LIBRO QUARTOSOMMARIOPartiti presi dagli alleati pei fatti di Lione e di Tolone. Trattato concluso a Valenziana il dì ventitre maggio 1794 fra l'imperatore d'Alemagna, e il re di Sardegna. Assalti dati dai Francesi a tutte le cime delle Alpi, ed invasione per essi della riviera di Ponente. Prosperi successi delle loro armi. Tutti i passi, ed il forte di Saorgio vengono in lor potere. Congiure in Piemonte; lodi dei magistrati di questo paese. Deliberazioni del re per ovviare ai pericoli presenti. Preparamenti guerrieri, e congiure di Napoli. Anche il pontefice si mette sull'armi. Deliberazioni di Venezia per l'invasione del Genovesato. Il conte Rocco San Fermo mandato dai Veneziani a Basilea, e con qual fine. Il conte di Provenza, sotto nome di conte di Lilla, arriva a Verona. Sua condotta, e procedere dei Veneziani verso di lui. Lallemand ministro di Francia a Venezia. Genova bloccata dagl'Inglesi. Costituzione politica data dagl'Inglesi alla Corsica. I Corsi coi loro corsari fanno un danno inestimabile ai Genovesi. Querele dei danneggiati, e deliberazioni dell'Inghilterra in questo proposito. Battaglia del Dego combattuta il dì ventuno settembre 1794.L'infelice riuscita delle due imprese di Lione, e di Tolone, la cattiva prova fatta dai Marsigliesi e la poca dipendenza che trovavano nelle regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai confederati quanto fosse fallace l'opinioneloro di avere nei movimenti delle popolazioni, e nell'efficacia del nome reale un principale appoggio ai disegni, che si avevano posto in mente di voler mandare ad esecuzione. Però si persuasero facilmente, che non nelle parole, ma nei fatti, non nelle armi altrui, ma nelle proprie dovevano fondare le loro speranze. Tal era diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi erano le menti stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era cagione una volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior rabbia, ed a maggiore disubbidienza gli concitasse. E siccome era divenuto necessario, che si cambiassero i mezzi di far loro guerra, così ancora si vedeva, che si dovevano cambiar i fini della medesima: poichè se gridare il nome del re, in vece di giovare, nuoceva, era vano il conquistar le terre in nome di lui. Ciò diè maggior incentivo all'appetito di conquistar per se, e di farsi proprio quello d'altrui. Pareva necessario torre per la risecazione di territorj forza ad una nazione potente per se stessa, potentissima per concitazione. Questi pensieri si rivolgevano per la mente i confederati, i quali finalmente vennero in questa risoluzione, che quello che in Francia si conquistasse, con certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che prima era solamente politica, cambiava di natura, diventando guerra politica e territoriale. Non appartiene alla materia di queste storie il raccontare ciò, che i principi si deliberassero rispetto alle provincie orientali, e settentrionali della Francia; bensì diremo quanto l'imperatore d'Austria, ed il re di Sardegna accordasserofra di loro per fare, che non per un nome, che era oggimai vano, ma per una sostanza in utile loro combattessero. Eransi, già fin da quando si era combattuto così infelicemente in Provenza e nel Lionese per le armi regie ed imperiali, introdotte alcune pratiche molto segrete, il cui fine era di trattare un accordo, per cui si venisse a definire, quali parti dovessero cadere in potestà dell'uno o dell'altro, delle province conquistate in Francia. Perciò dopo molti e lunghi negoziati fu concluso in Valenziana il dì ventitrè di maggio del presente anno tra il barone di Thugut per parte dell'Austria, ed il marchese di Albarey per parte della Sardegna un trattato, in virtù del quale si convenne, come principio irrevocabile, che tutte le conquiste, che dalla parte dell'Italia si facessero dalle armi imperiali e regie sulla Francia, e che alla pace si conservassero, in due parti uguali si dividessero, e che la valuta di quella che toccasse all'imperatore, si compensasse per la restituzione, che a lui farebbe il re di una parte proporzionata dei distretti successivamente smembrati dal Milanese; ovvero, se una tale condizione non piacesse, che ogni conquista qualsivoglia, senza eccettuarne veruna, che dalla parte medesima d'Italia si facesse a' danni della Francia, alla pace le si restituisse, ed in tal caso ella si obbligasse a pagare una somma proporzionata di denaro in compenso delle spese della guerra fatta dalla parte d'Italia, e che tal somma per ugual porzione fra le due corti si spartisse; che al finire d'agosto, al più tardi, le due corti si risolvessero per l'uno, o per l'altro membrodell'alternativa sopraddetta, dichiarando amendue volere aver più ferma e rata la parte che fosse scelta, e che inoltre nel tempo medesimo un modo giusto, ed un temperamento buono e leale si trovasse, per valutare le conquiste da farsi e da serbarsi, a fine di proporzionar loro le restituzioni da eseguirsi dal re dal lato del Milanese: prometteva il re di fare ogni maggiore sforzo, e dal canto suo prometteva l'imperatore di mandare in Italia il più gran numero di genti che potesse, oltre le ausiliarie, che fin dal principio della guerra aveva mandato a congiungersi con l'esercito reale in Piemonte; che i due eserciti unitamente, e coi medesimi consigli combattessero; che quello del re intendesse specialmente alla difesa dei monti e dei passi, tanto verso la Savoja quanto verso il contado di Nizza; che le genti imperiali non si spartissero in piccole schiere, ma stessero congiunte in un grosso corpo, sempre pronto ad operare fortemente, e ad assaltare, congiuntosi con l'esercito regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco in Piemonte; e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse mano, per prima cosa, e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad arrestar il nemico sulla riviera di Genova, a fine di guarentire ed assicurare il Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di questo corpo di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in Piemonte; avesse l'arciduca, governator generale della Lombardìa Austriaca, facoltà di trattare, ed accordare immediatamente tutto quanto all'esecuzione del presente trattato si appartenesse, edi spiegare ogni cosa, e di rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare l'impresa.I Francesi, i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli alleati. Sapevano, che era grande il timore messo nei nemici loro dalle tanto gagliarde espugnazioni di Lione e di Tolone, e si risolvettero ad approfittarsene, mentre n'era fresca la impressione. Potevano inoltre prevalersi dell'esercito vittorioso di Tolone, che su quelle prime caldezze si credeva capace di conquistare il mondo, non che il Piemonte e l'Italia. Non ignoravano altresì che gli alleati, non s'aspettando quel terribile rincalzo di Tolone, anzi promettendo a se medesimi da quell'impresa frutti maravigliosi, non avevano ragunato forze sufficienti a poter resistere all'impeto ajutato dalla fama. Nè era loro nascosto, che il re di Sardegna, con memorabile semplicità consigliandosi, e credendo che i Francesi portassero più rispetto alla neutralità di Genova di quanto glien'avessero portato gl'Inglesi, andava compiacendosi nel pensiero, che essi non avrebbono preso passo nel Genovesato per assaltar i suoi stati. Per questo, se formidabili erano e gli apparati, e le munizioni militari dalla parte della Savoja, e verso le strade che accennano da Nizza al colle di Tenda, si trovavano, se non aperti del tutto, certamente non sufficientemente muniti i passi, che dal Genovesato tendono al cuore del Piemonte. Per laqual cosa la fazione dell'occupare le terre della riviera di Ponente si appresentava alla mente dei Francesi tanto facile quanto utile, sì per pascere l'esercito nel paese altrui, sì per far muovere i popoli Italiani con più vicine suggestioni, e sì finalmente per aprirsi l'adito negli stati del re. Era parimente noto ai capi Francesi, che finchè durava la stagione aspra, che allora correva, e che rendeva più precipitosi e più difficili i passi dei monti a cagione delle nevi e dei ghiaccj che gl'ingombravano, se ne vivevano i confederati a molta sicurtà in Piemonte, non potendo recarsi nell'animo, che un nemico audacissimo tanto fosse audace, che volesse affrontare in un cogli ostacoli posti dagli uomini anche quelli della natura. Laonde i Francesi facilmente si persuasero di poter acquistare una subita vittoria, passando per luoghi, cui la neutralità pareva render sicuri, e prevenendo un nemico, che a tempo sì inusitato non gli aspettava. Fine poi principalissimo dei generali della repubblica era quello di occupare con questo subito impeto le cime dei monti, e torre in tal modo al nemico quel vantaggio ch'egli aveva, del poter combattere da luoghi alti e sicuri contro chi veniva da luoghi più bassi.Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il nemico si fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto quelli che reggevano le genti adunate nella Savoja e nel Delfinato, quanto quelli che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di fare uno sforzo contemporaneo contro i luoghi occupati dai regj su tutta la fronte, principiando dal piccolo San Bernardo insinoalla costiera del Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati assalire i posti occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio di una potenza neutrale, così là usarono le armi, e quà le persuasioni; le une e le altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro. Abbiamo già raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal governo Francese le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro i Francesi nel porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe, non solamente contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il governo Genovese per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era composta per questo fatto in quattro milioni di tornesi, pagabili per metà nell'erario nazionale a Parigi, e per l'altra metà nella cassa dell'esercito d'Italia. Così sedate le ire, e restituita la buona amicizia fra le due repubbliche, volendo i Francesi usare la opportunità del territorio Genovese per assaltare gli stati del re, cercarono di coonestare il disegno loro con un adeguato manifesto. Scrivevano da Nizza i rappresentanti del popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti il dì trenta marzo, sapere il popolo Francese, che i tiranni suoi nemici avevano deliberato d'impossessarsi degli stati di Genova per mettergli sotto il dominio del despoto del Piemonte, perché avesse passo ad assaltare il territorio della repubblica; essere pertanto obbligato per rispetto alla propria salute, e per prevenire i disegni del nemico, di passare con l'esercito sulle terre del Genovesato; nonostante non voler i Francesi imitare i vili Inglesi, uccisori di gente inerme nel porto di Genova;voler anzi portar rispetto ad ogni cosa, e serbare in tutto le obbligazioni della neutralità; vivessero pur sicuri i Genovesi dai repubblicani soldati; la continenza loro farebbe fede, che il passare era per essi necessità, non abuso di forza.A queste benigne parole succedevano bentosto apparati terribili. Erano i Francesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del generale Dumorbion, verso il principio d'aprile, nel territorio di Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine del Genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i disegni loro, mandarono la notte del sei dello stesso mese il generale Arena a Ventimiglia, dicendo al governatore, che la Francia chiedeva, che le si consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già si avvicinava, che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A queste intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando della violata neutralità, ma vano era il protestare contro una risoluzione irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il dì sei aprile sul territorio Italiano l'esercito repubblicano di Francia in aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo, e quale si conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva dietro col retroguardo il generale Massena, destinato dai cieli a sollevarsi dai più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a divenir uno dei più periti e famosi capitani, che abbiano acquistato nome nelle storie. Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani per viemmeglioassicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto, essendo piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del passo, caldamente, ma invano s'era opposto il governatore Genovese: ma avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre e Saliceti, ritirossene il presidio Francese, lasciando di nuovo il castello in potestà dei Genovesi.Intanto proseguendo i Francesi la impresa loro, una parte voltatasi a sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone un piccolo presidio Piemontese che vi stava a guardia, l'altra marciando sul littorale s'incamminava alla volta di San Remo col pensiero di andar ad occupare Oneglia; il che era il principal fine di questa fazione. Al tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo per quei monti alti e dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle delle Forche, ed anche occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le quali si apre una strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso Saorgio. Nè contenti a questo i Francesi, muovendosi sulla stanca di Nizza, si erano fatti padroni di tutti i posti fin oltre Breglio, i quali erano come i primi propugnacoli a guarentire l'importante fortezza di Saorgio. Lo stesso colle di Raus, dove le genti regie avevano, non era ancora scorso un anno, combattendo con molto valore acquistato una gloriosa vittoria, veniva in poter dei vincitori, per modo che Saorgio, perdute tutte le difese esteriori, si trovava esposto ad essere assalito da vicino. Non ostante, essendoforte per natura e per arte, assai ardua fatica sarebbe riuscita ai repubblicani quella d'impadronirsene per oppugnazione con assaltarlo da fronte.Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano i repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non poca importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi, che interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Francesi alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se non per le navi Genovesi, che loro portavano i fromenti. Oltre a questo la strada non era nè lunga, nè difficile per andar ad assaltare Ormea e Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure del Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse rimasto al re di Sardegna, a poter comunicare prontamente e sicuramente coll'Inghilterra, massimamente con le flotte Inglesi, che già erano, o fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto di fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto quel maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e poste le artiglierìe nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo costante l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti militari erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico che sopravvanzava per la moltitudine, ed era fatto più audace per le vittorie. La battaglia fu aspra. I Francesi partiti da San Remo, ed occupatoPorto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime delle artiglierìe, le quali traendo a punto fermo facevano una strage incredibile nelle file dei Francesi. Questi, veduto il danno, e stimando che nissun altro modo avevano di espugnare quel forte posto, che la celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni pezzi d'artiglierìe minute in luoghi prima creduti inaccessibili, e traendo a scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano nella stessa forma, tanto fecero, che questi, soppressati dal numero, e sorpresi all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche disordine da quel sito eminente, che con molto valore avevano difeso. Poscia squadronatisi di nuovo si ridussero al ponte di Nava, lasciando Oneglia, che più non si poteva difendere, aperta all'impeto del vincitore. Gli abitatori mossi dal romore delle armi, e nei quali la ricordanza delle uccisioni e dei saccheggi fatti ai tempi di Truguet, aveva messo un grandissimo spavento, lasciata la città abbandonata e deserta, si erano ritirati ai luoghi alpestri e chiusi. Vi entrarono i repubblicani, e quì per fare testimonianza al vero, è debito nostro il raccontare come, modestamente governandosi, e' si astennero dal por mano nelle sostanze altrui, portarono rispetto alle cose sacre, e nissun segno dando nè della petulanza repubblicana, nè dell'insolenza militare, acquistarono nome d'uomini moderati e civili. La qual cosa tanto è più da notarsi, quanto a quei tempi in Francia correvano esempjdegni di ogni più truculenta barbarie, ed essi medesimi si trovavano allo stremo di ogni fornimento al vivere umano necessario. Trovarono in Oneglia dodici bocche da fuoco, magazzini pieni di vettovaglia, bestie da soma a poter servire ai bisogni loro in quelle guerre alpestri. Pubblicarono che i fuggitivi si ripatriassero sotto pena di confisca, promettendo a tutti, che tornassero, intiera sicurezza nelle persone e nelle proprietà. Nè contenti alla possessione di Oneglia, spedivano una quadriglia di soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa con piccolo porto situata in su quella marina, ed appartenente al re di Sardegna.Quantunque questa fazione fosse d'importanza per le bisogne loro verso il mare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei sommi gioghi dei monti, ed a seminar terrore con più vicina presenza nelle pianure del Piemonte. S'accorgevano, siccome quelli che esperti erano ed avveduti, che insino a tanto che quelle altissime cime fossero in mano dei regj, e massime il ponte di Nava, passo forte, al quale si erano attestati con munirlo di trincee e di artiglierìe, la vittoria conseguita non avrebbe avuto il suo compimento. Erano oltreacciò accorsi a difendere quel passo quindeci centinaja di Austriaci pronti a mostrare, poichè il male già si avvicinava, che l'ajuto loro verso un alleato generoso, i cui stati oggimai ardevano, era più che di parole. Massena, già vincitore di Sant'Agata e di Oneglia, fu destinato a questa fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava conottomila soldati scelti, e tanto, e così subito fu l'impeto loro, che nè i luoghi, oltre ogni dire difficili, nè le trincee fatte dai regj, nè le artiglierìe loro governate con molta maestrìa, poterono operare che i repubblicani non riuscissero vincitori. Questo fatto dimostrò, che nè i Piemontesi, nè gli Austriaci, quantunque forti e valorosi soldati fossero, non erano ancor usi a quegli assalti così subiti, ed a quelle battaglie da disperati. Ne nacque in loro uno sbigottimento di cattivo augurio, e tanto terrore nelle popolazioni, che pensarono meglio a salvar le persone, che le masserizie; le terre restarono quasi deserte. Massena, per non dar respitto, e per far parere la cosa più grave ancora che non era, mandò fuori un bando coi soliti blandimenti e minacce: Piemontesi, dicendo, ecco che son vicini a voi gl'invincibili repubblicani di Francia; non conoscono essi altri nemici, che quelli della libertà; levatevi dal collo il giogo del vostro tiranno: così vi avremo in luogo di fratelli; quando no, vi tratteremo da schiavi: rispondetemi, e tosto al campo. Questi incentivi di Massena, sebbene ei fosse uomo da fare più che non diceva, non partorirono effetti di sorte alcuna, perchè i soldati regj non gl'intendevano, e le popolazioni non gli sapevano, gli uni e le altre erano fedeli.Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo di Ormea, che abbandonato dai difensori, venne in potere degli assalitori; trovaronvi dodici pezzi d'artiglierìa grossa piemontese, dieci di bronzo gittati ai tempi diLuigi decimoquarto, tre mila archibusi, munizioni, e fornimenti da guerra in proporzione, con sei mila mine di fromenti, molto riso e farine destinate all'uso dell'esercito. Di singolare utilità pel vestire dei soldati, riuscì ai repubblicani la quantità di panni lavorati trovati in Ormea: undeci centinaja di prigionieri resero più cospicua questa vittoria. Più di cento fuggitivi dell'esercito repubblicano, ritornando alle insegne proprie, se ne andarono a Nizza. Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna del vincitore, sicchè altro impedimento non restava a superarsi dai repubblicani, oramai penetrati nella valle del Tanaro, perchè non si spandessero in Piemonte, che la fortezza di Ceva, alla quale fecero la intimazione. Il generale Argenteau, che la governava, rispose, volerla difendere sino all'estremo.I Francesi conquistata Oneglia ed i luoghi importanti, pei quali potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti al nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già avevano conquistato. Nel che mostrarono tanta perizia nelle cose militari, e tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia e di terrore. Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con soldati valorosi, ma ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi, coi precipizj, in tempi asprissimi per la stagione. Opera non solo ardua, ma impossibile si credeva quella di superare il piccolo San Bernardo, non che ai tempi invernali, nella stagione propizia. Ma non si ristaronogli audaci repubblicani: prima del terminar d'aprile, il generale Bagdelone, dopo di aver serenato due giorni sulle nevi delle più alte cime dei monti, con soldati disposti a morire di disagio, non che di ferite, piuttosto che non arrivare ai fini loro, assaltò improvvisamente tre forti ridotti, che i Piemontesi avevano construtto sul monte Valesano a difesa del sommo giogo del San Bernardo, e dopo breve contrasto se ne impadroniva; i regj a tutt'altro pensando fuori che a questo, se n'erano stati a poco buona guardia. I repubblicani intanto insignoritisi delle artiglierìe che munivano i tre ridotti, le voltarono contro la cappella del San Bernardo, dove i regj avevano il campo più grosso, e facevano le viste di fulminarla. Fu forza allora ai Piemontesi di ritirarsi, lasciando in mano dei nemici un sito, che fu prima perduto, che si pensasse che si potesse perdere. Nè i Francesi arrestarono il corso loro; anzi spingendosi avanti, cacciarono a furia i Piemontesi all'ingiù di quelle rupi sin più là della Tuile, della quale s'impadronirono. Per questo moto fu messa in sentore tutta la valle d'Aosta, e già si temeva della capitale della provincia. In quel mentre accorse prontamente il duca di Monferrato, che dopo di aver raccolte con se tutte le milizie, e tutte le genti regolari che in sì grave tumulto potè, e spintosi avanti, frenò il corso alle cose che precipitavano. Certamente nissuna fazione fra tante, e tutte audacissime, che le guerre dei nostri tempi offerirono, nissuna più audace, nissuna più pericolosa di questa tentossi o compissi; e sebbene sia statafatta con pochi, e contro pochi soldati, ed in luoghi ristrettissimi, non debbono negarsi a chi la condusse, le prime e le più principali lodi di guerra.Tentarono nel medesimo tempo, e pei medesimi motivi i repubblicani parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcarono, non arrestati nè dai turbini, nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo all'improvviso sopra il forte di Mirabocco difeso da pochi invalidi, se ne impadronirono facilmente. Poscia scendendo per la valle di Lucerna, occuparono Bobbio, ed altre terra superiori della medesima valle, minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche quì si fecero dal governo le convenevoli provvisioni, per modo che assaliti valorosamente i Francesi dai regj nella terra del Villars, furono costretti a ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte Ginevra, si calarono sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa terra d'Oulx, dove posero una taglia enorme; ma dopo di aver presentito la fortezza d'Icilia, che si trovava munitissima, si ritirarono di nuovo ai luoghi alti e scoscesi, contenti allo aver romoreggiato con l'armi loro per quelle valli alpestri, ed allo aver fatto diversione efficace alla guerra di Oneglia. Con la medesima fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed il passo delle Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della Stura. Fu questa fazione di non poca utilità alle genti di Francia, perchè per lei si spianò la strada all'esercito d'Italia a poter comunicare con quello dell'Alpi.Il fatto d'armi di maggior rilievo e per la suagrandezza, e pel valore mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del monte Cenisio. Appunto, e principalmente per facilitarne la vittoria, avevano i Francesi dato con forza a sinistra nel piccolo San Bernardo, a destra nei monti Ginevra, della Croce, e dell'Argentiera. Trovasi il sommo vertice del Moncenisio, là dove si spartono le acque tra il Rodano ed il Po, situato a quella estremità della sua pianura, che guarda la Savoja. Ivi una eminenza, quale sbarra, si distende dall'un lato e dall'altro, a sinistra, dalla Savoja guardando, insino ad un greppo di monti asprissimi ed altissimi, a destra insino ad un borro profondo ingombro di pini e di altri alberi alpestri, e poscia precipitando con somma ripidezza sino a Laneburgo, fa quella via molto erta e precipitosa a chi sale da quella prima terra della Savoja verso il sommo giogo. Così il piano del Cenisio, che va con comoda salita, a chi viene dall Italia, sollevandosi sino a quell'estrema eminenza, giunto alla medesima si dirupa ad un tratto verso la Savoja; il che è contrario al solito costume delle Alpi, sempre più precipitose verso Italia, che verso Francia. Avevano i Piemontesi munito quell'eminenza con molte e grosse artiglierìe, e con trincee, e con ridotti. Tre principalissimi massimamente parevano rendere sicuro quel passo, dei quali uno chiamato dei Rivetti guardava il borro; il secondo detto della Ramassa, e che stava in mezzo, s'affacciava alla salita della Ramassa, che è la strada solita a farsi dai viaggiatori; finalmente il terzo posto alla destra de' regj, il quale, avutoil nome di un valente generale Italiano, che militava ai soldi dell'Austria, chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva le bocche delle sue artiglierìe volte verso una selva di spessi e folti virgulti, che poteva da quella parte facilitare la salita agli assalitori. Erano tutti questi posti presidiati da soldati agguerriti, e da cannonieri abilissimi. Tutti avevano gran fede nel barone Quinto, soldato di molto valore e di pruovata sperienza, che gli governava: così il luogo, l'arte ed il valore promettevano la vittoria. Ma i Francesi soliti a quei tempi a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile, erano confidenti di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, capitano eccellente, ed assai pratico delle guerre dei monti, fatto convenire a Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a far riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro. Era corsa la stagione sin verso la metà di maggio: in sul finir del giorno, perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto divisi in tre parti. Condotta l'una da Dumas medesimo saliva per la strada maestra per affrontar il ridotto della Ramassa, la seconda guidata dal capitano Cherbin si andava volteggiando per la selva dei pini coll'intento di riuscire addosso al ridotto dei Rivetti, e finalmente la terza governata da Bagdelone, tanto chiaro per la fresca vittoria del San Bernardo, passando per gli sterpi e pei virgulti, si avvicinava al ridotto Strasoldo. Non così tosto i regj si accorsero dello approssimarsi del nemico, che diederomano a trarre con l'artiglierìe, e con l'archibuserìa. Ne nacque in mezzo a quei dirupi una battaglia orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre della notte che oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che spandevano ad ora ad ora le artiglierìe, e per l'eco, che in quelle cave montagne rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar loro così spesso, e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre più crescevano, quanto più si avvicinavano i Francesi ai ridotti regj; poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa, nè dal numero dei loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non vincere al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti dei Rivetti, e della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; perchè il conte di Clermont, che vi stava alla difesa, disposti bene ed incoraggiti i suoi soldati, rendendo furia per furia, nè poteva vincere gli assalitori, nè esser vinto da loro. Con pari evento e valore si combatteva al ridotto di Strasoldo, nè si sapeva ancora a chi dovesse rimanere il dominio dell'Alpi, quando Bagdelone con la sua squadra, uscito felicemente fuori da tutti gl'impedimenti, massime da alcuni luoghi precipitosi, che gli si pararono davanti strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto medesimo, e diè con questa ardentissima mossa principio alla vittoria dei suoi; imperciocchè i soldati del re, veduto eseguito ciò che credevano impossibile, ed essere venuto il pericolo donde non l'aspettavano e dove non avevano difesa, pensarono al ritirarsi; il quale consiglio non fu effettuato senza qualche inviluppatanelle schiere, mescolandosi, e crescendo secondo il solito il terrore là dov'è deliberazione necessitata dalla forza. Superato il ridotto Strasoldo, non vi era più speranza di poter conservare i Rivetti e la Ramassa. Furono pertanto abbandonati con molta fretta dai difensori, pressati impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già prima della rotta dei regj a stanca, erano in procinto di entrare, superato ogni ostacolo, in quei forti. In cotal modo le difese rizzate sull'estremo confine d'Italia vennero in poter dei Francesi, non senza però che il valore Italiano non avesse fatto mostra di se, e dato a vedere alle menti sane, che valore contro valore avrebbe tenuta la bilancia in fermo, ma che valor solo non può prevalere contro valore congiunto ad entusiasmo.Questa vittoria riuscì ai repubblicani tanto utile e preziosa, quanto era stata difficile e pericolosa. Per la subita ritirata dei regj acquistarono i Francesi tutte le artiglierìe dei ridotti che erano fioritissime, con alcune altre, che vicine stanziavano per gli scambj, molta moschetterìa, e munizioni sì da guerra che da bocca in quantità considerabile. Morirono pochi, rispetto alla gravità del fatto, dall'una parte e dall'altra; circa ottocento prigionieri ornarono la vittoria dei repubblicani. Nacquero in questa subita e confusa ritirata alcuni fatti miserabili; perchè trovandosi fra i regj alcuni fuorusciti di Savoja, e non potendo, o non credendo poter fuggire quella furia che loro teneva dietro, poichè velocemente i vincitori perseguitavano i vinti, precipitarono se stessidalle alte rupi nei più bassi fondi, anteponendo una morte compassionevole, ma volontaria, agli strazj che nella patria loro sapevano contro di loro essere apparecchiati. Non fecero i Francesi fine al perseguitare, se non quando il nemico si fu ridotto a Susa. In tal modo la Ferriera e la Novalesa, terre poste l'una sul dorso, l'altra alle falde del Cenisio dalla parte d'Italia, vennero a divozione dei repubblicani; vi posarono le loro prime scolte. Perduto il Cenisio, tutta la difesa del Piemonte per quella strada era ridotta nel forte della Brunetta, che fondato sul vivo macigno, e provveduto d'armi e di munizioni, era impossibile ad esser superato. Nè i Francesi si attentarono di combatterlo; poichè contenti all'essere divenuti signori del passo alpestre del Cenisio, ed allo aver messo spavento coll'armi loro sulle rive della Dora Riparia, nè essendo in numero sufficiente a poter tentare cosa d'importanza più oltre la Novalesa, se ne stettero quieti aspettando quel che la fortuna si recasse avanti nelle altre parti, dove ardeva la guerra.Dalla parte della Liguria non era compiuta la vittoria dei Francesi, nè potevano impadronirsi della sommità delle Alpi, finchè restava sotto l'imperio del re la fortezza importante di Saorgio. Ma tal era il sito di lei, e così sicuro per arte e per natura il luogo dov'era fondata, che non potevano avere speranza di conquistarla per oppugnazione. Voltarono adunque il pensiero ad insignorirsene per assedio; il che credettero di poter conseguire facilmente, traversando i monti asprissimi, che dividono il Genovesato dalla valledella Roja, e scendendo ad occuparla nella parte superiore a Saorgio; perchè in tale modo essendo chiuso l'adito alla fortezza e sotto e sopra, e mancata ai difensori ogni speranza di soccorso, avrebbero dovuto fra breve cedere alla necessità. I capitani del re, e fra i primi Colli, conosciuto il pericolo, si erano ingegnati di ovviarvi con aver fortificato diligentemente le cime di quei monti, massime il passo principale del colle Ardente. Ivi si aspettava una sanguinosa battaglia. Infatti i Francesi, audaci secondo il solito, e baldanzosi per le vittorie, dopo di essere stati respinti con molto valore in un primo incontro, si appresentarono alla batterìa il dì venzette aprile, ed incominciarono un furiosissimo combattimento. Durò molte ore il conflitto; finalmente i Francesi, spintisi avanti grossi ed impetuosi contro il ridotto di Felta, che era parte delle difese rizzate sulle rive del Tanarello e della Saccarda, se ne impadronirono; la qual cosa fu occasione che tutti quei passi, e principalmente quello del colle Ardente, fossero ridotti in potestà loro. Morirono in questo fatto parecchj soldati di nome, e di valore dall'una parte e dall'altra. Nè voglio che la solita continenza degl'Italiani, che sa qualche volta di freddezza, nel far onore agli uomini virtuosi loro, quando le testimonianze non vengono loro dai forestieri, tanto mi trattenga, che io non soddisfaccia ad un mio giusto desiderio raccontando come in questo fatto fu ferito mortalmente il capitano Maulandi, capitano che era nell'esercito regio, nel quale io non saprei dire se fosse maggiore o il valor militare, o la modestiacivile, o l'amore dell'umanità, o l'ingegno, o la letteratura. Amico de' miei, amico di tutti i buoni, e buono egli stesso, meritò certamente che altro più degno storico ch'io non sono, tramandasse le sue lodi ai posteri; ma siccome pure questa soma mi è stata accollata da chi in me stesso può più di me, godomi bene che l'occasione mi sia porta di fare una tal quale testimonianza al nome del buon Maulandi, confortandomi in tal modo colla immagine di un uomo giusto e dabbene, del fastidio dello aver a raccontare tante corruttele, e tanti vizj dell'età nostra: avvengadiochè io mi creda, che miglior fede ch'io far non posso delle sue virtù, faranno ai posteri gli scritti suoi pieni di spirito poetico, di dolce amenità, di grazia tutta Oraziana. Delle opinioni correnti pensava moderatamente. Amatore di corretta libertà, desiderava moderazione nelle potestà supreme, ma diede volentieri e sangue e vita alla patria, ed al re, per loro fedelmente e valorosamente combattendo.La vittoria del colle Ardente diè campo ai Francesi di calarsi per la via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta al colle di Tenda, ed in tal modo quel forte, abbandonato alla larga da' suoi difensori, e circondato da ogni parte dai nemici, fu ridotto a difendersi con le proprie forze. Certamente, essendo munitissimo, avrebbe potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non costringesse il presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe necessitato. Aveva Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva verso il colle di Tenda, ordinato alcavaliere di Sant'Amore, comandante della fortezza, resistesse più lungamente che potesse e non cedesse la piazza, se non quando ne avesse avuto il comandamento da lui, perchè l'intento suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla. Ma il cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per l'effetto dello essere i Francesi calati sulla strada maestra tra Saorgio ed il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli avviso, o per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero salve le sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di guerra con tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato in un con Mesmer, comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a morte da un consiglio militare, e passati per le armi sulla spianata della cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche rigoroso, volle il governo dar terrore ai novatori, e credenza ai popoli, che il tradimento avea procurato la vittoria al nemico.Rimaneva ai Francesi per compir l'opera che s'impadronissero del colle di Tenda, sommo apice dell'Alpi Marittime; nè s'indugiarono a quest'impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regj, e del favore della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità, assaltarono i Piemontesi, che facevano le viste di voler difendere il colle. Prima di arrivare alle falde di questo monte, la strettura, nel cui fondo serpeggiano la strada di Nizza e il torrente della Roja, s'apre improvvisamente, e si allarga in una grande ampiezza. Quest'ampiezza è chiusa dal colle diTenda, tanto largo quanto è l'ampiezza medesima il quale appresentandosi a guisa di tenda a chi venendo da Nizza se ne va verso il Piemonte, ha dato il nome al monte. Ma questo monte, quantunque assai ripido, essendo molto largo, e pieno quà e là, massime verso i fianchi, di facili eminenze, dà comodità al nemico che vuol salire, di pigliar posto in numerosi luoghi successivamente; il che, dando diversi riguardi a chi sta sulla sommità a difenderlo, rende più difficile la difesa, massime se l'assalitore, trovandosi in numero grosso, può occupare l'uno dopo l'altro i posti eminenti sulla faccia del colle. Ciò fecero con molta audacia e perizia i Francesi: per questo ancora, dopo debole difesa, i Piemontesi, abbandonata quella cresta in balìa del nemico, si ritirarono a Limone, terra posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.La conquista di Saorgio e del colle di Tenda diede in mano dei repubblicani tutti i mezzi della guerra Alpigiana, ed altri fondamenti non restarono alla sicurezza degli stati del re posti verso Italia, che le fortezze situate alle sboccature delle valli. Per questo cambiossi del tutto la condizione della guerra; perchè i repubblicani stavano superiormente in atto d'assalitori, i regj pel contrario in atto di difensori, ed i vantaggi che questi avevano acquistato sul principiar della guerra di quest'anno, caddero in mano di quelli. Tanto fu l'effetto dell'impeto dei Francesi, e dello aver preso il passo pei territorj della repubblica Genovese.Tutte queste fazioni molto perniziose allo statodel re, tanto maggior terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo stato da uomini condotti da illusioni funeste ma che niun mezzo avevano di arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in mezzo a tanti sdegni, ed a tanti terrori. Tanto erano commendabili per la consuetudine, sebbene imperfetti per le forme, gli ordini giudiziali di quel regno, e tanto integri i magistrati, dappoichè Vittorio Amedeo secondo, moderata la potenza della nobiltà, aveva ridotto le cose ad uno stato più tollerabile di giustizia, e di equalità civile.Vittorio, perduta la metà degli stati, e le principali difese dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti, e divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni dalle armerìe, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro, che meglio avessero combattuto pel re, e per la patria.Questo stormo, a guisa di tutte le masse di simil natura, non poteva esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre, ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedj non bastavano alla salute del regno, perchè i limiti dello stato essendo oramai molto ristretti, e le precedenti leve avendo diradato la gioventù atta all'armi, non si sperava molto frutto. Laonde instantemente si ricercarono i generali Austriaci, che fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte, che pericolava, gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente nel mese d'aprile tutte quelle, che avevano svernato in Pavia, Lodi, Codogno, Cremona, Bozzolo, Casalmaggiore, Mantova, Como, e Milano, e che unite componevano un esercito di ventimila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un esercito ancor più forte accorresse di Germania in Piemonte a norma del trattato di Valenziana. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo, ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero le armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarj supplire, ordinava,che si raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando seguitavano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con se le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge, che sotto pena di confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì, che i beni confiscati s'incorporassero alla corona.Fu anche giudicato, che per prevenir le congiure, fosse necessario il soffocarne i semi, e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava, che fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed anche i casini; la qual ultima condizione, posta o da vero, o solo per non dar cagione alle classi inferiori di lamentarsi, accennava ad una congrega particolare, che faceva la nobiltà di Torino. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i cittadini perchè non giurassero, si univano perchè combattessero.Le fazioni tanto favorevoli ai Francesi diedero molto a pensare ai governi Italiani, che prevedevano, che se i repubblicani vincendo compiutamente, occupassero l'Italia, sarebbe nato un sovvertimento totale per tutti; e se l'Austria ed il Piemonte vincevano, sarebbero stati, se non preda del tutto, certamente in balìa ed in soggezione loro. Laonde il re di Napoli si risolveva a faremaggiori sforzi in favore dei confederati, sì per por argine contro quella piena che minacciava l'Italia, e sì ancora per aver parte, se la fortuna si mostrasse favorevole, nei premj della vittoria. Indirizzava alla volta della Lombardìa, parte per terra parte per mare, diciottomila soldati tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti richiedevano, aveva comandato, pagassero i baroni, i nobili, ed i ricchi centoventimila ducati al mese; il restante, per non aggravar i popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario: pagassero i beni ecclesiastici una tassa del sette per centinajo; portassersi alla zecca gli ori e gli argenti delle chiese, che non fossero necessarj al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per centinajo del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero; il patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si scoperse la congiurazione di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama, a cambiare il governo regio, ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo fatto grave in se stesso, e reso ancor più grave dalle menti accendibili, e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe, preponendo il governo la salute propria a quella d'altrui. Si aggiunse che i corsari sì Francesi che Algerini infestavano i littorali del regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far peggio eziandìo che rubare.Anche il pontefice, che fra tutti i principi era forse quello che procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose sui luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini, ospedali, e nuove regole per la milizia. Essendosi poscia condotto, siccome usava ogni anno, non interrotto il consueto pensiero dalle cure moleste della guerra, e dai terrori che correvano, a visitare le paludi Pontine, andò rivedendo i posti militari sulle coste per inspirare con la gravità dell'aspetto fedeltà, e con le esortazioni coraggio ai soldati. In questi suoi pensieri dello armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per un fatto enorme accaduto in Roma sull'entrar dell'anno precedente; imperciocchè un Basseville, segretario della legazione di Francia, o per imprudenza propria, come alcuni stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia, e del console Francese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui si era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, importava ai repubblicaniche glielo imputassero, e da lui alla ferocia del Romano governo argomentando, protestavano di volerne fare condegna vendetta.Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei repubblicani sull'Alpi, e del loro ingresso nel territorio Genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti contrarie, e quella che insisteva perchè la repubblica si armasse, e quella che credeva più pericoloso l'armarsi, che il fidarsi. Sorse di nuovo in senato il procurator Pesaro, al quale s'aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, con efficacissime parole dimostrando, essere semplicità non comportevole il prestar fede al soave parlare di Francia, il governo della quale, se chiamando la repubblica di Venezia sua primogenita sorella, operava gl'incantamenti delle sirene, coi fatti poi ne avrebbe imitato il costume; che già le Alpi erano superate, che già Italia udiva il rimbombo delle artiglierìe barbare, che già le armi vacillavano in mano ai Piemontesi ed ai Tedeschi; ch'era oggimai tempo di svegliarsi dall'imbelle sonno, e di non restar più disarmati a discrezione altrui.Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccarìa Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando tutti, che l'armarsinon era possibile, perchè l'erario era esausto, non a tempo, perchè prima le genti forestiere sarebbero sui territorj della repubblica, che i soldati, e l'armi pronte; inutile, perchè la massa sarebbe di gente fresca ed inesperta, più atta a crescere disordine, che ad allontanarlo; non aversi per la lunga pace capi di sperimentato valore, nè potersi sperare di ottenerne dagli esteri, perchè tutti in guerra; aversi la repubblica a ridurre in non piccole angustie, se consentisse a discostarsi dalle prese deliberazioni. Dopo molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiecinove voti favorevoli, e sessantasette contrarj. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piede che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la Terraferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in Istria si levassero, le leve in Terraferma per riempire i reggimenti Italiani si facessero, le compagnìe dalle quarantotto alle cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato, che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo infestato da corsari Africani e Francesi. A questo modo aveva il senato prudentemente, e fortemente deliberato. Ma i savj del consiglio, ai quali apparteneva la esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di settemila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, econtinuamente accusando tanto in pubblico quanto in privato l'improvvidenza degli uomini, ed il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta ed infelice patria.Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica mandato a Basilea il conte Rocco San Fermo, acciò spiasse, e mandasse quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finittima di Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e nemici di ogni sorte. San Fermo, o che fosse spaventato egli, o che volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia; che un certo Gorani (questi è quel Gorani che scrisse i monitorj in forma di lettere a tutti i re d'Europa) era destinato dal governo di Francia ad essere stromento a far rivoluzione in Italia; che aveva con se sei satelliti, pronti a fare quello, e peggio ch'ei volesse; che già questo Gorani aveva sollevato la Polonia, e solleverebbe anche l'Italia; ch'egli era stato cagione della congiura di Napoli; che parimente insidiava a tutti i governi d'Italia; badassero bene a questo Gorani, ch'era uomo da far gran cose. Aggiungeva San Fermo non so che ciance di un Bacher, segretario della legazione Francese in Basilea; poi, che un certo Guistendoerffer gli riferiva da Parigi, essendo stato con Robespierre, Couthon, e quegli altri della salute pubblica, che la Francia faceva grandissimi disegni sull'Italia; che volevano andarvi per trovarvi grani e ricchezze; che dal Reno marcerebbero soldati all'Alpi; che per mezzo dei loro fidati, e dell'oro sparso avevano intelligenze da per tutto; che giàaveva costato, nel novanta tre, l'Italia undici milioni di franchi, Venezia sola trecento cinquanta mila; che costerebbe due volte tanto nel novanta quattro, per modo che già erano a loro obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni dei destinati dal governo a sopravvedere, ed a scoprire le trame di Francia; che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica a cagione del non aver voluto accettare l'ambasciadore Noel, e dell'aver accomodato i confederati di armi, munizioni, vettovaglie e passo; che di più si accusava la repubblica di aver fatto carcerare il conte Apostoli, partigiano dei Francesi, ed addetto alla legazione loro in Venezia; che si accagionava oltre a tutto questo Venezia di sofferire, che i fuorusciti di Francia facessero sul suo territorio insulti, e superchierìe ai repubblicani. Queste novelle, che avrebbero incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molli, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in quei tempi difficili sentissero meglio di debolezza, che di prudenza.Accrebbe la difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza, fratello di Luigi decimosesto re di Francia, fuggendo il furore dei nemici della sua casa, condotto a Torino, dove accolto cordialmente, e con tutti i termini dovuti al suo grado ed alla sua disgrazia dal re Vittorio Amedeo suo suocero, se ne viveva quietamente, aspettando che la fortuna più favorevole aprisse qualche adito alla salute della Francia, e di tutti i suoi. Ma essendo i repubblicani tantoavidi del suo sangue, comparsi, prima sulle cime dell'Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccevole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi nell'integrità del senato Veneziano, a cercar asilo sulle terre di una repubblica, giacchè alcuni fra i più potenti principi d'Europa non lo volevano raccorre nelle proprie. Seguitavano il conte di Provenza, che sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di Francia, tra i quali principalmente si notavano il duca di Avaray, ed il conte d'Entraigues. Il senato Veneziano pietosamente risguardando ad un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che gliene sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente ne' suoi stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con pratiche, ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderj del senato Veneziano si conformarono le intenzioni del conte di Provenza, il quale in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, dai quali potessero seguir danno, o pericolo agl'interessi altrui. Volle egli far la sua dimora in Verona; dal quale desiderio essendo fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù, e la sventura da cui era combattuto; riconoscesse anchein lui nei colloqui privati l'altezza del grado, ma pubblicamente si astenesse di usare verso di lui di quegli atti, coi quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di Francia di querelarsi; il che però, siccome suole avvenire, che i forti usano la vessazione, come i deboli il sospetto, non impedì punto le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del Robespierriano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. Insomma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode debbongli riconoscere i posteri, quanto esso era anche pericoloso. Qual frutto ne abbiano conseguito, conosceranno coloro, che leggeranno il progresso di queste storie.La Veneziana repubblica non era ancor giunta agli affanni estremi. Era stato destinato dalla congregazione della salute pubblica con titolo d'inviato a Venezia Lallemand, per lo innanzi console di Francia a Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e molto dissimile dai tempi, al serenissimo principe il dì tredici novembre, manifestava che per l'elezione del Lallemand cessava il suo mandato. Furono in questo proposito molti e varj i dispareri nelle consulte Veneziane, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri d'Austriae d'Inghilterra, acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.Adunque introdotto Lallemand al cospetto dei padri orava con lungo discorso, e pieno di graziose offerte, e promesse, sincere, credo, quanto a lui che buona e leale persona era, ma quanto a coloro che lo mandavano, più fallaci che vere.A questo introito del Lallemand rispose gravemente il senato, piacergli la persona sua già accetta pei graziosi uffizj fatti in altri luoghi verso i Veneziani; piacergli l'amicizia della nazione Francese, conserverebbela, per quanto stesse in lui, sincera e perpetua; userebbersi verso l'inviato tutti i riguardi che la qualità d'autorità sua richiedevano; serberebbonsi protetti ed immuni da offesa i Francesi, si veramente che anch'essi le leggi del paese, come si conveniva, osservassero: assicurasse pure il suo governo, che alle parole sarebbero conformi i fatti, e che Venezia tanto più fedele quanto più rispettata, sarebbe amica a tutti, nemica a nissuno, piena ed intiera la sua neutralità conservando.Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il Piemontese, riceveva maggiori molestie del Genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità, o costanza. Già abbiamo narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti al governo Inglese. Fu risposto per i generali. Intanto non essendo ancora racconciala ferita data alla repubblica dal fatto della Modesta, ne successe un altro, il quale, sebbene non mescolato col sangue, offese nondimeno anche più direttamente la dignità, e l'independenza dello stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porto di Genova. Richiedeva l'Inglese, rompesse la repubblica ogni comunicazione con Francia; scacciasse da' suoi dominj gli agenti di lei, promettesse di non accettarne, finchè la guerra durasse. Aggiungeva parole superbe: non poter più i confederati tollerare una neutralità fomentatrice di una guerra più violenta, e più pregiudiziale agli interessi loro, che la guerra aperta non sarebbe. Lo Spagnuolo eccedeva anche di vantaggio, dando in termini più esorbitanti: consegnassegli la repubblica tutti i bastimenti carichi di vettovaglie che nel porto si trovavano, e che o fossero destinati per Marsiglia, od appartenessero ai Marsigliesi. Intimavano poi entrambi, che se la repubblica non consentisse, l'avrebbero per nemica, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni suo commercio con Francia, e coi paesi occupati da Francia.Questa prepotenza Inglese, dico Inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le rimostranze dei Genovesi, se n'era ritirato, dimostrò come la libertà di dentro non impedisce la tirannide di fuori. Nè si vide che fra gli atti scorretti, di cui i tempi posteriori abbondarono pur troppo, alcuno sia che più di questo si possa riputare insolente: perciocchènon s'era mai veduto un governo comandare forzatamente ad un altro, che niuna nave di lui in nissun tempo, in nissun posto di un paese vastissimo, e qualunque fosse il suo carico, potesse approdare. Che se i Genovesi, popolo independente, e non servo dell'Inghilterra, nè in guerra con Francia, portavano ai Francesi vettovaglie, con qual ragione potevano gl'Inglesi proibirlo? e se altro modo non avevano essi di nuocere a Francia, che un attentato degno di biasimo, che stavano facendo che non se n'andassero dal Mediterraneo, lasciando Piemontesi, Austriaci, Francesi, Genovesi a far tra di loro guerra, o pace, o neutralità, come la intendevano, e come portavano i diritti delle genti? che venivano a fare le navi d'Inghilterra nel Mediterraneo? forse a fare guerra con loro? forse ad opprimere i deboli? che val la forza senza la giustizia?Ma tornando là, donde un giustissimo sdegno ci ha allontanati, la prepotenza tanto era più odiosa, quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento, che ai comandamenti del suo governo. Bensì il governo errò di non aver castigato un suo agente dello aver fatto da se una deliberazione tanto importante e disonorevole al nome d'Inghilterra. Queste cose succedevano prima che i Francesi avessero posto piede sul territorio Genovese. Perciò servirono meglio d'incentivo che di freno dall'uno de' lati, dall'altro furono violenza, e non rappresaglia.La signorìa di Genova, serbata la dignità, enon omesse le rimostranze, fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio, quanto lontane dal diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto traffico, e dell'independenza della nazione richiedendolo. Ma Drake, che meglio mirava o all'utile, o allo sdegno, che al giusto, o alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato, essere i porti Genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi, e poste al fisco.Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le navi Genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle artiglierìe del molo, avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo vivace ed animoso, per modo che il nome Inglese vi era divenuto odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole, e minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di portare sui cappelli, più per vezzo che per disegno, la nappa nera, che è pure la insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'empito comune,stracciavano le nappe, e le schernivano con ogni strazio.Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Francesi passati i confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica, crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia, vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I consigli pensarono ai rimedj. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa, essere seguita la invasione non solo senza alcuna partecipazione loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in dubitazione, stessero pur confidenti, che la repubblica, sempre consentanea a se medesima, ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai per dipartirsi da quanto la sincera neutralità, e l'animo non inclinato nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale: munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori. Era, siccome abbiam narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi. Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli generale di Corsica, vollero temperare il dominio forestiero con qualche moderazione di leggi; modellarono una constituzione, mancava il consensodei popoli; adunossi una dieta, o congresso generale nella città di Corte; appruovò la constituzione.Essere, statuirono, la constituzione della Corsica monarcale: la potestà legislativa investita nel re, e nei rappresentanti del popolo; il corpo legislativo, composto del re e di rappresentanti, chiamarsi parlamento:Non potere gli atti del parlamento avere forza di legge, se non fossero ratificati dal re:Nissuna imposta, o tassa, o contribuzione, e dazio si potesse porre, se non col consenso del parlamento:Avere il parlamento autorità di accusare in nome della nazione innanzi al tribunale straordinario ogni e qualunque agente del governo nei casi di prevaricazione, ed i casi dovessero essere definiti dalla legge:Potere il re dissolvere il parlamento, ma doverne convocare un altro fra quaranta giorni:Fosse in Corsica un vicerè rappresentante il re:Avesse la nazione il diritto delle addomande:I magistrati collegialmente, i particolari privatamente potessero fare le addomande:Il governo delle cose militari tutto al re si appartenesse, e potesse intimar guerra, e fare pace:Il re nominasse tutti i magistrati, ma il popolo i municipali:Niuno della sua libertà, niuno della proprietà potesse essere privato, se non per sentenza giudiziale, se l'arresto fosse dichiarato non conformealle leggi, l'arrestato avesse facoltà del richiamarsi dei danni ed interessi innanzi ai tribunali competenti:I delitti che importassero pene corporali, o infamanti, si giudicassero dai giurati:Fossevi libertà di stampa, ma la licenza frenata dalle leggi:Fosse la bandiera di Corsica una testa di Moro con le armi del re:Giorgio III, re della Gran Brettagna, fosse re sovrano di Corsica; i successori succedessero secondo l'ordine della successione statuito pel trono della Gran Brettagna.Orava molto acconciamente Elliot, affermando, sperare che la congiunzione della Corsica e dell'Inghilterra sarebbe durevole e fortunata: a ciò concorrere la fede vicendevole, la somiglianza delle nature, la comunanza degl'interessi; tentativi di oppressione non temessero da un re, che chiaro per virtù, chiaro per temperanza d'animo, sempre aveva retto i suoi dominj secondo le leggi, e fatto fondamento al suo regal seggio della libertà, e della prosperità del suo popolo; ora essere i Corsi liberi, ora felici; serbassero le loro antiche virtù, il coraggio, il santo amore della patria: sì facendo, manterrebbero viva fra di loro, e perpetua la libertà, quella libertà, che ha per fine i civili diritti e la felicità delle genti, che non serve nè all'ambizione nè al vizio: che si congiunge con la religione, con le leggi, e con un sacro rispetto verso le proprietà di ciascuno; che abborrisce da ogni dispotismo e da ogni violenza.L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le ingiurie fatte al Corsi dai Genovesi, la tirannide loro, quand'erano signori dell'isola, gli ajuti d'armi e di munizioni porti ai Francesi assediati in Bastìa ed in San Fiorenzo, l'incredibile parzialità loro verso la Francia disordinata e feroce, che la Corsica intimava la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero contro i bastimenti Genovesi; avessero gli armatori facoltà di appropriarsi, non solo le navi Genovesi, ma ancora, cosa certamente enorme le merci Genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi di premio per ogni capo di tali schiavi, che fosse condotto a Bastìa. Non è certo da maravigliare che Paoli nemicissimo per natura ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed umani uomini, gli abbiano tollerati e forse instillati, con lasciar anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e di schiavitù, nissuno non sarà per condannare. Adunque Algeri per mano dell'Inghilterra si trasportava in Corsica? Intantoarditissimi corsari Corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi quarti d'Inghilterra, e con patenti spedite da Elliot, facevano danni incredibili al commercio Genovese, e peggio ancora che il manifesto non portava.Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica: ma insidiosa, e non piena fu la moderazione. Ordinava che l'assedio di Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari Corsi, autorizzati dai ministri Inglesi, avessero facoltà di predare i bastimenti Genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini, non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra, si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni civili. Tornò Drake a Genova, forse credendo che una temperanza subdola equivalesse ad una giustizia sincera.Pareva che la condizione di Genova con la Gran Brettagna fosse divenuta più tollerabile; al tempo stesso i termini, in cui viveva con la Francia, si miglioravano; perchè, morto Robespierre e venuta in Parigi la somma delle cose in balìa d'uomini più temperati, era stato richiamato Tilly. Mandavasi iscambio un Villard, che moderatamente procedendo diede speranza, che e la repubblica se ne potrebbe vivere più riposatamente, ed i vicini più securamente.Ma la guerra non lasciava quietare la mal arrivata Genova. L'accidente seguito della occupazione di una parte della riviera di Ponente, edi progressi dei Francesi insino a Finale, davano timore, che potessero per la via del Dego, e del Cairo, che era la più spedita di quante dalla Liguria portavano pei gioghi dell'Apennino in Piemonte, sboccare in questa provincia. Le genti Tedesche stipulate nel trattato di Valenziana non ancora erano giunte, nè era da sperarsi che quelle che già vi stanziavano, quantunque congiunte con gli eserciti Sardi, potessero cacciare un nemico ardente e poderoso dal territorio Ligure. Bensì si confidava di poter con loro preservare il Piemonte insino a tanto che il trattato di Valenziana avesse la sua esecuzione. A questo fine tutte le truppe Austriache, che già si erano chiamate dall'Italia inferiore verso la superiore, si adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui. Poscia, veduto che i Francesi s'ingrossavano verso Loano e Finale, si riducevano più vicino, occupando le terre delle Carcare, delle Mallare, d'Altare, di Millesimo, di Cosserìa, del Cairo. Sommavano a dodicimila combattenti, tra fanti e cavalli. Quest'erano le squadre della vanguardia, e del grosso dell'esercito; il retroguardo stanziava al Dego, terra posta sulla strada maestra tra Cairo, e Acqui. Ivi avevano le artiglierìe grosse, i magazzini, ed i forni ad uso di spianar pane per tutto l'esercito. In questi posti attendevano ad affortificarsi con trincee e ridotti, massimamente al monte di Santa Lucìa; ed a levante di Vermezzano sopra la strada del Cairo, e finalmente su certe eminenze che dominavano la Bormida sopra la pescaja del Mulino. Queste trincee e ridotti di Santa Lucia e del mulino rappresentavano il più forte sito, e laprincipale speranza della vittoria degli Austriaci in loro era posta. Così forti di sito e di artiglierìe, e stando a cavallo sulla strada per al Dego, speravano di fronteggiar con vantaggio il nemico. Oltre di ciò alcuni reggimenti Piemontesi, che alloggiavano in un campo a Morozzo, marciavano verso Millesimo col fine di congiungersi con gli Austriaci, che difendevano il paese del Cairo.Dall'altra parte i Francesi, udito di questo moto, ed avendo anche presentito per alcune dimostrazioni fatte dall'esercito imperiale, ch'ei si volesse impadronire improvvisamente di Savona, deliberarono di prevenire l'uno e l'altro con assaltare gli Austriaci nel loro campo di Dego. Perlocchè l'esercito loro grosso di quindeci mila combattenti, fatto uno sforzo, aveva cacciato la vanguardia Austriaca dalle Mallare, dalle Carcare, da Millesimo, dal colle di San Giacomo delle Mallare, e dalle eminenze di San Giovanni di Murialdo, seguitandola fino sulle alture che stanno a sopraccapo al Cairo, le quali occuparono la notte dei venti settembre, principalmente quelle che signoreggiano il castello. La quale cosa vedutasi dai generali Austriaci Turcheim, e Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti loro verso il campo del Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno l'artiglierìa grossa, serbando con se la leggiera, ch'era fiorita e numerosa. In tutte queste azioni passavano gli Austriaci tratto tratto sul territorio Genovese. I magistrati, come già a Ventimiglia contro i Francesi, e con non miglior successo protestavano della violata neutralità.Era il giorno vent'uno settembre imminente una battaglia, nella quale da una parte dovevano combattere un ardire inestimabile e l'incentivo di vittorie fresche, dall'altra una grande costanza, una stabilità pruovata negli ordini, i luoghi forti ed affortificati, un'artiglierìa elettissima. La mattina molto per tempo avevano i generali Austriaci ordinato le genti loro, partendole in due parti, delle quali una, che era l'antiguardo, occupava le alture del Colletto fino alla Bormida, seguitando pel Pianale sino a Montebrile sopra la valle di Carpezzo. Avanti al passo del Colletto, per cui si va a Rocchetta del Cairo, stavano, come guardia avanzata, una quadriglia di Ulani: il passo medesimo munivano due bocche da fuoco governate dai volontarj. Al piano, e verso il mezzo dell'antiguardo trentasei pezzi d'artiglierìa guardavano il passo, sei sul monte Lucìa, gli altri sulla ripa del fiume sopra il mulino. Il grosso della battaglia si distendeva dal monte del Bosco sopra Pollovero e le alture di Brovida. Un battaglione di Croati schierato sul monte Cerreto dava sicurezza all'ala sinistra; uno di cacciatori posto sul monte Vallaro alla destra.Il generale Austriaco Wallis, a cui era commesso il governo supremo dell'esercito, arrivato al campo poco innanzi che incominciasse la battaglia, e dopo che le sue genti già erano schierate, considerato che i Francesi, siccome quelli che non avevano artiglierìe, e poca cavallerìa, avrebbero tentato di aprirsi il varco con una battaglia sparsa su pei luoghi alti e scoscesi per le ali del suo esercito, a fine di riuscirgli alle spalle, operò, chealcuni battaglioni dell'antiguardo venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il quale finchè fosse intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano i Francesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai generali Massena e Laharpe, e dal generale d'artiglierìa Buonaparte, ai quali si aggiungevano i rappresentanti del popolo Albitte e Saliceti, con Buonaroti, agente nazionale. Erano le genti loro divise in tre schiere: la prima seguitata da cinquecento soldati a cavallo, e passando per la strada alla Rocchetta del Cairo andava ad assaltare gli Austriaci posti al Colletto. La seconda passando pel convento di San Francesco del Cairo assaltava i cacciatori che difendevano il monte Vallaro; poi fatto un branco di se composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il colle di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza, radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta, riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera, che era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto la guardia avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con grandissimo furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad ora gli ordini degl'imperiali si rompevano; ma pel valore loro tosto si rannodavano: i due cannoni facevano grande strazio nei Francesi. La seconda colonna sforzato, non senza una valida resistenza degli Austriaci accorsi in ajuto del Pianale, il passo delVignarolo, gli assaltava al monte Vallaro, e sulle alture della Bormida, ed al primo tratto gli disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre due squadre mandate dal Wallis, gli Austriaci con nuova vigorìa combattendo fin oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera, che costeggiava a sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che si era posto in agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che ricevette in quel punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa costretta a dare indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a favor degl'imperiali: ma l'importanza del fatto consisteva nel posto del Colletto assaltato, e difeso con mirabile costanza. Le fanterìe dei Francesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavallerìa si fece avanti, e diè per modo la carica alla cavallerìa Austriaca, ch'essa, non fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là dal Colletto, proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo seco i due cannoni. E' pare che l'intenzione degli Austriaci, superiori di cavallerìa, superiori di artiglierìe, sia stata, operato prima grande uccisione dell'esercito nemico, di allettare tanto la cavallerìa dei repubblicani, che condottasi nella valle di Pollovero potesse essere bersagliata con evidente vantaggio di fianco e di fronte dalle batterìe di Santa Lucìa e del Pianale. Ma i Francesi accortisi dell'insidia, e considerato che i fianchi della valle erano tutti occupati dagli Austriaci, per modo che e' potevano essere circondati da ogni parte, non si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto per forza, o abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritiraronogrossi e minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucìa, e dell'argine del mulino. Scesero i Francesi dal Colletto nella pianura, e già si erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin presso ai Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterìe di Santa Lucìa, e del Pianale cominciarono a fulminargli con orribile fracasso. Dalla parte loro anch'essi facevano ogni sforzo per superar quei passi: nel tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme dell'uno e dell'altro esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e strage, se non quando, sopraggiunta la notte, i Francesi furono sforzati a ritornarsene oltre il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi dall'impeto dell'artiglierìe d'Austria, che non cessavano di trarre. Perdettero in questo fatto i Francesi meglio di seicento buoni soldati, gli Austriaci meglio di settecento, fra i quali alcuni ufficiali di nome.Questa battaglia del Dego fu una fazione bene e valorosamente combattuta da ambe le parti, nè si potrebbe con parole descrivere l'ardore, per non dire il furore, col quale andarono i Francesi all'assalto, nè minor valore era richiesto, perchè potessero tener pari la bilancia, niuna artiglierìa avendo, cavallerìa debole, ed essendo gli Austriaci bene forniti dell'una e dell'altra, e di più trincerati in luoghi fortissimi. Dall'altro canto non si potrebbe lodare abbastanza l'arte dei generali Austriaci nel governar gli accidenti della fortuna in questo difficile ed importante fatto, nè la fermezza, e la longanimità delle genti loro.Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a se lafama della vittoria, e dell'onore di questo giorno. Certo è, che gli Austriaci ebbero il vantaggio della somma del fatto, perchè non solamente obbligarono i Francesi a ritirarsi dal campo di battaglia, e serbarono tutti i posti loro, ma ancora nissun accidente, che dipendesse dal nemico, gli obbligava a ritirarsi. Ciò non ostante pel seguito delle cose fu per consentimento universale aggiudicata la palma ai Francesi; perciocchè gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dove erano le riposte dell'esercito, ovvero che, come da alcuni fu scritto, avessero avuto avviso che un corpo Francese partito di Savona, passando per la valle d'Erro, fosse per riuscir loro alle spalle, e per tale guisa mozzar loro la strada, la notte dei ventidue, abbandonate le forti posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie, e con le artiglierìe in Acqui. Nel che si dee notare la falsità degli avvisi che ricevevano gli Austriaci: perchè e nissun corpo Francese era a quei giorni in Savona, e tutti i Francesi eransi adunati per fare un grosso sforzo a Dego, e nissun'altra schiera notabile di loro si trovava da Nizza fino a Savona. Questa falsità di avvisi, o che procedesse dalla solita parsimonia Austriaca nello spendere, o dalla nimistà delle popolazioni, operò molto efficacemente in tutti i fatti della presente guerra, e fece rovinare molte imprese dell'armi imperiali.Intanto i Francesi temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi a credere, che gli avversarj si fossero ritirati, dubitando anzi di essere assalitiin sul far del giorno, molto pesatamente, e con ogni cautela entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello, di che non potevano sospettare, era vero, vi si confermarono, e diedero mano a vuotare, e trasportare ai luoghi sicuri della Liguria i magazzini dell'esercito Tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del pubblico, diversamente da quello che in Oneglia avevano operato, infestarono quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per timore le avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni altra grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando le vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità considerabile di bestiame sì grosso che minuto, dimostrando insomma con ogni proceder loro, quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole, tristo presagio dei mali ancor più gravi, che si preparavano all'infelice Italia.L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del Dego, si ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse dal campo di Morozzo, e pei tempi sinistri, sul Genovesato, dove si fortificava, principalmente a Vado, aspettando, che la stagione nuova gli facesse facoltà di tentare fazioni di maggior momento.
SOMMARIO
Partiti presi dagli alleati pei fatti di Lione e di Tolone. Trattato concluso a Valenziana il dì ventitre maggio 1794 fra l'imperatore d'Alemagna, e il re di Sardegna. Assalti dati dai Francesi a tutte le cime delle Alpi, ed invasione per essi della riviera di Ponente. Prosperi successi delle loro armi. Tutti i passi, ed il forte di Saorgio vengono in lor potere. Congiure in Piemonte; lodi dei magistrati di questo paese. Deliberazioni del re per ovviare ai pericoli presenti. Preparamenti guerrieri, e congiure di Napoli. Anche il pontefice si mette sull'armi. Deliberazioni di Venezia per l'invasione del Genovesato. Il conte Rocco San Fermo mandato dai Veneziani a Basilea, e con qual fine. Il conte di Provenza, sotto nome di conte di Lilla, arriva a Verona. Sua condotta, e procedere dei Veneziani verso di lui. Lallemand ministro di Francia a Venezia. Genova bloccata dagl'Inglesi. Costituzione politica data dagl'Inglesi alla Corsica. I Corsi coi loro corsari fanno un danno inestimabile ai Genovesi. Querele dei danneggiati, e deliberazioni dell'Inghilterra in questo proposito. Battaglia del Dego combattuta il dì ventuno settembre 1794.
Partiti presi dagli alleati pei fatti di Lione e di Tolone. Trattato concluso a Valenziana il dì ventitre maggio 1794 fra l'imperatore d'Alemagna, e il re di Sardegna. Assalti dati dai Francesi a tutte le cime delle Alpi, ed invasione per essi della riviera di Ponente. Prosperi successi delle loro armi. Tutti i passi, ed il forte di Saorgio vengono in lor potere. Congiure in Piemonte; lodi dei magistrati di questo paese. Deliberazioni del re per ovviare ai pericoli presenti. Preparamenti guerrieri, e congiure di Napoli. Anche il pontefice si mette sull'armi. Deliberazioni di Venezia per l'invasione del Genovesato. Il conte Rocco San Fermo mandato dai Veneziani a Basilea, e con qual fine. Il conte di Provenza, sotto nome di conte di Lilla, arriva a Verona. Sua condotta, e procedere dei Veneziani verso di lui. Lallemand ministro di Francia a Venezia. Genova bloccata dagl'Inglesi. Costituzione politica data dagl'Inglesi alla Corsica. I Corsi coi loro corsari fanno un danno inestimabile ai Genovesi. Querele dei danneggiati, e deliberazioni dell'Inghilterra in questo proposito. Battaglia del Dego combattuta il dì ventuno settembre 1794.
L'infelice riuscita delle due imprese di Lione, e di Tolone, la cattiva prova fatta dai Marsigliesi e la poca dipendenza che trovavano nelle regioni del Rodano superiore i seguaci del re, dimostrarono ai confederati quanto fosse fallace l'opinioneloro di avere nei movimenti delle popolazioni, e nell'efficacia del nome reale un principale appoggio ai disegni, che si avevano posto in mente di voler mandare ad esecuzione. Però si persuasero facilmente, che non nelle parole, ma nei fatti, non nelle armi altrui, ma nelle proprie dovevano fondare le loro speranze. Tal era diventato l'ardore degli animi in Francia, e tanto vi erano le menti stravolte, che il parlar loro in nome del re, il che era cagione una volta che obbedissero volonterosamente, ora a maggior rabbia, ed a maggiore disubbidienza gli concitasse. E siccome era divenuto necessario, che si cambiassero i mezzi di far loro guerra, così ancora si vedeva, che si dovevano cambiar i fini della medesima: poichè se gridare il nome del re, in vece di giovare, nuoceva, era vano il conquistar le terre in nome di lui. Ciò diè maggior incentivo all'appetito di conquistar per se, e di farsi proprio quello d'altrui. Pareva necessario torre per la risecazione di territorj forza ad una nazione potente per se stessa, potentissima per concitazione. Questi pensieri si rivolgevano per la mente i confederati, i quali finalmente vennero in questa risoluzione, che quello che in Francia si conquistasse, con certe condizioni si serbasse. Così la guerra, che prima era solamente politica, cambiava di natura, diventando guerra politica e territoriale. Non appartiene alla materia di queste storie il raccontare ciò, che i principi si deliberassero rispetto alle provincie orientali, e settentrionali della Francia; bensì diremo quanto l'imperatore d'Austria, ed il re di Sardegna accordasserofra di loro per fare, che non per un nome, che era oggimai vano, ma per una sostanza in utile loro combattessero. Eransi, già fin da quando si era combattuto così infelicemente in Provenza e nel Lionese per le armi regie ed imperiali, introdotte alcune pratiche molto segrete, il cui fine era di trattare un accordo, per cui si venisse a definire, quali parti dovessero cadere in potestà dell'uno o dell'altro, delle province conquistate in Francia. Perciò dopo molti e lunghi negoziati fu concluso in Valenziana il dì ventitrè di maggio del presente anno tra il barone di Thugut per parte dell'Austria, ed il marchese di Albarey per parte della Sardegna un trattato, in virtù del quale si convenne, come principio irrevocabile, che tutte le conquiste, che dalla parte dell'Italia si facessero dalle armi imperiali e regie sulla Francia, e che alla pace si conservassero, in due parti uguali si dividessero, e che la valuta di quella che toccasse all'imperatore, si compensasse per la restituzione, che a lui farebbe il re di una parte proporzionata dei distretti successivamente smembrati dal Milanese; ovvero, se una tale condizione non piacesse, che ogni conquista qualsivoglia, senza eccettuarne veruna, che dalla parte medesima d'Italia si facesse a' danni della Francia, alla pace le si restituisse, ed in tal caso ella si obbligasse a pagare una somma proporzionata di denaro in compenso delle spese della guerra fatta dalla parte d'Italia, e che tal somma per ugual porzione fra le due corti si spartisse; che al finire d'agosto, al più tardi, le due corti si risolvessero per l'uno, o per l'altro membrodell'alternativa sopraddetta, dichiarando amendue volere aver più ferma e rata la parte che fosse scelta, e che inoltre nel tempo medesimo un modo giusto, ed un temperamento buono e leale si trovasse, per valutare le conquiste da farsi e da serbarsi, a fine di proporzionar loro le restituzioni da eseguirsi dal re dal lato del Milanese: prometteva il re di fare ogni maggiore sforzo, e dal canto suo prometteva l'imperatore di mandare in Italia il più gran numero di genti che potesse, oltre le ausiliarie, che fin dal principio della guerra aveva mandato a congiungersi con l'esercito reale in Piemonte; che i due eserciti unitamente, e coi medesimi consigli combattessero; che quello del re intendesse specialmente alla difesa dei monti e dei passi, tanto verso la Savoja quanto verso il contado di Nizza; che le genti imperiali non si spartissero in piccole schiere, ma stessero congiunte in un grosso corpo, sempre pronto ad operare fortemente, e ad assaltare, congiuntosi con l'esercito regio, il nemico ove questi arrivasse ad aprirsi il varco in Piemonte; e che finalmente il medesimo esercito imperiale mettesse mano, per prima cosa, e innanzi che si conducesse in Piemonte, ad arrestar il nemico sulla riviera di Genova, a fine di guarentire ed assicurare il Milanese; fosse il barone Devins generalissimo tanto di questo corpo di truppe imperiali, quanto di quello che già militava in Piemonte; avesse l'arciduca, governator generale della Lombardìa Austriaca, facoltà di trattare, ed accordare immediatamente tutto quanto all'esecuzione del presente trattato si appartenesse, edi spiegare ogni cosa, e di rimuovere gli ostacoli che fossero per difficoltare l'impresa.
I Francesi, i quali per la propagazione delle opinioni loro avevano entrature segrete nelle pratiche più recondite dei principi, avevano subodorato quello di che si trattava, e però si deliberarono di prevenire con la solita celerità ed impeto le risoluzioni degli alleati. Sapevano, che era grande il timore messo nei nemici loro dalle tanto gagliarde espugnazioni di Lione e di Tolone, e si risolvettero ad approfittarsene, mentre n'era fresca la impressione. Potevano inoltre prevalersi dell'esercito vittorioso di Tolone, che su quelle prime caldezze si credeva capace di conquistare il mondo, non che il Piemonte e l'Italia. Non ignoravano altresì che gli alleati, non s'aspettando quel terribile rincalzo di Tolone, anzi promettendo a se medesimi da quell'impresa frutti maravigliosi, non avevano ragunato forze sufficienti a poter resistere all'impeto ajutato dalla fama. Nè era loro nascosto, che il re di Sardegna, con memorabile semplicità consigliandosi, e credendo che i Francesi portassero più rispetto alla neutralità di Genova di quanto glien'avessero portato gl'Inglesi, andava compiacendosi nel pensiero, che essi non avrebbono preso passo nel Genovesato per assaltar i suoi stati. Per questo, se formidabili erano e gli apparati, e le munizioni militari dalla parte della Savoja, e verso le strade che accennano da Nizza al colle di Tenda, si trovavano, se non aperti del tutto, certamente non sufficientemente muniti i passi, che dal Genovesato tendono al cuore del Piemonte. Per laqual cosa la fazione dell'occupare le terre della riviera di Ponente si appresentava alla mente dei Francesi tanto facile quanto utile, sì per pascere l'esercito nel paese altrui, sì per far muovere i popoli Italiani con più vicine suggestioni, e sì finalmente per aprirsi l'adito negli stati del re. Era parimente noto ai capi Francesi, che finchè durava la stagione aspra, che allora correva, e che rendeva più precipitosi e più difficili i passi dei monti a cagione delle nevi e dei ghiaccj che gl'ingombravano, se ne vivevano i confederati a molta sicurtà in Piemonte, non potendo recarsi nell'animo, che un nemico audacissimo tanto fosse audace, che volesse affrontare in un cogli ostacoli posti dagli uomini anche quelli della natura. Laonde i Francesi facilmente si persuasero di poter acquistare una subita vittoria, passando per luoghi, cui la neutralità pareva render sicuri, e prevenendo un nemico, che a tempo sì inusitato non gli aspettava. Fine poi principalissimo dei generali della repubblica era quello di occupare con questo subito impeto le cime dei monti, e torre in tal modo al nemico quel vantaggio ch'egli aveva, del poter combattere da luoghi alti e sicuri contro chi veniva da luoghi più bassi.
