Chapter 5

Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento. Kellerman, avute le novelle dei fatti avversi accaduti nell'Alpi Marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per mettere in opera quei rimedj, che i tempi richiedessero. Il pericolo maggiore era quello, che l'esercito alleato facendo punta verso il Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto fe' munire accuratamente i posti, che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra dell'esercito dell'Alpi Marittime, con porvi nove battaglioni grossi, tra i quali uno di granatieri, ed alcune compagnie di soldati armati alla leggiera. Guernivano i primi Lantosca, Bolena, e Belvedere lungo la Vesubia, le seconde San Dalmazzo e Duplano, su quei monti che separano la valle della Tinea da quella della Vesubia. Il fine che il generale Francese si proponeva con munire questi luoghi, era di tener aperte le strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus, per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla valle di Stura per qualche passo dei gioghi sommi, che coronano le Alpi da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il varco è molto più agevole. Gli dava molto sospetto un corpo grosso di truppe Sarde ed Austriache, che si era adunato nei contornidi Saluzzo, e poteva in due alloggiamenti condursi sulle alture, che dividono le acque della Stura da quelle della Tinea, ed in tal modo tentare con forze preponderanti qualche fatto grave in pregiudizio delle armi Francesi.A rincontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio, e munito di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime sino al forte di Saorgio avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di conseguire qualche onorata vittoria: non che volessero cimentare le sorti non ancora mature, ma intendevano con difendere i luoghi commessi alla fede loro, dar tempo a quei disegni importanti, che si maturavano nelle consulte dei confederati.L'arrivo delle armate Inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli stati d'Italia, che già si erano dichiarati, diede anche occasione di manifestarsi a coloro, che più per timore, che per desiderio di neutralità, se n'erano stati fino allora inoperosi ad osservare. Per la qual cosa il re di Napoli scoprendosi intieramente, chiudeva i porti ai Francesi, e si obbligava a fornire alla lega sei mila soldati, con grosse navi da guerra, e molte minori. Il papa medesimamente che aveva causa particolare di temere dei Francesi a motivo delle faccende religiose, armava, e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi per farle venire ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici: mostrarono in questi trattati massimamentecon Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio di quello, che le preparavano Inglesi, Tedeschi, e Francesi, cupidissimi tutti di mescolarsi in lei, e di averne il dominio, come se per altri fosse creata, e non per se medesima.Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Serristori, ministro del gran duca, sapere tutta l'Europa le querele ch'egli aveva fatte per la parzialità mostrata dal gran duca a favore della Francia; avere fatto quanto era in poter suo per isvelare a Sua Altezza i pericoli, che le sovrastavano per aver tuttavia comunicazione con una nazione di regicidj, nemica di ogni legge e governo, con una nazione che distruggeva la religione, che si bruttava le mani nel sangue del suo re, del clero, dei nobili, e di tutti coloro che erano fedeli al re; non ostante avere prevalso presso il gran duca i cattivi consiglj, e le pericolose massime dei malvagi; volere pertanto lui venirne a determinazioni vigorose; sapesse adunque il gran duca, che l'ammiraglio Hood aveva comandato, che un'armata Inglese con una parte dell'armata Spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello, che Sua Altezza volesse farsi; sapesse inoltre Sua Altezza, e ciò l'Harvey dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood, e in nome del re suo signore, che se nel termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi stati de La-Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene Sua Altezza a quello che si facesse, poichè il solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterraera di eseguire puntualmente, e subito quanto ora le si domandava, cioè cacciasse La-Flotte, rompesse col consesso nazionale, e con quel governo di Francia, facesse causa comune con gli alleati.Tali furono le minacce del ministro Inglese al gran duca di Toscana: nel qual favellare si vedono due grandissime insolenze; la prima si è quel superbo favellare medesimo ad un sovrano indipendente, ad un principe di casa Austriaca; la seconda quel rimproverare, che fa ad altrui un Inglese di aver ucciso un re.Rispose assai rimessamente Serristori, che il gran duca aveva dato ordine, che La-Flotte, ed i suoi aderenti, che erano, fra gli altri, due marchesi molto inclinati alle novità dei tempi, Chauvelin, e Fougere, se ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si scoprì quanto all'accostarsi alla lega, ed al romper guerra alla Francia. E come disse, così fece; poichè La-Flotte, e Chauvelin, cacciati di Firenze, se ne andarono nello stato Veneto per la via di Ferrara; La Fougere si ritrasse a Genova.Le stesse minacce furono fatte, e nel medesimo tempo dal ministro Inglese Drake ai Genovesi: assai e pur troppo aver tollerato, che un Tilly ministro di Francia spargesse semi di discordia e di anarchìa tanto nel Genovesato, quanto nei paesi circonvicini; doversi finalmente por fine a tanto scandalo; però ei ricercava espressamente la repubblica o accettasse l'amicizia dell'Inghilterra, cacciasse Tilly ed i suoi aderenti, desse ricovero alle armate del re nel porto diGenova, ed in tutto si risolvesse ad ajutare la lega, o altrimenti l'Inghilterra avrebbe trattato, come nemica, la repubblica.A queste minacciose ed inconvenienti parole s'aggiunsero fatti più minacciosi, e più inconvenienti ancora; imperciocchè trovandosi la fregata Francese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi Inglesi, che le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marinari, che vi si trovarono a bordo.Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se prima si temevano le insolenze Francesi in uno stato così vicino, ora vieppiù si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto si ebbe a Nizza notizia di questo attentato, che i rappresentanti del popolo Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono sdegnosamente uno scritto, dicendo, che il patto sociale di tutte le nazioni era stato in modo troppo indecente violato, che l'atroce fatto commesso nel porto di Genova verso i membri della repubblica Francese da uomini, che si qualificavano sudditi del monarca d'Inghilterra, aveva ed i diritti delle nazioni oltraggiato, e messo in pericolo l'essere dell'umana generazione; che tali fatti detestabili importavano a tutti i popoli, principalmente a quel di Genova, che aveva veduto sotto agli occhi suoi questo crimenlese contro la società; che il castigo ne doveva essere tanto pronto, quanto terribile; e però Genova si risolvesse incontanente a voler essere o amica degli amici, o nemica dei nemici della società oltraggiata nelle persone deirepubblicani Francesi; protestavano poscia al popolo Genovese, che se il senato tardasse a risolversi, ed a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel suo porto, e sotto le bocche delle sue artiglierìe, sarebbe stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per se fatto quanto crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore contro Genova favellando alla tribuna del consesso nazionale.Il governo di Genova trovandosi stretto da due necessità, non sapeva a qual partito appigliarsi. Pure siccome il non risolversi era peggio che risolversi, e considerando dall'un dei lati, che i Francesi difficilmente sarebbero venuti dalle minacce ai fatti finchè l'Inghilterra avrebbe avuto la signorìa de' mari, a cagione che le coste della Provenza non potevano trarre le vettovaglie da altri luoghi che dal Genovesato, e finchè ancora gli Austro-Sardi starebbero forti ai fianchi; dall'altro e quanto all'Inghilterra, che l'assaltar le riviere era per lei di poco momento, e l'assaltar Genova difficile, e che di più rompere la neutralità di Genova era un gettarla in grembo ai Francesi, ed un aprir loro l'adito nel cuor del Piemonte, il senato deliberò di starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui generali. Così Genova posta in pericoloso frangente non satisfece dell'effetto nè agli uni, nèagli altri, e persistette in quello stato, che certo era di maggiore utilità alla Francia che alla lega; perciò Drake riempiva di querele tutta Italia contro i Genovesi, chiamando la prudenza loro timidità Italiana, ed infezione Francese. Ma alla deliberazione del senato diede anche favore il pensare, che forse il popolo non avrebbe tollerato senza risentirsi la rottura della pace a cagione dei profitti grandissimi, che per lui nascevano dalla neutralità.Il senato Veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley, personaggio non tanto rotto quanto Harvey e Drake, ma pure intentissimo a procurare gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, rappresentò modestamente al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta, considerasse molto bene la repubblica di quanto danno fosse l'avere i Francesi un'ambascerìa a Venezia, fonte e mezzo di trame pericolose ad ogni buon governo; che per lei passavano i corrieri e le lettere dirette a turbare l'Oriente; sapersi, che un d'Enin, già stato inviato a Venezia, ed ora condottosi a Costantinopoli, vi usava ogni sforzo con persuasioni lusinghevoli e con offerte di denaro, per concitare la Porta Ottomana contro l'Austria e la Russia, acciocchè non potessero correre con tanto apparato di forze contro la Francia; che d'Enin medesimo si proponeva, ove non riuscissea guadagnarsi il Divano, di concitar tumulti ed ingiurie sui confini, massime per mezzo dei Ragusei corrotti per danaro, affinchè la Porta risentendosi movesse le armi contro la repubblica; che in ciò sperava d'Enin, che assaltata la repubblica da nemico sì poderoso, chiamasse, in virtù del trattati, in ajuto l'imperator di Germania, e che per questo si diminuirebbero le forze della lega contro la Francia; che quella medesima ambascerìa in Venezia intratteneva male pratiche coi Grigioni, esacerbandoli continuamente per dar loro occasione di muoversi, con ricordare l'esclusione data loro dai Veneziani, e la dissoluzione della lega nel 1766; che là passavano i corrieri portatori dei semi pestiferi, là covavano i seminatori degli scandali, là concorrevano gli scapestrati di Francia, ed ogni bandito dalla patria per opere ree, o per malvage opinioni politiche; che l'ambascerìa era un fomite continuo d'incendio per gli stati Veneti stessi: perchè là venivano a rinvergare come a centro comune le lettere, i giornali, e gli uomini perversi tanto di Francia, quanto d'Italia. Pregava pertanto, ed esortava caldamente il senato, che fosse contento di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina di mali, quella radice di corruttele. Concludeva, che se il senato consentisse a licenziare l'ambascerìa, e se vietasse ai Francesi le tratte d'armi e di vettovaglie dagli stati della repubblica, sarebbero gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli stati con tutte le forze dellalega; che già fin d'allora gli si offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinato di modo che ne fossero preservati da ogni insulto. Queste parole, terminò dicendo, porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che gliene comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt; porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le Russie, dell'imperator d'Austria, e del re di Prussia. Si riscuotesse adunque, e prendesse quelle deliberazioni, che a tempi tanto pericolosi, a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose, ed alla salute stessa della repubblica si convenivano.Il senato Veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace di fare qualche grande sbocco in Italia, volendo altresì conservar salvi i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbar intera la neutralità, non poter risolversi a licenziare l'incaricato d'affari di Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione Francese, non della repubblica.Worsley non fece altra dimostrazione, e continuò a starsene in Venezia; dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al gran duca, ed a Genova.La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra non essendo più raffrenata dal timore dei Francesi a cagione dell'intervento degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di manifestare più apertamente quello, che già da lungotempo sentiva rispetto agli affari di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò esortatore il re di Napoli, aveva comandato, che tutti gli agenti Francesi se ne uscissero dall'isola, e che i porti fossero chiusi a qualunque nave Francese sì pubblica che privata, finchè durasse la presente guerra. Avendo poi udito, che un d'Eymar mandato dal governo di Francia a risedere quale incaricato d'affari a Malta in iscambio del cavaliere Caumont, che continuava a starvi in nome del re Luigi, pubblicò, che non sarebbe mai per accettare nè d'Eymar, nè altra persona che a lui si mandasse da quella repubblica, ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia, e l'Inghilterra, e comparse le armate Inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai Francesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i Veneziani, ed i Genovesi; s'aggiunsero alle forze della lega quelle della chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto maggiore, quanto più vedevano, che se dall'un de' lati si era cresciuta nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la concitazione ed il furore in Francia.Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali da lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle provincie meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso nazionale, e la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano, diè cagione a coloro che la seguitavano, ed a coloro che odamavano la libertà, conculcata dagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli alleati per rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre all'armi, e di far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordeaux, di Monpellieri e di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno avessero ricevuto le novelle del cacciamento dei deputati loro: ma l'importanza del fatto consisteva nella grossa città di Lione, che era stata la mira di tutte le pratiche segrete tenute già da qualche tempo tra i capi della lega a Torino, ed i capi degli scontenti. Congiuntisi nelle sue mura Biroteau, ed alcuni altri capi dei girondini di minor nome, con Precy, commossero all'armi tutta la città, e pubblicarono manifesti contro la tirannide del consesso nazionale. Nè valsero le esortazioni e le minacce dei rappresentanti del popolo e dei generali repubblicani a fare che i Lionesi, oramai disposti a volerne venire agli estremi, si ritraessero dalla determinazione loro. Che anzi moltiplicando ogni giorno più negli sdegni, ed armandosi di tutta possa, più s'infierivano, quanto più erano o lusingati, o minacciati. Nella quale deliberazione vieppiù si confermavano, perchè avevano speranza che prima che i soldati del consesso si fossero raccolti per combattergli, gli Austriaci ed i Piemontesi sarebbero arrivati in ajuto loro. Confidavano poi eziandìo che i Marsigliesi, che sapevano essersi mossi nel medesimo tempo, sarebbero accorsi, siccome ne avrebbero dato intenzione. Nè dubitavano che per viaggio eglino avrebbero tirate a se tutte le popolazioni, per guisa che e Lionesi, e Provenzali, e Piemontesi, raccoltainsieme tutta la gioventù loro, avrebbero fatto un grande sforzo, a rovina ed a conculcazione degli uomini scelerati, che allora reggevano la Francia. E siccome anche nella Linguadoca e nella Guienna covavano umori contrarj al consesso, così pareva certa la caduta della repubblica. Quest'erano le speranze dei nemici del consesso da lungo tempo fomentate dagli alleati, ed ora giunte al colmo per l'esorbitanze dei giacobini, per l'accostamento dell'Inghilterra e della Spagna alla lega, e massimamente per l'arrivo dell'armate Inglese e Spagnuola sulle coste della Provenza. Acciocchè poi non si urtasse troppo con le opinioni, che correvano anche fra coloro che secondavano tutto questo moto, tanto era forte l'invasazione degli spiriti operata dalle nuove dottrine, si pubblicava dagli scontenti, voler loro solamente resistere alla tirannide di Parigi, dagli alleati, volere solamente ridurre le cose alle riforme dell'ottantanove. Così mettendo avanti un proposito men odioso, e velando con protestazioni moderate il vero fine loro con tutto quel fondo di male, che porterebbe necessariamente con se una tanta mutazione di stato in una nazione stimata ribelle, speravano di trovar minor resistenza, e maggior favore nei popoli.Non è proposito nostro il narrare particolarmente l'oppugnazione di Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per la immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si eranolevati ancor essi a romore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione. Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza, che avevano sperato. La Savoja parteggiava pel governo nuovo; il Delfinato, massime Grenoble, città capitale, non solo parteggiava pel governo medesimo molto caldamente, ma era anche avversa per gelosìe antiche a Lione. Intanto i Marsigliesi si vantavano di esser capaci da se soli di vincer l'impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in Avignone. Quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni superiori del Rodano. A tanto moto si commossero ancora le popolazioni della bassa Linguadoca; già gl'insorti dei due dipartimenti dell'Arauro e del Gardo si erano fatti padroni della cittadella di Santo Spirito, luogo molto importante a cagione del passo del Rodano.Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli alleati. I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci erano calati grossi dal monte Cenisio, e dal piccolo San Bernardo a fine d'invadere la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che scendevano dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre del Vallese, si dirizzavano ad occupare il Faussigny col pensiero di fare spalla all'impresa di Tarantasia, e di rannodarsi verso la terra di Conflans per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale segno favorevole, sino a Lione.Tutte queste genti militavano sotto il governo del duca di Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per mente e per costume, e molto amato dai popoli per la natura sua facile e mansueta.Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti, e che gli era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine di obbligare i Francesi ad evacuar la contea, o di tagliargli fuori dalla Provenza, se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto ardente in queste bisogne contro chi allora signoreggiava la Francia, e che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il principale sforzo che i confederati volevano fare, sì perchè il re, come già abbiamo narrato, non volle mai udire che si voltassero le forze più grosse contro la Savoja per la impresa di Lione, sì perchè speravano trovare, siccome il re medesimo si era persuaso, maggior aderenza nei popoli, e sì finalmente perchè le armate confederate che correvano i mari vicini, potevano dar polso alle cose che si tentavano. Così quel nembo, che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro l'Italia dalla Francia, ora si rivoltava contro la Francia dall'Italia.Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoja, dove venuto al campo dei suoi, posto all'Ospedale presso Conflans, alloggioprincipalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua presenza e con le sue esortazioni tanto inanimato i soldati, che si mostrarono prontissimi a mettersi a qualunque pericolo anzichè abbandonare il luogo commesso alla fede loro. Nel tempo medesimo fe' venire dal campo di Tornus una grossa schiera, tra la quale si osservavano principalmente un battaglione intero di granatieri, e tre di volontarj, buona ed audace gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave, perchè se l'esercito Italiano si congiungeva coi Lionesi, la signorìa del consesso nazionale sarebbe giunta al suo fine in quelle parti, aveva, costretto dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione un'altra squadra, e mandata nel Faussigny, che si trovava del tutto privo di difensori. A questo si aggiunse, ch'ei fece la chiamata alle guardie nazionali della Savoja, e del dipartimento vicino dell'Isero, acciocchè facendo un po' di retroguardo agli stanziali, dessero loro coraggio, e potessero in caso d'infortunio ristorar la fortuna della guerra. Per maggior sicurezza ordinava, che si facessero trincee al passo di Barreaux, molto importante alla sicurtà del Delfinato, e che si munissero d'artiglierìe, avvisando, che con quel sospetto da fianco, gl'Italiani non si sarebbero arditi di correre fino a Lione. Egli poi a motivo di poter sopravvedere bene le cose, si venne a porre al castello delle Marcie, luogo centrale, a cui accennavano le tre divisioni delle sue genti.Nè in tale fortunoso accidente mancarono a se medesimi coloro, che in Savoja più si erano chiariti in favore dello stato nuovo; imperciocchè conle parole e con gli scritti animando i compatrioti loro a difendersi, facevano grandissimi frutti. In cotal modo arrestarono i capi Francesi il corso della fortuna contraria in Savoja, e diedero speranza di poter conservare alla Francia quella provincia tanto affetta al suo nome per lingua, per costume, e per sito: non ostante si aspettavano ancora le battaglie, che avrebbero definito, se i preparamenti fatti erano per rispondere al fine che le due parti si erano proposto.Dall'altro lato e più sotto, Kellerman aveva spedito con tutta celerità il generale Carteau con un buon nervo di gente, ordinandogli, riacquistasse il passo di Santo Spirito, cacciasse i Marsigliesi da Avignone, gli rincacciasse sulla riva sinistra della Duranza, non passasse il fiume, solo attendesse a proibire al nemico lo scorazzare sulla destra. Ma Carteau spinto da un Albitte, rappresentante del popolo, giovane pur troppo risentito nelle faccende dei tempi, varcava, e si sarebbe trovato in gravissimo pericolo, se i Marsigliesi fossero stati tanto pronti coi fatti, quanto erano con le parole. Ma nacque appunto la salute donde si aspettava la ruina; imperciocchè i Marsigliesi, udito che Carteau aveva varcato, in vece di assaltarlo e buttarlo nel fiume, il che sarebbe riuscito loro agevolmente, si diedero disordinatamente alla fuga, e con quella medesima celerità si disperdettero, con la quale si erano adunati. Carteau, usando la occasione, voltossi con tutte le sue forze contro di Aix, di cui s'impadronì; poi senza frappor tempo in mezzo, marciò contro Marsiglia, capo e fomite principale di quellaguerra. E tanto fu il terrore concetto dai Marsigliesi, che fatta niuna difesa della città loro, la diedero in mano del vincitore. L'infelice Marsiglia, pagando troppo fiero scotto della sua imprudenza, fu posta miserabilmente a sacco, e vi furono commesse opere al tutto degne di quei tempi ferocissimi.La presa di Marsiglia nocque ai Lionesi, che per questa cagione si trovarono soli esposti a tutto lo sforzo dei repubblicani; ma le immanità commessevi giovarono ai disegni della lega in Provenza. Molti Marsigliesi, fuggendo il furore dei repubblicani, si erano ritirati a Tolone, dove coi racconti e con le grida miserabili riempirono ognuno di spavento. A così orribile caso commossi i Tolonesi, e risolutisi a volere ogni altro termine di disgrazia incontrare piuttosto che accettar nelle loro mura soldati bruttati di tanto sangue cittadino, udirono con maggiore inclinazione le proposte che venivano loro fatte dagli alleati. Diedero la città ed il porto in mano dell'ammiraglio d'Inghilterra Hood, desiderando, che l'autorità del re Luigi si restituisse, e la constituzione dell'ottantanove si accettasse.I repubblicani già tanto feroci vieppiù s'inferocirono all'accidente di Tolone. Esortazioni ardenti, minacce precipitose posero in opera per far correre i popoli al riscatto. Nè fu l'effetto minore dell'intento; perchè, tra soldati bene ordinati e gente tumultuaria, s'adunò tosto intorno alle mura di Tolone un esercito giusto di circa quaranta mila soldati. Dalla parte loro gli alleati vollero confermar con la forza quello, che la fortuna avevaloro conceduto. Spagnuoli, Napolitani e Piemontesi furono portati a presidiare i forti di Tolone; gli altri potentati d'Italia gli fornivano di vettovaglie; il papa stesso somministrava armi e munizioni. Così con grandissimo ardore si combatteva sotto le mura di Lione e di Tolone, nelle montagne della Savoja e di Nizza.Non indugiò molto spazio la fortuna a mostrare a qual parte volesse inclinare. I Piemontesi calati dal Cenisio e dal San Bernardo, si erano fatti padroni delle valli superiori della Morienna, della Tarantasia, e del Faussigny: San Giovanni, Moutiers e Bonneville già obbedivano all'imperio loro. I Francesi cacciati dai luoghi più alti si erano ridotti a pigliar campo alla sboccatura delle valli, a Aigue-Belle, ed a Conflans, incerti se vi si potessero mantenere, perchè l'inimico ingrossava ogni giorno. Già Ciamberì pericolava: già poco spazio separava Lione dall'esercito Italiano, e se i Piemontesi si fossero spinti avanti con quella celerità che i tempi richiedevano, avrebbero acquistato, come pare, una compiuta vittoria. Ma non so per qual ragione, se ne stettero a soprastare: l'indugio diè comodità agli avversarj di rannodarsi, ed ai popoli di ajutargli. Giunto Kellerman a Ciamberì si deliberò di assaltar l'inimico, e stantechè era molto forte in Morienna, pensò di assalirlo con principale sforzo in Faussigny ed in Tarantasia, munendo però Aigue-Belle con una squadra numerosa di soldati eletti. I repubblicani secondati con ardore incredibile dalle guardie nazionali del Montebianco, appoco appoco cacciarono, non senza però grave contrasto, dai luoghibassi del Faussigny e della Tarantasia i Piemontesi; fuvvi una feroce battaglia a San Germano, perchè i regj vollero dar tempo agli sviati ed alle artiglierìe di condursi a salvamento: infine si ritirarono al San Bernardo, donde un mese prima erano discesi con tanta speranza di vittoria.Rimaneva pei repubblicani, che i regj si cacciassero dalla Morienna. Comandò Kellerman, che un corpo delle genti vittoriose della Tarantasia, passato il monte d'Encombe, marciasse contro Termignone, luogo situato alle radici del Cenisio; che il generale le Doyen si spignesse avanti di fronte per la Morienna, e che l'ajutante generale Pressy, che aveva testè acquistato Valmenie, si dirizzasse contro il fianco sinistro, ed alle spalle dei Piemontesi. Tutte queste mosse riuscirono a quel fine che il generale si era proposto; perchè l'esercito del re pressato da ogni banda, si ritirò ordinatamente al Cenisio: i repubblicani occuparono nuovamente Termignone.Tale fu l'esito dell'assalto dato alla Savoja dalle genti del re di Sardegna nell'autunno del 1793, e per tale modo fu esclusa la lega dalle sue speranze in queste parti: nel che si può considerare, che se l'esercito Piemontese fosse stato così grosso come voleva Devins, o condotto con quella celerità che sogliono usare i Francesi in tulle le fazioni loro, è da credersi che la fortuna avrebbe favorito il disegno dei confederati, e che Lione sarebbe stato liberato, con totale mutazione delle