LIBRO TERZO

LIBRO TERZOSOMMARIONuove deliberazioni dei confederati nel 1793. Istanze dell'imperatore d'Alemagna presso al senato Veneziano. Discorso del procurator di San Marco Francesco Pesaro in favore della neutralità armata. Discorso di Zaccaria Vallaresso, uno dei savj del consiglio, in favore della neutralità disarmata. Risoluzione del senato. Deliberazioni di Genova. Pratiche dei confederati con Lione e Marsiglia. Disposizioni militari e politiche dei Francesi. Umori diversi in Italia. Assalto dato a Cagliari di Sardegna dall'ammiraglio Truguet. Paoli muove la Corsica, e la toglie all'imperio di Francia. Guerra sull'Alpi: fatto di Raus favorevole ai regj. Minacce superbe degl'Inglesi a Toscana ed a Genova. Insinuazioni dei medesimi a Venezia. Deliberazione del gran mastro dell'ordine di Malta contro la Francia. Moti considerabili contro il consesso nazionale in varie provincie: Lione e Marsiglia si sollevano. Fatti d'armi. I regj sono respinti dalla Savoia, e da Nizza; Marsiglia è presa, Lione si arrende. Tolone si dà ai confederati. I repubblicani l'oppugnano, e lo prendono di assalto. Spoglio fatto dai confederati nell'andarsene.La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado di Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti Tedeschi delle terre Francesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per questo, e per l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie, e di più ferociinstigamenti l'appetito delle cose nuove, la furia delle menti in Francia, eglino s'accorsero, che assai più dura impresa si avevano per le mani di quanto avevano a se medesimi persuaso; nè mai tanto discapito dalle credenze al fatto aveva la fortuna recato, che pur sì grandi ne suol mostrare, quanto a questi tempi. Bande tumultuarie ed indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti floridissimi; capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte militare generali, che erano in voce dei primi per tutte le contrade d'Europa. Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di piantar facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di Lione, a mala pena potevano difendere i dominj proprj dagli assalti di un nemico poco prima disprezzato, ed ora vittorioso ed insultante.Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace quella furia Francese, e coll'accrescer le forze proprie, e con l'unione di aliene, si potesse mutar la fortuna, e compensar le perdite passate coi guadagni a venire. Tal è la costanza delle menti Tedesche, che più e meglio ancora che l'impeto, le fa riuscire ad onorate imprese. L'Austria ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano con animo più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega già forse incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava i pensieri alla preservazione de' suoi stati in Italia, ai quali già si era avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della sua potenza.Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli stati Austriaci, quanto nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata dei Francesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole di libertà e d'uguaglianza, non solamente non si congiungessero con coloro che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero novità, ma ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato guerriero, e non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi di persuasione. Il più potente era la religione: spargevansi sinistre voci: essere i Francesi nemici di Dio e degli uomini, conculcare la religione, profanare i tempj, perseguitare i sacerdoti, schernire i santi riti, contaminare i sacri arredi, e facendo d'ogni erba fascio, proteggere gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i frati intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano mirabilmente gli animi del volgo.Parte essenziale dei disegni della lega erano le deliberazioni del senato Veneziano. L'imperatore conghietturando, che il terrore cagionato dall'invasione di Savoja e di Nizza, e quell'insistere così vicino sulle frontiere del Piemonte di un nemico audace, e che mostrava tanta inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato, che era oramai tempo di non più procedere con consigli separati, e di pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli, non isperasse preservare lo stato, se quel diluvio di gente sfrenata, valicatii monti, inondasse Italia; voler fare e per se, e per gli sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna, quanto fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta calamità; ma esser feroci i Francesi, e gli eventi di guerra incerti, vano pensiero essere il credere, che chi fa spregio dell'umanità e conculca ogni legge divina ed umana, rispetti le neutralità, disprezzare i Francesi la neutralità ed amar meglio un nemico aperto, che un amico dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazìe, che le monarchìe, ed il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi ingannare da per se stesso; poter concludere il senato della sincerità loro dai tentativi fatti da loro a Costantinopoli per concitare contro di lui la rabbia Ottomana; poter giudicare della moderazione dalle insolenze già fin d'ora usate in sul mare verso le navi della repubblica, esser sempre disordinata la natura Francese, ma ora per la rivoluzione esser disordinatissima; nè esser di soverchio tutte le forze d'Europa per ostare ad una nazione potente, e presa di pazzia; certamente imprudentissimo consiglio essere il darsi a credere, che ove un popolo sfrenato abbia superato monti difficilissimi, prostrato le forze di un re e di un imperatore, e penetrato nel cuore stesso d'Italia, superbo per indole, superbissimo per vittoria, voglia arrestar l'impeto suo alle frontiere Veneziane, solo per vedere sulli estremi confini scritte le parole di neutralità; non sapere il senato, che tanto sa, quanto sia avida la natura dei Francesi della roba altrui? Queste terreda sì lungo tempo immuni di guerra, questo cielo sì dolce, questi campi tanto fertili, queste colline così feconde, questi palagi così sontuosi, e questi arredi così ricchi non allettar forse con forza irrepugnabile chi già non ha freno in se che lo tenga? e forse non sono in Italia i vizj e le male pesti, che gli ajuteranno? Non sono forse qui gli ambiziosi per dominare, i ladri per rubare, gli scapestrati d'ogni sorte per istraviziare? Nè perturbatrici parole, e piene di atroce influenza non sono forse le parole di libertà e d'uguaglianza, che costoro van gridando per ispogliare chi ha, e per ingannare chi non ha? Forse i popoli non corrono dietro alle novità molto volentieri? e non può più sempre in loro la fortuna che la fede? Chi dà sicurtà al senato, che una prima insegna Francese, la quale si mostri in cima all'Alpi, non mandi improvvisamente sottosopra il Piemonte, il Milanese tutto, e con essi questo felice stato Veneziano? Non empierassi allora ogni cosa di tumulti e di ribellione? Non si portan già quì di soppiatto da uomini audacissimi le scelerate insegne Francesi? e già costoro non si accordano, già non si affratellano, già non corrompono, già non rapportano per ajutare un nemico crudele, per far isgabello alla potenza loro dell'estremo sterminio d'Italia? ad occasione insolita insoliti consigli. Che montano in tanto pericolo le cautele usate un dì, e le gelosìe antiche? Non voler Germania opprimere Italia, esser queste cose dannate dal secolo; bensì voler Germania preservare Italia, e con Italia il mondo, da un sovvertimento totale, da un dominio insopportabile;fugace sempre esser la occasione, ma ora fugacissima; che superare solo il colmo dell'Alpi è pei Francesi vittoria certa, poichè il resto darallo un fiume insuperabile. Questo è, aggiunse l'imperatore, l'estremo dei tempi; il sorger di tutti solo poter esser la salute di tutti, il mancar di un solo la rovina di tutti. Pensasse adunque il senato, e maturamente considerasse la necessità dei tempi, l'infedeltà della Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli ajuti offerti, e l'avvenire, che già già incalzava, e premeva o felice, o funestissimo per sempre.Il senato Veneziano che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere i tempi, ora male misurandogli, e volendo applicare ad un male nuovo rimedj antichi, rispose, che la repubblica sempre moderata e temperante, voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale mansueto procedere era sempre stato a grado di tutti i principi, e sperava dover essere per l'avvenire, massime nella presente controversia tanto piena di difficoltà e d'incertezza; che quanto ai sudditi, non aveva timore alcuno di novità, stante che conosceva e la fede loro, e la vigilanza dei magistrati; che ammirava bene la costanza dell'imperatore e de' suoi alleati in un affare di tanto pericolo, ma che finalmente si persuadeva, che Sua Maestà Imperiale, considerando bene secondo la prudenza sua la natura del governo Veneziano, avrebbe conosciuto, non dovere lui allontanarsi da quella moderazione, che l'aveva preservato salvo per tanti secoli; ricever somma molestia di non poter deliberare altrimenti; esser parata larepubblica a dar il passo alle genti Tedesche, a sovvenir i confederati di quanto potesse consistere con la neutralità; ma procedere più oltre, e soprattutto implicarsi in guerre con altri, non comportar la fede, la costanza, e la consuetudine della repubblica.Ma moltiplicando sempre più gli avvisi dei progressi fatti dai Francesi nel ducato di Savoja e nel contado di Nizza, fu ben necessario il pensare a provveder quello, che la stagione richiedeva; e se non si voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene considerare quanto fosse a farsi per preservar la repubblica dagli assalti forestieri, e dai tumulti cittadini.Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in consulta, quali fossero i provvedimenti da farsi per conservar salva la repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Francesi in Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo il quale e per se, e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede appresso ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatto menzione in queste storie, dal suo seggio levatosi, e stando ognuno attentissimo a udirlo, parlò con gravissimo discorso in questa sentenza: «Se la giustizia più potesse negli uomini, che la forza, voi non sareste quì a deliberare, eccelsi senatori, e della patria amantissimi, se l'innocenza vostra si possa o di per se stessa difendere, o si debba tutelare con l'armi. Imperciocchè tutto il mondo sa, che contenti allo stato vostro, nissun appetito vi costringe a desiderare quello d'altrui, e dappoichè è sorta inmezzo a queste acque la nostra generosa repubblica, piuttosto per la felicità sua, che invitava i forestieri a sottoporsi volontariamente al suo soave giogo, o per fuggire col patrocinio nostro la tirannide altrui, che per forza, o per cupidità di ampliare l'imperio, crebbimo in questa potenza, ed a questo splendore arrivammo, che, se non di terrore, certo è d'invidia agli uomini maravigliati cagione; e se pure qualche volta non provocati impugnammo le armi, ciò fu piuttosto per la salute comune d'Italia, che per acquistar nuovo e non usitato dominio. Ma poichè i disegni degli uomini sono cupi, l'invidia grande, gli appetiti sfrenati, e l'innocenza inerme è sempre stata preda dei potenti, resta per noi a deliberarsi, se in mezzo a tanto romor d'armi, se in mezzo a tante ire ed a sì crudele discordia, se allor quando nazioni potentissime corrono con infinito sdegno l'una contro l'altra, e che tolto ogni rispetto, calpestato ogni diritto, non della scorza, ma del fondo stesso, non di una parte, ma del tutto, non di un danno, ma di un totale sterminio gareggiano fra di loro, noi dobbiamo starcene disarmati alla discrezion loro, ovvero usando quella potenza che Dio ci diede, armarci di modo, che il rispettarci sia pei forestieri necessità, e l'assaltarci pericolo. Nella quale disquisizione tanto mi pare il discorso facile, e la via che dobbiam seguire spedita, che il sentire diversamente da me fia piuttosto semplicità da secol d'oro, che prudenza in un secolo scapestrato. Per verità di che ora si tratta?Forse di provocare, forse di assaltare, forse di trarre ad inopportuna e pericolosa guerra questo felicissimo dominio? Non già: ma solo d'impedire che provocati, che assaltati non siamo, solo appunto di allontanare dalle terre nostre la guerra, e con lei le ingiurie, le ruberìe, e le uccisioni che l'accompagnano; conciossiachè come l'acqua allaga i luoghi bassi, così la guerra allaga i luoghi inermi, ed il migliore stromento di pace in mezzo all'armi mosse, sono appunto le armi. Ciò mostrano e la natura umana più pronta sempre ad ingiuriare che a rispettare, ciò la esperienza dei secoli, ciò nazioni distrutte, perchè trascurata la forza, sulla fede unicamente si appoggiarono. E senza riandare i secoli antichi, vi muovano i freschi esempi. Non vi ricorda ancora, ed ancora non udite i pianti e le querele dei sudditi straziati dai barbari nella fatal guerra, che arse l'Europa sul principiar di questo secolo per la successione di Spagna fra queste medesime nazioni, che ora combattono sì ferocemente fra di loro? Allora la repubblica fu lacerata, perchè inerme; allora i sudditi ricevettero molestie infinite, perchè la repubblica con imprudentissimo consiglio aveva mancato loro della necessaria tutela dell'armi. Ammaestrato da sì crudele esempio il senato armossi nella guerra che venne dopo, e lo stato fu preservato salvo. Ora credete voi che la rabbia fra chi combatte, sia minore adesso che cento anni sono, e che l'efficacia dell'armi impugnate meno possa presentemente di quanto ella potesse, or son quaranta? Certamente nolcredete voi; che anzi, se dai brevi saggi che pur testè vedemmo, si dee giudicare, la rabbia è infinita, ed il timore di provocar l'armi della repubblica grande, perchè il pericolo per ambe le parti è, oltre ogni credere, grave, e mira ad un totale esterminio. E non dubitate, poichè ci va troppo posta, che alcune bocche d'artiglierìe veneziane poste ai luoghi forti, ed alcune insegne di San Marco sventolanti sulle frontiere non siano per far istar in dovere coloro, che già romoreggiano, o sarebbero per romoreggiarci intorno. Dio allontani l'augurio, ma io vedo che se Venezia non s'arma, Venezia è perduta, e vedo altresì che s'ella s'arma, ella può essere non solo la salute sua, ma ancora la salute d'Italia, poichè questi forestieri, che per appetito smoderato han sempre fatto campo dei furori loro la misera Italia, non la correranno così a grado loro, quando sapranno essere svegliato e pronto a sorgere il lione Veneziano. Ma poi che sarà? Credete voi d'evitar la guerra, se state senz'armi? Il Francese ed il Tedesco ugualmente recheransi ad ingiuria il non essere stati ajutati, e voi sapete che i pretesti d'offendere non mancano mai a chi nutre pensieri sinistri. E posto eziandio, che per inudito esempio la fede dei governi sia pura, chi vi assicura che se la guerra si conduce sui vostri confini, bande armate degli uni e degli altri non corrano le vostre terre, o per pigliar vantaggi sul nemico, o per far sacco a vantaggio proprio? Le sopporterete voi queste ingiurie senza risentimento? Dove sarà allora l'onor diVenezia fin quì illibato? ed anco ingiuria non vendicata moltiplica le ingiurie. O ne farete voi risentimento? Ma risentimento non armato è nullo per chi fa ingiuria, e dannoso per chi la riceve, perchè essendo di necessità senza effetto, ti scema la riputazione. Io ho vergogna, o senatori, dello andarmi aggirando fra queste supposizioni inonorate, quando penso al valor vostro, alla potenza, ed al nome di questa gloriosa repubblica. Ma pogniamo finalmente che i governi siano fedeli, ed i soldati santi, che certo non è pur poco: come siete voi sicuri, che non si turbi con grandissimo movimento tutto lo stato nostro, se i Francesi arrivano sui confini? Non abbiamo noi quì novatori, non uomini ambiziosi, non avari, non vendicativi, non contaminati sin dentro al cuor loro di perturbatrici dottrine? E se costoro fan novità, e certo la faranno, quando sarà lor porta la occasione, poichè già fin d'ora, che ancora son lontani i sussidi sperati, a mala pena rattengono il veleno loro, che farete voi, se non siete armati? I tumulti eccitati da questa gente pestifera serviran di pretesto ai Francesi per ajutargli, ai Tedeschi per frenargli, e gli uni e gli altri correranno i nostri campi impunemente, se noi per noi non siam capaci di far argine a queste acque furibonde. Farete allor voi guerra? Con che? Farete allor voi pace? Con chi? La sedizione vi condurrà alla guerra, la guerra alla rovina. Odo dire a certe timide persone, che l'armarsi è dar sospetto e pretesto di guerra ad altrui. Ma chi ha mai dannato alcuno, se ponargine alla casa quando il fiume minaccia, o se taglia i tetti quando l'incendio s'avvicina? Superba troppo, ed intollerabile pretensione sarebbe certamente quella di un forestiero, che volesse comandarci come e quando noi dobbiamo assicurare lo stato nostro, e che altra alternativa non ci lasciasse o di starcene disarmati alla discrezion sua, o d'incontrar la sua nimicizia. Per me costui come nemico, e non come amico terrei, ed amerei meglio avere con lui una guerra pericolosa, che può aver buon fine, e sempre avrà onore, che una pace pericolosa, che non può aver se non cattivo fine, e sempre porterà con se una vergogna infinita. Poi la fede di questa inclita repubblica è nota al mondo, ed il mondo sa, se noi siamo vicini inquieti, ambiziosi, ed offensivi, oppur quieti, temperanti, ed amatori del giusto e dell'onesto. In somma per restringere in poche parole quello che sono andato sinora allargando, a me pare, che lo starcene disarmati in mezzo a così rabbioso moto, non sia nè sicuro nè onorato; che l'armarci sia senza sospetto, e necessariamente richiesto all'onore ed alla salute nostra, poichè i consigli onorati sono sempre i più sicuri, e la riputazione è gran parte della forza. Per la qual cosa io opino, che si fornisca l'erario, che si allestisca il navilio, che si levino le cerne, e che alcun polso di Schiavoni sia chiamato a tutelare le cose di Terra Ferma. A questo io penso, che si debba dichiarare alle potenze belligeranti, che il senato costante sempre nel suo procedere pacifico, vuol conservarsi fedele edamico a tutti, e che i moderati apparecchi d'armi mirano piuttosto e solamente a conservazione di pace, che a dimostrazione di guerra».Grande impressione fecero nella mente del senato queste parole gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i fondamenti, che nel deliberare le imprese principalmente considerare si debbono. Al contrario parlò con singolare eloquenza il savio del consiglio Zaccaria Vallaresso, a un di presso in questi termini: «Non è stato mai costume di coloro, che s'intendono dello stato, il giudicare dalle apparenze esteriori delle cose, nè da certi bollori d'opinioni, che presto sfumando se ne vanno in dileguo, lasciando in fondo la realtà. Queste apparenze, e questi fumi sono a guisa d'un nugolo, il quale vela con false forme il vero, ma in breve ora sparendo, lascia nel loro aspetto naturale i monti e le campagne. Grande certo, anzi infinito è l'amore del mio avversario verso questa nostra felicissima patria, grande l'ingegno, e grande altresì la sperienza del mondo; ma mi pare, anzi certo sono, che nel presente caso egli adombri, e si lasci svolgere da un fantasma, da un nugolo, da un'apparenza fallace. Il quale nugolo io voglio dagli occhi vostri, ed anche da' suoi, se possibil fia, sgombrare con mostrarvi la verità. Ed in primo luogo io vi dirò, che il timore è sempre stato mal consigliere; e che il timore sia quello che offusca l'intelletto del procurator Pesaro, quantunque di animo costante e sano, dimostranlo gli spaventi nati per la recente invasione di Nizza edella Savoia. Adunque un Pesaro si lascia ire alla corrente, adunque opina col volgo pazzo, adunque fa caso degli sgomenti delle donnicciuole? e che grave caso è ella mai la mentovata invasione? l'essersi perduto un paese che sempre si perde, quando nasce guerra tra il re Sardo e Francia, e che esso re nè può, nè vuole difendere! Mi maraviglierei ben io, se quelle terre si fossero conservate, non tanto che mi spaventi, perchè si sono perdute. Credete voi che le frontiere militari d'Italia siano, come le politiche, il Varo, e l'umile fiumicello che bagna Sanparigliano? mai no: le frontiere militari sue sono i monti smisurati, che la natura pose fra lei e la Francia, sono quei ghiacci eterni, quelle nevi altissime, quelle rupi senza via, quei passi stretti e difficili. Ora, se così è, qual timore può far tanto che si creda, che i Francesi, quantunque audaci, possano, ora che s'avvicina l'inverno, superar quello che sarebbe difficilissimo a superarsi anche ai tempi più caldi? Grossi sono e valorosi gli eserciti Sardi; grossi e forti quelli che loro giungono in ajuto dall'Alemagna, e le fortezze del Piemonte poste ai luoghi più opportuni nel cuore stesso, ed a tutte le sboccature dell'Alpi, danno ancor maggior sicurezza. Da tutto questo si può inferire, che il superar l'Alpi pei Francesi sarà in ogni tempo impresa difficilissima, ed in questi sei mesi impossibile. Dico poi, che nel presente caso chi vince per sei mesi, vince per sempre; perciocchè non è da dubitare che lo stato popolare introdotto presentemente in Francia, non sia inbreve tempo per dissolversi; perchè la storia dimostra, che quella foggia di governo, breve persino nei paesi piccoli, non può a nissun modo sussistere ne' vasti territorj. Al che se si aggiunge l'abitudine del lungo vivere dei Francesi sotto la monarchìa, la loro natura pronta e volubile, la feroce tirannide che ora gli opprime, le confiscazioni, gli esilj, le decapitazioni de' migliori e de' più assennati cittadini, ogni cosa in incerto, ogni cosa piena di terrore, facilmente verrassi a conoscere, che quello stato avrà corta vita; poichè le sette armate vi sorgeranno, la guerra civile ajuterà l'esterna, e la Francia assalita dentro da partigiani arrabbiati, fuori da eserciti potenti, non solo non sarà in grado di opprimere Italia, ma gran fatto sarà, se non fia oppressa ella stessa. Sperate nei luoghi forti, sperate negli eserciti gagliardi, sperate nella tirannide altrui, che sarà mantenitrice della libertà d'Italia, e del benigno vivere nostro. Poterono i nostri maggiori facilmente, e senza pericolo metter su eserciti a fine di mantener la neutralità, e certo il fecero con provvido consiglio; ma allora l'erario era ricco, e poteva di per se sopperire alla voragine militare; mentre ora trovandosi esausto per le anteriori neutralità armate, pei racconci dei fiumi, pei contagi di Dalmazia, per la spedizione di Barbaria, a mala pena potrebbe bastare, e fia forza prestanziare i popoli, che gravati per modo insolito potrebbero risentirsi e pensare a novità. Questo toccar dei cofani riuscirebbe al certo più pregiudiziale, che le pazze dicerìe, che ci vengono diFrancia. Oltre a ciò i mari aperti e sicuri, intrattengono ora per la frequenza del commercio i sudditi, arricchiscono le famiglie, conferiscono splendore, vigore, e potenza allo stato; ma se i Francesi dan volta a motivo delle minacce vostre, e certo la daranno, perchè e' sono superbi ed amatori di preda, diventeranno chiusi i mari, interrotti i traffichi, l'ozio darà luogo ai discorsi, la povertà alle male voglie, e tra pel danno emergente delle imposte, e il lucro cessante dei traffichi, si spargeranno dissidj e semi pestiferi in queste medesime popolazioni, che finora non si sono mai partite da quell'affezione, che sempre hanno avuta verso la repubblica. Così per volere il meglio avrete il peggio, ed avrete introdotto le turbazioni nei più intimi penetrali dello stato con quei medesimi mezzi, coi quali proposto avevate di allontanarle. Nè non senza efficacia nella presente trattazione è il pensare, che se la repubblica è armata, si accresceranno i desiderj ed i tentativi delle parti contendenti, per congiungersela con esso loro, e per questo ogni modo di richiesta, di offerta, d'insidie ed anche di offese, sarà posto in opera per farla pendere dall'un de' lati. I quali tentativi se l'armi fan nascere, l'armi ancora non lasciano tollerare, perciocchè l'uomo armato è più pronto al risentimento, e peggior estimatore dei casi avvenire, che quello il quale armato non è; perchè l'armi accrescono la superbia, e fan che l'uomo creda di potere più di quello che può. Sono l'armi pericolose sempre al maneggiarsi, e chi le maneggia non sa dove siaper riuscire; perchè con esse la prudenza è muta, e se tu cominci, il futuro non è più in potestà tua. Certo io non mi fido più del mio avversano nelle lusingherìe, nella fede, e nelle promesse altrui; ma per questo medesimo io non voglio sollecitar le ire dove già la fede è incerta, ed al postutto meglio è fidarsi di governi ordinati, che di governi disordinati, ed il fine della lega è spegnere un governo disordinato. La lega farallo, perchè lo può fare, e certamente non avrà per male che noi lontani dal campo dove si combatte, noi pacifici da sì lungo tempo, noi temperanti per natura e per consuetudine, noi amici di tutti e nemici di nessuno, conserviamo studiosamente quella quiete, che stata è sempre il principal fine dei desiderj nostri; che troppo infelice sarebbe la condizione dell'umana generazione, se, ove nasca guerra in un lato, tosto abbiano a sorgere armi ed armati da tutte le terre del mondo. E' deesi dare qualche cosa alla umanità, qualche cosa all'innocenza, qualche cosa alla giustizia, nè penso che esse siano ancora del tutto sbandite dalle scene umane; che se così fosse, invano staremo noi quì a deliberare, e non credo che alcuni pochi cannoni Veneziani ci potessero salvare. Adunque fatte tutte queste considerazioni, ed avuto ad ogni cosa riguardo, io porto opinione, che continuando nel pacifico stato nostro, ed abborrendo dal tirare con preparazioni imprudenti nel dominio Veneziano una guerra di tanto pericolo, nissuna dimostrazione militare si faccia, e si protesti, volere la repubblicavivere in buono ed amichevole stato con ognuno».Questa orazione del Vallaresso fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri, si lasciò svolgere dall'eloquenza dell'avversario, e venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi il Savio di Terra Ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani non si potrebbe affermare, che il consiglio contrario l'avrebbe condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente, e con fine degno del suo principio.Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la vicinanza di Francia, per l'integrità dei traffichi, e pel timore del re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli, richiamatovi dall'assemblea constituente: godevasi quietamente il restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà, ogni cosa a soqquadro in Corsica, come l'avevano messa in Francia. Sdegnossene Paoli: sepperlo i confederati. Con lettere e con parole esortatorie lo stimolarono, non permettesse, che la sua patria fosse preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse,essere i Francesi quelli stessi nemici contro i quali aveva già sì generosamente combattuto; considerasse, avere allora i medesimi voluto opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno stato civile, ora volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensasse, quanto fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà, nuove benedizioni di popoli.Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza del fatto, prima di muoversi, era che l'Inghilterra si chiarisse delle sue intenzioni; perchè senza la presenza delle sue armate nel Mediterraneo, stante la potenza marittima della Francia, non era da sperarsi che il moto avesse felice fine. Perlochè di comune consentimento fu deliberato, che si aspettasse la guerra d'Inghilterra: solo intanto si tenessero gli animi disposti. Così la lega era confidente di trovare, ove fosse venuto il tempo, appoggio in Corsica, caso di non poco momento per l'Inghilterra, e per la sicurezza della Sardegna, e della stessa Italia.Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva oltre il denaro che gli veniva dalla Gran Brettagna, dall'accessione della Spagna: era evidente, che quante forze la Francia avesse mandato alla volta de' monti Pirenei, di tante avrebbe scemato quelle che mandava ver l'Alpi, sicchè Spagna e Piemonte, quantunque lontani, concorrevano,combattendo, ad un medesimo fine. Nè le forze navali della Spagna erano da disprezzarsi; il che poteva dare grandissime comodità sì per difendere i territorj proprj, sì per invadere quei di Francia, se la fortuna si mostrasse favorevole.A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e quest'era, che presentandosi grossi gli alleati sulle province meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro l'autorità del governo Parigino, movimenti d'importanza. Ciò massimamente stimolava il re di Sardegna, per quella sua cupidità di trasferire in se il Delfinato, e la Provenza. L'aspettare che sorgessero novità favorevoli alla lega nelle province più vicine alla Spagna ed all'Italia, non era certamente senza fondamento. La soppressione dei traffichi nata a cagion della guerra vi aveva dato occasione a non poca mala contentezza, e le enormità commesse in Parigi, operando nelle menti più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato contro i commettitori di tanti scandali. Ai più feroci poi pareva oggimai troppo lungo, che non si desse mano a far sacco e sangue. Questi nuovi pensieri buoni e cattivi, massimamente pullulavano in Marsiglia ed in Lione, città grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace, ed ora povere in guerra; e se il nome del re di Sardegna era molto esoso nella prima, era udito con più benigne orecchie nella seconda.Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati, massime per mezzo della corte di Torino,che usava un'arte grandissima nell'ispiare, e nell'accordarsi secretamente in Savoia ed in Nizza, sì coi magistrati che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così spesso punivano gl'innocenti ed esaltavano i rei. I supplizj poscia e le confische producendo abbominazione nei popoli, operavano, che sempre più quell'aversione che hanno naturalmente i Francesi contro i forestieri, che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case loro, si diminuisse, e con lei gli ostacoli alla disegnata invasione; poichè tal era il terror delle mannaje, che i più preponevano la servitù forestiera alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore e il re di Sardegna in tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti Tedeschi arrivavano in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura leggiera, come Croati, Panduri, e simili, atti piuttosto a rubare che a combattere, s'avviavano alle montagne. Gli squadroni più gravi, e la cavallerìa stanziavano nelle pianure più vicine. Erano poi sì fattamente ordinati, che le truppe Piemontesi, come più pratiche dei luoghi, e più snelle di natura, guernivano le Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano le genti leggieri dell'imperatore, mentre le genti grosse Austriache, stanziando nei luoghi bassi, contenevano i popoli, e si tenevano pronte a marciare ovunque il nemico avesse riuscito a sboccare. Mandò l'imperatore a reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale Devins.Era Devins uomo di buona mente e salito pel valor suo dagl'infimi gradi della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato la sua eccellenza nell'arte della guerra.Intanto alcune pratiche segrete si erano appiccate fra la corte di Torino, e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni che si macchinavano a beneficio comune avessero la loro esecuzione. E siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito, più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più tenaci di proposito che i Provenzali, così coi primi massimamente si tenevano questi trattati. A questo fine uomini confidati andavano segretamente da Lione a Torino, e da Torino a Lione. Finalmente quando i negozj si avvicinavano alla conclusione, il signor di Precy, mandato dai Lionesi, andò nascostamente egli medesimo a Torino per quivi accordarsi su quanto si trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a secondare i suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte consulte; e stantechè egli e Devins misuravano le cose non a stregua delle passioni, ma della verità, così l'uno e l'altro non tardarono ad entrare nella medesima opinione. Era il parer loro, che lasciata una parte dell'esercito sull'Alpi Marittime per tener a bada il nemico da quelle parti, il principale sforzo sì di Tedeschi che di Piemontesi si dirizzasse contro la Savoia, per quindi marciare a Lione. Nè dubitavano che ove fossero giunti in quella città, i popoli viciniper la vicinanza, ed i Provenzali per la natura loro pronta e vivace, si sarebbero levati tumultuando alla fama di tanta venuta. Certamente disegno nè più conforme agli accidenti, nè di più probabile esecuzione non s'era mai concetto di questo; se ne promettevano gli autori effetti certissimi. Ma il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che considerato, non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente sdegnato contro i Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con amore i Francesi, e che tuttavia gli ajutavano, quanto era in poter loro, di consiglio e di forza. A questo sdegno aggiungeva possente stimolo il vedere, che le persone più chiare in Savoia per virtù, per sapere e per valore, parteggiavano caldamente per la Francia, levavano soldati, facevano ogni sforzo perchè la nuova signorìa si stabilisse. Amaro fastidio poi gli dava quella legione degli Allobrogi ordinata dal medico Doppet, uomo strano assai, ma di molto ingegno, e nelle opinioni di quei tempi ardentissimo: questa legione asperava coi fatti il re, ma vieppiù ancora lo asperava con gli scherni, e per l'eccessive cose che diceva contro di lui; il che alterava a dismisura l'animo di Vittorio.Assai diverso da questo era il procedere dei Nizzardi, i quali più alieni di natura, e forse anco meno propensi a lasciarsi volgere, non so se per indole meno buona o per giudizio più prudente, dalle utopìe dottrinali che giravano a quei dì, di mala voglia sopportavano il nuovo imperio, tenevano con rapporti informato l'antico signore loro, e con bande sparse, ed appostatenei luoghi più opportuni di quei monti aspri, e difficili, infestavano continuamente i Francesi, e facevan loro tutto quel maggior male che potevano.Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, solito a misurare le cose più col desiderio che con la prudenza, operarono di modo, che grandissima affezione portando a' suoi Nizzardi, e concitato a gravissimo sdegno contro i Savoiardi, non volle mai udire con pacato animo, che si desse mano a liberare dalla tirannide Francese prima i secondi, che i primi. Ogni ora gli pareva mill'anni, che i suoi fedeli di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo sopportava più volentieri, che i popoli di Savoia continuassero a gustare di quanto sapessero i Francesi, non considerando, ch'ei gli castigava di quanto essi più desideravano. Devins e Precy interposero grandissima diligenza per persuadere il loro desiderio al re, ma non avendo potuto vincere la sua ostinazione, si fermarono in questo pensiero, che, munite le frontiere della Savoia con truppe sufficienti per frenar il nemico, ed anche per ispignersi più oltre secondo le occasioni, si assaltasse la contea di Nizza col grosso dell'esercito, come prima il tempo avesse condotto la opportunità di tentar la impresa.Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili, e della variazione di quasi tutte le cose, che poco dopo seguirono. Devins continuamente si lamentava, che il re di Sardegna gli avesse tolto la occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande vittoria.Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Francesi pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso: le deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati, parte le corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre ai due eserciti dell'Alpi superiori e delle inferiori, dei quali il primo chiamavano dell'Alpi, il secondo d'Italia, un solo generale, acciocchè per l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il medesimo fine. Siccome poi, parte per sospetti vani, parte per argomenti veri si erano persuasi, che alcuni fra i generali loro, come non contenti dello stato, o freddamente si adoperavano, o nascostamente s'intendevano coi Sardi, così pensarono di dar il governo dei due eserciti ad un uomo non solo di provato valore, ma ancora di provata fede. Questi fu il generale Kellerman, che aveva testè combattuto i Prussiani con molta gloria sulle sponde della Matrona. A questo tutte le genti, che per loro si potevano risparmiare per la grossa guerra che si guerreggiava verso il Reno, mandavano all'Alpi, per modo che all'aprirsi della stagione componevano un esercito di cinquanta mila soldati, buoni per la disciplina, ottimi pel valore, terribili per la rabbia. Kellerman, avendosene recato in mano il governo, andò considerando, come la frontiera fosse di troppo più grande larghezza, perchè in ogni luogo si potesse difendere convenevolmente; e siccome il nemico principalmente minacciava di prorompere sulle ali estreme, cioè sulla Savoia e su Nizza, così determinossi a porre il campo grosso in un sito mezzano, acciocchèfosse in grado di soccorrere con uguale celerità od al ducato, od alla contea, se l'uno o l'altra corressero pericolo. Questa opportunità offeriva il sito di Tornus posto nella valle di Queiras, per essere a un di presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, non che avesse sfogo d'importanza in cospetto, che anzi non ne aveva a cagione dei luoghi chiusi o precipitosi, ma per quella rispondenza coi due estremi. Per la qual cosa Kellerman vi pose il campo, e vi mandava le genti, le armi, e le vettovaglie; ma la difesa era difficile, perchè gli alleati occupavano tuttavia la sommità dell'Alpi su tutta la frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più basse, e cacciarne i Francesi, combattendogli dall'alto. Per ovviare a questo pericolo il generale Francese dispose con lodevol arte le sue genti nelle valli della Savoia superiore, che accennano per istrade più facili nell'Italia. Così munì Termignone, e San Giovanni nella Morienna; Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza alloggiò un grosso corpo a Conflans, dove le due valli dell'Isero e dell'Arco si congiungono. Nell'Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli Austriaci insistevano con grandissimo vantaggio, a dritta sul monte di Raus, a stanca sulle creste delle Sorgenti, e nel mezzo sulla fortezza di Saorgio, Kellerman, distendendo l'esercito dalla Roia sino ai fonti della Nembia, aveva munito tutte le cime accessibili delle montagne, e posto il campo di mezzo sul monte Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra, dove il pericolo era maggiore per la facilità dei varchi, e per la vicinanza della città di Nizza, alla quale principalmentemiravano gli alleati, oltre le stanze solite, aveva collocato un grosso squadrone, come squadra di riscossa, sul monte Boletto.Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana affinchè si aderisse alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti ajuti, ed ingrandimento di stato a pregiudizio dell'imperatore. Ma i tentativi di Costantinopoli mettevano sospetto, lo stato disordinato della Francia non dava confidenza, l'Austria sì vicina, sì potente, e già penetrata pel passo concesso quasi dentro alle viscere della repubblica recava timore, e quel perpetuo pagar lo scotto dei minori, quando si mescolano nelle differenze fra i maggiori, teneva gli animi sospesi, e lontani dall'entrar in un mare di tanto pericolo. Perseverò adunque il senato nella neutralità, offerendo ai Francesi quelle medesime agevolezze negli stati Veneti, che erano state concedute alle potenze confederate.Parte principalissima della lega, tra per la forza de' suoi eserciti, e per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna. Adunque i capi del governo Francese assai volentieri piegarono l'animo a pruovare, se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di Robespierre per parte della Francia, ed il conte Viretti per parte del re. Aveva il conte Viretti grande introduzione in tutte le faccende importanti, benchè di governare le cosedi stato avesse piccolo intendimento. Ricercava Robespierre il re, che si alienasse dall'amicizia dell'imperatore, cedesse Savoia e Nizza, desse il transito libero all'esercito di Francia, unisse le sue armi a quelle della repubblica, od almeno se ne stesse neutrale, purchè solo desse il passo. Prometteva poi che gli sarebbero assicurati gli stati, e quanto si conquistasse in Italia a danni dell'imperatore. A questo aggiungeva, che se il re consentisse a cedere la Sardegna alla Francia, gli sarebbe dato in compenso lo stato di Genova, e che ogni giorno più apparirebbero dimostrazioni evidenti dell'amicizia della repubblica verso di lui. Il re, che era animoso, e sapeva anche del cavalleresco, non volle mai udire pazientemente le proposte di fare collegazione con Francia, nè accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo parole, certo molto prudenti, che non si voleva fidar dei giacobini. Così rifiutati del tutto i consigli quieti, sorse più ardente l'inclinazione alla guerra.Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a posta e per mezzo dei loro giornali, che pure malgrado della vigilanza dei governi ad interrompergli, s'insinuavano nascostamente in ogni luogo, a spargere mali semi nei popoli, con invasargli dell'amore della libertà, e con incitargli a levarsi dal collo il giogo degli antichi signori. Queste instigazioni non restavano senza effetto, perchè di quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole, e non bene se ne conoscevanoi fatti. Le parti nascevano, le sette macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità il particolarizzare gli umori che correvano a quei tempi in Italia, acciocchè i posteri possano distinguere i buoni dai tristi, conoscere i grandi inganni, e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo luogo gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che parteggiando pei Francesi desideravano mutazioni nello stato. Fra i primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni per interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per tenerezza verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per bontà di giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero dei quali era più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano i più. Fra i superbi osservavansi principalmente i nobili, che temevano di perdere in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra questi, oltre i nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che volevano diventar nobili, od almeno tenere i magistrati. Per interesse poi abborrivano lo stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio, e questi erano numerosissimi: a costoro poco importava la equalità o la non equalità, la libertà o la tirannide, solo che si godessero, o sperassero gli stipendj. Si aggiungevano i prelati ricchi ed oziosi, per interesse, i preti popolari e buoni, per amor della religione. In tutti poi operava una avversione antica contro i Francesi, nata per opera dei governi Italiani sempre sospettosidella potenza di quella nazione, e del suo appetito di aver signorìa in Italia.Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi. Gli utili erano gli uomini intelligenti di stato, e pratichi del mondo, i quali ajutavano i principi coi buoni consigli. Utilissimi erano poi i preti popolari, ed i popoli da loro ammaestrati. Solo si sarebbe desiderato che avessero usato maggior temperanza nel dire, perchè magnificando di soverchio le cose di Francia, scemavano appresso a molti fede alle parole loro, ed operavano che non credessero loro neanco la verità.I disutili apparivano gli amatori teneri delle persone principesche, soliti ad adulare nella fortuna prospera, ed a piangere nell'avversa.I dannosi erano i nobili ed i prelati ambiziosi, i quali credevano di render più sicuro lo stato loro coll'esagerarlo, e si proponevano di far argomento di gran fiducia con mostrar maggiore insolenza. Il frenargli non pareva buono ai governi, perchè temevano e di alienar coloro, di cui avevano bisogno, e di mostrar debolezza ai popoli.L'odio di costoro principalmente mirava contro gli uomini della condizione mezzana, nei quali supponevano dottrine per lettura, orgoglio per dottrine, autorità col popolo per contatto. Gli uni chiamavano gli altri ignoranti, insolenti, tiranni; gli altri chiamavano gli uni ambiziosi, novatori, giacobini, e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non trovando gli animi moderazione, ed introdottala discordia nello stato, si preparava l'adito ai forestieri.Ora per raccontar di coloro che inclinavano ai Francesi, od almeno desideravano, che per opera loro si facessero mutazioni nello stato, diremo, che per la lettura dei libri dei filosofi di Francia era sorta una setta di utopisti, i quali siccome benevolenti, ed inesperti di queste passioni umane, credevano esser nata una era novella, e prepararsi un secol d'oro. Costoro misurando gli antichi governi solamente dal male che avevano in se, e non dal bene, desideravano le riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini, e siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto, allettavano gli animi, così portavano opinione, che a procurar l'utopìa fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che la felicità umana potesse solo, e dovesse consistere nella verità applicata. Atteso poi che il governo della repubblica pareva loro assai più conforme a quelle dottrine filosofiche, che quello della monarchìa, parteggiavasi generalmente per la repubblica; ognuno voleva essere, ognuno si vantava di esser repubblicano, cioè amatore del governo della repubblica. I Francesi avevano a questi tempi statuito questa maniera di governo; il che diè maggior fomento alle nuove opinioni, trovando esse appoggio in un fatto, che veduto di lontano, e consuonando coi tempi, pareva molto allettativo. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente allignavano, quantopiù trovavano un terreno bene preparato a riceverle ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle cose antiche; le storie della Grecia e di Roma si riandavano con diligenza, e maravigliosamente infiammavano gli animi. Chi voleva esser Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non v'era penuria; siccome poi un famoso filosofo Francese aveva scritto, che la virtù era la base delle repubbliche, così era anche nata la moda della virtù. Certamente non si può negare, ed i posteri deonlo sapere (poichè non vogliamo, per quanto sta in noi, che le opinioni contaminino coll'andar dei secoli le virtù), che gli utopisti di quei tempi per amicizia, per sincerità, per fede, per costanza d'animo, e per tutte quelle virtù, che alla vita privata si appartengono, non siano stati piuttosto singolari, che rari. Solo errarono, perchè credettero, che le utopìe potessero essere di questi tempi, perchè si fidarono di uomini infedeli, e perchè supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizj.Costoro, così affascinati come erano, offerivano fondamento ai disegni dei repubblicani di Francia, perchè avevano molto seguito in Italia; ma fra di loro non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed erano il maggior numero, avvisavano, non doversi movere cosa alcuna, ed aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci opinavano, doversi ajutar l'impresa coi fatti; e però s'allegavano, tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia, procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi, i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di repubblica, di libertà, d'uguaglianza. Di questi alcuni volevano signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran diventati amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia maggiori dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano. Essi soli erano i zelatori, essi i virtuosi, essi i patriotti, ed i poveri utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un orribil avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni nello stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.I buoni utopisti intanto non si svegliavano dal forte sonno, e continuavano nelle loro beatitudini, non che scusassero le enormità di Francia, che anzi le detestavano, ma stimavano fra breve dover cessare per far luogo alla felicissima repubblica. Fra loro i migliori, e quelli che non andavano presi alle grida, sapevano che non si poteva mutar lo stato senza molte calamità, nè ignoravano che la presenza in Italia di una gente inquieta, non poteva portar con se se non un diluvio di mali; ma si consolavano col pensare che i Francesi, come incostanti, avrebbero finalmente lasciato Italia in balìa propria, e con quel reggimento politico che più si desiderava. A tutto questo si aggiungevano altri stimoli: credevano, i governi Italiani aver certamente bisogno di riforme, ma molto più ancora credevano, qualunque fosse il modo di governo che si avesse ad ordinare, che l'Italia abbisognasse di sottrarsi aquell'impotente giogo, a cui era posta da tanti secoli, e di risorgere a nuova vita, ed a nuova grandezza, nel qual pensiero erano infiammatissimi. Spargevano, esser venuto il tempo, che Italia pareggiasse Germania e Francia per potenza, come le pareggiava per civiltà, e per dottrina; dovere l'Italia moderna assomigliarsi all'antica; quei governi vieti ed umilianti non esser pari a tanto disegno, quelli spartimenti di stati essere pregiudiziali alla independenza; assai e pur troppo aver corso i forestieri a posta loro l'Italia; doversi finalmente alzar l'animo a più larghi pensieri; ora dovere questa nobile provincia aver tali condizioni, che la speranza della debolezza sua non dia più ai forestieri ardire di assaltarla; e poichè la libertà comune non si poteva conseguire se non con un rivolgimento totale, così questo doversi meglio desiderare che fuggire. A che montare mali passeggieri in soggetto di perpetua felicità? Benediranno, aggiungevano, benediranno i posteri con infinite laudi coloro, ai quali non rifuggì l'animo d'incontrar mille pericoli, di soggettarsi a calamità senza fine per creare un beato vivere all'Italia.Era fra i zelatori di novità una rara spezie; quest'era di ecclesiastici di buoni costumi, e di profonda dottrina, i quali nemici alla potenza immoderata dei papi, che chiamavano usurpata, s'immaginavano, che come in Francia essa era stata distrutta, così sarebbe in Italia, se i Francesi vi ponessero piede. A questi pareva, che il governo popolare politico molto si confacesse con quel governo popolare religioso, che era in usofra i Cristiani nei tempi primitivi della chiesa. Gridavano, essersi accordati i papi coi re per introdurre la tirannide nello stato e nella chiesa; doversi i popoli accordare per introdurvi la libertà con ritirare l'uno e l'altra verso i suoi principj. I giovani allievi delle scuole di Pavia e Pistoia avevano, e propagavano queste dottrine. Fra i vecchi poi ve n'erano anche de' più pertinaci nelle opinioni loro, e questi per l'autorità che avevano grandissima, mettevano divisione fra la gente di chiesa.A tutte queste sette si aggiungeva quella degli ottimati, o vogliam dire, per parlar secondo i tempi, la setta aristocratica, la quale avida anch'essa del dominare e nemica ugualmente alla autorità reale ed all'autorità popolare, sperava, che in mezzo alle turbazioni potesse sorgere la sua potenza. Questi settarj avvisavano, che lo stato popolare si volge sempre all'aristocrazìa, per l'autorità che danno necessariamente le ricchezze, le dottrine, la esperienza e la celebrità del nome; e non dubitavano che debilitata, o spenta l'autorità reale, e male ordinata quella del popolo, avesse a nascere l'anarchìa, per fuggir la quale il popolo suol sempre ricorrere all'autorità dei pochi. Fra questi erano quei nobili massimamente, che, ragguardevoli per ricchezze, e per virtù, non tenevano i magistrati, e se ne vivevano lontani dalle corti. Desideravano le novità, ma siccome quelli, che erano astuti e pratichi del mondo, ed anche pretendevano dignità ad ogni proceder loro, non macchinavano, anzi se ne stavano in disparte ad aspettar quietamentequello, che la fortuna si cacciasse avanti; imperciocchè non ignoravano, che a chi comincia, sempre mal n'incoglie, e che la necessità senza nissuna cooperazione loro avrebbe indotto il loro dominio. Così costoro nè ajutavano, nè disajutavano la potenza reale che pericolava, e aspettavano la loro esaltazione dalla potenza popolare che loro era nemica.Tal'era la condizione d'Italia: i buoni esperti volevano la conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano le novità per isperanza di bene; i malvagi desideravano rivoluzioni per dominare e per succiarsi lo stato; il clero stesso parteggiava; dei nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti, e per l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel popolo; altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano quietamente le occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni s'indebolivano continuamente i fondamenti dello stato; pure la massa dei popoli perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande appoggio a chi avesse saputo usarla prudentemente, e fortemente.Narrati i preparamenti, le trame, e le speranze d'ambe le parti, ora descriveremo gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi: nella quale trattazione si dovrà sempre por mente, che in quest'anno intenzione dei Francesi non era di farsi strada in Italia per forza, se non nel caso in cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto favorevoli; perciò disegnavano di starsene sulla guerra difensiva, mentre dall'altro cantogli alleati volevano ad ogni modo, usando la offensiva, penetrare nell'interno della Francia.I Francesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna, potenze forti sull'armi navali, e volendo usare la breve signorìa che restava loro nel Mediterraneo, avevano ordinato una spedizione contro l'isola di Sardegna. Speravano che qualche moto interiore avrebbe ajutato l'impresa, che era per loro di grand'importanza, perchè l'avere un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima e di burrasche, era stimato utilissimo; poi i fromenti che l'isola produce in abbondanza, offerivano un opportuno ristoro alle coste della Provenza sterili per se stesse, e non sicure per la presenza dei nemici sul mare. A questo dava anche fomento il considerare, che per l'autorità di Paoli, la Corsica si commoveva contro il governo testè ordinato in Francia. Si argomentava essere necessaria la possessione della Sardegna per conservar quella della Corsica, che già pericolava. Stimolato da questi motivi il governo di Francia avea messo in ordine un'armata nel porto di Tolone, composta di ventidue navi da guerra, fra le quali se ne noveravano diecinove grosse di fila; e per combattere su terra, ed usar le occasioni che si appresentassero, vi aveva imbarcato seimila soldati atti a combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole guerriera dovevano seguitare molte navi da carico per imbarcarvi i fromenti, e trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita spedizione fu dato all'ammiraglio Truguet: laonde, trovandosi ogni cosa in pronto, ed appenagiunto l'anno 1793, l'armata Francese salpando da Tolone, se ne veleggiava con vento prospero verso la Sardegna; vi giunse prima del finir di gennajo, ed il dì ventiquattro del medesimo mese pose l'ancora, mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè ponendo tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti soldati a far la chiamata alla città. Quì, secondo che narrano gli scrittori Francesi più degni di fede, nacque il medesimo caso che già abbiamo deplorato di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il palischermo sul quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori, trassero sì che l'uffiziale, e quattordici soldati restarono morti, e la più parte degli altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare, ed a bombardare la piazza con tutto il pondo delle sue artiglierìe. Nè i difensori se ne stettero oziosi; spesseggiando coi colpi, e traendo con palle di fuoco contro le navi Francesi, sostenevano una ferocissima battaglia. Questo assalto durò tre giorni con poco danno dei Sardi, ma con gravissimo dell'armata Francese, della quale una nave grossa arse, e due andarono di traverso. Le altre o rotte sconciamente nel corpo, o lacerate negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre, oltre il presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri, arrivarono i montanari, che già si erano mossi quando dall'alto avevano veduto avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai luoghi più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltàcivile, e di virtù militare. Nè fu inutile l'opera loro, poichè i Francesi, mentre più ardeva la battaglia, avevano posto piede a terra nei luoghi circonvicini, sperando di far muovere i popoli a favor loro, od almeno, dando diversi riguardi e spartendo le forze nemiche, di far rallentare la difesa della città, nella quale consisteva tutta l'importanza del fatto. Ma coloro che sbarcarono o restarono uccisi, o costretti dai montanari si ricoverarono precipitosamente alle navi. Così restò vana la fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia. Perderono i Francesi in questo conflitto circa seicento buoni soldati. Dal canto dei Sardi, cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè Cagliari ricevè danno proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi situati di sotto e più vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto che gl'isolani, nei quali aveva posto la principale speranza, non solamente non avevano fatto movimento in suo favore, ma ancora avevano validamente combattuto contro di lui, disperato dell'evento, si allargò nel mare lontano dalla portata delle batterìe, quantunque tuttavia stanziasse ancora con le sue navi, così lacere come erano, per qualche tempo nelle acque del golfo di Cagliari. Ma poco stante, non essendo senza sospetto di ammottinamento ne' suoi soldati, come suole avvenire nelle disgrazie, e levatasi una furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a porre nel porto di Tolone, dove l'attendevano casi ancor più tremendi.Mentre in tal modo una guerra viva si era accesa e presto spenta sulle coste di Sardegna,le cose della Corsica non passavano quietamente: la perdita medesima dell'impresa di Cagliari diè fomento a coloro, che scontenti del governo di Francia macchinavano di rivolgere lo stato. Mosso dall'odio antico e dall'ingiurie recenti, andava Paoli sollevando ed armando le popolazioni, massimamente nei luoghi montuosi ed inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la chiarezza del suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le esorbitanze dei repubblicani. Pubblicava, essere oramai venuto il tempo di levarsi dal collo la superiorità Francese stata sempre intollerabile, ed ora per l'insolita ferocia diventata intollerabilissima; lo sdegno di tutta l'Europa, e la rabbia interna, che consumava la Francia, aprir l'adito a compire quello che una volta impedirono i fati inesorabili; afferrassero la fortuna propizia, si liberassero dai tiranni, acquistassero la independenza, fondassero la libertà; bastare quelle anime forti, bastare quei corpi robusti all'onorata impresa, ma per soprappiù già muoversi in ajuto loro la potente Inghilterra; avere l'Inghilterra forza sufficiente per ajutare la libertà d'altri, non sufficiente per opprimerla; cacciassero quei crudeli stromenti mandati da una crudelissima assemblea a taglieggiare, a decimare la generosa ed innocente Corsica; cacciassero, o tuffassero nel mare i Casabianca, i Saliceti, gli Arena con tutti gl'infami satelliti loro; già titubare i loro eserciti, già cercar rifugio ai luoghi forti del lido, pronti a salpare, già fuggire dalle terre di Sardegna la vinta armata loro, già a pena trovar ricovero lacera econquassata nel porto di Tolone. Sorgessero adunque, e mostrassero al mondo, non essere spenti in loro quei generosi spiriti, che detestarono una vendita infame, e combatterono con tanta gloria il compratore.Queste esortazioni fatte da un uomo di tanta autorità, e tanto eminente sopra il grado privato, producevano effetti incredibili. Le secondavano col credito e con le persuasioni coloro, che erano o amatori della libertà, o fastiditi della signorìa di Francia, o dipendenti dall'Inghilterra. I montanari mossi alla voce del mantenitore della libertà Corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto le sue insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città principali di Corte, e di Ajaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano il nuovo governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro deputati, chiamavano Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i fuorusciti, restituivano il clero nella pristina condizione, e fatto un grosso di miladugento soldati bene armati s'impadronivano delle riposte pubbliche, ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati repubblicani sorpresi da tanto tumulto, e ad impeto sì improvviso, fatto prima un poco di testa ai luoghi più forti, si ritirarono nelle fortezze di Bastìa, e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra la Gran Brettagna, e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe le parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi, che aderivano a Paoli, e detestavano il nome di Francia.Intanto per dar forma al governo nuovo, ericompor quello che il disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato una consulta, che procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà di fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà, ed alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva sotto pena di morte i commissarj di Francia Casabianca, Saliceti ed Arena.Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli, si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo stato e castigar i ribelli. Mandarono al general Lacombe Saint-Michel, anch'esso rappresentante, come dicevano, del popolo, adunasse prestamente quanti soldati stanziali, quante guardie nazionali, quante genti d'armi, e quanti marinari abili all'armi potesse, e marciasse contro i ribelli. Obbediva agli ordini Lacombe; nel medesimo tempo i commissarj del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli, e contro coloro che a lui si aderivano, gli chiamavano uomini vili, traditori della patria, prezzolati dall'avara Inghilterra; invitavano le popolazioni a conservarsi in fede, ad accorrere con le armi per assicurare a se non quella contaminata libertà antica, ma la nuova, la sola, la vera, quella che fondata era sui diritti dell'uomo; questa non poter dare, anzi a lei esser nemica l'Inghilterra; sola la Francia difenditrice dei dritti eterni, poterla dare; si ricordassero del dolce dominio col quale la Francia le avevasempre rette, della fratellanza nata, degl'interessi fatti comuni; conoscere loro la Francia, e sapere con quali termini si potesse vivere con lei; non conoscere l'Inghilterra, anzi conoscerla troppo bene, e sapere esser sempre venditrice così del bene, come del male; quei mercanti superbi, vantatori essere di una libertà dubbia in casa loro, mantenitori aperti di una tirannide certa in casa altrui; non sopportassero di diventar fautori della tirannide universale, alla quale mirava l'Inghilterra; fossero Francesi, fossero Corsi, non fossero Inglesi; si ricordassero, che una nuova via e non mai più udita era aperta al mondo per arrivare alla felicità, e questa tenere la generosa Francia. Aggiungevano a queste esortazioni parole terribili e gonfie, secondo il solito, minacciando castigo inevitabile, e prigioni, e confische, e morti a chi contrastasse. Alcuni mossi dall'amore nè del bene nè del male, ma solo dall'amor delle parti, che e per antica consuetudine, e per natura tenace dei popoli sono sempre e vive e perpetue nelle isole, seguitavano le insegne Francesi. Altri si conducevano alla medesima deliberazione per desiderio di libertà, credendo, che là fosse dove non era, ed altri finalmente per cupidità di commetter male in mezzo alle turbazioni.Raggranellati questi Corsi, ed adunati, come meglio potè, i suoi soldati, Lacombe era uscito dai forti; dall'altra parte insisteva Paoli con le sue genti collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra minuta e feroce, nella quale morivano molti, accusandosi, come suol avvenire nelle guerre civili, le due parti di crudeltà orribili, partevere, parte esagerate. Prevalevano ne' giusti incontri le genti disciplinate di Lacombe, ma nella guerra sparsa avevano il vantaggio le genti di Paoli, le quali avendo le popolazioni amiche, e conoscendo i tragetti, tendevano insidie e facevano sorprese. Non ostante, il generale Francese s'avanzava; già Nusa e Dolmetta erano venute in poter suo, e già il forte di Farinuolo era stato preso d'assalto; già parecchi cantoni più vicini a Calvi, ed agli altri luoghi che si tenevano per Paoli, o vinti per forza o spaventati dall'apparenza arresisi, imploravano la generosità del vincitore; e se non pareva che fosse possibile, che i Francesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Francesi forti per disciplina e per artiglierìe, nelle pianure e nelle terre che occupavano sul lido.Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi Inglesi da guerra le quali facevano opera per intraprendere quelle che si avviavano all'isola. Poscia appoco appoco accostatesi al lido, infestavano con bombe e con palle i luoghi, che Paoli assaltava dalla parte di terra; poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le schiere di Paoli, rendevano molto difficile la difesa ai Francesi. Per la qual cosa Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul principiar di maggio. Rimanevano in mano dei Francesi Bastìa, Calvi e San Fiorenzo; ma non soprastettero ad entrar sotto la divozione del vincitore. Così tutta la Corsica dopo di aver obbedito alfreno di Francia lo spazio di venticinque anni, venne, non so se mi debba dire in potestà propria, od in potestà dell'Inghilterra.Cacciati i Francesi dall'isola, vi fu creato un governo per modo di provvisione, che intieramente dipendeva da Paoli, e dalla parte contraria alla Francia; l'autorità dei municipj fu ordinata secondo le forme antiche. Paoli s'accorgeva che questa condizione, siccome transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora per metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina e sì potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le medesime ragioni, e per avere un piè fermo nell'isola tanto opportuna a' suoi traffichi, a' suoi arsenali, ed alla sua potenza, che si venisse ad un partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a sollecitare il re della Gran Brettagna, acciocchè ordinato un governo libero in Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli assalti della Francia; gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo seguitarono gli accidenti, che racconteremo nel seguente libro. Luttuosa condizione de' tempi, che un Paoli non abbia saputo o potuto trovare altro rimedio di sottrarre la sua patria dal giogo della Francia, se non col darla in preda all'Inghilterra; il che dimostra o che Paoli vecchio non aveva più i medesimi spiriti di Paoli giovane, o che la lunga famigliarità cogl'Inglesi non gli aveva lasciato l'animo intero, o finalmente che la sua parte in Corsica non era tale, che potesse di per sestessa resistere a quella che seguitava il nome di Francia.La guerra sorta coll'Inghilterra e con la Spagna, e le loro armate, che o già erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano occasione di molesti pensieri ai Francesi, che occupavano la contea di Nizza; poichè essendo i Piemontesi signori dei sommi gioghi dell'Alpi, potevano con evidente vantaggio calare, e sboccare a danno loro nei luoghi più bassi, ed unitisi improvvisamente con qualche forza di gente Spagnuola od Inglese scesa a terra, cagionar loro qualche notabile pregiudizio. Perchè Brunet che governava a quei tempi l'esercito di Nizza, si risolvette a tentar qualche impresa di momento prima che i confederati si fossero fatti forti nel mari vicini. Il fine di questo moto era di cacciare i Piemontesi dalle sommità, e prender per se quel vantaggio, che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi adunque sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso i monti. E siccome l'esercito Piemontese era padrone di tutte le creste, così gli fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti. Dava il governo della dritta al generale Dumorbion per assaltare il campo posto sul monte Peruzzo, e quel della stanca al generale Serrurier per impadronirsi del colle di Raus, fazione più importante, e più difficile delle altre; ma per battere nel medesimo tempo i campi intermezzi di Liniere, del Molinetto, e del monte Fogasso, comandava al generale Mioskoski che si sforzasse di guadagnar quei gioghi aspri e montuosi. Erano i Piemontesi sottola condotta dei generali Colli, e Dellera; siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne stavano apparecchiati per ributtarlo. Adunque preparati gli uomini e le armi dall'una parte e dall'altra, andavano il dì otto giugno i Francesi all'assalto con un valore, e con una furia incredibile; nè la difficoltà dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato, nè la tempesta di palle, che fioccavano loro addosso, non gli poterono rattenere, che non giungessero fin sotto le trincee, con le quali sul sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con un'audacia inestimabile fin sotto le bocche dell'artiglierìe Italiane; ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi, e con gravissimo danno dei Francesi, i quali rinfrescando continuamente con nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro. Ma in questo punto i capi regj, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono al capitano Zin, piantasse le artiglierìe in un giogo vicino, e di là lo fulminasse sul fianco. Il qual consiglio opportuno per se, fu con tanta arte, e con sì gran valore eseguito da Zin, che, percossi i repubblicani di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono precipitosamente l'impresa, ritirandosi, e lasciando i fianchi di quelle montagne miseramente cospersi dei cadaveri dei compagni loro. In questo fatto mostrarono i Francesiil solito valore impetuoso, e sconsiderato; i Piemontesi, massimamente gli artiglieri, ed il reggimento provinciale d'Acqui, che difendeva le trincee di Raus, arte, e costanza. Perdettero i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti, feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo giorno, circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata circa trecento con due cannoni, e molti arnesi da guerra. Ma tale era l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottitisi all'infelice successo della battaglia degli otto, lo assaltarono di nuovo il dì dodeci dello stesso mese con ben dodeci mila soldati risolutissimi a voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro poterono operar tanto, che non fossero una seconda volta con gravissima perdita risospinti. Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte posto di Raus, dal quale intieramente pendevano gli accidenti della guerra in quelle parti. Imperciocchè quel colle soprastava alla estremità del corno sinistro del nemico, per mezzo della quale si congiungeva con l'estrema destra dell'esercito dell'Alpi, e pei passi del Viletto accennava alla Bolena; la qual cosa agevolava agl'Italiani l'adito di calarsi verso il Varo, e di mettersi in mezzo tra l'esercito dell'Alpi Marittime, e quello dell'Alpi superiori.La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato l'audacia dei repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si argomentava che la fuga di Savoiae di Nizza dalla mala condotta dei capi, non da mancanza di valore nei soldati si doveva riconoscere.

