LIBRO DECIMOSETTIMO

LIBRO DECIMOSETTIMOSOMMARIOGuerra in Grecia, e suoi crudeli accidenti. Corfù, e le altre possessioni Ioniche di Venezia conquistate dai Russi e Turchi. Continuazione della guerra in Italia. Avvisamenti di Moreau per resistere ai confederati. Macdonald lascia Napoli per venir a congiungersi con esso lui nell'Italia superiore. Avvenimenti sanguinosi di Roma e di Toscana. Prime battaglie tra Macdonald e gli alleati nel Modenese: le tre battaglie della Trebbia tra Macdonald e Suwarow. Moreau scende al piano, poi si ritira di nuovo ai monti. Oppugnazione, e presa di Alessandria, Mantova e Serravalle. Battaglia di Novi con morte del generalissimo Joubert. Tortona si arrende ai confederati. Guerra nel Piemonte, e presa di Cuneo.La guerra, che insanguinava le terre Italiche, non risparmiava le Greche. Le isole del mare Ionio tolte sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, vennero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Dominavano i confederati l'Ionio con le armate loro, e già con molta felicità si erano impadroniti delle isole di Cerigo, Zante, Cefalonia, ed Itaca, delle prime con l'opera efficace degl'isolani mossi a tumulto dai nobili contro i Francesi, dell'ultima non senza grave rammarico degli abitatori, ai quali in quei grandi pericoli non rifuggì l'animo dal mostrarsi favorevoli ai repubblicani,e dall'accarezzargli con ogni segno di affezione insino all'ultimo. Bene e meritamente, come pare, fu biasimato dagli uomini periti di guerra il generale Chabot, che reggeva tutti quei paesi nuovamente acquistati alla Francia, del non avere, quando vide avvicinarsi un nemico più potente di lui, ristretto, abbandonando le altre isole, tutte le sue genti in Corfù; perchè all'ultimo a chi rimanesse l'imperio di quest'isola rimaneva quello delle possessioni Joniche. L'avere tenuto le sue forze spartite fu la cagione, che più di mille buoni soldati vennero in poter dei confederati nelle isole poco difendevoli, che abbiamo sopranominate, e Corfù non ebbe per la vastità delle fortificazioni presidio sufficiente al difendersi. Solo il castello di Santa Maura si difendè gagliardamente, e lungo tempo, ma finalmente fu costretto di cedere alla fortuna del vincitore con la prigionia della valorosa guernigione. Pel medesimo errore aveva Chabot munito con presidj i luoghi della terra ferma, che essendo di antico dominio veneziano, erano venuti in mano dei Francesi. Nè alcuno può restar capace, come egli sperasse di potervisi mantenere contro tutta la potenza di Alì, Pascià di Ianina, che già, meno per obbedire ai comandamenti della Porta Ottomana, che per ingrandire se stesso in quel rivolgimento di stati, si era risoluto a combattere i Francesi. Era Alì uomo di perfida e feroce natura: aveva vezzeggiato i Francesi, quando, trovandosi forti, pensava che la forza loro fosse per tornare in sua utilità propria. Ma ora, abbassatasi la fortuna, si era indotto a dar loro l'ultima pinta: o per inganno, o perforza, che sel facesse, non gl'importava. Aveva sperato che i Francesi, quando già erano minacciati, gli avrebbero dato in mano Corfù, perchè poteva spendere molto denaro, e misurava altrui da se stesso. Di ciò aveva anzi mosso parole con Chabot, il quale, siccome quegli che per integrità e per fede verso la sua patria non era a nissuno secondo, aveva sdegnosamente ricusato. Per questo Alì si era apprestato, avendo considerato che le fraudi non fruttavano, a combattere con tutte le forze i repubblicani, che tuttavia tenevano piede nel continente a Butintrò, a Parga, a Preveza, ed a Nicopoli. Ma già la guerra romoreggiava intorno a Corfù; Butintrò, combattuto aspramente dagli Albanesi e dai Turchi di Alì, era stato sgombrato da Chabot, non senza grave perdita di parecchi valorosi soldati. Fu ferito in questo fatto un Petit colonnello, uomo di squisitissimo valore. Fe' anche sgombrare Parga, del che non poco dolore sentirono i Parganiotti, che si erano affezionati ai Francesi, e temevano la ferocia di Alì. Ma già le cose si riducevano alle strette in Corfù, a Preveza, ed a Nicopoli: imperciocchè i confederati comparsi con l'armata nel braccio di mare, che separa l'isola dal vicino Epiro, impedivano i soccorsi, che da Ancona avrebbero i repubblicani potuto mandare, ed avendo sbarcato genti in sull'isola, e piantato artiglierìe sul monte Oliveto dall'una parte, sul monte Pantaleone ed alle Castrate dall'altra, avevano incominciato a battere la fortezza. Al tempo stesso parecchie sommosse sorte nell'isola, principalmente alle Benizze, luogo abbondante diacque chiare e dolci, ajutavano gli assalitori, e travagliavano gli assaliti. In queste sollevazioni si mescolavano volentieri i Corfiotti, accesi in questa disposizione da alcuni nobili, i quali poco amavano il nome Francese, e molto il Russo; nel che procedevano con maggiore affetto il conte Bulgari, personaggio di ottima natura, ricco, e di molta dipendenza nell'isola, e la famiglia dei Capo d'Istria. La religione anch'essa operava efficacemente in quei capi Greci tanto vivaci, e tanto facili a dar la volta. Hanno i Greci la medesima religione che i Russi, e pareva loro, che il dominio Russo importasse per loro il divenire da servi padroni. Fra tutti un grave tumulto contro i Francesi sorgeva nel Mandruccio, sobborgo della città posto sotto tutela del monte Oliveto, a frenare il quale spesero i Francesi molta fatica e molto sangue.Intanto Alì, radunato il suo esercito, in cui si noveravano meglio di undici migliaja di combattenti, la maggior parte a cavallo, si apparecchiava a dar l'assalto a Preveza, e massimamente a Nicopoli, dove era ridotto il maggior campo dei Francesi, circa settecento soldati, fra i quali sessanta Sullioti, e ducento Prevezani. Era questo campo fortificato con alcune trincee, ma ancora imperfette, ad al governo del generale Lasalcette, che udito il pericolo di Nicopoli, vi si era trasferito da Santa Maura, dove aveva le stanze, per non defraudare i suoi in quell'estremo accidente della sua presenza, e del suo esempio. Era fatale, che non pochi valorosi Francesi perissero in istranj lidi, non di buona, ma di barbara guerra,perchè fossero soddisfatti i desiderj smisurati di chi colà gli aveva mandati, ed all'ambizione di cui pareva, che il mondo non potesse bastare. Si avventava Muktar, figliuolo di Alì, contro i Nicopolitani alloggiamenti ferocemente, e più ferocemente ancora ne era dai difensori ributtato. Nasceva nelle barbare schiere uno schiamazzare orribile: gli uni stimolavano gli altri alla vendetta, perchè le armi repubblicane, massimamente la scaglia, avevano di loro fatto molta strage. Le grida e le imprecazioni atrocissime, e le minacce, e l'impeto nuovo, e gli squadroni grossi dei barbari spaventavano i capitani Prevezani, che con le loro genti tenevano il mezzo dell'esercito repubblicano; davansi alla fuga, e fuggendo traevano con se quasi tutti i soldati loro. Questo impensato accidente disgiunse le due ali estreme dei Francesi, e fu lasciato fra di esse uno spazio vuoto. Del quale favor di fortuna subitamente valendosi Muktar, ed Alì medesimo, che in su quel fatto con tutte le genti era sovraggiunto, mettendosi di mezzo, perchè Lasalcette, quantunque avesse voluto, non era stato a tempo di rannodarsi, inondarono tutto il campo, troncando ai loro nemici ogni speranza di salute. Vide quel Greco suolo, già tanto famoso per le battaglie di Augusto e d'Antonio, i medesimi miracoli di valore dall'un canto, maggior barbarie dall'altro; poichè non mai la virtù Francese nelle battaglie si mostrò tanto eminente, quanto in questa, nè mai una scelerata barbarie tanto infierì contro infelici e buoni guerrieri quanto in questo, e dopo questo miserando fatto. Rotti e scompigliati gliordini dei Francesi dai barbari, che da ogni parte insultavano, era la battaglia ridotta in affronti particolari in cui venti combattevano contr'uno. Perivano i Francesi, ma dopo vendette a cento doppi fatte; perchè in loro quel che non poteva la forza naturale, poteva l'incredibile coraggio. Lasalcette medesimo, ed un Hotte, colonnello della sesta, con le mani loro si difendevano al pari dei gregarj. Combattevasi dai Francesi non per altra cagione che per morire onoratamente, e da uomini forti; ma anche in questo era la fortezza maggior di quel che appare; posciachè, che le generose opere loro venissero raccontate ai posteri, siccome quelle che in terre prive di ogni civiltà si commettevano, era nelle menti loro più che incerto. Adunque combattevano piuttosto per virtù propria, che per lode altrui. Infine fattosi dai Francesi, non quello, ma più di quello, che per la natura umana si può, piuttosto per stanchezza insuperabile, che per libera volontà, si diedero in poter dei vincitori, forse cento soldati, soli superstiti di sì grosso corpo. Lasalcette, e Hotte incontrarono la cattività medesima, nè non ignoravano, che quella gente barbara tra capi e subalterni non avrebbero fatto differenza.Mentre con tanto valore si combatteva alle trincee di Nicopoli, succedeva nella vicina Preveza un fatto non meno del raccontato maraviglioso, e che in se non ebbe nè minore crudeltà dall'un de' lati, nè minor valore dall'altro. Era al governo di Preveza un Tissot, capitano della sesta, con ottanta Francesi. Avendo egli inteso della fiera battaglia che ardeva a Nicopoli, lasciatialcuni de' suoi alla guardia, si era avviato coi restanti al soccorso dei compagni; ma già la fortuna aveva concluso la tragedia di Nicopoli, e già Lasalcette era venuto in poter dei barbari. Di ciò ebbe le novelle Tissot, e la forza del nemico, che d'ogni intorno correva la campagna, gliene dava anche manifesto argomento. Ritraeva il passo verso Preveza, continuamente assalito da torme innumerevoli di Albanesi a cavallo, dalle quali, ristretti i suoi in gomitolo, ed usando l'opportunità dei luoghi, con immenso valore si difendeva. Ma il nemico, che tanto abbondava di soldati corridori, si era condotto a Preveza, dove aspramente combattuta la piccola guernigione lasciatavi da Tissot, e combattuto anche aspramente da lei, si era impadronito di una parte della terra. Giunto il capitano Francese in Preveza tanto fece con la sua debole squadra, che, uccisi quanti Albanesi se gli pararono davanti, e calpestando i mucchi dei cadaveri loro, riusciva sul porto, donde poco lontano discopriva una nave bombardiera della repubblica, ed alcune barche venute da Santa Maura, che gli arrecavano qualche ajuto di genti e di munizioni. Sorgeva nuova speranza in coloro, ai quali niun'altra speranza era rimasta, se non quella di una morte onorata; perciocchè gli Albanesi raccolti a torme inondavano Preveza e le campagne, e troncavano ogni via di scampo. Ma la speranza non fu lunga: succedeva una disperazione tanto più dolorosa, quanto più la speranza era stata viva ed inaspettata. Un Prevezano affezionato a Tissot si offeriva per andar ad avvertire il capitano della nave del pericolode' suoi compatriotti, acciocchè accorresse prestamente in soccorso, se non per vincere, che ciò era impossibile, almeno per iscampargli. Facevalo il Prevezano, non curando le armi dei barbari, che gli suonavano d'ogni intorno. Ma un Francese, tace la storia il nome di questo piuttosto mostro che uomo, messosi sulla barca del generoso Prevezano, e con questo condottosi alla nave, affermava, avere veduto con gli occhi suoi proprj l'uccisione di tutti i Francesi, nè restar loro altra salute, se non quella di allontanarsi tostamente da quei disumani e sanguinosi lidi. La crudele bugia allignava; la nave bombardiera con le barche Mauritane, voltate le vele, se ne tornava là dond'era venuta. Che cuore fosse di Tissot e dei compagni nel vedere le andantisi vele, non so in quale lingua, nè con quali parole dire adeguatamente si potrebbe. Fatto in quel mortale caso il capitano Francese maggiore di se medesimo, gridava: «Saran dunque, o compagni i nostri giuramenti indarno? Insulteremo noi, quai pusillanimi soldati, alle ombre dei nostri compagni eroicamente morti nelle presenti battaglie? No, noi morrem piuttosto, se vincere non possiamo, e la tomba accorrà coloro, che nel momento estremo hanno onorato la patria loro: lasciamo segni terribili del nostro valore, ed i nemici nostri all'udire le battaglie di Nicopoli e di Preveza, ed al rammentare il nome di Francia stupiscano di maraviglia, e tremino di terrore».Ciò detto, si avventava con furiosissima pinta in mezzo ai barbari; seguitavanlo i compagni;Preveza vedeva una battaglia senza pari. Pochi uomini assaltavano una moltitudine innumerabile, nè solo l'assaltavano, ma la ributtavano, e la cacciavano piena di maraviglia e di spavento. Le contrade, le piazze, i portici di Preveza abbondavano di cadaveri, fumavano di sangue. Datosi dagli animi, che sono instancabili, quanto da loro si poteva dare, incominciavano a mancare i corpi, le cui forze lungamente non possono durare in isforzo estremo. La fame, la sete, la fatica, l'impeto stesso delle volontà avevano dato luogo alla estenuazione, e se non erano rotti gli animi, erano consumate le forze, nè più si combatteva pei repubblicani con tanto ardore. Accortisi i barbari dell'insperato cessamento, tornavano alla battaglia con grida spaventevoli: l'avidità della preda, la rabbia della vendetta gli stimolavano. Vinse la moltitudine fresca contro pochi e lassi. Chi non fu morto, fu preso, e chi non volle andar preso, a tale salse un coraggio indomabile, si uccise da se stesso con le armi tinte del sangue dei barbari; alcuni cercarono la morte, nell'avaro mare gittandosi. Degli ottanta, solo otto col capitano Tissot restarono superstiti, e questi furono tutti dal truculento vincitore dannati a vita tale, che di lei migliore è la morte. Veduti minacciosamente da Alì, erano mandati a strettissima prigione con quattrocento Prevezani, uomini e donne, presi nell'infelice patria loro. Per addolorargli, e per ispaventargli, conducevangli a riva il golfo, perchè quivi vedessero sul sanguinoso campo, dove avevano combattuto, le miserande reliquie dei loro compagni uccisi: cadaverilaceri, membra tronche, teste difformi, e bruttate di sangue, e di fango. Riconosceva, ciascuno con pianti e con querele chi aveva avuto o per parentela, o per amicizia più caro. Godevano i barbari, insultavano, minacciavano, il dolore stesso prendevano a scherno: peggiore governo di loro, affermavano, doversi fare di quello, che dei morti si era fatto; avere ad essere fra pochi momenti le teste loro vive pari a quelle degli ammazzati. Faceva Alì tormentare ed uccidere non pochi Prevezani in cospetto dei Francesi cattivi, ed ei se ne stava mirando, godendo, e compiacendosi delle miserabili grida dei tormentati e dei morienti. Condotti i vinti sulla piazza di Preveza, così ordinando il tiranno, un Albanese scotennava con rasojo le morte teste, poi le salava; poi comandava ai Francesi, che anch'essi così facessero. Ricusarono dapprima per onore e per orrore; ma battiture dolorosissime gli domavano; davansi a scotennare le teste degli uccisi compagni, spettacolo doloroso ed orribile. Gli atti nefandi a questo non si ristavano. I quattrocento Prevezani, legati, e sanguinosi dalle battiture furono condotti nell'isola Salagora, e quivi tutti senza pietade alcuna, nè con più riguardo verso l'un sesso che verso l'altro, nè verso la canuta che verso la verde età, crudelmente uccisi. Le compassionevoli preghiere per perdono, e per grazia di coloro, di cui si laceravano le membra, vieppiù inviperivano la ferocia di quell'aspra, e selvaggia gente, e chi si taceva, era l'ultimo chiamato a morte. Grondò Salagora di sangue umano a rivi, poi biancheggiò,e forse biancheggia ancora di ossa rotte, e di teschi ammaccati. Menavansi a Lorù, grossa terra poco lontana, i prigioni di Preveza e di Nicopoli; poi si avviavano verso l'Arta per alla via di Ianina. Viaggiando, quella torma di disumanati carnefici gli sforzava a portare a volta a volta le teste ancora stillanti sangue degli uccisi amici, e chi ricusava l'orrendo carico, era barbaramente tormentato. Gli Albanesi, quasi a modo di passatempo, straziavano a coda di cavallo Caravella Prevezano: straziato il lasciavano respirare, perchè raccogliesse nuova lena ad essere ritormentato, poi di nuovo sforzavano a corsa, flagellando, il cavallo, e così fra i tormenti ed i respiri il condussero, alzando essi al cielo festevoli grida, ad acerbissima morte. Arrivarono all'Arta, poi a Ianina; si offersero agli occhi loro le teste dei compagni conficcate sui merli dell'atroce reggia di Alì. Da Ianina per la Grecia, e per la Romanìa s'incamminavano a Constantinopoli. Dov'eran le strade più sassose e più aspre, toglievano loro i barbari per diletto le scarpe: dov'erano più assetati, e dove più scorrevano le acque fresche e chiare gli proibivano dal dissetarsi: chi non poteva o per stracchezza, o per fame, o per sete, o per ferite seguitare, tirato a forza sulla sponda dei fossi, vi era inesorabilmente dai crudeli accompagnatori decapitato; i compagni sforzati a portar le teste sanguinose. Sopportarono i miseri Francesi, dico i superstiti, perchè i più perirono, con inenarrabile costanza tormenti tanto insopportabili, Lasalcette, e Hotte i primi. Quando io penso dall'un de' lati allanatura tanto sensitiva dell'uomo, e con quanto amore, e con quanta difficoltà si allevino i figliuoli per fargli adulti, d'altro allo strazio, che gli uomini fanno degli uomini, spesso per nonnulla, spessissimo per cagioni lievi, qualche volta con allegrezza, sempre senza dolore, sto in dubbio, se animali feroci, o uomini io me gli deggia chiamare; che anzi al tutto mi risolvo, ed in questo pensiero mi fermo, che piuttosto uomini, che animali feroci si debbano chiamare, perchè non vedo, che le tigri facciano delle tigri quello strazio, che gli uomini fanno degli uomini; e peggio, che quando essi non possono con le coltella, si lacerano con le lingue. Bene sto sempre in dubbio, a che cosa servono la ragione e la compassione, che solo sono date agli uomini. I lacerati giunti a Costantinopoli, furono, Lasalcette e Hotte, serrati nelle Sette Torri, gli ufficiali ed i gregarj posti al remo sull'Ottomane galere.Intanto l'oppugnazione dell'isola di Corfù si continuava gagliardamente