cose d'Europa.I miseri Lionesi, udita la ritirata dell'esercito, e privi di quest'ultima speranza, furonocostretti a rimettersi in potere dei repubblicani. Il mondo sa con quale immanità sia stata trattata quella città sì nobile, e sì generosa.Dall'altra parte, e nel medesimo tempo in cui i Piemontesi assaltavano la Savoja, si erano mossi con forte apparato contro Nizza. Da principio la fortuna si dimostrava loro favorevole; poichè, cacciati i nemici da tutti i luoghi superiori, già avevano speranza di calarsi per le sponde del Varo sino al mare, avvenimento, che ed avrebbe dato loro Nizza, ed aperto la strada a far risolvere l'oppugnazione di Tolone. Ma arrivati a Giletta, ed assaltato il dì diciotto ottobre con grandissimo impeto il ponte, furono duramente risospinti, e con perdita sì grave, che questo fatto, giunto alle sinistre novelle che si ebbero in quel punto di Savoja e di Lione, terminò la guerra di quest'anno in quelle parti. In cotal modo con un ignobile fatto di un piccolo ponte fu posto fine ad uno sforzo, che preparato con tanta cura e cominciato con tanta speranza, pareva che dovesse fra breve ricuperare al nome della casa di Savoja tutta la provincia di Nizza.Intanto sempre più si stringeva l'oppugnazione di Tolone, alla quale era concorso l'esercito vincitore di Lione, e la guernigione di Valenziana, piazza forte in Fiandra, che gli alleati avevano espugnato. Già al monte Farone, sull'eminenza Reinier, al capo Bron, e sulle alture del Baleguier parecchie onorate fazioni si erano combattute con varia fortuna, nelle quali mostrarono ambe le parti, quanto potesse il valore congiuntocon l'odio, e quanto a ciascuna premesse il conservare, o l'acquistare una piazza di tanto rilievo. Eransi posti gl'Inglesi a presidiare i forti rizzati sulla stanca, massime quello, che chiamano il Malbousquet, i Piemontesi stavano a guardia sulla dritta, e munivano principalmente il forte, e la montagna Farone.Gli oppugnatori si erano accampati per modo, che Dugommier, generalissimo, avesse carico di far forza verso occidente dal forte Malbousquet sino al promontorio, che chiude l'estremità di quel piccolo seno di mare, Lapoype assaltasse verso levante tutte le difese che si distendono dalla montagna Farone, che sta a sopraccapo alla città verso tramontana sino al capo Bron, ed al forte Lamalgue, che sta a difesa del seno grande. Parte di queste genti stanziando principalmente alla Valletta, andavano a congiungersi con trincee, e batterìe non interrotte alla costa meridionale del seno grande, ed ai forti Lamalgue, e Margherita. Così una corona di schiere armate e di cannoni cingeva Tolone tutto all'intorno. L'importanza della difesa dal canto degli alleati consisteva nel forte Malbousquet fidato alla guardia degl'Inglesi. Per maggior sicurezza avevano fatto, e munito di grosse artiglierìe un gran ridotto vicino al forte. Ma i Francesi con memorabile valore combattendo già si erano impadroniti delle eminenze opposte al forte medesimo, ed al ridotto Inglese; e condottivi numerose artiglierìe continuamente infestavano gl'Inglesi. Avevano anche preso per assalto il forte dei Pommets, che signoreggia tutte le alture atramontana. La qual vittoria diè loro facoltà di porre un campo sulla montagna delle Arene, e chiuse il passo del rivo Laz dall'una parte all'altra della città.Ohara, generalissimo d'Inghilterra, veduto che il nemico dal suo posto sopraeminente al Malbousquet non solo infestava il forte, ma poste le artiglierìe in luogo molto opportuno, per opera massimamente del luogotenente colonnello d'artiglierìe Buonaparte, giovane di virile spirito, arrivava coi tiri insino all'arsenale; e prevedendo che se non si cacciavano da quel nido i Francesi, bisognava pensar ad altro che a stare a Tolone, si deliberò di dar loro l'assalto. Per la qual cosa seimila soldati della lega, la più parte Inglesi, uscirono il tre novembre, e, passato il Laz, si spartirono in due colonne; l'una si scagliò contro il monte delle Arene, l'altra sulle batterìe, che bersagliavano il forte Malbousquet. La fortuna fu loro sul primo incominciare seconda. Sorpresi i Francesi da quell'impeto improvviso, cedettero il luogo; gl'Inglesi giunti al monte delle Arene vi presero, e chiodarono le artiglierìe. L'altra colonna s'era insignorìta dei posti, e delle batterìe, che munivano le strette d'Olioulles, e già, credendo essere in possessione della vittoria, faceva le viste d'impadronirsi del grosso di tutte le artiglierìe, che ivi era posto.All'avviso di tanto sinistro Dugommier accorso, inanimiva i suoi con la voce e con l'esempio, e chiamando gente dagli altri posti fe' un grosso di soldati agguerritissimi, e gli condusse con ordine, e con ardire mirabile contro il nemico,che già trionfava; nè fu l'esito non conforme a tanto valore. Gl'Inglesi assaliti, pressati, urtati da ogni banda cederono prima ordinati, poscia con fuga manifesta, lasciando in poter degli assalitori tutti i luoghi conquistati, massime quello sì importante del monte delle Arene. Tanta fu la foga dei vincitori, che non si arrestarono, se non se alle palizzate del forte Malbousquet, e stette per poco, che non vi entrassero alla mescolata coi vinti. Fu in questo incontro gravemente ferito, e fatto prigioniero Ohara, che era accorso per rannodare i suoi.Questa fazione tanto sanguinosa diè molto a pensare agli alleati, non gli lasciando senza timore sull'esito della guerra accesa sotto le mura di Tolone. Tanta variazione avevano fatto le cose da quei primi apparati, che nel possesso di quella sola città già vicina a cadere, eransi ridotte le speranze di conquistare con Lione mezza la Francia.I repubblicani, preso nuovo animo, si mostravano pronti a mettersi ad ogni più grave pericolo per riconquistar Tolone: si risolveva Dugommier a dar l'assalto da tutte le bande. L'importanza del fatto consisteva in un grosso ridotto, che gl'Inglesi avevano construtto sul promontorio, dal quale scoprivano dall'un lato e dall'altro i due seni, dove stanziavano le armate confederate. Se il ridotto ed il promontorio fossero venuti in potestà dei francesi, le armate sarebbero state condotte all'ultimo sterminio, se presto non fossero fuggite. Il generale di Francia pose principalmente l'animo ad assaltar il ridotto, e per procedere con artemilitare in un'opera di tanta difficoltà, divise le veci degli assaltatori per modo che una schiera facesse le viste di assaltarlo di fronte, mentre le due altre girando, e salendo per sentieri scoscesi ed aspri, gli riuscivano a' fianchi, ed alle spalle.Nel tempo medesimo per tentar la fortuna anche in altre parti, e perchè i confederati, avendo a risguardarsi da ogni lato, non potessero mandar soccorsi al ridotto, il generale repubblicano ordinava un assalto su tutta la frontiera dei posti tenuti dal nemico. Così a destra Dugommier medesimo guidava i più valenti soldati contro il gran ridotto Inglese, Mouret assaltava quello del forte Malbousquet, Garnier quelli dei forti, che dominano il rivo Laz. A sinistra Lapoype faceva uno sforzo contro il monte Farone, e Laharpe contro le batterìe, che dal capo Bron fulminavano l'entrata del seno.Adunque essendo in tal modo ogni cosa in pronto, il dì quattordici decembre i Francesi si avviavano all'assalto. Gli alleati, che sapevano che da quel fatto doveva risultare non solo la conservazione, o la perdita di Tolone, ma ancora la riputazione dell'armi e l'acquisto d'Italia, con grandissimo ardire gli aspettavano. Feroce fu l'assalto, feroce anche la difesa; la fortuna si mescolò spesso col valore; ora prevaleva la furia al coraggio, ora il coraggio alla furia; ora la sicurtà dei luoghi faceva inclinare le sorti a favor degli assaltati, ora l'audacia per verità non credibile, se non fosse vera, le voltava a favor degli assaltatori: stette un pezzo dubbia la battaglia; già le difese erano lacere dall'un canto, già dall'altroi gioghi dei monti, ed i parapetti delle batterìe Inglesi apparivano cospersi di cadaveri Francesi, e non ostante non cessava l'ostinazione delle parti; che anzi i sangui, che ribollivano, rendevano gli uomini più accaniti, e continuamente si dava mano al tuonare, al ributtare, al ferire da presso e da lontano. Prevalse la fortuna di Francia. Mouret e Garnier si facevano a viva forza strada nei due forti di Sant'Antonio, e di Malbousquet, cacciatine gli alleati, che si ritirarono frettolosamente. Lapoype impadronissi del monte e del forte Farone; il che fu cagione, che il nemico, vuotò incontanente i forti inferiori di Lartigue, e di Santa Caterina, esposti alla furia delle cannonate del forte Farone. Finalmente Laharpe, dopo un durissimo incontro di cinque ore, cacciò di forza gli avversarj dal capo Bron, e gli costrinse a fuggire nel forte Lamalgue.Al ridotto del promontorio, dal cui conquisto dipendeva tutto l'esito del fatto, si combatteva tuttavìa asprissimamente. Nè la difficoltà de' luoghi, nè la spessezza dei tiri del nemico non poterono tanto impedire i Francesi, che non salissero sino al sito erto, in cui era posto. Tre volte entrarono per le cannoniere fulminanti, tre volte ne furono, pel bersaglio di un piccolo ridotto interno munito d'artiglierìe, con grandissima strage loro risospinti. Finalmente alla quarta entrati per le cannoniere medesime, e superato anche col medesimo impeto il piccolo ridotto, riuscirono vincitori di quel fondamento principalissimo di tutti i disegni. I difensori, la più parte uccisi; i superstiti si ritirarono a mala pena laceri e sanguinosi chi alla città, e chi alle navi.La espugnazione dei forti, massimamente quella del ridotto, rendeva impossibile agli alleati il tenere più lungamente Tolone; conciossiachè i repubblicani potevano fulminarvi dentro, e spazzando i due seni sperperare all'estremo le flotte confederate. Deliberaronsi a vuotare; ma prima vollero fare tutto quel maggior male che poterono. Posto mano adunque alle faci appiccarono il fuoco alle navi che non potevano trasportar con loro, ed a tutte le opere preziose di marinerìa, di cui Tolone abbondava. In questo Sidney Smith, uomo più atto alle imprese rischievoli, che alle grandi, con molta industria ed attività si adoperava. Ardevano le navi, ardevano le armerìe, ardevano gli arsenali; nella città medesima le case ardevano. Breve ora distruggeva opere, cui l'industria umana aveva penato lungo tempo a compire. In tanta confusione traevano continuamente le artiglierìe repubblicane sì da palla che da bomba con orribile fracasso, ed accrescevano terrore ad una catastrofe già per se stessa tanto terribile.Ma compassionevole spettacolo era quello dei Tolonesi, i quali costretti ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di gente sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con esso loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose, che in tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierìe dei loro compatriotti, o da quelle degli Inglesi. Così tra il fuoco, il fumo, il tuonare, lo scompiglio delle navi, che andavano e venivano, le minacce dei soldati da terra che fuggivano, lostrepito dei soldati da mare, che volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione, le grida disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un terrore, una miseria, che si possono meglio con la mente immaginare, che con le parole descrivere. Dieci mila Tolonesi disperando della pietà del vincitore, accettato l'esiglio, si ricoveravano alle navi, non sapendo nè dove, nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre giorni e tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte confederate, sotto la tutela del forte Lamalgue, nel quale avevano lasciato presidio per proteggere la ritirata, tirandosi dietro le navi rapite di Francia i giorni diciotto e diecinove decembre, si ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le antiche Stecadi. Il giorno venti poi, e poichè tutti si erano ridotti a salvamento, vuotato anche il forte Lamalgue, lasciarono la misera terra intieramente a discrezione dei repubblicani: entraronvi fieri, e minacciosi.Arsero nell'incendio Tolonese acceso dagl'Inglesi quindeci navi grosse di fila, il Tuonante, il Fortunato, il Centauro, il Commercio di Bordeaux, il Destino, il Giglio, l'Eroe, il Temistocle, il Duguai-Trouvin, il Trionfante, il Sufficiente, il Mercurio, la Corona, il Conquistatore, il Dittatore. Arsero sei fregate, la Seria, la Coraggiosa, l'Ifigenìa, l'Alerta, l'Iride, il Montereale, con molti altri legni minori. Rapirono, e s'appropriarono gl'Inglesi la grossissima nave di centoventi cannoni chiamata il Commercio di Marsiglia, col Pompeo, ed il Potente, l'uno e l'altro di settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa, l'Aurora, il Topazzo, e non pochi altri legni minori.I Sardi se ne portarono la fregata l'Alceste, i Napolitani il brigantino l'Imbroglio, gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione di quella d'Inghilterra.Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emola, che ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio del mari, e che tuttavìa avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo. Così perì Tolone, città nobile, e ricca, e sede principale della marinerìa Francese. A tali strette conducono le discordie civili, e gli ajuti forestieri. Ma in queste cose l'esperienza non è fruttuosa, perchè elle si giudicano con lo spirito di parte, che sempre inganna, non con l'amore della verità, che solo conduce alle opere vantaggiose.Rimasero nel porto o perchè non fossero capaci al mareggiare, o perchè la paura in quel tramestìo di fuga abbia superato nei vinti il desiderio della rapina, e della distruzione, le navi il Delfino reale di centoventi cannoni, la Linguadoca di ottanta, il Generoso, il Censore, il Guerriero, il Sovrano, tutte di settantaquattro.I rappresentanti del popolo Barras, Freron, Robespierre giovane, e Saliceti scrissero il dì ventuno decembre al consesso nazionale, essere Tolone in potestà della repubblica.

