[1]Sicarj si chiamavano iterroristiebrei che volevano spinger la resistenza alla signoria straniera sino all’estremo e con tutti i mezzi. I Vangeli, se non erro, vi alludono.[2]Udremo fra non molto Plinio, qualificare gli Esseni col nome digente che non muore mai, e tra cui niuno nasce.[3]A quai paesi corrisponde la nordica regione del Caucaso? Se io non vado errato, ai paesi anticamente conosciuti sotto i nomi di Frigia e Bitinia. E questi paesi che nomi recano nella Santa Scrittura? Null’altro, dice il Bochart, e dopo di esso autori parecchi, che quello di Aschenaz. E per quantoAskenazsuoni diverso nella lingua ultima dei Rabbini, e nel valore che l’uso da lungo tempo gli annette, quello cioè di Germania; nonostante, ai Dottori, organi veri, legittimi di tradizione, non mai avvenne usare per GermaniaAskenaz. Che dico? Sono essi per contro che il suggello appongono alla Interpretrazione del Bochart, e tutto il peso vi aggiungono del numero e della tradizione. Abbiamo detto, non è molto, il Parafrasta di Gerusalemme tradurre Aschenaz per Asia: ora non è egli solo che all’uopo ci ajuti. Egli è ilRabba, che l’Askenazdella Scrittura ci presenta in Asia. Egli è altresì il Talmud di Gerusalemme, cheAsiaegualmente sostituisce adAskenaz. Non basta: ma, cosa più sorprendente, vi ha un nome d’un popolo tra i figli di Jafet e tra i popoli Giapetidi, che il nome reca di Tubal. Ora, o signori, che cosa è Tubal?Bitinia, vi risponde aperto il Talmud Jerosolimitano;Essenia, vi risponde aperto egualmente il Medras. Duplice asserzione che a vicenda si rischiara, che a vicenda s’illustra, che ci rimena col pensiero alla Bitinia, che, secondo Tolomeo, il Klaproth e il Dubois, fu specialmente contrassegnata col nome diAsia. Egli è, insomma, quel cumulo maggiore di prove che sia lecito desiderare onde mettere in sodo la esistenza di una particolare regione denominata Asia, e per giustificare il Talmud.[4]Si dice, è vero, Scuolaeleatica,cirenaicaeditala; ma non si dice, od appena,eleati,cirenaicieditali.[5]Vi sono alcuni testi rabbinici antichi, che farebbero credere essere stati piuttosto i discepoli di Zadoc e Baitos, ch’eglino medesimi, i fondatori delle sètte di questo nome. Ma posto ciò eziandio, riman ferma la esistenza storica di Baitos, e la derivazione da esso del nome della setta. Quanto ai Sadducei, setta a questa collaterale, la critica moderna si è permessa da poco in qua un congetturare senza limiti e senza freno. Lo spirito caraitico e antitradizionale che informa alcuni distinti suoi corifei, fece trovare nel nome di Sadducei un senso eminentemente encomiastico, facendolo derivare da Zaddik,giusto. Altri fece risalire iSadduceiaZadok, antico sacerdote a’ tempi di Salomone, e vide per conseguenza in essi un partitosacerdotale. Il Sig.Renan, nella recente sua operaVie de Jesus, fece altrettanto rispetto alBaitusei, che volle derivati da unBöethuspontefice di questo nome. Sarebbero, dunque, eSadduceieBaituseidella famiglia sacerdotale. Qualunque sia il fondamento di questa congettura, egli è certo che il sacerdozio costituiva ai tempi di G. C. un partito ostile aiFarisei, tanto per le tendenze politiche, quanto per le dottrine religiose. E di ciò abbiamo autorevoli documenti nel Talmud, nè il sig.Renanne dissente minimamente. Solo ci pare ch’ei non tragga tutte le conseguenze che da questo fatto derivano, nella discussione dei grandi problemi ch’ei si è proposto. Ma qui non è luogo a parlarne.[6]Il nome talmudico Baitos è identico alBœthuspagano. Vi fu un Bœthus stoico, contro cui scrisse Porfirio un Trattato sull’Anima. V.Enneades de Plotin, trad. par Bouillet: Paris. Vol. II, p. 68.[7]Il Talmud è pieno di allusioni alla setta dei Baitusei; e quanto di essa si legge, delle dottrine e costumanze, nulla offre di analogo a quanto sappiamo d’altronde di certa scienza intorno la società degli Esseni.[8]L’illustre sig. Frank, autore dellaKabbale, notò a buon diritto come nella identificazione suprema dell’Essere e del Pensiero precorresse la Teologia ebraica alle ultime dottrine prevalse in Germania. Ciò che ci reca ad una più alta antichità, che ne fa risalire alle Bibliche sorgenti, e che perciò stesso rivela nelle viscere dell’idioma biblico l’arcana dottrina teosofica che per entro vi circola, è questa sinonimia profonda di Essere e Pensiero nella radiceIes, onde qui si discorre. In un ordine poco diverso d’idee abbiamo, nel verboIadah, conoscere, un’altra non meno ammirabile sinonimia diConoscenzaeAmore. Noi renunciamo a citare il nome di Benedetto Spinosa, e ciò che nella suaEticapertratta. È noto come i due attributi della Sostanza sieno per esso ilpensieroe laestensione; e ciò che vi ha di acroamatismo ebraico nelle dottrine di Spinosa, ciò che costituisce la sua deviazione dall’acroamatismo ortodosso, ci studiammo di porre in luce in un articolo in idioma francese dettato, nel quale prendemmo a rilevare alcune mende nelle quali ci sembrò incorrere l’illustre sig. Emilio Saisset, nell’egregio suo lavoro pubblicato dallaRevue de deux Mondesintorno aMaïmonideetSpinosa.[9]Solo nel secolo scorso, e tra gli Enciclopedisti sarebbe suonata una eresia filologica l’additare nell’Ebraico l’origine di un vocabolo greco. Erano costoro così lungi dall’immaginarne perfino la possibilità, che tra le più speciose obbiezioni che mossero contro la originalità e santità delle sacre scritture, sì fu il nome di Giove pagano, che dissero origine e modello del nome ineffabile del Dio d’Israel, senza riflettere che gli Ebrei avrebbero dovuto andare a cercare il tipo immaginario non già in Grecia ove Giove ebbe nomeZeus, ma in Roma, anzi in Etruria, sin dove lo raggiungono gli studj moderni. Per essi, il Sole delle origini non sorgeva più dall’oriente; e bene stava cotesto ragionare in bocca di chi cantò per Caterina Seconda:—C’est du nord qu’aujourd’hui nous vient la lumière.I progressi della scienza hanno ricollocato nell’oriente la sorgente della luce morale, siccome non cessò mai di essere il fonte della luce che ci rischiara; e basta aprire un lessico moderno per comprendere ad un solo sguardo qual parte segnalatissima sostenga l’idioma ebraico, e in generale sostengono le lingue semitiche, nella formazione delle lingue occidentali; comecchè si collochino nella famiglia delle indo-germaniche, e se ne cerchi la prima derivazione o almeno la forma loro più antica, nella lingua sanscrita.[10]Quanto volentieri rendiamo omaggio alla non infelice interpretazione del nome Esseni dal grecoIsosamici, confidenti; altrettanto ci ripugna il credere, come vorrebbe persuadercene l’illustre Rabbino, che lo stesso vocabolo greco abbia derivazione ebraica, e tragga origine dall’incertissimoHozeoHazutd’Isaia, XXVIII, 15, 18, spiegato nel senso greco di Amicizia e Confidenza. Basti dire che l’esempio ebraico è unico in tutta la Bibbia in questo senso, mentre appena un uso frequente, quasi universale, basterebbe ad autorizzare il supposto di un passaggio dall’ebraico al greco; che questo senso stesso è almeno problematico, stando ilGeseniusper altro, il quale non tollera questa assimilazione coll’Isos greco; e che infine meglio che la interpretazione dell’uno o dell’altro a noi arriderebbe l’ipotesi che qui non si tratta, nelHozeoHazutd’Isaia, che di un sinonimo assai più antico, più nobile e più puro delGaluidi Geremia, Cap. XXXII, 11, che vale probabilmente quantoattestato, o almeno documento pubblico che accerti la esistenza di un contratto: e vale alla lettera,ScuopertooAperto, come Hoze o Hazut suona pure alla lettera,quello per cui si vede, oveduta. Ove non si voglia dire piuttosto che ilpattoper eccellenza, l’alleanza con Dio, essendo sancita per opera di una rivelazione, questa viene usata come sinonimo di patto nella parola Hoze o Hazut, per indicare l’alleanza col genio della Morte o dell’Inferno. Inoltre, parci l’illustre Rapoport caduto in una strana illusione quando trova affine alHozed’Isaia, l’araboHaz, stringere patto, unirsi; mentre è evidente che questo verbo arabo non ha rapporto che coll’ahazebraico e coll’ahadarameo,stringere,unire.[11]Esodo, cap. XV, v. 26.[12]Proverbi, cap. III, v. 8.[13]Vi fu tra i Dottori chi intese in questo senso la signoria predetta dal Genesi all’uomo sopra le altre creature. Non si può negare che la frase nulla scapita, così intesa, della sua sublimità.[14]Salmo XXXXI, v. 5.[15]Isaia, VI, v. 10.[16]Isaia, LVII, v. 18.[17]Geremia, VIII, v. 22.[18]Opera infinita e certo non capace di stringersi in una nota noi faremmo, ove volessimo tutte riandare le analogie che la predicazione evangelica, il primitivo cristianesimo, ci offrono colla società degli Esseni. Forse ne sarà dato accennarne alcune, e solo di volo nel seguito di questa istoria. Ciò che possiamo sino da ora additare al lettore istruito, sono le numerose figure, imagini, locuzioni tratte dall’esercizio della medicina che ricorrono in bocca al Fondatore del Cristianesimo, le cure ch’egli prodiga agli infermi, laSaluteonde s’intitola la nuova dottrina; indizj tra altri infiniti, che persuasero gravissimi autori antichi e moderni a vedere nell’Essenato la prima origine d’onde uscì il Cristianesimo evangelico. Nello scorso secolo, Bahrdtt e Venturini furono i più eminenti rappresentanti di questo sistema; e gli studj susseguenti nulla valsero a renderlo meno probabile.[19]Amici solo del vero, e rinunziando alla spuria gloria di aver ammaestrato Platone e Pitagora che alcuni Padri sognarono in favore dell’Ebraismo, ci acquistiamo il diritto di ripudiare egualmente una non meno falsa sentenza; cioè che l’Oriente semitico sia andato a scuola dei Greci, dei Romani, e anche degli Etruschi e antichi Italiani. Sistema dismesso dopo i tentativi invano assaggiati dal Biscioni, dal Mazzoldi, in favore delleorigini italiche; ma che il sig. Gherardi tentò d’inverdire in un’opera recente, che ha, se non altro, il merito dell’eleganza e della erudizione. Ci duole aggiungere che non ne ha altri, e che vi manca quella nota impreteribile in ogni storica pertrattazione non solo, ma anche di un buon romanzo, laverosimiglianza. L’ebraismo ha una gloria più legittima e non men bella da vantare; quella di aver ammaestrato per mezzo della primitiva rivelazione i maestri stessi di Pitagora e di Platone, i legislatori, i Tesmofori e i poeti-teologi di Grecia e d’Italia: e questa e la Grecia a loro posta hanno titoli più legittimi che non il primato sull’oriente semitico; quello di avere sviluppato quei germi che l’Oriente vi dispose, in guisa che invano sariasi desiderato da popoli diversamente temprati, conciossiachè, nella guisa stessa che non ogni terreno è capace di fare allignare ogni sorta di pianta, così non ogni popolo è capace di fare fruttificare certi principj. I Dottori nostri, colla teoria loro deiSarimogenj de’ popolitutti necessarii e che nel loro insieme costituiscono la vera e completaMercabà, cioè il carro che Dio stesso conduce e guida, gittarono le basi della più altafilosofia della storiache capir possa in mente mortale.[20]Il dotto signor Munk è sventuratamente afflitto da quasi completa cecità.[21]I fatti dall’illustre sig.Frankallegati, se provano improbabilissima un’influenza decisiva tra le due capitali e le due civiltà, non bastano però ad escludere ogni qualsiasi ascendente. Questo anzi è provato da quelle non scarse nozioni che di Alessandria e del suo ebraismo tralucono negli scritti dei dottori, e da quelle comunicazioni che la mercè dei viaggi intrapresi da varj cospicui dottori, non cessarono di rinnovarsi di tratto in tratto tra i due paesi. Il Talmud è ricco di notizie intorno all’organamento dell’ebraismo nella capitale dei Tolomei. Si rende ragione dei tribunali ebraici di Alessandria (Talmud Ketubot 25, 1), si magnifica la ricchezza delle sueBasilichee delle Cattedre su cui siedevano pro-tribunali settanta dei più cospicui fra i cittadini; si descrive la magnificenza e le forme del culto, sino ai più minuti particolari della costruzione di quel tempio (Talmud Succa Babilonico e Gerosolomitano). Si mostra contezza delle loro arti (Moed Katan 26), degli abusi, delle prepotenze che si usavano sulle fidanzate altrui (Mezihà 104, 1), dei loro costumi dissoluti (Medras Ester in principio), della loro propensione alla magia (Ibidem e Kidduscin 49, 2). Ma ciò che più monta, sono i viaggi che si narrano dal Talmud colà intrapresi in varie epoche dai dottori Palestinesi. Non parleremo diOnia, che sugli esordj del secondo tempio, si recò dalla Palestina in Egitto, e vi fondò quel tempio che ne porta il nome. Si disputa nel Talmud se il tempio elevato da Onia in Egitto fu tempio dedicato al culto del vero Dio, o a un culto idolatrico. La prima opinione sembra prevalere. Ciò che importa non meno sapere, è una curiosa aggiunta che il Maimonide si permette fare nella storia del soggiorno di quest’Onia in Egitto, della quale, a quanto io mi sappia, non vi ha memoria negli antichi monumenti rabbinici. Il Maimonide, nel suo comento alla Miscnà (Trattato Menahot), ragionando di Onia, ne fa sapere che trovato avendo costui in Egitto una setta per nomeKabtazar, con essa si accontò o per dir meglio si fece suo capo.Kabtazarè invero il nome che si legge almeno nel comento stesso voltato dall’arabo all’ebraico. Però era naturale in me il dubbio che qualche altro nome ben altramente storico, sotto queste mentite sembianze si nascondesse. Infatti, la idea mi occorse che per questo nome guasto e corrotto diKabtazar, si volesse significare per avventura iCopti; e per quanto la congettura mi sembrasse non infelice, pure non mi attentai a soscrivervi seriamente se prima non ebbi e l’attestato di antico documento e l’adesione di uomo competentissimo. Questo è l’illustre amico mio sig. Salomone Munk, socio dell’accademia delle Iscrizioni e belle lettere di Parigi, al quale m’indirizzai in cerca di notizie; e che con isquisita benevolenza risposemi nei termini seguenti: «Quant au mot Kabtazar, sur le quel vous me faites l’honneur de m’interroger, c’est tout simplement une faute d’impression, ou une faute de copiste dans la version hébraïque de commentaire de Maïmonide. La véritable leçon estKobt Masr, et comme vous l’avez bien deviné dans un premier moment il s’agit ici des Coptes anciens ou des Egyptiens indigènes, par opposition aux Grecs qui depuis Alexandre s’étaient établis en grand nombre en Egypte. Maïmonide veut dire qu’Onia gagna un grand nombre d’Egyptiens indigènes, qu’il convertit au Judaisme. (È questo fatto principalmente che Maimonide introduce nella istoria, senza che si possa scuoprire d’onde derivato). Les motsKobt Masr, sont généralement employés par les auteurs arabes pour désigner les anciens Egyptiens sous les Pharaons ou leurs déscendants à l’époque des Grecs et celle des Arabes. Encore aujourd’hui on appelle ainsi les chrétiens d’Egypte que nous designons ordinairement par le nom de coptes, et que descendent d’une race mêlée d’anciens Egyptiens et de Grecs. (Qui il dotto sig. Munk trascrive il testo arabo, e aggiunge.) J’ai fait copier ces mots arabes d’un manuscrit de la Bibliotheque imperiale que j’ai apporté moi même d’Egypte en 1810.» Senza più oltre aggiungere di Onia, è celebre il viaggio di Jeosciuah Ben Perahia, quegli stesso che a detto del Talmud fu precettore di Gesù, il quale insieme al maestro si sarebbe recato pur esso in Alessandria. Il Talmud ci conservò la Epistola che da Gerusalemme fu spedita alla Sinagoga d’Egitto per affrettare il ritorno del prenominato dottore. Ella è così concepita:Da me, Gerusalemme città santa, a te Alessandria. Lo Sposo mio dimora presso di te, ed io me ne sto in solitudine.Il dotto sig. rabbino Rapoport, nel suo Erech Millin altra volta citato (pag. 101), pare volere confermare questo viaggio di Gesù in Egitto con quanto narrano i Vangeli della fuga in quel paese. È noto però come questa avvenisse nella più tenera infanzia del fondatore del Cristianesimo; mentre il viaggio onde si narra nel Talmud sarebbe stato eseguito nella sua gioventù, anzi poco prima della sua rottura colla Sinagoga. Tuttavia non è a tacersi che di questo viaggio eseguito da Gesù nella età virile, narravano i Carpocraziani, antichissimi eretici, quando dicevano: «Que J. C. avait choisi dans ses 12 disciples, quelque fidèles amis, auxquels il avait confié toutes les connaissances qu’il avait acquises dans le Temple d’Isis, ou il etait resté près de treize ans a s’exercer à une étude pratique, dont on lui avait donnée la théorie pendant son enfance instruite et formée par les Prètres egyptiens.» (La Maçonnerie considerée comme le resultat de la Relig. egypt. juive et chrét., par R. D. S.; vol. I, pag. 289). Ciò pone almeno in salvo la buona fede dei Talmudisti, e l’antichità della tradizione di cui si fecero interpreti. Ella è attestata da un documento non meno antico, l’Evangelo di Nicodemo. In questo, tra le altre cose, gli Ebrei accusano Gesù che «arrivé àcertain âge fut contraint de chercher fortune en Egypte, ou il apprit quelque secret; qu’il retourna dans son pays en Judée, et que par ce moyen il fit de la magie» (Ibid. vol. I, pag. 445). Il Talmud Gerosolimitano racconta di un altro viaggio posteriore, che Jehouda Ben Tabai ed un suo discepolo intrapresero nell’Egitto. Simone Ben Sciattah, capo dei Farisei, fuggì in Egitto per torsi alla persecuzione del cognato suo, il Re Janneo, amico dei Sadducei. Quindi R. Jeosciuah Ben Hanania, soprannominatolo Scolastico, visitò pur esso l’Egitto; e il Talmud racconta dei colloqui avvenuti colà tra il dottore Palestinese e gli Ebrei ivi stabiliti. Un altro dei più illustri Tanaiti, R. Johanan Asandellar, era di Alessandria (Talmud Gerosolomitano, Haghiga cap. III). Più tardi, troviamo domande in fatto di riti, dirette da Alessandria ai dottori di Palestina (Talmud Gerosolomitano, Kidduscin cap. III), e circolari da questi alle Sinagoghe di Alessandria (Talmud, Irrubin cap. III). R. Abhu, familiare nella Corte di Cesare, vi si recò esso pure e v’introdusse l’uso delle Palme nel primo giorno dei Tabernacoli caduto in Sabato (Ibidem). Tutti questi viaggi, dei quali il più antico è appena contemporaneo a Filone, non possono avere esercitato un’influenza decisiva nè sopra la di lui filosofia, nè sulla istituzione dei Terapeuti, che Filone descrive come da lungo tempo ivi stanziati e stretti in consorteria; e la ignoranza almeno parziale di quanto accadeva in Palestina, è prova in Filone di non aver subìto se non indirettamente l’ascendente palestinese. Forse anche meno probabile è l’altra ipotesi di un’azione qualunque esercitata dalle dottrine alessandrine sulle idee in Palestina, e quindi nella formazione della dottrina cabbalistica e dell’Essenato. Chi rifletta alle rare occasioni di contatto tra i pensatori delle due sinagoghe; all’autorità e preminenza che dovevano avere necessariamente i dottori di Palestina sulle sinagoghe straniere; alle antichissime menzioni che vengono fatte di una scienza acroamatica nei libri talmudici, rappresentandola come già esistente fin dai tempi d’Illel; soprattutto alle antichissime tracce dell’Essenato non solo in Giuseppe Flavio e in Plinio, ma, ciò che più monta, in Filone e forse anco nei Maccabei; agevolmente andrà convinto, che se molte strettissime attinenze, se molte somiglianze parlantissime si rinvengono tra Filone e i Cabbalisti da una parte, e tra Terapeuti ed Esseni dall’altra, si debbono fare risalire a quell’epoca più antica in cui gli Ebrei si staccarono dal centro palestinese per andare ad abitare le sponde del Nilo, ove recarono seco, insieme al Testo della Legge, i germi di quelle tradizioni, che subirono poi sì ricca e rigogliosa vegetazione sul patrio suolo di Palestina.[22]La identità suprema di Esseni e Farisei che la storia presente contribuirà spero in parte a mettere in sodo, e che antichi e moderni autori di buon grado consentirono, non ne toglie di considerare la prima di queste scuole siccome quella parte che per le sue dottrine e le sue tendenze, diede più particolarmente origine alle istituzioni e ai dogmi cristiani; ed anche di questo sembra che la critica indipendente vada sempre più convincendosi. Questa prerogativa degli Esseni-Kabbalisti di aver generato il Cristianesimo da ma diffusamente trattata nel mioEssai sur l’origine des dogmes et de la morale du Christianismeci porge una naturalissima spiegazione di questi due fatti accennati nel testo; il primo è il nome di Terapeuti preso dai primi Cristiani, il secondo molto più momentoso è il silenzio degli Evangeli intorno la Società degli Esseni, silenzio non altrimenti esplicabile. Ma agevole torna il comprenderlo purchè si ammetta ad un lato che gli Esseni non erano che la parte più eletta, lafrazionespeculativa del Farisato, e che era quella da cui meno dessentiva la nuova dottrina. Non è nemmeno improbabile chei Dottori della Leggedi cui si parla ripetutamente nei Vangeli siano la indicazione di questa parte del Farisato. NelSaggiosopra rammentato mi sono ingegnato di porgere di questa congettura non pochi nè lievi indizi, tratti dai Vangeli e dai libri rabbinici.[23]Opera infinita, certo non capace di stringersi in una nota noi faremmo, ove noi volessimo tutte riandare le analogie che la Predicazione evangelica e il primitivo cristianesimo ci offrono colla società degli Esseni. Forse ne sarà dato accennarne alcune, e solo di volo nel seguito di questa istoria. Ciò che possiamo sino da ora additare al lettore istruito, sono le numerose figure, immagini, locuzioni, tratte dall’esercizio della Medicina, che ricorrono in bocca al Fondatore del Cristianesimo; le cure che egli prodiga agli infermi, laSaluteonde s’intitola la nuova dottrina, indizj tra altri infiniti che persuasero gravissimi autori antichi e moderni a vedere nello Essenato la prima origine d’onde uscì il Cristianesimo Evangelico. Nello scorso secolo Bahrdt e Venturini furono i più eminenti rappresentanti di questo sistema, e gli studi susseguenti nulla valsero a renderlo meno probabile.[24]Questo fatto, segnatamente per ciò che s’attiene a Filone, torna tanto più ammirabile quanto più erano tempi i suoi di gravi dissidenze religiose in Palestina. L’essersi serbato puro il nostro Filone di ogni labe eretica, non è ella nobilissima testimonianza dell’antichità e verità dell’ortodossia farisaica che Filone redò dai suoi maggiori trasportata in tempi più antichi in Egitto? Quanto al fatto stesso, vale a dire l’ortodossia di Filone, ci sembra indisputabile. Può trovarsi qua e colà nelle sue opere alcune, vuoi dottrine o interpretazioni che dissentono dalle dottrine e chiose prevalenti tra i Farisei; ma in primo non si può negare che il Farisaismo stesso era a quei tempi scisso in cento diverse frazioni le quali, tenendosi fra loro in bilico creavano in seno all’uniformità generale una varietà così pronunziata nei particolari, che avrebbe oggi faccia di paradosso e di eresia. In secondo luogo non è lecito pretermettere che Filone vivendo lontano, e ciò ch’è più, sequestrato dal centro religioso di Palestina, non poteva a meno di offrirci nelle opere sue qualche dissonanza colle idee colà dominanti. Nè faremo caso di altre cagioni non meno urgenti che produssero questo cotal disaccordo; la traduzione greca dei sacri libri diversa in gran parte dal Testo ebraico e sola conosciuta da Filone, lo scopo da esso propostosi nel dettare le opere sue, quello cioè da far conoscere le dottrine e la storia ebraica ai Pagani e che ispiravagli tal volta un linguaggio più acconcio a persuadere i suoi lettori pagani, che fedele alle vetuste dottrine degli avi suoi. Nonostante è innegabile che il genio, la sostanza, le tendenze di Filone e delle sue opere sono a dirittura farisaiche. Opera immensa sarebbe il raffronto tra le dottrine dell’uno e quelle degli altri. Momentosissima poi quella che si assumesse l’officio di trovare nelle costui dottrine i principali lineamenti, e non poche volte le formule istesse della teologia farisaica, o acroamatismo (Cabbalà) impresa che il signor Frank tentò in parte nella suaKabbale, éd. de Paris. Basterà qui che noi facciamo un breve assaggio delle strettissime attinenze che corrono fra Filone, e i Farisei o la tradizione in generale e ciò in una delle meno illustri delle opere filonianela vita di Moisèche noi preferiamo, trovandosi più agevolmente in mano ad ognuno per le recenti edizioni che ne vennero fatte. Ora noi mostreremo in brevissime note ciò che di singolarmente somigliante si trova in quest’opera tra le nozioni storiche, i giudicj, le dottrine eziandio di Filone, e quelle che suonarono famose tra i Farisei e che solo i loro libri, posteriori di gran lunga a Filone, ci attestano; prova se altra fu mai che la loro data risale molto più alto dei libri che le contengono, e che la lealtà dottrinale e religiosa dei Farisei repugna al supposto di una invenzione e alterazione per parte loro.—Divideremo i nostri rilievi in due parti—prima tutti quelli che si riferiscono a storia—poi quelli che si attengono a dottrine.A pag. 3. Dice di Moisè «Allora nato questo bambino pareva che dallo aspetto promettesse non so che più dell’ordinario.» Non si dee tacere che idee conformi si leggono nei monumenti tradizionali sul testo che diceE vide, (la madre)ch’egli era bello. Ora si dice, che nacque circonciso; ora che al suo nascere un gran splendore invase la stanza; ora che fu veduta con esso laSchehina.Tobche qui significa probabilmente bello, ha pure il senso di buono, e buono è nome che Dio ha nella teologia riposta dei Farisei, come ilPrimoe l’unodi Plotino corrispondente alPadredel Cristianesimo, e allaSapienzaoSofiadei Teosofi ebrei (Kabbalisti) ha esso non meno il nome diBuono(Agathos).A pag. 18 «Dopo le quali nozze egli incominciò ad essere pastore preparandosi in cotal guisa al principato, perciocchè l’arte pastorale ci dispone al regno, cioè al regime di uomini, greggia mansuetissima; siccome quelli che hanno i loro animi inchinati alle cose della guerra prima si esercitano nella cacciagione.... onde il Pastore ha certa somiglianza col Re. Anzi, per quanto io ne sento, non seguendo la comune opinione ma ricercando la verità, e rida chi vuole, solo colui può essere perfetto Re che ottimamente sa quello che si richiede a governare un gregge.Ora chi non resterà sorpreso leggendo nelScemot Rabbàle parole seguenti.Come fu provato Moisè? Nell’arte sua di Pastore. Così pure fu provato David e fu trovato egregio pastore conciossiachè egli traesse addietro i più forti tra il gregge per dar luogo a’ più deboli di cibarsi; mandava pure innanzi al pascolo le più tenere pecorelle perchè trovassero l’erba più delicata; quindi le vecchie a pascere l’erba mezzana, infine le giovani e forti a cibarsi della parte più dura. Ciò vedendo disse Iddio; questi che sì bene sa appropriare ad ogni età e temperamento il suo cibo sarà pastore del mio popolo. Così Mosè non fu altramente esperimentato. Dissero i nostri maestri: mentre stava Mosè pascolando la gregge di Ietro per i campi, fuggigli un agnello, ed avendolo rincorso lo trovò mentre si dessetava in un laghetto d’acqua. Disse allora Moisè: Non sapeva che tu corressi per la sete che ti molestava. Sei tu stanco? e così detto, lo prese, e messoselo sulle spalle se ne ritornava. Lo che veduto Dio, disse: Poichè tanto hai di pietà nel governo del gregge degli uomini, tu sarai pastore del mio popolo Israel.» e più oltre, «Dio non concede agli uomini grandezze se prima non sono provati nell’infime cose. Così due grandi uomini furono in vili offici esperimentati, e trovati fedeli, salirono a’ più magnifici stati. Fu David esperimentato nella pastorizia, e vedendo come ad ogni poter suo evitasse i colti onde di rapina non si cibassero le sue pecore, fu fatto pastore di popoli. Moisè pur esso, dice il Testo, pascolava le gregge dietro il deserto perchè le pecore sue non vivessero sugli altrui campi; quindi fu chiamato a pascere Israel, essendo scritto: Tu guidasti qual gregge il tuo popolo per mezzo di Mosè e Aaron.» I fenomeni portentosi che accompagnarono il nascimento di Mosè possono essere suggeriti dal desio comune di dare una tinta maravigliosa all’origine di uomini comunemente venerati. Ma il presente raffronto ci sembra ancor più significante.A pag. 41. Era l’acqua del fiume mutata in sangue, ma non agli Ebrei perciocchè attingendovi questi, diventava buona da bere. Quest’ultima circostanza taciuta dal Testo si trova solo nella Tradizione.A pag. 78.Perciocchè allora più mostrava di veder la bestia che l’uomo, il quale si dava vanto di vedere non pure le cose mondane, ma esso rettore e creatore dell’universo.Al vanto dl Balamo che si diceconoscitore della Mente di Dio(Veiodea daat Elion) i Dottori domandanoor come conosce la Mente di Dio colui che nè anco sa cosa voglia la sua giumenta?A pag. 108.Quivi(I Dottori interpetri della legge per ordine di Filadelfo)rapiti dallo spirito, profetavano non diversamente, ma tutte colle medesime parole non altrimenti che se alcuno avesse dettato a ciascheduno invisibilmente.Il Talmud parecchi secoli dopo Filone, e ignaro certamente dell’attestato di questi, ripete le stesse cose. Non è prova il deposto di Filone della preesistenza delle medesime tradizioni ai Dottori talmudici e non pone suggello alla loro veracità? Questa esattezza nel riferire le tradizioni storiche ci è arra della dote medesima nel riferire le tradizioni dottrinali. Ognuno comprende come laverità del fattosia considerazione estranea alle conclusioni che qui si traggono, perocchè la lealtà farisaica rimarrà dimostrata ogni qualvolta le loro narrazioni si palesino concordate dai più valenti scrittori, non pochi secoli vissuti innanzi a loro.A pag. 119.Di tale affetto di conversar con donna erasi spogliato Mosè già molto innanzi, quasi infin da quel tempo che incominciò a ricevere lo Spirito Divino, per esser sempre apparecchiato ad ascoltare gli oracoli della voce divina.Circostanza taciuta assolutamente nel Testo mosaico, nè vi ha frase che l’autorizzi. I soli a parlarne, a giovarsene eziandio per ispiegare non pochi passi del Pentateuco sono i Dottori. Donde tolse Filone questa circostanza? Io non so imaginare altra fonte che quella d’una tradizione nazionale anteriore alla emigrazione degli Ebrei in Egitto. Avesse anco attinto Filone nel centro Palestinese, rimarrebbe tuttavia verissimo che i Dottori talmudici nulla dissero che non corresse per le bocche ad ognuno, parecchi secoli innanzi; e che non pochi dettati i quali sembrano appartenere al patrimonio letterario dell’epoca loro, hanno radici in un’antichità che non eravamo usi sospettare. Alla pagina istessa Mosè è dichiarato,bello e forte di corpo. Ed anco di questo, solo la tradizione è maestra che appunto in Mosè trova il prototipo di tutti i Profeti siccome quello che erafortericco e sapiente.A pag. 120.In quei giorni ch’egli(Moisè)nel monte dimorò, imparava tutti i misteri del Sacerdozio.E questo è purissimo farisaismo, che vuole la Legge e i misteri della Legge imparati da Moisè nei giorni ch’ei stette sul monte.A pag. 137.Esse dunque(le Donne)avevano dedicati a Dio spontaneamente gli specchi avanti i quali erano avvezze ad abbellire la faccia come primizie dell’onestà del matrimonio.Che dal Testo apparisca essere veramente specchi cotesti, e dalle donne offerti, può darsi, ma l’intenzione e il pregio di tale offerta quali si descrivono qui da Filone, non si leggono che nei Dottori i quali vi veggono come Filone il simbolo e lo Stromento dell’amor coniugale onde tanto crebbe il popolo di Dio in Egitto.A pag. 161.Insegnando(nel sabato)il principe(Moisè)a guisa di Dottore ammaestrando e dimostrando a ciascuno l’officio suo il quale uso dura anche al dì d’oggi presso i Giudei.Nessun vestigio nella Bibbia di questa pratica; sibbene nella tradizione la quale fa risalire a Mosè la istituzione di cui si tratta e l’insegnamento al popolo nei Sabati e nelle Feste dei Riti odierni.A pag. 162.Stando Moisè sospeso nè sapendo con qual maniera di morte che a lui si convenisse, dovesse punirlo.Il Testo dice semplicemente che non sapeva qual pena dovesse infliggergli. Ella è solo la tradizione che ponendo in Mosè la certezza della pena di morte, gli fa sol dubitare in qual maniera dovesse essere eseguita. Le parole di Filone consuonano quindi perfettamente colla tradizione, meglio assai che col Testo il quale tollera che si supponga in Mosè il dubbio piuttosto, se fosse o no reo di morte. Ma la mèsse che noi andiamo a raccogliere del raffronto fra dottrine e dottrine è di gran lunga maggiore e più importante.A pag. 3. Filone fa notare come Mosèfu il settimo per ordine dal primo il quale venuto da straniere contrade diede principio al popolo ebraico. Qui tutto è farisaico 1º L’importanza conceduta aiNumeri. 2º La Santità del numero Sette. 