SOMMARIO

Nuove deliberazioni dei confederati nel 1793. Istanze dell'imperatore d'Alemagna presso al senato Veneziano. Discorso del procurator di San Marco Francesco Pesaro in favore della neutralità armata. Discorso di Zaccaria Vallaresso, uno dei savj del consiglio, in favore della neutralità disarmata. Risoluzione del senato. Deliberazioni di Genova. Pratiche dei confederati con Lione e Marsiglia. Disposizioni militari e politiche dei Francesi. Umori diversi in Italia. Assalto dato a Cagliari di Sardegna dall'ammiraglio Truguet. Paoli muove la Corsica, e la toglie all'imperio di Francia. Guerra sull'Alpi: fatto di Raus favorevole ai regj. Minacce superbe degl'Inglesi a Toscana ed a Genova. Insinuazioni dei medesimi a Venezia. Deliberazione del gran mastro dell'ordine di Malta contro la Francia. Moti considerabili contro il consesso nazionale in varie provincie: Lione e Marsiglia si sollevano. Fatti d'armi. I regj sono respinti dalla Savoia, e da Nizza; Marsiglia è presa, Lione si arrende. Tolone si dà ai confederati. I repubblicani l'oppugnano, e lo prendono di assalto. Spoglio fatto dai confederati nell'andarsene.

Nuove deliberazioni dei confederati nel 1793. Istanze dell'imperatore d'Alemagna presso al senato Veneziano. Discorso del procurator di San Marco Francesco Pesaro in favore della neutralità armata. Discorso di Zaccaria Vallaresso, uno dei savj del consiglio, in favore della neutralità disarmata. Risoluzione del senato. Deliberazioni di Genova. Pratiche dei confederati con Lione e Marsiglia. Disposizioni militari e politiche dei Francesi. Umori diversi in Italia. Assalto dato a Cagliari di Sardegna dall'ammiraglio Truguet. Paoli muove la Corsica, e la toglie all'imperio di Francia. Guerra sull'Alpi: fatto di Raus favorevole ai regj. Minacce superbe degl'Inglesi a Toscana ed a Genova. Insinuazioni dei medesimi a Venezia. Deliberazione del gran mastro dell'ordine di Malta contro la Francia. Moti considerabili contro il consesso nazionale in varie provincie: Lione e Marsiglia si sollevano. Fatti d'armi. I regj sono respinti dalla Savoia, e da Nizza; Marsiglia è presa, Lione si arrende. Tolone si dà ai confederati. I repubblicani l'oppugnano, e lo prendono di assalto. Spoglio fatto dai confederati nell'andarsene.

La ritirata così subita delle genti regie dalla Savoia e dal contado di Nizza, e la cacciata a forza degli eserciti Tedeschi delle terre Francesi verso il Reno, diedero molto a pensare agli alleati. Tra per questo, e per l'andar sempre più crescendo a cagione delle vittorie, e di più ferociinstigamenti l'appetito delle cose nuove, la furia delle menti in Francia, eglino s'accorsero, che assai più dura impresa si avevano per le mani di quanto avevano a se medesimi persuaso; nè mai tanto discapito dalle credenze al fatto aveva la fortuna recato, che pur sì grandi ne suol mostrare, quanto a questi tempi. Bande tumultuarie ed indisciplinate, come le chiamavano, avevano vinto eserciti floridissimi; capitani di poco o nissun nome avevano superato per arte militare generali, che erano in voce dei primi per tutte le contrade d'Europa. Coloro ancora, i quali si erano concetto nell'animo di piantar facilmente le insegne della lega sulle mura di Parigi e di Lione, a mala pena potevano difendere i dominj proprj dagli assalti di un nemico poco prima disprezzato, ed ora vittorioso ed insultante.

Ciò nondimeno i confederati non vollero ristarsi, sperando che coll'andar più cauto, poichè si era conosciuto di quanto fosse capace quella furia Francese, e coll'accrescer le forze proprie, e con l'unione di aliene, si potesse mutar la fortuna, e compensar le perdite passate coi guadagni a venire. Tal è la costanza delle menti Tedesche, che più e meglio ancora che l'impeto, le fa riuscire ad onorate imprese. L'Austria ed il Piemonte, siccome più vicini al pericolo, procedevano con animo più sincero della Prussia, la cui congiunzione con la lega già forse incominciava a vacillare. L'Austria massimamente applicava i pensieri alla preservazione de' suoi stati in Italia, ai quali già si era avvicinata la tempesta, e che sono parte tanto principale della sua potenza.Perlochè si preparavano con molta diligenza tutte le provvisioni necessarie alla guerra, tanto negli stati Austriaci, quanto nel Piemonte, e si tentava ogni rimedio per impedire la passata dei Francesi. Perchè poi i popoli provocati da quelle lusinghevoli parole di libertà e d'uguaglianza, non solamente non si congiungessero con coloro che procuravano la turbazione d'Italia, e non facessero novità, ma ancora sopportassero di buona voglia tutto quell'apparato guerriero, e non si ristessero a tanto romor d'armi, usavansi i mezzi di persuasione. Il più potente era la religione: spargevansi sinistre voci: essere i Francesi nemici di Dio e degli uomini, conculcare la religione, profanare i tempj, perseguitare i sacerdoti, schernire i santi riti, contaminare i sacri arredi, e facendo d'ogni erba fascio, proteggere gl'increduli ed uccidere i credenti. I vescovi, i preti, i frati intendevano accesamente a queste persuasioni; se ne accendevano mirabilmente gli animi del volgo.

