Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di Levante condurre le sue genti all'unione in Genova con quelle di Moreau. Ei ne venne ciò non ostante a capo con uguale e perizia e felicità. Ordinava a Victor, che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i sommi gioghi dell'Apennino, calasse per quella della Magra nel Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamentee felicemente, più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoja. Disperse le genti leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a grossa taglia, mandò presidj a Bologna ed al forte Urbano: poscia salendo s'internava nella valle del Panaro, ed arrivava al suo alloggiamento di Pistoja. Poco stettero Bologna, ed il forte ad arrendersi ai confederati. Nè il generale Francese voleva pei disegni avvenire, e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana. Perlochè, chiamate a se le guernigioni di Livorno, e dell'isola d'Elba, che avevano capitolato, la prima con un Inghirami, condottiere di Toscani sollevati, la seconda con Napolitani e Toscani misti d'Inglesi, e poste sulle navi per a Genova le artiglierìe e le bagaglie, si avviava per la strada di Lucca alla volta dei territorj Liguri, e quivi conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto, per lo smisurato valore dimostrato. Del resto mostrossi Macdonald in Italia uomo di generosa natura: fu anche umano, malgrado delle cose eccessive che pubblicò a Napoli, e che rinfrescò in Toscana: si astenne da quel d'altrui, abborriva i rubatori. Amava più la gloria che la repubblica e la libertà, come d'ordinario l'amano i soldati. Gli piacevano meglio i governi temperati, che gli sfrenati. Insomma ei fu in Italia personaggio commendevole, e sarebbe stato anche più se un amoresmisurato di fama non l'avesse fatto errare. Ebbe i difetti degli animi generosi, e non fu poco in mezzo a tanti vizj di animi vili. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti Francesi, che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza di Ferdinando.Il giorno medesimo, in cui Macdonald combatteva sulle rive del Tidone, Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava, essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il giorno diciotto al momento stesso, in cui Macdonald era alle mani con gli alleati fra il Tidone e la Trebbia, Moreau assaltava gli Austriaci nel campo loro sotto Tortona, e quantunque, condotti da Seckendorf e da Bellegarde, si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i Francesi di numero, furono costretti a cedere e perdettero San Giuliano; perseguitati acerbamente dai repubblicani nel piano di Marengo, disordinati, e rotti si ritirarono oltre la Bormida.Questa vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Da tutto questo chiaramente si vede, che se Macdonald fosse, come pare che potesse, arrivato più presto, o avesse combattuto più tardi, avrebbe la fortuna inclinato di nuovo a favor dei repubblicani: per un intervallo di ventiquattr'ore stette, che i vinti non fossero vincitori,e che l'Italia, in vece di essere Russa e Tedesca, fosse Francese. Scaramucciossi il giorno diecinove, ed il venti sulle rive della Bormida. Il ventuno, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante genti potè dal campo sotto Alessandria, e da altre terre vicine, facendo stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy a San Giuliano, e dopo una dura zuffa lo sforzava a ritirarsi. Accorrendo con nuove genti Grenier in soccorso di Grouchy ristorava la battaglia: il generale Tedesco, che sulle prime aveva respinto, fu respinto. In questo mentre Bellegarde arrivava a fare spalla a Seckendorf con una forte squadra di genti fresche, ed entrato nella battaglia faceva piegare i Francesi: venivano in poter suo San Giuliano, e Spinetta; continuamente i Tedeschi guadagnavano del campo. Fu forza, che Moreau venisse in ajuto de' suoi, che si trovavano in gran pericolo. Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, che in questo fatto si portò da soldato molto valoroso, radunati e riordinati i suoi, che erano stati disordinati e dispersi, dava dentro, serrandosi addosso con molto impeto agli Austriaci, gli rompeva, e gli sforzava ad andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della Bormida. Un loro retroguardo lasciato al Bosco, e circondato dai Francesi si liberò a furia di bajonette. L'estrema coda delle genti Austriache, deposteper la forza sopravvanzante degli avversarj le armi, si diede in poter dei vincitori. Perdettero gl'imperiali in questo fatto molta gente, ma non tanta, quanta pubblicarono i Francesi, nè tanto poca quanto pubblicarono i Tedeschi, certamente nel novero di due in tre mila soldati tra morti, feriti e prigionieri; nè è dubbio, che la vittoria non sia stata dalla parte dei repubblicani. Quivi ebbe Moreau le novelle dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo, che per allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito, era quella di ritirarlo prestamente là, dond'era venuto, condottosi con frettolosi passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genova con un sufficiente presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure Tortonesi gli rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per maggiore sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta e Serravalle, che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli, assunto al grado di generale, ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle pianure bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia fortificate, e munite con buoni presidj.In questo forte sito, ed avendo frapposto fra di lui ed il nemico, come baluardo naturale e forte, tutto il concatenato giogo degli Apennini, se ne stava aspettando, che cosa portassero lesorti dalla parte di Francia, che ancora non voleva, malgrado di tante rotte, pazientemente sopportare, che l'imperio d'Italia le uscisse dalle mani. Tornato Suwarow dai campi tanto gloriosi per lui del Tidone e della Trebbia, andava a porsi ad alloggiamento sulle sponde dell'Orba per impedire ogni motivo, che i Francesi potessero fare a soccorso delle fortezze di Tortona e di Alessandria cinte, dopo il suo arrivo, di più stretto assedio, e che sperava avessero fra breve a cedere alle sue armi.Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Francesi in Italia, che, non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto principio in quest'anno, perdute sette battaglie campali, e le fortezze di Peschiera, e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente loro fortuna altro sostegno più non aveva, che i gioghi dei monti Liguri, ed alcune fortezze. Noveravansi fra queste principalmente i castelli di Napoli, il castel Sant'Angelo, Ancona, Mantova, e le fortezze Piemontesi di Alessandria, Tortona e Cuneo. Conoscevano gli alleati, che l'imperio d'Italia non si renderebbe in mano loro sicuro, se non quando tutte le anzidette fortezze conquistate avessero. Ma principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova stimata il più forte antemurale d'Italia, se non di effetto, almeno di nome, e delle fortezze del Piemonte; conciossiachè il presidio di Mantova essendo grosso di circa diecimila soldati, poteva ajutare efficacemente una nuova calata di Francesi, se la fortunadivenisse loro più favorevole; le fortezze Piemontesi, per essere vicine a Francia, potevano facilmente servire di appoggio e di scala a nuove imprese dei repubblicani. Agevolavano agli alleati la conquista di tutti questi propugnacoli le vittorie conseguite, i popoli favorevoli, le armi Russe, Inglesi e Ottomane, che o già tenevano, o minacciavano l'inferiore Italia. Per la qual cosa non così tosto Moreau si era riparato nel suo sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchj, sperando per l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.Siede la cittadella d'Alessandria sulla riva sinistra del Tanaro, separata solamente per le acque del fiume dalla città, con la quale si congiunge per un ponte coperto a guisa di quello di Pavìa. Eravi dentro un presidio di circa tremila soldati sottomessi al generale Gardanne, soldato, che pel suo valore in quelle guerre Italiane, era tostamente salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Sebbene non gli fosse nascosto, che per le rotte toccate da' suoi poca speranza gli rimaneva di essere soccorso, tuttavia da quell'uomo forte, ch'egli era, si era risoluto a difendersi fino agli estremi, perchè dove non vi poteva più essere utilità per la sua patria, voleva almeno, che risplendesse incontaminato l'onor suo, e quello de' suoi soldati. Animava continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni cosa, ordinava con somma diligenzaquanto fosse necessario alla difesa. Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava, per venir a capo dell'espugnazione. Aveva con se ventimila soldati fra Austriaci e Russi, più di centotrenta pezzi di artiglierìe assai grosse, parte dell'esercito, parte condotte recentemente dalle armerìe di Torino, con obici e mortai in giusta proporzione. Venne per sopravvedere, ed incoraggire gli oppugnatori con la sua presenza il generalissimo dei due imperj. Essendo la fortezza nuova, edificata secondo l'arte, ed abbondante di caserme, e di casematte construtte a pruova di bomba, si bramava conoscere, quanto potesse nel contrastare alla forza di chi l'assaltava. Si convenne da ambe le parti, che gli alleati non molesterebbero la fortezza dal lato della città, e che ella la città in nissun modo offenderebbe. Scavata, ed alzata la prima trincea di circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose, essergli stato comandato, che difendesse la fortezza, e volerla difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni, quarantacinque obici, cinquantaquattro mortaj. Nè se ne stava Gardanne ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierìe. Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande, che in poco d'ora, o per proprio colpo, o per riverberazione ruppe la maggior parte dei letti delle artiglierìe, sboccò le restanti, uccise non pochi cannonieri, arse una caserma, ed una conserva di polvere con orribile fracasso: tacque per un tempo, o debolmente trasse la piazza. Usarono gli assedianti l'accidente, e spintisi avanticon le zappe, e compite le traverse, arrivarono sino al circuito dello spalto, dove incominciarono a distendersi con il cavare, e con alzare la terra a destra ed a sinistra coll'intento di compire la seconda circondazione. Tentava Gardanne d'impedirgli, poco potendo con le artiglierìe, con l'archibuserìa, traendo furiosamente contro i lavoratori dalla strada coperta. Ciò non ostante condussero a perfezione la seconda; nè mettendo tempo in mezzo, e dell'oscurità della notte giovandosi, vi alzarono di molte batterìe. In questi bersagli si portarono egregiamente, e fecero maravigliosi progressi contro la piazza i cannonieri Piemontesi tornati ai servigi del re. Nè furono senza effetto le armi Francesi, perchè molti buoni soldati dei confederati restarono uccisi, o feriti. Morì un nipote del marchese di Castler, fu ferito gravissimamente il marchese medesimo con grande rammarico di Suwarow, che conosceva, quanto quel guerriero valesse. Era intendimento degl'imperiali, compita questa seconda circonvallazione, di far pruova di cacciar i repubblicani dalla strada coperta. In fatti tanto fecero coi cannoni, che spazzavano i bastioni, e con le bombe e con le granate, che rendevano pericoloso e mortale lo starvi, che i soldati di Francia l'abbandonarono, ritirandosi del tutto nel corpo della piazza. Sottentrarono gl'imperiali, vi fecero un alloggiamento stabile: poi con le zappe continuamente travagliandosi, assieparono gli angoli sporgenti della medesima strada coperta, e si condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina dedizione. Già erano alzate lebatterìe per battere in breccia, già le scale pronte, già le artiglierìe della piazza più non rispondevano. Di tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente giorno si preparava, una presa di soldati fortissimi trascelti a questo mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i soldati; però, inclinando l'animo alla concordia, chiese, ed ottenne patti molto onorevoli il dì ventuno luglio. Uscisse il presidio con tutti i segni d'onore, che danno i vincitori ai vinti; si conducesse negli stati ereditarj, vi stesse fino agli scambi, avesse Gardanne facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i confederati sino allo scambio. Fu assai bravo il contrasto fatto da questo generale di Francia; ciò nondimeno fu accusato dell'essersi arreso, prima che la breccia fosse aperta. Ma l'accusa non ebbe effetto, perchè vennero poco dopo tante dedizioni, che fu manifesto, che la forza insuperabile, non la codardia, od il tradimento avevano operato. Restarono uccisi di Francesi seicento, di Cisalpini ducento. Fuvvi anche molto sangue fra i confederati, perchè mancarono fra di loro in ugual numero i soldati. Trovarono i vincitori nella fortezza conquistata settemila fucili, più di cento cannoni, la maggior parte da risarcirsi, dieci mortai, polvere in abbondanza, e munizioni da bocca proporzionatamente. Fu celebrata la conquista di Alessandria con ognimaniera di pubblica dimostrazione. Poi, per metter terrore, e per isfogar l'odio, carcerarono i giacobini, come gli chiamavano; il che contaminò l'allegrezza, perchè molti fra di loro appartenevano alle famiglie principali del paese. Ma Suwarow voleva quel che voleva, ed anche il consiglio supremo il secondava volentieri.Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista d'Alessandria dai collegati, e dai loro partigiani in Italia, che ebbero occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova. Aveva Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto col consumarla per carestìa di viveri che con lo sforzarla per oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza, che per assedio: perciocchè s'arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le mura sfasciate, ed il cinto della piazza rotto gli costrinsero in breve tempo a quella risoluzione, cui il fare ed il non fare, tanto importava a loro, ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma non si era fatto molto avanti con le trincee, e perchè non aveva forze sufficienti a circuire, ed a sforzare una piazza di tanta vastità, e difesa da una guernigione di diecimila soldati. Per la qual cosa aveva solamente applicato il pensiero al tenere impediti i luoghi, acciocchè nissuno ajuto di genti, o di vettovaglia vi si potesse introdurre; aveva anche fatto opera, posciachè Peschiera e Ferrara erano state soggiogatedalle armi dei confederati, che le barche imperiali, che avevano acquistato il dominio del lago di Garda, per le acque del Mincio calandosi, e così pure un'armata di navi sottili ascendendo pel Po, venissero fare spalla all'esercito terrestre, che stringeva la piazza. Infatti l'essere padrone di Peschiera e di Ferrara, che sono a destra ed a sinistra a guisa di opere esteriori di Mantova, dà maggior facilità a chi è al tempo stesso signore della campagna, di acquistare per fame o per forza quel baluardo principale d'Italia. Ma quando dopo le rotte di Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti all'assedio, per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava, il novero di quarantamila soldati, il generale Tedesco, nel quale non si poteva desiderare nè maggior animo, nè miglior arte, si accinse a voler fare quello, che fino allora aveva solamente accennato. Per facilitargli vieppiù l'impresa, gli mandava Suwarow alcuni pezzi d'artiglierìe ben grosse, trovate nelle armerìe di Torino. Con questo accostamento si trovò Kray in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da fuoco. Alloggiava il più grosso nervo dell'esercito assediatore, la più parte Austriaco, per modo che incominciando sulla sinistra alla Certosa, e girando col mezzo alla Madonna, andava con la sinistra a terminarsi a Capilupo. Un altro corpo di genti Austriache si era posto a rincontro di San Giorgio. Eransi i Russi accampati oltre il canale di Sant'Antonio a destra, ed a sinistra della strada che va a Verona: carico loro era di battere la cittadella. Ma i corpiche avevano preso il campo e contro San Giorgio, e contro la cittadella, non avevano l'ufficio di farsi via per forza, o per rotture di mura nelle due fortezze: solo disegnavano d'impedire la campagna al nemico, e battendo con le artiglierìe dargli diversi riguardi, perchè meno fosse forte a difendersi in quella parte, che principalmente Kray aveva fatto pensiero di assaltare, e dove intendeva di far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il nemico ostinato oltre il dovere resistesse. Nè stette lungo tempo in dubbio circa la elezione, perchè la parte di porta Pradella gli si appresentò tostamente come la più debole, sì per esser dominata dall'eminenza di Belfiore, sì per non avere altra difesa esteriore, che un'opera a corno, nè altra difesa di fianco, che il bastione di Sant'Alessio molto lontano, una mezza luna a sinistra, ed il bastione di Luterana a destra, sì per essere tutte queste difese molto anguste, e perciò incapaci di molte artiglierìe, e di spandere i tiri alla larga, anzi capaci all'incontro di essere