3º L’osservazione medesima per ciò che riguarda Mosè è non meno esplicita nei Dottori, i quali adducono qual prova della stima in cui questo numero è tenuto, la elezione di Mosèsettimonella serie dei Patriarchi.A pag. 20. Filone trova nella visione del pruno che arde senza consumarsi un senso allegorico «il fuoco che non consumava la materia, dimostrava che coloro non dovevano morire i quali dalla violenza dei nemici erano calcati.» Questa interpetrazione è proposta e autorizzata dai Dottori.A pag. 22.Dirai primieramente loro, che Io sono colui che è, acciocchè imparino la differenza tra colui che è, e quello che non è; nè verun nome potersi convenevolmente dire di me del quale solo è l’Essere. E se egli avvenisse che per essere essi d’ingegno tardo, volessero sapere come io mi chiamo, mostra loro non solamente me esser Dio, ma Dio ancora di tre personaggi ec.Qui si noti:1º Filone dà perfettamente ragione alla più antica sentenza che vide nei due nomi più augusti di Dio—Ehie—Avajà—il concetto dell’Essere; e vince colla sua luce il falso bagliore di interpretazioni quali sono quelle proposte dal Prof. Luzzatto vuote di ogni merito, tranne quello, di essere da lui derivate.2º L’Essere, qual nome di Dio e superiore a quello stesso quadrilettere, consuona mirabilmente con quanto insegnano i Teosofi ebrei (Kabbalisti) i quali veggono nell’Ehieo Essere, la denominazione di unaSefiràoEmanazionesuperiore a quella che reca il secondo di questi nomi.3º Tanto conferma Filone aggiungendoche ove per ingegno tardo volessero saper come Io mi chiamo mostra ec., dove si allude manifestamente al quadrilettere usato dal Testo in quella circostanza e chiamato Dio d’Abramo ec.A pag. 28.Dieci afflizioni caddero sopra il paese, acciocchè quelli che avevano commesso ogni scelleraggine con perfetto numero di flagelli fossero battuti.Qui non solamente torna in campo il valore dei numeri, non solo il numerodieciè il prediletto dai Dottori e dalla Bibbia eziandio, ma ciò ch’è più, la teosofia recondita degli Ebrei trova neidieci flagelli d’Egitto, l’espressione, la imagine delle dieci emanazioni impure, specie di Antischemi ch’essi oppongono alle divine emanazioni.A pag. 29.Cotali(flagelli)però in tre ordini furono divisi.Ogni Israelita legge nei vespri pasquali l’antica sentenza di R. Iehuda che divide i dieci flagelli in tre serie,Dezah,Adas,Beahab. Questa gratuita partizione diventa così, più vecchia di circa due secoli.A pag 54.La vitale virtù della palma non come le altre piante e riposta nelle radici ma nel sommo messa, come ii cuore nel mezzo dei Rami la quale intorno intorno è custodita, come un Re dalle sue genti.Osservazioni dei Dottori a proposito della Palma festiva i quali aggiungono volere essa per questo significarel’unità d’aspirazione d’Isdrael verso l’Altissimo. Quanto alla Palma, ecco come si esprime il Sharon Turner I, 122, nota: «Vi è una tribù di piante chiamatemonocotiledonedove dall’avere un solo lobo per seme, appartiene a questo, l’ordine naturale delle Palme.»A pag. 82. È sensibile in Filone una interpretazione farisaica di un locuzione di Balaam. Questi aveva detto per Israele «popolo che qual lione si alza, nè riposa finchè abbia divorato la preda. I Dottori spiritualizzando il verso lo applicarono allepreghiere, alla Confessione di Dio che l’Israelita ripete, nel levarsi e nel coricarsi. Si oda ora Filone:nè ciò fatto anderà a riposare, ma vigilando canterà versi che significheranno la sua vittoria.» Ecco altritre secolidi antichità alle più umili o neglette tradizioni farisaiche.A pag. 104. Il Testo Biblico vieta le opere nel giorno di Sabato. Una esegesi razionalistica potrebbe non vedervi, che le opere le quali affaticano il corpo, non atti che si compiono quasi per trastullo, quale sarebbe cogliere un frutto, strappare una fronda ec. Filone però non è tra questi.Concede ancora il settimo giorno agli alberi e a tutte le piante qualche alleggiamento, perciocchè in tal dì è vietato levarne le frondi e le foglie e raccorre alcun frutto.A pag. 120. Filone traduce ilMicdasdi Mosè (Tempio) percittà sacra. Donde ciò? Una delle tradizioni farisaiche nella Misna vuole appunto che tutta la città di Gerusalemme sia detta Micdas e ne abbia a certi effetti le prerogative.A pag. 122. Il numeroCinquanta santissimo. Eccolo dunque col sette e col dieci, terzo tra i più venerati numeri nella teosofia tradizionale: degno pure è di nota l’epiteto disantissimo. Infatti il numero cinquanta appartiene alla emanazioneBinache ha per distintivo la santitàKodes, come altre, laverità(Emet), lacarità(Hesed) e via discorrendo.A pag. 124.Il giacinto rassembra nel colore l’Aere.E questo è ilTeheletdel Pentateuco e appunto come Filone dissero i Dottori, ilTehelet somiglia all’Aere. Pare dunque che a questa doppia autorità dobbiamo starcene, piuttosto che a problematiche analogie tratte dall’Etiopico come vorrebbe un Filologo scrittore del giornale Ebraico.Maghid.Anno 7º 13 e 14.A pag. 127.In tali figure(dei Cherubini sovrapposti all’arca)crederò che dimostrino le due antichissime ed incomprensibili potenze di colui che è la vera essenza, una delle quali crea, l’altra governa; per quella vien chiamato Dio, con cui tutto l’universale fabbricò ed adornò ma per la regale è chiamato Signore.Testo preziosissimo perchè informato senza meno delle idee teosofiche farisaiche. Basti dire (senza grandi sviluppi che il luogo non consente) che della sacra decade o dieci Emanazioni divine, la sapienza ch’è la vera essenza, come dice Filone, e appunto per ciò chiamataIes, Essenza, si parte nei suoi due attributi, o in unfiglioed unafigliacome si esprime il linguaggio simbolico di essa teosofia, e questi figli appunto sono in quella scienza stessa rappresentati dai dueCherubiniche poggiavano sul arca del Patto. Or quali idee esprimono essi? Tali osiam dirlo, che concordano mirabilmente con quanto Filone va significando. Il primo portato o figlio, è appunto la potenza creatrice chel’universo fabbricò ed adornòilDemiurgodei Platonici e comeCreatoreè pur ancoRivelatoree fonte dei prodigii, conciossiachè egli abbia dato le leggi al mondo; anzi che per esse leggi lo governi; ed è rappresentato dal nome tetragramma diAvoja, il secondo attributo ofiglia, è alla letterala potenza regale, come dice Filone ilRegno,Malhut, e come il nome lo significa, presiede al governo del mondo. Per questo officio lo chiama FiloneSignoree appunto per ciò ha per suo distintivo in quella Teosofia il Nome d’Adonai o Adon, e per far più mirabile l’analogia, il nome persino onde nel Testo Greco si vale Filone il greco titolo diKirieSignore, e appunto nel suo senso greco di Signore, conciossiachè sia cotesto uno dei residui della lingua greca di cui si giovò lo stile familiare e la teosofia dei Farisei.A pag. 130.Aveva(il sommo Pontefice)una piastra d’oro a guisa di corona scolpita di quattro lettere, di quel nome il quale è lecito d’udire e nominare nel sacrificio, solamente a quelli che gli orecchi e la lingua hanno colla sapienza purificato.Da cui tolse Filone questo divieto di profferire il nome quadrilettere se non nel Tempio? Non certo nella Bibbia che di ciò non favella; sibbene nella tradizione farisaica che appunto dispone doversi nel Tempio invocare Dio col nome suo quale si scrive, e fuor del tempio con quel diSignoree che per l’autorità di Filone si palesa veridica e più antica di parecchi secoli.A pag. 131. Ciò che segue è d’importanza ancor maggiore. «Tal nome dicono i Teologi essere di 4 lettere forse perchè significa i primi numeri, uno, due, tre, quattro, perciocchè nel quaternario tutto si contiene, e punto, e linea, e superficie, e solidità.» Si noti in primo luogo come Filone non sia tanto qui originale spositore, ma si faccia bensì interprete di ciò chedicono i teologi. Non sembra con queste parole mostrarci a dito la sorgente a cui attinse? Che sarà se troveremo pure gli insegnamenti conformi? In fatti iTeologiebrei veggono nelle quattro lettere del nome divino, nè più nè meno di ciò che vi trova Filone, o per dir meglio, ciò che vi trovano iTeologia cui accenna. Queste lettere sono laIod, laE, laVaue laE. Ora per la prima intendono la emanazioneSapienzadetta ora, Uno (ed in ciò consuona coll’Uno, oBuonodi Plotino e dei Neoplatonici) ora,punto, (Nekudda;) per la seconda, vogliono significare la emanazioneBinao intendimento, chiamata per la stessa simbologia matematica oradueoralinea(Kau;) per la terza accennano alla sesta emanazione ilLogo,DaatoBellezza, Tifheret, che è detto il terzo patriarca, Israel a cui è promessalarghezzasenza confini (Nahala Beli Mesarim) la quarta lettera, raffigura ilRegnoultima emanazione, (Malhut) chiamataGuf.... Corpo Solido, Profondità (Omek) ed anche quarto sostegno del trono,reghel rebihi. Aggiungiamo per i dotti, che qui in Filone come nelle prime evoluzioni del domma cristiano le due triadi principali della serie emanativa, Corona, Sapienza, Intendimento da un lato, e Sapienza, Logo e Regno dall’altro, si compenetrarono e confusero in guisa da sostenere talvolta l’officio gli uni degli altri.A pag. 136.Parimente nel Razionale, il quale alla regione(Logos)ogni cosa disponente, si rassomiglia, perciocchè faceva mestieri che il sacerdote che all’universal Padre porta preghi, adoperasse per avvocato il perfettissimo suo figliuolo, ad ottenere degli errori perdono.Il razionale è come ognuno sa un quadrato di porpora giacinto ec., che il sommo pontefice recava sul petto. Questo come tutte le altre parti del culto ha un senso simbolico, teosofico nella scienza recondita e nel suo gran codice il Zohar. Qual è questo senso nel razionale? Non so se m’illuda, ma parmi l’identità e non solo l’analogia d’idee, evidentissima. L’emanazione Tifheret, oLogosè per i Teosofi la ragione (Daat,Logos) ilfiglio, e per aggiuntaperfettissimo(Ben,Tam,Tamim.) Chi direbbe che ciò appunto significa il Razionale per i Teosofi? Eppure nulla di più dimostrato per chi legga nel Zohar, vol 2, pag. 230 e nel Meore Or. Di fronte a questa splendida conformità non insisteremo sull’officio diDifensoree per dirla nel linguaggio cristiano e che probabilmente Filone adoperò, diParacletoattribuito a esso figlio, Ragione. Diremo solo che neppur esso manca per completare la rassomiglianza fra il Logos o Ragione diFilonee il figlio o Ragione dei Teosofi Ebrei. Notiamo ancora di fuga che il nome di Razionale derivò, a quanto pare, a questa veste dall’epitetto Mispat di giustiziache porta nel Pentateuco.A pag. 145.Nè potendo fare di non credere all’oracolo, come mezzano e arbitro del divino concetto.Fraseologia incomprensibile se non si raffronti allo stile ed ai simboli teosofici dei Farisei, pei quali l’oracolo o l’eco, è loSpirito SantoilRegno, chiamato appunto Mezzano (Sirsur,emzahi,Malah)Interprete,Turcimanno(Torgheman) del divino concetto, cioè dell’Ideadel Logo, della Ragione.A pag. 157.Più oltre passando ed iltuttobestemiando, niente addietro lasciò.Bestemmiare iltuttoè frase che vuole spiegazione. Se la traduzione del greco è esatta, non è possibile astenersi dal vedere in questotuttooPan, uno dei nomi più legittimi di parecchie tralle emanazioni farisaiche col tutto.Ibid. La legge del Sacrilegio interpretata dai Dottori esige che il bestemmiatore si faccia ad esecrare il nome dl Dio, col nome di Dio stesso, Dio invocando contro Dio medesimo; e come dice il Talmud (Iacchè Iosà et Iosè) forma che altra non fu mai non so se più mostruosa o paradossale. Ma tanto più concludente se si troverà in Filone. Si oda lo stesso, a pag. 157....la sfrenata bocca obbedendo ec., sogliono senza dubbio bene spesso, o uomo, qualche mostruosa sceleraggine commettere. Or dimmi saravvi chi esecrerà Dio? Quale altro Dio a questa esecrazione chiamerà? Non chiamerà egli stesso contro lui stesso?Queste parole non han bisogno comento. Offrono un eloquentissimo indizio di quella fratellanza d’idee che noi asserimmo tra Filone e i Farisei.A pag. 158. Quando Moisè dice «Ognuno che avrà maledetto il suo Dio porterà il suo peccato.» Filone intende pegli Dei dei Gentili, aggiungendo,acciocchè nessun discepolo di Mosè si avvezzi a stimar poco il nome di Dio che sempre stimò. Giuseppe Flavio consente in quella intelligenza del Testo Mosaico col nostro Filone; ma finchè non fossero che questi due scrittori, un dubbio naturalissimo potrebbe sorgere non forse volessero per siffatta guisa amicarsi la opinione dei Pagani, e fare da essi estimare la legislazione mosaica. Ciò che ne interdice di così giudicare ella è l’autorità del Zohar, doppiamente preziosa, vuoi perchè chiarisce ingenua e spontanea la interpretazione dei due scrittori greci con essi consentendo, vuoi perchè ne porge un nuovo anello onde connettere costoro, e specialmente Filone, colla teologia acroamatica e coi principii che ispirarono al zohar la stessa interdizione di Giuseppe e Filone. Vedi mie note critiche al Pentateuco nell’opera mia Ebraica Em lamicra, Levitico Cap. 24.A pag. 159. La tradizione trova mal fatto chiamare il proprio genitore per nome, sia egli presente o lontano, e quando pure si qualifichi con qualsiasi titolo onorifico. Non è egli in sommo grado parlante trovare la stessa inibizione in Filone? «Perciocchè(egli dice)neppure il nome dei mortali genitori,quelli che osservano la pietàardiscono nominare, ma lasciando per riverenza i nomi propri, dei naturali si servono, chiamandoli Padre e Madre.A pag. 160. Chiama vera filosofia, alla quale l’Ebreo attende il giorno del Sabato, quella che in sè questi soli tre capi contiene,opinioni,detti, edopere. È degno di nota, da una parte come la tradizione esiga il riposo sabbatico, non solo nelle opere ma eziandio neidettie nelpensiero, astenendosi da parole o cogitazioni che non siano di preghiere o di studio; e dall’altro come il culto perfetto secondo i Teosofi ebrei consista appunto nella consacrazione deipensieri, deidetti, delleopere, al servizio divinoMahasabà,Dibbur,Maasè.A pag. 170. La legge di successione registrata nel Libro dei Numeri, tace del Padre, come erede del proprio figlio. Si oda Filone....perciocchè pazzia sarebbe credere che lo Zio come fratello del Padre fosse erede del figliuolo ed il proprio padre non fosse erede del figliuolo; ma perchè la legge di natura comanda che i figliuoli succedano nei beni dei padri e non i padri in quei dei figliuoli, di questi non parlò come di cosa di tristo augurio e contrario all’amore paterno.Accennònondimeno tacitamente che quel benefizio che ai zij permette doversi ai Padri ancora esser conceduto: Triplice conformità coi Talmudisti. 1º Nel riconoscere nel Padre il diritto di successione al figlio, nonostante il silenzio del Testo. 2º Nel valore conceduto alla causa di questo silenzio; cioè come cosa di tristo augurio; ragione che il Talmud stesso invocava nel trattato Batrà,Cap. 3º.—; 3º nel convenire che fa Filone, avere Mosètacitamente accennatoquesto diritto del Padre; sistema d’interpretazione in uso presso i Farisei i quali dal proibito incesto colla nipote, traggono per illazionede minori ad majusquella della figlia stessa e dalla parolaScèeroche si legge nel Testo Mosaico concludono doversi attendere anzi tutto al diritto del padre, veraceparenteecarnalecomeScèeroappunto significa.Noi abbiamo fin qui indagato nella intima natura di questi raffronti, il pensiero comune tra la tradizione farisaica e Filone; e crediamo avere il risultato risposto pienamente alla nostra aspettazione. Rimarrebbe però a desiderarsi che oltre queste concordanze di fatto che offre Filone colla tradizione, ci ponesse egli stesso sulla via per risalire alla origine della tradizione e qualche cosa dicesse che accennasse appunto avere egli da questa fonte attinto che noi presumiamo. Ognun vede la grande importanza di questo deposto di Filone, se pur vi fosse. Avventurosamente egli esiste ed è nei termini seguenti ai quali vuolsi gran peso concedere. «Ma io la invidia di costoro trapassando desidero esprimere di un tal uomo quello che mi hanno insegnato i Sacri libri che egli lasciò.... e cheio ho appreso da alcuni vecchi della nostra gente i quali sempre all’antica lettura, alcuna cosa solevano aggiungere, onde maggiormente la vita di lui ho potuto conoscere.» Questa preziosissima confessione pone il suggello a quanto fu da noi intieramente dimostrato per via di raffronti e la sorgente tradizionale non poteva essere meglio dimostrata a dito, di ciò che si fa in queste parole.(Vita di Mosè in principio.)[25]Revue des Deux-Mondes, V, 745.[26]Questo studio rigorosissimo di purità sino al punto di preterire doveri sì sacrosanti ci può far comprendere il valore di certe parole del Fondatore del Cristianesimo.Lasciate i morti seppellire i loro morti. Chi non odierà il Padre, la Madre, il fratello per amor mio non sarà degno di seguirmi. Donna, questi sono mia Madre e questi i miei fratelli.Non è nostro officio sindacare di queste sentenze il valoremorale; sibbene ilcritico. Ora noi fondatamente asseveriamo non d’altronde derivare se non da quel concetto che di se medesimo mirava a far prevalere e che altrove abbiam già veduto informare le sue parole; quello cioè diTempio vivo e vero ed erede delle prerogative tutte del Tempio reale allora esistente. Quindi per naturale illazione tutti i doveri che cessavano alle soglie del Tempio non potevano più avere niun diritto alla sua osservanza nè a quello dei seguaci. Vediamo infatti non per altro motivo giustificarsi da Gesù le infrazioni del sabato e delle leggi dietetiche se non dicendo esservi allora presente.Qualcheduno maggiore del Tempio.Notabilissimo poi è che ilZoardà la qualità diTempioal Dottore Cabbalista (Vol 3º Sez.Zau); nuovo indizio delle originiessenico-cabbalistichedel Cristianesimo.[27]Risulta dal Testo sacro per duplice motivo e in duplice senso, chiamarsi il Nazireo con questo nome, nel senso diseparazionee nel senso dicorona. Ciò prova come la nomenclatura biblica siapolisensa, e come bene si appongano i dottori, cercando, oltre la indicazione biblica, altro senso nel nome di quei personaggi. Non meno questo fatto resulta evidente nei nomi apposti ai figli di Giacobbe; per esempio, Giuseppe, ove anche il senso diritrarre,cessarel’onta dell’orbamento, è accennato dal Testo stesso, allato dell’altro più appariscente diaggiungere,aumentare; e di altri non meno, come avvertimmo nelle nostre note al Pentateuco in lingua ebraica (Em lammicrà, Genesi, cap. I). Questa multiformità di sensi può darci la chiave di alcune anomalie, non ancora perfettamente risolute; qual è, a mo’ d’esempio, la poca convenienza che si nota tra certi nomi biblici nella loroattual giacitura, e la etimologia che ne assegna la stessa Scrittura; cosìCainmal consuona colCanisti, da cui si vuole derivato;NoèconJenahamenu,SamuelconSeiltiv, ed altri, che nel nostro sistema avrebbero avuta altra significazione, eziandio taciuta dal Testo. Si spiegherebbe ancora come siano rimaste in credito certe derivazioni pugnanti colla esplicita dichiarazione del Testo, qual è, ad esempio, la origine del nomeMosè, secondo la Scrittura, dal verbo ebraicoMasae secondo Filone (Vita di Mosè) dal nome egiziano d’acqua,mos. Non è improbabile l’ipotesi che i primi cristiani siansi dettiNazareni, nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello dioriginarj della città di Nazaret, etimologia poco ammissibile, e per avventura immaginata quando l’antica origine dell’Essenato, cominciò a venir meno nella memoria degli uomini.[28]Chi sa che l’atto di Geremia nel propinare il vino ai Recabiti non sia una di quelle solite parodie onde i profeti solevano contraffare le prevaricazioni del popolo per fargliene rimprovero. Avremmo quindi l’iniziazione e il magistero profetico nei Recabiti eziandio, ai quali era dato il vino come antidoto, siccome ai suoi coetanei rimprovera Amos; e intenderemmo meglio le promesse fatte ai Recabiti da Geremia che suonano così magnifiche. È strana dopo le cose dette fin qui l’opinione di coloro che si ostinano a vedere nell’uso generoso del vino una preparazione necessaria e consueta all’officio di profezia tra il popolo nostro.[29]L’origine essenica del cristianesimo trova un eloquente riscontro nella foggia di vivere e di vestire del Precursore che da un lato risponde al suo prototipo di Elia di cui adempie le parti; dall’altro non meno bene si confà all’antico uso dei profeti e degli Esseni.[30]Dante è Maestro in siffatte similitudini; solo che alla Sapienza rivelata, alla Teosofia si sostituisca lafilosofiadetta da esso «la bellissima e famosissima figlia dell’imperadore dell’universo.»[31]A chi volesse vedere nellapurità e bianchezzadei Nazirei in Geremia, la delicatezza o candor della pelle, dimanderemmo ci dicesse perchè singolarmente si specificano qui i Nazirei. La similitudine poi dellaNeve, usata, come nota Rasci in Daniel, a indicare la purità delle vesti, non è tralle menome prove che mostrano quanto bene il padre di tutti i chiosatori si sia egregiamente apposto nell’interpretare per le vesti.[32]È questo uno degli infiniti esempj in cui la Pratica posteriore a Mosè soperchiandone i dettati o diversificandone l’indizio manifesto di una tradizione è coimperante in Israel colla legge scritta. Infatti la Storia biblica ci mostra in pratica ilNazerato perpetuo. Ma dov’è egli preveduto e regolato nel testo mosaico? In nessun luogo.[33]Abbiamo udito la scrittura parlare di santità a proposito dei Nazirei. Ora è bene che si sappia che ogni qualvolta il nome di santo è usato nel senso di astinenza o di perfezione religiosa la traduzione aramea è sempreParus. L’atto stesso del votarsi al NaziratoIafliè tradotto dal Parafrasta CaldeoJefares; da ciò il nome dell’angiolo apparso al padre di Sansone se in ebraico è dettoPeliin arameo è tradottoMeforas; nè altro è da intendersi nel titolo di Meforas dato dai Rabbini al titragramma se non il nomeseparatoedistintoper eccellenza. Qui sarebbe luogo di diffondersi sopra una obiezione speciosa che questo nome diParuspotrebbe suscitare contro l’antichità del Zohar. Tra le tante vestigia di tempi moderni che i critici vollero trovarvi, ora nello stile ora nelle dottrine, non mi venne fatto d’imbattermi in una che tutte le vince in speciosità e verosimiglianza e che pure mirabilmente si solve alla luce delle cose accennate. Le intelligenze superiori angeliche sono dette nel ZoarPeriscian: vale a dire intelligenze separate. Ora per poco che si abbia contezza della filosofia aristotelica, specialmente del peripatetismo arabico, facile sarà ricordarsi come in questi sistemi,intelligenze separatesiano dette le intelligenze angeliche perchè immateriali e incorporee. Come non dubitare di una traccia della filosofia araba e della sua fraseologia nelle pagine del Zoar? Nelle mie note su quel libro in lingua ebraica osservai che non v’ha ragione di credere piuttosto a una derivazione arabo-aristotelica e quindi posteriore, che ad una origine greca, platonica o aristotelica e quindi più antica, ove meglio non si accetti la originalità del Zohar nel coniare questo epiteto. Ora aggiungo che ilParus, usato dalle tradizioni aramee per indicare la santità in genere, conviene che nulla più, alla frase ed all’uso che il Zohar ne ha fatto, trattandosi d’intelligenze angeliche chiamate dai Profeti antonomasticamente Santi; e che ilMefarasdel Parafrasta Ionatan applicato all’angiolo è di una convenienza difficile a vulnerarsi col Perisan del Zoar inteso per gli angioli.[34]Il Talmud pare, è vero, non alludere che ad un oggetto speciale esclusivo, cioè di porsi in grado di offrire una specie di sacrifizio che solo la merce del Nazirato avrebbe potuto presentare. Tuttavia chi conosca come il Talmud Babilonico sia stato scritto più di sei secoli dopo i più bei tempi dell’Essenato; in terra, e tra costumi tanto dai loro diversi, non stenterà a credere che lo scopo universalissimo delHasidimnel farsi Nazirei, o per dir meglio la medesimezza dei due personaggi siasi circoscritta nel Talmud e considerata da un solo punto di vista.[35]Vegga il lettore tra i raffronti da noi stabiliti nella nota 3, pag. 90, tra Filone e la tradizione farisaica, la memoria di questa volontaria continenza mosaica nel filosofo alessandrino. Ragion di più per farle acquistare peso e autorità.[36]Questa stessa trasformazione dell’eccezione in regola del precetto morale in Cerelo, costituisce uno dei passaggi originarj dall’Etraesmo al Cristianesimo.[37]Questa bellissima idea, che Paolo presentò ai Pagani nella similitudine dell’ulivo selvatico, appartiene in origine ai dottori interpretanti la promessa ad Abraham:E saranno in te benedette tutte le genti della terra.Il verbo ebraicovenibrehu, che suonasaranno benedetti, è suscettibile dell’altro senso d’innesto, ed è appunto su questo che i Dottori insisterono veggendovi l’innestodi tratto in tratto operatosi, di un ramo gentile sul tronco ebraico.[38]Le istituzioni e gli offici sono come le scienze. Dapprima confusi e concentrati in una sola persona, non cominciano a distinguersi che in progresso di tempo. Perciò il sacerdozio fu anticamente centro in cui conversero tutti i rami del sapere e tutti i sociali maestrati, appunto siccome quello che tutti sovrasta. L’ebraismo stesso, per quanto non abbia seguito la legge comune, lenta, regolare del progresso, e sia sorto, come avverte l’autore del Kuzari (libro meditato pure da Guido Cavalcanti, come ci ammoniva l’illustre Mamiani), a guisa delle creazioni in unFiat; pure non è sì che la legge di unione primitiva non si verifichi in esso ancora comecchè per breve istante. Difatti è sentenza dei dottori corroborata eziandio da qualche cenno del Testo che nei sette giorni d’inaugurazione del tabernacolo il ministero sacerdotale fosse assunto e concentrato temporariamente inMosèsiccome Jerofante e Iniziatore, il quale da quell’ora in poi tornò semplice Levita e subordinato ad Aaron.[39]Non si attribuisca questovivere nelle tendea costumi tuttavia rozzi e primitivi. Nè i Cananei sposseduti, nè gli Israeliti erano allora in tal grado di barbarie da non aver ancora case costruite. Esempj di case anteriori a questi fatti non mancano nella Bibbia. Sin dai tempi di Mosè egli promette loro nella PalestinaCase piene di ogni bene che voi non avrete ricolmo; prevede e regolala costruzione di nuove casee impone ilriparosul tetto. Contempla e prescrive le regole per purificare le case colla demolizione delle antichemura, e colla introduzione di nuovomateriale. Egli è quindi indispensabile credere che se ai tempi tanto più posteriori di Devora i Cheniti abitavano sotto le tende, così facessero non per altra cagione di quella che indusse a così fare i loro nepoti a’ tempi tanto più moderni di Geremia, che il vide e li lasciò viventifuori della città sotto le tende.[40]Isaia, cap. 1.[41]Lo avere questa sentenza origine nel Zohar, lungi dal detrarre del suo valore ne accresce anzi il pregio per ognuno che ricordi essere a senso nostro non altro gli Esseni che i predecessori dei Kabbalisti o Teosofi moderni, appo i quali si troverebbe pertanto la stessa denominazione diEunuchi.[42]Questa lezione era da lungo tempo scritta quando mi venne fatto d’imbattermi nel florilegio talmudico (En Israel), ediz. Königsberg, e preceduto da bella e dotta introduzione di scrittore moderno. L’autore, ragionando intorno ai versi d’Isaia di cui è parola, esce fuora con questa interpretazione, che se non coincide appuntino colla intelligenza che qui si attribuisce al Testo, pure di molto le si avvicina, e stabilisce un principio e accenna una idea generale che non può trovare la sua realtà concreta, il suo adempimento storico, che nella ipotesi nostra. Ecco le sue parole: «Vuole Isaia significare come allora vi fossero uomini assai che renunciato avevano ad ogni piacere mondano, nè tolto avevano donna; ma attendevano in solitudine con grande amore al culto religioso, nel Tempio divino, e tanto avveniva altresì degli stranieri, vale a dire dei Gabaonti.»[43]Pel lettore che sa di ebraico non fan mestieri spiegazioni. Pegli altri, diremo solo che tutto il ragionamento presente tende a provare come il verboOmed lefanaiusato in Geremia a proposito degli Esseni, è suscettibile, in forza degli arrecati esempi, dei sensi che qui si accennano.[44]Tra i trasportati in Babilonia, la storia biblica annoveracharas veamasgheralla letterafalegnami e fabbroferrai. La tradizione ne fa altrettantimaestri e dottori; ed è notabile: primo, che Masgher può avere senso di claustro, di reclusione, e poi che il Talmud Gerosolimitano su questo verso (Nedarim, IV) chiosaEllu ahaberim,Sono questi i soci. Quanto questa frase convenga agli Esseni ognuno il vede; e non si sarà dileguato dalla memoria dei lettori quanto congetturava il dottissimo R. Rapoport intorno al senso della parolaEsseniche vale al dire di lui quantosocio,compagnodaJsoArameo. Sotto altra forma l’appellativo di socio è attribuito ai Farisei nel nome Amit (Talmud Tract Sciabuot, cap. IV). Quanto alla identità originaria di Esseni e di Recabiti non d’altronde sembra muovere l’Heckers, (Istoria della medicina, 42) se non da tale premessa, quando scrive: «Gli Israeliti, spezzato il giogo di Babilonia, si dedicarono alla vita contemplativa e solitaria e fondarono la setta degli Anacoreti(Geremia XXXV),i quali privi delle scienze naturali operano colla fede e cogli scongiuri cure portentose.» Qui ognun vede come Recabiti ed Esseni pongano in comune i loro caratteri.Prima di abbandonare la questione dell’origine degli Esseni, facciamo qui alcuni rilievi che recenti letture ci suggerivano. Il senso da noi dato agliEunuchid’Isaia, quello di precursori ed antenati degli Esseni, fu avvertito da un Critico alemanno autore delBiccoret Attalmud, pag. 273; se non che non diè valore aiProseletiche allato degliEunuchifigurano nello stesso luogo d’Isaia (cap. 56), e ch’è indizio eloquente dell’origine da noi propugnata. Quanto all’origine dai Nazereni, mentre è consentita da valenti scrittori tra cui ilGraetz, è invece combattuta dall’autore sopra ricordato. Ond’è che non sarà discaro udirne le ragioni, e pesarne la forza. Egli si giova di quanto si legge nel Talmud (Nedarim X)essere usi gli antichi Hasidem di far voto di Nazer; dunque ei conclude, eran costoroKasidim(cioè Esseni) prima che si votassero Nazirei. Il lettore ricorda come cotesto passo fosse da noi noverato tra gli indizi che ci favoriscono. Questo senso ostile che gli si vuol dare non ci par serio; sia perchè può avere appunto inteso il Talmud di svelarci l’origine e il carattere primitivo dei Hasidim; sia perchè il Talmud stesso per le ragioni altrove accennate, può non aver avuto un’idea assai chiara di una origine puramente storica e di piccolo o niuno religioso momento. Il Talmud altrove (Chidduscin, 71) offre un curioso passo che diè luogo ad un antico comentatore (Moarscia) a trovarvi un’allusione agli Esseni sotto il nome di Nazirei. Il Talmud così si esprime «Colui che dicesse: Sarò Nazireose non svelo i vizj di origine delle famiglie, sia Nazireo e non le sveli.» Qui il Moarscia chiosa dicendo:Si dee intendere mercè quanto scrive Giuseppe, esservi stato durante il secondo Tempio una setta detta dei Nazirei, che amavano la solitudine e i deserti per non cadere nel peccato di maldicenza. Perciò si legge che se taluno dicesse sarò Nazireo se non svelerò ec. sia Nazireo, poichè tale n’è invero il costume per quanto sia cotesto un voto non da tutti laudato a cagione delle astenenze che importa. Tuttavia peggior cosa sarebbe se per annullarlo si permettesse la maldicenza. Quindi si taccia e sia Nazireo.Questo senso dà noia all’autore rammemorato del Biccoret Attalmud: (pag. 279) ma s’è vera la intelligenza ch’egli ci porge, non si comprende come rimanga fermo il voto e sia Nazereo mentre la condizione apposta, cioè quella di propalare le turpitudini delle famiglie non si verifica nè si permette che si verifichi. Quindi ci pare probabile il cenno agli Esseni che vuol trovarvi ilMoarscia; ed in ogni caso, è questa prova novella come non appena i nostri scrittori ebbero a narrare o a ragionare degli Esseni, li qualificarono senza esitanza quali veri e propriNazirei, ossequio spontaneo e tanto più concludente in favore della loro affinità originaria. L’autore medesimo, non a bastanza penetrato dei vincoli strettissimi che uniscono il Farisato nei suoi gradi più eminenti colla società degli Esseni, va in cerca di contradizioni tra l’uno e l’altra. Fra queste pone ilbianco vestirein onore nella seconda, in odio presso i primi, e cita il Talmud Sota 22 e Meghilla 24. 2. Ma che cosa si legge invero in ambo i luoghi? Nel primo:Il tribunale supremo si vendichi di coloro che si cuoprono di Gundé?Che cosa èGundé? Per l’autore, così pare,abito bianco. Non così però perRasciil quale chiosa addiritturaabito nero. Volesse pur direbianco; non sarebbe altro che un denunciare la ipocrisia di coloro che prendevano le sembianze esteriori degliOttimisenza averne le virtù. Il secondo suonaChi dicesse non officierò nel Tempio con abiti di colore non officii nemmeno coi bianchi. E i comentatori: perchè era il bianco vestire costume deiMinim(eretici); ma 1º Non si vuol egli distinguere tra il bianco vestirevolontariodegli Esseni e l’obbligatoriodi questi Minim? Sappiamo non meno che gli Esseni vestivano talora diversamente; di sacco p. e. 2º Probabilissimo è poi che inMinims’intenda iprimi cristianicome talvolta significa veramente; e se così fosse, nulla di strano che il costume adottato da costoro tornasse odioso a quegli stessi che lo avevano usato poc’anzi. È questo nella natura dell’uomo, e corroborato da esempi? nostrali. Il Decalogo fu soppresso nella orazione del mattino a cagione dei Minim; anche qui probabilmente cristiani, che ridussero tutta l’antica legge al solo Decalogo. 3º Infine insigniFariseivestono di bianco nel Talmud e ne vanno ivi stesso celebrati, come ragionando del costume vedremo. Si dirà ancora ch’era tal costume in odio?
