Mentre l'Inghilterra, che già per la possessione di Gibilterra aveva la chiave del Mediterraneo, si sforzava di acquistarvi una stanza sicura per la espugnazione di Malta, ordinavano concordemente la Russia e la Porta Ottomana le condizioni delle possessioni Ioniche. Statuirono, che dai notabili del paese sotto forma di repubblica fossero governate, e che la repubblica fosse, come quella di Ragusi, vassalla della Porta; che la sua superiorità conoscesse, e per solenne legazione mandata a posta a Constantinopoli le pagasse ogni anno un tributo di settantacinque mila piastre, e con ciò s'intendesse libera, ed esente da ogni altra imposizione verso la Turchìa; la repubblica delle Sette Isole avesse i medesimi privilegj che Ragusi, e formasse una constituzione, alla quale le due potenze ratificherebbero; se fosse necessario, durante la presente guerra, e non più, potessero la Russia e la Porta mandarvi genti, e navi armate per presidio; i vascelli della repubblica godessero la libera navigazione del mar Nero, la Russia guarentisse l'integrità della repubblica, e procacciasse che fosse riconosciuta dalle potenze sue alleate; Prevesa, Parga, Vonizza, e Butintrò, terre poste sulla terraferma dell'Epiro, cedessero in potestà della Porta, con ciò però che fossero tenute solamente ad obbedienza simile a quella dei cristiani Valacchi e Moldavi, e non maggiore; i Maomettaninon vi potessero possedere; i cristiani per due anni non pagassero nissuna tassa, potessero riedificare le chiese loro, mai non rendessero alla Porta tributi maggiori di quelli, di cui erano obbligati a Venezia. Diedero gl'isolani forma al loro governo con creare un senato composto dai notabili, in cui era investita la potestà legislativa, ed un presidente, in cui sedeva la esecutiva. A questo modo le Veneziane isole arrivarono in mezzo a tante guerre ad una condizione, non solo tollerabile ma buona, ed in lei vissero parecchi anni assai felicemente: vennero poi nuove guerre e nuove ambizioni nuovamente a turbarle.La sospensione delle ostilità non rallentava gli apparecchi di guerra nè dall'una parte nè dall'altra. Buonaparte, che mentre si combatteva in Germania ed in Italia, non aveva mai intermesso di ordinar nuove genti, ne aveva già adunato un numero di non poca importanza, e le mandava ad ingrossare, ora l'esercito Germanico, ed ora l'Italico. Un grosso corpo specialmente ne aveva rannodato, il quale posto sotto la condotta di Murat, e stanziando nei contorni di Digione, accennava ad ambidue. Dal canto suo l'Austria non ommetteva di levar nuovi soldati, massimamente dall'Ungheria, e gl'inviava a rinforzar quelli che alloggiavano ai confini. L'esercito vinto a Marengo si conservava tuttavia intiero, ed era pronto a contendere di nuovo della vittoria. Ma non piccolo fondamento alle future cose faceva la corte di Vienna sulle mosse di Toscana, che posta pei capitoli d'Alessandria fuori del dominio Francese, e conseguentemente inquello dell'Austria, seguitava i desiderj dell'imperatore. Grande odio annidava ancora in Toscana contro i repubblicani, perchè e troppo oltre era trascorso, ed i religiosi non cessavano di fomentarlo. Al medesimo fine indirizzava gli animi la reggenza creata in nome del gran duca. Il marchese Sommariva mandato dall'imperatore, perchè desse forma a quelle masse incomposte, le ingrossasse e le armasse, con indefessa autorità attendeva a compir l'ufficio che gli era stato commesso. Siccome la pace e la guerra erano ancora incerte, non si può affermare che questo procedere del governo Toscano ed Austriaco fosse contrario ai patti. Ma quelle genti, siccome quelle che non avevano nè ubbidienza nè ordine, ed erano mosse da odio contro i repubblicani, ruppero i confini, e romoreggiando sui monti, che dividono la Toscana dal Bolognese e dal Modenese, vi facevano molti insulti. Questi moti diedero qualche apprensione ai repubblicani. Per la qual cosa usando la occasione, non solamente richiedevano la Toscana e Sommariva, che frenassero, e punissero i violatori dei confini, ma ancora dissolvessero le masse dei contadini armati. Non fece Sommariva risposta che piacesse, e continuava a scorrere il paese a suo piacimento. Ciò diede occasione, muovendolo anche l'esca di Livorno, al consolo di far risoluzione di occupare sforzatamente la Toscana. A questo fine mandò comandando a Dupont, varcasse prestamente gli Apennini, e s'impadronisse di Firenze, a Monnier andasse a combattere e a disfare in Arezzo quel nido infesto di sollevati, a Clement, marciasse piùsotto, e Livorno in poter suo recasse. Nè fu diverso l'esito dalle intenzioni; perchè il primo occupava facilmente la capitale della Toscana, e l'ultimo, partendosi da Lucca, arrivava a Livorno, dove pose le mani addosso a circa cinquanta bastimenti Inglesi, e ad una quantità grandissima di fromenti. Le cose non successero di queto dalla parte di Arezzo. Gli Aretini, non udita alcuna proposta, si risolvevano ad una ostinata resistenza. I Francesi bersagliarono con cannoni e con granate reali duramente la città ed il castello, ma quei di dentro si difendevano virilmente. Cara-San-Cyr, il forte occupatore e difensore di Castel Ceriolo, si affaticava indarno: gli Aretini con tiri a scaglia, con granate, con pietre tenevano gli assalitori lontani. Il generale repubblicano mandava i suoi ad un primo assalto; già con fuochi artificiali avevano bruciate alcune porte; ma essendo fortificate con forti lastre di rame, e terrapienate, furono costretti ad abbandonar l'impresa, non senza molto strazio e sangue loro. Il seguente giorno, che fu ai diecinove ottobre, avendo meglio ordinato la fazione, si accostarono la mattina molto per tempo con le scale alle mura, vi salirono sopra, ed impadronitisi delle porte, le apersero ai loro compagni. Allora tutta la mole repubblicana, fatto impeto nella città, la occupò, non però senza nuovi contrasti e nuovo sangue; perchè dalle finestre, dai tetti, dalle feritoje aperte a quest'uopo in tutte le case, gli abitatori, secondati anche da qualche nodo di genti regolari Toscane, piovevano addosso ai repubblicani ogni sorta d'armi. Finalmente prevalseil valore ordinato alla rabbia disordinata: Arezzo venne tutta in mano di chi l'assaltava. Seguitò una strage, una insolenza, un sacco tale, quale si doveva aspettare da soldati irritati per ingiurie nuove, che avevano risuscitata la memoria delle antiche. Pochi si salvarono, ritirandosi al castello: poco dopo chiesero i patti e gli ottennero. Il terrore concetto pel caso di Arezzo fe' risolvere in gran parte le masse Toscane. Quiete apparente succedeva; ma covavano pessimi umori, prossimi a prorompere, se una nuova occasione si appresentasse. Il paese più pacifico d'Italia preservava più di ogni altro ostinatamente nel desiderio di guerra. Sommariva coi Tedeschi si ritirava nel Ferrarese.Le cose si volgevano novellamente a guerra tra Francia ed Austria. Non aveva voluto l'imperatore ratificare ai preliminari di pace stipulati a Parigi il dì otto luglio tra il conte San Giuliano mandato da lui espressamente, ed il ministro Taleyrand, e pei quali il consolo aveva promesso di compensarlo con nuovi acquisti in Italia. Anzi l'imperatore non solamente non aveva voluto consentire al trattato, ma si era anche mostrato sdegnato contro il San Giuliano, come se avesse trapassato la sua volontà. Stimolava a questi giorni instantemente l'Inghilterra l'imperatore alla guerra, perchè avendo rifiutato la pace, abborriva dal restar sola contro la Francia, nè poteva ancora accomodar l'animo al pensiero, che i Paesi Bassi avessero a restar in possessione della potenza emola a lei: offeriva adunque sussidj di denaro, ed ajuti di forze dalla parte diNapoli. Dall'altra parte l'imperatore non sapeva risolversi ad abbandonar la possessione di Mantova, parendogli che fossero mal sicuri i suoi nuovi acquisti in Italia, finchè quella fortezza fosse in potestà di uno stato dipendente intieramente dalla Francia. Quantunque poi si trovasse privato della forte cooperazione dell'imperatore Paolo, confidava di poter fare fortunata guerra da se stesso, ricordandosi delle recenti vittorie di Verona e di Magnano, e considerando che si era perduta la giornata di Marengo un sol momento, dopo che era stata vinta sei ore, nè per difetto di valore ne' suoi soldati. Erano gli eserciti avversi ordinati a questo tempo nel seguente modo. Al Germanico di Francia condotto da Moreau stava a fronte il Germanico d'Austria governato da Kray; all'Italico di Francia che obbediva a Brune, l'Italico d'Austria cui era preposto Bellegarde. Fra i due, e per congiungere l'uno coll'altro, si trovavano posti in mezzo nei Grigioni un Francese governato da Macdonald, nel Tirolo un Austriaco capitanato da Hiller. Così Moreau con Kray, emoli antichi, Macdonald con Hiller, Brune con Bellegarde avevano a combattere.La sollevazione del paese Toscano, che aveva obbligato Brune a smembrar parte delle sue forze, ed a mandarla oltre il suo fianco destro, aveva debilitato il restante. Laonde pensò il consolo a mandarvi nuove genti con comandare a Macdonald, che lasciati grossi presidj nei Grigioni, si calasse, prima dai Grigioni nella Valtellina, poscia dalla Valtellina sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige, quello per rinforzar Brune, dove alloggiava,questo per riuscire alle spalle di Bellegarde, ed obbligarlo a ritirarsi indietro dalla fronte del Mincio, dove allora aveva le sue stanze. Aspro e difficile comandamento era quello del consolo; perchè il traversare nella stagione già molto trascorsa (s'avvicinava la fine d'ottobre), il monte asprissimo della Spluga per arrivare in Valtellina, quel della Priga parimente pericoloso per arrivare in val Camonica bagnata dall'Oglio, e finalmente il Tonale, che dà l'adito all'Adige superiore, era opera piuttosto portentosa che umana. Nè valeva il fresco esempio del San Bernardo, perchè la stagione era più aspra, ed i monti più difficili. Forse la posterità troverà in questa intenzione di Buonaparte più audacia che prudenza, e maggiore confidenza nei soldati, che cognizione