alle genti di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui a sforzo comune contro Capua. La seconda schiera sotto la condotta di Rey, radendo il lido, s'incamminava verso Terracina, con pensiero di acquistare, strada facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi comparire sotto le mura della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso del disegno; perchè e Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli, arrivavano alla destinata oppugnazione sulle sponde del Volturno. Ai passi stretti e forti di Fondi e d'Itri fecero i Napolitani debole resistenza: a Gaeta, piazza forte per sito e per arte, e con un presidio di più di tremila soldati, con provvisioni e munizioni abbondanti, niuna. Vennero a Gaeta in poter dei vincitori circa cento pezzi di cannoni, piatte per ponti, barche armate, e barche annonarie provviste, e vettovaglie in copia. Precipitavano a gran rovina le cose del regno, non essendosi mostrato in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il caso del conte Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti, come speculatore ed apritor di strade, quell'arrisicato condottiere Rusca,sui sinistri gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli assalti improvvisi delle popolazioni mosse a romore, ed armate di ogni sorte d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Principalmente nelle contrade del Tronto, e verso Teramo, i paesani mossi a romore, e condotti dai preti, infestavano le strade, davano addosso agl'isolati, ed impedivano le comunicazioni tra l'una parte e l'altra dei repubblicani. Ciò ritardava l'impeto dei Francesi, che da questa parte non poterono seguitare di pari passo le genti vincitrici di Championnet, e di Macdonald. Tuttavia appoco appoco prevaleva il valore regolato. Lemoine acquistava Aquila, dove trovava munizioni da bocca in abbondanza. Poi si conduceva a Sulmona, dove mettono capo tutte le strade dell'Abruzzo, con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più vicino correva le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di Duhesme era Pescara, città, che con la sua fortezza situata in luogo eminente domina tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva il mare, per la quale possono passar le artiglierìe. Questa era la principale piazza dei Napolitani su quei lidi, sì per l'importanza del passo, e sì perchè difende la foce del fiume Pescara, che si distende a guisa di porto. Due mila soldati la presidiavano; ma non fecero miglior pruova dei difensori di Gaeta; perchè, come prima i soldati leggieri della repubblica si mostrarono sulle alture che stanno a sopracapo al ponte di Pescara, e le altre truppe a Pianella ed a Civita di Penna, il comandante pensò alla dedizione, dandoin mano dei Francesi quel luogo tanto forte per arte e per natura, e tanto importante alla sicurezza del regno. Vi trovarono i vincitori armi, e munizioni in copia. Acquistata Pescara, procedeva Duhesme a congiungersi per la strada di Popoli con Lemoine a Sulmona, donde varcato il sommo giogo dell'Apennino, condussero entrambi tutta l'ala sinistra sotto le muraglie di Capua. Così non solo erano in veemente movimento le cose di Napoli, ma ancora cominciavano a precipitare a manifesta rovina.Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre le sconfitte dei regj, aveva udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva occupato Lucca, e si apparecchiava ad andarlo a combattere, imbarcate le genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.Non erano senza fortezza i nuovi alloggiamenti di Mack. Posto il campo col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse abile a difendere il passo del Volturno, aveva fatta Capua sicura con un presidio di diecimila soldati. Tra per questi, e le genti del campo, aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei Francesi, e se avesse avuto o migliori soldati, o più fedeli capitani, o minore capriccio in una certa squisitezza d'arte, che gli faceva sempre moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò, che Capua si poteva difendere, e si perdè non per forza, ma per accordo. Ma già i casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste condizioni unite insieme.Il ritorno tanto subito del re, le novelle sinistre che ad ora ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve tempo quello, che in breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto importanti d'Aquila, di Pescara, e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo del nemico al cuore stesso del regno, i soldati o dispersi, o fuggitivi, che per escusazione propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack in Napoli, venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la memoria delle vittorie dei francesi in Italia, e il terrore delle armi loro rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento d'animo in chi sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i consiglieri di Ferdinando sul partito, che fosse a prendersi, alcuni propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse tostamente a ritirarsi oltre il faro. Intanto il volgo, fattesi alcune instigazioni, anche da parte del governo, si armava da se: la città fra il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro, e, come si usa in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversari o veri o supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici. Un Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziava nel porto di Napoli, restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re, gridando orrendamente i feroci uccisori, e l'invasata moltitudine, che gli accompagnava,muojano i traditori, viva la santa fede, viva il re. Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fresca uccisione del corriero aveva persuaso a Ferdinando, che, tralasciando anche la forza Francese, che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli con dignità, nè fors'anche con sicurezza. S'aggiunse che Mack, non confidando di poter far guerra felice con quei soldati, che per altro quanto potessero valere aveva dimostrato l'esempio del conte Ruggiero, consigliava un accordo.Tutte queste considerazioni, e forse più ancora il timore di qualche congiura per opera dei novatori, essendo la rabbia loro grandissima pei sofferti supplizj, fecero prevalere la sentenza di coloro, che consigliavano, che il re si ritirasse in Sicilia. Fatta la deliberazione, si mandò tosto ad esecuzione, non senza terrore e confusione, come suole in simili accidenti; l'ultima notte del novantotto, s'imbarcarono sulle navi Inglesi e Portoghesi, che erano sorte nel porto, il mobile più prezioso dei palazzi di Caserta e di Napoli, le gioje della corona, il tesoro di San Gennaro, in cui erano meglio di venti milioni coniati, ed oro, ed argento vergati in quantità: a queste ricchezze s'aggiunsero le singolarità più preziose di Ercolano. Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario il principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di concludere un accordo coi Francesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè la città salva ed incolume si conservasse. S'imbarcava Ferdinando la notte medesima sulla nave di Nelson con Acton,Hamilton, ed i cortigiani. Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti contrarj, sorse uno spettacolo miserabile; poichè, fatte uscir prima le navi Napolitane, sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece Nelson appiccare il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il Guiscardo grossa nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del re, che di non lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco, che le proprie sue forze consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso le barche armate della costa di Posilippo, ed i magazzini dell'arsenale: la rabbia civile consumava le opere egregie della pace. Fu nella città desolata dolore e terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo sollevato mandò deputati a pregar Ferdinando, affinchè restasse proferendo le sostanze e le vite a difesa ed a conservazione sua, ma fu negata ai deputati la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da trasportare e da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì due gennaio, infelice pell'aspetto terribile di Napoli, che ancora agli occhi dei naviganti appariva, più infelice pei venti avversi e le tempeste, che poco dopo la percossero. Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe la mestizia ed il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re, fanciullo di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè l'ultimo spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre. Finalmente le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le dimostrazioni amorevoli dei Siciliani, mitigarono l'amarezza concetta per l'esiglio, e per la fresca orbezzadel morto figliuolo. Accrebbe una calunnia l'infelicità della madre, poichè trovo scritto, che la regina avesse, partendo, comandato, che si armasse il volgo a furia, che Napoli s'incendesse, che anima vivente, che sopra la condizione di notajo fosse, non vi restasse. Bene mostrò soverchia asprezza Carolina ai tempi, che seguirono, ma che abbia ordinato una immanità tanto barbara, non è da credersi, se non da coloro che si lasciano tirare dalle passioni estreme, e dall'amore detestabile delle parti.La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la fortuna si dimostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi difficoltà per le popolazioni armate, che loro contrastavano il passo, Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua. Intanto le popolazioni medesime, principalmente quelle dell'Abruzzo superiore, e dell'antico Sannio, crescevano di numero, di forze e di furore, e già facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa lasciavano sicura alle spalle dei francesi. La rabbia loro era incredibile, e commettevano contro i repubblicani, che viaggiavano alla spicciolata, atti di ferità più bestiale, che inumana. Dei venuti in mano loro, alcuni furono vivi tagliati a pezzi, altri legati agli alberi a fuoco lento arsi, altri gettati a furia a rompersi sugli scogli, altri precipitati nelle profonde valli, altri orribilmente mutilati e lasciati vivere di una vita peggiore che la morte. A tali atti applaudivano con forsennate grida le turbe furibonde. Già Itri, Fondi e Sessa eranoin poter dei sollevati; già San Germano si muoveva a stormo; già Teano, alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso; già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano, e non lasciava alcuna speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava Championnet ad incontrarla Rey, il quale avendo combattuto più valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte, che i Francesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre procedendo nel parco di riserva rapirono le artiglierìe, fracassarono i carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale guasto le cartucce di provvisione vennero mancando ai Francesi: già le vettovaglie mancavano, nè v'era modo di andar alla busca per pascere l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato la popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre al Garigliano in ajuto di Capua, e dell'esercito che ancora la difendeva. Nè è da passarsi sotto silenzio, che la virtù dei Francesi, oltre il suono delle armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava a indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con danno gravissimo. Fu anzi in questo abbattimento feritoMathieu da una palla, che gli guastò il braccio per modo che non potè più militare in tutta questa Napolitana guerra. Ciò dava loro a temere, che i soldati Napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto un pericoloso assalto a tergo dei Francesi, mentre sboccando Mack da Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a fronte, che si ostinava a voler difendere una città, ed un passo tanto abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Francesi poca speranza di salute; nè solo della perdita dell'impresa per loro si trattava, ma della vita stessa fra sdegni tanto frenati.La debolezza del vicario Pignatelli, per non usare parole più gravi, aperse improvvisamente una via di scampo ai Francesi, che già incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack, il quale dimostrò, quando la fortuna già risorgeva, abiezione uguale a quell'eccessivo ardimento, che aveva scoperto, quando con le fresche e fiorite schiere assaltava lo stato Romano. Perì Napoli per mano di coloro, ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in quell'ora tanto pregna di dubbio avvenire pei Francesi agli alloggiamenti di Championnet il principe di Miliano, e il duca di Gesso, che mandati dal vicario venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva Napoli, evolendo mostrare abilità al combattere. Ma infine pregato da coloro, che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare, rincominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua si consegnasse in mano dei Francesi: l'esercito di Francia occupasse il paese alla destra dei laghi Napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica, e mandò Pignatelli tornato in Sicilia pel sollevamento di Napoli, che or ora racconteremo, nella fortezza di Girgenti.I Napolitani, sottili estimatori, come gente Greca, delle cose, affermarono, essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli, dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse. Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet, come di accordo vile. Ma piacque il trattato, come riscatto e come insidia, a Championnet; perchè con quello e salvava l'esercito, e si procurava abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli, e convertirlo in repubblica. Infatti aveva con se alcuni fuorusciti Napolitani, il principale dei quali era il conte Ettore Caraffa, signor d'Andria e di Ruvo, giovane di spiriti ardenti, di pensieri vasti e smisurati,e strumento molto atto a turbare il regno. Questi incominciarono a tener pratiche segrete coi loro compagni di Napoli per modo che il generale Francese era per l'appunto informato di quanto alla giornata vi avvenisse. Non riposavano essi mai, godendone Championnet, repubblicano sincero, ora magnificando la potenza dei Francesi, e l'impotenza del resistere, ora preponendo la repubblica al regno, ora con vivi colori dipingendo la crudeltà di Carolina, la superbia di Acton, l'imbecillità, come la chiamavano, del re. Mali semi sorgevano; si aspettava la occasione. Pignatelli o non sapeva, o non poteva, o non voleva rimediare: un accidente grave e funesto era imminente. Una cagione, che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le acque mosse, ma in verso contrario: i vesuviani spiriti eran prossimi a prorompere. Un Arcambal, commissario Francese, era andato a Napoli per levarvi il denaro pattuito, e già i carri si apprestavano. Ciò venne a luce; il volgo se ne accorse. Spargevansi voci, che il popolo era tradito, che si voleva dar Napoli ai Francesi, le condizioni dell'accordo tenute a bella posta segrete, diventavano palesi: si accusava Mack, si accusava Pignatelli di tradimento: il mal umore nasceva in ogni parte. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a minacciare, si trascorse finalmente agli sdegni, e sorse in tutta la città fra i lazzaroni un tumulto, ed un rumore incredibile. Uscivano furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimulavano, tutti gridavano:muojanoi traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re. Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal, e lo avrebbero anche fatto, se per opera di alcuni Napolitani affetti ai Francesi non avesse trovato modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli qualche provvisione per frenare quel cieco impeto per mezzo dei soldati, e della guardia urbana. Ma altra medicina era richiesta a tener i lazzaroni, ed il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo vieppiù inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore, chiamando a morte e Pignatelli, e Mack, e i soldati, e tutti che governavano. Nissuno pensi, che un'avviluppata simile a questa sia stata mai in alcuna città mossa a furore nelle faccende più gravi dello stato, e nelle più ardenti ire civili. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo, Sant'Elmo, e del Carmine: indi correvano all'armerìa, dove, prese e distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano a opere maggiori. Pignatelli e Mack pensarono, che quello non fosse più tempo da starsene a Napoli, e fuggirono il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito, che da Capua consegnata ai Francesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte sbandatosi, cercò ricovero in mezzo ai Francesi, parte sotto il governo del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa, gridando:viva la patria, viva Napoli, viva il re. Fatti più arditi dal numero e dall'impeto, assaltarono rabbiosamente la guardia Francese al ponte di Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnetper questo fatto, che i Napolitani avessero rotto la tregua, ed aperto l'adito all'ostilità, come se il tendere insidie, com'ei faceva, col tramare per mezzo dei novatori di far ribellare lo stato, e volgerlo a repubblica, non fosse peggior rompimento della tregua, che il violarla apertamente con le armi. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti, depredazioni, incendi, e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli, fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le minacce degli uccisori si udivano, cosa che ad ognuno recava maggior terrore,viva San Gennaro, viva la santa fede. Durò gran pezza il tumulto spaventevole.Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo s'avvedeva, che bisognava pensar ad altro, perchè il disordine ammazzava se, e l'ordine gli altri: s'avvisarono dunque di creare un capo, che gli ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni, figliuolo del principe di Marsiconuovo, giovane ardente, e che aveva dato segni di valore nelle fazioni di Capua contro i Francesi. Poichè fu eletto, gli facevano intorno le più pazze grida del mondo, ed ei se la godeva, perchè era ambizioso, ed aveva altre mire. Prima cosa, diede opera a piantar certe forche smisurate in parecchj luoghi con minaccia, che impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava ufficiali municipali, e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti, e a dar qualche sesto alle cose. Ed ecco spargersisubitamente voce, marciare i Francesi contro Napoli; già essere giunti ad Aversa. Infatti Championnet, saputo il tumulto, ed i preparamenti fatti a' suoi disegni de' suoi partigiani, ed un altro accidente di tutti questi più efficace, che si racconterà poco appresso, non volendo trasandare la occasione, si avviava velocemente verso la commossa città. Fu Moliterni a parlamento con lui nei campi d'Aversa. Riportonne, che il generale di Francia non voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in mano i castelli, e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato. Qui non è bisogno aggiunger parola, perchè per poco stette, che non facessero Moliterni a pezzi, e l'avrebbero anche fatto, se non si fosse schivato, gridandolo a furore assassino e traditore. Nè volendo più udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul saccheggiare, ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il duca della Torre, uccisero suo fratello, Clemente Filomarino, ambi rispettabili per ingegno e per virtù, maltrattarono con infami improperii Zurlo, ministro che era stato delle finanze. Nè più guardavano ai forestieri che ai nazionali: trucidarono un ufficiale di marina Inglese, trucidarono un fuoruscito Tolonese: facevansi della barbarie gioja. Un forestiero venuto loro in sospetto, alla porta di una bottega mani e piedi inchiodarono, e sì a colpi di scuri e di bajonette il martirizzarono. Lacombe San Michele, ambasciadore di Francia, essendo chiamato a morte dal popolo furioso, fu nascosto, e salvato da alcuni amatori del nome reale, che più risguardaronoall'umanità che alle opinioni. I popoli sommossi penetrano bene la natura degli uomini, ai quali hanno dato il governo di se stessi, perciocchè il sospetto aguzza l'intelletto, e raddoppia l'attenzione. Certo è, che Moliterni non secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Francesi, verisimilmente perchè credeva, che quello fosse il solo modo di salute che restasse. Per arrivare a questo suo fine, poichè nell'abboccamento di Aversa Championnet gli aveva affermato, che non entrerebbe, se prima non gli fosse assicurata la possessione del castel Sant'Elmo, aveva introdotto in questa fortezza molti de' suoi aderenti, e molti ancora che parteggiavano per la repubblica; ed inoltre armandone quanti più gli venne fatto di armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni. Trovo consegnato nei ricordi delle storie, che, essendosi di ciò prima indettato con Championnet, abbia propagato ad arte la opinione fra l'acceso volgo, che era necessario andare ad assaltar i Francesi che venivano contro Napoli, con dire, che il picciol numero loro sarebbe facilmente oppresso dalla sopravvanzante moltitudine del popolo. Avvisavano Championnet e Moliterni, che il vincere i lazzaroni in Napoli tanto numerosi, coraggiosi, ed arrabbiati sarebbe stato piuttosto impossibile che difficile; perchè ogni casa sarebbe diventata per loro una fortezza, ed il sapere le strade era per loro di grandissima importanza, e le città, e le abitazioni proprie sono più patria, e con maggiore animo si difendono, che le campagnee le abitazioni aliene. Il combattere poi in paese piano ed aperto faceva ai Francesi, quantunque fossero in picciol numero, le condizioni migliori, perchè avevano qualche nervo di cavallerìa, artiglierìe meglio ordinate, più perizia di battaglie. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il popolo più impetuoso, che esperto di battaglie, a combattere contro i Francesi, che per la speranza di Sant'Elmo, e di trovare in Napoli una parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. S'affrontarono le due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda. Prevalevano i Francesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati eventi la battaglia. Le artiglierìe di Francia fulminando in quelle spesse squadre, vi menavano uno scempio orribile, ed atterravano le file intere. Rimettevansi i lazzaroni, e più aspramente di prima menavano le mani, cercando di avvicinarsi, e di venire alle strette col nemico, per fare con lui una battaglia manesca. Le artiglierìe gli guastavano da lontano, le bajonette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni ruppero parecchie volte i repubblicani; ma questi, come destri, e sperimentati soldati, tosto si rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si udivano le grida dei combattenti, al bujo più si udivano quelle degli straziati; e pure neanche di notte si perdonava alle ferite ed alle morti. Accresceva il terrore, che in tutti i villaggi circonvicini un suonare di campana e martello spesseggiavasenza intermissione, ed i contadini accorrevano in folla variamente armati in ajuto dei cittadini combattenti. Non era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi grossi, o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti, e fra guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine; vi si aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre dell'Abruzzo, del Sannio, e della Campania, che la rabbia di guerra, e la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte. Nuovi vespri siciliani, e nuove vendette di vespri siciliani si agitavano. Un Proni assassino guidava le genti arrabbiate, i curati coi crocifissi le animavano; solito costume dei civili furori, e delle popolari guerre. Fumava Castelforte arso da Rey: mescolavavisi alle fiamme il Napolitano sangue sparso dal capitano Francese, perchè tal era stata la resistenza, e tale la ostinazione dei difensori, che gli abbisognò prender d'assalto non solamente le mura, ma le case ad una ad una, dalle quali piovevano palle, sassi, travi, acqua, ed olio bollenti. Grondava sangue l'egregia Isernia per opera di Monnier irritato pel valore più che umano, col quale i terrazzani, ajutati dalla gente venuta dal contado, l'avevano difesa; d'assalto presa, fu sottoposta a quanto di più crudele, e di più empio sogliono pruovare le infelici città prese d'assalto; ma qui le abbominevoli cose furono anche maggiori, perchè era una guerra tra gente stimata nemica di Dio, e tra gente stimata assassina: nascevano opere da una parte e dall'altrapiù che di barbari. Le Caudine Forche superate con singolar valore ed arte da Broussier, tiepide ancor esse di sangue paesano ed estero, attestavano le battaglie valorosamente combattute da ambe le parti, ma più felicemente, che nell'antichità, dagli esteri, più infelicemente dai paesani. In questa guisa travagliavano al tempo medesimo gli Abruzzi, il Sannio, la Campania, e la popolosa Napoli. Città incenerite, turbe uccise, superstiti addolorati, un calpestìo di guerra tremendo tra Capua e Napoli, e dove mancavano le forze, suppliva il furore. Non mai i Francesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzìa sostennero un urto di guerra. Infine un buon consiglio fece sopravvanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine, e Duhesme a ferire con truppe fresche, strigatesi testè dagl'impacci dei monti, il fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla fatica e dalla strage, andarono in volta, sparsi e sanguinosi riparandosi in Napoli.Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano, non solamente il castello di Sant'Elmo per mezzo de' suoi fidati, ma ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorito in segno di pace e di possessione verso Championnet. Spediva anzi a lui uomini a posta, perchè accordassero il modo di rimetter in poter suo la città. Tentò anche il castello del Carmine; gli fu sdegnosamente risposto dal presidio. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passata uccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto tornarono su i furori,e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler impedire ai francesi la possessione. Facevano esortazioni, parte feroci, parte ridicole, ordinavano processioni di San Gennaro, si armavano, si rannodavano, s'incitavano: da capo ricominciarono a dire, che non temevano nè santi, nè diavoli, nè Francesi, e che non volevano repubblica, e che l'avrebbero veduta. Nè si rimasero alle minacce; perchè assaltato impetuosamente Capochino e Capodimonte, ne ebbero a viva forza cacciati i Francesi, che poi tornati più forti rincacciarono di bel nuovo i lazzaroni. A porta Capuana succedeva una battaglia asprissima, prima colla peggio dei Francesi, poi colla peggio dei Napolitani: magnifici edifizj incesi a bella posta per necessità dai Francesi. Facevano anche forza di entrare verso il palazzo reale per la protezione dei castelli Sant'Elmo, e dell'Uovo; ma i lazzaroni essendosene accorti, contrastavano con grandissima gagliardìa il passo. Pendeva tuttavìa in bilico la fortuna, quando ecco calare dai castelli Moliterni con le sue genti, ed assaltar alle spalle coloro, che loro capo l'avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli avversarj, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Francesi, benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le strade con isteccati, e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi, si fecero forzatamente strada sino al palazzo reale, e l'occuparono. Poco poscia un'altra squadra di Francesi preceduti da novatori del paese, s'introdusseroper forza nella contrada principale di Toledo, e se ne fecero signori. Tuttavìa combattevano ancora sparsamente i lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio: il castel del Carmine appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue, e terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi, uomini astuti, per suggerimento dei novatori, insinuarono ai lazzaroni, che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono quegli uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da tante ferite ricevute in difesa del re (io narro cose strane ma vere) si calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie. Alcuni dei Francesi fra i più perduti, che alla guardia del palazzo se ne stavano, si mescolarono coi rapitori Napolitani nella medesima infamia. Restava, che il castello del Carmine cedesse. Si venne all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo. Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro. Ma rimarrà eterna memoria dello sforzo fatto da un popolo forte, il quale, ancorchè fosse privo di capi, per poco non metteva a distruzione un esercito famoso per tante vittorie, e l'avrebbe anche fatto, se alla forza non si fossero congiunte le insidie.Il generale della repubblica fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per l'occupazione dei castelli, mandava al pubblico, ch'egli frenava i suoi soldati, desiderosi di vendicare il sangue dei compagni morti nelle battaglie combattute controgente prezzolata; che sapeva, essere i Napolitani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli strazj sofferti da lui: però rientrassero in se stessi, esortava, deponessero le armi nel Castelnuovo, e con questo conserverebbe la religione, le proprietà, e le persone salve ed intatte: al tempo stesso arderebbe le case, e darebbe a morte coloro, che contro i Francesi usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il passato, e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì questo manifesto l'effetto, che Championnet se n'era promesso; Napoli fu ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono, chi per timore dei Francesi, e chi per timore del volgo. Ma siccome non bastava mettere in calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo stato, seguendo Championnet il suo talento repubblicano, creava un governo, a cui chiamava venticinque persone, la più parte assai risplendenti o per dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità congiunte insieme. I più amavano la libertà con animo sincero e benevolo. Alcuni, essendosi mescolati nelle congiure precedenti, erano stati dannati dal governo regio o all'esilio, o al carcere, o forse più ancora odiavano l'antico stato che amassero la libertà. Del rimanente uomini tutti, dico i Napolitani, sinceri d'opinione, continenti da quel d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto inabili a governar la nave dello stato in tempi tanto tempestosi. Furono quest'essi: Abbamonti, Albanese, Baffi, Bassal Francese, Bisceglia, Bruno, Cestari, Ciaia, De Gennaro,De Filippis, De Rensis, Doria, Falcigni, Fasulo, Forges, Laubert, Logoteta, Manthoné, Pagano, Paribelli, Pignatelli-Vaglio, Porta, Riario, Rotondo. Partironsi, secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile, in undici spartimenti. Chiamaronsi della Pescara con Aquila capitale, del Garigliano con San Germano, del Volturno con Capua, del Vesuvio con Napoli, del Sangro con Lanciano, dell'Ofanto con Foggia, del Sele con Salerno, dell'Idro con Lecce, del Brendano con Matera, del Grati con Cosenza, della Sagra con Catanzaro. Fatti gli spartimenti, crearonsi i distretti, poscia i municipj, ogni cosa a norma delle fogge Francesi: tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.Sono i Napolitani, siccome Greci, di natura molto acuta, trascorrenti nelle astrazioni, e misuratori delle cose secondo l'immaginazione, non secondo la realtà. Se si aggiunge la qualità molto favellatrice, sarà facile far concetto in quante reti ed andirivieni s'inretino e s'impaccino, sì che vogliano il bene, e sì che vogliano il male. Il persuadergli ed il ravviargli non è cosa agevole; perchè più ciò fare t'ingegni, e più si ravviluppano nelle astrattezze, e nel loicare, e finiscono con avvilupparvi anche te. Ora pensi il lettore, se sottilizzassero, e se oltre portassero quei principj politici di filosofia Francese, i quali starian forse bene fra uomini migliori di noi, ma in questa età, sono, pur troppo, come bei colori su legni fradici. Compiacevanoa se stessi con immagini lusinghevolissime: la repubblica di Platone pareva loro non solo possibile, ma ancora non sufficiente; una maggior perfezione sognavano, e si promettevano. In queste chimere i migliori, ed i più sapienti avevano più capriccio degli altri. Cirillo, Conforti, Logoteta, Russo, e più di tutti Mario Pagano, dei quali e di molti altri compagni loro non si potrà mai tanto ammirare la virtù, nè piangere la fine, che non meritino molto più, erano nel sognare queste felicità singolarissimi. Nè le donne si rimanevano: la virtuosa, dotta, e sventurata Eleonora Fonseca Pimentelli risplendeva fra le prime, e, siccome donna, spandeva attorno di se raggi più soavi dell'amorevolezza comune. I più belli, i più cortesi, i più colti spiriti con esso lei conversavano, e già virtuosi, a maggiore virtù per le esortazioni ed esempio suo si accendevano. Platone dominava: dolcissimi affetti da sì copiosi fonti in ogni parte scorrevano e s'insinuavano. Io mi sento muovere ad una compassione grandissima pensando, che un sì felice immaginare, un sì pietoso desiderare, un sì giocondo ammaestrare s'abbattessero in un campo pieno di ire tanto sfrenate, di strazi tanto crudeli, di latrocinj tanto violenti, di uccisioni tanto disumanate. Parmi, quanto l'esile creatura umana immaginar può, che Dio avrebbe dovuto fare i buoni esenti dal contatto dei malvagi, e lasciar questi straziarsi da se: certo la funesta mescolanza mi spaventa. Sognava nella sanguinosa Napoli Pagano misero la felicissima repubblica: i lazzaroni intanto saccheggiavano, e gli Abruzzesi con le armi, con le mani, e perfinocoi denti i Francesi laceravano, e con pari furore i Francesi gli Abruzzesi straziavano. Nè i romori tanto detestabili, che d'ogni intorno risuonavano di tradimenti, di morti e di rapine, potevano svegliare dal dolce sonno quegli uomini benevoli. Argomentavano sottilmente del bene e del meglio, quando il male ed il peggio signoreggiavano, e più s'accendevano nelle speranze, quando e più vi era luogo a disperazione. Non s'avvedevano, che il predominio era dei ladri e dei tiranni, e che i ladri ed i tiranni, gridando libertà, di loro e della libertà si ridevano. Ed essi pure con la mente occupata, come di malattia dolce ed incurabile, non se ne accorgevano, e traevano dietro alle utopìe. Età strana e feroce, che produsse i buoni per perdergli, i tristi per fargli trionfare. Queste cose abbiamo vedute in tutte le parti della desolata Italia, ma nella gigantesca Napoli più che in tutte. Là più santi corpi si ruppero, là più grossi rivi di sangue scorsero. La posterità ne avrà pietade e spavento insieme: gli uomini odierni o non sentono, o ridono, od applaudono, e pazzo chi vuol seminar fra di loro semi salutiferi. I frutti soavi son diventati veleni per l'infausta terra. Così il gridare virtù fia creduto bugia, il gridare vizio fia creduto verità, e la scorza civile, che ci copre, ben cela schifosi aspetti. Se un benigno risguardo del cielo non ci salva, il dispotismo fia stimato rimedio, perchè non si è saputo nè ordinare, nè usare, nè sopportare la libertà, ed a questo dolce fiore concorsero in troppo gran numero insetti pestiferi.Di tale benevolenza, e di tali errori furono segnatele operazioni del governo nuovo di Napoli. Ma prima di raccontar le cose da lui fatte, necessario è per noi il descrivere, come Championnet operasse per solidare l'impresa nel regno. Era egli uomo dabbene, il che è qualche cosa più che uomo ingegnoso; perciocchè l'ingegno suo era piuttosto sufficiente che grande; ma come buono si rimetteva facilmente nell'opinione dei buoni, o di coloro che buoni riputava. Laonde, volendo far di Napoli altro che quello, che si era fatto di Roma, intendeva non solo a fondare la nuova repubblica, ma ancora a farle sostegno, non della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo Francese, e della grande nazione la libertà e l'independenza degli stati Napolitani, rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di mettere per una volta tanto una contribuzione militare per dare a' suoi soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque milioni, compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volentieri, se non fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a quei medesimi soldati, che già pagavano. Sapendo poi, quanto importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti a religione, mandava una guardia d'onore a San Gennaro, e detto a chi l'aveva in custodia, ch'ei desiderava, che il santo facesse il miracolo, il santo il faceva, e i lazzaroni applaudivano, sclamando, non esser poi vero, che i Francesi fossero empj, come la corte avevafatto spargere; nè mai si sarebbero risoluti a credere, che la volontà di Dio non fosse, che i Francesi stanziassero in Napoli, poichè in presenza loro si scioglieva il sangue del santo. Non ometteva il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove potestà, la libertà e l'egualità, come conformi ai precetti del vangelo, lodando e raccomandando. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie, e vieppiù confermavano la quiete. Championnet mostrava in tutti i suoi discorsi, ed in tutti gli atti desiderio di alleggerire ai Napolitani il peso del forestiero dominio, e di fondare nel regno una repubblica libera e indipendente.Aboliva il governo i diritti feudatari, ed i fidecommessi, e preparava per mezzo della congregazione legislativa la constituzione, che avesse a reggere la repubblica. Fu questa constituzione opera principalmente di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di Francia vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza, e di utilità evidente. Fuvvi principalmente la potestà censoria commessa ad un tribunale di cinque, il cui carico fosse di vegliare, acciocchè i cattivi costumi si correggessero, i buoni si conservassero; fuvvi anche l'eforato, a cui doveva appartenersi la facoltà di veder, che la constituzione in tutte le sue parti salva ed intatta si conservasse, che i magistrati oltre i limiti delle potestà concedute dalla constituzione non trascorressero, quelli che trascorressero alla debita moderazionerichiamasse, e gli atti oltre i limiti da loro emanati annullasse, che le riforme della constituzione dimostrate necessarie dall'esperienza al senato proponesse; di modo che l'atto annullato per decreto degli efori, quand'anche fosse legge promulgata dal corpo legislativo, nissuno più obbligasse, ed il corpo legislativo stesso obbedisse; gli efori solo quindici giorni all'anno sedessero, ed il seder di più fosse caso di stato; niun altro maestrato esercitar potessero; stessero in grado solo un anno; fossero eletti dal popolo in ogni spartimento della repubblica, ed uno per ispartimento, e non più si eleggesse. Potessero essere eletti all'arcontato, che era la potestà suprema per l'esecuzione delle leggi, se non dopo cinque anni, dappoichè erano usciti dall'eforato; al corpo legislativo, se non dopo tre: usciti, il titolo di eforo mai non portassero. Sono questi ordini dell'eforato degni di molta lode, ed atti ad impedire nelle repubbliche, ed anche nei governi regj, che hanno qualche parte di repubblica, molte gare e sovvertimenti civili. Certamente, ove fossero confermati dall'autorità del tempo, potrebbero arrecar grande giovamento agli stati liberi. Degni anche di commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno; il resto, il copiava dalla constituzione Francese, dando in tal modo a conoscere e la capacità della sua mente, e la servilità dei tempi. Nè debbe essere passato sotto silenzio il ragionamento, che si leggeva preposto al modellodella constituzione; opera in cui tutto l'acume dei Greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principj astratti con astrattezze maggiori.Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa, parte di Championnet, parte del governo, parte dei tempi. Era Championnet come abbiamo narrato, di natura buona, ma non aveva nervo tale, che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli stati Romani e Cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati, massime municipali, e le tolte violente erano frequenti. I popoli si sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più ardenti.I baroni, come aristocrati, siccome gli chiamavano, erano scherniti con dileggi aminti, o provocati con ingiurie, il che gl'inimicava, e siccome quelli che avevano una grande dipendenza sì per le loro ricchezze, e sì per l'effetto degli antichi ordini feudatari, procuravano con arti e con istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica. Nè solo con inconvenienti dicerie si provocarono i baroni, ma nelle tasse sforzate, che per soddisfare ai conquistatori il governo metteva, erano con brutti arbitrj aggravati, come se la opinione, e non le sostanze si dovessero tassare. Nè altra libertà di stampa vi era, se non quella d'inveire contro gli aristocrati. Aveva il governo mandato nelle provincie per far capaci le popolazioni dei vantaggi del nuovo stato, gli amatori più vivi. Questi per leggerezza, e per fissazione conforme alla stagione, trascorrevano pur troppo in ischerni ed in minacce contro gli aristocrati,e contro i preti. Spesso ancora, stimando che nei casi straordinarj le facoltà straordinarie si dovessero usare, commettevano atti arbitrarj, ora privando altrui degl'impieghi, ora della libertà, cose tutte da far rovinare facilmente ogni più forte stato, non che uno tanto tenero sui principj come era il Napolitano. Seguitava a tutte queste un'altra peste, ed era quella dei ritrovi politici, in cui giovani Infiammatissimi, ed invasati delle nuove opinioni, si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo stato. Nè i mali prodotti in Francia da simili ritrovi gli rendevano savi, perchè con la medesima veemenza parlavano.Bene ogni speranza di salute è spenta, ed il fondare uno stato buono impossibile, quando i cittadini son giunti a tale che l'amore della patria collocano nelle esagerazioni; perciocchè la natura delle cose è inflessibile e resiste, e se si può vincere, solo si può col vezzeggiarla, non con l'assaltarla. Ne seguitava, che, per le immoderate cose che si dicevano in quei ritrovi, i popoli si alienavano. Peggio poi, che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi, violentissimi in Napoli, non dicessero, per stravagante ed eccessiva che si fosse, contro il governo proprio, e contro coloro che il componevano. Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la potenza. Eppure era vero, che eglino erano per dottrina, per virtù, e per amore di patria dei più ragguardevoli del regno. Adunque queste moleste e brutte improntitudini dimostravano, il che non solamente si vide in Napoli,ma ancora in tutta Italia, che non l'amore della libertà, ma l'amore della potenza muoveva coloro che le facevano. Fatto il moto contro il governo antico per ambizione, volevano anche fare il moto contro il nuovo per l'ambizione medesima, e dove questa ambizione cupidissima fosse per arrestarsi, non si può affermare, se non forse là dove un solo di questi uomini sfrenati, spenti tutti gli altri, acquistasse il dominio. Quando prevale il costume che gli uomini più eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè occupano le cariche dello stato e tengono i magistrati, ogni libertà diviene impossibile, e lo stato è preda degli ambiziosi. Questa è stata la principale infezione della moderna Europa, e che fu ed è cagione che la libertà non vi si possa fondare, e non so, se i posteri più rideranno di lei per le sue pazzìe, o più la compatiranno per le sue disgrazie.Tal era la condizione del governo Napolitano che odiato dagli aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Francesi, non aveva modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi, ed a secondare gli sforzi di coloro, che più avevano in animo l'ordinare un buono stato, che il signoreggiarlo. Accadde, che il direttorio di Francia, il quale sapeva, che i guerrieri erano soliti a fare a modo loro, non a modo suo, aveva mandato a Napoli, per soprantendere ai frutti dellaconquista, una commissione civile, di cui era capo quel Faipoult, già mescolato nelle rivoluzioni Genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando, che, quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni, Championnet fosse stato troppo indulgente, pubblicava un editto, con cui dannando quanto il generale avea fatto, come se oltre i limiti della sua autorità fosse trascorso, affermava, che niun altro magistrato che la commissione civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra cassa, che in quella della commissione, male pagherebbe. Ad atto tanto ardito contro un capitano vittorioso non si sarebbe mosso Faipoult, se non avesse saputo, che già il direttorio cominciava a portar mala volontà a Championnet. Poscia più oltre procedendo ordinava, che in proprietà di Francia erano caduti per diritto di conquista tutti i beni appartenenti alla famiglia reale, spiegando, che in esso diritto cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville, cacce e simili, ma ancora i beni Farnesiani, che erano di proprietà privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i Costantiniani, i Gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei banchi, che altro non erano che un deposito del denaro dei particolari, e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni. Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito, e al tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendita, per cui potesse supplire. Sdegnossi gravemente Championnet all'ardimento del commissario, e lo cacciava soldatescamente da Napoli. Era discordiatra i Francesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il terrore delle armi solo sosteneva lo stato. Preparavasi in questo mentre un accidente molto grave contro i Napolitani. Era Championnet venuto in disgrazia del direttorio, perchè non contento allo aver rincacciato dallo stato Romano i Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi comandamenti, invaso il regno; le cose non essendo ancora rotte con l'Austria, e tenendosi ancora per gli Alemanni la fortezza di Ebrestein, forte propugnacolo di Alemagna, desiderava il direttorio di temporeggiare. A questa cagione dei tempi presenti se ne aggiungeva un'altra molto potente dei tempi futuri, ed era che Championnet si apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per torre al re quell'ultima parte de' suoi dominj; della qual cosa sperava poter venire facilmente a capo, sì per la poca forza che Ferdinando aveva in Sicilia, sì pel terrore impresso dalle sue armi, massime in su quel primo giungere, e sì finalmente per la efficacia delle opinioni, che credeva, che anche oltre il Faro si fossero introdotte. Le dimostrazioni di Championnet contro di quell'isola non erano segrete, e già aveva mandato soldati in Calabria sotto colore di combattere certe bande di regj, che scorrazzavano il paese. Questo intento toccava certi tasti molto reconditi. Il ministro Taleyrand voleva, che si facesse ai Borboni il minor male che si potesse. Fors'anche intrinsecamente nodriva il desiderio di vedergli ristorati in Francia. Alcuni suoi parenti, ricoverati in Sicilia, lo tenevano, siccome corse fama, con avvisi segreti bene edificato versola famiglia reale di Napoli, ed instantemente gli raccomandavano il re Ferdinando. Per la qual cosa egli, che molto acconciamente sapeva far queste cose, accennando col direttorio in un luogo col pretendere il motivo, che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet, e battendo veramente in un altro, aveva operato che il direttorio rivocasse il generale. A questa medesima risoluzione cooperarono i desiderj di Macdonald, che dopo l'invasione del regno, in cui aveva combattuto tanto egregiamente, ed acquistata principalmente Capua, se ne viveva in poca concordia col generalissimo; e siccome quegli, che uomo valoroso era, ambiva molto, e forse troppo di mostrarlo. Lasciate le sue squadre vincitrici, partiva Championnet libero da Napoli; ma, arrestato fra Napoli e Roma, fu condotto, prima nella cittadella di Torino, poi in Francia: il volevano processare sì per le anzidette cagioni, e sì per aver cacciato Faipoult. Prese Macdonald il governo supremo dei Francesi; tornò Faipoult in Napoli ad estenuare i miseri Partenopei.Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica, moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano i baroni il nuovo stato, manco ancora i Francesi, e siccome tutti avevano bande di bravi, che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed alcuni facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro che dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano, che sebbene fossero vezzeggiati in quei primi principj del governo, erano da lui veduti malvolentieri, con le maggioripersuasioni che potessero, promuovevano le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati nei luoghi più lontani ed inaccessi: quivi attendevano a fomentare discordie e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali e soldati dell'esercito regio, i quali dopo di essersi dimostrati pronti a servire i repubblicani, da loro non curati, o per necessità per la penuria dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano sdegnosamente partiti, e condottisi nelle province, quivi con le parole incendevano, e con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere. Tutti questi erano anche confortati da qualche corpo di gente armata, che dopo l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi, od erano mandati dalla Sicilia appunto coll'intento di sostenere quei moti, che si manifestavano sulla terraferma in favore della potestà regia. A questi motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che correvano delle armate Turche e Russe, che dovessero fra breve arrivare nell'Adriatico con grossi soccorsi di genti da sbarco in favore dei regj. Era vero infatti che, conclusa la pace tra la Russia e la Turchìa, aveva un'armata Russa passato i Dardanelli, e congiuntasi con quella del gran signore si era impadronita di tutte le isole Veneziane dell'Arcipelago o dell'Ionio, aveva posto assedio alla principale di Corfù, e principiava a mostrarsi sulle spiagge del regno. Questi ajuti parte veri, parte ancora esagerati dalla fama, mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni, che già avevanoconcetti. Tanto era l'odio che si portava al nuovo stato, che popoli cattolici, condotti da vescovi e da preti, volonterosamente si univano a genti scismatiche e maomettane per ispegnerlo.Dimostravano quanto fossero deboli nelle province i fondamenti del governo nuovo i successi avuti nelle terre d'Otranto e di Bari da alcuni fuorusciti Corsi, che sulle prime avevano maggior desiderio di fuggire, che di combattere; conciossiachè trovavansi eglino in Taranto ad aspettare un vento propizio per Corfù o per Trieste, quando vi fu bandita la repubblica e per timore se ne fuggirono per la strada di Monteasi alla volta di Brindisi. A Monteasi, detto ad una donna che gli alloggiava, per procurarsi miglior servizio, essere con loro il principe ereditario, spargevasene la voce, un Girunda contadino, uomo di seguito nella terra, gli secondava, la provincia si levava a romore, tutti gridavano;viva il re,muoja la repubblica. Arrivavano questi Corsi, piuttosto portati dalle spalle dei popoli, che da se, a Brindisi, dove il supposto principe dava ordini; i popoli gli obbedivano, come se principe fosse. S'imbarcava per la Sicilia, promettendo di andare dal re suo padre, perchè mandasse genti soccorritrici alle fedeli popolazioni. Lasciava, come esecutori de' suoi comandamenti, due suoi generali, come diceva, i quali altri non erano che due oscuri Corsi per nome Boccheciampe, e de Cesare. Si fermava il primo nella terra di Otranto, sottomessa la città principale di Lecce; se ne giva il secondo a far tumultuare la terra di Bari, soggiogate in sul correre Martina edAcquaviva, terre, che si erano scoperte favorevoli alla repubblica. Insomma il moto fu d'importanza: accorrevano buoni, e cattivi, nobili, plebei, laici, ecclesiastici, e da un accidente fortuito nasceva un gran fondamento a far risorgere in quelle parti l'autorità del re.Quasi al tempo stesso sbarcava con poche genti a Reggio di Calabria il cardinale Ruffo, al quale il re aveva dato facoltà amplissime, chiamandolo suo vicario. Il secondavano il preside della provincia Winspear, e l'uditor Fiore. Scrivono alcuni, che il cardinale desse anche a voce, che fosse fatto papa. Ciò dissero di lui, perchè lo credevano capace di dirlo. Questo debole principio in poco spazio di tempo cresceva a dismisura, e produceva un moto, che fu cagione di accidenti di grandissimo momento. Primieramente nella ulteriore Calabria, per le aderenze che la sua famiglia vi aveva, trovava il cardinale molto seguito: poi qualche nervo di truppa reale gli si aggiungeva, e finalmente chi voleva il re, o le vendette, o il sacco, a lui cupidamente si accostava. Guadagnò prima le campagne, poscia le terre aperte, finalmente le murate, e tanto crebbe la sua potenza, che presi Mileto, Monteleone e Catanzaro, riduceva in poter suo tutta la Calabria ulteriore. Il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, lo scomunicava, ed egli scomunicava l'arcivescovo. Nè contenendosi nelle parole, anzi seguitando il corso favorevole della fortuna, assaltava Cosenza, capitale della Calabria citeriore, e quantunque ella fosse una forte sede di repubblicani, dopo una battaglia assai feroce, se ne impadroniva.Prese, non senza una ostinata difesa, Rossano, prese Paola, bellissima città di Calabria, la prese, e l'arse per l'animoso contrasto fattovi dai repubblicani; quest'era la pessima delle guerre civili. Ruffo prevaleva; il terrore l'accompagnava, e gli dava in mano tutte le Calabrie insino a Matera. Quivi si congiunse con de Cesare, sommovitore della provincia di Bari.Tumultuando le Calabrie, non si mostravano le province, anche le più vicine a Napoli, più quiete: gente sfrenata guidata da capi ancor più sfrenati commettevano, sotto specie di voler rinstaurare il governo regio, e difendere la religione, atti della più eccessiva barbarie. Uno Sciarpa antico soldato, uomo tanto audace, quanto feroce, aveva posto a romore le rive del Sele, tempestando fin sotto alle mura di Salerno, non che gl'importasse del re, ma, siccome quegli che si gettava volentieri ai partiti estremi, disprezzato dai repubblicani, ai quali si era offerto, si vendicava della repubblica sotto nome di affezione al governo regio. Fecero i Lucani quanto per loro si era potuto, per impedire la congiunzione di Sciarpa con Ruffo, ma si sforzarono indarno, perchè niun soccorso arrivava loro da Napoli; così le sommosse si dilatavano. Dalla parte della Campania era sorto in Sora un moto pericolosissimo, suscitato specialmente da un Mammone Gaetano, prima mulinaro, poi capo dei sollevati di Sora. Commise costui opere indegnissime. Uccise con palle soldatesche più di cento prigioni fatti in guerra, saccheggiò, ed incese più terre, che tutti gli altri capi delle sollevazioni insieme;aveva carceri orribili, inventava tormenti nuovi, e nuove fogge di morti: per avvezzarsi al sangue, come se bisogno ne avesse, beveva salassato il sangue proprio, si pasceva in cospetto di teschi sanguinosi, beveva in un cranio: si dilettava di lamenti d'uomini tormentati, purchè repubblicani fossero ed anche qualche volta, ancorchè repubblicani non fossero, e cercava pretesti per isfogare l'incredibile sua barbarie: questi erano gli stromenti, che ajutavano Ruffo a riporre in seggio il re. Dall'altra parte dell'Apennino incrudeliva Proni con le sue Abruzzesi bande, risorto a nuovo furore, perchè Duhesme e Lemoine si erano condotti sotto le mura di Capua e di Napoli. Ma la più pericolosa e più importante sommossa, dopo quella del cardinale, ardeva nella Puglia, sì perchè era molto grossa per se, sì perchè a lei si erano congiunti gli Abruzzesi, sì perchè alle Pugliesi rive avevano adito le armate Russe, Ottomane ed Inglesi, e sì finalmente perchè la Puglia per la feracità delle sue terre nodrisce la popolosa Napoli.