[1]Sicarj si chiamavano iterroristiebrei che volevano spinger la resistenza alla signoria straniera sino all’estremo e con tutti i mezzi. I Vangeli, se non erro, vi alludono.[2]Udremo fra non molto Plinio, qualificare gli Esseni col nome digente che non muore mai, e tra cui niuno nasce.[3]A quai paesi corrisponde la nordica regione del Caucaso? Se io non vado errato, ai paesi anticamente conosciuti sotto i nomi di Frigia e Bitinia. E questi paesi che nomi recano nella Santa Scrittura? Null’altro, dice il Bochart, e dopo di esso autori parecchi, che quello di Aschenaz. E per quantoAskenazsuoni diverso nella lingua ultima dei Rabbini, e nel valore che l’uso da lungo tempo gli annette, quello cioè di Germania; nonostante, ai Dottori, organi veri, legittimi di tradizione, non mai avvenne usare per GermaniaAskenaz. Che dico? Sono essi per contro che il suggello appongono alla Interpretrazione del Bochart, e tutto il peso vi aggiungono del numero e della tradizione. Abbiamo detto, non è molto, il Parafrasta di Gerusalemme tradurre Aschenaz per Asia: ora non è egli solo che all’uopo ci ajuti. Egli è ilRabba, che l’Askenazdella Scrittura ci presenta in Asia. Egli è altresì il Talmud di Gerusalemme, cheAsiaegualmente sostituisce adAskenaz. Non basta: ma, cosa più sorprendente, vi ha un nome d’un popolo tra i figli di Jafet e tra i popoli Giapetidi, che il nome reca di Tubal. Ora, o signori, che cosa è Tubal?Bitinia, vi risponde aperto il Talmud Jerosolimitano;Essenia, vi risponde aperto egualmente il Medras. Duplice asserzione che a vicenda si rischiara, che a vicenda s’illustra, che ci rimena col pensiero alla Bitinia, che, secondo Tolomeo, il Klaproth e il Dubois, fu specialmente contrassegnata col nome diAsia. Egli è, insomma, quel cumulo maggiore di prove che sia lecito desiderare onde mettere in sodo la esistenza di una particolare regione denominata Asia, e per giustificare il Talmud.[4]Si dice, è vero, Scuolaeleatica,cirenaicaeditala; ma non si dice, od appena,eleati,cirenaicieditali.[5]Vi sono alcuni testi rabbinici antichi, che farebbero credere essere stati piuttosto i discepoli di Zadoc e Baitos, ch’eglino medesimi, i fondatori delle sètte di questo nome. Ma posto ciò eziandio, riman ferma la esistenza storica di Baitos, e la derivazione da esso del nome della setta. Quanto ai Sadducei, setta a questa collaterale, la critica moderna si è permessa da poco in qua un congetturare senza limiti e senza freno. Lo spirito caraitico e antitradizionale che informa alcuni distinti suoi corifei, fece trovare nel nome di Sadducei un senso eminentemente encomiastico, facendolo derivare da Zaddik,giusto. Altri fece risalire iSadduceiaZadok, antico sacerdote a’ tempi di Salomone, e vide per conseguenza in essi un partitosacerdotale. Il Sig.Renan, nella recente sua operaVie de Jesus, fece altrettanto rispetto alBaitusei, che volle derivati da unBöethuspontefice di questo nome. Sarebbero, dunque, eSadduceieBaituseidella famiglia sacerdotale. Qualunque sia il fondamento di questa congettura, egli è certo che il sacerdozio costituiva ai tempi di G. C. un partito ostile aiFarisei, tanto per le tendenze politiche, quanto per le dottrine religiose. E di ciò abbiamo autorevoli documenti nel Talmud, nè il sig.Renanne dissente minimamente. Solo ci pare ch’ei non tragga tutte le conseguenze che da questo fatto derivano, nella discussione dei grandi problemi ch’ei si è proposto. Ma qui non è luogo a parlarne.[6]Il nome talmudico Baitos è identico alBœthuspagano. Vi fu un Bœthus stoico, contro cui scrisse Porfirio un Trattato sull’Anima. V.Enneades de Plotin, trad. par Bouillet: Paris. Vol. II, p. 68.[7]Il Talmud è pieno di allusioni alla setta dei Baitusei; e quanto di essa si legge, delle dottrine e costumanze, nulla offre di analogo a quanto sappiamo d’altronde di certa scienza intorno la società degli Esseni.[8]L’illustre sig. Frank, autore dellaKabbale, notò a buon diritto come nella identificazione suprema dell’Essere e del Pensiero precorresse la Teologia ebraica alle ultime dottrine prevalse in Germania. Ciò che ci reca ad una più alta antichità, che ne fa risalire alle Bibliche sorgenti, e che perciò stesso rivela nelle viscere dell’idioma biblico l’arcana dottrina teosofica che per entro vi circola, è questa sinonimia profonda di Essere e Pensiero nella radiceIes, onde qui si discorre. In un ordine poco diverso d’idee abbiamo, nel verboIadah, conoscere, un’altra non meno ammirabile sinonimia diConoscenzaeAmore. Noi renunciamo a citare il nome di Benedetto Spinosa, e ciò che nella suaEticapertratta. È noto come i due attributi della Sostanza sieno per esso ilpensieroe laestensione; e ciò che vi ha di acroamatismo ebraico nelle dottrine di Spinosa, ciò che costituisce la sua deviazione dall’acroamatismo ortodosso, ci studiammo di porre in luce in un articolo in idioma francese dettato, nel quale prendemmo a rilevare alcune mende nelle quali ci sembrò incorrere l’illustre sig. Emilio Saisset, nell’egregio suo lavoro pubblicato dallaRevue de deux Mondesintorno aMaïmonideetSpinosa.[9]Solo nel secolo scorso, e tra gli Enciclopedisti sarebbe suonata una eresia filologica l’additare nell’Ebraico l’origine di un vocabolo greco. Erano costoro così lungi dall’immaginarne perfino la possibilità, che tra le più speciose obbiezioni che mossero contro la originalità e santità delle sacre scritture, sì fu il nome di Giove pagano, che dissero origine e modello del nome ineffabile del Dio d’Israel, senza riflettere che gli Ebrei avrebbero dovuto andare a cercare il tipo immaginario non già in Grecia ove Giove ebbe nomeZeus, ma in Roma, anzi in Etruria, sin dove lo raggiungono gli studj moderni. Per essi, il Sole delle origini non sorgeva più dall’oriente; e bene stava cotesto ragionare in bocca di chi cantò per Caterina Seconda:—C’est du nord qu’aujourd’hui nous vient la lumière.I progressi della scienza hanno ricollocato nell’oriente la sorgente della luce morale, siccome non cessò mai di essere il fonte della luce che ci rischiara; e basta aprire un lessico moderno per comprendere ad un solo sguardo qual parte segnalatissima sostenga l’idioma ebraico, e in generale sostengono le lingue semitiche, nella formazione delle lingue occidentali; comecchè si collochino nella famiglia delle indo-germaniche, e se ne cerchi la prima derivazione o almeno la forma loro più antica, nella lingua sanscrita.[10]Quanto volentieri rendiamo omaggio alla non infelice interpretazione del nome Esseni dal grecoIsosamici, confidenti; altrettanto ci ripugna il credere, come vorrebbe persuadercene l’illustre Rabbino, che lo stesso vocabolo greco abbia derivazione ebraica, e tragga origine dall’incertissimoHozeoHazutd’Isaia, XXVIII, 15, 18, spiegato nel senso greco di Amicizia e Confidenza. Basti dire che l’esempio ebraico è unico in tutta la Bibbia in questo senso, mentre appena un uso frequente, quasi universale, basterebbe ad autorizzare il supposto di un passaggio dall’ebraico al greco; che questo senso stesso è almeno problematico, stando ilGeseniusper altro, il quale non tollera questa assimilazione coll’Isos greco; e che infine meglio che la interpretazione dell’uno o dell’altro a noi arriderebbe l’ipotesi che qui non si tratta, nelHozeoHazutd’Isaia, che di un sinonimo assai più antico, più nobile e più puro delGaluidi Geremia, Cap. XXXII, 11, che vale probabilmente quantoattestato, o almeno documento pubblico che accerti la esistenza di un contratto: e vale alla lettera,ScuopertooAperto, come Hoze o Hazut suona pure alla lettera,quello per cui si vede, oveduta. Ove non si voglia dire piuttosto che ilpattoper eccellenza, l’alleanza con Dio, essendo sancita per opera di una rivelazione, questa viene usata come sinonimo di patto nella parola Hoze o Hazut, per indicare l’alleanza col genio della Morte o dell’Inferno. Inoltre, parci l’illustre Rapoport caduto in una strana illusione quando trova affine alHozed’Isaia, l’araboHaz, stringere patto, unirsi; mentre è evidente che questo verbo arabo non ha rapporto che coll’ahazebraico e coll’ahadarameo,stringere,unire.[11]Esodo, cap. XV, v. 26.[12]Proverbi, cap. III, v. 8.[13]Vi fu tra i Dottori chi intese in questo senso la signoria predetta dal Genesi all’uomo sopra le altre creature. Non si può negare che la frase nulla scapita, così intesa, della sua sublimità.[14]Salmo XXXXI, v. 5.[15]Isaia, VI, v. 10.[16]Isaia, LVII, v. 18.[17]Geremia, VIII, v. 22.[18]Opera infinita e certo non capace di stringersi in una nota noi faremmo, ove volessimo tutte riandare le analogie che la predicazione evangelica, il primitivo cristianesimo, ci offrono colla società degli Esseni. Forse ne sarà dato accennarne alcune, e solo di volo nel seguito di questa istoria. Ciò che possiamo sino da ora additare al lettore istruito, sono le numerose figure, imagini, locuzioni tratte dall’esercizio della medicina che ricorrono in bocca al Fondatore del Cristianesimo, le cure ch’egli prodiga agli infermi, laSaluteonde s’intitola la nuova dottrina; indizj tra altri infiniti, che persuasero gravissimi autori antichi e moderni a vedere nell’Essenato la prima origine d’onde uscì il Cristianesimo evangelico. Nello scorso secolo, Bahrdtt e Venturini furono i più eminenti rappresentanti di questo sistema; e gli studj susseguenti nulla valsero a renderlo meno probabile.[19]Amici solo del vero, e rinunziando alla spuria gloria di aver ammaestrato Platone e Pitagora che alcuni Padri sognarono in favore dell’Ebraismo, ci acquistiamo il diritto di ripudiare egualmente una non meno falsa sentenza; cioè che l’Oriente semitico sia andato a scuola dei Greci, dei Romani, e anche degli Etruschi e antichi Italiani. Sistema dismesso dopo i tentativi invano assaggiati dal Biscioni, dal Mazzoldi, in favore delleorigini italiche; ma che il sig. Gherardi tentò d’inverdire in un’opera recente, che ha, se non altro, il merito dell’eleganza e della erudizione. Ci duole aggiungere che non ne ha altri, e che vi manca quella nota impreteribile in ogni storica pertrattazione non solo, ma anche di un buon romanzo, laverosimiglianza. L’ebraismo ha una gloria più legittima e non men bella da vantare; quella di aver ammaestrato per mezzo della primitiva rivelazione i maestri stessi di Pitagora e di Platone, i legislatori, i Tesmofori e i poeti-teologi di Grecia e d’Italia: e questa e la Grecia a loro posta hanno titoli più legittimi che non il primato sull’oriente semitico; quello di avere sviluppato quei germi che l’Oriente vi dispose, in guisa che invano sariasi desiderato da popoli diversamente temprati, conciossiachè, nella guisa stessa che non ogni terreno è capace di fare allignare ogni sorta di pianta, così non ogni popolo è capace di fare fruttificare certi principj. I Dottori nostri, colla teoria loro deiSarimogenj de’ popolitutti necessarii e che nel loro insieme costituiscono la vera e completaMercabà, cioè il carro che Dio stesso conduce e guida, gittarono le basi della più altafilosofia della storiache capir possa in mente mortale.[20]Il dotto signor Munk è sventuratamente afflitto da quasi completa cecità.[21]I fatti dall’illustre sig.Frankallegati, se provano improbabilissima un’influenza decisiva tra le due capitali e le due civiltà, non bastano però ad escludere ogni qualsiasi ascendente. Questo anzi è provato da quelle non scarse nozioni che di Alessandria e del suo ebraismo tralucono negli scritti dei dottori, e da quelle comunicazioni che la mercè dei viaggi intrapresi da varj cospicui dottori, non cessarono di rinnovarsi di tratto in tratto tra i due paesi. Il Talmud è ricco di notizie intorno all’organamento dell’ebraismo nella capitale dei Tolomei. Si rende ragione dei tribunali ebraici di Alessandria (Talmud Ketubot 25, 1), si magnifica la ricchezza delle sueBasilichee delle Cattedre su cui siedevano pro-tribunali settanta dei più cospicui fra i cittadini; si descrive la magnificenza e le forme del culto, sino ai più minuti particolari della costruzione di quel tempio (Talmud Succa Babilonico e Gerosolomitano). Si mostra contezza delle loro arti (Moed Katan 26), degli abusi, delle prepotenze che si usavano sulle fidanzate altrui (Mezihà 104, 1), dei loro costumi dissoluti (Medras Ester in principio), della loro propensione alla magia (Ibidem e Kidduscin 49, 2). Ma ciò che più monta, sono i viaggi che si narrano dal Talmud colà intrapresi in varie epoche dai dottori Palestinesi. Non parleremo diOnia, che sugli esordj del secondo tempio, si recò dalla Palestina in Egitto, e vi fondò quel tempio che ne porta il nome. Si disputa nel Talmud se il tempio elevato da Onia in Egitto fu tempio dedicato al culto del vero Dio, o a un culto idolatrico. La prima opinione sembra prevalere. Ciò che importa non meno sapere, è una curiosa aggiunta che il Maimonide si permette fare nella storia del soggiorno di quest’Onia in Egitto, della quale, a quanto io mi sappia, non vi ha memoria negli antichi monumenti rabbinici. Il Maimonide, nel suo comento alla Miscnà (Trattato Menahot), ragionando di Onia, ne fa sapere che trovato avendo costui in Egitto una setta per nomeKabtazar, con essa si accontò o per dir meglio si fece suo capo.Kabtazarè invero il nome che si legge almeno nel comento stesso voltato dall’arabo all’ebraico. Però era naturale in me il dubbio che qualche altro nome ben altramente storico, sotto queste mentite sembianze si nascondesse. Infatti, la idea mi occorse che per questo nome guasto e corrotto diKabtazar, si volesse significare per avventura iCopti; e per quanto la congettura mi sembrasse non infelice, pure non mi attentai a soscrivervi seriamente se prima non ebbi e l’attestato di antico documento e l’adesione di uomo competentissimo. Questo è l’illustre amico mio sig. Salomone Munk, socio dell’accademia delle Iscrizioni e belle lettere di Parigi, al quale m’indirizzai in cerca di notizie; e che con isquisita benevolenza risposemi nei termini seguenti: «Quant au mot Kabtazar, sur le quel vous me faites l’honneur de m’interroger, c’est tout simplement une faute d’impression, ou une faute de copiste dans la version hébraïque de commentaire de Maïmonide. La véritable leçon estKobt Masr, et comme vous l’avez bien deviné dans un premier moment il s’agit ici des Coptes anciens ou des Egyptiens indigènes, par opposition aux Grecs qui depuis Alexandre s’étaient établis en grand nombre en Egypte. Maïmonide veut dire qu’Onia gagna un grand nombre d’Egyptiens indigènes, qu’il convertit au Judaisme. (È questo fatto principalmente che Maimonide introduce nella istoria, senza che si possa scuoprire d’onde derivato). Les motsKobt Masr, sont généralement employés par les auteurs arabes pour désigner les anciens Egyptiens sous les Pharaons ou leurs déscendants à l’époque des Grecs et celle des Arabes. Encore aujourd’hui on appelle ainsi les chrétiens d’Egypte que nous designons ordinairement par le nom de coptes, et que descendent d’une race mêlée d’anciens Egyptiens et de Grecs. (Qui il dotto sig. Munk trascrive il testo arabo, e aggiunge.) J’ai fait copier ces mots arabes d’un manuscrit de la Bibliotheque imperiale que j’ai apporté moi même d’Egypte en 1810.» Senza più oltre aggiungere di Onia, è celebre il viaggio di Jeosciuah Ben Perahia, quegli stesso che a detto del Talmud fu precettore di Gesù, il quale insieme al maestro si sarebbe recato pur esso in Alessandria. Il Talmud ci conservò la Epistola che da Gerusalemme fu spedita alla Sinagoga d’Egitto per affrettare il ritorno del prenominato dottore. Ella è così concepita:Da me, Gerusalemme città santa, a te Alessandria. Lo Sposo mio dimora presso di te, ed io me ne sto in solitudine.Il dotto sig. rabbino Rapoport, nel suo Erech Millin altra volta citato (pag. 101), pare volere confermare questo viaggio di Gesù in Egitto con quanto narrano i Vangeli della fuga in quel paese. È noto però come questa avvenisse nella più tenera infanzia del fondatore del Cristianesimo; mentre il viaggio onde si narra nel Talmud sarebbe stato eseguito nella sua gioventù, anzi poco prima della sua rottura colla Sinagoga. Tuttavia non è a tacersi che di questo viaggio eseguito da Gesù nella età virile, narravano i Carpocraziani, antichissimi eretici, quando dicevano: «Que J. C. avait choisi dans ses 12 disciples, quelque fidèles amis, auxquels il avait confié toutes les connaissances qu’il avait acquises dans le Temple d’Isis, ou il etait resté près de treize ans a s’exercer à une étude pratique, dont on lui avait donnée la théorie pendant son enfance instruite et formée par les Prètres egyptiens.» (La Maçonnerie considerée comme le resultat de la Relig. egypt. juive et chrét., par R. D. S.; vol. I, pag. 289). Ciò pone almeno in salvo la buona fede dei Talmudisti, e l’antichità della tradizione di cui si fecero interpreti. Ella è attestata da un documento non meno antico, l’Evangelo di Nicodemo. In questo, tra le altre cose, gli Ebrei accusano Gesù che «arrivé àcertain âge fut contraint de chercher fortune en Egypte, ou il apprit quelque secret; qu’il retourna dans son pays en Judée, et que par ce moyen il fit de la magie» (Ibid. vol. I, pag. 445). Il Talmud Gerosolimitano racconta di un altro viaggio posteriore, che Jehouda Ben Tabai ed un suo discepolo intrapresero nell’Egitto. Simone Ben Sciattah, capo dei Farisei, fuggì in Egitto per torsi alla persecuzione del cognato suo, il Re Janneo, amico dei Sadducei. Quindi R. Jeosciuah Ben Hanania, soprannominatolo Scolastico, visitò pur esso l’Egitto; e il Talmud racconta dei colloqui avvenuti colà tra il dottore Palestinese e gli Ebrei ivi stabiliti. Un altro dei più illustri Tanaiti, R. Johanan Asandellar, era di Alessandria (Talmud Gerosolomitano, Haghiga cap. III). Più tardi, troviamo domande in fatto di riti, dirette da Alessandria ai dottori di Palestina (Talmud Gerosolomitano, Kidduscin cap. III), e circolari da questi alle Sinagoghe di Alessandria (Talmud, Irrubin cap. III). R. Abhu, familiare nella Corte di Cesare, vi si recò esso pure e v’introdusse l’uso delle Palme nel primo giorno dei Tabernacoli caduto in Sabato (Ibidem). Tutti questi viaggi, dei quali il più antico è appena contemporaneo a Filone, non possono avere esercitato un’influenza decisiva nè sopra la di lui filosofia, nè sulla istituzione dei Terapeuti, che Filone descrive come da lungo tempo ivi stanziati e stretti in consorteria; e la ignoranza almeno parziale di quanto accadeva in Palestina, è prova in Filone di non aver subìto se non indirettamente l’ascendente palestinese. Forse anche meno probabile è l’altra ipotesi di un’azione qualunque esercitata dalle dottrine alessandrine sulle idee in Palestina, e quindi nella formazione della dottrina cabbalistica e dell’Essenato. Chi rifletta alle rare occasioni di contatto tra i pensatori delle due sinagoghe; all’autorità e preminenza che dovevano avere necessariamente i dottori di Palestina sulle sinagoghe straniere; alle antichissime menzioni che vengono fatte di una scienza acroamatica nei libri talmudici, rappresentandola come già esistente fin dai tempi d’Illel; soprattutto alle antichissime tracce dell’Essenato non solo in Giuseppe Flavio e in Plinio, ma, ciò che più monta, in Filone e forse anco nei Maccabei; agevolmente andrà convinto, che se molte strettissime attinenze, se molte somiglianze parlantissime si rinvengono tra Filone e i Cabbalisti da una parte, e tra Terapeuti ed Esseni dall’altra, si debbono fare risalire a quell’epoca più antica in cui gli Ebrei si staccarono dal centro palestinese per andare ad abitare le sponde del Nilo, ove recarono seco, insieme al Testo della Legge, i germi di quelle tradizioni, che subirono poi sì ricca e rigogliosa vegetazione sul patrio suolo di Palestina.[22]La identità suprema di Esseni e Farisei che la storia presente contribuirà spero in parte a mettere in sodo, e che antichi e moderni autori di buon grado consentirono, non ne toglie di considerare la prima di queste scuole siccome quella parte che per le sue dottrine e le sue tendenze, diede più particolarmente origine alle istituzioni e ai dogmi cristiani; ed anche di questo sembra che la critica indipendente vada sempre più convincendosi. Questa prerogativa degli Esseni-Kabbalisti di aver generato il Cristianesimo da ma diffusamente trattata nel mioEssai sur l’origine des dogmes et de la morale du Christianismeci porge una naturalissima spiegazione di questi due fatti accennati nel testo; il primo è il nome di Terapeuti preso dai primi Cristiani, il secondo molto più momentoso è il silenzio degli Evangeli intorno la Società degli Esseni, silenzio non altrimenti esplicabile. Ma agevole torna il comprenderlo purchè si ammetta ad un lato che gli Esseni non erano che la parte più eletta, lafrazionespeculativa del Farisato, e che era quella da cui meno dessentiva la nuova dottrina. Non è nemmeno improbabile chei Dottori della Leggedi cui si parla ripetutamente nei Vangeli siano la indicazione di questa parte del Farisato. NelSaggiosopra rammentato mi sono ingegnato di porgere di questa congettura non pochi nè lievi indizi, tratti dai Vangeli e dai libri rabbinici.[23]Opera infinita, certo non capace di stringersi in una nota noi faremmo, ove noi volessimo tutte riandare le analogie che la Predicazione evangelica e il primitivo cristianesimo ci offrono colla società degli Esseni. Forse ne sarà dato accennarne alcune, e solo di volo nel seguito di questa istoria. Ciò che possiamo sino da ora additare al lettore istruito, sono le numerose figure, immagini, locuzioni, tratte dall’esercizio della Medicina, che ricorrono in bocca al Fondatore del Cristianesimo; le cure che egli prodiga agli infermi, laSaluteonde s’intitola la nuova dottrina, indizj tra altri infiniti che persuasero gravissimi autori antichi e moderni a vedere nello Essenato la prima origine d’onde uscì il Cristianesimo Evangelico. Nello scorso secolo Bahrdt e Venturini furono i più eminenti rappresentanti di questo sistema, e gli studi susseguenti nulla valsero a renderlo meno probabile.[24]Questo fatto, segnatamente per ciò che s’attiene a Filone, torna tanto più ammirabile quanto più erano tempi i suoi di gravi dissidenze religiose in Palestina. L’essersi serbato puro il nostro Filone di ogni labe eretica, non è ella nobilissima testimonianza dell’antichità e verità dell’ortodossia farisaica che Filone redò dai suoi maggiori trasportata in tempi più antichi in Egitto? Quanto al fatto stesso, vale a dire l’ortodossia di Filone, ci sembra indisputabile. Può trovarsi qua e colà nelle sue opere alcune, vuoi dottrine o interpretazioni che dissentono dalle dottrine e chiose prevalenti tra i Farisei; ma in primo non si può negare che il Farisaismo stesso era a quei tempi scisso in cento diverse frazioni le quali, tenendosi fra loro in bilico creavano in seno all’uniformità generale una varietà così pronunziata nei particolari, che avrebbe oggi faccia di paradosso e di eresia. In secondo luogo non è lecito pretermettere che Filone vivendo lontano, e ciò ch’è più, sequestrato dal centro religioso di Palestina, non poteva a meno di offrirci nelle opere sue qualche dissonanza colle idee colà dominanti. Nè faremo caso di altre cagioni non meno urgenti che produssero questo cotal disaccordo; la traduzione greca dei sacri libri diversa in gran parte dal Testo ebraico e sola conosciuta da Filone, lo scopo da esso propostosi nel dettare le opere sue, quello cioè da far conoscere le dottrine e la storia ebraica ai Pagani e che ispiravagli tal volta un linguaggio più acconcio a persuadere i suoi lettori pagani, che fedele alle vetuste dottrine degli avi suoi. Nonostante è innegabile che il genio, la sostanza, le tendenze di Filone e delle sue opere sono a dirittura farisaiche. Opera immensa sarebbe il raffronto tra le dottrine dell’uno e quelle degli altri. Momentosissima poi quella che si assumesse l’officio di trovare nelle costui dottrine i principali lineamenti, e non poche volte le formule istesse della teologia farisaica, o acroamatismo (Cabbalà) impresa che il signor Frank tentò in parte nella suaKabbale, éd. de Paris. Basterà qui che noi facciamo un breve assaggio delle strettissime attinenze che corrono fra Filone, e i Farisei o la tradizione in generale e ciò in una delle meno illustri delle opere filonianela vita di Moisèche noi preferiamo, trovandosi più agevolmente in mano ad ognuno per le recenti edizioni che ne vennero fatte. Ora noi mostreremo in brevissime note ciò che di singolarmente somigliante si trova in quest’opera tra le nozioni storiche, i giudicj, le dottrine eziandio di Filone, e quelle che suonarono famose tra i Farisei e che solo i loro libri, posteriori di gran lunga a Filone, ci attestano; prova se altra fu mai che la loro data risale molto più alto dei libri che le contengono, e che la lealtà dottrinale e religiosa dei Farisei repugna al supposto di una invenzione e alterazione per parte loro.—Divideremo i nostri rilievi in due parti—prima tutti quelli che si riferiscono a storia—poi quelli che si attengono a dottrine.A pag. 3. Dice di Moisè «Allora nato questo bambino pareva che dallo aspetto promettesse non so che più dell’ordinario.» Non si dee tacere che idee conformi si leggono nei monumenti tradizionali sul testo che diceE vide, (la madre)ch’egli era bello. Ora si dice, che nacque circonciso; ora che al suo nascere un gran splendore invase la stanza; ora che fu veduta con esso laSchehina.Tobche qui significa probabilmente bello, ha pure il senso di buono, e buono è nome che Dio ha nella teologia riposta dei Farisei, come ilPrimoe l’unodi Plotino corrispondente alPadredel Cristianesimo, e allaSapienzaoSofiadei Teosofi ebrei (Kabbalisti) ha esso non meno il nome diBuono(Agathos).A pag. 18 «Dopo le quali nozze egli incominciò ad essere pastore preparandosi in cotal guisa al principato, perciocchè l’arte pastorale ci dispone al regno, cioè al regime di uomini, greggia mansuetissima; siccome quelli che hanno i loro animi inchinati alle cose della guerra prima si esercitano nella cacciagione.... onde il Pastore ha certa somiglianza col Re. Anzi, per quanto io ne sento, non seguendo la comune opinione ma ricercando la verità, e rida chi vuole, solo colui può essere perfetto Re che ottimamente sa quello che si richiede a governare un gregge.Ora chi non resterà sorpreso leggendo nelScemot Rabbàle parole seguenti.Come fu provato Moisè? Nell’arte sua di Pastore. Così pure fu provato David e fu trovato egregio pastore conciossiachè egli traesse addietro i più forti tra il gregge per dar luogo a’ più deboli di cibarsi; mandava pure innanzi al pascolo le più tenere pecorelle perchè trovassero l’erba più delicata; quindi le vecchie a pascere l’erba mezzana, infine le giovani e forti a cibarsi della parte più dura. Ciò vedendo disse Iddio; questi che sì bene sa appropriare ad ogni età e temperamento il suo cibo sarà pastore del mio popolo. Così Mosè non fu altramente esperimentato. Dissero i nostri maestri: mentre stava Mosè pascolando la gregge di Ietro per i campi, fuggigli un agnello, ed avendolo rincorso lo trovò mentre si dessetava in un laghetto d’acqua. Disse allora Moisè: Non sapeva che tu corressi per la sete che ti molestava. Sei tu stanco? e così detto, lo prese, e messoselo sulle spalle se ne ritornava. Lo che veduto Dio, disse: Poichè tanto hai di pietà nel governo del gregge degli uomini, tu sarai pastore del mio popolo Israel.» e più oltre, «Dio non concede agli uomini grandezze se prima non sono provati nell’infime cose. Così due grandi uomini furono in vili offici esperimentati, e trovati fedeli, salirono a’ più magnifici stati. Fu David esperimentato nella pastorizia, e vedendo come ad ogni poter suo evitasse i colti onde di rapina non si cibassero le sue pecore, fu fatto pastore di popoli. Moisè pur esso, dice il Testo, pascolava le gregge dietro il deserto perchè le pecore sue non vivessero sugli altrui campi; quindi fu chiamato a pascere Israel, essendo scritto: Tu guidasti qual gregge il tuo popolo per mezzo di Mosè e Aaron.» I fenomeni portentosi che accompagnarono il nascimento di Mosè possono essere suggeriti dal desio comune di dare una tinta maravigliosa all’origine di uomini comunemente venerati. Ma il presente raffronto ci sembra ancor più significante.A pag. 41. Era l’acqua del fiume mutata in sangue, ma non agli Ebrei perciocchè attingendovi questi, diventava buona da bere. Quest’ultima circostanza taciuta dal Testo si trova solo nella Tradizione.A pag. 78.Perciocchè allora più mostrava di veder la bestia che l’uomo, il quale si dava vanto di vedere non pure le cose mondane, ma esso rettore e creatore dell’universo.Al vanto dl Balamo che si diceconoscitore della Mente di Dio(Veiodea daat Elion) i Dottori domandanoor come conosce la Mente di Dio colui che nè anco sa cosa voglia la sua giumenta?A pag. 108.Quivi(I Dottori interpetri della legge per ordine di Filadelfo)rapiti dallo spirito, profetavano non diversamente, ma tutte colle medesime parole non altrimenti che se alcuno avesse dettato a ciascheduno invisibilmente.Il Talmud parecchi secoli dopo Filone, e ignaro certamente dell’attestato di questi, ripete le stesse cose. Non è prova il deposto di Filone della preesistenza delle medesime tradizioni ai Dottori talmudici e non pone suggello alla loro veracità? Questa esattezza nel riferire le tradizioni storiche ci è arra della dote medesima nel riferire le tradizioni dottrinali. Ognuno comprende come laverità del fattosia considerazione estranea alle conclusioni che qui si traggono, perocchè la lealtà farisaica rimarrà dimostrata ogni qualvolta le loro narrazioni si palesino concordate dai più valenti scrittori, non pochi secoli vissuti innanzi a loro.A pag. 119.Di tale affetto di conversar con donna erasi spogliato Mosè già molto innanzi, quasi infin da quel tempo che incominciò a ricevere lo Spirito Divino, per esser sempre apparecchiato ad ascoltare gli oracoli della voce divina.Circostanza taciuta assolutamente nel Testo mosaico, nè vi ha frase che l’autorizzi. I soli a parlarne, a giovarsene eziandio per ispiegare non pochi passi del Pentateuco sono i Dottori. Donde tolse Filone questa circostanza? Io non so imaginare altra fonte che quella d’una tradizione nazionale anteriore alla emigrazione degli Ebrei in Egitto. Avesse anco attinto Filone nel centro Palestinese, rimarrebbe tuttavia verissimo che i Dottori talmudici nulla dissero che non corresse per le bocche ad ognuno, parecchi secoli innanzi; e che non pochi dettati i quali sembrano appartenere al patrimonio letterario dell’epoca loro, hanno radici in un’antichità che non eravamo usi sospettare. Alla pagina istessa Mosè è dichiarato,bello e forte di corpo. Ed anco di questo, solo la tradizione è maestra che appunto in Mosè trova il prototipo di tutti i Profeti siccome quello che erafortericco e sapiente.A pag. 120.In quei giorni ch’egli(Moisè)nel monte dimorò, imparava tutti i misteri del Sacerdozio.E questo è purissimo farisaismo, che vuole la Legge e i misteri della Legge imparati da Moisè nei giorni ch’ei stette sul monte.A pag. 137.Esse dunque(le Donne)avevano dedicati a Dio spontaneamente gli specchi avanti i quali erano avvezze ad abbellire la faccia come primizie dell’onestà del matrimonio.Che dal Testo apparisca essere veramente specchi cotesti, e dalle donne offerti, può darsi, ma l’intenzione e il pregio di tale offerta quali si descrivono qui da Filone, non si leggono che nei Dottori i quali vi veggono come Filone il simbolo e lo Stromento dell’amor coniugale onde tanto crebbe il popolo di Dio in Egitto.A pag. 161.Insegnando(nel sabato)il principe(Moisè)a guisa di Dottore ammaestrando e dimostrando a ciascuno l’officio suo il quale uso dura anche al dì d’oggi presso i Giudei.Nessun vestigio nella Bibbia di questa pratica; sibbene nella tradizione la quale fa risalire a Mosè la istituzione di cui si tratta e l’insegnamento al popolo nei Sabati e nelle Feste dei Riti odierni.A pag. 162.Stando Moisè sospeso nè sapendo con qual maniera di morte che a lui si convenisse, dovesse punirlo.Il Testo dice semplicemente che non sapeva qual pena dovesse infliggergli. Ella è solo la tradizione che ponendo in Mosè la certezza della pena di morte, gli fa sol dubitare in qual maniera dovesse essere eseguita. Le parole di Filone consuonano quindi perfettamente colla tradizione, meglio assai che col Testo il quale tollera che si supponga in Mosè il dubbio piuttosto, se fosse o no reo di morte. Ma la mèsse che noi andiamo a raccogliere del raffronto fra dottrine e dottrine è di gran lunga maggiore e più importante.A pag. 3. Filone fa notare come Mosèfu il settimo per ordine dal primo il quale venuto da straniere contrade diede principio al popolo ebraico. Qui tutto è farisaico 1º L’importanza conceduta aiNumeri. 2º La Santità del numero Sette. 