dei luoghi. Ciò non ostante non si perdeva d'animo Macdonald, stimolandolo il fatto del San Bernardo, e volendolo emolare. L'antiguardo condotto da Baraguey d'Hilliers, siccome quello che era e partito più presto, e più vicino a quei monti, parte varcando la Spluga, parte il monte dell'Ora, riusciva, non senza aver superato ostacoli gravissimi, sulla destra a Chiavenna, sulla sinistra a Sondrio. Acquistava per tal modo Baraguey l'imperio della Valtellina, e facilitava la strada allo scendere di Macdonald. I Valtellini al veder comparire quelle genti si maravigliavano, come se venissero dal cielo; tanto pareva loro impossibile, ch'elle per quei luoghi, ed in quella stagione fossero passate. Restava l'opera più difficile a compirsi a Macdonald. Arrivato a Tusizio, donde si sale al monte eternamente incappellatodi nevi e di ghiacci, pareva, che la natura fosse divenuta insuperabile. Tanto erano alte le nevi, tanto chiusa la strada già di per se stessa sdrucciolevole, stretta, rotta, e precipitosa, pure, come al San Bernardo, si posero le artiglierìe sui traini, le provvigioni sui muli, marciavano, ma con difficoltà grandissima. Arrivava l'antiguardo condotto dal generale Laboissiere al villaggio di Spluga, donde restava a salirsi l'erta precipitosa, che porta al sommo giogo. Mettevansi in viaggio, e con penosi passi, ed infinito anelito procedendo, alla bramata cima già si approssimavano, quando ecco levarsi un levante furiosissimo, che innalzando un immenso nembo di nevosa polvere, e negli occhi dei soldati gittandolo, rendeva impossibile ogni passo. La forza della veemente bufera furiosamente soffiando sul dorso delle nevi ammonticchiate sopra quei sdrucciolenti gioghi, levava un'orribile sommossa di neve, che con incredibile velocità e fracasso nelle sottoposte valli piombando, portò con se a precipizio quanto le si era parato davanti. Trenta soldati precipitati nell'abisso perirono; gli altri atterriti, le strade chiuse. Aggiunse la sopravvegnente notte nuovo orrore al fatto: tornarono a Spluga. Laboissiere, che separato da' suoi, precedeva con le guide, a male stento, e quasi morto aggiungeva alla cima; trovovvi benigno ospizio appresso ai religiosi, che come quei del San Bernardo, attendono con pietà sì eroica alla salute dei viaggiatori.Pareva disperata l'impresa, e sarebbe stata, se non fosse arrivato Macdonald, il quale spinto da ardente desiderio di emolare il consolo, e prevedendoche lo stare importava la distruzione per la mancanza dei viveri, con accesissime esortazioni tanto fece, che le stanche ed atterrite genti di nuovo s'incamminavano. Precedevano quattro forti buoi a pestar le nevi; seguitavano quaranta palajuoli ad appianarle ed a fare il sentiero; i zappatori venendo dopo l'assodavano; due compagnìe di fanti a destra ed a sinistra perfezionavano pel sicuro passo ciò che ancora si trovava imperfetto. A questi s'attergavano le altre genti, fanti e cavalli: le artiglierìe e le bestie da soma viaggiavano alla coda; quest'era l'antiguardo. Arrivava sulla cima all'ospizio, con infinita allegrezza si ricongiungeva col salvato Laboissiere. Poi seguitando il cammino per la pianura del Cardinello, giungeva a campo Dolcino. Allo stesso modo varcavano il dì secondo e terzo di dicembre due altre squadre di fanti, di cavalli, e d'artiglierìe: il tempo freddo e sereno, le nevi indurite in ghiaccio facilitavano il passo. Solo alcuni soldati per la forza di quell'insolito rigore o morivano gelati, o perdute le estremità con le membra monche restavano. Crudo era il viaggio, ma speranza di terminarlo felicemente, quando il dì quattro (rimaneva a varcarsi il retroguardo in cui si trovava Macdonald), si levava una spaventevole bufera, che e gli uomini col soffio violentissimo arrestava, e sotto monti di lanciata neve gli seppelliva, ed ogni traccia che fatta si fosse di strada, intieramente scassava. La disperazione entrava negli animi: le guide, uomini del paese, atterrite attestavano l'impossibilità del passare, e l'opera loro ricusarono. Era per perire Macdonald sottomonti di neve, come era perito Cambise sotto monti d'arena. Ma vinse la virtù sua e dei compagni: queste sono opere piuttosto da giganti che da uomini. Incoraggiò le guide, incoraggiò i soldati. Accorreva, e gridava: «Francesi, ha l'esercito di riserva vinto il San Bernardo, vincete voi la Spluga: superate per gloria vostra quello, che la natura ha voluto fare insuperabile: i destini vi chiamano in Italia; ite e vincete, prima i monti e le nevi, poscia gli uomini e l'armi». La lunga tratta delle squadre desolate riprendeva il cammino. Imperversava vieppiù la bufera: spesso le guide piene di un alto terrore tornavano indietro, spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi spesso la stretta foce della sublime valle si trasformava in monte di neve; là era un muro bianco e sodo, dove prima era l'aperta; chiusa ogni strada. S'aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore, quanto più si saliva, e che gli animi attristava, e prostrava, e le membra con renderle inutili aggrezzava. Le nevose ed estemporanee mura spesso si rinnovavano, l'inesorabile inverno spaziava largamente, e dominava; le Rezie Alpi in atto di sorbirsi gli audaci Francesi. Rifulse in tanto estremo caso mirabilmente, quanto possa questa portentosa umana natura; perchè non restandosi Macdonald nè i suoi a quel mortale pericolo, aprivano ciò che era chiuso, spianavano ciò che era montuoso, rompevano ciò che era ghiacciato, assodavano ciò che era cedevole, sgretolavano ciò che era sdrucciolente, coprivano o riempivano ciò che era abisso. Per tale modo, quantunque un rovinoso inverno glichiamasse a distruzione ed a morte, l'inverno vincevano, e contrastando a quanto hanno di più terribile e di più insuperabile i furibondi elementi, riuscivano nella Valtellina valle a salvamento. Rallegravansi dell'acquistata vita l'uno con l'altro, perchè si erano creduti morti: godevasi Macdonald il raccolto frutto dell'invitta costanza. Imprese son queste che pajono impossibili, e più a coloro che le hanno effettuate. Non le crederebbe la posterità, se il secolo nostro, tanto abbondante raccontatore, non uno, ma cento testimonianze non fosse per tramandarne; nè ricorda alcuna storia o antica o moderna fatto più maraviglioso, o più erculeo di questo. Da lui si vide con qual nemico avessero a fare gli Austriaci; perchè certamente non si sarebbero eglino mai posti a fatti sì rischievoli; il valore era pari da ambe le parti, maggiore l'audacia da quella dei Francesi. Chiamanla alcuni temerità; pure la fortuna è amica degli audaci, ed il mondo è di chi se lo piglia.Sebbene la prima parte dell'impresa fosse compita, restavano ad effettuarsi le due altre, che avevano anch'esse gran momento di difficoltà; quest'erano il passo dalla Valtellina nella valle Camonica, cioè dall'acque dell'Adda a quelle dell'Oglio, ed il passo dalla Valtellina nel Trentino, cioè dall'acque dell'Adda a quelle dell'Adige. Apriva il primo il monte Priga, il secondo il monte Tonale. Non ebbe prospero fine il tentativo contro quest'ultimo, perchè gli Alemanni vi si erano fortemente trincerati, e sebbene Macdonald due volte con grande vigorìa gli combattesse,ajutati dalla stagione, dalla fortezza del luogo, e dal proprio valore il risospinsero. Da un'altra parte sortiva esito felice il passo della Priga. Traversato, non senza gravi difficoltà e pericoli, quell'aspro monte, vedevano i repubblicani le acque dell'Oglio, e passato Breno, si raccoglievano a Pisogna, terra posta sulla settentrional punta del lago d'Iseo, cui l'Oglio con le sue acque forma e nodrisce. Vi trovavano la legione Italiana di Lecchi, e vettovaglie fresche, provvidenza di Brune, che ve le aveva mandate a ristoro di quelle stanche ed eroiche genti.Erasi sul fine di novembre disdetta la tregua, e denunziate le ostilità da una parte e dall'altra, ma non si venne tosto alle mani in Italia, perchè Brune non voleva principiar la guerra innanzi che Macdonald, occupato allora nel passo dei monti, fosse venuto a congiungersi con lui. Nè stava senza timore che il suo fianco destro pericolasse, stantechè Dupont, dopo la conquista della Toscana, era ritornato con la maggior parte delle truppe al campo principale, lasciato solamente in quel paese Miollis con tre o quattromila soldati. Oltre a ciò il re di Napoli, stimolato dagl'Inglesi, e volendo cooperare coll'Austria, aveva radunato un'esercito campale sotto la condotta del conte Ruggiero di Damas; il quale traversato lo stato pontificio, già s'avvicinava alla Toscana. Perciò il generale di Francia stava aspettando che Macdonald si accostasse, e che i soldati novelli, che già erano arrivati in Piemonte, gli pervenissero. Nè meno desiderava indugiar la guerra Bellegarde, volendo aspettare che Laudone Wukassowich fossero scesi dal Tirolo. Inoltre trovandosi alloggiato in sito forte per natura e per arte, amava meglio essere assaltato, che assaltare.Avvicinandosi oggimai la fine dell'anno, ed essendo giunto Macdonald sui campi, donde poteva cooperare con Brune, e volendo il generalissimo secondare i movimenti di Moreau in Germania, che con armi prospere minacciava il cuore dell'Austria, si deliberava a dar principio alle ostilità: assaltati impetuosamente i corpi che Bellegarde aveva posto alle stanze sulla destra del Mincio, gli sforzava a rivarcare il fiume. Restava ch'egli medesimo il passasse, difficile opera, perchè gli Austriaci forti di numero e di sito, si erano risoluti a difendere gagliardamente il fiume. Erano i Francesi partiti in tre schiere: la superiore, cioè la sinistra governata da Moncey, guardava a Peschiera, la mezzana, a cui presiedeva Suchet, stava rimpetto a Borghetto, la inferiore o la destra guidata da Dupont alloggiava alla Volta, e si distendeva sino a Goito. Fece Brune pensiero di varcare al passo di Mozambano, perchè quivi le rive essendo meno paludose facilitavano lo accostarsi, ed il combattere più fermamente nei luoghi occupati. Perchè poi il passo gli riuscisse più facile, avvisò di ingannar il nemico con fargli