Parte essenziale dei disegni della lega erano le deliberazioni del senato Veneziano. L'imperatore conghietturando, che il terrore cagionato dall'invasione di Savoja e di Nizza, e quell'insistere così vicino sulle frontiere del Piemonte di un nemico audace, e che mostrava tanta inclinazione alle cose d'Italia, avessero mosso e disposto il senato a piegarsi alla sua volontà, aveva con efficacissime parole dimostrato, che era oramai tempo di non più procedere con consigli separati, e di pensare di comune accordo alla salute comune. Rappresentavagli, non isperasse preservare lo stato, se quel diluvio di gente sfrenata, valicatii monti, inondasse Italia; voler fare e per se, e per gli sforzi contemporanei del suo generoso alleato il re di Sardegna, quanto fosse in potestà sua per allontanare da quel felice paese tanta calamità; ma esser feroci i Francesi, e gli eventi di guerra incerti, vano pensiero essere il credere, che chi fa spregio dell'umanità e conculca ogni legge divina ed umana, rispetti le neutralità, disprezzare i Francesi la neutralità ed amar meglio un nemico aperto, che un amico dubbioso; avere egualmente in odio le aristocrazìe, che le monarchìe, ed il prestar fede alle protestazioni amichevoli loro essere un volersi ingannare da per se stesso; poter concludere il senato della sincerità loro dai tentativi fatti da loro a Costantinopoli per concitare contro di lui la rabbia Ottomana; poter giudicare della moderazione dalle insolenze già fin d'ora usate in sul mare verso le navi della repubblica, esser sempre disordinata la natura Francese, ma ora per la rivoluzione esser disordinatissima; nè esser di soverchio tutte le forze d'Europa per ostare ad una nazione potente, e presa di pazzia; certamente imprudentissimo consiglio essere il darsi a credere, che ove un popolo sfrenato abbia superato monti difficilissimi, prostrato le forze di un re e di un imperatore, e penetrato nel cuore stesso d'Italia, superbo per indole, superbissimo per vittoria, voglia arrestar l'impeto suo alle frontiere Veneziane, solo per vedere sulli estremi confini scritte le parole di neutralità; non sapere il senato, che tanto sa, quanto sia avida la natura dei Francesi della roba altrui? Queste terreda sì lungo tempo immuni di guerra, questo cielo sì dolce, questi campi tanto fertili, queste colline così feconde, questi palagi così sontuosi, e questi arredi così ricchi non allettar forse con forza irrepugnabile chi già non ha freno in se che lo tenga? e forse non sono in Italia i vizj e le male pesti, che gli ajuteranno? Non sono forse qui gli ambiziosi per dominare, i ladri per rubare, gli scapestrati d'ogni sorte per istraviziare? Nè perturbatrici parole, e piene di atroce influenza non sono forse le parole di libertà e d'uguaglianza, che costoro van gridando per ispogliare chi ha, e per ingannare chi non ha? Forse i popoli non corrono dietro alle novità molto volentieri? e non può più sempre in loro la fortuna che la fede? Chi dà sicurtà al senato, che una prima insegna Francese, la quale si mostri in cima all'Alpi, non mandi improvvisamente sottosopra il Piemonte, il Milanese tutto, e con essi questo felice stato Veneziano? Non empierassi allora ogni cosa di tumulti e di ribellione? Non si portan già quì di soppiatto da uomini audacissimi le scelerate insegne Francesi? e già costoro non si accordano, già non si affratellano, già non corrompono, già non rapportano per ajutare un nemico crudele, per far isgabello alla potenza loro dell'estremo sterminio d'Italia? ad occasione insolita insoliti consigli. Che montano in tanto pericolo le cautele usate un dì, e le gelosìe antiche? Non voler Germania opprimere Italia, esser queste cose dannate dal secolo; bensì voler Germania preservare Italia, e con Italia il mondo, da un sovvertimento totale, da un dominio insopportabile;fugace sempre esser la occasione, ma ora fugacissima; che superare solo il colmo dell'Alpi è pei Francesi vittoria certa, poichè il resto darallo un fiume insuperabile. Questo è, aggiunse l'imperatore, l'estremo dei tempi; il sorger di tutti solo poter esser la salute di tutti, il mancar di un solo la rovina di tutti. Pensasse adunque il senato, e maturamente considerasse la necessità dei tempi, l'infedeltà della Francia, la fede della Germania, la lega proposta, gli ajuti offerti, e l'avvenire, che già già incalzava, e premeva o felice, o funestissimo per sempre.

Il senato Veneziano che per la sua prudenza sempre seppe bene conoscere i tempi, ora male misurandogli, e volendo applicare ad un male nuovo rimedj antichi, rispose, che la repubblica sempre moderata e temperante, voleva esser amica a tutti, nemica a nissuno; che tale mansueto procedere era sempre stato a grado di tutti i principi, e sperava dover essere per l'avvenire, massime nella presente controversia tanto piena di difficoltà e d'incertezza; che quanto ai sudditi, non aveva timore alcuno di novità, stante che conosceva e la fede loro, e la vigilanza dei magistrati; che ammirava bene la costanza dell'imperatore e de' suoi alleati in un affare di tanto pericolo, ma che finalmente si persuadeva, che Sua Maestà Imperiale, considerando bene secondo la prudenza sua la natura del governo Veneziano, avrebbe conosciuto, non dovere lui allontanarsi da quella moderazione, che l'aveva preservato salvo per tanti secoli; ricever somma molestia di non poter deliberare altrimenti; esser parata larepubblica a dar il passo alle genti Tedesche, a sovvenir i confederati di quanto potesse consistere con la neutralità; ma procedere più oltre, e soprattutto implicarsi in guerre con altri, non comportar la fede, la costanza, e la consuetudine della repubblica.

Ma moltiplicando sempre più gli avvisi dei progressi fatti dai Francesi nel ducato di Savoja e nel contado di Nizza, fu ben necessario il pensare a provveder quello, che la stagione richiedeva; e se non si voleva impugnar l'armi per fare una guerra estrema, bisognava bene considerare quanto fosse a farsi per preservar la repubblica dagli assalti forestieri, e dai tumulti cittadini.

Per la qual cosa, convocato straordinariamente il senato, vi si pose in consulta, quali fossero i provvedimenti da farsi per conservar salva la repubblica nell'imminente pericolo dell'invasione dei Francesi in Italia. Francesco Pesaro, procurator di San Marco, uomo il quale e per se, e pel seguito della sua famiglia, era in grandissima fede appresso ai Veneziani, e di cui sarà spesso fatto menzione in queste storie, dal suo seggio levatosi, e stando ognuno attentissimo a udirlo, parlò con gravissimo discorso in questa sentenza: «Se la giustizia più potesse negli uomini, che la forza, voi non sareste quì a deliberare, eccelsi senatori, e della patria amantissimi, se l'innocenza vostra si possa o di per se stessa difendere, o si debba tutelare con l'armi. Imperciocchè tutto il mondo sa, che contenti allo stato vostro, nissun appetito vi costringe a desiderare quello d'altrui, e dappoichè è sorta inmezzo a queste acque la nostra generosa repubblica, piuttosto per la felicità sua, che invitava i forestieri a sottoporsi volontariamente al suo soave giogo, o per fuggire col patrocinio nostro la tirannide altrui, che per forza, o per cupidità di ampliare l'imperio, crebbimo in questa potenza, ed a questo splendore arrivammo, che, se non di terrore, certo è d'invidia agli uomini maravigliati cagione; e se pure qualche volta non provocati impugnammo le armi, ciò fu piuttosto per la salute comune d'Italia, che per acquistar nuovo e non usitato dominio. Ma poichè i disegni degli uomini sono cupi, l'invidia grande, gli appetiti sfrenati, e l'innocenza inerme è sempre stata preda dei potenti, resta per noi a deliberarsi, se in mezzo a tanto romor d'armi, se in mezzo a tante ire ed a sì crudele discordia, se allor quando nazioni potentissime corrono con infinito sdegno l'una contro l'altra, e che tolto ogni rispetto, calpestato ogni diritto, non della scorza, ma del fondo stesso, non di una parte, ma del tutto, non di un danno, ma di un totale sterminio gareggiano fra di loro, noi dobbiamo starcene disarmati alla discrezion loro, ovvero usando quella potenza che Dio ci diede, armarci di modo, che il rispettarci sia pei forestieri necessità, e l'assaltarci pericolo. Nella quale disquisizione tanto mi pare il discorso facile, e la via che dobbiam seguire spedita, che il sentire diversamente da me fia piuttosto semplicità da secol d'oro, che prudenza in un secolo scapestrato. Per verità di che ora si tratta?Forse di provocare, forse di assaltare, forse di trarre ad inopportuna e pericolosa guerra questo felicissimo dominio? Non già: ma solo d'impedire che provocati, che assaltati non siamo, solo appunto di allontanare dalle terre nostre la guerra, e con lei le ingiurie, le ruberìe, e le uccisioni che l'accompagnano; conciossiachè come l'acqua allaga i luoghi bassi, così la guerra allaga i luoghi inermi, ed il migliore stromento di pace in mezzo all'armi mosse, sono appunto le armi. Ciò mostrano e la natura umana più pronta sempre ad ingiuriare che a rispettare, ciò la esperienza dei secoli, ciò nazioni distrutte, perchè trascurata la forza, sulla fede unicamente si appoggiarono. E senza riandare i secoli antichi, vi muovano i freschi esempi. Non vi ricorda ancora, ed ancora non udite i pianti e le querele dei sudditi straziati dai barbari nella fatal guerra, che arse l'Europa sul principiar di questo secolo per la successione di Spagna fra queste medesime nazioni, che ora combattono sì ferocemente fra di loro? Allora la repubblica fu lacerata, perchè inerme; allora i sudditi ricevettero molestie infinite, perchè la repubblica con imprudentissimo consiglio aveva mancato loro della necessaria tutela dell'armi. Ammaestrato da sì crudele esempio il senato armossi nella guerra che venne dopo, e lo stato fu preservato salvo. Ora credete voi che la rabbia fra chi combatte, sia minore adesso che cento anni sono, e che l'efficacia dell'armi impugnate meno possa presentemente di quanto ella potesse, or son quaranta? Certamente nolcredete voi; che anzi, se dai brevi saggi che pur testè vedemmo, si dee giudicare, la rabbia è infinita, ed il timore di provocar l'armi della repubblica grande, perchè il pericolo per ambe le parti è, oltre ogni credere, grave, e mira ad un totale esterminio. E non dubitate, poichè ci va troppo posta, che alcune bocche d'artiglierìe veneziane poste ai luoghi forti, ed alcune insegne di San Marco sventolanti sulle frontiere non siano per far istar in dovere coloro, che già romoreggiano, o sarebbero per romoreggiarci intorno. Dio allontani l'augurio, ma io vedo che se Venezia non s'arma, Venezia è perduta, e vedo altresì che s'ella s'arma, ella può essere non solo la salute sua, ma ancora la salute d'Italia, poichè questi forestieri, che per appetito smoderato han sempre fatto campo dei furori loro la misera Italia, non la correranno così a grado loro, quando sapranno essere svegliato e pronto a sorgere il lione Veneziano. Ma poi che sarà? Credete voi d'evitar la guerra, se state senz'armi? Il Francese ed il Tedesco ugualmente recheransi ad ingiuria il non essere stati ajutati, e voi sapete che i pretesti d'offendere non mancano mai a chi nutre pensieri sinistri. E posto eziandio, che per inudito esempio la fede dei governi sia pura, chi vi assicura che se la guerra si conduce sui vostri confini, bande armate degli uni e degli altri non corrano le vostre terre, o per pigliar vantaggi sul nemico, o per far sacco a vantaggio proprio? Le sopporterete voi queste ingiurie senza risentimento? Dove sarà allora l'onor diVenezia fin quì illibato? ed anco ingiuria non vendicata moltiplica le ingiurie. O ne farete voi risentimento? Ma risentimento non armato è nullo per chi fa ingiuria, e dannoso per chi la riceve, perchè essendo di necessità senza effetto, ti scema la riputazione. Io ho vergogna, o senatori, dello andarmi aggirando fra queste supposizioni inonorate, quando penso al valor vostro, alla potenza, ed al nome di questa gloriosa repubblica. Ma pogniamo finalmente che i governi siano fedeli, ed i soldati santi, che certo non è pur poco: come siete voi sicuri, che non si turbi con grandissimo movimento tutto lo stato nostro, se i Francesi arrivano sui confini? Non abbiamo noi quì novatori, non uomini ambiziosi, non avari, non vendicativi, non contaminati sin dentro al cuor loro di perturbatrici dottrine? E se costoro fan novità, e certo la faranno, quando sarà lor porta la occasione, poichè già fin d'ora, che ancora son lontani i sussidi sperati, a mala pena rattengono il veleno loro, che farete voi, se non siete armati? I tumulti eccitati da questa gente pestifera serviran di pretesto ai Francesi per ajutargli, ai Tedeschi per frenargli, e gli uni e gli altri correranno i nostri campi impunemente, se noi per noi non siam capaci di far argine a queste acque furibonde. Farete allor voi guerra? Con che? Farete allor voi pace? Con chi? La sedizione vi condurrà alla guerra, la guerra alla rovina. Odo dire a certe timide persone, che l'armarsi è dar sospetto e pretesto di guerra ad altrui. Ma chi ha mai dannato alcuno, se ponargine alla casa quando il fiume minaccia, o se taglia i tetti quando l'incendio s'avvicina? Superba troppo, ed intollerabile pretensione sarebbe certamente quella di un forestiero, che volesse comandarci come e quando noi dobbiamo assicurare lo stato nostro, e che altra alternativa non ci lasciasse o di starcene disarmati alla discrezion sua, o d'incontrar la sua nimicizia. Per me costui come nemico, e non come amico terrei, ed amerei meglio avere con lui una guerra pericolosa, che può aver buon fine, e sempre avrà onore, che una pace pericolosa, che non può aver se non cattivo fine, e sempre porterà con se una vergogna infinita. Poi la fede di questa inclita repubblica è nota al mondo, ed il mondo sa, se noi siamo vicini inquieti, ambiziosi, ed offensivi, oppur quieti, temperanti, ed amatori del giusto e dell'onesto. In somma per restringere in poche parole quello che sono andato sinora allargando, a me pare, che lo starcene disarmati in mezzo a così rabbioso moto, non sia nè sicuro nè onorato; che l'armarci sia senza sospetto, e necessariamente richiesto all'onore ed alla salute nostra, poichè i consigli onorati sono sempre i più sicuri, e la riputazione è gran parte della forza. Per la qual cosa io opino, che si fornisca l'erario, che si allestisca il navilio, che si levino le cerne, e che alcun polso di Schiavoni sia chiamato a tutelare le cose di Terra Ferma. A questo io penso, che si debba dichiarare alle potenze belligeranti, che il senato costante sempre nel suo procedere pacifico, vuol conservarsi fedele edamico a tutti, e che i moderati apparecchi d'armi mirano piuttosto e solamente a conservazione di pace, che a dimostrazione di guerra».

Grande impressione fecero nella mente del senato queste parole gravemente dette dal Pesaro, nelle quali concorrevano amplissimamente tutti i fondamenti, che nel deliberare le imprese principalmente considerare si debbono. Al contrario parlò con singolare eloquenza il savio del consiglio Zaccaria Vallaresso, a un di presso in questi termini: «Non è stato mai costume di coloro, che s'intendono dello stato, il giudicare dalle apparenze esteriori delle cose, nè da certi bollori d'opinioni, che presto sfumando se ne vanno in dileguo, lasciando in fondo la realtà. Queste apparenze, e questi fumi sono a guisa d'un nugolo, il quale vela con false forme il vero, ma in breve ora sparendo, lascia nel loro aspetto naturale i monti e le campagne. Grande certo, anzi infinito è l'amore del mio avversario verso questa nostra felicissima patria, grande l'ingegno, e grande altresì la sperienza del mondo; ma mi pare, anzi certo sono, che nel presente caso egli adombri, e si lasci svolgere da un fantasma, da un nugolo, da un'apparenza fallace. Il quale nugolo io voglio dagli occhi vostri, ed anche da' suoi, se possibil fia, sgombrare con mostrarvi la verità. Ed in primo luogo io vi dirò, che il timore è sempre stato mal consigliere; e che il timore sia quello che offusca l'intelletto del procurator Pesaro, quantunque di animo costante e sano, dimostranlo gli spaventi nati per la recente invasione di Nizza edella Savoia. Adunque un Pesaro si lascia ire alla corrente, adunque opina col volgo pazzo, adunque fa caso degli sgomenti delle donnicciuole? e che grave caso è ella mai la mentovata invasione? l'essersi perduto un paese che sempre si perde, quando nasce guerra tra il re Sardo e Francia, e che esso re nè può, nè vuole difendere! Mi maraviglierei ben io, se quelle terre si fossero conservate, non tanto che mi spaventi, perchè si sono perdute. Credete voi che le frontiere militari d'Italia siano, come le politiche, il Varo, e l'umile fiumicello che bagna Sanparigliano? mai no: le frontiere militari sue sono i monti smisurati, che la natura pose fra lei e la Francia, sono quei ghiacci eterni, quelle nevi altissime, quelle rupi senza via, quei passi stretti e difficili. Ora, se così è, qual timore può far tanto che si creda, che i Francesi, quantunque audaci, possano, ora che s'avvicina l'inverno, superar quello che sarebbe difficilissimo a superarsi anche ai tempi più caldi? Grossi sono e valorosi gli eserciti Sardi; grossi e forti quelli che loro giungono in ajuto dall'Alemagna, e le fortezze del Piemonte poste ai luoghi più opportuni nel cuore stesso, ed a tutte le sboccature dell'Alpi, danno ancor maggior sicurezza. Da tutto questo si può inferire, che il superar l'Alpi pei Francesi sarà in ogni tempo impresa difficilissima, ed in questi sei mesi impossibile. Dico poi, che nel presente caso chi vince per sei mesi, vince per sempre; perciocchè non è da dubitare che lo stato popolare introdotto presentemente in Francia, non sia inbreve tempo per dissolversi; perchè la storia dimostra, che quella foggia di governo, breve persino nei paesi piccoli, non può a nissun modo sussistere ne' vasti territorj. Al che se si aggiunge l'abitudine del lungo vivere dei Francesi sotto la monarchìa, la loro natura pronta e volubile, la feroce tirannide che ora gli opprime, le confiscazioni, gli esilj, le decapitazioni de' migliori e de' più assennati cittadini, ogni cosa in incerto, ogni cosa piena di terrore, facilmente verrassi a conoscere, che quello stato avrà corta vita; poichè le sette armate vi sorgeranno, la guerra civile ajuterà l'esterna, e la Francia assalita dentro da partigiani arrabbiati, fuori da eserciti potenti, non solo non sarà in grado di opprimere Italia, ma gran fatto sarà, se non fia oppressa ella stessa. Sperate nei luoghi forti, sperate negli eserciti gagliardi, sperate nella tirannide altrui, che sarà mantenitrice della libertà d'Italia, e del benigno vivere nostro. Poterono i nostri maggiori facilmente, e senza pericolo metter su eserciti a fine di mantener la neutralità, e certo il fecero con provvido consiglio; ma allora l'erario era ricco, e poteva di per se sopperire alla voragine militare; mentre ora trovandosi esausto per le anteriori neutralità armate, pei racconci dei fiumi, pei contagi di Dalmazia, per la spedizione di Barbaria, a mala pena potrebbe bastare, e fia forza prestanziare i popoli, che gravati per modo insolito potrebbero risentirsi e pensare a novità. Questo toccar dei cofani riuscirebbe al certo più pregiudiziale, che le pazze dicerìe, che ci vengono diFrancia. Oltre a ciò i mari aperti e sicuri, intrattengono ora per la frequenza del commercio i sudditi, arricchiscono le famiglie, conferiscono splendore, vigore, e potenza allo stato; ma se i Francesi dan volta a motivo delle minacce vostre, e certo la daranno, perchè e' sono superbi ed amatori di preda, diventeranno chiusi i mari, interrotti i traffichi, l'ozio darà luogo ai discorsi, la povertà alle male voglie, e tra pel danno emergente delle imposte, e il lucro cessante dei traffichi, si spargeranno dissidj e semi pestiferi in queste medesime popolazioni, che finora non si sono mai partite da quell'affezione, che sempre hanno avuta verso la repubblica. Così per volere il meglio avrete il peggio, ed avrete introdotto le turbazioni nei più intimi penetrali dello stato con quei medesimi mezzi, coi quali proposto avevate di allontanarle. Nè non senza efficacia nella presente trattazione è il pensare, che se la repubblica è armata, si accresceranno i desiderj ed i tentativi delle parti contendenti, per congiungersela con esso loro, e per questo ogni modo di richiesta, di offerta, d'insidie ed anche di offese, sarà posto in opera per farla pendere dall'un de' lati. I quali tentativi se l'armi fan nascere, l'armi ancora non lasciano tollerare, perciocchè l'uomo armato è più pronto al risentimento, e peggior estimatore dei casi avvenire, che quello il quale armato non è; perchè l'armi accrescono la superbia, e fan che l'uomo creda di potere più di quello che può. Sono l'armi pericolose sempre al maneggiarsi, e chi le maneggia non sa dove siaper riuscire; perchè con esse la prudenza è muta, e se tu cominci, il futuro non è più in potestà tua. Certo io non mi fido più del mio avversano nelle lusingherìe, nella fede, e nelle promesse altrui; ma per questo medesimo io non voglio sollecitar le ire dove già la fede è incerta, ed al postutto meglio è fidarsi di governi ordinati, che di governi disordinati, ed il fine della lega è spegnere un governo disordinato. La lega farallo, perchè lo può fare, e certamente non avrà per male che noi lontani dal campo dove si combatte, noi pacifici da sì lungo tempo, noi temperanti per natura e per consuetudine, noi amici di tutti e nemici di nessuno, conserviamo studiosamente quella quiete, che stata è sempre il principal fine dei desiderj nostri; che troppo infelice sarebbe la condizione dell'umana generazione, se, ove nasca guerra in un lato, tosto abbiano a sorgere armi ed armati da tutte le terre del mondo. E' deesi dare qualche cosa alla umanità, qualche cosa all'innocenza, qualche cosa alla giustizia, nè penso che esse siano ancora del tutto sbandite dalle scene umane; che se così fosse, invano staremo noi quì a deliberare, e non credo che alcuni pochi cannoni Veneziani ci potessero salvare. Adunque fatte tutte queste considerazioni, ed avuto ad ogni cosa riguardo, io porto opinione, che continuando nel pacifico stato nostro, ed abborrendo dal tirare con preparazioni imprudenti nel dominio Veneziano una guerra di tanto pericolo, nissuna dimostrazione militare si faccia, e si protesti, volere la repubblicavivere in buono ed amichevole stato con ognuno».