SOMMARIO
Guerra nello stato Romano. I Napoletani cacciati da Championnet. Mack, generale dei regj, si ritira, e fa un suo principale alloggiamento a Capua. Il re Ferdinando si ritira in Sicilia. Le provincie tumultuano contro i Francesi, Napoli stessa si muove a furia di popolo contro di loro. Feroci battaglie tra i Francesi ed i lazzaroni. I Francesi entrano in Napoli. Continente condotta di Championnet: crea a Napoli un governo provvisorio; è richiamato dal direttorio, e perchè: gli vien surrogato Macdonald. I popoli delle province si muovono quasi universalmente contro i Francesi. Mossa importante del cardinal Ruffo. Guerra terribile, crudele, e sanguinosa. Rivoluzione di Lucca. Accidenti gravi del Piemonte: domanda la sua unione alla Francia. Scherer surrogato a Joubert nel supremo grado dell'esercito d'Italia, e perchè. Nuova guerra. Scherer vinto da Kray a Verona, poi a Magnano. I Russi sotto la condotta di Suwarow arrivano in Italia ad ingrossar gli Austriaci. Moreau subentra a Scherer, e combatte infelicemente a Cassano: si ritira prima ad Alessandria, poi sul territorio Ligure oltre gli Apennini. Milano in poter dei confederati. Moti incomposti dei Piemontesi. Suwarow arriva in Piemonte, e vi crea un governo provvisorio. Presa della cittadella di Torino. I repubblicani d'Italia o sono carcerati, o si ricoverano in Francia: benevolenza dei Francesi verso di loro.
Guerra nello stato Romano. I Napoletani cacciati da Championnet. Mack, generale dei regj, si ritira, e fa un suo principale alloggiamento a Capua. Il re Ferdinando si ritira in Sicilia. Le provincie tumultuano contro i Francesi, Napoli stessa si muove a furia di popolo contro di loro. Feroci battaglie tra i Francesi ed i lazzaroni. I Francesi entrano in Napoli. Continente condotta di Championnet: crea a Napoli un governo provvisorio; è richiamato dal direttorio, e perchè: gli vien surrogato Macdonald. I popoli delle province si muovono quasi universalmente contro i Francesi. Mossa importante del cardinal Ruffo. Guerra terribile, crudele, e sanguinosa. Rivoluzione di Lucca. Accidenti gravi del Piemonte: domanda la sua unione alla Francia. Scherer surrogato a Joubert nel supremo grado dell'esercito d'Italia, e perchè. Nuova guerra. Scherer vinto da Kray a Verona, poi a Magnano. I Russi sotto la condotta di Suwarow arrivano in Italia ad ingrossar gli Austriaci. Moreau subentra a Scherer, e combatte infelicemente a Cassano: si ritira prima ad Alessandria, poi sul territorio Ligure oltre gli Apennini. Milano in poter dei confederati. Moti incomposti dei Piemontesi. Suwarow arriva in Piemonte, e vi crea un governo provvisorio. Presa della cittadella di Torino. I repubblicani d'Italia o sono carcerati, o si ricoverano in Francia: benevolenza dei Francesi verso di loro.
Mentre la sede antica dei re di Sardegna diveniva preda dei repubblicani, più abili a sconvolgere,che ad ordinare, le sorti della parte meridionale d'Italia imprudentemente, e forse temerariamente tentate dal re di Napoli, partorivano accidenti insoliti e terribili. Non aveva il generale Mack trovato nello stato Romano quel seguito, che si era concetto colla speranza, poichè l'essersi ritirati, ma intieri, non rotti, i Francesi, e la fama ancor fresca del loro valore, davano timore che, ove fossero ingrossati, si precipitassero di nuovo alle offese con danno estremo di coloro, che troppo vivamente si fossero scoperti contro di loro. Nè ignoravano i popoli, che sebbene un odio grande ai nuovi repubblicani si portasse, non pochi erano, che con le ricchezze, con le esortazioni, e con tutta l'opera loro gli secondavano: il che faceva che ognuno credesse, che la parte loro fosse maggiore di quello, che era veramente. Ne nasceva altresì, che i Francesi erano, per mezzo degli aderenti, ottimamente informati di quanto più importava loro sapere per la salute dell'esercito. Il terrore poi concetto per le infelici pruove fatte contro i medesimi in parecchie parti d'Italia, massimamente il caso spaventoso di Verona, teneva sospeso l'animo di ognuno, impediva che si movesse cosa alcuna contro i repubblicani, e frenava i popoli desiderosi di prorompere. Nè potevano persuadersi facilmente, che le truppe Napolitane, di cui si conoscevano piuttosto i vanti che i fatti, fossero abili a resistere a genti tanto riputate per esperienza e per valore: la troppo facile vittoria, essendosi i Francesi ritirati piuttosto volontariamente, che per battaglie infelicemente combattute, aveva allontanato daiNapolitani ogni occasione di mostrare ciò, che potessero contro quei campioni formidabili della repubblica, per modo che era la fama dei repubblicani intatta, quella dei regj dubbia. Per la qual cosa dalla occupazione dei territorj in fuori, acquistati piuttosto senza contrasto, che per forza, la riputazione e la probabilità della vittoria stava tuttavia dal canto dei vincitori audacissimi d'Italia. Si aggiungeva, che sebbene i Romani odiassero i Francesi, non amavano però i Napolitani, e pareva loro di uscire da una servitù abbominata per sottentrare ad un'altra forse non meno odiosa. Nè il procedere dei Napolitani era atto a rattemperare gli odj; perchè oltre le parole al solito gonfiamente lanciate, il che irritava la Romana natura assuefatta a mirar al reale, non al vano, i fatti erano piuttosto da conquistatori provocati, che da amici chiamati, e l'Italia andava a sacco e da chi pretendeva liberarla con parole di libertà, e da chi pretendeva liberarla con parole di conservazione. Tutte queste cose non erano nascoste a Mack, e però argomentando, che la guerra era piuttosto incominciata di nome che di fatto, e che se con qualche fazione importante, in cui si venisse al sangue, non dimostrava che le mani fossero tanto forti, quanto le lingue pronte, il tempo avrebbe presto condotto una mutazione di fortuna, si deliberava ad andar all'incontro delle armi repubblicane. Del che tanto maggiore necessità gli sovrastava, quanto Championnet raccoglieva genti in fretta, e continuamente s'ingrossava.
Avendo adunque avuto avviso, che con felicenavigazione era Naselli sbarcato a Livorno, e Ruggiero di Damas ad Orbitello, si muoveva a tentare la fortuna delle battaglie. Siccome poi credeva, se prosperamente nei primi incontri combattesse, di trovare, se non maggiore inclinazione di popoli, almeno maggiore sicurtà di governo nella Toscana, provincia suddita a principe Austriaco, elesse di far impeto contro l'ala destra dell'esercito Francese, che governata dal generale Macdonald, da Terni si distendeva fin verso Nepi, Civitacastellana, e Monterosi. A questo partito dava anche favore il pensare, che Naselli, e massimamente il conte Ruggiero venivano alla volta sua per la strada del littorale, coi quali desiderava, ed era punto principale della sua impresa, il congiungersi. Nè era di poca importanza il moto della città di Viterbo, che a furor di popolo si era scoperta contro i Francesi. Marciava Mack, divisi i suoi in cinque schiere, il dì cinque decembre, da Baccano contro i repubblicani, mentre al tempo stesso ordinava un moto verso Civitaducale, per tener in rispetto i Francesi da quella banda. Prevaleva di gran lunga di numero, conducendo quarantamila soldati contro un nemico, che se arrivava agli ottomila, non gli passava, poichè in questo numero consisteva l'ala destra dei repubblicani. Sboccava la prima schiera Napolitana verso Nepi, la seconda, insistendo sull'antica via Romana, verso Rignano, la terza verso Santa Maria di Falori, schiere tutte destinate a combattere sulla destra sponda del Tevere. La quarta aveva il carico d'impadronirsi di Vignanello per guadagnare la terra d'Orta, e quivi varcareil fiume. Finalmente per fare un po' di spalla a destra a tutte queste genti, la quinta schiera dei regj marciava contro a Magliano, e già aveva traversato il Tevere al passo di Ponzano. I Francesi, sentita prestamente la venuta del nemico, non si fermarono ad aspettarlo, ma siccome quelli, che stimavano se stessi da quegli uomini valorosi che erano, e tenendo in poco conto le genti Napolitane, uscirono incontanente ad incontrarle. I capi poco dubitavano della vittoria, perchè oltre il provato valore dei soldati, sapevano, che gli assalti dei Francesi, per la natura pronta della nazione, sono sempre più fortunati che le difese. Non fu l'esito diverso dalle speranze. Kellerman, figliuolo del vecchio generale di questo nome, e giovane commendabile per valore e per bontà, contuttochè sulle prime trovasse un duro incontro, ruppe la prima Napolitana schiera, cacciolla insino a Monterosi, e quivi rompendola di nuovo tagliava a pezzi i valorosi, disperdeva i codardi. Non procedettero con maggior riputazione le cose dei Napolitani dall'altre parti: il colonnello Lahure ruppe la schiera di Rignano, sebbene sulle prime avesse perduto del campo; perchè Macdonald con pronti ajuti soccorrendolo, lo ebbe tostamente abilitato alla vittoria. S'incontrava la schiera che giva all'assalto di Santa Maria di Falori in una squadra Polacca capitanata dal generale Kniazewitz, e che aveva con se una legione Romana, che aveva alzate le bandiere della repubblica. Polacchi e Romani valorosissimamente combatterono: i Napolitani andarono in volta, non senza grave perdita d'uomini, d'armi, e dibagaglie. Il generale Maurizio Mathieu affrontava, così avendo ordinato Macdonald, la quarta schiera, la quale cedendo si ricoverava nella terra di Vignanello forte per sito, e cinta di buone mura. Si difendevano i Napolitani virilmente, sapendo, che questa fazione era di grandissima importanza; erano anche ajutati dai terrazzani, nemicissimi del nome Francese. Ma Mathieu tanto fece con le armi e con le minacce, che sforzava i Napolitani a lasciar la terra libera al vincitore. Entraronvi i Francesi trionfando, non senza qualche licenza, come di gente vincitrice, ed irritata. Acquistato Vignanello, correva Mathieu ad assicurare il ponte di Borghetto.
Restava la quinta schiera, che camminava verso Magliano, ma udite le infelici novelle delle compagne, se ne tornava, senza aver combattuto, per Ponzano, al principale alloggiamento dell'esercito regio. Così pel valore delle sue genti, e per l'arte egregia, con la quale le mosse, venne fatto a Macdonald di variare lo stato della guerra, e di riuscir vincitore da un assalto molto pericoloso. Bene si può biasimare Mack dello aver diviso i suoi in tante parti, convenendogli piuttosto, siccome a quello che aveva l'esercito molto più grosso, il marciare unito; perciocchè con un solo sforzo avrebbe vinto, mentre con molti perdè. Ma voleva Mack mostrar sempre in tutte le sue cose un'arte molto squisita e non gli andavano a grado le mosse semplici. Così nella propria perizia ravviluppandosi, ed impacciandosi, si esponeva ad un più gran numero di casi fortuiti, ed apriva un maggior adito alla fortuna. Ma, nonostante le battaglie combattute infelicemente dal generale Napolitano sulla destra riva del Tevere, la guerra non era ancora vinta; perchè da una parte il conte Ruggiero di Damas venendo da Orbitello si avvicinava, dall'altro rimanevano ancora sulla sponda sinistra del fiume ai Napolitani genti superiori per numero ai loro nemici. Per la qual cosa Mack, non disperando ancora delle sorti, si accingeva a fare un nuovo sforzo sulla sponda medesima, il cui fine era di rompere la schiera di mezzo di Championnet: il che avrebbe disgiunto le due ali Francesi, di cui la destra guidata da Macdonald insisteva tra il mare ed il Tevere, e la sinistra militava sotto la condotta di Duhesme oltre l'Apennino, tra questo monte e le spiagge dell'Adriatico. Ebbe il generale Francese sicuro e pronto avviso dell'intento del suo avversario. Laonde per resistere a quel nuovo impeto, e non si commettere se non con vantaggio alla fortuna, ristringeva i suoi ed affortificava con nuove genti i luoghi di Contigliano e di Magliano. Poi fe' ritirare Macdonald da Civitacastellana, solo lasciato un presidio nel forte a Borghetto, affinchè quivi validamente difendesse il passo del fiume. Finalmente chiamava il generale Lemoine, che oltre l'Apennino sotto il freno di Duhesme combatteva contro il cavaliere Micheroux, generale del re, ad occupare Civitaducale, e Rieti, la prima, città del regno, la seconda, dello stato Romano. Pensier suo era in questo, che Lemoine tempestando sulla destra di Mack, gli troncasse il suo pericoloso pensiero di spartire in due l'esercito repubblicano. Dal canto suo Mack aveva per primofine, spingendosi avanti, di acquistare Terni, il che sarebbe stato il compimento del suo disegno. Con questo intento, mandata una colonna ad occupare Civitacastellana, avviava grosse squadre ai monti di Buono, a Cantalupo, ad Aspra, e già faceva le viste di assaltare Otricoli, fazione, per la posizione dei luoghi, di grandissima importanza. Aveva poi il suo alloggiamento principale, e come quasi primario fondamento alla vittoria, sul monte di Calvi. Le cose succedevano a prima giunta prosperamente ai Napolitani; conciossiachè, sebbene per opera di Mathieu fossero stati cacciati da Magliano, che già avevano conquistato una loro schiera di gran polso, sotto guida del generale Moesk, si era, cacciatone di forza i Francesi, impadronita di Otricoli, e già faceva correre da suoi cavalleggieri la strada per a Narni. La guerra diveniva pericolosa pei Francesi. Ma non perdutisi punto d'animo, si risolvevano al combattere, e provarono tostamente, che nelle battaglie più può l'ardire che la prudenza; poichè Mathieu, per comandamento di Macdonald, assaltò furiosamente i Napolitani in Otricoli, e quantunque valorosamente vi si difendessero, gli vinse con perdita di due mila soldati, di cinquecento cavalli, di otto cannoni, e di tre bandiere. Diedero in questo fatto pruove di singolar valore i Polacchi, e fu ferito gravemente in una gamba un Santacroce, principe Romano, che combatteva per la repubblica. Ritirossi Moesk colle reliquie de' suoi a Calvi, dove per la fortezza del sito si poteva sostenere, e fare ancor dubbia la vittoria. Ma lo stesso Mathieu, già vincitore ditanti fatti per valore di questa Napolitana guerra, mandato da Macdonald, vincitore ancor esso dei fatti medesimi per perizia, occupate le eminenze, che stanno a sopracapo alla terra, e minacciato aspramente Moesk, se non si arrendesse, il costringeva, ajutato anche dalla presenza di Macdonald sopraggiunto in quel frangente, alla dedizione. Questo fatto ruppe ad un punto tutte le speranze che Mack aveva concette di poter durare nello stato Romano, e lo fece accorgere, che niun altro scampo gli restava, che quello di ritirarsi con presti passi nel regno. Già il re, udite le sinistre novelle, ed abbandonata Roma, si era avviato, prima a Caserta, poscia a Napoli: Mack, raccolti più prestamente che potè tutti i suoi, andava a Capua, in cui sperava di difender Napoli, giacchè non aveva potuto difender Roma nè a Calvi, nè a Cantalupo. Entrarono i Francesi vittoriosi in Roma, donde diciassette giorni prima erano partiti non vinti. Tornaronvi i consoli ad occupare le perdute sedi.