3º L’osservazione medesima per ciò che riguarda Mosè è non meno esplicita nei Dottori, i quali adducono qual prova della stima in cui questo numero è tenuto, la elezione di Mosèsettimonella serie dei Patriarchi.A pag. 20. Filone trova nella visione del pruno che arde senza consumarsi un senso allegorico «il fuoco che non consumava la materia, dimostrava che coloro non dovevano morire i quali dalla violenza dei nemici erano calcati.» Questa interpetrazione è proposta e autorizzata dai Dottori.A pag. 22.Dirai primieramente loro, che Io sono colui che è, acciocchè imparino la differenza tra colui che è, e quello che non è; nè verun nome potersi convenevolmente dire di me del quale solo è l’Essere. E se egli avvenisse che per essere essi d’ingegno tardo, volessero sapere come io mi chiamo, mostra loro non solamente me esser Dio, ma Dio ancora di tre personaggi ec.Qui si noti:1º Filone dà perfettamente ragione alla più antica sentenza che vide nei due nomi più augusti di Dio—Ehie—Avajà—il concetto dell’Essere; e vince colla sua luce il falso bagliore di interpretazioni quali sono quelle proposte dal Prof. Luzzatto vuote di ogni merito, tranne quello, di essere da lui derivate.2º L’Essere, qual nome di Dio e superiore a quello stesso quadrilettere, consuona mirabilmente con quanto insegnano i Teosofi ebrei (Kabbalisti) i quali veggono nell’Ehieo Essere, la denominazione di unaSefiràoEmanazionesuperiore a quella che reca il secondo di questi nomi.3º Tanto conferma Filone aggiungendoche ove per ingegno tardo volessero saper come Io mi chiamo mostra ec., dove si allude manifestamente al quadrilettere usato dal Testo in quella circostanza e chiamato Dio d’Abramo ec.A pag. 28.Dieci afflizioni caddero sopra il paese, acciocchè quelli che avevano commesso ogni scelleraggine con perfetto numero di flagelli fossero battuti.Qui non solamente torna in campo il valore dei numeri, non solo il numerodieciè il prediletto dai Dottori e dalla Bibbia eziandio, ma ciò ch’è più, la teosofia recondita degli Ebrei trova neidieci flagelli d’Egitto, l’espressione, la imagine delle dieci emanazioni impure, specie di Antischemi ch’essi oppongono alle divine emanazioni.A pag. 29.Cotali(flagelli)però in tre ordini furono divisi.Ogni Israelita legge nei vespri pasquali l’antica sentenza di R. Iehuda che divide i dieci flagelli in tre serie,Dezah,Adas,Beahab. Questa gratuita partizione diventa così, più vecchia di circa due secoli.A pag 54.La vitale virtù della palma non come le altre piante e riposta nelle radici ma nel sommo messa, come ii cuore nel mezzo dei Rami la quale intorno intorno è custodita, come un Re dalle sue genti.Osservazioni dei Dottori a proposito della Palma festiva i quali aggiungono volere essa per questo significarel’unità d’aspirazione d’Isdrael verso l’Altissimo. Quanto alla Palma, ecco come si esprime il Sharon Turner I, 122, nota: «Vi è una tribù di piante chiamatemonocotiledonedove dall’avere un solo lobo per seme, appartiene a questo, l’ordine naturale delle Palme.»A pag. 82. È sensibile in Filone una interpretazione farisaica di un locuzione di Balaam. Questi aveva detto per Israele «popolo che qual lione si alza, nè riposa finchè abbia divorato la preda. I Dottori spiritualizzando il verso lo applicarono allepreghiere, alla Confessione di Dio che l’Israelita ripete, nel levarsi e nel coricarsi. Si oda ora Filone:nè ciò fatto anderà a riposare, ma vigilando canterà versi che significheranno la sua vittoria.» Ecco altritre secolidi antichità alle più umili o neglette tradizioni farisaiche.A pag. 104. Il Testo Biblico vieta le opere nel giorno di Sabato. Una esegesi razionalistica potrebbe non vedervi, che le opere le quali affaticano il corpo, non atti che si compiono quasi per trastullo, quale sarebbe cogliere un frutto, strappare una fronda ec. Filone però non è tra questi.Concede ancora il settimo giorno agli alberi e a tutte le piante qualche alleggiamento, perciocchè in tal dì è vietato levarne le frondi e le foglie e raccorre alcun frutto.A pag. 120. Filone traduce ilMicdasdi Mosè (Tempio) percittà sacra. Donde ciò? Una delle tradizioni farisaiche nella Misna vuole appunto che tutta la città di Gerusalemme sia detta Micdas e ne abbia a certi effetti le prerogative.A pag. 122. Il numeroCinquanta santissimo. Eccolo dunque col sette e col dieci, terzo tra i più venerati numeri nella teosofia tradizionale: degno pure è di nota l’epiteto disantissimo. Infatti il numero cinquanta appartiene alla emanazioneBinache ha per distintivo la santitàKodes, come altre, laverità(Emet), lacarità(Hesed) e via discorrendo.A pag. 124.Il giacinto rassembra nel colore l’Aere.E questo è ilTeheletdel Pentateuco e appunto come Filone dissero i Dottori, ilTehelet somiglia all’Aere. Pare dunque che a questa doppia autorità dobbiamo starcene, piuttosto che a problematiche analogie tratte dall’Etiopico come vorrebbe un Filologo scrittore del giornale Ebraico.Maghid.Anno 7º 13 e 14.A pag. 127.In tali figure(dei Cherubini sovrapposti all’arca)crederò che dimostrino le due antichissime ed incomprensibili potenze di colui che è la vera essenza, una delle quali crea, l’altra governa; per quella vien chiamato Dio, con cui tutto l’universale fabbricò ed adornò ma per la regale è chiamato Signore.Testo preziosissimo perchè informato senza meno delle idee teosofiche farisaiche. Basti dire (senza grandi sviluppi che il luogo non consente) che della sacra decade o dieci Emanazioni divine, la sapienza ch’è la vera essenza, come dice Filone, e appunto per ciò chiamataIes, Essenza, si parte nei suoi due attributi, o in unfiglioed unafigliacome si esprime il linguaggio simbolico di essa teosofia, e questi figli appunto sono in quella scienza stessa rappresentati dai dueCherubiniche poggiavano sul arca del Patto. Or quali idee esprimono essi? Tali osiam dirlo, che concordano mirabilmente con quanto Filone va significando. Il primo portato o figlio, è appunto la potenza creatrice chel’universo fabbricò ed adornòilDemiurgodei Platonici e comeCreatoreè pur ancoRivelatoree fonte dei prodigii, conciossiachè egli abbia dato le leggi al mondo; anzi che per esse leggi lo governi; ed è rappresentato dal nome tetragramma diAvoja, il secondo attributo ofiglia, è alla letterala potenza regale, come dice Filone ilRegno,Malhut, e come il nome lo significa, presiede al governo del mondo. Per questo officio lo chiama FiloneSignoree appunto per ciò ha per suo distintivo in quella Teosofia il Nome d’Adonai o Adon, e per far più mirabile l’analogia, il nome persino onde nel Testo Greco si vale Filone il greco titolo diKirieSignore, e appunto nel suo senso greco di Signore, conciossiachè sia cotesto uno dei residui della lingua greca di cui si giovò lo stile familiare e la teosofia dei Farisei.A pag. 130.Aveva(il sommo Pontefice)una piastra d’oro a guisa di corona scolpita di quattro lettere, di quel nome il quale è lecito d’udire e nominare nel sacrificio, solamente a quelli che gli orecchi e la lingua hanno colla sapienza purificato.Da cui tolse Filone questo divieto di profferire il nome quadrilettere se non nel Tempio? Non certo nella Bibbia che di ciò non favella; sibbene nella tradizione farisaica che appunto dispone doversi nel Tempio invocare Dio col nome suo quale si scrive, e fuor del tempio con quel diSignoree che per l’autorità di Filone si palesa veridica e più antica di parecchi secoli.A pag. 131. Ciò che segue è d’importanza ancor maggiore. «Tal nome dicono i Teologi essere di 4 lettere forse perchè significa i primi numeri, uno, due, tre, quattro, perciocchè nel quaternario tutto si contiene, e punto, e linea, e superficie, e solidità.» Si noti in primo luogo come Filone non sia tanto qui originale spositore, ma si faccia bensì interprete di ciò chedicono i teologi. Non sembra con queste parole mostrarci a dito la sorgente a cui attinse? Che sarà se troveremo pure gli insegnamenti conformi? In fatti iTeologiebrei veggono nelle quattro lettere del nome divino, nè più nè meno di ciò che vi trova Filone, o per dir meglio, ciò che vi trovano iTeologia cui accenna. Queste lettere sono laIod, laE, laVaue laE. Ora per la prima intendono la emanazioneSapienzadetta ora, Uno (ed in ciò consuona coll’Uno, oBuonodi Plotino e dei Neoplatonici) ora,punto, (Nekudda;) per la seconda, vogliono significare la emanazioneBinao intendimento, chiamata per la stessa simbologia matematica oradueoralinea(Kau;) per la terza accennano alla sesta emanazione ilLogo,DaatoBellezza, Tifheret, che è detto il terzo patriarca, Israel a cui è promessalarghezzasenza confini (Nahala Beli Mesarim) la quarta lettera, raffigura ilRegnoultima emanazione, (Malhut) chiamataGuf.... Corpo Solido, Profondità (Omek) ed anche quarto sostegno del trono,reghel rebihi. Aggiungiamo per i dotti, che qui in Filone come nelle prime evoluzioni del domma cristiano le due triadi principali della serie emanativa, Corona, Sapienza, Intendimento da un lato, e Sapienza, Logo e Regno dall’altro, si compenetrarono e confusero in guisa da sostenere talvolta l’officio gli uni degli altri.A pag. 136.Parimente nel Razionale, il quale alla regione(Logos)ogni cosa disponente, si rassomiglia, perciocchè faceva mestieri che il sacerdote che all’universal Padre porta preghi, adoperasse per avvocato il perfettissimo suo figliuolo, ad ottenere degli errori perdono.Il razionale è come ognuno sa un quadrato di porpora giacinto ec., che il sommo pontefice recava sul petto. Questo come tutte le altre parti del culto ha un senso simbolico, teosofico nella scienza recondita e nel suo gran codice il Zohar. Qual è questo senso nel razionale? Non so se m’illuda, ma parmi l’identità e non solo l’analogia d’idee, evidentissima. L’emanazione Tifheret, oLogosè per i Teosofi la ragione (Daat,Logos) ilfiglio, e per aggiuntaperfettissimo(Ben,Tam,Tamim.) Chi direbbe che ciò appunto significa il Razionale per i Teosofi? Eppure nulla di più dimostrato per chi legga nel Zohar, vol 2, pag. 230 e nel Meore Or. Di fronte a questa splendida conformità non insisteremo sull’officio diDifensoree per dirla nel linguaggio cristiano e che probabilmente Filone adoperò, diParacletoattribuito a esso figlio, Ragione. Diremo solo che neppur esso manca per completare la rassomiglianza fra il Logos o Ragione diFilonee il figlio o Ragione dei Teosofi Ebrei. Notiamo ancora di fuga che il nome di Razionale derivò, a quanto pare, a questa veste dall’epitetto Mispat di giustiziache porta nel Pentateuco.A pag. 145.Nè potendo fare di non credere all’oracolo, come mezzano e arbitro del divino concetto.Fraseologia incomprensibile se non si raffronti allo stile ed ai simboli teosofici dei Farisei, pei quali l’oracolo o l’eco, è loSpirito SantoilRegno, chiamato appunto Mezzano (Sirsur,emzahi,Malah)Interprete,Turcimanno(Torgheman) del divino concetto, cioè dell’Ideadel Logo, della Ragione.A pag. 157.Più oltre passando ed iltuttobestemiando, niente addietro lasciò.Bestemmiare iltuttoè frase che vuole spiegazione. Se la traduzione del greco è esatta, non è possibile astenersi dal vedere in questotuttooPan, uno dei nomi più legittimi di parecchie tralle emanazioni farisaiche col tutto.Ibid. La legge del Sacrilegio interpretata dai Dottori esige che il bestemmiatore si faccia ad esecrare il nome dl Dio, col nome di Dio stesso, Dio invocando contro Dio medesimo; e come dice il Talmud (Iacchè Iosà et Iosè) forma che altra non fu mai non so se più mostruosa o paradossale. Ma tanto più concludente se si troverà in Filone. Si oda lo stesso, a pag. 157....la sfrenata bocca obbedendo ec., sogliono senza dubbio bene spesso, o uomo, qualche mostruosa sceleraggine commettere. Or dimmi saravvi chi esecrerà Dio? Quale altro Dio a questa esecrazione chiamerà? Non chiamerà egli stesso contro lui stesso?Queste parole non han bisogno comento. Offrono un eloquentissimo indizio di quella fratellanza d’idee che noi asserimmo tra Filone e i Farisei.A pag. 158. Quando Moisè dice «Ognuno che avrà maledetto il suo Dio porterà il suo peccato.» Filone intende pegli Dei dei Gentili, aggiungendo,acciocchè nessun discepolo di Mosè si avvezzi a stimar poco il nome di Dio che sempre stimò. Giuseppe Flavio consente in quella intelligenza del Testo Mosaico col nostro Filone; ma finchè non fossero che questi due scrittori, un dubbio naturalissimo potrebbe sorgere non forse volessero per siffatta guisa amicarsi la opinione dei Pagani, e fare da essi estimare la legislazione mosaica. Ciò che ne interdice di così giudicare ella è l’autorità del Zohar, doppiamente preziosa, vuoi perchè chiarisce ingenua e spontanea la interpretazione dei due scrittori greci con essi consentendo, vuoi perchè ne porge un nuovo anello onde connettere costoro, e specialmente Filone, colla teologia acroamatica e coi principii che ispirarono al zohar la stessa interdizione di Giuseppe e Filone. Vedi mie note critiche al Pentateuco nell’opera mia Ebraica Em lamicra, Levitico Cap. 24.A pag. 159. La tradizione trova mal fatto chiamare il proprio genitore per nome, sia egli presente o lontano, e quando pure si qualifichi con qualsiasi titolo onorifico. Non è egli in sommo grado parlante trovare la stessa inibizione in Filone? «Perciocchè(egli dice)neppure il nome dei mortali genitori,quelli che osservano la pietàardiscono nominare, ma lasciando per riverenza i nomi propri, dei naturali si servono, chiamandoli Padre e Madre.A pag. 160. Chiama vera filosofia, alla quale l’Ebreo attende il giorno del Sabato, quella che in sè questi soli tre capi contiene,opinioni,detti, edopere. È degno di nota, da una parte come la tradizione esiga il riposo sabbatico, non solo nelle opere ma eziandio neidettie nelpensiero, astenendosi da parole o cogitazioni che non siano di preghiere o di studio; e dall’altro come il culto perfetto secondo i Teosofi ebrei consista appunto nella consacrazione deipensieri, deidetti, delleopere, al servizio divinoMahasabà,Dibbur,Maasè.A pag. 170. La legge di successione registrata nel Libro dei Numeri, tace del Padre, come erede del proprio figlio. Si oda Filone....perciocchè pazzia sarebbe credere che lo Zio come fratello del Padre fosse erede del figliuolo ed il proprio padre non fosse erede del figliuolo; ma perchè la legge di natura comanda che i figliuoli succedano nei beni dei padri e non i padri in quei dei figliuoli, di questi non parlò come di cosa di tristo augurio e contrario all’amore paterno.Accennònondimeno tacitamente che quel benefizio che ai zij permette doversi ai Padri ancora esser conceduto: Triplice conformità coi Talmudisti. 1º Nel riconoscere nel Padre il diritto di successione al figlio, nonostante il silenzio del Testo. 2º Nel valore conceduto alla causa di questo silenzio; cioè come cosa di tristo augurio; ragione che il Talmud stesso invocava nel trattato Batrà,Cap. 3º.—; 3º nel convenire che fa Filone, avere Mosètacitamente accennatoquesto diritto del Padre; sistema d’interpretazione in uso presso i Farisei i quali dal proibito incesto colla nipote, traggono per illazionede minori ad majusquella della figlia stessa e dalla parolaScèeroche si legge nel Testo Mosaico concludono doversi attendere anzi tutto al diritto del padre, veraceparenteecarnalecomeScèeroappunto significa.Noi abbiamo fin qui indagato nella intima natura di questi raffronti, il pensiero comune tra la tradizione farisaica e Filone; e crediamo avere il risultato risposto pienamente alla nostra aspettazione. Rimarrebbe però a desiderarsi che oltre queste concordanze di fatto che offre Filone colla tradizione, ci ponesse egli stesso sulla via per risalire alla origine della tradizione e qualche cosa dicesse che accennasse appunto avere egli da questa fonte attinto che noi presumiamo. Ognun vede la grande importanza di questo deposto di Filone, se pur vi fosse. Avventurosamente egli esiste ed è nei termini seguenti ai quali vuolsi gran peso concedere. «Ma io la invidia di costoro trapassando desidero esprimere di un tal uomo quello che mi hanno insegnato i Sacri libri che egli lasciò.... e cheio ho appreso da alcuni vecchi della nostra gente i quali sempre all’antica lettura, alcuna cosa solevano aggiungere, onde maggiormente la vita di lui ho potuto conoscere.» Questa preziosissima confessione pone il suggello a quanto fu da noi intieramente dimostrato per via di raffronti e la sorgente tradizionale non poteva essere meglio dimostrata a dito, di ciò che si fa in queste parole.(Vita di Mosè in principio.)[25]Revue des Deux-Mondes, V, 745.[26]Questo studio rigorosissimo di purità sino al punto di preterire doveri sì sacrosanti ci può far comprendere il valore di certe parole del Fondatore del Cristianesimo.Lasciate i morti seppellire i loro morti. Chi non odierà il Padre, la Madre, il fratello per amor mio non sarà degno di seguirmi. Donna, questi sono mia Madre e questi i miei fratelli.Non è nostro officio sindacare di queste sentenze il valoremorale; sibbene ilcritico. Ora noi fondatamente asseveriamo non d’altronde derivare se non da quel concetto che di se medesimo mirava a far prevalere e che altrove abbiam già veduto informare le sue parole; quello cioè diTempio vivo e vero ed erede delle prerogative tutte del Tempio reale allora esistente. Quindi per naturale illazione tutti i doveri che cessavano alle soglie del Tempio non potevano più avere niun diritto alla sua osservanza nè a quello dei seguaci. Vediamo infatti non per altro motivo giustificarsi da Gesù le infrazioni del sabato e delle leggi dietetiche se non dicendo esservi allora presente.Qualcheduno maggiore del Tempio.Notabilissimo poi è che ilZoardà la qualità diTempioal Dottore Cabbalista (Vol 3º Sez.Zau); nuovo indizio delle originiessenico-cabbalistichedel Cristianesimo.[27]Risulta dal Testo sacro per duplice motivo e in duplice senso, chiamarsi il Nazireo con questo nome, nel senso diseparazionee nel senso dicorona. Ciò prova come la nomenclatura biblica siapolisensa, e come bene si appongano i dottori, cercando, oltre la indicazione biblica, altro senso nel nome di quei personaggi. Non meno questo fatto resulta evidente nei nomi apposti ai figli di Giacobbe; per esempio, Giuseppe, ove anche il senso diritrarre,cessarel’onta dell’orbamento, è accennato dal Testo stesso, allato dell’altro più appariscente diaggiungere,aumentare; e di altri non meno, come avvertimmo nelle nostre note al Pentateuco in lingua ebraica (Em lammicrà, Genesi, cap. I). Questa multiformità di sensi può darci la chiave di alcune anomalie, non ancora perfettamente risolute; qual è, a mo’ d’esempio, la poca convenienza che si nota tra certi nomi biblici nella loroattual giacitura, e la etimologia che ne assegna la stessa Scrittura; cosìCainmal consuona colCanisti, da cui si vuole derivato;NoèconJenahamenu,SamuelconSeiltiv, ed altri, che nel nostro sistema avrebbero avuta altra significazione, eziandio taciuta dal Testo. Si spiegherebbe ancora come siano rimaste in credito certe derivazioni pugnanti colla esplicita dichiarazione del Testo, qual è, ad esempio, la origine del nomeMosè, secondo la Scrittura, dal verbo ebraicoMasae secondo Filone (Vita di Mosè) dal nome egiziano d’acqua,mos. Non è improbabile l’ipotesi che i primi cristiani siansi dettiNazareni, nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello dioriginarj della città di Nazaret, etimologia poco ammissibile, e per avventura immaginata quando l’antica origine dell’Essenato, cominciò a venir meno nella memoria degli uomini.[28]Chi sa che l’atto di Geremia nel propinare il vino ai Recabiti non sia una di quelle solite parodie onde i profeti solevano contraffare le prevaricazioni del popolo per fargliene rimprovero. Avremmo quindi l’iniziazione e il magistero profetico nei Recabiti eziandio, ai quali era dato il vino come antidoto, siccome ai suoi coetanei rimprovera Amos; e intenderemmo meglio le promesse fatte ai Recabiti da Geremia che suonano così magnifiche. È strana dopo le cose dette fin qui l’opinione di coloro che si ostinano a vedere nell’uso generoso del vino una preparazione necessaria e consueta all’officio di profezia tra il popolo nostro.[29]L’origine essenica del cristianesimo trova un eloquente riscontro nella foggia di vivere e di vestire del Precursore che da un lato risponde al suo prototipo di Elia di cui adempie le parti; dall’altro non meno bene si confà all’antico uso dei profeti e degli Esseni.[30]Dante è Maestro in siffatte similitudini; solo che alla Sapienza rivelata, alla Teosofia si sostituisca lafilosofiadetta da esso «la bellissima e famosissima figlia dell’imperadore dell’universo.»[31]A chi volesse vedere nellapurità e bianchezzadei Nazirei in Geremia, la delicatezza o candor della pelle, dimanderemmo ci dicesse perchè singolarmente si specificano qui i Nazirei. La similitudine poi dellaNeve, usata, come nota Rasci in Daniel, a indicare la purità delle vesti, non è tralle menome prove che mostrano quanto bene il padre di tutti i chiosatori si sia egregiamente apposto nell’interpretare per le vesti.[32]È questo uno degli infiniti esempj in cui la Pratica posteriore a Mosè soperchiandone i dettati o diversificandone l’indizio manifesto di una tradizione è coimperante in Israel colla legge scritta. Infatti la Storia biblica ci mostra in pratica ilNazerato perpetuo. Ma dov’è egli preveduto e regolato nel testo mosaico? In nessun luogo.[33]Abbiamo udito la scrittura parlare di santità a proposito dei Nazirei. Ora è bene che si sappia che ogni qualvolta il nome di santo è usato nel senso di astinenza o di perfezione religiosa la traduzione aramea è sempreParus. L’atto stesso del votarsi al NaziratoIafliè tradotto dal Parafrasta CaldeoJefares; da ciò il nome dell’angiolo apparso al padre di Sansone se in ebraico è dettoPeliin arameo è tradottoMeforas; nè altro è da intendersi nel titolo di Meforas dato dai Rabbini al titragramma se non il nomeseparatoedistintoper eccellenza. Qui sarebbe luogo di diffondersi sopra una obiezione speciosa che questo nome diParuspotrebbe suscitare contro l’antichità del Zohar. Tra le tante vestigia di tempi moderni che i critici vollero trovarvi, ora nello stile ora nelle dottrine, non mi venne fatto d’imbattermi in una che tutte le vince in speciosità e verosimiglianza e che pure mirabilmente si solve alla luce delle cose accennate. Le intelligenze superiori angeliche sono dette nel ZoarPeriscian: vale a dire intelligenze separate. Ora per poco che si abbia contezza della filosofia aristotelica, specialmente del peripatetismo arabico, facile sarà ricordarsi come in questi sistemi,intelligenze separatesiano dette le intelligenze angeliche perchè immateriali e incorporee. Come non dubitare di una traccia della filosofia araba e della sua fraseologia nelle pagine del Zoar? Nelle mie note su quel libro in lingua ebraica osservai che non v’ha ragione di credere piuttosto a una derivazione arabo-aristotelica e quindi posteriore, che ad una origine greca, platonica o aristotelica e quindi più antica, ove meglio non si accetti la originalità del Zohar nel coniare questo epiteto. Ora aggiungo che ilParus, usato dalle tradizioni aramee per indicare la santità in genere, conviene che nulla più, alla frase ed all’uso che il Zohar ne ha fatto, trattandosi d’intelligenze angeliche chiamate dai Profeti antonomasticamente Santi; e che ilMefarasdel Parafrasta Ionatan applicato all’angiolo è di una convenienza difficile a vulnerarsi col Perisan del Zoar inteso per gli angioli.[34]Il Talmud pare, è vero, non alludere che ad un oggetto speciale esclusivo, cioè di porsi in grado di offrire una specie di sacrifizio che solo la merce del Nazirato avrebbe potuto presentare. Tuttavia chi conosca come il Talmud Babilonico sia stato scritto più di sei secoli dopo i più bei tempi dell’Essenato; in terra, e tra costumi tanto dai loro diversi, non stenterà a credere che lo scopo universalissimo delHasidimnel farsi Nazirei, o per dir meglio la medesimezza dei due personaggi siasi circoscritta nel Talmud e considerata da un solo punto di vista.[35]Vegga il lettore tra i raffronti da noi stabiliti nella nota 3, pag. 90, tra Filone e la tradizione farisaica, la memoria di questa volontaria continenza mosaica nel filosofo alessandrino. Ragion di più per farle acquistare peso e autorità.[36]Questa stessa trasformazione dell’eccezione in regola del precetto morale in Cerelo, costituisce uno dei passaggi originarj dall’Etraesmo al Cristianesimo.[37]Questa bellissima idea, che Paolo presentò ai Pagani nella similitudine dell’ulivo selvatico, appartiene in origine ai dottori interpretanti la promessa ad Abraham:E saranno in te benedette tutte le genti della terra.Il verbo ebraicovenibrehu, che suonasaranno benedetti, è suscettibile dell’altro senso d’innesto, ed è appunto su questo che i Dottori insisterono veggendovi l’innestodi tratto in tratto operatosi, di un ramo gentile sul tronco ebraico.[38]Le istituzioni e gli offici sono come le scienze. Dapprima confusi e concentrati in una sola persona, non cominciano a distinguersi che in progresso di tempo. Perciò il sacerdozio fu anticamente centro in cui conversero tutti i rami del sapere e tutti i sociali maestrati, appunto siccome quello che tutti sovrasta. L’ebraismo stesso, per quanto non abbia seguito la legge comune, lenta, regolare del progresso, e sia sorto, come avverte l’autore del Kuzari (libro meditato pure da Guido Cavalcanti, come ci ammoniva l’illustre Mamiani), a guisa delle creazioni in unFiat; pure non è sì che la legge di unione primitiva non si verifichi in esso ancora comecchè per breve istante. Difatti è sentenza dei dottori corroborata eziandio da qualche cenno del Testo che nei sette giorni d’inaugurazione del tabernacolo il ministero sacerdotale fosse assunto e concentrato temporariamente inMosèsiccome Jerofante e Iniziatore, il quale da quell’ora in poi tornò semplice Levita e subordinato ad Aaron.[39]Non si attribuisca questovivere nelle tendea costumi tuttavia rozzi e primitivi. Nè i Cananei sposseduti, nè gli Israeliti erano allora in tal grado di barbarie da non aver ancora case costruite. Esempj di case anteriori a questi fatti non mancano nella Bibbia. Sin dai tempi di Mosè egli promette loro nella PalestinaCase piene di ogni bene che voi non avrete ricolmo; prevede e regolala costruzione di nuove casee impone ilriparosul tetto. Contempla e prescrive le regole per purificare le case colla demolizione delle antichemura, e colla introduzione di nuovomateriale. Egli è quindi indispensabile credere che se ai tempi tanto più posteriori di Devora i Cheniti abitavano sotto le tende, così facessero non per altra cagione di quella che indusse a così fare i loro nepoti a’ tempi tanto più moderni di Geremia, che il vide e li lasciò viventifuori della città sotto le tende.[40]Isaia, cap. 1.[41]Lo avere questa sentenza origine nel Zohar, lungi dal detrarre del suo valore ne accresce anzi il pregio per ognuno che ricordi essere a senso nostro non altro gli Esseni che i predecessori dei Kabbalisti o Teosofi moderni, appo i quali si troverebbe pertanto la stessa denominazione diEunuchi.[42]Questa lezione era da lungo tempo scritta quando mi venne fatto d’imbattermi nel florilegio talmudico (En Israel), ediz. Königsberg, e preceduto da bella e dotta introduzione di scrittore moderno. L’autore, ragionando intorno ai versi d’Isaia di cui è parola, esce fuora con questa interpretazione, che se non coincide appuntino colla intelligenza che qui si attribuisce al Testo, pure di molto le si avvicina, e stabilisce un principio e accenna una idea generale che non può trovare la sua realtà concreta, il suo adempimento storico, che nella ipotesi nostra. Ecco le sue parole: «Vuole Isaia significare come allora vi fossero uomini assai che renunciato avevano ad ogni piacere mondano, nè tolto avevano donna; ma attendevano in solitudine con grande amore al culto religioso, nel Tempio divino, e tanto avveniva altresì degli stranieri, vale a dire dei Gabaonti.»[43]Pel lettore che sa di ebraico non fan mestieri spiegazioni. Pegli altri, diremo solo che tutto il ragionamento presente tende a provare come il verboOmed lefanaiusato in Geremia a proposito degli Esseni, è suscettibile, in forza degli arrecati esempi, dei sensi che qui si accennano.[44]Tra i trasportati in Babilonia, la storia biblica annoveracharas veamasgheralla letterafalegnami e fabbroferrai. La tradizione ne fa altrettantimaestri e dottori; ed è notabile: primo, che Masgher può avere senso di claustro, di reclusione, e poi che il Talmud Gerosolimitano su questo verso (Nedarim, IV) chiosaEllu ahaberim,Sono questi i soci. Quanto questa frase convenga agli Esseni ognuno il vede; e non si sarà dileguato dalla memoria dei lettori quanto congetturava il dottissimo R. Rapoport intorno al senso della parolaEsseniche vale al dire di lui quantosocio,compagnodaJsoArameo. Sotto altra forma l’appellativo di socio è attribuito ai Farisei nel nome Amit (Talmud Tract Sciabuot, cap. IV). Quanto alla identità originaria di Esseni e di Recabiti non d’altronde sembra muovere l’Heckers, (Istoria della medicina, 42) se non da tale premessa, quando scrive: «Gli Israeliti, spezzato il giogo di Babilonia, si dedicarono alla vita contemplativa e solitaria e fondarono la setta degli Anacoreti(Geremia XXXV),i quali privi delle scienze naturali operano colla fede e cogli scongiuri cure portentose.» Qui ognun vede come Recabiti ed Esseni pongano in comune i loro caratteri.Prima di abbandonare la questione dell’origine degli Esseni, facciamo qui alcuni rilievi che recenti letture ci suggerivano. Il senso da noi dato agliEunuchid’Isaia, quello di precursori ed antenati degli Esseni, fu avvertito da un Critico alemanno autore delBiccoret Attalmud, pag. 273; se non che non diè valore aiProseletiche allato degliEunuchifigurano nello stesso luogo d’Isaia (cap. 56), e ch’è indizio eloquente dell’origine da noi propugnata. Quanto all’origine dai Nazereni, mentre è consentita da valenti scrittori tra cui ilGraetz, è invece combattuta dall’autore sopra ricordato. Ond’è che non sarà discaro udirne le ragioni, e pesarne la forza. Egli si giova di quanto si legge nel Talmud (Nedarim X)essere usi gli antichi Hasidem di far voto di Nazer; dunque ei conclude, eran costoroKasidim(cioè Esseni) prima che si votassero Nazirei. Il lettore ricorda come cotesto passo fosse da noi noverato tra gli indizi che ci favoriscono. Questo senso ostile che gli si vuol dare non ci par serio; sia perchè può avere appunto inteso il Talmud di svelarci l’origine e il carattere primitivo dei Hasidim; sia perchè il Talmud stesso per le ragioni altrove accennate, può non aver avuto un’idea assai chiara di una origine puramente storica e di piccolo o niuno religioso momento. Il Talmud altrove (Chidduscin, 71) offre un curioso passo che diè luogo ad un antico comentatore (Moarscia) a trovarvi un’allusione agli Esseni sotto il nome di Nazirei. Il Talmud così si esprime «Colui che dicesse: Sarò Nazireose non svelo i vizj di origine delle famiglie, sia Nazireo e non le sveli.» Qui il Moarscia chiosa dicendo:Si dee intendere mercè quanto scrive Giuseppe, esservi stato durante il secondo Tempio una setta detta dei Nazirei, che amavano la solitudine e i deserti per non cadere nel peccato di maldicenza. Perciò si legge che se taluno dicesse sarò Nazireo se non svelerò ec. sia Nazireo, poichè tale n’è invero il costume per quanto sia cotesto un voto non da tutti laudato a cagione delle astenenze che importa. Tuttavia peggior cosa sarebbe se per annullarlo si permettesse la maldicenza. Quindi si taccia e sia Nazireo.Questo senso dà noia all’autore rammemorato del Biccoret Attalmud: (pag. 279) ma s’è vera la intelligenza ch’egli ci porge, non si comprende come rimanga fermo il voto e sia Nazereo mentre la condizione apposta, cioè quella di propalare le turpitudini delle famiglie non si verifica nè si permette che si verifichi. Quindi ci pare probabile il cenno agli Esseni che vuol trovarvi ilMoarscia; ed in ogni caso, è questa prova novella come non appena i nostri scrittori ebbero a narrare o a ragionare degli Esseni, li qualificarono senza esitanza quali veri e propriNazirei, ossequio spontaneo e tanto più concludente in favore della loro affinità originaria. L’autore medesimo, non a bastanza penetrato dei vincoli strettissimi che uniscono il Farisato nei suoi gradi più eminenti colla società degli Esseni, va in cerca di contradizioni tra l’uno e l’altra. Fra queste pone ilbianco vestirein onore nella seconda, in odio presso i primi, e cita il Talmud Sota 22 e Meghilla 24. 2. Ma che cosa si legge invero in ambo i luoghi? Nel primo:Il tribunale supremo si vendichi di coloro che si cuoprono di Gundé?Che cosa èGundé? Per l’autore, così pare,abito bianco. Non così però perRasciil quale chiosa addiritturaabito nero. Volesse pur direbianco; non sarebbe altro che un denunciare la ipocrisia di coloro che prendevano le sembianze esteriori degliOttimisenza averne le virtù. Il secondo suonaChi dicesse non officierò nel Tempio con abiti di colore non officii nemmeno coi bianchi. E i comentatori: perchè era il bianco vestire costume deiMinim(eretici); ma 1º Non si vuol egli distinguere tra il bianco vestirevolontariodegli Esseni e l’obbligatoriodi questi Minim? Sappiamo non meno che gli Esseni vestivano talora diversamente; di sacco p. e. 2º Probabilissimo è poi che inMinims’intenda iprimi cristianicome talvolta significa veramente; e se così fosse, nulla di strano che il costume adottato da costoro tornasse odioso a quegli stessi che lo avevano usato poc’anzi. È questo nella natura dell’uomo, e corroborato da esempi? nostrali. Il Decalogo fu soppresso nella orazione del mattino a cagione dei Minim; anche qui probabilmente cristiani, che ridussero tutta l’antica legge al solo Decalogo. 3º Infine insigniFariseivestono di bianco nel Talmud e ne vanno ivi stesso celebrati, come ragionando del costume vedremo. Si dirà ancora ch’era tal costume in odio?