credere, ch'ei lo volesse passare più sotto tra la Volta e Pozzuolo. Con questo fine ordinava a Dupont, facesse qualche forte dimostrazione di voler varcare in questo luogo, e tanto vi tempestasse, che Bellegarde si persuadesse, che quest'era il passo veramente,che i Francesi avevano intenzione di effettuare, non dubitando, che per questo timore vi avrebbe il generale Tedesco mandato gran parte delle sue genti, e perciò, nudando il suo destro fianco, dato più facile esecuzione al disegno di Mozambano. Ciò non ostante voleva Brune, e così aveva comandato a Dupont, che si contentasse di una dimostrazione sulla riva sinistra, non vi prendesse alloggiamento stabile, non v'ingaggiasse battaglia giusta. Correva il giorno venticinque decembre, cui il generalissimo di Francia aveva destinato al passaggio del Mincio. Fu il primo Dupont a mandar ad effetto la fazione che gli era stata commessa. Passava primieramente coi soldati leggieri sulle barche trovate a caso, poi, accomodate le piatte, construiva il ponte, e varcava con la maggior parte delle genti, che erano le due squadre di Watrin e di Monnier. S'impadroniva, dopo breve contrasto, della terra di Pozzuolo, e senza aver rispetto alle condizioni delle cose, vi fermava le sue stanze; felice ad un tratto, ed infelice pensiero, perchè se l'impadronirsi di Pozzuolo era fatto importante, la circostanza era tale, che avrebbe potuto partorire la difazione intiera dei Francesi, e per poco stette, che non abbia fatto quest'effetto. Sarebbe stato e miglior partito per non deviare dalla volontà del generalissimo, e più sicuro per Francia, che Dupont, acquistata la facoltà del passare, attendesse, prima di effettuare il passo, che Brune avesse ancor egli varcato a Mozambano. Ne sorse un gravissimo pericolo; perchè Brune avendo trovato le strade molto sinistre,non potè mettersi all'impresa il giorno venticinque; il che fu cagione che Bellegarde, che alloggiava col grosso a Villafranca, terra poco lontana, corse subitamente con tutto il pondo de' suoi contro Dupont. Si difese virilmente il Francese, ancorchè Bellegarde si fosse scoperto con quasi tutto il suo esercito in battaglia; fecero i suoi soldati quanto in accidente sì pericoloso per uomini valorosi si poteva fare. Ma tanto preponderava il nemico, combattendo colla maggior parte delle sue forze contro una piccola di quelle dell'avversario, che già Dupont, non essendo potente a resistere col suo corpo solo, cedeva, e si vedeva vicino ad essere rituffato nel fiume, portando in tal modo la pena dell'aver preso animo, contro gli ordini del capitano generale, di fermarsi, e far grossa battaglia sulla riva opposta del fiume. Sarebbe adunque stata l'ala destra dei Francesi conquisa intieramente e rotta, se non fosse giunto improvvisamente un non pensato soccorso. Suchet, che dall'eminenze della Volta scopriva quanto Dupont fosse pressato dal nemico, consigliandosi piuttosto con la necessità dell'accidente, che con gli ordini di Brune, perciocchè il generalissimo gli aveva ordinato che andasse ad ajutare il passo di Mozambano, frettolosamente marciava al mal auguroso Pozzuolo. L'arrivo di Suchet ristorava la fortuna della giornata oramai perduta. Tuttavia gli Austriaci grossi e sicuri sul loro destro fianco facevano una battaglia forte, e molto ostinata. Tre volte s'impadronirono di Pozzuolo, e tre volte ne furono risospinti. Infine fu costretto Bellegardea tirarsi indietro a Villafranca, lasciando i repubblicani in possessione di Pozzuolo. Patì molto in questa battaglia; perciocchè gli mancarono circa cinquemila soldati tra morti e feriti; tremila prigionieri attestarono quanto spesso le fini delle battaglie siano diverse dai principj. Tre bandiere, undici cannoni ornarono il trionfo dei vincitori. Non fu però senza strage la vittoria ai Francesi: duemila soldati mancarono o per morte, o per ferite; pochi vennero in potestà di Bellegarde. Il seguente giorno, come aveva destinato, passava Brune il fiume a Mozambano per guisa tale che tutto l'esercito di Francia si trovava condotto sulla sinistra del Mincio.Bellegarde, considerato il successo della fazione di Pozzuolo, nè volendo avventurarsi a battaglie campali in quella facile largura tra il Mincio e l'Adige, ancorchè molto prevalesse di cavallerìa, accomodava le sue deliberazioni agli esiti delle cose, e ritirava le genti sulla sinistra dell'Adige, solo lasciando sulla destra alcuni corpi, non per signoreggiare il paese, ma soltanto per meglio difendere il passo del fiume. Brune, fatto più ardito dalla vittoria, applicava l'animo a cacciare l'avversario oltre Verona, ed a far sentire l'impressione delle armi Francesi nel Vicentino, nel Padovano, e nel Trivigiano. Ciò meditando, a modo tale ordinava la fazione, che piuttosto sopra Verona che sotto effettuasse il passo, perchè in questa guisa procedendo, Macdonald poteva più facilmente cooperare con lui, ed aveva speranza d'impedir la congiunzione di Laudon, e di Wukassowich, che già scendevano dal Tirolo.Per la qual cosa, avvicinandosi col grosso all'Adige, mandava Moncey con un corpo sufficiente verso Corona e Rivoli, affinchè serrasse la strada a Laudon ed a Wukassowich, e nel caso in cui eleggessero di rivoltarsi là, dond'erano venuti, gli perseguitasse anche all'insù. Sapeva che Macdonald procedendo pei monti superiori, ed entrando dalla valle dell'Oglio in quella del Mela, da questa in quella della Chiesa, e pervenendo alla superior coda del lago di Garda, si proponeva di riuscire per montagne scoscese e rotte, sopra a Trento. La quale mossa, se avesse avuto il suo effetto, Laudon e Wukassowich, combattuti sopra da Macdonald, sotto da Moncey, non avrebbero più avuto scampo. Succedeva felicemente il pensiero di Brune, rispetto al passo del fiume, perchè facilmente gli veniva fatto di varcarlo a Bussolengo, luogo già tanto famoso pei successivi passaggi, ora di Francesi, ora di Tedeschi. Bellegarde, informato del viaggio di Macdonald, aveva fatto debole dimostrazione per impedire il transito ai repubblicani, e si ritirava, lasciato solamente nel castello di San Felice di Verona un presidio, che poco dopo s'arrese, sulle rive della Brenta. Al tempo stesso accortosi, quanto la guerra fosse pericolosa a Laudon ed a Wukassowich, aveva loro comandato, che risalissero più presto che potessero l'Adige, e per la valle della Brenta con frettolosi passi venissero a congiungersi con lui nei contorni di Bassano. In questo punto pervennero le novelle, che dopo la vittoria di Hohenlinden guadagnata da Moreau contro l'arciduca Giovanni, era stata conclusa aSteyer il giorno venticinque decembre, una tregua tra il generale Francese e l'arciduca Carlo. Propose Bellegarde a Brune un trattato simile di sospensione di offese; ma esigendo conforme alle istruzioni, che gli si cedesse, oltre Peschiera, Ferrara, Ancona e porto Legnago, anche Mantova, il trattato non potè aver effetto, e si continuò la guerra.Le cose pressavano molto nel Tirolo. Moncey e Macdonald intendevano a serrare da ogni parte Wukassowich e Laudon, per impedir loro la facoltà del ritirarsi. Ma il primo alloggiato superiormente al secondo, e prestamente obbediendo a Bellegarde, entrato per Pergine nella valle della Brenta, schivava il pericolo, e sicuramente per la sponda di questo fiume camminava alla volta del suo generalissimo; il secondo pel contrario si trovava in molto ardua condizione, imperciocchè già si era condotto tanto innanzi, che era disceso fin sotto a Roveredo, e non poteva più tornare indietro per Trento innanzichè Macdonald vi arrivasse. Era oltre a ciò aspramente combattuto da Moncey dalla parte inferiore per modo, che cacciato all'insù da un sito all'altro aveva anche abbandonato al vincitore la possessione di Roveredo. Al tempo stesso Macdonald, superata la resistenza, che Davidowich con un po' di retroguardo di Wukassowich aveva fatto a Trento, s'impadroniva di questa capitale del Tirolo Italiano. Era adunque tolto ogni scampo a Laudon per la strada maestra, nè altra speranza gli restava, che quella di condursi per le strette ripide e malagevoli di Caldonazzo, a Levico. Ilpasso era impossibile ad eseguirsi per sentieri tanto difficili, massime pei cavalli, per le bagaglie, e per l'artiglierìe, se vivamente i Francesi l'avessero perseguitato. Mandò dicendo a Moncey, essere conclusa una tregua, cosa non vera, tra Brune e Bellegarde; il richiedeva dell'osservazione: prestò fede il Francese, e si astenne dal combattere. Laudon intanto, usando l'occasione e frettolosamente marciando, arrivava a salvamento a Levico, donde calandosi con viaggio prospero, si avvicinava a Bellegarde. Diede Moncey all'insù di Roveredo, Macdonald all'ingiù da Trento: incontraronsi fra le due città i due generali della repubblica, dolenti ambidue, che per inganno fosse loro stata tolta l'occasione di un segnalato fatto a propria gloria, e ad utilità della patria. Rammaricossene più spezialmente Macdonald, per avere incontrato indarno tanti pericoli e fatiche. Restava che compisse un'altra parte del suo disegno, piacendogli le imprese grandi ed audaci: quest'era di montar l'Adige fino a Bolzano ed a Brissio, poi di entrare nella valle della Drava per riuscire alle spalle di Bellegarde, e tagliargli la strada al suo ricetto d'Austria. Infatti già era arrivato col suo antiguardo a Bolzano, combattendovi gagliardamente il generale Auffenberg, che vi stava a difesa con quattromila soldati: non la guerra, ma la pace impedì a Macdonald l'esecuzione del suo animoso pensiero.Eransi Wukassowich e Laudon ricongiunti con Bellegarde, che ancora poteva tener in pendente la fortuna; ma non volle più avventurare le sorti, avendogli interrotto la speranza le novelleallora pervenute della sospensione di Steyer. Per la qual cosa si ritirava dalla Brenta, riducendosi sulle sponde della Piave. Il perseguitava Brune: era il fine della guerra. A petizione del generale d'Austria si concluse il dì sedici gennajo a Treviso un trattato di tregua coi capitoli seguenti: si sospendessero le offese; le due parti non potessero rompere il trattato, se non dopo quindici