dai Russi e dagli Ottomani. Ogni dì più cresceva il numero degli assalitori: mandava Alì i suoi Albanesi, e genti Turche continuamente arrivavano. Per avere gli alleati occupato le eminenze del monte Oliveto e di San Pantaleone, erano gli assediati ristretti nei forti, e niuna via restava loro per allargarsi nell'isola. Il Mandruccio venuto in poter dei Russi, le Castrate spesso infestate dai Turchi e dagli Albanesi, che calavano dal vicino Pantaleone, San Salvatore venuto spesso in contesa, quantunque sempre valorosamente difeso dai repubblicani.L'assalto di Corfù tirava in lungo, l'oppugnazione diveniva assedio, perchè i Francesi difendevano la piazza virilmente, ed ella è molto forte, ed i Turchi, quantunque assai coraggiosi, non sanno condurre con arte le oppugnazioni delle fortezze. In questo l'ammiraglio di Russia Ocsacow, che governava con suprema autorità la guerra, pensava ad una fazione di non difficile esecuzione, e che di certo gli avrebbe dato la piazza in mano, se avesse avuto, come non dubitava, felice fine. Siede sul fianco della città, e della principale fortezza di Corfù verso tramontana una isoletta, o piuttosto scoglio, che gli uomini del paese chiamano di Vido, e che i Francesi chiamavano col nome d'isola della Pace. Era questo scoglio, siccome pieno di alberi verdissimi, quieto recesso a chi volesse ricoverarvisi a respirare dalle cure cittadine, e dolce prospetto a chi dalla città il rimirasse. Quest'amena sede di riposo e d'ombre aveva tosto ad essere turbata, e straziata dalla rabbia degli uomini. Avevano conosciuto i Francesi, che chi fosse padrone di questo scoglio, avrebbe potuto battere da vicino coll'artiglierìe la cortina della fortezza, e farvi presta breccia. Per la qual cosa, tagliati ed atterrati gli alberi, vi avevano fatto spianate a guisa di ridotti, munite d'artiglierìe sui cinque siti più importanti dello scoglio; perchè sporgendosi oltre il circuito dell'isola, facevano le veci di bastioni. Meglio di quattrocento buoni soldati sotto il governo del generale Piveron erano posti a guardia di questo principale propugnacolo di Corfù. Nondimeno, malgrado dei fattiapparecchi non era luogo, che si potesse tenere lungamente; perchè nè vi era ridotto trincerato, dove la guernigione potesse ritirarsi a contendere il possesso dell'isola, ove il nemico vi fosse sbarcato, nè le batterie erano chiuse di terrati, o di steccati; il perchè, quasi del tutto senza parapetti essendo, lasciavano i difensori esposti al bersaglio dei nemico, che da diverse parti si avvicinasse per andar all'assalto. Avevano anche i cannoni carretti da marina, e però più bassi, e più difficili a governarsi. Lo scoglio di Vido era luogo buono a tenersi da chi, come i Veneziani, essendo forte sull'armi di mare, poteva proibire, che il nemico sicuramente vi si avvicinasse: per questa ragione non l'avevano i Veneziani munito di fortificazioni: ma per colui, che come allora erano i Francesi, fosse privo di naviglio sufficiente, era Vido sito di molta debolezza.Il giorno primo di marzo, datosi il segno dalla nave dell'almirante Russo con due cannonate, tutta l'armata dei confederati si muoveva all'assalto dello scoglio di Vido. Al tempo stesso, per impedire che Chabot mandasse nuove genti a rinforzarne la guernigione, fulminavano contro la piazza con grandissimo fracasso le artiglierìe di San Pantaleone, e del monte Oliveto. Ciò nondimeno venne fatto al generale di Francia di mandare allo scoglio un soccorso di duecento soldati. S'attelavano, sprolungandosi col fianco d'orza da ponente a greco, venticinque navi tra vascelli di fila, caravelle Turche, e fregate contro l'isola, e tutte traevano furiosamente. Era un novero di ottocento bocche da fuoco, il rimbombo dellequali consentendo con quelle dell'isola, della piazza, di San Pantaleone, e del monte Oliveto, partorivano uno strepito tale, che e Corfù tutta ne era intronata, e le vicine coste dell'Epiro orribilmente echeggiavano. Erano i difensori di Vido lacerati dalle palle nemiche, e dalle schegge degli alberi rotti e fracassati. I cannonieri di Francia per essere nudamente esposti al fitto bersaglio del nemico, perchè i parapetti non erano sufficienti, pativano grandemente: i cannoni stessi, rotti i carretti, si trovavano scavalcati. Durò questa fierissima battaglia ben tre ore con danno gravissimo dei repubblicani, con grave degl'imperiali; perchè i primi traevano contro di loro a mira ferma. Finalmente, quando fu giudicato dai confederati, che il guasto fatto dalle artiglierìe nei soldati e nelle armi Francesi, avesse facilmente ad aprir loro l'adito ad un assalto di mano, posti prestamente tutti i palischermi in acqua, e riempitigli di gente, gli mandavano allo sbarco. Approdarono i Russi in numero di quindici centinaja sul destro fianco dello scoglio, che si volge verso la città; i Turchi con Albanesi misti, assai più numerosi dei Russi, sbarcarono sul sinistro, che risguardava verso la bocca settentrionale del porto. Nè così tosto furono sbarcati, che uccisi barbaramente i difensori di due vicine batterìe, se ne impadronirono. I Francesi, visto il nemico dentro, si ripararono ad alcune eminenze, non più per contrastar la vittoria, che già era in mano degli alleati, ma bensì per dar tempo, che quel primo furore degli Albanesi alquanto si calmasse. Gli Albanesi e medesimamente i Turchi, quantiFrancesi venivano loro alle mani, a tanti tagliavano la testa, o che si fossero difesi, o che si fossero arresi. Le teste gettavano nei sacchi per portarle a Cadir Bey, vicealmirante delle navi Turche. I Russi per lo contrario si portarono molto umanamente; imperciocchè non solamente non uccisero nissuno fra quelli, che cedendo si erano arresi, ma ancora preservarono molti, che già venuti in mano dei Turchi pochi momenti avevano a restare in vita. Eransi i Russi raccolti, dopo la vittoria, in un grosso battaglione quadrato nel mezzo dell'isola, e quivi quanti Francesi accorsero, tanti salvarono. Furono visti ufficiali Russi, a riscatto di Francesi venuti in mano degli Ottomani, e vicini ad aver il capo tronco, dar denari del proprio ai barbari feroci ed avari. Un vicecolonnello di Russia, di cui la storia con sommo nostro rammarico tace il nome, dato tutto il suo denaro per salvar due Francesi, che i barbari già stavano pronti per decapitare, nè contentandosene essi, cavatosi di tasca l'orologio, il diede loro, e per tal modo scampò da morte inevitabile i due derelitti nemici. Nè in questa pietosa intercessione soli gli ufficiali di Russia si adoperarono, perchè e semplici soldati, e marinari con la generosità medesima ajutarono i Francesi. Videsi in questo fatto una estrema barbarie congiunta con una estrema civiltà, e giacchè guerra era, pensiero consolativo è, che la umanità vi avesse in qualche parte luogo. Piveron preso dai Russi, fu condotto in cospetto di Ocsacow, che molto cortesemente il trattò. Quasi tutto il presidio restò o morto, o preso.La vittoria di Vido portava con se quella di Corfù. Era impossibile, che la piazza fulminata da due parti potesse resistere più lungamente. Perciò Chabot, il quale, piccolo di corpo, ma grande di animo, aveva in tutto il corso della guerra Corcirese fatto pruova di non ordinario valore, sforzato alla dedizione, stipulava con Ocsacow e con Cadir, che Corfù si desse ai confederati con tutte le armi e munizioni; uscissene il presidio con gli onori di guerra; fosse a spese, e per opera dei confederati trasportato a Tolone; desse fede di non far guerra per diciotto mesi contro i confederati; la nave il Leandro, e la fregata la Bruna ai medesimi si consegnassero; Chabot, ed i suoi ufficiali ad elezione sua potessero essere trasportati o a Tolone, o ad Ancona, purchè fra un mese facessero la elezione. Entrarono i Russi per la porta di San Niccolò, ed in bell'ordine procedendo per la contrada principale, andarono a schierarsi sulla spianata, che sta in mezzo tra la città e la fortezza. Gridavano in questo mentre i Corfiottiviva Paolo primo, e sventolavano all'aura drappelli Moscoviti. Presidiarono i Russi le fortezze, i Turchi la città. Fuvvi qualche sacco di case di giacobini, ma subitamente represso dai confederati. Era a quei tempi un uomo nuovo, e di umore strano a Corfù, che ve ne sono molti di tal fatta in quei paesi, il quale in odore di santità, e quale eremita sucidamente vivendo in una celletta vicina alla chiesa di San Spiridione, protettore veneratissimo dell'isola, aveva più volte, quando le cose di Francia erano più in fiore, pronosticato, che i Francesi non farebberolunga vita in quelle terre. Riuscito l'evento parve miracolo: il veneravano come profeta.Il consiglio generale di Corfù convocato dai confederati secondo gli ordini antichi, decretava, che si ringraziasse San Spiridione, e con annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti Russo e Turco, e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero Paolo primo, Giorgio terzo, Selim terzo. Fu data la somma del governo non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole, e territorj Ionici, ad una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù, finchè dai confederati vi fu ordinato un governo stabile di repubblica sotto tutela della Porta Ottomana. A questo modo per opera, prima dei Francesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio d'Italia all'imperio degli oltramontani, o degli oltramarini, il dominio del mare Ionio, che Venezia aveva saputo conservare per tanti secoli contro tutte le forze dell'impero dei Turchi; il che dimostra quanto siano stati sconsiderati quegli Italiani, che tanto si rallegrarono della ruina dell'antica Venezia. Venuto Corfù in poter dei confederati, divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza dei repubblicani. Vennervi le principesse esuli di Francia; vennervi i cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi Gabrielli e Massimi, il cavaliere Ricci, e molti altri personaggi, a cui più piacevano l'ozio e la sicurezza di Grecia, che il partecipare delle fatiche e dei pericoli del cardinal Ruffo in Italia. Le flotte Russa e Turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo,le quali siamo per raccontar nel progresso di queste storie.Il suono dell'armi, e le grida dei tormentati richiamano l'animo nostro agli accidenti d'Italia. Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito Italico, aveva applicato i suoi pensieri al far venire sul campo delle nuove battaglie le genti, che sotto l'imperio di Macdonald custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald, che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a congiungersi. Nè del luogo, in cui avessero i due eserciti a raccozzarsi, stette lungo tempo in dubbio; perciocchè, sebbene per le rotte avute non fosse in grado di sostener la guerra in Piemonte, sperava, che conservandosi in potestà della repubblica le fortezze principali, avrebbe di nuovo acquistato facoltà, quando gli fossero giunti gli ajuti che aspettava di Francia, di mostrarsi nelle pianure Piemontesi; gli pareva, che i luoghi vicini alle fortezze di Alessandria e di Tortona, che tuttavia si tenevano per la Francia, fossero i più opportuni per tornare al cimento delle armi; poichè, oltre l'appoggio di quelle due piazze forti, erano molto propizj a ricevere chi venisse calando dalla Bocchetta, nè lontani a chi scendesse dalle valli della Trebbia e del Taro. Per tutte queste ragioni, già fin quando era passato per Torino per condursi alle stanze, prima di Alessandria, poi di Cuneo, si era totalmente fermato in questo pensiero, che la congiunzione dei due eserciti dovesse effettuarsinei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili, e da non dar passo alle artiglierìe, era necessitato a camminare fra l'Apennino, e la sponda destra del Po, e temendo che fosse troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di cavallerìa, nelle pianure di Bologna e di Modena, aveva mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana, e del Genovesato. Partiva Macdonald, Abrial lo accompagnava, da Napoli, lasciati presidj Francesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli, e nelle fortezze di Gaeta, di Capua, e di Pescara. Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in armi, e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle sponde del Garigliano, tumultuava lo stato Romano, e da Roma in fuori non vi era luogo che fosse sicuro ai Francesi. Tumultuava la Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli aveva cavallerìa bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie, a far vettovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio, che l'impresa di Macdonald non fosse delle piùmalagevoli ed ardue, che capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire. Da un altro lato gli si parava avanti la gloria dell'essere chiamato liberatore d'Italia, e vincitore delle genti Russe fin a quel tempo stimate invincibili. Nè animo gli mancava, nè mente per questo, nè desiderio vivacissimo di far il nome suo immortale. Le vittorie di Roma e di Napoli continuamente gli suonavano nella memoria, e sperava, che la fortuna nol guarderebbe con viso meno favorevole sulle rive del Po, che su quelle del Tevere e del Volturno.Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini, coll'intento di riuscire per la strada di San Germano, Isola, Ferentino, Valmontone, e Frascati, verso Roma. La sinistra condotta da Macdonald seguitava verso la capitale medesima dello stato Romano la strada più facile della marina. Erano con questa le più grosse artiglierìe, e le principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San Germano si oppose con le armi, fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene armati: assaltarono i Francesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del passo, la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione, che un accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo cacciati di casa in casa a viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali sdegnati all'antica nimistàdegl'Isolani, allo aver tratto al messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, ed alla tanto ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per forma che il furore della presente ebbrezza congiunto col furore della precedente battaglia gli fece trascorrere in opere abominevoli. Nè più davano retta ai loro ufficiali, o generali, che gli volevano frenare, che alla ragione od alla umanità. Sorse la notte: era una grande oscurità, pioveva a dirotta. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle, incesero la città, che in poco d'ora fu da se stessa tanto disforme, che non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine. Così Isola perì per furore, prima proprio, poi d'altrui. Passarono i Francesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì sedici maggio nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse, e con discorsi di rammemorazione delle cose fatte dai repubblicani di Francia, lasciate, per marciare più spedito, le artiglierìe, e gl'impedimenti più gravi e guernite di presidj le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi, in cui i Francesi insistevano coi presidj, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con gridare ilnome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore, e con tanta ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.La sede principale della sollevazione erano Arezzo, e Cortona, le quali, siccome vicine allo stato Romano, avevano preso animo a far tentativi dai moti, che in lui poco innanzi erano sorti. Il sito le rendeva sicure, essendo poste sopra monti alti, ed erti. Arezzo si era con ogni miglior modo, che alle guerre tumultuarie si appartenga, fortificata; anzi ogni edifizio era fortezza: vedevansi feritoje aperte in ogni muro, i tetti la maggior parte levati, le sommità delle case appianate, acciocchè i difensori potessero insistervi a ferire il nemico; i capi delle contrade muniti di cannoni, ed assicurati con isbarre e con isteccati. Numerose squadre di gente venuta dal contado, e variamente armata custodivano le porte, e curiosamente, e diligentemente esaminavano chi entrava, e chi usciva. Uffizj divini si celebravano ogni giorno nella cattedrale dal vescovo, e dal clero in ringraziamento delle vittorie acquistate dagli alleati, e dai Toscani contro i Francesi. Stava appeso a guisa di trofeo alla volta della chiesa un cappello con gallone in oro, che era stato di un ajutante generale Polacco ucciso nelle vicinanze di Cortona con una coltellata per inganno da un prete, mentre era venuto a parlamento con lui. Muovevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, a ragione o a torto, di giacobino, e mal per chi non aveva i capelli in coda,e chi non gli aveva, gli metteva. Ad ogni tratto, e quando più l'ardor gli trasportava, si avventavano alle persone che conoscevano, gridando: «Giur'a Dio, se sapessi, che lei è giacobino, gli passerei il cuore con questo coltello». E sì brandivano il coltello, e facevano l'atto di ferire. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia quest'uomini tanto sfrenati contro i Francesi, e contro coloro che avevano o che parevano aver odore di essi, si mostravano obbedientissimi al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo un magistrato supremo sotto titolo di suprema regia deputazione, in cui entravano preti, nobili, e notabili. Un cavaliere Angelo Guilichini presidente; uomini nè sfrenati, nè feroci, ma non potevano impedire il furore del popolo: solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Dì e notte sedevano per esser sempre pronti ai casi improvvisi. Facevano disegni di nuove sommosse in favor del gran duca continuamente; traevano a suo nome tutti i magistrati, mandavano ordini alle città tornate a divozione, mescolavano ai contadini sollevati le guardie urbane, ed alle guardie urbane i soldati regolari, che già avevano vestito l'abito, e le insegne del governo ducale; e poichè pensavano a far vera guerra, avevano calato certo numero di campane con intendimento di fonderle ad uso di cannoni. Delle nappe, e dei colori non parlo, perchè fra quelle turbe tumultuarie chi portava l'insegna di un santo, chi di un altro, chi della Madonna, chi del papa, chi dei Russi, chi degli Austriaci, chi del Gran Duca, chi tutte questeinsieme; e chi era stato tinto nelle faccende precedenti, più ne portava, col fine di allontanar da se quel nembo tanto pericoloso. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale come quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si mettevano, perchè le cose dei Francesi erano ancora in essere, e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono cagione, che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i confederati vi arrivassero; proponimento lodevole, ma bruttato da fatti scelerati. Fu Cortona messa a dura pruova. Polacchi venuti da Perugia accorrevano per tornarla a divozione di Francia. Seguì una fiera zuffa a Terontola, dove i Cortonesi erano andati ad incontrargli, poi a Campaccio a piè del monte, perchè i Polacchi prevalendo per arte di guerra, si erano fatti avanti. Infine venne il conflitto sulle mura stesse della città. Tentavano i soldati forestieri di sforzare le porte di San Domenico, e di Sant'Agostino, e di dare la scalata; ma quei di dentro si difesero sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna Francese molto forte, che era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto, che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva la intimazione. Mandò contro gli Aretini un bando terribile, che passerebbea fil di spada, che darebbe la città al sacco ed alle fiamme, che rizzerebbe sulla piazza d'Arezzo una piramide con queste parole:Arezzo punita della sua ribellione. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il Francese non si accinse a domargli, lasciando pendenti le cose loro, perchè non era parata l'occasione di vendicarsi. Era Arezzo città forte, e fuor di strada, ed ei voleva camminar veloce alla impresa. Un Andrea Doria mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i Francesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andaronvi i Francesi, saccheggiarono, ed arsero la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta, e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammottinamenti di truppe per mancanza dei soldi, perciocchè da lungo tempo non erano espedite dei loro pagamenti, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e Reinhard, come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor denaro. Ordinava Bertolio, con intervento del governo servo di Roma, una tassa sui domestici, sui cavalli, sulle botteghe, sulle porte, un'altra del due per centinajo sui capitali fidecommissarj dichiarati liberi, ed ambe dovessero pagarsi nel termine di dieci giorni; il che come fosse possibile, potranno facilmente giudicar coloro, che hanno conosciuto le ruine dei Romani. Reinhard comandava, che da tutte le chiese, monasteri, e conventi, e dalle sinagoghe, e da altri tempj, di qualsivoglia rito fossero,si togliessero le argenterie superflue, ed il ritratto s'investisse in benefizio dell'esercito. Già si erano espilati i monti di pietà, e solo quando vennero i pericoli estremi, e quando il restituire era paura, non generosità, si erano restituiti i pegni di valuta minore di dieci franchi. Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova: Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese, il principe Hohenzollern il Modenese, Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli, Bellegarde venuto dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Tortona, Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a divozione alcune valli dell'Alpi, e per osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni o verso Cuneo, o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da Francia. E' pare anzi certo, che se i due generali Francesi si fossero meglio accordati fra di loro nell'esecuzione del disegno concetto da Moreau, qualche grande infortunio sarebbe venuto addosso ai confederati, e si vede meglio in Suwarow l'arte di ben condurre una battaglia, che di modellare pensieri larghi e lontani di guerra, della quale perizia massimamente debbonsi lodare gli eccellenti capitani. Infatti non fece egli motivo d'importanza per proibire il passo degli Apennini a Macdonald, nel che consisteva tutta la fortuna della guerra. Bastò, che la legione Polaccaromoreggiasse intorno a Pontremoli, perchè il debole presidio, che vi stava a guardia, si ritirasse. Nè il generale Russo, avendo le popolazioni amiche, e molta cavallerìa, poteva temere, che i presidi delle fortezze, che ancora si tenevano pei Francesi, gli facessero qualche moto d'importanza alle spalle. Laonde ci poteva sicuramente stare grosso e rannodato per opprimere Moreau e Macdonald là dove si fossero mostrati, e chi vincesse la battaglia, avrebbe anche vinto le fortezze. Gli accidenti posteriori mostrarono, quanto abbia errato Suwarow nello alloggiare tanto spartito.Moreau, dato voce che avesse avuto grossi rinforzi di Francia, e che maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel Mediterraneo una flotta Francese proveniente da Brest con qualche battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno ei se ne stava a consumarsi intorno alle fortezze, ed alle montagne Piemontesi. Ma non istette lungo tempo ad accorgersi, che se per valore ei non era inferiore agli avversarj, gli avversarj lo avanzavano per arte, e che aveva a far con capitani, che per perizia nelle cose di guerra erano fra i primi del mondo. Già Victor camminandoper la riviera di Levante, appariva vicino a congiugersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald, chiamate a se tutte le genti che stanziavano in Toscana, salvo le guernigioni di Firenze, di Livorno, e di alcuni altri luoghi forti sul littorale, s'incamminava alle accordate fazioni, per le quali si prometteva la liberazione d'Italia. L'ala sua dritta condotta da Montrichard pel passo di Lojano, che sempre era stato tenuto dai Francesi, marciava contro Bologna; la sinistra, conquistato prima dalla legione Polacca di Dambrowski il passo di Pontremoli, si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo alloggiamento in Fornuovo, luogo celebre per la vittoria di Carlo ottavo re di Francia sulle genti Italiane governate dal marchese di Mantova. Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald, varcato il sommo degli Apennini a Pieve di Pelago, per la strada che da Pistoia dà l'adito a Modena, si era calato col grosso dell'esercito per la valle del Panaro, ed impadronitosi di Venanzio, di Sassuolo, e di altri luoghi posti sul fiume, si era innoltrato per Casinalbo e Salicelta insino al Casino Brunetti a piccola distanza da Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Tortona ed Alessandria. Già aveva mandato per dar la mano più verso il piano, e più da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.Queste mosse dei capitani della repubblica diedero che pensare ai generali dei due imperj, e glifecero accorti, che era loro mestiero, se non volevano che l'Italia fuggisse loro dalle mani, di rannodarsi con molta prestezza; a tale strettezza erano condotte le cose, che un giorno solo d'indugio poteva aprir la occasione di una totale vittoria ai Francesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la oppugnazione in assedio, andava a porsi con diecimila soldati a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Temeva, che Macdonald, passato improvvisamente, e con forze preponderanti il fiume, non gli guastasse le opere fatte contro la piazza, e la liberasse dall'assedio. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau, ed a Hohenzollern, che erano in pericolo di essere pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale Francese accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Francesi andava a ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor, con la sinistra, Otto; e tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma, che calpestati da tante genti, da paesi fioritissimi erano divenuti orridi per la fame e per la miseria. Il ducato di Parma principalmente si trovava molto consumato per le gravi esazioni commessevi da Otto. Ma i raccontati rimedj usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern, e Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di Suwarow, che insistevain Piemonte. Se lo vide il generalissimo di Paolo, e volendo ricompensare con la celerità l'errore dell'aver troppo spartito le sue genti, si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo, perchè il Francese non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali Austriaci. Pertanto marciando sulla destra del Po già si avvicinava ai campi famosi per antiche battaglie, e che del pari erano per diventar famosi per pruove di non minor valore date da nazioni venute anch'esse di lontano per ammazzarsi. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno dieci di maggio succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle due parti. Sulle prime i repubblicani caricarono con tanta forza gl'imperiali, che gli rincacciarono fin oltre Casino Brunetti. Ma trasportati dall'impeto, essendosi troppo inoltrati, furono sì aspramente assaliti ai due fianchi dalla cavallerìa Austriaca, che furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti, sforzandosi Olivier e Rusca di rompere la fronte del nemico per separare Hohenzollern da Otto. La cavallerìa repubblicana condotta dal generale Forest urtò con grande impeto il nemico, e già il faceva piegare, quando il generale Tedesco spinse avanti il reggimento dei fanti di Preiss, guidato da un colonnello molto valoroso, che aveva nome Wedenfels. Questo reggimento diè sì forte carica ai repubblicani, usandola bajonetta, che nol poterono sostenere, e si ritirarono verso le montagne, lasciando la terra di Sassuolo in poter dei Tedeschi. Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti, che un evento terminativo di battaglie. Ma il dodici giugno fece Macdonald un motivo assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che sebbene meno grossi de' suoi il molestavano, e gl'impedivano il passo a' suoi disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione, che Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi. A questo fine, fatto calare la sua sinistra verso Reggio, le ordinava, urtasse il nemico, e si mettesse in mezzo tra Hohenzollern, e Otto; il che poteva agevolmente venir fatto, perchè le genti di Otto si trovavano sparse e lontane. Egli medesimo con la mezza contro Modena dirittamente difilandosi, voleva far opera di romperla, e d'impadronirsi della città. Al tempo stesso, passando con la destra il Panaro, si proponeva di spuntare da questa parte la sinistra degli Austriaci; e di separare per questa mossa Hohenzollern da Klenau. Ma perchè quest'ultimo non potesse accorrere in soccorso del compagno, il faceva assaltare da Montrichard, che già colle sue genti aveva liberato d'assedio il forte Urbano. Per questo Montrichard, muovendo due colonne, una da Bologna, l'altra dal forte Urbano, se ne giva per attaccare Klenau, che aveva le sue stanze a Castel San Giovanni.Fecero egregiamente i Francesi l'opera del loroperito ed audace capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi, e durò molte ore: i cavalli massimamente andarono alle prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle bajonette. Pure i repubblicani superavano pel numero, e se tutto il disegno di Macdonald avesse avuto il suo compimento, era già fin d'allora perduta la fortuna dei confederati in Italia: il che dimostra chiaramente l'errore di Suwarow dell'avere in sì fatta guisa spartito le sue genti. La sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento; perchè cacciati i Tedeschi, ed occupata la strada, che dà a Reggio, s'intrometteva tra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale Tedesco, dove egli medesimo combatteva, animando i suoi, fu obbligata a piegare, e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto questo corpo Austriaco, secondo il disegno ordito dal generale Francese, circondato e preso, se Montrichard avesse vinto sulla destra, come Macdonald aveva sulla mezza, e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i repubblicani, che si difilavano contro di lui da Bologna, sforzandogli a tornarsene sulla sponda destra della Samoggia. Poi si affrontò con l'altra schiera, che gli veniva incontro dal forte Urbano, e trovatala e combattutala a Sant'Agata, la costringeva alla ritirata. L'avrebbe anche condotta a peggior partito, se Macdonald vittorioso dalla sua parte non le avesse mandatogenti in soccorso. La resistenza di Klenau fu la salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava alla Mirandola; poi non credendosi sicuro sulla destra del Po, venuto a San Benedetto, e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava sopra un ponte di barche a San Niccolò per andarsene ad aspettare sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto, si condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù dilungandosi andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra breve per arrivare.Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici centinaja di prigionieri, e forse pari numero tra morti e feriti. Dei Francesi mancarono tra morti e feriti circa un migliajo; pochi vennero in poter dei vinti. Fu morto il loro generale Forest, mentre virilmente combattendo con la cavallerìa, dava la carica al nemico. Macdonald fu ferito, non da Tedeschi, nè nella mischia, ma da Francesi dopo la vittoria. Militava sotto le insegne Austriache un reggimento di Francesi fuorusciti sotto il nome di cacciatori Bussy. Di questi, cinquanta, dopo di avere egregiamente combattuto, trovandosi separati dai compagni, con animosa risoluzione si deliberarono di aprirsi il varco con le armi in mano a traverso i nemici, che gli circondavano da ogni parte. Laonde impetuosamente urtando quanto loro si parava davanti, rotte le guardie, riuscirono all'alloggiamentodi Macdonald, che co' suoi ufficiali, e con pochi soldati se ne stava securamente attendendo alle bisogne della vittoria. Fu forza, che la debole guardia di Macdonald, ed egli medesimo cacciassero mano alle spade per difendersi da un assalto tanto inopinato. Ne seguitava una furiosa baruffa, nella quale restò ferito il generalissimo di Francia. I fuorusciti, che avevano la mira al salvarsi, non al vincere, dando dappertutto segni di un valore incredibile, attraversato il campo dei repubblicani, attraversata Modena, che in mano dei repubblicani già era venuta, ridotti da cinquanta a sette, riuscirono all'alloggiamento Austriaco della Mirandola. Meritarono fra gli Austriaci principal lode di valore il reggimento di Preiss già sopra nominato, e quello di Klebeck, sopra i quali cadde il più grave pondo della battaglia: patirono gravemente i loro soldati.Fu biasimato Macdonald, anche da uomini periti della guerra, del non avere dopo la vittoria, varcato il Po, corso contro Mantova, prese le artiglierìe, rovinato le opere degli assediatori, e fatto di modo che si levassero dalla piazza. È vero, che tutte queste cose gli potevano agevolmente venir fatte; anzi Kray, presentendo la tempesta, già aveva avviato verso Verona le artiglierìe più grosse del campo di Mantova. Ma la vittoria di Francia non consisteva nell'allargar l'assedio, e nell'impedire agl'imperiali la ricuperazione di questa piazza, bensì era posta nel vincere Suwarow; il qual fine non si poteva conseguire, se non coll'insistere sulla destra del Po, e con la congiunzione con Moreau. L'operarespartitamente sarebbe stata la ruina dei Francesi, come per poco stette, che il medesimo operare non fosse la ruina degli alleati. Per la qual cosa a noi pare, che Macdonald meriti di essere lodato, non che biasimato della risoluzione presa di correre, dopo la vittoria conseguita, piuttosto verso Parma che verso Mantova.Era la sorte d'Italia in pendente, e doveva fra breve giudicarsi, se più potessero Moreau e Macdonald con le armi della repubblica, o Suwarow con quelle dei due imperi d'Austria e di Russia. Marciava celeremente Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu per noi narrato, una squadra di Liguri sotto il governo di Lopoype a Bobbio, perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per trovare o Moreau, o Macdonald, innanzi che fra di loro si fossero congiunti.Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern, passando per Reggio e Parma, d'onde il duca, temendo dei repubblicani, si era ritirato sulla sinistra del Po, condotto in Piacenza, nella quale era entrato il dì quindici di giugno. Quindi gli si era accostato Victor, che mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno, varcati i monti Liguri per Sarzana e Pontremoli, e poscia calatosi per Borgo di Taro e per Fornuovo, era arrivato al suo destino. Macdonald, volendo prevenire il nemico, e romperlo prima che fosse fatto più grosso, nèforse sapendo, che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto, come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il Tidone, ed a correre sino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo passo i cavalleggieri della repubblica condotti dal generale Salm. Ma Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow di arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas, udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di Froelich, che sostenne la impressione dei Francesi: poscia sopraggiunse opportunamente la vanguardia Russa, e tutte queste genti insieme unite fecero un tale sforzo, il principe Bagrazione coi suoi Cosacchi sulla dritta, il principe Korsakow con altri Cosacchi, e con soldati leggieri d'Austria sulla sinistra, e finalmente Otto spalleggiato da Froelich sul centro, che i repubblicani, quantunque con molta costanza contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni, e dalle ferite. Erano i due eserciti separati dal torrente Tidone. In questo momento s'incominciavano a vedere gli errori di Macdonald, dei quali resterà facilmente capace chi vorrà considerare quello, che si conveniva a Suwarow di fare. Molto importava al generale di Russia di venire subitamente alle mani col Francese, e di romperlo innanzi che Moreau scendesse per le valli della Trebbia e della Scrivia ad assalirlo sul fianco suodestro ed alle spalle; perchè, se non rompeva Macdonald prima che Moreau arrivasse, gli era necessità di retrocedere; il che apriva la strada ai due generali Francesi di congiungersi; o se avesse perseverato nel proposito di guerreggiare a Piacenza, con Macdonald tuttavia intero a fronte, e con Moreau alle spalle, al quale davano anche appoggio le due fortezze d'Alessandria e di Tortona, sarebbe stato condotto a qualche pessimo partito. Adunque se importava molto a Suwarow il venire incontanente alle mani con Macdonald, importava del pari a Macdonald il temporeggiare con Suwarow, perchè è impossibile che quello, che è utile ad una delle parti contrarie, non sia dannoso all'altra. Bene e lodevolmente fece Macdonald assaltando sul suo primo giunger Otto, ed oltre il Tidone cacciandolo, perchè allora, non sapendo che Suwarow fosse tanto vicino con tutte le sue genti, gli conveniva passare per accostarsi a Moreau: ma quando dalle novelle avute, ed ancor più dal duro rincalzo si era accorto, che non più con una piccola parte, ma con tutto l'esercito nemico aveva a fare, non solo più prudente, ma ancora necessario partito era l'astenersi, il temporeggiare, il ritirarsi lento e cauto, finchè avesse novelle certe di quanto portasse la guerra fra Novi e Tortona; e che Moreau venuto al piano, avesse assaltato il nemico. Ciò non di meno si deliberava a combattere, risoluzione più animosa che prudente, o che a ciò il muovesse una troppo viva speranza di vittoria, o il pensiero ambizioso di essere chiamato lui solo liberatore d'Italia, o la ripugnanza di congiungersicon Moreau, al quale per l'anzianità del grado avrebbe dovuto obbedire.Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato, durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti ostinate alla vittoria, o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi, che venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere a nissuno, comandamento barbaro, e degno di eterno biasimo, e scannassero gridandourra,urra. Ma nel fatto i soldati mostrarono maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al Tidone: il destro corno governato da Olivier si distendeva verso il Po, ed avea con lui la cavallerìa di Salm: nel sinistro si trovavano i Polacchi con Dambrowski, e con la schiera di Rusca; contenevano il mezzo i soldati di Montrichard, e di Victor. Dalla parte sua Suwarow aveva ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti, Otto a sinistra verso il Po, poi più su seguitando, prima Froelich, poi Forster, poi Rosemberg, poi Bagrazione, finalmente un Schweicuschi, Russo generale. Guidava le due prime schiere composte quasi totalmente di Austriaci, quale duce supremo, Melas, le due ultime composte per la maggior parte di Russi, Suwarow. Passato il giorno diciotto di giugno il Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico; Bagrazione guidava la vanguardia;ma essendo la campagna piena di fossi e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Francesi, vedutolo venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano, e sarebbero anche andati in rotta, s'ei non fosse stato presto a soccorrergli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò, che non solo la fortuna della battaglia si ristorava dal canto degli alleati, ma ancora i Francesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti loro. Il quale accidente vedutosi da Macdonald, mandava alcuni reggimenti di Victor, che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si attaccava in questa parte un'asprissima battaglia, che durò molte ore. Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia composta massimamente di Cosacchi, e di uno squadrone Austriaco si attaccava con la vanguardia repubblicana, e dopo un ostinato conflitto la sforzava a piegare. Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnìe, ed urtando a forza la vanguardia Francese, che già si ritirava, la ruppe. L'impeto delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani, lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato, oltre la Trebbia.Macdonald, che vedeva, che in questo fatto andava la fama propria, e la fortuna della battaglia, rannodò di nuovo i suoi, facendo in questo tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte.Congiunse con loro alcune compagnìe della schiera di Olivier, e gli mandava nuovamente a combattere sulla sinistra del fiume, gli animava quantunque fosse molto impedito dalla ferita avuta nel combattimento di Modena, con la voce, con la mano, e con l'esempio. Riempiva con arte eccellente i luoghi vacui fra gli squadroni dei soldati a piedi con drappelli di cavallerìa, affinchè potessero maggiormente allargarsi, e non fosse fatta facoltà al nemico di ficcarsi in mezzo. Così ordinato, e di nuovo confidente marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce: Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto, se Froelich, veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Francesi, cioè verso il Po, si combatteva anche egregiamente per la repubblica, e per l'impero; perchè e Francesi ed Austriaci, memori gli uni e gli altri degli odj antichi, e delle recenti battaglie, mostravano una grandissima costanza, i primi incoraggiati da Olivier, e da Macdonald medesimo, che era accorso, i secondi da Otto, da Froelich, e da Melas; forti tutti, e periti capitani. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio, e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei confederati, che prevalevano di cavallerìe, e di artiglierìe. Fu rotto Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra: tutti furono obbligati a cercar ricovero straziati dalle ferite, e bruttati di sangue sulla destra della Trebbia.Era il campo di battaglia orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti, o moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia non ancora satolla d'umano sangue.Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani innanzi che Moreau gli romoreggiasse alle spalle. Pensava medesimamente Macdonald per la sua pertinacia insolita ad esser vinta, od a piegarsi, di assaltare alla nuova luce quel nemico, che già per due volte aveva tentato con tanto danno de' suoi, e con sì poco frutto. Nel che come si possa scusare, noi non possiamo restar capaci; e se si può lodare di coraggio, certamente non si può di prudenza: perchè se dubbio era, che vincesse il diciotto, ancor più dubbio era per l'efficacia dei precedenti fatti, che potesse vincere il diecinove, e la rotta del suo esercito importava la ruina di quello di Moreau, e di tutte le cose Francesi in Italia. Solo stabile speranza poteva essere per lui l'essere ajutato da Moreau; ma che questi fosse per arrivare a combattere l'inimico nel momento stesso della battaglia, era cosa molto incerta, nè Macdonald la poteva sapere: che se dopo la medesima fosse arrivato, sarebbe stato il suo arrivare inutile, nè avrebbe potuto riguadagnare la battaglia perduta. Adunque pare a noi, che la ostinazionedi Macdonald dell'aver voluto tornar al cimento non sia da lodarsi, e qualunque sia il biasimo, che Moreau abbia meritato per non essere venuto a tempo, Macdonald non può schivar quello di non lo aver aspettato.Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva alle undici della mattina del diecinove di giugno le sue genti contro l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima, che nei giorni precedenti. Ordinava nel suo pensiero il generalissimo di Francia di circuire, stando fermo sul mezzo, e dopo di aver passato il fiume, con le due ali estreme il nemico, cioè di spuntarlo e verso i monti, e verso il Po. Con singolare intrepidezza passarono i repubblicani la Trebbia, ancorchè aspramente fossero bersagliati dalle artiglierìe nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che ferivano a scaglia. Rusca, e Dambrowski s'attaccarono sulla sinistra verso i monti con Bagrazione. Nissuno creda che maggior valore nelle più aspre battaglie si sia mostrato mai di quello, che in questa mostrarono e Francesi, e Polacchi, Russi, ed Austriaci. Pinsero Rusca, e Dambrowski con grandissimo impeto Bagrazione, e col medesimo impeto gli rispingeva Bagrazione, quanto era urtato riurtando. Cominciarono a balenare i soldati di Dambrowski; Rusca accorreva con un grosso di genti scelte in suo ajuto. Menò egli sì terribilmente le mani, che non solo il Russo piegava, ma ancora i Francesi, preso nuovo ardire, assaltavano Schweicuschi contanta energìa, che lo conciarono per la peggio, tagliarono a pezzi un intiero reggimento, lo rispinsero lungo spazio, e lo cacciarono dalla terra di Casaliggio, della quale s'impadronirono. Lampeggiava in questo punto la speranza della vittoria pei Francesi, e l'avrebbero anche ottenuta, se non fosse venuto in soccorso delle schiere pericolanti di Russia il generale Austriaco Dalheim con un grosso rinforzo di genti Tedesche: efficacemente il secondava la cavallerìa Russa, che già si era riordinata. Si rinnovava la mischia più fiera di prima, nè questi cedevano, nè quelli; diè Dambrowski segni di disperato valore: due volte respinto, due volte tornò più animoso al combattere, nè si partì dalla battaglia, se non quando arrivò Rosemberg con un forte apparecchio d'artiglierìe leggeri, che fulminando i contrastanti, gli costrinsero, sebbene tuttavia combattenti, alla ritirata sulla destra riva del fiume. Fu questo affronto sanguinosissimo, e mortale per ambe le parti, la legione Polacca vi fu conquassata, e lacerata all'estremo. Ma se i repubblicani vi perdettero molta gente, gl'imperiali ve ne perdettero altrettanta.Non era stata nè meno ostinata, nè meno sanguinosa la battaglia sui campi, che avvicinano il Po. Quivi contuttochè Melas si fosse molto affaticato con le artiglierìe per impedire ai repubblicani il passo della Trebbia, dalle quali avevano molto patito, erano ciò non ostante riusciti sulla sinistra del fiume, ed avevano principiato a dare esecuzione al disegno ordinato da Macdonald. Una colonna urtava di fronte Otto, mentre un grossodi cavallerìa difilandosi lungo il Po, s'ingegnava di riuscire oltre l'ala estrema degl'imperiali. Le fanterìe Tedesche già cedevano all'impeto delle Francesi, quando venne in soccorso loro con una gagliarda squadra di cavallerìa il principe di Lichtenstein. Diè la carica alle fanterìe Francesi, e le respinse: diè la carica alle cavallerìe accorse in ajuto delle fanterìe, e le respinse. Arrivava in questo dubbioso punto con la seconda squadra dei suoi fanti Olivier, e facendo uno spaventoso trarre di artiglierìe leggieri, disordinava i cavalli di Lichtenstein, e gli costringeva alla fuga. Fra la furia del rinculare percossero nel reggimento dei granatieri di Wowerman, e il disordinarono, e se le fanterìe di Francia si fossero fatte avanti per usare la occasione aperta dalle artiglierìe leggieri, sarebbe nato in questa parte qualche gran sinistro per gl'imperiali; ma esse, non so perchè, si sostarono. Intanto Lichtenstein, che era uomo prode, ed i granatieri di Wowermann, che erano uomini forti, ed esercitati nelle battaglie, si riordinarono, e tornarono al cimento: trassero con loro un grosso rinforzo del reggimento di Lobkowitz. Il rincalzo fatto da tutte queste genti unite, ed animate da Melas, da Froelich, e da Otto diventò sì forte, che Olivier disperando la vittoria, la lasciò in mano del nemico, sulla destra riva dell'insanguinata Trebbia ritirandosi. Salm, che co' suoi cavalli correva lungo il Po per circuire Otto, veduto che per la ritirata di Olivier restava solo esposto all'impeto di tutta la schiera vincitrice, velocemente correndo, si ritirava ancor esso agli alloggiamenti oltre il fiume.Bene, come si è veduto dalla narrazion nostra, fu combattuta questa battaglia dalle due ali dell'esercito Francese sul principio, male sulla fine; il che fu cagione, che, se esse si ritirarono intiere sulla destra della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta. Avevano i Francesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi, bravamente resistendo, gli rincacciava. Venuta la seconda fila repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere di lontano, vennero tosto alle prese con le bajonette: fu quest'urto tanto micidiale sostenuto quinci e quindi con un valore inestimabile. Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle file, i viventi vi si gettavano, e facevano battaglia con le sciabole, e quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi, e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente, ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi condotto dal colonnello Lowneher, che diede animo ai Russi, lo scemò ai Francesi; caricando, e smagliando la cavallerìa, che fiancheggiava la schiera di Montrichard. Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente, cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgradoche se ne desse molto pensiero, e molto vi si sforzasse. La rotta di Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de' suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale Francese per fianco. Pensò allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente, per quanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera, e fieramente seguitata dalla cavallerìa nemica, si era ritirata a salvamento oltre quel fiume, che con tanta speranza di vittoria aveva poche ore prima passato. La Trebbia, funesto fiume per tante battaglie, non vide mai tanto sangue, quanto a questi giorni: il suo letto orrido pei mucchj dei cadaveri, massimamente più verso la sua foce nel Po, perchè quivi nel passare furono i Francesi terribilmente bersagliati dalle artiglierìe di Melas. Dei repubblicani in quelle tre giornate fu uno scempio di circa sei mila soldati morti, o feriti; tre mila prigionieri ornarono il trionfo dei vincitori. Non fu minore il numero degli uccisi dalla parte degli imperiali, e quasi niuno quello dei prigionieri. Alcune bandiere dei repubblicani furono conquistate dai confederati; pochi cannoni vennero in poter loro, perchè Macdonald per non essere ritardato dall'impedimento dell'artiglierìe più grosse, le aveva lasciate nello stato Romano, solo conducendo seco le leggieri.Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezzadei combattenti; fuvvi riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto che aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi, quantunque a ciò di mala voglia, e costretto dal parere dei compagni, si risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda del combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume alcune genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita, s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce illustrasse l'Italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar l'assalto al nemico nei suoi proprj alloggiamenti. Nè avendolo trovato, ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i Russi a Zema il retroguardo Francese governato da Victor, e l'assalirono con molto valore, e con ugual valore fu loro risposto dai Francesi, cosa maravigliosa dopo gl'infortuni recenti. La diciasettesima, postasi in un luogo forte, fece spalla al ritirarsi dei compagni, ma circondata finalmente da un nemico a molti doppj più grosso, fu costretta a deporre le armi, dandosi prigioniera in poter del vincitore. Dall'altro lato i Tedeschi arrivarono addosso ai Francesi presso a Piacenza, e ne fecero molti prigionieri, massime feriti, fra i quali notaronsi principalmente Rusca, Salm, e Cambray; quest'ultimo morì fra breve per le ferite avute nella battaglia. Rusca ebbe una gambasconcia, Olivier una meno, entrambi guerrieri buoni, e di forme egregie di corpo. Avrebbe voluto Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva ad un tratto, che Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova, era sboccato dalla Bocchetta, e calando dai monti minacciava di trarre a mal partito Seckendorf, e Bellegarde, dei quali il primo stringeva Tortona, il secondo Alessandria; che anzi il capitano di Francia avrebbe potuto fare addosso al suo retroguardo qualche fazione di sinistro augurio. Deliberossi pertanto a tornarsene indietro, dando carico a Otto, a Hohenzollern, ed a Klenau, che perseguitando facessero a Macdonald tutto quel maggior male, che potessero. Ma prima ebbe mandato una presa di Cosacchi a disfare quella testa di Liguri, che sotto il governo di Lapoype stanziava a Bobbio; la qual cosa venne loro agevolmente fatta. Domandano molti, perchè Lapoype, invece di scendere ad ajutare Macdonald, se ne sia stato inoperoso in un momento, in cui la più efficace attività era richiesta: alcuni il tacciano di poco animo, altri di animo rotto per non aver saputo svilupparsi a tempo dai piaceri di Genova. Ma egli stava agli ordini di Moreau, non di Macdonald, e se il generalissimo non gli aveva comandato di calarsi, non si vede come il potesse fare da se. Pare poi cosa molto inverisimile, per non dir del tutto falsa, che Moreau gli desse il comandamento di scendere, perchè ei non poteva supporre, che Macdonald fosse, non so se mi debba dire o tanto imprudente, o tanto temerario, che volesse mettere da se solo a cimento sorti sì gravi quando temporeggiandosolamente due giorni, le avrebbe potute mettere coi due eserciti uniti insieme. Da tutto questo si scorge, che se Suwarow avesse tardato ad arrivare solo due giorni, o Macdonald solo due giorni a combattere, vinceva, per quanto delle probabilità di guerra si può giudicare, la fortuna di Francia. Sonvi alcuni, che accusano Macdonald di essere arrivato troppo tardi, perchè tornando da Napoli giunse a Firenze il dì ventisei di maggio, e solo partinne il dì otto di giugno: pare cosa strana quell'avere accennato sì presto, e colpito sì tardi. Se avesse corso, affermano, difilato, con dare solamente alle sue genti i riposi necessari, sarebbe certamente giunto a Voghera, prima che Suwarow vi arrivasse, e la unione dei due eserciti stata certa, e sicura. Di questo noi non vogliamo giudicare, perchè non abbiamo scienza del marciare degli eserciti, nè dell'immenso viluppo, che a' nostri tempi e' si tirano dietro. Certo, se l'accusazione è vera, la posterità Francese avrà molto a dolersi di Macdonald.

