Chapter 6

A questo modo, non ostante la gloriosa vittoria di Championnet, da Napoli in fuori, e da alcune rare terre nelle provincie, in cui i repubblicani si difendevano piuttosto con valore smisurato, che con isperanza di vincere, tutto il paese si era commosso a favore dal re, quantunque i modi, che si usavano, non fossero degni nè del re, nè di alcun altro governo che sia al mondo. Pressavano massimamente le cose della Puglia per motivo delle vettovaglie. Inoltre diminuivano i Francesi per tanto ardimento dei popoli,continuamente di riputazione, ed ogni giorno più si rendeva necessario, che con qualche nuovo e segnalato fatto mostrassero, che non era cessato in loro per le delizie di Napoli il valore, e che da quella opinione si riscuotessero, in cui erano venuti, che se san bene resistere e vincere gli eserciti giusti ed ordinati, non sanno parimente resistere e vincere, quando vengono alle mani con popoli sollevati. Per la qual cosa erasi deliberato Championnet (queste cose accadevano prima della sua partenza), a fare due spedizioni, una contro la Puglia, massime contro San Severo e Trani, dove erano le adunate più forti dei sollevati, l'altra contro la Calabria, quella principalmente per vincere, questa per contenere. Commetteva la prima alla fede ed al pruovato valore di Duhesme, che era suo aderente molto affezionato, la seconda al generale Olivier, dedito a Macdonald, emolo di Championnet. Accompagnava Duhesme, da parte del governo Napolitano con una legione Napolitana, ma con le compagnie ancor non piene, il conte Ettore di Ruvo, che già sopra abbiam nominato, giovane d'incredibile ardire, d'animo feroce, e capace di tentare qualunque più difficile e pericolosa impresa. Già fin quando era ancora in Napoli lo stato regio, si era il conte Ettore mostrato amante di novità, e mescolato in varie congiure, ancorchè fosse maggiordomo del re, e suo padre primo maggiordomo di corte. Era nemicissimo di Medici, aveva fatto stampare in Napoli la constituzione di Robespierre. Scoperte le sue trame, le quali anche poco ascondeva, per la sua naturaanimosa e temeraria, fu carcerato in castel Sant'Elmo per opera di Medici; ma una fanciulla, figliuola di un ufficiale del presidio, innamoratasi di lui, il calava con corde per le mura del castello, poi pel monte molto dirupato. Ricoverossi in casa di alcuni suoi parenti in Portici; poi per sentieri rimoti ed ermi arrivava a salvamento in Milano. Quivi, siccome quegli che molto entrante era ed animoso, piacque ai Francesi, e venne in grazia con Joubert, che conosciuta l'indole del giovane, giudicò, che fosse stromento potente a turbare, quando che fosse, le cose di Napoli. Infatti quando Championnet si mosse alla spedizione, Joubert mandò con lui il conte Ettore, e per mezzo suo fu facilitata la conquista del regno, massimamente quella della capitale. Ora il governo Napolitano, conoscendo la natura indomabile e irrequieta di quest'uomo, che sempre pasceva l'animo di pensieri smisurati, e si mostrava più inclinato a comandare che ad obbedire, il mandava con Duhesme in Puglia, dove erano le sue terre, sotto colore che trovandosi in paese proprio, e pieno di parenti e d'amici, vi facesse gente. Fecevi gente in verità, e per pagarla, poichè ai mezzi non guardava, ma solo al fine, e neanco se questo fosse giusto o no, che ciò poco gl'importava, pose taglie, e fece depredazioni incredibili, non considerando nè come, nè contro chi, o repubblicani, o regii che si fossero: soldati e denaro per pagargli, questo solo voleva. Il governo aveva qualche sospetto di lui: eppure era egli il solo uomo capace di puntellare quello stato cadente: l'avrebbeanche fatto, ma forse per se, non per la repubblica. Pure da cosa nasce cosa, e primo pensiero dei repubblicani doveva esser quello di tener lontano il re.Accompagnava Olivier per alla volta della Calabria uno Schipani, piuttosto repubblicano ardente, che buon soldato, e non di natura tale, che potesse star a fronte dell'audace Sciarpa, e dell'astuto ed animoso cardinale. Se le guerre con le parole si vincessero, avrebbe questo condottiere repubblicano potuto vincere; ma altro è parlare in aringa, altro veder in viso il nemico, non ch'ei non avesse animo, che anzi era coraggiosissimo, ma non conosceva le guerre. Partivano Duhesme ed il conte Ettore: marciavano cauti per paura d'agguati e d'assalti improvvisi in un paese sollevato: marciavano spigliati e divisi per ispazzare largamente il paese: con loro, e con ciascuna schiera marciavano le diete, o vogliam dire i consigli militari, sempre pronti a dannare a morte gli autori delle sollevazioni. Molti presi furono, ed incontanente uccisi. Così dall'un cauto Duhesme ed il conte Ettore incrudelivano coi supplizi contro i regj, dall'altro Sciarpa, Mammone e Ruffo incrudelivano anche coi supplizi contro i repubblicani. Le ire erano crudeli, le vendette terribili; le ire chiamavano le vendette, le vendette le ire. Era disegno del generale Francese, prima, di pacificar il paese tra Napoli e la Puglia, poi di andar a disfare quella testa grossa di regj a San Severo. Aveva con se preti e vescovi, che predicavano per la repubblica, gli avversari avevano preti e vescovi, chepredicavano pel re: il fanatismo religioso si mescolava alla rabbia civile. Marciava Duhesme spartito in tre colonne, una per Avellino, Ariano e Bovino alla volta di foggia: l'altra per Arienzo, Benevento e Troia a Lucera: la terza, che era il retroguardo, per la strada di Arienzo, Benevento, Ariano e Bovino a Foggia. Troia, Lucera e Bovino, deposte le armi, si davano in potestà dei repubblicani. Foggia, che abbondava di repubblicani, lietissimamente riceveva i Francesi. Barletta e Manfredonia, che assaltate dai regj pericolavano, furono preservate. Ma tumultuavano tutti i popoli all'intorno per le speranze di San Severo, nè altre terre possedevano i repubblicani che quelle, in cui avevano le stanze. Perlocchè si deliberava Duhesme ad andare all'assalto di San Severo, perchè, distrutto quel nido principale, sperava, che gli altri si sottometterebbero. Erano i regj in San Severo grossi di dodici mila combattenti fra soldati vecchi, e gente collettizia. Prese le stanze sopra un monte fecondo di ulivi, dominavano tutta la pianura sottoposta, che avevano assicurata con cavalleria e cannoni piantati contro la stretta, che alla pianura medesima apriva l'adito. Accorgendosi i regj che i repubblicani si distendevano a sinistra per assaltargli di fianco ed alle spalle, si calarono con grandissimo ardire, ed attaccarono con loro una sanguinosissima battaglia. Da sì sfrenati sdegni credevano alcuni dover sorgere il governo regolato del re, ed il governo libero della repubblica. Durò lunga pezza la battaglia con grave uccisione da ambe le parti, perchè il valoreera uguale nei due eserciti nemici, e se prevalevano i regj di numero, prevalevano i repubblicani di perizia. Infine andarono i primi in volta per lo scontro più efficace delle genti regolari, e già al punto stesso il generale Forest arrivava loro alle spalle. Allora fuvvi piuttosto carnificina che uccisione, perchè i regj avviluppati e rotti male si potevano difendere, ed i repubblicani con una rabbia incredibile intendevano ad ammazzare. Tre mila sollevati vi perdettero la vita: tutti, o la più parte, l'avrebbero perduta, se una moltitudine di donne e di fanciulli in abito squallido e lugubre, miserando spettacolo, non fosse venuta a chiedere umilmente ed instantemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e dei figliuoli loro. Piegavasi Duhesme a misericordia, quantunque fosse molto sdegnato, e comandava che cessassero le ferite e le morti. Senza questa pietà nuova, intenzione era di ardere San Severo, nel che aveva anche per confortatore il conte di Ruvo, perchè ed era San Severo sede principale della sollevazione, ed avevano i San Severini, per la rabbia delle opinioni, ucciso alcuni preti ed il vescovo stesso, perchè parteggiavano pei Francesi e per la repubblica; ma il fatto parve a Duhesme troppo orribile, essendo San Severo terra grossa e fiorita, però se ne rimase mosso anche dai pianti e dalle preghiere degli abitatori.La fama della vittoria di San Severo ridusse ad obbedienza le contrade vicine, il monte Gargano, i monti Liburni, Corvino e Lecce stessa: aperse anche le strade per Pescara, cosa di moltaimportanza pei Francesi. Restava in poter dei regj la città di Trani, con la quale ancora consentivano Andria e Molfetta. Le nimichevoli inclinazioni erano tenute vieppiù vive dalla vista delle navi Russe e Turche, che correvano l'Adriatico. Avrebbe desiderato Duhesme acquistare quelle terre alla repubblica; ma dappoichè licenziato Championnet, aveva Macdonald assunto il governo, non solo Duhesme era stato richiamato dalla Puglia, ma ancora gli fu comandato che ritirasse le genti appresso a Napoli. Le quali cose saputesi dai regj, inondavano di nuovo la provincia, e tagliavano le strade della Puglia a Napoli. Solo Foggia continuava a tenersi, per la forza dei repubblicani che vi erano dentro: pure era in pericolo di perdersi, se non si soccorreva. Fu ben forza allora, se non si voleva che Napoli affamasse, il pensare a riconquistar le terre perdute, ed a rompere quella testa di regj, che si era adunata in Trani. Era Trani, come anche Andria, munita con fortificazioni vecchie e nuove: le porte, eccetto una sola, murate, e chiuse con un fosso ed un parapetto, le contrade rotte, e serrate con fossi e con isteccati, le case merlate, le porte abbarrate, pieno tutto d'uomini armigeri, rabbiosi e risoluti al difendersi. S'incominciava l'assalto da Andria; in tale modo Broussier, al quale era commessa la cura di tutta questa impresa, l'ordinava. Doveva il conte Ettore, che era intento in questo fatto per esser Andria sua patria (le cose che fece, e che disse quest'uomo tremendo, secondo l'impeto delle sue cupidità, e tirato da fini smisurati, non sipotrebbero raccontare così facilmente), assaltare con la sua legione, e con pochi Francesi la porta Comozza, Ordonneau quella di Barra, Broussier quella che accenna a Trani: ad estremo pericolo era per succedere estrema barbarie.Incominciò la battaglia con furor civile da ambe le parti; gli assalitori combattevano con egregio valore, ma con non minor animo si difendevano gli assaliti; nè i primi facevano frutto di momento. Già venivano alle scale, cimento per essi molto pericoloso, quando il tirar di un obice atterrava la porta di Trani. Precipitaronvisi i Francesi condotti da Broussier; a loro si accostavano i Napolitani condotti dal conte Ettore, ed i soldati stessi di Ordonneau, che avevano fatto infelice pruova delle loro armi per la ostinata resistenza dei difensori alla porta di Barra; fattosi da tutti insieme un impeto, entrarono sforzatamente. Continuarono ciò non ostante a difendersi furiosamente da tutte le case i regj, scagliando dai tetti e dalle finestre ogni sorte di armi sopra gli odiati repubblicani. Ogni casa era fortezza, i difensori più che uomini. Non venne la città intieramente in poter dei repubblicani, se non dopo che tutte le case, le contrade, le piazze furono piene di cadaveri e di sangue. Nè tante morti, nè tanto sangue bastarono: non fu contento il destino, se non alla distruzione totale della misera terra. Irritati i vincitori dalla resistenza, dalle ferite proprie, e dalla morte di tanti compagni, fecero quello da che avrebbero dovuto abborrire, e che quantunque sia solito a vedersi nelle guerre civili, e nelle piazze presed'assalto, non iscusa per questo, anzi accusa la barbarie degli uomini. Seimila Andriotti furono in poco d'ora mandati a fil di spada, la città intiera data alle fiamme; i vecchi, le donne, i fanciulli soli, e neanco tutti, furono risparmiati. Le ceneri e le ruine d'Andria attesteranno ai posteri, che gl'Italiani non son vili nelle battaglie, e che la umanità era del tutto sbandita dalle guerre civili di Napoli. Forestieri antichi, forestieri moderni, e talvolta i paesani stessi straziarono l'Italia, e se ella è ancor bella, certamente non è colpa degli uomini.Trani tuttavìa si teneva pei regj, nè lo sterminio d'Andria l'intimoriva. Città con bastioni, con un forte, con ottomila difensori usi alle armi, ed accesi dalla rabbia civile e religiosa, pareva piuttosto atta a pigliarsi per assedio, che per assalto. Ma il tempo stringeva, ed i repubblicani, sì Francesi che Napolitani, erano pronti a qualunque più pericolosa fazione. Andavano all'assalto di Trani nel seguente modo ordinati da Broussier. I Napolitani da una parte, una banda di Francesi dall'altra facevano le viste di dare la batterìa sui fianchi, mentre Broussier conduceva i suoi a dare il vero assalto all'altra parte della terra. Ma i regj, essendosi accorti del disegno, si assembrarono grossi ad aspettarlo al luogo destinato. Ardeva la battaglia, e succedevano molte morti, senza frutto alcuno per l'esito del fatto, da ambe le parti. In questo mezzo tempo i difensori, tutt'intenti a tener lontani dalle mura gli assalitori, indebolirono le difese di un fortino situato a riva il mare: della quale occasione prevalendositosto i repubblicani, se n'impadronirono, e voltarono i suoi cannoni contro la città. Questo grave accidente sconcertò le difese: già i repubblicani, non senza però molto scempio loro, perchè si sforzavano contro una tempesta assai fitta di palle, saliti sulle mura facevano inchinar la fortuna a loro favore. Tuttavia i regj continuavano a difendersi ostinatamente, essendo, come in Andria, ogni casa ed ogni contrada fortezze. Sarebbe stata ancor lunga e sanguinosa la battaglia, se Broussier non avesse avvisato di far salire, rotte le porte delle prime case, i suoi sopra i terrazzi, che coronano per l'ordinario le case in quei paesi. Per tale modo di terrazzo in terrazzo andando, dall'alto all'imo combattendo, i repubblicani sforzavano i regj a sgombrare successivamente le case, e già da quei luoghi sublimi si avvicinavano al grosso forte di Trani. Come poi accosto a lui furono giunti, si attaccò fra di loro ed i difensori che dai luoghi superiori del forte combattevano, una battaglia strana e quasi aerea. Sparso molto sangue in una pertinacissima difesa, i regj, assaliti donde non aspettavano, abbandonavano il forte, e si davano a correre alle navi, che nel porto erano allestite, per fuggire. Ma nemmeno in questo trovarono scampo; poichè Broussier, avendo preveduto il caso, aveva armato alcune navi, che vietarono loro il passo. Alcune delle regie furono prese per assalto, altre andarono a traverso sulla spiaggia. Chi fuggiva sul lido era senza misericordia, e remissione alcuna ucciso dai trionfanti repubblicani. Fu la bella città di Trani, come Andria, data al sacco ed alle fiamme:de' suoi abitatori, quelli, che o portavano, o potevano portar armi, mandati a fil di spada; carnificina orribile di guerra civile, nè fia l'ultima che noi avremo a raccontare. Quietava, ma non del tutto, la Puglia per queste vittorie; nuove adunazioni di genti regie si facevano a Bitetto ed a Rutigliano, non molto minacciose pel presente, molto per l'avvenire.Schipani mandato a combattere i sollevati, ed a sopire le cose di Calabria, non solo non vi fece frutto, ma ancora vi nocque, perchè e conflisse infelicemente, ed irritò con parole ed atti repubblicani molto estremi le popolazioni, non che troppo incrudelisse, ma perchè troppo provocasse. Prese sul primo impeto Rocca di Aspide e Sicignano; ma assaltata la terra di Castelluccio, forte pel sito, e per la pertinacia di chi la difendeva, ne fu risospinto con grave perdita di soldati e di riputazione. Per questo infelice caso non gli giovarono gli sforzi di Campagna, Albanella, Controne, Postiglione, e Capaccio, terre che parteggiavano fortemente per la repubblica, e fu costretto a ritirarsi. I sollevati di questa provincia ebbero facoltà di unirsi con le bande del cardinal Ruffo, sicchè, pochi luoghi eccettuati, le Calabrie e la terra di Bari sollevate a romore impugnavano coll'armi in mano la recente repubblica. Nè i Francesi potevano porvi rimedio, perchè non si fidando degli Abruzzi, nè della Campania, e nè anco della città stessa di Napoli, nè bastantemente forti di numero essendo, pensavano piuttosto a mantenersi nella capitale, che a conquistare le provincie. Schipani, tentateinvano le Calabrie, se ne giva a far guerra contro i sollevati di Sarno, che più vicini a Napoli tumultuavano. Vi fece opere repubblicane secondo i tempi; esortava, confortava, esaltava il governo della repubblica, e per passatempo ardeva i ritratti del re e della regina dove gli capitavano alle mani. Ma fu lasciato dire, e i popoli gridando viva il re, lo combatterono per guisa che fu costretto ad andarsene. Vi si condussero i Francesi; saccheggiarono Lauro, poi se ne tornarono ancor essi, non vinti, ma più inviperiti i Sarnesi ed i Lavriani. Si unirono questi ai sollevati delle vicine contrade di Salerno, e di già una grandissima necessità stringeva la capitale del regno. Accresceva il pericolo l'avere gl'Inglesi occupato, non senza un valoroso fatto di Francesco Caracciolo, che gli combattè per molte ore, le isole d'Ischia e di Procida, che, per esser situate alle bocche del golfo di Napoli, ne danno la signorìa a chi le tiene. Così ardeva la sollevazione contro il governo nuovo nella maggior parte del regno, e s'incominciava a temere, che l'impresa di Championnet fosse stata più imprudente che audace. Opere di estrema barbarie furono commesse da ambe le parti alla Fratta ed a Castelforte, perchè prima i regj poscia i repubblicani vi uccisero spietatamente ogni corpo vivente, e le case, e gli edifizj tutti distrussero ed arsero. Guerra crudelissima era questa, siccome portava la qualità dei tempi, l'indole ardentissima degli abitatori e la natura sempre estrema delle opinioni politiche e religiose. Si vedevano padri combattere contro i figliuoli, figliuoli contro i padri, fratellicontro i fratelli, e perfino mariti contro le mogli, e mogli contro i mariti. Nè i preti si ristavano; perchè preti repubblicani, combattevano contro preti regj, preti regj contro preti repubblicani, e la croce, ed il vessillo di Cristo l'uno contro l'altro cozzavano nelle sanguinose battaglie. Pretendevano questi e quelli parole di vangelo alla impresa loro, gli uni chiamandolo pieno di precetti democratici, gli altri affermando, che quel dettato divino aveva statuito, niun'altra cosa essere al mondo, che chiesa e Cesare, e quello che della chiesa non è, essere, non del comune, ma di Cesare. Per atterrire chi atterriva, Macdonald mandava fuori addì quattro marzo un aspro e furioso decreto, nuovo esempio del quanto le rivoluzioni stravolgano gli uomini.Incominciato con dire, sapere, che uomini prezzolati dagl'Inglesi, e dai furti di una corte infame e perfida, correvano le città e le campagne per traviare il popolo, e stimolarlo alla ribellione, e che preti fanatici ordinavano trame per ispegnere il governo, ed ammazzare i repubblicani, veniva ordinando, che ogni comune che si sollevasse, sarebbe tassato soldatescamente e soldatescamente trattato; che i cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i parochi, e tutti gli altri ministri della religione, fossero tenuti personalmente dei tumulti e delle ribellioni; che ogni ribelle preso coll'armi in mano fosse incontanente fatto passar per l'armi; che ogni prete, o ministro della religione che fosse arrestato in qualche unione di sollevati, fosse anch'egli fattomorire senza processo; che fosse autorizzato il governo ad arrestare i sospetti; che chi denunziasse, o facesse arrestare un fuoruscito Francese, od un agente dello scaduto re di Napoli, avesse una larga ricompensa, ed il suo nome non si palesasse; che similmente chi un magazzino segreto di armi sì da fuoco che bianche denunziasse, si ricompensasse; che quando battesse la raccolta, ognuno tostamente si ritirasse; che in caso di terrore improvviso le campane non si potessero suonare, e ne andasse la vita a chi le suonasse, ed essere a ciò tenuti tutt'insieme i preti, i religiosi, e le religiose; che chi spargesse false novelle, fosse punito come ribelle, e chi le propagasse, come sospetto si arrestasse e si esiliasse; che a chi fosse dannato a morte, si sequestrassero e confiscassero i beni sì mobili che stabili a benefizio delle repubbliche Francese e Napolitana; che ogni licenza di cacciare si intendesse abolita, e chi fosse trovato con un fucile da caccia, come ribelle fosse punito; che di nuovo egli protestava, e confessava di portar rispetto alla religione ad al culto, e prometteva, che sotto la protezione vivrebbero sì i suoi ministri, come le proprietà e le persone; che infine i magistrati eseguissero questi suoi comandamenti, ed i parochi gli leggessero dal pulpito. Nè contento a questo pubblicava il generalissimo Macdonald il dì nove del medesimo mese un manifesto molto eccessivo contro il re per animare i popoli a difendersi contro le truppe ed i sollevati regj; imperciocchè il re aveva fatto sapere, che fra breve sarebbe tornato nel regno.Il pericolo delle sollevazioni popolari contro igoverni repubblicani instituiti in Italia, e contro i Francesi, si accresceva vieppiù dalle sommosse, che nate ora in un luogo ed ora in un altro travagliavano lo stato Romano. Tumultuavano i popoli di Terni e dei luoghi vicini, ed impedivano le strade fra Terni e Spoleto, e quantunque il generale Grabruschi co' suoi Polacchi si affaticasse per sottomettergli, non poteva venirne a capo, perchè spenti in un luogo pullulavano in un altro, e già Rieti pericolava. Civitavecchia si era ribellata contro i nuovi signori; durò un pezzo il generale Merlin a sottometterla, ancorachè con palle infuocate la combattesse. Stroncone, e Alatri parimente romoreggiavano; Orvieto anch'esso aveva fatto mutazione, ed ostinatissimamente si difendeva contro i repubblicani. L'incendio si dilatava: ogni luogo era o mosso con le armi impugnate, o poco sicuro anche nella quiete.Non ostante i pericoli, che correvano, il direttorio di Francia, o non curandogli, o facendo sembianza di non curargli, si era risoluto a far mutazioni nel governo di Napoli. Sapeva, che il commissario Faipoult non era grato all'universale, e che Championnet sul suo primo giungere non aveva ordinato le cose per modo che nè per l'opinione nè per la forza potessero partorire quegli effetti ch'egli desiderava. Si aggiungeva, che le grida, le vociferazioni, le calunnie di coloro che ambivano le cariche, contro quelli che le avevano, e principalmente contro i membri del governo, avevano fatto perder loro, od almeno ai più, ogni riputazione. Tutto questo considerando il direttorio, aveva mandato a Napoli unuomo pratico e dabbene, acciocchè riordinasse ogni cosa, e con le virtù sue rattemperasse gli sdegni produtti dalle insolenze dei precedenti commissari ed agenti, rimedio buono, se fosse stato accompagnato dalla libertà, non in parole, ma in fatti, e se fossero stati lontani i pericoli. Arrivava in Napoli Abrial, commissario del direttorio, il quale prevalendosi dei buoni si sforzava di consolare gli uomini afflitti dai tempi tristi. Tentò riforme nelle finanze, e fecene delle lodevoli. Gli ordini giudiziali molto migliorava; gli ordini politici, non avendo il mandato libero, stabiliva a modo di Francia, non avuto alcun riguardo al modello della constituzione proposto dalla congregazione Napolitana, e di cui abbiamo sopra parlato. Creò fra gli altri un direttorio, imitazione servile. Ma quel che l'ordine aveva in se di cattivo correggeva con le persone. Chiamovvi Ercole d'Agnese, Ignazio Ciaia, Giuseppe Abbamonti, Giuseppe Albanese, e Melchior Delfico, uomini tutti migliori dei tempi, e di non ordinaria virtù. Certamente, se i fatti non fossero stati tanto contrari, e se una nuova piena non fosse venuta a sobbissare l'Italia dal settentrione, avrebbe questo buon Francese corretto in Napoli quanto il soldatesco furore, e la civile cupidigia vi avevano guasto e corrotto. Diede egli pruova notabile, tacendo le altre, dell'animo suo civile, quando Macdonald mandava i suoi soldati a ridurre agli ultimi casi Sorrento, patria di Torquato Tasso, che in quelle Sarniane e Salernitane rivoluzioni si era levata a romore contro i Francesi; imperciocchè operò col generale che la casadei discendenti della sorella del poeta, quando la terra fosse presa d'assalto, salva ed intatta si conservasse. Diè molto volentieri Macdonald, ed a modo di generosa gara con Abrial, ordini accomodati al comandante della fazione, acciocchè l'effetto seguisse. Fra le uccisioni, gl'incendj e le ruine dell'infelice Sorrento, pruovarono i discendenti del cantore di Goffredo, quanto potessero in animi civili la memoria, ed il rispetto verso quel principal lume dell'Italiana poesia. Vollero riconoscere la conservata salute, offerendo a Macdonald, perchè non sapendo di Abrial, a lui la riferivano, il ritratto del Tasso dipinto dal vivo, come si crede, da Francesco Zuccaro. Il ricusava Macdonald, facendo certa la salvata stirpe dell'autore primo del benefizio, ed essa, l'immagine del poeta salvatore ad Abrial offerendo, pagava con segno di gratitudine unico al mondo un immenso beneficio. L'accettava di buon animo Abrial, e molto caro se lo serbava, e tuttavia serba, dolce e pietosa conquista; e volesse pure il cielo, che i repubblicani di Francia non altre conquiste che di questa sorte avessero mai fatte in Italia!Il piacer non dura nello scrivere le storie dei nostri tempi. Restava, che i due fiori d'Italia, dico Lucca e Toscana, si guastassero. Di Lucca dirò adesso, di Toscana più sotto. Entrava sul principiar dell'anno in Lucca accompagnato da quattrocento cavalli Serrurier, che tornava dalla Toscana: tosto si pubblicava le solite lusinghe dell'esser venuto non per distruggere il governo, ma per fare, che si portasse rispetto alle persone, alle proprietà, ed alla religione, come se questecose non si rispettassero in Lucca, e bisogno avessero di soldati forestieri, perchè si rispettassero. Il fine primo, ma non primario, dell'invasione Lucchese era il pretesto di due milioni di franchi, che dai Lucchesi si richiedeva, pei servigi dell'esercito: poi si voleva venire alla mutazione del governo, benchè le parole suonassero in contrario; nè pareva, nè era cosa possibile, che in mezzo a tante romorose democrazìe una quieta aristocrazìa si conservasse. Già Lucca era serva, poichè l'antico governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno, se non appruovato da Serrurier: quest'era il rispetto che si portava all'independenza. Miollis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà di gennajo tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna, addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello stato popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e forestiere.Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che deliberanti, e cedendo al tempo, stanziarono, che fosse abolita la nobiltà, che il popolo Lucchese riassumesse la sovranità, che dodici deputati si eleggessero per ordinare una constituzione democratica secondo il modello di quella, che reggeva Lucca prima della legge Martiniana. Furono eletti Giacomo Lucchesini, Paolo Garzoni, Cosimo Bernardini, Alessio Ottolini, Lelio Manzi, Vannucci, Pellegrino Frediani, Rustici, Pio Poggi, Paoli, Samminiati, Francesco Burlamacchi; la maggior parte nobili, che non eranoalieni dal voler ritrarre lo stato ad una forma repubblicana più larga, ma conforme piuttosto agli ordini Lucchesi che ai Francesi. I democrati pazzi non vollero udire parole Italiche; però fecero accettare le forme Francesi. Nacquero adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a Milano, a Genova, a Roma, i due consigli col direttorio. Incominciossi a dar mano a spogliar l'erario di denaro, le armerìe di armi, i granai di vettovaglie, in poco d'ora i frutti dell'antica e mirabile provvidenza Lucchese furono dissipati e guasti: le vettovaglie si mandarono in Corsica ad uso dei presidj, le artiglierìe, sopra tutt'altre bellissime, a far corpo con quelle dell'esercito Francese, massime ad assicurare il golfo della Spezia. Lucca serva principiò a parlare con lingua servile, e non so, se sappiano più di adulazione, o di sconcio di lingua Italiana gli atti del governo Lucchese di quei tempi. Quindi vi sorsero le parti, perchè chi voleva vivere Lucchese, e chi unito alla Cisalpina. Si arrosero le solite tribolazioni di dover vestire, pascere, alloggiare, pagare i soldati forestieri, che andavano, e venivano, o stanziavano, ora Liguri, ora Cisalpini, ora Francesi, con molte altre molestie, accompagnature insolenti del dominio militare. Brevemente la fiorita ed intemerata Lucca divenne sentina di mali, e ne fu desolata. Questo le fecero i repubblicani, prima per darla in preda a se stessi, poi per darla in preda ai re.Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione del re, un governo ch'io non so con qual nome chiamare, poichè nè monarcalenè aristocratico era, e manco ancora democratico, si conobbe tostamente, che le recenti mutazioni non erano a grado dei popoli. I soldati massimamente non vi si potevano accomodare, perchè ed erano avversi per le passate instigazioni ai soldati Francesi, e questi, in grado di vinti tenendogli, non gli trattavano di compagni. La qual cosa gli muoveva a sdegno grandissimo. Si aggiungevano le solite insolenze, che infiammavano a rabbia un popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era adunque in Piemonte quiete apparente, e sostanza minacciosa. Parve principalmente a tutti cosa enorme lo spoglio fatto, come già abbiam narrato, non da Piemontesi, del palazzo del re coll'averne rotto i suggelli. Venne il governo, per non aver potuto impedire un fatto sì grave, in voce di quello che era veramente, cioè di servo d'altri, e fu tolta fede alle sue parole. Il suo buon concetto diminuiva anche l'avere mandato in sul primo sorgere, i capi di famiglia della primaria nobiltà, come ostaggi, a Grenoble. Mandovvi fra gli altri Priocca, mandovvi quel Castellengo, vicario di polizia in Torino. Priocca se ne viveva molto modestamente nella capitale del Delfinato; Castellengo, per istinto, spiava ogni cosa, ed il bene ed il male, e più ancora il male che il bene, investigatore assiduo di mercati, di taverne, di bische e di ritrovi sì pubblici che privati; uomo veramente di abilità singolare nel conoscere gli uomini fu costui, ed i repubblicani ebbero torto a non vezzeggiarlo; ma essi erano meri partigiani, e dello stato non s'intendevano.Grande scapito poi alla riputazione di chi reggevaaveva recato la faccenda dei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne il valore, poi il risecava dei due terzi, il che fu grave ferita a coloro che gli possedevano. Bene, e necessario era il farlo; poichè il debito dello stato era tanto enorme, che lo spegnerlo, o diminuirlo in altro modo, si vedeva impossibile: ma quell'aver detto di non voler fare quello, che pochi giorni dopo fece, il rendè disprezzabile. Questi biglietti erano una perpetua molestia, perchè scapitando sempre del loro valore, anche ridotto, la fede dei contratti si contaminava, le casse dell'erario accettandogli al valor legale, ne venivano a scapitare della differenza. Per ajutarsi dei beni ecclesiastici a spegner questi biglietti, il governo gli vendeva, ma il mezzo non bastava per ritornare questa molesta carta all'intera riputazione, e sempre disavanzava. Non si omisero, ma indarno, vari altri rimedi: infine si voltarono, come lettere di cambio, ai ricchi, massime a quelli che si erano dimostrati più accesi in favore dell'antico stato, ed essi erano per legge obbligati ad obbedirgli con pagarne la valuta, e si compensassero coi beni della nazione. Riuscì di qualche efficacia il temperamento, ma sopravvennero nuove mutazioni, e non ebbe se non debole effetto. Sobbissava il Piemonte pei debiti, nè poteva bastar alle spese. S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi, del vestito, del cibo, delle stanze, dei passi pei soldati forestieri. Rovinava a precipizio lo stato: in tre mesi, sebbene si estremassero le spese pei servigi Piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata ed in sostanze, megliodi trentaquattro milioni. A qual fine si andasse, nissuno il sapeva; il mancar di fede era inevitabile: si prevedeva, che altro fra breve non sarebbe rimasto ai Piemontesi, se non le terre, e queste ancora incolte; se non le case, e queste ancora guaste. La desolazione e la solitudine erano imminenti.Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo detto in parte ciò, che rendeva il governo poco accetto. Seguitava, che i municipali di Torino, imitando in questo quei di Parigi ai tempi della rivoluzione, l'emolavano, e traevano con se molto seguito. A questo erano stimolati da alcuni repubblicani Francesi in grado, i quali si lamentavano di non aver avuto dal governo Piemontese quelle ricompense, che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.I musei intanto, e le librerìe si spogliavano: rapivasi la tavola Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio, e quanto si credeva poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In mezzo a tutto questo mandava il governo l'avvocato Rocci, ed il conte Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della data libertà, il tenessero bene edificato, ed esplorassero qual fosse il suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte. S'appresentarono anche per mandato espresso al conte Balbo, perchè si era udito dei denari mandati dal re al suo ambasciadore, del conto del ricevuto denaro richiedendolo. Rispose, al re solopotere e volere render conto; nè volle riconoscere le mutazioni fatte in Piemonte. Fu l'intromessione del conte Balbo molto utile al re in Parigi, nè bisogna giudicare dell'operato dall'evento; perchè i tempi troppo furono contrari, e se corruppe alcuno con denari, il che non è da lodarsi, maggior biasimo meritano coloro, che si lasciarono corrompere. Non era alieno il conte dall'amare un reggimento più largo, ma più per ragione che per indole, perchè per questa amava piuttosto i reggimenti stretti: non credeva una moderata libertà biasimevole, ma detestava con tutti i buoni il modo, col quale in Francia si era voluto recare ad effetto. Del resto uomo d'ingegno non mediocre, letterato di valore, dotto anche in materie scientifiche, affezionato alle lettere Italiane, amico ai letterati, amatore del giusto, conoscitore della natura umana, erano in lui tutte le parti, che in chi s'ingerisce nello stato si richieggono, se non forse una grande pertinacia non le guastava, quando però non si voglia credere, ch'ella, come spesso la sperienza dimostra, sia anche una delle buone. Questa tenacità medesima usava nella comune vita, e perciò le sue affezioni, come le avversioni, fondate o no, erano indomabili.Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione fu sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che si era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di nobiltà, e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti Piemontesi, si moltiplicavano, e s'inasprivano. Chi voleva esser Francese, chi Italiano, chi Piemontese. I primi argomentavano dalla servitù delle repubbliche Italiane, dalla potenza della Francia, dalla vicinità dei luoghi; i secondi dalla bellezza del nome Italiano, dalla lingua, e dai costumi; i terzi dall'antichità, e dalla fama dello stato Piemontese, dagli ordini suoi tanto diversi da quei di Francia e d'Italia, dal suo esercito tanto valoroso, che si conveniva conservare col proprio nome. Si viveva in queste incertezze, quando arrivava da Parigi l'avvocato Carlo Bossi, uno degli eletti al governo. Risplendeva in Bossi una natura molto nobile, benevola, amica all'umanità. Per questo gli piaceva la libertà, perchè gli pareva, che al ben essere dell'umanità conferisse. Ciò nondimeno per la qualità dell'animo amava egli piuttosto il tirato. Aveva a vile la loquacità, e le sfrenatezze dei democrati di quei tempi, perchè s'accorgeva, siccome quegli che nelle faccende di stato era di giudizio finissimo, e forse unico al mondo, ch'esse non potevano condurre a niun governo buono, e manco ancora al libero. Del resto, quantunque alcuni amatori di libertà l'avessero per sospetto, parendo loro ch'egli amasse piuttosto il comandare che l'obbedire, se si vuol fare stima di lui, come uomo privato, nissuno amico più tenero de' suoi amici, nissun uomo più retto, o più generoso di lui si potrebbe immaginare. Non dirò del suo ingegno piuttosto mirabile che raro, perchè è noto a tutta Italia, e gli scritti suoi ne faranno ai posteri perpetuatestimonianza. Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da Taleyrand e da Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio voleva fare del Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse l'essere congiunto con chi comandava, che con chi obbediva, si era deliberato a proporre in cospetto del governo il partito dell'unione colla Francia. Seguì tosto l'effetto, perchè avendo favellato con singolare eloquenza, e confermato il suo favellare con raziocinj speciosissimi, perciocchè nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo, vinse facilmente il partito, non avendovi nissuno contraddetto, perchè alcuni non vollero, altri non seppero, stantechè la proposta era inaspettata. Accettatosi dal governo il partito dell'unione, furono tentati al medesimo fine i municipali di Torino. Vi aderirono volentieri. La deliberazione della capitale fu di grandissima importanza, perchè essendo conforme a quella del governo, facilmente tirava con se tutto il paese. Si mandarono commissari nelle province a far gli squittini per l'unione. I popoli non l'intendevano, e certamente ripugnavano. Ma l'autorità del governo, e la presenza dei Francesi facevano chiarire i magistrati in favore. I più sospetti di avversione allo stato presente si scopersero i primi favorevolmente: vescovi, abbati, canonici, preti, frati sottoscrissero la maggior parte per il sì: parve partito vinto generalmente. Mandavansi a Parigi per portar i suffragi Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato valore, e di gran fama in Piemonte; ma vissuti discordi in Parigi, produssero discordia nella patria loro.Questa risoluzione del governo, lo scemò di riputazione, perchè il popolo non amava l'imperio dei forestieri; gl'Italiani si adoperavano per farlo vieppiù odioso. Fantoni, poeta celebre, che all'alito delle rivoluzioni sempre si calava, udito di quel moto Piemontese, si era tosto condotto nel paese, e quivi faceva un dimenare incredibile contro il governo, e contro la sua risoluzione, qualificandola di tradimento contro l'Italia. Insomma tanto disse e tanto fece, che fu forza cacciarlo in cittadella. Certamente Fantoni amava molto l'Italia, ma egli era un cervello così fatto, che se fosse stato lasciato fare, il manco che le sarebbe accaduto, fora stato l'andar tutta sottosopra.La risoluzione di volersi unire a Francia fu, non cagione, ma occasione di un moto più feroce e ridicolo, che nobile e pericoloso nella provincia d'Acqui. Vi si spargevano voci, non già per ispirito Italico, ma per avversione allo stato nuovo, che unirsi a Francia era un perdere la religione, che grandi eserciti marciavano a liberare l'Italia dai Francesi, che in ogni lido seguivano sbarchi di gente nemica a Francia. Rivalta, terra piena d'uomini armigeri, si levava a romore, cacciava il commissario; per poco stette, che non l'uccidesse. Strevi seguitava con maggior furore, ed atterrato l'albero della libertà, ed oltraggiati i municipali, mostrava desiderio di cose nuove. Il comandante d'Acqui, Plaizat, con cencinquanta cacciatori, soldati nuovi ed inesperti, vi andava per frenar quel tumulto, e vi restava ucciso; i soldati disordinati si ritiravano. Vi andava percalmarlo Della Torre, vescovo di Acqui; i paesani lo volevano ammazzare. La ritirata dei soldati Francesi diede animo a quelle popolazioni non consideratrici del pericolo, al quale si mettevano; un medico Porta le instigava, Vigone, Riccaldone Alice, Moirano aiutavano i tumultuosi: una moltitudine disordinata, ed armata in varie e stravaganti forme, s'impadroniva di Acqui e del suo castello; creava a voce di popolo, e fra uno schiamazzo incredibile un intendente, un comandante ed i magistrati municipali. Arrestava i giacobini, ma, ricevuto denaro, gli liberava. Le più strane cose si dicevano da quelle genti ignare ed infiammate. La conquista di tutto il Piemonte, e la cacciata dei francesi pareva loro il manco che potessero fare. Ed ecco, che si ode uno fra di loro più impazzato degli altri gridare, doversi conquistar Alessandria. Porta, aiutato da un Laneri scritturale, scriveva lettere circolari ai comuni, affinchè per raccor gente suonassero campana a martello; onde il sinistro suono si udiva tutto all'intorno. L'arciprete Bruno, che non voleva, che nella sua parrocchia di Montechiaro a tal estremo si venisse, fu barbaramente ucciso da' suoi parrocchiani. Partiva quell'informe ammasso di gente male armata, e peggio disciplinata per all'impresa d'Alessandria. Strada facendo sollevava a romore i comuni; quei, che non si volevano levare, saccheggiava. Nizza della Paglia resistè, come terra più grossa, e non gli lasciava entrare. Comparivano otto in dieci mila sollevati sotto le mura d'Alessandria; il medico Porta precedeva senz'armi in atto di voler venire a parlamento, sperando chesi facesse dentro dal popolo qualche movimento in suo favore. Ma il comandante della piazza, che aveva a tempo avuto notizia del fatto, a ciò esortato dal marchese Colli Alessandrino, capitano di molto valore, mandava fuori quaranta soldati Piemontesi, che primieramente arrestarono Porta; poi con le sciabole tirando di piatto e di taglio, ma più di piatto che di taglio, dissiparono fra breve tutta quella imbelle moltitudine, non assueta alle ordinanze, nè stabile in campagna. Intanto, mentre già l'impresa era perduta, si spargevano liete novelle fra i sollevati in Acqui: che Alessandria fosse presa, la cittadella conquistata, che tutto l'Alessandrino, che tutto il Tortonese in favor loro si muovevano. Suonavano le campane a festa, cantavano l'inno delle grazie: gridavano,viva Acqui, viva Strevi, viva la nostra faccia, e qualche volta,viva il re. Già pareva loro, che il mondo non gli potesse più capire, e si promettevano la mutazione di ogni cosa. Credutisi sicuri mettevano a ruba le case dei gallizzanti, o stimati tali, sotto pretesto di cercar armi nascoste. In questo mezzo, e quando più si persuadevano di essere in possessione della vittoria, un rumor cupo, poscia voci più aperte incominciavano a torre al falso l'apparenza del vero, ed al vero l'apparenza del falso. Chi lo disse il primo, fu messo per la peggiore. In fine, romoreggiando già le armi Francesi e Piemontesi da vicino, la verità si apriva l'adito: allora prevalendo nei sollevati il timore al furore, e vedutosi da loro, che quello non era tempo da aspettare, si sbandarono, non senza però aver dato una seconda mano di sacco alle casedei benestanti, massime degli ebrei. Arrivavano i soldati della repubblica, prima condotti da un Flavigny, comandante d'Asti; poi in numero più grosso da Grouchy. Flavigny incese Strevi; Grouchy accompagnato dall'avvocato Colla, commissario del governo, pose a taglia Acqui; arrestò gl'intinti ed i sospetti: ma non fe' sangue. Porta fu fatto morire col supplizio soldatesco in Alessandria. Mostrossi Grouchy continente; Colla ed Avogadro, cui il governo aveva dato carico di assestar le cose disordinate dalla sollevazione, continentissimi. Flavigny non ebbe risguardo, che Acqui già fosse stato saccheggiato dai sollevati: il suo nome sarà perpetuamente udito con isdegno in quella travagliata città. Così finì la informe abbaruffata degli alti Monferrini; dopo il fatto, tutti dicevano, non esservisi trovati.Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia, che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di commissario politico e civile, affinchè ordinasse il paese alla foggia Francese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degl'Italici. Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati distrettuali e municipali, secondo gli ordini usati in Francia. Per riordinar le finanze tanto peggiorate chiamava a se Prina, che molto, ed anche troppo se ne intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese, perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi,che s'ingrossavano verso settentrione, dando nuovi timori, e svegliando nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto accese.Così come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Genova e Milano meglio si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la prima che il secondo, perchè l'amor dell'adulazione verso i forestieri vi era minore. Roma era straziata continuamente da uomini avari, e da importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano, per imprudenza, apparecchiate le occasioni alla tempesta che già si avvicinava ai confini d'Italia.Le arti, le instigazioni e le offerte dell'Inghilterra, delle quali abbiamo parlato in uno dei precedenti libri, partorivano gli effetti che da loro si erano aspettati, e già tutta Europa novellamente si muoveva a' danni della Francia, e dei nuovi stati ch'ella aveva creato. Aveva l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso, maneggiandosi nascostamente, aveva operato che la parte, che nei Grigioni inclinava a suo favore, la chiamasse sotto colore di preservar il paese dall'invasione dei Francesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si estendevano, da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra sino a quei della Valtellina. Aveva dato motivo a questa deliberazione dell'imperatore e dei Grigioni l'occupazione fatta dai Francesi della Svizzera, dallaquale potevano facilmente, ove le ostilità si rinnovassero, correre contro il Tirolo, e gli stati ereditari da una parte, contro lo stato Veneto dall'altra. Possente freno a questo disegno pareva che fosse, ed era veramente il paese dei Grigioni, posto, come cittadella naturale, incontro agli Svizzeri, ed a difesa del Tirolo, e che accenna ugualmente in Italia. Omessi i generali vinti, commetteva l'imperatore Francesco il governo militare a pruovati capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia: era con lui Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre Germaniche, e molto amato dai soldati. In tale guisa l'Austria si preparava alla guerra. Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati di Paolo imperatore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del Tanai, marciavano alla volta della Germania, ed erano destinati a fare cogli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso per l'incredibile suo ardimento a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli di guerra. A tutta questa mole, già di per se stessa tanto grave, si aggiungevano le forze marittime dell'Inghilterra, della Russia e della Turchìa, le quali l'Adriatico dominando, ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare sulle coste d'Italia subiti trasporti, e sbarchi, abili a disordinare i disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto, era l'Italia sana rispetto ai Francesi, perchè infiniti sdegni vi erano raccolti sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo stato, odalla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.Dall'altro lato era intento del direttorio di far la guerra con tre eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato il Reno, di assaltare la Baviera, che si era accostata alla lega, il secondo governato da Massena negli Svizzeri facesse opera di cacciare gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e camminando avanti, di dar la mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia. Era stato preposto alle genti Italiche il generale Scherer, vincitore di Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva, passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per conquistare gli stati ereditari, e Vienna capitale. Aveva con se congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire, e l'esperienza, di governar questa guerra, amico a Championnet, e, come egli, nemico dei depredatori, scontento a non potergli frenare, aveva chiesto licenza. Il direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo di lui, e non ancora ben riavuto dalle buonapartiane apprensioni, molto volentieri gliel'aveva conceduta. La licenza di Joubert fe' cader l'animo agl'Italiani amatori degli stati nuovi, perchè si riposavano con intiera fede nel valore, nell'ingegno, e nell'integrità sua, e più ancora l'amavano, perchè il conoscevano amico all'Italia. Compariva Scherer, non senza Parigino fasto; il che rendeva più notabile la semplicità del vivere di Joubert, e lo squallore dei soldati. Ciòfece anche sospettare, che le opere del peculato avessero peggio che prima, a ricominciare; ognuno stava di mala voglia.Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra le due parti, perchè il direttorio prima di risentirsi dell'avvicinarsi dei Russi aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter suo. L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola, mentre poteva combattere accompagnata, che le genti Russe alle sue si congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, astretto dalla fame, Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il direttorio, e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che se i Russi non fermassero i passi contro Francia, e dagli stati imperiali non retrocedessero, l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale diè risposte ambigue, e si temporeggiava per dar comodità ai soldati di Paolo di arrivare. Conobbe l'arte il direttorio, e però si determinava del tutto alla guerra, volendo prevenire quello, che l'Austria aspettava. Per la qual cosa Scherer altro non attendeva per dar principio alle ostilità, che l'udire, che Jourdan e Massena avessero fatto il debito loro sul dorso Germanico delle Alpi. Sentite le novelle del passo effettuato sul Reno dal primo, e dello aver combattuto il secondo prosperamente, non senza però sanguinosissime battaglie, nei Grigioni, sperando che Dessoles e Lecourbe con un corpo di repubblicani scendendo dalla Svizzera il seconderebbero di verso la Valtellina, si risolveva a non più porre tempo in mezzo per assaltar il nemico. Erano i due nemici schieratinella seguente guisa: aveva il generalissimo di Francia il suo alloggiamento principale in Mantova, dove aveva adunato gran copia di munizioni sì da guerra, che da bocca. Assicuravano la sua ala sinistra la fortezza di Peschiera, e la destra la città ed il castello di Ferrara. Erano con lui circa cinquanta mila combattenti, fra i quali i reggimenti Cisalpini e Piemontesi. Oltre a questo altre genti Francesi ed alleate occupavano, e guarentivano i passi situati alle spalle tra il Mincio e le Alpi.Gli Alemanni si erano distesi ad alloggiare in linea parallella all'Adige dalle frontiere del Tirolo Italiano insino a Rovigo; trenta mila combattenti lungo l'Adige, altrettanti sulle sponde della Brenta. Sulla sinistra procurava loro sicurtà la fortezza di Legnago, sul mezzo la città di Verona con tutti i suoi forti: i villaggi di Santa Lucìa e di San Massimo, come antemurali di Verona, erano muniti di trincee e di presidj gagliardi. Quanto alla dritta, che portava maggior pericolo, perchè non vi era fortezza artefatta, e nella sua difesa consisteva l'esito felice di quella guerra, che già manifestamente incominciava ad apparire, conciossiachè, perduti quei luoghi, i Francesi si sarebbero introdotti fra gli stati ereditari e lo stato Veneto, l'aveva Kray fortificata con molte trincee provviste d'artiglierìe nel luogo di Pastrengo presso a Bussolengo. Avevano anche gli Austriaci posto, per facilitare i transiti, e munito quattro ponti sull'Adige, a Parona, a Pescantina, a Pastrengo, ed a Polo. Corpi assai grossi, e distribuiti nei loro alloggiamenti per modo che l'uno potesse facilmenteaccorrere a soccorrer l'altro, guernivano tutti questi luoghi, uno ad Arquà, terra celebre per esser quivi morto il Petrarca, un altro a Bevilacqua, cinque miglia sopra Legnago, un terzo tra Conselve ed Este, un quarto finalmente a Bussolengo.Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non si poter fidare del gran duca Ferdinando di Toscana, e perciò si era risoluto a cacciarlo da' suoi stati. A questo fine, toccato prima, che avesse dato asilo al papa, e passo ai Napolitani, ed affermato che s'intendesse segretamente coi confederati a' danni della repubblica, Scherer ordinava, che il dominio di Francia s'introducesse in Toscana. Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia a quel momento stesso, in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le sue stanze, entrava nella felice Toscana, e il dì venticinque di marzo, conducendo con se un grosso corpo di cavallerìa con qualche nervo di fanterìa, e col solito corredo di artiglierìe e di salmerìe, faceva, qual trionfatore, il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella pacifica città di Firenze. Così la sede di civiltà venne occupata da insolite e forestiere soldatesche. I trionfatori disarmavano i soldati Toscani, s'impadronivano delle fortezze, del corpo di guardia del palazzo vecchio, e delle porte. Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed occupata Pisa, se ne andava a Livorno, e quivi, disarmate le truppe del gran duca, poneva presidio nei forti, guardie sul porto, mano sui magazziniInglesi e Napolitani. Un Reinhard, commissario del direttorio, recava in sua potestà la somma delle cose, ed ordinava che i magistrati continuassero a fare gli uffizi in nome della repubblica Francese. Disfatto dai repubblicani il governo Toscano, partiva per Vienna con tutta la sua famiglia il gran duca, e gli fu dato facoltà dagli occupatori del suo stato di portar con se parte del mobile del palazzo Pitti, e alcuni capi di pittura e di scoltura notabili. Il caso strano mosse, non tutti, ma parte dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle piazze, fecero discorsi, gridarono libertà. Pure non si fecero tanti schiamazzi, come altrove.Il dominio dei Francesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli esuli Francesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido dominio di Ferdinando si erano ricoverati, furonne senza remissione cacciati. Restava papa Pio, che vecchio, infermo, ed oramai vicino all'ultimo termine della vita se ne stava assai riposatamente nella Certosa di Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani, sforzandolo a partire alla volta di Parma, poi fin oltre in Francia al tempo stesso della partenza di Ferdinando. Tanto era il timore, che avevano di un'opinione! Partiva il canuto e cadente pontefice, poco conscio di se per l'infermità e per la disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste popolazioni. Strada facendo era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato in Brianzone, finalmente trasportato in Valenza di Delfinato: quivi concluse nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di potenza avevaincominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi cardinale, dolce e pietoso officio. Da questo esempio imparino i popoli, quanto siano flusse, e labili queste umane sorti, e che se la libertà può nascere qualche volta dalle guerre, non può mai dal disprezzo delle cose tenute rispettabili per lunga età da popoli intieri.Ad uno spettacolo compassionevole succedeva uno spettacolo orrendo. I Francesi partiti in tre schiere affrontavano valorosamente il dì ventisei di marzo i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Montrichard con la destra faceva forza d'impadronirsi di Legnago; Victor e Hatry con la mezzana, assaltate le terre di Santa Lucìa e di San Massimo, difese esteriori di Verona, si sforzavano di aprirsi il passo a questa città; Moreau finalmente, con cui militavano Delmas, Grenier e Serrurier, aveva carico di vincere, e questo era il principale sforzo, Pastrengo, e Bussolengo, di passar l'Adige, e di riuscire minaccioso sul fianco di Verona, e degl'imperiali. Ad un punto prese tutte le tre schiere andavano alla fazione loro, e già la battaglia ardeva con molta uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre Bussolengo. Al primo romore delle armi era corso il presidio di Legnago governato dal colonnello Skal ad occupar le mura e la strada coperta; le guardie esteriori già si urtavano coi Francesi, ai quali davano favore i fossi, le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si combatteva con grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi sotto le mura di Legnago, presso Anghiari, ed a San Pietro per alla strada di Mantova. Combatterono irepubblicani felicemente a San Pietro, infelicemente ad Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza del luogo sosteneva gli avversarj. Kray, che si era alloggiato con una grossa banda a Bevilacqua, come prima ebbe udito il pericolo, spediva il tenente maresciallo Froelich per soccorrerlo. Urtarono queste genti fresche i Francesi in parecchj luoghi, ma principalmente a San Pietro, dove erano più forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata resistenza loro, gli costrinsero a piegare, ed a ritirarsi oltre Anghiari e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con perdita di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano in punto di perseguitarlo. Ma sopraggiungevano a Kray le novelle, che Victor e Hatry, battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si erano impadroniti della prima, e si sforzavano di occupare fermamente la seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante erano stati risospinti. Restarono feriti in questa ostinata mischia i due generali Austriaci Liptay e Minkwitz. Soprantendeva alla difesa di questi luoghi, e di Verona stessa il tenente maresciallo Keim, buono e valoroso soldato. Così in questa parte stava la battaglia in pendente per l'acquisto di Santa Lucìa dall'un de' lati, e per la conservazione di San Massimo dall'altro. Tuttavia vi si continuava a combattere: un terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi qual fine fosse per avere quel lungo ed aspro combattimento, e molto temendo dei Francesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato dubbio sotto le mura diVerona s'aggiunse la rotta toccata dalle genti Alemanne sull'ala loro destra, governata dai generali Gottesheim ed Esnitz; il che fece fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolo del tutto dal seguitare i repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era, come abbiam detto, il sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni, che consistevano in ventidue ridotti, in frecce, trincee di campagna, e teste di ponti. Urtarono i Francesi condotti da Delmas e da Grenier, con tanto impeto tutte queste opere, che sebbene gli Austriaci vi si difendessero virilmente, le sforzarono. Il caso fu tanto subito, che questi ultimi non poterono rompere i ponti di Pastrengo e di Polo, per modo che i repubblicani acquistarono facoltà di passar l'Adige, e di correre per la sinistra sua sponda contro Verona, e quella parte degl'imperiali, che aveva le stanze sulla strada verso Vicenza. Al tempo stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bussolengo, Serrurier più oltre, e più su distendendosi a stanca, aveva cacciato i Tedeschi dai monti di Lazise, in ciò ajutato efficacemente dal capitano di fregata Sibilla, e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le quali custodivano il lago di Garda. Perdettero gli Austriaci in questi fatti cinquemila soldati tra morti e feriti, con mille prigionieri, e sette cannoni. Mentre si combatteva sull'Adige, i Francesi assaltavano Wukassowich sulle frontiere del Tirolo sopra il lago di Garda. Già si erano fatti signori di Lodrone, ed avevano guadagnato molto spazio oltre i laghi d'Iseo e d'Idro. Ma infine vennero in ogni parte respinti, perchè Wukassowichera uomo di valore, conosceva i luoghi, ed in quella proporzione più forza acquistava, che più negli stati ereditarj s'internava. Non così tosto ebbe Kray inteso la rotta della sua ala destra, che, lasciato un presidio sufficiente in Legnago, s'incamminava a presti passi, malgrado della stanchezza de' suoi soldati, a Verona, per preservarla dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava il venzette e ventotto, e l'assicurava. Nè contento a questo, mandava Froelich più oltre in ajuto dell'ala sua destra, che pericolava a cagione del passo acquistato dai Francesi sull'Adige. Ma Scherer, forse intimorito per le rotte di Legnago e di Lodrone, se ne ristette, e non fece più alcun movimento d'importanza per usare la vittoria di Bussolengo. I due eserciti stanchi dal lungo combattere, pieni di morti e di feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar sepoltura ai primi, e cura ai secondi. Continuavano i Francesi in possessione della sinistra riva dell'Adige, ed era forza, o che i Tedeschi ne gli cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona. Se cadeva Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe potuto arrivare senza frutto. Se i Francesi erano cacciati dalla riva sinistra, era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli uni ed agli altri la necessità del combattere, ma più ai repubblicani che ai loro avversarj, perchè se gl'imperiali reggevano contro l'impeto loro insino al giungere dei Russi, ogni probabilità persuadeva, che l'aggiunta di una forza tanto potente renderebbe preponderanti le partite in favor dei confederati.Adunque alle dieci della mattina del trenta marzo, i Francesi condotti da Serrurier, passato sugli acquistati ponti il fiume in grosso numero, assaltarono Esnitz e Gottesheim, ai quali già si era congiunto con genti fresche Froelich. Un'altra parte di repubblicani condotta da Victor si innoltrava verso i luoghi superiori della valle, ed in Montebaldo verso la Chiusa e Rivole, coll'intento di occupare i monti ai quali si appoggiavano i Tedeschi, e di guadagnare la strada di Vicenza. Avevano i Francesi del Serrurier, assaltando con un impeto grandissimo, guadagnato molto campo, e già insistevano sopra Parona, luogo distante ad un miglio e mezzo da Verona. In questo pericoloso momento, Kray mandava fuori ottomila soldati, e partitigli in tre colonne, gli sospingeva ad urtare i Francesi. La prima gli assaliva dalla parte di Parona, la seconda per la strada del Tirolo verso Rivole, la terza lungo le montagne di Mantico. Ne sorse un combattimento molto fiero, in fin del quale prevalsero gli Austriaci, ed i Francesi pensarono al ritirarsi, non senza qualche dissoluzione nelle ordinanze. In questo fatto per frenare l'impeto del vincitore, e dar campo ai vinti di ritirarsi, prestò opera egregia la cavallerìa Piemontese. Restava che si potesse ripassare a salvamento il fiume; una parte passò; ma Kray, avendo occupato i ponti con la cavallerìa, e rottogli per mezzo dei granatieri di Korber, Fiquelmont e Weber, tagliò la strada ai superstiti, che, deposte le armi, vennero in suo potere. Quasi tutta la parte che era salita ai monti, fu in questa guisa superata e presa. Noveraronoi Francesi mille soldati tra morti e feriti: dodici centinaja venuti sani in poter delle genti imperiali ornarono il trionfo di Kray. Non conquistarono i Tedeschi alcuna artiglierìa, perchè un solo pezzo aveva con se condotto Serrurier. Perdettero gli Austriaci poca gente, sì per le buone mosse ordinate dal generale loro, e sì per l'ardore inestimabile, col quale andarono all'assalto, e che sopraffece in breve tempo il nemico.Dalle raccontate fazioni si vede, che Scherer aveva con arte lodevole ordinato la battaglia di Verona, ma che fece errore nel non seguitare subitamente l'aura favorevole della fortuna sull'ala sinistra, che era nel primo fatto rimasta vittoriosa; poichè se il giorno medesimo della battaglia, cioè il ventisei, od almeno il ventisette avesse fatto passar il fiume a tutta l'ala medesima, e l'avesse spinta gagliardamente contro il fianco di Verona, se ogni probabilità non inganna, avrebbe rotto Keim, che solo si sarebbe trovato a combattere, ed acquistato la città, innanzi che Kray arrivasse in ajuto con le genti vincitrici di Legnago. Ognuno vede, quali effetti avrebbe partoriti la presa di una città così nobile, e di sito tanto importante, con la sconfitta di due ali degl'imperiali. Non errò dunque Scherer per difetto di arte, ma bensì per mancanza d'ardire tanto più da condannarsi, quanto più quello fu il solo adito, che la fortuna in tutta questa guerra gli abbia aperto alla vittoria. Narrasi, che Moreau lo confortasse al raccontato partito, ma che non vi si volle risolvere.Risultava dalle due battaglie di Verona, chegli Austriaci passavano l'Adige a portar guerra sulla sua destra sponda. Dal canto suo Scherer si era accampato dietro il Tartaro, tra Villafranca e l'Isola della Scala, attendendo a fortificarsi ed a riordinare i suoi: aveva fermato il suo campo principale a Magnano. Ma le sue condizioni divenivano ogni ora peggiori; perchè il nemico incominciava a romoreggiarli sui fianchi ed alle spalle con truppe armate alla leggiera. Wukassowich, sceso dal Tirolo tra il lago di Garda e l'Iseo, minacciava Brescia, oltrechè il colonnello San Giuliano mandato da Wukassowich aveva spazzato tutto il campo tra la destra dell'Adige ed il lago di Garda, per modo che il navilio, che i Francesi avevano sul lago, era stato costretto a cercar ricovero sotto le mura di Peschiera. Da un'altra parte Klenau, partitosi dall'ala sinistra Austriaca con soldati corridori, era comparso sul Po, aveva messo a romore le due sponde, precipitato in fondo le navi Francesi, e costretto i repubblicani a rifuggirsi o in Ferrara, o in Ostiglia. Si trovava adunque il generalissimo di Francia in grave pericolo, ed aveva tanto più forte cagione di temere, quanto il suo esercito scemato per le perdite fatte nelle giornate precedenti, era divenuto di numero inferiore a quello d'Austria. Oltre a tutto questo non isfuggiva a Scherer, che a Suwarow, ritardato solamente dalle piogge insolite, che avevano fatto gonfiare oltre modo i fiumi ed i torrenti, si accostava: il che avrebbe del tutto fatto prevalere il nemico se prima dell'arrivare del Russo non ristorava la fortuna cadente. Ricordavasi delle antiche vittorie, consideravaesser quei medesimi Francesi, vincitori di tante guerre, avvertiva, quelle terre medesime, sulle quali insisteva essere state poco tempo innanzi testimonio di tante e sì gloriose loro fazioni. Mosso da tutto questo, nè mancando anche d'animo per se medesimo, si risolveva a cimentarsi di nuovo col nemico, sperando che Magnano avrebbe restituito le cose perdute a Verona. Dall'altro lato il generale Austriaco, non fuggendo il tentar la fortuna da se solo, agognava ancor esso la battaglia, perchè non voleva dar tempo al nemico di riordinarsi, e riaversi dall'impressione delle rotte precedenti, nè lasciar raffreddare l'impeto de' suoi tanto più imbaldanziti dalle vittorie recenti, quanto più le avevano acquistate, mentre era ancor fresca la memoria di tante loro sconfitte. Forse ancora Kray nel più interno del suo animo desiderava una nuova battaglia per operare, che per suo mezzo la guerra fosse del tutto vinta innanzi che arrivassero il generalissimo Melas, ed il forte maresciallo di Paolo. Se tale fu il suo pensiero, come è da credersi, e' bisognerà confessare, ch'egli avesse una gran fede in se medesimo, e nissun dubbio della vittoria; perchè se perdeva coi possenti ajuti tanto vicini, avrebbe meritamente incorso molta riprensione per aversi commesso colle sole armi Austriache alla fortuna. Ivano all'affronto i due nemici divisi in tre schiere, il dì cinque aprile. La destra dei repubblicani guidata da Victor e Grenier marciava all'assalto di San Giacomo: la mezzana governata da Montrichard e Hatry, sotto guida suprema di Moreau, doveva sloggiare l'inimicoda' suoi posti tra Villafranca e Verona. La sinistra sotto la condotta di Serrurier aveva il mandato d'impadronirsi di Villafranca e di andarsi approssimando all'Adige. Delmas, soldato animoso, e molto arrischiato, accennava con un po' di antiguardo a Dossobono per fare spalla alla mezzana. Il generale Austriaco col fine di superare il campo di Magnano, e di cacciare i Francesi oltre il Tartaro ed il Mincio, aveva ordinato i suoi per modo che il generale Zopf guidasse la destra, Keim la mezzana, ed il generale Mercatin la sinistra: un antiguardo condotto da Hohenzollern assicurava Zopf, ed un grosso retroguardo di tredici battaglioni sotto guida di Lusignano, non obbligandosi a luogo alcuno, era presto per accorrere ai casi improvvisi, e soccorrere quella parte che inclinasse. Al tempo stesso Kray aveva comandato al presidio di Legnago, che uscisse a percuotere nel fianco destro del nemico, ed a Klenau, che turbasse viemaggiormente le rive del Po. Sorgeva una fierissima battaglia; benchè i Francesi fossero inferiori di numero guadagnavano nondimeno, valorosissimamente combattendo, del campo, e facevano piegar l'inimico. Si vedeva in tutto questo ed il valore solito dei soldati repubblicani, e la perizia dei loro capitani. Serrurier, risospinto prima ferocemente da Villafranca, fatto un nuovo sforzo, e riordinati i suoi, se ne impadroniva. Delmas si spingeva ancor esso avanti; Moreau il seguitava con eguale prudenza e valore. Victor e Grenier sforzavano San Giacomo, e vi si alloggiavano.Volle Kray rompere Moreau con aver fatto girarun grosso corpo a fine di attaccar il Francese alle spalle, ed al tempo medesimo urtava impetuosamente Delmas. Questa mossa ottimamente pensata poteva trarre a duro partito Moreau, s'ei non fosse stato quell'esperto capitano ch'egli era. Ma risolutosi incontanente su quanto gli restava a fare in sì pericoloso accidente, invece di camminare dirittamente, si voltava con grandissima audacia a destra, ed assaltava sul destro fianco coloro, che disegnavano di assaltarlo alle spalle. Per questa tanto bene ordinata mossa gli Austriaci furono rotti, e fugati verso Verona, a cui si accostavano Delmas e Moreau con le altre due schiere compagne: già il terrore assaliva la città. Pareva in questo punto disperata la battaglia pei Tedeschi: ma Kray ordinava a nove battaglioni del retroguardo, che si spingessero avanti, condotti dal generale Lattermann, ed urtassero il nemico, tre da fronte a sinistra, cinque di fianco. Fu questo urto dato con tanto ordine ed impeto, che i Francesi, svelta per forza la vittoria dalle loro mani, se ne andarono rotti in fuga. Così chi aveva vinto con sommo valore, era stato vinto con pari valore. A questo decisivo passo ordinarono Scherer e Moreau un po' di retroguardo, che loro restava, quest'era l'ultima posta, e mandatolo contro il nemico insultante, non solamente ristoravano la fortuna della battaglia, ma ancora rompevano del tutto la mezzana schiera degl'imperali, e fugavano Keim fin quasi sotto alle mura di Verona. Restava un ultimo rimedio a Kray; quest'erano i restanti battaglioni del retroguardo. Se essi fallivano, la fortuna Austriaca era vinta, ed i trionfidei Francesi ricominciavano su quelle terre già tanto famose per le segnalate fatiche loro. Serraronsi i freschi battaglioni Alemanni, adoperandosi virilmente Lusignano sui Francesi con un incredibile furore. Non piegarono i repubblicani, ma s'arrestarono: nasceva un urtare, un riurtare tale, che pareva che più che uomini tra di loro combattessero. Stette lungo spazio dubbia la vittoria, e già, checchè la fortuna apparecchiasse ad una delle parti, era per ambedue salvo l'onore. Finalmente la tenacità Tedesca prevaleva all'impeto Francese; i repubblicani furono piuttosto che cacciati, svelti dal campo di battaglia. Rotto l'argine, precipitaronsi impetuosamente contro i vinti i vincitori, e ne fecero una strage grandissima. La schiera di Serrurier, che si era conservata intiera, e tuttavia teneva Villafranca, fu costretta a mostrar le spalle al nemico, non senza scompiglio nelle ordinanze, pel caso improvviso, lasciando il fardaggio, le artiglierìe, ed i feriti in poter del vincitore. Non fu fatto fine al perseguitare, se non quando sopraggiunse la notte. Perdettero i repubblicani più di quattromila soldati tra morti e feriti, con tremila prigionieri: rimasero in preda al vincitore diciasette pezzi d'artiglierìa, con salmerìe, munizioni e bagaglie in quantità. Noveraronsi fra i feriti Beaumont, Dalesme, Pigeon e Delmas. Nè fu la vittoria senza sangue per gl'imperiali, perchè desiderarono circa tremila soldati tra uccisi e feriti. Quasi un ugual numero erano venuti come prigionieri in mano dei Francesi, ma la più parte furono riscattati durante la rotta. Mercantin, capitano in molta stima presso gli Austriaci sì pel suo valore, comeper la dolcezza della sua natura, fu tra gli uccisi. Morirono altri uffiziali di grado e di nome, fra i quali il maggiore Voggiasi, che avendo combattuto valorosamente nel precedente fatto di Legnago, si era meritato la croce di Maria Teresa. Durò la battaglia dalle ore sei della mattina sino alle sei della sera. Il valore vi fu uguale da ambe le parti, la vittoria utilissima alle armi imperiali. Spianò Kray col suo valore la strada alle vittorie di Melas e di Suwarow.Scherer, scemato il numero de' suoi, e scemato altresì l'animo loro per le sconfitte, dopo di aver fatto alcune dimostrazioni, come se volesse fermarsi sul Mincio, si deliberava a ritirarsi sulla sponda destra dell'Adda, per ivi fare opera, se ancora possibil fosse, di arrestar l'inimico, e difendere la capitale della Cisalpina. A questa deliberazione, piuttosto inevitabile che volontaria, dava motivo la grande superiorità del nemico, accresciuto dalle forze Russe per guisa che sommava a sessantamila combattenti, non noverati quei di Wukassowich e di Klenau, che romoreggiavano sui corni estremi, mentre il suo, tolti i pressidj, ch'era obbligato a lasciare in Mantova ed in Peschiera, ed in altre fortezze di minor importanza, non passava i ventimila. La medesima deliberazione rendevano necessaria i progressi fatti, e che tuttavia facevano Wukassowich e Klenau, il primo verso i monti sulla sinistra dei repubblicani, il secondo sulle rive del Po, dove metteva ogni cosa a romore. Si levavano i popoli a calca al suono delle vittorie Tedesche, e dell'arrivo dei Russi, gente strana, eriputata d'invincibile valore, non considerando, se il dominio Austriaco e Russo avesse a mostrare maggiore benignità, che quello che volevano levarsi dal collo. Ma il presente sempre noja i popoli, mentre il futuro gli alletta, perchè giudicano del primo col senso, del secondo coll'immaginazione.Bene è da condannarsi, che i comandanti Russi ed Austriaci queste mosse popolari in paesi estranei a loro con parole, con iscritti e con fatti suscitassero e fomentassero. Perciocchè nelle sollevazioni dei popoli, e nelle guerre civili ogni più peggior male si contiene, ed ai forestieri; che non possono vincere con le sole armi, l'umanità prescrive che se ne astengano, e che lascino riposare altrui. Le guerre bisogna lasciarle fare a chi ha il carico di farle, non a chi ha il carico di pagarle. Oltre a ciò, siccome gli eventi delle guerre sono sempre dubbj, poco umana cosa è il sollevare i popoli contro coloro, che possono tornare a vendicarsi. Queste sommosse molto ajutavano gl'imperiali, perchè intimorivano gli avversarj, tagliavano le strade, e davano spiatori utilissimi ai nuovi conquistatori. Esse erano più o meno forti, secondo le varie inclinazioni dei luoghi, ma molto romorose nel Polesine e nel Ferrarese. Grandi tempeste ancora si levavano contro i Francesi nel Bresciano e nel Bergamasco: Wukassowich vi trovava molto seguito.

