Spedironsi pertanto a fretta verso Genova il conte Revello, ed il cavaliere Tonso, con mandato di negoziar della pace con Faipoult, ministro della repubblica francese. Al tempo medesimo fu fatto mandato a Colli di domandare, ed al conte Delatour, e marchese della Costa di accordare una sospensione di offese col generale repubblicano. Non avendo Faipoult facoltà di negoziare, si partirono i commissarj da Genova senza risoluzione, e s'incamminarono tostamente alla volta di Parigi a fine di stabilire la pace, e l'amicizia con la repubblica. Tristo e misero era il mandato, nè difforme dallo spavento concetto: pure il timore non era uguale alle disgrazie che i tempi apparecchiavano. Intanto, scrittosi da Colli a Buonaparte, si sospendessero le offese, rispose, nè potere nè volere, se prima non gli si davano due delle tre fortezze di Cuneo, d'Alessandria e di Tortona. Consentiva il re per la prima e per l'ultima, e di più per Ceva, che oppugnata gagliardamente, con ugual gagliardìa si difendeva. Adunque l'estremo momento essendo giunto, in cui l'antichissima monarchìa dei Piemontesi doveva, cessando d'esser padrona di se medesima, cadere in servaggio altrui, fu accordata in Cherasco la tregua tra Buonaparte dall'un lato, Latour e della Costa dall'altro,con questo, che i repubblicani occupassero Cuneo il dì ventotto aprile, Tortona non più tardi del trenta, la fortezza di Ceva subito dopo gli accordi; restassero i Francesi in possesso dei paesi conquistati oltre la Stura ed il Tanaro; fosse fatto facoltà ai corrieri di passare pel Cenisio per a Parigi; comprendessersi nella tregua i soldati dell'imperatore, che erano ai soldi del Piemonte; durasse sino a cinque giorni dopo la conclusione dei negoziati di Parigi. Siccome poi Buonaparte tesseva un grande inganno a Beaulieu per farsi comodo il passo del Po, così stipulava, che l'esercito di Francia potesse passare il fiume sopra Valenza. Queste furono le tristi condizioni della tregua, alle quali succedettero poco stante le condizioni più tristi ancora della pace. A tale accordo si rallegrarono i novatori, s'avvilirono i ligj, si scoraggiarono i leali, si spaventarono i popoli, si sdegnarono i soldati. Lo scrittore di queste storie, trovandosi a questo tempo alle stanze di Gap in Francia, e quivi avendo parlato coi soldati Piemontesi cattivi in guerra, udì da loro abbominarsi con grandissimo sdegno i patti, che la patria loro avevano condotto in sì duro servaggio. Spaventossene l'Italia, maravigliaronsene i potentati d'Europa. Volle anzi in questo la fortuna solita ad addurre casi strani, che le novelle della debolezza del governo regio, che tanto disordinava le cose comuni, spedite con grandissima celerità a Pietroburgo, vi arrivassero prima della circolare scritta dal re, per cui affermava, la sua costanza del voler perseverare nella guerra essere inconcussa: delle quali novelle non sapendo l'agentedi Sardegna, visitava il conte Ostermann, ministro degli affari esteri dell'imperatrice Caterina, la circolare rappresentandogli: la quale leggendo Ostermann dava segni di maraviglia, di dispetto e di sdegno, servendosi anche, parlando del re, di parole, che per la gravità della storia non vogliamo rapportare, e che certamente poco sono convenevoli alla maestà reale. La somma fu, che squadernò in viso all'agente lo spaccio, che conteneva le novelle della tregua, sdegnosamente dicendo, che i confederati sapevano ottimamente, che la fortuna della guerra avrebbe potuto portare che i Francesi penetrassero in Piemonte; che non ostante avevano confidato che il re, ad imitazione dei gloriosi suoi antenati, serbando la medesima costanza, avrebbe loro osservato le cose promesse; che la lega non avrebbe pretermesso di soccorrerlo; che finalmente, se avessero i confederati potuto credere che ad un primo impeto ei fosse per mancar d'animo, e per posar le armi, avrebbero fatto altri pensieri, e provveduto in altra guisa alla sicurezza, ed agl'interessi degli stati loro.Infatti non si vede, quale sì inevitabile necessità dovesse condurre il governo regio ad una risoluzione tanto pregiudiziale, e tanto inonorata. Quaranta mila Francesi si erano invero affacciati ad uno degli aditi delle pianure Piemontesi; ma difettosi di artiglierìe, massime grosse, difettosi di cavallerìa, non potevano nè espugnar le piazze forti, nè tener la campagna aperta. Nè denaro avevano per pagare, nè magazzini per pascere i soldati. Oltre a ciò stavano loro ai fianchi,a destra Ceva, che tuttavìa si difendeva validamente, a sinistra Cuneo copioso di difensori forti, e ben provveduti di ogni cosa. La metropoli stessa di Torino, che stava loro a fronte, senza la possessione della quale invano avrebbero sperato di essere quieti possessori del Piemonte, era munitissima per fortificazioni vecchie e nuove. Nè l'esercito Piemontese era tale, che potesse dar cagione di disperare della difesa di tanti luoghi forti: la cavallerìa sì regia che imperiale fioritissima, intera, abile ad impedire in pianura qualunque fazione d'importanza ai repubblicani. Abbiam narrato come Colli avesse saputo ritirarsi intiero, e rannodato per modo che l'esercito nè disperso nè distrutto, appresentava ancora stabile fondamento a chi avesse voluto usarlo risolutamente. Nè le reliquie di Beaulieu erano disprezzabili, e meglio di ventimila Tedeschi stanziavano nella Lombardìa pronti ad accorrere in ajuto; perchè certamente il combattere in Piemonte era allora un combattere per la Lombardìa. È vero, che per la sicurtà della fede domandava Beaulieu Alessandria e Tortona, dura certamente e superba condizione; ma giacchè per l'acerbità della fortuna si era giunto a tale che o bisognava dare Alessandria e Tortona agli Austriaci, o Tortona e Cuneo ai Francesi, non si vede perchè il primo partito non fosse e più utile, e meno inonesto del secondo, perciocchè meglio era cedere ad un alleato che ad un nemico, meglio cedere ad un governo di natura conforme che ad un governo disordinato, e di natura contraria. Restava il timore,che si aveva dei novatori; ma i soldati erano non che fedeli, fedelissimi, il valore sperimentato, specialmente negli ultimi fatti; degli ufficiali pochi avevano abbracciato le nuove opinioni, nè alcuna inclinazione contraria si manifestava nelle popolazioni, nemiche naturalmente e per antica consuetudine ai Francesi. Sapevaselo Buonaparte, che di queste insidie s'intendeva; sapevalo, e dicevalo, e scrivevalo, quantunque i fuorusciti Piemontesi continuamente gli fossero ai fianchi con rappresentazioni della propensione dei popoli a voler fare novità. Nei partigiani stessi poi si sarebbe certamente per gli eccessi dei soldati allentato il desiderio dei repubblicani.Di quello che fosse a farsi in così grave frangente testimonio irrefragabile è Buonaparte medesimo, che soleva dire, che se il re di Sardegna gli avesse tenuto il fermo solamente quindici giorni, ei sarebbe stato costretto a rivarcar i monti per ritornarsene là dond'era venuto. Mancò adunque il governo regio a se medesimo, non mancarono i popoli, e manco i soldati al governo; e se Vittorio Amedeo II, già signori i Francesi di quasi tutto il Piemonte, e già oppugnanti con ottantamila soldati, fornitissimi di cavallerìa e di grosse artiglierìe, la capitale del regno, non disperò delle sue sorti, anzi finalmente con una subita e gloriosa vittoria ricuperò lo stato, stupiranno i posteri, che Vittorio Amedeo III, intero ancora lo stato suo in Italia, intere le fortezze, intero l'esercito, ad un primo romoreggiare di Francesi si sia sbigottito nell'animo, e dato subitamente in preda a coloro, che con una pace alui pregiudiziale, non altro fine avevano, se non di costringere l'Austria ad una pace utile a loro.Poco lodevole certamente fu la risoluzione del re del venirne a patti così prestamente coi repubblicani, ma non fu senz'arte il suo procedere dopo fermata la concordia, ed in tanta ruina di cose. Avevano egli ed i nobili, coi quali più strettamente si consigliava, non impediti dagli strepiti presenti a discernere la natura degli uomini, bene penetrato quella del capitano Francese, che superba coi popoli, umile col nobili, faceva di modo ch'egli tanto volontieri calpestasse i primi, sebbene le parole sue suonassero diversamente, quanto amava di essere corteggiato dai secondi, ambizione l'una e l'altra incomportabile, quella per isfrenatezza d'imperio, questa per vanità d'animo. Per la qual cosa furongli tosto i principali fra la nobiltà Piemontese intorno per andargli a versi. Fugli intorno per comandamento del re il marchese di San Marzano, e gli piacque: fugli intorno il barone Delatour testè venuto da Vienna, dov'era stato mandato per accordare con l'imperatore Francesco i pensieri della guerra, e gli piacque. Piacquegli altresì e funne contentissimo, che il duca d'Aosta, figliuolo secondogenito del re, che, avuto il governo dell'esercito, si era condotto a Racconigi per raccorlo, gli scrivesse lettere piene di cortesi parole, e di facile condiscendenza. Dava ammirazione il vedere come una amicizia così fresca, e così piena di disgrazie pel Piemonte fosse accompagnata da sì amorevoli uffizj. Bene considerate erano tutte queste cose da parte del governo regio, perchè dimostravanoch'ei non si lasciava trasportar dallo sdegno contro la propria utilità, e che superava gli umori per benefizio dello stato. Tanto poi fu durevole in Buonaparte la dolcezza di questi attaccamenti, che non gli potè dimenticare, e serbò sempre per la casa di Savoja tale tenerezza, che se nei tempi che succedettero ella non potè risorgere, fu piuttosto colpa di lei, che di lui. Insomma egli aveva penuria di cavalli, e se ne gli offerivano; bisogno di barche a passare il Po, e se ne gli fornivano; Bonafous arrestato dai paesani fu rimesso in libertà, così ordinando il re, dal duca d'Aosta, perchè portavano opinione, nel che s'ingannavano, che Buonaparte avesse a cuore la liberazione di lui. Nelle conferenze poi più segrete esortava i ministri di Vittorio Amedeo a confortarlo a star di buon animo, perchè solo che la Francia fosse sicura, le presenti disgrazie sarebbero, come diceva, la sua grandezza. Quanto ai zelatori della libertà affermava, che non sarebbe mai per tollerare che facessero novità, e se qualche Francese gli fomentasse, gliene facessero sapere, che tosto l'avrebbe o castigato o scambiato. Tutte queste dimostrazioni faceva Buonaparte sì per arte per aver le spalle libere a correre contro l'imperatore, e sì per inclinazione, perchè era amatore dei governi assoluti; poichè egli, che sempre procedè fintamente per la libertà, procedè sinceramente pel dispotismo.Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del Piemonte e posto in sua balìa quel primo stato d'Italia, il che gli alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzaval'animo ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non gli mancasse sotto, mandava fuori un bando: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni avete vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque cannoni, parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso diecimila nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto battaglie senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi senza scarpe, passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le falangi repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì virili sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata prosperità: vincitori di Tolone, le vittorie del novantatre presagiste; vincitori dell'Alpi, più fortunate guerre presagiste: non più fra sterili rupi, non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia avrete a far guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con audacia, fuggono con terrore al cospetto vostro: ecco trepidar coloro, che si facevano beffe della miseria vostra: ma se avete operato cose grandi, restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in poter vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinj gli assassini di Basseville: altre battaglie avete a vincere, altre città ad espugnare, altri fiumi a varcare. Forse alcuno di voi si ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi? No, i vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Dego, e di Mondovì bramano tutti di portarpiù oltre la gloria del nome Francese; tutti vogliono una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne mura tornarne, tutti quivi con militare vanto dire:Ancor io mi fui dell'esercito conquistatore d'Italia. Promettovi, amici, ed a voi per ciò mi lego, che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per Dio, gli orribili saccheggi, sovvengavi, che siete liberatori dei popoli, non flagello: non contaminate con la licenza le vittorie, nè il nome vostro; non contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie. Io sarò freno a tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito indisciplinato: ogni scelerato soldato, che con gli oltraggi, e col ladroneccio oscurerà lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza remissione alcuna, dato a morte».Questo favellare di un capitano vittorioso a soldati vittoriosi, a Francesi massimamente tanto avidi di gloria d'armi, partoriva un effetto incredibile: coll'immaginare già facevano loro la Germania lontana, non che l'Italia vicina. Quel dimostrar poi di voler frenare il sacco, era molto accomodato consiglio per dare sicurtà ai popoli spaventati da una fama terribile, e da fatti più terribili ancora.Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava, venire il Francese esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo Francese amico a tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente, lealmente, securamente; serberebbe intatte le proprietà, la religione, i costumi; fare i Francesi la guerra da nemici generosi, solo averla coi re.Quali sentimenti producessero sì fatti incentivi, coloro sel pensino, che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è da far maraviglia, se queste guerre vive dei Francesi di tanto abbiano prevalso alle guerre morte dei Tedeschi.Possente ajuto a far la guerra da fronte era la quiete alle spalle. Arrivarono le novelle desideratissime, essersi conclusa la pace il dì quindici maggio fra la repubblica e il re. Furono le condizioni principali, cedesse il re alla repubblica la possessione del ducato di Savoja e della contea di Nizza; oltre le fortezze di Cuneo, Ceva, e Tortona mettesse in potestà dei repubblicani Icilia, l'Assietta, Susa, la Brunetta, Castel Delfino ed Alessandria, od in luogo suo, ed a piacere del generale di Francia, Valenza: smantellassersi a spese del re Susa e la Brunetta, nè alcuna nuova fortezza potesse rizzare per quella frontiera; non desse passo ai nemici della repubblica; non sofferisse ne' suoi stati alcun fuoruscito o bandito Francese; restituissersi da ambe le parti i prigionieri fatti in guerra; abolissersi, ed in perpetua dimenticanza mandassersi i processi fatti ai querelati per opinioni politiche; a libertà si restituissero, e dei beni loro posti al fisco si redintegrassero; avessero facoltà, durante il loro quieto vivere, o di starsene senza molestia negli stati regj, o di trasferirsi là dove più loro piacesse; dei paesi occupati dai Francesi conservasse il re il governo civile, ma si obbligasse a pagare le taglie militari, ed a fornir viveri e strame all'esercito repubblicano; disdicesse l'ingiuria fatta al ministro di Francia in Alessandria.Questo trattato, che dalla parte della repubblica sentiva in tutto l'oppressione, in nulla l'amicizia, aveva in se ogni radice di dissoluzione: solo poteva, e doveva durare finchè la forza durasse; si rendeva per lui lecito al sovrano del Piemonte il sottrarsi per ogni mezzo, che in poter suo fosse, da sì dure, ed inusitate condizioni; poichè, se importava alla repubblica l'indebolire un nemico ostinato, ed anzi forte e generoso, non si vede, che cosa le importasse il volere, che i fuorusciti Francesi, la più parte vecchj od infermi, e tutti miseri, da' suoi stati cacciasse. Quest'era non debilitare il nemico, ma farlo vile, ed il lasciare in lui semi di rabbia, e di vendetta. Vide intanto il Piemonte uno spettacolo miserando; che quelle mani stesse, e quelle subbie, e quei martelli che avevano costrutto la Brunetta, opera veramente maravigliosa, forse unica al mondo, e degna di Roma antica, ora la demolissero, e se allo scoppio delle distruggitrici mine sentivano i Piemontesi uno immenso sdegno, avrebbero i Francesi, quando una infatuazione compassionevole non gli avesse in quell'età fuori di loro medesimi tirati, sentito vergogna; perocchè care a tutti sono le opere mirabili dell'umano ingegno; e se la Francia voleva pure per sicurezza del suo stato, e per istabilirsi totalmente il passo in Italia, che quel propugnacolo si disfacesse, doveva almeno per un pudore Europeo, e non istraneo ad una nazione non barbara, con le proprie mani disfarlo, non obbligar a disfarlo coloro, che edificato l'avevano; conciossiacosachè ciò era aggiungere l'ingiuria al danno.Fatta la pace e domate le forze regie, aveva Buonaparte diminuito considerabilmente la potenza della lega in Italia. L'esercito Austriaco congiunto coi soldati di Napoli, e con qualche parte di Tedeschi testè arrivata dal Tirolo, si trovava solo esposto a tutto l'impeto dei repubblicani, ai quali veniva a congiungersi gente fresca, che dall'Alpi e dagli Apennini a gran passi calava, allettata dalla fama di tante vittorie. Nè il generale della repubblica era uomo da lasciar imperfetta l'opera, perchè dall'una parte il chiamava la popolosa e ricca Milano con quelle opime terre della Lombardìa, dall'altra la necessità lo spingeva a non lasciar respirar i Tedeschi, finchè non gli avesse rotti e cacciati d'Italia intieramente. Lo starsene avrebbe raffreddato l'ardore de' suoi, e dato tempo all'imperatore, che pure aveva il cuore nelle sue possessioni Italiche, di avviarvi gagliardi ajuti di soldati, e di munizioni. La mira principale, e tutta l'importanza dell'impresa erano d'impadronirsi di Milano. Al qual fine due strade se gli appresentavano; l'una di passare il Po a Valenza e di condursi per la dritta alla metropoli della Lombardìa Austriaca, insistendo sulla sinistra del fiume largo, rapido e profondo; l'altra di varcarlo sotto la foce del Ticino per ischivare questo medesimo fiume, ancor esso grosso e profondo, e di una rapidità singolare, con tutti gli altri che avrebbe per viaggio incontrati, se avesse varcato al passo di Valenza. Appigliossi al secondo partito, il quale, oltre la maggior sicurezza che aveva in se, dava opportunità di metter taglie al duca di Parma, ilquale sebbene subito dopo la tregua di Cherasco fosse stato esortato ad accordarsi con Francia da Ulloa, ministro di Spagna a Torino, non vi aveva voluto consentire.Adunque risolutosi del tutto Buonaparte a voler varcare il Po tra le foci del Ticino e dell'Adda, il che doveva anche dar timore a Beaulieu di vedersi tagliar fuori dal Tirolo, con arte veramente mirabile, oltre la condizione del passo di Valenza inserita nella tregua fatta a Cherasco, dava voce che voleva passare a Valenza, e richiedeva continuamente il governo Sardo di barche pel Valenziano passo. Là mandava carri, là artiglierìe, là soldati, e vi faceva intorno una continua tempesta. Beaulieu, udita la tregua, tentate per una soprammano inutilmente le fortezze di Alessandria e di Tortona, perchè fu ributtato dai presidj Piemontesi che vi stavano vigilanti, aveva passato il Po a Valenza, ardendo tutte le barche che nelle vicine rive si trovavano. Condottosi sulla sinistra sponda con tutto l'esercito e proprio e Napolitano, stava attento ad osservare quello, che fosse per partorire l'astuzia, e l'ardire dell'avversario. Ma quantunque sperimentato ed accorto capitano fosse, si lasciò prendere agl'inganni del giovane generale della repubblica; perciocchè fece concetto, che veramente questi avesse l'intento di varcare a Valenza. Per la qual cosa si era alloggiato tra la Sesia ed il Ticino, affortificandosi per fare due prime teste grosse sulle rive dell'Agogna e del Terdappio, e rendendosi forte massimamente su quelle del Ticino. Siccome poi la città di Pavia, posta sul Ticinovicino al luogo dov'egli mette nel Po, e dov'è un ponte, gli dava sospetto, l'aveva munita, sulle rive del fiume, di trincee, e d'artiglierìe. Per questi medesimi motivi aveva lasciato con poche guardie la sinistra del Po, non solo fra il Ticino e l'Adda, ma ancora fra la Sesia ed il Ticino. Ecco intanto che Buonaparte sicuro oggimai di conseguire il fine che si era proposto, mandava una mano di veloci soldati, comandandole facesse due alloggiamenti per giorno, verso Castel San Giovanni. Seguitava egli medesimo più che di passo con tutte le genti, mentre le sue artiglierìe continuavano a fulminare, per non lasciar cader l'inganno, dalle rive di Valenza. Il colonnello Andreossi e l'ajutante generale Frontin spazzavano con cento soldati di cavallerìa tutta la riva destra del Po insino a Piacenza, recando anche in poter loro alcune barche, le quali navigavano alla sicura sul fiume, portando riso, ufficiali, e medicamenti destinati agl'imperiali.Usando adunque celeremente l'occasione favorevole aperta dall'arte del generale loro, i Francesi colla vanguardia composta di cinque mila granatieri, e quindici centinaja di cavalli, varcavano felicemente il dì sette maggio su quelle barche medesime, e sopra alcune altre che loro si offersero preste a Piacenza, il fiume, e con allegrezza indicibile afferravano la sinistra sponda. Seguitava a veloci passi Buonaparte, per tale guisa che il dì otto quasi tutto l'esercito aveva posto piede sulle Milanesi sponde. In questo passaggio per Piacenza si vide un funesto segno della rapacità dei primi capi repubblicani, e del poco rispettoin cui avevano le cose più sacre; perchè Buonaparte, e Saliceti commissario del direttorio, poste le mani violentemente nei monti di pietà, e nelle casse non solamente ducali, ma ancora del municipio, e di diversi luoghi pii, quante robe preziose o danari vi trovarono, tante involarono.Non così tosto ebbe udito Beaulieu le novelle del precipitarsi i Francesi verso il basso Po, che spediva una grossa banda a Fombio, terra posta rimpetto a Piacenza sulla sinistra del fiume, per impedire, se ancora fosse a tempo, il passo ai repubblicani. Egli intanto ritirava le genti sull'Adda sì per serbarsi aperte le strade al Tirolo, e sì per munire Mantova di gagliardo presidio, se la fortuna tanto fosse contraria all'armi imperiali, che il costringesse a lasciar del tutto la possessione d'Italia ai Francesi. Avvisava ancora che finchè il grosso de' suoi, che malgrado delle sconfitte era tuttavìa formidabile, si conservasse intiero sulle rive di questo fiume, pericolosa impresa sarebbe stata pei Francesi il correre a Milano, posciachè egli avrebbe potuto a grado suo assaltargli sul loro fianco destro. Perlochè s'avviava con la maggior parte delle genti a Lodi per guardar il ponte, che ivi apre il varco dalla destra alla sinistra del fiume. Mandava altresì una forte squadra, principalmente di cavallerìa, a Casal Pusterlengo, affinchè passando per Codogno, fosse in grado di servire come retroguardo alla schiera di Fombio, e di soccorrerla, ove bisogno ne fosse. Pavìa intanto, città nobile per la università degli studj, abbandonata da' suoi difensori, non si reggeva più che con la guardia urbana,aspettando di obbedire a chi col primo strepito di tamburi sotto le sue mura si appresentasse. Bene erano considerati i disegni di Beaulieu, ma la prestezza Francese gli ebbe guasti; i soldati mandati a Fombio, benchè con veloce viaggio fossero accorsi, arrivavano, non più per contrastar il passo al nemico, ma solo per combattere il medesimo, che già era passato. Buonaparte, che con la solita sagacità prevedeva, che quella testa grossa di Austriaci, se le desse tempo di essere soccorsa, poteva disordinare i suoi pensieri, perciocchè quantunque, egli avesse varcato, non era ancor ordinato a suo modo, ed in punto di tutto, si deliberava ad assaltarla senza dilazione. Occupavano gli Austriaci la terra di Fombio, in cui avevano fatto in fretta, e munito di venti pezzi d'artiglierìa alcune trincee: i cavalli, la maggior parte Napolitani, che in questa fazione si portarono egregiamente, battevano la campagna. La moltitudine delle sue genti permetteva a Buonaparte di allargarsi, e di assaltar da diverse parti la terra, solo mezzo che gli restava, stante le fortificazioni fatte dagli Austriaci, perchè il combattere fosse breve e felice. Adunque spartiva i suoi in tre bande, delle quali la prima col generale d'Allemagne, doveva, girando a destra, assaltar Fombio sulla sinistra, la seconda condotta dal colonnello Lannes, intrepidissimo guerriero, era destinata a dar dentro sulla destra, e finalmente il generale Lanusse con la mezzana aveva carico di attaccar la battaglia sulla mezza fronte della piazza per la strada maestra. Fu forte l'incontro, forte ancorala difesa; perchè gli Austriaci sfolgorarono gli assalitori con le artiglierìe ed i cavalli Napolitani, opprimendo i soldati corridori, ed assaltando con impeto gli squadroni stabili, rendevano difficile la vittoria ai Francesi. Gli Austriaci combattevano valorosamente e per natura propria, e per la speranza del soccorso vicino. Finalmente prevalsero, non prima però che non fosse stato fatto molto sangue, l'impeto, la moltitudine e l'audacia dei Francesi. Andavano gl'imperiali in rotta ed