SOMMARIO

Guerra in Grecia, e suoi crudeli accidenti. Corfù, e le altre possessioni Ioniche di Venezia conquistate dai Russi e Turchi. Continuazione della guerra in Italia. Avvisamenti di Moreau per resistere ai confederati. Macdonald lascia Napoli per venir a congiungersi con esso lui nell'Italia superiore. Avvenimenti sanguinosi di Roma e di Toscana. Prime battaglie tra Macdonald e gli alleati nel Modenese: le tre battaglie della Trebbia tra Macdonald e Suwarow. Moreau scende al piano, poi si ritira di nuovo ai monti. Oppugnazione, e presa di Alessandria, Mantova e Serravalle. Battaglia di Novi con morte del generalissimo Joubert. Tortona si arrende ai confederati. Guerra nel Piemonte, e presa di Cuneo.

Guerra in Grecia, e suoi crudeli accidenti. Corfù, e le altre possessioni Ioniche di Venezia conquistate dai Russi e Turchi. Continuazione della guerra in Italia. Avvisamenti di Moreau per resistere ai confederati. Macdonald lascia Napoli per venir a congiungersi con esso lui nell'Italia superiore. Avvenimenti sanguinosi di Roma e di Toscana. Prime battaglie tra Macdonald e gli alleati nel Modenese: le tre battaglie della Trebbia tra Macdonald e Suwarow. Moreau scende al piano, poi si ritira di nuovo ai monti. Oppugnazione, e presa di Alessandria, Mantova e Serravalle. Battaglia di Novi con morte del generalissimo Joubert. Tortona si arrende ai confederati. Guerra nel Piemonte, e presa di Cuneo.

La guerra, che insanguinava le terre Italiche, non risparmiava le Greche. Le isole del mare Ionio tolte sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, vennero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Dominavano i confederati l'Ionio con le armate loro, e già con molta felicità si erano impadroniti delle isole di Cerigo, Zante, Cefalonia, ed Itaca, delle prime con l'opera efficace degl'isolani mossi a tumulto dai nobili contro i Francesi, dell'ultima non senza grave rammarico degli abitatori, ai quali in quei grandi pericoli non rifuggì l'animo dal mostrarsi favorevoli ai repubblicani,e dall'accarezzargli con ogni segno di affezione insino all'ultimo. Bene e meritamente, come pare, fu biasimato dagli uomini periti di guerra il generale Chabot, che reggeva tutti quei paesi nuovamente acquistati alla Francia, del non avere, quando vide avvicinarsi un nemico più potente di lui, ristretto, abbandonando le altre isole, tutte le sue genti in Corfù; perchè all'ultimo a chi rimanesse l'imperio di quest'isola rimaneva quello delle possessioni Joniche. L'avere tenuto le sue forze spartite fu la cagione, che più di mille buoni soldati vennero in poter dei confederati nelle isole poco difendevoli, che abbiamo sopranominate, e Corfù non ebbe per la vastità delle fortificazioni presidio sufficiente al difendersi. Solo il castello di Santa Maura si difendè gagliardamente, e lungo tempo, ma finalmente fu costretto di cedere alla fortuna del vincitore con la prigionia della valorosa guernigione. Pel medesimo errore aveva Chabot munito con presidj i luoghi della terra ferma, che essendo di antico dominio veneziano, erano venuti in mano dei Francesi. Nè alcuno può restar capace, come egli sperasse di potervisi mantenere contro tutta la potenza di Alì, Pascià di Ianina, che già, meno per obbedire ai comandamenti della Porta Ottomana, che per ingrandire se stesso in quel rivolgimento di stati, si era risoluto a combattere i Francesi. Era Alì uomo di perfida e feroce natura: aveva vezzeggiato i Francesi, quando, trovandosi forti, pensava che la forza loro fosse per tornare in sua utilità propria. Ma ora, abbassatasi la fortuna, si era indotto a dar loro l'ultima pinta: o per inganno, o perforza, che sel facesse, non gl'importava. Aveva sperato che i Francesi, quando già erano minacciati, gli avrebbero dato in mano Corfù, perchè poteva spendere molto denaro, e misurava altrui da se stesso. Di ciò aveva anzi mosso parole con Chabot, il quale, siccome quegli che per integrità e per fede verso la sua patria non era a nissuno secondo, aveva sdegnosamente ricusato. Per questo Alì si era apprestato, avendo considerato che le fraudi non fruttavano, a combattere con tutte le forze i repubblicani, che tuttavia tenevano piede nel continente a Butintrò, a Parga, a Preveza, ed a Nicopoli. Ma già la guerra romoreggiava intorno a Corfù; Butintrò, combattuto aspramente dagli Albanesi e dai Turchi di Alì, era stato sgombrato da Chabot, non senza grave perdita di parecchi valorosi soldati. Fu ferito in questo fatto un Petit colonnello, uomo di squisitissimo valore. Fe' anche sgombrare Parga, del che non poco dolore sentirono i Parganiotti, che si erano affezionati ai Francesi, e temevano la ferocia di Alì. Ma già le cose si riducevano alle strette in Corfù, a Preveza, ed a Nicopoli: imperciocchè i confederati comparsi con l'armata nel braccio di mare, che separa l'isola dal vicino Epiro, impedivano i soccorsi, che da Ancona avrebbero i repubblicani potuto mandare, ed avendo sbarcato genti in sull'isola, e piantato artiglierìe sul monte Oliveto dall'una parte, sul monte Pantaleone ed alle Castrate dall'altra, avevano incominciato a battere la fortezza. Al tempo stesso parecchie sommosse sorte nell'isola, principalmente alle Benizze, luogo abbondante diacque chiare e dolci, ajutavano gli assalitori, e travagliavano gli assaliti. In queste sollevazioni si mescolavano volentieri i Corfiotti, accesi in questa disposizione da alcuni nobili, i quali poco amavano il nome Francese, e molto il Russo; nel che procedevano con maggiore affetto il conte Bulgari, personaggio di ottima natura, ricco, e di molta dipendenza nell'isola, e la famiglia dei Capo d'Istria. La religione anch'essa operava efficacemente in quei capi Greci tanto vivaci, e tanto facili a dar la volta. Hanno i Greci la medesima religione che i Russi, e pareva loro, che il dominio Russo importasse per loro il divenire da servi padroni. Fra tutti un grave tumulto contro i Francesi sorgeva nel Mandruccio, sobborgo della città posto sotto tutela del monte Oliveto, a frenare il quale spesero i Francesi molta fatica e molto sangue.

Intanto Alì, radunato il suo esercito, in cui si noveravano meglio di undici migliaja di combattenti, la maggior parte a cavallo, si apparecchiava a dar l'assalto a Preveza, e massimamente a Nicopoli, dove era ridotto il maggior campo dei Francesi, circa settecento soldati, fra i quali sessanta Sullioti, e ducento Prevezani. Era questo campo fortificato con alcune trincee, ma ancora imperfette, ad al governo del generale Lasalcette, che udito il pericolo di Nicopoli, vi si era trasferito da Santa Maura, dove aveva le stanze, per non defraudare i suoi in quell'estremo accidente della sua presenza, e del suo esempio. Era fatale, che non pochi valorosi Francesi perissero in istranj lidi, non di buona, ma di barbara guerra,perchè fossero soddisfatti i desiderj smisurati di chi colà gli aveva mandati, ed all'ambizione di cui pareva, che il mondo non potesse bastare. Si avventava Muktar, figliuolo di Alì, contro i Nicopolitani alloggiamenti ferocemente, e più ferocemente ancora ne era dai difensori ributtato. Nasceva nelle barbare schiere uno schiamazzare orribile: gli uni stimolavano gli altri alla vendetta, perchè le armi repubblicane, massimamente la scaglia, avevano di loro fatto molta strage. Le grida e le imprecazioni atrocissime, e le minacce, e l'impeto nuovo, e gli squadroni grossi dei barbari spaventavano i capitani Prevezani, che con le loro genti tenevano il mezzo dell'esercito repubblicano; davansi alla fuga, e fuggendo traevano con se quasi tutti i soldati loro. Questo impensato accidente disgiunse le due ali estreme dei Francesi, e fu lasciato fra di esse uno spazio vuoto. Del quale favor di fortuna subitamente valendosi Muktar, ed Alì medesimo, che in su quel fatto con tutte le genti era sovraggiunto, mettendosi di mezzo, perchè Lasalcette, quantunque avesse voluto, non era stato a tempo di rannodarsi, inondarono tutto il campo, troncando ai loro nemici ogni speranza di salute. Vide quel Greco suolo, già tanto famoso per le battaglie di Augusto e d'Antonio, i medesimi miracoli di valore dall'un canto, maggior barbarie dall'altro; poichè non mai la virtù Francese nelle battaglie si mostrò tanto eminente, quanto in questa, nè mai una scelerata barbarie tanto infierì contro infelici e buoni guerrieri quanto in questo, e dopo questo miserando fatto. Rotti e scompigliati gliordini dei Francesi dai barbari, che da ogni parte insultavano, era la battaglia ridotta in affronti particolari in cui venti combattevano contr'uno. Perivano i Francesi, ma dopo vendette a cento doppi fatte; perchè in loro quel che non poteva la forza naturale, poteva l'incredibile coraggio. Lasalcette medesimo, ed un Hotte, colonnello della sesta, con le mani loro si difendevano al pari dei gregarj. Combattevasi dai Francesi non per altra cagione che per morire onoratamente, e da uomini forti; ma anche in questo era la fortezza maggior di quel che appare; posciachè, che le generose opere loro venissero raccontate ai posteri, siccome quelle che in terre prive di ogni civiltà si commettevano, era nelle menti loro più che incerto. Adunque combattevano piuttosto per virtù propria, che per lode altrui. Infine fattosi dai Francesi, non quello, ma più di quello, che per la natura umana si può, piuttosto per stanchezza insuperabile, che per libera volontà, si diedero in poter dei vincitori, forse cento soldati, soli superstiti di sì grosso corpo. Lasalcette, e Hotte incontrarono la cattività medesima, nè non ignoravano, che quella gente barbara tra capi e subalterni non avrebbero fatto differenza.

Mentre con tanto valore si combatteva alle trincee di Nicopoli, succedeva nella vicina Preveza un fatto non meno del raccontato maraviglioso, e che in se non ebbe nè minore crudeltà dall'un de' lati, nè minor valore dall'altro. Era al governo di Preveza un Tissot, capitano della sesta, con ottanta Francesi. Avendo egli inteso della fiera battaglia che ardeva a Nicopoli, lasciatialcuni de' suoi alla guardia, si era avviato coi restanti al soccorso dei compagni; ma già la fortuna aveva concluso la tragedia di Nicopoli, e già Lasalcette era venuto in poter dei barbari. Di ciò ebbe le novelle Tissot, e la forza del nemico, che d'ogni intorno correva la campagna, gliene dava anche manifesto argomento. Ritraeva il passo verso Preveza, continuamente assalito da torme innumerevoli di Albanesi a cavallo, dalle quali, ristretti i suoi in gomitolo, ed usando l'opportunità dei luoghi, con immenso valore si difendeva. Ma il nemico, che tanto abbondava di soldati corridori, si era condotto a Preveza, dove aspramente combattuta la piccola guernigione lasciatavi da Tissot, e combattuto anche aspramente da lei, si era impadronito di una parte della terra. Giunto il capitano Francese in Preveza tanto fece con la sua debole squadra, che, uccisi quanti Albanesi se gli pararono davanti, e calpestando i mucchi dei cadaveri loro, riusciva sul porto, donde poco lontano discopriva una nave bombardiera della repubblica, ed alcune barche venute da Santa Maura, che gli arrecavano qualche ajuto di genti e di munizioni. Sorgeva nuova speranza in coloro, ai quali niun'altra speranza era rimasta, se non quella di una morte onorata; perciocchè gli Albanesi raccolti a torme inondavano Preveza e le campagne, e troncavano ogni via di scampo. Ma la speranza non fu lunga: succedeva una disperazione tanto più dolorosa, quanto più la speranza era stata viva ed inaspettata. Un Prevezano affezionato a Tissot si offeriva per andar ad avvertire il capitano della nave del pericolode' suoi compatriotti, acciocchè accorresse prestamente in soccorso, se non per vincere, che ciò era impossibile, almeno per iscampargli. Facevalo il Prevezano, non curando le armi dei barbari, che gli suonavano d'ogni intorno. Ma un Francese, tace la storia il nome di questo piuttosto mostro che uomo, messosi sulla barca del generoso Prevezano, e con questo condottosi alla nave, affermava, avere veduto con gli occhi suoi proprj l'uccisione di tutti i Francesi, nè restar loro altra salute, se non quella di allontanarsi tostamente da quei disumani e sanguinosi lidi. La crudele bugia allignava; la nave bombardiera con le barche Mauritane, voltate le vele, se ne tornava là dond'era venuta. Che cuore fosse di Tissot e dei compagni nel vedere le andantisi vele, non so in quale lingua, nè con quali parole dire adeguatamente si potrebbe. Fatto in quel mortale caso il capitano Francese maggiore di se medesimo, gridava: «Saran dunque, o compagni i nostri giuramenti indarno? Insulteremo noi, quai pusillanimi soldati, alle ombre dei nostri compagni eroicamente morti nelle presenti battaglie? No, noi morrem piuttosto, se vincere non possiamo, e la tomba accorrà coloro, che nel momento estremo hanno onorato la patria loro: lasciamo segni terribili del nostro valore, ed i nemici nostri all'udire le battaglie di Nicopoli e di Preveza, ed al rammentare il nome di Francia stupiscano di maraviglia, e tremino di terrore».

Ciò detto, si avventava con furiosissima pinta in mezzo ai barbari; seguitavanlo i compagni;Preveza vedeva una battaglia senza pari. Pochi uomini assaltavano una moltitudine innumerabile, nè solo l'assaltavano, ma la ributtavano, e la cacciavano piena di maraviglia e di spavento. Le contrade, le piazze, i portici di Preveza abbondavano di cadaveri, fumavano di sangue. Datosi dagli animi, che sono instancabili, quanto da loro si poteva dare, incominciavano a mancare i corpi, le cui forze lungamente non possono durare in isforzo estremo. La fame, la sete, la fatica, l'impeto stesso delle volontà avevano dato luogo alla estenuazione, e se non erano rotti gli animi, erano consumate le forze, nè più si combatteva pei repubblicani con tanto ardore. Accortisi i barbari dell'insperato cessamento, tornavano alla battaglia con grida spaventevoli: l'avidità della preda, la rabbia della vendetta gli stimolavano. Vinse la moltitudine fresca contro pochi e lassi. Chi non fu morto, fu preso, e chi non volle andar preso, a tale salse un coraggio indomabile, si uccise da se stesso con le armi tinte del sangue dei barbari; alcuni cercarono la morte, nell'avaro mare gittandosi. Degli ottanta, solo otto col capitano Tissot restarono superstiti, e questi furono tutti dal truculento vincitore dannati a vita tale, che di lei migliore è la morte. Veduti minacciosamente da Alì, erano mandati a strettissima prigione con quattrocento Prevezani, uomini e donne, presi nell'infelice patria loro. Per addolorargli, e per ispaventargli, conducevangli a riva il golfo, perchè quivi vedessero sul sanguinoso campo, dove avevano combattuto, le miserande reliquie dei loro compagni uccisi: cadaverilaceri, membra tronche, teste difformi, e bruttate di sangue, e di fango. Riconosceva, ciascuno con pianti e con querele chi aveva avuto o per parentela, o per amicizia più caro. Godevano i barbari, insultavano, minacciavano, il dolore stesso prendevano a scherno: peggiore governo di loro, affermavano, doversi fare di quello, che dei morti si era fatto; avere ad essere fra pochi momenti le teste loro vive pari a quelle degli ammazzati. Faceva Alì tormentare ed uccidere non pochi Prevezani in cospetto dei Francesi cattivi, ed ei se ne stava mirando, godendo, e compiacendosi delle miserabili grida dei tormentati e dei morienti. Condotti i vinti sulla piazza di Preveza, così ordinando il tiranno, un Albanese scotennava con rasojo le morte teste, poi le salava; poi comandava ai Francesi, che anch'essi così facessero. Ricusarono dapprima per onore e per orrore; ma battiture dolorosissime gli domavano; davansi a scotennare le teste degli uccisi compagni, spettacolo doloroso ed orribile. Gli atti nefandi a questo non si ristavano. I quattrocento Prevezani, legati, e sanguinosi dalle battiture furono condotti nell'isola Salagora, e quivi tutti senza pietade alcuna, nè con più riguardo verso l'un sesso che verso l'altro, nè verso la canuta che verso la verde età, crudelmente uccisi. Le compassionevoli preghiere per perdono, e per grazia di coloro, di cui si laceravano le membra, vieppiù inviperivano la ferocia di quell'aspra, e selvaggia gente, e chi si taceva, era l'ultimo chiamato a morte. Grondò Salagora di sangue umano a rivi, poi biancheggiò,e forse biancheggia ancora di ossa rotte, e di teschi ammaccati. Menavansi a Lorù, grossa terra poco lontana, i prigioni di Preveza e di Nicopoli; poi si avviavano verso l'Arta per alla via di Ianina. Viaggiando, quella torma di disumanati carnefici gli sforzava a portare a volta a volta le teste ancora stillanti sangue degli uccisi amici, e chi ricusava l'orrendo carico, era barbaramente tormentato. Gli Albanesi, quasi a modo di passatempo, straziavano a coda di cavallo Caravella Prevezano: straziato il lasciavano respirare, perchè raccogliesse nuova lena ad essere ritormentato, poi di nuovo sforzavano a corsa, flagellando, il cavallo, e così fra i tormenti ed i respiri il condussero, alzando essi al cielo festevoli grida, ad acerbissima morte. Arrivarono all'Arta, poi a Ianina; si offersero agli occhi loro le teste dei compagni conficcate sui merli dell'atroce reggia di Alì. Da Ianina per la Grecia, e per la Romanìa s'incamminavano a Constantinopoli. Dov'eran le strade più sassose e più aspre, toglievano loro i barbari per diletto le scarpe: dov'erano più assetati, e dove più scorrevano le acque fresche e chiare gli proibivano dal dissetarsi: chi non poteva o per stracchezza, o per fame, o per sete, o per ferite seguitare, tirato a forza sulla sponda dei fossi, vi era inesorabilmente dai crudeli accompagnatori decapitato; i compagni sforzati a portar le teste sanguinose. Sopportarono i miseri Francesi, dico i superstiti, perchè i più perirono, con inenarrabile costanza tormenti tanto insopportabili, Lasalcette, e Hotte i primi. Quando io penso dall'un de' lati allanatura tanto sensitiva dell'uomo, e con quanto amore, e con quanta difficoltà si allevino i figliuoli per fargli adulti, d'altro allo strazio, che gli uomini fanno degli uomini, spesso per nonnulla, spessissimo per cagioni lievi, qualche volta con allegrezza, sempre senza dolore, sto in dubbio, se animali feroci, o uomini io me gli deggia chiamare; che anzi al tutto mi risolvo, ed in questo pensiero mi fermo, che piuttosto uomini, che animali feroci si debbano chiamare, perchè non vedo, che le tigri facciano delle tigri quello strazio, che gli uomini fanno degli uomini; e peggio, che quando essi non possono con le coltella, si lacerano con le lingue. Bene sto sempre in dubbio, a che cosa servono la ragione e la compassione, che solo sono date agli uomini. I lacerati giunti a Costantinopoli, furono, Lasalcette e Hotte, serrati nelle Sette Torri, gli ufficiali ed i gregarj posti al remo sull'Ottomane galere.