Da un altro lato i repubblicani accusarono i capi loro di tradimento. Kellerman, avute le novelle dei fatti avversi accaduti nell'Alpi Marittime, si era condotto a Nizza per sopravveder le cose, e per mettere in opera quei rimedj, che i tempi richiedessero. Il pericolo maggiore era quello, che l'esercito alleato facendo punta verso il Varo, si ficcasse in mezzo, nel qual caso sarebbe stato forza evacuare prestamente tutta la contea. Considerato bene il tutto fe' munire accuratamente i posti, che accennavano sulla estremità dell'ala sinistra dell'esercito dell'Alpi Marittime, con porvi nove battaglioni grossi, tra i quali uno di granatieri, ed alcune compagnie di soldati armati alla leggiera. Guernivano i primi Lantosca, Bolena, e Belvedere lungo la Vesubia, le seconde San Dalmazzo e Duplano, su quei monti che separano la valle della Tinea da quella della Vesubia. Il fine che il generale Francese si proponeva con munire questi luoghi, era di tener aperte le strade a poter comunicare con le genti che tenevano il campo di Tornus, per mezzo delle alture della Tinea, e nel tempo medesimo di stare all'erta ed in buona guardia di quanto potesse sopraggiungere dalla valle di Stura per qualche passo dei gioghi sommi, che coronano le Alpi da quelle parti, e soprattutto dal colle delle Finestre, pel quale il varco è molto più agevole. Gli dava molto sospetto un corpo grosso di truppe Sarde ed Austriache, che si era adunato nei contornidi Saluzzo, e poteva in due alloggiamenti condursi sulle alture, che dividono le acque della Stura da quelle della Tinea, ed in tal modo tentare con forze preponderanti qualche fatto grave in pregiudizio delle armi Francesi.