A questo modo, non ostante la gloriosa vittoria di Championnet, da Napoli in fuori, e da alcune rare terre nelle provincie, in cui i repubblicani si difendevano piuttosto con valore smisurato, che con isperanza di vincere, tutto il paese si era commosso a favore dal re, quantunque i modi, che si usavano, non fossero degni nè del re, nè di alcun altro governo che sia al mondo. Pressavano massimamente le cose della Puglia per motivo delle vettovaglie. Inoltre diminuivano i Francesi per tanto ardimento dei popoli,continuamente di riputazione, ed ogni giorno più si rendeva necessario, che con qualche nuovo e segnalato fatto mostrassero, che non era cessato in loro per le delizie di Napoli il valore, e che da quella opinione si riscuotessero, in cui erano venuti, che se san bene resistere e vincere gli eserciti giusti ed ordinati, non sanno parimente resistere e vincere, quando vengono alle mani con popoli sollevati. Per la qual cosa erasi deliberato Championnet (queste cose accadevano prima della sua partenza), a fare due spedizioni, una contro la Puglia, massime contro San Severo e Trani, dove erano le adunate più forti dei sollevati, l'altra contro la Calabria, quella principalmente per vincere, questa per contenere. Commetteva la prima alla fede ed al pruovato valore di Duhesme, che era suo aderente molto affezionato, la seconda al generale Olivier, dedito a Macdonald, emolo di Championnet. Accompagnava Duhesme, da parte del governo Napolitano con una legione Napolitana, ma con le compagnie ancor non piene, il conte Ettore di Ruvo, che già sopra abbiam nominato, giovane d'incredibile ardire, d'animo feroce, e capace di tentare qualunque più difficile e pericolosa impresa. Già fin quando era ancora in Napoli lo stato regio, si era il conte Ettore mostrato amante di novità, e mescolato in varie congiure, ancorchè fosse maggiordomo del re, e suo padre primo maggiordomo di corte. Era nemicissimo di Medici, aveva fatto stampare in Napoli la constituzione di Robespierre. Scoperte le sue trame, le quali anche poco ascondeva, per la sua naturaanimosa e temeraria, fu carcerato in castel Sant'Elmo per opera di Medici; ma una fanciulla, figliuola di un ufficiale del presidio, innamoratasi di lui, il calava con corde per le mura del castello, poi pel monte molto dirupato. Ricoverossi in casa di alcuni suoi parenti in Portici; poi per sentieri rimoti ed ermi arrivava a salvamento in Milano. Quivi, siccome quegli che molto entrante era ed animoso, piacque ai Francesi, e venne in grazia con Joubert, che conosciuta l'indole del giovane, giudicò, che fosse stromento potente a turbare, quando che fosse, le cose di Napoli. Infatti quando Championnet si mosse alla spedizione, Joubert mandò con lui il conte Ettore, e per mezzo suo fu facilitata la conquista del regno, massimamente quella della capitale. Ora il governo Napolitano, conoscendo la natura indomabile e irrequieta di quest'uomo, che sempre pasceva l'animo di pensieri smisurati, e si mostrava più inclinato a comandare che ad obbedire, il mandava con Duhesme in Puglia, dove erano le sue terre, sotto colore che trovandosi in paese proprio, e pieno di parenti e d'amici, vi facesse gente. Fecevi gente in verità, e per pagarla, poichè ai mezzi non guardava, ma solo al fine, e neanco se questo fosse giusto o no, che ciò poco gl'importava, pose taglie, e fece depredazioni incredibili, non considerando nè come, nè contro chi, o repubblicani, o regii che si fossero: soldati e denaro per pagargli, questo solo voleva. Il governo aveva qualche sospetto di lui: eppure era egli il solo uomo capace di puntellare quello stato cadente: l'avrebbeanche fatto, ma forse per se, non per la repubblica. Pure da cosa nasce cosa, e primo pensiero dei repubblicani doveva esser quello di tener lontano il re.