[1]Sicarj si chiamavano iterroristiebrei che volevano spinger la resistenza alla signoria straniera sino all’estremo e con tutti i mezzi. I Vangeli, se non erro, vi alludono.[2]Udremo fra non molto Plinio, qualificare gli Esseni col nome digente che non muore mai, e tra cui niuno nasce.[3]A quai paesi corrisponde la nordica regione del Caucaso? Se io non vado errato, ai paesi anticamente conosciuti sotto i nomi di Frigia e Bitinia. E questi paesi che nomi recano nella Santa Scrittura? Null’altro, dice il Bochart, e dopo di esso autori parecchi, che quello di Aschenaz. E per quantoAskenazsuoni diverso nella lingua ultima dei Rabbini, e nel valore che l’uso da lungo tempo gli annette, quello cioè di Germania; nonostante, ai Dottori, organi veri, legittimi di tradizione, non mai avvenne usare per GermaniaAskenaz. Che dico? Sono essi per contro che il suggello appongono alla Interpretrazione del Bochart, e tutto il peso vi aggiungono del numero e della tradizione. Abbiamo detto, non è molto, il Parafrasta di Gerusalemme tradurre Aschenaz per Asia: ora non è egli solo che all’uopo ci ajuti. Egli è ilRabba, che l’Askenazdella Scrittura ci presenta in Asia. Egli è altresì il Talmud di Gerusalemme, cheAsiaegualmente sostituisce adAskenaz. Non basta: ma, cosa più sorprendente, vi ha un nome d’un popolo tra i figli di Jafet e tra i popoli Giapetidi, che il nome reca di Tubal. Ora, o signori, che cosa è Tubal?Bitinia, vi risponde aperto il Talmud Jerosolimitano;Essenia, vi risponde aperto egualmente il Medras. Duplice asserzione che a vicenda si rischiara, che a vicenda s’illustra, che ci rimena col pensiero alla Bitinia, che, secondo Tolomeo, il Klaproth e il Dubois, fu specialmente contrassegnata col nome diAsia. Egli è, insomma, quel cumulo maggiore di prove che sia lecito desiderare onde mettere in sodo la esistenza di una particolare regione denominata Asia, e per giustificare il Talmud.[4]Si dice, è vero, Scuolaeleatica,cirenaicaeditala; ma non si dice, od appena,eleati,cirenaicieditali.[5]Vi sono alcuni testi rabbinici antichi, che farebbero credere essere stati piuttosto i discepoli di Zadoc e Baitos, ch’eglino medesimi, i fondatori delle sètte di questo nome. Ma posto ciò eziandio, riman ferma la esistenza storica di Baitos, e la derivazione da esso del nome della setta. Quanto ai Sadducei, setta a questa collaterale, la critica moderna si è permessa da poco in qua un congetturare senza limiti e senza freno. Lo spirito caraitico e antitradizionale che informa alcuni distinti suoi corifei, fece trovare nel nome di Sadducei un senso eminentemente encomiastico, facendolo derivare da Zaddik,giusto. Altri fece risalire iSadduceiaZadok, antico sacerdote a’ tempi di Salomone, e vide per conseguenza in essi un partitosacerdotale. Il Sig.Renan, nella recente sua operaVie de Jesus, fece altrettanto rispetto alBaitusei, che volle derivati da unBöethuspontefice di questo nome. Sarebbero, dunque, eSadduceieBaituseidella famiglia sacerdotale. Qualunque sia il fondamento di questa congettura, egli è certo che il sacerdozio costituiva ai tempi di G. C. un partito ostile aiFarisei, tanto per le tendenze politiche, quanto per le dottrine religiose. E di ciò abbiamo autorevoli documenti nel Talmud, nè il sig.Renanne dissente minimamente. Solo ci pare ch’ei non tragga tutte le conseguenze che da questo fatto derivano, nella discussione dei grandi problemi ch’ei si è proposto. Ma qui non è luogo a parlarne.[6]Il nome talmudico Baitos è identico alBœthuspagano. Vi fu un Bœthus stoico, contro cui scrisse Porfirio un Trattato sull’Anima. V.Enneades de Plotin, trad. par Bouillet: Paris. Vol. II, p. 68.[7]Il Talmud è pieno di allusioni alla setta dei Baitusei; e quanto di essa si legge, delle dottrine e costumanze, nulla offre di analogo a quanto sappiamo d’altronde di certa scienza intorno la società degli Esseni.[8]L’illustre sig. Frank, autore dellaKabbale, notò a buon diritto come nella identificazione suprema dell’Essere e del Pensiero precorresse la Teologia ebraica alle ultime dottrine prevalse in Germania. Ciò che ci reca ad una più alta antichità, che ne fa risalire alle Bibliche sorgenti, e che perciò stesso rivela nelle viscere dell’idioma biblico l’arcana dottrina teosofica che per entro vi circola, è questa sinonimia profonda di Essere e Pensiero nella radiceIes, onde qui si discorre. In un ordine poco diverso d’idee abbiamo, nel verboIadah, conoscere, un’altra non meno ammirabile sinonimia diConoscenzaeAmore. Noi renunciamo a citare il nome di Benedetto Spinosa, e ciò che nella suaEticapertratta. È noto come i due attributi della Sostanza sieno per esso ilpensieroe laestensione; e ciò che vi ha di acroamatismo ebraico nelle dottrine di Spinosa, ciò che costituisce la sua deviazione dall’acroamatismo ortodosso, ci studiammo di porre in luce in un articolo in idioma francese dettato, nel quale prendemmo a rilevare alcune mende nelle quali ci sembrò incorrere l’illustre sig. Emilio Saisset, nell’egregio suo lavoro pubblicato dallaRevue de deux Mondesintorno aMaïmonideetSpinosa.[9]Solo nel secolo scorso, e tra gli Enciclopedisti sarebbe suonata una eresia filologica l’additare nell’Ebraico l’origine di un vocabolo greco. Erano costoro così lungi dall’immaginarne perfino la possibilità, che tra le più speciose obbiezioni che mossero contro la originalità e santità delle sacre scritture, sì fu il nome di Giove pagano, che dissero origine e modello del nome ineffabile del Dio d’Israel, senza riflettere che gli Ebrei avrebbero dovuto andare a cercare il tipo immaginario non già in Grecia ove Giove ebbe nomeZeus, ma in Roma, anzi in Etruria, sin dove lo raggiungono gli studj moderni. Per essi, il Sole delle origini non sorgeva più dall’oriente; e bene stava cotesto ragionare in bocca di chi cantò per Caterina Seconda:—C’est du nord qu’aujourd’hui nous vient la lumière.I progressi della scienza hanno ricollocato nell’oriente la sorgente della luce morale, siccome non cessò mai di essere il fonte della luce che ci rischiara; e basta aprire un lessico moderno per comprendere ad un solo sguardo qual parte segnalatissima sostenga l’idioma ebraico, e in generale sostengono le lingue semitiche, nella formazione delle lingue occidentali; comecchè si collochino nella famiglia delle indo-germaniche, e se ne cerchi la prima derivazione o almeno la forma loro più antica, nella lingua sanscrita.[10]Quanto volentieri rendiamo omaggio alla non infelice interpretazione del nome Esseni dal grecoIsosamici, confidenti; altrettanto ci ripugna il credere, come vorrebbe persuadercene l’illustre Rabbino, che lo stesso vocabolo greco abbia derivazione ebraica, e tragga origine dall’incertissimoHozeoHazutd’Isaia, XXVIII, 15, 18, spiegato nel senso greco di Amicizia e Confidenza. Basti dire che l’esempio ebraico è unico in tutta la Bibbia in questo senso, mentre appena un uso frequente, quasi universale, basterebbe ad autorizzare il supposto di un passaggio dall’ebraico al greco; che questo senso stesso è almeno problematico, stando ilGeseniusper altro, il quale non tollera questa assimilazione coll’Isos greco; e che infine meglio che la interpretazione dell’uno o dell’altro a noi arriderebbe l’ipotesi che qui non si tratta, nelHozeoHazutd’Isaia, che di un sinonimo assai più antico, più nobile e più puro delGaluidi Geremia, Cap. XXXII, 11, che vale probabilmente quantoattestato, o almeno documento pubblico che accerti la esistenza di un contratto: e vale alla lettera,ScuopertooAperto, come Hoze o Hazut suona pure alla lettera,quello per cui si vede, oveduta. Ove non si voglia dire piuttosto che ilpattoper eccellenza, l’alleanza con Dio, essendo sancita per opera di una rivelazione, questa viene usata come sinonimo di patto nella parola Hoze o Hazut, per indicare l’alleanza col genio della Morte o dell’Inferno. Inoltre, parci l’illustre Rapoport caduto in una strana illusione quando trova affine alHozed’Isaia, l’araboHaz, stringere patto, unirsi; mentre è evidente che questo verbo arabo non ha rapporto che coll’ahazebraico e coll’ahadarameo,stringere,unire.[11]Esodo, cap. XV, v. 26.[12]Proverbi, cap. III, v. 8.[13]Vi fu tra i Dottori chi intese in questo senso la signoria predetta dal Genesi all’uomo sopra le altre creature. Non si può negare che la frase nulla scapita, così intesa, della sua sublimità.[14]Salmo XXXXI, v. 5.[15]Isaia, VI, v. 10.[16]Isaia, LVII, v. 18.[17]Geremia, VIII, v. 22.[18]Opera infinita e certo non capace di stringersi in una nota noi faremmo, ove volessimo tutte riandare le analogie che la predicazione evangelica, il primitivo cristianesimo, ci offrono colla società degli Esseni. Forse ne sarà dato accennarne alcune, e solo di volo nel seguito di questa istoria. Ciò che possiamo sino da ora additare al lettore istruito, sono le numerose figure, imagini, locuzioni tratte dall’esercizio della medicina che ricorrono in bocca al Fondatore del Cristianesimo, le cure ch’egli prodiga agli infermi, laSaluteonde s’intitola la nuova dottrina; indizj tra altri infiniti, che persuasero gravissimi autori antichi e moderni a vedere nell’Essenato la prima origine d’onde uscì il Cristianesimo evangelico. Nello scorso secolo, Bahrdtt e Venturini furono i più eminenti rappresentanti di questo sistema; e gli studj susseguenti nulla valsero a renderlo meno probabile.[19]Amici solo del vero, e rinunziando alla spuria gloria di aver ammaestrato Platone e Pitagora che alcuni Padri sognarono in favore dell’Ebraismo, ci acquistiamo il diritto di ripudiare egualmente una non meno falsa sentenza; cioè che l’Oriente semitico sia andato a scuola dei Greci, dei Romani, e anche degli Etruschi e antichi Italiani. Sistema dismesso dopo i tentativi invano assaggiati dal Biscioni, dal Mazzoldi, in favore delleorigini italiche; ma che il sig. Gherardi tentò d’inverdire in un’opera recente, che ha, se non altro, il merito dell’eleganza e della erudizione. Ci duole aggiungere che non ne ha altri, e che vi manca quella nota impreteribile in ogni storica pertrattazione non solo, ma anche di un buon romanzo, laverosimiglianza. L’ebraismo ha una gloria più legittima e non men bella da vantare; quella di aver ammaestrato per mezzo della primitiva rivelazione i maestri stessi di Pitagora e di Platone, i legislatori, i Tesmofori e i poeti-teologi di Grecia e d’Italia: e questa e la Grecia a loro posta hanno titoli più legittimi che non il primato sull’oriente semitico; quello di avere sviluppato quei germi che l’Oriente vi dispose, in guisa che invano sariasi desiderato da popoli diversamente temprati, conciossiachè, nella guisa stessa che non ogni terreno è capace di fare allignare ogni sorta di pianta, così non ogni popolo è capace di fare fruttificare certi principj. I Dottori nostri, colla teoria loro deiSarimogenj de’ popolitutti necessarii e che nel loro insieme costituiscono la vera e completaMercabà, cioè il carro che Dio stesso conduce e guida, gittarono le basi della più altafilosofia della storiache capir possa in mente mortale.[20]Il dotto signor Munk è sventuratamente afflitto da quasi completa cecità.[21]I fatti dall’illustre sig.Frankallegati, se provano improbabilissima un’influenza decisiva tra le due capitali e le due civiltà, non bastano però ad escludere ogni qualsiasi ascendente. Questo anzi è provato da quelle non scarse nozioni che di Alessandria e del suo ebraismo tralucono negli scritti dei dottori, e da quelle comunicazioni che la mercè dei viaggi intrapresi da varj cospicui dottori, non cessarono di rinnovarsi di tratto in tratto tra i due paesi. Il Talmud è ricco di notizie intorno all’organamento dell’ebraismo nella capitale dei Tolomei. Si rende ragione dei tribunali ebraici di Alessandria (Talmud Ketubot 25, 1), si magnifica la ricchezza delle sueBasilichee delle Cattedre su cui siedevano pro-tribunali settanta dei più cospicui fra i cittadini; si descrive la magnificenza e le forme del culto, sino ai più minuti particolari della costruzione di quel tempio (Talmud Succa Babilonico e Gerosolomitano). Si mostra contezza delle loro arti (Moed Katan 26), degli abusi, delle prepotenze che si usavano sulle fidanzate altrui (Mezihà 104, 1), dei loro costumi dissoluti (Medras Ester in principio), della loro propensione alla magia (Ibidem e Kidduscin 49, 2). Ma ciò che più monta, sono i viaggi che si narrano dal Talmud colà intrapresi in varie epoche dai dottori Palestinesi. Non parleremo diOnia, che sugli esordj del secondo tempio, si recò dalla Palestina in Egitto, e vi fondò quel tempio che ne porta il nome. Si disputa nel Talmud se il tempio elevato da Onia in Egitto fu tempio dedicato al culto del vero Dio, o a un culto idolatrico. La prima opinione sembra prevalere. Ciò che importa non meno sapere, è una curiosa aggiunta che il Maimonide si permette fare nella storia del soggiorno di quest’Onia in Egitto, della quale, a quanto io mi sappia, non vi ha memoria negli antichi monumenti rabbinici. Il Maimonide, nel suo comento alla Miscnà (Trattato Menahot), ragionando di Onia, ne fa sapere che trovato avendo costui in Egitto una setta per nomeKabtazar, con essa si accontò o per dir meglio si fece suo capo.Kabtazarè invero il nome che si legge almeno nel comento stesso voltato dall’arabo all’ebraico. Però era naturale in me il dubbio che qualche altro nome ben altramente storico, sotto queste mentite sembianze si nascondesse. Infatti, la idea mi occorse che per questo nome guasto e corrotto diKabtazar, si volesse significare per avventura iCopti; e per quanto la congettura mi sembrasse non infelice, pure non mi attentai a soscrivervi seriamente se prima non ebbi e l’attestato di antico documento e l’adesione di uomo competentissimo. Questo è l’illustre amico mio sig. Salomone Munk, socio dell’accademia delle Iscrizioni e belle lettere di Parigi, al quale m’indirizzai in cerca di notizie; e che con isquisita benevolenza risposemi nei termini seguenti: «Quant au mot Kabtazar, sur le quel vous me faites l’honneur de m’interroger, c’est tout simplement une faute d’impression, ou une faute de copiste dans la version hébraïque de commentaire de Maïmonide. La véritable leçon estKobt Masr, et comme vous l’avez bien deviné dans un premier moment il s’agit ici des Coptes anciens ou des Egyptiens indigènes, par opposition aux Grecs qui depuis Alexandre s’étaient établis en grand nombre en Egypte. Maïmonide veut dire qu’Onia gagna un grand nombre d’Egyptiens indigènes, qu’il convertit au Judaisme. (È questo fatto principalmente che Maimonide introduce nella istoria, senza che si possa scuoprire d’onde derivato). Les motsKobt Masr, sont généralement employés par les auteurs arabes pour désigner les anciens Egyptiens sous les Pharaons ou leurs déscendants à l’époque des Grecs et celle des Arabes. Encore aujourd’hui on appelle ainsi les chrétiens d’Egypte que nous designons ordinairement par le nom de coptes, et que descendent d’une race mêlée d’anciens Egyptiens et de Grecs. (Qui il dotto sig. Munk trascrive il testo arabo, e aggiunge.) J’ai fait copier ces mots arabes d’un manuscrit de la Bibliotheque imperiale que j’ai apporté moi même d’Egypte en 1810.» Senza più oltre aggiungere di Onia, è celebre il viaggio di Jeosciuah Ben Perahia, quegli stesso che a detto del Talmud fu precettore di Gesù, il quale insieme al maestro si sarebbe recato pur esso in Alessandria. Il Talmud ci conservò la Epistola che da Gerusalemme fu spedita alla Sinagoga d’Egitto per affrettare il ritorno del prenominato dottore. Ella è così concepita:Da me, Gerusalemme città santa, a te Alessandria. Lo Sposo mio dimora presso di te, ed io me ne sto in solitudine.Il dotto sig. rabbino Rapoport, nel suo Erech Millin altra volta citato (pag. 101), pare volere confermare questo viaggio di Gesù in Egitto con quanto narrano i Vangeli della fuga in quel paese. È noto però come questa avvenisse nella più tenera infanzia del fondatore del Cristianesimo; mentre il viaggio onde si narra nel Talmud sarebbe stato eseguito nella sua gioventù, anzi poco prima della sua rottura colla Sinagoga. Tuttavia non è a tacersi che di questo viaggio eseguito da Gesù nella età virile, narravano i Carpocraziani, antichissimi eretici, quando dicevano: «Que J. C. avait choisi dans ses 12 disciples, quelque fidèles amis, auxquels il avait confié toutes les connaissances qu’il avait acquises dans le Temple d’Isis, ou il etait resté près de treize ans a s’exercer à une étude pratique, dont on lui avait donnée la théorie pendant son enfance instruite et formée par les Prètres egyptiens.» (La Maçonnerie considerée comme le resultat de la Relig. egypt. juive et chrét., par R. D. S.; vol. I, pag. 289). Ciò pone almeno in salvo la buona fede dei Talmudisti, e l’antichità della tradizione di cui si fecero interpreti. Ella è attestata da un documento non meno antico, l’Evangelo di Nicodemo. In questo, tra le altre cose, gli Ebrei accusano Gesù che «arrivé àcertain âge fut contraint de chercher fortune en Egypte, ou il apprit quelque secret; qu’il retourna dans son pays en Judée, et que par ce moyen il fit de la magie» (Ibid. vol. I, pag. 445). Il Talmud Gerosolimitano racconta di un altro viaggio posteriore, che Jehouda Ben Tabai ed un suo discepolo intrapresero nell’Egitto. Simone Ben Sciattah, capo dei Farisei, fuggì in Egitto per torsi alla persecuzione del cognato suo, il Re Janneo, amico dei Sadducei. Quindi R. Jeosciuah Ben Hanania, soprannominatolo Scolastico, visitò pur esso l’Egitto; e il Talmud racconta dei colloqui avvenuti colà tra il dottore Palestinese e gli Ebrei ivi stabiliti. Un altro dei più illustri Tanaiti, R. Johanan Asandellar, era di Alessandria (Talmud Gerosolomitano, Haghiga cap. III). Più tardi, troviamo domande in fatto di riti, dirette da Alessandria ai dottori di Palestina (Talmud Gerosolomitano, Kidduscin cap. III), e circolari da questi alle Sinagoghe di Alessandria (Talmud, Irrubin cap. III). R. Abhu, familiare nella Corte di Cesare, vi si recò esso pure e v’introdusse l’uso delle Palme nel primo giorno dei Tabernacoli caduto in Sabato (Ibidem). Tutti questi viaggi, dei quali il più antico è appena contemporaneo a Filone, non possono avere esercitato un’influenza decisiva nè sopra la di lui filosofia, nè sulla istituzione dei Terapeuti, che Filone descrive come da lungo tempo ivi stanziati e stretti in consorteria; e la ignoranza almeno parziale di quanto accadeva in Palestina, è prova in Filone di non aver subìto se non indirettamente l’ascendente palestinese. Forse anche meno probabile è l’altra ipotesi di un’azione qualunque esercitata dalle dottrine alessandrine sulle idee in Palestina, e quindi nella formazione della dottrina cabbalistica e dell’Essenato. Chi rifletta alle rare occasioni di contatto tra i pensatori delle due sinagoghe; all’autorità e preminenza che dovevano avere necessariamente i dottori di Palestina sulle sinagoghe straniere; alle antichissime menzioni che vengono fatte di una scienza acroamatica nei libri talmudici, rappresentandola come già esistente fin dai tempi d’Illel; soprattutto alle antichissime tracce dell’Essenato non solo in Giuseppe Flavio e in Plinio, ma, ciò che più monta, in Filone e forse anco nei Maccabei; agevolmente andrà convinto, che se molte strettissime attinenze, se molte somiglianze parlantissime si rinvengono tra Filone e i Cabbalisti da una parte, e tra Terapeuti ed Esseni dall’altra, si debbono fare risalire a quell’epoca più antica in cui gli Ebrei si staccarono dal centro palestinese per andare ad abitare le sponde del Nilo, ove recarono seco, insieme al Testo della Legge, i germi di quelle tradizioni, che subirono poi sì ricca e rigogliosa vegetazione sul patrio suolo di Palestina.[22]La identità suprema di Esseni e Farisei che la storia presente contribuirà spero in parte a mettere in sodo, e che antichi e moderni autori di buon grado consentirono, non ne toglie di considerare la prima di queste scuole siccome quella parte che per le sue dottrine e le sue tendenze, diede più particolarmente origine alle istituzioni e ai dogmi cristiani; ed anche di questo sembra che la critica indipendente vada sempre più convincendosi. Questa prerogativa degli Esseni-Kabbalisti di aver generato il Cristianesimo da ma diffusamente trattata nel mioEssai sur l’origine des dogmes et de la morale du Christianismeci porge una naturalissima spiegazione di questi due fatti accennati nel testo; il primo è il nome di Terapeuti preso dai primi Cristiani, il secondo molto più momentoso è il silenzio degli Evangeli intorno la Società degli Esseni, silenzio non altrimenti esplicabile. Ma agevole torna il comprenderlo purchè si ammetta ad un lato che gli Esseni non erano che la parte più eletta, lafrazionespeculativa del Farisato, e che era quella da cui meno dessentiva la nuova dottrina. Non è nemmeno improbabile chei Dottori della Leggedi cui si parla ripetutamente nei Vangeli siano la indicazione di questa parte del Farisato. NelSaggiosopra rammentato mi sono ingegnato di porgere di questa congettura non pochi nè lievi indizi, tratti dai Vangeli e dai libri rabbinici.[23]Opera infinita, certo non capace di stringersi in una nota noi faremmo, ove noi volessimo tutte riandare le analogie che la Predicazione evangelica e il primitivo cristianesimo ci offrono colla società degli Esseni. Forse ne sarà dato accennarne alcune, e solo di volo nel seguito di questa istoria. Ciò che possiamo sino da ora additare al lettore istruito, sono le numerose figure, immagini, locuzioni, tratte dall’esercizio della Medicina, che ricorrono in bocca al Fondatore del Cristianesimo; le cure che egli prodiga agli infermi, laSaluteonde s’intitola la nuova dottrina, indizj tra altri infiniti che persuasero gravissimi autori antichi e moderni a vedere nello Essenato la prima origine d’onde uscì il Cristianesimo Evangelico. Nello scorso secolo Bahrdt e Venturini furono i più eminenti rappresentanti di questo sistema, e gli studi susseguenti nulla valsero a renderlo meno probabile.[24]Questo fatto, segnatamente per ciò che s’attiene a Filone, torna tanto più ammirabile quanto più erano tempi i suoi di gravi dissidenze religiose in Palestina. L’essersi serbato puro il nostro Filone di ogni labe eretica, non è ella nobilissima testimonianza dell’antichità e verità dell’ortodossia farisaica che Filone redò dai suoi maggiori trasportata in tempi più antichi in Egitto? Quanto al fatto stesso, vale a dire l’ortodossia di Filone, ci sembra indisputabile. Può trovarsi qua e colà nelle sue opere alcune, vuoi dottrine o interpretazioni che dissentono dalle dottrine e chiose prevalenti tra i Farisei; ma in primo non si può negare che il Farisaismo stesso era a quei tempi scisso in cento diverse frazioni le quali, tenendosi fra loro in bilico creavano in seno all’uniformità generale una varietà così pronunziata nei particolari, che avrebbe oggi faccia di paradosso e di eresia. In secondo luogo non è lecito pretermettere che Filone vivendo lontano, e ciò ch’è più, sequestrato dal centro religioso di Palestina, non poteva a meno di offrirci nelle opere sue qualche dissonanza colle idee colà dominanti. Nè faremo caso di altre cagioni non meno urgenti che produssero questo cotal disaccordo; la traduzione greca dei sacri libri diversa in gran parte dal Testo ebraico e sola conosciuta da Filone, lo scopo da esso propostosi nel dettare le opere sue, quello cioè da far conoscere le dottrine e la storia ebraica ai Pagani e che ispiravagli tal volta un linguaggio più acconcio a persuadere i suoi lettori pagani, che fedele alle vetuste dottrine degli avi suoi. Nonostante è innegabile che il genio, la sostanza, le tendenze di Filone e delle sue opere sono a dirittura farisaiche. Opera immensa sarebbe il raffronto tra le dottrine dell’uno e quelle degli altri. Momentosissima poi quella che si assumesse l’officio di trovare nelle costui dottrine i principali lineamenti, e non poche volte le formule istesse della teologia farisaica, o acroamatismo (Cabbalà) impresa che il signor Frank tentò in parte nella suaKabbale, éd. de Paris. Basterà qui che noi facciamo un breve assaggio delle strettissime attinenze che corrono fra Filone, e i Farisei o la tradizione in generale e ciò in una delle meno illustri delle opere filonianela vita di Moisèche noi preferiamo, trovandosi più agevolmente in mano ad ognuno per le recenti edizioni che ne vennero fatte. Ora noi mostreremo in brevissime note ciò che di singolarmente somigliante si trova in quest’opera tra le nozioni storiche, i giudicj, le dottrine eziandio di Filone, e quelle che suonarono famose tra i Farisei e che solo i loro libri, posteriori di gran lunga a Filone, ci attestano; prova se altra fu mai che la loro data risale molto più alto dei libri che le contengono, e che la lealtà dottrinale e religiosa dei Farisei repugna al supposto di una invenzione e alterazione per parte loro.—Divideremo i nostri rilievi in due parti—prima tutti quelli che si riferiscono a storia—poi quelli che si attengono a dottrine.A pag. 3. Dice di Moisè «Allora nato questo bambino pareva che dallo aspetto promettesse non so che più dell’ordinario.» Non si dee tacere che idee conformi si leggono nei monumenti tradizionali sul testo che diceE vide, (la madre)ch’egli era bello. Ora si dice, che nacque circonciso; ora che al suo nascere un gran splendore invase la stanza; ora che fu veduta con esso laSchehina.Tobche qui significa probabilmente bello, ha pure il senso di buono, e buono è nome che Dio ha nella teologia riposta dei Farisei, come ilPrimoe l’unodi Plotino corrispondente alPadredel Cristianesimo, e allaSapienzaoSofiadei Teosofi ebrei (Kabbalisti) ha esso non meno il nome diBuono(Agathos).A pag. 18 «Dopo le quali nozze egli incominciò ad essere pastore preparandosi in cotal guisa al principato, perciocchè l’arte pastorale ci dispone al regno, cioè al regime di uomini, greggia mansuetissima; siccome quelli che hanno i loro animi inchinati alle cose della guerra prima si esercitano nella cacciagione.... onde il Pastore ha certa somiglianza col Re. Anzi, per quanto io ne sento, non seguendo la comune opinione ma ricercando la verità, e rida chi vuole, solo colui può essere perfetto Re che ottimamente sa quello che si richiede a governare un gregge.Ora chi non resterà sorpreso leggendo nelScemot Rabbàle parole seguenti.Come fu provato Moisè? Nell’arte sua di Pastore. Così pure fu provato David e fu trovato egregio pastore conciossiachè egli traesse addietro i più forti tra il gregge per dar luogo a’ più deboli di cibarsi; mandava pure innanzi al pascolo le più tenere pecorelle perchè trovassero l’erba più delicata; quindi le vecchie a pascere l’erba mezzana, infine le giovani e forti a cibarsi della parte più dura. Ciò vedendo disse Iddio; questi che sì bene sa appropriare ad ogni età e temperamento il suo cibo sarà pastore del mio popolo. Così Mosè non fu altramente esperimentato. Dissero i nostri maestri: mentre stava Mosè pascolando la gregge di Ietro per i campi, fuggigli un agnello, ed avendolo rincorso lo trovò mentre si dessetava in un laghetto d’acqua. Disse allora Moisè: Non sapeva che tu corressi per la sete che ti molestava. Sei tu stanco? e così detto, lo prese, e messoselo sulle spalle se ne ritornava. Lo che veduto Dio, disse: Poichè tanto hai di pietà nel governo del gregge degli uomini, tu sarai pastore del mio popolo Israel.» e più oltre, «Dio non concede agli uomini grandezze se prima non sono provati nell’infime cose. Così due grandi uomini furono in vili offici esperimentati, e trovati fedeli, salirono a’ più magnifici stati. Fu David esperimentato nella pastorizia, e vedendo come ad ogni poter suo evitasse i colti onde di rapina non si cibassero le sue pecore, fu fatto pastore di popoli. Moisè pur esso, dice il Testo, pascolava le gregge dietro il deserto perchè le pecore sue non vivessero sugli altrui campi; quindi fu chiamato a pascere Israel, essendo scritto: Tu guidasti qual gregge il tuo popolo per mezzo di Mosè e Aaron.» I fenomeni portentosi che accompagnarono il nascimento di Mosè possono essere suggeriti dal desio comune di dare una tinta maravigliosa all’origine di uomini comunemente venerati. Ma il presente raffronto ci sembra ancor più significante.A pag. 41. Era l’acqua del fiume mutata in sangue, ma non agli Ebrei perciocchè attingendovi questi, diventava buona da bere. Quest’ultima circostanza taciuta dal Testo si trova solo nella Tradizione.A pag. 78.Perciocchè allora più mostrava di veder la bestia che l’uomo, il quale si dava vanto di vedere non pure le cose mondane, ma esso rettore e creatore dell’universo.Al vanto dl Balamo che si diceconoscitore della Mente di Dio(Veiodea daat Elion) i Dottori domandanoor come conosce la Mente di Dio colui che nè anco sa cosa voglia la sua giumenta?A pag. 108.Quivi(I Dottori interpetri della legge per ordine di Filadelfo)rapiti dallo spirito, profetavano non diversamente, ma tutte colle medesime parole non altrimenti che se alcuno avesse dettato a ciascheduno invisibilmente.Il Talmud parecchi secoli dopo Filone, e ignaro certamente dell’attestato di questi, ripete le stesse cose. Non è prova il deposto di Filone della preesistenza delle medesime tradizioni ai Dottori talmudici e non pone suggello alla loro veracità? Questa esattezza nel riferire le tradizioni storiche ci è arra della dote medesima nel riferire le tradizioni dottrinali. Ognuno comprende come laverità del fattosia considerazione estranea alle conclusioni che qui si traggono, perocchè la lealtà farisaica rimarrà dimostrata ogni qualvolta le loro narrazioni si palesino concordate dai più valenti scrittori, non pochi secoli vissuti innanzi a loro.A pag. 119.Di tale affetto di conversar con donna erasi spogliato Mosè già molto innanzi, quasi infin da quel tempo che incominciò a ricevere lo Spirito Divino, per esser sempre apparecchiato ad ascoltare gli oracoli della voce divina.Circostanza taciuta assolutamente nel Testo mosaico, nè vi ha frase che l’autorizzi. I soli a parlarne, a giovarsene eziandio per ispiegare non pochi passi del Pentateuco sono i Dottori. Donde tolse Filone questa circostanza? Io non so imaginare altra fonte che quella d’una tradizione nazionale anteriore alla emigrazione degli Ebrei in Egitto. Avesse anco attinto Filone nel centro Palestinese, rimarrebbe tuttavia verissimo che i Dottori talmudici nulla dissero che non corresse per le bocche ad ognuno, parecchi secoli innanzi; e che non pochi dettati i quali sembrano appartenere al patrimonio letterario dell’epoca loro, hanno radici in un’antichità che non eravamo usi sospettare. Alla pagina istessa Mosè è dichiarato,bello e forte di corpo. Ed anco di questo, solo la tradizione è maestra che appunto in Mosè trova il prototipo di tutti i Profeti siccome quello che erafortericco e sapiente.A pag. 120.In quei giorni ch’egli(Moisè)nel monte dimorò, imparava tutti i misteri del Sacerdozio.E questo è purissimo farisaismo, che vuole la Legge e i misteri della Legge imparati da Moisè nei giorni ch’ei stette sul monte.A pag. 137.Esse dunque(le Donne)avevano dedicati a Dio spontaneamente gli specchi avanti i quali erano avvezze ad abbellire la faccia come primizie dell’onestà del matrimonio.Che dal Testo apparisca essere veramente specchi cotesti, e dalle donne offerti, può darsi, ma l’intenzione e il pregio di tale offerta quali si descrivono qui da Filone, non si leggono che nei Dottori i quali vi veggono come Filone il simbolo e lo Stromento dell’amor coniugale onde tanto crebbe il popolo di Dio in Egitto.A pag. 161.Insegnando(nel sabato)il principe(Moisè)a guisa di Dottore ammaestrando e dimostrando a ciascuno l’officio suo il quale uso dura anche al dì d’oggi presso i Giudei.Nessun vestigio nella Bibbia di questa pratica; sibbene nella tradizione la quale fa risalire a Mosè la istituzione di cui si tratta e l’insegnamento al popolo nei Sabati e nelle Feste dei Riti odierni.A pag. 162.Stando Moisè sospeso nè sapendo con qual maniera di morte che a lui si convenisse, dovesse punirlo.Il Testo dice semplicemente che non sapeva qual pena dovesse infliggergli. Ella è solo la tradizione che ponendo in Mosè la certezza della pena di morte, gli fa sol dubitare in qual maniera dovesse essere eseguita. Le parole di Filone consuonano quindi perfettamente colla tradizione, meglio assai che col Testo il quale tollera che si supponga in Mosè il dubbio piuttosto, se fosse o no reo di morte. Ma la mèsse che noi andiamo a raccogliere del raffronto fra dottrine e dottrine è di gran lunga maggiore e più importante.A pag. 3. Filone fa notare come Mosèfu il settimo per ordine dal primo il quale venuto da straniere contrade diede principio al popolo ebraico. Qui tutto è farisaico 1º L’importanza conceduta aiNumeri. 2º La Santità del numero Sette. 