molestate con fitto bersaglio dal nemico, e sì finalmente per essere in questa parte il terreno manco paludoso, e però più atto a ricevere gli approcci. Ma a volere che gli approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli oppugnatori l'impadronirsi del torrione, e del molino di Ceresa. A questo fine tirando furiosamente contro i detti luoghi, sforzarono i difensori a ritirarsene; poi fattovi impeto con una mano di soldati animosi, vi entrarono, e vi si alloggiarono. Quindi senza starsene ad indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione,che le acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi coi tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la principale tempesta veniva da Osteria alta, dai siti vicini alla strada per a Montanara, da Belfiore, da casa Rossa, da Paiolo, da Valle, e da Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria aveva piantato le sue più grosse e più numerose artiglierìe, per battere o per diritto o per fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola del T, e del Migliaretto.Mentre con tanto fracasso, e con sì viva tempesta fulminava Kray la parte più debole della piazza, tempesta, alla quale gagliardamente anche rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee dell'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di zappatori, e di palauoli ordinati a venire dalle campagne insistevano a scavare, e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli assediati facessero ogni sforzo per isturbargli con le artiglierìe, giacchè con le sortite a cagione della forza prepotente degli assediatori non potevano, la prima circondazione o come ora dicono, parallella, che si distendeva dalla strada per a Bozzolo insino a fronte del bastione di Sant'Alessio; poi con gli approcci o con le traverse avvicinandosi, piantarono sei batterìe, delle quali la prima batteva il bastione di Luterana a canto laporta Pradella, le tre seguenti bersagliavano l'opera a corno, e la mezza luna della medesima porta, la quinta la cortina tra la porta medesima ed il bastione di Sant'Alessio, la sesta finalmente questo bastione. Già i confederati erano arrivati a compire la seconda parallella, e da questa con maggior furore scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito il terrore della città. Per tale furioso nembo furono scavalcate quasi tutte le artiglierìe dei difensori: l'opera a corno, e le fortificazioni di porta Pradella lacere e quasi intieramente distrutte offerivano agli oppugnatori mezzo poco pericoloso di attaccare la piazza, e di entrarvi. Al tempo stesso un altro corpo di Austriaci assaltava il vico di Paiolo sito a rincontro di porta Ceresa, e dopo un ostinato combattimento se ne insignoriva. Il generale Austriaco Esnitz, che reggeva la schiera oppugnatrice di San Giorgio tempestò con sì gran romore in sembianza di volerne venire ad un assalto che i repubblicani pressati da tante altre parti, si deliberarono di abbandonare, lasciandola in potere degli Austriaci, questa parte delle fortificazioni di Mantova, che è divisa dal corpo della piazza per le acque del lago di mezzo, e dell'inferiore. Tutti questi assalti e questi vantaggi diedero abilità al corpo principale dell'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo stesso dello spalto degli Austriaci scavarono, ed alzarono la loro terza circondazione. Col nemico tanto vicino, con tutte le difese demolite o fracassate, non potevano più sperare i Francesi di conservare in possessione loro l'opera a corno, soloantemurale della porta Pradella, ancorchè il presidio dell'abbandonato San Giorgio fosse venuto a rinforzare i battaglioni che la difendevano. Pensarono adunque al ritirarsi, il che effettuarono non senza aver prima chiodato i cannoni, che non poterono trasportare. Accortisi gl'imperiali dell'accidente, entrarono, vi si alloggiarono, e voltando dal bastione acquistato come da luogo più vicino, l'artiglierìe contro la porta Pradella, se alcuna cosa ancora vi era rimasta intiera, questa disfecero e rovinarono: già battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di diecimila o palle, o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto vigorosa, e tanto violenta.Già porta Pradella era distrutta, le case vicine, o diroccavano, o ardevano: sorgevano incendi pericolosi in varie parti; le fiamme consumavano i magazzini a San Giovanni; straziato era il bastione di Sant'Alessio, le sue batterie smontate; medesimamente le batterie del T coi carretti rotti giacevano inutili al suolo, il Migliaretto sconcio e fracassato non faceva più difesa; ogni governo di artiglierìe era divenuto impossibile nella fronte della piazza opposta agli Austriaci, o perchè erano scavalcate, o perchè ne erano morti o fugati i cannonieri: niun parapetto intiero, niun muro non rovinato; i lavoratori di dentro ricusavano in quell'estremo pericolo, ed in mezzo a sì spaventevole fracasso l'opera loro; la piazza sfasciata, ed aperta da questo lato non aveva più nè difesa d'armi d'artiglierìa, nè difesa di ripari,nè modo di risarcirgli. Era la guernigione inabile al resistere con le armi, con cui si combatte da vicino, perchè assottigliata dalle stragi, indebolita dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro mila abili alla battaglia, non era più a gran pezza pari a tanta bisogna. Tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti, e perseverava nella difesa, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta delle genti Francesi sulla Trebbia, e l'essersi Moreau del tutto ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, discrepando solamente un uffiziale Bouthon, comandante dell'artiglierìe, che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo addì ventotto di luglio, i capitoli di maggior momento furono i seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione, avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi, il comandante e gli uffiziali, soggiornato tre mesi negli stati ereditarj, avessero facoltà di tornare nei paesi loro, i Cisalpini, Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Francesi a stimarsi, e come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e dei feriti, dessersi tre carri coperti al generale, due agli uffiziali, perdonerebbesi la vita ai disertori Austriaci. Entrarono i confederati il dì ventinove nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu dimostrato al mondo, che per vivaforza ella si può espugnare in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Fecero i Mantovani molte feste per l'arrivo dei Tedeschi, come ne avevano fatte per l'arrivo dei Francesi. Di questi, chi si poteva reggere, sebbene si trovasse in estrema debolezza o per ferite, o per malattìa, accorreva, o da se o fattosi portare, ai compagni che se ne andavano, amando meglio perire in mezzo al nome di Francia, che andar salvo in mezzo ai Russi ed ai Tedeschi. Pure rimasero nella fortezza dodici centinaja di soldati malati, e due migliaja circa perirono o al tempo dell'assedio largo per malattìe, o al tempo dell'assedio stretto per ferite. I morti ed i feriti dalla parte dei confederati non arrivarono ai cinquecento. Fu accusato Latour-Foissac di poco animo, e di debole difesa da alcuni, da altri di esser aristocrata, di non amare la repubblica, di aver tenuta continuamente informata con lettere la contessa di Artesia di ogni cosa. Altri finalmente dissero anche parole peggiori, affermando che si fosse lasciato corrompere per un milione, e ottocentomila franchi dati, o promessi da Kray. Chi conosce lo stato, a cui era ridotta porta Pradella, crederà facilmente che il generale dell'Austria non aveva bisogno di dar denaro per entrare nella piazza, e che il generale di Francia non aveva bisogno di accettarlo per lasciarlo entrare. Accusollo il direttorio, accusollo Buonaparte messosi al luogo del direttorio; ma il mondo sincero e giusto, nè mosso dalla superbia, che si compiace dell'avvilimento altrui, ha giudicato,che Latour-Foissac abbia compito nella difesa di Mantova, senza sospetto di macula alcuna, tutti gli uffizj che si appartenevano a buono e leale capitano, e che l'arrendersi in quel punto fu per lui necessità, non viltà, nè cupidigia di denaro.Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle. È Serravalle piccola fortezza di dizione Piemontese, posta sulla Scrivia, dove le falde degli Apennini incominciano a sollevarsi in quegli alti gioghi, che a grado a grado viemaggiormente innalzandosi, arrivano al sommo vertice della Bocchetta. Era questa fortezza venuta, prima, come abbiam narrato, in potere dei repubblicani Piemontesi, che facevano guerra al re, poi introdotto un presidio Francese, cesse intieramente in podestà della repubblica. Importava a Suwarow pe' suoi disegni contro Genova che s'impadronisse di lei, poi di Gavi, che posto in più alto sito, e sopra scoscesa rupe, è propugnacolo alla capitale della Liguria. Adunque contro la fortezza di Serravalle mandava Suwarow le sue genti, dando carico a Schwaicuschi di tenere il nemico a bada, a Dalheim di passare la Scrivia presso Cassano Spinola, a Mitruschi di accamparsi tra Novi e Gavi per mozzar le strade agli assediati. Aprironsi le trincee, piantaronsi le batterie, furono fracassate, e ridotte inutili le artiglierìe della piazza: il comandante richiesto di resa, negava: ricominciossi la batteria; fracassato il muro, restava la breccia aperta. Si arrendeva a discrezione il dì sette agosto. Trovarono i vincitori nella fortezza dieci cannoni, un mortajo, con qualche provvisione sì da bocca, che da guerra.Le rotte d'Italia, e la presa di tante fortezze, massimamente quella di Mantova, intorno alla quale si era affaticato Buonaparte quattro mesi, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano restar capaci, siccome quelli, che ancora avevano la memoria fresca di tante vittorie, del come soldati, sì sovente ed in tanti segnalati fatti superati dai repubblicani, fossero adesso, e tutto ad un tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione, che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i tradimenti per opinione. Fuvvi ancora chi disse solennemente orando in tribuna, che palle di legno ricoperte artifiziosamente di laminette di piombo fossero state date ai soldati repubblicani nelle battaglie. Si accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano: nè trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento a Moreau per corruzione di denaro, che in questo fu stimato sempre, ed era veramente di natura integerrima, gli si dava quello di repubblicano tiepido, e dell'amministrare la guerra non con quella vigorìa, che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi, pretessendo alle parole loro l'amore di libertà, accagionavano il direttorio delle calamità presenti, e facevano ogni opera per espugnarlo, conciossiachè i più fra coloro che gridavano libertà, non altro modo in Europa sapevano tenere per fondarla, che questo di disfare i governi per mettersi nei luoghi loro,ambizione pessima, che corrompe il buono, e fa venir ai governi certe voglie, che forse non avrebbero, ed a cui pure sono di per se stessi pur troppo inclinati. Insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col subillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri, che erano stimati repubblicani di più forte e più sincero conio. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi rincominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima, dicendo, che non valevano meglio degli scambiati. Tanto era impossibile il fondare un governo libero con quei cervelli pazzamente ambiziosi! In questi schiamazzi e vociferazioni tanto s'infuocarono, che produssero poco dopo, come si dirà, una nuova mutazione; ma a questa volta posero in seggio chi gli fece poi tacer tutti. Intanto su quei primi calori dei tre nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze, parendo, che un pensare più vivo in materia di repubblica avesse anche a dare armi più forti. Siccome poi niuna nazione è tanto capace di fornire imprese straordinarie, quanto la Francese, quando è usata in su questi rigogli, così i nuovi reggimenti si deliberarono di non mettere tempo in mezzo per dimostrare al mondo, quanto potesse quella Francia, quando ella si scuoteva, e quale urto fosse il suo, quando l'animo vivo fosse secondato da un governo vivo. Applicarono adunque l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome Francese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva ogni giorno più la materia ben disposta;delle quali favorevoli inclinazioni valendosi, mandavano alle frontiere in Svizzera, in Savoja, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria quante genti regolari potevano risparmiare dei presidj interni. Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volentieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie passate con la necessità di mantener illibato il nome Francese con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi la barbarie dei Russi, la nimistà degli Austriaci, le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si dipingevano.Questi tentativi su quegli uomini pronti ed animosi efficacemente operavano, e già Francia si muoveva con animo confidente contro la lega Europea; moto certamente onorevole dopo tante disgrazie. Pensiero era, non certo di menti avvilite, di assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte, e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera Massena animosissimamente combatteva, spesso con evento pari, talvolta con prospero, contro l'arciduca Carlo. Restava, che agli eserciti, che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro l'Italia, venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati, accetti agl'Italiani. Nè in questo stette lungo tempo in dubbio il direttorio; perchè, trattone Buonaparte tanto lontano, in nissuno tutte queste condizioni maggiormente si lodavano, che in Championnet e Joubert. Entrambi conoscevano l'Italia, entrambi nell'Italiane guerresi erano mescolati, entrambi di vita continente, e nemici dei depredatori, cosa di grande importanza per voltare a se gli animi degl'Italiani; entrambi finalmente repubblicani sinceri, ed amici per indole e per massima dell'independenza altrui. Avevano anche voce l'uno e l'altro di amare il nome Italiano, perchè nè Joubert aveva voluto dar le mani ai disegni di Trouvè e di Rivaud contro il governo Cisalpino, nè Championnet tollerare l'imperio insolente e rapace dei commissarj a Napoli. La loro principale speranza avevano i repubblicani Italiani collocata in Joubert, perchè sapevano che suo intento era o volesse il governo Francese, o no, di ridurre l'Italia in una sola repubblica unita e independente, purchè fosse strettamente congiunta d'amicizia con la Francia. Conoscevano l'animo di lui ardito e forte, nè mai tanta inclinazione d'animi benevoli, ed attenti alle cose avvenire vi fu verso alcuno reggitore di popoli o d'eserciti, quanta fu questa degl'Italiani verso Joubert. Nè ignoravano, ch'egli era d'animo civile e temperato, nè temevano che quando avesse corso vittorioso l'Italia, fosse per sottometterla al giogo soldatescamente; perciocchè non era loro ignoto, che esortato da partigiani di diversa sorte in Francia, perchè, disfatto il governo, s'impadronisse della somma delle cose, aveva sdegnosamente rifiutato la proposta.Quelli fra i repubblicani d'Italia, che cacciati dalla patria avevano cercato riparo in Francia, molto insistevano e con le parole, e con gli scritti, e con le opere in questo proposito dell'independenza, e dell'unità Italiana, persuadendosi,che con questo nome in fronte avessero i Francesi, e chi sentiva con loro, e far correre i popoli in loro favore.Joubert secondava questi sforzi con volontà sincera. Gli secondava altresì, ma solo con qualche dimostrazione esteriore, e non coll'animo il direttorio desideroso di riacquistare il dominio d'Italia, e confidando che questo generoso ed alto proposito fosse per essere mezzo potente all'esecuzione. Due, come abbiamo scritto, erano gli eserciti, che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia; il primo governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore, e preservare le fortezze di Cuneo e di Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio, e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano; il quale fatto per la sua grandezza avrebbe partorito ammirazione degli uomini, e terrore nuovo delle armi di Francia. Era desiderabile, che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi, a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancor messo insieme tante genti, che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altraparte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere: erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vendea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini, ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidj necessari, perchè abbondavano di artiglierìe e di munizioni; solo si sarebbe desiderato un maggior nervo di cavallerìa. Si temeva che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte, che potesse facilitar la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno, che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne doveva partire per andar al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco, che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi, che restiate con noi, e che governiate le genti, come supremo duce, voi medesimo: ciò mi fia caro oltre modo. Sarommi il primo ad obbedirvi, e ad adoprarmi qual vostro primo ajutante». Tant'era la venerazione, che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo!Ciò fu cagione che Moreau restasse, ed ajutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald, e l'antico esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta: le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Acqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che prevalendo di cavallerìa, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Acqui; il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti Liguri. Non si era allora curato il capitano di Francia di vendicare i suoi, essendo obbligato a camminare velocemente: il che vedutosi dai villani sollevati fatti signori di Acqui, l'avevano attribuito a miracolo di San Guido protettore della città, comparso, come dicevano, sulle mura per dar terrore ai Francesi. Ne fece il vescovo della Torre, volendo ricoprire le sue parzialità precedenti pei repubblicani, o vere o finte che si fossero, raccorre le testimonianze; funne anche rogato l'atto solenne. Così restò, che San Guido fosse comparso; e chi sel credeva, ne parlava; e chi non sel credeva, ne parlava anche di più.Quando l'ala sinistra dei Francesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine, e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito, ed il disponeva agli ulteriori disegni. Lamezza obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale San Cyr, che aveva con se Vatrin, Laboissière, e Dambrowski. Quest'ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale Polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezza alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basaluzzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quarantamila soldati, si distendeva dalla Bormida fin'oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro e dell'Orba, del Lemmo e della Scrivia. Desiderava Joubert, premendogli di soccorrere Tortona, di fare un motivo sopra questa piazza; mandava a questo fine soldati corridori per Cassano Spinola sulla destra della Scrivia. Intanto non contento alla fortezza naturale di quei luoghi erti, e montuosi, con trincee, con fossi, e con batterìe di cannoni piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Francesi sovrastavano minacciosi dai monti alla sottoposta pianura.Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di quei Tedeschi, che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara; la mezza, a cui soprantendeva il generalissimo col generaleDerfelden, e quasi tutta consisteva in soldati Russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri Austriaci, e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la recuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa sessantamila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi. Ardeva Joubert di desiderio di venir tosto alle mani, sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che voleva, che non si stesse ad indugiare per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma essendo cosa di grandissimo momento per Francia, si deliberò a consultare sopra la materia in una dieta militare convocata a posta: quivi pullulò una grande varietà di opinioni. Opinava Joubert, e con lui i più audaci de' suoi capitani, che si desse dentro subitamente. Allegavano gli ordini risoluti del direttorio per rinstaurar l'onore delle armi Francesi in Italia con un campale conflitto; essere quello il momento propizio di affrontar il nemico stanco dai freschi e lunghi viaggi, attonito al veder comparire di nuovo sul campo più forti di prima quei repubblicani, ch'ei credeva sbigottiti ed oppressi; doversi usare l'ardor Francese, quando più bolle; doversi temere la tiepidezza successiva; valere i Francesi nelle difese, ma ancor più valere negli assalti; mirassero quei volti, toccassero quelle destre, vedrebbero, toccherebbero segni di certavittoria; per questo, e non per aspettare qual momento piacesse al nemico di combattere, essere venuti dalle lontane Calabrie, essere venuti dalla lontana Brettagna; l'aspetto che a fronte loro si scopriva delle Italiane campagne, rammentare tante vittorie col ferro, non coll'ozio acquistate; convenirsi il temporeggiare a quei freddi Russi, a quei pesanti Tedeschi, non ai vivi ed ardimentosi Francesi; sapere, prevaler di numero i confederati, ma quante volte avere i soldati della repubblica vinto eserciti più numerosi? Sapere, prevaler ancora di cavallerìa, e per questo avere qualche vantaggio nei luoghi agili e piani; ma le legioni della repubblica non avere mai temuto l'incontro delle cavallerìe; avere tante volte sostenuto, fiaccato, rotto l'impeto loro; non con le cavallerìe, ma con le fanterìe vincersi le moderne guerre; più poter le bajonette, che un nitrito vano, e colpi incerti: menassersi adunque incontanente i repubblicani alla battaglia, e tosto si vedrebbe, che se la fortuna ajuta gli audaci, in questo fatto massimamente gli ajuterebbe: subita pugna, concludevano, e l'Italia in premio.Dall'opposta parte i più prudenti, che dannavano l'esporsi nella campagna aperta, argomentavano, farsi le guerre col valore, ma farsi ancora con l'arte; stolto consiglio essere il lasciare i consigli certi per abbracciare gl'incerti; essere il vincer certo, se in quei luoghi tanto forti, e quasi inaccessibili per natura, tanto fortificati per arte, il nemico si aspettasse; divenire il vincer dubbio, se nel piano si scendesse, dove un solo errore,dove uno spavento improvviso sarebbe, in tanta superiorità di forze nemiche, fatale all'esercito; conoscere il valor Francese, ma non doversi lui porre a sperimenti temerarj; essere stanche alcune squadre degli alleati, ma le altre fresche, e veterane tutte; combattere gli alleati con tutte le forze loro, perchè era arrivato Bellegarde colle genti vincitrici d'Alessandria, era arrivato Kray colle genti vincitrici di Mantova; non combattere i Francesi con tutte, perchè Championnet non era ancora giunto al luogo suo, ed ancora si aspettava. E quale temerità, quale stoltizia essere il combattere dimezzato, quando temporeggiando si può combattere intiero? Chi s'ardirà addossarsi un tanto carico? A chi non rifuggirà l'animo al pensare, che se l'esercito oggi è vinto, avrebbe potuto vincere domani? Volere il direttorio, che non s'indugiasse la battaglia, ma non avere comandato, che in questo preciso giorno si combattesse; nè essere da credere che meglio amasse, che l'esercito fosse vinto che vincitore: sempre vincere a tempo chi vince; qualche cosa ancora lasciare lui pure alla prudenza dei capitani, qualche cosa alle occasioni, qualche cosa alla necessità: se forti erano le fanterìe Francesi, non esser deboli le cavallerìe dei confederati, e quanto possano le cavallerìe nei luoghi sfogati e piani, nissuno essere che l'ignori: dovere chi vuol arrivare al fine de' suoi intenti con probabilità di evento, misurar le cose umane secondo l'ordinario, non essendo le geste eroiche, perchè queste geste qualche volta sorgono, e qualche volta no; e se qualche volta i fanti della repubblicaavevano superato i cavalli dei re, qualche volta ancora esserne stati rotti: considerazione di capitani prudenti essere anche quella di pensare, prima d'ingaggiar battaglia, alle ritirate; or quale via di ritirata poter rimanere aperta ai soldati della repubblica, se al piano scendendo, quivi fossero sbaragliati e rotti? Non gli conquiderebbero, non gli pesterebbero, non fuori gli taglierebbero le imperiali cavallerìe? Con Serravalle in poter del nemico, con la riviera di Levante piena di soldati Austriaci, con la riviera di Ponente stretta da sentieri difficili, coi popoli nemici e tumultuanti, quale sicurezza, quale speranza di riuscire a salvamento? La disfazione totale dell'esercito seguiterebbe una temerità fatale: non rifiutarsi l'occasione di combattere, non abborrirsi dal romor dei cannoni, non temersi di guardar in viso il nemico, ma doversi rispondere alla patria con la ragione, non con l'imprudenza. Questi monti scoscesi, dicevano, a cui ci siamo riparati, questi fossi, con cui ci siam cinti, queste trincee, con cui ci siamo coperti, non poter essere indarno: a questo modo non doversi tentare la volubile e capricciosa fortuna. Con questi ragionamenti concludevano coloro, che questa sentenza mantenevano, che miglior partito era l'aspettar il nemico nei proprj alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi; ma che se tanto fosse temerario, che si attentasse di chiamare a cimento Francia, quando al valore dei soldati aveva congiunto la fortezza dei luoghi, allora con tutte le forze, e con tutto l'animo si combatterebbe, allora si mostrerebbe, che il non esserescesi i Francesi alla campagna dinotava non timore, ma arte; allora si vedrebbe quanto imprudentemente discorresse chi preponesse i soldati d'Austria e di Russia ai soldati di Francia. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione di aspettare, che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello, che loro convenisse di fare. I generali Austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Consideravano, quanto fossero forti gli alloggiamenti dei Francesi; consiglio da non lodarsi essere, opinavano, il privarsi col combattere in quei gioghi montuosi, del vantaggio delle cavallerìe; doppia necessità sovrastare ai Francesi di venire prestamente ad una battaglia nel piano, la prima perchè loro importava di soccorrere Tortona già prossima a cadere, la seconda, perchè essendo i mari chiusi, la Liguria sterile, le pianure Piemontesi a divozione degli alleati, sarebbero loro fra breve mancate le vettovaglie: doversi usare il benefizio della fortuna dello aver un esercito più numeroso, e meglio provveduto di cavallerìe, non si dovere pareggiare le partite con fare, che la fortezza del luogo compensasse in favore dei Francesi il maggior nervo dell'esercito imperiale: non essere quel della guerra mestier tanto sicuro, anche con maggiori forze, che si dovesse rinunziar ai vantaggi offerti dalla condizion delle cose; stanche, e consumate essere legenti imperiali dal tanto e fresco marciare: non si dover temere di Championnet così presto, perchè l'esercito Francese dell'Alpi si trovava tuttavia debole e disordinato, i soldati nuovi condursi timidamente a lui, e solo legati a guisa di malfattori con corde: andarvi in quella pugna tutto l'imperio dell'imperatore Francesco in Italia pure testè e con tanta difficoltà ricuperato; un tale esperimento non doversi tentare con vantaggi dimezzati e tronchi, ma sì con tutti quelli che il tempo offeriva: non giuocarsi alla ventura gl'imperj: non rinunziare i capitani savi ad imprese certe per correr dietro ad imprese incerte; volentieri cimentare gli Austriaci la fortuna, e ristringersi nei pericoli, quando la necessità incalza, e rende ogni altro partito impossibile; di ciò averne dato grandi e manifeste pruove nelle precedenti battaglie; ma quando la necessità non corre, abborrir loro dai consigli pericolosi e dubbi. Infatti temevano di quell'audacia venturiera di Suwarow, e consideravano, che poca somma giuocavano i Russi lontani a comparazion di quella, che giuocavano gli Austriaci, non solo vicini, ma attigui all'incendio della guerra.Queste ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire, che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di se medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire, che si fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Andava egli considerando, che l'indugiare la battaglia portava con se il lasciaringrossar l'inimico, ed il lasciargli meglio ordinare i suoi disegni per assaltare, quando che fosse, gli eserciti imperiali da tutte le bande; che certamente non si doveva aver in dispregio il forte sito, a cui i Francesi si erano riparati; ma che questo vantaggio del nemico compensava soprabbondevolmente il più grosso numero dei soldati imperiali. Forse, aggiungeva, possonsi mettere i soldati Francesi a paragone dei nostri? Aver loro forse nervo da sostenere il pondo dell'esercito confederato? Non negare lui, essere i Francesi gente valorosa e di gran cuore; ma essere i loro migliori soldati morti a Legnago, a Verona, a Magnano, all'Adda, alla Trebbia, o starsene cattivi nella vincitrice Germania: fra i quarantamila, che stavano a fronte su quei colli, una terza parte comporsi d'uomini inesperti, e che, come nuovamente venuti alla milizia, tremerebbero al primo rimbombo delle artiglierìe. Per lo contrario essere gl'imperiali usi alle battaglie ed al sangue, nè fra di loro alcuno trovarsi, che non fosse stato presente o ad una qualche espugnazione di fortezze, o ad una qualche fortunata battaglia: tante vittorie spirar loro maggior coraggio, tante sconfitte all'incontro avere scemato l'animo dell'oste avversaria. Non avere forse quei soldati tante volte vincitori superato ostacoli maggiori di questi? Arresterebbero forse monti aperti da tante larghe strade coloro, cui nè l'Adige profondo, nè l'Adda impetuoso, nè le paludi pestilenti di Mantova, nè le mura maestrevoli di Torino e d'Alessandria non avevano potuto arrestare? non avere lui tale timore concettoda tanti segnalati fatti; quest'essere le speranze della vittoria; questi i segni della propizia fortuna: concludeva, doversi per onore, per debito, per sicurezza dar dentro, ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.A tali parole di quel vecchio risoluto, vittorioso e nutrito nelle armi e negli esercizj della guerra, s'acquetarono i generali Austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno dei quindici agosto che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo ad ingaggiar la battaglia con l'ala sinistra dei Francesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava, e che aveva per modo con la voce, e con la presenza animato i suoi soldati, che le grida diviva la repubblicafila per fila risuonando si mescolavano terribilmente col rimbombo dei cannoni, e con l'eco delle vicine montagne. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert, sotto speranza di rimettergli, si spingeva innanzi con le fanterìe, gridando con la voce, ed accennando col braccio,avanti, avanti. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore Tirolese, venne a por fine con una onorevol morte ad una delle vite più onorevoli, che siano state mai, ed a troncare le speranze degli amatoridell'independenza Italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce, se ne morì. Recavasi Moreau, destinato dai cieli a salvare nelle più estreme fortune i soldati di Francia, in mano il governo dell'esercito, felice in questo dello aver trovato, in vece di un capitano forte e ardito, un capitano forte e prudente. Non isbigottiva il funesto caso i Francesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi aggiungendo a valore furore, e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende, e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Francesi nel loro alloggiamento di Novi ma si sforzò in vano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso, e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, in vece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowich; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo, ferocissimamente ributtati; tanta era la fortezza degli alloggiamenti Francesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare dell'artiglierìe e dell'archibuserìadi Francia, andarono a terra o morti, o rotti, più di mille soldati di Russia.Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava, ch'egli solo era stato pertinace a volere la battaglia. Si faceva adunque egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Francesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Francesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che puntando con le bajonette costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa loro animosa fazione non ritrassero altro che ferite, e morti. Animava Suwarow, anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati, e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Francesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano, quanto più fieramente erano assaltati. Melas intanto con la sua sinistra schiera spintosi avanti era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Francesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione,a Miloradowich, a Melas, rannodassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percuossero: furonne con orribile macello ributtati, e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati, ed in volta. Non è senza forma di vero, e così credono uomini intendenti dell'arte, che se in questo momento di fortuna prospera fossero i Francesi usciti ad urtare a campo aperto i nemici, avrebbero conseguito una nobilissima vittoria. Perchè non l'abbiano fatto, io non lo so, nè pretendo giudicare, molto manco biasimare le operazioni di un capitano tanto grande, quanto fu veramente Moreau. Già si vedeva, che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con se, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.I generali Austriaci intanto, dei quali quest'accidente perturbava molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominj del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero, che compruovò, ch'egli era, non solo d'animo invitto a non lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancoradi mente serena, e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow, sperando, che per arte altrui si salverebbe quello, che o per eccessiva imprudenza, o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas avviso, che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandar ad effetto questo suo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri Austriaci, sollecitamente marciava, sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il tentava, di far correre una piccola squadra sulla destra del fiume sino a Tortona, comandava al conte Nobili, che se ne andasse a Stazzano con una sufficiente squadra, e frenasse i Francesi. Già era Melas giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne: diè carico alla prima, a cui presiedeva Froelich, e nella quale militava co' suoi granatieri Lusignano già tante volte combattente in queste Italiane guerre con molto valore, e con poca fortuna, che assaltasse la punta dell'ala destra dei Francesi. Ordinava alla seconda, condotta da Laudon, e che si trovava schierata alla sinistra della prima, che si sforzasse di spuntare, e dicircuire quella estremità medesima dell'esercito repubblicano. Infine comandava alla terza, che era governata dal principe di Lichtenstein, e che aveva con se qualche drappello di cavallerìa, e più vicina alla Scrivia era ordinata, che girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Francesi, e troncasse loro la strada da Novi a Gavi. Mentre gli Austriaci marciavano così ordinati, Suwarow, rannodate alla meglio che potè le sue genti disordinate, rinfrescava la battaglia. Attaccossi Lusignano con l'estremità dell'ala destra del nemico, e dopo un duro incontro la sforzava a piegare; ma sopraggiunto in questo mentre Moreau, mandata avanti una legione fresca, rincalzava i Tedeschi. In questa mischia, poichè si venne alle bajonette, Lusignano ferito di palla, e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich pericolava. Ma accorreva prontamente in suo soccorso Laudon, e rimettendo prima i Francesi ai luoghi loro, poscia cacciandonegli, recava in sua mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento, ed il combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Francesi: gli Austriaci, perseguitandogli, gli cacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento, che avevano sulle alture dietro ed a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata al tempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone, che atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente su chisi arrendeva, e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza giunta sui gioghi di Monterosso, donde sorgono le acque dei torrenti Fornavo e Riasco, era riuscita sulla strada, che da Novi porta a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e per conseguente durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala destra, ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun modo di ristorare la fortuna della giornata: però fece Moreau andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa per una ordinazione maestrevole del generale Austriaco, fu tolta ai Francesi la vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata, e terminativa battaglia.Essendo tagliato il ritorno per a Gavi da Lichtenstein, furono costretti i Francesi a ritirarsi, sprolungandosi sulla sinistra loro, per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente. Comandò Suwarow a Karacsay, gli perseguitasse alla coda, e quel maggior male loro facesse, che potesse. Un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Una presa di corridori Austriaci condotta da un maggiore Kees, arrivava a Pasturana, per donde era la strada ai repubblicani, e veduto che il castello di questa terra, pieno ed ingombro di feriti, non aveva difesa, facilmente se ne impadroniva,quando appunto il retroguardo Francese, e le artiglierìe della repubblica arrivavano per passare nella terra. Questi audaci Austriaci scendendo dal castello, ed assaltando quella immensa salmerìa, produssero un disordine, ed un'avviluppata inestrigabile. Al tempo stesso sopraggiungeva alla coda Karacsay, e fatto impeto, se qualche cosa era rimasta intera ed ordinata, questa rompeva e disordinava. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva, per rannodare le genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il consiglio gli portava. Furonne i generali suddetti feriti gravemente di arma bianca, massime Perignon e Grouchy, e tutti fatti prigionieri. I gregarj, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow tutti uccisi inesorabilmente dai Russi, macello orribile, il quale se si aggiunge a quel di Novi, si vedrà quale umanità, e quale religione fosse in coloro, che erano venuti dall'Orsa a predicare la umanità e la religione in Italia. Più di venti pezzi d'artiglierìe con le loro casse e munizioni, in questo solo fatto di Pasturana vennero in potestà del vincitore. Morirono, o furono feriti in questo piuttosto disperato conflitto che animosa battaglia, dei repubblicani circa sei mila, quattro mila cattivi ornarono il trionfo dei vincitori: perdettero trenta cannoni, casse, e munizioni in proporzione.Dall'opposta parte mancarono a' Tedeschi circa sei mila soldati fra morti, e feriti: un maggior numero di Russi o uccisi o feriti dimostrarono con quanta ostinazione combattessero, e fossero combattuti. Pochi confederati restarono presi dai repubblicani; ma i repubblicani servendosi di loro, perchè le bestie mancavano, a trasporto delle bagaglie e dei feriti, giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle montagne Genovesi. Non tutti o repubblicani o imperiali morirono di ferite: molti mancarono per istanchezza, o per ambascia, alcuni per sete, altri pel calore, essendo la sferza del sole molto grande. Avevano tutti le piaghe nel petto; nissuno nelle spalle. Apparivano i volti dei cadaveri Russi e Tedeschi sedati, quei dei Francesi torvi, e minacciosi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso, quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu l'aria infetta; l'orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinj, poscia contaminate dalle battaglie. Passavanvi, e continuamente passanvi, forse cantando per passatempo, o per allegrezza i viandanti non rammentando quanto furore, e quanto dolore abbiano quivi a nostra memoria signoreggiato. Il tempo coprirà queste cose; vivranno elleno più nella memoria che negli affetti degli uomini: infelice razza, che prima fa i mali per furore, poi gli passa per indifferenza.Pare ad alcuni, che questa vittoria non abbia avuto seguito uguale al fatto, perchè Genova non fu tratta a pericolo; rimase anzi ai Francesi l'imperioquasi intiero della Liguria. Ciò non ostante egli è manifesto, che per lei fu conservata ai confederati l'Italia, la quale sarebbe tornata in potere di Francia, se i repubblicani avessero vinto. Del rimanente vinsero gli alleati per aver conquistato il campo di battaglia, non per minor numero di morti e di feriti. Per la qual cosa poca abilità restava a Suwarow di tentare imprese d'importanza sul Genovesato. Oltre a ciò Championnet incominciava a comparire sulle sboccature delle valli che danno nella pianura del Piemonte, e conveniva arrestarlo, affinchè non conducesse a qualche mal termine i confederati in questo paese. Nè non operava efficacemente nella mente del generalissimo di Russia il considerare, che per lui si era fatto, che da Tortona in fuori prossima a cadere, tutti gli stati Italiani del re di Sardegna, al quale egli e per inclinazione propria, e per comandamento di Paolo portava grandissimo affetto, fossero ritornati in potestà dell'antico signore, se non di fatto, almeno di nome; nè a lui importava ugualmente il conquistare il Genovesato, che il Piemonte. Non ignorava altresì, che sarebbe fra breve chiamato ad altre fazioni in Svizzera, dove per l'ardire e valore di Massena declinavano le faccende degli alleati, e Lecourbe, scendendo dal San Gottardo, aveva rotto il colonnello Strauch, che guardava quei luoghi donde minacciava Bellinzona, Lugano, e Domodossola. Nè voleva Suwarow consumare i soldati sui monti Liguri, alla conquista dei quali gli pareva, che bastassero le forze degli Austriaci per terra, e quelle degli Inglesi per mare. Daun'altra parte Moreau, quantunque necessitato al ritirarsi, e ad abbandonare le pianure d'Italia a chi aveva potuto più di lui, era tuttavia potente, massime ajutato, come egli era, dall'asprezza dei luoghi, ed aveva, con singolare arte movendo le sue genti assicurato il passo tanto importante della Bocchetta; imperciocchè San Cyr comparso di nuovo grosso ed ordinato nei contorni di Gavi, si era recato in mano le alture ed i passi di Monterosso. Suwarow per essere in grado di combattere Championnet, e per render sicuro l'alto Novarese da Lecourbe, andava a posarsi nell'alloggiamento di Asti, stendendo l'ala dritta verso il Piemonte sino a Torino, e con l'ala sinistra insistendo su quelle medesime rive della Bormida, e della Scrivia, dond'era partito per avventarsi contro i Francesi a Novi. Un grosso corpo investiva Tortona, e gagliardamente con ogni maniera di arte e di stromenti d'espugnazione la pressava. Mandava al tempo stesso Kray verso Novara a sicurezza di Domodossola. Ma non essendo stati i motivi di Lecourbe nella Leventina di quella importanza che si temeva, richiamava a se il generale Tedesco, lasciando solamente a Novara la minor parte de' suoi soldati.L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine. Il forte di Tortona edificato per volontà di Vittorio Amedeo terzo, re di Sardegna, e con le fortificazioni indirizzate dal conte Pinto, siede sopra un monte, che sta a sopraccapodella città di questo nome. Forte piuttosto pel sito, e per la natura sassosa del monte, che per le opere d'arte, se si eccettuano le casematte sodissime, ella può resistere lungo tempo, quando sia bene munita di difensori, e bene provveduta di viveri. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila Francesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo Veneziano ai servigi d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno soprantendendo ai lavori della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi giorni d'agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco frutto contro la piazza, perchè stante il suo sito eminente, piuttosto con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde continuando a lavorare indefessamente gli oppugnatori tanto fecero, che vennero a capo di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era uomo di gran cuore, e le casematte construtte di grosse e triplicate vôlte, non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante un guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri, e nelle artiglierìe della fortezza. I Francesi con arte e costanza somma le riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva, che moltafatica, e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter più allungare la difesa, convenne d'arrendersi, se infra un certo tempo non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì ventidue agosto fra le due parti un accordo, pel quale si sospesero le offese per venti giorni, obbligandosi il Francese a dare la piazza, se nel detto termine l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe al tempo pattuito la guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli alleati per quattro mesi. Il dì undici settembre, non essendo comparso ajuto da parte nissuna, uscivano i repubblicani dalla fortezza, entravanvi gl'imperiali. Vi trovarono più di ottanta bocche da fuoco, munizioni da guerra molte, da bocca poche. Furono i malati ed i feriti trattati con ogni cura dai vincitori. Dodici centinaja di Francesi superstiti tornarono in Francia. Narrano i ricordi dei tempi, che fra questi fossero molti soldati del presidio di Peschiera, i quali, fatti prigionieri dai Tedeschi, avevano promesso di non servire contro i soldati della lega; brutta violazione della fede, nè commessa dai soli repubblicani.Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il faceva sicuro della guerra Genovese, e si vedeva aver ricuperato al nome del re quasi tutti i dominj del Piemonte, oggimai liberi dalla presenza dei repubblicani. Orai principali suoi pensieri si volgevano ad assicurare il Piemonte superiore dalle armi Francesi con rompere la forza di Championnet, e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte le genti Russe per alla guerra Elvetica. Da quanto siamo andati fino a questo luogo raccontando, facilmente si può raccogliere, che Suwarow fu piuttosto capitano di guerra ardito, che artifizioso, e che vinse piuttosto con prevenire, che con usar l'arte. Gli fu aperto il corso alla vittoria da Kray, e chiuso da Melas. Del resto, tolta la sua natura crudele ed inesorabile nel far la guerra, nel che merita biasimo eterno, fu di natura integra, e nemico per poca civiltà degl'inganni, e delle fraudi degli uomini più civili. Qual sia il meglio o il peggio, coloro il diranno, che definiranno, se più si dolga la umanità dei dolori del corpo che dei dolori dell'animo, o più di questi che di quelli. Suwarow, primo capitano di Russia in Italia, vi fece cose molto degne di memoria.Partito Suwarow dalle terre Italiche, ne fu molto diminuita la forza dei confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani dell'imperator Francesco, innanzichè arrivassero nuovi rinforzi dagli stati ereditarj, tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a conservare gli acquisti fatti, e si apparecchiavano, quando gli ajuti fossero giunti, alla oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che per essere vicina alle frontiere di Francia, è molto facile a venir difesa e soccorsa dai Francesi. Dall'altra parte primo pensierodei repubblicani era di conservare la possessione di Cuneo, e tribolare talmente il nemico intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione in favor di Massena, che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca Carlo, e presto avrebbe non solamente Suwarow con le genti vincitrici d'Italia, ma ancora Korsakow, che era vicino ad arrivare con nuovi squadroni di Russi. Bene certamente considerate erano queste cose pei generali della repubblica: ma si trattava di troppo vasto disegno per le poche forze che avevano, ed il volere tener tutto fu cagione, che non potessero conservare una parte. Non si vede come, volendo urtare fortemente l'inimico in Piemonte, si siano ostinati a perseverare nella possessione di Genova: il che gli obbligava a tener presidj nella riviera di Levante, soldati, che per la lontananza dei luoghi, e del restante esercito, a nissun altro fine potevano essere adoprati, che a difender Genova con tener il nemico lontano da lei. Genova, città assai grande e popolosa, e piena eziandio di mal umore contro i Francesi, sì per l'impazienza naturale del dominio forestiero, sì per la insolenza degli agenti del direttorio, e sì per la penuria delle vettovaglie, che dalla chiusura dei mari ne risultava, era cagione, che fosse loro forza di mantenervi un presidio assai grosso. Abbisognava ancora, che custodissero tutta la riviera di Ponente con gran numero di soldati, obbligazioni, da cui sarebbero stati esenti, se contenti al difendere le rive della Bormida e del Tanaro avessero abbandonato Genova, e raccolto la maggior parte delleforze loro in quella parte degli Apennini e dell'Alpi, che più approssimano e circondano Cuneo. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto lunga con sì poche forze, fu cagione che la guerra, che doveva esser grossa, si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate scaramucce ed affronti, che niuno effetto non solamente terminativo, ma nemmeno d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta narrazione il raccontar tutto: perciò solo andremo sommariamente toccando i capi supremi. Klenau ajutato dalle masse Toscane infestava a danni dei repubblicani la riviera di Levante. Principal suo scopo era di cinger Genova da quel lato per darvi favore ai malcontenti, e per farvi difficoltà di vettovaglie. Venne Chiavari spesse volte in contesa, ora Klenau si faceva padrone di Rapallo, e s'innoltrava anche insino a Recco in poca distanza dalla capitale; ed ora prevalendo i repubblicani mandati da San Cyr, e governati da Miollis, cacciavano Klenau, non che da Recco e da Rapallo, da Chiavari e dalla Spezia, e lo risospingevano fin oltre Sarzana sull'estremo confine del Genovesato. La contesa principale si riduceva sul forte di Santa Maria, che sta a difesa del golfo della Spezia: finalmente dopo eventi diversi, ora prosperi, ora sinistri per le due parti, cadde il forte in potestà degl'imperiali; il quale accidente aperse libero l'adito alle navi d'Inghilterra in quel magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'innoltrarsi di nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a Genova, donde la poterono cingered'assedio, quando, alcun tempo dopo, le armi imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte d'occidente.
Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di Levante condurre le sue genti all'unione in Genova con quelle di Moreau. Ei ne venne ciò non ostante a capo con uguale e perizia e felicità. Ordinava a Victor, che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i sommi gioghi dell'Apennino, calasse per quella della Magra nel Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamentee felicemente, più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoja. Disperse le genti leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a grossa taglia, mandò presidj a Bologna ed al forte Urbano: poscia salendo s'internava nella valle del Panaro, ed arrivava al suo alloggiamento di Pistoja. Poco stettero Bologna, ed il forte ad arrendersi ai confederati. Nè il generale Francese voleva pei disegni avvenire, e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana. Perlochè, chiamate a se le guernigioni di Livorno, e dell'isola d'Elba, che avevano capitolato, la prima con un Inghirami, condottiere di Toscani sollevati, la seconda con Napolitani e Toscani misti d'Inglesi, e poste sulle navi per a Genova le artiglierìe e le bagaglie, si avviava per la strada di Lucca alla volta dei territorj Liguri, e quivi conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto, per lo smisurato valore dimostrato. Del resto mostrossi Macdonald in Italia uomo di generosa natura: fu anche umano, malgrado delle cose eccessive che pubblicò a Napoli, e che rinfrescò in Toscana: si astenne da quel d'altrui, abborriva i rubatori. Amava più la gloria che la repubblica e la libertà, come d'ordinario l'amano i soldati. Gli piacevano meglio i governi temperati, che gli sfrenati. Insomma ei fu in Italia personaggio commendevole, e sarebbe stato anche più se un amoresmisurato di fama non l'avesse fatto errare. Ebbe i difetti degli animi generosi, e non fu poco in mezzo a tanti vizj di animi vili. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti Francesi, che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza di Ferdinando.
Il giorno medesimo, in cui Macdonald combatteva sulle rive del Tidone, Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava, essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il giorno diciotto al momento stesso, in cui Macdonald era alle mani con gli alleati fra il Tidone e la Trebbia, Moreau assaltava gli Austriaci nel campo loro sotto Tortona, e quantunque, condotti da Seckendorf e da Bellegarde, si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i Francesi di numero, furono costretti a cedere e perdettero San Giuliano; perseguitati acerbamente dai repubblicani nel piano di Marengo, disordinati, e rotti si ritirarono oltre la Bormida.
Questa vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Da tutto questo chiaramente si vede, che se Macdonald fosse, come pare che potesse, arrivato più presto, o avesse combattuto più tardi, avrebbe la fortuna inclinato di nuovo a favor dei repubblicani: per un intervallo di ventiquattr'ore stette, che i vinti non fossero vincitori,e che l'Italia, in vece di essere Russa e Tedesca, fosse Francese. Scaramucciossi il giorno diecinove, ed il venti sulle rive della Bormida. Il ventuno, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante genti potè dal campo sotto Alessandria, e da altre terre vicine, facendo stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy a San Giuliano, e dopo una dura zuffa lo sforzava a ritirarsi. Accorrendo con nuove genti Grenier in soccorso di Grouchy ristorava la battaglia: il generale Tedesco, che sulle prime aveva respinto, fu respinto. In questo mentre Bellegarde arrivava a fare spalla a Seckendorf con una forte squadra di genti fresche, ed entrato nella battaglia faceva piegare i Francesi: venivano in poter suo San Giuliano, e Spinetta; continuamente i Tedeschi guadagnavano del campo. Fu forza, che Moreau venisse in ajuto de' suoi, che si trovavano in gran pericolo. Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, che in questo fatto si portò da soldato molto valoroso, radunati e riordinati i suoi, che erano stati disordinati e dispersi, dava dentro, serrandosi addosso con molto impeto agli Austriaci, gli rompeva, e gli sforzava ad andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della Bormida. Un loro retroguardo lasciato al Bosco, e circondato dai Francesi si liberò a furia di bajonette. L'estrema coda delle genti Austriache, deposteper la forza sopravvanzante degli avversarj le armi, si diede in poter dei vincitori. Perdettero gl'imperiali in questo fatto molta gente, ma non tanta, quanta pubblicarono i Francesi, nè tanto poca quanto pubblicarono i Tedeschi, certamente nel novero di due in tre mila soldati tra morti, feriti e prigionieri; nè è dubbio, che la vittoria non sia stata dalla parte dei repubblicani. Quivi ebbe Moreau le novelle dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo, che per allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito, era quella di ritirarlo prestamente là, dond'era venuto, condottosi con frettolosi passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genova con un sufficiente presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure Tortonesi gli rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per maggiore sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta e Serravalle, che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli, assunto al grado di generale, ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle pianure bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia fortificate, e munite con buoni presidj.
In questo forte sito, ed avendo frapposto fra di lui ed il nemico, come baluardo naturale e forte, tutto il concatenato giogo degli Apennini, se ne stava aspettando, che cosa portassero lesorti dalla parte di Francia, che ancora non voleva, malgrado di tante rotte, pazientemente sopportare, che l'imperio d'Italia le uscisse dalle mani. Tornato Suwarow dai campi tanto gloriosi per lui del Tidone e della Trebbia, andava a porsi ad alloggiamento sulle sponde dell'Orba per impedire ogni motivo, che i Francesi potessero fare a soccorso delle fortezze di Tortona e di Alessandria cinte, dopo il suo arrivo, di più stretto assedio, e che sperava avessero fra breve a cedere alle sue armi.
Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Francesi in Italia, che, non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto principio in quest'anno, perdute sette battaglie campali, e le fortezze di Peschiera, e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente loro fortuna altro sostegno più non aveva, che i gioghi dei monti Liguri, ed alcune fortezze. Noveravansi fra queste principalmente i castelli di Napoli, il castel Sant'Angelo, Ancona, Mantova, e le fortezze Piemontesi di Alessandria, Tortona e Cuneo. Conoscevano gli alleati, che l'imperio d'Italia non si renderebbe in mano loro sicuro, se non quando tutte le anzidette fortezze conquistate avessero. Ma principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova stimata il più forte antemurale d'Italia, se non di effetto, almeno di nome, e delle fortezze del Piemonte; conciossiachè il presidio di Mantova essendo grosso di circa diecimila soldati, poteva ajutare efficacemente una nuova calata di Francesi, se la fortunadivenisse loro più favorevole; le fortezze Piemontesi, per essere vicine a Francia, potevano facilmente servire di appoggio e di scala a nuove imprese dei repubblicani. Agevolavano agli alleati la conquista di tutti questi propugnacoli le vittorie conseguite, i popoli favorevoli, le armi Russe, Inglesi e Ottomane, che o già tenevano, o minacciavano l'inferiore Italia. Per la qual cosa non così tosto Moreau si era riparato nel suo sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchj, sperando per l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.
Siede la cittadella d'Alessandria sulla riva sinistra del Tanaro, separata solamente per le acque del fiume dalla città, con la quale si congiunge per un ponte coperto a guisa di quello di Pavìa. Eravi dentro un presidio di circa tremila soldati sottomessi al generale Gardanne, soldato, che pel suo valore in quelle guerre Italiane, era tostamente salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Sebbene non gli fosse nascosto, che per le rotte toccate da' suoi poca speranza gli rimaneva di essere soccorso, tuttavia da quell'uomo forte, ch'egli era, si era risoluto a difendersi fino agli estremi, perchè dove non vi poteva più essere utilità per la sua patria, voleva almeno, che risplendesse incontaminato l'onor suo, e quello de' suoi soldati. Animava continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni cosa, ordinava con somma diligenzaquanto fosse necessario alla difesa. Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava, per venir a capo dell'espugnazione. Aveva con se ventimila soldati fra Austriaci e Russi, più di centotrenta pezzi di artiglierìe assai grosse, parte dell'esercito, parte condotte recentemente dalle armerìe di Torino, con obici e mortai in giusta proporzione. Venne per sopravvedere, ed incoraggire gli oppugnatori con la sua presenza il generalissimo dei due imperj. Essendo la fortezza nuova, edificata secondo l'arte, ed abbondante di caserme, e di casematte construtte a pruova di bomba, si bramava conoscere, quanto potesse nel contrastare alla forza di chi l'assaltava. Si convenne da ambe le parti, che gli alleati non molesterebbero la fortezza dal lato della città, e che ella la città in nissun modo offenderebbe. Scavata, ed alzata la prima trincea di circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose, essergli stato comandato, che difendesse la fortezza, e volerla difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni, quarantacinque obici, cinquantaquattro mortaj. Nè se ne stava Gardanne ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierìe. Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande, che in poco d'ora, o per proprio colpo, o per riverberazione ruppe la maggior parte dei letti delle artiglierìe, sboccò le restanti, uccise non pochi cannonieri, arse una caserma, ed una conserva di polvere con orribile fracasso: tacque per un tempo, o debolmente trasse la piazza. Usarono gli assedianti l'accidente, e spintisi avanticon le zappe, e compite le traverse, arrivarono sino al circuito dello spalto, dove incominciarono a distendersi con il cavare, e con alzare la terra a destra ed a sinistra coll'intento di compire la seconda circondazione. Tentava Gardanne d'impedirgli, poco potendo con le artiglierìe, con l'archibuserìa, traendo furiosamente contro i lavoratori dalla strada coperta. Ciò non ostante condussero a perfezione la seconda; nè mettendo tempo in mezzo, e dell'oscurità della notte giovandosi, vi alzarono di molte batterìe. In questi bersagli si portarono egregiamente, e fecero maravigliosi progressi contro la piazza i cannonieri Piemontesi tornati ai servigi del re. Nè furono senza effetto le armi Francesi, perchè molti buoni soldati dei confederati restarono uccisi, o feriti. Morì un nipote del marchese di Castler, fu ferito gravissimamente il marchese medesimo con grande rammarico di Suwarow, che conosceva, quanto quel guerriero valesse. Era intendimento degl'imperiali, compita questa seconda circonvallazione, di far pruova di cacciar i repubblicani dalla strada coperta. In fatti tanto fecero coi cannoni, che spazzavano i bastioni, e con le bombe e con le granate, che rendevano pericoloso e mortale lo starvi, che i soldati di Francia l'abbandonarono, ritirandosi del tutto nel corpo della piazza. Sottentrarono gl'imperiali, vi fecero un alloggiamento stabile: poi con le zappe continuamente travagliandosi, assieparono gli angoli sporgenti della medesima strada coperta, e si condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina dedizione. Già erano alzate lebatterìe per battere in breccia, già le scale pronte, già le artiglierìe della piazza più non rispondevano. Di tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente giorno si preparava, una presa di soldati fortissimi trascelti a questo mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i soldati; però, inclinando l'animo alla concordia, chiese, ed ottenne patti molto onorevoli il dì ventuno luglio. Uscisse il presidio con tutti i segni d'onore, che danno i vincitori ai vinti; si conducesse negli stati ereditarj, vi stesse fino agli scambi, avesse Gardanne facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i confederati sino allo scambio. Fu assai bravo il contrasto fatto da questo generale di Francia; ciò nondimeno fu accusato dell'essersi arreso, prima che la breccia fosse aperta. Ma l'accusa non ebbe effetto, perchè vennero poco dopo tante dedizioni, che fu manifesto, che la forza insuperabile, non la codardia, od il tradimento avevano operato. Restarono uccisi di Francesi seicento, di Cisalpini ducento. Fuvvi anche molto sangue fra i confederati, perchè mancarono fra di loro in ugual numero i soldati. Trovarono i vincitori nella fortezza conquistata settemila fucili, più di cento cannoni, la maggior parte da risarcirsi, dieci mortai, polvere in abbondanza, e munizioni da bocca proporzionatamente. Fu celebrata la conquista di Alessandria con ognimaniera di pubblica dimostrazione. Poi, per metter terrore, e per isfogar l'odio, carcerarono i giacobini, come gli chiamavano; il che contaminò l'allegrezza, perchè molti fra di loro appartenevano alle famiglie principali del paese. Ma Suwarow voleva quel che voleva, ed anche il consiglio supremo il secondava volentieri.
Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista d'Alessandria dai collegati, e dai loro partigiani in Italia, che ebbero occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova. Aveva Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto col consumarla per carestìa di viveri che con lo sforzarla per oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza, che per assedio: perciocchè s'arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le mura sfasciate, ed il cinto della piazza rotto gli costrinsero in breve tempo a quella risoluzione, cui il fare ed il non fare, tanto importava a loro, ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma non si era fatto molto avanti con le trincee, e perchè non aveva forze sufficienti a circuire, ed a sforzare una piazza di tanta vastità, e difesa da una guernigione di diecimila soldati. Per la qual cosa aveva solamente applicato il pensiero al tenere impediti i luoghi, acciocchè nissuno ajuto di genti, o di vettovaglia vi si potesse introdurre; aveva anche fatto opera, posciachè Peschiera e Ferrara erano state soggiogatedalle armi dei confederati, che le barche imperiali, che avevano acquistato il dominio del lago di Garda, per le acque del Mincio calandosi, e così pure un'armata di navi sottili ascendendo pel Po, venissero fare spalla all'esercito terrestre, che stringeva la piazza. Infatti l'essere padrone di Peschiera e di Ferrara, che sono a destra ed a sinistra a guisa di opere esteriori di Mantova, dà maggior facilità a chi è al tempo stesso signore della campagna, di acquistare per fame o per forza quel baluardo principale d'Italia. Ma quando dopo le rotte di Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti all'assedio, per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava, il novero di quarantamila soldati, il generale Tedesco, nel quale non si poteva desiderare nè maggior animo, nè miglior arte, si accinse a voler fare quello, che fino allora aveva solamente accennato. Per facilitargli vieppiù l'impresa, gli mandava Suwarow alcuni pezzi d'artiglierìe ben grosse, trovate nelle armerìe di Torino. Con questo accostamento si trovò Kray in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da fuoco. Alloggiava il più grosso nervo dell'esercito assediatore, la più parte Austriaco, per modo che incominciando sulla sinistra alla Certosa, e girando col mezzo alla Madonna, andava con la sinistra a terminarsi a Capilupo. Un altro corpo di genti Austriache si era posto a rincontro di San Giorgio. Eransi i Russi accampati oltre il canale di Sant'Antonio a destra, ed a sinistra della strada che va a Verona: carico loro era di battere la cittadella. Ma i corpiche avevano preso il campo e contro San Giorgio, e contro la cittadella, non avevano l'ufficio di farsi via per forza, o per rotture di mura nelle due fortezze: solo disegnavano d'impedire la campagna al nemico, e battendo con le artiglierìe dargli diversi riguardi, perchè meno fosse forte a difendersi in quella parte, che principalmente Kray aveva fatto pensiero di assaltare, e dove intendeva di far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il nemico ostinato oltre il dovere resistesse. Nè stette lungo tempo in dubbio circa la elezione, perchè la parte di porta Pradella gli si appresentò tostamente come la più debole, sì per esser dominata dall'eminenza di Belfiore, sì per non avere altra difesa esteriore, che un'opera a corno, nè altra difesa di fianco, che il bastione di Sant'Alessio molto lontano, una mezza luna a sinistra, ed il bastione di Luterana a destra, sì per essere tutte queste difese molto anguste, e perciò incapaci di molte artiglierìe, e di spandere i tiri alla larga, anzi capaci all'incontro di essere molestate con fitto bersaglio dal nemico, e sì finalmente per essere in questa parte il terreno manco paludoso, e però più atto a ricevere gli approcci. Ma a volere che gli approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli oppugnatori l'impadronirsi del torrione, e del molino di Ceresa. A questo fine tirando furiosamente contro i detti luoghi, sforzarono i difensori a ritirarsene; poi fattovi impeto con una mano di soldati animosi, vi entrarono, e vi si alloggiarono. Quindi senza starsene ad indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione,che le acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi coi tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la principale tempesta veniva da Osteria alta, dai siti vicini alla strada per a Montanara, da Belfiore, da casa Rossa, da Paiolo, da Valle, e da Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria aveva piantato le sue più grosse e più numerose artiglierìe, per battere o per diritto o per fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola del T, e del Migliaretto.