Questa orazione del Vallaresso fu udita con grande inclinazione dalla più parte dei senatori soliti a godersi da lungo tempo le dolcezze della pace. Lo stesso Pesaro, quantunque fosse uomo di molta virtù e di svegliati pensieri, si lasciò svolgere dall'eloquenza dell'avversario, e venne nella opinione della neutralità disarmata. Però ne fu presa con unanime consenso la deliberazione, solo contraddicendo, come dicesi il Savio di Terra Ferma Francesco Calbo. Da questa prima cagione sorse la rovina della repubblica, e se per l'oscurità e l'incertezza degli eventi umani non si potrebbe affermare, che il consiglio contrario l'avrebbe condotta a salvamento, e se veramente era destinato dai cieli ch'ella perisse, certo è almeno che sarebbe perita onoratamente, e con fine degno del suo principio.

Le medesime deliberazioni fece la repubblica di Genova per la vicinanza di Francia, per l'integrità dei traffichi, e pel timore del re di Sardegna. Avevano gli alleati qualche più fondata speranza in Corsica. Erasi ridotto in questa sua antica patria il generale Paoli, richiamatovi dall'assemblea constituente: godevasi quietamente il restituito seggio, quando uomini feroci misero, sotto nome di libertà, ogni cosa a soqquadro in Corsica, come l'avevano messa in Francia. Sdegnossene Paoli: sepperlo i confederati. Con lettere e con parole esortatorie lo stimolarono, non permettesse, che la sua patria fosse preda di uomini sfrenati; si ricordasse del nome suo, avvertisse,essere i Francesi quelli stessi nemici contro i quali aveva già sì generosamente combattuto; considerasse, avere allora i medesimi voluto opprimere la libertà del suo paese con introdurre uno stato civile, ora volervi introdurre uno stato disordinato e barbaro; pensasse, quanto fosse pietoso il liberare da gente crudele popoli che adoravano il glorioso suo nome; desse mano di nuovo a quelle armi generose, esortasse, levassesi, combattesse; essere in pronto nuova gloria, nuova libertà, nuove benedizioni di popoli.

Queste insinuazioni già da lungo tempo tentavano l'animo di Paoli, il quale veramente non poteva sopportare lo stato nuovo, ma l'importanza del fatto, prima di muoversi, era che l'Inghilterra si chiarisse delle sue intenzioni; perchè senza la presenza delle sue armate nel Mediterraneo, stante la potenza marittima della Francia, non era da sperarsi che il moto avesse felice fine. Perlochè di comune consentimento fu deliberato, che si aspettasse la guerra d'Inghilterra: solo intanto si tenessero gli animi disposti. Così la lega era confidente di trovare, ove fosse venuto il tempo, appoggio in Corsica, caso di non poco momento per l'Inghilterra, e per la sicurezza della Sardegna, e della stessa Italia.

Il re di Sardegna più speciale conforto riceveva oltre il denaro che gli veniva dalla Gran Brettagna, dall'accessione della Spagna: era evidente, che quante forze la Francia avesse mandato alla volta de' monti Pirenei, di tante avrebbe scemato quelle che mandava ver l'Alpi, sicchè Spagna e Piemonte, quantunque lontani, concorrevano,combattendo, ad un medesimo fine. Nè le forze navali della Spagna erano da disprezzarsi; il che poteva dare grandissime comodità sì per difendere i territorj proprj, sì per invadere quei di Francia, se la fortuna si mostrasse favorevole.

A tutte queste speranze se ne aggiungeva un'altra assai viva, e quest'era, che presentandosi grossi gli alleati sulle province meridionali della Francia, vi sarebbero nati a favor loro, e contro l'autorità del governo Parigino, movimenti d'importanza. Ciò massimamente stimolava il re di Sardegna, per quella sua cupidità di trasferire in se il Delfinato, e la Provenza. L'aspettare che sorgessero novità favorevoli alla lega nelle province più vicine alla Spagna ed all'Italia, non era certamente senza fondamento. La soppressione dei traffichi nata a cagion della guerra vi aveva dato occasione a non poca mala contentezza, e le enormità commesse in Parigi, operando nelle menti più sane, vi avevano un grandissimo odio concitato contro i commettitori di tanti scandali. Ai più feroci poi pareva oggimai troppo lungo, che non si desse mano a far sacco e sangue. Questi nuovi pensieri buoni e cattivi, massimamente pullulavano in Marsiglia ed in Lione, città grosse, emule a Parigi, ricche per commercio in pace, ed ora povere in guerra; e se il nome del re di Sardegna era molto esoso nella prima, era udito con più benigne orecchie nella seconda.

Tutte queste disposizioni non s'ignoravano dagli alleati, massime per mezzo della corte di Torino,che usava un'arte grandissima nell'ispiare, e nell'accordarsi secretamente in Savoia ed in Nizza, sì coi magistrati che coi capi dell'esercito. Queste trame parte si sapevano, parte si presumevano dai giacobini. Quindi le mutazioni dei capi dell'esercito erano frequenti, e siccome era rotta ed improvvida la natura loro, così spesso punivano gl'innocenti ed esaltavano i rei. I supplizj poscia e le confische producendo abbominazione nei popoli, operavano, che sempre più quell'aversione che hanno naturalmente i Francesi contro i forestieri, che vogliono metter mano e piede nelle cose e nelle case loro, si diminuisse, e con lei gli ostacoli alla disegnata invasione; poichè tal era il terror delle mannaje, che i più preponevano la servitù forestiera alla tirannide cittadina. Ordinavano l'imperatore e il re di Sardegna in tal modo i pensieri della guerra; nuovi reggimenti Tedeschi arrivavano in Piemonte; quelli che appartenevano all'armatura leggiera, come Croati, Panduri, e simili, atti piuttosto a rubare che a combattere, s'avviavano alle montagne. Gli squadroni più gravi, e la cavallerìa stanziavano nelle pianure più vicine. Erano poi sì fattamente ordinati, che le truppe Piemontesi, come più pratiche dei luoghi, e più snelle di natura, guernivano le Alpi; alle quali, come abbiam detto, s'accostavano le genti leggieri dell'imperatore, mentre le genti grosse Austriache, stanziando nei luoghi bassi, contenevano i popoli, e si tenevano pronte a marciare ovunque il nemico avesse riuscito a sboccare. Mandò l'imperatore a reggere l'esercito confederato in Piemonte il generale Devins.

Era Devins uomo di buona mente e salito pel valor suo dagl'infimi gradi della milizia fino ai supremi, aveva in ogni occasione mostrato la sua eccellenza nell'arte della guerra.

Intanto alcune pratiche segrete si erano appiccate fra la corte di Torino, e gli aderenti al nome regio in Lione ed in Provenza, il cui fine era di accordare i modi che si dovevano usare, perchè i disegni che si macchinavano a beneficio comune avessero la loro esecuzione. E siccome si faceva maggior fondamento sui Lionesi, più centrali di sito, più vicini alla Germania, fonte e nervo principale della guerra, e più tenaci di proposito che i Provenzali, così coi primi massimamente si tenevano questi trattati. A questo fine uomini confidati andavano segretamente da Lione a Torino, e da Torino a Lione. Finalmente quando i negozj si avvicinavano alla conclusione, il signor di Precy, mandato dai Lionesi, andò nascostamente egli medesimo a Torino per quivi accordarsi su quanto si trattava: l'imperatore ed il re si offerivano parati a secondare i suoi disegni con le forze loro. Intervenne Precy a molte consulte; e stantechè egli e Devins misuravano le cose non a stregua delle passioni, ma della verità, così l'uno e l'altro non tardarono ad entrare nella medesima opinione. Era il parer loro, che lasciata una parte dell'esercito sull'Alpi Marittime per tener a bada il nemico da quelle parti, il principale sforzo sì di Tedeschi che di Piemontesi si dirizzasse contro la Savoia, per quindi marciare a Lione. Nè dubitavano che ove fossero giunti in quella città, i popoli viciniper la vicinanza, ed i Provenzali per la natura loro pronta e vivace, si sarebbero levati tumultuando alla fama di tanta venuta. Certamente disegno nè più conforme agli accidenti, nè di più probabile esecuzione non s'era mai concetto di questo; se ne promettevano gli autori effetti certissimi. Ma il re Vittorio, mosso da un desiderio più generoso che considerato, non vi volle acconsentire. Era egli gravissimamente sdegnato contro i Savoiardi, siccome quelli che avevano accettato con amore i Francesi, e che tuttavia gli ajutavano, quanto era in poter loro, di consiglio e di forza. A questo sdegno aggiungeva possente stimolo il vedere, che le persone più chiare in Savoia per virtù, per sapere e per valore, parteggiavano caldamente per la Francia, levavano soldati, facevano ogni sforzo perchè la nuova signorìa si stabilisse. Amaro fastidio poi gli dava quella legione degli Allobrogi ordinata dal medico Doppet, uomo strano assai, ma di molto ingegno, e nelle opinioni di quei tempi ardentissimo: questa legione asperava coi fatti il re, ma vieppiù ancora lo asperava con gli scherni, e per l'eccessive cose che diceva contro di lui; il che alterava a dismisura l'animo di Vittorio.

Assai diverso da questo era il procedere dei Nizzardi, i quali più alieni di natura, e forse anco meno propensi a lasciarsi volgere, non so se per indole meno buona o per giudizio più prudente, dalle utopìe dottrinali che giravano a quei dì, di mala voglia sopportavano il nuovo imperio, tenevano con rapporti informato l'antico signore loro, e con bande sparse, ed appostatenei luoghi più opportuni di quei monti aspri, e difficili, infestavano continuamente i Francesi, e facevan loro tutto quel maggior male che potevano.

Queste inclinazioni considerate dal re Vittorio, solito a misurare le cose più col desiderio che con la prudenza, operarono di modo, che grandissima affezione portando a' suoi Nizzardi, e concitato a gravissimo sdegno contro i Savoiardi, non volle mai udire con pacato animo, che si desse mano a liberare dalla tirannide Francese prima i secondi, che i primi. Ogni ora gli pareva mill'anni, che i suoi fedeli di Nizza non tornassero al grembo suo, mentre per castigo sopportava più volentieri, che i popoli di Savoia continuassero a gustare di quanto sapessero i Francesi, non considerando, ch'ei gli castigava di quanto essi più desideravano. Devins e Precy interposero grandissima diligenza per persuadere il loro desiderio al re, ma non avendo potuto vincere la sua ostinazione, si fermarono in questo pensiero, che, munite le frontiere della Savoia con truppe sufficienti per frenar il nemico, ed anche per ispignersi più oltre secondo le occasioni, si assaltasse la contea di Nizza col grosso dell'esercito, come prima il tempo avesse condotto la opportunità di tentar la impresa.

Questa fu la prima origine, questo il seme delle calamità innumerabili, e della variazione di quasi tutte le cose, che poco dopo seguirono. Devins continuamente si lamentava, che il re di Sardegna gli avesse tolto la occasione di far chiaro il suo nome con una onorata e grande vittoria.

Mentre tutte queste cose si sollecitavano per gli alleati, i Francesi pensavano ai modi di resistere alla piena che veniva loro addosso: le deliberazioni loro parte miravano la guerra, parte i negoziati, parte le corruttele. Quanto alla guerra, si consigliarono di preporre ai due eserciti dell'Alpi superiori e delle inferiori, dei quali il primo chiamavano dell'Alpi, il secondo d'Italia, un solo generale, acciocchè per l'unità dei pensieri potesse più efficacemente conseguire il medesimo fine. Siccome poi, parte per sospetti vani, parte per argomenti veri si erano persuasi, che alcuni fra i generali loro, come non contenti dello stato, o freddamente si adoperavano, o nascostamente s'intendevano coi Sardi, così pensarono di dar il governo dei due eserciti ad un uomo non solo di provato valore, ma ancora di provata fede. Questi fu il generale Kellerman, che aveva testè combattuto i Prussiani con molta gloria sulle sponde della Matrona. A questo tutte le genti, che per loro si potevano risparmiare per la grossa guerra che si guerreggiava verso il Reno, mandavano all'Alpi, per modo che all'aprirsi della stagione componevano un esercito di cinquanta mila soldati, buoni per la disciplina, ottimi pel valore, terribili per la rabbia. Kellerman, avendosene recato in mano il governo, andò considerando, come la frontiera fosse di troppo più grande larghezza, perchè in ogni luogo si potesse difendere convenevolmente; e siccome il nemico principalmente minacciava di prorompere sulle ali estreme, cioè sulla Savoia e su Nizza, così determinossi a porre il campo grosso in un sito mezzano, acciocchèfosse in grado di soccorrere con uguale celerità od al ducato, od alla contea, se l'uno o l'altra corressero pericolo. Questa opportunità offeriva il sito di Tornus posto nella valle di Queiras, per essere a un di presso ugualmente discosto da Nizza e da Ciamberì, non che avesse sfogo d'importanza in cospetto, che anzi non ne aveva a cagione dei luoghi chiusi o precipitosi, ma per quella rispondenza coi due estremi. Per la qual cosa Kellerman vi pose il campo, e vi mandava le genti, le armi, e le vettovaglie; ma la difesa era difficile, perchè gli alleati occupavano tuttavia la sommità dell'Alpi su tutta la frontiera, e potevano con facilità e vantaggio calare nelle parti più basse, e cacciarne i Francesi, combattendogli dall'alto. Per ovviare a questo pericolo il generale Francese dispose con lodevol arte le sue genti nelle valli della Savoia superiore, che accennano per istrade più facili nell'Italia. Così munì Termignone, e San Giovanni nella Morienna; Moutiers nella Tarantasia, e per maggior sicurezza alloggiò un grosso corpo a Conflans, dove le due valli dell'Isero e dell'Arco si congiungono. Nell'Alpi marittime, ove i Piemontesi e gli Austriaci insistevano con grandissimo vantaggio, a dritta sul monte di Raus, a stanca sulle creste delle Sorgenti, e nel mezzo sulla fortezza di Saorgio, Kellerman, distendendo l'esercito dalla Roia sino ai fonti della Nembia, aveva munito tutte le cime accessibili delle montagne, e posto il campo di mezzo sul monte Fogasso. Quanto all'ala sua sinistra, dove il pericolo era maggiore per la facilità dei varchi, e per la vicinanza della città di Nizza, alla quale principalmentemiravano gli alleati, oltre le stanze solite, aveva collocato un grosso squadrone, come squadra di riscossa, sul monte Boletto.