Accompagnava Olivier per alla volta della Calabria uno Schipani, piuttosto repubblicano ardente, che buon soldato, e non di natura tale, che potesse star a fronte dell'audace Sciarpa, e dell'astuto ed animoso cardinale. Se le guerre con le parole si vincessero, avrebbe questo condottiere repubblicano potuto vincere; ma altro è parlare in aringa, altro veder in viso il nemico, non ch'ei non avesse animo, che anzi era coraggiosissimo, ma non conosceva le guerre. Partivano Duhesme ed il conte Ettore: marciavano cauti per paura d'agguati e d'assalti improvvisi in un paese sollevato: marciavano spigliati e divisi per ispazzare largamente il paese: con loro, e con ciascuna schiera marciavano le diete, o vogliam dire i consigli militari, sempre pronti a dannare a morte gli autori delle sollevazioni. Molti presi furono, ed incontanente uccisi. Così dall'un cauto Duhesme ed il conte Ettore incrudelivano coi supplizi contro i regj, dall'altro Sciarpa, Mammone e Ruffo incrudelivano anche coi supplizi contro i repubblicani. Le ire erano crudeli, le vendette terribili; le ire chiamavano le vendette, le vendette le ire. Era disegno del generale Francese, prima, di pacificar il paese tra Napoli e la Puglia, poi di andar a disfare quella testa grossa di regj a San Severo. Aveva con se preti e vescovi, che predicavano per la repubblica, gli avversari avevano preti e vescovi, chepredicavano pel re: il fanatismo religioso si mescolava alla rabbia civile. Marciava Duhesme spartito in tre colonne, una per Avellino, Ariano e Bovino alla volta di foggia: l'altra per Arienzo, Benevento e Troia a Lucera: la terza, che era il retroguardo, per la strada di Arienzo, Benevento, Ariano e Bovino a Foggia. Troia, Lucera e Bovino, deposte le armi, si davano in potestà dei repubblicani. Foggia, che abbondava di repubblicani, lietissimamente riceveva i Francesi. Barletta e Manfredonia, che assaltate dai regj pericolavano, furono preservate. Ma tumultuavano tutti i popoli all'intorno per le speranze di San Severo, nè altre terre possedevano i repubblicani che quelle, in cui avevano le stanze. Perlocchè si deliberava Duhesme ad andare all'assalto di San Severo, perchè, distrutto quel nido principale, sperava, che gli altri si sottometterebbero. Erano i regj in San Severo grossi di dodici mila combattenti fra soldati vecchi, e gente collettizia. Prese le stanze sopra un monte fecondo di ulivi, dominavano tutta la pianura sottoposta, che avevano assicurata con cavalleria e cannoni piantati contro la stretta, che alla pianura medesima apriva l'adito. Accorgendosi i regj che i repubblicani si distendevano a sinistra per assaltargli di fianco ed alle spalle, si calarono con grandissimo ardire, ed attaccarono con loro una sanguinosissima battaglia. Da sì sfrenati sdegni credevano alcuni dover sorgere il governo regolato del re, ed il governo libero della repubblica. Durò lunga pezza la battaglia con grave uccisione da ambe le parti, perchè il valoreera uguale nei due eserciti nemici, e se prevalevano i regj di numero, prevalevano i repubblicani di perizia. Infine andarono i primi in volta per lo scontro più efficace delle genti regolari, e già al punto stesso il generale Forest arrivava loro alle spalle. Allora fuvvi piuttosto carnificina che uccisione, perchè i regj avviluppati e rotti male si potevano difendere, ed i repubblicani con una rabbia incredibile intendevano ad ammazzare. Tre mila sollevati vi perdettero la vita: tutti, o la più parte, l'avrebbero perduta, se una moltitudine di donne e di fanciulli in abito squallido e lugubre, miserando spettacolo, non fosse venuta a chiedere umilmente ed instantemente al vincitore la vita dei padri, dei mariti e dei figliuoli loro. Piegavasi Duhesme a misericordia, quantunque fosse molto sdegnato, e comandava che cessassero le ferite e le morti. Senza questa pietà nuova, intenzione era di ardere San Severo, nel che aveva anche per confortatore il conte di Ruvo, perchè ed era San Severo sede principale della sollevazione, ed avevano i San Severini, per la rabbia delle opinioni, ucciso alcuni preti ed il vescovo stesso, perchè parteggiavano pei Francesi e per la repubblica; ma il fatto parve a Duhesme troppo orribile, essendo San Severo terra grossa e fiorita, però se ne rimase mosso anche dai pianti e dalle preghiere degli abitatori.