Mentre con tanto fracasso, e con sì viva tempesta fulminava Kray la parte più debole della piazza, tempesta, alla quale gagliardamente anche rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee dell'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di zappatori, e di palauoli ordinati a venire dalle campagne insistevano a scavare, e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli assediati facessero ogni sforzo per isturbargli con le artiglierìe, giacchè con le sortite a cagione della forza prepotente degli assediatori non potevano, la prima circondazione o come ora dicono, parallella, che si distendeva dalla strada per a Bozzolo insino a fronte del bastione di Sant'Alessio; poi con gli approcci o con le traverse avvicinandosi, piantarono sei batterìe, delle quali la prima batteva il bastione di Luterana a canto laporta Pradella, le tre seguenti bersagliavano l'opera a corno, e la mezza luna della medesima porta, la quinta la cortina tra la porta medesima ed il bastione di Sant'Alessio, la sesta finalmente questo bastione. Già i confederati erano arrivati a compire la seconda parallella, e da questa con maggior furore scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito il terrore della città. Per tale furioso nembo furono scavalcate quasi tutte le artiglierìe dei difensori: l'opera a corno, e le fortificazioni di porta Pradella lacere e quasi intieramente distrutte offerivano agli oppugnatori mezzo poco pericoloso di attaccare la piazza, e di entrarvi. Al tempo stesso un altro corpo di Austriaci assaltava il vico di Paiolo sito a rincontro di porta Ceresa, e dopo un ostinato combattimento se ne insignoriva. Il generale Austriaco Esnitz, che reggeva la schiera oppugnatrice di San Giorgio tempestò con sì gran romore in sembianza di volerne venire ad un assalto che i repubblicani pressati da tante altre parti, si deliberarono di abbandonare, lasciandola in potere degli Austriaci, questa parte delle fortificazioni di Mantova, che è divisa dal corpo della piazza per le acque del lago di mezzo, e dell'inferiore. Tutti questi assalti e questi vantaggi diedero abilità al corpo principale dell'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo stesso dello spalto degli Austriaci scavarono, ed alzarono la loro terza circondazione. Col nemico tanto vicino, con tutte le difese demolite o fracassate, non potevano più sperare i Francesi di conservare in possessione loro l'opera a corno, soloantemurale della porta Pradella, ancorchè il presidio dell'abbandonato San Giorgio fosse venuto a rinforzare i battaglioni che la difendevano. Pensarono adunque al ritirarsi, il che effettuarono non senza aver prima chiodato i cannoni, che non poterono trasportare. Accortisi gl'imperiali dell'accidente, entrarono, vi si alloggiarono, e voltando dal bastione acquistato come da luogo più vicino, l'artiglierìe contro la porta Pradella, se alcuna cosa ancora vi era rimasta intiera, questa disfecero e rovinarono: già battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di diecimila o palle, o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto vigorosa, e tanto violenta.
Già porta Pradella era distrutta, le case vicine, o diroccavano, o ardevano: sorgevano incendi pericolosi in varie parti; le fiamme consumavano i magazzini a San Giovanni; straziato era il bastione di Sant'Alessio, le sue batterie smontate; medesimamente le batterie del T coi carretti rotti giacevano inutili al suolo, il Migliaretto sconcio e fracassato non faceva più difesa; ogni governo di artiglierìe era divenuto impossibile nella fronte della piazza opposta agli Austriaci, o perchè erano scavalcate, o perchè ne erano morti o fugati i cannonieri: niun parapetto intiero, niun muro non rovinato; i lavoratori di dentro ricusavano in quell'estremo pericolo, ed in mezzo a sì spaventevole fracasso l'opera loro; la piazza sfasciata, ed aperta da questo lato non aveva più nè difesa d'armi d'artiglierìa, nè difesa di ripari,nè modo di risarcirgli. Era la guernigione inabile al resistere con le armi, con cui si combatte da vicino, perchè assottigliata dalle stragi, indebolita dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro mila abili alla battaglia, non era più a gran pezza pari a tanta bisogna. Tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti, e perseverava nella difesa, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta delle genti Francesi sulla Trebbia, e l'essersi Moreau del tutto ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, discrepando solamente un uffiziale Bouthon, comandante dell'artiglierìe, che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo addì ventotto di luglio, i capitoli di maggior momento furono i seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione, avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi, il comandante e gli uffiziali, soggiornato tre mesi negli stati ereditarj, avessero facoltà di tornare nei paesi loro, i Cisalpini, Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Francesi a stimarsi, e come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e dei feriti, dessersi tre carri coperti al generale, due agli uffiziali, perdonerebbesi la vita ai disertori Austriaci. Entrarono i confederati il dì ventinove nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu dimostrato al mondo, che per vivaforza ella si può espugnare in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Fecero i Mantovani molte feste per l'arrivo dei Tedeschi, come ne avevano fatte per l'arrivo dei Francesi. Di questi, chi si poteva reggere, sebbene si trovasse in estrema debolezza o per ferite, o per malattìa, accorreva, o da se o fattosi portare, ai compagni che se ne andavano, amando meglio perire in mezzo al nome di Francia, che andar salvo in mezzo ai Russi ed ai Tedeschi. Pure rimasero nella fortezza dodici centinaja di soldati malati, e due migliaja circa perirono o al tempo dell'assedio largo per malattìe, o al tempo dell'assedio stretto per ferite. I morti ed i feriti dalla parte dei confederati non arrivarono ai cinquecento. Fu accusato Latour-Foissac di poco animo, e di debole difesa da alcuni, da altri di esser aristocrata, di non amare la repubblica, di aver tenuta continuamente informata con lettere la contessa di Artesia di ogni cosa. Altri finalmente dissero anche parole peggiori, affermando che si fosse lasciato corrompere per un milione, e ottocentomila franchi dati, o promessi da Kray. Chi conosce lo stato, a cui era ridotta porta Pradella, crederà facilmente che il generale dell'Austria non aveva bisogno di dar denaro per entrare nella piazza, e che il generale di Francia non aveva bisogno di accettarlo per lasciarlo entrare. Accusollo il direttorio, accusollo Buonaparte messosi al luogo del direttorio; ma il mondo sincero e giusto, nè mosso dalla superbia, che si compiace dell'avvilimento altrui, ha giudicato,che Latour-Foissac abbia compito nella difesa di Mantova, senza sospetto di macula alcuna, tutti gli uffizj che si appartenevano a buono e leale capitano, e che l'arrendersi in quel punto fu per lui necessità, non viltà, nè cupidigia di denaro.
Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle. È Serravalle piccola fortezza di dizione Piemontese, posta sulla Scrivia, dove le falde degli Apennini incominciano a sollevarsi in quegli alti gioghi, che a grado a grado viemaggiormente innalzandosi, arrivano al sommo vertice della Bocchetta. Era questa fortezza venuta, prima, come abbiam narrato, in potere dei repubblicani Piemontesi, che facevano guerra al re, poi introdotto un presidio Francese, cesse intieramente in podestà della repubblica. Importava a Suwarow pe' suoi disegni contro Genova che s'impadronisse di lei, poi di Gavi, che posto in più alto sito, e sopra scoscesa rupe, è propugnacolo alla capitale della Liguria. Adunque contro la fortezza di Serravalle mandava Suwarow le sue genti, dando carico a Schwaicuschi di tenere il nemico a bada, a Dalheim di passare la Scrivia presso Cassano Spinola, a Mitruschi di accamparsi tra Novi e Gavi per mozzar le strade agli assediati. Aprironsi le trincee, piantaronsi le batterie, furono fracassate, e ridotte inutili le artiglierìe della piazza: il comandante richiesto di resa, negava: ricominciossi la batteria; fracassato il muro, restava la breccia aperta. Si arrendeva a discrezione il dì sette agosto. Trovarono i vincitori nella fortezza dieci cannoni, un mortajo, con qualche provvisione sì da bocca, che da guerra.
Le rotte d'Italia, e la presa di tante fortezze, massimamente quella di Mantova, intorno alla quale si era affaticato Buonaparte quattro mesi, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano restar capaci, siccome quelli, che ancora avevano la memoria fresca di tante vittorie, del come soldati, sì sovente ed in tanti segnalati fatti superati dai repubblicani, fossero adesso, e tutto ad un tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione, che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i tradimenti per opinione. Fuvvi ancora chi disse solennemente orando in tribuna, che palle di legno ricoperte artifiziosamente di laminette di piombo fossero state date ai soldati repubblicani nelle battaglie. Si accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano: nè trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento a Moreau per corruzione di denaro, che in questo fu stimato sempre, ed era veramente di natura integerrima, gli si dava quello di repubblicano tiepido, e dell'amministrare la guerra non con quella vigorìa, che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi, pretessendo alle parole loro l'amore di libertà, accagionavano il direttorio delle calamità presenti, e facevano ogni opera per espugnarlo, conciossiachè i più fra coloro che gridavano libertà, non altro modo in Europa sapevano tenere per fondarla, che questo di disfare i governi per mettersi nei luoghi loro,ambizione pessima, che corrompe il buono, e fa venir ai governi certe voglie, che forse non avrebbero, ed a cui pure sono di per se stessi pur troppo inclinati. Insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col subillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri, che erano stimati repubblicani di più forte e più sincero conio. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi rincominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima, dicendo, che non valevano meglio degli scambiati. Tanto era impossibile il fondare un governo libero con quei cervelli pazzamente ambiziosi! In questi schiamazzi e vociferazioni tanto s'infuocarono, che produssero poco dopo, come si dirà, una nuova mutazione; ma a questa volta posero in seggio chi gli fece poi tacer tutti. Intanto su quei primi calori dei tre nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze, parendo, che un pensare più vivo in materia di repubblica avesse anche a dare armi più forti. Siccome poi niuna nazione è tanto capace di fornire imprese straordinarie, quanto la Francese, quando è usata in su questi rigogli, così i nuovi reggimenti si deliberarono di non mettere tempo in mezzo per dimostrare al mondo, quanto potesse quella Francia, quando ella si scuoteva, e quale urto fosse il suo, quando l'animo vivo fosse secondato da un governo vivo. Applicarono adunque l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome Francese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva ogni giorno più la materia ben disposta;delle quali favorevoli inclinazioni valendosi, mandavano alle frontiere in Svizzera, in Savoja, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria quante genti regolari potevano risparmiare dei presidj interni. Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volentieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie passate con la necessità di mantener illibato il nome Francese con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi la barbarie dei Russi, la nimistà degli Austriaci, le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si dipingevano.
Questi tentativi su quegli uomini pronti ed animosi efficacemente operavano, e già Francia si muoveva con animo confidente contro la lega Europea; moto certamente onorevole dopo tante disgrazie. Pensiero era, non certo di menti avvilite, di assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte, e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera Massena animosissimamente combatteva, spesso con evento pari, talvolta con prospero, contro l'arciduca Carlo. Restava, che agli eserciti, che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro l'Italia, venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati, accetti agl'Italiani. Nè in questo stette lungo tempo in dubbio il direttorio; perchè, trattone Buonaparte tanto lontano, in nissuno tutte queste condizioni maggiormente si lodavano, che in Championnet e Joubert. Entrambi conoscevano l'Italia, entrambi nell'Italiane guerresi erano mescolati, entrambi di vita continente, e nemici dei depredatori, cosa di grande importanza per voltare a se gli animi degl'Italiani; entrambi finalmente repubblicani sinceri, ed amici per indole e per massima dell'independenza altrui. Avevano anche voce l'uno e l'altro di amare il nome Italiano, perchè nè Joubert aveva voluto dar le mani ai disegni di Trouvè e di Rivaud contro il governo Cisalpino, nè Championnet tollerare l'imperio insolente e rapace dei commissarj a Napoli. La loro principale speranza avevano i repubblicani Italiani collocata in Joubert, perchè sapevano che suo intento era o volesse il governo Francese, o no, di ridurre l'Italia in una sola repubblica unita e independente, purchè fosse strettamente congiunta d'amicizia con la Francia. Conoscevano l'animo di lui ardito e forte, nè mai tanta inclinazione d'animi benevoli, ed attenti alle cose avvenire vi fu verso alcuno reggitore di popoli o d'eserciti, quanta fu questa degl'Italiani verso Joubert. Nè ignoravano, ch'egli era d'animo civile e temperato, nè temevano che quando avesse corso vittorioso l'Italia, fosse per sottometterla al giogo soldatescamente; perciocchè non era loro ignoto, che esortato da partigiani di diversa sorte in Francia, perchè, disfatto il governo, s'impadronisse della somma delle cose, aveva sdegnosamente rifiutato la proposta.
Quelli fra i repubblicani d'Italia, che cacciati dalla patria avevano cercato riparo in Francia, molto insistevano e con le parole, e con gli scritti, e con le opere in questo proposito dell'independenza, e dell'unità Italiana, persuadendosi,che con questo nome in fronte avessero i Francesi, e chi sentiva con loro, e far correre i popoli in loro favore.