Questi erano i preparamenti guerrieri di Francia; le arti politiche furono le seguenti. Tentarono la Porta Ottomana affinchè si aderisse alla repubblica contro l'Austria e contro Venezia, ma fu senza frutto. Tentarono Venezia, promettendole grossi e pronti ajuti, ed ingrandimento di stato a pregiudizio dell'imperatore. Ma i tentativi di Costantinopoli mettevano sospetto, lo stato disordinato della Francia non dava confidenza, l'Austria sì vicina, sì potente, e già penetrata pel passo concesso quasi dentro alle viscere della repubblica recava timore, e quel perpetuo pagar lo scotto dei minori, quando si mescolano nelle differenze fra i maggiori, teneva gli animi sospesi, e lontani dall'entrar in un mare di tanto pericolo. Perseverò adunque il senato nella neutralità, offerendo ai Francesi quelle medesime agevolezze negli stati Veneti, che erano state concedute alle potenze confederate.

Parte principalissima della lega, tra per la forza de' suoi eserciti, e per la situazione del suo dominio, era certamente il re di Sardegna. Adunque i capi del governo Francese assai volentieri piegarono l'animo a pruovare, se potessero con promesse guadagnarsi la sua amicizia. A questo fine furono introdotti alcuni negoziati segreti tra un agente di Robespierre per parte della Francia, ed il conte Viretti per parte del re. Aveva il conte Viretti grande introduzione in tutte le faccende importanti, benchè di governare le cosedi stato avesse piccolo intendimento. Ricercava Robespierre il re, che si alienasse dall'amicizia dell'imperatore, cedesse Savoia e Nizza, desse il transito libero all'esercito di Francia, unisse le sue armi a quelle della repubblica, od almeno se ne stesse neutrale, purchè solo desse il passo. Prometteva poi che gli sarebbero assicurati gli stati, e quanto si conquistasse in Italia a danni dell'imperatore. A questo aggiungeva, che se il re consentisse a cedere la Sardegna alla Francia, gli sarebbe dato in compenso lo stato di Genova, e che ogni giorno più apparirebbero dimostrazioni evidenti dell'amicizia della repubblica verso di lui. Il re, che era animoso, e sapeva anche del cavalleresco, non volle mai udire pazientemente le proposte di fare collegazione con Francia, nè accettare le speranze che gli si proponevano, aggiungendo parole, certo molto prudenti, che non si voleva fidar dei giacobini. Così rifiutati del tutto i consigli quieti, sorse più ardente l'inclinazione alla guerra.

Mentre così andavano i repubblicani di Francia lusingando i potentati d'Italia per conciliarsi l'amicizia loro, non cessavano per uomini a posta e per mezzo dei loro giornali, che pure malgrado della vigilanza dei governi ad interrompergli, s'insinuavano nascostamente in ogni luogo, a spargere mali semi nei popoli, con invasargli dell'amore della libertà, e con incitargli a levarsi dal collo il giogo degli antichi signori. Queste instigazioni non restavano senza effetto, perchè di quella libertà nella lontana Italia si vedevano soltanto le parole, e non bene se ne conoscevanoi fatti. Le parti nascevano, le sette macchinavano accordi, le fazioni tumulti. Ma non fia senza utilità il particolarizzare gli umori che correvano a quei tempi in Italia, acciocchè i posteri possano distinguere i buoni dai tristi, conoscere i grandi inganni, e deplorare le debolezze fatali. Adunque in primo luogo gli uomini si erano generalmente divisi in due parti, quelli che parteggiavano pei governi vecchi, detestando le novità, e quelli che parteggiando pei Francesi desideravano mutazioni nello stato. Fra i primi alcuni così opinavano per fedeltà, alcuni per superbia, alcuni per interesse. Erano i fedeli i più numerosi, fra i quali chi per tenerezza verso le famiglie regnanti, e questi erano pochi, chi per bontà di giudizio o per esperienza delle azioni umane, il numero dei quali era più largo, e chi finalmente per consuetudine, e questi erano i più. Fra i superbi osservavansi principalmente i nobili, che temevano di perdere in uno stato popolare l'autorità ed il credito loro. Tra questi, oltre i nobili, mescolavansi anche non pochi popolani che volevano diventar nobili, od almeno tenere i magistrati. Per interesse poi abborrivano lo stato nuovo tutti coloro che vivevano del vecchio, e questi erano numerosissimi: a costoro poco importava la equalità o la non equalità, la libertà o la tirannide, solo che si godessero, o sperassero gli stipendj. Si aggiungevano i prelati ricchi ed oziosi, per interesse, i preti popolari e buoni, per amor della religione. In tutti poi operava una avversione antica contro i Francesi, nata per opera dei governi Italiani sempre sospettosidella potenza di quella nazione, e del suo appetito di aver signorìa in Italia.

Di tutti quelli che fino a qui siamo andati descrivendo, alcuni erano utili ai governi, alcuni disutili, alcuni dannosi. Gli utili erano gli uomini intelligenti di stato, e pratichi del mondo, i quali ajutavano i principi coi buoni consigli. Utilissimi erano poi i preti popolari, ed i popoli da loro ammaestrati. Solo si sarebbe desiderato che avessero usato maggior temperanza nel dire, perchè magnificando di soverchio le cose di Francia, scemavano appresso a molti fede alle parole loro, ed operavano che non credessero loro neanco la verità.

I disutili apparivano gli amatori teneri delle persone principesche, soliti ad adulare nella fortuna prospera, ed a piangere nell'avversa.

I dannosi erano i nobili ed i prelati ambiziosi, i quali credevano di render più sicuro lo stato loro coll'esagerarlo, e si proponevano di far argomento di gran fiducia con mostrar maggiore insolenza. Il frenargli non pareva buono ai governi, perchè temevano e di alienar coloro, di cui avevano bisogno, e di mostrar debolezza ai popoli.

L'odio di costoro principalmente mirava contro gli uomini della condizione mezzana, nei quali supponevano dottrine per lettura, orgoglio per dottrine, autorità col popolo per contatto. Gli uni chiamavano gli altri ignoranti, insolenti, tiranni; gli altri chiamavano gli uni ambiziosi, novatori, giacobini, e tra mezzo ad ire sì sfrenate, non trovando gli animi moderazione, ed introdottala discordia nello stato, si preparava l'adito ai forestieri.

Ora per raccontar di coloro che inclinavano ai Francesi, od almeno desideravano, che per opera loro si facessero mutazioni nello stato, diremo, che per la lettura dei libri dei filosofi di Francia era sorta una setta di utopisti, i quali siccome benevolenti, ed inesperti di queste passioni umane, credevano esser nata una era novella, e prepararsi un secol d'oro. Costoro misurando gli antichi governi solamente dal male che avevano in se, e non dal bene, desideravano le riforme. Questa esca aveva colto i migliori, i più generosi uomini, e siccome le speculazioni filosofiche, che son vere in astratto, allettavano gli animi, così portavano opinione, che a procurar l'utopìa fra gli uomini non si richiedesse altro che recare ad atto quelle speculazioni, persuadendosi, certo con molta semplicità, che la felicità umana potesse solo, e dovesse consistere nella verità applicata. Atteso poi che il governo della repubblica pareva loro assai più conforme a quelle dottrine filosofiche, che quello della monarchìa, parteggiavasi generalmente per la repubblica; ognuno voleva essere, ognuno si vantava di esser repubblicano, cioè amatore del governo della repubblica. I Francesi avevano a questi tempi statuito questa maniera di governo; il che diè maggior fomento alle nuove opinioni, trovando esse appoggio in un fatto, che veduto di lontano, e consuonando coi tempi, pareva molto allettativo. Queste radici tanto più facilmente e più profondamente allignavano, quantopiù trovavano un terreno bene preparato a riceverle ed a farle prosperare, massime in Italia, a cagione della memoria delle cose antiche; le storie della Grecia e di Roma si riandavano con diligenza, e maravigliosamente infiammavano gli animi. Chi voleva esser Pericle, chi Aristide, chi Scipione, e di Bruti non v'era penuria; siccome poi un famoso filosofo Francese aveva scritto, che la virtù era la base delle repubbliche, così era anche nata la moda della virtù. Certamente non si può negare, ed i posteri deonlo sapere (poichè non vogliamo, per quanto sta in noi, che le opinioni contaminino coll'andar dei secoli le virtù), che gli utopisti di quei tempi per amicizia, per sincerità, per fede, per costanza d'animo, e per tutte quelle virtù, che alla vita privata si appartengono, non siano stati piuttosto singolari, che rari. Solo errarono, perchè credettero, che le utopìe potessero essere di questi tempi, perchè si fidarono di uomini infedeli, e perchè supposero virtù in uomini che erano la sentina de' vizj.

Costoro, così affascinati come erano, offerivano fondamento ai disegni dei repubblicani di Francia, perchè avevano molto seguito in Italia; ma fra di loro non tutti pensavano allo stesso modo. I più temperati, ed erano il maggior numero, avvisavano, non doversi movere cosa alcuna, ed aspettavano quietamente quello che portassero i tempi. Altri più audaci opinavano, doversi ajutar l'impresa coi fatti; e però s'allegavano, tenevano congreghe segrete, ed avevano intelligenze in Francia, procedendo a fine di un bene immaginario con modi degni di biasimo.

A tutti questi, come suol avvenire, s'accostavano uomini perversi, i quali celavano rei disegni sotto magnifiche parole di virtù, di repubblica, di libertà, d'uguaglianza. Di questi alcuni volevano signoreggiare, altri arricchire; gli avidi, gli ambiziosi eran diventati amici della libertà, e nissun creda che altri mai abbia maggiori dimostrazioni fatto d'amor di patria, che costoro facevano. Essi soli erano i zelatori, essi i virtuosi, essi i patriotti, ed i poveri utopisti eran chiamati aristocrati; accidenti tutti pieni di un orribil avvenire; imperciocchè non solamente pronosticavano mutazioni nello stato vecchio, ma ancora molto disordine nel nuovo.

I buoni utopisti intanto non si svegliavano dal forte sonno, e continuavano nelle loro beatitudini, non che scusassero le enormità di Francia, che anzi le detestavano, ma stimavano fra breve dover cessare per far luogo alla felicissima repubblica. Fra loro i migliori, e quelli che non andavano presi alle grida, sapevano che non si poteva mutar lo stato senza molte calamità, nè ignoravano che la presenza in Italia di una gente inquieta, non poteva portar con se se non un diluvio di mali; ma si consolavano col pensare che i Francesi, come incostanti, avrebbero finalmente lasciato Italia in balìa propria, e con quel reggimento politico che più si desiderava. A tutto questo si aggiungevano altri stimoli: credevano, i governi Italiani aver certamente bisogno di riforme, ma molto più ancora credevano, qualunque fosse il modo di governo che si avesse ad ordinare, che l'Italia abbisognasse di sottrarsi aquell'impotente giogo, a cui era posta da tanti secoli, e di risorgere a nuova vita, ed a nuova grandezza, nel qual pensiero erano infiammatissimi. Spargevano, esser venuto il tempo, che Italia pareggiasse Germania e Francia per potenza, come le pareggiava per civiltà, e per dottrina; dovere l'Italia moderna assomigliarsi all'antica; quei governi vieti ed umilianti non esser pari a tanto disegno, quelli spartimenti di stati essere pregiudiziali alla independenza; assai e pur troppo aver corso i forestieri a posta loro l'Italia; doversi finalmente alzar l'animo a più larghi pensieri; ora dovere questa nobile provincia aver tali condizioni, che la speranza della debolezza sua non dia più ai forestieri ardire di assaltarla; e poichè la libertà comune non si poteva conseguire se non con un rivolgimento totale, così questo doversi meglio desiderare che fuggire. A che montare mali passeggieri in soggetto di perpetua felicità? Benediranno, aggiungevano, benediranno i posteri con infinite laudi coloro, ai quali non rifuggì l'animo d'incontrar mille pericoli, di soggettarsi a calamità senza fine per creare un beato vivere all'Italia.

Era fra i zelatori di novità una rara spezie; quest'era di ecclesiastici di buoni costumi, e di profonda dottrina, i quali nemici alla potenza immoderata dei papi, che chiamavano usurpata, s'immaginavano, che come in Francia essa era stata distrutta, così sarebbe in Italia, se i Francesi vi ponessero piede. A questi pareva, che il governo popolare politico molto si confacesse con quel governo popolare religioso, che era in usofra i Cristiani nei tempi primitivi della chiesa. Gridavano, essersi accordati i papi coi re per introdurre la tirannide nello stato e nella chiesa; doversi i popoli accordare per introdurvi la libertà con ritirare l'uno e l'altra verso i suoi principj. I giovani allievi delle scuole di Pavia e Pistoia avevano, e propagavano queste dottrine. Fra i vecchi poi ve n'erano anche de' più pertinaci nelle opinioni loro, e questi per l'autorità che avevano grandissima, mettevano divisione fra la gente di chiesa.

A tutte queste sette si aggiungeva quella degli ottimati, o vogliam dire, per parlar secondo i tempi, la setta aristocratica, la quale avida anch'essa del dominare e nemica ugualmente alla autorità reale ed all'autorità popolare, sperava, che in mezzo alle turbazioni potesse sorgere la sua potenza. Questi settarj avvisavano, che lo stato popolare si volge sempre all'aristocrazìa, per l'autorità che danno necessariamente le ricchezze, le dottrine, la esperienza e la celebrità del nome; e non dubitavano che debilitata, o spenta l'autorità reale, e male ordinata quella del popolo, avesse a nascere l'anarchìa, per fuggir la quale il popolo suol sempre ricorrere all'autorità dei pochi. Fra questi erano quei nobili massimamente, che, ragguardevoli per ricchezze, e per virtù, non tenevano i magistrati, e se ne vivevano lontani dalle corti. Desideravano le novità, ma siccome quelli, che erano astuti e pratichi del mondo, ed anche pretendevano dignità ad ogni proceder loro, non macchinavano, anzi se ne stavano in disparte ad aspettar quietamentequello, che la fortuna si cacciasse avanti; imperciocchè non ignoravano, che a chi comincia, sempre mal n'incoglie, e che la necessità senza nissuna cooperazione loro avrebbe indotto il loro dominio. Così costoro nè ajutavano, nè disajutavano la potenza reale che pericolava, e aspettavano la loro esaltazione dalla potenza popolare che loro era nemica.

Tal'era la condizione d'Italia: i buoni esperti volevano la conservazione per previdenza di male, i buoni inesperti volevano le novità per isperanza di bene; i malvagi desideravano rivoluzioni per dominare e per succiarsi lo stato; il clero stesso parteggiava; dei nobili alcuni erano fedeli e temperati, altri fedeli ed insolenti, e per l'insolenze loro operatori che nascessero male inclinazioni nel popolo; altri finalmente poco fedeli, ma prudenti, aspettavano quietamente le occasioni: in mezzo a tutte queste inclinazioni s'indebolivano continuamente i fondamenti dello stato; pure la massa dei popoli perseverava sana, ed avrebbe potuto essere di grande appoggio a chi avesse saputo usarla prudentemente, e fortemente.

Narrati i preparamenti, le trame, e le speranze d'ambe le parti, ora descriveremo gli accidenti che portò seco la fortuna dell'armi: nella quale trattazione si dovrà sempre por mente, che in quest'anno intenzione dei Francesi non era di farsi strada in Italia per forza, se non nel caso in cui la fortuna avesse loro scoperto occasioni molto favorevoli; perciò disegnavano di starsene sulla guerra difensiva, mentre dall'altro cantogli alleati volevano ad ogni modo, usando la offensiva, penetrare nell'interno della Francia.

