Arrivati i Francesi sulle sponde dell'Adda, fiume assai più grosso, e di rive più dirupate che il Mincio e l'Oglio non sono, nel seguente modo vi il alloggiavano. Serrurier con la sinistra custodivale parti superiori del fiume, stanziando a Lecco sul lago, dove aveva una testa di ponte fortificata, a Imbezzago ed a Trezzo. In quest'ultima terra si congiungeva con la battaglia, o mezzana schiera, alla quale erano preposti Victor e Grenier, e che, sprolungandosi a destra, si distendeva sino a Cassano. Possedeva sulla destra del fiume una testa di ponte con trincee munite di artiglierìe, ed oltracciò le artiglierìe del castello dominavano questa parte. Un grosso di cavalleria (perchè essendo Cassano posto sulla strada maestra per a Milano, i repubblicani presumevano che i confederati avrebbero fatto impeto contro di questa terra), stava pronto, alloggiato essendo dietro a Cassano, ad accorrere, ove d'uopo ne fosse. La destra sotto la condotta di Delmas, si sprolungava lungo l'Adda, con assicurare Lodi e Pizzighettone. Quest'era l'alloggiamento preso dai Francesi sulle rive dell'Adda, in cui giudicarono poter arrestare il corso alla fortuna del vincitore. Intanto una grande mutazione si era fatta nel governo supremo dell'esercito. I soldati repubblicani stimandosi invincibili, perchè non soliti ad esser vinti, avevano concetto un grandissimo sdegno contro Scherer, di tutte le loro disgrazie accagionandolo. I meno coraggiosi si erano anche perduti d'animo, e questo sbigottimento di mano in mano si propagava: l'immagine di Francia già s'appresentava alla mente dei più, e quelle terre Italiane diventavano loro odiose. Le subite ed estreme mutazioni dei Francesi davano a temere ai capi per modo, che dubitavano aver presto a contrastare non solamente col nemico, ma ancora conla cattiva disposizione dei propri soldati. Già si mormorava contro Scherer, ed il meno che dicessero di lui, era, che non sapeva la guerra. Certo, essendo tanto declinato del suo credito, ei non poteva più oltre governar con frutto, e la confidenza ed il coraggio dei soldati per nissun altro modo potevano riaccendersi, che con quello di mutar il capo, e di surrogargli un generale amato da loro e famoso per vittorie. Videsi Scherer queste cose, e conformandosi al tempo, rinunziò al grado, con rimetterlo in mano di Moreau, e con pregare il direttorio, che commettesse in luogo di lui la guerra al capitano famoso per le Renane cose. Piacque lo scambio: Scherer, confidate le sorti Francesi al suo successore, se ne partiva alla volta di Francia. I repubblicani intolleranti di disgrazie l'accusarono in varie guise; ma se la disciplina non era buona, ciò dai cattivi esempi precedenti si doveva riconoscere. Quanto alla perizia nell'arte della guerra, non si vede di quale altro fatto si possa biasimare, se non di non aver corso gagliardamente, e senza posa contro Verona nella giornata dei ventisei, quando, rotta l'ala destra Austriaca, si era fatto signore del passo del fiume. Del rimanente il disegno principale di questo stesso fatto dei ventisei, e così quello dell'asprissima battaglia di Magnano, non sono se non da lodarsi, nè la sua ritirata dall'Adige all'Adda in circostanze tanto sinistre mostra un capitano di poco valore: ma l'aver fatto guerra infelice in Italia in memoria tanto fresca di Buonaparte nocque alla sua fama, ed accrebbe l'impazienza dei repubblicani. Da unaltro lato non si debbe defraudare della debita lode Moreau per aver consentito al recarsi in mano il governo di genti vinte, e quando già poca o niuna speranza restava di vincere. Sapeva egli, che il difendere lungo tempo le rive dell'Adda contro un nemico tanto potente, non era possibile: ma andò considerando, che il cedere senza un nuovo esperimento la capitale della Cisalpina, che aveva i suoi soldati congiunti co' suoi, e che era alleata della Francia, gli sarebbe stato di poco onore, ed oltre a ciò voleva, con ottenere qualche indugio, dar tempo al munire di provvisioni le fortezze del Piemonte. In questo mezzo arrivavano alcuni ajuti venuti di Francia, dal Piemonte, e dalla Cisalpina. Per tutto questo deliberossi di voltar il viso al nemico, e di provare se la fortuna fosse più favorevole alla repubblica sulle sponde dell'Adda, che su quelle dell'Adige.Arrivava Suwarow a fronte del nemico, e senza soprastare, si risolveva a combatterlo. Suo pensiero era stato, dappoichè aveva il freno dei collegati, d'insistere sulla destra verso i monti, piuttosto che seguitare il corso del Po, perchè desiderava di disgiungere i Francesi, che combattevano in Italia, da quelli che guerreggiavano nella Svizzera. Per la qual cosa andava radendo le falde dell'Alpi, ed amò meglio tentare il passo del fiume più verso il lago, che verso il Po. Divideva, come i Francesi, i suoi in tre parti: commetteva la prima che marciava a destra al generale Rosemberg, che aveva con se Wukassowich, guidatore dell'antiguardo. Questa parte aveva il carico diaprirsi il varco in qualche luogo vicino al lago. La seconda, cioè la mezzana guidata da Zopf e Ott, doveva far opera di passare in cospetto di Vaprio, e d'impadronirsi di questa terra. Finalmente la terza, che camminava a sinistra, commessa al valore del generalissimo Austriaco Melas, andava porsi a campo a Triviglio contro l'alloggiamento principale dei Francesi a Cassano. Francesi e Russi, nuovi nemici, eccitavano l'attenzion del mondo.Serrurier, dopo di aver combattuto, e respinto con sommo valore i Russi condotti dal principe Bagrazione, che avevano assaltato la testa del ponte di Lecco, aveva, ritirandosi per ordine di Moreau verso il centro, lasciato alcune reliquie di un ponte di piatte rimpetto a Brivio, per cui egli si era trasferito oltre il fiume. La notte dei ventisei aprile Wukassowich di queste reliquie presentemente valendosi, ed avendo riattato il ponte, varcava, e s'insignoriva di Brivio, dove non trovava guardie di sorte alcuna. Nè noi possiamo restar capaci, come in tanta vicinanza del nemico, ed in tanto sospetto di una battaglia imminente, i Francesi non abbiano riguardato questo passo importante con un gagliardo presidio. Passato, correva Wukassowich la vicina contrada, e non trovava vestigia di nemico, se non se ad Agliate, ed a Carate. Ciò non ostante molto pericolava la sua squadra, se le altre non avessero passato nel medesimo tempo. Andava Suwarow accompagnato da Chasteler generale dell'imperator Francesco, capitano audacissimo e di molta sperienza, sopravvedendo i luoghi pertrovar modo di passare all'incontro di Trezzo. Pareva anche agli ufficiali, che soprantendevano l'opera delle piatte, e del passare i fiumi, il varcare impossibile per la rapidità e profondità delle acque, e per la natura rotta e scoscesa delle grotte. Tuttavia non disperava dell'impresa Chasteler; però fatto lavorar sollecitamente i suoi soldati nel trasportar le piatte e le tavole necessarie, tanto s'ingegnò, che alle cinque della mattina del ventisette mandava a pigliar luogo sulla destra un corpo di corridori, che vi si appiattavano, senza che i Francesi se ne accorgessero, e poco poscia passava egli stesso con tutte le genti della mezza schiera armate alla leggiera. Parve cosa strana a Serrurier, il quale, udito del passo conseguito da Wukassowich, marciava per combatterlo, e si trovava a Vaprio. Ma da quell'uomo valente ch'egli era, raccolti subitamente i suoi, anche quelli che erano stati fugati da Trezzo, ingaggiava la battaglia col nemico, non ben ancor sicuro della possessione della destra riva. Piegava al durissimo incontro l'antiguardo dei confederati, e sarebbe stato intieramente sconfitto, se non arrivava subitamente al riscatto con tutta la sua schiera l'Austriaco Ott. Si rinfrescava la battaglia più aspra di prima tra Brivio e Pozzo. Mandava Victor alcuni reggimenti dei più presti in aiuto di Serrurier, il quale valorosissimamente instando, già era in punto di acquistare la vittoria, quando giungevano in soccorso di Ott le genti di Zopf, e facevano inclinar la fortuna in favor degli alleati; perchè dopo un sanguinoso affronto cacciaronoi Francesi da Pozzo, e gli misero in fuga. Un colonnello Austriaco fu morto in questo combattimento, il generale Francese Baker fatto prigione. Ingegnossi Grenier di raccozzare a Vaprio le genti rotte, ma indarno, perchè assaltato dagli Austriaci e Russi fu rotto ancor esso, ed obbligato a ritirarsi frettolosamente. Era accorso Moreau in questo pericoloso punto, ma la sua presenza non valse a ristorare la fortuna della battaglia. Per questa fazione fu Serrurier respinto all'insù, ed intieramente separato dall'altre parti dell'esercito.Mentre nel raccontato modo si combatteva fra le due schiere superiori, Melas più sotto non se n'era stato ozioso. Avevano i Francesi con forti trincee munito una testa di ponte sul canale Ritorto, pel quale avevano l'adito libero sulla riva sinistra. Melas, che sebbene fosse già molto innanzi con gli anni, era nondimeno uomo di gran cuore, assaltava col fiore de' suoi granatieri questa testa di ponte; ma vi trovava un duro intoppo, perchè con estremo valore ostarono i Francesi, ed anzi parecchie volte il ributtarono. Infine dopo molto sangue e molte morti, superava tutti gl'impedimenti, e si rendeva padrone del passo del canale Ritorto. Restava a superarsi, opera molto più difficile, la testa del ponte sull'Adda molto fortificata. Quivi fuvvi il medesimo furore per l'assalto, il medesimo valore per la resistenza. Ma crescevano ad ogni momento i soldati freschi ai confederati, per modo che spingendosi avanti sui cadaveri dei loro compagni, che quasi pareggiavano il parapetto, con le bajonette in canna superaronoil passo, e fecero strage del nemico. Moreau, che in questa orribile mischia si era mescolato coi combattenti, comandava a' suoi, che, abbandonato e rotto il ponte, si ritirassero. Ciò mandarono ad effetto, aspramente seguitati dal nemico. Ebbero comodità di rompere, non tutto, ma solamente una parte del ponte: sulla opposta riva attendevano a riordinarsi. Ristorava prestamente Melas il ponte, ed una nuova, ed ugualmente aspra battaglia ingaggiava coi repubblicani, che animati dalla presenza e dai conforti del loro generalissimo virilmente si difendevano. Ma già la fortuna più poteva che il valore; già tutte le schiere superiori erano o separate, o volte in fuga, e già, oltre la schiera di Melas passata a Cassano, una novella squadra, che aveva varcato a San Gervasio, urtava i Francesi per fianco: già Moreau medesimo era in pericolo di esser preso dai vincitori, che il cingevano d'ogn'intorno.Altro consiglio non gli restava se non quello di partirsi prestamente con tutte le sue genti, lasciando intieramente la vittoria in poter di coloro, che l'avevano acquistata. Ma questa risoluzione non era facile a condursi ad effetto, perchè gli Austriaci vincitori da ogni parte baldanzosamente instavano. Pure pel disperato valore de' suoi soldati, che amavano meglio perdere la vita, che il loro capitano, Moreau si riscattava da quel duro passo, e perduta intieramente la battaglia, e lasciato Milano sicura preda ai confederati, gli parve di condurre a presti passi l'esercito sulla destra sponda del Ticino. Melas e Suwarow si ricongiunsero a Gorgonzola. Da quanto si è fin quiraccontato si vede, che nissuna speranza di salute restava a Serrurier. Fu assaltato dai due corpi riuniti di Rosemberg e di Wukassowich. Si difendeva con un valore degno di lui e de' suoi soldati; e sebbene il combattimento fosse tanto disuguale pel numero, tanto fece, che si condusse intero a Verderia, e quivi affortificatosi con molta prestezza ed arte attendeva a difendersi. Ma essendosi finalmente accorto dal continuo ingrossar del nemico, dell'infelice successo della battaglia sulle altre parti, e tempestando da tutte le bande le artiglierìe nemiche sopra uno spazio assai ristretto, chiese i patti, e gli conseguì molto onorevoli. Gli ufficiali avessero la facoltà di tornarsene sotto fede in Francia, i soldati fossero i primi ad avere gli scambi. Combatterono in questo fatto con molta fede e valore i reggimenti Piemontesi condotti dal generale Fresia. Serrurier e Fresia furono trattati umanamente dai vincitori. Un presidio lasciato in Lecco sotto il colonnello Soyez, imbarcatosi sul lago, e giunto con prospera navigazione a Como, arrivava a salvamento sulle rive del Ticino; difficile, e coraggiosa impresa. Mancarono in questa battaglia di Cassano, che fu una delle più aspre e sanguinose che si siano vedute, dei Francesi meglio di due mila uccisi, ed altrettanti feriti: cinque mila prigioni vennero in poter del vincitore; tra questi Serrurier, Baker e Fresia. Furono scemati gl'imperiali di tre mila soldati o morti, o feriti. Molte armi e bandiere conquistate accrebbero l'allegrezza loro. Più di cento cannoni venuti in poter loro attestarono massimamente la grandezza della vittoria. Errarono, comeè evidente, i Francesi in questa battaglia, prima per aver troppo disteso le ali loro, poi per negligenza nel sopravvedere: il che diè comodità a Wukassovich ed a Chasteler di passare a Brivio ed a Trezzo; del resto combatterono col solito valore. Debbonsi lodare i confederati di un valor pari, di molta destrezza, e di maggior audacia nell'aver passato. Tuttavia, se non era Chasteler, che prestamente accorse in ajuto dei passati con genti fresche, la cosa si sarebbe ridotta dal canto dei confederati in gravissimo pericolo, e probabilmente la loro audacia sarebbe stata stimata temerità.La vittoria di Cassano, che compiva quelle di Verona e di Magnano, e faceva tanto crescere il nome imperiale in Italia, recò in poter degli alleati tutta la Lombardia, ed il Piemonte. In tanta disuguaglianza di forze militari, ajutate dalle inclinazioni dei popoli, non si comprende come i Francesi si siano risoluti a lasciare tanti presidj nelle fortezze dei paesi abbandonati, era evidente, che sarebbero stati costretti a capitolare, atteso massimamente che le più non erano difendevoli lungo tempo. Mantova sola poteva, e doveva guardarsi, perchè abile a sostenersi, e ad aspettare i sussidj di Francia, e quanto portassero i destini da Napoli per opera di Macdonald. Se dopo le rotte di Verona e di Magnano, si fossero chiamati i presidj a congiungersi colla parte principale avrebbero potuto combattere del pari, e tenere in pendente la fortuna. Ma avendo voluto combattere spartitamente, furono anche spartitamente debellati, colpa o di soverchia confidenzain se stessi, o di poca avvertenza dei loro generali.Le genti Russe più affaticate delle Austriache per lungo viaggio, si riposarono dopo la battaglia. Fu perciò commessa la cura a Melas di condurre quelle dell'imperatore Francesco in Milano già vinto prima che occupato. Importava altresì, che un paese Austriaco fosse dagli Austriaci ritornato alla consueta obbedienza. Vivevasi in Milano con grandissima sospensione di animi, perchè i reggitori della repubblica, con tutti gli addetti ed aderenti loro, non avevano altra speranza in tanta mutazione di fortuna, che quella di salvarsi esulando in Francia. I partigiani del governo antico sollevavano gli animi a grandi speranze, e si promettevano nella depressione altrui l'esaltazione propria. Ognuno pensava od a fuggire la tempesta che sovrastava, od a farla fruttificare in suo pro. Gli amatori del governo imperiale buoni compassionavano i repubblicani, stimandogli piuttosto fanatici che malvagi, i cattivi gli volevano perseguitare, i pessimi denunziare, i profligati calunniare. Questi umori covavano. Era un gran fatto, che la sede di una repubblica riconosciuta dalla maggior parte dei potentati d'Europa, e che poc'anzi pareva, a tanti gloriosi gesti, ed alla forza dei Francesi appoggiandosi, che fosse per durare molti secoli, ora con tanto precipizio cadesse, ed al nulla si riducesse. Il pensare da una parte agli ordinamenti sì civili che