abbandonato Fombio a chi poteva più di loro si ritiravano a gran fretta a Codogno, con lasciar ai vincitori non poca parte delle bagaglie, trecento cavalli, circa cinquecento tra morti e prigionieri: sarebbe stata più grave la perdita, se la cavallerìa Napolitana, condotta massimamente dal colonnello Federici, uffiziale di gran valore, serrandosi grossa ed intiera alla coda, ed urtando di quando in quando gagliardamente il nemico, non avesse ritardato l'impeto suo, e fatto abilità ai disordinati Austriaci di ritirarsi.Usando i repubblicani la fortuna propizia, seguitavano passo passo i confederati, ed occupavano Codogno. In questo mentre sopraggiunse la notte. Aveva Beaulieu avuto le novelle del passo dei Francesi, e del pericolo de' suoi assaltati in Fombio. Comandava pertanto a cinque mila eletti soldati, corressero da Casal Pusterlengo per la strada di Codogno in soccorso di Fombio, credendo, che i suoi tuttavìa in quest'ultima terra si sostenessero. Fu questo un molto audace comandamento, e che poteva rompere i disegni al generale della repubblica, se fosse statosecondato dalla fortuna. In fatti arrivavano i Tedeschi nel bujo della notte sopra i Francesi all'improvviso, e sbaragliate le prime guardie, seminarono terrore e disordine in Codogno; anzi spingendosi oltre, s'impadronivano di parte della terra. Non era più pari la battaglia, perchè si combatteva da una parte con intento e con ordine certo, dall'altra con soldati scompigliati, sorpresi ed impauriti. Accorreva al subitaneo romore Laharpe, e postosi a guida di un reggimento fresco marciava per rinfrancare la fortuna vacillante. L'avrebbe anche fatto, se nel bel principio di quella mischia, colto nel petto da una palla mortale, non fosse stato tolto subitamente di vita. In tale guisa mancò in un casuale incontro, ed in una battaglia notturna nel fiore della sua età il generale Laharpe, soldato di compito valore, ma ancora più di compita virtù. Ei fu tale, che amato da tutti in vita, pianto da tutti in morte, meritò, che il caso suo fatale fosse attribuito dai contemporanei, sebbene a torto, a chi per troppo diversa natura l'invidiava; uomo felicissimo, che nell'ultimo evento stesso del suo corso mortale tanto l'opinione il differenziava da altri, che non a caso fortuito, ma a pensato disegno fu la sua morte imputata.L'accidente sinistro di Laharpe sgomentò di modo i repubblicani, che le sorti loro avevano del tutto il tracollo, se non arrivava frettolosamente il generale Berthier, che con la sua presenza tanto fece che rinfrancò gli spiriti, e riordinò le schiere sbigottite e disordinate. Spuntava intanto il giorno: i Tedeschi nell'ardir loro moltiplicando,perchè già si credevano in possessione della vittoria, si allargavano sulle ali per circondare il nemico. Ma già si erano riavuti i Francesi; i Tedeschi medesimi, veduto al lume del giorno, che i nemici superiori assai di numero, facevano le viste di assaltargli, pensarono al ritirarsi; il che fecero prima in buon ordine e regolatamente, poscia disordinati e rotti, instando acremente i Francesi, oramai consapevoli dei loro vantaggi. La schiera tutta sarebbe stata condotta all'ultimo termine, se per la seconda volta la cavallerìa Napolitana non le faceva scudo alla ritirata. Così una conseguita vittoria divenne in un subito una rotta evidente. Perdettero in questo fatto i Tedeschi quasi tutto il bagaglio, non poche artiglierìe lasciate nei fossi della terra, molti prigionieri fra i dispersi. Tenevano loro dietro a gran passo i repubblicani, e s'impadronivano di Casale, mentre i residui degl'imperiali si ricoveravano a Lodi, dov'era giunto con tutte le sue forze Beaulieu, e dove voleva pruovare per l'ultima volta, se obbligando il fortunato emulo suo a fare un moto eccentrico verso destra per venirlo ad assaltare a Lodi, gli venisse fatto di rompere quell'ascendente che aveva, e trasportare in se il favore della volubile fortuna. A Lodi adunque in un ultimo cimento si doveva combattere della salute di Milano, della conservazione della Lombardìa, del destino delle reliquie ancora potenti delle genti imperiali.Avvisavasi ottimamente il capitano Austriaco, che perduto il passo del Ticino, e poichè i Francesi avevano varcato il Po, non gli restava altrasedia di guerra opportuna a farvi testa, che il grosso e rapido fiume dell'Adda, le parti inferiori del quale si trovavano assicurate dalla fortezza di Pizzighettone munita di artiglierìe, e di sufficiente presidio. Vuotata adunque Pavia, e lasciati dentro il castello di Milano due mila soldati, la maggior parte del corpo franco di Giulay, aveva raunato tutte le sue genti a Lodi. Siccome poi sapeva di certo che il veloce Buonaparte, dopo le vittorie di Fombio e di Codogno, non avrebbe indugiato a venire ad assaltarlo, perchè quello era l'ultimo cimento per aver Milano, aveva collocato la sua retroguardia, sotto guida del colonnello Melcalm, suo parente, in Lodi, comandandogli che resistesse quanto potesse, ed in caso di sinistro si ritirasse sulla sinistra del fiume. Intanto per assicurare il passo del ponte, molte bocche da fuoco situava all'estremità di lui presso la sinistra sponda per modo che direttamente l'imboccavano, e spazzare potevano. Nè parendogli che questo bastasse alla sicurezza di quel varco importante, munì la riva sinistra con venti pezzi d'artiglierìe grosse, dieci sopra, dieci sotto al ponte, le quali coi tiri loro battendo in crociera parevano rendere il passo piuttosto impossibile, che difficile. Gli Austriaci, cui nè tante rotte, nè una ritirata di sì lungo spazio non avevano ancora disanimato, se ne stavano schierati sulla sinistra riva, pronti a risospingere l'inimico disordinato dal passo del ponte, se mai contro ogni credere l'avesse effettuato. Danno alcuni biasimo a Beaulieu del non aver tagliato il ponte in vece di averlo munito,presumendo che i Francesi non avrebbero potuto varcare, se il ponte, fosse stato rotto, perchè gl'imperiali forti di artiglierìe, ed ancora più di cavalli, avrebbero avuto abilità o di arrestare i passanti, o di conquidere i passati. Ma e' bisogna avvertire, che l'intento di Beaulieu era non solamente d'impedire il passo al nemico, ma ancora di conservarlo per se, perchè ed aspettava ajuti, e voleva render sospetto ai Francesi l'andare a Milano. Quale di queste sia la parte sana, perchè può essere errore uguale il giudicar dagli eventi, come il giudicare dai disegni, arrivava Buonaparte impaziente delle guerre tarde, e veduto i preparamenti del nemico, e sloggiatolo da Lodi con un assalto presto, si risolveva, correndo il decimo giorno di maggio, a far battaglia sul ponte, quantunque tutti i suoi non fossero ancora quivi raccolti. I generali suoi compagni, che vedevano l'impresa molto pericolosa, fecero opera di sconfortarnelo, rappresentandogli la fortezza del luogo, la stanchezza dei soldati, le genti menomate dalle battaglie, e minorate dalla lontananza di molte schiere valorose. Ma egli, che ne sapeva più di tutti, che voleva quel che voleva, e che era non che liberale, prodigo del sangue dei soldati, purchè vincesse, persisteva a voler dar dentro, e tosto si accingeva alla pericolosissima fazione. Fatto adunque venire a se un nodo di quattro mila granatieri e carabine, gente rischievole, use al sangue, pronta a mettersi ad ogni sbaraglio, diceva loro con quel suo piglio alla soldatesca, che tanto piaceva a' suoi soldati: «Vittoria chiamar vittoria; esser loro queibravi uomini, che già avevano vinto tante battaglie, fugato tanti eserciti, espugnato tante città; già temere il nemico, poichè già dietro ai fiumi si ritirava: credersi quel Beaulieu già tante volte vinto, che il breve passo di un ponte arrestar potesse i repubblicani di Francia; vana presunzione, vana credenza: aver loro passato il Po, re dei fiumi; arresterebbegli l'umile Adda? Pensassero, esser questo l'ultimo pericolo; superatolo, in mano avrebbero la ricca Milano; dessero adunque dentro francamente, sostenessero il nome di soldati invitti; guardargli la repubblica grata alle fatiche loro, guardargli il mondo maravigliato, ed atterrito alla fama di tante vittorie: quì conquistarsi Italia, quì rendersi il nome di Francia immortale».Schieraronsi, serraronsi, animaronsi, contro il ponte marciarono. Non così tosto erano giunti, che gli fulminavano un tuonare d'artiglierìe d'Austria orrendo, una grandine spessissima di palle, un nembo tempestoso di schegge. A sì terribile urto, a sì duro rincalzo, alle ferite, alle morti, esitavano, titubavano, s'arrestavano. Se durava un momento più l'incertezza, si scompigliavano. Pure il valor proprio, ed i conforti dei capitani tanto gli animarono, che tornavano una seconda volta all'assalto: una seconda volta sfolgorati cedevano. Vistosi dai generali repubblicani il pericolo, ed accorgendosi che quello non era tempo da starsene dietro le file, correvano a fronte Berthier il primo, poi Massena, poi Cervoni, poi Dallemagne, e con loro Lannes e Dupas, e si facevano guidatori intrepidi dei soldati loro in unmortalissimo conflitto. Le scariche delle artiglierìe Tedesche avevano prodotto un gran fumo, che avviluppava il ponte; del quale accidente valendosi i repubblicani, e velocissimamente il ponte attraversando, riuscirono, coperti di fumo, di polvere, di sudore e di sangue sulla sinistra sponda. Spigneva oltre Buonaparte subitamente i restanti battaglioni; ma le fatiche loro non erano ancora giunte al fine, nè la vittoria compita, perchè gl'imperiali ordinati sulla riva, facevano tuttavia una ostinatissima resistenza. Tuonavano le artiglierìe, calpestavano i cavalli, la battaglia, siccome combattuta da vicino, più sanguinosa. Già correvano pericolo i Francesi di essere rituffati nel fiume, ed obbligati a rivarcare con infinito pericolo il ponte con sì estremo valore acquistato, quando opportunamente giunse con la sua eletta squadra Augereau, che udito l'avviso della battaglia orribile, a gran passi dal Borghetto in ajuto de' suoi compagni pericolanti accorreva. Questa giunta di forze in momento tanto dubbio fece del tutto sormontare la fortuna Francese. Beaulieu, abbandonato il bene contrastato ponte, si ritirava prestamente con animo di andarsi a porre sul Mincio per serbare le strade aperte al Tirolo, e per assicurar Mantova con un grosso presidio.La cavallerìa Tedesca, ma principalmente la Napolitana, che anche in questo fatto soccorse egregiamente ai Tedeschi, proteggeva il ritirantesi esercito. Per questa cagione, e perchè la cavallerìa di Francia, che non ancora aveva potuto varcar il ponte fracassato, penava a passar a guado, di pochi prigionieri nella ritirata loro furonogl'imperiali scemi. Bensì perdettero nel fatto duemila cinquecento soldati tra morti e feriti, quattrocento cavalli, gran parte delle artiglierìe. Sopraggiunse la notte. Tra per questo, e per la stanchezza dei soldati repubblicani accorsi a passi frettolosi, e per l'affrontarsi della fiorita cavallerìa dei confederati, non poterono i Francesi fare quel frutto col perseguitare, che avrebbero desiderato.Grave fu anche la perdita dei Francesi: se non arrivò ai quattromila o morti, o feriti, o prigionieri, come la parte avversa pubblicò, certo passò i duemila, ancorchè Buonaparte con la solita fronte abbia pubblicato, essere mancati de' suoi solamente quattrocento. La ritirata dei confederati assicurò i repubblicani delle cose di Lombardìa, e pose in mano loro Pavia, Pizzighettone e Cremona: la imperial Milano, priva oramai di difesa, tanto solamente indugiava a venir sotto l'imperio repubblicano, quanto tempo abbisognava ai repubblicani per arrivarvi. Mescolaronsi a questi gloriosi fatti i saccheggi, e le devastazioni.Giunte in Milano le novelle del passo del Po, e dello abbandonarsi da Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento, poichè vi si prevedeva, che poca speranza restava di conservare la città sotto la divozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come in una popolazione ricca, allo approssimarsi di soldatesche nuove, non conosciute, e forse anco troppo conosciute. Era stato mansueto il governo dell'arciduca, nè quello della nobiltà tirannico; che anzi partecipandodell'indole benigna di chi reggeva, della natura dolcissima del clima, e di una educazione piuttosto data alle mollezze della vita, che al dominare, aveva la nobiltà più clientela per amore, che potenza per feudalità. Mancavano adunque nel Milanese le cagioni di mala soddisfazione, che in altre contrade d'Italia si derivavano dalla durezza del governo, e dalle insolenze dei nobili. Quindi nasceva, che sebbene i popoli siano generalmente amatori di novità, e non conoscano il bene se non quando l'han perduto, non si manifestavano nella felice Lombardìa segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva per se, per le famiglie, per le sostanze. Queste cose tenevano i Milanesi sospesi; nè per la natura loro erano capaci di lasciarsi muovere da certe astrazioni di governi geometrici. Temevano anzi, che siccome la città loro era grossa e ricca, così vi facessero i repubblicani la principale stanza loro, ond'ella diventasse e segno di oppressione speciale per se, e fomento di rivoluzione per gli altri. Siccome poi non erano le faccende della guerra sicure, così dubitavano che nell'andare e venire reciproco, e nel rincacciarsi dei due potenti nemici, la misera Milano non avesse a pagar il fio di quanto più la faceva cara e preziosa al mondo. Sapevano che pochi erano fra loro i zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti, e rimessi secondo la natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi avessero posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti dei governi regj, o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi ed insoliti vi partorisseroaccidenti ignoti, e forse terribili. Per la qual cosa vi si viveva in grande spavento.L'arciduca Ferdinando, che vedeva, che popoli disarmati e quieti non potevano difenderlo da gente armata ed audacissima, giacchè l'esercito imperiale stesso non era stato abile a tenerla lontana, abbandonato d'ogni speranza, si risolveva a lasciar quella sede per andarsene nella sicura Mantova, o quando i tempi pressassero di vantaggio, nella lontana Germania. Desiderando però prima che partisse, provvedere alla quiete dei popoli, ordinava con editto dei sette maggio, che i cittadini abili all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero. Ai nove, aggravandosi viemaggiormente il pericolo per l'approssimarsi dei repubblicani, creava una giunta composta dei presidenti d'appello e di prima instanza, e del magistrato politico camerale, con autorità di fare quanto al governo si appartenesse, ed a questa giunta, come a capo supremo dello stato, voleva che i magistrati minori obbedissero. L'ordine giudiziale a far l'ufficio, come per lo innanzi, continuasse.Avendo per tale guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva il medesimo dì nove di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome, fra i quali il principe Albani, ed il marchese Litta. Mesta era la comitiva: l'arciduca non assuefatto a sentire i colpi dell'avversità, accusava piangendo non la fortuna, ma, secondochè si usa nelle disgrazie, i cattivi consigli di Beaulieu. La fuggitiva schiera passavapel territorio Veneto, miserando spettacolo: faceva più compassionevole quella calamità la moltitudine delle persone di ogni grado, di ogni età, e di ogni sesso, le quali fuggendo la furia dei repubblicani, abbandonate agli strani le case loro, correvano a ricoverarsi sulle terre Veneziane, destinate ancor esse, e molto prossimamente, alla medesima ruina. Così l'egregia Milano, stata da lungo tempo felicissima, spogliata di difensori, privata del suo principe, se ne stava aspettando non conosciute venture. Seguitava un interregno di tre giorni, in cui non essendo più in potere dell'Austria, nè ancora in quello della Francia, si reggeva con le proprie municipali leggi; nè in questo tempo vi si udirono minacce, od insulti di persone, nè rubamenti, nè desiderj di novità. Tanto era buona la natura di quel popolo!Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più pressava nella guerra, e già stimando Milano, com'era veramente, in sua potestà, mandava Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i magistrati municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte, che si trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine verso un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella generosità dei Francesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto alla religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno quattordici di maggio entrava Massena con una schiera di diecimila soldati valorosissimi. L'accampava, la maggior parte, fuori delle mura per modo ordinandola, che i fanti occupassero tutti gli aditi degli spalti, i cavallicustodissero le porte. L'incontravano al Dazio di Porta Romana i municipali. Disse, per mescolare qualche temperamento alla fierezza dell'armi, che sarebbero salve la religione, le persone, le proprietà. Arrivarono il giorno dopo nuovi corpi di truppe; ogni parte piena di soldati. Incominciossi l'opera dell'oppugnar il castello, a cui si erano riparati gli Austriaci. I Francesi furono accolti nelle case con la dolcezza del fare Milanese, ed eglino ancora, dico la maggior parte, cortesemente procedendo, e con quel loro solito brio mostrandosi, tiravano facilmente a se gli animi dei cittadini, che, veduto, che quei repubblicani non erano tanto terribili quanto la fama aveva portato, rimettevano del terrore concetto, e si affezionavano ai nuovi ospiti, venuti per venture strane e spaventevoli nel paese loro. Tal era la condizione del popolo Milanese, quando i Francesi entrarono in Milano, dolce, ed affettuosa, nè contraria, nè propensa a quella libertà, che si andava predicando.Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali o allettati dalla fama, o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno dei signori loro, concorrevano, come in sede propria, e di salute nella città conquistata. A costoro si univano i repubblicani Milanesi, ed intendevano a far novità. Fra tutti questi, gli utopisti si rallegravano, persuadendosi, che fosse venuto il tempo di veder in opera quella specie di reggimento, che nelle buone menti loro si avevano concetta; nè gli poteva torre alla immagine lusinghiera l'apparato terribile delle armi forestiere, nè la naturapoco costante in se medesima dei Francesi, nè l'autorità militare fatta padrona di ogni cosa, e certamente pessima compagna di libertà. Servi di un'opinione anticipata e di un dolce delirio, andavano sognando una perpetua felicità, nè s'accorgevano, che la repubblica di Francia non combatteva nè per loro nè per la libertà, ma per la grandezza e la sicurezza del suo imperio, per posseder le quali, se fosse stato necessario, avrebbe dato in preda all'Austria, non che Milano, Italia, ed ancor essi con loro. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli uomini dappoco, scemi, e, come sarebbe a dire, pazzi. Fra gli altri patriotti, o che si chiamavano tali, era una generazione d'uomini, che amavano lo stato libero, non per desiderio di preda, ma per ambizione, avvisandosi che fosse dolce il comandare, e venuto il tempo propizio per salire dai bassi gradi ai sublimi. Di questi faceva maggiore stima Buonaparte, perchè, come diceva, erano gente che aveva polso, e che per poco che si stimolassero, avrebbero servito mirabilmente a' suoi disegni. Eravi finalmente una terza maniera di questi patriotti, i quali amavano le novità per le ricchezze, e sperando di pescar nel torbido, gridavano ad alte e spesse voci, libertà. Questi non frequentavano mai le stanze di Buonaparte, perchè sebbene qualche volta gli accarezzasse, dava ancor loro spesso di forti rabbuffi; ma amavano molto aggirarsi fra i commissari, e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano sensali e mezzani, per forma che mentre i buoni utopisti andavano dietro alle loro ubbìe, ed erano per semplicità repubblicana,e volevano esser poveri, questi al contrario si arricchivano a spese di coloro, ai quali dicevano voler dare il vivere libero. Erano molti di tutti questi generi di patriotti.Fecero grandi allegrezze in sull'entrar dei Francesi di luminarie, di balli, di festini: ma per quella servile imitazione, di cui erano invasati verso le cose Francesi, e che fu la principal cagione della servitù d'Italia, piantarono altresì alberi di libertà, e vi facevano intorno canti, balli, discorsi, ed altre simili tresche. Poscia, acciocchè non mancasse quel condimento delle congreghe pubbliche per aringarvi intorno a cose appartenenti allo stato, le fecero a modo di Francia, ed in loro chi aringava con maggior veemenza, più era applaudito. Tutte queste cose si facevano: il popolo, non potendo restar capace di ciò che vedeva, faceva le maraviglie.Entrava in Milano il vincitor Buonaparte, non già con semplicità repubblicana, ma con fasto regale, come se re fosse: l'accolsero con grida smoderate i patriotti, e parte del popolo, solito a fare come gli altri fanno. Innumerabili scritti si pubblicarono, in cui sempre più si lodava Buonaparte, che la libertà: mostrossi, per dir il vero, in questo molto schifosa l'adulazione Italiana. Fra i patriotti, chi lo chiamava Scipione, chi Annibale; il repubblicano Ranza il chiamava Giove. I buoni utopisti, quando lo vedevano, piangevano di tenerezza. Queste dimostrazioni egli si godeva tanto in pubblico, quanto in privato; ma augurava male degl'Italiani, perchè essendo egli operatore grandissimo, credeva, e con ragione,che coi fatti, non con le parole si compiscono le grandi mutazioni negli stati. Quando poi uomini o donne amatori sinceri di libertà (che anche donne, e non poche si trovavano tenerissime di lei) a lui si rappresentavano per raccomandargliela, rispondeva con ciglio austero, la conquistassero, uscissero dall'imbelle vita, le armi pigliassero, le armi usassero: dura cosa essere la libertà; duri cuori e dure mani conservarla; fuggire lei la mollezza e il lusso: solo abitare fra le popolazioni forti, e magnanime.Intanto vedeva il mondo una cosa maravigliosa. Un soldato di ventott'anni, un mese innanzi conosciuto da pochi, avere con un esercito sprovveduto e non grosso superato monti difficilissimi, varcato grossi e profondi fiumi, vinto sei battaglie campali, disperso eserciti più potenti del suo, soggiogato un re, cacciato un principe, acquistato il dominio di una parte d'Italia, apertosi la strada alla conquista dell'altra, convertito in se stesso gli occhi di tutti gli uomini di quell'età. Sapevaselo Buonaparte; l'anima sua ambiziosa maravigliosamente se ne compiaceva. Ma perchè l'aspettativa che aveva desta di lui non si raffreddasse, e per farsi scala a cose maggiori, mandava fuori il venti maggio un discorso molto infiammativo a' suoi soldati:«Soldati valorosi, diceva, voi piombaste, come torrente precipitoso, dall'Alpi e dagli Apennini; voi urtaste, voi rompeste nel corso vostro ogni ritegno. Il Piemonte, oggimai libero dall'Austriaca tirannide, spiega i naturali suoi sentimenti di pace e d'amicizia verso la Francia. Vostroè lo stato di Milano: sventolano all'aura su tutte le alte cime della Lombardìa le repubblicane insegne: i duchi di Parma e di Modena alla generosità vostra sono del dominio, che ancora lor resta, obbligati. Dov'è l'esercito che testè con tanta superbia v'insultava? Ei non ha più riparo contro al coraggio vostro. Nè il Po, nè il Ticino, nè l'Adda poterono un sol giorno arrestarvi. Vani furono i vantati baluardi d'Italia, vani i gioghi inaccessi degli Apennini. Sentì la patria infinita allegrezza delle vostre vittorie; vuole, che ogni comune le celebri: i padri, le madri, le spose, le sorelle, le amanti dei fausti eventi vostri si rallegrano e si stimano dello avervi per congiunti fortunatissimi. Sì per certo, o soldati, assai faceste; ma forse altro a fare non vi resta? Diranno di voi i contemporanei, diranno i posteri, che abbiam saputo vincere, non usare la vittoria? Accuseranci dello aver trovato Capua in Lombardìa? No, per Dio, no, che già vi veggo correre alle vincitrici armi, già veggo sdegnarvi ad un vil riposo, già sento, i giorni passati senza gloria, esser giorni perduti per voi. Orsù, partianne: restanci viaggi frettolosi a fare, nemici ostinati a vincere, allori gloriosi a cingere, crudeli ingiurie a vendicare. Tremi chi accese le faci della civil guerra, tremi chi uccise i ministri della repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi rapì le navi: già suona contro a loro in aria una terribile vendetta. Pure stiansi senza timore i popoli: siamo noi di tutte le nazioni amici, specialmente siamo dei discendenti di Bruto, dei Scipioni, ditutti gli uomini grandi, che impreso abbiamo ad imitare. Ristorare il Campidoglio, riporvi in onore le statue degli eroi, per cui tanfo è famoso al mondo, destar dal lungo sonno il Romano popolo, torlo alla schiavitù di tanti secoli, fia frutto delle vittorie vostre: acquisteretevi una gloria immortale, cangiando in meglio la più bella parte d'Europa. Il popolo Francese libero, rispettato dai popoli, darà all'Europa una pace gloriosa, che di tanti sofferti danni, di tante tollerate fatiche ristorerallo. Ritornerete allora fra le paterne mura, i concittadini a dito mostrandovi, diranno:fu soldato costui dell'esercito Italico».Questo tremendo parlare empiva di spavento Italia: ognuno aspettava accidenti terribili.Fine del Tomo Primo.