La fama della vittoria di San Severo ridusse ad obbedienza le contrade vicine, il monte Gargano, i monti Liburni, Corvino e Lecce stessa: aperse anche le strade per Pescara, cosa di moltaimportanza pei Francesi. Restava in poter dei regj la città di Trani, con la quale ancora consentivano Andria e Molfetta. Le nimichevoli inclinazioni erano tenute vieppiù vive dalla vista delle navi Russe e Turche, che correvano l'Adriatico. Avrebbe desiderato Duhesme acquistare quelle terre alla repubblica; ma dappoichè licenziato Championnet, aveva Macdonald assunto il governo, non solo Duhesme era stato richiamato dalla Puglia, ma ancora gli fu comandato che ritirasse le genti appresso a Napoli. Le quali cose saputesi dai regj, inondavano di nuovo la provincia, e tagliavano le strade della Puglia a Napoli. Solo Foggia continuava a tenersi, per la forza dei repubblicani che vi erano dentro: pure era in pericolo di perdersi, se non si soccorreva. Fu ben forza allora, se non si voleva che Napoli affamasse, il pensare a riconquistar le terre perdute, ed a rompere quella testa di regj, che si era adunata in Trani. Era Trani, come anche Andria, munita con fortificazioni vecchie e nuove: le porte, eccetto una sola, murate, e chiuse con un fosso ed un parapetto, le contrade rotte, e serrate con fossi e con isteccati, le case merlate, le porte abbarrate, pieno tutto d'uomini armigeri, rabbiosi e risoluti al difendersi. S'incominciava l'assalto da Andria; in tale modo Broussier, al quale era commessa la cura di tutta questa impresa, l'ordinava. Doveva il conte Ettore, che era intento in questo fatto per esser Andria sua patria (le cose che fece, e che disse quest'uomo tremendo, secondo l'impeto delle sue cupidità, e tirato da fini smisurati, non sipotrebbero raccontare così facilmente), assaltare con la sua legione, e con pochi Francesi la porta Comozza, Ordonneau quella di Barra, Broussier quella che accenna a Trani: ad estremo pericolo era per succedere estrema barbarie.

Incominciò la battaglia con furor civile da ambe le parti; gli assalitori combattevano con egregio valore, ma con non minor animo si difendevano gli assaliti; nè i primi facevano frutto di momento. Già venivano alle scale, cimento per essi molto pericoloso, quando il tirar di un obice atterrava la porta di Trani. Precipitaronvisi i Francesi condotti da Broussier; a loro si accostavano i Napolitani condotti dal conte Ettore, ed i soldati stessi di Ordonneau, che avevano fatto infelice pruova delle loro armi per la ostinata resistenza dei difensori alla porta di Barra; fattosi da tutti insieme un impeto, entrarono sforzatamente. Continuarono ciò non ostante a difendersi furiosamente da tutte le case i regj, scagliando dai tetti e dalle finestre ogni sorte di armi sopra gli odiati repubblicani. Ogni casa era fortezza, i difensori più che uomini. Non venne la città intieramente in poter dei repubblicani, se non dopo che tutte le case, le contrade, le piazze furono piene di cadaveri e di sangue. Nè tante morti, nè tanto sangue bastarono: non fu contento il destino, se non alla distruzione totale della misera terra. Irritati i vincitori dalla resistenza, dalle ferite proprie, e dalla morte di tanti compagni, fecero quello da che avrebbero dovuto abborrire, e che quantunque sia solito a vedersi nelle guerre civili, e nelle piazze presed'assalto, non iscusa per questo, anzi accusa la barbarie degli uomini. Seimila Andriotti furono in poco d'ora mandati a fil di spada, la città intiera data alle fiamme; i vecchi, le donne, i fanciulli soli, e neanco tutti, furono risparmiati. Le ceneri e le ruine d'Andria attesteranno ai posteri, che gl'Italiani non son vili nelle battaglie, e che la umanità era del tutto sbandita dalle guerre civili di Napoli. Forestieri antichi, forestieri moderni, e talvolta i paesani stessi straziarono l'Italia, e se ella è ancor bella, certamente non è colpa degli uomini.

Trani tuttavìa si teneva pei regj, nè lo sterminio d'Andria l'intimoriva. Città con bastioni, con un forte, con ottomila difensori usi alle armi, ed accesi dalla rabbia civile e religiosa, pareva piuttosto atta a pigliarsi per assedio, che per assalto. Ma il tempo stringeva, ed i repubblicani, sì Francesi che Napolitani, erano pronti a qualunque più pericolosa fazione. Andavano all'assalto di Trani nel seguente modo ordinati da Broussier. I Napolitani da una parte, una banda di Francesi dall'altra facevano le viste di dare la batterìa sui fianchi, mentre Broussier conduceva i suoi a dare il vero assalto all'altra parte della terra. Ma i regj, essendosi accorti del disegno, si assembrarono grossi ad aspettarlo al luogo destinato. Ardeva la battaglia, e succedevano molte morti, senza frutto alcuno per l'esito del fatto, da ambe le parti. In questo mezzo tempo i difensori, tutt'intenti a tener lontani dalle mura gli assalitori, indebolirono le difese di un fortino situato a riva il mare: della quale occasione prevalendositosto i repubblicani, se n'impadronirono, e voltarono i suoi cannoni contro la città. Questo grave accidente sconcertò le difese: già i repubblicani, non senza però molto scempio loro, perchè si sforzavano contro una tempesta assai fitta di palle, saliti sulle mura facevano inchinar la fortuna a loro favore. Tuttavia i regj continuavano a difendersi ostinatamente, essendo, come in Andria, ogni casa ed ogni contrada fortezze. Sarebbe stata ancor lunga e sanguinosa la battaglia, se Broussier non avesse avvisato di far salire, rotte le porte delle prime case, i suoi sopra i terrazzi, che coronano per l'ordinario le case in quei paesi. Per tale modo di terrazzo in terrazzo andando, dall'alto all'imo combattendo, i repubblicani sforzavano i regj a sgombrare successivamente le case, e già da quei luoghi sublimi si avvicinavano al grosso forte di Trani. Come poi accosto a lui furono giunti, si attaccò fra di loro ed i difensori che dai luoghi superiori del forte combattevano, una battaglia strana e quasi aerea. Sparso molto sangue in una pertinacissima difesa, i regj, assaliti donde non aspettavano, abbandonavano il forte, e si davano a correre alle navi, che nel porto erano allestite, per fuggire. Ma nemmeno in questo trovarono scampo; poichè Broussier, avendo preveduto il caso, aveva armato alcune navi, che vietarono loro il passo. Alcune delle regie furono prese per assalto, altre andarono a traverso sulla spiaggia. Chi fuggiva sul lido era senza misericordia, e remissione alcuna ucciso dai trionfanti repubblicani. Fu la bella città di Trani, come Andria, data al sacco ed alle fiamme:de' suoi abitatori, quelli, che o portavano, o potevano portar armi, mandati a fil di spada; carnificina orribile di guerra civile, nè fia l'ultima che noi avremo a raccontare. Quietava, ma non del tutto, la Puglia per queste vittorie; nuove adunazioni di genti regie si facevano a Bitetto ed a Rutigliano, non molto minacciose pel presente, molto per l'avvenire.

Schipani mandato a combattere i sollevati, ed a sopire le cose di Calabria, non solo non vi fece frutto, ma ancora vi nocque, perchè e conflisse infelicemente, ed irritò con parole ed atti repubblicani molto estremi le popolazioni, non che troppo incrudelisse, ma perchè troppo provocasse. Prese sul primo impeto Rocca di Aspide e Sicignano; ma assaltata la terra di Castelluccio, forte pel sito, e per la pertinacia di chi la difendeva, ne fu risospinto con grave perdita di soldati e di riputazione. Per questo infelice caso non gli giovarono gli sforzi di Campagna, Albanella, Controne, Postiglione, e Capaccio, terre che parteggiavano fortemente per la repubblica, e fu costretto a ritirarsi. I sollevati di questa provincia ebbero facoltà di unirsi con le bande del cardinal Ruffo, sicchè, pochi luoghi eccettuati, le Calabrie e la terra di Bari sollevate a romore impugnavano coll'armi in mano la recente repubblica. Nè i Francesi potevano porvi rimedio, perchè non si fidando degli Abruzzi, nè della Campania, e nè anco della città stessa di Napoli, nè bastantemente forti di numero essendo, pensavano piuttosto a mantenersi nella capitale, che a conquistare le provincie. Schipani, tentateinvano le Calabrie, se ne giva a far guerra contro i sollevati di Sarno, che più vicini a Napoli tumultuavano. Vi fece opere repubblicane secondo i tempi; esortava, confortava, esaltava il governo della repubblica, e per passatempo ardeva i ritratti del re e della regina dove gli capitavano alle mani. Ma fu lasciato dire, e i popoli gridando viva il re, lo combatterono per guisa che fu costretto ad andarsene. Vi si condussero i Francesi; saccheggiarono Lauro, poi se ne tornarono ancor essi, non vinti, ma più inviperiti i Sarnesi ed i Lavriani. Si unirono questi ai sollevati delle vicine contrade di Salerno, e di già una grandissima necessità stringeva la capitale del regno. Accresceva il pericolo l'avere gl'Inglesi occupato, non senza un valoroso fatto di Francesco Caracciolo, che gli combattè per molte ore, le isole d'Ischia e di Procida, che, per esser situate alle bocche del golfo di Napoli, ne danno la signorìa a chi le tiene. Così ardeva la sollevazione contro il governo nuovo nella maggior parte del regno, e s'incominciava a temere, che l'impresa di Championnet fosse stata più imprudente che audace. Opere di estrema barbarie furono commesse da ambe le parti alla Fratta ed a Castelforte, perchè prima i regj poscia i repubblicani vi uccisero spietatamente ogni corpo vivente, e le case, e gli edifizj tutti distrussero ed arsero. Guerra crudelissima era questa, siccome portava la qualità dei tempi, l'indole ardentissima degli abitatori e la natura sempre estrema delle opinioni politiche e religiose. Si vedevano padri combattere contro i figliuoli, figliuoli contro i padri, fratellicontro i fratelli, e perfino mariti contro le mogli, e mogli contro i mariti. Nè i preti si ristavano; perchè preti repubblicani, combattevano contro preti regj, preti regj contro preti repubblicani, e la croce, ed il vessillo di Cristo l'uno contro l'altro cozzavano nelle sanguinose battaglie. Pretendevano questi e quelli parole di vangelo alla impresa loro, gli uni chiamandolo pieno di precetti democratici, gli altri affermando, che quel dettato divino aveva statuito, niun'altra cosa essere al mondo, che chiesa e Cesare, e quello che della chiesa non è, essere, non del comune, ma di Cesare. Per atterrire chi atterriva, Macdonald mandava fuori addì quattro marzo un aspro e furioso decreto, nuovo esempio del quanto le rivoluzioni stravolgano gli uomini.

Incominciato con dire, sapere, che uomini prezzolati dagl'Inglesi, e dai furti di una corte infame e perfida, correvano le città e le campagne per traviare il popolo, e stimolarlo alla ribellione, e che preti fanatici ordinavano trame per ispegnere il governo, ed ammazzare i repubblicani, veniva ordinando, che ogni comune che si sollevasse, sarebbe tassato soldatescamente e soldatescamente trattato; che i cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i parochi, e tutti gli altri ministri della religione, fossero tenuti personalmente dei tumulti e delle ribellioni; che ogni ribelle preso coll'armi in mano fosse incontanente fatto passar per l'armi; che ogni prete, o ministro della religione che fosse arrestato in qualche unione di sollevati, fosse anch'egli fattomorire senza processo; che fosse autorizzato il governo ad arrestare i sospetti; che chi denunziasse, o facesse arrestare un fuoruscito Francese, od un agente dello scaduto re di Napoli, avesse una larga ricompensa, ed il suo nome non si palesasse; che similmente chi un magazzino segreto di armi sì da fuoco che bianche denunziasse, si ricompensasse; che quando battesse la raccolta, ognuno tostamente si ritirasse; che in caso di terrore improvviso le campane non si potessero suonare, e ne andasse la vita a chi le suonasse, ed essere a ciò tenuti tutt'insieme i preti, i religiosi, e le religiose; che chi spargesse false novelle, fosse punito come ribelle, e chi le propagasse, come sospetto si arrestasse e si esiliasse; che a chi fosse dannato a morte, si sequestrassero e confiscassero i beni sì mobili che stabili a benefizio delle repubbliche Francese e Napolitana; che ogni licenza di cacciare si intendesse abolita, e chi fosse trovato con un fucile da caccia, come ribelle fosse punito; che di nuovo egli protestava, e confessava di portar rispetto alla religione ad al culto, e prometteva, che sotto la protezione vivrebbero sì i suoi ministri, come le proprietà e le persone; che infine i magistrati eseguissero questi suoi comandamenti, ed i parochi gli leggessero dal pulpito. Nè contento a questo pubblicava il generalissimo Macdonald il dì nove del medesimo mese un manifesto molto eccessivo contro il re per animare i popoli a difendersi contro le truppe ed i sollevati regj; imperciocchè il re aveva fatto sapere, che fra breve sarebbe tornato nel regno.

Il pericolo delle sollevazioni popolari contro igoverni repubblicani instituiti in Italia, e contro i Francesi, si accresceva vieppiù dalle sommosse, che nate ora in un luogo ed ora in un altro travagliavano lo stato Romano. Tumultuavano i popoli di Terni e dei luoghi vicini, ed impedivano le strade fra Terni e Spoleto, e quantunque il generale Grabruschi co' suoi Polacchi si affaticasse per sottomettergli, non poteva venirne a capo, perchè spenti in un luogo pullulavano in un altro, e già Rieti pericolava. Civitavecchia si era ribellata contro i nuovi signori; durò un pezzo il generale Merlin a sottometterla, ancorachè con palle infuocate la combattesse. Stroncone, e Alatri parimente romoreggiavano; Orvieto anch'esso aveva fatto mutazione, ed ostinatissimamente si difendeva contro i repubblicani. L'incendio si dilatava: ogni luogo era o mosso con le armi impugnate, o poco sicuro anche nella quiete.