giorni di disdetta; le piazze di Peschiera e di Sermione, i castelli di Verona e di Legnago, la città e la cittadella di Ferrara, la città e il forte d'Ancona si consegnassero ai Francesi; Mantova restasse bloccata dai repubblicani a ottocento braccia dallo spalto con facoltà al presidio di procacciarsi viveri di dieci in dieci giorni; i magistrati Austriaci si rispettassero, la tregua durasse trentatrè dì, compresi i quindici; nissuno per fatti od opinioni politiche potesse essere molestato. Non piacque al consolo l'accordo di Treviso, perchè non giudicava a suo proposito, che l'Austria possedesse Mantova. Mandò adunque minacciando, trovandosi in condizione vittoriosa, all'Austria, che se non gli desse Mantova, sarebbe di nuovo interrotta la concordia, e non avrebbe per rate nè la convenzione di Steyer, nè quella di Treviso, e rincomincierebbe la guerra. Fu forza all'imperatore il consentire, e per un nuovo accordo fatto a Luneville, fu quella principalissima fortezza data in mano dei Francesi.La sospensione di Treviso ridusse alle strette il re di Napoli, perchè per lei potevano i Francesi più espeditamente attendere alla ricuperazionedei paesi perduti. Il conte Ruggiero, volendo cooperare con Bellegarde, si era mosso coi Napolitani, e, traversato lo stato Romano, era entrato in Toscana, alloggiandosi in Siena. Dall'altro lato il marchese Sommariva con qualche squadrone di Tedeschi, e coi fuorusciti Aretini, s'era ancor egli fatto avanti, ed aveva levato a romore le parti superiori del gran ducato. Al quale moto sollevati gli Aretini, siccome quelli che mal volentieri sopportavano il nuovo dominio, di nuovo erano corsi all'armi, ed avevano condotto in grave pericolo Miollis, che con poche genti custodiva la Toscana. Messi in confusione e sconquasso i confini, s'incamminavano Sommariva da una parte, il conte Ruggiero dall'altra all'acquisto di Firenze, dove il generale Francese aveva la sua principale stanza. Queste cose accadevano sul principiar dell'anno. Disperando Miollis, perchè si sentiva più debole pel poco numero de' suoi soldati, misti di Francesi, Cisalpini, e Piemontesi, di far fronte ad un tratto ai due nemici, s'appigliò prudentemente al partito di combattergli separati, usando celerità. Marciavano primieramente contro i Napolitani condotti dal conte. Guidava il generale Pino l'antiguardo di fanti Cisalpini, e di cavalli Piemontesi. Affrontava tra Poggibonzi e Siena una grossa colonna di cinque o sei mila fanti Napolitani, e valorosamente urtando con le bajonette, gli voltava in fuga. Volle il conte far testa in Siena; ma Pino guidato dal proprio valore, da quello de' suoi, dal fervore della vittoria, dava dentro incontanente, e fracassate coi cannonile porte, vittoriosamente vi entrava. Ritirossene il conte; poi fece opera di rannodarsi sui poggi vicini, ma pressando viemmaggiormente i Cisalpini ed i Piemontesi, fu costretto ad abbandonar tostamente i territorj Toscani, ritirandosi in quei di Roma per l'oscurità della notte. Il marchese, udito il sinistro caso del conte, ritraeva prestamente i passi, e giva a ricoverarsi in Ancona. In tal modo Miollis pel valore de' suoi, e per la provvidenza propria riduceva di nuovo in arbitrio di Francia le cose di Toscana, e teneva in timore il sinistro fianco di Bellegarde. Quest'erano le condizioni di Toscana quando, conclusa la sospensione di Treviso, nella quale non fu compreso il re di Napoli, le cose del regno restarono esposte a grandissimo pericolo; perchè Murat, siccome gli era stato comandato dal consolo, già venuto con le nuove reclute in Italia, s'incamminava a gran passi contro la Toscana e la Romagna per invadere il regno. Ai soldati di Murat s'accostava al medesimo fine una forte squadra dell'esercito vittorioso di Brune: ogni cosa cedeva alla riputazione della vittoria. Il resistere pel re era impossibile, la sua ruina certa. La salute, caso da non essere presentito, gli venne dal settentrione. Carolina regina, che quantunque fosse di natura pur troppo risentita, e si lasciasse tropp'oltre trasportare dallo sdegno, aveva mente forte, e non dava molta fede alle matte credenze, ed alle parole gonfie degli stravolti nemici di Francia, si era risoluta, voltando tutto l'animo alle speranze Russe, e non isperando in altro modo congiunzione con Francia,di andar a Pietroburgo per pregare l'imperatore Paolo ad intromettersi, come mediatore, tra il consolo e Ferdinando. Piacque la fede a Paolo: già rappattumato col consolo, mandava in Italia il generale Lewashew, affinchè s'intromettesse a concordia fra le due potenze. Si soddisfece Buonaparte del procedere di Paolo, perchè in primo luogo vedevano le nazioni, principalmente gl'Italiani, che uno dei più potenti principi del mondo, non solo riconosceva il suo governo, ma ancora aveva amicizia con lui; in secondo luogo vedeva egli medesimo il regno di Napoli sottratto dalla divozione Inglese, e ridotto nuovamente nella propria. Fecersi a Lewashew venuto in Italia onorevoli accoglienze in ogni parte, parendo che rilucesse nella persona sua tutta la grandezza di Paolo: i popoli si maravigliavano, che la Russia tanto nemica a Francia, le fosse ora divenuta amica, e paragonando i tempi di Suwarow con quei di Lewashew, ammiravano la potenza e la felicità del consolo. Venne per parte del re il cavaliere Micheroux a trovare Murat a Foligno: non istettero a negoziar lungo tempo, essendo le due parti sommamente desiderose di convenire, una per piacere a Paolo, l'altra per paura di Buonaparte. Fu adunque il dì diciotto febbrajo, accordata tra Francia e Napoli, con corroborazione dell'autorità della Russia, una tregua, i principali capitoli della quale furono, che i soldati regj sgombrassero dallo stato Romano, che i repubblicani occupassero Terni, ma che la Nera non oltrepassassero; che tutti i porti di Napoli e di Sicilia si serrassero contro gl'Inglesi econtro i Turchi; che ogni comunicazione cessasse tra Porto-ferrajo e Porto-longone nell'isola d'Elba, fintantochè gl'Inglesi non avessero sgombrato da Porto-ferrajo; che Dolomieu si liberasse dalle carceri di Messina, che si restituissero gli ufficiali ed i generali Francesi; che si obbligasse il re ad udire favorevolmente le raccomandazioni di Francia per coloro, che fossero o banditi, o carcerati per opinioni politiche. Ebbe questo trattato subito effetto: vuotò il conte Ruggiero il territorio della Chiesa: prevenendo le instanze del consolo, aboliva i tribunali straordinarj, e condonava ogni pena pel crimenlese. Murat tra per vanagloria ad entrar qual liberatore in Roma, e per adescare ai futuri disegni venutovi dentro, e concorrendo a lui il popolo, si condusse a far riverenza al pontefice.Ogni cosa si componeva a concordia: più poteva a Vienna il terrore, che le Inglesi esortazioni. Negoziavasi a Luneville per l'Austria dal conte Luigi Cobentzel, per la Francia da Giuseppe Buonaparte, l'uno e l'altro avendo mandato e possanza di concludere. Dopo qualche contenzione, pigliarono forma, che il trattato definitivo di pace fosse sottoscritto il giorno nove di febbrajo. I capitoli principali, quanto all'Italia, furono quelli stessi del trattato di Campoformio, solo variossi pei confini: l'Adige, principiando dove sbocca dal Tirolo insino alla sua foce, fosse confine tra la Cisalpina e gli stati d'Austria; la destra parte di Verona, e così quella di Portolegnago spettassero alla Cisalpina, la sinistra all'Austria; si obbligava l'imperatore a dare la Brisgovia alduca di Modena in ricompensa del perduto ducato; rinunziasse il gran duca alla Toscana ed all'isola d'Elba, e la Toscana e l'isola si dessero all'infante duca di Parma; il gran duca si ricompensasse con stati competenti in Germania; conoscesse, e riconoscesse l'imperatore le repubbliche Cisalpina e Ligure, e rinunziasse ad ogni titolo, sovranità e diritto sopra i territorj della Cisalpina; consentisse alla unione dei feudi imperiali colla repubblica Ligure. Del Piemonte nulla si stipulava, perchè Buonaparte voleva serbarsi o una occasione per pigliarlo per se, od un appicco per piacere a Paolo.Il re di Napoli ridotto alla necessità di obbedire alla forza lontana di Paolo, ed alla vicina di Buonaparte, si quietava anche col consolo, convenendo in un trattato di pace a Firenze il dì vent'otto di marzo sottoscritto per parte di lui da Micheroux, per parte della Francia da Alquier. Convenissi come nella tregua, e di vantaggio, che il re rinunziasse primieramente, e per sempre a Porto-longone, ed a quanto possedesse nell'isola d'Elba, secondamente cedesse alla Francia, come cosa propria, e da farne ogni voler suo, gli stati dei presidj ed il principato di Piombino; ancora perdonasse ogni delitto politico commesso fino a quel giorno; restituisse i beni confiscati, liberasse i detenuti, potessero gli esuli tornare nel regno sicuramente, e fosse loro restituita ogni proprietà; da ambe le parti si dimenticassero le offese.Le cose si fermarono anche con nuova composizione colla Spagna, essendosi stipulato untrattato a Madrid il dì ventuno marzo da Luciano Buonaparte per parte di Francia, e dal principe della Pace per parte di Spagna. S'accordarono le due parti, che il duca di Parma rinunzierebbe al ducato in favore della repubblica di Francia, che la Toscana si darebbe al figliuolo del duca con titolo di re; che il duca padre si compenserebbe con rendite e con altri stati; che la parte dell'isola d'Elba che apparteneva alla Toscana, spetterebbe alla Francia, e che la Francia ne ricompenserebbe il re d'Etruria collo stato di Piombino; che la Toscana s'intendesse unita per sempre alla corona di Spagna; che se il re d'Etruria morisse senza prole, succedessero i figliuoli del re di Spagna.Così in men che non fa un anno, ogni ostacolo cedendo ai Buonapartiani fati, vinse il consolo Austria ed Italia. Poscia, essendo in tutti, parte pei medesimi, parte per diversi rispetti la medesima intenzione alla pace, composte tutte le controversie, contrasse amicizia coll'imperatore Paolo, s'accordò coll'imperatore Francesco, e rinnalzò Francia da bassa ad eminente fortuna.