3º L’osservazione medesima per ciò che riguarda Mosè è non meno esplicita nei Dottori, i quali adducono qual prova della stima in cui questo numero è tenuto, la elezione di Mosèsettimonella serie dei Patriarchi.A pag. 20. Filone trova nella visione del pruno che arde senza consumarsi un senso allegorico «il fuoco che non consumava la materia, dimostrava che coloro non dovevano morire i quali dalla violenza dei nemici erano calcati.» Questa interpetrazione è proposta e autorizzata dai Dottori.A pag. 22.Dirai primieramente loro, che Io sono colui che è, acciocchè imparino la differenza tra colui che è, e quello che non è; nè verun nome potersi convenevolmente dire di me del quale solo è l’Essere. E se egli avvenisse che per essere essi d’ingegno tardo, volessero sapere come io mi chiamo, mostra loro non solamente me esser Dio, ma Dio ancora di tre personaggi ec.Qui si noti:1º Filone dà perfettamente ragione alla più antica sentenza che vide nei due nomi più augusti di Dio—Ehie—Avajà—il concetto dell’Essere; e vince colla sua luce il falso bagliore di interpretazioni quali sono quelle proposte dal Prof. Luzzatto vuote di ogni merito, tranne quello, di essere da lui derivate.2º L’Essere, qual nome di Dio e superiore a quello stesso quadrilettere, consuona mirabilmente con quanto insegnano i Teosofi ebrei (Kabbalisti) i quali veggono nell’Ehieo Essere, la denominazione di unaSefiràoEmanazionesuperiore a quella che reca il secondo di questi nomi.3º Tanto conferma Filone aggiungendoche ove per ingegno tardo volessero saper come Io mi chiamo mostra ec., dove si allude manifestamente al quadrilettere usato dal Testo in quella circostanza e chiamato Dio d’Abramo ec.A pag. 28.Dieci afflizioni caddero sopra il paese, acciocchè quelli che avevano commesso ogni scelleraggine con perfetto numero di flagelli fossero battuti.Qui non solamente torna in campo il valore dei numeri, non solo il numerodieciè il prediletto dai Dottori e dalla Bibbia eziandio, ma ciò ch’è più, la teosofia recondita degli Ebrei trova neidieci flagelli d’Egitto, l’espressione, la imagine delle dieci emanazioni impure, specie di Antischemi ch’essi oppongono alle divine emanazioni.A pag. 29.Cotali(flagelli)però in tre ordini furono divisi.Ogni Israelita legge nei vespri pasquali l’antica sentenza di R. Iehuda che divide i dieci flagelli in tre serie,Dezah,Adas,Beahab. Questa gratuita partizione diventa così, più vecchia di circa due secoli.A pag 54.La vitale virtù della palma non come le altre piante e riposta nelle radici ma nel sommo messa, come ii cuore nel mezzo dei Rami la quale intorno intorno è custodita, come un Re dalle sue genti.Osservazioni dei Dottori a proposito della Palma festiva i quali aggiungono volere essa per questo significarel’unità d’aspirazione d’Isdrael verso l’Altissimo. Quanto alla Palma, ecco come si esprime il Sharon Turner I, 122, nota: «Vi è una tribù di piante chiamatemonocotiledonedove dall’avere un solo lobo per seme, appartiene a questo, l’ordine naturale delle Palme.»A pag. 82. È sensibile in Filone una interpretazione farisaica di un locuzione di Balaam. Questi aveva detto per Israele «popolo che qual lione si alza, nè riposa finchè abbia divorato la preda. I Dottori spiritualizzando il verso lo applicarono allepreghiere, alla Confessione di Dio che l’Israelita ripete, nel levarsi e nel coricarsi. Si oda ora Filone:nè ciò fatto anderà a riposare, ma vigilando canterà versi che significheranno la sua vittoria.» Ecco altritre secolidi antichità alle più umili o neglette tradizioni farisaiche.A pag. 104. Il Testo Biblico vieta le opere nel giorno di Sabato. Una esegesi razionalistica potrebbe non vedervi, che le opere le quali affaticano il corpo, non atti che si compiono quasi per trastullo, quale sarebbe cogliere un frutto, strappare una fronda ec. Filone però non è tra questi.Concede ancora il settimo giorno agli alberi e a tutte le piante qualche alleggiamento, perciocchè in tal dì è vietato levarne le frondi e le foglie e raccorre alcun frutto.A pag. 120. Filone traduce ilMicdasdi Mosè (Tempio) percittà sacra. Donde ciò? Una delle tradizioni farisaiche nella Misna vuole appunto che tutta la città di Gerusalemme sia detta Micdas e ne abbia a certi effetti le prerogative.A pag. 122. Il numeroCinquanta santissimo. Eccolo dunque col sette e col dieci, terzo tra i più venerati numeri nella teosofia tradizionale: degno pure è di nota l’epiteto disantissimo. Infatti il numero cinquanta appartiene alla emanazioneBinache ha per distintivo la santitàKodes, come altre, laverità(Emet), lacarità(Hesed) e via discorrendo.A pag. 124.Il giacinto rassembra nel colore l’Aere.E questo è ilTeheletdel Pentateuco e appunto come Filone dissero i Dottori, ilTehelet somiglia all’Aere. Pare dunque che a questa doppia autorità dobbiamo starcene, piuttosto che a problematiche analogie tratte dall’Etiopico come vorrebbe un Filologo scrittore del giornale Ebraico.Maghid.Anno 7º 13 e 14.A pag. 127.In tali figure(dei Cherubini sovrapposti all’arca)crederò che dimostrino le due antichissime ed incomprensibili potenze di colui che è la vera essenza, una delle quali crea, l’altra governa; per quella vien chiamato Dio, con cui tutto l’universale fabbricò ed adornò ma per la regale è chiamato Signore.Testo preziosissimo perchè informato senza meno delle idee teosofiche farisaiche. Basti dire (senza grandi sviluppi che il luogo non consente) che della sacra decade o dieci Emanazioni divine, la sapienza ch’è la vera essenza, come dice Filone, e appunto per ciò chiamataIes, Essenza, si parte nei suoi due attributi, o in unfiglioed unafigliacome si esprime il linguaggio simbolico di essa teosofia, e questi figli appunto sono in quella scienza stessa rappresentati dai dueCherubiniche poggiavano sul arca del Patto. Or quali idee esprimono essi? Tali osiam dirlo, che concordano mirabilmente con quanto Filone va significando. Il primo portato o figlio, è appunto la potenza creatrice chel’universo fabbricò ed adornòilDemiurgodei Platonici e comeCreatoreè pur ancoRivelatoree fonte dei prodigii, conciossiachè egli abbia dato le leggi al mondo; anzi che per esse leggi lo governi; ed è rappresentato dal nome tetragramma diAvoja, il secondo attributo ofiglia, è alla letterala potenza regale, come dice Filone ilRegno,Malhut, e come il nome lo significa, presiede al governo del mondo. Per questo officio lo chiama FiloneSignoree appunto per ciò ha per suo distintivo in quella Teosofia il Nome d’Adonai o Adon, e per far più mirabile l’analogia, il nome persino onde nel Testo Greco si vale Filone il greco titolo diKirieSignore, e appunto nel suo senso greco di Signore, conciossiachè sia cotesto uno dei residui della lingua greca di cui si giovò lo stile familiare e la teosofia dei Farisei.A pag. 130.Aveva(il sommo Pontefice)una piastra d’oro a guisa di corona scolpita di quattro lettere, di quel nome il quale è lecito d’udire e nominare nel sacrificio, solamente a quelli che gli orecchi e la lingua hanno colla sapienza purificato.Da cui tolse Filone questo divieto di profferire il nome quadrilettere se non nel Tempio? Non certo nella Bibbia che di ciò non favella; sibbene nella tradizione farisaica che appunto dispone doversi nel Tempio invocare Dio col nome suo quale si scrive, e fuor del tempio con quel diSignoree che per l’autorità di Filone si palesa veridica e più antica di parecchi secoli.A pag. 131. Ciò che segue è d’importanza ancor maggiore. «Tal nome dicono i Teologi essere di 4 lettere forse perchè significa i primi numeri, uno, due, tre, quattro, perciocchè nel quaternario tutto si contiene, e punto, e linea, e superficie, e solidità.» Si noti in primo luogo come Filone non sia tanto qui originale spositore, ma si faccia bensì interprete di ciò chedicono i teologi. Non sembra con queste parole mostrarci a dito la sorgente a cui attinse? Che sarà se troveremo pure gli insegnamenti conformi? In fatti iTeologiebrei veggono nelle quattro lettere del nome divino, nè più nè meno di ciò che vi trova Filone, o per dir meglio, ciò che vi trovano iTeologia cui accenna. Queste lettere sono laIod, laE, laVaue laE. Ora per la prima intendono la emanazioneSapienzadetta ora, Uno (ed in ciò consuona coll’Uno, oBuonodi Plotino e dei Neoplatonici) ora,punto, (Nekudda;) per la seconda, vogliono significare la emanazioneBinao intendimento, chiamata per la stessa simbologia matematica oradueoralinea(Kau;) per la terza accennano alla sesta emanazione ilLogo,DaatoBellezza, Tifheret, che è detto il terzo patriarca, Israel a cui è promessalarghezzasenza confini (Nahala Beli Mesarim) la quarta lettera, raffigura ilRegnoultima emanazione, (Malhut) chiamataGuf.... Corpo Solido, Profondità (Omek) ed anche quarto sostegno del trono,reghel rebihi. Aggiungiamo per i dotti, che qui in Filone come nelle prime evoluzioni del domma cristiano le due triadi principali della serie emanativa, Corona, Sapienza, Intendimento da un lato, e Sapienza, Logo e Regno dall’altro, si compenetrarono e confusero in guisa da sostenere talvolta l’officio gli uni degli altri.A pag. 136.Parimente nel Razionale, il quale alla regione(Logos)ogni cosa disponente, si rassomiglia, perciocchè faceva mestieri che il sacerdote che all’universal Padre porta preghi, adoperasse per avvocato il perfettissimo suo figliuolo, ad ottenere degli errori perdono.Il razionale è come ognuno sa un quadrato di porpora giacinto ec., che il sommo pontefice recava sul petto. Questo come tutte le altre parti del culto ha un senso simbolico, teosofico nella scienza recondita e nel suo gran codice il Zohar. Qual è questo senso nel razionale? Non so se m’illuda, ma parmi l’identità e non solo l’analogia d’idee, evidentissima. L’emanazione Tifheret, oLogosè per i Teosofi la ragione (Daat,Logos) ilfiglio, e per aggiuntaperfettissimo(Ben,Tam,Tamim.) Chi direbbe che ciò appunto significa il Razionale per i Teosofi? Eppure nulla di più dimostrato per chi legga nel Zohar, vol 2, pag. 230 e nel Meore Or. Di fronte a questa splendida conformità non insisteremo sull’officio diDifensoree per dirla nel linguaggio cristiano e che probabilmente Filone adoperò, diParacletoattribuito a esso figlio, Ragione. Diremo solo che neppur esso manca per completare la rassomiglianza fra il Logos o Ragione diFilonee il figlio o Ragione dei Teosofi Ebrei. Notiamo ancora di fuga che il nome di Razionale derivò, a quanto pare, a questa veste dall’epitetto Mispat di giustiziache porta nel Pentateuco.A pag. 145.Nè potendo fare di non credere all’oracolo, come mezzano e arbitro del divino concetto.Fraseologia incomprensibile se non si raffronti allo stile ed ai simboli teosofici dei Farisei, pei quali l’oracolo o l’eco, è loSpirito SantoilRegno, chiamato appunto Mezzano (Sirsur,emzahi,Malah)Interprete,Turcimanno(Torgheman) del divino concetto, cioè dell’Ideadel Logo, della Ragione.A pag. 157.Più oltre passando ed iltuttobestemiando, niente addietro lasciò.Bestemmiare iltuttoè frase che vuole spiegazione. Se la traduzione del greco è esatta, non è possibile astenersi dal vedere in questotuttooPan, uno dei nomi più legittimi di parecchie tralle emanazioni farisaiche col tutto.Ibid. La legge del Sacrilegio interpretata dai Dottori esige che il bestemmiatore si faccia ad esecrare il nome dl Dio, col nome di Dio stesso, Dio invocando contro Dio medesimo; e come dice il Talmud (Iacchè Iosà et Iosè) forma che altra non fu mai non so se più mostruosa o paradossale. Ma tanto più concludente se si troverà in Filone. Si oda lo stesso, a pag. 157....la sfrenata bocca obbedendo ec., sogliono senza dubbio bene spesso, o uomo, qualche mostruosa sceleraggine commettere. Or dimmi saravvi chi esecrerà Dio? Quale altro Dio a questa esecrazione chiamerà? Non chiamerà egli stesso contro lui stesso?Queste parole non han bisogno comento. Offrono un eloquentissimo indizio di quella fratellanza d’idee che noi asserimmo tra Filone e i Farisei.A pag. 158. Quando Moisè dice «Ognuno che avrà maledetto il suo Dio porterà il suo peccato.» Filone intende pegli Dei dei Gentili, aggiungendo,acciocchè nessun discepolo di Mosè si avvezzi a stimar poco il nome di Dio che sempre stimò. Giuseppe Flavio consente in quella intelligenza del Testo Mosaico col nostro Filone; ma finchè non fossero che questi due scrittori, un dubbio naturalissimo potrebbe sorgere non forse volessero per siffatta guisa amicarsi la opinione dei Pagani, e fare da essi estimare la legislazione mosaica. Ciò che ne interdice di così giudicare ella è l’autorità del Zohar, doppiamente preziosa, vuoi perchè chiarisce ingenua e spontanea la interpretazione dei due scrittori greci con essi consentendo, vuoi perchè ne porge un nuovo anello onde connettere costoro, e specialmente Filone, colla teologia acroamatica e coi principii che ispirarono al zohar la stessa interdizione di Giuseppe e Filone. Vedi mie note critiche al Pentateuco nell’opera mia Ebraica Em lamicra, Levitico Cap. 24.A pag. 159. La tradizione trova mal fatto chiamare il proprio genitore per nome, sia egli presente o lontano, e quando pure si qualifichi con qualsiasi titolo onorifico. Non è egli in sommo grado parlante trovare la stessa inibizione in Filone? «Perciocchè(egli dice)neppure il nome dei mortali genitori,quelli che osservano la pietàardiscono nominare, ma lasciando per riverenza i nomi propri, dei naturali si servono, chiamandoli Padre e Madre.A pag. 160. Chiama vera filosofia, alla quale l’Ebreo attende il giorno del Sabato, quella che in sè questi soli tre capi contiene,opinioni,detti, edopere. È degno di nota, da una parte come la tradizione esiga il riposo sabbatico, non solo nelle opere ma eziandio neidettie nelpensiero, astenendosi da parole o cogitazioni che non siano di preghiere o di studio; e dall’altro come il culto perfetto secondo i Teosofi ebrei consista appunto nella consacrazione deipensieri, deidetti, delleopere, al servizio divinoMahasabà,Dibbur,Maasè.A pag. 170. La legge di successione registrata nel Libro dei Numeri, tace del Padre, come erede del proprio figlio. Si oda Filone....perciocchè pazzia sarebbe credere che lo Zio come fratello del Padre fosse erede del figliuolo ed il proprio padre non fosse erede del figliuolo; ma perchè la legge di natura comanda che i figliuoli succedano nei beni dei padri e non i padri in quei dei figliuoli, di questi non parlò come di cosa di tristo augurio e contrario all’amore paterno.Accennònondimeno tacitamente che quel benefizio che ai zij permette doversi ai Padri ancora esser conceduto: Triplice conformità coi Talmudisti. 1º Nel riconoscere nel Padre il diritto di successione al figlio, nonostante il silenzio del Testo. 2º Nel valore conceduto alla causa di questo silenzio; cioè come cosa di tristo augurio; ragione che il Talmud stesso invocava nel trattato Batrà,Cap. 3º.—; 3º nel convenire che fa Filone, avere Mosètacitamente accennatoquesto diritto del Padre; sistema d’interpretazione in uso presso i Farisei i quali dal proibito incesto colla nipote, traggono per illazionede minori ad majusquella della figlia stessa e dalla parolaScèeroche si legge nel Testo Mosaico concludono doversi attendere anzi tutto al diritto del padre, veraceparenteecarnalecomeScèeroappunto significa.Noi abbiamo fin qui indagato nella intima natura di questi raffronti, il pensiero comune tra la tradizione farisaica e Filone; e crediamo avere il risultato risposto pienamente alla nostra aspettazione. Rimarrebbe però a desiderarsi che oltre queste concordanze di fatto che offre Filone colla tradizione, ci ponesse egli stesso sulla via per risalire alla origine della tradizione e qualche cosa dicesse che accennasse appunto avere egli da questa fonte attinto che noi presumiamo. Ognun vede la grande importanza di questo deposto di Filone, se pur vi fosse. Avventurosamente egli esiste ed è nei termini seguenti ai quali vuolsi gran peso concedere. «Ma io la invidia di costoro trapassando desidero esprimere di un tal uomo quello che mi hanno insegnato i Sacri libri che egli lasciò.... e cheio ho appreso da alcuni vecchi della nostra gente i quali sempre all’antica lettura, alcuna cosa solevano aggiungere, onde maggiormente la vita di lui ho potuto conoscere.» Questa preziosissima confessione pone il suggello a quanto fu da noi intieramente dimostrato per via di raffronti e la sorgente tradizionale non poteva essere meglio dimostrata a dito, di ciò che si fa in queste parole.(Vita di Mosè in principio.)[25]Revue des Deux-Mondes, V, 745.[26]Questo studio rigorosissimo di purità sino al punto di preterire doveri sì sacrosanti ci può far comprendere il valore di certe parole del Fondatore del Cristianesimo.Lasciate i morti seppellire i loro morti. Chi non odierà il Padre, la Madre, il fratello per amor mio non sarà degno di seguirmi. Donna, questi sono mia Madre e questi i miei fratelli.Non è nostro officio sindacare di queste sentenze il valoremorale; sibbene ilcritico. Ora noi fondatamente asseveriamo non d’altronde derivare se non da quel concetto che di se medesimo mirava a far prevalere e che altrove abbiam già veduto informare le sue parole; quello cioè diTempio vivo e vero ed erede delle prerogative tutte del Tempio reale allora esistente. Quindi per naturale illazione tutti i doveri che cessavano alle soglie del Tempio non potevano più avere niun diritto alla sua osservanza nè a quello dei seguaci. Vediamo infatti non per altro motivo giustificarsi da Gesù le infrazioni del sabato e delle leggi dietetiche se non dicendo esservi allora presente.Qualcheduno maggiore del Tempio.Notabilissimo poi è che ilZoardà la qualità diTempioal Dottore Cabbalista (Vol 3º Sez.Zau); nuovo indizio delle originiessenico-cabbalistichedel Cristianesimo.[27]Risulta dal Testo sacro per duplice motivo e in duplice senso, chiamarsi il Nazireo con questo nome, nel senso diseparazionee nel senso dicorona. Ciò prova come la nomenclatura biblica siapolisensa, e come bene si appongano i dottori, cercando, oltre la indicazione biblica, altro senso nel nome di quei personaggi. Non meno questo fatto resulta evidente nei nomi apposti ai figli di Giacobbe; per esempio, Giuseppe, ove anche il senso diritrarre,cessarel’onta dell’orbamento, è accennato dal Testo stesso, allato dell’altro più appariscente diaggiungere,aumentare; e di altri non meno, come avvertimmo nelle nostre note al Pentateuco in lingua ebraica (Em lammicrà, Genesi, cap. I). Questa multiformità di sensi può darci la chiave di alcune anomalie, non ancora perfettamente risolute; qual è, a mo’ d’esempio, la poca convenienza che si nota tra certi nomi biblici nella loroattual giacitura, e la etimologia che ne assegna la stessa Scrittura; cosìCainmal consuona colCanisti, da cui si vuole derivato;NoèconJenahamenu,SamuelconSeiltiv, ed altri, che nel nostro sistema avrebbero avuta altra significazione, eziandio taciuta dal Testo. Si spiegherebbe ancora come siano rimaste in credito certe derivazioni pugnanti colla esplicita dichiarazione del Testo, qual è, ad esempio, la origine del nomeMosè, secondo la Scrittura, dal verbo ebraicoMasae secondo Filone (Vita di Mosè) dal nome egiziano d’acqua,mos. Non è improbabile l’ipotesi che i primi cristiani siansi dettiNazareni, nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello dioriginarj della città di Nazaret, etimologia poco ammissibile, e per avventura immaginata quando l’antica origine dell’Essenato, cominciò a venir meno nella memoria degli uomini.[28]Chi sa che l’atto di Geremia nel propinare il vino ai Recabiti non sia una di quelle solite parodie onde i profeti solevano contraffare le prevaricazioni del popolo per fargliene rimprovero. Avremmo quindi l’iniziazione e il magistero profetico nei Recabiti eziandio, ai quali era dato il vino come antidoto, siccome ai suoi coetanei rimprovera Amos; e intenderemmo meglio le promesse fatte ai Recabiti da Geremia che suonano così magnifiche. È strana dopo le cose dette fin qui l’opinione di coloro che si ostinano a vedere nell’uso generoso del vino una preparazione necessaria e consueta all’officio di profezia tra il popolo nostro.[29]L’origine essenica del cristianesimo trova un eloquente riscontro nella foggia di vivere e di vestire del Precursore che da un lato risponde al suo prototipo di Elia di cui adempie le parti; dall’altro non meno bene si confà all’antico uso dei profeti e degli Esseni.[30]Dante è Maestro in siffatte similitudini; solo che alla Sapienza rivelata, alla Teosofia si sostituisca lafilosofiadetta da esso «la bellissima e famosissima figlia dell’imperadore dell’universo.»[31]A chi volesse vedere nellapurità e bianchezzadei Nazirei in Geremia, la delicatezza o candor della pelle, dimanderemmo ci dicesse perchè singolarmente si specificano qui i Nazirei. La similitudine poi dellaNeve, usata, come nota Rasci in Daniel, a indicare la purità delle vesti, non è tralle menome prove che mostrano quanto bene il padre di tutti i chiosatori si sia egregiamente apposto nell’interpretare per le vesti.[32]È questo uno degli infiniti esempj in cui la Pratica posteriore a Mosè soperchiandone i dettati o diversificandone l’indizio manifesto di una tradizione è coimperante in Israel colla legge scritta. Infatti la Storia biblica ci mostra in pratica ilNazerato perpetuo. Ma dov’è egli preveduto e regolato nel testo mosaico? In nessun luogo.[33]Abbiamo udito la scrittura parlare di santità a proposito dei Nazirei. Ora è bene che si sappia che ogni qualvolta il nome di santo è usato nel senso di astinenza o di perfezione religiosa la traduzione aramea è sempreParus. L’atto stesso del votarsi al NaziratoIafliè tradotto dal Parafrasta CaldeoJefares; da ciò il nome dell’angiolo apparso al padre di Sansone se in ebraico è dettoPeliin arameo è tradottoMeforas; nè altro è da intendersi nel titolo di Meforas dato dai Rabbini al titragramma se non il nomeseparatoedistintoper eccellenza. Qui sarebbe luogo di diffondersi sopra una obiezione speciosa che questo nome diParuspotrebbe suscitare contro l’antichità del Zohar. Tra le tante vestigia di tempi moderni che i critici vollero trovarvi, ora nello stile ora nelle dottrine, non mi venne fatto d’imbattermi in una che tutte le vince in speciosità e verosimiglianza e che pure mirabilmente si solve alla luce delle cose accennate. Le intelligenze superiori angeliche sono dette nel ZoarPeriscian: vale a dire intelligenze separate. Ora per poco che si abbia contezza della filosofia aristotelica, specialmente del peripatetismo arabico, facile sarà ricordarsi come in questi sistemi,intelligenze separatesiano dette le intelligenze angeliche perchè immateriali e incorporee. Come non dubitare di una traccia della filosofia araba e della sua fraseologia nelle pagine del Zoar? Nelle mie note su quel libro in lingua ebraica osservai che non v’ha ragione di credere piuttosto a una derivazione arabo-aristotelica e quindi posteriore, che ad una origine greca, platonica o aristotelica e quindi più antica, ove meglio non si accetti la originalità del Zohar nel coniare questo epiteto. Ora aggiungo che ilParus, usato dalle tradizioni aramee per indicare la santità in genere, conviene che nulla più, alla frase ed all’uso che il Zohar ne ha fatto, trattandosi d’intelligenze angeliche chiamate dai Profeti antonomasticamente Santi; e che ilMefarasdel Parafrasta Ionatan applicato all’angiolo è di una convenienza difficile a vulnerarsi col Perisan del Zoar inteso per gli angioli.[34]Il Talmud pare, è vero, non alludere che ad un oggetto speciale esclusivo, cioè di porsi in grado di offrire una specie di sacrifizio che solo la merce del Nazirato avrebbe potuto presentare. Tuttavia chi conosca come il Talmud Babilonico sia stato scritto più di sei secoli dopo i più bei tempi dell’Essenato; in terra, e tra costumi tanto dai loro diversi, non stenterà a credere che lo scopo universalissimo delHasidimnel farsi Nazirei, o per dir meglio la medesimezza dei due personaggi siasi circoscritta nel Talmud e considerata da un solo punto di vista.[35]Vegga il lettore tra i raffronti da noi stabiliti nella nota 3, pag. 90, tra Filone e la tradizione farisaica, la memoria di questa volontaria continenza mosaica nel filosofo alessandrino. Ragion di più per farle acquistare peso e autorità.[36]Questa stessa trasformazione dell’eccezione in regola del precetto morale in Cerelo, costituisce uno dei passaggi originarj dall’Etraesmo al Cristianesimo.[37]Questa bellissima idea, che Paolo presentò ai Pagani nella similitudine dell’ulivo selvatico, appartiene in origine ai dottori interpretanti la promessa ad Abraham:E saranno in te benedette tutte le genti della terra.Il verbo ebraicovenibrehu, che suonasaranno benedetti, è suscettibile dell’altro senso d’innesto, ed è appunto su questo che i Dottori insisterono veggendovi l’innestodi tratto in tratto operatosi, di un ramo gentile sul tronco ebraico.[38]Le istituzioni e gli offici sono come le scienze. Dapprima confusi e concentrati in una sola persona, non cominciano a distinguersi che in progresso di tempo. Perciò il sacerdozio fu anticamente centro in cui conversero tutti i rami del sapere e tutti i sociali maestrati, appunto siccome quello che tutti sovrasta. L’ebraismo stesso, per quanto non abbia seguito la legge comune, lenta, regolare del progresso, e sia sorto, come avverte l’autore del Kuzari (libro meditato pure da Guido Cavalcanti, come ci ammoniva l’illustre Mamiani), a guisa delle creazioni in unFiat; pure non è sì che la legge di unione primitiva non si verifichi in esso ancora comecchè per breve istante. Difatti è sentenza dei dottori corroborata eziandio da qualche cenno del Testo che nei sette giorni d’inaugurazione del tabernacolo il ministero sacerdotale fosse assunto e concentrato temporariamente inMosèsiccome Jerofante e Iniziatore, il quale da quell’ora in poi tornò semplice Levita e subordinato ad Aaron.[39]Non si attribuisca questovivere nelle tendea costumi tuttavia rozzi e primitivi. Nè i Cananei sposseduti, nè gli Israeliti erano allora in tal grado di barbarie da non aver ancora case costruite. Esempj di case anteriori a questi fatti non mancano nella Bibbia. Sin dai tempi di Mosè egli promette loro nella PalestinaCase piene di ogni bene che voi non avrete ricolmo; prevede e regolala costruzione di nuove casee impone ilriparosul tetto. Contempla e prescrive le regole per purificare le case colla demolizione delle antichemura, e colla introduzione di nuovomateriale. Egli è quindi indispensabile credere che se ai tempi tanto più posteriori di Devora i Cheniti abitavano sotto le tende, così facessero non per altra cagione di quella che indusse a così fare i loro nepoti a’ tempi tanto più moderni di Geremia, che il vide e li lasciò viventifuori della città sotto le tende.[40]Isaia, cap. 1.[41]Lo avere questa sentenza origine nel Zohar, lungi dal detrarre del suo valore ne accresce anzi il pregio per ognuno che ricordi essere a senso nostro non altro gli Esseni che i predecessori dei Kabbalisti o Teosofi moderni, appo i quali si troverebbe pertanto la stessa denominazione diEunuchi.[42]Questa lezione era da lungo tempo scritta quando mi venne fatto d’imbattermi nel florilegio talmudico (En Israel), ediz. Königsberg, e preceduto da bella e dotta introduzione di scrittore moderno. L’autore, ragionando intorno ai versi d’Isaia di cui è parola, esce fuora con questa interpretazione, che se non coincide appuntino colla intelligenza che qui si attribuisce al Testo, pure di molto le si avvicina, e stabilisce un principio e accenna una idea generale che non può trovare la sua realtà concreta, il suo adempimento storico, che nella ipotesi nostra. Ecco le sue parole: «Vuole Isaia significare come allora vi fossero uomini assai che renunciato avevano ad ogni piacere mondano, nè tolto avevano donna; ma attendevano in solitudine con grande amore al culto religioso, nel Tempio divino, e tanto avveniva altresì degli stranieri, vale a dire dei Gabaonti.»[43]Pel lettore che sa di ebraico non fan mestieri spiegazioni. Pegli altri, diremo solo che tutto il ragionamento presente tende a provare come il verboOmed lefanaiusato in Geremia a proposito degli Esseni, è suscettibile, in forza degli arrecati esempi, dei sensi che qui si accennano.[44]Tra i trasportati in Babilonia, la storia biblica annoveracharas veamasgheralla letterafalegnami e fabbroferrai. La tradizione ne fa altrettantimaestri e dottori; ed è notabile: primo, che Masgher può avere senso di claustro, di reclusione, e poi che il Talmud Gerosolimitano su questo verso (Nedarim, IV) chiosaEllu ahaberim,Sono questi i soci. Quanto questa frase convenga agli Esseni ognuno il vede; e non si sarà dileguato dalla memoria dei lettori quanto congetturava il dottissimo R. Rapoport intorno al senso della parolaEsseniche vale al dire di lui quantosocio,compagnodaJsoArameo. Sotto altra forma l’appellativo di socio è attribuito ai Farisei nel nome Amit (Talmud Tract Sciabuot, cap. IV). Quanto alla identità originaria di Esseni e di Recabiti non d’altronde sembra muovere l’Heckers, (Istoria della medicina, 42) se non da tale premessa, quando scrive: «Gli Israeliti, spezzato il giogo di Babilonia, si dedicarono alla vita contemplativa e solitaria e fondarono la setta degli Anacoreti(Geremia XXXV),i quali privi delle scienze naturali operano colla fede e cogli scongiuri cure portentose.» Qui ognun vede come Recabiti ed Esseni pongano in comune i loro caratteri.Prima di abbandonare la questione dell’origine degli Esseni, facciamo qui alcuni rilievi che recenti letture ci suggerivano. Il senso da noi dato agliEunuchid’Isaia, quello di precursori ed antenati degli Esseni, fu avvertito da un Critico alemanno autore delBiccoret Attalmud, pag. 273; se non che non diè valore aiProseletiche allato degliEunuchifigurano nello stesso luogo d’Isaia (cap. 56), e ch’è indizio eloquente dell’origine da noi propugnata. Quanto all’origine dai Nazereni, mentre è consentita da valenti scrittori tra cui ilGraetz, è invece combattuta dall’autore sopra ricordato. Ond’è che non sarà discaro udirne le ragioni, e pesarne la forza. Egli si giova di quanto si legge nel Talmud (Nedarim X)essere usi gli antichi Hasidem di far voto di Nazer; dunque ei conclude, eran costoroKasidim(cioè Esseni) prima che si votassero Nazirei. Il lettore ricorda come cotesto passo fosse da noi noverato tra gli indizi che ci favoriscono. Questo senso ostile che gli si vuol dare non ci par serio; sia perchè può avere appunto inteso il Talmud di svelarci l’origine e il carattere primitivo dei Hasidim; sia perchè il Talmud stesso per le ragioni altrove accennate, può non aver avuto un’idea assai chiara di una origine puramente storica e di piccolo o niuno religioso momento. Il Talmud altrove (Chidduscin, 71) offre un curioso passo che diè luogo ad un antico comentatore (Moarscia) a trovarvi un’allusione agli Esseni sotto il nome di Nazirei. Il Talmud così si esprime «Colui che dicesse: Sarò Nazireose non svelo i vizj di origine delle famiglie, sia Nazireo e non le sveli.» Qui il Moarscia chiosa dicendo:Si dee intendere mercè quanto scrive Giuseppe, esservi stato durante il secondo Tempio una setta detta dei Nazirei, che amavano la solitudine e i deserti per non cadere nel peccato di maldicenza. Perciò si legge che se taluno dicesse sarò Nazireo se non svelerò ec. sia Nazireo, poichè tale n’è invero il costume per quanto sia cotesto un voto non da tutti laudato a cagione delle astenenze che importa. Tuttavia peggior cosa sarebbe se per annullarlo si permettesse la maldicenza. Quindi si taccia e sia Nazireo.Questo senso dà noia all’autore rammemorato del Biccoret Attalmud: (pag. 279) ma s’è vera la intelligenza ch’egli ci porge, non si comprende come rimanga fermo il voto e sia Nazereo mentre la condizione apposta, cioè quella di propalare le turpitudini delle famiglie non si verifica nè si permette che si verifichi. Quindi ci pare probabile il cenno agli Esseni che vuol trovarvi ilMoarscia; ed in ogni caso, è questa prova novella come non appena i nostri scrittori ebbero a narrare o a ragionare degli Esseni, li qualificarono senza esitanza quali veri e propriNazirei, ossequio spontaneo e tanto più concludente in favore della loro affinità originaria. L’autore medesimo, non a bastanza penetrato dei vincoli strettissimi che uniscono il Farisato nei suoi gradi più eminenti colla società degli Esseni, va in cerca di contradizioni tra l’uno e l’altra. Fra queste pone ilbianco vestirein onore nella seconda, in odio presso i primi, e cita il Talmud Sota 22 e Meghilla 24. 2. Ma che cosa si legge invero in ambo i luoghi? Nel primo:Il tribunale supremo si vendichi di coloro che si cuoprono di Gundé?Che cosa èGundé? Per l’autore, così pare,abito bianco. Non così però perRasciil quale chiosa addiritturaabito nero. Volesse pur direbianco; non sarebbe altro che un denunciare la ipocrisia di coloro che prendevano le sembianze esteriori degliOttimisenza averne le virtù. Il secondo suonaChi dicesse non officierò nel Tempio con abiti di colore non officii nemmeno coi bianchi. E i comentatori: perchè era il bianco vestire costume deiMinim(eretici); ma 1º Non si vuol egli distinguere tra il bianco vestirevolontariodegli Esseni e l’obbligatoriodi questi Minim? Sappiamo non meno che gli Esseni vestivano talora diversamente; di sacco p. e. 2º Probabilissimo è poi che inMinims’intenda iprimi cristianicome talvolta significa veramente; e se così fosse, nulla di strano che il costume adottato da costoro tornasse odioso a quegli stessi che lo avevano usato poc’anzi. È questo nella natura dell’uomo, e corroborato da esempi? nostrali. Il Decalogo fu soppresso nella orazione del mattino a cagione dei Minim; anche qui probabilmente cristiani, che ridussero tutta l’antica legge al solo Decalogo. 3º Infine insigniFariseivestono di bianco nel Talmud e ne vanno ivi stesso celebrati, come ragionando del costume vedremo. Si dirà ancora ch’era tal costume in odio?