Spedironsi pertanto a fretta verso Genova il conte Revello, ed il cavaliere Tonso, con mandato di negoziar della pace con Faipoult, ministro della repubblica francese. Al tempo medesimo fu fatto mandato a Colli di domandare, ed al conte Delatour, e marchese della Costa di accordare una sospensione di offese col generale repubblicano. Non avendo Faipoult facoltà di negoziare, si partirono i commissarj da Genova senza risoluzione, e s'incamminarono tostamente alla volta di Parigi a fine di stabilire la pace, e l'amicizia con la repubblica. Tristo e misero era il mandato, nè difforme dallo spavento concetto: pure il timore non era uguale alle disgrazie che i tempi apparecchiavano. Intanto, scrittosi da Colli a Buonaparte, si sospendessero le offese, rispose, nè potere nè volere, se prima non gli si davano due delle tre fortezze di Cuneo, d'Alessandria e di Tortona. Consentiva il re per la prima e per l'ultima, e di più per Ceva, che oppugnata gagliardamente, con ugual gagliardìa si difendeva. Adunque l'estremo momento essendo giunto, in cui l'antichissima monarchìa dei Piemontesi doveva, cessando d'esser padrona di se medesima, cadere in servaggio altrui, fu accordata in Cherasco la tregua tra Buonaparte dall'un lato, Latour e della Costa dall'altro,con questo, che i repubblicani occupassero Cuneo il dì ventotto aprile, Tortona non più tardi del trenta, la fortezza di Ceva subito dopo gli accordi; restassero i Francesi in possesso dei paesi conquistati oltre la Stura ed il Tanaro; fosse fatto facoltà ai corrieri di passare pel Cenisio per a Parigi; comprendessersi nella tregua i soldati dell'imperatore, che erano ai soldi del Piemonte; durasse sino a cinque giorni dopo la conclusione dei negoziati di Parigi. Siccome poi Buonaparte tesseva un grande inganno a Beaulieu per farsi comodo il passo del Po, così stipulava, che l'esercito di Francia potesse passare il fiume sopra Valenza. Queste furono le tristi condizioni della tregua, alle quali succedettero poco stante le condizioni più tristi ancora della pace. A tale accordo si rallegrarono i novatori, s'avvilirono i ligj, si scoraggiarono i leali, si spaventarono i popoli, si sdegnarono i soldati. Lo scrittore di queste storie, trovandosi a questo tempo alle stanze di Gap in Francia, e quivi avendo parlato coi soldati Piemontesi cattivi in guerra, udì da loro abbominarsi con grandissimo sdegno i patti, che la patria loro avevano condotto in sì duro servaggio. Spaventossene l'Italia, maravigliaronsene i potentati d'Europa. Volle anzi in questo la fortuna solita ad addurre casi strani, che le novelle della debolezza del governo regio, che tanto disordinava le cose comuni, spedite con grandissima celerità a Pietroburgo, vi arrivassero prima della circolare scritta dal re, per cui affermava, la sua costanza del voler perseverare nella guerra essere inconcussa: delle quali novelle non sapendo l'agentedi Sardegna, visitava il conte Ostermann, ministro degli affari esteri dell'imperatrice Caterina, la circolare rappresentandogli: la quale leggendo Ostermann dava segni di maraviglia, di dispetto e di sdegno, servendosi anche, parlando del re, di parole, che per la gravità della storia non vogliamo rapportare, e che certamente poco sono convenevoli alla maestà reale. La somma fu, che squadernò in viso all'agente lo spaccio, che conteneva le novelle della tregua, sdegnosamente dicendo, che i confederati sapevano ottimamente, che la fortuna della guerra avrebbe potuto portare che i Francesi penetrassero in Piemonte; che non ostante avevano confidato che il re, ad imitazione dei gloriosi suoi antenati, serbando la medesima costanza, avrebbe loro osservato le cose promesse; che la lega non avrebbe pretermesso di soccorrerlo; che finalmente, se avessero i confederati potuto credere che ad un primo impeto ei fosse per mancar d'animo, e per posar le armi, avrebbero fatto altri pensieri, e provveduto in altra guisa alla sicurezza, ed agl'interessi degli stati loro.
Infatti non si vede, quale sì inevitabile necessità dovesse condurre il governo regio ad una risoluzione tanto pregiudiziale, e tanto inonorata. Quaranta mila Francesi si erano invero affacciati ad uno degli aditi delle pianure Piemontesi; ma difettosi di artiglierìe, massime grosse, difettosi di cavallerìa, non potevano nè espugnar le piazze forti, nè tener la campagna aperta. Nè denaro avevano per pagare, nè magazzini per pascere i soldati. Oltre a ciò stavano loro ai fianchi,a destra Ceva, che tuttavìa si difendeva validamente, a sinistra Cuneo copioso di difensori forti, e ben provveduti di ogni cosa. La metropoli stessa di Torino, che stava loro a fronte, senza la possessione della quale invano avrebbero sperato di essere quieti possessori del Piemonte, era munitissima per fortificazioni vecchie e nuove. Nè l'esercito Piemontese era tale, che potesse dar cagione di disperare della difesa di tanti luoghi forti: la cavallerìa sì regia che imperiale fioritissima, intera, abile ad impedire in pianura qualunque fazione d'importanza ai repubblicani. Abbiam narrato come Colli avesse saputo ritirarsi intiero, e rannodato per modo che l'esercito nè disperso nè distrutto, appresentava ancora stabile fondamento a chi avesse voluto usarlo risolutamente. Nè le reliquie di Beaulieu erano disprezzabili, e meglio di ventimila Tedeschi stanziavano nella Lombardìa pronti ad accorrere in ajuto; perchè certamente il combattere in Piemonte era allora un combattere per la Lombardìa. È vero, che per la sicurtà della fede domandava Beaulieu Alessandria e Tortona, dura certamente e superba condizione; ma giacchè per l'acerbità della fortuna si era giunto a tale che o bisognava dare Alessandria e Tortona agli Austriaci, o Tortona e Cuneo ai Francesi, non si vede perchè il primo partito non fosse e più utile, e meno inonesto del secondo, perciocchè meglio era cedere ad un alleato che ad un nemico, meglio cedere ad un governo di natura conforme che ad un governo disordinato, e di natura contraria. Restava il timore,che si aveva dei novatori; ma i soldati erano non che fedeli, fedelissimi, il valore sperimentato, specialmente negli ultimi fatti; degli ufficiali pochi avevano abbracciato le nuove opinioni, nè alcuna inclinazione contraria si manifestava nelle popolazioni, nemiche naturalmente e per antica consuetudine ai Francesi. Sapevaselo Buonaparte, che di queste insidie s'intendeva; sapevalo, e dicevalo, e scrivevalo, quantunque i fuorusciti Piemontesi continuamente gli fossero ai fianchi con rappresentazioni della propensione dei popoli a voler fare novità. Nei partigiani stessi poi si sarebbe certamente per gli eccessi dei soldati allentato il desiderio dei repubblicani.
Di quello che fosse a farsi in così grave frangente testimonio irrefragabile è Buonaparte medesimo, che soleva dire, che se il re di Sardegna gli avesse tenuto il fermo solamente quindici giorni, ei sarebbe stato costretto a rivarcar i monti per ritornarsene là dond'era venuto. Mancò adunque il governo regio a se medesimo, non mancarono i popoli, e manco i soldati al governo; e se Vittorio Amedeo II, già signori i Francesi di quasi tutto il Piemonte, e già oppugnanti con ottantamila soldati, fornitissimi di cavallerìa e di grosse artiglierìe, la capitale del regno, non disperò delle sue sorti, anzi finalmente con una subita e gloriosa vittoria ricuperò lo stato, stupiranno i posteri, che Vittorio Amedeo III, intero ancora lo stato suo in Italia, intere le fortezze, intero l'esercito, ad un primo romoreggiare di Francesi si sia sbigottito nell'animo, e dato subitamente in preda a coloro, che con una pace alui pregiudiziale, non altro fine avevano, se non di costringere l'Austria ad una pace utile a loro.
Poco lodevole certamente fu la risoluzione del re del venirne a patti così prestamente coi repubblicani, ma non fu senz'arte il suo procedere dopo fermata la concordia, ed in tanta ruina di cose. Avevano egli ed i nobili, coi quali più strettamente si consigliava, non impediti dagli strepiti presenti a discernere la natura degli uomini, bene penetrato quella del capitano Francese, che superba coi popoli, umile col nobili, faceva di modo ch'egli tanto volontieri calpestasse i primi, sebbene le parole sue suonassero diversamente, quanto amava di essere corteggiato dai secondi, ambizione l'una e l'altra incomportabile, quella per isfrenatezza d'imperio, questa per vanità d'animo. Per la qual cosa furongli tosto i principali fra la nobiltà Piemontese intorno per andargli a versi. Fugli intorno per comandamento del re il marchese di San Marzano, e gli piacque: fugli intorno il barone Delatour testè venuto da Vienna, dov'era stato mandato per accordare con l'imperatore Francesco i pensieri della guerra, e gli piacque. Piacquegli altresì e funne contentissimo, che il duca d'Aosta, figliuolo secondogenito del re, che, avuto il governo dell'esercito, si era condotto a Racconigi per raccorlo, gli scrivesse lettere piene di cortesi parole, e di facile condiscendenza. Dava ammirazione il vedere come una amicizia così fresca, e così piena di disgrazie pel Piemonte fosse accompagnata da sì amorevoli uffizj. Bene considerate erano tutte queste cose da parte del governo regio, perchè dimostravanoch'ei non si lasciava trasportar dallo sdegno contro la propria utilità, e che superava gli umori per benefizio dello stato. Tanto poi fu durevole in Buonaparte la dolcezza di questi attaccamenti, che non gli potè dimenticare, e serbò sempre per la casa di Savoja tale tenerezza, che se nei tempi che succedettero ella non potè risorgere, fu piuttosto colpa di lei, che di lui. Insomma egli aveva penuria di cavalli, e se ne gli offerivano; bisogno di barche a passare il Po, e se ne gli fornivano; Bonafous arrestato dai paesani fu rimesso in libertà, così ordinando il re, dal duca d'Aosta, perchè portavano opinione, nel che s'ingannavano, che Buonaparte avesse a cuore la liberazione di lui. Nelle conferenze poi più segrete esortava i ministri di Vittorio Amedeo a confortarlo a star di buon animo, perchè solo che la Francia fosse sicura, le presenti disgrazie sarebbero, come diceva, la sua grandezza. Quanto ai zelatori della libertà affermava, che non sarebbe mai per tollerare che facessero novità, e se qualche Francese gli fomentasse, gliene facessero sapere, che tosto l'avrebbe o castigato o scambiato. Tutte queste dimostrazioni faceva Buonaparte sì per arte per aver le spalle libere a correre contro l'imperatore, e sì per inclinazione, perchè era amatore dei governi assoluti; poichè egli, che sempre procedè fintamente per la libertà, procedè sinceramente pel dispotismo.
Avendo adunque fermate le armi col re, acconce le condizioni del Piemonte e posto in sua balìa quel primo stato d'Italia, il che gli alleggeriva il bisogno di tenersi truppe alle spalle, innalzaval'animo ad imprese più grandi; e perchè l'esercito non gli mancasse sotto, mandava fuori un bando: «Ecco, diceva, o soldati, che in quindici giorni avete vinto sei battaglie, preso trenta stendardi, cinquantacinque cannoni, parecchie fortezze, quindici mila prigioni; avete ucciso diecimila nemici, conquistato la parte più ricca del Piemonte, vinto battaglie senza cannoni, varcato fiumi senza ponti, marciato viaggi senza scarpe, passato notti senza tetti, sostenuto giorni senza pane. Le falangi repubblicane, i soldati soli della libertà capaci sono di sì virili sopportazioni; rendevi la patria grazie dell'acquistata prosperità: vincitori di Tolone, le vittorie del novantatre presagiste; vincitori dell'Alpi, più fortunate guerre presagiste: non più fra sterili rupi, non più fra monti inaccessibili, ma nella ricca Italia avrete a far guerra; ecco che gli eserciti, che testè vi assalivano con audacia, fuggono con terrore al cospetto vostro: ecco trepidar coloro, che si facevano beffe della miseria vostra: ma se avete operato cose grandi, restanvene maggiori a compire. Non ancor sono Roma e Milano in poter vostro, ancora insultano alle ceneri dei vincitori dei Tarquinj gli assassini di Basseville: altre battaglie avete a vincere, altre città ad espugnare, altri fiumi a varcare. Forse alcuno di voi si ritragge? Forse sulle cime dei superati monti ama tornarsene per esser quivi di nuovo segno delle ingiurie di una soldatesca di schiavi? No, i vincitori di Montenotte, di Millesimo, di Dego, e di Mondovì bramano tutti di portarpiù oltre la gloria del nome Francese; tutti vogliono una pace utile alla patria; tutti desiderano alle paterne mura tornarne, tutti quivi con militare vanto dire:Ancor io mi fui dell'esercito conquistatore d'Italia. Promettovi, amici, ed a voi per ciò mi lego, che dell'Italia vittoria avrete; ma frenate, per Dio, gli orribili saccheggi, sovvengavi, che siete liberatori dei popoli, non flagello: non contaminate con la licenza le vittorie, nè il nome vostro; non contaminate la fama dei fratelli morti nelle battaglie. Io sarò freno a tanto vituperio; vergognereimi al reggere un esercito indisciplinato: ogni scelerato soldato, che con gli oltraggi, e col ladroneccio oscurerà lo splendore dei vostri fatti, fia da me, senza remissione alcuna, dato a morte».
Questo favellare di un capitano vittorioso a soldati vittoriosi, a Francesi massimamente tanto avidi di gloria d'armi, partoriva un effetto incredibile: coll'immaginare già facevano loro la Germania lontana, non che l'Italia vicina. Quel dimostrar poi di voler frenare il sacco, era molto accomodato consiglio per dare sicurtà ai popoli spaventati da una fama terribile, e da fatti più terribili ancora.
Rivoltosi poscia ai popoli d'Italia, mandava, venire il Francese esercito per rompere i ceppi loro; essere il popolo Francese amico a tutti i popoli; accorressero a lui confidentemente, lealmente, securamente; serberebbe intatte le proprietà, la religione, i costumi; fare i Francesi la guerra da nemici generosi, solo averla coi re.