A rincontro Colli e Dellera avevano fortificato di vantaggio, e munito di genti fresche il colle di Raus, sul quale insisteva l'ala dritta dell'esercito loro, e distendendosi su per quelle cime sino al forte di Saorgio avevano speranza non solamente di resistere, ma ancora di conseguire qualche onorata vittoria: non che volessero cimentare le sorti non ancora mature, ma intendevano con difendere i luoghi commessi alla fede loro, dar tempo a quei disegni importanti, che si maturavano nelle consulte dei confederati.

L'arrivo delle armate Inglesi nel Mediterraneo, dando maggior animo agli stati d'Italia, che già si erano dichiarati, diede anche occasione di manifestarsi a coloro, che più per timore, che per desiderio di neutralità, se n'erano stati fino allora inoperosi ad osservare. Per la qual cosa il re di Napoli scoprendosi intieramente, chiudeva i porti ai Francesi, e si obbligava a fornire alla lega sei mila soldati, con grosse navi da guerra, e molte minori. Il papa medesimamente che aveva causa particolare di temere dei Francesi a motivo delle faccende religiose, armava, e prometteva di dar gente; ma Venezia, Genova e Toscana persistevano nella neutralità. Però gl'Inglesi per farle venire ad una deliberazione terminativa, aggiunsero alla presenza delle navi i negoziati politici: mostrarono in questi trattati massimamentecon Genova e Toscana, tanta arroganza, che già fin d'allora ebbe l'Italia un saggio, e potè prendere augurio di quello, che le preparavano Inglesi, Tedeschi, e Francesi, cupidissimi tutti di mescolarsi in lei, e di averne il dominio, come se per altri fosse creata, e non per se medesima.

Un Harvey, ministro d'Inghilterra a Firenze, scriveva a Serristori, ministro del gran duca, sapere tutta l'Europa le querele ch'egli aveva fatte per la parzialità mostrata dal gran duca a favore della Francia; avere fatto quanto era in poter suo per isvelare a Sua Altezza i pericoli, che le sovrastavano per aver tuttavia comunicazione con una nazione di regicidj, nemica di ogni legge e governo, con una nazione che distruggeva la religione, che si bruttava le mani nel sangue del suo re, del clero, dei nobili, e di tutti coloro che erano fedeli al re; non ostante avere prevalso presso il gran duca i cattivi consiglj, e le pericolose massime dei malvagi; volere pertanto lui venirne a determinazioni vigorose; sapesse adunque il gran duca, che l'ammiraglio Hood aveva comandato, che un'armata Inglese con una parte dell'armata Spagnuola sarebbero venute a Livorno per vedere quello, che Sua Altezza volesse farsi; sapesse inoltre Sua Altezza, e ciò l'Harvey dichiarare per bocca dell'ammiraglio Hood, e in nome del re suo signore, che se nel termine di dodici ore ella non aveva cacciato da' suoi stati de La-Flotte, ministro di Francia, e gli altri suoi aderenti, l'armata avrebbe assaltato Livorno. Badasse bene Sua Altezza a quello che si facesse, poichè il solo mezzo di prevenire l'inimicizia d'Inghilterraera di eseguire puntualmente, e subito quanto ora le si domandava, cioè cacciasse La-Flotte, rompesse col consesso nazionale, e con quel governo di Francia, facesse causa comune con gli alleati.

Tali furono le minacce del ministro Inglese al gran duca di Toscana: nel qual favellare si vedono due grandissime insolenze; la prima si è quel superbo favellare medesimo ad un sovrano indipendente, ad un principe di casa Austriaca; la seconda quel rimproverare, che fa ad altrui un Inglese di aver ucciso un re.

Rispose assai rimessamente Serristori, che il gran duca aveva dato ordine, che La-Flotte, ed i suoi aderenti, che erano, fra gli altri, due marchesi molto inclinati alle novità dei tempi, Chauvelin, e Fougere, se ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si scoprì quanto all'accostarsi alla lega, ed al romper guerra alla Francia. E come disse, così fece; poichè La-Flotte, e Chauvelin, cacciati di Firenze, se ne andarono nello stato Veneto per la via di Ferrara; La Fougere si ritrasse a Genova.

Le stesse minacce furono fatte, e nel medesimo tempo dal ministro Inglese Drake ai Genovesi: assai e pur troppo aver tollerato, che un Tilly ministro di Francia spargesse semi di discordia e di anarchìa tanto nel Genovesato, quanto nei paesi circonvicini; doversi finalmente por fine a tanto scandalo; però ei ricercava espressamente la repubblica o accettasse l'amicizia dell'Inghilterra, cacciasse Tilly ed i suoi aderenti, desse ricovero alle armate del re nel porto diGenova, ed in tutto si risolvesse ad ajutare la lega, o altrimenti l'Inghilterra avrebbe trattato, come nemica, la repubblica.

A queste minacciose ed inconvenienti parole s'aggiunsero fatti più minacciosi, e più inconvenienti ancora; imperciocchè trovandosi la fregata Francese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi Inglesi, che le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marinari, che vi si trovarono a bordo.

Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se prima si temevano le insolenze Francesi in uno stato così vicino, ora vieppiù si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto si ebbe a Nizza notizia di questo attentato, che i rappresentanti del popolo Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono sdegnosamente uno scritto, dicendo, che il patto sociale di tutte le nazioni era stato in modo troppo indecente violato, che l'atroce fatto commesso nel porto di Genova verso i membri della repubblica Francese da uomini, che si qualificavano sudditi del monarca d'Inghilterra, aveva ed i diritti delle nazioni oltraggiato, e messo in pericolo l'essere dell'umana generazione; che tali fatti detestabili importavano a tutti i popoli, principalmente a quel di Genova, che aveva veduto sotto agli occhi suoi questo crimenlese contro la società; che il castigo ne doveva essere tanto pronto, quanto terribile; e però Genova si risolvesse incontanente a voler essere o amica degli amici, o nemica dei nemici della società oltraggiata nelle persone deirepubblicani Francesi; protestavano poscia al popolo Genovese, che se il senato tardasse a risolversi, ed a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel suo porto, e sotto le bocche delle sue artiglierìe, sarebbe stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per se fatto quanto crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.

Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore contro Genova favellando alla tribuna del consesso nazionale.

Il governo di Genova trovandosi stretto da due necessità, non sapeva a qual partito appigliarsi. Pure siccome il non risolversi era peggio che risolversi, e considerando dall'un dei lati, che i Francesi difficilmente sarebbero venuti dalle minacce ai fatti finchè l'Inghilterra avrebbe avuto la signorìa de' mari, a cagione che le coste della Provenza non potevano trarre le vettovaglie da altri luoghi che dal Genovesato, e finchè ancora gli Austro-Sardi starebbero forti ai fianchi; dall'altro e quanto all'Inghilterra, che l'assaltar le riviere era per lei di poco momento, e l'assaltar Genova difficile, e che di più rompere la neutralità di Genova era un gettarla in grembo ai Francesi, ed un aprir loro l'adito nel cuor del Piemonte, il senato deliberò di starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui generali. Così Genova posta in pericoloso frangente non satisfece dell'effetto nè agli uni, nèagli altri, e persistette in quello stato, che certo era di maggiore utilità alla Francia che alla lega; perciò Drake riempiva di querele tutta Italia contro i Genovesi, chiamando la prudenza loro timidità Italiana, ed infezione Francese. Ma alla deliberazione del senato diede anche favore il pensare, che forse il popolo non avrebbe tollerato senza risentirsi la rottura della pace a cagione dei profitti grandissimi, che per lui nascevano dalla neutralità.

Il senato Veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley, personaggio non tanto rotto quanto Harvey e Drake, ma pure intentissimo a procurare gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, rappresentò modestamente al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta, considerasse molto bene la repubblica di quanto danno fosse l'avere i Francesi un'ambascerìa a Venezia, fonte e mezzo di trame pericolose ad ogni buon governo; che per lei passavano i corrieri e le lettere dirette a turbare l'Oriente; sapersi, che un d'Enin, già stato inviato a Venezia, ed ora condottosi a Costantinopoli, vi usava ogni sforzo con persuasioni lusinghevoli e con offerte di denaro, per concitare la Porta Ottomana contro l'Austria e la Russia, acciocchè non potessero correre con tanto apparato di forze contro la Francia; che d'Enin medesimo si proponeva, ove non riuscissea guadagnarsi il Divano, di concitar tumulti ed ingiurie sui confini, massime per mezzo dei Ragusei corrotti per danaro, affinchè la Porta risentendosi movesse le armi contro la repubblica; che in ciò sperava d'Enin, che assaltata la repubblica da nemico sì poderoso, chiamasse, in virtù del trattati, in ajuto l'imperator di Germania, e che per questo si diminuirebbero le forze della lega contro la Francia; che quella medesima ambascerìa in Venezia intratteneva male pratiche coi Grigioni, esacerbandoli continuamente per dar loro occasione di muoversi, con ricordare l'esclusione data loro dai Veneziani, e la dissoluzione della lega nel 1766; che là passavano i corrieri portatori dei semi pestiferi, là covavano i seminatori degli scandali, là concorrevano gli scapestrati di Francia, ed ogni bandito dalla patria per opere ree, o per malvage opinioni politiche; che l'ambascerìa era un fomite continuo d'incendio per gli stati Veneti stessi: perchè là venivano a rinvergare come a centro comune le lettere, i giornali, e gli uomini perversi tanto di Francia, quanto d'Italia. Pregava pertanto, ed esortava caldamente il senato, che fosse contento di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina di mali, quella radice di corruttele. Concludeva, che se il senato consentisse a licenziare l'ambascerìa, e se vietasse ai Francesi le tratte d'armi e di vettovaglie dagli stati della repubblica, sarebbero gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli stati con tutte le forze dellalega; che già fin d'allora gli si offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinato di modo che ne fossero preservati da ogni insulto. Queste parole, terminò dicendo, porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che gliene comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt; porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le Russie, dell'imperator d'Austria, e del re di Prussia. Si riscuotesse adunque, e prendesse quelle deliberazioni, che a tempi tanto pericolosi, a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose, ed alla salute stessa della repubblica si convenivano.

Il senato Veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace di fare qualche grande sbocco in Italia, volendo altresì conservar salvi i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbar intera la neutralità, non poter risolversi a licenziare l'incaricato d'affari di Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione Francese, non della repubblica.

Worsley non fece altra dimostrazione, e continuò a starsene in Venezia; dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al gran duca, ed a Genova.

La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra non essendo più raffrenata dal timore dei Francesi a cagione dell'intervento degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di manifestare più apertamente quello, che già da lungotempo sentiva rispetto agli affari di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò esortatore il re di Napoli, aveva comandato, che tutti gli agenti Francesi se ne uscissero dall'isola, e che i porti fossero chiusi a qualunque nave Francese sì pubblica che privata, finchè durasse la presente guerra. Avendo poi udito, che un d'Eymar mandato dal governo di Francia a risedere quale incaricato d'affari a Malta in iscambio del cavaliere Caumont, che continuava a starvi in nome del re Luigi, pubblicò, che non sarebbe mai per accettare nè d'Eymar, nè altra persona che a lui si mandasse da quella repubblica, ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.