Mentre l'Inghilterra, che già per la possessione di Gibilterra aveva la chiave del Mediterraneo, si sforzava di acquistarvi una stanza sicura per la espugnazione di Malta, ordinavano concordemente la Russia e la Porta Ottomana le condizioni delle possessioni Ioniche. Statuirono, che dai notabili del paese sotto forma di repubblica fossero governate, e che la repubblica fosse, come quella di Ragusi, vassalla della Porta; che la sua superiorità conoscesse, e per solenne legazione mandata a posta a Constantinopoli le pagasse ogni anno un tributo di settantacinque mila piastre, e con ciò s'intendesse libera, ed esente da ogni altra imposizione verso la Turchìa; la repubblica delle Sette Isole avesse i medesimi privilegj che Ragusi, e formasse una constituzione, alla quale le due potenze ratificherebbero; se fosse necessario, durante la presente guerra, e non più, potessero la Russia e la Porta mandarvi genti, e navi armate per presidio; i vascelli della repubblica godessero la libera navigazione del mar Nero, la Russia guarentisse l'integrità della repubblica, e procacciasse che fosse riconosciuta dalle potenze sue alleate; Prevesa, Parga, Vonizza, e Butintrò, terre poste sulla terraferma dell'Epiro, cedessero in potestà della Porta, con ciò però che fossero tenute solamente ad obbedienza simile a quella dei cristiani Valacchi e Moldavi, e non maggiore; i Maomettaninon vi potessero possedere; i cristiani per due anni non pagassero nissuna tassa, potessero riedificare le chiese loro, mai non rendessero alla Porta tributi maggiori di quelli, di cui erano obbligati a Venezia. Diedero gl'isolani forma al loro governo con creare un senato composto dai notabili, in cui era investita la potestà legislativa, ed un presidente, in cui sedeva la esecutiva. A questo modo le Veneziane isole arrivarono in mezzo a tante guerre ad una condizione, non solo tollerabile ma buona, ed in lei vissero parecchi anni assai felicemente: vennero poi nuove guerre e nuove ambizioni nuovamente a turbarle.
La sospensione delle ostilità non rallentava gli apparecchi di guerra nè dall'una parte nè dall'altra. Buonaparte, che mentre si combatteva in Germania ed in Italia, non aveva mai intermesso di ordinar nuove genti, ne aveva già adunato un numero di non poca importanza, e le mandava ad ingrossare, ora l'esercito Germanico, ed ora l'Italico. Un grosso corpo specialmente ne aveva rannodato, il quale posto sotto la condotta di Murat, e stanziando nei contorni di Digione, accennava ad ambidue. Dal canto suo l'Austria non ommetteva di levar nuovi soldati, massimamente dall'Ungheria, e gl'inviava a rinforzar quelli che alloggiavano ai confini. L'esercito vinto a Marengo si conservava tuttavia intiero, ed era pronto a contendere di nuovo della vittoria. Ma non piccolo fondamento alle future cose faceva la corte di Vienna sulle mosse di Toscana, che posta pei capitoli d'Alessandria fuori del dominio Francese, e conseguentemente inquello dell'Austria, seguitava i desiderj dell'imperatore. Grande odio annidava ancora in Toscana contro i repubblicani, perchè e troppo oltre era trascorso, ed i religiosi non cessavano di fomentarlo. Al medesimo fine indirizzava gli animi la reggenza creata in nome del gran duca. Il marchese Sommariva mandato dall'imperatore, perchè desse forma a quelle masse incomposte, le ingrossasse e le armasse, con indefessa autorità attendeva a compir l'ufficio che gli era stato commesso. Siccome la pace e la guerra erano ancora incerte, non si può affermare che questo procedere del governo Toscano ed Austriaco fosse contrario ai patti. Ma quelle genti, siccome quelle che non avevano nè ubbidienza nè ordine, ed erano mosse da odio contro i repubblicani, ruppero i confini, e romoreggiando sui monti, che dividono la Toscana dal Bolognese e dal Modenese, vi facevano molti insulti. Questi moti diedero qualche apprensione ai repubblicani. Per la qual cosa usando la occasione, non solamente richiedevano la Toscana e Sommariva, che frenassero, e punissero i violatori dei confini, ma ancora dissolvessero le masse dei contadini armati. Non fece Sommariva risposta che piacesse, e continuava a scorrere il paese a suo piacimento. Ciò diede occasione, muovendolo anche l'esca di Livorno, al consolo di far risoluzione di occupare sforzatamente la Toscana. A questo fine mandò comandando a Dupont, varcasse prestamente gli Apennini, e s'impadronisse di Firenze, a Monnier andasse a combattere e a disfare in Arezzo quel nido infesto di sollevati, a Clement, marciasse piùsotto, e Livorno in poter suo recasse. Nè fu diverso l'esito dalle intenzioni; perchè il primo occupava facilmente la capitale della Toscana, e l'ultimo, partendosi da Lucca, arrivava a Livorno, dove pose le mani addosso a circa cinquanta bastimenti Inglesi, e ad una quantità grandissima di fromenti. Le cose non successero di queto dalla parte di Arezzo. Gli Aretini, non udita alcuna proposta, si risolvevano ad una ostinata resistenza. I Francesi bersagliarono con cannoni e con granate reali duramente la città ed il castello, ma quei di dentro si difendevano virilmente. Cara-San-Cyr, il forte occupatore e difensore di Castel Ceriolo, si affaticava indarno: gli Aretini con tiri a scaglia, con granate, con pietre tenevano gli assalitori lontani. Il generale repubblicano mandava i suoi ad un primo assalto; già con fuochi artificiali avevano bruciate alcune porte; ma essendo fortificate con forti lastre di rame, e terrapienate, furono costretti ad abbandonar l'impresa, non senza molto strazio e sangue loro. Il seguente giorno, che fu ai diecinove ottobre, avendo meglio ordinato la fazione, si accostarono la mattina molto per tempo con le scale alle mura, vi salirono sopra, ed impadronitisi delle porte, le apersero ai loro compagni. Allora tutta la mole repubblicana, fatto impeto nella città, la occupò, non però senza nuovi contrasti e nuovo sangue; perchè dalle finestre, dai tetti, dalle feritoje aperte a quest'uopo in tutte le case, gli abitatori, secondati anche da qualche nodo di genti regolari Toscane, piovevano addosso ai repubblicani ogni sorta d'armi. Finalmente prevalseil valore ordinato alla rabbia disordinata: Arezzo venne tutta in mano di chi l'assaltava. Seguitò una strage, una insolenza, un sacco tale, quale si doveva aspettare da soldati irritati per ingiurie nuove, che avevano risuscitata la memoria delle antiche. Pochi si salvarono, ritirandosi al castello: poco dopo chiesero i patti e gli ottennero. Il terrore concetto pel caso di Arezzo fe' risolvere in gran parte le masse Toscane. Quiete apparente succedeva; ma covavano pessimi umori, prossimi a prorompere, se una nuova occasione si appresentasse. Il paese più pacifico d'Italia preservava più di ogni altro ostinatamente nel desiderio di guerra. Sommariva coi Tedeschi si ritirava nel Ferrarese.
Le cose si volgevano novellamente a guerra tra Francia ed Austria. Non aveva voluto l'imperatore ratificare ai preliminari di pace stipulati a Parigi il dì otto luglio tra il conte San Giuliano mandato da lui espressamente, ed il ministro Taleyrand, e pei quali il consolo aveva promesso di compensarlo con nuovi acquisti in Italia. Anzi l'imperatore non solamente non aveva voluto consentire al trattato, ma si era anche mostrato sdegnato contro il San Giuliano, come se avesse trapassato la sua volontà. Stimolava a questi giorni instantemente l'Inghilterra l'imperatore alla guerra, perchè avendo rifiutato la pace, abborriva dal restar sola contro la Francia, nè poteva ancora accomodar l'animo al pensiero, che i Paesi Bassi avessero a restar in possessione della potenza emola a lei: offeriva adunque sussidj di denaro, ed ajuti di forze dalla parte diNapoli. Dall'altra parte l'imperatore non sapeva risolversi ad abbandonar la possessione di Mantova, parendogli che fossero mal sicuri i suoi nuovi acquisti in Italia, finchè quella fortezza fosse in potestà di uno stato dipendente intieramente dalla Francia. Quantunque poi si trovasse privato della forte cooperazione dell'imperatore Paolo, confidava di poter fare fortunata guerra da se stesso, ricordandosi delle recenti vittorie di Verona e di Magnano, e considerando che si era perduta la giornata di Marengo un sol momento, dopo che era stata vinta sei ore, nè per difetto di valore ne' suoi soldati. Erano gli eserciti avversi ordinati a questo tempo nel seguente modo. Al Germanico di Francia condotto da Moreau stava a fronte il Germanico d'Austria governato da Kray; all'Italico di Francia che obbediva a Brune, l'Italico d'Austria cui era preposto Bellegarde. Fra i due, e per congiungere l'uno coll'altro, si trovavano posti in mezzo nei Grigioni un Francese governato da Macdonald, nel Tirolo un Austriaco capitanato da Hiller. Così Moreau con Kray, emoli antichi, Macdonald con Hiller, Brune con Bellegarde avevano a combattere.