militari, che vi regnavano, alle pompe che vi si spiegavano, ai discorsi che vi si facevano, agli scritti che vi si pubblicavano, ai trionfi che vi si menavano, alle imprese ed alla militaregloria di Buonaparte che vi risplendevano; dall'altra alla sembianza, ch'ella, non che fra pochi dì, fra poche ore avrebbe, dee soprapprendere con maraviglia e con istupore qualunque uomo, anche di quelli che più sono avvezzi a considerare queste umane vicissitudini. Sapevano i capi della repubblica, quale ruina sovrastasse, ma le cattive novelle si celavano al volgo, ed inorpellate cose si dicevano, ora di vittorie francesi, ora di alloggiamenti insuperabili da loro fatti, ora di fiumi impossibili a varcarsi, ora di mosse maestrevoli e sicure eseguite dai repubblicani, ora di una apprestata per arte, e prossima ruina di tutte le genti imperiali: questa fama nutricavano diligentemente, e con ogni studio. Con questo falso corrompevano il vero; i popoli si confondevano. In su questo, ecco arrivare a porta Orientale dalla parte di Cassano soldati repubblicani alla sbandata, carri di feriti, fastelli di munizioni e di bagaglie, armi sanguinose, ogni cosa retrograda. Principiava il popolo a fare discorsi ed adunanze; la sera cresceva il terrore degli uni, l'ansietà degli altri. Partivano; scortati da qualche squadra di cavalleria alla volta di Torino i direttori della repubblica Marescalchi, Sopransi, Vertemati-Franchi, e con loro quasi tutti coloro, che, o nei gradi fossero, o no, avevano maggiormente partecipato del governo repubblicano. Portò il direttorio con se denaro del pubblico, di cui una parte mandava a Novara: venne poco dopo in poter degli alleati. Rimase in Lombardìa Adelasio, uno dei quinqueviri, avendo trovato grazia appresso agl'imperiali per aver loro svelato i depositi dei denari,e degli archivj della repubblica. Degli altri repubblicani Italiani che fuggivano, e con loro le donne ed i figliuoli, che erano uno spettacolo compassionevole, i più se ne partivano poveri, perchè ai ladronecci avendo mostrato piuttosto sdegno che imitazione, potevano meglio essere accusati d'illusione che di vizj. Nè il duro dominio, di cui erano stati testimonj e vittime, nè le Tedesche grida che loro suonavano alle terga, gli svegliavano dal lusinghevole sonno; che anzi varcando miseri, esuli, e squallidi le Alpi durissime, andavano ancora sognando la loro felice repubblica, sì forte era la malattia, che gli occupava. Quanto a quelli che non avevano sognato, le stesse Alpi in cocchi dorati coi depredatori della patria loro varcavano.Arrivava il vincitore Melas il dì ventotto aprile in cospetto della città. Gli andavano all'incontro sino a Cressenzano, l'arcivescovo, ed i municipali. Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla, e con lietissime grida salutandolo. Udivansi le voci:Viva la religione, viva l'imperatore Francesco secondo. Cresceva ad ogni momento la calca; pareva, che tutta la città si versasse a vedere, ed a salutare i soldati, e le insegne dell'antico signore. La sera si accesero i lumi alle case, si fecero cantate, balli, fuochi d'allegrezza: dimostrazioni tutte, che si erano fatte per lo innanzi ad ogni novella di rotte Austriache. La bontà del popolo Milanese risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria, nè minaccia ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono lepersecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il palazzo del duca Serbelloni. Per frenar il furore di quest'uomini facinorosi in paese tanto riputato per la dolcezza degli abitatori, l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo ad astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze e persecuzioni l'allegrezza comune. Avvisava inoltre, che chi non obbedisse, sarebbe castigato. Volendo Melas, ed il commissario imperiale Cocastelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano, che al governo solo s'apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse vendette private, o turbasse il pubblico, sarebbe senza remissione punito militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le intemperanze popolari. Solo, poco tempo dopo, si udì il mal suono, che erano stati arrestati alcuni dei capi dello stato repubblicano, che poi si mandarono carcerati alle bocche di Cattaro. Fu questa, non so se cautela o castigo, cagione di grave dolore e terrore, perchè i presi erano uomini ragguardevoli per dottrina e per virtù. Si sentiva tosto un'altra voce sinistra, che le cedole del banco di Vienna avessero a spendersi come contante: parve enorme in quel fiorito paese, in cui era ignota la peste delle carte pecuniarie. Incominciossi a temere delle persone e degli averi: ciò contaminava l'allegrezza recente. Arrivava intanto Suwarow; il guardavano come un nuovo uomo: disse all'arcivescovo, essere venuto a rimettere la religione in fiore, il papa in seggio, i sovrani in onore. Si maravigliavanoi popoli a tanto amor del papa: si taceva che fosse scismatico. Soggiunse ai municipali venuti a fargli riverenza, che gli vedeva volentieri; che solo desiderava, che come suonavano le parole loro, così avessero i sentimenti. Dal che si vede, che Suwarow vecchio se ne intendeva.Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse il procedere dell'avversario: quest'erano, o di premere a destra per disgiungere i Francesi d'Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare sulla stanca, passando il Po, per impedire la congiunzione di Macdonald con Moreau. Sulle prime, non ben certo della risoluzione del generale di Francia, accennava all'una parte ed all'altra, mandando dall'un lato Wukassowich grosso ad invadere il Novarese ed il Vercellese, dall'altro Rosemberg, grosso ancor esso a romoreggiare sul Vogherese. Così aspettava a pigliare deliberazioni più risolute, secondo che insegnassero gli andamenti del nemico.Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila combattenti, aveva considerato, che senza pericolo di estrema ruina, non poteva starsi a difendere la fronte del Ticino, siccome quella che era troppo estesa, e non corroborata da alcuna fortezza. Pertanto si era risoluto ad abbandonarla, portandosi più indietro. Ma a quale parte gli convenisse condursi, stava in dubbio; perchè o doveva ancor egli pensare al tenersi accosto all'Alpi per consentire con Massena, che continuava a combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po per dar la mano a Macdonald, al quale avevamandato ordine, che da Napoli partendo, e prestamente viaggiando venisse a congiungersi con esso lui sulle sponde della Trebbia. Elesse questo secondo partito, nè perchè non si sia deliberato a condursi direttamente a Genova, passando il Po tra Pavia e Voghera, a noi non appare, se forse non fu per dar animo con la sua propinquità ai comandanti delle fortezze assediate di sostentarsi. Per la qual cosa visitato Torino, e quivi informatosi diligentemente, se le strade da Genova a Piacenza fossero praticabili per le artiglierìe, nè temendo di essere seguitato così presto, perchè i grossi torrenti del Canavese si erano per le pioggie smisurate gonfiati strabocchevolmente dietro a lui, e le strade ne erano soffocate, conduceva l'esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un sito molto forte. L'ala sua destra era assicurata da Alessandria e dal Tanaro, la sinistra da Valenza e dal Po. Per tal modo non abbandonava del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini. Per la quale deliberazione del capitano di Francia fu necessitato Suwarow a fermare la guerra tra la destra del Po, e la catena di quei monti. Erano cinte d'assedio dagli alleati Peschiera, Pizzighettone, il castello di Milano, e Mantova. Ma non indugiarono lungo tempo ad arrendersi Peschiera ed il castello, fatto leggiere difese; Pizzighettone si tenne più lungamente, infine un caso fortuito di una conserva di polvere, che accesa da una bomba, aveva intronato tutta la terra, diè causa di dedizione ai difensori. Rimanevano in favor dei Francesi Mantova, intorno alla quale, siccomepiazza di maggiore importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnato le fortezze conquistate, e fatti arditi dalle sollevazioni dei popoli in loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza da quel forte nido, in cui si era ricoverato. Ma credendo, che egli fosse più debole, o i Francesi più perduti d'animo, in vece di andar all'incontro con forze grosse ed unite per venirne ad una battaglia giusta, giudicarono di poterlo snidare con dimostrazioni parziali, e con romoreggiarli all'intorno. Passarono i confederati, massimamente Russi, il dì undici maggio, il Po a Bassignana; i Francesi, essendo andati ad urtargli, gli ruppero, e tuffarono nel fiume. Ripassaronlo più grossi il giorno seguente, ed assaltarono virilmente i repubblicani; ma essi più virilmente ancora resistendo, rimasero superiori, ed uccisero gran numero d'imperiali; i superstiti cacciarono nel fiume. Nè quale utilità avessero questi assalti particolari, io non lo so vedere, perciocchè, quando puoi vincere con tutte le forze, non ti devi mettere a pericolo di perdere con una parte. Dall'altro lato Keim, acquistato Pizzighettone, era venuto ad ingrossare Rosemberg sulla destra del Po, e fatto forza contro Tortona, facilmente la recava in suo potere, essendosi i Francesi ritirati nel forte. Tentata invano l'ala sinistra di Moreau, avvisarono i confederati di far pruova, se minacciando sulla destra, il potessero sforzare alla ritirata. A questo fine si appresentarono molto grossi a San Giuliano, che accenna a Marengo,luogo vicino ad Alessandria. Ma Moreau, che conosceva l'arte, ed aveva penetrato l'intento del nemico, ricusava il combattere, difendendosi con la fortezza degli alloggiamenti. Ciò fu cagione, che Suwarow pensasse a fare il principale sforzo della guerra sulla sinistra del Po. Della qual cosa accortosi il generale di Francia, usciva, traversata la Bormida, dal suo campo, ed assaltava con impeto grandissimo Keim e Froelich, che avevano le stanze a San Giuliano, ed obbedivano a Lusignano. S'ingaggiava una battaglia molto viva, traendo i Francesi a scaglia, e caricando con la cavallerìa. Avrebbero anche vinto quella pugna, se per caso fortuito non sopraggiungeva con genti fresche Bagrazione, che entrando nella battaglia nel momento, in cui già i confederati piegavano, gli sostenne, ed obbligò Moreau a tirarsi indietro. Ritirossi infatti, ma intiero e minaccioso, tornando nel suo sicuro alloggiamento fra i due fiumi. Fu sanguinosa la zuffa da ambe le parti, ed ambedue si attribuirono la vittoria. Così Moreau dimostrava, che era ancor vivo, e che gl'infortunj presenti non gli avevano tolto nè la mente, nè la fortezza d'animo.Oramai la guerra, che gli romoreggiava tutto all'intorno, lo sforzava a far nuove deliberazioni. Wukassowich, accompagnato da un principe di Roano, conquistato il Vercellese, si era fatto avanti sino alle prime terre del Canavese, e tutto vi metteva a romore. Keim ancor egli tempestava sulla destra del Po, per modo che il generale Francese si trovava spuntato da ambi i lati. Oltre a ciò i popoli del Canavese, condotti da preti efrati si erano levati a calca contro i repubblicani. Mondovì parimente si muoveva contro di loro; Fossano e Cherasco il seguitavano. Ceva incitata da un ufficiale Tedesco di singolare audacia, prese le armi, tumultuava. Alba si sommuoveva, e creato il suo vescovo Pio Vitale, comandante delle armi, si avventava contro i Francesi ed i democrati del paese. Si commisero sotto l'imperio del vescovo atti di grande crudeltà. Asti stesso tanto vicino al campo di Moreau, invaso da contadini armati, e stimolati da alcuni curati, di cui avevano le lettere, vide saccheggiarsi il palazzo municipale, e la chiesa del Carmine da questa plebe sfrenata, che gridavaviva la fede,viva San Secondo! Il presidio Francese non penò poco a cacciargli: pure finalmente gli cacciò, uccidendone un centinajo. Poi venne il generale Meusnier saccheggiando il paese per punirgli, e ne fece per giudizj militari uccidere un altro centinajo. I compagni gli gridavano martiri. Le terre Astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau. Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle di Tenda, e per la valle dell'Argentera. Mandava una grossa banda a castigare Mondovì; come i sollevati a niuna cosa avevano perdonato, che fosse, o paresse, o si supponesse a loro contraria, nemmeno alle donne di coloro che chiamavano a morte, perciocchè crudelmente le svillaneggiavanoe stupravano; così i repubblicani parimente a niuna cosa perdonarono, non salvando nemmeno l'onestà dei monasterj delle donne. Preti e frati, capi delle sommosse, dopo di aver ucciso crudelmente i repubblicani, furono essi medesimi uccisi soldatescamente dai repubblicani. In mezzo a questi atroci accidenti, di cui ambe le parti si rendevano ree, Buronzo del Signore, arcivescovo di Torino, mandava fuori, a petizione di Musset, commissario di Francia, lettere pastorali lodatrici del governo repubblicano, e pareggiatrici delle sue massime a quelle del Vangelo. Poi crescendo vieppiù la rabbia dei popoli, pubblicava una pastorale esortatoria, in cui molto amorevolmente citando frequenti passi delle sacre scritture, confortava i popoli a quietare, e ad obbedire ai magistrati. Questi erano veri ufficj di pastore delle anime; ma la rabbia, e la concitazione degli altri cherici erano più potenti delle amorevoli esortazioni dell'arcivescovo: dicevano, che le faceva per forza, e forse era vero; altri il chiamavano giacobino. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di genti, sul destro dorso degli Apennini.Partiti i Francesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte, che Moreau passando per Torino aveva creato di quattro persone, Pelisseri, Russignoli, Capriata e Geymet, in surrogazione di Musset tornatosi in su quei primi romori, in Francia, andasse a far capo in Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate da popoli quieti e nemici di ogni scandalo,davano un adito sicuro a ripararsi in Francia. Quivi concorrevano tutti i Piemontesi, ed altri Italiani, che avevano più speranza nella fuga, che nella benignità del vincitore. Le cose erano disperate: pure quest'uomini ingannati dalle solite fantasime, con grandissima acerbità sdegnati minacciavano ancora i nemici, ed incitavano i popoli ad armarsi in sostegno della repubblica. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora l'amore del sacco, e gli odj privati producevano questi effetti. Sorse ad accrescergli un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue stanze di Voghera, il quale con parole aspre e minatorie spiegava le intenzioni imperiali: che gli eserciti vincitori mandati dall'Austria e dalla Russia in nome del legittimo sovrano del Piemonte verso il Piemonte volgevano il passo; che venivano per rimettere il re sul trono de' suoi augusti antenati, del quale per la perfidia loro l'avevano i suoi nemici detruso; che venivano, perchè la religione trionfasse, perchè il Piemonte da quel duro e tirannico giogo, al quale da' suoi oppressori era stato posto, si liberasse, perchè il mal costume, che essi in tutti i cuori andavano seminando, si spegnesse; che sapevano quale amore, quale fedeltà i Piemontesi portassero all'augusta casa di Savoja, la quale da tanti secoli con tanta gloria e sapienza gli aveva governati; gli esortavano pertanto ad armarsi per una causa nell'esito felice della quale tutta la felicità loro consisteva: pensassero ai loroantenati, quelle armi in mano di nuovo si recassero, che erano state sì spesso vittoriose contro il comune nemico; accorressero sotto le insegne dell'esercito vittorioso, ch'egli reggeva, si unissero, e sarebbero gl'impostori, che per opprimergli gli avevano ingannati, cacciati per sempre dalle terre loro; che alle armi gl'invitava solo pel sostegno della religione; che alle medesime gl'invitava solo per la conservazione delle proprietà: che i due imperatori, ed ei per loro, promettevano protezione, ed assistenza ai fedeli, perdono al deboli, castigo ai scellerati. Si armassero adunque, concludeva, si armassero, ed alle genti imperiali si accostassero: pensassero, quanto fosse pietoso il liberare il Piemonte dalla tirannide acerbissima dei giacobini; ciò da loro richiedere l'onore, ciò richiedere il dovere; non gli rattenessero le false promesse: solo valere il giuramento antico, non quello prestato ad un governo iniquo; le sublimi virtù dei due imperatori abbastanza dimostrare, che la fede sua nel promettere o benignità o castigo, viverebbe santa ed inviolata.Queste parole atterrivano maravigliosamente gli uomini avversi, perchè sapevano, che Suwarow era uomo capace di fare più che non diceva. Dall'altro lato le genti stimolate si sollevavano: atroci fatti seguitavano parole incitatrici. Carmagnola, città vicina a Torino, si levava a romore, ed ammazzava i repubblicani che viaggiavano alla spicciolata: i repubblicani accorsi armatamente da Pinerolo ammazzavano i Carmagnolesi, ardevano le case loro, e davano inesorabilmente a morte i frati, autori della sommossa. Queste cose succedevanoa ostro di Torino: a tramontana delle peggiori. Il Canavese, provincia dotata di popoli armigeri e fieri, vieppiù s'infiammava; vi sorgevano opere, parte da commedia, parte da tragedia. Un antico ufficiale in riposo d'Austria, che Branda-Lucioni aveva nome, giudicando che quello fosse tempo da prevalersene, si era fatto capo di villani armati, e già aveva corso sollevando, e depredando il Novarese ed il Vercellese, quando fermatosi in Canavese, pose la sua sede in Chivasso. Le turbe agresti che il seguitavano, erano andate, strada facendo, ingrossandosi: le chiamava masse cristiane. Questo Branda con le sue masse, quando arrivava in una terra, prima cosa, atterrava l'albero della libertà, e piantava in suo luogo una croce: quivi poscia s'inginocchiava, e stava un pezzo orando. Poi trovava il paroco, e si confessava e comunicava. Nè dimenticava la cura del corpo; perchè si dava al desinare, ed usava anche del vino immoderatamente: la massa cristiana vedeva spesso andar a onde il buon uomo. Nè gli importava, che due più che una volta le medesime cose nello stesso giorno facesse, perchè quanti villaggi visitava, tante le ripeteva. S'informava, se nella terra fossero giacobini, ed avveniva, che i giacobini erano sempre i più ricchi: erano messi o a taglia o a ruba. Chi non pagava, predato o carcerato, ma il pagar la taglia mezzo sicuro di riscatto. Due cappuccini aveva per segretari: preti, curati e frati l'accompagnavano con forche, picche, pistole e crocifissi. Frati erano d'ogni sorta e di ogni colore, ed armati in varie e strane guise: un curato accinto di pistole assai ben grosse,custodiva il passo della Stura. I villani seguitando facevano gesti e schiamazzi, parte ridicoli, parte tremendi. Il terrore dominava il Canavese. Non solo chi aveva opinione contraria, ma chi aveva o lite, o interesse contrario con alcuno di quest'uomini fanatici, era chiamato a strazi, a prigionìa, ed a morte. Nè preservava l'età, o la virtù, o l'innocenza; tutti erano da un incomposto furore lacerati. Sonsi vedute donne tratte, per opinioni o vere o supposte, alle ingiurie estreme da uomini sceleratissimi: sonsi veduti magistrati rispettabili legati con corde, e svillaneggiati con ogni obbrobrio da uomini facinorosi, che avevano anticamente, e sotto il governo regio chiamati a giustizia per commessi delitti: sonsi veduti vecchi infermi, o scempiati da queste masse furibonde, o fuggenti con istento la cieca rabbia, che gli perseguitava. Le matte cose, che questo Branda dava a credere alle sue masse, sono piuttosto di un altro mondo, che di questo; perchè diceva, che con bastoni e con pali avrebbe preso la cittadella di Torino, ed elle se lo credevano; che avrebbe preso Francia, e se lo credevano; che Gesù Cristo gli compariva, e se lo credevano; e preti e frati applaudivano, e più applaudivano, nelle meriggiane ore, che nelle mattutine. Credo, che scena simile a questa non sia stata al mondo mai. Intanto il buon uomo si prendeva le taglie, ed attendeva al vino. Infine, prima i preti timorosi, poi i villani sospettosi incominciarono a subodorar l'umore, e diedero mano al mormorare. Brevemente, vedendosi scoperto, si cansò, e temendo, che i generali Russi o Tedeschi, ai quali non piacevanole opere nefande, gli dessero premio secondo i meriti, andava domandando attestati di ben servito a questo ed a quello, massime ai preti: alcuni gliene diedero, o per compassione o per timore; i più gli ricusarono. Il vescovo, e la città di Novara sdegnosamente glieli negarono, fu posto pe' suoi portamenti in carcere a Milano, e vi stette tre mesi. Durerà lungo tempo la memoria di questo Branda in Canavese, come caso di credulità sciocca, e di furore pazzo. Ai tempi che seguirono, e quando i repubblicani tornarono in Piemonte, prevalse fra di loro l'uso, che chi parteggiava, o fosse creduto parteggiare pel governo regio, Branda da questo lepido capo si chiamasse. Intanto le masse sollevate continuavano, nè furono sciolte, se non quando i confederati, fatti più sicuri dalle vittorie, giudicarono, i moti composti essere migliori degl'incomposti.Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornar all'antica obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierìe e delle munizioni, che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza delle genti, che gli restavano, lasciar in Torino un presidio sufficiente, e dalla guarnigione della cittadella in fuori non vi era forza che potesse preservar la città quantunque fosse cinta di mura forti, ed ordinate, secondo l'arte, a difesa. Ad un recinto tanto largo appena avrebbe potutobastare contro l'oppugnazione tutto l'esercito, che il generale di Francia aveva condotto oltre i sommi gioghi dei monti. Solo vi era dentro una guardia cittadina, che prima urbana, poscia nazionale chiamata, ed avendo oggimai a noja e le mutazioni e le guerre, e le grida di questo o di quello, intendeva solamente a conservare intatte le proprietà e le persone. Arrivava Wukassowich con genti regolari, e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva Fiorella, volersi difendere. L'Austriaco, occupato il monte dei Cappuccini, che dalla riva opposta del Po sopraggiudica la città, e piantatevi alcune artiglierìe, non grosse, ma da guerra sciolta, principiava da quel luogo rilevato a dar la batterìa; rispondevano, ma debolmente le artiglierìe della mura. Non facendo frutto con le palle, provò le bombe, perchè sapeva, che si resisteva piuttosto pel difetto delle armi, e delle genti necessarie ad espugnare, che per la sufficenza del presidio. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po; il che fra quello strepito di artiglierìe accrebbe molto il terrore; già le menti commosse credevano approssimarsi l'estremo sterminio. In questo punto la guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di Wukassovich; gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe informi di Branda-Lucioni. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i pochi soldati repubblicani, che alloggiavano in città, dei quali alcuni furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in poter di Francia, ma non era ancora del tutto in poter d'Austria, perchè su quel primo giungerele turbe contadinesche dominavano. Per primo fatto, ed in sul bell'entrare uccisero un Ghiliossi, ufficiale d'artiglierìa molto riputato, il quale, quantunque fosse in voce di amare il governo nuovo, si era mescolato, certo molto imprudentemente, coi circostanti per vedere passare quegli uomini arrabbiati. Scoperto,oh,ecco un giacobino, dissero, e tosto l'ammazzarono. Il suo cadavere fu lasciato giacere nel sangue lungo tempo, e ad esso con gli scherni e con gl'impropreri insultavano. Le feroci masse ebbre di rabbia e di vino, correvano le contrade, riempiendo l'aria di grida orribili; si promettevano il sacco. Un cavaliere Derossi, colla spada nuda in mano, gli guidava ed animava, e correndo con loro gridava, e faceva che gridasseroViva il re,viva la casa di Savoja,muojano i giacobini. In mezzo a queste grida la moltitudine sfrenata dava il sacco alle case Ferrero e Miroglio, ed al caffè di Scanz, a quelle come di giacobini, a questo per non so quale insegna repubblicana. Derossi faceva minacce a chi affacciatosi alle finestre, non gridasse:Viva il re.Mangiari di ogni sorta, e fiaschi di vino si calavano continuamente e so dire, molto volentieri, dalle finestre, perchè non era tempo da esitare. I villani gridavano senza posa,muojano i giacobini!dove sono questi giacobini?che ci si diano qua:che stiam facendo,che non gli ammazziamo tutti? Giacobini e non giacobini si nascondevano, perchè sapevano, qual discernimento abbia in simili casi il volgo. Insomma Torino pieno di spavento aspettava qualche gran ruina, e se i confederati non fosserostati presti ad accorrere, ed a frenare quegli uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che si temevano. Premevano gli animi di tutti i pensieri delle cose presenti e future.Quando i tumulti, che avevano conquassato il Piemonte, alcun poco restarono, entrava a guisa di trionfatore il generalissimo Suwarow. Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Fu ammesso molto volentieri al bacio della pace, ed alla celebrazione dei divini misteri dall'arcivescovo Buronzo, il quale, dopo di aver lodato alcuni giorni prima la repubblica, ora chiamava nelle sue nuove pastorali il generale Russo, inviato del Signore, novello Ciro. Nè si oppose al vedere certe immagini, che si andavano vendendo, e che il volgo ignaro osservava maravigliando, nelle quali la Russia, l'Austria e la Turchia erano rappresentate con gli attribuiti della Santissima Trinità. Queste cose io narro bene a mala voglia; pure son costretto a narrarle per amor della verità, e perchè i nostri nipoti sappiano, quanto noi siamo stati pazzi.Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le artiglierìe; i confederati traevano contro di lui: era vicino un altro sterminio; i miseri Torinesi tra Francesi, Russi, Austriaci, repubblicani, regj, dalle paure e dai dolori non potevano respirare. Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne andava in sobbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella dalla parte della città, ed i Francesinon infesterebbero la città dalla cittadella. Era Suwarow continuamente veduto, e corteggiato dai nobili; i più savi consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba, massime in queste faccende di stato, più volentieri udiva i primi che i secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo le parzialità del luogo, o i desiderj dì vendetta. Gli pareva, sebbene fosse venuto dall'Orsa, che fosse oggimai tempo di riordinare lo stato, piuttosto che di alterarlo con le acerbità, che generano nuove nimicizie e nuovi sdegni. Chiamava a se il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava carico di riordinare i reggimenti del re. Il marchese con un acconcio manifesto esortava i soldati Piemontesi a tornare sotto le antiche insegne, promettendo, che si sarebbero perdonate le trasgressioni, e si aprirebbe volentieri il grembo a tutti gli sviati, che per le difficoltà dei tempi si erano voltati a servire ai governi nuovi, e che prontamente si rimettessero nell'obbedienza: a queste parole senza tardità i soldati si raccoglievano. Poi Suwarow consigliandosi col marchese medesimo, e con gli altri capi del governo regio creava, per dar forma alle cose sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino al ritorno del re. Riputando poi a proposito di lui il dare la potestà ai più affezionati, vi chiamava il marchese, i capi delle tre segreterìe, i primi presidenti del senato e della camera dei conti, l'avvocato, ed il procurator generale, l'intendente generale delle finanze,il contador generale, ed il reggente il controllo generale; voleva, che i magistrati antichi riprendessero gli uffizi; ordinava, che il consiglio supremo fra le leggi emanate dopo la partenza del re, scegliesse quelle che si dovessero conservare. Grave peso era addossato al consiglio: le cose scomposte oltre ogni credere, massimamente le finanze. Oltre la voragine della guerra, e le molestie, le fraudi, e le rapine degli amministratori degli eserciti Russo ed Austriaco, certamente non più continenti dei repubblicani, quei biglietti di credito laceravano lo stato. Per liberarsene, decretava che si spendessero, e nei pagamenti si accettassero, non a valor di segno nè di editto, ma a valor di cambio, deliberazione giusta in se rispetto ai particolari tra di loro, non rispetto al governo. Parve decreto enorme: gravi risentimenti aveva prodotto la legge precedente, che aveva scemato dei due terzi il valore dei biglietti, ma questa del consiglio, sancita, come si disse, a petizione del conte Balbo, soprantendente le finanze, del valore che solo valessero a valor di cambio, ne partorì dei più gravi. Oltrechè i possessori si trovarono offesi della differenza tra il valore edittale, e quel di cambio, la legge del governo istituito dai Francesi aveva offeso solamente gl'interessi privati, mentre questa offendeva gl'interessi privati ed il buon costume, ed aperse la porta ad abusi innumerabili; imperciocchè s'incominciò a far disegni, ed a negoziare sull'aggio, pessima corruttela dello stato sociale. Grande difficoltà era pure nel provvedere le vettovaglie necessarie alle popolazioni paesane, ed atante genti forestiere; perchè la vernata essendo stata molto aspra, vi era estrema carestia; e siccome i più forti erano i primi a procacciarsele, così i vincitori, che si chiamavano amici ed alleati, se ne vivevano largamente, mentre gli uomini del paese pativano all'estremo dei cibi necessarj, ed erano tormentati dalle ultime necessità; alcuni se ne morirono di fame. I vincitori pascevano i cavalli coi granelli della saggina o sia meliga, che è il principal cibo dei contadini del paese, ed i Piemontesi affamati ne domandavano invano. Furon visti uomini costretti dalla estrema fame razzolare, crudo ed insolito spettacolo in Piemonte, nello stallatico dei cavalli, e pascersi dei granelli superstiti, miserabili reliquie. A questo si aggiungeva, che se i villani frenati dai capitani, avevano cessato, sebbene non intieramente, dal sacco e dalle persecuzioni, i Cosacchi, i Panduri, e non so qual altra peste di questa sorte, avevano principiato a far da loro. La parzialità pei Francesi era il pretesto, la cupidigia la cagione, la violenza il mezzo, il furto il fine. I Piemontesi non erano sicuri nè in casa, nè fuori; le case andavano in preda, o per forza o per inganno; le ingiurie per le strade, ed anche per le contrade della real Torino si moltiplicavano; varie erano le forme: alcuni rapivano gli orologi di tasca, dicendo,Jacob, Jacob, come dir giacobino; e gli rapivano ai giacobini, ed ai non giacobini ugualmente. Toccavano altri i capelli, credendo, che i giacobini gli avessero mozzi, e se venivano, gridavanoJacob, Jacob, e mettevano l'uomo per la peggiore: nelle campagne,veduto chi andasse per la strada ai fatti suoi, tosto gridavanoJacob, correvano dietro, ed era forza riscattarsi, quando non si poteva fuggire. Io ho conosciuto un repubblicano, che era fatto fuggire su pei monti da una stretta di Panduri, che gli teneva dietro, gridandofermati Jacob, fermati Jacob, che siam truppe dell'imperatore. Quella gente zotica si persuadeva, che perchè eran truppe dell'imperatore, il repubblicano dovesse fermarsi; ma ei si dileguava loro davanti con migliori gambe. Insomma la guerra è guerra, i vincitori sono vincitori, ed il ciel guardi gli stati deboli dagli alleati