In cotal modo, essendo sorta la guerra tra la Francia, e l'Inghilterra, e comparse le armate Inglesi nel Mediterraneo, si ravvivavano le speranze dell'Austria e della Sardegna in Italia, furono serrati ai Francesi tutti i porti del Mediterraneo e dell'Adriatico, salvo i Veneziani, ed i Genovesi; s'aggiunsero alle forze della lega quelle della chiesa e di Napoli, e l'aspettazione degli uomini divenne tanto maggiore, quanto più vedevano, che se dall'un de' lati si era cresciuta nuova forza ai confederati, dall'altro cresceva a proporzione la concitazione ed il furore in Francia.

Oggimai si aprivano le occasioni agli accidenti importanti, ai quali da lungo tempo tendevano i consigli dei confederati rispetto alle provincie meridionali della Francia. La cacciata fatta dal consesso nazionale, e la proscrizione della setta girondina, come la chiamavano, diè cagione a coloro che la seguitavano, ed a coloro che odamavano la libertà, conculcata dagli sfrenati giacobini, o s'intendevano con gli alleati per rinstaurare il governo regio, di collegarsi, di correre all'armi, e di far tumulti e sollevazioni. Già le città di Bordeaux, di Monpellieri e di Nimes tumultuando mostravano con quanto sdegno avessero ricevuto le novelle del cacciamento dei deputati loro: ma l'importanza del fatto consisteva nella grossa città di Lione, che era stata la mira di tutte le pratiche segrete tenute già da qualche tempo tra i capi della lega a Torino, ed i capi degli scontenti. Congiuntisi nelle sue mura Biroteau, ed alcuni altri capi dei girondini di minor nome, con Precy, commossero all'armi tutta la città, e pubblicarono manifesti contro la tirannide del consesso nazionale. Nè valsero le esortazioni e le minacce dei rappresentanti del popolo e dei generali repubblicani a fare che i Lionesi, oramai disposti a volerne venire agli estremi, si ritraessero dalla determinazione loro. Che anzi moltiplicando ogni giorno più negli sdegni, ed armandosi di tutta possa, più s'infierivano, quanto più erano o lusingati, o minacciati. Nella quale deliberazione vieppiù si confermavano, perchè avevano speranza che prima che i soldati del consesso si fossero raccolti per combattergli, gli Austriaci ed i Piemontesi sarebbero arrivati in ajuto loro. Confidavano poi eziandìo che i Marsigliesi, che sapevano essersi mossi nel medesimo tempo, sarebbero accorsi, siccome ne avrebbero dato intenzione. Nè dubitavano che per viaggio eglino avrebbero tirate a se tutte le popolazioni, per guisa che e Lionesi, e Provenzali, e Piemontesi, raccoltainsieme tutta la gioventù loro, avrebbero fatto un grande sforzo, a rovina ed a conculcazione degli uomini scelerati, che allora reggevano la Francia. E siccome anche nella Linguadoca e nella Guienna covavano umori contrarj al consesso, così pareva certa la caduta della repubblica. Quest'erano le speranze dei nemici del consesso da lungo tempo fomentate dagli alleati, ed ora giunte al colmo per l'esorbitanze dei giacobini, per l'accostamento dell'Inghilterra e della Spagna alla lega, e massimamente per l'arrivo dell'armate Inglese e Spagnuola sulle coste della Provenza. Acciocchè poi non si urtasse troppo con le opinioni, che correvano anche fra coloro che secondavano tutto questo moto, tanto era forte l'invasazione degli spiriti operata dalle nuove dottrine, si pubblicava dagli scontenti, voler loro solamente resistere alla tirannide di Parigi, dagli alleati, volere solamente ridurre le cose alle riforme dell'ottantanove. Così mettendo avanti un proposito men odioso, e velando con protestazioni moderate il vero fine loro con tutto quel fondo di male, che porterebbe necessariamente con se una tanta mutazione di stato in una nazione stimata ribelle, speravano di trovar minor resistenza, e maggior favore nei popoli.

Non è proposito nostro il narrare particolarmente l'oppugnazione di Lione, che poco tempo dopo seguì, e che fu uno dei fatti più memorabili di quest'anno, sì pel valore e la ostinazione d'ambe le parti, e sì per la immanità dei vincitori. Ma come prima i Lionesi erano insorti contro l'autorità di chi reggeva, i Marsigliesi si eranolevati ancor essi a romore. Impazienti di starsene chiusi fra le mura, e raccolti sotto le insegne in numero assai notabile, si dirizzarono al soccorso di Lione. Non avevano i Lionesi trovato nei popoli circonvicini quell'aderenza, che avevano sperato. La Savoja parteggiava pel governo nuovo; il Delfinato, massime Grenoble, città capitale, non solo parteggiava pel governo medesimo molto caldamente, ma era anche avversa per gelosìe antiche a Lione. Intanto i Marsigliesi si vantavano di esser capaci da se soli di vincer l'impresa e di salvar Lione. In fatti già avevano varcato il fiume Duranza, e con ischiamazzo infinito erano entrati in Avignone. Quivi commesso ogni male, già si avviavano verso le regioni superiori del Rodano. A tanto moto si commossero ancora le popolazioni della bassa Linguadoca; già gl'insorti dei due dipartimenti dell'Arauro e del Gardo si erano fatti padroni della cittadella di Santo Spirito, luogo molto importante a cagione del passo del Rodano.

Nel tempo medesimo s'incominciavano a colorire i disegni degli alleati. I Piemontesi congiunti con qualche nervo di Austriaci erano calati grossi dal monte Cenisio, e dal piccolo San Bernardo a fine d'invadere la Morienna e la Tarantasia; anzi una parte di quelli che scendevano dall'ultimo dei detti monti, avuto il passo per le terre del Vallese, si dirizzavano ad occupare il Faussigny col pensiero di fare spalla all'impresa di Tarantasia, e di rannodarsi verso la terra di Conflans per quindi marciare, se la fortuna si mostrasse a tale segno favorevole, sino a Lione.Tutte queste genti militavano sotto il governo del duca di Monferrato, figliuolo del re, principe ottimo per mente e per costume, e molto amato dai popoli per la natura sua facile e mansueta.

Dall'altra parte il re di Sardegna si era condotto col grosso dell'esercito nella contea di Nizza, molto confidente di avere a conseguir presto, con ricuperar un paese amato sopra tutti, e che gli era stato occupato da un nemico odiatissimo, una piena e gloriosa vittoria. Era suo intendimento di calarsi per le sponde del Varo a fine di obbligare i Francesi ad evacuar la contea, o di tagliargli fuori dalla Provenza, se non l'evacuassero. Aveva il re compagno a questa impresa il duca d'Aosta, suo figliuolo secondogenito, principe molto ardente in queste bisogne contro chi allora signoreggiava la Francia, e che sempre aveva dimostrato pensieri alieni dalla pace. Questo era il principale sforzo che i confederati volevano fare, sì perchè il re, come già abbiamo narrato, non volle mai udire che si voltassero le forze più grosse contro la Savoja per la impresa di Lione, sì perchè speravano trovare, siccome il re medesimo si era persuaso, maggior aderenza nei popoli, e sì finalmente perchè le armate confederate che correvano i mari vicini, potevano dar polso alle cose che si tentavano. Così quel nembo, che poco innanzi pareva dovesse tutto scagliarsi contro l'Italia dalla Francia, ora si rivoltava contro la Francia dall'Italia.

Udite tutte queste cose, Kellerman accorreva prestamente in Savoja, dove venuto al campo dei suoi, posto all'Ospedale presso Conflans, alloggioprincipalissimo in quelle circostanze, ebbe con la sua presenza e con le sue esortazioni tanto inanimato i soldati, che si mostrarono prontissimi a mettersi a qualunque pericolo anzichè abbandonare il luogo commesso alla fede loro. Nel tempo medesimo fe' venire dal campo di Tornus una grossa schiera, tra la quale si osservavano principalmente un battaglione intero di granatieri, e tre di volontarj, buona ed audace gente; e stantechè il pericolo era oltre ogni dire grave, perchè se l'esercito Italiano si congiungeva coi Lionesi, la signorìa del consesso nazionale sarebbe giunta al suo fine in quelle parti, aveva, costretto dall'estrema necessità, chiamato dal campo di Lione un'altra squadra, e mandata nel Faussigny, che si trovava del tutto privo di difensori. A questo si aggiunse, ch'ei fece la chiamata alle guardie nazionali della Savoja, e del dipartimento vicino dell'Isero, acciocchè facendo un po' di retroguardo agli stanziali, dessero loro coraggio, e potessero in caso d'infortunio ristorar la fortuna della guerra. Per maggior sicurezza ordinava, che si facessero trincee al passo di Barreaux, molto importante alla sicurtà del Delfinato, e che si munissero d'artiglierìe, avvisando, che con quel sospetto da fianco, gl'Italiani non si sarebbero arditi di correre fino a Lione. Egli poi a motivo di poter sopravvedere bene le cose, si venne a porre al castello delle Marcie, luogo centrale, a cui accennavano le tre divisioni delle sue genti.

Nè in tale fortunoso accidente mancarono a se medesimi coloro, che in Savoja più si erano chiariti in favore dello stato nuovo; imperciocchè conle parole e con gli scritti animando i compatrioti loro a difendersi, facevano grandissimi frutti. In cotal modo arrestarono i capi Francesi il corso della fortuna contraria in Savoja, e diedero speranza di poter conservare alla Francia quella provincia tanto affetta al suo nome per lingua, per costume, e per sito: non ostante si aspettavano ancora le battaglie, che avrebbero definito, se i preparamenti fatti erano per rispondere al fine che le due parti si erano proposto.