Intanto l'oppugnazione dell'isola di Corfù si continuava gagliardamente dai Russi e dagli Ottomani. Ogni dì più cresceva il numero degli assalitori: mandava Alì i suoi Albanesi, e genti Turche continuamente arrivavano. Per avere gli alleati occupato le eminenze del monte Oliveto e di San Pantaleone, erano gli assediati ristretti nei forti, e niuna via restava loro per allargarsi nell'isola. Il Mandruccio venuto in poter dei Russi, le Castrate spesso infestate dai Turchi e dagli Albanesi, che calavano dal vicino Pantaleone, San Salvatore venuto spesso in contesa, quantunque sempre valorosamente difeso dai repubblicani.L'assalto di Corfù tirava in lungo, l'oppugnazione diveniva assedio, perchè i Francesi difendevano la piazza virilmente, ed ella è molto forte, ed i Turchi, quantunque assai coraggiosi, non sanno condurre con arte le oppugnazioni delle fortezze. In questo l'ammiraglio di Russia Ocsacow, che governava con suprema autorità la guerra, pensava ad una fazione di non difficile esecuzione, e che di certo gli avrebbe dato la piazza in mano, se avesse avuto, come non dubitava, felice fine. Siede sul fianco della città, e della principale fortezza di Corfù verso tramontana una isoletta, o piuttosto scoglio, che gli uomini del paese chiamano di Vido, e che i Francesi chiamavano col nome d'isola della Pace. Era questo scoglio, siccome pieno di alberi verdissimi, quieto recesso a chi volesse ricoverarvisi a respirare dalle cure cittadine, e dolce prospetto a chi dalla città il rimirasse. Quest'amena sede di riposo e d'ombre aveva tosto ad essere turbata, e straziata dalla rabbia degli uomini. Avevano conosciuto i Francesi, che chi fosse padrone di questo scoglio, avrebbe potuto battere da vicino coll'artiglierìe la cortina della fortezza, e farvi presta breccia. Per la qual cosa, tagliati ed atterrati gli alberi, vi avevano fatto spianate a guisa di ridotti, munite d'artiglierìe sui cinque siti più importanti dello scoglio; perchè sporgendosi oltre il circuito dell'isola, facevano le veci di bastioni. Meglio di quattrocento buoni soldati sotto il governo del generale Piveron erano posti a guardia di questo principale propugnacolo di Corfù. Nondimeno, malgrado dei fattiapparecchi non era luogo, che si potesse tenere lungamente; perchè nè vi era ridotto trincerato, dove la guernigione potesse ritirarsi a contendere il possesso dell'isola, ove il nemico vi fosse sbarcato, nè le batterie erano chiuse di terrati, o di steccati; il perchè, quasi del tutto senza parapetti essendo, lasciavano i difensori esposti al bersaglio dei nemico, che da diverse parti si avvicinasse per andar all'assalto. Avevano anche i cannoni carretti da marina, e però più bassi, e più difficili a governarsi. Lo scoglio di Vido era luogo buono a tenersi da chi, come i Veneziani, essendo forte sull'armi di mare, poteva proibire, che il nemico sicuramente vi si avvicinasse: per questa ragione non l'avevano i Veneziani munito di fortificazioni: ma per colui, che come allora erano i Francesi, fosse privo di naviglio sufficiente, era Vido sito di molta debolezza.

Il giorno primo di marzo, datosi il segno dalla nave dell'almirante Russo con due cannonate, tutta l'armata dei confederati si muoveva all'assalto dello scoglio di Vido. Al tempo stesso, per impedire che Chabot mandasse nuove genti a rinforzarne la guernigione, fulminavano contro la piazza con grandissimo fracasso le artiglierìe di San Pantaleone, e del monte Oliveto. Ciò nondimeno venne fatto al generale di Francia di mandare allo scoglio un soccorso di duecento soldati. S'attelavano, sprolungandosi col fianco d'orza da ponente a greco, venticinque navi tra vascelli di fila, caravelle Turche, e fregate contro l'isola, e tutte traevano furiosamente. Era un novero di ottocento bocche da fuoco, il rimbombo dellequali consentendo con quelle dell'isola, della piazza, di San Pantaleone, e del monte Oliveto, partorivano uno strepito tale, che e Corfù tutta ne era intronata, e le vicine coste dell'Epiro orribilmente echeggiavano. Erano i difensori di Vido lacerati dalle palle nemiche, e dalle schegge degli alberi rotti e fracassati. I cannonieri di Francia per essere nudamente esposti al fitto bersaglio del nemico, perchè i parapetti non erano sufficienti, pativano grandemente: i cannoni stessi, rotti i carretti, si trovavano scavalcati. Durò questa fierissima battaglia ben tre ore con danno gravissimo dei repubblicani, con grave degl'imperiali; perchè i primi traevano contro di loro a mira ferma. Finalmente, quando fu giudicato dai confederati, che il guasto fatto dalle artiglierìe nei soldati e nelle armi Francesi, avesse facilmente ad aprir loro l'adito ad un assalto di mano, posti prestamente tutti i palischermi in acqua, e riempitigli di gente, gli mandavano allo sbarco. Approdarono i Russi in numero di quindici centinaja sul destro fianco dello scoglio, che si volge verso la città; i Turchi con Albanesi misti, assai più numerosi dei Russi, sbarcarono sul sinistro, che risguardava verso la bocca settentrionale del porto. Nè così tosto furono sbarcati, che uccisi barbaramente i difensori di due vicine batterìe, se ne impadronirono. I Francesi, visto il nemico dentro, si ripararono ad alcune eminenze, non più per contrastar la vittoria, che già era in mano degli alleati, ma bensì per dar tempo, che quel primo furore degli Albanesi alquanto si calmasse. Gli Albanesi e medesimamente i Turchi, quantiFrancesi venivano loro alle mani, a tanti tagliavano la testa, o che si fossero difesi, o che si fossero arresi. Le teste gettavano nei sacchi per portarle a Cadir Bey, vicealmirante delle navi Turche. I Russi per lo contrario si portarono molto umanamente; imperciocchè non solamente non uccisero nissuno fra quelli, che cedendo si erano arresi, ma ancora preservarono molti, che già venuti in mano dei Turchi pochi momenti avevano a restare in vita. Eransi i Russi raccolti, dopo la vittoria, in un grosso battaglione quadrato nel mezzo dell'isola, e quivi quanti Francesi accorsero, tanti salvarono. Furono visti ufficiali Russi, a riscatto di Francesi venuti in mano degli Ottomani, e vicini ad aver il capo tronco, dar denari del proprio ai barbari feroci ed avari. Un vicecolonnello di Russia, di cui la storia con sommo nostro rammarico tace il nome, dato tutto il suo denaro per salvar due Francesi, che i barbari già stavano pronti per decapitare, nè contentandosene essi, cavatosi di tasca l'orologio, il diede loro, e per tal modo scampò da morte inevitabile i due derelitti nemici. Nè in questa pietosa intercessione soli gli ufficiali di Russia si adoperarono, perchè e semplici soldati, e marinari con la generosità medesima ajutarono i Francesi. Videsi in questo fatto una estrema barbarie congiunta con una estrema civiltà, e giacchè guerra era, pensiero consolativo è, che la umanità vi avesse in qualche parte luogo. Piveron preso dai Russi, fu condotto in cospetto di Ocsacow, che molto cortesemente il trattò. Quasi tutto il presidio restò o morto, o preso.

La vittoria di Vido portava con se quella di Corfù. Era impossibile, che la piazza fulminata da due parti potesse resistere più lungamente. Perciò Chabot, il quale, piccolo di corpo, ma grande di animo, aveva in tutto il corso della guerra Corcirese fatto pruova di non ordinario valore, sforzato alla dedizione, stipulava con Ocsacow e con Cadir, che Corfù si desse ai confederati con tutte le armi e munizioni; uscissene il presidio con gli onori di guerra; fosse a spese, e per opera dei confederati trasportato a Tolone; desse fede di non far guerra per diciotto mesi contro i confederati; la nave il Leandro, e la fregata la Bruna ai medesimi si consegnassero; Chabot, ed i suoi ufficiali ad elezione sua potessero essere trasportati o a Tolone, o ad Ancona, purchè fra un mese facessero la elezione. Entrarono i Russi per la porta di San Niccolò, ed in bell'ordine procedendo per la contrada principale, andarono a schierarsi sulla spianata, che sta in mezzo tra la città e la fortezza. Gridavano in questo mentre i Corfiottiviva Paolo primo, e sventolavano all'aura drappelli Moscoviti. Presidiarono i Russi le fortezze, i Turchi la città. Fuvvi qualche sacco di case di giacobini, ma subitamente represso dai confederati. Era a quei tempi un uomo nuovo, e di umore strano a Corfù, che ve ne sono molti di tal fatta in quei paesi, il quale in odore di santità, e quale eremita sucidamente vivendo in una celletta vicina alla chiesa di San Spiridione, protettore veneratissimo dell'isola, aveva più volte, quando le cose di Francia erano più in fiore, pronosticato, che i Francesi non farebberolunga vita in quelle terre. Riuscito l'evento parve miracolo: il veneravano come profeta.

Il consiglio generale di Corfù convocato dai confederati secondo gli ordini antichi, decretava, che si ringraziasse San Spiridione, e con annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti Russo e Turco, e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero Paolo primo, Giorgio terzo, Selim terzo. Fu data la somma del governo non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole, e territorj Ionici, ad una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù, finchè dai confederati vi fu ordinato un governo stabile di repubblica sotto tutela della Porta Ottomana. A questo modo per opera, prima dei Francesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio d'Italia all'imperio degli oltramontani, o degli oltramarini, il dominio del mare Ionio, che Venezia aveva saputo conservare per tanti secoli contro tutte le forze dell'impero dei Turchi; il che dimostra quanto siano stati sconsiderati quegli Italiani, che tanto si rallegrarono della ruina dell'antica Venezia. Venuto Corfù in poter dei confederati, divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza dei repubblicani. Vennervi le principesse esuli di Francia; vennervi i cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi Gabrielli e Massimi, il cavaliere Ricci, e molti altri personaggi, a cui più piacevano l'ozio e la sicurezza di Grecia, che il partecipare delle fatiche e dei pericoli del cardinal Ruffo in Italia. Le flotte Russa e Turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo,le quali siamo per raccontar nel progresso di queste storie.

Il suono dell'armi, e le grida dei tormentati richiamano l'animo nostro agli accidenti d'Italia. Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito Italico, aveva applicato i suoi pensieri al far venire sul campo delle nuove battaglie le genti, che sotto l'imperio di Macdonald custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald, che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a congiungersi. Nè del luogo, in cui avessero i due eserciti a raccozzarsi, stette lungo tempo in dubbio; perciocchè, sebbene per le rotte avute non fosse in grado di sostener la guerra in Piemonte, sperava, che conservandosi in potestà della repubblica le fortezze principali, avrebbe di nuovo acquistato facoltà, quando gli fossero giunti gli ajuti che aspettava di Francia, di mostrarsi nelle pianure Piemontesi; gli pareva, che i luoghi vicini alle fortezze di Alessandria e di Tortona, che tuttavia si tenevano per la Francia, fossero i più opportuni per tornare al cimento delle armi; poichè, oltre l'appoggio di quelle due piazze forti, erano molto propizj a ricevere chi venisse calando dalla Bocchetta, nè lontani a chi scendesse dalle valli della Trebbia e del Taro. Per tutte queste ragioni, già fin quando era passato per Torino per condursi alle stanze, prima di Alessandria, poi di Cuneo, si era totalmente fermato in questo pensiero, che la congiunzione dei due eserciti dovesse effettuarsinei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili, e da non dar passo alle artiglierìe, era necessitato a camminare fra l'Apennino, e la sponda destra del Po, e temendo che fosse troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di cavallerìa, nelle pianure di Bologna e di Modena, aveva mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana, e del Genovesato. Partiva Macdonald, Abrial lo accompagnava, da Napoli, lasciati presidj Francesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli, e nelle fortezze di Gaeta, di Capua, e di Pescara. Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in armi, e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle sponde del Garigliano, tumultuava lo stato Romano, e da Roma in fuori non vi era luogo che fosse sicuro ai Francesi. Tumultuava la Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli aveva cavallerìa bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie, a far vettovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio, che l'impresa di Macdonald non fosse delle piùmalagevoli ed ardue, che capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire. Da un altro lato gli si parava avanti la gloria dell'essere chiamato liberatore d'Italia, e vincitore delle genti Russe fin a quel tempo stimate invincibili. Nè animo gli mancava, nè mente per questo, nè desiderio vivacissimo di far il nome suo immortale. Le vittorie di Roma e di Napoli continuamente gli suonavano nella memoria, e sperava, che la fortuna nol guarderebbe con viso meno favorevole sulle rive del Po, che su quelle del Tevere e del Volturno.

Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini, coll'intento di riuscire per la strada di San Germano, Isola, Ferentino, Valmontone, e Frascati, verso Roma. La sinistra condotta da Macdonald seguitava verso la capitale medesima dello stato Romano la strada più facile della marina. Erano con questa le più grosse artiglierìe, e le principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San Germano si oppose con le armi, fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene armati: assaltarono i Francesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del passo, la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione, che un accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo cacciati di casa in casa a viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali sdegnati all'antica nimistàdegl'Isolani, allo aver tratto al messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, ed alla tanto ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per forma che il furore della presente ebbrezza congiunto col furore della precedente battaglia gli fece trascorrere in opere abominevoli. Nè più davano retta ai loro ufficiali, o generali, che gli volevano frenare, che alla ragione od alla umanità. Sorse la notte: era una grande oscurità, pioveva a dirotta. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle, incesero la città, che in poco d'ora fu da se stessa tanto disforme, che non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine. Così Isola perì per furore, prima proprio, poi d'altrui. Passarono i Francesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì sedici maggio nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse, e con discorsi di rammemorazione delle cose fatte dai repubblicani di Francia, lasciate, per marciare più spedito, le artiglierìe, e gl'impedimenti più gravi e guernite di presidj le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi, in cui i Francesi insistevano coi presidj, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con gridare ilnome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore, e con tanta ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.