Non ostante i pericoli, che correvano, il direttorio di Francia, o non curandogli, o facendo sembianza di non curargli, si era risoluto a far mutazioni nel governo di Napoli. Sapeva, che il commissario Faipoult non era grato all'universale, e che Championnet sul suo primo giungere non aveva ordinato le cose per modo che nè per l'opinione nè per la forza potessero partorire quegli effetti ch'egli desiderava. Si aggiungeva, che le grida, le vociferazioni, le calunnie di coloro che ambivano le cariche, contro quelli che le avevano, e principalmente contro i membri del governo, avevano fatto perder loro, od almeno ai più, ogni riputazione. Tutto questo considerando il direttorio, aveva mandato a Napoli unuomo pratico e dabbene, acciocchè riordinasse ogni cosa, e con le virtù sue rattemperasse gli sdegni produtti dalle insolenze dei precedenti commissari ed agenti, rimedio buono, se fosse stato accompagnato dalla libertà, non in parole, ma in fatti, e se fossero stati lontani i pericoli. Arrivava in Napoli Abrial, commissario del direttorio, il quale prevalendosi dei buoni si sforzava di consolare gli uomini afflitti dai tempi tristi. Tentò riforme nelle finanze, e fecene delle lodevoli. Gli ordini giudiziali molto migliorava; gli ordini politici, non avendo il mandato libero, stabiliva a modo di Francia, non avuto alcun riguardo al modello della constituzione proposto dalla congregazione Napolitana, e di cui abbiamo sopra parlato. Creò fra gli altri un direttorio, imitazione servile. Ma quel che l'ordine aveva in se di cattivo correggeva con le persone. Chiamovvi Ercole d'Agnese, Ignazio Ciaia, Giuseppe Abbamonti, Giuseppe Albanese, e Melchior Delfico, uomini tutti migliori dei tempi, e di non ordinaria virtù. Certamente, se i fatti non fossero stati tanto contrari, e se una nuova piena non fosse venuta a sobbissare l'Italia dal settentrione, avrebbe questo buon Francese corretto in Napoli quanto il soldatesco furore, e la civile cupidigia vi avevano guasto e corrotto. Diede egli pruova notabile, tacendo le altre, dell'animo suo civile, quando Macdonald mandava i suoi soldati a ridurre agli ultimi casi Sorrento, patria di Torquato Tasso, che in quelle Sarniane e Salernitane rivoluzioni si era levata a romore contro i Francesi; imperciocchè operò col generale che la casadei discendenti della sorella del poeta, quando la terra fosse presa d'assalto, salva ed intatta si conservasse. Diè molto volentieri Macdonald, ed a modo di generosa gara con Abrial, ordini accomodati al comandante della fazione, acciocchè l'effetto seguisse. Fra le uccisioni, gl'incendj e le ruine dell'infelice Sorrento, pruovarono i discendenti del cantore di Goffredo, quanto potessero in animi civili la memoria, ed il rispetto verso quel principal lume dell'Italiana poesia. Vollero riconoscere la conservata salute, offerendo a Macdonald, perchè non sapendo di Abrial, a lui la riferivano, il ritratto del Tasso dipinto dal vivo, come si crede, da Francesco Zuccaro. Il ricusava Macdonald, facendo certa la salvata stirpe dell'autore primo del benefizio, ed essa, l'immagine del poeta salvatore ad Abrial offerendo, pagava con segno di gratitudine unico al mondo un immenso beneficio. L'accettava di buon animo Abrial, e molto caro se lo serbava, e tuttavia serba, dolce e pietosa conquista; e volesse pure il cielo, che i repubblicani di Francia non altre conquiste che di questa sorte avessero mai fatte in Italia!

Il piacer non dura nello scrivere le storie dei nostri tempi. Restava, che i due fiori d'Italia, dico Lucca e Toscana, si guastassero. Di Lucca dirò adesso, di Toscana più sotto. Entrava sul principiar dell'anno in Lucca accompagnato da quattrocento cavalli Serrurier, che tornava dalla Toscana: tosto si pubblicava le solite lusinghe dell'esser venuto non per distruggere il governo, ma per fare, che si portasse rispetto alle persone, alle proprietà, ed alla religione, come se questecose non si rispettassero in Lucca, e bisogno avessero di soldati forestieri, perchè si rispettassero. Il fine primo, ma non primario, dell'invasione Lucchese era il pretesto di due milioni di franchi, che dai Lucchesi si richiedeva, pei servigi dell'esercito: poi si voleva venire alla mutazione del governo, benchè le parole suonassero in contrario; nè pareva, nè era cosa possibile, che in mezzo a tante romorose democrazìe una quieta aristocrazìa si conservasse. Già Lucca era serva, poichè l'antico governo stesso non poteva più pubblicare ordine alcuno, se non appruovato da Serrurier: quest'era il rispetto che si portava all'independenza. Miollis succedeva a Serrurier; poi i repubblicani vi s'ingrossavano. Infine, stimolata dalla presenza loro, verso la metà di gennajo tumultuando la parte democratica, condotta da un Cotenna, addomandava l'abolizione della nobiltà e l'instituzione dello stato popolare; non v'era modo di resistere per le insidie cittadine e forestiere.

Si restrinsero i nobili per consultare, piuttosto atterriti che deliberanti, e cedendo al tempo, stanziarono, che fosse abolita la nobiltà, che il popolo Lucchese riassumesse la sovranità, che dodici deputati si eleggessero per ordinare una constituzione democratica secondo il modello di quella, che reggeva Lucca prima della legge Martiniana. Furono eletti Giacomo Lucchesini, Paolo Garzoni, Cosimo Bernardini, Alessio Ottolini, Lelio Manzi, Vannucci, Pellegrino Frediani, Rustici, Pio Poggi, Paoli, Samminiati, Francesco Burlamacchi; la maggior parte nobili, che non eranoalieni dal voler ritrarre lo stato ad una forma repubblicana più larga, ma conforme piuttosto agli ordini Lucchesi che ai Francesi. I democrati pazzi non vollero udire parole Italiche; però fecero accettare le forme Francesi. Nacquero adunque nella mutata Lucca, come in Francia, a Milano, a Genova, a Roma, i due consigli col direttorio. Incominciossi a dar mano a spogliar l'erario di denaro, le armerìe di armi, i granai di vettovaglie, in poco d'ora i frutti dell'antica e mirabile provvidenza Lucchese furono dissipati e guasti: le vettovaglie si mandarono in Corsica ad uso dei presidj, le artiglierìe, sopra tutt'altre bellissime, a far corpo con quelle dell'esercito Francese, massime ad assicurare il golfo della Spezia. Lucca serva principiò a parlare con lingua servile, e non so, se sappiano più di adulazione, o di sconcio di lingua Italiana gli atti del governo Lucchese di quei tempi. Quindi vi sorsero le parti, perchè chi voleva vivere Lucchese, e chi unito alla Cisalpina. Si arrosero le solite tribolazioni di dover vestire, pascere, alloggiare, pagare i soldati forestieri, che andavano, e venivano, o stanziavano, ora Liguri, ora Cisalpini, ora Francesi, con molte altre molestie, accompagnature insolenti del dominio militare. Brevemente la fiorita ed intemerata Lucca divenne sentina di mali, e ne fu desolata. Questo le fecero i repubblicani, prima per darla in preda a se stessi, poi per darla in preda ai re.

Instituitosi dal generale di Francia in Piemonte, dopo l'espulsione del re, un governo ch'io non so con qual nome chiamare, poichè nè monarcalenè aristocratico era, e manco ancora democratico, si conobbe tostamente, che le recenti mutazioni non erano a grado dei popoli. I soldati massimamente non vi si potevano accomodare, perchè ed erano avversi per le passate instigazioni ai soldati Francesi, e questi, in grado di vinti tenendogli, non gli trattavano di compagni. La qual cosa gli muoveva a sdegno grandissimo. Si aggiungevano le solite insolenze, che infiammavano a rabbia un popolo poco tollerante delle ingiurie. Vi era adunque in Piemonte quiete apparente, e sostanza minacciosa. Parve principalmente a tutti cosa enorme lo spoglio fatto, come già abbiam narrato, non da Piemontesi, del palazzo del re coll'averne rotto i suggelli. Venne il governo, per non aver potuto impedire un fatto sì grave, in voce di quello che era veramente, cioè di servo d'altri, e fu tolta fede alle sue parole. Il suo buon concetto diminuiva anche l'avere mandato in sul primo sorgere, i capi di famiglia della primaria nobiltà, come ostaggi, a Grenoble. Mandovvi fra gli altri Priocca, mandovvi quel Castellengo, vicario di polizia in Torino. Priocca se ne viveva molto modestamente nella capitale del Delfinato; Castellengo, per istinto, spiava ogni cosa, ed il bene ed il male, e più ancora il male che il bene, investigatore assiduo di mercati, di taverne, di bische e di ritrovi sì pubblici che privati; uomo veramente di abilità singolare nel conoscere gli uomini fu costui, ed i repubblicani ebbero torto a non vezzeggiarlo; ma essi erano meri partigiani, e dello stato non s'intendevano.

Grande scapito poi alla riputazione di chi reggevaaveva recato la faccenda dei biglietti di credito, perchè prima promise di non risecarne il valore, poi il risecava dei due terzi, il che fu grave ferita a coloro che gli possedevano. Bene, e necessario era il farlo; poichè il debito dello stato era tanto enorme, che lo spegnerlo, o diminuirlo in altro modo, si vedeva impossibile: ma quell'aver detto di non voler fare quello, che pochi giorni dopo fece, il rendè disprezzabile. Questi biglietti erano una perpetua molestia, perchè scapitando sempre del loro valore, anche ridotto, la fede dei contratti si contaminava, le casse dell'erario accettandogli al valor legale, ne venivano a scapitare della differenza. Per ajutarsi dei beni ecclesiastici a spegner questi biglietti, il governo gli vendeva, ma il mezzo non bastava per ritornare questa molesta carta all'intera riputazione, e sempre disavanzava. Non si omisero, ma indarno, vari altri rimedi: infine si voltarono, come lettere di cambio, ai ricchi, massime a quelli che si erano dimostrati più accesi in favore dell'antico stato, ed essi erano per legge obbligati ad obbedirgli con pagarne la valuta, e si compensassero coi beni della nazione. Riuscì di qualche efficacia il temperamento, ma sopravvennero nuove mutazioni, e non ebbe se non debole effetto. Sobbissava il Piemonte pei debiti, nè poteva bastar alle spese. S'aggiunse la voragine intollerabile dei soldi, del vestito, del cibo, delle stanze, dei passi pei soldati forestieri. Rovinava a precipizio lo stato: in tre mesi, sebbene si estremassero le spese pei servigi Piemontesi, si spesero tra in pecunia numerata ed in sostanze, megliodi trentaquattro milioni. A qual fine si andasse, nissuno il sapeva; il mancar di fede era inevitabile: si prevedeva, che altro fra breve non sarebbe rimasto ai Piemontesi, se non le terre, e queste ancora incolte; se non le case, e queste ancora guaste. La desolazione e la solitudine erano imminenti.

Quest'erano le finanze: lo stato politico non era migliore. Già abbiamo detto in parte ciò, che rendeva il governo poco accetto. Seguitava, che i municipali di Torino, imitando in questo quei di Parigi ai tempi della rivoluzione, l'emolavano, e traevano con se molto seguito. A questo erano stimolati da alcuni repubblicani Francesi in grado, i quali si lamentavano di non aver avuto dal governo Piemontese quelle ricompense, che credevano esser loro dovute; del che i loro aderenti del paese aspramente si dolevano, tacciando il governo d'ingratitudine.

I musei intanto, e le librerìe si spogliavano: rapivasi la tavola Isiaca, rapivansi i manoscritti di Pirro Ligorio, e quanto si credeva poter ornare il magnifico Parigi a detrimento della scaduta Torino. In mezzo a tutto questo mandava il governo l'avvocato Rocci, ed il conte Laville deputati a Parigi, perchè ringraziassero il direttorio della data libertà, il tenessero bene edificato, ed esplorassero qual fosse il suo pensiero intorno alle sorti future del Piemonte. S'appresentarono anche per mandato espresso al conte Balbo, perchè si era udito dei denari mandati dal re al suo ambasciadore, del conto del ricevuto denaro richiedendolo. Rispose, al re solopotere e volere render conto; nè volle riconoscere le mutazioni fatte in Piemonte. Fu l'intromessione del conte Balbo molto utile al re in Parigi, nè bisogna giudicare dell'operato dall'evento; perchè i tempi troppo furono contrari, e se corruppe alcuno con denari, il che non è da lodarsi, maggior biasimo meritano coloro, che si lasciarono corrompere. Non era alieno il conte dall'amare un reggimento più largo, ma più per ragione che per indole, perchè per questa amava piuttosto i reggimenti stretti: non credeva una moderata libertà biasimevole, ma detestava con tutti i buoni il modo, col quale in Francia si era voluto recare ad effetto. Del resto uomo d'ingegno non mediocre, letterato di valore, dotto anche in materie scientifiche, affezionato alle lettere Italiane, amico ai letterati, amatore del giusto, conoscitore della natura umana, erano in lui tutte le parti, che in chi s'ingerisce nello stato si richieggono, se non forse una grande pertinacia non le guastava, quando però non si voglia credere, ch'ella, come spesso la sperienza dimostra, sia anche una delle buone. Questa tenacità medesima usava nella comune vita, e perciò le sue affezioni, come le avversioni, fondate o no, erano indomabili.

Abolivansi i fedecommessi, abolivansi le primogeniture, facendo di ciò vivissime istanze i cadetti delle famiglie nobili, ma la esecuzione fu sospesa dal direttorio di Francia per opera del conte Morozzo, che si era condotto espressamente a Parigi. Abolivansi anche i titoli di nobiltà, e furono arsi pubblicamente sulla piazza del castello.

Intanto le sette, per l'incertezza delle sorti Piemontesi, si moltiplicavano, e s'inasprivano. Chi voleva esser Francese, chi Italiano, chi Piemontese. I primi argomentavano dalla servitù delle repubbliche Italiane, dalla potenza della Francia, dalla vicinità dei luoghi; i secondi dalla bellezza del nome Italiano, dalla lingua, e dai costumi; i terzi dall'antichità, e dalla fama dello stato Piemontese, dagli ordini suoi tanto diversi da quei di Francia e d'Italia, dal suo esercito tanto valoroso, che si conveniva conservare col proprio nome. Si viveva in queste incertezze, quando arrivava da Parigi l'avvocato Carlo Bossi, uno degli eletti al governo. Risplendeva in Bossi una natura molto nobile, benevola, amica all'umanità. Per questo gli piaceva la libertà, perchè gli pareva, che al ben essere dell'umanità conferisse. Ciò nondimeno per la qualità dell'animo amava egli piuttosto il tirato. Aveva a vile la loquacità, e le sfrenatezze dei democrati di quei tempi, perchè s'accorgeva, siccome quegli che nelle faccende di stato era di giudizio finissimo, e forse unico al mondo, ch'esse non potevano condurre a niun governo buono, e manco ancora al libero. Del resto, quantunque alcuni amatori di libertà l'avessero per sospetto, parendo loro ch'egli amasse piuttosto il comandare che l'obbedire, se si vuol fare stima di lui, come uomo privato, nissuno amico più tenero de' suoi amici, nissun uomo più retto, o più generoso di lui si potrebbe immaginare. Non dirò del suo ingegno piuttosto mirabile che raro, perchè è noto a tutta Italia, e gli scritti suoi ne faranno ai posteri perpetuatestimonianza. Egli adunque avendo avuto l'intesa da Joubert, da Taleyrand e da Rewbell, uno dei quinqueviri, di ciò che il direttorio voleva fare del Piemonte, e parendogli che miglior consiglio fosse l'essere congiunto con chi comandava, che con chi obbediva, si era deliberato a proporre in cospetto del governo il partito dell'unione colla Francia. Seguì tosto l'effetto, perchè avendo favellato con singolare eloquenza, e confermato il suo favellare con raziocinj speciosissimi, perciocchè nell'una e nell'altra parte valeva moltissimo, vinse facilmente il partito, non avendovi nissuno contraddetto, perchè alcuni non vollero, altri non seppero, stantechè la proposta era inaspettata. Accettatosi dal governo il partito dell'unione, furono tentati al medesimo fine i municipali di Torino. Vi aderirono volentieri. La deliberazione della capitale fu di grandissima importanza, perchè essendo conforme a quella del governo, facilmente tirava con se tutto il paese. Si mandarono commissari nelle province a far gli squittini per l'unione. I popoli non l'intendevano, e certamente ripugnavano. Ma l'autorità del governo, e la presenza dei Francesi facevano chiarire i magistrati in favore. I più sospetti di avversione allo stato presente si scopersero i primi favorevolmente: vescovi, abbati, canonici, preti, frati sottoscrissero la maggior parte per il sì: parve partito vinto generalmente. Mandavansi a Parigi per portar i suffragi Bossi, Botton di Castellamonte, e Sartoris, uomini di celebrato valore, e di gran fama in Piemonte; ma vissuti discordi in Parigi, produssero discordia nella patria loro.

Questa risoluzione del governo, lo scemò di riputazione, perchè il popolo non amava l'imperio dei forestieri; gl'Italiani si adoperavano per farlo vieppiù odioso. Fantoni, poeta celebre, che all'alito delle rivoluzioni sempre si calava, udito di quel moto Piemontese, si era tosto condotto nel paese, e quivi faceva un dimenare incredibile contro il governo, e contro la sua risoluzione, qualificandola di tradimento contro l'Italia. Insomma tanto disse e tanto fece, che fu forza cacciarlo in cittadella. Certamente Fantoni amava molto l'Italia, ma egli era un cervello così fatto, che se fosse stato lasciato fare, il manco che le sarebbe accaduto, fora stato l'andar tutta sottosopra.