Dall'altro lato e più sotto, Kellerman aveva spedito con tutta celerità il generale Carteau con un buon nervo di gente, ordinandogli, riacquistasse il passo di Santo Spirito, cacciasse i Marsigliesi da Avignone, gli rincacciasse sulla riva sinistra della Duranza, non passasse il fiume, solo attendesse a proibire al nemico lo scorazzare sulla destra. Ma Carteau spinto da un Albitte, rappresentante del popolo, giovane pur troppo risentito nelle faccende dei tempi, varcava, e si sarebbe trovato in gravissimo pericolo, se i Marsigliesi fossero stati tanto pronti coi fatti, quanto erano con le parole. Ma nacque appunto la salute donde si aspettava la ruina; imperciocchè i Marsigliesi, udito che Carteau aveva varcato, in vece di assaltarlo e buttarlo nel fiume, il che sarebbe riuscito loro agevolmente, si diedero disordinatamente alla fuga, e con quella medesima celerità si disperdettero, con la quale si erano adunati. Carteau, usando la occasione, voltossi con tutte le sue forze contro di Aix, di cui s'impadronì; poi senza frappor tempo in mezzo, marciò contro Marsiglia, capo e fomite principale di quellaguerra. E tanto fu il terrore concetto dai Marsigliesi, che fatta niuna difesa della città loro, la diedero in mano del vincitore. L'infelice Marsiglia, pagando troppo fiero scotto della sua imprudenza, fu posta miserabilmente a sacco, e vi furono commesse opere al tutto degne di quei tempi ferocissimi.

La presa di Marsiglia nocque ai Lionesi, che per questa cagione si trovarono soli esposti a tutto lo sforzo dei repubblicani; ma le immanità commessevi giovarono ai disegni della lega in Provenza. Molti Marsigliesi, fuggendo il furore dei repubblicani, si erano ritirati a Tolone, dove coi racconti e con le grida miserabili riempirono ognuno di spavento. A così orribile caso commossi i Tolonesi, e risolutisi a volere ogni altro termine di disgrazia incontrare piuttosto che accettar nelle loro mura soldati bruttati di tanto sangue cittadino, udirono con maggiore inclinazione le proposte che venivano loro fatte dagli alleati. Diedero la città ed il porto in mano dell'ammiraglio d'Inghilterra Hood, desiderando, che l'autorità del re Luigi si restituisse, e la constituzione dell'ottantanove si accettasse.

I repubblicani già tanto feroci vieppiù s'inferocirono all'accidente di Tolone. Esortazioni ardenti, minacce precipitose posero in opera per far correre i popoli al riscatto. Nè fu l'effetto minore dell'intento; perchè, tra soldati bene ordinati e gente tumultuaria, s'adunò tosto intorno alle mura di Tolone un esercito giusto di circa quaranta mila soldati. Dalla parte loro gli alleati vollero confermar con la forza quello, che la fortuna avevaloro conceduto. Spagnuoli, Napolitani e Piemontesi furono portati a presidiare i forti di Tolone; gli altri potentati d'Italia gli fornivano di vettovaglie; il papa stesso somministrava armi e munizioni. Così con grandissimo ardore si combatteva sotto le mura di Lione e di Tolone, nelle montagne della Savoja e di Nizza.

Non indugiò molto spazio la fortuna a mostrare a qual parte volesse inclinare. I Piemontesi calati dal Cenisio e dal San Bernardo, si erano fatti padroni delle valli superiori della Morienna, della Tarantasia, e del Faussigny: San Giovanni, Moutiers e Bonneville già obbedivano all'imperio loro. I Francesi cacciati dai luoghi più alti si erano ridotti a pigliar campo alla sboccatura delle valli, a Aigue-Belle, ed a Conflans, incerti se vi si potessero mantenere, perchè l'inimico ingrossava ogni giorno. Già Ciamberì pericolava: già poco spazio separava Lione dall'esercito Italiano, e se i Piemontesi si fossero spinti avanti con quella celerità che i tempi richiedevano, avrebbero acquistato, come pare, una compiuta vittoria. Ma non so per qual ragione, se ne stettero a soprastare: l'indugio diè comodità agli avversarj di rannodarsi, ed ai popoli di ajutargli. Giunto Kellerman a Ciamberì si deliberò di assaltar l'inimico, e stantechè era molto forte in Morienna, pensò di assalirlo con principale sforzo in Faussigny ed in Tarantasia, munendo però Aigue-Belle con una squadra numerosa di soldati eletti. I repubblicani secondati con ardore incredibile dalle guardie nazionali del Montebianco, appoco appoco cacciarono, non senza però grave contrasto, dai luoghibassi del Faussigny e della Tarantasia i Piemontesi; fuvvi una feroce battaglia a San Germano, perchè i regj vollero dar tempo agli sviati ed alle artiglierìe di condursi a salvamento: infine si ritirarono al San Bernardo, donde un mese prima erano discesi con tanta speranza di vittoria.

Rimaneva pei repubblicani, che i regj si cacciassero dalla Morienna. Comandò Kellerman, che un corpo delle genti vittoriose della Tarantasia, passato il monte d'Encombe, marciasse contro Termignone, luogo situato alle radici del Cenisio; che il generale le Doyen si spignesse avanti di fronte per la Morienna, e che l'ajutante generale Pressy, che aveva testè acquistato Valmenie, si dirizzasse contro il fianco sinistro, ed alle spalle dei Piemontesi. Tutte queste mosse riuscirono a quel fine che il generale si era proposto; perchè l'esercito del re pressato da ogni banda, si ritirò ordinatamente al Cenisio: i repubblicani occuparono nuovamente Termignone.

Tale fu l'esito dell'assalto dato alla Savoja dalle genti del re di Sardegna nell'autunno del 1793, e per tale modo fu esclusa la lega dalle sue speranze in queste parti: nel che si può considerare, che se l'esercito Piemontese fosse stato così grosso come voleva Devins, o condotto con quella celerità che sogliono usare i Francesi in tulle le fazioni loro, è da credersi che la fortuna avrebbe favorito il disegno dei confederati, e che Lione sarebbe stato liberato, con totale mutazione delle cose d'Europa.

I miseri Lionesi, udita la ritirata dell'esercito, e privi di quest'ultima speranza, furonocostretti a rimettersi in potere dei repubblicani. Il mondo sa con quale immanità sia stata trattata quella città sì nobile, e sì generosa.

Dall'altra parte, e nel medesimo tempo in cui i Piemontesi assaltavano la Savoja, si erano mossi con forte apparato contro Nizza. Da principio la fortuna si dimostrava loro favorevole; poichè, cacciati i nemici da tutti i luoghi superiori, già avevano speranza di calarsi per le sponde del Varo sino al mare, avvenimento, che ed avrebbe dato loro Nizza, ed aperto la strada a far risolvere l'oppugnazione di Tolone. Ma arrivati a Giletta, ed assaltato il dì diciotto ottobre con grandissimo impeto il ponte, furono duramente risospinti, e con perdita sì grave, che questo fatto, giunto alle sinistre novelle che si ebbero in quel punto di Savoja e di Lione, terminò la guerra di quest'anno in quelle parti. In cotal modo con un ignobile fatto di un piccolo ponte fu posto fine ad uno sforzo, che preparato con tanta cura e cominciato con tanta speranza, pareva che dovesse fra breve ricuperare al nome della casa di Savoja tutta la provincia di Nizza.

Intanto sempre più si stringeva l'oppugnazione di Tolone, alla quale era concorso l'esercito vincitore di Lione, e la guernigione di Valenziana, piazza forte in Fiandra, che gli alleati avevano espugnato. Già al monte Farone, sull'eminenza Reinier, al capo Bron, e sulle alture del Baleguier parecchie onorate fazioni si erano combattute con varia fortuna, nelle quali mostrarono ambe le parti, quanto potesse il valore congiuntocon l'odio, e quanto a ciascuna premesse il conservare, o l'acquistare una piazza di tanto rilievo. Eransi posti gl'Inglesi a presidiare i forti rizzati sulla stanca, massime quello, che chiamano il Malbousquet, i Piemontesi stavano a guardia sulla dritta, e munivano principalmente il forte, e la montagna Farone.

Gli oppugnatori si erano accampati per modo, che Dugommier, generalissimo, avesse carico di far forza verso occidente dal forte Malbousquet sino al promontorio, che chiude l'estremità di quel piccolo seno di mare, Lapoype assaltasse verso levante tutte le difese che si distendono dalla montagna Farone, che sta a sopraccapo alla città verso tramontana sino al capo Bron, ed al forte Lamalgue, che sta a difesa del seno grande. Parte di queste genti stanziando principalmente alla Valletta, andavano a congiungersi con trincee, e batterìe non interrotte alla costa meridionale del seno grande, ed ai forti Lamalgue, e Margherita. Così una corona di schiere armate e di cannoni cingeva Tolone tutto all'intorno. L'importanza della difesa dal canto degli alleati consisteva nel forte Malbousquet fidato alla guardia degl'Inglesi. Per maggior sicurezza avevano fatto, e munito di grosse artiglierìe un gran ridotto vicino al forte. Ma i Francesi con memorabile valore combattendo già si erano impadroniti delle eminenze opposte al forte medesimo, ed al ridotto Inglese; e condottivi numerose artiglierìe continuamente infestavano gl'Inglesi. Avevano anche preso per assalto il forte dei Pommets, che signoreggia tutte le alture atramontana. La qual vittoria diè loro facoltà di porre un campo sulla montagna delle Arene, e chiuse il passo del rivo Laz dall'una parte all'altra della città.

Ohara, generalissimo d'Inghilterra, veduto che il nemico dal suo posto sopraeminente al Malbousquet non solo infestava il forte, ma poste le artiglierìe in luogo molto opportuno, per opera massimamente del luogotenente colonnello d'artiglierìe Buonaparte, giovane di virile spirito, arrivava coi tiri insino all'arsenale; e prevedendo che se non si cacciavano da quel nido i Francesi, bisognava pensar ad altro che a stare a Tolone, si deliberò di dar loro l'assalto. Per la qual cosa seimila soldati della lega, la più parte Inglesi, uscirono il tre novembre, e, passato il Laz, si spartirono in due colonne; l'una si scagliò contro il monte delle Arene, l'altra sulle batterìe, che bersagliavano il forte Malbousquet. La fortuna fu loro sul primo incominciare seconda. Sorpresi i Francesi da quell'impeto improvviso, cedettero il luogo; gl'Inglesi giunti al monte delle Arene vi presero, e chiodarono le artiglierìe. L'altra colonna s'era insignorìta dei posti, e delle batterìe, che munivano le strette d'Olioulles, e già, credendo essere in possessione della vittoria, faceva le viste d'impadronirsi del grosso di tutte le artiglierìe, che ivi era posto.