potenti. Non mai il Piemonte fu tanto squallido, quanto ai tempi della presenza degli Austriaci e dei Russi.Non si fece sangue per giudizj civili nè sotto il governo di Joubert, nè sotto quello di Suwarow; ma dominando il Russo, molti partigiani del nuovo stato, fra i quali non pochi virtuosi uomini, furono carcerati, parte per odio, parte per assicurarsi di loro massimamente perchè i repubblicani innanzi che partissero, avevano arrestato, e condotto ostaggi in Francia per sicurezza dei compagni, i capi delle principali famiglie nobili del Piemonte. Il collegio dei nobili di Torino pieno di questi prigionieri di stato: eranvi il conte San Martino, il conte Galli, il conte Avogadro, l'avvocato Colla, il giudice Braida, e con molti altri quel Ranza, che al suono della rivoluzione del Piemonte sua patria, era prestamente accorso da Milano, dove secondo la sua disordinata natura, ma pure con sincerità d'animo, non contento di cosa che si facesse, o di anima che vivesse, scrivevacontro tutti senza freno alcuno quanto gli suggeriva la mente sua torbida ed inquieta. Gli scherni che loro si facevano dal popolazzo erano gravi, le minacce ancor più gravi; le medesime carcerazioni nelle provincie.Vedeva il consiglio, che per confermare lo stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamente ella era di sicurtà grande alle cose del Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della podestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il giorno tredici giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso, ed alla trincea della prima circonvallazione, che si distendeva dalla strada di San Calvario a quella di Susa, ed era distante solamente a trecento passi dalla strada coperta. Non mancarono gli assediati a se medesimi nel voler impedire colle artiglierìe, che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed ajutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterìe, e la mattina del diciotto diedero mano a bersagliare la fortezza. Circa cento bocche da fuoco buttavano contro di lei, parte di punto in bianco, parte e molto più di rimbalzo; la quale ultima maniera di trarre fece nella piazza danni e rovine grandissime; perchè siccome lo spazio, per non essere la cittadella molto grande, in cui piovevano le palle, era angusto, così coi salti, coi ribalzi, e coi rimandi loro avevanorotto tutte le traverse, fracassato i carretti, ferito a morte un gran numero di cannonieri: il suolo si vedeva smosso, ed arato per ogni verso. Tiratori Piemontesi abilissimi dalle trincee con grosse carabine molto aggiustatamente traevano, ed imberciavano i cannonieri per le cannoniere: i parapetti in molte parti già squarciati e rotti. Faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di quest'oppugnazione, la intimata alla piazza: rispondeva Fiorella, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio rincominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del diecinove. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governatore Fiorella ardevano: una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molt'acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri, le batterìe scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglierìe. Già la seconda circonvallazione si scavava a gittata di pistola dalla strada coperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso. Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità, che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono il dì venti i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati fino agli scambj; Fiorella, e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambj, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numerodi circa tremila. Entrarono i vincitori il dì ventidue. Trovarono trecentosettantaquattro cannoni, centoquarantatrè mortai, quaranta obici, trentamila fucili, polvere, ed altre munizioni da guerra in grande abbondanza; insigni spoglie conquistate in pochi giorni. In così breve spazio di tempo ebbe la sua perfezione l'opera di sforzare la cittadella di Torino, e fu costretta alla dedizione una fortezza, che in una guerra anteriore aveva per ben quattro mesi vinto la contesa contro un esercito assai grosso di Francia. Gli uffiziali d'artiglierìa, ed i cannonieri Piemontesi, che in questo fatto combatterono pel re, fecero opere di egregio valore. Dimostrossi massimamente singolare la virtù di un Ruffini, capitano di non mediocre perizia, e molto dedito all'antico governo. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche, e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari, e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regj felici augurj. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, o che era sdegnata per avere lui seguitato sino all'estremo la parte di Francia, attraversava questo disegno: singolare condizione di Carlo Emanuele, che la sua fede verso Francia tanto con lei non gli abbia giovato ch'ella nol rovinasse, e che la sua ruina operata dalla Francia tanto non abbia potuto coll'Austria, ch'ella il rintegrasse.Per la conquista fatta dagli alleati dello statodi Milano, del Piemonte, e delle tre legazioni, ne seguitava, che una moltitudine quasi innumerevole di repubblicani italiani d'ogni sesso, d'ogni grado, e d'ogni età, che si erano scoperti per la repubblica, fuggendo la furia boreale che gli perseguitava, si erano ricoverati in Francia massimamente nei dipartimenti vicini del Montebianco, dell'Isero, delle Alpi alte, basse, marittime, e delle bocche del Rodano. Coloro che si trovavano in maggiori angustie, si fermarono in questi dipartimenti, sperando, che presto la Francia, dalla bassa fortuna in cui era caduta, riscuotendosi, avrebbe di nuovo aperto loro le strade per tornarsene nella patria. I più ricchi o i più ambiziosi, andarono ai piaceri ed alle ambizioni di Parigi. Erano fra tutti diversi umori. I più timidi, deplorando l'esiglio, che riusciva loro insopportabile, e stimando che fosse aver diletto di ingannarsi da loro medesimi il nutrire speranza che la Francia fosse per risorgere, perchè per le rotte d'Italia pareva loro impossibile fermare tanta rovina, considerato massimamente che le sinistre novelle ogni giorno più si moltiplicavano, desideravano di rappattumarsi coi vincitori. I più costanti volevano aspettare qualche tempo per vedere a qual cammino fossero per andare quelle acque così grosse. I più animosi, non dubitando che la vittoria potesse visitar di nuovo le insegne di Francia, facevano ogni opera per stimolarla a non lasciar cadere le cose d'Italia, e con ogni istanza sollecitavano una nuova passata dei repubblicani. Mettevano avanti la ricchezza del paese, l'importanza di lui per la repubblica, la gloriaacquistata, le menti sdegnate alle enormità dei confederati, i desiderj rinnovellati di Francia; cose tutte, che accrescevano facilità alla vittoria. Promettevano, si offerivano, la potenza loro oltre ogni ragione magnificavano.Intanto il tempo passava, l'esiglio si prolungava, le speranze scemavano, i bisogni crescevano, il forestiero aere diveniva loro ad ogni ora più grave e più nojoso. In tanto infortunio la Francia gli raccoglieva benignamente; conciossiachè, oltre qualche soccorso, col quale il governo alleggeriva la sventura loro, trovarono nella cortesìa dei Francesi ospitalità tale, che a loro tutte le cose erano in pronto, salvo quelle che la sola patria può dare. Nè in questo pietoso ufficio le opinioni operavano, perchè molti Francesi furono visti, ai quali era in odio la repubblica, avere sollecitamente cura dei fuorusciti, nelle case loro ricoverandogli, e con ogni più amorevole servimento consolandogli. Tutte le terre Francesi, alle quali lo spettacolo degli esuli era pervenuto, nel far loro benefizio emolavano le une alle altre. Chambery, Grenoble, e Marsiglia si dimostrarono per questi benigni risguardi piuttosto mirabili, che singolari. In mezzo al conforto ch'io provo nel raccontare questa Francese umanità, non so s'io mi debba dire una cosa orribile: pure per far conoscere l'età, io non sarò per tacerla, e questa è, che a questi sfortunati Italiani si dimostrarono duri, spietati, ed inesorabili la maggior parte di coloro, che erano carichi delle spoglie d'Italia. Costoro altri fra gl'Italiani non vedevano, se non quelli che avevano tenuto loro il sacco, e gliuni e gli altri in mezzo alle gozzoviglie, dell'Italia e della Francia ridevano. Avrebbero veduto con ciglia asciutte rovinare, e gir sottosopra il mondo, se del mondo pei loro male acquistati piaceri non avessero avuto bisogno. Così il ricco ed il povero, il repubblicano ed il regio, gli amatori e gli odiatori dell'impresa d'Italia davano sulla ospitale terra di Francia, quanto era in facoltà loro, ed amorevolissimamente ai miseri Italiani. Solo coloro che principale cagione erano, ch'eglino fossero caduti in quel caso estremo, e che dall'Italia solamente avevano acquistato quello, che gli metteva in grado di beneficare altrui, pane alcuno, neppure l'amaro, ai depredati offerivano. Che anzi non solamente dalle laute e lascive mense loro gli allontanavano, ma ancora dagli atrj, e perfino dalle porte crudelmente gli ributtavano. Così al tempo stesso si vedeva quanto la umanità ha di più tenero e di più generoso, e quanto l'avarizia ha di più duro e di più spietato: tanto è vero che un sol vizio gli tira a se tutti, ed una sola virtù tutte!Gl'Italiani ricoverati in Francia, dico quelli che si erano acquistato maggior credito nelle faccende, avevano persuaso a loro medesimi, che in tanta tempesta di fortuna grande mezzo a far risorgere l'Italia, e ad ajutare lo sforzo della Francia per ricuperarla, fosse il pretendere il disegno di unirla tutta in un solo stato; perchè non dubitavano, che a questa parola di unità Italica, gl'Italiani bramosamente non concorressero a procurarla. Per la qual cosa volendo trar frutto dall'occasione, si appresentarono, oltre le esortazioni non istampate,e presentate ai consigli legislativi, con una rimostranza stampata, e diretta al popolo Francese, ed a' suoi rappresentanti, la quale favellando della necessità di creare l'unità d'Italia, con queste parole incominciava: «Il tradimento e la perfidia hanno soli dato la vittoria ad un nemico barbaro e crudele. Chi con maggiore efficacia gli favoriva, reggeva allora la vostra Francia. Voi foste, come noi, ingannati, voi, come noi, traditi da coloro, che dell'assoluta potestà dilettandosi, volevano voi tutti in un con la libertà dei popoli precipitare in quell'abisso, che le empie mani loro avevano aperto. Per pochi giorni stette, che gli abbominevoli disegni loro, accompagnati da atroci delitti, non si compissero; per pochi giorni stette, che voi, come noi, più non aveste nè patria, nè leggi. Violando essi i vostri diritti più santi, vendettero a prezzo, come gli spietati padroni vendono gli schiavi loro, la libertà vostra, la libertà dei vostri alleati. Ma ora s'incomincia a sperare. Quanto dolce ai nostri cuori mostrossi la vera ed amichevole ospitalità, che in Francia trovammo, e quanto ella è diversa dalle avare vessazioni degli agenti, dei somministratori, delle compagnìe, che hanno spogliato l'Italia! Gli ajuti da quest'uomini vili non ci vennero, nè noi gli avressimo accettati. Il gittare i nostri liberi sguardi verso la patria nostra, mandare in dimenticanza, se fia possibile, la grandezza dei mali, che da tutte le tirannidi sofferto abbiamo, rintracciarne le cagioni, mostrarne i rimedj, collocare le speranze nella giustizia, nella lealtàdei Francesi, e nei principj che hanno manifestato, pruovare, che i popoli d'Italia debbono essere amici ed alleati naturali della Francia, mostrare che vogliono esser liberi, porre in chiaro finalmente, che l'unità d'Italia è necessaria alla felicità, ed alla prosperità dei due popoli, fia l'argomento dello scritto, che indirizziamo al popolo Francese, ed a' suoi rappresentanti».Dette poscia molte altre cose parte vere, parte di poca entità sull'unità d'Italia, terminavano dicendo: «Se la repubblica Francese finalmente non dichiara l'unità d'Italia, essa non potrà mai purgarsi da quella opinione, in cui è venuta, quantunque ingiustamente, di perfidia nei negoziati, di fraude nei patti, alla quale il direttorio ha dato occasione di sorgere in tutta Europa per mezzo de' suoi agenti tanto perfidi, quanto corrotti. In nome della repubblica Francese osarono essi cacciare con le bajonette il popolo dalle assemblee primarie; in nome della repubblica Francese esclusero dai consigli legislativi i rappresentanti più fedeli, per sostituire ai luoghi loro gli agenti dell'aristocrazìa, i fautori dei tiranni; in nome della repubblica Francese obbligarono ad accettare trattati ingiusti, poi gli violarono; in nome suo il libero parlare, ed il libero scrivere fu spento, in nome suo cacciati dagli uffizj arbitrariamente gl'impiegati, in nome suo rotto, anche di nottetempo, l'asilo sacro dei cittadini, in nome suo tolto loro per forza le proprietà, confuse le potestà civili e criminali: in nome suo dichiarati licenziosi e nemici dellalibertà coloro, che ancora avevano il coraggio di amare la virtù, e di opporsi ai loro scialacqui ed alle loro depredazioni, in nome suo rifiutarono le armi ai repubblicani, e chiarirono ribelli coloro, che volevano difendere le native sedi contro il tradimento di Scherer, in nome infine della repubblica Francese introdussero la oligarchìa, contaminarono con istudiate corruttele il retto costume, e per tale guisa prepararono le sollevazioni dei popoli sdegnati da tanta oppressione e licenza. La repubblica Francese, che va a gran destino, debbe dimostrare al mondo con fatti, che opera di lei non sono tanti mali prodotti, tanti delitti commessi, e cui ella è debitrice di ricorreggere. Dicelo il popolo Francese ne' suoi scritti indirizzati al corpo legislativo; diconlo aringando i rappresentanti suoi, pieni di sdegno alle disgrazie d'Italia: palesano questi scritti, palesano questi discorsi l'affezione, che si porta all'Italia. Nel loro giusto sperare i repubblicani d'Italia d'ogni ingiuria, e d'ogni danno dimenticandosi, nell'esiglio loro solo sono intenti a ristorare la patria loro, dalle immense sue ruine liberandola. Pruovarono, che la ragione eterna, che la naturale legge richieggono la libertà e la unità d'Italia, e si persuadono, che la giustizia e l'affezione dei Francesi, quello, che la natura vuole, con la volontà loro confermando, s'apprestino ad incamminare a tal destino questa bella, ed infelice parte d'Europa». Onorati e numerosi nomi sottoscritti davano autorità, e valore al discorso.Gravi parole erano queste, e parte ancora vere, e parte ancora eccelse, ma mescolate ancora di non comportabile intemperanza; perchè, se era lodevole e generoso il richiedere dai Francesi la libertà e l'unità d'Italia, bene era da biasimarsi quel voler giudicare il governo Francese, quel volersi intromettere nelle faccende domestiche di Francia, quel chiamar traditore un capitano, a cui mancò piuttosto la fortuna, e forse l'animo in un solo fatto, che la rettitudine e la fede verso la patria. Il direttorio disprezzava queste improntitudini, perchè l'unità della nazione Italiana, come emola, ed essendogli molesta la sua potenza, non gli andava a grado. I rappresentanti anche i più vivi, e che si dimostravano più propensi agl'Italiani, abborrivano ugualmente dall'unità d'Italia, non avendo inclinazione alla sua grandezza; ma di queste cose si servivano nei discorsi ed orazioni loro, per isbattere la riputazione e la potenza del direttorio, ed aspreggiare i popoli contro di lui. Intanto le armi settentrionali viemaggiormente prevalevano; nè era conceduto dai cieli ai gridatori di Parigi, od ai capitani che allora tenevano il campo in Europa per la repubblica, di rintuzzarle, e di restituire alla Francia il dominio d'Italia.