Le cose dei Napolitani non avendo fatto sulla destra del Tevere quella resistenza, che il conte Ruggiero aveva sperato, gli era divenuto impossibile di congiungersi con la sua schiera sinistra: le rotte sulla sinistra gli tagliavano ogni strada a potersi congiungere col grosso dell'esercito, e niun altro scampo gli lasciavano, che quello di aprirsi il passo per forza, o di conseguirlo di queto dal vincitore, o di retrocedere per andarsi a rimbarcare in Orbitello. Rifulse in sì estremo accidente la virtù del conte; poichè non isgomentatosi punto, se ne continuava a marciare con settemilasoldati da Baccano verso Roma. Championnet attonito a caso tanto improvviso, mandava il suo ajutante Bonami a sapere, che cosa volesse dir questo. Gli fu risposto dal conte, che voleva passare o per amore, o per forza per ritornare nel regno; ed ottenuto un indugio dal nemico per trattare un accordo, avvisando che Bonami non aveva dato tempo per altro motivo, che per far accorrere nuove genti, levava, più tacitamente che poteva, il campo, incamminandosi più che di passo alla volta di Orbitello. Giunto alla Storta, vi fu il suo retroguardo combattuto dai repubblicani: ma difesosi virilmente, acquistava facoltà del continuare a ritirarsi. Calava intanto a far le sue condizioni più pericolose Kellerman da Borghetto. Incontratisi repubblicani e regj a Toscanella, si travagliavano con un conflitto molto aspro. Il conte, contuttochè fosse ferito gravemente da una scheggia in una gamba, continuava a combattere valorosamente; i Napolitani incoraggiti dall'esempio del loro capo, si difendevano anch'essi con molta costanza: nè si spiccarono dalla battaglia, se non quando per l'arrivo delle cavallerìe di Kellerman, era diventata troppo disuguale. Intanto non aveva omesso il conte, mentre col retroguardo arrestava l'impeto dei repubblicani, di accostarsi vieppiù coll'antiguardo, e col grosso della schiera, ad Orbitello. Queste due squadre nella cercata terra essendo giunte, tostamente vi s'imbarcarono sulle navi Napolitane, che quivi le attendevano. Restava, che si conducesse a salvamento il retroguardo, che era furiosamente seguitato dai Francesi;ma non così tosto il conte col retroguardo medesimo (imperciocchè sebbene molto patisse della sua ferita, aveva sempre in mezzo a quest'ultima parte del suo esercito combattuto) vi entrava, che chiuse le porte sul viso al nemico, faceva le viste di volersi difendere. Si appiccava intanto una pratica tra di lui e Kellerman, per la conclusione della quale fu fatto abilità al conte d'imbarcarsi con tutte le sue genti, solo lasciando in mano dei Francesi le artiglierìe. Bello e lodevole fatto del conte Ruggiero fu questo, e che dimostrò, che se i buoni soldati fanno i buoni generali, ancora e molto più i buoni generali fanno i buoni soldati. Viterbo vinta ed occupata dal vincitore, pagò le pene dello aver anteposto lo stato antico e dispotico, allo stato nuovo e tirannico. Ciò non ostante non vi furono vendette esorbitanti, ed il giovine Kellerman vi si portò più moderatamente che i tempi non comportavano.
Riconquistata Roma, ed atterriti i Napolitani, pensava Championnet ad assicurarsi, e ad ampliare la vittoria; ed ancorchè non avesse un esercito bastante pel numero dei soldati a conquistare il regno, tuttavia, considerato il loro valore, l'efficacia della fresca vittoria, il terrore dei nemici, e la forza delle opinioni favorevoli, che da lungo tempo e largamente vi si erano sparse, e che ora più potentemente operavano per la vicinanza dei Francesi, e per la sconfitta dell'esercito regio, si risolveva a tentar l'impresa. A questo fine era necessario il debellare Capua, ultimo propugnacolo di Napoli per la fortezza della città, per laprofondità delle acque del Volturno, e per avervi Mack adunato tutte le genti, ancora forti, se non per valore almeno pel numero. Adunque il generale della repubblica spartiva i suoi in due principali schiere, delle quali la sinistra governata da Macdonald, correndo pei luoghi superiori e più vicini agli Apennini, doveva, là dove è meno grosso per la prossimità de' suoi fonti, varcare il Garigliano ai passi del Castelluccio e di Caprano, e al tempo stesso dare facoltà alle genti di Duhesme e di Lemoine di congiungersi con lui a sforzo comune contro Capua. La seconda schiera sotto la condotta di Rey, radendo il lido, s'incamminava verso Terracina, con pensiero di acquistare, strada facendo, Gaeta per una battaglia di mano, poi comparire sotto le mura della desiderata Capua. Nè l'esito fu diverso del disegno; perchè e Macdonald e Rey, superati tutti gli ostacoli, arrivavano alla destinata oppugnazione sulle sponde del Volturno. Ai passi stretti e forti di Fondi e d'Itri fecero i Napolitani debole resistenza: a Gaeta, piazza forte per sito e per arte, e con un presidio di più di tremila soldati, con provvisioni e munizioni abbondanti, niuna. Vennero a Gaeta in poter dei vincitori circa cento pezzi di cannoni, piatte per ponti, barche armate, e barche annonarie provviste, e vettovaglie in copia. Precipitavano a gran rovina le cose del regno, non essendosi mostrato in sua difesa valore nissuno, se si eccettua il caso del conte Ruggiero. Duhesme e Lemoine, ai quali andava avanti, come speculatore ed apritor di strade, quell'arrisicato condottiere Rusca,sui sinistri gioghi dell'Apennino insistendo, travagliavano più per gli assalti improvvisi delle popolazioni mosse a romore, ed armate di ogni sorte d'armi, che per le battaglie delle genti regolari. Principalmente nelle contrade del Tronto, e verso Teramo, i paesani mossi a romore, e condotti dai preti, infestavano le strade, davano addosso agl'isolati, ed impedivano le comunicazioni tra l'una parte e l'altra dei repubblicani. Ciò ritardava l'impeto dei Francesi, che da questa parte non poterono seguitare di pari passo le genti vincitrici di Championnet, e di Macdonald. Tuttavia appoco appoco prevaleva il valore regolato. Lemoine acquistava Aquila, dove trovava munizioni da bocca in abbondanza. Poi si conduceva a Sulmona, dove mettono capo tutte le strade dell'Abruzzo, con intenzione di aspettar quivi Duhesme, che più vicino correva le sponde dell'Adriatico. Grave intoppo ai disegni di Duhesme era Pescara, città, che con la sua fortezza situata in luogo eminente domina tutto il pian paese all'intorno, e la sola strada a riva il mare, per la quale possono passar le artiglierìe. Questa era la principale piazza dei Napolitani su quei lidi, sì per l'importanza del passo, e sì perchè difende la foce del fiume Pescara, che si distende a guisa di porto. Due mila soldati la presidiavano; ma non fecero miglior pruova dei difensori di Gaeta; perchè, come prima i soldati leggieri della repubblica si mostrarono sulle alture che stanno a sopracapo al ponte di Pescara, e le altre truppe a Pianella ed a Civita di Penna, il comandante pensò alla dedizione, dandoin mano dei Francesi quel luogo tanto forte per arte e per natura, e tanto importante alla sicurezza del regno. Vi trovarono i vincitori armi, e munizioni in copia. Acquistata Pescara, procedeva Duhesme a congiungersi per la strada di Popoli con Lemoine a Sulmona, donde varcato il sommo giogo dell'Apennino, condussero entrambi tutta l'ala sinistra sotto le muraglie di Capua. Così non solo erano in veemente movimento le cose di Napoli, ma ancora cominciavano a precipitare a manifesta rovina.
Naselli, lasciato Livorno, perchè oltre le sconfitte dei regj, aveva udito che Serrurier con una mano di soldati della repubblica già aveva occupato Lucca, e si apparecchiava ad andarlo a combattere, imbarcate le genti sulle navi apprestate, veleggiava alla volta del Garigliano.
Non erano senza fortezza i nuovi alloggiamenti di Mack. Posto il campo col grosso de' suoi nella pianura di Caserta, per modo che fosse abile a difendere il passo del Volturno, aveva fatta Capua sicura con un presidio di diecimila soldati. Tra per questi, e le genti del campo, aveva ancora un novero di combattenti superiore a quello dei Francesi, e se avesse avuto o migliori soldati, o più fedeli capitani, o minore capriccio in una certa squisitezza d'arte, che gli faceva sempre moltiplicare i casi fortuiti con allargar troppo il campo, poteva ancor tenere la fortuna in pendente. Bene l'evento dimostrò, che Capua si poteva difendere, e si perdè non per forza, ma per accordo. Ma già i casi di Napoli diventavano più forti di tutte queste condizioni unite insieme.Il ritorno tanto subito del re, le novelle sinistre che ad ora ad ora pervenivano, l'aver perduto in più breve tempo quello, che in breve tempo si era acquistato, le dedizioni tanto importanti d'Aquila, di Pescara, e di Gaeta, l'avvicinarsi continuo del nemico al cuore stesso del regno, i soldati o dispersi, o fuggitivi, che per escusazione propria magnificavano le cose, l'arrivo stesso di Mack in Napoli, venutovi per consultare sulle ultime speranze, rinnovando la memoria delle vittorie dei francesi in Italia, e il terrore delle armi loro rinfrescando, avevano prodotto un grande abbattimento d'animo in chi sapeva, rabbia e disperazione in chi non sapeva. Titubavano i consiglieri di Ferdinando sul partito, che fosse a prendersi, alcuni propendendo ad armare il popolo, altri opinando ch'egli avesse tostamente a ritirarsi oltre il faro. Intanto il volgo, fattesi alcune instigazioni, anche da parte del governo, si armava da se: la città fra il terrore ed il furore aveva un aspetto molto sinistro, e, come si usa in simili casi, le voci popolari già accusavano di tradimento i ministri. S'incominciava a por mano nel sangue degli avversari o veri o supposti del governo regio, poi si trascorse in quello degli amici. Un Alessandro Ferreri, corriero per gli spacci, mandato con lettere a Nelson, che con alcuni suoi vascelli stanziava nel porto di Napoli, restò ucciso a furia di popolo sul molo; il suo cadavere sanguinoso tratto a forza sotto le finestre della reggia, fu mostrato al re, gridando orrendamente i feroci uccisori, e l'invasata moltitudine, che gli accompagnava,muojano i traditori, viva la santa fede, viva il re. Già non vi era più freno. L'orrore concetto per la fresca uccisione del corriero aveva persuaso a Ferdinando, che, tralasciando anche la forza Francese, che si avvicinava, non poteva più rimanersi a Napoli con dignità, nè fors'anche con sicurezza. S'aggiunse che Mack, non confidando di poter far guerra felice con quei soldati, che per altro quanto potessero valere aveva dimostrato l'esempio del conte Ruggiero, consigliava un accordo.
Tutte queste considerazioni, e forse più ancora il timore di qualche congiura per opera dei novatori, essendo la rabbia loro grandissima pei sofferti supplizj, fecero prevalere la sentenza di coloro, che consigliavano, che il re si ritirasse in Sicilia. Fatta la deliberazione, si mandò tosto ad esecuzione, non senza terrore e confusione, come suole in simili accidenti; l'ultima notte del novantotto, s'imbarcarono sulle navi Inglesi e Portoghesi, che erano sorte nel porto, il mobile più prezioso dei palazzi di Caserta e di Napoli, le gioje della corona, il tesoro di San Gennaro, in cui erano meglio di venti milioni coniati, ed oro, ed argento vergati in quantità: a queste ricchezze s'aggiunsero le singolarità più preziose di Ercolano. Imbarcati i denari e le suppellettili, creava Ferdinando suo vicario il principe Pignatelli con facoltà amplissime, anche di concludere un accordo coi Francesi, col consentire all'occupazione di Napoli, purchè la città salva ed incolume si conservasse. S'imbarcava Ferdinando la notte medesima sulla nave di Nelson con Acton,Hamilton, ed i cortigiani. Il giorno seguente, non avendo ancor salpato pei venti contrarj, sorse uno spettacolo miserabile; poichè, fatte uscir prima le navi Napolitane, sì grosse che sottili, che potevano mareggiare, fece Nelson appiccare il fuoco alle altre, fra le quali campeggiava il Guiscardo grossa nave di settantaquattro cannoni. Arsero in cospetto del re, che di non lontano luogo rimirava il fumo ed il fuoco, che le proprie sue forze consumava. Si abbruciarono anche con disegno espresso le barche armate della costa di Posilippo, ed i magazzini dell'arsenale: la rabbia civile consumava le opere egregie della pace. Fu nella città desolata dolore e terrore per la partenza della reale famiglia. Il volgo sollevato mandò deputati a pregar Ferdinando, affinchè restasse proferendo le sostanze e le vite a difesa ed a conservazione sua, ma fu negata ai deputati la presenza di lui dagl'Inglesi. Nulla più restava da trasportare e da ardere: la dolorosa flotta salpava il dì due gennaio, infelice pell'aspetto terribile di Napoli, che ancora agli occhi dei naviganti appariva, più infelice pei venti avversi e le tempeste, che poco dopo la percossero. Fu lungo e travaglioso il tragitto: accrebbe la mestizia ed il dolore la morte del principe Alberto, figliuolo del re, fanciullo di sette anni, che in mezzo alle furiose burrasche rendè l'ultimo spirito nel grembo stesso della già tanto addolorata madre. Finalmente le sbattute e travagliate navi afferravano Palermo: le dimostrazioni amorevoli dei Siciliani, mitigarono l'amarezza concetta per l'esiglio, e per la fresca orbezzadel morto figliuolo. Accrebbe una calunnia l'infelicità della madre, poichè trovo scritto, che la regina avesse, partendo, comandato, che si armasse il volgo a furia, che Napoli s'incendesse, che anima vivente, che sopra la condizione di notajo fosse, non vi restasse. Bene mostrò soverchia asprezza Carolina ai tempi, che seguirono, ma che abbia ordinato una immanità tanto barbara, non è da credersi, se non da coloro che si lasciano tirare dalle passioni estreme, e dall'amore detestabile delle parti.
La partenza del re fu in mal punto per l'infelice regno, perchè già la fortuna si dimostrava più propizia alle sue armi. Erano, non senza gravi difficoltà per le popolazioni armate, che loro contrastavano il passo, Duhesme e Lemoine giunti al campo sotto le mura di Capua. Intanto le popolazioni medesime, principalmente quelle dell'Abruzzo superiore, e dell'antico Sannio, crescevano di numero, di forze e di furore, e già facendo in ogni luogo suonare le armi e le grida di vendetta, niuna cosa lasciavano sicura alle spalle dei francesi. La rabbia loro era incredibile, e commettevano contro i repubblicani, che viaggiavano alla spicciolata, atti di ferità più bestiale, che inumana. Dei venuti in mano loro, alcuni furono vivi tagliati a pezzi, altri legati agli alberi a fuoco lento arsi, altri gettati a furia a rompersi sugli scogli, altri precipitati nelle profonde valli, altri orribilmente mutilati e lasciati vivere di una vita peggiore che la morte. A tali atti applaudivano con forsennate grida le turbe furibonde. Già Itri, Fondi e Sessa eranoin poter dei sollevati; già San Germano si muoveva a stormo; già Teano, alloggiamento principale di Championnet, era stato assaltato e preso; già Piedimonte sul sommo giogo dell'Apennino pericolava; una massa di popoli incitatissimi s'avvicinava al Garigliano, e non lasciava alcuna speranza ai repubblicani in picciol sito oramai ristretti. Mandava Championnet ad incontrarla Rey, il quale avendo combattuto più valorosamente che prosperamente, fu fatto tornare con grave perdita frettolosamente nel campo. Il prospero evento aggiunse nuova furia a quelle genti sdegnate e crudeli: spintesi avanti assaltarono il ponte, che i Francesi avevano fabbricato sul fiume, sel presero, e più oltre procedendo nel parco di riserva rapirono le artiglierìe, fracassarono i carretti, trasportarono quante munizioni da guerra poterono. Per tale guasto le cartucce di provvisione vennero mancando ai Francesi: già le vettovaglie mancavano, nè v'era modo di andar alla busca per pascere l'esercito, perchè i sollevati inondavano le campagne; il vigore delle menti con gli stromenti di difesa mancava. Da un altro lato la popolosissima Napoli si muoveva, apprestandosi a correre al Garigliano in ajuto di Capua, e dell'esercito che ancora la difendeva. Nè è da passarsi sotto silenzio, che la virtù dei Francesi, oltre il suono delle armi dei sollevati, che romoreggiavano tutto all'intorno, incominciava a indebolirsi per un'infelice pruova testè fatta contro Capua. Avendo dato Macdonald un furioso assalto alla piazza, ne era stato respinto con danno gravissimo. Fu anzi in questo abbattimento feritoMathieu da una palla, che gli guastò il braccio per modo che non potè più militare in tutta questa Napolitana guerra. Ciò dava loro a temere, che i soldati Napolitani incominciassero ad agguerrirsi. Si aspettavano d'ora in ora alla foce del Garigliano le genti tornate da Livorno, che dando animo e forza alle turbe stormeggianti sulla destra del fiume, avrebbero fatto un pericoloso assalto a tergo dei Francesi, mentre sboccando Mack da Capua, gli avrebbe assaliti in viso. Per la qual cosa con un esercito a fronte, che si ostinava a voler difendere una città, ed un passo tanto abili ad esser difesi, con gli Abruzzesi ed i Campani alle spalle, con la poderosa Napoli in cospetto, rimaneva ai Francesi poca speranza di salute; nè solo della perdita dell'impresa per loro si trattava, ma della vita stessa fra sdegni tanto frenati.