[1]Sicarj si chiamavano iterroristiebrei che volevano spinger la resistenza alla signoria straniera sino all’estremo e con tutti i mezzi. I Vangeli, se non erro, vi alludono.
[2]Udremo fra non molto Plinio, qualificare gli Esseni col nome digente che non muore mai, e tra cui niuno nasce.
[3]A quai paesi corrisponde la nordica regione del Caucaso? Se io non vado errato, ai paesi anticamente conosciuti sotto i nomi di Frigia e Bitinia. E questi paesi che nomi recano nella Santa Scrittura? Null’altro, dice il Bochart, e dopo di esso autori parecchi, che quello di Aschenaz. E per quantoAskenazsuoni diverso nella lingua ultima dei Rabbini, e nel valore che l’uso da lungo tempo gli annette, quello cioè di Germania; nonostante, ai Dottori, organi veri, legittimi di tradizione, non mai avvenne usare per GermaniaAskenaz. Che dico? Sono essi per contro che il suggello appongono alla Interpretrazione del Bochart, e tutto il peso vi aggiungono del numero e della tradizione. Abbiamo detto, non è molto, il Parafrasta di Gerusalemme tradurre Aschenaz per Asia: ora non è egli solo che all’uopo ci ajuti. Egli è ilRabba, che l’Askenazdella Scrittura ci presenta in Asia. Egli è altresì il Talmud di Gerusalemme, cheAsiaegualmente sostituisce adAskenaz. Non basta: ma, cosa più sorprendente, vi ha un nome d’un popolo tra i figli di Jafet e tra i popoli Giapetidi, che il nome reca di Tubal. Ora, o signori, che cosa è Tubal?Bitinia, vi risponde aperto il Talmud Jerosolimitano;Essenia, vi risponde aperto egualmente il Medras. Duplice asserzione che a vicenda si rischiara, che a vicenda s’illustra, che ci rimena col pensiero alla Bitinia, che, secondo Tolomeo, il Klaproth e il Dubois, fu specialmente contrassegnata col nome diAsia. Egli è, insomma, quel cumulo maggiore di prove che sia lecito desiderare onde mettere in sodo la esistenza di una particolare regione denominata Asia, e per giustificare il Talmud.
[4]Si dice, è vero, Scuolaeleatica,cirenaicaeditala; ma non si dice, od appena,eleati,cirenaicieditali.
[5]Vi sono alcuni testi rabbinici antichi, che farebbero credere essere stati piuttosto i discepoli di Zadoc e Baitos, ch’eglino medesimi, i fondatori delle sètte di questo nome. Ma posto ciò eziandio, riman ferma la esistenza storica di Baitos, e la derivazione da esso del nome della setta. Quanto ai Sadducei, setta a questa collaterale, la critica moderna si è permessa da poco in qua un congetturare senza limiti e senza freno. Lo spirito caraitico e antitradizionale che informa alcuni distinti suoi corifei, fece trovare nel nome di Sadducei un senso eminentemente encomiastico, facendolo derivare da Zaddik,giusto. Altri fece risalire iSadduceiaZadok, antico sacerdote a’ tempi di Salomone, e vide per conseguenza in essi un partitosacerdotale. Il Sig.Renan, nella recente sua operaVie de Jesus, fece altrettanto rispetto alBaitusei, che volle derivati da unBöethuspontefice di questo nome. Sarebbero, dunque, eSadduceieBaituseidella famiglia sacerdotale. Qualunque sia il fondamento di questa congettura, egli è certo che il sacerdozio costituiva ai tempi di G. C. un partito ostile aiFarisei, tanto per le tendenze politiche, quanto per le dottrine religiose. E di ciò abbiamo autorevoli documenti nel Talmud, nè il sig.Renanne dissente minimamente. Solo ci pare ch’ei non tragga tutte le conseguenze che da questo fatto derivano, nella discussione dei grandi problemi ch’ei si è proposto. Ma qui non è luogo a parlarne.
[6]Il nome talmudico Baitos è identico alBœthuspagano. Vi fu un Bœthus stoico, contro cui scrisse Porfirio un Trattato sull’Anima. V.Enneades de Plotin, trad. par Bouillet: Paris. Vol. II, p. 68.
[7]Il Talmud è pieno di allusioni alla setta dei Baitusei; e quanto di essa si legge, delle dottrine e costumanze, nulla offre di analogo a quanto sappiamo d’altronde di certa scienza intorno la società degli Esseni.
[8]L’illustre sig. Frank, autore dellaKabbale, notò a buon diritto come nella identificazione suprema dell’Essere e del Pensiero precorresse la Teologia ebraica alle ultime dottrine prevalse in Germania. Ciò che ci reca ad una più alta antichità, che ne fa risalire alle Bibliche sorgenti, e che perciò stesso rivela nelle viscere dell’idioma biblico l’arcana dottrina teosofica che per entro vi circola, è questa sinonimia profonda di Essere e Pensiero nella radiceIes, onde qui si discorre. In un ordine poco diverso d’idee abbiamo, nel verboIadah, conoscere, un’altra non meno ammirabile sinonimia diConoscenzaeAmore. Noi renunciamo a citare il nome di Benedetto Spinosa, e ciò che nella suaEticapertratta. È noto come i due attributi della Sostanza sieno per esso ilpensieroe laestensione; e ciò che vi ha di acroamatismo ebraico nelle dottrine di Spinosa, ciò che costituisce la sua deviazione dall’acroamatismo ortodosso, ci studiammo di porre in luce in un articolo in idioma francese dettato, nel quale prendemmo a rilevare alcune mende nelle quali ci sembrò incorrere l’illustre sig. Emilio Saisset, nell’egregio suo lavoro pubblicato dallaRevue de deux Mondesintorno aMaïmonideetSpinosa.
[9]Solo nel secolo scorso, e tra gli Enciclopedisti sarebbe suonata una eresia filologica l’additare nell’Ebraico l’origine di un vocabolo greco. Erano costoro così lungi dall’immaginarne perfino la possibilità, che tra le più speciose obbiezioni che mossero contro la originalità e santità delle sacre scritture, sì fu il nome di Giove pagano, che dissero origine e modello del nome ineffabile del Dio d’Israel, senza riflettere che gli Ebrei avrebbero dovuto andare a cercare il tipo immaginario non già in Grecia ove Giove ebbe nomeZeus, ma in Roma, anzi in Etruria, sin dove lo raggiungono gli studj moderni. Per essi, il Sole delle origini non sorgeva più dall’oriente; e bene stava cotesto ragionare in bocca di chi cantò per Caterina Seconda:—
C’est du nord qu’aujourd’hui nous vient la lumière.
I progressi della scienza hanno ricollocato nell’oriente la sorgente della luce morale, siccome non cessò mai di essere il fonte della luce che ci rischiara; e basta aprire un lessico moderno per comprendere ad un solo sguardo qual parte segnalatissima sostenga l’idioma ebraico, e in generale sostengono le lingue semitiche, nella formazione delle lingue occidentali; comecchè si collochino nella famiglia delle indo-germaniche, e se ne cerchi la prima derivazione o almeno la forma loro più antica, nella lingua sanscrita.
[10]Quanto volentieri rendiamo omaggio alla non infelice interpretazione del nome Esseni dal grecoIsosamici, confidenti; altrettanto ci ripugna il credere, come vorrebbe persuadercene l’illustre Rabbino, che lo stesso vocabolo greco abbia derivazione ebraica, e tragga origine dall’incertissimoHozeoHazutd’Isaia, XXVIII, 15, 18, spiegato nel senso greco di Amicizia e Confidenza. Basti dire che l’esempio ebraico è unico in tutta la Bibbia in questo senso, mentre appena un uso frequente, quasi universale, basterebbe ad autorizzare il supposto di un passaggio dall’ebraico al greco; che questo senso stesso è almeno problematico, stando ilGeseniusper altro, il quale non tollera questa assimilazione coll’Isos greco; e che infine meglio che la interpretazione dell’uno o dell’altro a noi arriderebbe l’ipotesi che qui non si tratta, nelHozeoHazutd’Isaia, che di un sinonimo assai più antico, più nobile e più puro delGaluidi Geremia, Cap. XXXII, 11, che vale probabilmente quantoattestato, o almeno documento pubblico che accerti la esistenza di un contratto: e vale alla lettera,ScuopertooAperto, come Hoze o Hazut suona pure alla lettera,quello per cui si vede, oveduta. Ove non si voglia dire piuttosto che ilpattoper eccellenza, l’alleanza con Dio, essendo sancita per opera di una rivelazione, questa viene usata come sinonimo di patto nella parola Hoze o Hazut, per indicare l’alleanza col genio della Morte o dell’Inferno. Inoltre, parci l’illustre Rapoport caduto in una strana illusione quando trova affine alHozed’Isaia, l’araboHaz, stringere patto, unirsi; mentre è evidente che questo verbo arabo non ha rapporto che coll’ahazebraico e coll’ahadarameo,stringere,unire.
[11]Esodo, cap. XV, v. 26.
[12]Proverbi, cap. III, v. 8.
[13]Vi fu tra i Dottori chi intese in questo senso la signoria predetta dal Genesi all’uomo sopra le altre creature. Non si può negare che la frase nulla scapita, così intesa, della sua sublimità.
[14]Salmo XXXXI, v. 5.
[15]Isaia, VI, v. 10.
[16]Isaia, LVII, v. 18.
[17]Geremia, VIII, v. 22.
[18]Opera infinita e certo non capace di stringersi in una nota noi faremmo, ove volessimo tutte riandare le analogie che la predicazione evangelica, il primitivo cristianesimo, ci offrono colla società degli Esseni. Forse ne sarà dato accennarne alcune, e solo di volo nel seguito di questa istoria. Ciò che possiamo sino da ora additare al lettore istruito, sono le numerose figure, imagini, locuzioni tratte dall’esercizio della medicina che ricorrono in bocca al Fondatore del Cristianesimo, le cure ch’egli prodiga agli infermi, laSaluteonde s’intitola la nuova dottrina; indizj tra altri infiniti, che persuasero gravissimi autori antichi e moderni a vedere nell’Essenato la prima origine d’onde uscì il Cristianesimo evangelico. Nello scorso secolo, Bahrdtt e Venturini furono i più eminenti rappresentanti di questo sistema; e gli studj susseguenti nulla valsero a renderlo meno probabile.
[19]Amici solo del vero, e rinunziando alla spuria gloria di aver ammaestrato Platone e Pitagora che alcuni Padri sognarono in favore dell’Ebraismo, ci acquistiamo il diritto di ripudiare egualmente una non meno falsa sentenza; cioè che l’Oriente semitico sia andato a scuola dei Greci, dei Romani, e anche degli Etruschi e antichi Italiani. Sistema dismesso dopo i tentativi invano assaggiati dal Biscioni, dal Mazzoldi, in favore delleorigini italiche; ma che il sig. Gherardi tentò d’inverdire in un’opera recente, che ha, se non altro, il merito dell’eleganza e della erudizione. Ci duole aggiungere che non ne ha altri, e che vi manca quella nota impreteribile in ogni storica pertrattazione non solo, ma anche di un buon romanzo, laverosimiglianza. L’ebraismo ha una gloria più legittima e non men bella da vantare; quella di aver ammaestrato per mezzo della primitiva rivelazione i maestri stessi di Pitagora e di Platone, i legislatori, i Tesmofori e i poeti-teologi di Grecia e d’Italia: e questa e la Grecia a loro posta hanno titoli più legittimi che non il primato sull’oriente semitico; quello di avere sviluppato quei germi che l’Oriente vi dispose, in guisa che invano sariasi desiderato da popoli diversamente temprati, conciossiachè, nella guisa stessa che non ogni terreno è capace di fare allignare ogni sorta di pianta, così non ogni popolo è capace di fare fruttificare certi principj. I Dottori nostri, colla teoria loro deiSarimogenj de’ popolitutti necessarii e che nel loro insieme costituiscono la vera e completaMercabà, cioè il carro che Dio stesso conduce e guida, gittarono le basi della più altafilosofia della storiache capir possa in mente mortale.
[20]Il dotto signor Munk è sventuratamente afflitto da quasi completa cecità.
[21]I fatti dall’illustre sig.Frankallegati, se provano improbabilissima un’influenza decisiva tra le due capitali e le due civiltà, non bastano però ad escludere ogni qualsiasi ascendente. Questo anzi è provato da quelle non scarse nozioni che di Alessandria e del suo ebraismo tralucono negli scritti dei dottori, e da quelle comunicazioni che la mercè dei viaggi intrapresi da varj cospicui dottori, non cessarono di rinnovarsi di tratto in tratto tra i due paesi. Il Talmud è ricco di notizie intorno all’organamento dell’ebraismo nella capitale dei Tolomei. Si rende ragione dei tribunali ebraici di Alessandria (Talmud Ketubot 25, 1), si magnifica la ricchezza delle sueBasilichee delle Cattedre su cui siedevano pro-tribunali settanta dei più cospicui fra i cittadini; si descrive la magnificenza e le forme del culto, sino ai più minuti particolari della costruzione di quel tempio (Talmud Succa Babilonico e Gerosolomitano). Si mostra contezza delle loro arti (Moed Katan 26), degli abusi, delle prepotenze che si usavano sulle fidanzate altrui (Mezihà 104, 1), dei loro costumi dissoluti (Medras Ester in principio), della loro propensione alla magia (Ibidem e Kidduscin 49, 2). Ma ciò che più monta, sono i viaggi che si narrano dal Talmud colà intrapresi in varie epoche dai dottori Palestinesi. Non parleremo diOnia, che sugli esordj del secondo tempio, si recò dalla Palestina in Egitto, e vi fondò quel tempio che ne porta il nome. Si disputa nel Talmud se il tempio elevato da Onia in Egitto fu tempio dedicato al culto del vero Dio, o a un culto idolatrico. La prima opinione sembra prevalere. Ciò che importa non meno sapere, è una curiosa aggiunta che il Maimonide si permette fare nella storia del soggiorno di quest’Onia in Egitto, della quale, a quanto io mi sappia, non vi ha memoria negli antichi monumenti rabbinici. Il Maimonide, nel suo comento alla Miscnà (Trattato Menahot), ragionando di Onia, ne fa sapere che trovato avendo costui in Egitto una setta per nomeKabtazar, con essa si accontò o per dir meglio si fece suo capo.Kabtazarè invero il nome che si legge almeno nel comento stesso voltato dall’arabo all’ebraico. Però era naturale in me il dubbio che qualche altro nome ben altramente storico, sotto queste mentite sembianze si nascondesse. Infatti, la idea mi occorse che per questo nome guasto e corrotto diKabtazar, si volesse significare per avventura iCopti; e per quanto la congettura mi sembrasse non infelice, pure non mi attentai a soscrivervi seriamente se prima non ebbi e l’attestato di antico documento e l’adesione di uomo competentissimo. Questo è l’illustre amico mio sig. Salomone Munk, socio dell’accademia delle Iscrizioni e belle lettere di Parigi, al quale m’indirizzai in cerca di notizie; e che con isquisita benevolenza risposemi nei termini seguenti: «Quant au mot Kabtazar, sur le quel vous me faites l’honneur de m’interroger, c’est tout simplement une faute d’impression, ou une faute de copiste dans la version hébraïque de commentaire de Maïmonide. La véritable leçon estKobt Masr, et comme vous l’avez bien deviné dans un premier moment il s’agit ici des Coptes anciens ou des Egyptiens indigènes, par opposition aux Grecs qui depuis Alexandre s’étaient établis en grand nombre en Egypte. Maïmonide veut dire qu’Onia gagna un grand nombre d’Egyptiens indigènes, qu’il convertit au Judaisme. (È questo fatto principalmente che Maimonide introduce nella istoria, senza che si possa scuoprire d’onde derivato). Les motsKobt Masr, sont généralement employés par les auteurs arabes pour désigner les anciens Egyptiens sous les Pharaons ou leurs déscendants à l’époque des Grecs et celle des Arabes. Encore aujourd’hui on appelle ainsi les chrétiens d’Egypte que nous designons ordinairement par le nom de coptes, et que descendent d’une race mêlée d’anciens Egyptiens et de Grecs. (Qui il dotto sig. Munk trascrive il testo arabo, e aggiunge.) J’ai fait copier ces mots arabes d’un manuscrit de la Bibliotheque imperiale que j’ai apporté moi même d’Egypte en 1810.» Senza più oltre aggiungere di Onia, è celebre il viaggio di Jeosciuah Ben Perahia, quegli stesso che a detto del Talmud fu precettore di Gesù, il quale insieme al maestro si sarebbe recato pur esso in Alessandria. Il Talmud ci conservò la Epistola che da Gerusalemme fu spedita alla Sinagoga d’Egitto per affrettare il ritorno del prenominato dottore. Ella è così concepita:Da me, Gerusalemme città santa, a te Alessandria. Lo Sposo mio dimora presso di te, ed io me ne sto in solitudine.Il dotto sig. rabbino Rapoport, nel suo Erech Millin altra volta citato (pag. 101), pare volere confermare questo viaggio di Gesù in Egitto con quanto narrano i Vangeli della fuga in quel paese. È noto però come questa avvenisse nella più tenera infanzia del fondatore del Cristianesimo; mentre il viaggio onde si narra nel Talmud sarebbe stato eseguito nella sua gioventù, anzi poco prima della sua rottura colla Sinagoga. Tuttavia non è a tacersi che di questo viaggio eseguito da Gesù nella età virile, narravano i Carpocraziani, antichissimi eretici, quando dicevano: «Que J. C. avait choisi dans ses 12 disciples, quelque fidèles amis, auxquels il avait confié toutes les connaissances qu’il avait acquises dans le Temple d’Isis, ou il etait resté près de treize ans a s’exercer à une étude pratique, dont on lui avait donnée la théorie pendant son enfance instruite et formée par les Prètres egyptiens.» (La Maçonnerie considerée comme le resultat de la Relig. egypt. juive et chrét., par R. D. S.; vol. I, pag. 289). Ciò pone almeno in salvo la buona fede dei Talmudisti, e l’antichità della tradizione di cui si fecero interpreti. Ella è attestata da un documento non meno antico, l’Evangelo di Nicodemo. In questo, tra le altre cose, gli Ebrei accusano Gesù che «arrivé àcertain âge fut contraint de chercher fortune en Egypte, ou il apprit quelque secret; qu’il retourna dans son pays en Judée, et que par ce moyen il fit de la magie» (Ibid. vol. I, pag. 445). Il Talmud Gerosolimitano racconta di un altro viaggio posteriore, che Jehouda Ben Tabai ed un suo discepolo intrapresero nell’Egitto. Simone Ben Sciattah, capo dei Farisei, fuggì in Egitto per torsi alla persecuzione del cognato suo, il Re Janneo, amico dei Sadducei. Quindi R. Jeosciuah Ben Hanania, soprannominatolo Scolastico, visitò pur esso l’Egitto; e il Talmud racconta dei colloqui avvenuti colà tra il dottore Palestinese e gli Ebrei ivi stabiliti. Un altro dei più illustri Tanaiti, R. Johanan Asandellar, era di Alessandria (Talmud Gerosolomitano, Haghiga cap. III). Più tardi, troviamo domande in fatto di riti, dirette da Alessandria ai dottori di Palestina (Talmud Gerosolomitano, Kidduscin cap. III), e circolari da questi alle Sinagoghe di Alessandria (Talmud, Irrubin cap. III). R. Abhu, familiare nella Corte di Cesare, vi si recò esso pure e v’introdusse l’uso delle Palme nel primo giorno dei Tabernacoli caduto in Sabato (Ibidem). Tutti questi viaggi, dei quali il più antico è appena contemporaneo a Filone, non possono avere esercitato un’influenza decisiva nè sopra la di lui filosofia, nè sulla istituzione dei Terapeuti, che Filone descrive come da lungo tempo ivi stanziati e stretti in consorteria; e la ignoranza almeno parziale di quanto accadeva in Palestina, è prova in Filone di non aver subìto se non indirettamente l’ascendente palestinese. Forse anche meno probabile è l’altra ipotesi di un’azione qualunque esercitata dalle dottrine alessandrine sulle idee in Palestina, e quindi nella formazione della dottrina cabbalistica e dell’Essenato. Chi rifletta alle rare occasioni di contatto tra i pensatori delle due sinagoghe; all’autorità e preminenza che dovevano avere necessariamente i dottori di Palestina sulle sinagoghe straniere; alle antichissime menzioni che vengono fatte di una scienza acroamatica nei libri talmudici, rappresentandola come già esistente fin dai tempi d’Illel; soprattutto alle antichissime tracce dell’Essenato non solo in Giuseppe Flavio e in Plinio, ma, ciò che più monta, in Filone e forse anco nei Maccabei; agevolmente andrà convinto, che se molte strettissime attinenze, se molte somiglianze parlantissime si rinvengono tra Filone e i Cabbalisti da una parte, e tra Terapeuti ed Esseni dall’altra, si debbono fare risalire a quell’epoca più antica in cui gli Ebrei si staccarono dal centro palestinese per andare ad abitare le sponde del Nilo, ove recarono seco, insieme al Testo della Legge, i germi di quelle tradizioni, che subirono poi sì ricca e rigogliosa vegetazione sul patrio suolo di Palestina.
[22]La identità suprema di Esseni e Farisei che la storia presente contribuirà spero in parte a mettere in sodo, e che antichi e moderni autori di buon grado consentirono, non ne toglie di considerare la prima di queste scuole siccome quella parte che per le sue dottrine e le sue tendenze, diede più particolarmente origine alle istituzioni e ai dogmi cristiani; ed anche di questo sembra che la critica indipendente vada sempre più convincendosi. Questa prerogativa degli Esseni-Kabbalisti di aver generato il Cristianesimo da ma diffusamente trattata nel mioEssai sur l’origine des dogmes et de la morale du Christianismeci porge una naturalissima spiegazione di questi due fatti accennati nel testo; il primo è il nome di Terapeuti preso dai primi Cristiani, il secondo molto più momentoso è il silenzio degli Evangeli intorno la Società degli Esseni, silenzio non altrimenti esplicabile. Ma agevole torna il comprenderlo purchè si ammetta ad un lato che gli Esseni non erano che la parte più eletta, lafrazionespeculativa del Farisato, e che era quella da cui meno dessentiva la nuova dottrina. Non è nemmeno improbabile chei Dottori della Leggedi cui si parla ripetutamente nei Vangeli siano la indicazione di questa parte del Farisato. NelSaggiosopra rammentato mi sono ingegnato di porgere di questa congettura non pochi nè lievi indizi, tratti dai Vangeli e dai libri rabbinici.
[23]Opera infinita, certo non capace di stringersi in una nota noi faremmo, ove noi volessimo tutte riandare le analogie che la Predicazione evangelica e il primitivo cristianesimo ci offrono colla società degli Esseni. Forse ne sarà dato accennarne alcune, e solo di volo nel seguito di questa istoria. Ciò che possiamo sino da ora additare al lettore istruito, sono le numerose figure, immagini, locuzioni, tratte dall’esercizio della Medicina, che ricorrono in bocca al Fondatore del Cristianesimo; le cure che egli prodiga agli infermi, laSaluteonde s’intitola la nuova dottrina, indizj tra altri infiniti che persuasero gravissimi autori antichi e moderni a vedere nello Essenato la prima origine d’onde uscì il Cristianesimo Evangelico. Nello scorso secolo Bahrdt e Venturini furono i più eminenti rappresentanti di questo sistema, e gli studi susseguenti nulla valsero a renderlo meno probabile.
[24]Questo fatto, segnatamente per ciò che s’attiene a Filone, torna tanto più ammirabile quanto più erano tempi i suoi di gravi dissidenze religiose in Palestina. L’essersi serbato puro il nostro Filone di ogni labe eretica, non è ella nobilissima testimonianza dell’antichità e verità dell’ortodossia farisaica che Filone redò dai suoi maggiori trasportata in tempi più antichi in Egitto? Quanto al fatto stesso, vale a dire l’ortodossia di Filone, ci sembra indisputabile. Può trovarsi qua e colà nelle sue opere alcune, vuoi dottrine o interpretazioni che dissentono dalle dottrine e chiose prevalenti tra i Farisei; ma in primo non si può negare che il Farisaismo stesso era a quei tempi scisso in cento diverse frazioni le quali, tenendosi fra loro in bilico creavano in seno all’uniformità generale una varietà così pronunziata nei particolari, che avrebbe oggi faccia di paradosso e di eresia. In secondo luogo non è lecito pretermettere che Filone vivendo lontano, e ciò ch’è più, sequestrato dal centro religioso di Palestina, non poteva a meno di offrirci nelle opere sue qualche dissonanza colle idee colà dominanti. Nè faremo caso di altre cagioni non meno urgenti che produssero questo cotal disaccordo; la traduzione greca dei sacri libri diversa in gran parte dal Testo ebraico e sola conosciuta da Filone, lo scopo da esso propostosi nel dettare le opere sue, quello cioè da far conoscere le dottrine e la storia ebraica ai Pagani e che ispiravagli tal volta un linguaggio più acconcio a persuadere i suoi lettori pagani, che fedele alle vetuste dottrine degli avi suoi. Nonostante è innegabile che il genio, la sostanza, le tendenze di Filone e delle sue opere sono a dirittura farisaiche. Opera immensa sarebbe il raffronto tra le dottrine dell’uno e quelle degli altri. Momentosissima poi quella che si assumesse l’officio di trovare nelle costui dottrine i principali lineamenti, e non poche volte le formule istesse della teologia farisaica, o acroamatismo (Cabbalà) impresa che il signor Frank tentò in parte nella suaKabbale, éd. de Paris. Basterà qui che noi facciamo un breve assaggio delle strettissime attinenze che corrono fra Filone, e i Farisei o la tradizione in generale e ciò in una delle meno illustri delle opere filonianela vita di Moisèche noi preferiamo, trovandosi più agevolmente in mano ad ognuno per le recenti edizioni che ne vennero fatte. Ora noi mostreremo in brevissime note ciò che di singolarmente somigliante si trova in quest’opera tra le nozioni storiche, i giudicj, le dottrine eziandio di Filone, e quelle che suonarono famose tra i Farisei e che solo i loro libri, posteriori di gran lunga a Filone, ci attestano; prova se altra fu mai che la loro data risale molto più alto dei libri che le contengono, e che la lealtà dottrinale e religiosa dei Farisei repugna al supposto di una invenzione e alterazione per parte loro.—Divideremo i nostri rilievi in due parti—prima tutti quelli che si riferiscono a storia—poi quelli che si attengono a dottrine.
A pag. 3. Dice di Moisè «Allora nato questo bambino pareva che dallo aspetto promettesse non so che più dell’ordinario.» Non si dee tacere che idee conformi si leggono nei monumenti tradizionali sul testo che diceE vide, (la madre)ch’egli era bello. Ora si dice, che nacque circonciso; ora che al suo nascere un gran splendore invase la stanza; ora che fu veduta con esso laSchehina.Tobche qui significa probabilmente bello, ha pure il senso di buono, e buono è nome che Dio ha nella teologia riposta dei Farisei, come ilPrimoe l’unodi Plotino corrispondente alPadredel Cristianesimo, e allaSapienzaoSofiadei Teosofi ebrei (Kabbalisti) ha esso non meno il nome diBuono(Agathos).
A pag. 18 «Dopo le quali nozze egli incominciò ad essere pastore preparandosi in cotal guisa al principato, perciocchè l’arte pastorale ci dispone al regno, cioè al regime di uomini, greggia mansuetissima; siccome quelli che hanno i loro animi inchinati alle cose della guerra prima si esercitano nella cacciagione.... onde il Pastore ha certa somiglianza col Re. Anzi, per quanto io ne sento, non seguendo la comune opinione ma ricercando la verità, e rida chi vuole, solo colui può essere perfetto Re che ottimamente sa quello che si richiede a governare un gregge.Ora chi non resterà sorpreso leggendo nelScemot Rabbàle parole seguenti.Come fu provato Moisè? Nell’arte sua di Pastore. Così pure fu provato David e fu trovato egregio pastore conciossiachè egli traesse addietro i più forti tra il gregge per dar luogo a’ più deboli di cibarsi; mandava pure innanzi al pascolo le più tenere pecorelle perchè trovassero l’erba più delicata; quindi le vecchie a pascere l’erba mezzana, infine le giovani e forti a cibarsi della parte più dura. Ciò vedendo disse Iddio; questi che sì bene sa appropriare ad ogni età e temperamento il suo cibo sarà pastore del mio popolo. Così Mosè non fu altramente esperimentato. Dissero i nostri maestri: mentre stava Mosè pascolando la gregge di Ietro per i campi, fuggigli un agnello, ed avendolo rincorso lo trovò mentre si dessetava in un laghetto d’acqua. Disse allora Moisè: Non sapeva che tu corressi per la sete che ti molestava. Sei tu stanco? e così detto, lo prese, e messoselo sulle spalle se ne ritornava. Lo che veduto Dio, disse: Poichè tanto hai di pietà nel governo del gregge degli uomini, tu sarai pastore del mio popolo Israel.» e più oltre, «Dio non concede agli uomini grandezze se prima non sono provati nell’infime cose. Così due grandi uomini furono in vili offici esperimentati, e trovati fedeli, salirono a’ più magnifici stati. Fu David esperimentato nella pastorizia, e vedendo come ad ogni poter suo evitasse i colti onde di rapina non si cibassero le sue pecore, fu fatto pastore di popoli. Moisè pur esso, dice il Testo, pascolava le gregge dietro il deserto perchè le pecore sue non vivessero sugli altrui campi; quindi fu chiamato a pascere Israel, essendo scritto: Tu guidasti qual gregge il tuo popolo per mezzo di Mosè e Aaron.» I fenomeni portentosi che accompagnarono il nascimento di Mosè possono essere suggeriti dal desio comune di dare una tinta maravigliosa all’origine di uomini comunemente venerati. Ma il presente raffronto ci sembra ancor più significante.
A pag. 41. Era l’acqua del fiume mutata in sangue, ma non agli Ebrei perciocchè attingendovi questi, diventava buona da bere. Quest’ultima circostanza taciuta dal Testo si trova solo nella Tradizione.
A pag. 78.Perciocchè allora più mostrava di veder la bestia che l’uomo, il quale si dava vanto di vedere non pure le cose mondane, ma esso rettore e creatore dell’universo.Al vanto dl Balamo che si diceconoscitore della Mente di Dio(Veiodea daat Elion) i Dottori domandanoor come conosce la Mente di Dio colui che nè anco sa cosa voglia la sua giumenta?
A pag. 108.Quivi(I Dottori interpetri della legge per ordine di Filadelfo)rapiti dallo spirito, profetavano non diversamente, ma tutte colle medesime parole non altrimenti che se alcuno avesse dettato a ciascheduno invisibilmente.Il Talmud parecchi secoli dopo Filone, e ignaro certamente dell’attestato di questi, ripete le stesse cose. Non è prova il deposto di Filone della preesistenza delle medesime tradizioni ai Dottori talmudici e non pone suggello alla loro veracità? Questa esattezza nel riferire le tradizioni storiche ci è arra della dote medesima nel riferire le tradizioni dottrinali. Ognuno comprende come laverità del fattosia considerazione estranea alle conclusioni che qui si traggono, perocchè la lealtà farisaica rimarrà dimostrata ogni qualvolta le loro narrazioni si palesino concordate dai più valenti scrittori, non pochi secoli vissuti innanzi a loro.
A pag. 119.Di tale affetto di conversar con donna erasi spogliato Mosè già molto innanzi, quasi infin da quel tempo che incominciò a ricevere lo Spirito Divino, per esser sempre apparecchiato ad ascoltare gli oracoli della voce divina.Circostanza taciuta assolutamente nel Testo mosaico, nè vi ha frase che l’autorizzi. I soli a parlarne, a giovarsene eziandio per ispiegare non pochi passi del Pentateuco sono i Dottori. Donde tolse Filone questa circostanza? Io non so imaginare altra fonte che quella d’una tradizione nazionale anteriore alla emigrazione degli Ebrei in Egitto. Avesse anco attinto Filone nel centro Palestinese, rimarrebbe tuttavia verissimo che i Dottori talmudici nulla dissero che non corresse per le bocche ad ognuno, parecchi secoli innanzi; e che non pochi dettati i quali sembrano appartenere al patrimonio letterario dell’epoca loro, hanno radici in un’antichità che non eravamo usi sospettare. Alla pagina istessa Mosè è dichiarato,bello e forte di corpo. Ed anco di questo, solo la tradizione è maestra che appunto in Mosè trova il prototipo di tutti i Profeti siccome quello che erafortericco e sapiente.