La risoluzione di volersi unire a Francia fu, non cagione, ma occasione di un moto più feroce e ridicolo, che nobile e pericoloso nella provincia d'Acqui. Vi si spargevano voci, non già per ispirito Italico, ma per avversione allo stato nuovo, che unirsi a Francia era un perdere la religione, che grandi eserciti marciavano a liberare l'Italia dai Francesi, che in ogni lido seguivano sbarchi di gente nemica a Francia. Rivalta, terra piena d'uomini armigeri, si levava a romore, cacciava il commissario; per poco stette, che non l'uccidesse. Strevi seguitava con maggior furore, ed atterrato l'albero della libertà, ed oltraggiati i municipali, mostrava desiderio di cose nuove. Il comandante d'Acqui, Plaizat, con cencinquanta cacciatori, soldati nuovi ed inesperti, vi andava per frenar quel tumulto, e vi restava ucciso; i soldati disordinati si ritiravano. Vi andava percalmarlo Della Torre, vescovo di Acqui; i paesani lo volevano ammazzare. La ritirata dei soldati Francesi diede animo a quelle popolazioni non consideratrici del pericolo, al quale si mettevano; un medico Porta le instigava, Vigone, Riccaldone Alice, Moirano aiutavano i tumultuosi: una moltitudine disordinata, ed armata in varie e stravaganti forme, s'impadroniva di Acqui e del suo castello; creava a voce di popolo, e fra uno schiamazzo incredibile un intendente, un comandante ed i magistrati municipali. Arrestava i giacobini, ma, ricevuto denaro, gli liberava. Le più strane cose si dicevano da quelle genti ignare ed infiammate. La conquista di tutto il Piemonte, e la cacciata dei francesi pareva loro il manco che potessero fare. Ed ecco, che si ode uno fra di loro più impazzato degli altri gridare, doversi conquistar Alessandria. Porta, aiutato da un Laneri scritturale, scriveva lettere circolari ai comuni, affinchè per raccor gente suonassero campana a martello; onde il sinistro suono si udiva tutto all'intorno. L'arciprete Bruno, che non voleva, che nella sua parrocchia di Montechiaro a tal estremo si venisse, fu barbaramente ucciso da' suoi parrocchiani. Partiva quell'informe ammasso di gente male armata, e peggio disciplinata per all'impresa d'Alessandria. Strada facendo sollevava a romore i comuni; quei, che non si volevano levare, saccheggiava. Nizza della Paglia resistè, come terra più grossa, e non gli lasciava entrare. Comparivano otto in dieci mila sollevati sotto le mura d'Alessandria; il medico Porta precedeva senz'armi in atto di voler venire a parlamento, sperando chesi facesse dentro dal popolo qualche movimento in suo favore. Ma il comandante della piazza, che aveva a tempo avuto notizia del fatto, a ciò esortato dal marchese Colli Alessandrino, capitano di molto valore, mandava fuori quaranta soldati Piemontesi, che primieramente arrestarono Porta; poi con le sciabole tirando di piatto e di taglio, ma più di piatto che di taglio, dissiparono fra breve tutta quella imbelle moltitudine, non assueta alle ordinanze, nè stabile in campagna. Intanto, mentre già l'impresa era perduta, si spargevano liete novelle fra i sollevati in Acqui: che Alessandria fosse presa, la cittadella conquistata, che tutto l'Alessandrino, che tutto il Tortonese in favor loro si muovevano. Suonavano le campane a festa, cantavano l'inno delle grazie: gridavano,viva Acqui, viva Strevi, viva la nostra faccia, e qualche volta,viva il re. Già pareva loro, che il mondo non gli potesse più capire, e si promettevano la mutazione di ogni cosa. Credutisi sicuri mettevano a ruba le case dei gallizzanti, o stimati tali, sotto pretesto di cercar armi nascoste. In questo mezzo, e quando più si persuadevano di essere in possessione della vittoria, un rumor cupo, poscia voci più aperte incominciavano a torre al falso l'apparenza del vero, ed al vero l'apparenza del falso. Chi lo disse il primo, fu messo per la peggiore. In fine, romoreggiando già le armi Francesi e Piemontesi da vicino, la verità si apriva l'adito: allora prevalendo nei sollevati il timore al furore, e vedutosi da loro, che quello non era tempo da aspettare, si sbandarono, non senza però aver dato una seconda mano di sacco alle casedei benestanti, massime degli ebrei. Arrivavano i soldati della repubblica, prima condotti da un Flavigny, comandante d'Asti; poi in numero più grosso da Grouchy. Flavigny incese Strevi; Grouchy accompagnato dall'avvocato Colla, commissario del governo, pose a taglia Acqui; arrestò gl'intinti ed i sospetti: ma non fe' sangue. Porta fu fatto morire col supplizio soldatesco in Alessandria. Mostrossi Grouchy continente; Colla ed Avogadro, cui il governo aveva dato carico di assestar le cose disordinate dalla sollevazione, continentissimi. Flavigny non ebbe risguardo, che Acqui già fosse stato saccheggiato dai sollevati: il suo nome sarà perpetuamente udito con isdegno in quella travagliata città. Così finì la informe abbaruffata degli alti Monferrini; dopo il fatto, tutti dicevano, non esservisi trovati.

Avuto il suffragio dell'unione, e conoscendo il direttorio di Francia, che il governo del Piemonte, per aver perduto la riputazione, gli era divenuto uno stromento inutile, vi mandava Musset con qualità di commissario politico e civile, affinchè ordinasse il paese alla foggia Francese. Arrivato, tutte le ambizioni e di nobili e di plebei si voltavano a lui, ed ei si serviva dei gallizzanti, temeva degl'Italici. Fece i soliti spartimenti del territorio, creò i tribunali, i magistrati distrettuali e municipali, secondo gli ordini usati in Francia. Per riordinar le finanze tanto peggiorate chiamava a se Prina, che molto, ed anche troppo se ne intendeva. S'ingegnava di sopire le passioni accese, perchè era uomo buono, ma l'incendio era troppo grave; già nuovi nembi,che s'ingrossavano verso settentrione, dando nuovi timori, e svegliando nuove speranze, infiammavano viemmaggiormente le passioni già tanto accese.

Così come abbiam raccontato, eran condizionati Napoli e Piemonte. Genova e Milano meglio si mantenevano per aver governi più ordinati, ma più la prima che il secondo, perchè l'amor dell'adulazione verso i forestieri vi era minore. Roma era straziata continuamente da uomini avari, e da importune mutazioni in chi governava. Dappertutto erano, per imprudenza, apparecchiate le occasioni alla tempesta che già si avvicinava ai confini d'Italia.

Le arti, le instigazioni e le offerte dell'Inghilterra, delle quali abbiamo parlato in uno dei precedenti libri, partorivano gli effetti che da loro si erano aspettati, e già tutta Europa novellamente si muoveva a' danni della Francia, e dei nuovi stati ch'ella aveva creato. Aveva l'Austria mandato un forte esercito in Italia, alloggiandolo sulle sponde dell'Adige e della Brenta. Al tempo stesso, maneggiandosi nascostamente, aveva operato che la parte, che nei Grigioni inclinava a suo favore, la chiamasse sotto colore di preservar il paese dall'invasione dei Francesi. Vi aveva pertanto mandato nuovi battaglioni per occupar quelle montagne, per modo che le sue prime guardie si estendevano, da una parte sino ai confini della Svizzera, dall'altra sino a quei della Valtellina. Aveva dato motivo a questa deliberazione dell'imperatore e dei Grigioni l'occupazione fatta dai Francesi della Svizzera, dallaquale potevano facilmente, ove le ostilità si rinnovassero, correre contro il Tirolo, e gli stati ereditari da una parte, contro lo stato Veneto dall'altra. Possente freno a questo disegno pareva che fosse, ed era veramente il paese dei Grigioni, posto, come cittadella naturale, incontro agli Svizzeri, ed a difesa del Tirolo, e che accenna ugualmente in Italia. Omessi i generali vinti, commetteva l'imperatore Francesco il governo militare a pruovati capitani, a Bellegarde nei Grigioni, a Melas in Italia: era con lui Kray, guerriero che si era acquistato buon nome nelle guerre Germaniche, e molto amato dai soldati. In tale guisa l'Austria si preparava alla guerra. Ma il fondamento principale di tutta l'impresa erano i soldati di Paolo imperatore, che, già lasciate le fredde rive del Volga e del Tanai, marciavano alla volta della Germania, ed erano destinati a fare cogli Austriaci uno sforzo contro l'Italia. Conduceva questi soldati tanto strani il maresciallo Suwarow, capitano uso per l'incredibile suo ardimento a rompere piuttosto che a schivare gli ostacoli di guerra. A tutta questa mole, già di per se stessa tanto grave, si aggiungevano le forze marittime dell'Inghilterra, della Russia e della Turchìa, le quali l'Adriatico dominando, ed il Mediterraneo correndo, potevano effettuare sulle coste d'Italia subiti trasporti, e sbarchi, abili a disordinare i disegni dei capitani della repubblica. Nè, come abbiam veduto, era l'Italia sana rispetto ai Francesi, perchè infiniti sdegni vi erano raccolti sì per la contrarietà delle opinioni attinenti allo stato, odalla religione, e sì per le offese recate dal nuovo dominio.

Dall'altro lato era intento del direttorio di far la guerra con tre eserciti, dei quali il primo condotto da Jourdan avesse carico, varcato il Reno, di assaltare la Baviera, che si era accostata alla lega, il secondo governato da Massena negli Svizzeri facesse opera di cacciare gli Austriaci dai Grigioni, d'invadere il Tirolo, e camminando avanti, di dar la mano a Jourdan dall'una parte, dall'altra a Scherer in Italia. Era stato preposto alle genti Italiche il generale Scherer, vincitore di Loano. Questo terzo esercito, spingendosi anch'esso avanti, doveva, passate le Alpi Giulie e Noriche, congiungersi coi due precedenti per conquistare gli stati ereditari, e Vienna capitale. Aveva con se congiunti i Piemontesi ed i Cisalpini. Joubert, che era per lo innanzi generalissimo, e molto capace per l'ingegno, l'ardire, e l'esperienza, di governar questa guerra, amico a Championnet, e, come egli, nemico dei depredatori, scontento a non potergli frenare, aveva chiesto licenza. Il direttorio, che riteneva in tutte le cose le solite sospizioni, temendo di lui, e non ancora ben riavuto dalle buonapartiane apprensioni, molto volentieri gliel'aveva conceduta. La licenza di Joubert fe' cader l'animo agl'Italiani amatori degli stati nuovi, perchè si riposavano con intiera fede nel valore, nell'ingegno, e nell'integrità sua, e più ancora l'amavano, perchè il conoscevano amico all'Italia. Compariva Scherer, non senza Parigino fasto; il che rendeva più notabile la semplicità del vivere di Joubert, e lo squallore dei soldati. Ciòfece anche sospettare, che le opere del peculato avessero peggio che prima, a ricominciare; ognuno stava di mala voglia.

Non ostante le ostili dimostrazioni, la guerra non era ancor rotta fra le due parti, perchè il direttorio prima di risentirsi dell'avvicinarsi dei Russi aspettava che la fortezza di Erebrestein venisse in poter suo. L'Austria stava attendendo, per non trovarsi a combatter sola, mentre poteva combattere accompagnata, che le genti Russe alle sue si congiungessero. Finalmente dopo un lungo assedio, astretto dalla fame, Erebrestein si dava ai repubblicani. Insorse incontanente il direttorio, e mandò dicendo all'imperator d'Alemagna, che se i Russi non fermassero i passi contro Francia, e dagli stati imperiali non retrocedessero, l'avrebbe per segno di guerra: la corte imperiale diè risposte ambigue, e si temporeggiava per dar comodità ai soldati di Paolo di arrivare. Conobbe l'arte il direttorio, e però si determinava del tutto alla guerra, volendo prevenire quello, che l'Austria aspettava. Per la qual cosa Scherer altro non attendeva per dar principio alle ostilità, che l'udire, che Jourdan e Massena avessero fatto il debito loro sul dorso Germanico delle Alpi. Sentite le novelle del passo effettuato sul Reno dal primo, e dello aver combattuto il secondo prosperamente, non senza però sanguinosissime battaglie, nei Grigioni, sperando che Dessoles e Lecourbe con un corpo di repubblicani scendendo dalla Svizzera il seconderebbero di verso la Valtellina, si risolveva a non più porre tempo in mezzo per assaltar il nemico. Erano i due nemici schieratinella seguente guisa: aveva il generalissimo di Francia il suo alloggiamento principale in Mantova, dove aveva adunato gran copia di munizioni sì da guerra, che da bocca. Assicuravano la sua ala sinistra la fortezza di Peschiera, e la destra la città ed il castello di Ferrara. Erano con lui circa cinquanta mila combattenti, fra i quali i reggimenti Cisalpini e Piemontesi. Oltre a questo altre genti Francesi ed alleate occupavano, e guarentivano i passi situati alle spalle tra il Mincio e le Alpi.

Gli Alemanni si erano distesi ad alloggiare in linea parallella all'Adige dalle frontiere del Tirolo Italiano insino a Rovigo; trenta mila combattenti lungo l'Adige, altrettanti sulle sponde della Brenta. Sulla sinistra procurava loro sicurtà la fortezza di Legnago, sul mezzo la città di Verona con tutti i suoi forti: i villaggi di Santa Lucìa e di San Massimo, come antemurali di Verona, erano muniti di trincee e di presidj gagliardi. Quanto alla dritta, che portava maggior pericolo, perchè non vi era fortezza artefatta, e nella sua difesa consisteva l'esito felice di quella guerra, che già manifestamente incominciava ad apparire, conciossiachè, perduti quei luoghi, i Francesi si sarebbero introdotti fra gli stati ereditari e lo stato Veneto, l'aveva Kray fortificata con molte trincee provviste d'artiglierìe nel luogo di Pastrengo presso a Bussolengo. Avevano anche gli Austriaci posto, per facilitare i transiti, e munito quattro ponti sull'Adige, a Parona, a Pescantina, a Pastrengo, ed a Polo. Corpi assai grossi, e distribuiti nei loro alloggiamenti per modo che l'uno potesse facilmenteaccorrere a soccorrer l'altro, guernivano tutti questi luoghi, uno ad Arquà, terra celebre per esser quivi morto il Petrarca, un altro a Bevilacqua, cinque miglia sopra Legnago, un terzo tra Conselve ed Este, un quarto finalmente a Bussolengo.

Credeva il direttorio, avvicinandosi la guerra contro l'Austria, non si poter fidare del gran duca Ferdinando di Toscana, e perciò si era risoluto a cacciarlo da' suoi stati. A questo fine, toccato prima, che avesse dato asilo al papa, e passo ai Napolitani, ed affermato che s'intendesse segretamente coi confederati a' danni della repubblica, Scherer ordinava, che il dominio di Francia s'introducesse in Toscana. Così il direttorio stringeva nelle sue mani tutta l'Italia a quel momento stesso, in cui era vicino a perderla tutta. Partitosi inaspettatamente il generale Gaultier da Bologna, dove aveva le sue stanze, entrava nella felice Toscana, e il dì venticinque di marzo, conducendo con se un grosso corpo di cavallerìa con qualche nervo di fanterìa, e col solito corredo di artiglierìe e di salmerìe, faceva, qual trionfatore, il suo ingresso armato per la porta di San Gallo nella pacifica città di Firenze. Così la sede di civiltà venne occupata da insolite e forestiere soldatesche. I trionfatori disarmavano i soldati Toscani, s'impadronivano delle fortezze, del corpo di guardia del palazzo vecchio, e delle porte. Al tempo medesimo Miollis, assaltata ed occupata Pisa, se ne andava a Livorno, e quivi, disarmate le truppe del gran duca, poneva presidio nei forti, guardie sul porto, mano sui magazziniInglesi e Napolitani. Un Reinhard, commissario del direttorio, recava in sua potestà la somma delle cose, ed ordinava che i magistrati continuassero a fare gli uffizi in nome della repubblica Francese. Disfatto dai repubblicani il governo Toscano, partiva per Vienna con tutta la sua famiglia il gran duca, e gli fu dato facoltà dagli occupatori del suo stato di portar con se parte del mobile del palazzo Pitti, e alcuni capi di pittura e di scoltura notabili. Il caso strano mosse, non tutti, ma parte dei Toscani: piantarono i soliti alberi sulle piazze, fecero discorsi, gridarono libertà. Pure non si fecero tanti schiamazzi, come altrove.

Il dominio dei Francesi in Toscana cominciò da opere spietate. Gli esuli Francesi, o preti o laici che fossero, che sotto il placido dominio di Ferdinando si erano ricoverati, furonne senza remissione cacciati. Restava papa Pio, che vecchio, infermo, ed oramai vicino all'ultimo termine della vita se ne stava assai riposatamente nella Certosa di Firenze. Quest'ultima quiete gli turbarono i repubblicani, sforzandolo a partire alla volta di Parma, poi fin oltre in Francia al tempo stesso della partenza di Ferdinando. Tanto era il timore, che avevano di un'opinione! Partiva il canuto e cadente pontefice, poco conscio di se per l'infermità e per la disgrazia, molto salutato dalle pietose e meste popolazioni. Strada facendo era chiuso nelle fortezze, poi venne serrato in Brianzone, finalmente trasportato in Valenza di Delfinato: quivi concluse nell'esilio una vita, che con tanto apparato di maestà e di potenza avevaincominciato. L'accompagnò sempre lo Spina, che fu poi cardinale, dolce e pietoso officio. Da questo esempio imparino i popoli, quanto siano flusse, e labili queste umane sorti, e che se la libertà può nascere qualche volta dalle guerre, non può mai dal disprezzo delle cose tenute rispettabili per lunga età da popoli intieri.