Adunque prima che la stagione diventasse più benigna, e che il nemico si fosse svegliato alle difese, i generali repubblicani, tanto quelli che reggevano le genti adunate nella Savoja e nel Delfinato, quanto quelli che custodivano la contea di Nizza, si deliberarono di fare uno sforzo contemporaneo contro i luoghi occupati dai regj su tutta la fronte, principiando dal piccolo San Bernardo insinoalla costiera del Mediterraneo. Ma siccome era d'uopo dall'un dei lati assalire i posti occupati dal nemico, dall'altro entrare nel territorio di una potenza neutrale, così là usarono le armi, e quà le persuasioni; le une e le altre mezzi ugualmente efficaci per arrivare ai fini loro. Abbiamo già raccontato con quanto sdegno fossero state ricevute dal governo Francese le novelle dell'attentato commesso dagl'Inglesi contro i Francesi nel porto di Genova, e le minacce con le quali ei proruppe, non solamente contro gl'Inglesi per aver fatto, ma ancora contro il governo Genovese per aver lasciato fare. La repubblica di Genova si era composta per questo fatto in quattro milioni di tornesi, pagabili per metà nell'erario nazionale a Parigi, e per l'altra metà nella cassa dell'esercito d'Italia. Così sedate le ire, e restituita la buona amicizia fra le due repubbliche, volendo i Francesi usare la opportunità del territorio Genovese per assaltare gli stati del re, cercarono di coonestare il disegno loro con un adeguato manifesto. Scrivevano da Nizza i rappresentanti del popolo Robespierre giovane, Ricard e Saliceti il dì trenta marzo, sapere il popolo Francese, che i tiranni suoi nemici avevano deliberato d'impossessarsi degli stati di Genova per mettergli sotto il dominio del despoto del Piemonte, perché avesse passo ad assaltare il territorio della repubblica; essere pertanto obbligato per rispetto alla propria salute, e per prevenire i disegni del nemico, di passare con l'esercito sulle terre del Genovesato; nonostante non voler i Francesi imitare i vili Inglesi, uccisori di gente inerme nel porto di Genova;voler anzi portar rispetto ad ogni cosa, e serbare in tutto le obbligazioni della neutralità; vivessero pur sicuri i Genovesi dai repubblicani soldati; la continenza loro farebbe fede, che il passare era per essi necessità, non abuso di forza.
A queste benigne parole succedevano bentosto apparati terribili. Erano i Francesi ragunati in numero di ben sedici mila, sotto la condotta del generale Dumorbion, verso il principio d'aprile, nel territorio di Mentone, città del principato di Monaco, vicina all'estremo confine del Genovesato; e non volendo più porre tempo in mezzo a colorire i disegni loro, mandarono la notte del sei dello stesso mese il generale Arena a Ventimiglia, dicendo al governatore, che la Francia chiedeva, che le si consentisse il passo, che l'esercito della repubblica già si avvicinava, che presto comparirebbe sotto le mura di Ventimiglia. A queste intimazioni rispondeva il governatore Spinola, protestando della violata neutralità, ma vano era il protestare contro una risoluzione irrevocabile presa da chi più poteva. Compariva per la prima volta il dì sei aprile sul territorio Italiano l'esercito repubblicano di Francia in aspetto squallido e misero, ma con sembiante magnanimo, e quale si conviene ai vincitori. Precedeva Arena con la vanguardia, a cui teneva dietro col retroguardo il generale Massena, destinato dai cieli a sollevarsi dai più bassi gradi della milizia ai più sublimi, ed a divenir uno dei più periti e famosi capitani, che abbiano acquistato nome nelle storie. Occupata la città di Ventimiglia, i repubblicani per viemmeglioassicurarsi, posero un presidio nel castello; al quale atto, essendo piuttosto da nemico che da amico, ed oltrepassando i limiti del passo, caldamente, ma invano s'era opposto il governatore Genovese: ma avendone poscia fatto forti querele coi rappresentanti Robespierre e Saliceti, ritirossene il presidio Francese, lasciando di nuovo il castello in potestà dei Genovesi.
Intanto proseguendo i Francesi la impresa loro, una parte voltatasi a sinistra, s'impossessava del marchesato di Dolceacqua, cacciatone un piccolo presidio Piemontese che vi stava a guardia, l'altra marciando sul littorale s'incamminava alla volta di San Remo col pensiero di andar ad occupare Oneglia; il che era il principal fine di questa fazione. Al tempo medesimo un'altra grossa schiera, salendo per quei monti alti e dirupati, aveva cacciato i Piemontesi dal colle delle Forche, ed anche occupato le vicine alture di Dolceacqua, per le quali si apre una strada, quantunque molto stretta ed alpestre, verso Saorgio. Nè contenti a questo i Francesi, muovendosi sulla stanca di Nizza, si erano fatti padroni di tutti i posti fin oltre Breglio, i quali erano come i primi propugnacoli a guarentire l'importante fortezza di Saorgio. Lo stesso colle di Raus, dove le genti regie avevano, non era ancora scorso un anno, combattendo con molto valore acquistato una gloriosa vittoria, veniva in poter dei vincitori, per modo che Saorgio, perdute tutte le difese esteriori, si trovava esposto ad essere assalito da vicino. Non ostante, essendoforte per natura e per arte, assai ardua fatica sarebbe riuscita ai repubblicani quella d'impadronirsene per oppugnazione con assaltarlo da fronte.
Mentre in tale guisa stava Saorgio in grave pericolo, marciavano i repubblicani sul lido verso Oneglia. Era Oneglia un posto di non poca importanza; annidavano in quel porto corsari arditissimi, che interrompevano i traffichi di mare con grave danno dei Francesi alloggiati in Nizza, che niun altro mezzo avevano di vettovagliarsi se non per le navi Genovesi, che loro portavano i fromenti. Oltre a questo la strada non era nè lunga, nè difficile per andar ad assaltare Ormea e Garessio, terre grosse, per le quali si apre l'adito alle pianure del Piemonte. Finalmente era Oneglia il solo spiraglio che fosse rimasto al re di Sardegna, a poter comunicare prontamente e sicuramente coll'Inghilterra, massimamente con le flotte Inglesi, che già erano, o fra breve si aspettavano nelle acque del Mediterraneo. Sapevano queste cose coloro che reggevano le armi regie, e perciò avevano risoluto di fare una testa grossa sulle alture di Sant'Agata. Radunato tutto quel maggior numero di genti che per loro si poteva in tanta pressa, e poste le artiglierìe nei luoghi più opportuni, aspettavano con animo costante l'affronto. Ma nè il numero dei soldati, nè i provvedimenti militari erano tali, che potessero arrestare il corso ad un nemico che sopravvanzava per la moltitudine, ed era fatto più audace per le vittorie. La battaglia fu aspra. I Francesi partiti da San Remo, ed occupatoPorto Maurizio, salivano all'erta di Sant'Agata con ardore inestimabile; non meno forte fu la resistenza dei Piemontesi, massime delle artiglierìe, le quali traendo a punto fermo facevano una strage incredibile nelle file dei Francesi. Questi, veduto il danno, e stimando che nissun altro modo avevano di espugnare quel forte posto, che la celerità, spintisi avanti prontissimamente, e condotti alcuni pezzi d'artiglierìe minute in luoghi prima creduti inaccessibili, e traendo a scheggie contro i Piemontesi, che ancor essi fulminavano nella stessa forma, tanto fecero, che questi, soppressati dal numero, e sorpresi all'ardire del nemico, si ritirarono non senza qualche disordine da quel sito eminente, che con molto valore avevano difeso. Poscia squadronatisi di nuovo si ridussero al ponte di Nava, lasciando Oneglia, che più non si poteva difendere, aperta all'impeto del vincitore. Gli abitatori mossi dal romore delle armi, e nei quali la ricordanza delle uccisioni e dei saccheggi fatti ai tempi di Truguet, aveva messo un grandissimo spavento, lasciata la città abbandonata e deserta, si erano ritirati ai luoghi alpestri e chiusi. Vi entrarono i repubblicani, e quì per fare testimonianza al vero, è debito nostro il raccontare come, modestamente governandosi, e' si astennero dal por mano nelle sostanze altrui, portarono rispetto alle cose sacre, e nissun segno dando nè della petulanza repubblicana, nè dell'insolenza militare, acquistarono nome d'uomini moderati e civili. La qual cosa tanto è più da notarsi, quanto a quei tempi in Francia correvano esempjdegni di ogni più truculenta barbarie, ed essi medesimi si trovavano allo stremo di ogni fornimento al vivere umano necessario. Trovarono in Oneglia dodici bocche da fuoco, magazzini pieni di vettovaglia, bestie da soma a poter servire ai bisogni loro in quelle guerre alpestri. Pubblicarono che i fuggitivi si ripatriassero sotto pena di confisca, promettendo a tutti, che tornassero, intiera sicurezza nelle persone e nelle proprietà. Nè contenti alla possessione di Oneglia, spedivano una quadriglia di soldati ad impossessarsi di Loano, terra anch'essa con piccolo porto situata in su quella marina, ed appartenente al re di Sardegna.
Quantunque questa fazione fosse d'importanza per le bisogne loro verso il mare, non bastava però a compire l'altro disegno d'impadronirsi dei sommi gioghi dei monti, ed a seminar terrore con più vicina presenza nelle pianure del Piemonte. S'accorgevano, siccome quelli che esperti erano ed avveduti, che insino a tanto che quelle altissime cime fossero in mano dei regj, e massime il ponte di Nava, passo forte, al quale si erano attestati con munirlo di trincee e di artiglierìe, la vittoria conseguita non avrebbe avuto il suo compimento. Erano oltreacciò accorsi a difendere quel passo quindeci centinaja di Austriaci pronti a mostrare, poichè il male già si avvicinava, che l'ajuto loro verso un alleato generoso, i cui stati oggimai ardevano, era più che di parole. Massena, già vincitore di Sant'Agata e di Oneglia, fu destinato a questa fazione. Andò all'assalto del ponte di Nava conottomila soldati scelti, e tanto, e così subito fu l'impeto loro, che nè i luoghi, oltre ogni dire difficili, nè le trincee fatte dai regj, nè le artiglierìe loro governate con molta maestrìa, poterono operare che i repubblicani non riuscissero vincitori. Questo fatto dimostrò, che nè i Piemontesi, nè gli Austriaci, quantunque forti e valorosi soldati fossero, non erano ancor usi a quegli assalti così subiti, ed a quelle battaglie da disperati. Ne nacque in loro uno sbigottimento di cattivo augurio, e tanto terrore nelle popolazioni, che pensarono meglio a salvar le persone, che le masserizie; le terre restarono quasi deserte. Massena, per non dar respitto, e per far parere la cosa più grave ancora che non era, mandò fuori un bando coi soliti blandimenti e minacce: Piemontesi, dicendo, ecco che son vicini a voi gl'invincibili repubblicani di Francia; non conoscono essi altri nemici, che quelli della libertà; levatevi dal collo il giogo del vostro tiranno: così vi avremo in luogo di fratelli; quando no, vi tratteremo da schiavi: rispondetemi, e tosto al campo. Questi incentivi di Massena, sebbene ei fosse uomo da fare più che non diceva, non partorirono effetti di sorte alcuna, perchè i soldati regj non gl'intendevano, e le popolazioni non gli sapevano, gli uni e le altre erano fedeli.
Superato il ponte di Nava, corsero i repubblicani contro il borgo di Ormea, che abbandonato dai difensori, venne in potere degli assalitori; trovaronvi dodici pezzi d'artiglierìa grossa piemontese, dieci di bronzo gittati ai tempi diLuigi decimoquarto, tre mila archibusi, munizioni, e fornimenti da guerra in proporzione, con sei mila mine di fromenti, molto riso e farine destinate all'uso dell'esercito. Di singolare utilità pel vestire dei soldati, riuscì ai repubblicani la quantità di panni lavorati trovati in Ormea: undeci centinaja di prigionieri resero più cospicua questa vittoria. Più di cento fuggitivi dell'esercito repubblicano, ritornando alle insegne proprie, se ne andarono a Nizza. Seguitarono Garessio e Bagnasco la fortuna del vincitore, sicchè altro impedimento non restava a superarsi dai repubblicani, oramai penetrati nella valle del Tanaro, perchè non si spandessero in Piemonte, che la fortezza di Ceva, alla quale fecero la intimazione. Il generale Argenteau, che la governava, rispose, volerla difendere sino all'estremo.
I Francesi conquistata Oneglia ed i luoghi importanti, pei quali potevano andar a ferire il cuore del Piemonte, pensarono ad assicurarsi di altri posti di uguale momento, sì per dar timore da diverse parti al nemico, e sì per assicurarsi la possessione di quello che già avevano conquistato. Nel che mostrarono tanta perizia nelle cose militari, e tanto ardimento, che l'Europa ne restò piena di maraviglia e di terrore. Imperciocchè non solo fu loro d'uopo combattere con soldati valorosi, ma ancora con le nevi, coi ghiacci, con le rupi, coi precipizj, in tempi asprissimi per la stagione. Opera non solo ardua, ma impossibile si credeva quella di superare il piccolo San Bernardo, non che ai tempi invernali, nella stagione propizia. Ma non si ristaronogli audaci repubblicani: prima del terminar d'aprile, il generale Bagdelone, dopo di aver serenato due giorni sulle nevi delle più alte cime dei monti, con soldati disposti a morire di disagio, non che di ferite, piuttosto che non arrivare ai fini loro, assaltò improvvisamente tre forti ridotti, che i Piemontesi avevano construtto sul monte Valesano a difesa del sommo giogo del San Bernardo, e dopo breve contrasto se ne impadroniva; i regj a tutt'altro pensando fuori che a questo, se n'erano stati a poco buona guardia. I repubblicani intanto insignoritisi delle artiglierìe che munivano i tre ridotti, le voltarono contro la cappella del San Bernardo, dove i regj avevano il campo più grosso, e facevano le viste di fulminarla. Fu forza allora ai Piemontesi di ritirarsi, lasciando in mano dei nemici un sito, che fu prima perduto, che si pensasse che si potesse perdere. Nè i Francesi arrestarono il corso loro; anzi spingendosi avanti, cacciarono a furia i Piemontesi all'ingiù di quelle rupi sin più là della Tuile, della quale s'impadronirono. Per questo moto fu messa in sentore tutta la valle d'Aosta, e già si temeva della capitale della provincia. In quel mentre accorse prontamente il duca di Monferrato, che dopo di aver raccolte con se tutte le milizie, e tutte le genti regolari che in sì grave tumulto potè, e spintosi avanti, frenò il corso alle cose che precipitavano. Certamente nissuna fazione fra tante, e tutte audacissime, che le guerre dei nostri tempi offerirono, nissuna più audace, nissuna più pericolosa di questa tentossi o compissi; e sebbene sia statafatta con pochi, e contro pochi soldati, ed in luoghi ristrettissimi, non debbono negarsi a chi la condusse, le prime e le più principali lodi di guerra.
Tentarono nel medesimo tempo, e pei medesimi motivi i repubblicani parecchie altre fazioni nelle Alpi. Varcarono, non arrestati nè dai turbini, nè dalle nevi altissime, il monte della Croce, e riuscendo all'improvviso sopra il forte di Mirabocco difeso da pochi invalidi, se ne impadronirono facilmente. Poscia scendendo per la valle di Lucerna, occuparono Bobbio, ed altre terra superiori della medesima valle, minacciando Pinerolo di prossimo assalto. Ma anche quì si fecero dal governo le convenevoli provvisioni, per modo che assaliti valorosamente i Francesi dai regj nella terra del Villars, furono costretti a ritirarsi ai sommi gioghi. Passato altresì il monte Ginevra, si calarono sino a Cesana, e s'insignorirono della grossa terra d'Oulx, dove posero una taglia enorme; ma dopo di aver presentito la fortezza d'Icilia, che si trovava munitissima, si ritirarono di nuovo ai luoghi alti e scoscesi, contenti allo aver romoreggiato con l'armi loro per quelle valli alpestri, ed allo aver fatto diversione efficace alla guerra di Oneglia. Con la medesima fortuna sforzarono il colle dell'Argentiera ed il passo delle Barricate, pel quale si apre l'adito nella valle della Stura. Fu questa fazione di non poca utilità alle genti di Francia, perchè per lei si spianò la strada all'esercito d'Italia a poter comunicare con quello dell'Alpi.