Joubert secondava questi sforzi con volontà sincera. Gli secondava altresì, ma solo con qualche dimostrazione esteriore, e non coll'animo il direttorio desideroso di riacquistare il dominio d'Italia, e confidando che questo generoso ed alto proposito fosse per essere mezzo potente all'esecuzione. Due, come abbiamo scritto, erano gli eserciti, che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia; il primo governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore, e preservare le fortezze di Cuneo e di Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio, e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano; il quale fatto per la sua grandezza avrebbe partorito ammirazione degli uomini, e terrore nuovo delle armi di Francia. Era desiderabile, che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi, a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancor messo insieme tante genti, che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altraparte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere: erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vendea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini, ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidj necessari, perchè abbondavano di artiglierìe e di munizioni; solo si sarebbe desiderato un maggior nervo di cavallerìa. Si temeva che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte, che potesse facilitar la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno, che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne doveva partire per andar al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco, che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi, che restiate con noi, e che governiate le genti, come supremo duce, voi medesimo: ciò mi fia caro oltre modo. Sarommi il primo ad obbedirvi, e ad adoprarmi qual vostro primo ajutante». Tant'era la venerazione, che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo!Ciò fu cagione che Moreau restasse, ed ajutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald, e l'antico esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta: le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Acqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che prevalendo di cavallerìa, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Acqui; il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti Liguri. Non si era allora curato il capitano di Francia di vendicare i suoi, essendo obbligato a camminare velocemente: il che vedutosi dai villani sollevati fatti signori di Acqui, l'avevano attribuito a miracolo di San Guido protettore della città, comparso, come dicevano, sulle mura per dar terrore ai Francesi. Ne fece il vescovo della Torre, volendo ricoprire le sue parzialità precedenti pei repubblicani, o vere o finte che si fossero, raccorre le testimonianze; funne anche rogato l'atto solenne. Così restò, che San Guido fosse comparso; e chi sel credeva, ne parlava; e chi non sel credeva, ne parlava anche di più.
Quando l'ala sinistra dei Francesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine, e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito, ed il disponeva agli ulteriori disegni. Lamezza obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale San Cyr, che aveva con se Vatrin, Laboissière, e Dambrowski. Quest'ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale Polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezza alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basaluzzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quarantamila soldati, si distendeva dalla Bormida fin'oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro e dell'Orba, del Lemmo e della Scrivia. Desiderava Joubert, premendogli di soccorrere Tortona, di fare un motivo sopra questa piazza; mandava a questo fine soldati corridori per Cassano Spinola sulla destra della Scrivia. Intanto non contento alla fortezza naturale di quei luoghi erti, e montuosi, con trincee, con fossi, e con batterìe di cannoni piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Francesi sovrastavano minacciosi dai monti alla sottoposta pianura.
Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di quei Tedeschi, che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara; la mezza, a cui soprantendeva il generalissimo col generaleDerfelden, e quasi tutta consisteva in soldati Russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri Austriaci, e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la recuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa sessantamila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi. Ardeva Joubert di desiderio di venir tosto alle mani, sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che voleva, che non si stesse ad indugiare per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma essendo cosa di grandissimo momento per Francia, si deliberò a consultare sopra la materia in una dieta militare convocata a posta: quivi pullulò una grande varietà di opinioni. Opinava Joubert, e con lui i più audaci de' suoi capitani, che si desse dentro subitamente. Allegavano gli ordini risoluti del direttorio per rinstaurar l'onore delle armi Francesi in Italia con un campale conflitto; essere quello il momento propizio di affrontar il nemico stanco dai freschi e lunghi viaggi, attonito al veder comparire di nuovo sul campo più forti di prima quei repubblicani, ch'ei credeva sbigottiti ed oppressi; doversi usare l'ardor Francese, quando più bolle; doversi temere la tiepidezza successiva; valere i Francesi nelle difese, ma ancor più valere negli assalti; mirassero quei volti, toccassero quelle destre, vedrebbero, toccherebbero segni di certavittoria; per questo, e non per aspettare qual momento piacesse al nemico di combattere, essere venuti dalle lontane Calabrie, essere venuti dalla lontana Brettagna; l'aspetto che a fronte loro si scopriva delle Italiane campagne, rammentare tante vittorie col ferro, non coll'ozio acquistate; convenirsi il temporeggiare a quei freddi Russi, a quei pesanti Tedeschi, non ai vivi ed ardimentosi Francesi; sapere, prevaler di numero i confederati, ma quante volte avere i soldati della repubblica vinto eserciti più numerosi? Sapere, prevaler ancora di cavallerìa, e per questo avere qualche vantaggio nei luoghi agili e piani; ma le legioni della repubblica non avere mai temuto l'incontro delle cavallerìe; avere tante volte sostenuto, fiaccato, rotto l'impeto loro; non con le cavallerìe, ma con le fanterìe vincersi le moderne guerre; più poter le bajonette, che un nitrito vano, e colpi incerti: menassersi adunque incontanente i repubblicani alla battaglia, e tosto si vedrebbe, che se la fortuna ajuta gli audaci, in questo fatto massimamente gli ajuterebbe: subita pugna, concludevano, e l'Italia in premio.
Dall'opposta parte i più prudenti, che dannavano l'esporsi nella campagna aperta, argomentavano, farsi le guerre col valore, ma farsi ancora con l'arte; stolto consiglio essere il lasciare i consigli certi per abbracciare gl'incerti; essere il vincer certo, se in quei luoghi tanto forti, e quasi inaccessibili per natura, tanto fortificati per arte, il nemico si aspettasse; divenire il vincer dubbio, se nel piano si scendesse, dove un solo errore,dove uno spavento improvviso sarebbe, in tanta superiorità di forze nemiche, fatale all'esercito; conoscere il valor Francese, ma non doversi lui porre a sperimenti temerarj; essere stanche alcune squadre degli alleati, ma le altre fresche, e veterane tutte; combattere gli alleati con tutte le forze loro, perchè era arrivato Bellegarde colle genti vincitrici d'Alessandria, era arrivato Kray colle genti vincitrici di Mantova; non combattere i Francesi con tutte, perchè Championnet non era ancora giunto al luogo suo, ed ancora si aspettava. E quale temerità, quale stoltizia essere il combattere dimezzato, quando temporeggiando si può combattere intiero? Chi s'ardirà addossarsi un tanto carico? A chi non rifuggirà l'animo al pensare, che se l'esercito oggi è vinto, avrebbe potuto vincere domani? Volere il direttorio, che non s'indugiasse la battaglia, ma non avere comandato, che in questo preciso giorno si combattesse; nè essere da credere che meglio amasse, che l'esercito fosse vinto che vincitore: sempre vincere a tempo chi vince; qualche cosa ancora lasciare lui pure alla prudenza dei capitani, qualche cosa alle occasioni, qualche cosa alla necessità: se forti erano le fanterìe Francesi, non esser deboli le cavallerìe dei confederati, e quanto possano le cavallerìe nei luoghi sfogati e piani, nissuno essere che l'ignori: dovere chi vuol arrivare al fine de' suoi intenti con probabilità di evento, misurar le cose umane secondo l'ordinario, non essendo le geste eroiche, perchè queste geste qualche volta sorgono, e qualche volta no; e se qualche volta i fanti della repubblicaavevano superato i cavalli dei re, qualche volta ancora esserne stati rotti: considerazione di capitani prudenti essere anche quella di pensare, prima d'ingaggiar battaglia, alle ritirate; or quale via di ritirata poter rimanere aperta ai soldati della repubblica, se al piano scendendo, quivi fossero sbaragliati e rotti? Non gli conquiderebbero, non gli pesterebbero, non fuori gli taglierebbero le imperiali cavallerìe? Con Serravalle in poter del nemico, con la riviera di Levante piena di soldati Austriaci, con la riviera di Ponente stretta da sentieri difficili, coi popoli nemici e tumultuanti, quale sicurezza, quale speranza di riuscire a salvamento? La disfazione totale dell'esercito seguiterebbe una temerità fatale: non rifiutarsi l'occasione di combattere, non abborrirsi dal romor dei cannoni, non temersi di guardar in viso il nemico, ma doversi rispondere alla patria con la ragione, non con l'imprudenza. Questi monti scoscesi, dicevano, a cui ci siamo riparati, questi fossi, con cui ci siam cinti, queste trincee, con cui ci siamo coperti, non poter essere indarno: a questo modo non doversi tentare la volubile e capricciosa fortuna. Con questi ragionamenti concludevano coloro, che questa sentenza mantenevano, che miglior partito era l'aspettar il nemico nei proprj alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi; ma che se tanto fosse temerario, che si attentasse di chiamare a cimento Francia, quando al valore dei soldati aveva congiunto la fortezza dei luoghi, allora con tutte le forze, e con tutto l'animo si combatterebbe, allora si mostrerebbe, che il non esserescesi i Francesi alla campagna dinotava non timore, ma arte; allora si vedrebbe quanto imprudentemente discorresse chi preponesse i soldati d'Austria e di Russia ai soldati di Francia. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione di aspettare, che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.
Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello, che loro convenisse di fare. I generali Austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Consideravano, quanto fossero forti gli alloggiamenti dei Francesi; consiglio da non lodarsi essere, opinavano, il privarsi col combattere in quei gioghi montuosi, del vantaggio delle cavallerìe; doppia necessità sovrastare ai Francesi di venire prestamente ad una battaglia nel piano, la prima perchè loro importava di soccorrere Tortona già prossima a cadere, la seconda, perchè essendo i mari chiusi, la Liguria sterile, le pianure Piemontesi a divozione degli alleati, sarebbero loro fra breve mancate le vettovaglie: doversi usare il benefizio della fortuna dello aver un esercito più numeroso, e meglio provveduto di cavallerìe, non si dovere pareggiare le partite con fare, che la fortezza del luogo compensasse in favore dei Francesi il maggior nervo dell'esercito imperiale: non essere quel della guerra mestier tanto sicuro, anche con maggiori forze, che si dovesse rinunziar ai vantaggi offerti dalla condizion delle cose; stanche, e consumate essere legenti imperiali dal tanto e fresco marciare: non si dover temere di Championnet così presto, perchè l'esercito Francese dell'Alpi si trovava tuttavia debole e disordinato, i soldati nuovi condursi timidamente a lui, e solo legati a guisa di malfattori con corde: andarvi in quella pugna tutto l'imperio dell'imperatore Francesco in Italia pure testè e con tanta difficoltà ricuperato; un tale esperimento non doversi tentare con vantaggi dimezzati e tronchi, ma sì con tutti quelli che il tempo offeriva: non giuocarsi alla ventura gl'imperj: non rinunziare i capitani savi ad imprese certe per correr dietro ad imprese incerte; volentieri cimentare gli Austriaci la fortuna, e ristringersi nei pericoli, quando la necessità incalza, e rende ogni altro partito impossibile; di ciò averne dato grandi e manifeste pruove nelle precedenti battaglie; ma quando la necessità non corre, abborrir loro dai consigli pericolosi e dubbi. Infatti temevano di quell'audacia venturiera di Suwarow, e consideravano, che poca somma giuocavano i Russi lontani a comparazion di quella, che giuocavano gli Austriaci, non solo vicini, ma attigui all'incendio della guerra.
Queste ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire, che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di se medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire, che si fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Andava egli considerando, che l'indugiare la battaglia portava con se il lasciaringrossar l'inimico, ed il lasciargli meglio ordinare i suoi disegni per assaltare, quando che fosse, gli eserciti imperiali da tutte le bande; che certamente non si doveva aver in dispregio il forte sito, a cui i Francesi si erano riparati; ma che questo vantaggio del nemico compensava soprabbondevolmente il più grosso numero dei soldati imperiali. Forse, aggiungeva, possonsi mettere i soldati Francesi a paragone dei nostri? Aver loro forse nervo da sostenere il pondo dell'esercito confederato? Non negare lui, essere i Francesi gente valorosa e di gran cuore; ma essere i loro migliori soldati morti a Legnago, a Verona, a Magnano, all'Adda, alla Trebbia, o starsene cattivi nella vincitrice Germania: fra i quarantamila, che stavano a fronte su quei colli, una terza parte comporsi d'uomini inesperti, e che, come nuovamente venuti alla milizia, tremerebbero al primo rimbombo delle artiglierìe. Per lo contrario essere gl'imperiali usi alle battaglie ed al sangue, nè fra di loro alcuno trovarsi, che non fosse stato presente o ad una qualche espugnazione di fortezze, o ad una qualche fortunata battaglia: tante vittorie spirar loro maggior coraggio, tante sconfitte all'incontro avere scemato l'animo dell'oste avversaria. Non avere forse quei soldati tante volte vincitori superato ostacoli maggiori di questi? Arresterebbero forse monti aperti da tante larghe strade coloro, cui nè l'Adige profondo, nè l'Adda impetuoso, nè le paludi pestilenti di Mantova, nè le mura maestrevoli di Torino e d'Alessandria non avevano potuto arrestare? non avere lui tale timore concettoda tanti segnalati fatti; quest'essere le speranze della vittoria; questi i segni della propizia fortuna: concludeva, doversi per onore, per debito, per sicurezza dar dentro, ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.
A tali parole di quel vecchio risoluto, vittorioso e nutrito nelle armi e negli esercizj della guerra, s'acquetarono i generali Austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno dei quindici agosto che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo ad ingaggiar la battaglia con l'ala sinistra dei Francesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava, e che aveva per modo con la voce, e con la presenza animato i suoi soldati, che le grida diviva la repubblicafila per fila risuonando si mescolavano terribilmente col rimbombo dei cannoni, e con l'eco delle vicine montagne. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert, sotto speranza di rimettergli, si spingeva innanzi con le fanterìe, gridando con la voce, ed accennando col braccio,avanti, avanti. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore Tirolese, venne a por fine con una onorevol morte ad una delle vite più onorevoli, che siano state mai, ed a troncare le speranze degli amatoridell'independenza Italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce, se ne morì. Recavasi Moreau, destinato dai cieli a salvare nelle più estreme fortune i soldati di Francia, in mano il governo dell'esercito, felice in questo dello aver trovato, in vece di un capitano forte e ardito, un capitano forte e prudente. Non isbigottiva il funesto caso i Francesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi aggiungendo a valore furore, e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende, e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Francesi nel loro alloggiamento di Novi ma si sforzò in vano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso, e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, in vece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowich; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo, ferocissimamente ributtati; tanta era la fortezza degli alloggiamenti Francesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare dell'artiglierìe e dell'archibuserìadi Francia, andarono a terra o morti, o rotti, più di mille soldati di Russia.
Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava, ch'egli solo era stato pertinace a volere la battaglia. Si faceva adunque egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Francesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Francesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che puntando con le bajonette costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa loro animosa fazione non ritrassero altro che ferite, e morti. Animava Suwarow, anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati, e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Francesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano, quanto più fieramente erano assaltati. Melas intanto con la sua sinistra schiera spintosi avanti era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Francesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione,a Miloradowich, a Melas, rannodassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percuossero: furonne con orribile macello ributtati, e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati, ed in volta. Non è senza forma di vero, e così credono uomini intendenti dell'arte, che se in questo momento di fortuna prospera fossero i Francesi usciti ad urtare a campo aperto i nemici, avrebbero conseguito una nobilissima vittoria. Perchè non l'abbiano fatto, io non lo so, nè pretendo giudicare, molto manco biasimare le operazioni di un capitano tanto grande, quanto fu veramente Moreau. Già si vedeva, che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con se, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.