Quali sentimenti producessero sì fatti incentivi, coloro sel pensino, che sanno quanto operi la forza congiunta a magnifiche parole: nè è da far maraviglia, se queste guerre vive dei Francesi di tanto abbiano prevalso alle guerre morte dei Tedeschi.
Possente ajuto a far la guerra da fronte era la quiete alle spalle. Arrivarono le novelle desideratissime, essersi conclusa la pace il dì quindici maggio fra la repubblica e il re. Furono le condizioni principali, cedesse il re alla repubblica la possessione del ducato di Savoja e della contea di Nizza; oltre le fortezze di Cuneo, Ceva, e Tortona mettesse in potestà dei repubblicani Icilia, l'Assietta, Susa, la Brunetta, Castel Delfino ed Alessandria, od in luogo suo, ed a piacere del generale di Francia, Valenza: smantellassersi a spese del re Susa e la Brunetta, nè alcuna nuova fortezza potesse rizzare per quella frontiera; non desse passo ai nemici della repubblica; non sofferisse ne' suoi stati alcun fuoruscito o bandito Francese; restituissersi da ambe le parti i prigionieri fatti in guerra; abolissersi, ed in perpetua dimenticanza mandassersi i processi fatti ai querelati per opinioni politiche; a libertà si restituissero, e dei beni loro posti al fisco si redintegrassero; avessero facoltà, durante il loro quieto vivere, o di starsene senza molestia negli stati regj, o di trasferirsi là dove più loro piacesse; dei paesi occupati dai Francesi conservasse il re il governo civile, ma si obbligasse a pagare le taglie militari, ed a fornir viveri e strame all'esercito repubblicano; disdicesse l'ingiuria fatta al ministro di Francia in Alessandria.
Questo trattato, che dalla parte della repubblica sentiva in tutto l'oppressione, in nulla l'amicizia, aveva in se ogni radice di dissoluzione: solo poteva, e doveva durare finchè la forza durasse; si rendeva per lui lecito al sovrano del Piemonte il sottrarsi per ogni mezzo, che in poter suo fosse, da sì dure, ed inusitate condizioni; poichè, se importava alla repubblica l'indebolire un nemico ostinato, ed anzi forte e generoso, non si vede, che cosa le importasse il volere, che i fuorusciti Francesi, la più parte vecchj od infermi, e tutti miseri, da' suoi stati cacciasse. Quest'era non debilitare il nemico, ma farlo vile, ed il lasciare in lui semi di rabbia, e di vendetta. Vide intanto il Piemonte uno spettacolo miserando; che quelle mani stesse, e quelle subbie, e quei martelli che avevano costrutto la Brunetta, opera veramente maravigliosa, forse unica al mondo, e degna di Roma antica, ora la demolissero, e se allo scoppio delle distruggitrici mine sentivano i Piemontesi uno immenso sdegno, avrebbero i Francesi, quando una infatuazione compassionevole non gli avesse in quell'età fuori di loro medesimi tirati, sentito vergogna; perocchè care a tutti sono le opere mirabili dell'umano ingegno; e se la Francia voleva pure per sicurezza del suo stato, e per istabilirsi totalmente il passo in Italia, che quel propugnacolo si disfacesse, doveva almeno per un pudore Europeo, e non istraneo ad una nazione non barbara, con le proprie mani disfarlo, non obbligar a disfarlo coloro, che edificato l'avevano; conciossiacosachè ciò era aggiungere l'ingiuria al danno.
Fatta la pace e domate le forze regie, aveva Buonaparte diminuito considerabilmente la potenza della lega in Italia. L'esercito Austriaco congiunto coi soldati di Napoli, e con qualche parte di Tedeschi testè arrivata dal Tirolo, si trovava solo esposto a tutto l'impeto dei repubblicani, ai quali veniva a congiungersi gente fresca, che dall'Alpi e dagli Apennini a gran passi calava, allettata dalla fama di tante vittorie. Nè il generale della repubblica era uomo da lasciar imperfetta l'opera, perchè dall'una parte il chiamava la popolosa e ricca Milano con quelle opime terre della Lombardìa, dall'altra la necessità lo spingeva a non lasciar respirar i Tedeschi, finchè non gli avesse rotti e cacciati d'Italia intieramente. Lo starsene avrebbe raffreddato l'ardore de' suoi, e dato tempo all'imperatore, che pure aveva il cuore nelle sue possessioni Italiche, di avviarvi gagliardi ajuti di soldati, e di munizioni. La mira principale, e tutta l'importanza dell'impresa erano d'impadronirsi di Milano. Al qual fine due strade se gli appresentavano; l'una di passare il Po a Valenza e di condursi per la dritta alla metropoli della Lombardìa Austriaca, insistendo sulla sinistra del fiume largo, rapido e profondo; l'altra di varcarlo sotto la foce del Ticino per ischivare questo medesimo fiume, ancor esso grosso e profondo, e di una rapidità singolare, con tutti gli altri che avrebbe per viaggio incontrati, se avesse varcato al passo di Valenza. Appigliossi al secondo partito, il quale, oltre la maggior sicurezza che aveva in se, dava opportunità di metter taglie al duca di Parma, ilquale sebbene subito dopo la tregua di Cherasco fosse stato esortato ad accordarsi con Francia da Ulloa, ministro di Spagna a Torino, non vi aveva voluto consentire.
Adunque risolutosi del tutto Buonaparte a voler varcare il Po tra le foci del Ticino e dell'Adda, il che doveva anche dar timore a Beaulieu di vedersi tagliar fuori dal Tirolo, con arte veramente mirabile, oltre la condizione del passo di Valenza inserita nella tregua fatta a Cherasco, dava voce che voleva passare a Valenza, e richiedeva continuamente il governo Sardo di barche pel Valenziano passo. Là mandava carri, là artiglierìe, là soldati, e vi faceva intorno una continua tempesta. Beaulieu, udita la tregua, tentate per una soprammano inutilmente le fortezze di Alessandria e di Tortona, perchè fu ributtato dai presidj Piemontesi che vi stavano vigilanti, aveva passato il Po a Valenza, ardendo tutte le barche che nelle vicine rive si trovavano. Condottosi sulla sinistra sponda con tutto l'esercito e proprio e Napolitano, stava attento ad osservare quello, che fosse per partorire l'astuzia, e l'ardire dell'avversario. Ma quantunque sperimentato ed accorto capitano fosse, si lasciò prendere agl'inganni del giovane generale della repubblica; perciocchè fece concetto, che veramente questi avesse l'intento di varcare a Valenza. Per la qual cosa si era alloggiato tra la Sesia ed il Ticino, affortificandosi per fare due prime teste grosse sulle rive dell'Agogna e del Terdappio, e rendendosi forte massimamente su quelle del Ticino. Siccome poi la città di Pavia, posta sul Ticinovicino al luogo dov'egli mette nel Po, e dov'è un ponte, gli dava sospetto, l'aveva munita, sulle rive del fiume, di trincee, e d'artiglierìe. Per questi medesimi motivi aveva lasciato con poche guardie la sinistra del Po, non solo fra il Ticino e l'Adda, ma ancora fra la Sesia ed il Ticino. Ecco intanto che Buonaparte sicuro oggimai di conseguire il fine che si era proposto, mandava una mano di veloci soldati, comandandole facesse due alloggiamenti per giorno, verso Castel San Giovanni. Seguitava egli medesimo più che di passo con tutte le genti, mentre le sue artiglierìe continuavano a fulminare, per non lasciar cader l'inganno, dalle rive di Valenza. Il colonnello Andreossi e l'ajutante generale Frontin spazzavano con cento soldati di cavallerìa tutta la riva destra del Po insino a Piacenza, recando anche in poter loro alcune barche, le quali navigavano alla sicura sul fiume, portando riso, ufficiali, e medicamenti destinati agl'imperiali.
Usando adunque celeremente l'occasione favorevole aperta dall'arte del generale loro, i Francesi colla vanguardia composta di cinque mila granatieri, e quindici centinaja di cavalli, varcavano felicemente il dì sette maggio su quelle barche medesime, e sopra alcune altre che loro si offersero preste a Piacenza, il fiume, e con allegrezza indicibile afferravano la sinistra sponda. Seguitava a veloci passi Buonaparte, per tale guisa che il dì otto quasi tutto l'esercito aveva posto piede sulle Milanesi sponde. In questo passaggio per Piacenza si vide un funesto segno della rapacità dei primi capi repubblicani, e del poco rispettoin cui avevano le cose più sacre; perchè Buonaparte, e Saliceti commissario del direttorio, poste le mani violentemente nei monti di pietà, e nelle casse non solamente ducali, ma ancora del municipio, e di diversi luoghi pii, quante robe preziose o danari vi trovarono, tante involarono.
Non così tosto ebbe udito Beaulieu le novelle del precipitarsi i Francesi verso il basso Po, che spediva una grossa banda a Fombio, terra posta rimpetto a Piacenza sulla sinistra del fiume, per impedire, se ancora fosse a tempo, il passo ai repubblicani. Egli intanto ritirava le genti sull'Adda sì per serbarsi aperte le strade al Tirolo, e sì per munire Mantova di gagliardo presidio, se la fortuna tanto fosse contraria all'armi imperiali, che il costringesse a lasciar del tutto la possessione d'Italia ai Francesi. Avvisava ancora che finchè il grosso de' suoi, che malgrado delle sconfitte era tuttavìa formidabile, si conservasse intiero sulle rive di questo fiume, pericolosa impresa sarebbe stata pei Francesi il correre a Milano, posciachè egli avrebbe potuto a grado suo assaltargli sul loro fianco destro. Perlochè s'avviava con la maggior parte delle genti a Lodi per guardar il ponte, che ivi apre il varco dalla destra alla sinistra del fiume. Mandava altresì una forte squadra, principalmente di cavallerìa, a Casal Pusterlengo, affinchè passando per Codogno, fosse in grado di servire come retroguardo alla schiera di Fombio, e di soccorrerla, ove bisogno ne fosse. Pavìa intanto, città nobile per la università degli studj, abbandonata da' suoi difensori, non si reggeva più che con la guardia urbana,aspettando di obbedire a chi col primo strepito di tamburi sotto le sue mura si appresentasse. Bene erano considerati i disegni di Beaulieu, ma la prestezza Francese gli ebbe guasti; i soldati mandati a Fombio, benchè con veloce viaggio fossero accorsi, arrivavano, non più per contrastar il passo al nemico, ma solo per combattere il medesimo, che già era passato. Buonaparte, che con la solita sagacità prevedeva, che quella testa grossa di Austriaci, se le desse tempo di essere soccorsa, poteva disordinare i suoi pensieri, perciocchè quantunque, egli avesse varcato, non era ancor ordinato a suo modo, ed in punto di tutto, si deliberava ad assaltarla senza dilazione. Occupavano gli Austriaci la terra di Fombio, in cui avevano fatto in fretta, e munito di venti pezzi d'artiglierìa alcune trincee: i cavalli, la maggior parte Napolitani, che in questa fazione si portarono egregiamente, battevano la campagna. La moltitudine delle sue genti permetteva a Buonaparte di allargarsi, e di assaltar da diverse parti la terra, solo mezzo che gli restava, stante le fortificazioni fatte dagli Austriaci, perchè il combattere fosse breve e felice. Adunque spartiva i suoi in tre bande, delle quali la prima col generale d'Allemagne, doveva, girando a destra, assaltar Fombio sulla sinistra, la seconda condotta dal colonnello Lannes, intrepidissimo guerriero, era destinata a dar dentro sulla destra, e finalmente il generale Lanusse con la mezzana aveva carico di attaccar la battaglia sulla mezza fronte della piazza per la strada maestra. Fu forte l'incontro, forte ancorala difesa; perchè gli Austriaci sfolgorarono gli assalitori con le artiglierìe ed i cavalli Napolitani, opprimendo i soldati corridori, ed assaltando con impeto gli squadroni stabili, rendevano difficile la vittoria ai Francesi. Gli Austriaci combattevano valorosamente e per natura propria, e per la speranza del soccorso vicino. Finalmente prevalsero, non prima però che non fosse stato fatto molto sangue, l'impeto, la moltitudine e l'audacia dei Francesi. Andavano gl'imperiali in rotta ed abbandonato Fombio a chi poteva più di loro si ritiravano a gran fretta a Codogno, con lasciar ai vincitori non poca parte delle bagaglie, trecento cavalli, circa cinquecento tra morti e prigionieri: sarebbe stata più grave la perdita, se la cavallerìa Napolitana, condotta massimamente dal colonnello Federici, uffiziale di gran valore, serrandosi grossa ed intiera alla coda, ed urtando di quando in quando gagliardamente il nemico, non avesse ritardato l'impeto suo, e fatto abilità ai disordinati Austriaci di ritirarsi.