Arrivati i Francesi sulle sponde dell'Adda, fiume assai più grosso, e di rive più dirupate che il Mincio e l'Oglio non sono, nel seguente modo vi il alloggiavano. Serrurier con la sinistra custodivale parti superiori del fiume, stanziando a Lecco sul lago, dove aveva una testa di ponte fortificata, a Imbezzago ed a Trezzo. In quest'ultima terra si congiungeva con la battaglia, o mezzana schiera, alla quale erano preposti Victor e Grenier, e che, sprolungandosi a destra, si distendeva sino a Cassano. Possedeva sulla destra del fiume una testa di ponte con trincee munite di artiglierìe, ed oltracciò le artiglierìe del castello dominavano questa parte. Un grosso di cavalleria (perchè essendo Cassano posto sulla strada maestra per a Milano, i repubblicani presumevano che i confederati avrebbero fatto impeto contro di questa terra), stava pronto, alloggiato essendo dietro a Cassano, ad accorrere, ove d'uopo ne fosse. La destra sotto la condotta di Delmas, si sprolungava lungo l'Adda, con assicurare Lodi e Pizzighettone. Quest'era l'alloggiamento preso dai Francesi sulle rive dell'Adda, in cui giudicarono poter arrestare il corso alla fortuna del vincitore. Intanto una grande mutazione si era fatta nel governo supremo dell'esercito. I soldati repubblicani stimandosi invincibili, perchè non soliti ad esser vinti, avevano concetto un grandissimo sdegno contro Scherer, di tutte le loro disgrazie accagionandolo. I meno coraggiosi si erano anche perduti d'animo, e questo sbigottimento di mano in mano si propagava: l'immagine di Francia già s'appresentava alla mente dei più, e quelle terre Italiane diventavano loro odiose. Le subite ed estreme mutazioni dei Francesi davano a temere ai capi per modo, che dubitavano aver presto a contrastare non solamente col nemico, ma ancora conla cattiva disposizione dei propri soldati. Già si mormorava contro Scherer, ed il meno che dicessero di lui, era, che non sapeva la guerra. Certo, essendo tanto declinato del suo credito, ei non poteva più oltre governar con frutto, e la confidenza ed il coraggio dei soldati per nissun altro modo potevano riaccendersi, che con quello di mutar il capo, e di surrogargli un generale amato da loro e famoso per vittorie. Videsi Scherer queste cose, e conformandosi al tempo, rinunziò al grado, con rimetterlo in mano di Moreau, e con pregare il direttorio, che commettesse in luogo di lui la guerra al capitano famoso per le Renane cose. Piacque lo scambio: Scherer, confidate le sorti Francesi al suo successore, se ne partiva alla volta di Francia. I repubblicani intolleranti di disgrazie l'accusarono in varie guise; ma se la disciplina non era buona, ciò dai cattivi esempi precedenti si doveva riconoscere. Quanto alla perizia nell'arte della guerra, non si vede di quale altro fatto si possa biasimare, se non di non aver corso gagliardamente, e senza posa contro Verona nella giornata dei ventisei, quando, rotta l'ala destra Austriaca, si era fatto signore del passo del fiume. Del rimanente il disegno principale di questo stesso fatto dei ventisei, e così quello dell'asprissima battaglia di Magnano, non sono se non da lodarsi, nè la sua ritirata dall'Adige all'Adda in circostanze tanto sinistre mostra un capitano di poco valore: ma l'aver fatto guerra infelice in Italia in memoria tanto fresca di Buonaparte nocque alla sua fama, ed accrebbe l'impazienza dei repubblicani. Da unaltro lato non si debbe defraudare della debita lode Moreau per aver consentito al recarsi in mano il governo di genti vinte, e quando già poca o niuna speranza restava di vincere. Sapeva egli, che il difendere lungo tempo le rive dell'Adda contro un nemico tanto potente, non era possibile: ma andò considerando, che il cedere senza un nuovo esperimento la capitale della Cisalpina, che aveva i suoi soldati congiunti co' suoi, e che era alleata della Francia, gli sarebbe stato di poco onore, ed oltre a ciò voleva, con ottenere qualche indugio, dar tempo al munire di provvisioni le fortezze del Piemonte. In questo mezzo arrivavano alcuni ajuti venuti di Francia, dal Piemonte, e dalla Cisalpina. Per tutto questo deliberossi di voltar il viso al nemico, e di provare se la fortuna fosse più favorevole alla repubblica sulle sponde dell'Adda, che su quelle dell'Adige.
Arrivava Suwarow a fronte del nemico, e senza soprastare, si risolveva a combatterlo. Suo pensiero era stato, dappoichè aveva il freno dei collegati, d'insistere sulla destra verso i monti, piuttosto che seguitare il corso del Po, perchè desiderava di disgiungere i Francesi, che combattevano in Italia, da quelli che guerreggiavano nella Svizzera. Per la qual cosa andava radendo le falde dell'Alpi, ed amò meglio tentare il passo del fiume più verso il lago, che verso il Po. Divideva, come i Francesi, i suoi in tre parti: commetteva la prima che marciava a destra al generale Rosemberg, che aveva con se Wukassowich, guidatore dell'antiguardo. Questa parte aveva il carico diaprirsi il varco in qualche luogo vicino al lago. La seconda, cioè la mezzana guidata da Zopf e Ott, doveva far opera di passare in cospetto di Vaprio, e d'impadronirsi di questa terra. Finalmente la terza, che camminava a sinistra, commessa al valore del generalissimo Austriaco Melas, andava porsi a campo a Triviglio contro l'alloggiamento principale dei Francesi a Cassano. Francesi e Russi, nuovi nemici, eccitavano l'attenzion del mondo.
Serrurier, dopo di aver combattuto, e respinto con sommo valore i Russi condotti dal principe Bagrazione, che avevano assaltato la testa del ponte di Lecco, aveva, ritirandosi per ordine di Moreau verso il centro, lasciato alcune reliquie di un ponte di piatte rimpetto a Brivio, per cui egli si era trasferito oltre il fiume. La notte dei ventisei aprile Wukassowich di queste reliquie presentemente valendosi, ed avendo riattato il ponte, varcava, e s'insignoriva di Brivio, dove non trovava guardie di sorte alcuna. Nè noi possiamo restar capaci, come in tanta vicinanza del nemico, ed in tanto sospetto di una battaglia imminente, i Francesi non abbiano riguardato questo passo importante con un gagliardo presidio. Passato, correva Wukassowich la vicina contrada, e non trovava vestigia di nemico, se non se ad Agliate, ed a Carate. Ciò non ostante molto pericolava la sua squadra, se le altre non avessero passato nel medesimo tempo. Andava Suwarow accompagnato da Chasteler generale dell'imperator Francesco, capitano audacissimo e di molta sperienza, sopravvedendo i luoghi pertrovar modo di passare all'incontro di Trezzo. Pareva anche agli ufficiali, che soprantendevano l'opera delle piatte, e del passare i fiumi, il varcare impossibile per la rapidità e profondità delle acque, e per la natura rotta e scoscesa delle grotte. Tuttavia non disperava dell'impresa Chasteler; però fatto lavorar sollecitamente i suoi soldati nel trasportar le piatte e le tavole necessarie, tanto s'ingegnò, che alle cinque della mattina del ventisette mandava a pigliar luogo sulla destra un corpo di corridori, che vi si appiattavano, senza che i Francesi se ne accorgessero, e poco poscia passava egli stesso con tutte le genti della mezza schiera armate alla leggiera. Parve cosa strana a Serrurier, il quale, udito del passo conseguito da Wukassowich, marciava per combatterlo, e si trovava a Vaprio. Ma da quell'uomo valente ch'egli era, raccolti subitamente i suoi, anche quelli che erano stati fugati da Trezzo, ingaggiava la battaglia col nemico, non ben ancor sicuro della possessione della destra riva. Piegava al durissimo incontro l'antiguardo dei confederati, e sarebbe stato intieramente sconfitto, se non arrivava subitamente al riscatto con tutta la sua schiera l'Austriaco Ott. Si rinfrescava la battaglia più aspra di prima tra Brivio e Pozzo. Mandava Victor alcuni reggimenti dei più presti in aiuto di Serrurier, il quale valorosissimamente instando, già era in punto di acquistare la vittoria, quando giungevano in soccorso di Ott le genti di Zopf, e facevano inclinar la fortuna in favor degli alleati; perchè dopo un sanguinoso affronto cacciaronoi Francesi da Pozzo, e gli misero in fuga. Un colonnello Austriaco fu morto in questo combattimento, il generale Francese Baker fatto prigione. Ingegnossi Grenier di raccozzare a Vaprio le genti rotte, ma indarno, perchè assaltato dagli Austriaci e Russi fu rotto ancor esso, ed obbligato a ritirarsi frettolosamente. Era accorso Moreau in questo pericoloso punto, ma la sua presenza non valse a ristorare la fortuna della battaglia. Per questa fazione fu Serrurier respinto all'insù, ed intieramente separato dall'altre parti dell'esercito.
Mentre nel raccontato modo si combatteva fra le due schiere superiori, Melas più sotto non se n'era stato ozioso. Avevano i Francesi con forti trincee munito una testa di ponte sul canale Ritorto, pel quale avevano l'adito libero sulla riva sinistra. Melas, che sebbene fosse già molto innanzi con gli anni, era nondimeno uomo di gran cuore, assaltava col fiore de' suoi granatieri questa testa di ponte; ma vi trovava un duro intoppo, perchè con estremo valore ostarono i Francesi, ed anzi parecchie volte il ributtarono. Infine dopo molto sangue e molte morti, superava tutti gl'impedimenti, e si rendeva padrone del passo del canale Ritorto. Restava a superarsi, opera molto più difficile, la testa del ponte sull'Adda molto fortificata. Quivi fuvvi il medesimo furore per l'assalto, il medesimo valore per la resistenza. Ma crescevano ad ogni momento i soldati freschi ai confederati, per modo che spingendosi avanti sui cadaveri dei loro compagni, che quasi pareggiavano il parapetto, con le bajonette in canna superaronoil passo, e fecero strage del nemico. Moreau, che in questa orribile mischia si era mescolato coi combattenti, comandava a' suoi, che, abbandonato e rotto il ponte, si ritirassero. Ciò mandarono ad effetto, aspramente seguitati dal nemico. Ebbero comodità di rompere, non tutto, ma solamente una parte del ponte: sulla opposta riva attendevano a riordinarsi. Ristorava prestamente Melas il ponte, ed una nuova, ed ugualmente aspra battaglia ingaggiava coi repubblicani, che animati dalla presenza e dai conforti del loro generalissimo virilmente si difendevano. Ma già la fortuna più poteva che il valore; già tutte le schiere superiori erano o separate, o volte in fuga, e già, oltre la schiera di Melas passata a Cassano, una novella squadra, che aveva varcato a San Gervasio, urtava i Francesi per fianco: già Moreau medesimo era in pericolo di esser preso dai vincitori, che il cingevano d'ogn'intorno.
Altro consiglio non gli restava se non quello di partirsi prestamente con tutte le sue genti, lasciando intieramente la vittoria in poter di coloro, che l'avevano acquistata. Ma questa risoluzione non era facile a condursi ad effetto, perchè gli Austriaci vincitori da ogni parte baldanzosamente instavano. Pure pel disperato valore de' suoi soldati, che amavano meglio perdere la vita, che il loro capitano, Moreau si riscattava da quel duro passo, e perduta intieramente la battaglia, e lasciato Milano sicura preda ai confederati, gli parve di condurre a presti passi l'esercito sulla destra sponda del Ticino. Melas e Suwarow si ricongiunsero a Gorgonzola. Da quanto si è fin quiraccontato si vede, che nissuna speranza di salute restava a Serrurier. Fu assaltato dai due corpi riuniti di Rosemberg e di Wukassowich. Si difendeva con un valore degno di lui e de' suoi soldati; e sebbene il combattimento fosse tanto disuguale pel numero, tanto fece, che si condusse intero a Verderia, e quivi affortificatosi con molta prestezza ed arte attendeva a difendersi. Ma essendosi finalmente accorto dal continuo ingrossar del nemico, dell'infelice successo della battaglia sulle altre parti, e tempestando da tutte le bande le artiglierìe nemiche sopra uno spazio assai ristretto, chiese i patti, e gli conseguì molto onorevoli. Gli ufficiali avessero la facoltà di tornarsene sotto fede in Francia, i soldati fossero i primi ad avere gli scambi. Combatterono in questo fatto con molta fede e valore i reggimenti Piemontesi condotti dal generale Fresia. Serrurier e Fresia furono trattati umanamente dai vincitori. Un presidio lasciato in Lecco sotto il colonnello Soyez, imbarcatosi sul lago, e giunto con prospera navigazione a Como, arrivava a salvamento sulle rive del Ticino; difficile, e coraggiosa impresa. Mancarono in questa battaglia di Cassano, che fu una delle più aspre e sanguinose che si siano vedute, dei Francesi meglio di due mila uccisi, ed altrettanti feriti: cinque mila prigioni vennero in poter del vincitore; tra questi Serrurier, Baker e Fresia. Furono scemati gl'imperiali di tre mila soldati o morti, o feriti. Molte armi e bandiere conquistate accrebbero l'allegrezza loro. Più di cento cannoni venuti in poter loro attestarono massimamente la grandezza della vittoria. Errarono, comeè evidente, i Francesi in questa battaglia, prima per aver troppo disteso le ali loro, poi per negligenza nel sopravvedere: il che diè comodità a Wukassovich ed a Chasteler di passare a Brivio ed a Trezzo; del resto combatterono col solito valore. Debbonsi lodare i confederati di un valor pari, di molta destrezza, e di maggior audacia nell'aver passato. Tuttavia, se non era Chasteler, che prestamente accorse in ajuto dei passati con genti fresche, la cosa si sarebbe ridotta dal canto dei confederati in gravissimo pericolo, e probabilmente la loro audacia sarebbe stata stimata temerità.
La vittoria di Cassano, che compiva quelle di Verona e di Magnano, e faceva tanto crescere il nome imperiale in Italia, recò in poter degli alleati tutta la Lombardia, ed il Piemonte. In tanta disuguaglianza di forze militari, ajutate dalle inclinazioni dei popoli, non si comprende come i Francesi si siano risoluti a lasciare tanti presidj nelle fortezze dei paesi abbandonati, era evidente, che sarebbero stati costretti a capitolare, atteso massimamente che le più non erano difendevoli lungo tempo. Mantova sola poteva, e doveva guardarsi, perchè abile a sostenersi, e ad aspettare i sussidj di Francia, e quanto portassero i destini da Napoli per opera di Macdonald. Se dopo le rotte di Verona e di Magnano, si fossero chiamati i presidj a congiungersi colla parte principale avrebbero potuto combattere del pari, e tenere in pendente la fortuna. Ma avendo voluto combattere spartitamente, furono anche spartitamente debellati, colpa o di soverchia confidenzain se stessi, o di poca avvertenza dei loro generali.
Le genti Russe più affaticate delle Austriache per lungo viaggio, si riposarono dopo la battaglia. Fu perciò commessa la cura a Melas di condurre quelle dell'imperatore Francesco in Milano già vinto prima che occupato. Importava altresì, che un paese Austriaco fosse dagli Austriaci ritornato alla consueta obbedienza. Vivevasi in Milano con grandissima sospensione di animi, perchè i reggitori della repubblica, con tutti gli addetti ed aderenti loro, non avevano altra speranza in tanta mutazione di fortuna, che quella di salvarsi esulando in Francia. I partigiani del governo antico sollevavano gli animi a grandi speranze, e si promettevano nella depressione altrui l'esaltazione propria. Ognuno pensava od a fuggire la tempesta che sovrastava, od a farla fruttificare in suo pro. Gli amatori del governo imperiale buoni compassionavano i repubblicani, stimandogli piuttosto fanatici che malvagi, i cattivi gli volevano perseguitare, i pessimi denunziare, i profligati calunniare. Questi umori covavano. Era un gran fatto, che la sede di una repubblica riconosciuta dalla maggior parte dei potentati d'Europa, e che poc'anzi pareva, a tanti gloriosi gesti, ed alla forza dei Francesi appoggiandosi, che fosse per durare molti secoli, ora con tanto precipizio cadesse, ed al nulla si riducesse. Il pensare da una parte agli ordinamenti sì civili che militari, che vi regnavano, alle pompe che vi si spiegavano, ai discorsi che vi si facevano, agli scritti che vi si pubblicavano, ai trionfi che vi si menavano, alle imprese ed alla militaregloria di Buonaparte che vi risplendevano; dall'altra alla sembianza, ch'ella, non che fra pochi dì, fra poche ore avrebbe, dee soprapprendere con maraviglia e con istupore qualunque uomo, anche di quelli che più sono avvezzi a considerare queste umane vicissitudini. Sapevano i capi della repubblica, quale ruina sovrastasse, ma le cattive novelle si celavano al volgo, ed inorpellate cose si dicevano, ora di vittorie francesi, ora di alloggiamenti insuperabili da loro fatti, ora di fiumi impossibili a varcarsi, ora di mosse maestrevoli e sicure eseguite dai repubblicani, ora di una apprestata per arte, e prossima ruina di tutte le genti imperiali: questa fama nutricavano diligentemente, e con ogni studio. Con questo falso corrompevano il vero; i popoli si confondevano. In su questo, ecco arrivare a porta Orientale dalla parte di Cassano soldati repubblicani alla sbandata, carri di feriti, fastelli di munizioni e di bagaglie, armi sanguinose, ogni cosa retrograda. Principiava il popolo a fare discorsi ed adunanze; la sera cresceva il terrore degli uni, l'ansietà degli altri. Partivano; scortati da qualche squadra di cavalleria alla volta di Torino i direttori della repubblica Marescalchi, Sopransi, Vertemati-Franchi, e con loro quasi tutti coloro, che, o nei gradi fossero, o no, avevano maggiormente partecipato del governo repubblicano. Portò il direttorio con se denaro del pubblico, di cui una parte mandava a Novara: venne poco dopo in poter degli alleati. Rimase in Lombardìa Adelasio, uno dei quinqueviri, avendo trovato grazia appresso agl'imperiali per aver loro svelato i depositi dei denari,e degli archivj della repubblica. Degli altri repubblicani Italiani che fuggivano, e con loro le donne ed i figliuoli, che erano uno spettacolo compassionevole, i più se ne partivano poveri, perchè ai ladronecci avendo mostrato piuttosto sdegno che imitazione, potevano meglio essere accusati d'illusione che di vizj. Nè il duro dominio, di cui erano stati testimonj e vittime, nè le Tedesche grida che loro suonavano alle terga, gli svegliavano dal lusinghevole sonno; che anzi varcando miseri, esuli, e squallidi le Alpi durissime, andavano ancora sognando la loro felice repubblica, sì forte era la malattia, che gli occupava. Quanto a quelli che non avevano sognato, le stesse Alpi in cocchi dorati coi depredatori della patria loro varcavano.