I Francesi, prevedendo una guerra vicina coll'Inghilterra e la Spagna, potenze forti sull'armi navali, e volendo usare la breve signorìa che restava loro nel Mediterraneo, avevano ordinato una spedizione contro l'isola di Sardegna. Speravano che qualche moto interiore avrebbe ajutato l'impresa, che era per loro di grand'importanza, perchè l'avere un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima e di burrasche, era stimato utilissimo; poi i fromenti che l'isola produce in abbondanza, offerivano un opportuno ristoro alle coste della Provenza sterili per se stesse, e non sicure per la presenza dei nemici sul mare. A questo dava anche fomento il considerare, che per l'autorità di Paoli, la Corsica si commoveva contro il governo testè ordinato in Francia. Si argomentava essere necessaria la possessione della Sardegna per conservar quella della Corsica, che già pericolava. Stimolato da questi motivi il governo di Francia avea messo in ordine un'armata nel porto di Tolone, composta di ventidue navi da guerra, fra le quali se ne noveravano diecinove grosse di fila; e per combattere su terra, ed usar le occasioni che si appresentassero, vi aveva imbarcato seimila soldati atti a combattere nelle battaglie stabili di terra. Questa mole guerriera dovevano seguitare molte navi da carico per imbarcarvi i fromenti, e trasportargli in Francia. Il governo di sì fiorita spedizione fu dato all'ammiraglio Truguet: laonde, trovandosi ogni cosa in pronto, ed appenagiunto l'anno 1793, l'armata Francese salpando da Tolone, se ne veleggiava con vento prospero verso la Sardegna; vi giunse prima del finir di gennajo, ed il dì ventiquattro del medesimo mese pose l'ancora, mostrando un terribile apparato, nel porto di Cagliari; nè ponendo tempo in mezzo, l'ammiraglio mandò un uffiziale con venti soldati a far la chiamata alla città. Quì, secondo che narrano gli scrittori Francesi più degni di fede, nacque il medesimo caso che già abbiamo deplorato di Oneglia, cioè che i Sardi, veduto avvicinarsi il palischermo sul quale era inalberata la nuova insegna dei tre colori, trassero sì che l'uffiziale, e quattordici soldati restarono morti, e la più parte degli altri feriti. L'ammiraglio pose mano a fulminare, ed a bombardare la piazza con tutto il pondo delle sue artiglierìe. Nè i difensori se ne stettero oziosi; spesseggiando coi colpi, e traendo con palle di fuoco contro le navi Francesi, sostenevano una ferocissima battaglia. Questo assalto durò tre giorni con poco danno dei Sardi, ma con gravissimo dell'armata Francese, della quale una nave grossa arse, e due andarono di traverso. Le altre o rotte sconciamente nel corpo, o lacerate negli arredi, a stento potevano mareggiare. In questo mentre, oltre il presidio che combattè egregiamente, massime i cannonieri, arrivarono i montanari, che già si erano mossi quando dall'alto avevano veduto avvicinarsi l'armata nemica; ed ora essendo stati distribuiti ai luoghi più opportuni, minacciavano di rincacciare e di uccidere chiunque si attentasse di sbarcare; memorabile esempio di fedeltàcivile, e di virtù militare. Nè fu inutile l'opera loro, poichè i Francesi, mentre più ardeva la battaglia, avevano posto piede a terra nei luoghi circonvicini, sperando di far muovere i popoli a favor loro, od almeno, dando diversi riguardi e spartendo le forze nemiche, di far rallentare la difesa della città, nella quale consisteva tutta l'importanza del fatto. Ma coloro che sbarcarono o restarono uccisi, o costretti dai montanari si ricoverarono precipitosamente alle navi. Così restò vana la fatica ed il desiderio dell'ammiraglio di Francia. Perderono i Francesi in questo conflitto circa seicento buoni soldati. Dal canto dei Sardi, cinque solamente furono uccisi, pochi feriti. Nè Cagliari ricevè danno proporzionato a tanto bersaglio; solo i sobborghi situati di sotto e più vicini al mare patirono. L'ammiraglio, veduto che gl'isolani, nei quali aveva posto la principale speranza, non solamente non avevano fatto movimento in suo favore, ma ancora avevano validamente combattuto contro di lui, disperato dell'evento, si allargò nel mare lontano dalla portata delle batterìe, quantunque tuttavia stanziasse ancora con le sue navi, così lacere come erano, per qualche tempo nelle acque del golfo di Cagliari. Ma poco stante, non essendo senza sospetto di ammottinamento ne' suoi soldati, come suole avvenire nelle disgrazie, e levatasi una furiosa tempesta, se ne andò di nuovo a porre nel porto di Tolone, dove l'attendevano casi ancor più tremendi.

Mentre in tal modo una guerra viva si era accesa e presto spenta sulle coste di Sardegna,le cose della Corsica non passavano quietamente: la perdita medesima dell'impresa di Cagliari diè fomento a coloro, che scontenti del governo di Francia macchinavano di rivolgere lo stato. Mosso dall'odio antico e dall'ingiurie recenti, andava Paoli sollevando ed armando le popolazioni, massimamente nei luoghi montuosi ed inaccessi. Al qual disegno gli preparavano la strada la chiarezza del suo nome, la venerazione in cui lo avevano i Corsi, le esorbitanze dei repubblicani. Pubblicava, essere oramai venuto il tempo di levarsi dal collo la superiorità Francese stata sempre intollerabile, ed ora per l'insolita ferocia diventata intollerabilissima; lo sdegno di tutta l'Europa, e la rabbia interna, che consumava la Francia, aprir l'adito a compire quello che una volta impedirono i fati inesorabili; afferrassero la fortuna propizia, si liberassero dai tiranni, acquistassero la independenza, fondassero la libertà; bastare quelle anime forti, bastare quei corpi robusti all'onorata impresa, ma per soprappiù già muoversi in ajuto loro la potente Inghilterra; avere l'Inghilterra forza sufficiente per ajutare la libertà d'altri, non sufficiente per opprimerla; cacciassero quei crudeli stromenti mandati da una crudelissima assemblea a taglieggiare, a decimare la generosa ed innocente Corsica; cacciassero, o tuffassero nel mare i Casabianca, i Saliceti, gli Arena con tutti gl'infami satelliti loro; già titubare i loro eserciti, già cercar rifugio ai luoghi forti del lido, pronti a salpare, già fuggire dalle terre di Sardegna la vinta armata loro, già a pena trovar ricovero lacera econquassata nel porto di Tolone. Sorgessero adunque, e mostrassero al mondo, non essere spenti in loro quei generosi spiriti, che detestarono una vendita infame, e combatterono con tanta gloria il compratore.

Queste esortazioni fatte da un uomo di tanta autorità, e tanto eminente sopra il grado privato, producevano effetti incredibili. Le secondavano col credito e con le persuasioni coloro, che erano o amatori della libertà, o fastiditi della signorìa di Francia, o dipendenti dall'Inghilterra. I montanari mossi alla voce del mantenitore della libertà Corsa, calavano in folla, pronti a combattere sotto le sue insegne contro gl'intemperanti repubblicani. Le stesse città principali di Corte, e di Ajaccio, mutato l'ordine pubblico, accettavano il nuovo governo, rivocavano dal consesso nazionale di Francia i loro deputati, chiamavano Paoli generalissimo delle genti, ribandivano i fuorusciti, restituivano il clero nella pristina condizione, e fatto un grosso di miladugento soldati bene armati s'impadronivano delle riposte pubbliche, ed assaltavano le genti della repubblica. I soldati repubblicani sorpresi da tanto tumulto, e ad impeto sì improvviso, fatto prima un poco di testa ai luoghi più forti, si ritirarono nelle fortezze di Bastìa, e di San Fiorenzo. Era sorta intanto la guerra tra la Gran Brettagna, e la Francia, accidente di sì supremo momento per ambe le parti. Ne pigliavano nuovi spiriti quei Corsi, che aderivano a Paoli, e detestavano il nome di Francia.

Intanto per dar forma al governo nuovo, ericompor quello che il disordine dei popoli tumultuanti aveva scomposto, Paoli aveva adunato una consulta, che procedendo secondo i tempi, gli conferiva potestà di fare quanto credesse necessario alla conservazione della libertà, ed alla salute del popolo. Nel tempo medesimo bandiva sotto pena di morte i commissarj di Francia Casabianca, Saliceti ed Arena.

Il consesso nazionale, udite queste novità, risentitamente deliberando decretava, essere cassa la consulta di Corsica, si arrestasse Paoli, si conducesse alla sbarra dell'assemblea, fossero Casabianca, Saliceti ed Arena investiti di qualunque suprema facoltà per rinstaurar lo stato e castigar i ribelli. Mandarono al general Lacombe Saint-Michel, anch'esso rappresentante, come dicevano, del popolo, adunasse prestamente quanti soldati stanziali, quante guardie nazionali, quante genti d'armi, e quanti marinari abili all'armi potesse, e marciasse contro i ribelli. Obbediva agli ordini Lacombe; nel medesimo tempo i commissarj del consesso fulminavano con gli scritti e con le parole contro Paoli, e contro coloro che a lui si aderivano, gli chiamavano uomini vili, traditori della patria, prezzolati dall'avara Inghilterra; invitavano le popolazioni a conservarsi in fede, ad accorrere con le armi per assicurare a se non quella contaminata libertà antica, ma la nuova, la sola, la vera, quella che fondata era sui diritti dell'uomo; questa non poter dare, anzi a lei esser nemica l'Inghilterra; sola la Francia difenditrice dei dritti eterni, poterla dare; si ricordassero del dolce dominio col quale la Francia le avevasempre rette, della fratellanza nata, degl'interessi fatti comuni; conoscere loro la Francia, e sapere con quali termini si potesse vivere con lei; non conoscere l'Inghilterra, anzi conoscerla troppo bene, e sapere esser sempre venditrice così del bene, come del male; quei mercanti superbi, vantatori essere di una libertà dubbia in casa loro, mantenitori aperti di una tirannide certa in casa altrui; non sopportassero di diventar fautori della tirannide universale, alla quale mirava l'Inghilterra; fossero Francesi, fossero Corsi, non fossero Inglesi; si ricordassero, che una nuova via e non mai più udita era aperta al mondo per arrivare alla felicità, e questa tenere la generosa Francia. Aggiungevano a queste esortazioni parole terribili e gonfie, secondo il solito, minacciando castigo inevitabile, e prigioni, e confische, e morti a chi contrastasse. Alcuni mossi dall'amore nè del bene nè del male, ma solo dall'amor delle parti, che e per antica consuetudine, e per natura tenace dei popoli sono sempre e vive e perpetue nelle isole, seguitavano le insegne Francesi. Altri si conducevano alla medesima deliberazione per desiderio di libertà, credendo, che là fosse dove non era, ed altri finalmente per cupidità di commetter male in mezzo alle turbazioni.

Raggranellati questi Corsi, ed adunati, come meglio potè, i suoi soldati, Lacombe era uscito dai forti; dall'altra parte insisteva Paoli con le sue genti collettizie. Ne sorgeva tra quelle rupi una guerra minuta e feroce, nella quale morivano molti, accusandosi, come suol avvenire nelle guerre civili, le due parti di crudeltà orribili, partevere, parte esagerate. Prevalevano ne' giusti incontri le genti disciplinate di Lacombe, ma nella guerra sparsa avevano il vantaggio le genti di Paoli, le quali avendo le popolazioni amiche, e conoscendo i tragetti, tendevano insidie e facevano sorprese. Non ostante, il generale Francese s'avanzava; già Nusa e Dolmetta erano venute in poter suo, e già il forte di Farinuolo era stato preso d'assalto; già parecchi cantoni più vicini a Calvi, ed agli altri luoghi che si tenevano per Paoli, o vinti per forza o spaventati dall'apparenza arresisi, imploravano la generosità del vincitore; e se non pareva che fosse possibile, che i Francesi sforzassero i Corsi nei luoghi alpestri, non si vedeva dall'altro canto come i Corsi potessero sforzare i Francesi forti per disciplina e per artiglierìe, nelle pianure e nelle terre che occupavano sul lido.

Mentre in cotal modo le sorti della Corsica pendevano incerte, si scopersero improvvisamente sulle sue coste più di venti navi Inglesi da guerra le quali facevano opera per intraprendere quelle che si avviavano all'isola. Poscia appoco appoco accostatesi al lido, infestavano con bombe e con palle i luoghi, che Paoli assaltava dalla parte di terra; poste anche sul lido alcune genti, ed unite con le schiere di Paoli, rendevano molto difficile la difesa ai Francesi. Per la qual cosa Lacombe, abbandonata l'isola, si ritirava a Genova sul principiar di maggio. Rimanevano in mano dei Francesi Bastìa, Calvi e San Fiorenzo; ma non soprastettero ad entrar sotto la divozione del vincitore. Così tutta la Corsica dopo di aver obbedito alfreno di Francia lo spazio di venticinque anni, venne, non so se mi debba dire in potestà propria, od in potestà dell'Inghilterra.

Cacciati i Francesi dall'isola, vi fu creato un governo per modo di provvisione, che intieramente dipendeva da Paoli, e dalla parte contraria alla Francia; l'autorità dei municipj fu ordinata secondo le forme antiche. Paoli s'accorgeva che questa condizione, siccome transitoria, poteva terminarsi in molte maniere; però desiderava di stringere, sì per fare un destino certo alla sua patria, e sì ancora per metterla in grado di resistere ai tentativi della Francia sì vicina e sì potente. Da un altro lato era pensiero dell'Inghilterra, per le medesime ragioni, e per avere un piè fermo nell'isola tanto opportuna a' suoi traffichi, a' suoi arsenali, ed alla sua potenza, che si venisse ad un partito determinativo. A questo fine Paoli applicò l'animo a sollecitare il re della Gran Brettagna, acciocchè ordinato un governo libero in Corsica, ne pigliasse protezione, e il difendesse dagli assalti della Francia; gratissimo suono all'Inghilterra. Da questo seguitarono gli accidenti, che racconteremo nel seguente libro. Luttuosa condizione de' tempi, che un Paoli non abbia saputo o potuto trovare altro rimedio di sottrarre la sua patria dal giogo della Francia, se non col darla in preda all'Inghilterra; il che dimostra o che Paoli vecchio non aveva più i medesimi spiriti di Paoli giovane, o che la lunga famigliarità cogl'Inglesi non gli aveva lasciato l'animo intero, o finalmente che la sua parte in Corsica non era tale, che potesse di per sestessa resistere a quella che seguitava il nome di Francia.

La guerra sorta coll'Inghilterra e con la Spagna, e le loro armate, che o già erano giunte, o frappoco si attendevano nel Mediterraneo, erano occasione di molesti pensieri ai Francesi, che occupavano la contea di Nizza; poichè essendo i Piemontesi signori dei sommi gioghi dell'Alpi, potevano con evidente vantaggio calare, e sboccare a danno loro nei luoghi più bassi, ed unitisi improvvisamente con qualche forza di gente Spagnuola od Inglese scesa a terra, cagionar loro qualche notabile pregiudizio. Perchè Brunet che governava a quei tempi l'esercito di Nizza, si risolvette a tentar qualche impresa di momento prima che i confederati si fossero fatti forti nel mari vicini. Il fine di questo moto era di cacciare i Piemontesi dalle sommità, e prender per se quel vantaggio, che allora si trovava in mano del nemico. Partitosi adunque sul principiar di maggio dalla Scarena, si dirizzava verso i monti. E siccome l'esercito Piemontese era padrone di tutte le creste, così gli fu d'uopo dividere le sue genti in moltiplici assalti. Dava il governo della dritta al generale Dumorbion per assaltare il campo posto sul monte Peruzzo, e quel della stanca al generale Serrurier per impadronirsi del colle di Raus, fazione più importante, e più difficile delle altre; ma per battere nel medesimo tempo i campi intermezzi di Liniere, del Molinetto, e del monte Fogasso, comandava al generale Mioskoski che si sforzasse di guadagnar quei gioghi aspri e montuosi. Erano i Piemontesi sottola condotta dei generali Colli, e Dellera; siccome avevano avuto intesa della mossa del nemico, così se ne stavano apparecchiati per ributtarlo. Adunque preparati gli uomini e le armi dall'una parte e dall'altra, andavano il dì otto giugno i Francesi all'assalto con un valore, e con una furia incredibile; nè la difficoltà dei luoghi, nè il calore della stagione, che era smisurato, nè la tempesta di palle, che fioccavano loro addosso, non gli poterono rattenere, che non giungessero fin sotto le trincee, con le quali sul sommo dei gioghi si erano i Piemontesi fortificati. Tanto fu l'impeto loro, che tutti i posti furono sforzati, salvo quello di Raus, sotto il quale si combatteva ostinatissimamente. Arrivarono i repubblicani con un'audacia inestimabile fin sotto le bocche dell'artiglierìe Italiane; ma quanti arrivavano, tanti erano uccisi. Continuò la battaglia con molto valore da ambe le parti con poco danno dei Piemontesi, e con gravissimo danno dei Francesi, i quali rinfrescando continuamente con nuovi rinforzi i combattenti, sostenevano quel duro scontro. Ma in questo punto i capi regj, veduta l'ostinazione del nemico, mandarono al capitano Zin, piantasse le artiglierìe in un giogo vicino, e di là lo fulminasse sul fianco. Il qual consiglio opportuno per se, fu con tanta arte, e con sì gran valore eseguito da Zin, che, percossi i repubblicani di costa, e raffrenata la temerità loro, abbandonarono precipitosamente l'impresa, ritirandosi, e lasciando i fianchi di quelle montagne miseramente cospersi dei cadaveri dei compagni loro. In questo fatto mostrarono i Francesiil solito valore impetuoso, e sconsiderato; i Piemontesi, massimamente gli artiglieri, ed il reggimento provinciale d'Acqui, che difendeva le trincee di Raus, arte, e costanza. Perdettero i primi in questo fatto meglio di quattrocento buoni soldati tra morti, feriti e prigionieri; negli altri assalti dati in questo medesimo giorno, circa trecento. Ne perdettero i secondi in tutta la giornata circa trecento con due cannoni, e molti arnesi da guerra. Ma tale era l'importanza del colle di Raus, che i repubblicani, non isbigottitisi all'infelice successo della battaglia degli otto, lo assaltarono di nuovo il dì dodeci dello stesso mese con ben dodeci mila soldati risolutissimi a voler vincere. Ma nè il numero, nè il valor loro poterono operar tanto, che non fossero una seconda volta con gravissima perdita risospinti. Così fu conservato in poter dei Piemontesi il forte posto di Raus, dal quale intieramente pendevano gli accidenti della guerra in quelle parti. Imperciocchè quel colle soprastava alla estremità del corno sinistro del nemico, per mezzo della quale si congiungeva con l'estrema destra dell'esercito dell'Alpi, e pei passi del Viletto accennava alla Bolena; la qual cosa agevolava agl'Italiani l'adito di calarsi verso il Varo, e di mettersi in mezzo tra l'esercito dell'Alpi Marittime, e quello dell'Alpi superiori.

La fazione tanto sanguinosa di Raus aveva singolarmente raffrenato l'audacia dei repubblicani e dato occasione agli alleati di sollevar l'animo a più alte imprese. Se ne fecero allegrezze in Piemonte, e si argomentava che la fuga di Savoiae di Nizza dalla mala condotta dei capi, non da mancanza di valore nei soldati si doveva riconoscere.


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