Il fatto d'armi di maggior rilievo e per la suagrandezza, e pel valore mostrato da ambe le parti, successe sulle altissime cime del monte Cenisio. Appunto, e principalmente per facilitarne la vittoria, avevano i Francesi dato con forza a sinistra nel piccolo San Bernardo, a destra nei monti Ginevra, della Croce, e dell'Argentiera. Trovasi il sommo vertice del Moncenisio, là dove si spartono le acque tra il Rodano ed il Po, situato a quella estremità della sua pianura, che guarda la Savoja. Ivi una eminenza, quale sbarra, si distende dall'un lato e dall'altro, a sinistra, dalla Savoja guardando, insino ad un greppo di monti asprissimi ed altissimi, a destra insino ad un borro profondo ingombro di pini e di altri alberi alpestri, e poscia precipitando con somma ripidezza sino a Laneburgo, fa quella via molto erta e precipitosa a chi sale da quella prima terra della Savoja verso il sommo giogo. Così il piano del Cenisio, che va con comoda salita, a chi viene dall Italia, sollevandosi sino a quell'estrema eminenza, giunto alla medesima si dirupa ad un tratto verso la Savoja; il che è contrario al solito costume delle Alpi, sempre più precipitose verso Italia, che verso Francia. Avevano i Piemontesi munito quell'eminenza con molte e grosse artiglierìe, e con trincee, e con ridotti. Tre principalissimi massimamente parevano rendere sicuro quel passo, dei quali uno chiamato dei Rivetti guardava il borro; il secondo detto della Ramassa, e che stava in mezzo, s'affacciava alla salita della Ramassa, che è la strada solita a farsi dai viaggiatori; finalmente il terzo posto alla destra de' regj, il quale, avutoil nome di un valente generale Italiano, che militava ai soldi dell'Austria, chiamavasi ridotto di Strasoldo, aveva le bocche delle sue artiglierìe volte verso una selva di spessi e folti virgulti, che poteva da quella parte facilitare la salita agli assalitori. Erano tutti questi posti presidiati da soldati agguerriti, e da cannonieri abilissimi. Tutti avevano gran fede nel barone Quinto, soldato di molto valore e di pruovata sperienza, che gli governava: così il luogo, l'arte ed il valore promettevano la vittoria. Ma i Francesi soliti a quei tempi a tentare piuttosto l'impossibile che il difficile, erano confidenti di riuscirne con vantaggio. Il generale Dumas, capitano eccellente, ed assai pratico delle guerre dei monti, fatto convenire a Laneburgo una schiera di soldati pronti a mettersi a qualunque più pericoloso cimento, gli aveva provveduti di quanto era richiesto a far riuscire vittoriosa la repubblica da quel terribile incontro. Era corsa la stagione sin verso la metà di maggio: in sul finir del giorno, perciocchè splendeva la luna, givano i repubblicani all'assalto divisi in tre parti. Condotta l'una da Dumas medesimo saliva per la strada maestra per affrontar il ridotto della Ramassa, la seconda guidata dal capitano Cherbin si andava volteggiando per la selva dei pini coll'intento di riuscire addosso al ridotto dei Rivetti, e finalmente la terza governata da Bagdelone, tanto chiaro per la fresca vittoria del San Bernardo, passando per gli sterpi e pei virgulti, si avvicinava al ridotto Strasoldo. Non così tosto i regj si accorsero dello approssimarsi del nemico, che diederomano a trarre con l'artiglierìe, e con l'archibuserìa. Ne nacque in mezzo a quei dirupi una battaglia orribile, resa ancor più spaventosa per l'ombre della notte che oscuravano le forre più basse, pel lume sinistro che spandevano ad ora ad ora le artiglierìe, e per l'eco, che in quelle cave montagne rispondeva orribilmente da vicino e da lontano al rimbombar loro così spesso, e così strepitoso. I quali spavento e fracasso sempre più crescevano, quanto più si avvicinavano i Francesi ai ridotti regj; poichè, non isbigottiti punto dalla feroce difesa, nè dal numero dei loro morti e feriti, sempre più s'accostavano, posponendo il non vincere al morire. Già si combatteva da vicino ai due ridotti dei Rivetti, e della Ramassa, e pendeva dubbia la vittoria; perchè il conte di Clermont, che vi stava alla difesa, disposti bene ed incoraggiti i suoi soldati, rendendo furia per furia, nè poteva vincere gli assalitori, nè esser vinto da loro. Con pari evento e valore si combatteva al ridotto di Strasoldo, nè si sapeva ancora a chi dovesse rimanere il dominio dell'Alpi, quando Bagdelone con la sua squadra, uscito felicemente fuori da tutti gl'impedimenti, massime da alcuni luoghi precipitosi, che gli si pararono davanti strada facendo, si scoperse alle spalle del ridotto medesimo, e diè con questa ardentissima mossa principio alla vittoria dei suoi; imperciocchè i soldati del re, veduto eseguito ciò che credevano impossibile, ed essere venuto il pericolo donde non l'aspettavano e dove non avevano difesa, pensarono al ritirarsi; il quale consiglio non fu effettuato senza qualche inviluppatanelle schiere, mescolandosi, e crescendo secondo il solito il terrore là dov'è deliberazione necessitata dalla forza. Superato il ridotto Strasoldo, non vi era più speranza di poter conservare i Rivetti e la Ramassa. Furono pertanto abbandonati con molta fretta dai difensori, pressati impetuosamente da Cherbin e da Dumas, che già prima della rotta dei regj a stanca, erano in procinto di entrare, superato ogni ostacolo, in quei forti. In cotal modo le difese rizzate sull'estremo confine d'Italia vennero in poter dei Francesi, non senza però che il valore Italiano non avesse fatto mostra di se, e dato a vedere alle menti sane, che valore contro valore avrebbe tenuta la bilancia in fermo, ma che valor solo non può prevalere contro valore congiunto ad entusiasmo.
Questa vittoria riuscì ai repubblicani tanto utile e preziosa, quanto era stata difficile e pericolosa. Per la subita ritirata dei regj acquistarono i Francesi tutte le artiglierìe dei ridotti che erano fioritissime, con alcune altre, che vicine stanziavano per gli scambj, molta moschetterìa, e munizioni sì da guerra che da bocca in quantità considerabile. Morirono pochi, rispetto alla gravità del fatto, dall'una parte e dall'altra; circa ottocento prigionieri ornarono la vittoria dei repubblicani. Nacquero in questa subita e confusa ritirata alcuni fatti miserabili; perchè trovandosi fra i regj alcuni fuorusciti di Savoja, e non potendo, o non credendo poter fuggire quella furia che loro teneva dietro, poichè velocemente i vincitori perseguitavano i vinti, precipitarono se stessidalle alte rupi nei più bassi fondi, anteponendo una morte compassionevole, ma volontaria, agli strazj che nella patria loro sapevano contro di loro essere apparecchiati. Non fecero i Francesi fine al perseguitare, se non quando il nemico si fu ridotto a Susa. In tal modo la Ferriera e la Novalesa, terre poste l'una sul dorso, l'altra alle falde del Cenisio dalla parte d'Italia, vennero a divozione dei repubblicani; vi posarono le loro prime scolte. Perduto il Cenisio, tutta la difesa del Piemonte per quella strada era ridotta nel forte della Brunetta, che fondato sul vivo macigno, e provveduto d'armi e di munizioni, era impossibile ad esser superato. Nè i Francesi si attentarono di combatterlo; poichè contenti all'essere divenuti signori del passo alpestre del Cenisio, ed allo aver messo spavento coll'armi loro sulle rive della Dora Riparia, nè essendo in numero sufficiente a poter tentare cosa d'importanza più oltre la Novalesa, se ne stettero quieti aspettando quel che la fortuna si recasse avanti nelle altre parti, dove ardeva la guerra.
Dalla parte della Liguria non era compiuta la vittoria dei Francesi, nè potevano impadronirsi della sommità delle Alpi, finchè restava sotto l'imperio del re la fortezza importante di Saorgio. Ma tal era il sito di lei, e così sicuro per arte e per natura il luogo dov'era fondata, che non potevano avere speranza di conquistarla per oppugnazione. Voltarono adunque il pensiero ad insignorirsene per assedio; il che credettero di poter conseguire facilmente, traversando i monti asprissimi, che dividono il Genovesato dalla valledella Roja, e scendendo ad occuparla nella parte superiore a Saorgio; perchè in tale modo essendo chiuso l'adito alla fortezza e sotto e sopra, e mancata ai difensori ogni speranza di soccorso, avrebbero dovuto fra breve cedere alla necessità. I capitani del re, e fra i primi Colli, conosciuto il pericolo, si erano ingegnati di ovviarvi con aver fortificato diligentemente le cime di quei monti, massime il passo principale del colle Ardente. Ivi si aspettava una sanguinosa battaglia. Infatti i Francesi, audaci secondo il solito, e baldanzosi per le vittorie, dopo di essere stati respinti con molto valore in un primo incontro, si appresentarono alla batterìa il dì venzette aprile, ed incominciarono un furiosissimo combattimento. Durò molte ore il conflitto; finalmente i Francesi, spintisi avanti grossi ed impetuosi contro il ridotto di Felta, che era parte delle difese rizzate sulle rive del Tanarello e della Saccarda, se ne impadronirono; la qual cosa fu occasione che tutti quei passi, e principalmente quello del colle Ardente, fossero ridotti in potestà loro. Morirono in questo fatto parecchj soldati di nome, e di valore dall'una parte e dall'altra. Nè voglio che la solita continenza degl'Italiani, che sa qualche volta di freddezza, nel far onore agli uomini virtuosi loro, quando le testimonianze non vengono loro dai forestieri, tanto mi trattenga, che io non soddisfaccia ad un mio giusto desiderio raccontando come in questo fatto fu ferito mortalmente il capitano Maulandi, capitano che era nell'esercito regio, nel quale io non saprei dire se fosse maggiore o il valor militare, o la modestiacivile, o l'amore dell'umanità, o l'ingegno, o la letteratura. Amico de' miei, amico di tutti i buoni, e buono egli stesso, meritò certamente che altro più degno storico ch'io non sono, tramandasse le sue lodi ai posteri; ma siccome pure questa soma mi è stata accollata da chi in me stesso può più di me, godomi bene che l'occasione mi sia porta di fare una tal quale testimonianza al nome del buon Maulandi, confortandomi in tal modo colla immagine di un uomo giusto e dabbene, del fastidio dello aver a raccontare tante corruttele, e tanti vizj dell'età nostra: avvengadiochè io mi creda, che miglior fede ch'io far non posso delle sue virtù, faranno ai posteri gli scritti suoi pieni di spirito poetico, di dolce amenità, di grazia tutta Oraziana. Delle opinioni correnti pensava moderatamente. Amatore di corretta libertà, desiderava moderazione nelle potestà supreme, ma diede volentieri e sangue e vita alla patria, ed al re, per loro fedelmente e valorosamente combattendo.
La vittoria del colle Ardente diè campo ai Francesi di calarsi per la via della Briga alle spalle di Saorgio sulla strada maestra che porta al colle di Tenda, ed in tal modo quel forte, abbandonato alla larga da' suoi difensori, e circondato da ogni parte dai nemici, fu ridotto a difendersi con le proprie forze. Certamente, essendo munitissimo, avrebbe potuto agevolmente difendersi insino a che la fame non costringesse il presidio a far quello a che la forza non l'avrebbe necessitato. Aveva Colli, ritirandosi più frettolosamente che poteva verso il colle di Tenda, ordinato alcavaliere di Sant'Amore, comandante della fortezza, resistesse più lungamente che potesse e non cedesse la piazza, se non quando ne avesse avuto il comandamento da lui, perchè l'intento suo era di ritornare con maggior nervo di forze a soccorrerla. Ma il cavaliere, o che credesse nella occorrenza presente, e per l'effetto dello essere i Francesi calati sulla strada maestra tra Saorgio ed il colle di Tenda, fosse impossibile al Colli di mandargli avviso, o per altra meno nota cagione, la dette, con patto che fossero salve le sostanze e la vita, e sotto fede di restar prigioniero di guerra con tutti i suoi soldati. Condotto a Torino, e quivi processato in un con Mesmer, comandante di Mirabocco, furono entrambi condannati a morte da un consiglio militare, e passati per le armi sulla spianata della cittadella; col quale giudizio, se giusto, certamente anche rigoroso, volle il governo dar terrore ai novatori, e credenza ai popoli, che il tradimento avea procurato la vittoria al nemico.
Rimaneva ai Francesi per compir l'opera che s'impadronissero del colle di Tenda, sommo apice dell'Alpi Marittime; nè s'indugiarono a quest'impresa, volendo prevalersi dello scompiglio dei regj, e del favore della vittoria. Per la qual cosa, seguitando con celerità, assaltarono i Piemontesi, che facevano le viste di voler difendere il colle. Prima di arrivare alle falde di questo monte, la strettura, nel cui fondo serpeggiano la strada di Nizza e il torrente della Roja, s'apre improvvisamente, e si allarga in una grande ampiezza. Quest'ampiezza è chiusa dal colle diTenda, tanto largo quanto è l'ampiezza medesima il quale appresentandosi a guisa di tenda a chi venendo da Nizza se ne va verso il Piemonte, ha dato il nome al monte. Ma questo monte, quantunque assai ripido, essendo molto largo, e pieno quà e là, massime verso i fianchi, di facili eminenze, dà comodità al nemico che vuol salire, di pigliar posto in numerosi luoghi successivamente; il che, dando diversi riguardi a chi sta sulla sommità a difenderlo, rende più difficile la difesa, massime se l'assalitore, trovandosi in numero grosso, può occupare l'uno dopo l'altro i posti eminenti sulla faccia del colle. Ciò fecero con molta audacia e perizia i Francesi: per questo ancora, dopo debole difesa, i Piemontesi, abbandonata quella cresta in balìa del nemico, si ritirarono a Limone, terra posta alle radici del colle dalla parte del Piemonte.
La conquista di Saorgio e del colle di Tenda diede in mano dei repubblicani tutti i mezzi della guerra Alpigiana, ed altri fondamenti non restarono alla sicurezza degli stati del re posti verso Italia, che le fortezze situate alle sboccature delle valli. Per questo cambiossi del tutto la condizione della guerra; perchè i repubblicani stavano superiormente in atto d'assalitori, i regj pel contrario in atto di difensori, ed i vantaggi che questi avevano acquistato sul principiar della guerra di quest'anno, caddero in mano di quelli. Tanto fu l'effetto dell'impeto dei Francesi, e dello aver preso il passo pei territorj della repubblica Genovese.
Tutte queste fazioni molto perniziose allo statodel re, tanto maggior terrore creavano, quanto incominciavano a pullularvi in qualche parte le male erbe nate dai semi di Francia. Fecersi congiure contro lo stato da uomini condotti da illusioni funeste ma che niun mezzo avevano di arrivare ai fini loro. Presesi dei capi l'ultimo supplizio; degli altri si giudicò più rimessamente; moderazione degna di grandissima lode in mezzo a tanti sdegni, ed a tanti terrori. Tanto erano commendabili per la consuetudine, sebbene imperfetti per le forme, gli ordini giudiziali di quel regno, e tanto integri i magistrati, dappoichè Vittorio Amedeo secondo, moderata la potenza della nobiltà, aveva ridotto le cose ad uno stato più tollerabile di giustizia, e di equalità civile.
Vittorio, perduta la metà degli stati, e le principali difese dell'Alpi, faceva continui provvedimenti per preservarsi dall'estrema rovina. Avendo fede nei sudditi, ordinò che tutti, di qualunque grado o condizione si fossero, purchè abili all'armi, avessero a procurarsi armi e munizioni sì da guerra che da bocca per giorni quattro, e si tenessero pronti a marciare al primo tocco di campana a martello; fossero retti, e divisi in isquadroni da ufficiali di sperimentata capacità; se la spedizione più di quattro giorni durasse, somministrassersi munizioni dalle armerìe, e viveri dai magazzini del regno; i nobili ed i facoltosi ne fornissero a chi ne mancasse; sostentasse il pubblico le famiglie degli accorsi, ove ne abbisognassero; gli ufficiali civili stessi, se il caso della mossa arrivasse, si unissero allo stormo; premierebbersi coloro, che meglio avessero combattuto pel re, e per la patria.
Questo stormo, a guisa di tutte le masse di simil natura, non poteva esser di molto momento alla vittoria; che anzi avrebbe piuttosto potuto nuocere che giovare, se non fosse stato secondato da forti squadre di gente stanziale usa alle guerre, ed ai pericoli. Per la qual cosa si provvedevano di nuove reclute i reggimenti sì stabili che provinciali; ma questi rimedj non bastavano alla salute del regno, perchè i limiti dello stato essendo oramai molto ristretti, e le precedenti leve avendo diradato la gioventù atta all'armi, non si sperava molto frutto. Laonde instantemente si ricercarono i generali Austriaci, che fatti uscire dalle stanze invernali i soldati loro, prontamente verso il Piemonte, che pericolava, gl'indirizzassero. Il conte Oliviero Wallis, tenente maresciallo, preposto dall'imperatore a tutte le genti che avevano le stanze nel ducato di Milano, conformandosi alle richieste, mandò in Piemonte sollecitamente nel mese d'aprile tutte quelle, che avevano svernato in Pavia, Lodi, Codogno, Cremona, Bozzolo, Casalmaggiore, Mantova, Como, e Milano, e che unite componevano un esercito di ventimila soldati. Si sperava di poter rintuzzare con queste l'audacia dei repubblicani, e di frenar l'impeto loro insino a tanto che un esercito ancor più forte accorresse di Germania in Piemonte a norma del trattato di Valenziana. Inoltre muniva il re di genti e di provvisioni fresche la Brunetta, Fenestrelle, Demonte, Ceva, Cuneo, ed Alessandria. Perchè poi in tanto e sì straordinario bisogno non mancassero le armi e le munizioni, nè potendo i mezzi ordinarj supplire, ordinava,che si raccogliesse il salnitro in tutte le case di Torino, e si portassero alla zecca ed all'arsenale le campane non necessarie al culto. Pure il terrore era grande. I ricchi, massime i nobili, non quelli che militando seguitavano le insegne reali, ma gli oziosi ed i cortigiani, si apparecchiavano, certo con poco generoso consiglio verso la patria loro, ad andarsene in paesi stranieri, con se le cose più preziose trasportando. Per andar all'incontro delle ignominiose fughe, mandava fuori il re una legge, che sotto pena di confiscazione di beni le proibiva, con questo altresì, che i beni confiscati s'incorporassero alla corona.
Fu anche giudicato, che per prevenir le congiure, fosse necessario il soffocarne i semi, e sbarbarne le radici. Perlochè si ordinava, che fossero proibite tutte le adunanze segrete, anche le letterarie, ed anche i casini; la qual ultima condizione, posta o da vero, o solo per non dar cagione alle classi inferiori di lamentarsi, accennava ad una congrega particolare, che faceva la nobiltà di Torino. Così in quell'estremo frangente si preparavano le armi, si spartivano i cittadini perchè non giurassero, si univano perchè combattessero.
Le fazioni tanto favorevoli ai Francesi diedero molto a pensare ai governi Italiani, che prevedevano, che se i repubblicani vincendo compiutamente, occupassero l'Italia, sarebbe nato un sovvertimento totale per tutti; e se l'Austria ed il Piemonte vincevano, sarebbero stati, se non preda del tutto, certamente in balìa ed in soggezione loro. Laonde il re di Napoli si risolveva a faremaggiori sforzi in favore dei confederati, sì per por argine contro quella piena che minacciava l'Italia, e sì ancora per aver parte, se la fortuna si mostrasse favorevole, nei premj della vittoria. Indirizzava alla volta della Lombardìa, parte per terra parte per mare, diciottomila soldati tra fanti e cavalli, acciocchè fossero presti ai bisogni della lega. Per bastar poi al dispendio che sì considerabili apparecchiamenti richiedevano, aveva comandato, pagassero i baroni, i nobili, ed i ricchi centoventimila ducati al mese; il restante, per non aggravar i popoli dell'inferior condizione, fornirebbe l'erario: pagassero i beni ecclesiastici una tassa del sette per centinajo; portassersi alla zecca gli ori e gli argenti delle chiese, che non fossero necessarj al culto, obbligandosi il re a corrispondere un merito del tre e mezzo per centinajo del valore; alcuni ordini di frati si sopprimessero; il patrimonio loro si assegnasse all'ospedale degl'incurabili.
Erano pronte le genti a marciare verso l'Italia superiore, quando si scoperse la congiurazione di Napoli, che tendeva, siccome portò la fama, a cambiare il governo regio, ed a fare una rivoluzione nel regno. Questo fatto grave in se stesso, e reso ancor più grave dalle menti accendibili, e tanto magnificatrici dei Napolitani, trattenne le truppe, preponendo il governo la salute propria a quella d'altrui. Si aggiunse che i corsari sì Francesi che Algerini infestavano i littorali del regno, con rapire i bastimenti mercantili sul mare; gli ultimi a volta a volta sbarcavano anche sulle coste delle Calabrie per rubare, e per far peggio eziandìo che rubare.