Arrivava il vincitore Melas il dì ventotto aprile in cospetto della città. Gli andavano all'incontro sino a Cressenzano, l'arcivescovo, ed i municipali. Poco dopo entrava trionfando, accorrendo il popolo in folla, e con lietissime grida salutandolo. Udivansi le voci:Viva la religione, viva l'imperatore Francesco secondo. Cresceva ad ogni momento la calca; pareva, che tutta la città si versasse a vedere, ed a salutare i soldati, e le insegne dell'antico signore. La sera si accesero i lumi alle case, si fecero cantate, balli, fuochi d'allegrezza: dimostrazioni tutte, che si erano fatte per lo innanzi ad ogni novella di rotte Austriache. La bontà del popolo Milanese risplendette in questo importante fatto: non fece ingiuria, nè minaccia ad alcuno. Ma quando arrivò la gente del contado, s'incominciarono lepersecuzioni contro i giacobini, o veri o supposti, e andò a sacco il palazzo del duca Serbelloni. Per frenar il furore di quest'uomini facinorosi in paese tanto riputato per la dolcezza degli abitatori, l'amministrazione temporanea, che si era creata, esortava il popolo ad astenersi da ogni ingiuria, ed a non contaminare con insolenze e persecuzioni l'allegrezza comune. Avvisava inoltre, che chi non obbedisse, sarebbe castigato. Volendo Melas, ed il commissario imperiale Cocastelli dare maggior nervo a queste esortazioni, avvertivano, che al governo solo s'apparteneva la punizione de' rei, e che chi s'arrogasse vendette private, o turbasse il pubblico, sarebbe senza remissione punito militarmente. A questo modo si frenarono in Milano le intemperanze popolari. Solo, poco tempo dopo, si udì il mal suono, che erano stati arrestati alcuni dei capi dello stato repubblicano, che poi si mandarono carcerati alle bocche di Cattaro. Fu questa, non so se cautela o castigo, cagione di grave dolore e terrore, perchè i presi erano uomini ragguardevoli per dottrina e per virtù. Si sentiva tosto un'altra voce sinistra, che le cedole del banco di Vienna avessero a spendersi come contante: parve enorme in quel fiorito paese, in cui era ignota la peste delle carte pecuniarie. Incominciossi a temere delle persone e degli averi: ciò contaminava l'allegrezza recente. Arrivava intanto Suwarow; il guardavano come un nuovo uomo: disse all'arcivescovo, essere venuto a rimettere la religione in fiore, il papa in seggio, i sovrani in onore. Si maravigliavanoi popoli a tanto amor del papa: si taceva che fosse scismatico. Soggiunse ai municipali venuti a fargli riverenza, che gli vedeva volentieri; che solo desiderava, che come suonavano le parole loro, così avessero i sentimenti. Dal che si vede, che Suwarow vecchio se ne intendeva.
Restavano a compirsi da Suwarow due imprese, secondo che il consigliasse il procedere dell'avversario: quest'erano, o di premere a destra per disgiungere i Francesi d'Italia da quei della Svizzera, o d'incalzare sulla stanca, passando il Po, per impedire la congiunzione di Macdonald con Moreau. Sulle prime, non ben certo della risoluzione del generale di Francia, accennava all'una parte ed all'altra, mandando dall'un lato Wukassowich grosso ad invadere il Novarese ed il Vercellese, dall'altro Rosemberg, grosso ancor esso a romoreggiare sul Vogherese. Così aspettava a pigliare deliberazioni più risolute, secondo che insegnassero gli andamenti del nemico.
Dal canto suo Moreau, essendo ridotto il suo esercito a quindici mila combattenti, aveva considerato, che senza pericolo di estrema ruina, non poteva starsi a difendere la fronte del Ticino, siccome quella che era troppo estesa, e non corroborata da alcuna fortezza. Pertanto si era risoluto ad abbandonarla, portandosi più indietro. Ma a quale parte gli convenisse condursi, stava in dubbio; perchè o doveva ancor egli pensare al tenersi accosto all'Alpi per consentire con Massena, che continuava a combattere aspramente in Isvizzera, o al piegarsi sulla destra del Po per dar la mano a Macdonald, al quale avevamandato ordine, che da Napoli partendo, e prestamente viaggiando venisse a congiungersi con esso lui sulle sponde della Trebbia. Elesse questo secondo partito, nè perchè non si sia deliberato a condursi direttamente a Genova, passando il Po tra Pavia e Voghera, a noi non appare, se forse non fu per dar animo con la sua propinquità ai comandanti delle fortezze assediate di sostentarsi. Per la qual cosa visitato Torino, e quivi informatosi diligentemente, se le strade da Genova a Piacenza fossero praticabili per le artiglierìe, nè temendo di essere seguitato così presto, perchè i grossi torrenti del Canavese si erano per le pioggie smisurate gonfiati strabocchevolmente dietro a lui, e le strade ne erano soffocate, conduceva l'esercito nei contorni d'Alessandria, alloggiandolo in un sito molto forte. L'ala sua destra era assicurata da Alessandria e dal Tanaro, la sinistra da Valenza e dal Po. Per tal modo non abbandonava del tutto le pianure, e si teneva la strada aperta verso gli Apennini. Per la quale deliberazione del capitano di Francia fu necessitato Suwarow a fermare la guerra tra la destra del Po, e la catena di quei monti. Erano cinte d'assedio dagli alleati Peschiera, Pizzighettone, il castello di Milano, e Mantova. Ma non indugiarono lungo tempo ad arrendersi Peschiera ed il castello, fatto leggiere difese; Pizzighettone si tenne più lungamente, infine un caso fortuito di una conserva di polvere, che accesa da una bomba, aveva intronato tutta la terra, diè causa di dedizione ai difensori. Rimanevano in favor dei Francesi Mantova, intorno alla quale, siccomepiazza di maggiore importanza, Kray si affaticava, e con Mantova tutte le fortezze del Piemonte. Ingrossati gli alleati dai corpi che avevano oppugnato le fortezze conquistate, e fatti arditi dalle sollevazioni dei popoli in loro favore, si accostavano a Moreau coll'intento di cacciarlo per forza da quel forte nido, in cui si era ricoverato. Ma credendo, che egli fosse più debole, o i Francesi più perduti d'animo, in vece di andar all'incontro con forze grosse ed unite per venirne ad una battaglia giusta, giudicarono di poterlo snidare con dimostrazioni parziali, e con romoreggiarli all'intorno. Passarono i confederati, massimamente Russi, il dì undici maggio, il Po a Bassignana; i Francesi, essendo andati ad urtargli, gli ruppero, e tuffarono nel fiume. Ripassaronlo più grossi il giorno seguente, ed assaltarono virilmente i repubblicani; ma essi più virilmente ancora resistendo, rimasero superiori, ed uccisero gran numero d'imperiali; i superstiti cacciarono nel fiume. Nè quale utilità avessero questi assalti particolari, io non lo so vedere, perciocchè, quando puoi vincere con tutte le forze, non ti devi mettere a pericolo di perdere con una parte. Dall'altro lato Keim, acquistato Pizzighettone, era venuto ad ingrossare Rosemberg sulla destra del Po, e fatto forza contro Tortona, facilmente la recava in suo potere, essendosi i Francesi ritirati nel forte. Tentata invano l'ala sinistra di Moreau, avvisarono i confederati di far pruova, se minacciando sulla destra, il potessero sforzare alla ritirata. A questo fine si appresentarono molto grossi a San Giuliano, che accenna a Marengo,luogo vicino ad Alessandria. Ma Moreau, che conosceva l'arte, ed aveva penetrato l'intento del nemico, ricusava il combattere, difendendosi con la fortezza degli alloggiamenti. Ciò fu cagione, che Suwarow pensasse a fare il principale sforzo della guerra sulla sinistra del Po. Della qual cosa accortosi il generale di Francia, usciva, traversata la Bormida, dal suo campo, ed assaltava con impeto grandissimo Keim e Froelich, che avevano le stanze a San Giuliano, ed obbedivano a Lusignano. S'ingaggiava una battaglia molto viva, traendo i Francesi a scaglia, e caricando con la cavallerìa. Avrebbero anche vinto quella pugna, se per caso fortuito non sopraggiungeva con genti fresche Bagrazione, che entrando nella battaglia nel momento, in cui già i confederati piegavano, gli sostenne, ed obbligò Moreau a tirarsi indietro. Ritirossi infatti, ma intiero e minaccioso, tornando nel suo sicuro alloggiamento fra i due fiumi. Fu sanguinosa la zuffa da ambe le parti, ed ambedue si attribuirono la vittoria. Così Moreau dimostrava, che era ancor vivo, e che gl'infortunj presenti non gli avevano tolto nè la mente, nè la fortezza d'animo.
Oramai la guerra, che gli romoreggiava tutto all'intorno, lo sforzava a far nuove deliberazioni. Wukassowich, accompagnato da un principe di Roano, conquistato il Vercellese, si era fatto avanti sino alle prime terre del Canavese, e tutto vi metteva a romore. Keim ancor egli tempestava sulla destra del Po, per modo che il generale Francese si trovava spuntato da ambi i lati. Oltre a ciò i popoli del Canavese, condotti da preti efrati si erano levati a calca contro i repubblicani. Mondovì parimente si muoveva contro di loro; Fossano e Cherasco il seguitavano. Ceva incitata da un ufficiale Tedesco di singolare audacia, prese le armi, tumultuava. Alba si sommuoveva, e creato il suo vescovo Pio Vitale, comandante delle armi, si avventava contro i Francesi ed i democrati del paese. Si commisero sotto l'imperio del vescovo atti di grande crudeltà. Asti stesso tanto vicino al campo di Moreau, invaso da contadini armati, e stimolati da alcuni curati, di cui avevano le lettere, vide saccheggiarsi il palazzo municipale, e la chiesa del Carmine da questa plebe sfrenata, che gridavaviva la fede,viva San Secondo! Il presidio Francese non penò poco a cacciargli: pure finalmente gli cacciò, uccidendone un centinajo. Poi venne il generale Meusnier saccheggiando il paese per punirgli, e ne fece per giudizj militari uccidere un altro centinajo. I compagni gli gridavano martiri. Le terre Astigiane grondavano sangue, quasi in sul cospetto di Moreau. Pensava egli alla salute de' suoi: vedendo piena troppo grossa, e che non era più tempo di aspettar tempo, passando per Asti, Cherasco e Fossano, e lasciate ben guardate Alessandria e Tortona, andava a porsi alle stanze di Cuneo, per avere le strade libere verso Francia pel colle di Tenda, e per la valle dell'Argentera. Mandava una grossa banda a castigare Mondovì; come i sollevati a niuna cosa avevano perdonato, che fosse, o paresse, o si supponesse a loro contraria, nemmeno alle donne di coloro che chiamavano a morte, perciocchè crudelmente le svillaneggiavanoe stupravano; così i repubblicani parimente a niuna cosa perdonarono, non salvando nemmeno l'onestà dei monasterj delle donne. Preti e frati, capi delle sommosse, dopo di aver ucciso crudelmente i repubblicani, furono essi medesimi uccisi soldatescamente dai repubblicani. In mezzo a questi atroci accidenti, di cui ambe le parti si rendevano ree, Buronzo del Signore, arcivescovo di Torino, mandava fuori, a petizione di Musset, commissario di Francia, lettere pastorali lodatrici del governo repubblicano, e pareggiatrici delle sue massime a quelle del Vangelo. Poi crescendo vieppiù la rabbia dei popoli, pubblicava una pastorale esortatoria, in cui molto amorevolmente citando frequenti passi delle sacre scritture, confortava i popoli a quietare, e ad obbedire ai magistrati. Questi erano veri ufficj di pastore delle anime; ma la rabbia, e la concitazione degli altri cherici erano più potenti delle amorevoli esortazioni dell'arcivescovo: dicevano, che le faceva per forza, e forse era vero; altri il chiamavano giacobino. Da Cuneo il generale della repubblica, lasciatovi un forte presidio, si conduceva, essendo oggimai stremo di genti, sul destro dorso degli Apennini.
Partiti i Francesi, ciò fu cagione che l'amministrazione del Piemonte, che Moreau passando per Torino aveva creato di quattro persone, Pelisseri, Russignoli, Capriata e Geymet, in surrogazione di Musset tornatosi in su quei primi romori, in Francia, andasse a far capo in Pinerolo, perchè le valli dei Valdesi, vicine a questa città, ed abitate da popoli quieti e nemici di ogni scandalo,davano un adito sicuro a ripararsi in Francia. Quivi concorrevano tutti i Piemontesi, ed altri Italiani, che avevano più speranza nella fuga, che nella benignità del vincitore. Le cose erano disperate: pure quest'uomini ingannati dalle solite fantasime, con grandissima acerbità sdegnati minacciavano ancora i nemici, ed incitavano i popoli ad armarsi in sostegno della repubblica. Per la partenza medesima dei soldati di Francia si moltiplicavano a dismisura in Piemonte le sommosse popolari. La rabbia politica, il zelo, come pretendevano, della religione, spesso ancora l'amore del sacco, e gli odj privati producevano questi effetti. Sorse ad accrescergli un manifesto mandato da Suwarow ai Piemontesi dalle sue stanze di Voghera, il quale con parole aspre e minatorie spiegava le intenzioni imperiali: che gli eserciti vincitori mandati dall'Austria e dalla Russia in nome del legittimo sovrano del Piemonte verso il Piemonte volgevano il passo; che venivano per rimettere il re sul trono de' suoi augusti antenati, del quale per la perfidia loro l'avevano i suoi nemici detruso; che venivano, perchè la religione trionfasse, perchè il Piemonte da quel duro e tirannico giogo, al quale da' suoi oppressori era stato posto, si liberasse, perchè il mal costume, che essi in tutti i cuori andavano seminando, si spegnesse; che sapevano quale amore, quale fedeltà i Piemontesi portassero all'augusta casa di Savoja, la quale da tanti secoli con tanta gloria e sapienza gli aveva governati; gli esortavano pertanto ad armarsi per una causa nell'esito felice della quale tutta la felicità loro consisteva: pensassero ai loroantenati, quelle armi in mano di nuovo si recassero, che erano state sì spesso vittoriose contro il comune nemico; accorressero sotto le insegne dell'esercito vittorioso, ch'egli reggeva, si unissero, e sarebbero gl'impostori, che per opprimergli gli avevano ingannati, cacciati per sempre dalle terre loro; che alle armi gl'invitava solo pel sostegno della religione; che alle medesime gl'invitava solo per la conservazione delle proprietà: che i due imperatori, ed ei per loro, promettevano protezione, ed assistenza ai fedeli, perdono al deboli, castigo ai scellerati. Si armassero adunque, concludeva, si armassero, ed alle genti imperiali si accostassero: pensassero, quanto fosse pietoso il liberare il Piemonte dalla tirannide acerbissima dei giacobini; ciò da loro richiedere l'onore, ciò richiedere il dovere; non gli rattenessero le false promesse: solo valere il giuramento antico, non quello prestato ad un governo iniquo; le sublimi virtù dei due imperatori abbastanza dimostrare, che la fede sua nel promettere o benignità o castigo, viverebbe santa ed inviolata.