La debolezza del vicario Pignatelli, per non usare parole più gravi, aperse improvvisamente una via di scampo ai Francesi, che già incominciavano a disperarsi. S'aggiunse il poco animo di Mack, il quale dimostrò, quando la fortuna già risorgeva, abiezione uguale a quell'eccessivo ardimento, che aveva scoperto, quando con le fresche e fiorite schiere assaltava lo stato Romano. Perì Napoli per mano di coloro, ai quali maggior debito pesava di difenderla. Arrivavano in quell'ora tanto pregna di dubbio avvenire pei Francesi agli alloggiamenti di Championnet il principe di Miliano, e il duca di Gesso, che mandati dal vicario venivano chiedendo un accordo. Mostrò sulle prime Championnet qualche durezza, conosciuta la timidità di chi reggeva Napoli, evolendo mostrare abilità al combattere. Ma infine pregato da coloro, che dovevano minacciare, venne ad un accordo con loro, del quale le principali condizioni furono, che si sospendessero le offese sino alla ratificazione delle due parti: se una ricusasse di ratificare, rincominciassero le offese dopo avviso anticipato di tre giorni; Capua si consegnasse in mano dei Francesi: l'esercito di Francia occupasse il paese alla destra dei laghi Napolitani sino alla foce dell'Ofanto; si serrassero i porti alle navi nemiche della repubblica; non si riconoscessero le opinioni; pagasse il re alla repubblica dieci milioni di tornesi, cinque in cinque giorni, e cinque in dieci; fossero aperte le strade ad ambe le parti pel commercio. Non piacque quest'accordo a nissuna delle parti, perchè il re negò la ratifica, e mandò Pignatelli tornato in Sicilia pel sollevamento di Napoli, che or ora racconteremo, nella fortezza di Girgenti.
I Napolitani, sottili estimatori, come gente Greca, delle cose, affermarono, essere stata un'insidia di Acton, nemico di Pignatelli, dell'averlo messo, partendo, in quella vertigine, acciocchè vi perisse. Mostrossi il direttorio sdegnato contro Championnet, come di accordo vile. Ma piacque il trattato, come riscatto e come insidia, a Championnet; perchè con quello e salvava l'esercito, e si procurava abilità d'intendersela coi novatori per far del tutto sovvertir Napoli, e convertirlo in repubblica. Infatti aveva con se alcuni fuorusciti Napolitani, il principale dei quali era il conte Ettore Caraffa, signor d'Andria e di Ruvo, giovane di spiriti ardenti, di pensieri vasti e smisurati,e strumento molto atto a turbare il regno. Questi incominciarono a tener pratiche segrete coi loro compagni di Napoli per modo che il generale Francese era per l'appunto informato di quanto alla giornata vi avvenisse. Non riposavano essi mai, godendone Championnet, repubblicano sincero, ora magnificando la potenza dei Francesi, e l'impotenza del resistere, ora preponendo la repubblica al regno, ora con vivi colori dipingendo la crudeltà di Carolina, la superbia di Acton, l'imbecillità, come la chiamavano, del re. Mali semi sorgevano; si aspettava la occasione. Pignatelli o non sapeva, o non poteva, o non voleva rimediare: un accidente grave e funesto era imminente. Una cagione, che dipendeva dal trattato della tregua, fe' trascorrere le acque mosse, ma in verso contrario: i vesuviani spiriti eran prossimi a prorompere. Un Arcambal, commissario Francese, era andato a Napoli per levarvi il denaro pattuito, e già i carri si apprestavano. Ciò venne a luce; il volgo se ne accorse. Spargevansi voci, che il popolo era tradito, che si voleva dar Napoli ai Francesi, le condizioni dell'accordo tenute a bella posta segrete, diventavano palesi: si accusava Mack, si accusava Pignatelli di tradimento: il mal umore nasceva in ogni parte. S'incominciò a mormorare, poi a gridare, poi a minacciare, si trascorse finalmente agli sdegni, e sorse in tutta la città fra i lazzaroni un tumulto, ed un rumore incredibile. Uscivano furibondi dai nascondigli loro, correvano per le contrade e per le piazze, s'armavano a vicenda, l'un l'altro stimulavano, tutti gridavano:muojanoi traditori; viva San Gennaro, viva la santa fede, viva il re. Avidi di far sangue già facevano pruova di manomettere Arcambal, e lo avrebbero anche fatto, se per opera di alcuni Napolitani affetti ai Francesi non avesse trovato modo di porsi in salvo. Fece Pignatelli qualche provvisione per frenare quel cieco impeto per mezzo dei soldati, e della guardia urbana. Ma altra medicina era richiesta a tener i lazzaroni, ed il rimedio fu peggior del male, perchè il volgo vieppiù inferocito a quel ritegno, trascorse in maggior furore, chiamando a morte e Pignatelli, e Mack, e i soldati, e tutti che governavano. Nissuno pensi, che un'avviluppata simile a questa sia stata mai in alcuna città mossa a furore nelle faccende più gravi dello stato, e nelle più ardenti ire civili. I lazzaroni occupavano i castelli Nuovo, Sant'Elmo, e del Carmine: indi correvano all'armerìa, dove, prese e distribuite fra di loro le armi, s'indirizzavano a opere maggiori. Pignatelli e Mack pensarono, che quello non fosse più tempo da starsene a Napoli, e fuggirono il primo in Sicilia, il secondo all'alloggiamento di Championnet. La guardia urbana fu disarmata. Dell'esercito, che da Capua consegnata ai Francesi se ne veniva alla volta di Napoli, parte sbandatosi, cercò ricovero in mezzo ai Francesi, parte sotto il governo del duca di Salamandra, si unì alla plebe commossa, gridando:viva la patria, viva Napoli, viva il re. Fatti più arditi dal numero e dall'impeto, assaltarono rabbiosamente la guardia Francese al ponte di Rotto, e parte la ruppero, parte l'uccisero. Protestò Championnetper questo fatto, che i Napolitani avessero rotto la tregua, ed aperto l'adito all'ostilità, come se il tendere insidie, com'ei faceva, col tramare per mezzo dei novatori di far ribellare lo stato, e volgerlo a repubblica, non fosse peggior rompimento della tregua, che il violarla apertamente con le armi. Fuggiti Pignatelli e Mack, una licenza senza freno dominava Napoli sconvolta. In ogni parte erano assalti, depredazioni, incendi, e morti. Fulminavano i cannoni dai castelli, fulminavano ai capi delle strade. Fra le grida dei moribondi, fra le minacce degli uccisori si udivano, cosa che ad ognuno recava maggior terrore,viva San Gennaro, viva la santa fede. Durò gran pezza il tumulto spaventevole.
Stanco finalmente di far bottino e sangue, l'impazzato volgo s'avvedeva, che bisognava pensar ad altro, perchè il disordine ammazzava se, e l'ordine gli altri: s'avvisarono dunque di creare un capo, che gli ordinasse e difendesse. Elessero il principe Moliterni, figliuolo del principe di Marsiconuovo, giovane ardente, e che aveva dato segni di valore nelle fazioni di Capua contro i Francesi. Poichè fu eletto, gli facevano intorno le più pazze grida del mondo, ed ei se la godeva, perchè era ambizioso, ed aveva altre mire. Prima cosa, diede opera a piantar certe forche smisurate in parecchj luoghi con minaccia, che impiccherebbe chiunque si muovesse senza suo ordine. Poi creava ufficiali municipali, e capi del popolo, ed attendeva con manifesti e con bel comparire in pubblico a calmare quegli spiriti infieriti, e a dar qualche sesto alle cose. Ed ecco spargersisubitamente voce, marciare i Francesi contro Napoli; già essere giunti ad Aversa. Infatti Championnet, saputo il tumulto, ed i preparamenti fatti a' suoi disegni de' suoi partigiani, ed un altro accidente di tutti questi più efficace, che si racconterà poco appresso, non volendo trasandare la occasione, si avviava velocemente verso la commossa città. Fu Moliterni a parlamento con lui nei campi d'Aversa. Riportonne, che il generale di Francia non voleva udire proposta alcuna d'accordo, se prima non se gli dessero in mano i castelli, e non si togliessero le armi a chi non fosse soldato. Qui non è bisogno aggiunger parola, perchè per poco stette, che non facessero Moliterni a pezzi, e l'avrebbero anche fatto, se non si fosse schivato, gridandolo a furore assassino e traditore. Nè volendo più udire capo di sorta, meno ancora Moliterni, tornarono in sul saccheggiare, ed in sull'uccidere più fieramente che prima. Uccisero il duca della Torre, uccisero suo fratello, Clemente Filomarino, ambi rispettabili per ingegno e per virtù, maltrattarono con infami improperii Zurlo, ministro che era stato delle finanze. Nè più guardavano ai forestieri che ai nazionali: trucidarono un ufficiale di marina Inglese, trucidarono un fuoruscito Tolonese: facevansi della barbarie gioja. Un forestiero venuto loro in sospetto, alla porta di una bottega mani e piedi inchiodarono, e sì a colpi di scuri e di bajonette il martirizzarono. Lacombe San Michele, ambasciadore di Francia, essendo chiamato a morte dal popolo furioso, fu nascosto, e salvato da alcuni amatori del nome reale, che più risguardaronoall'umanità che alle opinioni. I popoli sommossi penetrano bene la natura degli uomini, ai quali hanno dato il governo di se stessi, perciocchè il sospetto aguzza l'intelletto, e raddoppia l'attenzione. Certo è, che Moliterni non secondava più le intenzioni del popolo, tendendo i suoi andamenti ad affidare Napoli alla presenza ed al patrocinio dei Francesi, verisimilmente perchè credeva, che quello fosse il solo modo di salute che restasse. Per arrivare a questo suo fine, poichè nell'abboccamento di Aversa Championnet gli aveva affermato, che non entrerebbe, se prima non gli fosse assicurata la possessione del castel Sant'Elmo, aveva introdotto in questa fortezza molti de' suoi aderenti, e molti ancora che parteggiavano per la repubblica; ed inoltre armandone quanti più gli venne fatto di armare, gli aveva distribuiti nei luoghi più opportuni. Trovo consegnato nei ricordi delle storie, che, essendosi di ciò prima indettato con Championnet, abbia propagato ad arte la opinione fra l'acceso volgo, che era necessario andare ad assaltar i Francesi che venivano contro Napoli, con dire, che il picciol numero loro sarebbe facilmente oppresso dalla sopravvanzante moltitudine del popolo. Avvisavano Championnet e Moliterni, che il vincere i lazzaroni in Napoli tanto numerosi, coraggiosi, ed arrabbiati sarebbe stato piuttosto impossibile che difficile; perchè ogni casa sarebbe diventata per loro una fortezza, ed il sapere le strade era per loro di grandissima importanza, e le città, e le abitazioni proprie sono più patria, e con maggiore animo si difendono, che le campagnee le abitazioni aliene. Il combattere poi in paese piano ed aperto faceva ai Francesi, quantunque fossero in picciol numero, le condizioni migliori, perchè avevano qualche nervo di cavallerìa, artiglierìe meglio ordinate, più perizia di battaglie. Come era ordito il disegno, così riuscì l'effetto. Usciva il popolo più impetuoso, che esperto di battaglie, a combattere contro i Francesi, che per la speranza di Sant'Elmo, e di trovare in Napoli una parte forte in favor loro, ordinati si avvicinavano. S'affrontarono le due parti tra Aversa e Capua; ne seguitava una mischia molto tremenda. Prevalevano i Francesi per le armi e per l'ordine, prevalevano i Napolitani pel numero e pel furore. Durò per ben tre giorni con variati eventi la battaglia. Le artiglierìe di Francia fulminando in quelle spesse squadre, vi menavano uno scempio orribile, ed atterravano le file intere. Rimettevansi i lazzaroni, e più aspramente di prima menavano le mani, cercando di avvicinarsi, e di venire alle strette col nemico, per fare con lui una battaglia manesca. Le artiglierìe gli guastavano da lontano, le bajonette da vicino; ma le morti non gl'intimorivano, anzi piuttosto gl'infierivano. Nei due primi giorni ruppero parecchie volte i repubblicani; ma questi, come destri, e sperimentati soldati, tosto si rannodavano. Nè la notte arrecava riposo; perchè se al chiaro più si udivano le grida dei combattenti, al bujo più si udivano quelle degli straziati; e pure neanche di notte si perdonava alle ferite ed alle morti. Accresceva il terrore, che in tutti i villaggi circonvicini un suonare di campana e martello spesseggiavasenza intermissione, ed i contadini accorrevano in folla variamente armati in ajuto dei cittadini combattenti. Non era guerra in un sol luogo, ma guerra dappertutto e dappertutto si versava sangue o per uccisioni agglomerate fra corpi grossi, o per uccisioni spicciolate fra masse vaghe ed erranti, e fra guerrieri isolati. Continuavano a Napoli le carnificine; vi si aggiungeva furore a furore. Fumavano al tempo stesso le incenerite terre dell'Abruzzo, del Sannio, e della Campania, che la rabbia di guerra, e la soldatesca rabbia avevano agli ultimi e più miserandi casi ridotte. Nuovi vespri siciliani, e nuove vendette di vespri siciliani si agitavano. Un Proni assassino guidava le genti arrabbiate, i curati coi crocifissi le animavano; solito costume dei civili furori, e delle popolari guerre. Fumava Castelforte arso da Rey: mescolavavisi alle fiamme il Napolitano sangue sparso dal capitano Francese, perchè tal era stata la resistenza, e tale la ostinazione dei difensori, che gli abbisognò prender d'assalto non solamente le mura, ma le case ad una ad una, dalle quali piovevano palle, sassi, travi, acqua, ed olio bollenti. Grondava sangue l'egregia Isernia per opera di Monnier irritato pel valore più che umano, col quale i terrazzani, ajutati dalla gente venuta dal contado, l'avevano difesa; d'assalto presa, fu sottoposta a quanto di più crudele, e di più empio sogliono pruovare le infelici città prese d'assalto; ma qui le abbominevoli cose furono anche maggiori, perchè era una guerra tra gente stimata nemica di Dio, e tra gente stimata assassina: nascevano opere da una parte e dall'altrapiù che di barbari. Le Caudine Forche superate con singolar valore ed arte da Broussier, tiepide ancor esse di sangue paesano ed estero, attestavano le battaglie valorosamente combattute da ambe le parti, ma più felicemente, che nell'antichità, dagli esteri, più infelicemente dai paesani. In questa guisa travagliavano al tempo medesimo gli Abruzzi, il Sannio, la Campania, e la popolosa Napoli. Città incenerite, turbe uccise, superstiti addolorati, un calpestìo di guerra tremendo tra Capua e Napoli, e dove mancavano le forze, suppliva il furore. Non mai i Francesi si trovarono ridotti a sì duro passo, nè mai con tanta valenzìa sostennero un urto di guerra. Infine un buon consiglio fece sopravvanzare i repubblicani. Championnet mandava Lemoine, e Duhesme a ferire con truppe fresche, strigatesi testè dagl'impacci dei monti, il fianco destro dei combattenti lazzaroni, i quali, affievoliti dalla fatica e dalla strage, andarono in volta, sparsi e sanguinosi riparandosi in Napoli.