I generali Austriaci intanto, dei quali quest'accidente perturbava molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominj del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero, che compruovò, ch'egli era, non solo d'animo invitto a non lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancoradi mente serena, e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow, sperando, che per arte altrui si salverebbe quello, che o per eccessiva imprudenza, o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas avviso, che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandar ad effetto questo suo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri Austriaci, sollecitamente marciava, sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il tentava, di far correre una piccola squadra sulla destra del fiume sino a Tortona, comandava al conte Nobili, che se ne andasse a Stazzano con una sufficiente squadra, e frenasse i Francesi. Già era Melas giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne: diè carico alla prima, a cui presiedeva Froelich, e nella quale militava co' suoi granatieri Lusignano già tante volte combattente in queste Italiane guerre con molto valore, e con poca fortuna, che assaltasse la punta dell'ala destra dei Francesi. Ordinava alla seconda, condotta da Laudon, e che si trovava schierata alla sinistra della prima, che si sforzasse di spuntare, e dicircuire quella estremità medesima dell'esercito repubblicano. Infine comandava alla terza, che era governata dal principe di Lichtenstein, e che aveva con se qualche drappello di cavallerìa, e più vicina alla Scrivia era ordinata, che girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Francesi, e troncasse loro la strada da Novi a Gavi. Mentre gli Austriaci marciavano così ordinati, Suwarow, rannodate alla meglio che potè le sue genti disordinate, rinfrescava la battaglia. Attaccossi Lusignano con l'estremità dell'ala destra del nemico, e dopo un duro incontro la sforzava a piegare; ma sopraggiunto in questo mentre Moreau, mandata avanti una legione fresca, rincalzava i Tedeschi. In questa mischia, poichè si venne alle bajonette, Lusignano ferito di palla, e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich pericolava. Ma accorreva prontamente in suo soccorso Laudon, e rimettendo prima i Francesi ai luoghi loro, poscia cacciandonegli, recava in sua mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento, ed il combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Francesi: gli Austriaci, perseguitandogli, gli cacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento, che avevano sulle alture dietro ed a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata al tempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone, che atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente su chisi arrendeva, e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza giunta sui gioghi di Monterosso, donde sorgono le acque dei torrenti Fornavo e Riasco, era riuscita sulla strada, che da Novi porta a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e per conseguente durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala destra, ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun modo di ristorare la fortuna della giornata: però fece Moreau andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa per una ordinazione maestrevole del generale Austriaco, fu tolta ai Francesi la vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata, e terminativa battaglia.
Essendo tagliato il ritorno per a Gavi da Lichtenstein, furono costretti i Francesi a ritirarsi, sprolungandosi sulla sinistra loro, per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente. Comandò Suwarow a Karacsay, gli perseguitasse alla coda, e quel maggior male loro facesse, che potesse. Un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Una presa di corridori Austriaci condotta da un maggiore Kees, arrivava a Pasturana, per donde era la strada ai repubblicani, e veduto che il castello di questa terra, pieno ed ingombro di feriti, non aveva difesa, facilmente se ne impadroniva,quando appunto il retroguardo Francese, e le artiglierìe della repubblica arrivavano per passare nella terra. Questi audaci Austriaci scendendo dal castello, ed assaltando quella immensa salmerìa, produssero un disordine, ed un'avviluppata inestrigabile. Al tempo stesso sopraggiungeva alla coda Karacsay, e fatto impeto, se qualche cosa era rimasta intera ed ordinata, questa rompeva e disordinava. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva, per rannodare le genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il consiglio gli portava. Furonne i generali suddetti feriti gravemente di arma bianca, massime Perignon e Grouchy, e tutti fatti prigionieri. I gregarj, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow tutti uccisi inesorabilmente dai Russi, macello orribile, il quale se si aggiunge a quel di Novi, si vedrà quale umanità, e quale religione fosse in coloro, che erano venuti dall'Orsa a predicare la umanità e la religione in Italia. Più di venti pezzi d'artiglierìe con le loro casse e munizioni, in questo solo fatto di Pasturana vennero in potestà del vincitore. Morirono, o furono feriti in questo piuttosto disperato conflitto che animosa battaglia, dei repubblicani circa sei mila, quattro mila cattivi ornarono il trionfo dei vincitori: perdettero trenta cannoni, casse, e munizioni in proporzione.
Dall'opposta parte mancarono a' Tedeschi circa sei mila soldati fra morti, e feriti: un maggior numero di Russi o uccisi o feriti dimostrarono con quanta ostinazione combattessero, e fossero combattuti. Pochi confederati restarono presi dai repubblicani; ma i repubblicani servendosi di loro, perchè le bestie mancavano, a trasporto delle bagaglie e dei feriti, giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle montagne Genovesi. Non tutti o repubblicani o imperiali morirono di ferite: molti mancarono per istanchezza, o per ambascia, alcuni per sete, altri pel calore, essendo la sferza del sole molto grande. Avevano tutti le piaghe nel petto; nissuno nelle spalle. Apparivano i volti dei cadaveri Russi e Tedeschi sedati, quei dei Francesi torvi, e minacciosi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso, quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu l'aria infetta; l'orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinj, poscia contaminate dalle battaglie. Passavanvi, e continuamente passanvi, forse cantando per passatempo, o per allegrezza i viandanti non rammentando quanto furore, e quanto dolore abbiano quivi a nostra memoria signoreggiato. Il tempo coprirà queste cose; vivranno elleno più nella memoria che negli affetti degli uomini: infelice razza, che prima fa i mali per furore, poi gli passa per indifferenza.
Pare ad alcuni, che questa vittoria non abbia avuto seguito uguale al fatto, perchè Genova non fu tratta a pericolo; rimase anzi ai Francesi l'imperioquasi intiero della Liguria. Ciò non ostante egli è manifesto, che per lei fu conservata ai confederati l'Italia, la quale sarebbe tornata in potere di Francia, se i repubblicani avessero vinto. Del rimanente vinsero gli alleati per aver conquistato il campo di battaglia, non per minor numero di morti e di feriti. Per la qual cosa poca abilità restava a Suwarow di tentare imprese d'importanza sul Genovesato. Oltre a ciò Championnet incominciava a comparire sulle sboccature delle valli che danno nella pianura del Piemonte, e conveniva arrestarlo, affinchè non conducesse a qualche mal termine i confederati in questo paese. Nè non operava efficacemente nella mente del generalissimo di Russia il considerare, che per lui si era fatto, che da Tortona in fuori prossima a cadere, tutti gli stati Italiani del re di Sardegna, al quale egli e per inclinazione propria, e per comandamento di Paolo portava grandissimo affetto, fossero ritornati in potestà dell'antico signore, se non di fatto, almeno di nome; nè a lui importava ugualmente il conquistare il Genovesato, che il Piemonte. Non ignorava altresì, che sarebbe fra breve chiamato ad altre fazioni in Svizzera, dove per l'ardire e valore di Massena declinavano le faccende degli alleati, e Lecourbe, scendendo dal San Gottardo, aveva rotto il colonnello Strauch, che guardava quei luoghi donde minacciava Bellinzona, Lugano, e Domodossola. Nè voleva Suwarow consumare i soldati sui monti Liguri, alla conquista dei quali gli pareva, che bastassero le forze degli Austriaci per terra, e quelle degli Inglesi per mare. Daun'altra parte Moreau, quantunque necessitato al ritirarsi, e ad abbandonare le pianure d'Italia a chi aveva potuto più di lui, era tuttavia potente, massime ajutato, come egli era, dall'asprezza dei luoghi, ed aveva, con singolare arte movendo le sue genti assicurato il passo tanto importante della Bocchetta; imperciocchè San Cyr comparso di nuovo grosso ed ordinato nei contorni di Gavi, si era recato in mano le alture ed i passi di Monterosso. Suwarow per essere in grado di combattere Championnet, e per render sicuro l'alto Novarese da Lecourbe, andava a posarsi nell'alloggiamento di Asti, stendendo l'ala dritta verso il Piemonte sino a Torino, e con l'ala sinistra insistendo su quelle medesime rive della Bormida, e della Scrivia, dond'era partito per avventarsi contro i Francesi a Novi. Un grosso corpo investiva Tortona, e gagliardamente con ogni maniera di arte e di stromenti d'espugnazione la pressava. Mandava al tempo stesso Kray verso Novara a sicurezza di Domodossola. Ma non essendo stati i motivi di Lecourbe nella Leventina di quella importanza che si temeva, richiamava a se il generale Tedesco, lasciando solamente a Novara la minor parte de' suoi soldati.
L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine. Il forte di Tortona edificato per volontà di Vittorio Amedeo terzo, re di Sardegna, e con le fortificazioni indirizzate dal conte Pinto, siede sopra un monte, che sta a sopraccapodella città di questo nome. Forte piuttosto pel sito, e per la natura sassosa del monte, che per le opere d'arte, se si eccettuano le casematte sodissime, ella può resistere lungo tempo, quando sia bene munita di difensori, e bene provveduta di viveri. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila Francesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo Veneziano ai servigi d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno soprantendendo ai lavori della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi giorni d'agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco frutto contro la piazza, perchè stante il suo sito eminente, piuttosto con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde continuando a lavorare indefessamente gli oppugnatori tanto fecero, che vennero a capo di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era uomo di gran cuore, e le casematte construtte di grosse e triplicate vôlte, non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante un guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri, e nelle artiglierìe della fortezza. I Francesi con arte e costanza somma le riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva, che moltafatica, e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter più allungare la difesa, convenne d'arrendersi, se infra un certo tempo non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì ventidue agosto fra le due parti un accordo, pel quale si sospesero le offese per venti giorni, obbligandosi il Francese a dare la piazza, se nel detto termine l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe al tempo pattuito la guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli alleati per quattro mesi. Il dì undici settembre, non essendo comparso ajuto da parte nissuna, uscivano i repubblicani dalla fortezza, entravanvi gl'imperiali. Vi trovarono più di ottanta bocche da fuoco, munizioni da guerra molte, da bocca poche. Furono i malati ed i feriti trattati con ogni cura dai vincitori. Dodici centinaja di Francesi superstiti tornarono in Francia. Narrano i ricordi dei tempi, che fra questi fossero molti soldati del presidio di Peschiera, i quali, fatti prigionieri dai Tedeschi, avevano promesso di non servire contro i soldati della lega; brutta violazione della fede, nè commessa dai soli repubblicani.
Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il faceva sicuro della guerra Genovese, e si vedeva aver ricuperato al nome del re quasi tutti i dominj del Piemonte, oggimai liberi dalla presenza dei repubblicani. Orai principali suoi pensieri si volgevano ad assicurare il Piemonte superiore dalle armi Francesi con rompere la forza di Championnet, e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte le genti Russe per alla guerra Elvetica. Da quanto siamo andati fino a questo luogo raccontando, facilmente si può raccogliere, che Suwarow fu piuttosto capitano di guerra ardito, che artifizioso, e che vinse piuttosto con prevenire, che con usar l'arte. Gli fu aperto il corso alla vittoria da Kray, e chiuso da Melas. Del resto, tolta la sua natura crudele ed inesorabile nel far la guerra, nel che merita biasimo eterno, fu di natura integra, e nemico per poca civiltà degl'inganni, e delle fraudi degli uomini più civili. Qual sia il meglio o il peggio, coloro il diranno, che definiranno, se più si dolga la umanità dei dolori del corpo che dei dolori dell'animo, o più di questi che di quelli. Suwarow, primo capitano di Russia in Italia, vi fece cose molto degne di memoria.
Partito Suwarow dalle terre Italiche, ne fu molto diminuita la forza dei confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani dell'imperator Francesco, innanzichè arrivassero nuovi rinforzi dagli stati ereditarj, tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a conservare gli acquisti fatti, e si apparecchiavano, quando gli ajuti fossero giunti, alla oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che per essere vicina alle frontiere di Francia, è molto facile a venir difesa e soccorsa dai Francesi. Dall'altra parte primo pensierodei repubblicani era di conservare la possessione di Cuneo, e tribolare talmente il nemico intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione in favor di Massena, che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca Carlo, e presto avrebbe non solamente Suwarow con le genti vincitrici d'Italia, ma ancora Korsakow, che era vicino ad arrivare con nuovi squadroni di Russi. Bene certamente considerate erano queste cose pei generali della repubblica: ma si trattava di troppo vasto disegno per le poche forze che avevano, ed il volere tener tutto fu cagione, che non potessero conservare una parte. Non si vede come, volendo urtare fortemente l'inimico in Piemonte, si siano ostinati a perseverare nella possessione di Genova: il che gli obbligava a tener presidj nella riviera di Levante, soldati, che per la lontananza dei luoghi, e del restante esercito, a nissun altro fine potevano essere adoprati, che a difender Genova con tener il nemico lontano da lei. Genova, città assai grande e popolosa, e piena eziandio di mal umore contro i Francesi, sì per l'impazienza naturale del dominio forestiero, sì per la insolenza degli agenti del direttorio, e sì per la penuria delle vettovaglie, che dalla chiusura dei mari ne risultava, era cagione, che fosse loro forza di mantenervi un presidio assai grosso. Abbisognava ancora, che custodissero tutta la riviera di Ponente con gran numero di soldati, obbligazioni, da cui sarebbero stati esenti, se contenti al difendere le rive della Bormida e del Tanaro avessero abbandonato Genova, e raccolto la maggior parte delleforze loro in quella parte degli Apennini e dell'Alpi, che più approssimano e circondano Cuneo. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto lunga con sì poche forze, fu cagione che la guerra, che doveva esser grossa, si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate scaramucce ed affronti, che niuno effetto non solamente terminativo, ma nemmeno d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta narrazione il raccontar tutto: perciò solo andremo sommariamente toccando i capi supremi. Klenau ajutato dalle masse Toscane infestava a danni dei repubblicani la riviera di Levante. Principal suo scopo era di cinger Genova da quel lato per darvi favore ai malcontenti, e per farvi difficoltà di vettovaglie. Venne Chiavari spesse volte in contesa, ora Klenau si faceva padrone di Rapallo, e s'innoltrava anche insino a Recco in poca distanza dalla capitale; ed ora prevalendo i repubblicani mandati da San Cyr, e governati da Miollis, cacciavano Klenau, non che da Recco e da Rapallo, da Chiavari e dalla Spezia, e lo risospingevano fin oltre Sarzana sull'estremo confine del Genovesato. La contesa principale si riduceva sul forte di Santa Maria, che sta a difesa del golfo della Spezia: finalmente dopo eventi diversi, ora prosperi, ora sinistri per le due parti, cadde il forte in potestà degl'imperiali; il quale accidente aperse libero l'adito alle navi d'Inghilterra in quel magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'innoltrarsi di nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a Genova, donde la poterono cingered'assedio, quando, alcun tempo dopo, le armi imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte d'occidente.