Queste parole atterrivano maravigliosamente gli uomini avversi, perchè sapevano, che Suwarow era uomo capace di fare più che non diceva. Dall'altro lato le genti stimolate si sollevavano: atroci fatti seguitavano parole incitatrici. Carmagnola, città vicina a Torino, si levava a romore, ed ammazzava i repubblicani che viaggiavano alla spicciolata: i repubblicani accorsi armatamente da Pinerolo ammazzavano i Carmagnolesi, ardevano le case loro, e davano inesorabilmente a morte i frati, autori della sommossa. Queste cose succedevanoa ostro di Torino: a tramontana delle peggiori. Il Canavese, provincia dotata di popoli armigeri e fieri, vieppiù s'infiammava; vi sorgevano opere, parte da commedia, parte da tragedia. Un antico ufficiale in riposo d'Austria, che Branda-Lucioni aveva nome, giudicando che quello fosse tempo da prevalersene, si era fatto capo di villani armati, e già aveva corso sollevando, e depredando il Novarese ed il Vercellese, quando fermatosi in Canavese, pose la sua sede in Chivasso. Le turbe agresti che il seguitavano, erano andate, strada facendo, ingrossandosi: le chiamava masse cristiane. Questo Branda con le sue masse, quando arrivava in una terra, prima cosa, atterrava l'albero della libertà, e piantava in suo luogo una croce: quivi poscia s'inginocchiava, e stava un pezzo orando. Poi trovava il paroco, e si confessava e comunicava. Nè dimenticava la cura del corpo; perchè si dava al desinare, ed usava anche del vino immoderatamente: la massa cristiana vedeva spesso andar a onde il buon uomo. Nè gli importava, che due più che una volta le medesime cose nello stesso giorno facesse, perchè quanti villaggi visitava, tante le ripeteva. S'informava, se nella terra fossero giacobini, ed avveniva, che i giacobini erano sempre i più ricchi: erano messi o a taglia o a ruba. Chi non pagava, predato o carcerato, ma il pagar la taglia mezzo sicuro di riscatto. Due cappuccini aveva per segretari: preti, curati e frati l'accompagnavano con forche, picche, pistole e crocifissi. Frati erano d'ogni sorta e di ogni colore, ed armati in varie e strane guise: un curato accinto di pistole assai ben grosse,custodiva il passo della Stura. I villani seguitando facevano gesti e schiamazzi, parte ridicoli, parte tremendi. Il terrore dominava il Canavese. Non solo chi aveva opinione contraria, ma chi aveva o lite, o interesse contrario con alcuno di quest'uomini fanatici, era chiamato a strazi, a prigionìa, ed a morte. Nè preservava l'età, o la virtù, o l'innocenza; tutti erano da un incomposto furore lacerati. Sonsi vedute donne tratte, per opinioni o vere o supposte, alle ingiurie estreme da uomini sceleratissimi: sonsi veduti magistrati rispettabili legati con corde, e svillaneggiati con ogni obbrobrio da uomini facinorosi, che avevano anticamente, e sotto il governo regio chiamati a giustizia per commessi delitti: sonsi veduti vecchi infermi, o scempiati da queste masse furibonde, o fuggenti con istento la cieca rabbia, che gli perseguitava. Le matte cose, che questo Branda dava a credere alle sue masse, sono piuttosto di un altro mondo, che di questo; perchè diceva, che con bastoni e con pali avrebbe preso la cittadella di Torino, ed elle se lo credevano; che avrebbe preso Francia, e se lo credevano; che Gesù Cristo gli compariva, e se lo credevano; e preti e frati applaudivano, e più applaudivano, nelle meriggiane ore, che nelle mattutine. Credo, che scena simile a questa non sia stata al mondo mai. Intanto il buon uomo si prendeva le taglie, ed attendeva al vino. Infine, prima i preti timorosi, poi i villani sospettosi incominciarono a subodorar l'umore, e diedero mano al mormorare. Brevemente, vedendosi scoperto, si cansò, e temendo, che i generali Russi o Tedeschi, ai quali non piacevanole opere nefande, gli dessero premio secondo i meriti, andava domandando attestati di ben servito a questo ed a quello, massime ai preti: alcuni gliene diedero, o per compassione o per timore; i più gli ricusarono. Il vescovo, e la città di Novara sdegnosamente glieli negarono, fu posto pe' suoi portamenti in carcere a Milano, e vi stette tre mesi. Durerà lungo tempo la memoria di questo Branda in Canavese, come caso di credulità sciocca, e di furore pazzo. Ai tempi che seguirono, e quando i repubblicani tornarono in Piemonte, prevalse fra di loro l'uso, che chi parteggiava, o fosse creduto parteggiare pel governo regio, Branda da questo lepido capo si chiamasse. Intanto le masse sollevate continuavano, nè furono sciolte, se non quando i confederati, fatti più sicuri dalle vittorie, giudicarono, i moti composti essere migliori degl'incomposti.
Frattanto Suwarow intendeva l'animo all'acquisto di Torino, perchè essendo città capitale, si stimava che la possessione di lei, facendo risorgere l'immagine del regno, inviterebbe i popoli a tornar all'antica obbedienza. Oltre a questo, importavano agli alleati il suo sito, molto accomodato alla guerra, e la copia delle artiglierìe e delle munizioni, che vi si trovava ammassata. Non aveva potuto Moreau, per la debolezza delle genti, che gli restavano, lasciar in Torino un presidio sufficiente, e dalla guarnigione della cittadella in fuori non vi era forza che potesse preservar la città quantunque fosse cinta di mura forti, ed ordinate, secondo l'arte, a difesa. Ad un recinto tanto largo appena avrebbe potutobastare contro l'oppugnazione tutto l'esercito, che il generale di Francia aveva condotto oltre i sommi gioghi dei monti. Solo vi era dentro una guardia cittadina, che prima urbana, poscia nazionale chiamata, ed avendo oggimai a noja e le mutazioni e le guerre, e le grida di questo o di quello, intendeva solamente a conservare intatte le proprietà e le persone. Arrivava Wukassowich con genti regolari, e turbe paesane; faceva la chiamata. Rispondeva Fiorella, volersi difendere. L'Austriaco, occupato il monte dei Cappuccini, che dalla riva opposta del Po sopraggiudica la città, e piantatevi alcune artiglierìe, non grosse, ma da guerra sciolta, principiava da quel luogo rilevato a dar la batterìa; rispondevano, ma debolmente le artiglierìe della mura. Non facendo frutto con le palle, provò le bombe, perchè sapeva, che si resisteva piuttosto pel difetto delle armi, e delle genti necessarie ad espugnare, che per la sufficenza del presidio. S'accesero alcune case vicine alla porta di Po; il che fra quello strepito di artiglierìe accrebbe molto il terrore; già le menti commosse credevano approssimarsi l'estremo sterminio. In questo punto la guardia urbana apriva la porta. Entrarono a furia i soldati corridori di Wukassovich; gli accompagnavano, cosa di grandissimo spavento, le turbe informi di Branda-Lucioni. Salvaronsi frettolosamente in cittadella i pochi soldati repubblicani, che alloggiavano in città, dei quali alcuni furono presi, altri uccisi. Già Torino non era più in poter di Francia, ma non era ancora del tutto in poter d'Austria, perchè su quel primo giungerele turbe contadinesche dominavano. Per primo fatto, ed in sul bell'entrare uccisero un Ghiliossi, ufficiale d'artiglierìa molto riputato, il quale, quantunque fosse in voce di amare il governo nuovo, si era mescolato, certo molto imprudentemente, coi circostanti per vedere passare quegli uomini arrabbiati. Scoperto,oh,ecco un giacobino, dissero, e tosto l'ammazzarono. Il suo cadavere fu lasciato giacere nel sangue lungo tempo, e ad esso con gli scherni e con gl'impropreri insultavano. Le feroci masse ebbre di rabbia e di vino, correvano le contrade, riempiendo l'aria di grida orribili; si promettevano il sacco. Un cavaliere Derossi, colla spada nuda in mano, gli guidava ed animava, e correndo con loro gridava, e faceva che gridasseroViva il re,viva la casa di Savoja,muojano i giacobini. In mezzo a queste grida la moltitudine sfrenata dava il sacco alle case Ferrero e Miroglio, ed al caffè di Scanz, a quelle come di giacobini, a questo per non so quale insegna repubblicana. Derossi faceva minacce a chi affacciatosi alle finestre, non gridasse:Viva il re.Mangiari di ogni sorta, e fiaschi di vino si calavano continuamente e so dire, molto volentieri, dalle finestre, perchè non era tempo da esitare. I villani gridavano senza posa,muojano i giacobini!dove sono questi giacobini?che ci si diano qua:che stiam facendo,che non gli ammazziamo tutti? Giacobini e non giacobini si nascondevano, perchè sapevano, qual discernimento abbia in simili casi il volgo. Insomma Torino pieno di spavento aspettava qualche gran ruina, e se i confederati non fosserostati presti ad accorrere, ed a frenare quegli uomini furibondi, sarebbero forse avvenuti mali peggiori di quelli che si temevano. Premevano gli animi di tutti i pensieri delle cose presenti e future.
Quando i tumulti, che avevano conquassato il Piemonte, alcun poco restarono, entrava a guisa di trionfatore il generalissimo Suwarow. Andava in sul giungere nella chiesa metropolitana di San Giovanni per ringraziare Iddio dell'acquistata vittoria. Fu ammesso molto volentieri al bacio della pace, ed alla celebrazione dei divini misteri dall'arcivescovo Buronzo, il quale, dopo di aver lodato alcuni giorni prima la repubblica, ora chiamava nelle sue nuove pastorali il generale Russo, inviato del Signore, novello Ciro. Nè si oppose al vedere certe immagini, che si andavano vendendo, e che il volgo ignaro osservava maravigliando, nelle quali la Russia, l'Austria e la Turchia erano rappresentate con gli attribuiti della Santissima Trinità. Queste cose io narro bene a mala voglia; pure son costretto a narrarle per amor della verità, e perchè i nostri nipoti sappiano, quanto noi siamo stati pazzi.
Intanto Fiorella, che governava la cittadella, traeva con le artiglierìe; i confederati traevano contro di lui: era vicino un altro sterminio; i miseri Torinesi tra Francesi, Russi, Austriaci, repubblicani, regj, dalle paure e dai dolori non potevano respirare. Infine le due parti convennero, perchè altrimenti la sede del re ne andava in sobbisso, che i confederati non assalterebbero la cittadella dalla parte della città, ed i Francesinon infesterebbero la città dalla cittadella. Era Suwarow continuamente veduto, e corteggiato dai nobili; i più savi consigliavano la moderazione, gli altri il rigore.
Il Russo, quantunque fosse di natura molto risentita, ed anzi acerba, massime in queste faccende di stato, più volentieri udiva i primi che i secondi, perchè giudicava secondo la ragione, non secondo le parzialità del luogo, o i desiderj dì vendetta. Gli pareva, sebbene fosse venuto dall'Orsa, che fosse oggimai tempo di riordinare lo stato, piuttosto che di alterarlo con le acerbità, che generano nuove nimicizie e nuovi sdegni. Chiamava a se il marchese Thaon di Sant'Andrea, e gli dava carico di riordinare i reggimenti del re. Il marchese con un acconcio manifesto esortava i soldati Piemontesi a tornare sotto le antiche insegne, promettendo, che si sarebbero perdonate le trasgressioni, e si aprirebbe volentieri il grembo a tutti gli sviati, che per le difficoltà dei tempi si erano voltati a servire ai governi nuovi, e che prontamente si rimettessero nell'obbedienza: a queste parole senza tardità i soldati si raccoglievano. Poi Suwarow consigliandosi col marchese medesimo, e con gli altri capi del governo regio creava, per dar forma alle cose sconvolte, un governo interinale sotto nome di consiglio supremo, insino al ritorno del re. Riputando poi a proposito di lui il dare la potestà ai più affezionati, vi chiamava il marchese, i capi delle tre segreterìe, i primi presidenti del senato e della camera dei conti, l'avvocato, ed il procurator generale, l'intendente generale delle finanze,il contador generale, ed il reggente il controllo generale; voleva, che i magistrati antichi riprendessero gli uffizi; ordinava, che il consiglio supremo fra le leggi emanate dopo la partenza del re, scegliesse quelle che si dovessero conservare. Grave peso era addossato al consiglio: le cose scomposte oltre ogni credere, massimamente le finanze. Oltre la voragine della guerra, e le molestie, le fraudi, e le rapine degli amministratori degli eserciti Russo ed Austriaco, certamente non più continenti dei repubblicani, quei biglietti di credito laceravano lo stato. Per liberarsene, decretava che si spendessero, e nei pagamenti si accettassero, non a valor di segno nè di editto, ma a valor di cambio, deliberazione giusta in se rispetto ai particolari tra di loro, non rispetto al governo. Parve decreto enorme: gravi risentimenti aveva prodotto la legge precedente, che aveva scemato dei due terzi il valore dei biglietti, ma questa del consiglio, sancita, come si disse, a petizione del conte Balbo, soprantendente le finanze, del valore che solo valessero a valor di cambio, ne partorì dei più gravi. Oltrechè i possessori si trovarono offesi della differenza tra il valore edittale, e quel di cambio, la legge del governo istituito dai Francesi aveva offeso solamente gl'interessi privati, mentre questa offendeva gl'interessi privati ed il buon costume, ed aperse la porta ad abusi innumerabili; imperciocchè s'incominciò a far disegni, ed a negoziare sull'aggio, pessima corruttela dello stato sociale. Grande difficoltà era pure nel provvedere le vettovaglie necessarie alle popolazioni paesane, ed atante genti forestiere; perchè la vernata essendo stata molto aspra, vi era estrema carestia; e siccome i più forti erano i primi a procacciarsele, così i vincitori, che si chiamavano amici ed alleati, se ne vivevano largamente, mentre gli uomini del paese pativano all'estremo dei cibi necessarj, ed erano tormentati dalle ultime necessità; alcuni se ne morirono di fame. I vincitori pascevano i cavalli coi granelli della saggina o sia meliga, che è il principal cibo dei contadini del paese, ed i Piemontesi affamati ne domandavano invano. Furon visti uomini costretti dalla estrema fame razzolare, crudo ed insolito spettacolo in Piemonte, nello stallatico dei cavalli, e pascersi dei granelli superstiti, miserabili reliquie. A questo si aggiungeva, che se i villani frenati dai capitani, avevano cessato, sebbene non intieramente, dal sacco e dalle persecuzioni, i Cosacchi, i Panduri, e non so qual altra peste di questa sorte, avevano principiato a far da loro. La parzialità pei Francesi era il pretesto, la cupidigia la cagione, la violenza il mezzo, il furto il fine. I Piemontesi non erano sicuri nè in casa, nè fuori; le case andavano in preda, o per forza o per inganno; le ingiurie per le strade, ed anche per le contrade della real Torino si moltiplicavano; varie erano le forme: alcuni rapivano gli orologi di tasca, dicendo,Jacob, Jacob, come dir giacobino; e gli rapivano ai giacobini, ed ai non giacobini ugualmente. Toccavano altri i capelli, credendo, che i giacobini gli avessero mozzi, e se venivano, gridavanoJacob, Jacob, e mettevano l'uomo per la peggiore: nelle campagne,veduto chi andasse per la strada ai fatti suoi, tosto gridavanoJacob, correvano dietro, ed era forza riscattarsi, quando non si poteva fuggire. Io ho conosciuto un repubblicano, che era fatto fuggire su pei monti da una stretta di Panduri, che gli teneva dietro, gridandofermati Jacob, fermati Jacob, che siam truppe dell'imperatore. Quella gente zotica si persuadeva, che perchè eran truppe dell'imperatore, il repubblicano dovesse fermarsi; ma ei si dileguava loro davanti con migliori gambe. Insomma la guerra è guerra, i vincitori sono vincitori, ed il ciel guardi gli stati deboli dagli alleati potenti. Non mai il Piemonte fu tanto squallido, quanto ai tempi della presenza degli Austriaci e dei Russi.