La sollevazione del paese Toscano, che aveva obbligato Brune a smembrar parte delle sue forze, ed a mandarla oltre il suo fianco destro, aveva debilitato il restante. Laonde pensò il consolo a mandarvi nuove genti con comandare a Macdonald, che lasciati grossi presidj nei Grigioni, si calasse, prima dai Grigioni nella Valtellina, poscia dalla Valtellina sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige, quello per rinforzar Brune, dove alloggiava,questo per riuscire alle spalle di Bellegarde, ed obbligarlo a ritirarsi indietro dalla fronte del Mincio, dove allora aveva le sue stanze. Aspro e difficile comandamento era quello del consolo; perchè il traversare nella stagione già molto trascorsa (s'avvicinava la fine d'ottobre), il monte asprissimo della Spluga per arrivare in Valtellina, quel della Priga parimente pericoloso per arrivare in val Camonica bagnata dall'Oglio, e finalmente il Tonale, che dà l'adito all'Adige superiore, era opera piuttosto portentosa che umana. Nè valeva il fresco esempio del San Bernardo, perchè la stagione era più aspra, ed i monti più difficili. Forse la posterità troverà in questa intenzione di Buonaparte più audacia che prudenza, e maggiore confidenza nei soldati, che cognizione dei luoghi. Ciò non ostante non si perdeva d'animo Macdonald, stimolandolo il fatto del San Bernardo, e volendolo emolare. L'antiguardo condotto da Baraguey d'Hilliers, siccome quello che era e partito più presto, e più vicino a quei monti, parte varcando la Spluga, parte il monte dell'Ora, riusciva, non senza aver superato ostacoli gravissimi, sulla destra a Chiavenna, sulla sinistra a Sondrio. Acquistava per tal modo Baraguey l'imperio della Valtellina, e facilitava la strada allo scendere di Macdonald. I Valtellini al veder comparire quelle genti si maravigliavano, come se venissero dal cielo; tanto pareva loro impossibile, ch'elle per quei luoghi, ed in quella stagione fossero passate. Restava l'opera più difficile a compirsi a Macdonald. Arrivato a Tusizio, donde si sale al monte eternamente incappellatodi nevi e di ghiacci, pareva, che la natura fosse divenuta insuperabile. Tanto erano alte le nevi, tanto chiusa la strada già di per se stessa sdrucciolevole, stretta, rotta, e precipitosa, pure, come al San Bernardo, si posero le artiglierìe sui traini, le provvigioni sui muli, marciavano, ma con difficoltà grandissima. Arrivava l'antiguardo condotto dal generale Laboissiere al villaggio di Spluga, donde restava a salirsi l'erta precipitosa, che porta al sommo giogo. Mettevansi in viaggio, e con penosi passi, ed infinito anelito procedendo, alla bramata cima già si approssimavano, quando ecco levarsi un levante furiosissimo, che innalzando un immenso nembo di nevosa polvere, e negli occhi dei soldati gittandolo, rendeva impossibile ogni passo. La forza della veemente bufera furiosamente soffiando sul dorso delle nevi ammonticchiate sopra quei sdrucciolenti gioghi, levava un'orribile sommossa di neve, che con incredibile velocità e fracasso nelle sottoposte valli piombando, portò con se a precipizio quanto le si era parato davanti. Trenta soldati precipitati nell'abisso perirono; gli altri atterriti, le strade chiuse. Aggiunse la sopravvegnente notte nuovo orrore al fatto: tornarono a Spluga. Laboissiere, che separato da' suoi, precedeva con le guide, a male stento, e quasi morto aggiungeva alla cima; trovovvi benigno ospizio appresso ai religiosi, che come quei del San Bernardo, attendono con pietà sì eroica alla salute dei viaggiatori.
Pareva disperata l'impresa, e sarebbe stata, se non fosse arrivato Macdonald, il quale spinto da ardente desiderio di emolare il consolo, e prevedendoche lo stare importava la distruzione per la mancanza dei viveri, con accesissime esortazioni tanto fece, che le stanche ed atterrite genti di nuovo s'incamminavano. Precedevano quattro forti buoi a pestar le nevi; seguitavano quaranta palajuoli ad appianarle ed a fare il sentiero; i zappatori venendo dopo l'assodavano; due compagnìe di fanti a destra ed a sinistra perfezionavano pel sicuro passo ciò che ancora si trovava imperfetto. A questi s'attergavano le altre genti, fanti e cavalli: le artiglierìe e le bestie da soma viaggiavano alla coda; quest'era l'antiguardo. Arrivava sulla cima all'ospizio, con infinita allegrezza si ricongiungeva col salvato Laboissiere. Poi seguitando il cammino per la pianura del Cardinello, giungeva a campo Dolcino. Allo stesso modo varcavano il dì secondo e terzo di dicembre due altre squadre di fanti, di cavalli, e d'artiglierìe: il tempo freddo e sereno, le nevi indurite in ghiaccio facilitavano il passo. Solo alcuni soldati per la forza di quell'insolito rigore o morivano gelati, o perdute le estremità con le membra monche restavano. Crudo era il viaggio, ma speranza di terminarlo felicemente, quando il dì quattro (rimaneva a varcarsi il retroguardo in cui si trovava Macdonald), si levava una spaventevole bufera, che e gli uomini col soffio violentissimo arrestava, e sotto monti di lanciata neve gli seppelliva, ed ogni traccia che fatta si fosse di strada, intieramente scassava. La disperazione entrava negli animi: le guide, uomini del paese, atterrite attestavano l'impossibilità del passare, e l'opera loro ricusarono. Era per perire Macdonald sottomonti di neve, come era perito Cambise sotto monti d'arena. Ma vinse la virtù sua e dei compagni: queste sono opere piuttosto da giganti che da uomini. Incoraggiò le guide, incoraggiò i soldati. Accorreva, e gridava: «Francesi, ha l'esercito di riserva vinto il San Bernardo, vincete voi la Spluga: superate per gloria vostra quello, che la natura ha voluto fare insuperabile: i destini vi chiamano in Italia; ite e vincete, prima i monti e le nevi, poscia gli uomini e l'armi». La lunga tratta delle squadre desolate riprendeva il cammino. Imperversava vieppiù la bufera: spesso le guide piene di un alto terrore tornavano indietro, spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi spesso la stretta foce della sublime valle si trasformava in monte di neve; là era un muro bianco e sodo, dove prima era l'aperta; chiusa ogni strada. S'aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore, quanto più si saliva, e che gli animi attristava, e prostrava, e le membra con renderle inutili aggrezzava. Le nevose ed estemporanee mura spesso si rinnovavano, l'inesorabile inverno spaziava largamente, e dominava; le Rezie Alpi in atto di sorbirsi gli audaci Francesi. Rifulse in tanto estremo caso mirabilmente, quanto possa questa portentosa umana natura; perchè non restandosi Macdonald nè i suoi a quel mortale pericolo, aprivano ciò che era chiuso, spianavano ciò che era montuoso, rompevano ciò che era ghiacciato, assodavano ciò che era cedevole, sgretolavano ciò che era sdrucciolente, coprivano o riempivano ciò che era abisso. Per tale modo, quantunque un rovinoso inverno glichiamasse a distruzione ed a morte, l'inverno vincevano, e contrastando a quanto hanno di più terribile e di più insuperabile i furibondi elementi, riuscivano nella Valtellina valle a salvamento. Rallegravansi dell'acquistata vita l'uno con l'altro, perchè si erano creduti morti: godevasi Macdonald il raccolto frutto dell'invitta costanza. Imprese son queste che pajono impossibili, e più a coloro che le hanno effettuate. Non le crederebbe la posterità, se il secolo nostro, tanto abbondante raccontatore, non uno, ma cento testimonianze non fosse per tramandarne; nè ricorda alcuna storia o antica o moderna fatto più maraviglioso, o più erculeo di questo. Da lui si vide con qual nemico avessero a fare gli Austriaci; perchè certamente non si sarebbero eglino mai posti a fatti sì rischievoli; il valore era pari da ambe le parti, maggiore l'audacia da quella dei Francesi. Chiamanla alcuni temerità; pure la fortuna è amica degli audaci, ed il mondo è di chi se lo piglia.
Sebbene la prima parte dell'impresa fosse compita, restavano ad effettuarsi le due altre, che avevano anch'esse gran momento di difficoltà; quest'erano il passo dalla Valtellina nella valle Camonica, cioè dall'acque dell'Adda a quelle dell'Oglio, ed il passo dalla Valtellina nel Trentino, cioè dall'acque dell'Adda a quelle dell'Adige. Apriva il primo il monte Priga, il secondo il monte Tonale. Non ebbe prospero fine il tentativo contro quest'ultimo, perchè gli Alemanni vi si erano fortemente trincerati, e sebbene Macdonald due volte con grande vigorìa gli combattesse,ajutati dalla stagione, dalla fortezza del luogo, e dal proprio valore il risospinsero. Da un'altra parte sortiva esito felice il passo della Priga. Traversato, non senza gravi difficoltà e pericoli, quell'aspro monte, vedevano i repubblicani le acque dell'Oglio, e passato Breno, si raccoglievano a Pisogna, terra posta sulla settentrional punta del lago d'Iseo, cui l'Oglio con le sue acque forma e nodrisce. Vi trovavano la legione Italiana di Lecchi, e vettovaglie fresche, provvidenza di Brune, che ve le aveva mandate a ristoro di quelle stanche ed eroiche genti.
Erasi sul fine di novembre disdetta la tregua, e denunziate le ostilità da una parte e dall'altra, ma non si venne tosto alle mani in Italia, perchè Brune non voleva principiar la guerra innanzi che Macdonald, occupato allora nel passo dei monti, fosse venuto a congiungersi con lui. Nè stava senza timore che il suo fianco destro pericolasse, stantechè Dupont, dopo la conquista della Toscana, era ritornato con la maggior parte delle truppe al campo principale, lasciato solamente in quel paese Miollis con tre o quattromila soldati. Oltre a ciò il re di Napoli, stimolato dagl'Inglesi, e volendo cooperare coll'Austria, aveva radunato un'esercito campale sotto la condotta del conte Ruggiero di Damas; il quale traversato lo stato pontificio, già s'avvicinava alla Toscana. Perciò il generale di Francia stava aspettando che Macdonald si accostasse, e che i soldati novelli, che già erano arrivati in Piemonte, gli pervenissero. Nè meno desiderava indugiar la guerra Bellegarde, volendo aspettare che Laudone Wukassowich fossero scesi dal Tirolo. Inoltre trovandosi alloggiato in sito forte per natura e per arte, amava meglio essere assaltato, che assaltare.