Mentre nel raccontato modo si combatteva, Moliterni recatosi in mano, non solamente il castello di Sant'Elmo per mezzo de' suoi fidati, ma ancora quello dell'Uovo, vi aveva inalberato il vessillo tricolorito in segno di pace e di possessione verso Championnet. Spediva anzi a lui uomini a posta, perchè accordassero il modo di rimetter in poter suo la città. Tentò anche il castello del Carmine; gli fu sdegnosamente risposto dal presidio. Ma quando i lazzaroni superstiti alla passata uccisione videro sventolare su quei due forti le odiate insegne, tosto tornarono su i furori,e di nuovo prese le armi, si accingevano a voler impedire ai francesi la possessione. Facevano esortazioni, parte feroci, parte ridicole, ordinavano processioni di San Gennaro, si armavano, si rannodavano, s'incitavano: da capo ricominciarono a dire, che non temevano nè santi, nè diavoli, nè Francesi, e che non volevano repubblica, e che l'avrebbero veduta. Nè si rimasero alle minacce; perchè assaltato impetuosamente Capochino e Capodimonte, ne ebbero a viva forza cacciati i Francesi, che poi tornati più forti rincacciarono di bel nuovo i lazzaroni. A porta Capuana succedeva una battaglia asprissima, prima colla peggio dei Francesi, poi colla peggio dei Napolitani: magnifici edifizj incesi a bella posta per necessità dai Francesi. Facevano anche forza di entrare verso il palazzo reale per la protezione dei castelli Sant'Elmo, e dell'Uovo; ma i lazzaroni essendosene accorti, contrastavano con grandissima gagliardìa il passo. Pendeva tuttavìa in bilico la fortuna, quando ecco calare dai castelli Moliterni con le sue genti, ed assaltar alle spalle coloro, che loro capo l'avevano creato. Seguitava un durissimo combattimento fra i popolani ed i repubblicani, finchè questi superarono del tutto gli avversarj, cinti e bersagliati da tutte le bande. Allora i Francesi, benchè i lazzaroni ancora in quest'ultimo frangente fortificassero le strade con isteccati, e combattessero dalle case con ogni sorta d'armi, si fecero forzatamente strada sino al palazzo reale, e l'occuparono. Poco poscia un'altra squadra di Francesi preceduti da novatori del paese, s'introdusseroper forza nella contrada principale di Toledo, e se ne fecero signori. Tuttavìa combattevano ancora sparsamente i lazzaroni con pericolo di sacco e d'incendio: il castel del Carmine appresentava un duro intoppo a superarsi. Per risparmiare il sangue, e terminar totalmente quelle moleste battaglie con altro che con armi, uomini astuti, per suggerimento dei novatori, insinuarono ai lazzaroni, che saria bene mandar a sacco il palazzo del re. A tale suono quegli uomini privi di tanti compagni uccisi, e straziati essi medesimi da tante ferite ricevute in difesa del re (io narro cose strane ma vere) si calarono, e rinunziando alle armi, misero in preda le reali spoglie. Alcuni dei Francesi fra i più perduti, che alla guardia del palazzo se ne stavano, si mescolarono coi rapitori Napolitani nella medesima infamia. Restava, che il castello del Carmine cedesse. Si venne all'assalto, perchè il presidio non volle mai udire parole d'accordo. Ostinatamente vi si difesero; pure infine il forte cesse in poter dei repubblicani: la sanguinosa Napoli tutta era in potestà loro. Ma rimarrà eterna memoria dello sforzo fatto da un popolo forte, il quale, ancorchè fosse privo di capi, per poco non metteva a distruzione un esercito famoso per tante vittorie, e l'avrebbe anche fatto, se alla forza non si fossero congiunte le insidie.
Il generale della repubblica fatto sicuro dell'acquisto di Napoli per l'occupazione dei castelli, mandava al pubblico, ch'egli frenava i suoi soldati, desiderosi di vendicare il sangue dei compagni morti nelle battaglie combattute controgente prezzolata; che sapeva, essere i Napolitani un popolo buono, e che bene nel cuor suo si doleva degli strazj sofferti da lui: però rientrassero in se stessi, esortava, deponessero le armi nel Castelnuovo, e con questo conserverebbe la religione, le proprietà, e le persone salve ed intatte: al tempo stesso arderebbe le case, e darebbe a morte coloro, che contro i Francesi usassero le armi: se la tranquillità tornasse, dimenticherebbe il passato, e restituirebbe la felicità a quelle ridenti contrade. Partorì questo manifesto l'effetto, che Championnet se n'era promesso; Napoli fu ridotta in tranquillo stato, perchè tutti quietarono, chi per timore dei Francesi, e chi per timore del volgo. Ma siccome non bastava mettere in calma la metropoli, ma ancora abbisognava ordinare lo stato, seguendo Championnet il suo talento repubblicano, creava un governo, a cui chiamava venticinque persone, la più parte assai risplendenti o per dottrina, o per virtù, o per natali, o per tutte queste qualità congiunte insieme. I più amavano la libertà con animo sincero e benevolo. Alcuni, essendosi mescolati nelle congiure precedenti, erano stati dannati dal governo regio o all'esilio, o al carcere, o forse più ancora odiavano l'antico stato che amassero la libertà. Del rimanente uomini tutti, dico i Napolitani, sinceri d'opinione, continenti da quel d'altrui, e quanto degni di esser vissuti ai tempi antichi, tanto inabili a governar la nave dello stato in tempi tanto tempestosi. Furono quest'essi: Abbamonti, Albanese, Baffi, Bassal Francese, Bisceglia, Bruno, Cestari, Ciaia, De Gennaro,De Filippis, De Rensis, Doria, Falcigni, Fasulo, Forges, Laubert, Logoteta, Manthoné, Pagano, Paribelli, Pignatelli-Vaglio, Porta, Riario, Rotondo. Partironsi, secondo il solito, in congregazioni, le quali avevano la potestà esecutiva, mentre tutti insieme collegialmente uniti usavano la legislativa. Fu diviso il regno, pure secondo il solito costume servile, in undici spartimenti. Chiamaronsi della Pescara con Aquila capitale, del Garigliano con San Germano, del Volturno con Capua, del Vesuvio con Napoli, del Sangro con Lanciano, dell'Ofanto con Foggia, del Sele con Salerno, dell'Idro con Lecce, del Brendano con Matera, del Grati con Cosenza, della Sagra con Catanzaro. Fatti gli spartimenti, crearonsi i distretti, poscia i municipj, ogni cosa a norma delle fogge Francesi: tutto questo chiamossi repubblica Partenopea.
Sono i Napolitani, siccome Greci, di natura molto acuta, trascorrenti nelle astrazioni, e misuratori delle cose secondo l'immaginazione, non secondo la realtà. Se si aggiunge la qualità molto favellatrice, sarà facile far concetto in quante reti ed andirivieni s'inretino e s'impaccino, sì che vogliano il bene, e sì che vogliano il male. Il persuadergli ed il ravviargli non è cosa agevole; perchè più ciò fare t'ingegni, e più si ravviluppano nelle astrattezze, e nel loicare, e finiscono con avvilupparvi anche te. Ora pensi il lettore, se sottilizzassero, e se oltre portassero quei principj politici di filosofia Francese, i quali starian forse bene fra uomini migliori di noi, ma in questa età, sono, pur troppo, come bei colori su legni fradici. Compiacevanoa se stessi con immagini lusinghevolissime: la repubblica di Platone pareva loro non solo possibile, ma ancora non sufficiente; una maggior perfezione sognavano, e si promettevano. In queste chimere i migliori, ed i più sapienti avevano più capriccio degli altri. Cirillo, Conforti, Logoteta, Russo, e più di tutti Mario Pagano, dei quali e di molti altri compagni loro non si potrà mai tanto ammirare la virtù, nè piangere la fine, che non meritino molto più, erano nel sognare queste felicità singolarissimi. Nè le donne si rimanevano: la virtuosa, dotta, e sventurata Eleonora Fonseca Pimentelli risplendeva fra le prime, e, siccome donna, spandeva attorno di se raggi più soavi dell'amorevolezza comune. I più belli, i più cortesi, i più colti spiriti con esso lei conversavano, e già virtuosi, a maggiore virtù per le esortazioni ed esempio suo si accendevano. Platone dominava: dolcissimi affetti da sì copiosi fonti in ogni parte scorrevano e s'insinuavano. Io mi sento muovere ad una compassione grandissima pensando, che un sì felice immaginare, un sì pietoso desiderare, un sì giocondo ammaestrare s'abbattessero in un campo pieno di ire tanto sfrenate, di strazi tanto crudeli, di latrocinj tanto violenti, di uccisioni tanto disumanate. Parmi, quanto l'esile creatura umana immaginar può, che Dio avrebbe dovuto fare i buoni esenti dal contatto dei malvagi, e lasciar questi straziarsi da se: certo la funesta mescolanza mi spaventa. Sognava nella sanguinosa Napoli Pagano misero la felicissima repubblica: i lazzaroni intanto saccheggiavano, e gli Abruzzesi con le armi, con le mani, e perfinocoi denti i Francesi laceravano, e con pari furore i Francesi gli Abruzzesi straziavano. Nè i romori tanto detestabili, che d'ogni intorno risuonavano di tradimenti, di morti e di rapine, potevano svegliare dal dolce sonno quegli uomini benevoli. Argomentavano sottilmente del bene e del meglio, quando il male ed il peggio signoreggiavano, e più s'accendevano nelle speranze, quando e più vi era luogo a disperazione. Non s'avvedevano, che il predominio era dei ladri e dei tiranni, e che i ladri ed i tiranni, gridando libertà, di loro e della libertà si ridevano. Ed essi pure con la mente occupata, come di malattia dolce ed incurabile, non se ne accorgevano, e traevano dietro alle utopìe. Età strana e feroce, che produsse i buoni per perdergli, i tristi per fargli trionfare. Queste cose abbiamo vedute in tutte le parti della desolata Italia, ma nella gigantesca Napoli più che in tutte. Là più santi corpi si ruppero, là più grossi rivi di sangue scorsero. La posterità ne avrà pietade e spavento insieme: gli uomini odierni o non sentono, o ridono, od applaudono, e pazzo chi vuol seminar fra di loro semi salutiferi. I frutti soavi son diventati veleni per l'infausta terra. Così il gridare virtù fia creduto bugia, il gridare vizio fia creduto verità, e la scorza civile, che ci copre, ben cela schifosi aspetti. Se un benigno risguardo del cielo non ci salva, il dispotismo fia stimato rimedio, perchè non si è saputo nè ordinare, nè usare, nè sopportare la libertà, ed a questo dolce fiore concorsero in troppo gran numero insetti pestiferi.
Di tale benevolenza, e di tali errori furono segnatele operazioni del governo nuovo di Napoli. Ma prima di raccontar le cose da lui fatte, necessario è per noi il descrivere, come Championnet operasse per solidare l'impresa nel regno. Era egli uomo dabbene, il che è qualche cosa più che uomo ingegnoso; perciocchè l'ingegno suo era piuttosto sufficiente che grande; ma come buono si rimetteva facilmente nell'opinione dei buoni, o di coloro che buoni riputava. Laonde, volendo far di Napoli altro che quello, che si era fatto di Roma, intendeva non solo a fondare la nuova repubblica, ma ancora a farle sostegno, non della forza, ma dell'amore. Chiamato il popolo a parlamento nella chiesa di San Lorenzo, bandiva solennemente in nome del governo Francese, e della grande nazione la libertà e l'independenza degli stati Napolitani, rinunziava ad ogni ragione di conquista, solo si riservava la facoltà di mettere per una volta tanto una contribuzione militare per dare a' suoi soldati i soldi corsi di sei mesi. Fu la contribuzione di settantacinque milioni, compresi dieci per la sola città di Napoli e contado; taglia assai grave, ma che avrebbero i popoli portato volentieri, se non fossero al tempo stesso stati costretti a dare il vitto ed il vestito a quei medesimi soldati, che già pagavano. Sapendo poi, quanto importassero in quei popoli ardenti le opinioni attinenti a religione, mandava una guardia d'onore a San Gennaro, e detto a chi l'aveva in custodia, ch'ei desiderava, che il santo facesse il miracolo, il santo il faceva, e i lazzaroni applaudivano, sclamando, non esser poi vero, che i Francesi fossero empj, come la corte avevafatto spargere; nè mai si sarebbero risoluti a credere, che la volontà di Dio non fosse, che i Francesi stanziassero in Napoli, poichè in presenza loro si scioglieva il sangue del santo. Non ometteva il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, a ciò esortato dal governo, e il faceva anche volentieri, di confortare con lettere pastorali i popoli ad obbedire alle nuove potestà, la libertà e l'egualità, come conformi ai precetti del vangelo, lodando e raccomandando. Queste cose mitigavano le opinioni contrarie, e vieppiù confermavano la quiete. Championnet mostrava in tutti i suoi discorsi, ed in tutti gli atti desiderio di alleggerire ai Napolitani il peso del forestiero dominio, e di fondare nel regno una repubblica libera e indipendente.
Aboliva il governo i diritti feudatari, ed i fidecommessi, e preparava per mezzo della congregazione legislativa la constituzione, che avesse a reggere la repubblica. Fu questa constituzione opera principalmente di Mario Pagano, ed in mezzo alla imitazione servile degli ordini di Francia vi si vedevano alcuni ordini nuovi di non poca importanza, e di utilità evidente. Fuvvi principalmente la potestà censoria commessa ad un tribunale di cinque, il cui carico fosse di vegliare, acciocchè i cattivi costumi si correggessero, i buoni si conservassero; fuvvi anche l'eforato, a cui doveva appartenersi la facoltà di veder, che la constituzione in tutte le sue parti salva ed intatta si conservasse, che i magistrati oltre i limiti delle potestà concedute dalla constituzione non trascorressero, quelli che trascorressero alla debita moderazionerichiamasse, e gli atti oltre i limiti da loro emanati annullasse, che le riforme della constituzione dimostrate necessarie dall'esperienza al senato proponesse; di modo che l'atto annullato per decreto degli efori, quand'anche fosse legge promulgata dal corpo legislativo, nissuno più obbligasse, ed il corpo legislativo stesso obbedisse; gli efori solo quindici giorni all'anno sedessero, ed il seder di più fosse caso di stato; niun altro maestrato esercitar potessero; stessero in grado solo un anno; fossero eletti dal popolo in ogni spartimento della repubblica, ed uno per ispartimento, e non più si eleggesse. Potessero essere eletti all'arcontato, che era la potestà suprema per l'esecuzione delle leggi, se non dopo cinque anni, dappoichè erano usciti dall'eforato; al corpo legislativo, se non dopo tre: usciti, il titolo di eforo mai non portassero. Sono questi ordini dell'eforato degni di molta lode, ed atti ad impedire nelle repubbliche, ed anche nei governi regj, che hanno qualche parte di repubblica, molte gare e sovvertimenti civili. Certamente, ove fossero confermati dall'autorità del tempo, potrebbero arrecar grande giovamento agli stati liberi. Degni anche di commendazione furono gli ordini proposti per le scuole pubbliche, i quali, mutati i soggetti d'insegnamento, potrebbero utilmente accettarsi anche nelle monarchie. Queste cose trovava Mario Pagano nel suo ingegno; il resto, il copiava dalla constituzione Francese, dando in tal modo a conoscere e la capacità della sua mente, e la servilità dei tempi. Nè debbe essere passato sotto silenzio il ragionamento, che si leggeva preposto al modellodella constituzione; opera in cui tutto l'acume dei Greci ingegni si discopriva, atti sempre a pruovare principj astratti con astrattezze maggiori.
Le astrattezze lusingavano gli uomini, le realtà gli sdegnavano; colpa, parte di Championnet, parte del governo, parte dei tempi. Era Championnet come abbiamo narrato, di natura buona, ma non aveva nervo tale, che potesse frenare i suoi, già avvezzi alla licenza negli stati Romani e Cisalpini: onde gl'insulti alle persone, anche ai magistrati, massime municipali, e le tolte violente erano frequenti. I popoli si sdegnavano. A questo si aggiungevano le intemperanze dei democrati più ardenti.