Anche il pontefice, che fra tutti i principi era forse quello che procedeva con più sincerità, faceva guerrieri provvedimenti. Presidiò con navi armate i porti del Mediterraneo, armò le fortezze, pose sui luoghi più sospetti del littorale sufficienti guardie, ordinò magazzini, ospedali, e nuove regole per la milizia. Essendosi poscia condotto, siccome usava ogni anno, non interrotto il consueto pensiero dalle cure moleste della guerra, e dai terrori che correvano, a visitare le paludi Pontine, andò rivedendo i posti militari sulle coste per inspirare con la gravità dell'aspetto fedeltà, e con le esortazioni coraggio ai soldati. In questi suoi pensieri dello armare tanto più volentieri s'infiammava, quanto più sapeva essere i repubblicani molto sdegnati contro di lui per un fatto enorme accaduto in Roma sull'entrar dell'anno precedente; imperciocchè un Basseville, segretario della legazione di Francia, o per imprudenza propria, come alcuni stimano, nel voler promuovere troppo vivamente le opinioni del tempo, di cui era infatuato, o per un sorgere spontaneo dei Romani a cagione dell'odio che portavano ai repubblicani, come altri credono, fu crudelmente ammazzato a furia di popolo, con alcuni altri individui della medesima nazione. Fu incesa anche nel medesimo fatto parte dei palazzi dell'Accademia di Francia, e del console Francese. Quantunque il governo pontificio non vi avesse colpa, e che anzi avesse fatto in quel subito accidente quanto per lui si era potuto per frenare la rabbia di chi voleva contaminar Roma con un sì grave misfatto, importava ai repubblicaniche glielo imputassero, e da lui alla ferocia del Romano governo argomentando, protestavano di volerne fare condegna vendetta.
Non così tosto pervennero in Venezia le novelle delle prime vittorie dei repubblicani sull'Alpi, e del loro ingresso nel territorio Genovese, i capi del governo, veduto avvicinarsi il pericolo, tennero fra di loro molte consulte per deliberare quello che fosse a farsi in una occorrenza di tanta importanza, contendendo aspramente tra di loro le due parti contrarie, e quella che insisteva perchè la repubblica si armasse, e quella che credeva più pericoloso l'armarsi, che il fidarsi. Sorse di nuovo in senato il procurator Pesaro, al quale s'aggiunse il suo fratello Pietro, uomo anch'egli di molta autorità, con efficacissime parole dimostrando, essere semplicità non comportevole il prestar fede al soave parlare di Francia, il governo della quale, se chiamando la repubblica di Venezia sua primogenita sorella, operava gl'incantamenti delle sirene, coi fatti poi ne avrebbe imitato il costume; che già le Alpi erano superate, che già Italia udiva il rimbombo delle artiglierìe barbare, che già le armi vacillavano in mano ai Piemontesi ed ai Tedeschi; ch'era oggimai tempo di svegliarsi dall'imbelle sonno, e di non restar più disarmati a discrezione altrui.
Sorse in senato un'aspra contesa, discrepando con parole veementi dalla volontà del Pesaro la parte contraria, nella quale mostravano maggior ardore Girolamo Giuliani, Antonio Ruzzini, Antonio Zeno, Zaccarìa Valaresso, Francesco Battaglia, Alessandro Marcello primo, sclamando tutti, che l'armarsinon era possibile, perchè l'erario era esausto, non a tempo, perchè prima le genti forestiere sarebbero sui territorj della repubblica, che i soldati, e l'armi pronte; inutile, perchè la massa sarebbe di gente fresca ed inesperta, più atta a crescere disordine, che ad allontanarlo; non aversi per la lunga pace capi di sperimentato valore, nè potersi sperare di ottenerne dagli esteri, perchè tutti in guerra; aversi la repubblica a ridurre in non piccole angustie, se consentisse a discostarsi dalle prese deliberazioni. Dopo molte contese fu vinto il partito posto dal Pesaro con centodiecinove voti favorevoli, e sessantasette contrarj. Decretossi, chiamassersi le truppe, sì a piede che a cavallo, dalla Dalmazia, perchè venissero ad assicurare la Terraferma; le reclute degli Schiavoni si ordinassero, le cerne in Istria si levassero, le leve in Terraferma per riempire i reggimenti Italiani si facessero, le compagnìe dalle quarantotto alle cento teste, quelle degli Schiavoni alle ottanta si accrescessero; finalmente l'erario con le tasse si riempisse. Volle inoltre il senato, che si rendessero sicure con le navi della repubblica le navigazioni sul golfo infestato da corsari Africani e Francesi. A questo modo aveva il senato prudentemente, e fortemente deliberato. Ma i savj del consiglio, ai quali apparteneva la esecuzione del partito vinto dal Pesaro, essendo la maggior parte di contraria sentenza, tanto fecero, scusandosi con la penuria delle finanze, che, eccettuata una massa di settemila soldati, nissun effetto ebbe la deliberazione del senato, sclamando sempre in contrario il procurator Pesaro, econtinuamente accusando tanto in pubblico quanto in privato l'improvvidenza degli uomini, ed il destino che perseguitava, senza che vi fosse speranza di salute, la sua diletta ed infelice patria.
Intanto, come se le spie senza le armi valessero, aveva la repubblica mandato a Basilea il conte Rocco San Fermo, acciò spiasse, e mandasse quello che gli venisse fatto di scoprire in quella città finittima di Francia, ed in cui concorrevano, siccome in terra neutrale, amici e nemici di ogni sorte. San Fermo, o che fosse spaventato egli, o che volesse spaventare gli altri, scriveva continui terrori a Venezia; che un certo Gorani (questi è quel Gorani che scrisse i monitorj in forma di lettere a tutti i re d'Europa) era destinato dal governo di Francia ad essere stromento a far rivoluzione in Italia; che aveva con se sei satelliti, pronti a fare quello, e peggio ch'ei volesse; che già questo Gorani aveva sollevato la Polonia, e solleverebbe anche l'Italia; ch'egli era stato cagione della congiura di Napoli; che parimente insidiava a tutti i governi d'Italia; badassero bene a questo Gorani, ch'era uomo da far gran cose. Aggiungeva San Fermo non so che ciance di un Bacher, segretario della legazione Francese in Basilea; poi, che un certo Guistendoerffer gli riferiva da Parigi, essendo stato con Robespierre, Couthon, e quegli altri della salute pubblica, che la Francia faceva grandissimi disegni sull'Italia; che volevano andarvi per trovarvi grani e ricchezze; che dal Reno marcerebbero soldati all'Alpi; che per mezzo dei loro fidati, e dell'oro sparso avevano intelligenze da per tutto; che giàaveva costato, nel novanta tre, l'Italia undici milioni di franchi, Venezia sola trecento cinquanta mila; che costerebbe due volte tanto nel novanta quattro, per modo che già erano a loro obbligati personaggi di eminente condizione, e fra di loro alcuni dei destinati dal governo a sopravvedere, ed a scoprire le trame di Francia; che Venezia non si assalirebbe, ma s'insidierebbe, perchè stimata nemica a cagione del non aver voluto accettare l'ambasciadore Noel, e dell'aver accomodato i confederati di armi, munizioni, vettovaglie e passo; che di più si accusava la repubblica di aver fatto carcerare il conte Apostoli, partigiano dei Francesi, ed addetto alla legazione loro in Venezia; che si accagionava oltre a tutto questo Venezia di sofferire, che i fuorusciti di Francia facessero sul suo territorio insulti, e superchierìe ai repubblicani. Queste novelle, che avrebbero incoraggito per un generoso risentimento animi valorosi, intimorirono i molli, e furono cagione che le deliberazioni della repubblica in quei tempi difficili sentissero meglio di debolezza, che di prudenza.
Accrebbe la difficoltà una causa generosa. Erasi il conte di Provenza, fratello di Luigi decimosesto re di Francia, fuggendo il furore dei nemici della sua casa, condotto a Torino, dove accolto cordialmente, e con tutti i termini dovuti al suo grado ed alla sua disgrazia dal re Vittorio Amedeo suo suocero, se ne viveva quietamente, aspettando che la fortuna più favorevole aprisse qualche adito alla salute della Francia, e di tutti i suoi. Ma essendo i repubblicani tantoavidi del suo sangue, comparsi, prima sulle cime dell'Alpi, poscia sull'aprirsi delle valli, e già insistendo sulle pianure del Piemonte in atto minaccevole, stimò bene di allontanarsi da quella tempesta, e di andarsene, fidandosi nell'integrità del senato Veneziano, a cercar asilo sulle terre di una repubblica, giacchè alcuni fra i più potenti principi d'Europa non lo volevano raccorre nelle proprie. Seguitavano il conte di Provenza, che sotto nome incognito si chiamava il conte di Lilla, parecchi fuorusciti di Francia, tra i quali principalmente si notavano il duca di Avaray, ed il conte d'Entraigues. Il senato Veneziano pietosamente risguardando ad un tanto infortunio, sebbene presentisse le molestie che gliene sarebbero venute da chi aveva la somma delle cose in Francia, accolse umanamente ne' suoi stati il conte, solo desiderando ch'ei se ne vivesse privatamente, nè desse luogo di sospettare al governo di Francia con pratiche, ch'ei poteva tentare se fosse stato in propria balìa posto, ma non doveva, trovandosi in grado di ospite in casa altrui. Ai desiderj del senato Veneziano si conformarono le intenzioni del conte di Provenza, il quale in tanta depressione di fortuna, non solo serbò la costanza di uomo generoso, ma ancora si propose di non commettere atti, dai quali potessero seguir danno, o pericolo agl'interessi altrui. Volle egli far la sua dimora in Verona; dal quale desiderio essendo fatto consapevole il senato, mandava al suo rappresentante, trattasse il conte a quella guisa che ricercavano le sue virtù, e la sventura da cui era combattuto; riconoscesse anchein lui nei colloqui privati l'altezza del grado, ma pubblicamente si astenesse di usare verso di lui di quegli atti, coi quali si sogliono riconoscere i principi. Nella quale emergenza il rappresentante con tanta destrezza si maneggiò, che ed il conte ne restò soddisfatto, e non diede fondati motivi al governo di Francia di querelarsi; il che però, siccome suole avvenire, che i forti usano la vessazione, come i deboli il sospetto, non impedì punto le querele nè in Francia, nè in Basilea, nè in Venezia da parte del Robespierriano governo e de' suoi agenti; che se mai i Veneziani ebbero bisogno di destreggiarsi, che certo n'ebbero bisogno in ogni tempo, e sepperlo anche fare, certamente si fu nell'occorrenza presente. Insomma usarono un atto molto pietoso, del quale con tanto maggior lode debbongli riconoscere i posteri, quanto esso era anche pericoloso. Qual frutto ne abbiano conseguito, conosceranno coloro, che leggeranno il progresso di queste storie.
La Veneziana repubblica non era ancor giunta agli affanni estremi. Era stato destinato dalla congregazione della salute pubblica con titolo d'inviato a Venezia Lallemand, per lo innanzi console di Francia a Napoli. Scrivendo Giovanni Jacob, incaricato d'affari, uomo buono e molto dissimile dai tempi, al serenissimo principe il dì tredici novembre, manifestava che per l'elezione del Lallemand cessava il suo mandato. Furono in questo proposito molti e varj i dispareri nelle consulte Veneziane, opinando alcuni che il nuovo ministro si accettasse, mantenendo altri la contraria sentenza. Instavano i ministri d'Austriae d'Inghilterra, acciocchè non si accettasse, allegando l'esempio del Noel, che poco tempo innanzi era stato rifiutato dalla repubblica. Prevalse l'opinione favorevole all'accettazione.
Adunque introdotto Lallemand al cospetto dei padri orava con lungo discorso, e pieno di graziose offerte, e promesse, sincere, credo, quanto a lui che buona e leale persona era, ma quanto a coloro che lo mandavano, più fallaci che vere.
A questo introito del Lallemand rispose gravemente il senato, piacergli la persona sua già accetta pei graziosi uffizj fatti in altri luoghi verso i Veneziani; piacergli l'amicizia della nazione Francese, conserverebbela, per quanto stesse in lui, sincera e perpetua; userebbersi verso l'inviato tutti i riguardi che la qualità d'autorità sua richiedevano; serberebbonsi protetti ed immuni da offesa i Francesi, si veramente che anch'essi le leggi del paese, come si conveniva, osservassero: assicurasse pure il suo governo, che alle parole sarebbero conformi i fatti, e che Venezia tanto più fedele quanto più rispettata, sarebbe amica a tutti, nemica a nissuno, piena ed intiera la sua neutralità conservando.
Di tutti i governi d'Italia, nissuno, eccetto il Piemontese, riceveva maggiori molestie del Genovese, e nissuno ancora in mezzo a così estrema difficoltà dimostrò maggiore o dignità, o costanza. Già abbiamo narrato il fatto della Modesta. Non omise la signoria di fare gravi risentimenti al governo Inglese. Fu risposto per i generali. Intanto non essendo ancora racconciala ferita data alla repubblica dal fatto della Modesta, ne successe un altro, il quale, sebbene non mescolato col sangue, offese nondimeno anche più direttamente la dignità, e l'independenza dello stato. Appresentavansi in cospetto della signoria Francesco Drake, ministro d'Inghilterra, e Don Giovacchino Moreno, almirante del re cattolico, che con parte della sua flotta stanziava nel porto di Genova. Richiedeva l'Inglese, rompesse la repubblica ogni comunicazione con Francia; scacciasse da' suoi dominj gli agenti di lei, promettesse di non accettarne, finchè la guerra durasse. Aggiungeva parole superbe: non poter più i confederati tollerare una neutralità fomentatrice di una guerra più violenta, e più pregiudiziale agli interessi loro, che la guerra aperta non sarebbe. Lo Spagnuolo eccedeva anche di vantaggio, dando in termini più esorbitanti: consegnassegli la repubblica tutti i bastimenti carichi di vettovaglie che nel porto si trovavano, e che o fossero destinati per Marsiglia, od appartenessero ai Marsigliesi. Intimavano poi entrambi, che se la repubblica non consentisse, l'avrebbero per nemica, chiuderebbero i suoi porti, impedirebbero ogni suo commercio con Francia, e coi paesi occupati da Francia.
Questa prepotenza Inglese, dico Inglese, perchè lo Spagnuolo, udite le rimostranze dei Genovesi, se n'era ritirato, dimostrò come la libertà di dentro non impedisce la tirannide di fuori. Nè si vide che fra gli atti scorretti, di cui i tempi posteriori abbondarono pur troppo, alcuno sia che più di questo si possa riputare insolente: perciocchènon s'era mai veduto un governo comandare forzatamente ad un altro, che niuna nave di lui in nissun tempo, in nissun posto di un paese vastissimo, e qualunque fosse il suo carico, potesse approdare. Che se i Genovesi, popolo independente, e non servo dell'Inghilterra, nè in guerra con Francia, portavano ai Francesi vettovaglie, con qual ragione potevano gl'Inglesi proibirlo? e se altro modo non avevano essi di nuocere a Francia, che un attentato degno di biasimo, che stavano facendo che non se n'andassero dal Mediterraneo, lasciando Piemontesi, Austriaci, Francesi, Genovesi a far tra di loro guerra, o pace, o neutralità, come la intendevano, e come portavano i diritti delle genti? che venivano a fare le navi d'Inghilterra nel Mediterraneo? forse a fare guerra con loro? forse ad opprimere i deboli? che val la forza senza la giustizia?
Ma tornando là, donde un giustissimo sdegno ci ha allontanati, la prepotenza tanto era più odiosa, quanto Drake non aveva mandato di farla, ed obbediva meglio ad un furioso talento, che ai comandamenti del suo governo. Bensì il governo errò di non aver castigato un suo agente dello aver fatto da se una deliberazione tanto importante e disonorevole al nome d'Inghilterra. Queste cose succedevano prima che i Francesi avessero posto piede sul territorio Genovese. Perciò servirono meglio d'incentivo che di freno dall'uno de' lati, dall'altro furono violenza, e non rappresaglia.
La signorìa di Genova, serbata la dignità, enon omesse le rimostranze, fece opera di mostrare al ministro del re Giorgio, quanto lontane dal diritto fossero le sue deliberazioni, replicatamente e della libertà dell'onesto traffico, e dell'independenza della nazione richiedendolo. Ma Drake, che meglio mirava o all'utile, o allo sdegno, che al giusto, o alla temperanza, non volle punto piegarsi alle domande della repubblica, ed abbandonando Genova, si ritrasse a Livorno, con aver prima dichiarato, essere i porti Genovesi, massimamente quel di Genova, chiusi per entrata e per uscita, e che le navi che vi entrassero, o ne uscissero, sarebbero predate dagl'Inglesi, e poste al fisco.
Il fatto della Modesta, l'insolenza dell'assedio, il perseguitare le navi Genovesi che entravano nel porto fin sotto il tiro delle artiglierìe del molo, avevano concitato a gravissimo sdegno quel popolo vivace ed animoso, per modo che il nome Inglese vi era divenuto odiosissimo, e quando gli uffiziali delle navi venivano in Genova per le bisogne loro, erano a furia di popolo insultati con parole, e minacciati con fatti peggiori delle parole. Anzi usando i Genovesi di quei tempi di portare sui cappelli, più per vezzo che per disegno, la nappa nera, che è pure la insegna degl'Inglesi, uomini di ogni età e di ogni condizione sdegnosamente a chi la portava la laceravano, con ogni maniera di disprezzo e di furore calpestandola e vilipendendola. Le donne stesse, per l'ordinario lontane da queste improntitudini politiche, mosse dall'empito comune,stracciavano le nappe, e le schernivano con ogni strazio.
Queste cose accadevano in Genova. Quando poi i Francesi passati i confini, erano venuti con l'esercito sulle terre della repubblica, crebbero a dismisura le molestie; perchè e Tilly, ministro di Francia, vieppiù imperversava, ed i zelatori dello stato nuovo s'accendevano. I consigli pensarono ai rimedj. Mandarono dicendo ai potentati d'Europa, essere seguita la invasione non solo senza alcuna partecipazione loro, ma ancora contro la volontà espressa; e non mettessero punto in dubitazione, stessero pur confidenti, che la repubblica, sempre consentanea a se medesima, ed al retto ed all'onesto, non sarebbe mai per dipartirsi da quanto la sincera neutralità, e l'animo non inclinato nè a questa parte nè a quella richiedevano. Circa lo stato interno e la sicurezza della città, ordinavano le milizie cittadine, e chiamavano più grossi corpi di gente assoldata a stanziare nella capitale: munivano più acconciamente la fortezza di Savona, serravano la bottega di Morando speziale ch'era ritrovo consueto dei novatori più ardenti e più arditi.
Tali erano le tribolazioni di Genova. S'aggiunsero altre non minori. Era, siccome abbiam narrato, venuta la Corsica in potestà degl'Inglesi. Hood ammiraglio, Elliot ministro plenipotenziario d'Inghilterra, Paoli generale di Corsica, vollero temperare il dominio forestiero con qualche moderazione di leggi; modellarono una constituzione, mancava il consensodei popoli; adunossi una dieta, o congresso generale nella città di Corte; appruovò la constituzione.