Avvicinandosi oggimai la fine dell'anno, ed essendo giunto Macdonald sui campi, donde poteva cooperare con Brune, e volendo il generalissimo secondare i movimenti di Moreau in Germania, che con armi prospere minacciava il cuore dell'Austria, si deliberava a dar principio alle ostilità: assaltati impetuosamente i corpi che Bellegarde aveva posto alle stanze sulla destra del Mincio, gli sforzava a rivarcare il fiume. Restava ch'egli medesimo il passasse, difficile opera, perchè gli Austriaci forti di numero e di sito, si erano risoluti a difendere gagliardamente il fiume. Erano i Francesi partiti in tre schiere: la superiore, cioè la sinistra governata da Moncey, guardava a Peschiera, la mezzana, a cui presiedeva Suchet, stava rimpetto a Borghetto, la inferiore o la destra guidata da Dupont alloggiava alla Volta, e si distendeva sino a Goito. Fece Brune pensiero di varcare al passo di Mozambano, perchè quivi le rive essendo meno paludose facilitavano lo accostarsi, ed il combattere più fermamente nei luoghi occupati. Perchè poi il passo gli riuscisse più facile, avvisò di ingannar il nemico con fargli credere, ch'ei lo volesse passare più sotto tra la Volta e Pozzuolo. Con questo fine ordinava a Dupont, facesse qualche forte dimostrazione di voler varcare in questo luogo, e tanto vi tempestasse, che Bellegarde si persuadesse, che quest'era il passo veramente,che i Francesi avevano intenzione di effettuare, non dubitando, che per questo timore vi avrebbe il generale Tedesco mandato gran parte delle sue genti, e perciò, nudando il suo destro fianco, dato più facile esecuzione al disegno di Mozambano. Ciò non ostante voleva Brune, e così aveva comandato a Dupont, che si contentasse di una dimostrazione sulla riva sinistra, non vi prendesse alloggiamento stabile, non v'ingaggiasse battaglia giusta. Correva il giorno venticinque decembre, cui il generalissimo di Francia aveva destinato al passaggio del Mincio. Fu il primo Dupont a mandar ad effetto la fazione che gli era stata commessa. Passava primieramente coi soldati leggieri sulle barche trovate a caso, poi, accomodate le piatte, construiva il ponte, e varcava con la maggior parte delle genti, che erano le due squadre di Watrin e di Monnier. S'impadroniva, dopo breve contrasto, della terra di Pozzuolo, e senza aver rispetto alle condizioni delle cose, vi fermava le sue stanze; felice ad un tratto, ed infelice pensiero, perchè se l'impadronirsi di Pozzuolo era fatto importante, la circostanza era tale, che avrebbe potuto partorire la difazione intiera dei Francesi, e per poco stette, che non abbia fatto quest'effetto. Sarebbe stato e miglior partito per non deviare dalla volontà del generalissimo, e più sicuro per Francia, che Dupont, acquistata la facoltà del passare, attendesse, prima di effettuare il passo, che Brune avesse ancor egli varcato a Mozambano. Ne sorse un gravissimo pericolo; perchè Brune avendo trovato le strade molto sinistre,non potè mettersi all'impresa il giorno venticinque; il che fu cagione che Bellegarde, che alloggiava col grosso a Villafranca, terra poco lontana, corse subitamente con tutto il pondo de' suoi contro Dupont. Si difese virilmente il Francese, ancorchè Bellegarde si fosse scoperto con quasi tutto il suo esercito in battaglia; fecero i suoi soldati quanto in accidente sì pericoloso per uomini valorosi si poteva fare. Ma tanto preponderava il nemico, combattendo colla maggior parte delle sue forze contro una piccola di quelle dell'avversario, che già Dupont, non essendo potente a resistere col suo corpo solo, cedeva, e si vedeva vicino ad essere rituffato nel fiume, portando in tal modo la pena dell'aver preso animo, contro gli ordini del capitano generale, di fermarsi, e far grossa battaglia sulla riva opposta del fiume. Sarebbe adunque stata l'ala destra dei Francesi conquisa intieramente e rotta, se non fosse giunto improvvisamente un non pensato soccorso. Suchet, che dall'eminenze della Volta scopriva quanto Dupont fosse pressato dal nemico, consigliandosi piuttosto con la necessità dell'accidente, che con gli ordini di Brune, perciocchè il generalissimo gli aveva ordinato che andasse ad ajutare il passo di Mozambano, frettolosamente marciava al mal auguroso Pozzuolo. L'arrivo di Suchet ristorava la fortuna della giornata oramai perduta. Tuttavia gli Austriaci grossi e sicuri sul loro destro fianco facevano una battaglia forte, e molto ostinata. Tre volte s'impadronirono di Pozzuolo, e tre volte ne furono risospinti. Infine fu costretto Bellegardea tirarsi indietro a Villafranca, lasciando i repubblicani in possessione di Pozzuolo. Patì molto in questa battaglia; perciocchè gli mancarono circa cinquemila soldati tra morti e feriti; tremila prigionieri attestarono quanto spesso le fini delle battaglie siano diverse dai principj. Tre bandiere, undici cannoni ornarono il trionfo dei vincitori. Non fu però senza strage la vittoria ai Francesi: duemila soldati mancarono o per morte, o per ferite; pochi vennero in potestà di Bellegarde. Il seguente giorno, come aveva destinato, passava Brune il fiume a Mozambano per guisa tale che tutto l'esercito di Francia si trovava condotto sulla sinistra del Mincio.
Bellegarde, considerato il successo della fazione di Pozzuolo, nè volendo avventurarsi a battaglie campali in quella facile largura tra il Mincio e l'Adige, ancorchè molto prevalesse di cavallerìa, accomodava le sue deliberazioni agli esiti delle cose, e ritirava le genti sulla sinistra dell'Adige, solo lasciando sulla destra alcuni corpi, non per signoreggiare il paese, ma soltanto per meglio difendere il passo del fiume. Brune, fatto più ardito dalla vittoria, applicava l'animo a cacciare l'avversario oltre Verona, ed a far sentire l'impressione delle armi Francesi nel Vicentino, nel Padovano, e nel Trivigiano. Ciò meditando, a modo tale ordinava la fazione, che piuttosto sopra Verona che sotto effettuasse il passo, perchè in questa guisa procedendo, Macdonald poteva più facilmente cooperare con lui, ed aveva speranza d'impedir la congiunzione di Laudon, e di Wukassowich, che già scendevano dal Tirolo.Per la qual cosa, avvicinandosi col grosso all'Adige, mandava Moncey con un corpo sufficiente verso Corona e Rivoli, affinchè serrasse la strada a Laudon ed a Wukassowich, e nel caso in cui eleggessero di rivoltarsi là, dond'erano venuti, gli perseguitasse anche all'insù. Sapeva che Macdonald procedendo pei monti superiori, ed entrando dalla valle dell'Oglio in quella del Mela, da questa in quella della Chiesa, e pervenendo alla superior coda del lago di Garda, si proponeva di riuscire per montagne scoscese e rotte, sopra a Trento. La quale mossa, se avesse avuto il suo effetto, Laudon e Wukassowich, combattuti sopra da Macdonald, sotto da Moncey, non avrebbero più avuto scampo. Succedeva felicemente il pensiero di Brune, rispetto al passo del fiume, perchè facilmente gli veniva fatto di varcarlo a Bussolengo, luogo già tanto famoso pei successivi passaggi, ora di Francesi, ora di Tedeschi. Bellegarde, informato del viaggio di Macdonald, aveva fatto debole dimostrazione per impedire il transito ai repubblicani, e si ritirava, lasciato solamente nel castello di San Felice di Verona un presidio, che poco dopo s'arrese, sulle rive della Brenta. Al tempo stesso accortosi, quanto la guerra fosse pericolosa a Laudon ed a Wukassowich, aveva loro comandato, che risalissero più presto che potessero l'Adige, e per la valle della Brenta con frettolosi passi venissero a congiungersi con lui nei contorni di Bassano. In questo punto pervennero le novelle, che dopo la vittoria di Hohenlinden guadagnata da Moreau contro l'arciduca Giovanni, era stata conclusa aSteyer il giorno venticinque decembre, una tregua tra il generale Francese e l'arciduca Carlo. Propose Bellegarde a Brune un trattato simile di sospensione di offese; ma esigendo conforme alle istruzioni, che gli si cedesse, oltre Peschiera, Ferrara, Ancona e porto Legnago, anche Mantova, il trattato non potè aver effetto, e si continuò la guerra.
Le cose pressavano molto nel Tirolo. Moncey e Macdonald intendevano a serrare da ogni parte Wukassowich e Laudon, per impedir loro la facoltà del ritirarsi. Ma il primo alloggiato superiormente al secondo, e prestamente obbediendo a Bellegarde, entrato per Pergine nella valle della Brenta, schivava il pericolo, e sicuramente per la sponda di questo fiume camminava alla volta del suo generalissimo; il secondo pel contrario si trovava in molto ardua condizione, imperciocchè già si era condotto tanto innanzi, che era disceso fin sotto a Roveredo, e non poteva più tornare indietro per Trento innanzichè Macdonald vi arrivasse. Era oltre a ciò aspramente combattuto da Moncey dalla parte inferiore per modo, che cacciato all'insù da un sito all'altro aveva anche abbandonato al vincitore la possessione di Roveredo. Al tempo stesso Macdonald, superata la resistenza, che Davidowich con un po' di retroguardo di Wukassowich aveva fatto a Trento, s'impadroniva di questa capitale del Tirolo Italiano. Era adunque tolto ogni scampo a Laudon per la strada maestra, nè altra speranza gli restava, che quella di condursi per le strette ripide e malagevoli di Caldonazzo, a Levico. Ilpasso era impossibile ad eseguirsi per sentieri tanto difficili, massime pei cavalli, per le bagaglie, e per l'artiglierìe, se vivamente i Francesi l'avessero perseguitato. Mandò dicendo a Moncey, essere conclusa una tregua, cosa non vera, tra Brune e Bellegarde; il richiedeva dell'osservazione: prestò fede il Francese, e si astenne dal combattere. Laudon intanto, usando l'occasione e frettolosamente marciando, arrivava a salvamento a Levico, donde calandosi con viaggio prospero, si avvicinava a Bellegarde. Diede Moncey all'insù di Roveredo, Macdonald all'ingiù da Trento: incontraronsi fra le due città i due generali della repubblica, dolenti ambidue, che per inganno fosse loro stata tolta l'occasione di un segnalato fatto a propria gloria, e ad utilità della patria. Rammaricossene più spezialmente Macdonald, per avere incontrato indarno tanti pericoli e fatiche. Restava che compisse un'altra parte del suo disegno, piacendogli le imprese grandi ed audaci: quest'era di montar l'Adige fino a Bolzano ed a Brissio, poi di entrare nella valle della Drava per riuscire alle spalle di Bellegarde, e tagliargli la strada al suo ricetto d'Austria. Infatti già era arrivato col suo antiguardo a Bolzano, combattendovi gagliardamente il generale Auffenberg, che vi stava a difesa con quattromila soldati: non la guerra, ma la pace impedì a Macdonald l'esecuzione del suo animoso pensiero.