All'avviso di tanto sinistro Dugommier accorso, inanimiva i suoi con la voce e con l'esempio, e chiamando gente dagli altri posti fe' un grosso di soldati agguerritissimi, e gli condusse con ordine, e con ardire mirabile contro il nemico,che già trionfava; nè fu l'esito non conforme a tanto valore. Gl'Inglesi assaliti, pressati, urtati da ogni banda cederono prima ordinati, poscia con fuga manifesta, lasciando in poter degli assalitori tutti i luoghi conquistati, massime quello sì importante del monte delle Arene. Tanta fu la foga dei vincitori, che non si arrestarono, se non se alle palizzate del forte Malbousquet, e stette per poco, che non vi entrassero alla mescolata coi vinti. Fu in questo incontro gravemente ferito, e fatto prigioniero Ohara, che era accorso per rannodare i suoi.

Questa fazione tanto sanguinosa diè molto a pensare agli alleati, non gli lasciando senza timore sull'esito della guerra accesa sotto le mura di Tolone. Tanta variazione avevano fatto le cose da quei primi apparati, che nel possesso di quella sola città già vicina a cadere, eransi ridotte le speranze di conquistare con Lione mezza la Francia.

I repubblicani, preso nuovo animo, si mostravano pronti a mettersi ad ogni più grave pericolo per riconquistar Tolone: si risolveva Dugommier a dar l'assalto da tutte le bande. L'importanza del fatto consisteva in un grosso ridotto, che gl'Inglesi avevano construtto sul promontorio, dal quale scoprivano dall'un lato e dall'altro i due seni, dove stanziavano le armate confederate. Se il ridotto ed il promontorio fossero venuti in potestà dei francesi, le armate sarebbero state condotte all'ultimo sterminio, se presto non fossero fuggite. Il generale di Francia pose principalmente l'animo ad assaltar il ridotto, e per procedere con artemilitare in un'opera di tanta difficoltà, divise le veci degli assaltatori per modo che una schiera facesse le viste di assaltarlo di fronte, mentre le due altre girando, e salendo per sentieri scoscesi ed aspri, gli riuscivano a' fianchi, ed alle spalle.

Nel tempo medesimo per tentar la fortuna anche in altre parti, e perchè i confederati, avendo a risguardarsi da ogni lato, non potessero mandar soccorsi al ridotto, il generale repubblicano ordinava un assalto su tutta la frontiera dei posti tenuti dal nemico. Così a destra Dugommier medesimo guidava i più valenti soldati contro il gran ridotto Inglese, Mouret assaltava quello del forte Malbousquet, Garnier quelli dei forti, che dominano il rivo Laz. A sinistra Lapoype faceva uno sforzo contro il monte Farone, e Laharpe contro le batterìe, che dal capo Bron fulminavano l'entrata del seno.

Adunque essendo in tal modo ogni cosa in pronto, il dì quattordici decembre i Francesi si avviavano all'assalto. Gli alleati, che sapevano che da quel fatto doveva risultare non solo la conservazione, o la perdita di Tolone, ma ancora la riputazione dell'armi e l'acquisto d'Italia, con grandissimo ardire gli aspettavano. Feroce fu l'assalto, feroce anche la difesa; la fortuna si mescolò spesso col valore; ora prevaleva la furia al coraggio, ora il coraggio alla furia; ora la sicurtà dei luoghi faceva inclinare le sorti a favor degli assaltati, ora l'audacia per verità non credibile, se non fosse vera, le voltava a favor degli assaltatori: stette un pezzo dubbia la battaglia; già le difese erano lacere dall'un canto, già dall'altroi gioghi dei monti, ed i parapetti delle batterìe Inglesi apparivano cospersi di cadaveri Francesi, e non ostante non cessava l'ostinazione delle parti; che anzi i sangui, che ribollivano, rendevano gli uomini più accaniti, e continuamente si dava mano al tuonare, al ributtare, al ferire da presso e da lontano. Prevalse la fortuna di Francia. Mouret e Garnier si facevano a viva forza strada nei due forti di Sant'Antonio, e di Malbousquet, cacciatine gli alleati, che si ritirarono frettolosamente. Lapoype impadronissi del monte e del forte Farone; il che fu cagione, che il nemico, vuotò incontanente i forti inferiori di Lartigue, e di Santa Caterina, esposti alla furia delle cannonate del forte Farone. Finalmente Laharpe, dopo un durissimo incontro di cinque ore, cacciò di forza gli avversarj dal capo Bron, e gli costrinse a fuggire nel forte Lamalgue.

Al ridotto del promontorio, dal cui conquisto dipendeva tutto l'esito del fatto, si combatteva tuttavìa asprissimamente. Nè la difficoltà de' luoghi, nè la spessezza dei tiri del nemico non poterono tanto impedire i Francesi, che non salissero sino al sito erto, in cui era posto. Tre volte entrarono per le cannoniere fulminanti, tre volte ne furono, pel bersaglio di un piccolo ridotto interno munito d'artiglierìe, con grandissima strage loro risospinti. Finalmente alla quarta entrati per le cannoniere medesime, e superato anche col medesimo impeto il piccolo ridotto, riuscirono vincitori di quel fondamento principalissimo di tutti i disegni. I difensori, la più parte uccisi; i superstiti si ritirarono a mala pena laceri e sanguinosi chi alla città, e chi alle navi.

La espugnazione dei forti, massimamente quella del ridotto, rendeva impossibile agli alleati il tenere più lungamente Tolone; conciossiachè i repubblicani potevano fulminarvi dentro, e spazzando i due seni sperperare all'estremo le flotte confederate. Deliberaronsi a vuotare; ma prima vollero fare tutto quel maggior male che poterono. Posto mano adunque alle faci appiccarono il fuoco alle navi che non potevano trasportar con loro, ed a tutte le opere preziose di marinerìa, di cui Tolone abbondava. In questo Sidney Smith, uomo più atto alle imprese rischievoli, che alle grandi, con molta industria ed attività si adoperava. Ardevano le navi, ardevano le armerìe, ardevano gli arsenali; nella città medesima le case ardevano. Breve ora distruggeva opere, cui l'industria umana aveva penato lungo tempo a compire. In tanta confusione traevano continuamente le artiglierìe repubblicane sì da palla che da bomba con orribile fracasso, ed accrescevano terrore ad una catastrofe già per se stessa tanto terribile.

Ma compassionevole spettacolo era quello dei Tolonesi, i quali costretti ad abbandonare la patria loro per non cader nelle mani di gente sdegnata, accorrevano in tutta fretta alle navi, conducendo con esso loro le donne, i fanciulli, e le suppellettili più preziose, che in tanto precipizio avevano potuto raccorre. Tra questi alcuni annegavano per la fretta, altri erano straziati dalle artiglierìe dei loro compatriotti, o da quelle degli Inglesi. Così tra il fuoco, il fumo, il tuonare, lo scompiglio delle navi, che andavano e venivano, le minacce dei soldati da terra che fuggivano, lostrepito dei soldati da mare, che volevano metter ordine e regola dov'era disordine e confusione, le grida disperate di coloro che si spatriavano, era un dolore, un terrore, una miseria, che si possono meglio con la mente immaginare, che con le parole descrivere. Dieci mila Tolonesi disperando della pietà del vincitore, accettato l'esiglio, si ricoveravano alle navi, non sapendo nè dove, nè quando avessero a terminarsi le miserie loro. Tre giorni e tre notti durò la lagrimevole tragedia. Finalmente le flotte confederate, sotto la tutela del forte Lamalgue, nel quale avevano lasciato presidio per proteggere la ritirata, tirandosi dietro le navi rapite di Francia i giorni diciotto e diecinove decembre, si ricoverarono nelle vicine isole Iere, che sono le antiche Stecadi. Il giorno venti poi, e poichè tutti si erano ridotti a salvamento, vuotato anche il forte Lamalgue, lasciarono la misera terra intieramente a discrezione dei repubblicani: entraronvi fieri, e minacciosi.

Arsero nell'incendio Tolonese acceso dagl'Inglesi quindeci navi grosse di fila, il Tuonante, il Fortunato, il Centauro, il Commercio di Bordeaux, il Destino, il Giglio, l'Eroe, il Temistocle, il Duguai-Trouvin, il Trionfante, il Sufficiente, il Mercurio, la Corona, il Conquistatore, il Dittatore. Arsero sei fregate, la Seria, la Coraggiosa, l'Ifigenìa, l'Alerta, l'Iride, il Montereale, con molti altri legni minori. Rapirono, e s'appropriarono gl'Inglesi la grossissima nave di centoventi cannoni chiamata il Commercio di Marsiglia, col Pompeo, ed il Potente, l'uno e l'altro di settantaquattro, e con le fregate la Perla, l'Aretusa, l'Aurora, il Topazzo, e non pochi altri legni minori.

I Sardi se ne portarono la fregata l'Alceste, i Napolitani il brigantino l'Imbroglio, gli Spagnuoli la piccola Aurora, esile preda a comparazione di quella d'Inghilterra.

Queste furono le spoglie di Tolone rapite dagli alleati. E non era poco per l'Inghilterra l'aver distrutto il navilio di una nazione emola, che ai tempi floridi aveva combattuto con lei dell'imperio del mari, e che tuttavìa avrebbe potuto tener in pendente la fortuna del Mediterraneo. Così perì Tolone, città nobile, e ricca, e sede principale della marinerìa Francese. A tali strette conducono le discordie civili, e gli ajuti forestieri. Ma in queste cose l'esperienza non è fruttuosa, perchè elle si giudicano con lo spirito di parte, che sempre inganna, non con l'amore della verità, che solo conduce alle opere vantaggiose.

Rimasero nel porto o perchè non fossero capaci al mareggiare, o perchè la paura in quel tramestìo di fuga abbia superato nei vinti il desiderio della rapina, e della distruzione, le navi il Delfino reale di centoventi cannoni, la Linguadoca di ottanta, il Generoso, il Censore, il Guerriero, il Sovrano, tutte di settantaquattro.

I rappresentanti del popolo Barras, Freron, Robespierre giovane, e Saliceti scrissero il dì ventuno decembre al consesso nazionale, essere Tolone in potestà della repubblica.


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