Usando i repubblicani la fortuna propizia, seguitavano passo passo i confederati, ed occupavano Codogno. In questo mentre sopraggiunse la notte. Aveva Beaulieu avuto le novelle del passo dei Francesi, e del pericolo de' suoi assaltati in Fombio. Comandava pertanto a cinque mila eletti soldati, corressero da Casal Pusterlengo per la strada di Codogno in soccorso di Fombio, credendo, che i suoi tuttavìa in quest'ultima terra si sostenessero. Fu questo un molto audace comandamento, e che poteva rompere i disegni al generale della repubblica, se fosse statosecondato dalla fortuna. In fatti arrivavano i Tedeschi nel bujo della notte sopra i Francesi all'improvviso, e sbaragliate le prime guardie, seminarono terrore e disordine in Codogno; anzi spingendosi oltre, s'impadronivano di parte della terra. Non era più pari la battaglia, perchè si combatteva da una parte con intento e con ordine certo, dall'altra con soldati scompigliati, sorpresi ed impauriti. Accorreva al subitaneo romore Laharpe, e postosi a guida di un reggimento fresco marciava per rinfrancare la fortuna vacillante. L'avrebbe anche fatto, se nel bel principio di quella mischia, colto nel petto da una palla mortale, non fosse stato tolto subitamente di vita. In tale guisa mancò in un casuale incontro, ed in una battaglia notturna nel fiore della sua età il generale Laharpe, soldato di compito valore, ma ancora più di compita virtù. Ei fu tale, che amato da tutti in vita, pianto da tutti in morte, meritò, che il caso suo fatale fosse attribuito dai contemporanei, sebbene a torto, a chi per troppo diversa natura l'invidiava; uomo felicissimo, che nell'ultimo evento stesso del suo corso mortale tanto l'opinione il differenziava da altri, che non a caso fortuito, ma a pensato disegno fu la sua morte imputata.
L'accidente sinistro di Laharpe sgomentò di modo i repubblicani, che le sorti loro avevano del tutto il tracollo, se non arrivava frettolosamente il generale Berthier, che con la sua presenza tanto fece che rinfrancò gli spiriti, e riordinò le schiere sbigottite e disordinate. Spuntava intanto il giorno: i Tedeschi nell'ardir loro moltiplicando,perchè già si credevano in possessione della vittoria, si allargavano sulle ali per circondare il nemico. Ma già si erano riavuti i Francesi; i Tedeschi medesimi, veduto al lume del giorno, che i nemici superiori assai di numero, facevano le viste di assaltargli, pensarono al ritirarsi; il che fecero prima in buon ordine e regolatamente, poscia disordinati e rotti, instando acremente i Francesi, oramai consapevoli dei loro vantaggi. La schiera tutta sarebbe stata condotta all'ultimo termine, se per la seconda volta la cavallerìa Napolitana non le faceva scudo alla ritirata. Così una conseguita vittoria divenne in un subito una rotta evidente. Perdettero in questo fatto i Tedeschi quasi tutto il bagaglio, non poche artiglierìe lasciate nei fossi della terra, molti prigionieri fra i dispersi. Tenevano loro dietro a gran passo i repubblicani, e s'impadronivano di Casale, mentre i residui degl'imperiali si ricoveravano a Lodi, dov'era giunto con tutte le sue forze Beaulieu, e dove voleva pruovare per l'ultima volta, se obbligando il fortunato emulo suo a fare un moto eccentrico verso destra per venirlo ad assaltare a Lodi, gli venisse fatto di rompere quell'ascendente che aveva, e trasportare in se il favore della volubile fortuna. A Lodi adunque in un ultimo cimento si doveva combattere della salute di Milano, della conservazione della Lombardìa, del destino delle reliquie ancora potenti delle genti imperiali.
Avvisavasi ottimamente il capitano Austriaco, che perduto il passo del Ticino, e poichè i Francesi avevano varcato il Po, non gli restava altrasedia di guerra opportuna a farvi testa, che il grosso e rapido fiume dell'Adda, le parti inferiori del quale si trovavano assicurate dalla fortezza di Pizzighettone munita di artiglierìe, e di sufficiente presidio. Vuotata adunque Pavia, e lasciati dentro il castello di Milano due mila soldati, la maggior parte del corpo franco di Giulay, aveva raunato tutte le sue genti a Lodi. Siccome poi sapeva di certo che il veloce Buonaparte, dopo le vittorie di Fombio e di Codogno, non avrebbe indugiato a venire ad assaltarlo, perchè quello era l'ultimo cimento per aver Milano, aveva collocato la sua retroguardia, sotto guida del colonnello Melcalm, suo parente, in Lodi, comandandogli che resistesse quanto potesse, ed in caso di sinistro si ritirasse sulla sinistra del fiume. Intanto per assicurare il passo del ponte, molte bocche da fuoco situava all'estremità di lui presso la sinistra sponda per modo che direttamente l'imboccavano, e spazzare potevano. Nè parendogli che questo bastasse alla sicurezza di quel varco importante, munì la riva sinistra con venti pezzi d'artiglierìe grosse, dieci sopra, dieci sotto al ponte, le quali coi tiri loro battendo in crociera parevano rendere il passo piuttosto impossibile, che difficile. Gli Austriaci, cui nè tante rotte, nè una ritirata di sì lungo spazio non avevano ancora disanimato, se ne stavano schierati sulla sinistra riva, pronti a risospingere l'inimico disordinato dal passo del ponte, se mai contro ogni credere l'avesse effettuato. Danno alcuni biasimo a Beaulieu del non aver tagliato il ponte in vece di averlo munito,presumendo che i Francesi non avrebbero potuto varcare, se il ponte, fosse stato rotto, perchè gl'imperiali forti di artiglierìe, ed ancora più di cavalli, avrebbero avuto abilità o di arrestare i passanti, o di conquidere i passati. Ma e' bisogna avvertire, che l'intento di Beaulieu era non solamente d'impedire il passo al nemico, ma ancora di conservarlo per se, perchè ed aspettava ajuti, e voleva render sospetto ai Francesi l'andare a Milano. Quale di queste sia la parte sana, perchè può essere errore uguale il giudicar dagli eventi, come il giudicare dai disegni, arrivava Buonaparte impaziente delle guerre tarde, e veduto i preparamenti del nemico, e sloggiatolo da Lodi con un assalto presto, si risolveva, correndo il decimo giorno di maggio, a far battaglia sul ponte, quantunque tutti i suoi non fossero ancora quivi raccolti. I generali suoi compagni, che vedevano l'impresa molto pericolosa, fecero opera di sconfortarnelo, rappresentandogli la fortezza del luogo, la stanchezza dei soldati, le genti menomate dalle battaglie, e minorate dalla lontananza di molte schiere valorose. Ma egli, che ne sapeva più di tutti, che voleva quel che voleva, e che era non che liberale, prodigo del sangue dei soldati, purchè vincesse, persisteva a voler dar dentro, e tosto si accingeva alla pericolosissima fazione. Fatto adunque venire a se un nodo di quattro mila granatieri e carabine, gente rischievole, use al sangue, pronta a mettersi ad ogni sbaraglio, diceva loro con quel suo piglio alla soldatesca, che tanto piaceva a' suoi soldati: «Vittoria chiamar vittoria; esser loro queibravi uomini, che già avevano vinto tante battaglie, fugato tanti eserciti, espugnato tante città; già temere il nemico, poichè già dietro ai fiumi si ritirava: credersi quel Beaulieu già tante volte vinto, che il breve passo di un ponte arrestar potesse i repubblicani di Francia; vana presunzione, vana credenza: aver loro passato il Po, re dei fiumi; arresterebbegli l'umile Adda? Pensassero, esser questo l'ultimo pericolo; superatolo, in mano avrebbero la ricca Milano; dessero adunque dentro francamente, sostenessero il nome di soldati invitti; guardargli la repubblica grata alle fatiche loro, guardargli il mondo maravigliato, ed atterrito alla fama di tante vittorie: quì conquistarsi Italia, quì rendersi il nome di Francia immortale».
Schieraronsi, serraronsi, animaronsi, contro il ponte marciarono. Non così tosto erano giunti, che gli fulminavano un tuonare d'artiglierìe d'Austria orrendo, una grandine spessissima di palle, un nembo tempestoso di schegge. A sì terribile urto, a sì duro rincalzo, alle ferite, alle morti, esitavano, titubavano, s'arrestavano. Se durava un momento più l'incertezza, si scompigliavano. Pure il valor proprio, ed i conforti dei capitani tanto gli animarono, che tornavano una seconda volta all'assalto: una seconda volta sfolgorati cedevano. Vistosi dai generali repubblicani il pericolo, ed accorgendosi che quello non era tempo da starsene dietro le file, correvano a fronte Berthier il primo, poi Massena, poi Cervoni, poi Dallemagne, e con loro Lannes e Dupas, e si facevano guidatori intrepidi dei soldati loro in unmortalissimo conflitto. Le scariche delle artiglierìe Tedesche avevano prodotto un gran fumo, che avviluppava il ponte; del quale accidente valendosi i repubblicani, e velocissimamente il ponte attraversando, riuscirono, coperti di fumo, di polvere, di sudore e di sangue sulla sinistra sponda. Spigneva oltre Buonaparte subitamente i restanti battaglioni; ma le fatiche loro non erano ancora giunte al fine, nè la vittoria compita, perchè gl'imperiali ordinati sulla riva, facevano tuttavia una ostinatissima resistenza. Tuonavano le artiglierìe, calpestavano i cavalli, la battaglia, siccome combattuta da vicino, più sanguinosa. Già correvano pericolo i Francesi di essere rituffati nel fiume, ed obbligati a rivarcare con infinito pericolo il ponte con sì estremo valore acquistato, quando opportunamente giunse con la sua eletta squadra Augereau, che udito l'avviso della battaglia orribile, a gran passi dal Borghetto in ajuto de' suoi compagni pericolanti accorreva. Questa giunta di forze in momento tanto dubbio fece del tutto sormontare la fortuna Francese. Beaulieu, abbandonato il bene contrastato ponte, si ritirava prestamente con animo di andarsi a porre sul Mincio per serbare le strade aperte al Tirolo, e per assicurar Mantova con un grosso presidio.
La cavallerìa Tedesca, ma principalmente la Napolitana, che anche in questo fatto soccorse egregiamente ai Tedeschi, proteggeva il ritirantesi esercito. Per questa cagione, e perchè la cavallerìa di Francia, che non ancora aveva potuto varcar il ponte fracassato, penava a passar a guado, di pochi prigionieri nella ritirata loro furonogl'imperiali scemi. Bensì perdettero nel fatto duemila cinquecento soldati tra morti e feriti, quattrocento cavalli, gran parte delle artiglierìe. Sopraggiunse la notte. Tra per questo, e per la stanchezza dei soldati repubblicani accorsi a passi frettolosi, e per l'affrontarsi della fiorita cavallerìa dei confederati, non poterono i Francesi fare quel frutto col perseguitare, che avrebbero desiderato.
Grave fu anche la perdita dei Francesi: se non arrivò ai quattromila o morti, o feriti, o prigionieri, come la parte avversa pubblicò, certo passò i duemila, ancorchè Buonaparte con la solita fronte abbia pubblicato, essere mancati de' suoi solamente quattrocento. La ritirata dei confederati assicurò i repubblicani delle cose di Lombardìa, e pose in mano loro Pavia, Pizzighettone e Cremona: la imperial Milano, priva oramai di difesa, tanto solamente indugiava a venir sotto l'imperio repubblicano, quanto tempo abbisognava ai repubblicani per arrivarvi. Mescolaronsi a questi gloriosi fatti i saccheggi, e le devastazioni.
Giunte in Milano le novelle del passo del Po, e dello abbandonarsi da Beaulieu la frontiera del Ticino, vi sorse un grande sbigottimento, poichè vi si prevedeva, che poca speranza restava di conservare la città sotto la divozione dell'Austria. Erano gli animi di tutti, come in una popolazione ricca, allo approssimarsi di soldatesche nuove, non conosciute, e forse anco troppo conosciute. Era stato mansueto il governo dell'arciduca, nè quello della nobiltà tirannico; che anzi partecipandodell'indole benigna di chi reggeva, della natura dolcissima del clima, e di una educazione piuttosto data alle mollezze della vita, che al dominare, aveva la nobiltà più clientela per amore, che potenza per feudalità. Mancavano adunque nel Milanese le cagioni di mala soddisfazione, che in altre contrade d'Italia si derivavano dalla durezza del governo, e dalle insolenze dei nobili. Quindi nasceva, che sebbene i popoli siano generalmente amatori di novità, e non conoscano il bene se non quando l'han perduto, non si manifestavano nella felice Lombardìa segni di future e spontanee rivoluzioni. Ognuno anzi temeva per se, per le famiglie, per le sostanze. Queste cose tenevano i Milanesi sospesi; nè per la natura loro erano capaci di lasciarsi muovere da certe astrazioni di governi geometrici. Temevano anzi, che siccome la città loro era grossa e ricca, così vi facessero i repubblicani la principale stanza loro, ond'ella diventasse e segno di oppressione speciale per se, e fomento di rivoluzione per gli altri. Siccome poi non erano le faccende della guerra sicure, così dubitavano che nell'andare e venire reciproco, e nel rincacciarsi dei due potenti nemici, la misera Milano non avesse a pagar il fio di quanto più la faceva cara e preziosa al mondo. Sapevano che pochi erano fra loro i zelatori di novità, e questi pochi ancora quieti, e rimessi secondo la natura del paese; ma apprendevano che ove i repubblicani vi avessero posto sede, da tutta Italia vi concorressero o gli scontenti dei governi regj, o gli amatori della repubblica, e con mezzi nuovi ed insoliti vi partorisseroaccidenti ignoti, e forse terribili. Per la qual cosa vi si viveva in grande spavento.