Non si fece sangue per giudizj civili nè sotto il governo di Joubert, nè sotto quello di Suwarow; ma dominando il Russo, molti partigiani del nuovo stato, fra i quali non pochi virtuosi uomini, furono carcerati, parte per odio, parte per assicurarsi di loro massimamente perchè i repubblicani innanzi che partissero, avevano arrestato, e condotto ostaggi in Francia per sicurezza dei compagni, i capi delle principali famiglie nobili del Piemonte. Il collegio dei nobili di Torino pieno di questi prigionieri di stato: eranvi il conte San Martino, il conte Galli, il conte Avogadro, l'avvocato Colla, il giudice Braida, e con molti altri quel Ranza, che al suono della rivoluzione del Piemonte sua patria, era prestamente accorso da Milano, dove secondo la sua disordinata natura, ma pure con sincerità d'animo, non contento di cosa che si facesse, o di anima che vivesse, scrivevacontro tutti senza freno alcuno quanto gli suggeriva la mente sua torbida ed inquieta. Gli scherni che loro si facevano dal popolazzo erano gravi, le minacce ancor più gravi; le medesime carcerazioni nelle provincie.
Vedeva il consiglio, che per confermare lo stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamente ella era di sicurtà grande alle cose del Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della podestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il giorno tredici giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso, ed alla trincea della prima circonvallazione, che si distendeva dalla strada di San Calvario a quella di Susa, ed era distante solamente a trecento passi dalla strada coperta. Non mancarono gli assediati a se medesimi nel voler impedire colle artiglierìe, che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed ajutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterìe, e la mattina del diciotto diedero mano a bersagliare la fortezza. Circa cento bocche da fuoco buttavano contro di lei, parte di punto in bianco, parte e molto più di rimbalzo; la quale ultima maniera di trarre fece nella piazza danni e rovine grandissime; perchè siccome lo spazio, per non essere la cittadella molto grande, in cui piovevano le palle, era angusto, così coi salti, coi ribalzi, e coi rimandi loro avevanorotto tutte le traverse, fracassato i carretti, ferito a morte un gran numero di cannonieri: il suolo si vedeva smosso, ed arato per ogni verso. Tiratori Piemontesi abilissimi dalle trincee con grosse carabine molto aggiustatamente traevano, ed imberciavano i cannonieri per le cannoniere: i parapetti in molte parti già squarciati e rotti. Faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di quest'oppugnazione, la intimata alla piazza: rispondeva Fiorella, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio rincominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del diecinove. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governatore Fiorella ardevano: una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molt'acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri, le batterìe scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglierìe. Già la seconda circonvallazione si scavava a gittata di pistola dalla strada coperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso. Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità, che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono il dì venti i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati fino agli scambj; Fiorella, e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambj, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numerodi circa tremila. Entrarono i vincitori il dì ventidue. Trovarono trecentosettantaquattro cannoni, centoquarantatrè mortai, quaranta obici, trentamila fucili, polvere, ed altre munizioni da guerra in grande abbondanza; insigni spoglie conquistate in pochi giorni. In così breve spazio di tempo ebbe la sua perfezione l'opera di sforzare la cittadella di Torino, e fu costretta alla dedizione una fortezza, che in una guerra anteriore aveva per ben quattro mesi vinto la contesa contro un esercito assai grosso di Francia. Gli uffiziali d'artiglierìa, ed i cannonieri Piemontesi, che in questo fatto combatterono pel re, fecero opere di egregio valore. Dimostrossi massimamente singolare la virtù di un Ruffini, capitano di non mediocre perizia, e molto dedito all'antico governo. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche, e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari, e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regj felici augurj. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, o che era sdegnata per avere lui seguitato sino all'estremo la parte di Francia, attraversava questo disegno: singolare condizione di Carlo Emanuele, che la sua fede verso Francia tanto con lei non gli abbia giovato ch'ella nol rovinasse, e che la sua ruina operata dalla Francia tanto non abbia potuto coll'Austria, ch'ella il rintegrasse.
Per la conquista fatta dagli alleati dello statodi Milano, del Piemonte, e delle tre legazioni, ne seguitava, che una moltitudine quasi innumerevole di repubblicani italiani d'ogni sesso, d'ogni grado, e d'ogni età, che si erano scoperti per la repubblica, fuggendo la furia boreale che gli perseguitava, si erano ricoverati in Francia massimamente nei dipartimenti vicini del Montebianco, dell'Isero, delle Alpi alte, basse, marittime, e delle bocche del Rodano. Coloro che si trovavano in maggiori angustie, si fermarono in questi dipartimenti, sperando, che presto la Francia, dalla bassa fortuna in cui era caduta, riscuotendosi, avrebbe di nuovo aperto loro le strade per tornarsene nella patria. I più ricchi o i più ambiziosi, andarono ai piaceri ed alle ambizioni di Parigi. Erano fra tutti diversi umori. I più timidi, deplorando l'esiglio, che riusciva loro insopportabile, e stimando che fosse aver diletto di ingannarsi da loro medesimi il nutrire speranza che la Francia fosse per risorgere, perchè per le rotte d'Italia pareva loro impossibile fermare tanta rovina, considerato massimamente che le sinistre novelle ogni giorno più si moltiplicavano, desideravano di rappattumarsi coi vincitori. I più costanti volevano aspettare qualche tempo per vedere a qual cammino fossero per andare quelle acque così grosse. I più animosi, non dubitando che la vittoria potesse visitar di nuovo le insegne di Francia, facevano ogni opera per stimolarla a non lasciar cadere le cose d'Italia, e con ogni istanza sollecitavano una nuova passata dei repubblicani. Mettevano avanti la ricchezza del paese, l'importanza di lui per la repubblica, la gloriaacquistata, le menti sdegnate alle enormità dei confederati, i desiderj rinnovellati di Francia; cose tutte, che accrescevano facilità alla vittoria. Promettevano, si offerivano, la potenza loro oltre ogni ragione magnificavano.
Intanto il tempo passava, l'esiglio si prolungava, le speranze scemavano, i bisogni crescevano, il forestiero aere diveniva loro ad ogni ora più grave e più nojoso. In tanto infortunio la Francia gli raccoglieva benignamente; conciossiachè, oltre qualche soccorso, col quale il governo alleggeriva la sventura loro, trovarono nella cortesìa dei Francesi ospitalità tale, che a loro tutte le cose erano in pronto, salvo quelle che la sola patria può dare. Nè in questo pietoso ufficio le opinioni operavano, perchè molti Francesi furono visti, ai quali era in odio la repubblica, avere sollecitamente cura dei fuorusciti, nelle case loro ricoverandogli, e con ogni più amorevole servimento consolandogli. Tutte le terre Francesi, alle quali lo spettacolo degli esuli era pervenuto, nel far loro benefizio emolavano le une alle altre. Chambery, Grenoble, e Marsiglia si dimostrarono per questi benigni risguardi piuttosto mirabili, che singolari. In mezzo al conforto ch'io provo nel raccontare questa Francese umanità, non so s'io mi debba dire una cosa orribile: pure per far conoscere l'età, io non sarò per tacerla, e questa è, che a questi sfortunati Italiani si dimostrarono duri, spietati, ed inesorabili la maggior parte di coloro, che erano carichi delle spoglie d'Italia. Costoro altri fra gl'Italiani non vedevano, se non quelli che avevano tenuto loro il sacco, e gliuni e gli altri in mezzo alle gozzoviglie, dell'Italia e della Francia ridevano. Avrebbero veduto con ciglia asciutte rovinare, e gir sottosopra il mondo, se del mondo pei loro male acquistati piaceri non avessero avuto bisogno. Così il ricco ed il povero, il repubblicano ed il regio, gli amatori e gli odiatori dell'impresa d'Italia davano sulla ospitale terra di Francia, quanto era in facoltà loro, ed amorevolissimamente ai miseri Italiani. Solo coloro che principale cagione erano, ch'eglino fossero caduti in quel caso estremo, e che dall'Italia solamente avevano acquistato quello, che gli metteva in grado di beneficare altrui, pane alcuno, neppure l'amaro, ai depredati offerivano. Che anzi non solamente dalle laute e lascive mense loro gli allontanavano, ma ancora dagli atrj, e perfino dalle porte crudelmente gli ributtavano. Così al tempo stesso si vedeva quanto la umanità ha di più tenero e di più generoso, e quanto l'avarizia ha di più duro e di più spietato: tanto è vero che un sol vizio gli tira a se tutti, ed una sola virtù tutte!
Gl'Italiani ricoverati in Francia, dico quelli che si erano acquistato maggior credito nelle faccende, avevano persuaso a loro medesimi, che in tanta tempesta di fortuna grande mezzo a far risorgere l'Italia, e ad ajutare lo sforzo della Francia per ricuperarla, fosse il pretendere il disegno di unirla tutta in un solo stato; perchè non dubitavano, che a questa parola di unità Italica, gl'Italiani bramosamente non concorressero a procurarla. Per la qual cosa volendo trar frutto dall'occasione, si appresentarono, oltre le esortazioni non istampate,e presentate ai consigli legislativi, con una rimostranza stampata, e diretta al popolo Francese, ed a' suoi rappresentanti, la quale favellando della necessità di creare l'unità d'Italia, con queste parole incominciava: «Il tradimento e la perfidia hanno soli dato la vittoria ad un nemico barbaro e crudele. Chi con maggiore efficacia gli favoriva, reggeva allora la vostra Francia. Voi foste, come noi, ingannati, voi, come noi, traditi da coloro, che dell'assoluta potestà dilettandosi, volevano voi tutti in un con la libertà dei popoli precipitare in quell'abisso, che le empie mani loro avevano aperto. Per pochi giorni stette, che gli abbominevoli disegni loro, accompagnati da atroci delitti, non si compissero; per pochi giorni stette, che voi, come noi, più non aveste nè patria, nè leggi. Violando essi i vostri diritti più santi, vendettero a prezzo, come gli spietati padroni vendono gli schiavi loro, la libertà vostra, la libertà dei vostri alleati. Ma ora s'incomincia a sperare. Quanto dolce ai nostri cuori mostrossi la vera ed amichevole ospitalità, che in Francia trovammo, e quanto ella è diversa dalle avare vessazioni degli agenti, dei somministratori, delle compagnìe, che hanno spogliato l'Italia! Gli ajuti da quest'uomini vili non ci vennero, nè noi gli avressimo accettati. Il gittare i nostri liberi sguardi verso la patria nostra, mandare in dimenticanza, se fia possibile, la grandezza dei mali, che da tutte le tirannidi sofferto abbiamo, rintracciarne le cagioni, mostrarne i rimedj, collocare le speranze nella giustizia, nella lealtàdei Francesi, e nei principj che hanno manifestato, pruovare, che i popoli d'Italia debbono essere amici ed alleati naturali della Francia, mostrare che vogliono esser liberi, porre in chiaro finalmente, che l'unità d'Italia è necessaria alla felicità, ed alla prosperità dei due popoli, fia l'argomento dello scritto, che indirizziamo al popolo Francese, ed a' suoi rappresentanti».
Dette poscia molte altre cose parte vere, parte di poca entità sull'unità d'Italia, terminavano dicendo: «Se la repubblica Francese finalmente non dichiara l'unità d'Italia, essa non potrà mai purgarsi da quella opinione, in cui è venuta, quantunque ingiustamente, di perfidia nei negoziati, di fraude nei patti, alla quale il direttorio ha dato occasione di sorgere in tutta Europa per mezzo de' suoi agenti tanto perfidi, quanto corrotti. In nome della repubblica Francese osarono essi cacciare con le bajonette il popolo dalle assemblee primarie; in nome della repubblica Francese esclusero dai consigli legislativi i rappresentanti più fedeli, per sostituire ai luoghi loro gli agenti dell'aristocrazìa, i fautori dei tiranni; in nome della repubblica Francese obbligarono ad accettare trattati ingiusti, poi gli violarono; in nome suo il libero parlare, ed il libero scrivere fu spento, in nome suo cacciati dagli uffizj arbitrariamente gl'impiegati, in nome suo rotto, anche di nottetempo, l'asilo sacro dei cittadini, in nome suo tolto loro per forza le proprietà, confuse le potestà civili e criminali: in nome suo dichiarati licenziosi e nemici dellalibertà coloro, che ancora avevano il coraggio di amare la virtù, e di opporsi ai loro scialacqui ed alle loro depredazioni, in nome suo rifiutarono le armi ai repubblicani, e chiarirono ribelli coloro, che volevano difendere le native sedi contro il tradimento di Scherer, in nome infine della repubblica Francese introdussero la oligarchìa, contaminarono con istudiate corruttele il retto costume, e per tale guisa prepararono le sollevazioni dei popoli sdegnati da tanta oppressione e licenza. La repubblica Francese, che va a gran destino, debbe dimostrare al mondo con fatti, che opera di lei non sono tanti mali prodotti, tanti delitti commessi, e cui ella è debitrice di ricorreggere. Dicelo il popolo Francese ne' suoi scritti indirizzati al corpo legislativo; diconlo aringando i rappresentanti suoi, pieni di sdegno alle disgrazie d'Italia: palesano questi scritti, palesano questi discorsi l'affezione, che si porta all'Italia. Nel loro giusto sperare i repubblicani d'Italia d'ogni ingiuria, e d'ogni danno dimenticandosi, nell'esiglio loro solo sono intenti a ristorare la patria loro, dalle immense sue ruine liberandola. Pruovarono, che la ragione eterna, che la naturale legge richieggono la libertà e la unità d'Italia, e si persuadono, che la giustizia e l'affezione dei Francesi, quello, che la natura vuole, con la volontà loro confermando, s'apprestino ad incamminare a tal destino questa bella, ed infelice parte d'Europa». Onorati e numerosi nomi sottoscritti davano autorità, e valore al discorso.
Gravi parole erano queste, e parte ancora vere, e parte ancora eccelse, ma mescolate ancora di non comportabile intemperanza; perchè, se era lodevole e generoso il richiedere dai Francesi la libertà e l'unità d'Italia, bene era da biasimarsi quel voler giudicare il governo Francese, quel volersi intromettere nelle faccende domestiche di Francia, quel chiamar traditore un capitano, a cui mancò piuttosto la fortuna, e forse l'animo in un solo fatto, che la rettitudine e la fede verso la patria. Il direttorio disprezzava queste improntitudini, perchè l'unità della nazione Italiana, come emola, ed essendogli molesta la sua potenza, non gli andava a grado. I rappresentanti anche i più vivi, e che si dimostravano più propensi agl'Italiani, abborrivano ugualmente dall'unità d'Italia, non avendo inclinazione alla sua grandezza; ma di queste cose si servivano nei discorsi ed orazioni loro, per isbattere la riputazione e la potenza del direttorio, ed aspreggiare i popoli contro di lui. Intanto le armi settentrionali viemaggiormente prevalevano; nè era conceduto dai cieli ai gridatori di Parigi, od ai capitani che allora tenevano il campo in Europa per la repubblica, di rintuzzarle, e di restituire alla Francia il dominio d'Italia.