Essere, statuirono, la constituzione della Corsica monarcale: la potestà legislativa investita nel re, e nei rappresentanti del popolo; il corpo legislativo, composto del re e di rappresentanti, chiamarsi parlamento:
Non potere gli atti del parlamento avere forza di legge, se non fossero ratificati dal re:
Nissuna imposta, o tassa, o contribuzione, e dazio si potesse porre, se non col consenso del parlamento:
Avere il parlamento autorità di accusare in nome della nazione innanzi al tribunale straordinario ogni e qualunque agente del governo nei casi di prevaricazione, ed i casi dovessero essere definiti dalla legge:
Potere il re dissolvere il parlamento, ma doverne convocare un altro fra quaranta giorni:
Fosse in Corsica un vicerè rappresentante il re:
Avesse la nazione il diritto delle addomande:
I magistrati collegialmente, i particolari privatamente potessero fare le addomande:
Il governo delle cose militari tutto al re si appartenesse, e potesse intimar guerra, e fare pace:
Il re nominasse tutti i magistrati, ma il popolo i municipali:
Niuno della sua libertà, niuno della proprietà potesse essere privato, se non per sentenza giudiziale, se l'arresto fosse dichiarato non conformealle leggi, l'arrestato avesse facoltà del richiamarsi dei danni ed interessi innanzi ai tribunali competenti:
I delitti che importassero pene corporali, o infamanti, si giudicassero dai giurati:
Fossevi libertà di stampa, ma la licenza frenata dalle leggi:
Fosse la bandiera di Corsica una testa di Moro con le armi del re:
Giorgio III, re della Gran Brettagna, fosse re sovrano di Corsica; i successori succedessero secondo l'ordine della successione statuito pel trono della Gran Brettagna.
Orava molto acconciamente Elliot, affermando, sperare che la congiunzione della Corsica e dell'Inghilterra sarebbe durevole e fortunata: a ciò concorrere la fede vicendevole, la somiglianza delle nature, la comunanza degl'interessi; tentativi di oppressione non temessero da un re, che chiaro per virtù, chiaro per temperanza d'animo, sempre aveva retto i suoi dominj secondo le leggi, e fatto fondamento al suo regal seggio della libertà, e della prosperità del suo popolo; ora essere i Corsi liberi, ora felici; serbassero le loro antiche virtù, il coraggio, il santo amore della patria: sì facendo, manterrebbero viva fra di loro, e perpetua la libertà, quella libertà, che ha per fine i civili diritti e la felicità delle genti, che non serve nè all'ambizione nè al vizio: che si congiunge con la religione, con le leggi, e con un sacro rispetto verso le proprietà di ciascuno; che abborrisce da ogni dispotismo e da ogni violenza.
L'ordinamento della Corsica disordinava Genova. Non così tosto Hood e Drake si rendettero sicuri della possessione dell'isola, che Paoli mandava fuori un manifesto di guerra in nome del governo e della nazione corsa contro la repubblica di Genova. Pubblicava, rammentate prima le ingiurie fatte al Corsi dai Genovesi, la tirannide loro, quand'erano signori dell'isola, gli ajuti d'armi e di munizioni porti ai Francesi assediati in Bastìa ed in San Fiorenzo, l'incredibile parzialità loro verso la Francia disordinata e feroce, che la Corsica intimava la guerra a Genova. Esortava quindi i Corsi, armassero navi in guerra, corressero contro i bastimenti Genovesi; avessero gli armatori facoltà di appropriarsi, non solo le navi Genovesi, ma ancora, cosa certamente enorme le merci Genovesi che si trovassero a bordo di bastimenti neutrali; i Genovesi presi fossero condotti nell'isola come schiavi, e si condannassero a lavorar la terra; finalmente si pagassero cento scudi di premio per ogni capo di tali schiavi, che fosse condotto a Bastìa. Non è certo da maravigliare che Paoli nemicissimo per natura ai Genovesi, e mosso dai risentimenti antichi, abbia dato in questi eccessi; ma che gl'Inglesi, signori allora di Corsica, che potevano in Paoli quel che volevano, e che erano, o si vantavano di essere civili ed umani uomini, gli abbiano tollerati e forse instillati, con lasciar anche scrivere in fronte di un manifesto europeo le parole di schiavo e di schiavitù, nissuno non sarà per condannare. Adunque Algeri per mano dell'Inghilterra si trasportava in Corsica? Intantoarditissimi corsari Corsi correvano il mare, e portando per insegna la testa di Moro coi quarti d'Inghilterra, e con patenti spedite da Elliot, facevano danni incredibili al commercio Genovese, e peggio ancora che il manifesto non portava.
Finalmente udì l'Inghilterra le querele dell'innocente repubblica: ma insidiosa, e non piena fu la moderazione. Ordinava che l'assedio di Genova si levasse; ma nel tempo stesso statuiva che i corsari Corsi, autorizzati dai ministri Inglesi, avessero facoltà di predare i bastimenti Genovesi, o di qualunque nazione, che andassero o venissero dai porti di Francia, e le merci loro ponessero al fisco, e gli uomini, non più come schiavi, ma come prigionieri di guerra, si arrestassero, secondo l'uso delle nazioni civili. Tornò Drake a Genova, forse credendo che una temperanza subdola equivalesse ad una giustizia sincera.
Pareva che la condizione di Genova con la Gran Brettagna fosse divenuta più tollerabile; al tempo stesso i termini, in cui viveva con la Francia, si miglioravano; perchè, morto Robespierre e venuta in Parigi la somma delle cose in balìa d'uomini più temperati, era stato richiamato Tilly. Mandavasi iscambio un Villard, che moderatamente procedendo diede speranza, che e la repubblica se ne potrebbe vivere più riposatamente, ed i vicini più securamente.
Ma la guerra non lasciava quietare la mal arrivata Genova. L'accidente seguito della occupazione di una parte della riviera di Ponente, edi progressi dei Francesi insino a Finale, davano timore, che potessero per la via del Dego, e del Cairo, che era la più spedita di quante dalla Liguria portavano pei gioghi dell'Apennino in Piemonte, sboccare in questa provincia. Le genti Tedesche stipulate nel trattato di Valenziana non ancora erano giunte, nè era da sperarsi che quelle che già vi stanziavano, quantunque congiunte con gli eserciti Sardi, potessero cacciare un nemico ardente e poderoso dal territorio Ligure. Bensì si confidava di poter con loro preservare il Piemonte insino a tanto che il trattato di Valenziana avesse la sua esecuzione. A questo fine tutte le truppe Austriache, che già si erano chiamate dall'Italia inferiore verso la superiore, si adunavano nei contorni di Alessandria e di Acqui. Poscia, veduto che i Francesi s'ingrossavano verso Loano e Finale, si riducevano più vicino, occupando le terre delle Carcare, delle Mallare, d'Altare, di Millesimo, di Cosserìa, del Cairo. Sommavano a dodicimila combattenti, tra fanti e cavalli. Quest'erano le squadre della vanguardia, e del grosso dell'esercito; il retroguardo stanziava al Dego, terra posta sulla strada maestra tra Cairo, e Acqui. Ivi avevano le artiglierìe grosse, i magazzini, ed i forni ad uso di spianar pane per tutto l'esercito. In questi posti attendevano ad affortificarsi con trincee e ridotti, massimamente al monte di Santa Lucìa; ed a levante di Vermezzano sopra la strada del Cairo, e finalmente su certe eminenze che dominavano la Bormida sopra la pescaja del Mulino. Queste trincee e ridotti di Santa Lucia e del mulino rappresentavano il più forte sito, e laprincipale speranza della vittoria degli Austriaci in loro era posta. Così forti di sito e di artiglierìe, e stando a cavallo sulla strada per al Dego, speravano di fronteggiar con vantaggio il nemico. Oltre di ciò alcuni reggimenti Piemontesi, che alloggiavano in un campo a Morozzo, marciavano verso Millesimo col fine di congiungersi con gli Austriaci, che difendevano il paese del Cairo.
Dall'altra parte i Francesi, udito di questo moto, ed avendo anche presentito per alcune dimostrazioni fatte dall'esercito imperiale, ch'ei si volesse impadronire improvvisamente di Savona, deliberarono di prevenire l'uno e l'altro con assaltare gli Austriaci nel loro campo di Dego. Perlocchè l'esercito loro grosso di quindeci mila combattenti, fatto uno sforzo, aveva cacciato la vanguardia Austriaca dalle Mallare, dalle Carcare, da Millesimo, dal colle di San Giacomo delle Mallare, e dalle eminenze di San Giovanni di Murialdo, seguitandola fino sulle alture che stanno a sopraccapo al Cairo, le quali occuparono la notte dei venti settembre, principalmente quelle che signoreggiano il castello. La quale cosa vedutasi dai generali Austriaci Turcheim, e Colloredo, prevalendosi dell'oscurità della notte, ritirarono le genti loro verso il campo del Dego. Avviarono altresì più dietro a Spigno l'artiglierìa grossa, serbando con se la leggiera, ch'era fiorita e numerosa. In tutte queste azioni passavano gli Austriaci tratto tratto sul territorio Genovese. I magistrati, come già a Ventimiglia contro i Francesi, e con non miglior successo protestavano della violata neutralità.
Era il giorno vent'uno settembre imminente una battaglia, nella quale da una parte dovevano combattere un ardire inestimabile e l'incentivo di vittorie fresche, dall'altra una grande costanza, una stabilità pruovata negli ordini, i luoghi forti ed affortificati, un'artiglierìa elettissima. La mattina molto per tempo avevano i generali Austriaci ordinato le genti loro, partendole in due parti, delle quali una, che era l'antiguardo, occupava le alture del Colletto fino alla Bormida, seguitando pel Pianale sino a Montebrile sopra la valle di Carpezzo. Avanti al passo del Colletto, per cui si va a Rocchetta del Cairo, stavano, come guardia avanzata, una quadriglia di Ulani: il passo medesimo munivano due bocche da fuoco governate dai volontarj. Al piano, e verso il mezzo dell'antiguardo trentasei pezzi d'artiglierìa guardavano il passo, sei sul monte Lucìa, gli altri sulla ripa del fiume sopra il mulino. Il grosso della battaglia si distendeva dal monte del Bosco sopra Pollovero e le alture di Brovida. Un battaglione di Croati schierato sul monte Cerreto dava sicurezza all'ala sinistra; uno di cacciatori posto sul monte Vallaro alla destra.
Il generale Austriaco Wallis, a cui era commesso il governo supremo dell'esercito, arrivato al campo poco innanzi che incominciasse la battaglia, e dopo che le sue genti già erano schierate, considerato che i Francesi, siccome quelli che non avevano artiglierìe, e poca cavallerìa, avrebbero tentato di aprirsi il varco con una battaglia sparsa su pei luoghi alti e scoscesi per le ali del suo esercito, a fine di riuscirgli alle spalle, operò, chealcuni battaglioni dell'antiguardo venissero a rinforzare il grosso dell'esercito, il quale finchè fosse intero, non avrebbe potuto il nemico avere vittoria.
Stando le cose in questi termini dal canto degli Austriaci, ivano i Francesi all'assalto condotti dal generalissimo Dumorbion, dai generali Massena e Laharpe, e dal generale d'artiglierìa Buonaparte, ai quali si aggiungevano i rappresentanti del popolo Albitte e Saliceti, con Buonaroti, agente nazionale. Erano le genti loro divise in tre schiere: la prima seguitata da cinquecento soldati a cavallo, e passando per la strada alla Rocchetta del Cairo andava ad assaltare gli Austriaci posti al Colletto. La seconda passando pel convento di San Francesco del Cairo assaltava i cacciatori che difendevano il monte Vallaro; poi fatto un branco di se composto di valentissimi soldati, lo mandava contro il colle di Vignarolo, il quale superato, diveniva la strada più facile per superare anche quello del monte Vallaro. Era l'intento della terza, radendo i poggi che dominano la strada del Cairo e della Rocchetta, riuscire alla cresta sinistra del Colletto. Già la prima schiera, che era quella di mezzo, venuta per la Rocchetta, aveva costretto la guardia avanzata a cedere il passo, e bersagliava di fronte con grandissimo furore il posto del Colletto. A tanto assalto ad ora ad ora gli ordini degl'imperiali si rompevano; ma pel valore loro tosto si rannodavano: i due cannoni facevano grande strazio nei Francesi. La seconda colonna sforzato, non senza una valida resistenza degli Austriaci accorsi in ajuto del Pianale, il passo delVignarolo, gli assaltava al monte Vallaro, e sulle alture della Bormida, ed al primo tratto gli disordinava; ma essendo venute in soccorso loro altre due squadre mandate dal Wallis, gli Austriaci con nuova vigorìa combattendo fin oltre Vignarolo la ributtavano. La terza schiera, che costeggiava a sinistra i monti, trovato un corpo d'Austriaci che si era posto in agguato nel castello rovinato della Rocchetta, e che ricevette in quel punto un rinforzo di genti fresche, fu anch'essa costretta a dare indietro. Così la vittoria sulle due ali inclinava a favor degl'imperiali: ma l'importanza del fatto consisteva nel posto del Colletto assaltato, e difeso con mirabile costanza. Le fanterìe dei Francesi non avendo potuto sforzare questo passo, la cavallerìa si fece avanti, e diè per modo la carica alla cavallerìa Austriaca, ch'essa, non fatta lunga resistenza, si ritirava ordinatamente di là dal Colletto, proteggendo anche la ritirata dei fanti, e conducendo seco i due cannoni. E' pare che l'intenzione degli Austriaci, superiori di cavallerìa, superiori di artiglierìe, sia stata, operato prima grande uccisione dell'esercito nemico, di allettare tanto la cavallerìa dei repubblicani, che condottasi nella valle di Pollovero potesse essere bersagliata con evidente vantaggio di fianco e di fronte dalle batterìe di Santa Lucìa e del Pianale. Ma i Francesi accortisi dell'insidia, e considerato che i fianchi della valle erano tutti occupati dagli Austriaci, per modo che e' potevano essere circondati da ogni parte, non si avventurarono. Intanto gli Austriaci, o perduto per forza, o abbandonato per arte il sito del Colletto, si ritiraronogrossi e minacciosi ai loro sicuri ripari del monte di Santa Lucìa, e dell'argine del mulino. Scesero i Francesi dal Colletto nella pianura, e già si erano inoltrati, accostandosi il sole al suo tramontare, sin presso ai Zingani, sopra la foce del Pollovero, quando le batterìe di Santa Lucìa, e del Pianale cominciarono a fulminargli con orribile fracasso. Dalla parte loro anch'essi facevano ogni sforzo per superar quei passi: nel tempo medesimo si combatteva sulle due ali estreme dell'uno e dell'altro esercito. Nè fu fatto fine a tanta battaglia e strage, se non quando, sopraggiunta la notte, i Francesi furono sforzati a ritornarsene oltre il Colletto, dond'erano venuti, per iscostarsi dall'impeto dell'artiglierìe d'Austria, che non cessavano di trarre. Perdettero in questo fatto i Francesi meglio di seicento buoni soldati, gli Austriaci meglio di settecento, fra i quali alcuni ufficiali di nome.
Questa battaglia del Dego fu una fazione bene e valorosamente combattuta da ambe le parti, nè si potrebbe con parole descrivere l'ardore, per non dire il furore, col quale andarono i Francesi all'assalto, nè minor valore era richiesto, perchè potessero tener pari la bilancia, niuna artiglierìa avendo, cavallerìa debole, ed essendo gli Austriaci bene forniti dell'una e dell'altra, e di più trincerati in luoghi fortissimi. Dall'altro canto non si potrebbe lodare abbastanza l'arte dei generali Austriaci nel governar gli accidenti della fortuna in questo difficile ed importante fatto, nè la fermezza, e la longanimità delle genti loro.
Sforzossi ciascuna delle parti di tirare a se lafama della vittoria, e dell'onore di questo giorno. Certo è, che gli Austriaci ebbero il vantaggio della somma del fatto, perchè non solamente obbligarono i Francesi a ritirarsi dal campo di battaglia, e serbarono tutti i posti loro, ma ancora nissun accidente, che dipendesse dal nemico, gli obbligava a ritirarsi. Ciò non ostante pel seguito delle cose fu per consentimento universale aggiudicata la palma ai Francesi; perciocchè gli Austriaci, o che temessero che per le piene autunnali la Bormida interrompesse loro le strade a poter comunicare con Acqui, dove erano le riposte dell'esercito, ovvero che, come da alcuni fu scritto, avessero avuto avviso che un corpo Francese partito di Savona, passando per la valle d'Erro, fosse per riuscir loro alle spalle, e per tale guisa mozzar loro la strada, la notte dei ventidue, abbandonate le forti posizioni, si ritirarono con tutte le bagaglie, e con le artiglierìe in Acqui. Nel che si dee notare la falsità degli avvisi che ricevevano gli Austriaci: perchè e nissun corpo Francese era a quei giorni in Savona, e tutti i Francesi eransi adunati per fare un grosso sforzo a Dego, e nissun'altra schiera notabile di loro si trovava da Nizza fino a Savona. Questa falsità di avvisi, o che procedesse dalla solita parsimonia Austriaca nello spendere, o dalla nimistà delle popolazioni, operò molto efficacemente in tutti i fatti della presente guerra, e fece rovinare molte imprese dell'armi imperiali.
Intanto i Francesi temendo di qualche insidia, nè potendo recarsi a credere, che gli avversarj si fossero ritirati, dubitando anzi di essere assalitiin sul far del giorno, molto pesatamente, e con ogni cautela entrarono nel Dego. Ma quando si accorsero che quello, di che non potevano sospettare, era vero, vi si confermarono, e diedero mano a vuotare, e trasportare ai luoghi sicuri della Liguria i magazzini dell'esercito Tedesco, pieni di farine, avena, pane e strame. Nè contenti i repubblicani all'aver fatte proprie le sostanze del pubblico, diversamente da quello che in Oneglia avevano operato, infestarono quelle dei privati, saccheggiando le case di coloro che per timore le avevano abbandonate, consumando o disperdendo i vini ed ogni altra grascia o vettovaglia, ardendo la casa del feudatario, guastando le vigne portanti uve delicatissime, distruggendo una quantità considerabile di bestiame sì grosso che minuto, dimostrando insomma con ogni proceder loro, quanto fossero dissomiglianti i fatti dalle parole, tristo presagio dei mali ancor più gravi, che si preparavano all'infelice Italia.
L'esercito di Francia, dimoratosi tre giorni sul territorio del Dego, si ritrasse poscia pel sospetto che gli davano le genti accorse dal campo di Morozzo, e pei tempi sinistri, sul Genovesato, dove si fortificava, principalmente a Vado, aspettando, che la stagione nuova gli facesse facoltà di tentare fazioni di maggior momento.