I baroni, come aristocrati, siccome gli chiamavano, erano scherniti con dileggi aminti, o provocati con ingiurie, il che gl'inimicava, e siccome quelli che avevano una grande dipendenza sì per le loro ricchezze, e sì per l'effetto degli antichi ordini feudatari, procuravano con arti e con istigazioni nemici potenti e numerosi alla nuova repubblica. Nè solo con inconvenienti dicerie si provocarono i baroni, ma nelle tasse sforzate, che per soddisfare ai conquistatori il governo metteva, erano con brutti arbitrj aggravati, come se la opinione, e non le sostanze si dovessero tassare. Nè altra libertà di stampa vi era, se non quella d'inveire contro gli aristocrati. Aveva il governo mandato nelle provincie per far capaci le popolazioni dei vantaggi del nuovo stato, gli amatori più vivi. Questi per leggerezza, e per fissazione conforme alla stagione, trascorrevano pur troppo in ischerni ed in minacce contro gli aristocrati,e contro i preti. Spesso ancora, stimando che nei casi straordinarj le facoltà straordinarie si dovessero usare, commettevano atti arbitrarj, ora privando altrui degl'impieghi, ora della libertà, cose tutte da far rovinare facilmente ogni più forte stato, non che uno tanto tenero sui principj come era il Napolitano. Seguitava a tutte queste un'altra peste, ed era quella dei ritrovi politici, in cui giovani Infiammatissimi, ed invasati delle nuove opinioni, si adunavano a ragionare pubblicamente di cose appartenenti allo stato. Nè i mali prodotti in Francia da simili ritrovi gli rendevano savi, perchè con la medesima veemenza parlavano.
Bene ogni speranza di salute è spenta, ed il fondare uno stato buono impossibile, quando i cittadini son giunti a tale che l'amore della patria collocano nelle esagerazioni; perciocchè la natura delle cose è inflessibile e resiste, e se si può vincere, solo si può col vezzeggiarla, non con l'assaltarla. Ne seguitava, che, per le immoderate cose che si dicevano in quei ritrovi, i popoli si alienavano. Peggio poi, che non era cosa che gli energumeni, violenti in tutti i paesi, violentissimi in Napoli, non dicessero, per stravagante ed eccessiva che si fosse, contro il governo proprio, e contro coloro che il componevano. Il che toglieva agli uomini dello stato con la riputazione anche la potenza. Eppure era vero, che eglino erano per dottrina, per virtù, e per amore di patria dei più ragguardevoli del regno. Adunque queste moleste e brutte improntitudini dimostravano, il che non solamente si vide in Napoli,ma ancora in tutta Italia, che non l'amore della libertà, ma l'amore della potenza muoveva coloro che le facevano. Fatto il moto contro il governo antico per ambizione, volevano anche fare il moto contro il nuovo per l'ambizione medesima, e dove questa ambizione cupidissima fosse per arrestarsi, non si può affermare, se non forse là dove un solo di questi uomini sfrenati, spenti tutti gli altri, acquistasse il dominio. Quando prevale il costume che gli uomini più eccellenti sono stimati perfidi, vili, corrotti e tirannici, solo perchè occupano le cariche dello stato e tengono i magistrati, ogni libertà diviene impossibile, e lo stato è preda degli ambiziosi. Questa è stata la principale infezione della moderna Europa, e che fu ed è cagione che la libertà non vi si possa fondare, e non so, se i posteri più rideranno di lei per le sue pazzìe, o più la compatiranno per le sue disgrazie.
Tal era la condizione del governo Napolitano che odiato dagli aristocrati, biasimato dai democrati, oppresso dai Francesi, non aveva modo nè di riputazione nè di forza per operare, non che il bene della repubblica, alcun bene che fosse. Restava ai reggitori di Napoli un solo conforto, e quest'era la presenza di Championnet, sempre pronto, per quanto fosse in lui, a frenare la licenza de' suoi, ed a secondare gli sforzi di coloro, che più avevano in animo l'ordinare un buono stato, che il signoreggiarlo. Accadde, che il direttorio di Francia, il quale sapeva, che i guerrieri erano soliti a fare a modo loro, non a modo suo, aveva mandato a Napoli, per soprantendere ai frutti dellaconquista, una commissione civile, di cui era capo quel Faipoult, già mescolato nelle rivoluzioni Genovesi. Come prima ei giungeva a Napoli, stimando, che, quanto ai diritti di conquista ed alle esazioni, Championnet fosse stato troppo indulgente, pubblicava un editto, con cui dannando quanto il generale avea fatto, come se oltre i limiti della sua autorità fosse trascorso, affermava, che niun altro magistrato che la commissione civile aveva potestà di por le tasse, e che chi le pagasse in tutt'altra cassa, che in quella della commissione, male pagherebbe. Ad atto tanto ardito contro un capitano vittorioso non si sarebbe mosso Faipoult, se non avesse saputo, che già il direttorio cominciava a portar mala volontà a Championnet. Poscia più oltre procedendo ordinava, che in proprietà di Francia erano caduti per diritto di conquista tutti i beni appartenenti alla famiglia reale, spiegando, che in esso diritto cadevano non solamente quanto il re possedeva, come palazzi, ville, cacce e simili, ma ancora i beni Farnesiani, che erano di proprietà privata di Ferdinando, quei dell'ordine di Malta, i Costantiniani, i Gesuitici, quei destinati alle pubbliche scuole, i beni stessi dei banchi, che altro non erano che un deposito del denaro dei particolari, e tutte le casse pubbliche, e fino anche i decorsi delle contribuzioni. Così da Napoli si richiedeva un gran dispendio per l'esercito, e al tempo stesso gli si toglieva ogni fonte di rendita, per cui potesse supplire. Sdegnossi gravemente Championnet all'ardimento del commissario, e lo cacciava soldatescamente da Napoli. Era discordiatra i Francesi, discordia fra i Napolitani: tutti venivano in dispregio: il terrore delle armi solo sosteneva lo stato. Preparavasi in questo mentre un accidente molto grave contro i Napolitani. Era Championnet venuto in disgrazia del direttorio, perchè non contento allo aver rincacciato dallo stato Romano i Napolitani, avesse subitamente, non aspettati nuovi comandamenti, invaso il regno; le cose non essendo ancora rotte con l'Austria, e tenendosi ancora per gli Alemanni la fortezza di Ebrestein, forte propugnacolo di Alemagna, desiderava il direttorio di temporeggiare. A questa cagione dei tempi presenti se ne aggiungeva un'altra molto potente dei tempi futuri, ed era che Championnet si apparecchiava a fare una spedizione in Sicilia per torre al re quell'ultima parte de' suoi dominj; della qual cosa sperava poter venire facilmente a capo, sì per la poca forza che Ferdinando aveva in Sicilia, sì pel terrore impresso dalle sue armi, massime in su quel primo giungere, e sì finalmente per la efficacia delle opinioni, che credeva, che anche oltre il Faro si fossero introdotte. Le dimostrazioni di Championnet contro di quell'isola non erano segrete, e già aveva mandato soldati in Calabria sotto colore di combattere certe bande di regj, che scorrazzavano il paese. Questo intento toccava certi tasti molto reconditi. Il ministro Taleyrand voleva, che si facesse ai Borboni il minor male che si potesse. Fors'anche intrinsecamente nodriva il desiderio di vedergli ristorati in Francia. Alcuni suoi parenti, ricoverati in Sicilia, lo tenevano, siccome corse fama, con avvisi segreti bene edificato versola famiglia reale di Napoli, ed instantemente gli raccomandavano il re Ferdinando. Per la qual cosa egli, che molto acconciamente sapeva far queste cose, accennando col direttorio in un luogo col pretendere il motivo, che bisognasse frenare quello spirito ambizioso di Championnet, e battendo veramente in un altro, aveva operato che il direttorio rivocasse il generale. A questa medesima risoluzione cooperarono i desiderj di Macdonald, che dopo l'invasione del regno, in cui aveva combattuto tanto egregiamente, ed acquistata principalmente Capua, se ne viveva in poca concordia col generalissimo; e siccome quegli, che uomo valoroso era, ambiva molto, e forse troppo di mostrarlo. Lasciate le sue squadre vincitrici, partiva Championnet libero da Napoli; ma, arrestato fra Napoli e Roma, fu condotto, prima nella cittadella di Torino, poi in Francia: il volevano processare sì per le anzidette cagioni, e sì per aver cacciato Faipoult. Prese Macdonald il governo supremo dei Francesi; tornò Faipoult in Napoli ad estenuare i miseri Partenopei.
Mentre si travagliava con poco frutto nella capitale per la repubblica, moti di grandissima importanza accadevano nelle provincie. Non amavano i baroni il nuovo stato, manco ancora i Francesi, e siccome tutti avevano bande di bravi, che da loro dipendevano, uomini audacissimi, ed alcuni facinorosi, le spingevano a tentare rivoluzioni contro coloro che dominavano. Gli ecclesiastici, che non ignoravano, che sebbene fossero vezzeggiati in quei primi principj del governo, erano da lui veduti malvolentieri, con le maggioripersuasioni che potessero, promuovevano le inclinazioni contrarie. Molti soldati vecchi del re, non essendosi voluti accomodare al dominio dei nuovi signori, si erano ritirati nei luoghi più lontani ed inaccessi: quivi attendevano a fomentare discordie e sollevazioni. A questi si accostavano molti altri uffiziali e soldati dell'esercito regio, i quali dopo di essersi dimostrati pronti a servire i repubblicani, da loro non curati, o per necessità per la penuria dell'erario, o perchè non se ne fidassero, si erano sdegnosamente partiti, e condottisi nelle province, quivi con le parole incendevano, e con la presenza animavano le popolazioni ad insorgere. Tutti questi erano anche confortati da qualche corpo di gente armata, che dopo l'occupazione di Napoli, o si erano ritirati interi, od erano mandati dalla Sicilia appunto coll'intento di sostenere quei moti, che si manifestavano sulla terraferma in favore della potestà regia. A questi motivi tanto potenti si aggiungevano i romori che correvano delle armate Turche e Russe, che dovessero fra breve arrivare nell'Adriatico con grossi soccorsi di genti da sbarco in favore dei regj. Era vero infatti che, conclusa la pace tra la Russia e la Turchìa, aveva un'armata Russa passato i Dardanelli, e congiuntasi con quella del gran signore si era impadronita di tutte le isole Veneziane dell'Arcipelago o dell'Ionio, aveva posto assedio alla principale di Corfù, e principiava a mostrarsi sulle spiagge del regno. Questi ajuti parte veri, parte ancora esagerati dalla fama, mirabilmente infiammavano i popoli a proseguire i disegni, che già avevanoconcetti. Tanto era l'odio che si portava al nuovo stato, che popoli cattolici, condotti da vescovi e da preti, volonterosamente si univano a genti scismatiche e maomettane per ispegnerlo.
Dimostravano quanto fossero deboli nelle province i fondamenti del governo nuovo i successi avuti nelle terre d'Otranto e di Bari da alcuni fuorusciti Corsi, che sulle prime avevano maggior desiderio di fuggire, che di combattere; conciossiachè trovavansi eglino in Taranto ad aspettare un vento propizio per Corfù o per Trieste, quando vi fu bandita la repubblica e per timore se ne fuggirono per la strada di Monteasi alla volta di Brindisi. A Monteasi, detto ad una donna che gli alloggiava, per procurarsi miglior servizio, essere con loro il principe ereditario, spargevasene la voce, un Girunda contadino, uomo di seguito nella terra, gli secondava, la provincia si levava a romore, tutti gridavano;viva il re,muoja la repubblica. Arrivavano questi Corsi, piuttosto portati dalle spalle dei popoli, che da se, a Brindisi, dove il supposto principe dava ordini; i popoli gli obbedivano, come se principe fosse. S'imbarcava per la Sicilia, promettendo di andare dal re suo padre, perchè mandasse genti soccorritrici alle fedeli popolazioni. Lasciava, come esecutori de' suoi comandamenti, due suoi generali, come diceva, i quali altri non erano che due oscuri Corsi per nome Boccheciampe, e de Cesare. Si fermava il primo nella terra di Otranto, sottomessa la città principale di Lecce; se ne giva il secondo a far tumultuare la terra di Bari, soggiogate in sul correre Martina edAcquaviva, terre, che si erano scoperte favorevoli alla repubblica. Insomma il moto fu d'importanza: accorrevano buoni, e cattivi, nobili, plebei, laici, ecclesiastici, e da un accidente fortuito nasceva un gran fondamento a far risorgere in quelle parti l'autorità del re.
Quasi al tempo stesso sbarcava con poche genti a Reggio di Calabria il cardinale Ruffo, al quale il re aveva dato facoltà amplissime, chiamandolo suo vicario. Il secondavano il preside della provincia Winspear, e l'uditor Fiore. Scrivono alcuni, che il cardinale desse anche a voce, che fosse fatto papa. Ciò dissero di lui, perchè lo credevano capace di dirlo. Questo debole principio in poco spazio di tempo cresceva a dismisura, e produceva un moto, che fu cagione di accidenti di grandissimo momento. Primieramente nella ulteriore Calabria, per le aderenze che la sua famiglia vi aveva, trovava il cardinale molto seguito: poi qualche nervo di truppa reale gli si aggiungeva, e finalmente chi voleva il re, o le vendette, o il sacco, a lui cupidamente si accostava. Guadagnò prima le campagne, poscia le terre aperte, finalmente le murate, e tanto crebbe la sua potenza, che presi Mileto, Monteleone e Catanzaro, riduceva in poter suo tutta la Calabria ulteriore. Il cardinale Zurlo Capece, arcivescovo di Napoli, lo scomunicava, ed egli scomunicava l'arcivescovo. Nè contenendosi nelle parole, anzi seguitando il corso favorevole della fortuna, assaltava Cosenza, capitale della Calabria citeriore, e quantunque ella fosse una forte sede di repubblicani, dopo una battaglia assai feroce, se ne impadroniva.Prese, non senza una ostinata difesa, Rossano, prese Paola, bellissima città di Calabria, la prese, e l'arse per l'animoso contrasto fattovi dai repubblicani; quest'era la pessima delle guerre civili. Ruffo prevaleva; il terrore l'accompagnava, e gli dava in mano tutte le Calabrie insino a Matera. Quivi si congiunse con de Cesare, sommovitore della provincia di Bari.
Tumultuando le Calabrie, non si mostravano le province, anche le più vicine a Napoli, più quiete: gente sfrenata guidata da capi ancor più sfrenati commettevano, sotto specie di voler rinstaurare il governo regio, e difendere la religione, atti della più eccessiva barbarie. Uno Sciarpa antico soldato, uomo tanto audace, quanto feroce, aveva posto a romore le rive del Sele, tempestando fin sotto alle mura di Salerno, non che gl'importasse del re, ma, siccome quegli che si gettava volentieri ai partiti estremi, disprezzato dai repubblicani, ai quali si era offerto, si vendicava della repubblica sotto nome di affezione al governo regio. Fecero i Lucani quanto per loro si era potuto, per impedire la congiunzione di Sciarpa con Ruffo, ma si sforzarono indarno, perchè niun soccorso arrivava loro da Napoli; così le sommosse si dilatavano. Dalla parte della Campania era sorto in Sora un moto pericolosissimo, suscitato specialmente da un Mammone Gaetano, prima mulinaro, poi capo dei sollevati di Sora. Commise costui opere indegnissime. Uccise con palle soldatesche più di cento prigioni fatti in guerra, saccheggiò, ed incese più terre, che tutti gli altri capi delle sollevazioni insieme;aveva carceri orribili, inventava tormenti nuovi, e nuove fogge di morti: per avvezzarsi al sangue, come se bisogno ne avesse, beveva salassato il sangue proprio, si pasceva in cospetto di teschi sanguinosi, beveva in un cranio: si dilettava di lamenti d'uomini tormentati, purchè repubblicani fossero ed anche qualche volta, ancorchè repubblicani non fossero, e cercava pretesti per isfogare l'incredibile sua barbarie: questi erano gli stromenti, che ajutavano Ruffo a riporre in seggio il re. Dall'altra parte dell'Apennino incrudeliva Proni con le sue Abruzzesi bande, risorto a nuovo furore, perchè Duhesme e Lemoine si erano condotti sotto le mura di Capua e di Napoli. Ma la più pericolosa e più importante sommossa, dopo quella del cardinale, ardeva nella Puglia, sì perchè era molto grossa per se, sì perchè a lei si erano congiunti gli Abruzzesi, sì perchè alle Pugliesi rive avevano adito le armate Russe, Ottomane ed Inglesi, e sì finalmente perchè la Puglia per la feracità delle sue terre nodrisce la popolosa Napoli.