La sede principale della sollevazione erano Arezzo, e Cortona, le quali, siccome vicine allo stato Romano, avevano preso animo a far tentativi dai moti, che in lui poco innanzi erano sorti. Il sito le rendeva sicure, essendo poste sopra monti alti, ed erti. Arezzo si era con ogni miglior modo, che alle guerre tumultuarie si appartenga, fortificata; anzi ogni edifizio era fortezza: vedevansi feritoje aperte in ogni muro, i tetti la maggior parte levati, le sommità delle case appianate, acciocchè i difensori potessero insistervi a ferire il nemico; i capi delle contrade muniti di cannoni, ed assicurati con isbarre e con isteccati. Numerose squadre di gente venuta dal contado, e variamente armata custodivano le porte, e curiosamente, e diligentemente esaminavano chi entrava, e chi usciva. Uffizj divini si celebravano ogni giorno nella cattedrale dal vescovo, e dal clero in ringraziamento delle vittorie acquistate dagli alleati, e dai Toscani contro i Francesi. Stava appeso a guisa di trofeo alla volta della chiesa un cappello con gallone in oro, che era stato di un ajutante generale Polacco ucciso nelle vicinanze di Cortona con una coltellata per inganno da un prete, mentre era venuto a parlamento con lui. Muovevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, a ragione o a torto, di giacobino, e mal per chi non aveva i capelli in coda,e chi non gli aveva, gli metteva. Ad ogni tratto, e quando più l'ardor gli trasportava, si avventavano alle persone che conoscevano, gridando: «Giur'a Dio, se sapessi, che lei è giacobino, gli passerei il cuore con questo coltello». E sì brandivano il coltello, e facevano l'atto di ferire. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia quest'uomini tanto sfrenati contro i Francesi, e contro coloro che avevano o che parevano aver odore di essi, si mostravano obbedientissimi al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo un magistrato supremo sotto titolo di suprema regia deputazione, in cui entravano preti, nobili, e notabili. Un cavaliere Angelo Guilichini presidente; uomini nè sfrenati, nè feroci, ma non potevano impedire il furore del popolo: solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Dì e notte sedevano per esser sempre pronti ai casi improvvisi. Facevano disegni di nuove sommosse in favor del gran duca continuamente; traevano a suo nome tutti i magistrati, mandavano ordini alle città tornate a divozione, mescolavano ai contadini sollevati le guardie urbane, ed alle guardie urbane i soldati regolari, che già avevano vestito l'abito, e le insegne del governo ducale; e poichè pensavano a far vera guerra, avevano calato certo numero di campane con intendimento di fonderle ad uso di cannoni. Delle nappe, e dei colori non parlo, perchè fra quelle turbe tumultuarie chi portava l'insegna di un santo, chi di un altro, chi della Madonna, chi del papa, chi dei Russi, chi degli Austriaci, chi del Gran Duca, chi tutte questeinsieme; e chi era stato tinto nelle faccende precedenti, più ne portava, col fine di allontanar da se quel nembo tanto pericoloso. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale come quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si mettevano, perchè le cose dei Francesi erano ancora in essere, e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono cagione, che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i confederati vi arrivassero; proponimento lodevole, ma bruttato da fatti scelerati. Fu Cortona messa a dura pruova. Polacchi venuti da Perugia accorrevano per tornarla a divozione di Francia. Seguì una fiera zuffa a Terontola, dove i Cortonesi erano andati ad incontrargli, poi a Campaccio a piè del monte, perchè i Polacchi prevalendo per arte di guerra, si erano fatti avanti. Infine venne il conflitto sulle mura stesse della città. Tentavano i soldati forestieri di sforzare le porte di San Domenico, e di Sant'Agostino, e di dare la scalata; ma quei di dentro si difesero sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna Francese molto forte, che era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto, che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.

Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva la intimazione. Mandò contro gli Aretini un bando terribile, che passerebbea fil di spada, che darebbe la città al sacco ed alle fiamme, che rizzerebbe sulla piazza d'Arezzo una piramide con queste parole:Arezzo punita della sua ribellione. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il Francese non si accinse a domargli, lasciando pendenti le cose loro, perchè non era parata l'occasione di vendicarsi. Era Arezzo città forte, e fuor di strada, ed ei voleva camminar veloce alla impresa. Un Andrea Doria mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i Francesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andaronvi i Francesi, saccheggiarono, ed arsero la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta, e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammottinamenti di truppe per mancanza dei soldi, perciocchè da lungo tempo non erano espedite dei loro pagamenti, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e Reinhard, come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor denaro. Ordinava Bertolio, con intervento del governo servo di Roma, una tassa sui domestici, sui cavalli, sulle botteghe, sulle porte, un'altra del due per centinajo sui capitali fidecommissarj dichiarati liberi, ed ambe dovessero pagarsi nel termine di dieci giorni; il che come fosse possibile, potranno facilmente giudicar coloro, che hanno conosciuto le ruine dei Romani. Reinhard comandava, che da tutte le chiese, monasteri, e conventi, e dalle sinagoghe, e da altri tempj, di qualsivoglia rito fossero,si togliessero le argenterie superflue, ed il ritratto s'investisse in benefizio dell'esercito. Già si erano espilati i monti di pietà, e solo quando vennero i pericoli estremi, e quando il restituire era paura, non generosità, si erano restituiti i pegni di valuta minore di dieci franchi. Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova: Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese, il principe Hohenzollern il Modenese, Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli, Bellegarde venuto dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Tortona, Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a divozione alcune valli dell'Alpi, e per osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni o verso Cuneo, o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da Francia. E' pare anzi certo, che se i due generali Francesi si fossero meglio accordati fra di loro nell'esecuzione del disegno concetto da Moreau, qualche grande infortunio sarebbe venuto addosso ai confederati, e si vede meglio in Suwarow l'arte di ben condurre una battaglia, che di modellare pensieri larghi e lontani di guerra, della quale perizia massimamente debbonsi lodare gli eccellenti capitani. Infatti non fece egli motivo d'importanza per proibire il passo degli Apennini a Macdonald, nel che consisteva tutta la fortuna della guerra. Bastò, che la legione Polaccaromoreggiasse intorno a Pontremoli, perchè il debole presidio, che vi stava a guardia, si ritirasse. Nè il generale Russo, avendo le popolazioni amiche, e molta cavallerìa, poteva temere, che i presidi delle fortezze, che ancora si tenevano pei Francesi, gli facessero qualche moto d'importanza alle spalle. Laonde ci poteva sicuramente stare grosso e rannodato per opprimere Moreau e Macdonald là dove si fossero mostrati, e chi vincesse la battaglia, avrebbe anche vinto le fortezze. Gli accidenti posteriori mostrarono, quanto abbia errato Suwarow nello alloggiare tanto spartito.

Moreau, dato voce che avesse avuto grossi rinforzi di Francia, e che maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel Mediterraneo una flotta Francese proveniente da Brest con qualche battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno ei se ne stava a consumarsi intorno alle fortezze, ed alle montagne Piemontesi. Ma non istette lungo tempo ad accorgersi, che se per valore ei non era inferiore agli avversarj, gli avversarj lo avanzavano per arte, e che aveva a far con capitani, che per perizia nelle cose di guerra erano fra i primi del mondo. Già Victor camminandoper la riviera di Levante, appariva vicino a congiugersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald, chiamate a se tutte le genti che stanziavano in Toscana, salvo le guernigioni di Firenze, di Livorno, e di alcuni altri luoghi forti sul littorale, s'incamminava alle accordate fazioni, per le quali si prometteva la liberazione d'Italia. L'ala sua dritta condotta da Montrichard pel passo di Lojano, che sempre era stato tenuto dai Francesi, marciava contro Bologna; la sinistra, conquistato prima dalla legione Polacca di Dambrowski il passo di Pontremoli, si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo alloggiamento in Fornuovo, luogo celebre per la vittoria di Carlo ottavo re di Francia sulle genti Italiane governate dal marchese di Mantova. Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald, varcato il sommo degli Apennini a Pieve di Pelago, per la strada che da Pistoia dà l'adito a Modena, si era calato col grosso dell'esercito per la valle del Panaro, ed impadronitosi di Venanzio, di Sassuolo, e di altri luoghi posti sul fiume, si era innoltrato per Casinalbo e Salicelta insino al Casino Brunetti a piccola distanza da Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Tortona ed Alessandria. Già aveva mandato per dar la mano più verso il piano, e più da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.

Queste mosse dei capitani della repubblica diedero che pensare ai generali dei due imperj, e glifecero accorti, che era loro mestiero, se non volevano che l'Italia fuggisse loro dalle mani, di rannodarsi con molta prestezza; a tale strettezza erano condotte le cose, che un giorno solo d'indugio poteva aprir la occasione di una totale vittoria ai Francesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la oppugnazione in assedio, andava a porsi con diecimila soldati a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Temeva, che Macdonald, passato improvvisamente, e con forze preponderanti il fiume, non gli guastasse le opere fatte contro la piazza, e la liberasse dall'assedio. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau, ed a Hohenzollern, che erano in pericolo di essere pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale Francese accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Francesi andava a ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor, con la sinistra, Otto; e tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma, che calpestati da tante genti, da paesi fioritissimi erano divenuti orridi per la fame e per la miseria. Il ducato di Parma principalmente si trovava molto consumato per le gravi esazioni commessevi da Otto. Ma i raccontati rimedj usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern, e Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.

Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di Suwarow, che insistevain Piemonte. Se lo vide il generalissimo di Paolo, e volendo ricompensare con la celerità l'errore dell'aver troppo spartito le sue genti, si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo, perchè il Francese non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali Austriaci. Pertanto marciando sulla destra del Po già si avvicinava ai campi famosi per antiche battaglie, e che del pari erano per diventar famosi per pruove di non minor valore date da nazioni venute anch'esse di lontano per ammazzarsi. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno dieci di maggio succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle due parti. Sulle prime i repubblicani caricarono con tanta forza gl'imperiali, che gli rincacciarono fin oltre Casino Brunetti. Ma trasportati dall'impeto, essendosi troppo inoltrati, furono sì aspramente assaliti ai due fianchi dalla cavallerìa Austriaca, che furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti, sforzandosi Olivier e Rusca di rompere la fronte del nemico per separare Hohenzollern da Otto. La cavallerìa repubblicana condotta dal generale Forest urtò con grande impeto il nemico, e già il faceva piegare, quando il generale Tedesco spinse avanti il reggimento dei fanti di Preiss, guidato da un colonnello molto valoroso, che aveva nome Wedenfels. Questo reggimento diè sì forte carica ai repubblicani, usandola bajonetta, che nol poterono sostenere, e si ritirarono verso le montagne, lasciando la terra di Sassuolo in poter dei Tedeschi. Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti, che un evento terminativo di battaglie. Ma il dodici giugno fece Macdonald un motivo assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che sebbene meno grossi de' suoi il molestavano, e gl'impedivano il passo a' suoi disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione, che Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi. A questo fine, fatto calare la sua sinistra verso Reggio, le ordinava, urtasse il nemico, e si mettesse in mezzo tra Hohenzollern, e Otto; il che poteva agevolmente venir fatto, perchè le genti di Otto si trovavano sparse e lontane. Egli medesimo con la mezza contro Modena dirittamente difilandosi, voleva far opera di romperla, e d'impadronirsi della città. Al tempo stesso, passando con la destra il Panaro, si proponeva di spuntare da questa parte la sinistra degli Austriaci; e di separare per questa mossa Hohenzollern da Klenau. Ma perchè quest'ultimo non potesse accorrere in soccorso del compagno, il faceva assaltare da Montrichard, che già colle sue genti aveva liberato d'assedio il forte Urbano. Per questo Montrichard, muovendo due colonne, una da Bologna, l'altra dal forte Urbano, se ne giva per attaccare Klenau, che aveva le sue stanze a Castel San Giovanni.

Fecero egregiamente i Francesi l'opera del loroperito ed audace capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Francesi e dai Tedeschi, e durò molte ore: i cavalli massimamente andarono alle prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle bajonette. Pure i repubblicani superavano pel numero, e se tutto il disegno di Macdonald avesse avuto il suo compimento, era già fin d'allora perduta la fortuna dei confederati in Italia: il che dimostra chiaramente l'errore di Suwarow dell'avere in sì fatta guisa spartito le sue genti. La sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento; perchè cacciati i Tedeschi, ed occupata la strada, che dà a Reggio, s'intrometteva tra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale Tedesco, dove egli medesimo combatteva, animando i suoi, fu obbligata a piegare, e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto questo corpo Austriaco, secondo il disegno ordito dal generale Francese, circondato e preso, se Montrichard avesse vinto sulla destra, come Macdonald aveva sulla mezza, e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i repubblicani, che si difilavano contro di lui da Bologna, sforzandogli a tornarsene sulla sponda destra della Samoggia. Poi si affrontò con l'altra schiera, che gli veniva incontro dal forte Urbano, e trovatala e combattutala a Sant'Agata, la costringeva alla ritirata. L'avrebbe anche condotta a peggior partito, se Macdonald vittorioso dalla sua parte non le avesse mandatogenti in soccorso. La resistenza di Klenau fu la salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava alla Mirandola; poi non credendosi sicuro sulla destra del Po, venuto a San Benedetto, e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava sopra un ponte di barche a San Niccolò per andarsene ad aspettare sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto, si condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù dilungandosi andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra breve per arrivare.

Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici centinaja di prigionieri, e forse pari numero tra morti e feriti. Dei Francesi mancarono tra morti e feriti circa un migliajo; pochi vennero in poter dei vinti. Fu morto il loro generale Forest, mentre virilmente combattendo con la cavallerìa, dava la carica al nemico. Macdonald fu ferito, non da Tedeschi, nè nella mischia, ma da Francesi dopo la vittoria. Militava sotto le insegne Austriache un reggimento di Francesi fuorusciti sotto il nome di cacciatori Bussy. Di questi, cinquanta, dopo di avere egregiamente combattuto, trovandosi separati dai compagni, con animosa risoluzione si deliberarono di aprirsi il varco con le armi in mano a traverso i nemici, che gli circondavano da ogni parte. Laonde impetuosamente urtando quanto loro si parava davanti, rotte le guardie, riuscirono all'alloggiamentodi Macdonald, che co' suoi ufficiali, e con pochi soldati se ne stava securamente attendendo alle bisogne della vittoria. Fu forza, che la debole guardia di Macdonald, ed egli medesimo cacciassero mano alle spade per difendersi da un assalto tanto inopinato. Ne seguitava una furiosa baruffa, nella quale restò ferito il generalissimo di Francia. I fuorusciti, che avevano la mira al salvarsi, non al vincere, dando dappertutto segni di un valore incredibile, attraversato il campo dei repubblicani, attraversata Modena, che in mano dei repubblicani già era venuta, ridotti da cinquanta a sette, riuscirono all'alloggiamento Austriaco della Mirandola. Meritarono fra gli Austriaci principal lode di valore il reggimento di Preiss già sopra nominato, e quello di Klebeck, sopra i quali cadde il più grave pondo della battaglia: patirono gravemente i loro soldati.

Fu biasimato Macdonald, anche da uomini periti della guerra, del non avere dopo la vittoria, varcato il Po, corso contro Mantova, prese le artiglierìe, rovinato le opere degli assediatori, e fatto di modo che si levassero dalla piazza. È vero, che tutte queste cose gli potevano agevolmente venir fatte; anzi Kray, presentendo la tempesta, già aveva avviato verso Verona le artiglierìe più grosse del campo di Mantova. Ma la vittoria di Francia non consisteva nell'allargar l'assedio, e nell'impedire agl'imperiali la ricuperazione di questa piazza, bensì era posta nel vincere Suwarow; il qual fine non si poteva conseguire, se non coll'insistere sulla destra del Po, e con la congiunzione con Moreau. L'operarespartitamente sarebbe stata la ruina dei Francesi, come per poco stette, che il medesimo operare non fosse la ruina degli alleati. Per la qual cosa a noi pare, che Macdonald meriti di essere lodato, non che biasimato della risoluzione presa di correre, dopo la vittoria conseguita, piuttosto verso Parma che verso Mantova.

Era la sorte d'Italia in pendente, e doveva fra breve giudicarsi, se più potessero Moreau e Macdonald con le armi della repubblica, o Suwarow con quelle dei due imperi d'Austria e di Russia. Marciava celeremente Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu per noi narrato, una squadra di Liguri sotto il governo di Lopoype a Bobbio, perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per trovare o Moreau, o Macdonald, innanzi che fra di loro si fossero congiunti.

Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern, passando per Reggio e Parma, d'onde il duca, temendo dei repubblicani, si era ritirato sulla sinistra del Po, condotto in Piacenza, nella quale era entrato il dì quindici di giugno. Quindi gli si era accostato Victor, che mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno, varcati i monti Liguri per Sarzana e Pontremoli, e poscia calatosi per Borgo di Taro e per Fornuovo, era arrivato al suo destino. Macdonald, volendo prevenire il nemico, e romperlo prima che fosse fatto più grosso, nèforse sapendo, che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto, come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il Tidone, ed a correre sino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo passo i cavalleggieri della repubblica condotti dal generale Salm. Ma Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow di arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas, udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di Froelich, che sostenne la impressione dei Francesi: poscia sopraggiunse opportunamente la vanguardia Russa, e tutte queste genti insieme unite fecero un tale sforzo, il principe Bagrazione coi suoi Cosacchi sulla dritta, il principe Korsakow con altri Cosacchi, e con soldati leggieri d'Austria sulla sinistra, e finalmente Otto spalleggiato da Froelich sul centro, che i repubblicani, quantunque con molta costanza contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni, e dalle ferite. Erano i due eserciti separati dal torrente Tidone. In questo momento s'incominciavano a vedere gli errori di Macdonald, dei quali resterà facilmente capace chi vorrà considerare quello, che si conveniva a Suwarow di fare. Molto importava al generale di Russia di venire subitamente alle mani col Francese, e di romperlo innanzi che Moreau scendesse per le valli della Trebbia e della Scrivia ad assalirlo sul fianco suodestro ed alle spalle; perchè, se non rompeva Macdonald prima che Moreau arrivasse, gli era necessità di retrocedere; il che apriva la strada ai due generali Francesi di congiungersi; o se avesse perseverato nel proposito di guerreggiare a Piacenza, con Macdonald tuttavia intero a fronte, e con Moreau alle spalle, al quale davano anche appoggio le due fortezze d'Alessandria e di Tortona, sarebbe stato condotto a qualche pessimo partito. Adunque se importava molto a Suwarow il venire incontanente alle mani con Macdonald, importava del pari a Macdonald il temporeggiare con Suwarow, perchè è impossibile che quello, che è utile ad una delle parti contrarie, non sia dannoso all'altra. Bene e lodevolmente fece Macdonald assaltando sul suo primo giunger Otto, ed oltre il Tidone cacciandolo, perchè allora, non sapendo che Suwarow fosse tanto vicino con tutte le sue genti, gli conveniva passare per accostarsi a Moreau: ma quando dalle novelle avute, ed ancor più dal duro rincalzo si era accorto, che non più con una piccola parte, ma con tutto l'esercito nemico aveva a fare, non solo più prudente, ma ancora necessario partito era l'astenersi, il temporeggiare, il ritirarsi lento e cauto, finchè avesse novelle certe di quanto portasse la guerra fra Novi e Tortona; e che Moreau venuto al piano, avesse assaltato il nemico. Ciò non di meno si deliberava a combattere, risoluzione più animosa che prudente, o che a ciò il muovesse una troppo viva speranza di vittoria, o il pensiero ambizioso di essere chiamato lui solo liberatore d'Italia, o la ripugnanza di congiungersicon Moreau, al quale per l'anzianità del grado avrebbe dovuto obbedire.

Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato, durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti ostinate alla vittoria, o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi, che venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere a nissuno, comandamento barbaro, e degno di eterno biasimo, e scannassero gridandourra,urra. Ma nel fatto i soldati mostrarono maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al Tidone: il destro corno governato da Olivier si distendeva verso il Po, ed avea con lui la cavallerìa di Salm: nel sinistro si trovavano i Polacchi con Dambrowski, e con la schiera di Rusca; contenevano il mezzo i soldati di Montrichard, e di Victor. Dalla parte sua Suwarow aveva ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti, Otto a sinistra verso il Po, poi più su seguitando, prima Froelich, poi Forster, poi Rosemberg, poi Bagrazione, finalmente un Schweicuschi, Russo generale. Guidava le due prime schiere composte quasi totalmente di Austriaci, quale duce supremo, Melas, le due ultime composte per la maggior parte di Russi, Suwarow. Passato il giorno diciotto di giugno il Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico; Bagrazione guidava la vanguardia;ma essendo la campagna piena di fossi e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Francesi, vedutolo venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano, e sarebbero anche andati in rotta, s'ei non fosse stato presto a soccorrergli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò, che non solo la fortuna della battaglia si ristorava dal canto degli alleati, ma ancora i Francesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti loro. Il quale accidente vedutosi da Macdonald, mandava alcuni reggimenti di Victor, che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si attaccava in questa parte un'asprissima battaglia, che durò molte ore. Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia composta massimamente di Cosacchi, e di uno squadrone Austriaco si attaccava con la vanguardia repubblicana, e dopo un ostinato conflitto la sforzava a piegare. Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnìe, ed urtando a forza la vanguardia Francese, che già si ritirava, la ruppe. L'impeto delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani, lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato, oltre la Trebbia.

Macdonald, che vedeva, che in questo fatto andava la fama propria, e la fortuna della battaglia, rannodò di nuovo i suoi, facendo in questo tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte.Congiunse con loro alcune compagnìe della schiera di Olivier, e gli mandava nuovamente a combattere sulla sinistra del fiume, gli animava quantunque fosse molto impedito dalla ferita avuta nel combattimento di Modena, con la voce, con la mano, e con l'esempio. Riempiva con arte eccellente i luoghi vacui fra gli squadroni dei soldati a piedi con drappelli di cavallerìa, affinchè potessero maggiormente allargarsi, e non fosse fatta facoltà al nemico di ficcarsi in mezzo. Così ordinato, e di nuovo confidente marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce: Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto, se Froelich, veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Francesi, cioè verso il Po, si combatteva anche egregiamente per la repubblica, e per l'impero; perchè e Francesi ed Austriaci, memori gli uni e gli altri degli odj antichi, e delle recenti battaglie, mostravano una grandissima costanza, i primi incoraggiati da Olivier, e da Macdonald medesimo, che era accorso, i secondi da Otto, da Froelich, e da Melas; forti tutti, e periti capitani. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio, e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei confederati, che prevalevano di cavallerìe, e di artiglierìe. Fu rotto Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra: tutti furono obbligati a cercar ricovero straziati dalle ferite, e bruttati di sangue sulla destra della Trebbia.Era il campo di battaglia orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti, o moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia non ancora satolla d'umano sangue.

Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani innanzi che Moreau gli romoreggiasse alle spalle. Pensava medesimamente Macdonald per la sua pertinacia insolita ad esser vinta, od a piegarsi, di assaltare alla nuova luce quel nemico, che già per due volte aveva tentato con tanto danno de' suoi, e con sì poco frutto. Nel che come si possa scusare, noi non possiamo restar capaci; e se si può lodare di coraggio, certamente non si può di prudenza: perchè se dubbio era, che vincesse il diciotto, ancor più dubbio era per l'efficacia dei precedenti fatti, che potesse vincere il diecinove, e la rotta del suo esercito importava la ruina di quello di Moreau, e di tutte le cose Francesi in Italia. Solo stabile speranza poteva essere per lui l'essere ajutato da Moreau; ma che questi fosse per arrivare a combattere l'inimico nel momento stesso della battaglia, era cosa molto incerta, nè Macdonald la poteva sapere: che se dopo la medesima fosse arrivato, sarebbe stato il suo arrivare inutile, nè avrebbe potuto riguadagnare la battaglia perduta. Adunque pare a noi, che la ostinazionedi Macdonald dell'aver voluto tornar al cimento non sia da lodarsi, e qualunque sia il biasimo, che Moreau abbia meritato per non essere venuto a tempo, Macdonald non può schivar quello di non lo aver aspettato.

Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva alle undici della mattina del diecinove di giugno le sue genti contro l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima, che nei giorni precedenti. Ordinava nel suo pensiero il generalissimo di Francia di circuire, stando fermo sul mezzo, e dopo di aver passato il fiume, con le due ali estreme il nemico, cioè di spuntarlo e verso i monti, e verso il Po. Con singolare intrepidezza passarono i repubblicani la Trebbia, ancorchè aspramente fossero bersagliati dalle artiglierìe nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che ferivano a scaglia. Rusca, e Dambrowski s'attaccarono sulla sinistra verso i monti con Bagrazione. Nissuno creda che maggior valore nelle più aspre battaglie si sia mostrato mai di quello, che in questa mostrarono e Francesi, e Polacchi, Russi, ed Austriaci. Pinsero Rusca, e Dambrowski con grandissimo impeto Bagrazione, e col medesimo impeto gli rispingeva Bagrazione, quanto era urtato riurtando. Cominciarono a balenare i soldati di Dambrowski; Rusca accorreva con un grosso di genti scelte in suo ajuto. Menò egli sì terribilmente le mani, che non solo il Russo piegava, ma ancora i Francesi, preso nuovo ardire, assaltavano Schweicuschi contanta energìa, che lo conciarono per la peggio, tagliarono a pezzi un intiero reggimento, lo rispinsero lungo spazio, e lo cacciarono dalla terra di Casaliggio, della quale s'impadronirono. Lampeggiava in questo punto la speranza della vittoria pei Francesi, e l'avrebbero anche ottenuta, se non fosse venuto in soccorso delle schiere pericolanti di Russia il generale Austriaco Dalheim con un grosso rinforzo di genti Tedesche: efficacemente il secondava la cavallerìa Russa, che già si era riordinata. Si rinnovava la mischia più fiera di prima, nè questi cedevano, nè quelli; diè Dambrowski segni di disperato valore: due volte respinto, due volte tornò più animoso al combattere, nè si partì dalla battaglia, se non quando arrivò Rosemberg con un forte apparecchio d'artiglierìe leggeri, che fulminando i contrastanti, gli costrinsero, sebbene tuttavia combattenti, alla ritirata sulla destra riva del fiume. Fu questo affronto sanguinosissimo, e mortale per ambe le parti, la legione Polacca vi fu conquassata, e lacerata all'estremo. Ma se i repubblicani vi perdettero molta gente, gl'imperiali ve ne perdettero altrettanta.

Non era stata nè meno ostinata, nè meno sanguinosa la battaglia sui campi, che avvicinano il Po. Quivi contuttochè Melas si fosse molto affaticato con le artiglierìe per impedire ai repubblicani il passo della Trebbia, dalle quali avevano molto patito, erano ciò non ostante riusciti sulla sinistra del fiume, ed avevano principiato a dare esecuzione al disegno ordinato da Macdonald. Una colonna urtava di fronte Otto, mentre un grossodi cavallerìa difilandosi lungo il Po, s'ingegnava di riuscire oltre l'ala estrema degl'imperiali. Le fanterìe Tedesche già cedevano all'impeto delle Francesi, quando venne in soccorso loro con una gagliarda squadra di cavallerìa il principe di Lichtenstein. Diè la carica alle fanterìe Francesi, e le respinse: diè la carica alle cavallerìe accorse in ajuto delle fanterìe, e le respinse. Arrivava in questo dubbioso punto con la seconda squadra dei suoi fanti Olivier, e facendo uno spaventoso trarre di artiglierìe leggieri, disordinava i cavalli di Lichtenstein, e gli costringeva alla fuga. Fra la furia del rinculare percossero nel reggimento dei granatieri di Wowerman, e il disordinarono, e se le fanterìe di Francia si fossero fatte avanti per usare la occasione aperta dalle artiglierìe leggieri, sarebbe nato in questa parte qualche gran sinistro per gl'imperiali; ma esse, non so perchè, si sostarono. Intanto Lichtenstein, che era uomo prode, ed i granatieri di Wowermann, che erano uomini forti, ed esercitati nelle battaglie, si riordinarono, e tornarono al cimento: trassero con loro un grosso rinforzo del reggimento di Lobkowitz. Il rincalzo fatto da tutte queste genti unite, ed animate da Melas, da Froelich, e da Otto diventò sì forte, che Olivier disperando la vittoria, la lasciò in mano del nemico, sulla destra riva dell'insanguinata Trebbia ritirandosi. Salm, che co' suoi cavalli correva lungo il Po per circuire Otto, veduto che per la ritirata di Olivier restava solo esposto all'impeto di tutta la schiera vincitrice, velocemente correndo, si ritirava ancor esso agli alloggiamenti oltre il fiume.

Bene, come si è veduto dalla narrazion nostra, fu combattuta questa battaglia dalle due ali dell'esercito Francese sul principio, male sulla fine; il che fu cagione, che, se esse si ritirarono intiere sulla destra della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta. Avevano i Francesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi, bravamente resistendo, gli rincacciava. Venuta la seconda fila repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere di lontano, vennero tosto alle prese con le bajonette: fu quest'urto tanto micidiale sostenuto quinci e quindi con un valore inestimabile. Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle file, i viventi vi si gettavano, e facevano battaglia con le sciabole, e quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi, e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente, ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi condotto dal colonnello Lowneher, che diede animo ai Russi, lo scemò ai Francesi; caricando, e smagliando la cavallerìa, che fiancheggiava la schiera di Montrichard. Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente, cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgradoche se ne desse molto pensiero, e molto vi si sforzasse. La rotta di Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de' suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale Francese per fianco. Pensò allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente, per quanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera, e fieramente seguitata dalla cavallerìa nemica, si era ritirata a salvamento oltre quel fiume, che con tanta speranza di vittoria aveva poche ore prima passato. La Trebbia, funesto fiume per tante battaglie, non vide mai tanto sangue, quanto a questi giorni: il suo letto orrido pei mucchj dei cadaveri, massimamente più verso la sua foce nel Po, perchè quivi nel passare furono i Francesi terribilmente bersagliati dalle artiglierìe di Melas. Dei repubblicani in quelle tre giornate fu uno scempio di circa sei mila soldati morti, o feriti; tre mila prigionieri ornarono il trionfo dei vincitori. Non fu minore il numero degli uccisi dalla parte degli imperiali, e quasi niuno quello dei prigionieri. Alcune bandiere dei repubblicani furono conquistate dai confederati; pochi cannoni vennero in poter loro, perchè Macdonald per non essere ritardato dall'impedimento dell'artiglierìe più grosse, le aveva lasciate nello stato Romano, solo conducendo seco le leggieri.

Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezzadei combattenti; fuvvi riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto che aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi, quantunque a ciò di mala voglia, e costretto dal parere dei compagni, si risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda del combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume alcune genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita, s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce illustrasse l'Italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar l'assalto al nemico nei suoi proprj alloggiamenti. Nè avendolo trovato, ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i Russi a Zema il retroguardo Francese governato da Victor, e l'assalirono con molto valore, e con ugual valore fu loro risposto dai Francesi, cosa maravigliosa dopo gl'infortuni recenti. La diciasettesima, postasi in un luogo forte, fece spalla al ritirarsi dei compagni, ma circondata finalmente da un nemico a molti doppj più grosso, fu costretta a deporre le armi, dandosi prigioniera in poter del vincitore. Dall'altro lato i Tedeschi arrivarono addosso ai Francesi presso a Piacenza, e ne fecero molti prigionieri, massime feriti, fra i quali notaronsi principalmente Rusca, Salm, e Cambray; quest'ultimo morì fra breve per le ferite avute nella battaglia. Rusca ebbe una gambasconcia, Olivier una meno, entrambi guerrieri buoni, e di forme egregie di corpo. Avrebbe voluto Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva ad un tratto, che Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova, era sboccato dalla Bocchetta, e calando dai monti minacciava di trarre a mal partito Seckendorf, e Bellegarde, dei quali il primo stringeva Tortona, il secondo Alessandria; che anzi il capitano di Francia avrebbe potuto fare addosso al suo retroguardo qualche fazione di sinistro augurio. Deliberossi pertanto a tornarsene indietro, dando carico a Otto, a Hohenzollern, ed a Klenau, che perseguitando facessero a Macdonald tutto quel maggior male, che potessero. Ma prima ebbe mandato una presa di Cosacchi a disfare quella testa di Liguri, che sotto il governo di Lapoype stanziava a Bobbio; la qual cosa venne loro agevolmente fatta. Domandano molti, perchè Lapoype, invece di scendere ad ajutare Macdonald, se ne sia stato inoperoso in un momento, in cui la più efficace attività era richiesta: alcuni il tacciano di poco animo, altri di animo rotto per non aver saputo svilupparsi a tempo dai piaceri di Genova. Ma egli stava agli ordini di Moreau, non di Macdonald, e se il generalissimo non gli aveva comandato di calarsi, non si vede come il potesse fare da se. Pare poi cosa molto inverisimile, per non dir del tutto falsa, che Moreau gli desse il comandamento di scendere, perchè ei non poteva supporre, che Macdonald fosse, non so se mi debba dire o tanto imprudente, o tanto temerario, che volesse mettere da se solo a cimento sorti sì gravi quando temporeggiandosolamente due giorni, le avrebbe potute mettere coi due eserciti uniti insieme. Da tutto questo si scorge, che se Suwarow avesse tardato ad arrivare solo due giorni, o Macdonald solo due giorni a combattere, vinceva, per quanto delle probabilità di guerra si può giudicare, la fortuna di Francia. Sonvi alcuni, che accusano Macdonald di essere arrivato troppo tardi, perchè tornando da Napoli giunse a Firenze il dì ventisei di maggio, e solo partinne il dì otto di giugno: pare cosa strana quell'avere accennato sì presto, e colpito sì tardi. Se avesse corso, affermano, difilato, con dare solamente alle sue genti i riposi necessari, sarebbe certamente giunto a Voghera, prima che Suwarow vi arrivasse, e la unione dei due eserciti stata certa, e sicura. Di questo noi non vogliamo giudicare, perchè non abbiamo scienza del marciare degli eserciti, nè dell'immenso viluppo, che a' nostri tempi e' si tirano dietro. Certo, se l'accusazione è vera, la posterità Francese avrà molto a dolersi di Macdonald.


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