Eransi Wukassowich e Laudon ricongiunti con Bellegarde, che ancora poteva tener in pendente la fortuna; ma non volle più avventurare le sorti, avendogli interrotto la speranza le novelleallora pervenute della sospensione di Steyer. Per la qual cosa si ritirava dalla Brenta, riducendosi sulle sponde della Piave. Il perseguitava Brune: era il fine della guerra. A petizione del generale d'Austria si concluse il dì sedici gennajo a Treviso un trattato di tregua coi capitoli seguenti: si sospendessero le offese; le due parti non potessero rompere il trattato, se non dopo quindici giorni di disdetta; le piazze di Peschiera e di Sermione, i castelli di Verona e di Legnago, la città e la cittadella di Ferrara, la città e il forte d'Ancona si consegnassero ai Francesi; Mantova restasse bloccata dai repubblicani a ottocento braccia dallo spalto con facoltà al presidio di procacciarsi viveri di dieci in dieci giorni; i magistrati Austriaci si rispettassero, la tregua durasse trentatrè dì, compresi i quindici; nissuno per fatti od opinioni politiche potesse essere molestato. Non piacque al consolo l'accordo di Treviso, perchè non giudicava a suo proposito, che l'Austria possedesse Mantova. Mandò adunque minacciando, trovandosi in condizione vittoriosa, all'Austria, che se non gli desse Mantova, sarebbe di nuovo interrotta la concordia, e non avrebbe per rate nè la convenzione di Steyer, nè quella di Treviso, e rincomincierebbe la guerra. Fu forza all'imperatore il consentire, e per un nuovo accordo fatto a Luneville, fu quella principalissima fortezza data in mano dei Francesi.
La sospensione di Treviso ridusse alle strette il re di Napoli, perchè per lei potevano i Francesi più espeditamente attendere alla ricuperazionedei paesi perduti. Il conte Ruggiero, volendo cooperare con Bellegarde, si era mosso coi Napolitani, e, traversato lo stato Romano, era entrato in Toscana, alloggiandosi in Siena. Dall'altro lato il marchese Sommariva con qualche squadrone di Tedeschi, e coi fuorusciti Aretini, s'era ancor egli fatto avanti, ed aveva levato a romore le parti superiori del gran ducato. Al quale moto sollevati gli Aretini, siccome quelli che mal volentieri sopportavano il nuovo dominio, di nuovo erano corsi all'armi, ed avevano condotto in grave pericolo Miollis, che con poche genti custodiva la Toscana. Messi in confusione e sconquasso i confini, s'incamminavano Sommariva da una parte, il conte Ruggiero dall'altra all'acquisto di Firenze, dove il generale Francese aveva la sua principale stanza. Queste cose accadevano sul principiar dell'anno. Disperando Miollis, perchè si sentiva più debole pel poco numero de' suoi soldati, misti di Francesi, Cisalpini, e Piemontesi, di far fronte ad un tratto ai due nemici, s'appigliò prudentemente al partito di combattergli separati, usando celerità. Marciavano primieramente contro i Napolitani condotti dal conte. Guidava il generale Pino l'antiguardo di fanti Cisalpini, e di cavalli Piemontesi. Affrontava tra Poggibonzi e Siena una grossa colonna di cinque o sei mila fanti Napolitani, e valorosamente urtando con le bajonette, gli voltava in fuga. Volle il conte far testa in Siena; ma Pino guidato dal proprio valore, da quello de' suoi, dal fervore della vittoria, dava dentro incontanente, e fracassate coi cannonile porte, vittoriosamente vi entrava. Ritirossene il conte; poi fece opera di rannodarsi sui poggi vicini, ma pressando viemmaggiormente i Cisalpini ed i Piemontesi, fu costretto ad abbandonar tostamente i territorj Toscani, ritirandosi in quei di Roma per l'oscurità della notte. Il marchese, udito il sinistro caso del conte, ritraeva prestamente i passi, e giva a ricoverarsi in Ancona. In tal modo Miollis pel valore de' suoi, e per la provvidenza propria riduceva di nuovo in arbitrio di Francia le cose di Toscana, e teneva in timore il sinistro fianco di Bellegarde. Quest'erano le condizioni di Toscana quando, conclusa la sospensione di Treviso, nella quale non fu compreso il re di Napoli, le cose del regno restarono esposte a grandissimo pericolo; perchè Murat, siccome gli era stato comandato dal consolo, già venuto con le nuove reclute in Italia, s'incamminava a gran passi contro la Toscana e la Romagna per invadere il regno. Ai soldati di Murat s'accostava al medesimo fine una forte squadra dell'esercito vittorioso di Brune: ogni cosa cedeva alla riputazione della vittoria. Il resistere pel re era impossibile, la sua ruina certa. La salute, caso da non essere presentito, gli venne dal settentrione. Carolina regina, che quantunque fosse di natura pur troppo risentita, e si lasciasse tropp'oltre trasportare dallo sdegno, aveva mente forte, e non dava molta fede alle matte credenze, ed alle parole gonfie degli stravolti nemici di Francia, si era risoluta, voltando tutto l'animo alle speranze Russe, e non isperando in altro modo congiunzione con Francia,di andar a Pietroburgo per pregare l'imperatore Paolo ad intromettersi, come mediatore, tra il consolo e Ferdinando. Piacque la fede a Paolo: già rappattumato col consolo, mandava in Italia il generale Lewashew, affinchè s'intromettesse a concordia fra le due potenze. Si soddisfece Buonaparte del procedere di Paolo, perchè in primo luogo vedevano le nazioni, principalmente gl'Italiani, che uno dei più potenti principi del mondo, non solo riconosceva il suo governo, ma ancora aveva amicizia con lui; in secondo luogo vedeva egli medesimo il regno di Napoli sottratto dalla divozione Inglese, e ridotto nuovamente nella propria. Fecersi a Lewashew venuto in Italia onorevoli accoglienze in ogni parte, parendo che rilucesse nella persona sua tutta la grandezza di Paolo: i popoli si maravigliavano, che la Russia tanto nemica a Francia, le fosse ora divenuta amica, e paragonando i tempi di Suwarow con quei di Lewashew, ammiravano la potenza e la felicità del consolo. Venne per parte del re il cavaliere Micheroux a trovare Murat a Foligno: non istettero a negoziar lungo tempo, essendo le due parti sommamente desiderose di convenire, una per piacere a Paolo, l'altra per paura di Buonaparte. Fu adunque il dì diciotto febbrajo, accordata tra Francia e Napoli, con corroborazione dell'autorità della Russia, una tregua, i principali capitoli della quale furono, che i soldati regj sgombrassero dallo stato Romano, che i repubblicani occupassero Terni, ma che la Nera non oltrepassassero; che tutti i porti di Napoli e di Sicilia si serrassero contro gl'Inglesi econtro i Turchi; che ogni comunicazione cessasse tra Porto-ferrajo e Porto-longone nell'isola d'Elba, fintantochè gl'Inglesi non avessero sgombrato da Porto-ferrajo; che Dolomieu si liberasse dalle carceri di Messina, che si restituissero gli ufficiali ed i generali Francesi; che si obbligasse il re ad udire favorevolmente le raccomandazioni di Francia per coloro, che fossero o banditi, o carcerati per opinioni politiche. Ebbe questo trattato subito effetto: vuotò il conte Ruggiero il territorio della Chiesa: prevenendo le instanze del consolo, aboliva i tribunali straordinarj, e condonava ogni pena pel crimenlese. Murat tra per vanagloria ad entrar qual liberatore in Roma, e per adescare ai futuri disegni venutovi dentro, e concorrendo a lui il popolo, si condusse a far riverenza al pontefice.
Ogni cosa si componeva a concordia: più poteva a Vienna il terrore, che le Inglesi esortazioni. Negoziavasi a Luneville per l'Austria dal conte Luigi Cobentzel, per la Francia da Giuseppe Buonaparte, l'uno e l'altro avendo mandato e possanza di concludere. Dopo qualche contenzione, pigliarono forma, che il trattato definitivo di pace fosse sottoscritto il giorno nove di febbrajo. I capitoli principali, quanto all'Italia, furono quelli stessi del trattato di Campoformio, solo variossi pei confini: l'Adige, principiando dove sbocca dal Tirolo insino alla sua foce, fosse confine tra la Cisalpina e gli stati d'Austria; la destra parte di Verona, e così quella di Portolegnago spettassero alla Cisalpina, la sinistra all'Austria; si obbligava l'imperatore a dare la Brisgovia alduca di Modena in ricompensa del perduto ducato; rinunziasse il gran duca alla Toscana ed all'isola d'Elba, e la Toscana e l'isola si dessero all'infante duca di Parma; il gran duca si ricompensasse con stati competenti in Germania; conoscesse, e riconoscesse l'imperatore le repubbliche Cisalpina e Ligure, e rinunziasse ad ogni titolo, sovranità e diritto sopra i territorj della Cisalpina; consentisse alla unione dei feudi imperiali colla repubblica Ligure. Del Piemonte nulla si stipulava, perchè Buonaparte voleva serbarsi o una occasione per pigliarlo per se, od un appicco per piacere a Paolo.
Il re di Napoli ridotto alla necessità di obbedire alla forza lontana di Paolo, ed alla vicina di Buonaparte, si quietava anche col consolo, convenendo in un trattato di pace a Firenze il dì vent'otto di marzo sottoscritto per parte di lui da Micheroux, per parte della Francia da Alquier. Convenissi come nella tregua, e di vantaggio, che il re rinunziasse primieramente, e per sempre a Porto-longone, ed a quanto possedesse nell'isola d'Elba, secondamente cedesse alla Francia, come cosa propria, e da farne ogni voler suo, gli stati dei presidj ed il principato di Piombino; ancora perdonasse ogni delitto politico commesso fino a quel giorno; restituisse i beni confiscati, liberasse i detenuti, potessero gli esuli tornare nel regno sicuramente, e fosse loro restituita ogni proprietà; da ambe le parti si dimenticassero le offese.
Le cose si fermarono anche con nuova composizione colla Spagna, essendosi stipulato untrattato a Madrid il dì ventuno marzo da Luciano Buonaparte per parte di Francia, e dal principe della Pace per parte di Spagna. S'accordarono le due parti, che il duca di Parma rinunzierebbe al ducato in favore della repubblica di Francia, che la Toscana si darebbe al figliuolo del duca con titolo di re; che il duca padre si compenserebbe con rendite e con altri stati; che la parte dell'isola d'Elba che apparteneva alla Toscana, spetterebbe alla Francia, e che la Francia ne ricompenserebbe il re d'Etruria collo stato di Piombino; che la Toscana s'intendesse unita per sempre alla corona di Spagna; che se il re d'Etruria morisse senza prole, succedessero i figliuoli del re di Spagna.
Così in men che non fa un anno, ogni ostacolo cedendo ai Buonapartiani fati, vinse il consolo Austria ed Italia. Poscia, essendo in tutti, parte pei medesimi, parte per diversi rispetti la medesima intenzione alla pace, composte tutte le controversie, contrasse amicizia coll'imperatore Paolo, s'accordò coll'imperatore Francesco, e rinnalzò Francia da bassa ad eminente fortuna.