L'arciduca Ferdinando, che vedeva, che popoli disarmati e quieti non potevano difenderlo da gente armata ed audacissima, giacchè l'esercito imperiale stesso non era stato abile a tenerla lontana, abbandonato d'ogni speranza, si risolveva a lasciar quella sede per andarsene nella sicura Mantova, o quando i tempi pressassero di vantaggio, nella lontana Germania. Desiderando però prima che partisse, provvedere alla quiete dei popoli, ordinava con editto dei sette maggio, che i cittadini abili all'armi si descrivessero ed in milizia urbana si ordinassero. Ai nove, aggravandosi viemaggiormente il pericolo per l'approssimarsi dei repubblicani, creava una giunta composta dei presidenti d'appello e di prima instanza, e del magistrato politico camerale, con autorità di fare quanto al governo si appartenesse, ed a questa giunta, come a capo supremo dello stato, voleva che i magistrati minori obbedissero. L'ordine giudiziale a far l'ufficio, come per lo innanzi, continuasse.
Avendo per tale guisa l'arciduca provveduto alle faccende, se ne partiva il medesimo dì nove di maggio alla volta di Mantova, avviandosi dove già era arrivata la sua famiglia. L'accompagnavano personaggi di nome, fra i quali il principe Albani, ed il marchese Litta. Mesta era la comitiva: l'arciduca non assuefatto a sentire i colpi dell'avversità, accusava piangendo non la fortuna, ma, secondochè si usa nelle disgrazie, i cattivi consigli di Beaulieu. La fuggitiva schiera passavapel territorio Veneto, miserando spettacolo: faceva più compassionevole quella calamità la moltitudine delle persone di ogni grado, di ogni età, e di ogni sesso, le quali fuggendo la furia dei repubblicani, abbandonate agli strani le case loro, correvano a ricoverarsi sulle terre Veneziane, destinate ancor esse, e molto prossimamente, alla medesima ruina. Così l'egregia Milano, stata da lungo tempo felicissima, spogliata di difensori, privata del suo principe, se ne stava aspettando non conosciute venture. Seguitava un interregno di tre giorni, in cui non essendo più in potere dell'Austria, nè ancora in quello della Francia, si reggeva con le proprie municipali leggi; nè in questo tempo vi si udirono minacce, od insulti di persone, nè rubamenti, nè desiderj di novità. Tanto era buona la natura di quel popolo!
Buonaparte intanto, espeditosi per la vittoria di Lodi di quanto più pressava nella guerra, e già stimando Milano, com'era veramente, in sua potestà, mandava Massena a farsene signore. In questo mentre mandavano i magistrati municipali i loro delegati ad offerire la città a Buonaparte, che si trovava alle stanze di Lodi, pregandolo di usare mansuetudine verso un popolo in ogni tempo quieto, nemico a nissuno, confidente nella generosità dei Francesi. Rispose benignamente, porterebbe rispetto alla religione, alle proprietà, alle persone. Il giorno quattordici di maggio entrava Massena con una schiera di diecimila soldati valorosissimi. L'accampava, la maggior parte, fuori delle mura per modo ordinandola, che i fanti occupassero tutti gli aditi degli spalti, i cavallicustodissero le porte. L'incontravano al Dazio di Porta Romana i municipali. Disse, per mescolare qualche temperamento alla fierezza dell'armi, che sarebbero salve la religione, le persone, le proprietà. Arrivarono il giorno dopo nuovi corpi di truppe; ogni parte piena di soldati. Incominciossi l'opera dell'oppugnar il castello, a cui si erano riparati gli Austriaci. I Francesi furono accolti nelle case con la dolcezza del fare Milanese, ed eglino ancora, dico la maggior parte, cortesemente procedendo, e con quel loro solito brio mostrandosi, tiravano facilmente a se gli animi dei cittadini, che, veduto, che quei repubblicani non erano tanto terribili quanto la fama aveva portato, rimettevano del terrore concetto, e si affezionavano ai nuovi ospiti, venuti per venture strane e spaventevoli nel paese loro. Tal era la condizione del popolo Milanese, quando i Francesi entrarono in Milano, dolce, ed affettuosa, nè contraria, nè propensa a quella libertà, che si andava predicando.
Arrivavano intanto i repubblicani, sì finti come sinceri, i quali o allettati dalla fama, o costretti dalla necessità, fuggendo lo sdegno dei signori loro, concorrevano, come in sede propria, e di salute nella città conquistata. A costoro si univano i repubblicani Milanesi, ed intendevano a far novità. Fra tutti questi, gli utopisti si rallegravano, persuadendosi, che fosse venuto il tempo di veder in opera quella specie di reggimento, che nelle buone menti loro si avevano concetta; nè gli poteva torre alla immagine lusinghiera l'apparato terribile delle armi forestiere, nè la naturapoco costante in se medesima dei Francesi, nè l'autorità militare fatta padrona di ogni cosa, e certamente pessima compagna di libertà. Servi di un'opinione anticipata e di un dolce delirio, andavano sognando una perpetua felicità, nè s'accorgevano, che la repubblica di Francia non combatteva nè per loro nè per la libertà, ma per la grandezza e la sicurezza del suo imperio, per posseder le quali, se fosse stato necessario, avrebbe dato in preda all'Austria, non che Milano, Italia, ed ancor essi con loro. Di costoro si faceva beffe Buonaparte, stimandogli uomini dappoco, scemi, e, come sarebbe a dire, pazzi. Fra gli altri patriotti, o che si chiamavano tali, era una generazione d'uomini, che amavano lo stato libero, non per desiderio di preda, ma per ambizione, avvisandosi che fosse dolce il comandare, e venuto il tempo propizio per salire dai bassi gradi ai sublimi. Di questi faceva maggiore stima Buonaparte, perchè, come diceva, erano gente che aveva polso, e che per poco che si stimolassero, avrebbero servito mirabilmente a' suoi disegni. Eravi finalmente una terza maniera di questi patriotti, i quali amavano le novità per le ricchezze, e sperando di pescar nel torbido, gridavano ad alte e spesse voci, libertà. Questi non frequentavano mai le stanze di Buonaparte, perchè sebbene qualche volta gli accarezzasse, dava ancor loro spesso di forti rabbuffi; ma amavano molto aggirarsi fra i commissari, e gli abbondanzieri dell'esercito, dei quali diventavano sensali e mezzani, per forma che mentre i buoni utopisti andavano dietro alle loro ubbìe, ed erano per semplicità repubblicana,e volevano esser poveri, questi al contrario si arricchivano a spese di coloro, ai quali dicevano voler dare il vivere libero. Erano molti di tutti questi generi di patriotti.
Fecero grandi allegrezze in sull'entrar dei Francesi di luminarie, di balli, di festini: ma per quella servile imitazione, di cui erano invasati verso le cose Francesi, e che fu la principal cagione della servitù d'Italia, piantarono altresì alberi di libertà, e vi facevano intorno canti, balli, discorsi, ed altre simili tresche. Poscia, acciocchè non mancasse quel condimento delle congreghe pubbliche per aringarvi intorno a cose appartenenti allo stato, le fecero a modo di Francia, ed in loro chi aringava con maggior veemenza, più era applaudito. Tutte queste cose si facevano: il popolo, non potendo restar capace di ciò che vedeva, faceva le maraviglie.
Entrava in Milano il vincitor Buonaparte, non già con semplicità repubblicana, ma con fasto regale, come se re fosse: l'accolsero con grida smoderate i patriotti, e parte del popolo, solito a fare come gli altri fanno. Innumerabili scritti si pubblicarono, in cui sempre più si lodava Buonaparte, che la libertà: mostrossi, per dir il vero, in questo molto schifosa l'adulazione Italiana. Fra i patriotti, chi lo chiamava Scipione, chi Annibale; il repubblicano Ranza il chiamava Giove. I buoni utopisti, quando lo vedevano, piangevano di tenerezza. Queste dimostrazioni egli si godeva tanto in pubblico, quanto in privato; ma augurava male degl'Italiani, perchè essendo egli operatore grandissimo, credeva, e con ragione,che coi fatti, non con le parole si compiscono le grandi mutazioni negli stati. Quando poi uomini o donne amatori sinceri di libertà (che anche donne, e non poche si trovavano tenerissime di lei) a lui si rappresentavano per raccomandargliela, rispondeva con ciglio austero, la conquistassero, uscissero dall'imbelle vita, le armi pigliassero, le armi usassero: dura cosa essere la libertà; duri cuori e dure mani conservarla; fuggire lei la mollezza e il lusso: solo abitare fra le popolazioni forti, e magnanime.
Intanto vedeva il mondo una cosa maravigliosa. Un soldato di ventott'anni, un mese innanzi conosciuto da pochi, avere con un esercito sprovveduto e non grosso superato monti difficilissimi, varcato grossi e profondi fiumi, vinto sei battaglie campali, disperso eserciti più potenti del suo, soggiogato un re, cacciato un principe, acquistato il dominio di una parte d'Italia, apertosi la strada alla conquista dell'altra, convertito in se stesso gli occhi di tutti gli uomini di quell'età. Sapevaselo Buonaparte; l'anima sua ambiziosa maravigliosamente se ne compiaceva. Ma perchè l'aspettativa che aveva desta di lui non si raffreddasse, e per farsi scala a cose maggiori, mandava fuori il venti maggio un discorso molto infiammativo a' suoi soldati:
«Soldati valorosi, diceva, voi piombaste, come torrente precipitoso, dall'Alpi e dagli Apennini; voi urtaste, voi rompeste nel corso vostro ogni ritegno. Il Piemonte, oggimai libero dall'Austriaca tirannide, spiega i naturali suoi sentimenti di pace e d'amicizia verso la Francia. Vostroè lo stato di Milano: sventolano all'aura su tutte le alte cime della Lombardìa le repubblicane insegne: i duchi di Parma e di Modena alla generosità vostra sono del dominio, che ancora lor resta, obbligati. Dov'è l'esercito che testè con tanta superbia v'insultava? Ei non ha più riparo contro al coraggio vostro. Nè il Po, nè il Ticino, nè l'Adda poterono un sol giorno arrestarvi. Vani furono i vantati baluardi d'Italia, vani i gioghi inaccessi degli Apennini. Sentì la patria infinita allegrezza delle vostre vittorie; vuole, che ogni comune le celebri: i padri, le madri, le spose, le sorelle, le amanti dei fausti eventi vostri si rallegrano e si stimano dello avervi per congiunti fortunatissimi. Sì per certo, o soldati, assai faceste; ma forse altro a fare non vi resta? Diranno di voi i contemporanei, diranno i posteri, che abbiam saputo vincere, non usare la vittoria? Accuseranci dello aver trovato Capua in Lombardìa? No, per Dio, no, che già vi veggo correre alle vincitrici armi, già veggo sdegnarvi ad un vil riposo, già sento, i giorni passati senza gloria, esser giorni perduti per voi. Orsù, partianne: restanci viaggi frettolosi a fare, nemici ostinati a vincere, allori gloriosi a cingere, crudeli ingiurie a vendicare. Tremi chi accese le faci della civil guerra, tremi chi uccise i ministri della repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi rapì le navi: già suona contro a loro in aria una terribile vendetta. Pure stiansi senza timore i popoli: siamo noi di tutte le nazioni amici, specialmente siamo dei discendenti di Bruto, dei Scipioni, ditutti gli uomini grandi, che impreso abbiamo ad imitare. Ristorare il Campidoglio, riporvi in onore le statue degli eroi, per cui tanfo è famoso al mondo, destar dal lungo sonno il Romano popolo, torlo alla schiavitù di tanti secoli, fia frutto delle vittorie vostre: acquisteretevi una gloria immortale, cangiando in meglio la più bella parte d'Europa. Il popolo Francese libero, rispettato dai popoli, darà all'Europa una pace gloriosa, che di tanti sofferti danni, di tante tollerate fatiche ristorerallo. Ritornerete allora fra le paterne mura, i concittadini a dito mostrandovi, diranno:fu soldato costui dell'esercito Italico».
Questo tremendo parlare empiva di spavento Italia: ognuno aspettava accidenti terribili.
Fine del Tomo Primo.