Ad uno spettacolo compassionevole succedeva uno spettacolo orrendo. I Francesi partiti in tre schiere affrontavano valorosamente il dì ventisei di marzo i Tedeschi sulle sponde dell'Adige. Montrichard con la destra faceva forza d'impadronirsi di Legnago; Victor e Hatry con la mezzana, assaltate le terre di Santa Lucìa e di San Massimo, difese esteriori di Verona, si sforzavano di aprirsi il passo a questa città; Moreau finalmente, con cui militavano Delmas, Grenier e Serrurier, aveva carico di vincere, e questo era il principale sforzo, Pastrengo, e Bussolengo, di passar l'Adige, e di riuscire minaccioso sul fianco di Verona, e degl'imperiali. Ad un punto prese tutte le tre schiere andavano alla fazione loro, e già la battaglia ardeva con molta uccisione per ambe le parti da Legnago fin oltre Bussolengo. Al primo romore delle armi era corso il presidio di Legnago governato dal colonnello Skal ad occupar le mura e la strada coperta; le guardie esteriori già si urtavano coi Francesi, ai quali davano favore i fossi, le siepi, e gli alberi che ingombravano il terreno. Si combatteva con grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi sotto le mura di Legnago, presso Anghiari, ed a San Pietro per alla strada di Mantova. Combatterono irepubblicani felicemente a San Pietro, infelicemente ad Anghiari, con fortuna pari a Legnago; ma la fortezza del luogo sosteneva gli avversarj. Kray, che si era alloggiato con una grossa banda a Bevilacqua, come prima ebbe udito il pericolo, spediva il tenente maresciallo Froelich per soccorrerlo. Urtarono queste genti fresche i Francesi in parecchj luoghi, ma principalmente a San Pietro, dove erano più forti e già vittoriosi, e superata finalmente la forte ed ostinata resistenza loro, gli costrinsero a piegare, ed a ritirarsi oltre Anghiari e Cerea verso il Tartaro. Vinto Montrichard a Legnago con perdita di circa due mila soldati, gli Alemanni si mettevano in punto di perseguitarlo. Ma sopraggiungevano a Kray le novelle, che Victor e Hatry, battute aspramente le terre di Santa Lucia e di San Massimo, si erano impadroniti della prima, e si sforzavano di occupare fermamente la seconda, dalla quale, entrati a viva forza già sette volte, altrettante erano stati risospinti. Restarono feriti in questa ostinata mischia i due generali Austriaci Liptay e Minkwitz. Soprantendeva alla difesa di questi luoghi, e di Verona stessa il tenente maresciallo Keim, buono e valoroso soldato. Così in questa parte stava la battaglia in pendente per l'acquisto di Santa Lucìa dall'un de' lati, e per la conservazione di San Massimo dall'altro. Tuttavia vi si continuava a combattere: un terrore profondo occupava Verona, non sapendo i Veronesi qual fine fosse per avere quel lungo ed aspro combattimento, e molto temendo dei Francesi per le ingiurie antiche e nuove. A questo stato dubbio sotto le mura diVerona s'aggiunse la rotta toccata dalle genti Alemanne sull'ala loro destra, governata dai generali Gottesheim ed Esnitz; il che fece fare nuovi pensieri a Kray, distogliendolo del tutto dal seguitare i repubblicani oltre l'Adige verso Mantova. Era, come abbiam detto, il sito di Pastrengo e Bussolengo munitissimo per molte fortificazioni, che consistevano in ventidue ridotti, in frecce, trincee di campagna, e teste di ponti. Urtarono i Francesi condotti da Delmas e da Grenier, con tanto impeto tutte queste opere, che sebbene gli Austriaci vi si difendessero virilmente, le sforzarono. Il caso fu tanto subito, che questi ultimi non poterono rompere i ponti di Pastrengo e di Polo, per modo che i repubblicani acquistarono facoltà di passar l'Adige, e di correre per la sinistra sua sponda contro Verona, e quella parte degl'imperiali, che aveva le stanze sulla strada verso Vicenza. Al tempo stesso in cui Delmas e Grenier vincevano a Bussolengo, Serrurier più oltre, e più su distendendosi a stanca, aveva cacciato i Tedeschi dai monti di Lazise, in ciò ajutato efficacemente dal capitano di fregata Sibilla, e dal luogotenente Pons colle navi sottili, con le quali custodivano il lago di Garda. Perdettero gli Austriaci in questi fatti cinquemila soldati tra morti e feriti, con mille prigionieri, e sette cannoni. Mentre si combatteva sull'Adige, i Francesi assaltavano Wukassowich sulle frontiere del Tirolo sopra il lago di Garda. Già si erano fatti signori di Lodrone, ed avevano guadagnato molto spazio oltre i laghi d'Iseo e d'Idro. Ma infine vennero in ogni parte respinti, perchè Wukassowichera uomo di valore, conosceva i luoghi, ed in quella proporzione più forza acquistava, che più negli stati ereditarj s'internava. Non così tosto ebbe Kray inteso la rotta della sua ala destra, che, lasciato un presidio sufficiente in Legnago, s'incamminava a presti passi, malgrado della stanchezza de' suoi soldati, a Verona, per preservarla dal gravissimo pericolo che le sovrastava. Vi arrivava il venzette e ventotto, e l'assicurava. Nè contento a questo, mandava Froelich più oltre in ajuto dell'ala sua destra, che pericolava a cagione del passo acquistato dai Francesi sull'Adige. Ma Scherer, forse intimorito per le rotte di Legnago e di Lodrone, se ne ristette, e non fece più alcun movimento d'importanza per usare la vittoria di Bussolengo. I due eserciti stanchi dal lungo combattere, pieni di morti e di feriti, convennero di sospendere le offese un giorno per dar sepoltura ai primi, e cura ai secondi. Continuavano i Francesi in possessione della sinistra riva dell'Adige, ed era forza, o che i Tedeschi ne gli cacciassero, o ch'essi cacciassero i Tedeschi di Verona. Se cadeva Verona, era vinta la guerra pei primi, e Suwarow avrebbe potuto arrivare senza frutto. Se i Francesi erano cacciati dalla riva sinistra, era vinta la guerra per gli Austriaci. Sovrastava adunque agli uni ed agli altri la necessità del combattere, ma più ai repubblicani che ai loro avversarj, perchè se gl'imperiali reggevano contro l'impeto loro insino al giungere dei Russi, ogni probabilità persuadeva, che l'aggiunta di una forza tanto potente renderebbe preponderanti le partite in favor dei confederati.

Adunque alle dieci della mattina del trenta marzo, i Francesi condotti da Serrurier, passato sugli acquistati ponti il fiume in grosso numero, assaltarono Esnitz e Gottesheim, ai quali già si era congiunto con genti fresche Froelich. Un'altra parte di repubblicani condotta da Victor si innoltrava verso i luoghi superiori della valle, ed in Montebaldo verso la Chiusa e Rivole, coll'intento di occupare i monti ai quali si appoggiavano i Tedeschi, e di guadagnare la strada di Vicenza. Avevano i Francesi del Serrurier, assaltando con un impeto grandissimo, guadagnato molto campo, e già insistevano sopra Parona, luogo distante ad un miglio e mezzo da Verona. In questo pericoloso momento, Kray mandava fuori ottomila soldati, e partitigli in tre colonne, gli sospingeva ad urtare i Francesi. La prima gli assaliva dalla parte di Parona, la seconda per la strada del Tirolo verso Rivole, la terza lungo le montagne di Mantico. Ne sorse un combattimento molto fiero, in fin del quale prevalsero gli Austriaci, ed i Francesi pensarono al ritirarsi, non senza qualche dissoluzione nelle ordinanze. In questo fatto per frenare l'impeto del vincitore, e dar campo ai vinti di ritirarsi, prestò opera egregia la cavallerìa Piemontese. Restava che si potesse ripassare a salvamento il fiume; una parte passò; ma Kray, avendo occupato i ponti con la cavallerìa, e rottogli per mezzo dei granatieri di Korber, Fiquelmont e Weber, tagliò la strada ai superstiti, che, deposte le armi, vennero in suo potere. Quasi tutta la parte che era salita ai monti, fu in questa guisa superata e presa. Noveraronoi Francesi mille soldati tra morti e feriti: dodici centinaja venuti sani in poter delle genti imperiali ornarono il trionfo di Kray. Non conquistarono i Tedeschi alcuna artiglierìa, perchè un solo pezzo aveva con se condotto Serrurier. Perdettero gli Austriaci poca gente, sì per le buone mosse ordinate dal generale loro, e sì per l'ardore inestimabile, col quale andarono all'assalto, e che sopraffece in breve tempo il nemico.

Dalle raccontate fazioni si vede, che Scherer aveva con arte lodevole ordinato la battaglia di Verona, ma che fece errore nel non seguitare subitamente l'aura favorevole della fortuna sull'ala sinistra, che era nel primo fatto rimasta vittoriosa; poichè se il giorno medesimo della battaglia, cioè il ventisei, od almeno il ventisette avesse fatto passar il fiume a tutta l'ala medesima, e l'avesse spinta gagliardamente contro il fianco di Verona, se ogni probabilità non inganna, avrebbe rotto Keim, che solo si sarebbe trovato a combattere, ed acquistato la città, innanzi che Kray arrivasse in ajuto con le genti vincitrici di Legnago. Ognuno vede, quali effetti avrebbe partoriti la presa di una città così nobile, e di sito tanto importante, con la sconfitta di due ali degl'imperiali. Non errò dunque Scherer per difetto di arte, ma bensì per mancanza d'ardire tanto più da condannarsi, quanto più quello fu il solo adito, che la fortuna in tutta questa guerra gli abbia aperto alla vittoria. Narrasi, che Moreau lo confortasse al raccontato partito, ma che non vi si volle risolvere.

Risultava dalle due battaglie di Verona, chegli Austriaci passavano l'Adige a portar guerra sulla sua destra sponda. Dal canto suo Scherer si era accampato dietro il Tartaro, tra Villafranca e l'Isola della Scala, attendendo a fortificarsi ed a riordinare i suoi: aveva fermato il suo campo principale a Magnano. Ma le sue condizioni divenivano ogni ora peggiori; perchè il nemico incominciava a romoreggiarli sui fianchi ed alle spalle con truppe armate alla leggiera. Wukassowich, sceso dal Tirolo tra il lago di Garda e l'Iseo, minacciava Brescia, oltrechè il colonnello San Giuliano mandato da Wukassowich aveva spazzato tutto il campo tra la destra dell'Adige ed il lago di Garda, per modo che il navilio, che i Francesi avevano sul lago, era stato costretto a cercar ricovero sotto le mura di Peschiera. Da un'altra parte Klenau, partitosi dall'ala sinistra Austriaca con soldati corridori, era comparso sul Po, aveva messo a romore le due sponde, precipitato in fondo le navi Francesi, e costretto i repubblicani a rifuggirsi o in Ferrara, o in Ostiglia. Si trovava adunque il generalissimo di Francia in grave pericolo, ed aveva tanto più forte cagione di temere, quanto il suo esercito scemato per le perdite fatte nelle giornate precedenti, era divenuto di numero inferiore a quello d'Austria. Oltre a tutto questo non isfuggiva a Scherer, che a Suwarow, ritardato solamente dalle piogge insolite, che avevano fatto gonfiare oltre modo i fiumi ed i torrenti, si accostava: il che avrebbe del tutto fatto prevalere il nemico se prima dell'arrivare del Russo non ristorava la fortuna cadente. Ricordavasi delle antiche vittorie, consideravaesser quei medesimi Francesi, vincitori di tante guerre, avvertiva, quelle terre medesime, sulle quali insisteva essere state poco tempo innanzi testimonio di tante e sì gloriose loro fazioni. Mosso da tutto questo, nè mancando anche d'animo per se medesimo, si risolveva a cimentarsi di nuovo col nemico, sperando che Magnano avrebbe restituito le cose perdute a Verona. Dall'altro lato il generale Austriaco, non fuggendo il tentar la fortuna da se solo, agognava ancor esso la battaglia, perchè non voleva dar tempo al nemico di riordinarsi, e riaversi dall'impressione delle rotte precedenti, nè lasciar raffreddare l'impeto de' suoi tanto più imbaldanziti dalle vittorie recenti, quanto più le avevano acquistate, mentre era ancor fresca la memoria di tante loro sconfitte. Forse ancora Kray nel più interno del suo animo desiderava una nuova battaglia per operare, che per suo mezzo la guerra fosse del tutto vinta innanzi che arrivassero il generalissimo Melas, ed il forte maresciallo di Paolo. Se tale fu il suo pensiero, come è da credersi, e' bisognerà confessare, ch'egli avesse una gran fede in se medesimo, e nissun dubbio della vittoria; perchè se perdeva coi possenti ajuti tanto vicini, avrebbe meritamente incorso molta riprensione per aversi commesso colle sole armi Austriache alla fortuna. Ivano all'affronto i due nemici divisi in tre schiere, il dì cinque aprile. La destra dei repubblicani guidata da Victor e Grenier marciava all'assalto di San Giacomo: la mezzana governata da Montrichard e Hatry, sotto guida suprema di Moreau, doveva sloggiare l'inimicoda' suoi posti tra Villafranca e Verona. La sinistra sotto la condotta di Serrurier aveva il mandato d'impadronirsi di Villafranca e di andarsi approssimando all'Adige. Delmas, soldato animoso, e molto arrischiato, accennava con un po' di antiguardo a Dossobono per fare spalla alla mezzana. Il generale Austriaco col fine di superare il campo di Magnano, e di cacciare i Francesi oltre il Tartaro ed il Mincio, aveva ordinato i suoi per modo che il generale Zopf guidasse la destra, Keim la mezzana, ed il generale Mercatin la sinistra: un antiguardo condotto da Hohenzollern assicurava Zopf, ed un grosso retroguardo di tredici battaglioni sotto guida di Lusignano, non obbligandosi a luogo alcuno, era presto per accorrere ai casi improvvisi, e soccorrere quella parte che inclinasse. Al tempo stesso Kray aveva comandato al presidio di Legnago, che uscisse a percuotere nel fianco destro del nemico, ed a Klenau, che turbasse viemaggiormente le rive del Po. Sorgeva una fierissima battaglia; benchè i Francesi fossero inferiori di numero guadagnavano nondimeno, valorosissimamente combattendo, del campo, e facevano piegar l'inimico. Si vedeva in tutto questo ed il valore solito dei soldati repubblicani, e la perizia dei loro capitani. Serrurier, risospinto prima ferocemente da Villafranca, fatto un nuovo sforzo, e riordinati i suoi, se ne impadroniva. Delmas si spingeva ancor esso avanti; Moreau il seguitava con eguale prudenza e valore. Victor e Grenier sforzavano San Giacomo, e vi si alloggiavano.

Volle Kray rompere Moreau con aver fatto girarun grosso corpo a fine di attaccar il Francese alle spalle, ed al tempo medesimo urtava impetuosamente Delmas. Questa mossa ottimamente pensata poteva trarre a duro partito Moreau, s'ei non fosse stato quell'esperto capitano ch'egli era. Ma risolutosi incontanente su quanto gli restava a fare in sì pericoloso accidente, invece di camminare dirittamente, si voltava con grandissima audacia a destra, ed assaltava sul destro fianco coloro, che disegnavano di assaltarlo alle spalle. Per questa tanto bene ordinata mossa gli Austriaci furono rotti, e fugati verso Verona, a cui si accostavano Delmas e Moreau con le altre due schiere compagne: già il terrore assaliva la città. Pareva in questo punto disperata la battaglia pei Tedeschi: ma Kray ordinava a nove battaglioni del retroguardo, che si spingessero avanti, condotti dal generale Lattermann, ed urtassero il nemico, tre da fronte a sinistra, cinque di fianco. Fu questo urto dato con tanto ordine ed impeto, che i Francesi, svelta per forza la vittoria dalle loro mani, se ne andarono rotti in fuga. Così chi aveva vinto con sommo valore, era stato vinto con pari valore. A questo decisivo passo ordinarono Scherer e Moreau un po' di retroguardo, che loro restava, quest'era l'ultima posta, e mandatolo contro il nemico insultante, non solamente ristoravano la fortuna della battaglia, ma ancora rompevano del tutto la mezzana schiera degl'imperali, e fugavano Keim fin quasi sotto alle mura di Verona. Restava un ultimo rimedio a Kray; quest'erano i restanti battaglioni del retroguardo. Se essi fallivano, la fortuna Austriaca era vinta, ed i trionfidei Francesi ricominciavano su quelle terre già tanto famose per le segnalate fatiche loro. Serraronsi i freschi battaglioni Alemanni, adoperandosi virilmente Lusignano sui Francesi con un incredibile furore. Non piegarono i repubblicani, ma s'arrestarono: nasceva un urtare, un riurtare tale, che pareva che più che uomini tra di loro combattessero. Stette lungo spazio dubbia la vittoria, e già, checchè la fortuna apparecchiasse ad una delle parti, era per ambedue salvo l'onore. Finalmente la tenacità Tedesca prevaleva all'impeto Francese; i repubblicani furono piuttosto che cacciati, svelti dal campo di battaglia. Rotto l'argine, precipitaronsi impetuosamente contro i vinti i vincitori, e ne fecero una strage grandissima. La schiera di Serrurier, che si era conservata intiera, e tuttavia teneva Villafranca, fu costretta a mostrar le spalle al nemico, non senza scompiglio nelle ordinanze, pel caso improvviso, lasciando il fardaggio, le artiglierìe, ed i feriti in poter del vincitore. Non fu fatto fine al perseguitare, se non quando sopraggiunse la notte. Perdettero i repubblicani più di quattromila soldati tra morti e feriti, con tremila prigionieri: rimasero in preda al vincitore diciasette pezzi d'artiglierìa, con salmerìe, munizioni e bagaglie in quantità. Noveraronsi fra i feriti Beaumont, Dalesme, Pigeon e Delmas. Nè fu la vittoria senza sangue per gl'imperiali, perchè desiderarono circa tremila soldati tra uccisi e feriti. Quasi un ugual numero erano venuti come prigionieri in mano dei Francesi, ma la più parte furono riscattati durante la rotta. Mercantin, capitano in molta stima presso gli Austriaci sì pel suo valore, comeper la dolcezza della sua natura, fu tra gli uccisi. Morirono altri uffiziali di grado e di nome, fra i quali il maggiore Voggiasi, che avendo combattuto valorosamente nel precedente fatto di Legnago, si era meritato la croce di Maria Teresa. Durò la battaglia dalle ore sei della mattina sino alle sei della sera. Il valore vi fu uguale da ambe le parti, la vittoria utilissima alle armi imperiali. Spianò Kray col suo valore la strada alle vittorie di Melas e di Suwarow.

Scherer, scemato il numero de' suoi, e scemato altresì l'animo loro per le sconfitte, dopo di aver fatto alcune dimostrazioni, come se volesse fermarsi sul Mincio, si deliberava a ritirarsi sulla sponda destra dell'Adda, per ivi fare opera, se ancora possibil fosse, di arrestar l'inimico, e difendere la capitale della Cisalpina. A questa deliberazione, piuttosto inevitabile che volontaria, dava motivo la grande superiorità del nemico, accresciuto dalle forze Russe per guisa che sommava a sessantamila combattenti, non noverati quei di Wukassowich e di Klenau, che romoreggiavano sui corni estremi, mentre il suo, tolti i pressidj, ch'era obbligato a lasciare in Mantova ed in Peschiera, ed in altre fortezze di minor importanza, non passava i ventimila. La medesima deliberazione rendevano necessaria i progressi fatti, e che tuttavia facevano Wukassowich e Klenau, il primo verso i monti sulla sinistra dei repubblicani, il secondo sulle rive del Po, dove metteva ogni cosa a romore. Si levavano i popoli a calca al suono delle vittorie Tedesche, e dell'arrivo dei Russi, gente strana, eriputata d'invincibile valore, non considerando, se il dominio Austriaco e Russo avesse a mostrare maggiore benignità, che quello che volevano levarsi dal collo. Ma il presente sempre noja i popoli, mentre il futuro gli alletta, perchè giudicano del primo col senso, del secondo coll'immaginazione.

Bene è da condannarsi, che i comandanti Russi ed Austriaci queste mosse popolari in paesi estranei a loro con parole, con iscritti e con fatti suscitassero e fomentassero. Perciocchè nelle sollevazioni dei popoli, e nelle guerre civili ogni più peggior male si contiene, ed ai forestieri; che non possono vincere con le sole armi, l'umanità prescrive che se ne astengano, e che lascino riposare altrui. Le guerre bisogna lasciarle fare a chi ha il carico di farle, non a chi ha il carico di pagarle. Oltre a ciò, siccome gli eventi delle guerre sono sempre dubbj, poco umana cosa è il sollevare i popoli contro coloro, che possono tornare a vendicarsi. Queste sommosse molto ajutavano gl'imperiali, perchè intimorivano gli avversarj, tagliavano le strade, e davano spiatori utilissimi ai nuovi conquistatori. Esse erano più o meno forti, secondo le varie inclinazioni dei luoghi, ma molto romorose nel Polesine e nel Ferrarese. Grandi tempeste ancora si levavano contro i Francesi nel Bresciano e nel Bergamasco: Wukassowich vi trovava molto seguito.


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