A pag. 120.In quei giorni ch’egli(Moisè)nel monte dimorò, imparava tutti i misteri del Sacerdozio.E questo è purissimo farisaismo, che vuole la Legge e i misteri della Legge imparati da Moisè nei giorni ch’ei stette sul monte.
A pag. 137.Esse dunque(le Donne)avevano dedicati a Dio spontaneamente gli specchi avanti i quali erano avvezze ad abbellire la faccia come primizie dell’onestà del matrimonio.Che dal Testo apparisca essere veramente specchi cotesti, e dalle donne offerti, può darsi, ma l’intenzione e il pregio di tale offerta quali si descrivono qui da Filone, non si leggono che nei Dottori i quali vi veggono come Filone il simbolo e lo Stromento dell’amor coniugale onde tanto crebbe il popolo di Dio in Egitto.
A pag. 161.Insegnando(nel sabato)il principe(Moisè)a guisa di Dottore ammaestrando e dimostrando a ciascuno l’officio suo il quale uso dura anche al dì d’oggi presso i Giudei.Nessun vestigio nella Bibbia di questa pratica; sibbene nella tradizione la quale fa risalire a Mosè la istituzione di cui si tratta e l’insegnamento al popolo nei Sabati e nelle Feste dei Riti odierni.
A pag. 162.Stando Moisè sospeso nè sapendo con qual maniera di morte che a lui si convenisse, dovesse punirlo.Il Testo dice semplicemente che non sapeva qual pena dovesse infliggergli. Ella è solo la tradizione che ponendo in Mosè la certezza della pena di morte, gli fa sol dubitare in qual maniera dovesse essere eseguita. Le parole di Filone consuonano quindi perfettamente colla tradizione, meglio assai che col Testo il quale tollera che si supponga in Mosè il dubbio piuttosto, se fosse o no reo di morte. Ma la mèsse che noi andiamo a raccogliere del raffronto fra dottrine e dottrine è di gran lunga maggiore e più importante.
A pag. 3. Filone fa notare come Mosèfu il settimo per ordine dal primo il quale venuto da straniere contrade diede principio al popolo ebraico. Qui tutto è farisaico 1º L’importanza conceduta aiNumeri. 2º La Santità del numero Sette. 3º L’osservazione medesima per ciò che riguarda Mosè è non meno esplicita nei Dottori, i quali adducono qual prova della stima in cui questo numero è tenuto, la elezione di Mosèsettimonella serie dei Patriarchi.
A pag. 20. Filone trova nella visione del pruno che arde senza consumarsi un senso allegorico «il fuoco che non consumava la materia, dimostrava che coloro non dovevano morire i quali dalla violenza dei nemici erano calcati.» Questa interpetrazione è proposta e autorizzata dai Dottori.
A pag. 22.Dirai primieramente loro, che Io sono colui che è, acciocchè imparino la differenza tra colui che è, e quello che non è; nè verun nome potersi convenevolmente dire di me del quale solo è l’Essere. E se egli avvenisse che per essere essi d’ingegno tardo, volessero sapere come io mi chiamo, mostra loro non solamente me esser Dio, ma Dio ancora di tre personaggi ec.Qui si noti:
1º Filone dà perfettamente ragione alla più antica sentenza che vide nei due nomi più augusti di Dio—Ehie—Avajà—il concetto dell’Essere; e vince colla sua luce il falso bagliore di interpretazioni quali sono quelle proposte dal Prof. Luzzatto vuote di ogni merito, tranne quello, di essere da lui derivate.
2º L’Essere, qual nome di Dio e superiore a quello stesso quadrilettere, consuona mirabilmente con quanto insegnano i Teosofi ebrei (Kabbalisti) i quali veggono nell’Ehieo Essere, la denominazione di unaSefiràoEmanazionesuperiore a quella che reca il secondo di questi nomi.
3º Tanto conferma Filone aggiungendoche ove per ingegno tardo volessero saper come Io mi chiamo mostra ec., dove si allude manifestamente al quadrilettere usato dal Testo in quella circostanza e chiamato Dio d’Abramo ec.
A pag. 28.Dieci afflizioni caddero sopra il paese, acciocchè quelli che avevano commesso ogni scelleraggine con perfetto numero di flagelli fossero battuti.Qui non solamente torna in campo il valore dei numeri, non solo il numerodieciè il prediletto dai Dottori e dalla Bibbia eziandio, ma ciò ch’è più, la teosofia recondita degli Ebrei trova neidieci flagelli d’Egitto, l’espressione, la imagine delle dieci emanazioni impure, specie di Antischemi ch’essi oppongono alle divine emanazioni.
A pag. 29.Cotali(flagelli)però in tre ordini furono divisi.Ogni Israelita legge nei vespri pasquali l’antica sentenza di R. Iehuda che divide i dieci flagelli in tre serie,Dezah,Adas,Beahab. Questa gratuita partizione diventa così, più vecchia di circa due secoli.
A pag 54.La vitale virtù della palma non come le altre piante e riposta nelle radici ma nel sommo messa, come ii cuore nel mezzo dei Rami la quale intorno intorno è custodita, come un Re dalle sue genti.Osservazioni dei Dottori a proposito della Palma festiva i quali aggiungono volere essa per questo significarel’unità d’aspirazione d’Isdrael verso l’Altissimo. Quanto alla Palma, ecco come si esprime il Sharon Turner I, 122, nota: «Vi è una tribù di piante chiamatemonocotiledonedove dall’avere un solo lobo per seme, appartiene a questo, l’ordine naturale delle Palme.»
A pag. 82. È sensibile in Filone una interpretazione farisaica di un locuzione di Balaam. Questi aveva detto per Israele «popolo che qual lione si alza, nè riposa finchè abbia divorato la preda. I Dottori spiritualizzando il verso lo applicarono allepreghiere, alla Confessione di Dio che l’Israelita ripete, nel levarsi e nel coricarsi. Si oda ora Filone:nè ciò fatto anderà a riposare, ma vigilando canterà versi che significheranno la sua vittoria.» Ecco altritre secolidi antichità alle più umili o neglette tradizioni farisaiche.
A pag. 104. Il Testo Biblico vieta le opere nel giorno di Sabato. Una esegesi razionalistica potrebbe non vedervi, che le opere le quali affaticano il corpo, non atti che si compiono quasi per trastullo, quale sarebbe cogliere un frutto, strappare una fronda ec. Filone però non è tra questi.Concede ancora il settimo giorno agli alberi e a tutte le piante qualche alleggiamento, perciocchè in tal dì è vietato levarne le frondi e le foglie e raccorre alcun frutto.
A pag. 120. Filone traduce ilMicdasdi Mosè (Tempio) percittà sacra. Donde ciò? Una delle tradizioni farisaiche nella Misna vuole appunto che tutta la città di Gerusalemme sia detta Micdas e ne abbia a certi effetti le prerogative.
A pag. 122. Il numeroCinquanta santissimo. Eccolo dunque col sette e col dieci, terzo tra i più venerati numeri nella teosofia tradizionale: degno pure è di nota l’epiteto disantissimo. Infatti il numero cinquanta appartiene alla emanazioneBinache ha per distintivo la santitàKodes, come altre, laverità(Emet), lacarità(Hesed) e via discorrendo.
A pag. 124.Il giacinto rassembra nel colore l’Aere.E questo è ilTeheletdel Pentateuco e appunto come Filone dissero i Dottori, ilTehelet somiglia all’Aere. Pare dunque che a questa doppia autorità dobbiamo starcene, piuttosto che a problematiche analogie tratte dall’Etiopico come vorrebbe un Filologo scrittore del giornale Ebraico.Maghid.Anno 7º 13 e 14.
A pag. 127.In tali figure(dei Cherubini sovrapposti all’arca)crederò che dimostrino le due antichissime ed incomprensibili potenze di colui che è la vera essenza, una delle quali crea, l’altra governa; per quella vien chiamato Dio, con cui tutto l’universale fabbricò ed adornò ma per la regale è chiamato Signore.Testo preziosissimo perchè informato senza meno delle idee teosofiche farisaiche. Basti dire (senza grandi sviluppi che il luogo non consente) che della sacra decade o dieci Emanazioni divine, la sapienza ch’è la vera essenza, come dice Filone, e appunto per ciò chiamataIes, Essenza, si parte nei suoi due attributi, o in unfiglioed unafigliacome si esprime il linguaggio simbolico di essa teosofia, e questi figli appunto sono in quella scienza stessa rappresentati dai dueCherubiniche poggiavano sul arca del Patto. Or quali idee esprimono essi? Tali osiam dirlo, che concordano mirabilmente con quanto Filone va significando. Il primo portato o figlio, è appunto la potenza creatrice chel’universo fabbricò ed adornòilDemiurgodei Platonici e comeCreatoreè pur ancoRivelatoree fonte dei prodigii, conciossiachè egli abbia dato le leggi al mondo; anzi che per esse leggi lo governi; ed è rappresentato dal nome tetragramma diAvoja, il secondo attributo ofiglia, è alla letterala potenza regale, come dice Filone ilRegno,Malhut, e come il nome lo significa, presiede al governo del mondo. Per questo officio lo chiama FiloneSignoree appunto per ciò ha per suo distintivo in quella Teosofia il Nome d’Adonai o Adon, e per far più mirabile l’analogia, il nome persino onde nel Testo Greco si vale Filone il greco titolo diKirieSignore, e appunto nel suo senso greco di Signore, conciossiachè sia cotesto uno dei residui della lingua greca di cui si giovò lo stile familiare e la teosofia dei Farisei.
A pag. 130.Aveva(il sommo Pontefice)una piastra d’oro a guisa di corona scolpita di quattro lettere, di quel nome il quale è lecito d’udire e nominare nel sacrificio, solamente a quelli che gli orecchi e la lingua hanno colla sapienza purificato.Da cui tolse Filone questo divieto di profferire il nome quadrilettere se non nel Tempio? Non certo nella Bibbia che di ciò non favella; sibbene nella tradizione farisaica che appunto dispone doversi nel Tempio invocare Dio col nome suo quale si scrive, e fuor del tempio con quel diSignoree che per l’autorità di Filone si palesa veridica e più antica di parecchi secoli.
A pag. 131. Ciò che segue è d’importanza ancor maggiore. «Tal nome dicono i Teologi essere di 4 lettere forse perchè significa i primi numeri, uno, due, tre, quattro, perciocchè nel quaternario tutto si contiene, e punto, e linea, e superficie, e solidità.» Si noti in primo luogo come Filone non sia tanto qui originale spositore, ma si faccia bensì interprete di ciò chedicono i teologi. Non sembra con queste parole mostrarci a dito la sorgente a cui attinse? Che sarà se troveremo pure gli insegnamenti conformi? In fatti iTeologiebrei veggono nelle quattro lettere del nome divino, nè più nè meno di ciò che vi trova Filone, o per dir meglio, ciò che vi trovano iTeologia cui accenna. Queste lettere sono laIod, laE, laVaue laE. Ora per la prima intendono la emanazioneSapienzadetta ora, Uno (ed in ciò consuona coll’Uno, oBuonodi Plotino e dei Neoplatonici) ora,punto, (Nekudda;) per la seconda, vogliono significare la emanazioneBinao intendimento, chiamata per la stessa simbologia matematica oradueoralinea(Kau;) per la terza accennano alla sesta emanazione ilLogo,DaatoBellezza, Tifheret, che è detto il terzo patriarca, Israel a cui è promessalarghezzasenza confini (Nahala Beli Mesarim) la quarta lettera, raffigura ilRegnoultima emanazione, (Malhut) chiamataGuf.... Corpo Solido, Profondità (Omek) ed anche quarto sostegno del trono,reghel rebihi. Aggiungiamo per i dotti, che qui in Filone come nelle prime evoluzioni del domma cristiano le due triadi principali della serie emanativa, Corona, Sapienza, Intendimento da un lato, e Sapienza, Logo e Regno dall’altro, si compenetrarono e confusero in guisa da sostenere talvolta l’officio gli uni degli altri.
A pag. 136.Parimente nel Razionale, il quale alla regione(Logos)ogni cosa disponente, si rassomiglia, perciocchè faceva mestieri che il sacerdote che all’universal Padre porta preghi, adoperasse per avvocato il perfettissimo suo figliuolo, ad ottenere degli errori perdono.Il razionale è come ognuno sa un quadrato di porpora giacinto ec., che il sommo pontefice recava sul petto. Questo come tutte le altre parti del culto ha un senso simbolico, teosofico nella scienza recondita e nel suo gran codice il Zohar. Qual è questo senso nel razionale? Non so se m’illuda, ma parmi l’identità e non solo l’analogia d’idee, evidentissima. L’emanazione Tifheret, oLogosè per i Teosofi la ragione (Daat,Logos) ilfiglio, e per aggiuntaperfettissimo(Ben,Tam,Tamim.) Chi direbbe che ciò appunto significa il Razionale per i Teosofi? Eppure nulla di più dimostrato per chi legga nel Zohar, vol 2, pag. 230 e nel Meore Or. Di fronte a questa splendida conformità non insisteremo sull’officio diDifensoree per dirla nel linguaggio cristiano e che probabilmente Filone adoperò, diParacletoattribuito a esso figlio, Ragione. Diremo solo che neppur esso manca per completare la rassomiglianza fra il Logos o Ragione diFilonee il figlio o Ragione dei Teosofi Ebrei. Notiamo ancora di fuga che il nome di Razionale derivò, a quanto pare, a questa veste dall’epitetto Mispat di giustiziache porta nel Pentateuco.
A pag. 145.Nè potendo fare di non credere all’oracolo, come mezzano e arbitro del divino concetto.Fraseologia incomprensibile se non si raffronti allo stile ed ai simboli teosofici dei Farisei, pei quali l’oracolo o l’eco, è loSpirito SantoilRegno, chiamato appunto Mezzano (Sirsur,emzahi,Malah)Interprete,Turcimanno(Torgheman) del divino concetto, cioè dell’Ideadel Logo, della Ragione.
A pag. 157.Più oltre passando ed iltuttobestemiando, niente addietro lasciò.Bestemmiare iltuttoè frase che vuole spiegazione. Se la traduzione del greco è esatta, non è possibile astenersi dal vedere in questotuttooPan, uno dei nomi più legittimi di parecchie tralle emanazioni farisaiche col tutto.
Ibid. La legge del Sacrilegio interpretata dai Dottori esige che il bestemmiatore si faccia ad esecrare il nome dl Dio, col nome di Dio stesso, Dio invocando contro Dio medesimo; e come dice il Talmud (Iacchè Iosà et Iosè) forma che altra non fu mai non so se più mostruosa o paradossale. Ma tanto più concludente se si troverà in Filone. Si oda lo stesso, a pag. 157....la sfrenata bocca obbedendo ec., sogliono senza dubbio bene spesso, o uomo, qualche mostruosa sceleraggine commettere. Or dimmi saravvi chi esecrerà Dio? Quale altro Dio a questa esecrazione chiamerà? Non chiamerà egli stesso contro lui stesso?Queste parole non han bisogno comento. Offrono un eloquentissimo indizio di quella fratellanza d’idee che noi asserimmo tra Filone e i Farisei.
A pag. 158. Quando Moisè dice «Ognuno che avrà maledetto il suo Dio porterà il suo peccato.» Filone intende pegli Dei dei Gentili, aggiungendo,acciocchè nessun discepolo di Mosè si avvezzi a stimar poco il nome di Dio che sempre stimò. Giuseppe Flavio consente in quella intelligenza del Testo Mosaico col nostro Filone; ma finchè non fossero che questi due scrittori, un dubbio naturalissimo potrebbe sorgere non forse volessero per siffatta guisa amicarsi la opinione dei Pagani, e fare da essi estimare la legislazione mosaica. Ciò che ne interdice di così giudicare ella è l’autorità del Zohar, doppiamente preziosa, vuoi perchè chiarisce ingenua e spontanea la interpretazione dei due scrittori greci con essi consentendo, vuoi perchè ne porge un nuovo anello onde connettere costoro, e specialmente Filone, colla teologia acroamatica e coi principii che ispirarono al zohar la stessa interdizione di Giuseppe e Filone. Vedi mie note critiche al Pentateuco nell’opera mia Ebraica Em lamicra, Levitico Cap. 24.
A pag. 159. La tradizione trova mal fatto chiamare il proprio genitore per nome, sia egli presente o lontano, e quando pure si qualifichi con qualsiasi titolo onorifico. Non è egli in sommo grado parlante trovare la stessa inibizione in Filone? «Perciocchè(egli dice)neppure il nome dei mortali genitori,quelli che osservano la pietàardiscono nominare, ma lasciando per riverenza i nomi propri, dei naturali si servono, chiamandoli Padre e Madre.
A pag. 160. Chiama vera filosofia, alla quale l’Ebreo attende il giorno del Sabato, quella che in sè questi soli tre capi contiene,opinioni,detti, edopere. È degno di nota, da una parte come la tradizione esiga il riposo sabbatico, non solo nelle opere ma eziandio neidettie nelpensiero, astenendosi da parole o cogitazioni che non siano di preghiere o di studio; e dall’altro come il culto perfetto secondo i Teosofi ebrei consista appunto nella consacrazione deipensieri, deidetti, delleopere, al servizio divinoMahasabà,Dibbur,Maasè.
A pag. 170. La legge di successione registrata nel Libro dei Numeri, tace del Padre, come erede del proprio figlio. Si oda Filone....perciocchè pazzia sarebbe credere che lo Zio come fratello del Padre fosse erede del figliuolo ed il proprio padre non fosse erede del figliuolo; ma perchè la legge di natura comanda che i figliuoli succedano nei beni dei padri e non i padri in quei dei figliuoli, di questi non parlò come di cosa di tristo augurio e contrario all’amore paterno.Accennònondimeno tacitamente che quel benefizio che ai zij permette doversi ai Padri ancora esser conceduto: Triplice conformità coi Talmudisti. 1º Nel riconoscere nel Padre il diritto di successione al figlio, nonostante il silenzio del Testo. 2º Nel valore conceduto alla causa di questo silenzio; cioè come cosa di tristo augurio; ragione che il Talmud stesso invocava nel trattato Batrà,Cap. 3º.—; 3º nel convenire che fa Filone, avere Mosètacitamente accennatoquesto diritto del Padre; sistema d’interpretazione in uso presso i Farisei i quali dal proibito incesto colla nipote, traggono per illazionede minori ad majusquella della figlia stessa e dalla parolaScèeroche si legge nel Testo Mosaico concludono doversi attendere anzi tutto al diritto del padre, veraceparenteecarnalecomeScèeroappunto significa.
Noi abbiamo fin qui indagato nella intima natura di questi raffronti, il pensiero comune tra la tradizione farisaica e Filone; e crediamo avere il risultato risposto pienamente alla nostra aspettazione. Rimarrebbe però a desiderarsi che oltre queste concordanze di fatto che offre Filone colla tradizione, ci ponesse egli stesso sulla via per risalire alla origine della tradizione e qualche cosa dicesse che accennasse appunto avere egli da questa fonte attinto che noi presumiamo. Ognun vede la grande importanza di questo deposto di Filone, se pur vi fosse. Avventurosamente egli esiste ed è nei termini seguenti ai quali vuolsi gran peso concedere. «Ma io la invidia di costoro trapassando desidero esprimere di un tal uomo quello che mi hanno insegnato i Sacri libri che egli lasciò.... e cheio ho appreso da alcuni vecchi della nostra gente i quali sempre all’antica lettura, alcuna cosa solevano aggiungere, onde maggiormente la vita di lui ho potuto conoscere.» Questa preziosissima confessione pone il suggello a quanto fu da noi intieramente dimostrato per via di raffronti e la sorgente tradizionale non poteva essere meglio dimostrata a dito, di ciò che si fa in queste parole.
(Vita di Mosè in principio.)
[25]Revue des Deux-Mondes, V, 745.
[26]Questo studio rigorosissimo di purità sino al punto di preterire doveri sì sacrosanti ci può far comprendere il valore di certe parole del Fondatore del Cristianesimo.Lasciate i morti seppellire i loro morti. Chi non odierà il Padre, la Madre, il fratello per amor mio non sarà degno di seguirmi. Donna, questi sono mia Madre e questi i miei fratelli.Non è nostro officio sindacare di queste sentenze il valoremorale; sibbene ilcritico. Ora noi fondatamente asseveriamo non d’altronde derivare se non da quel concetto che di se medesimo mirava a far prevalere e che altrove abbiam già veduto informare le sue parole; quello cioè diTempio vivo e vero ed erede delle prerogative tutte del Tempio reale allora esistente. Quindi per naturale illazione tutti i doveri che cessavano alle soglie del Tempio non potevano più avere niun diritto alla sua osservanza nè a quello dei seguaci. Vediamo infatti non per altro motivo giustificarsi da Gesù le infrazioni del sabato e delle leggi dietetiche se non dicendo esservi allora presente.Qualcheduno maggiore del Tempio.Notabilissimo poi è che ilZoardà la qualità diTempioal Dottore Cabbalista (Vol 3º Sez.Zau); nuovo indizio delle originiessenico-cabbalistichedel Cristianesimo.
[27]Risulta dal Testo sacro per duplice motivo e in duplice senso, chiamarsi il Nazireo con questo nome, nel senso diseparazionee nel senso dicorona. Ciò prova come la nomenclatura biblica siapolisensa, e come bene si appongano i dottori, cercando, oltre la indicazione biblica, altro senso nel nome di quei personaggi. Non meno questo fatto resulta evidente nei nomi apposti ai figli di Giacobbe; per esempio, Giuseppe, ove anche il senso diritrarre,cessarel’onta dell’orbamento, è accennato dal Testo stesso, allato dell’altro più appariscente diaggiungere,aumentare; e di altri non meno, come avvertimmo nelle nostre note al Pentateuco in lingua ebraica (Em lammicrà, Genesi, cap. I). Questa multiformità di sensi può darci la chiave di alcune anomalie, non ancora perfettamente risolute; qual è, a mo’ d’esempio, la poca convenienza che si nota tra certi nomi biblici nella loroattual giacitura, e la etimologia che ne assegna la stessa Scrittura; cosìCainmal consuona colCanisti, da cui si vuole derivato;NoèconJenahamenu,SamuelconSeiltiv, ed altri, che nel nostro sistema avrebbero avuta altra significazione, eziandio taciuta dal Testo. Si spiegherebbe ancora come siano rimaste in credito certe derivazioni pugnanti colla esplicita dichiarazione del Testo, qual è, ad esempio, la origine del nomeMosè, secondo la Scrittura, dal verbo ebraicoMasae secondo Filone (Vita di Mosè) dal nome egiziano d’acqua,mos. Non è improbabile l’ipotesi che i primi cristiani siansi dettiNazareni, nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello dioriginarj della città di Nazaret, etimologia poco ammissibile, e per avventura immaginata quando l’antica origine dell’Essenato, cominciò a venir meno nella memoria degli uomini.
[28]Chi sa che l’atto di Geremia nel propinare il vino ai Recabiti non sia una di quelle solite parodie onde i profeti solevano contraffare le prevaricazioni del popolo per fargliene rimprovero. Avremmo quindi l’iniziazione e il magistero profetico nei Recabiti eziandio, ai quali era dato il vino come antidoto, siccome ai suoi coetanei rimprovera Amos; e intenderemmo meglio le promesse fatte ai Recabiti da Geremia che suonano così magnifiche. È strana dopo le cose dette fin qui l’opinione di coloro che si ostinano a vedere nell’uso generoso del vino una preparazione necessaria e consueta all’officio di profezia tra il popolo nostro.
[29]L’origine essenica del cristianesimo trova un eloquente riscontro nella foggia di vivere e di vestire del Precursore che da un lato risponde al suo prototipo di Elia di cui adempie le parti; dall’altro non meno bene si confà all’antico uso dei profeti e degli Esseni.
[30]Dante è Maestro in siffatte similitudini; solo che alla Sapienza rivelata, alla Teosofia si sostituisca lafilosofiadetta da esso «la bellissima e famosissima figlia dell’imperadore dell’universo.»
[31]A chi volesse vedere nellapurità e bianchezzadei Nazirei in Geremia, la delicatezza o candor della pelle, dimanderemmo ci dicesse perchè singolarmente si specificano qui i Nazirei. La similitudine poi dellaNeve, usata, come nota Rasci in Daniel, a indicare la purità delle vesti, non è tralle menome prove che mostrano quanto bene il padre di tutti i chiosatori si sia egregiamente apposto nell’interpretare per le vesti.
[32]È questo uno degli infiniti esempj in cui la Pratica posteriore a Mosè soperchiandone i dettati o diversificandone l’indizio manifesto di una tradizione è coimperante in Israel colla legge scritta. Infatti la Storia biblica ci mostra in pratica ilNazerato perpetuo. Ma dov’è egli preveduto e regolato nel testo mosaico? In nessun luogo.
[33]Abbiamo udito la scrittura parlare di santità a proposito dei Nazirei. Ora è bene che si sappia che ogni qualvolta il nome di santo è usato nel senso di astinenza o di perfezione religiosa la traduzione aramea è sempreParus. L’atto stesso del votarsi al NaziratoIafliè tradotto dal Parafrasta CaldeoJefares; da ciò il nome dell’angiolo apparso al padre di Sansone se in ebraico è dettoPeliin arameo è tradottoMeforas; nè altro è da intendersi nel titolo di Meforas dato dai Rabbini al titragramma se non il nomeseparatoedistintoper eccellenza. Qui sarebbe luogo di diffondersi sopra una obiezione speciosa che questo nome diParuspotrebbe suscitare contro l’antichità del Zohar. Tra le tante vestigia di tempi moderni che i critici vollero trovarvi, ora nello stile ora nelle dottrine, non mi venne fatto d’imbattermi in una che tutte le vince in speciosità e verosimiglianza e che pure mirabilmente si solve alla luce delle cose accennate. Le intelligenze superiori angeliche sono dette nel ZoarPeriscian: vale a dire intelligenze separate. Ora per poco che si abbia contezza della filosofia aristotelica, specialmente del peripatetismo arabico, facile sarà ricordarsi come in questi sistemi,intelligenze separatesiano dette le intelligenze angeliche perchè immateriali e incorporee. Come non dubitare di una traccia della filosofia araba e della sua fraseologia nelle pagine del Zoar? Nelle mie note su quel libro in lingua ebraica osservai che non v’ha ragione di credere piuttosto a una derivazione arabo-aristotelica e quindi posteriore, che ad una origine greca, platonica o aristotelica e quindi più antica, ove meglio non si accetti la originalità del Zohar nel coniare questo epiteto. Ora aggiungo che ilParus, usato dalle tradizioni aramee per indicare la santità in genere, conviene che nulla più, alla frase ed all’uso che il Zohar ne ha fatto, trattandosi d’intelligenze angeliche chiamate dai Profeti antonomasticamente Santi; e che ilMefarasdel Parafrasta Ionatan applicato all’angiolo è di una convenienza difficile a vulnerarsi col Perisan del Zoar inteso per gli angioli.
[34]Il Talmud pare, è vero, non alludere che ad un oggetto speciale esclusivo, cioè di porsi in grado di offrire una specie di sacrifizio che solo la merce del Nazirato avrebbe potuto presentare. Tuttavia chi conosca come il Talmud Babilonico sia stato scritto più di sei secoli dopo i più bei tempi dell’Essenato; in terra, e tra costumi tanto dai loro diversi, non stenterà a credere che lo scopo universalissimo delHasidimnel farsi Nazirei, o per dir meglio la medesimezza dei due personaggi siasi circoscritta nel Talmud e considerata da un solo punto di vista.
[35]Vegga il lettore tra i raffronti da noi stabiliti nella nota 3, pag. 90, tra Filone e la tradizione farisaica, la memoria di questa volontaria continenza mosaica nel filosofo alessandrino. Ragion di più per farle acquistare peso e autorità.
[36]Questa stessa trasformazione dell’eccezione in regola del precetto morale in Cerelo, costituisce uno dei passaggi originarj dall’Etraesmo al Cristianesimo.
[37]Questa bellissima idea, che Paolo presentò ai Pagani nella similitudine dell’ulivo selvatico, appartiene in origine ai dottori interpretanti la promessa ad Abraham:E saranno in te benedette tutte le genti della terra.Il verbo ebraicovenibrehu, che suonasaranno benedetti, è suscettibile dell’altro senso d’innesto, ed è appunto su questo che i Dottori insisterono veggendovi l’innestodi tratto in tratto operatosi, di un ramo gentile sul tronco ebraico.
[38]Le istituzioni e gli offici sono come le scienze. Dapprima confusi e concentrati in una sola persona, non cominciano a distinguersi che in progresso di tempo. Perciò il sacerdozio fu anticamente centro in cui conversero tutti i rami del sapere e tutti i sociali maestrati, appunto siccome quello che tutti sovrasta. L’ebraismo stesso, per quanto non abbia seguito la legge comune, lenta, regolare del progresso, e sia sorto, come avverte l’autore del Kuzari (libro meditato pure da Guido Cavalcanti, come ci ammoniva l’illustre Mamiani), a guisa delle creazioni in unFiat; pure non è sì che la legge di unione primitiva non si verifichi in esso ancora comecchè per breve istante. Difatti è sentenza dei dottori corroborata eziandio da qualche cenno del Testo che nei sette giorni d’inaugurazione del tabernacolo il ministero sacerdotale fosse assunto e concentrato temporariamente inMosèsiccome Jerofante e Iniziatore, il quale da quell’ora in poi tornò semplice Levita e subordinato ad Aaron.
[39]Non si attribuisca questovivere nelle tendea costumi tuttavia rozzi e primitivi. Nè i Cananei sposseduti, nè gli Israeliti erano allora in tal grado di barbarie da non aver ancora case costruite. Esempj di case anteriori a questi fatti non mancano nella Bibbia. Sin dai tempi di Mosè egli promette loro nella PalestinaCase piene di ogni bene che voi non avrete ricolmo; prevede e regolala costruzione di nuove casee impone ilriparosul tetto. Contempla e prescrive le regole per purificare le case colla demolizione delle antichemura, e colla introduzione di nuovomateriale. Egli è quindi indispensabile credere che se ai tempi tanto più posteriori di Devora i Cheniti abitavano sotto le tende, così facessero non per altra cagione di quella che indusse a così fare i loro nepoti a’ tempi tanto più moderni di Geremia, che il vide e li lasciò viventifuori della città sotto le tende.
[40]Isaia, cap. 1.
[41]Lo avere questa sentenza origine nel Zohar, lungi dal detrarre del suo valore ne accresce anzi il pregio per ognuno che ricordi essere a senso nostro non altro gli Esseni che i predecessori dei Kabbalisti o Teosofi moderni, appo i quali si troverebbe pertanto la stessa denominazione diEunuchi.
[42]Questa lezione era da lungo tempo scritta quando mi venne fatto d’imbattermi nel florilegio talmudico (En Israel), ediz. Königsberg, e preceduto da bella e dotta introduzione di scrittore moderno. L’autore, ragionando intorno ai versi d’Isaia di cui è parola, esce fuora con questa interpretazione, che se non coincide appuntino colla intelligenza che qui si attribuisce al Testo, pure di molto le si avvicina, e stabilisce un principio e accenna una idea generale che non può trovare la sua realtà concreta, il suo adempimento storico, che nella ipotesi nostra. Ecco le sue parole: «Vuole Isaia significare come allora vi fossero uomini assai che renunciato avevano ad ogni piacere mondano, nè tolto avevano donna; ma attendevano in solitudine con grande amore al culto religioso, nel Tempio divino, e tanto avveniva altresì degli stranieri, vale a dire dei Gabaonti.»
[43]Pel lettore che sa di ebraico non fan mestieri spiegazioni. Pegli altri, diremo solo che tutto il ragionamento presente tende a provare come il verboOmed lefanaiusato in Geremia a proposito degli Esseni, è suscettibile, in forza degli arrecati esempi, dei sensi che qui si accennano.
[44]Tra i trasportati in Babilonia, la storia biblica annoveracharas veamasgheralla letterafalegnami e fabbroferrai. La tradizione ne fa altrettantimaestri e dottori; ed è notabile: primo, che Masgher può avere senso di claustro, di reclusione, e poi che il Talmud Gerosolimitano su questo verso (Nedarim, IV) chiosaEllu ahaberim,Sono questi i soci. Quanto questa frase convenga agli Esseni ognuno il vede; e non si sarà dileguato dalla memoria dei lettori quanto congetturava il dottissimo R. Rapoport intorno al senso della parolaEsseniche vale al dire di lui quantosocio,compagnodaJsoArameo. Sotto altra forma l’appellativo di socio è attribuito ai Farisei nel nome Amit (Talmud Tract Sciabuot, cap. IV). Quanto alla identità originaria di Esseni e di Recabiti non d’altronde sembra muovere l’Heckers, (Istoria della medicina, 42) se non da tale premessa, quando scrive: «Gli Israeliti, spezzato il giogo di Babilonia, si dedicarono alla vita contemplativa e solitaria e fondarono la setta degli Anacoreti(Geremia XXXV),i quali privi delle scienze naturali operano colla fede e cogli scongiuri cure portentose.» Qui ognun vede come Recabiti ed Esseni pongano in comune i loro caratteri.
Prima di abbandonare la questione dell’origine degli Esseni, facciamo qui alcuni rilievi che recenti letture ci suggerivano. Il senso da noi dato agliEunuchid’Isaia, quello di precursori ed antenati degli Esseni, fu avvertito da un Critico alemanno autore delBiccoret Attalmud, pag. 273; se non che non diè valore aiProseletiche allato degliEunuchifigurano nello stesso luogo d’Isaia (cap. 56), e ch’è indizio eloquente dell’origine da noi propugnata. Quanto all’origine dai Nazereni, mentre è consentita da valenti scrittori tra cui ilGraetz, è invece combattuta dall’autore sopra ricordato. Ond’è che non sarà discaro udirne le ragioni, e pesarne la forza. Egli si giova di quanto si legge nel Talmud (Nedarim X)essere usi gli antichi Hasidem di far voto di Nazer; dunque ei conclude, eran costoroKasidim(cioè Esseni) prima che si votassero Nazirei. Il lettore ricorda come cotesto passo fosse da noi noverato tra gli indizi che ci favoriscono. Questo senso ostile che gli si vuol dare non ci par serio; sia perchè può avere appunto inteso il Talmud di svelarci l’origine e il carattere primitivo dei Hasidim; sia perchè il Talmud stesso per le ragioni altrove accennate, può non aver avuto un’idea assai chiara di una origine puramente storica e di piccolo o niuno religioso momento. Il Talmud altrove (Chidduscin, 71) offre un curioso passo che diè luogo ad un antico comentatore (Moarscia) a trovarvi un’allusione agli Esseni sotto il nome di Nazirei. Il Talmud così si esprime «Colui che dicesse: Sarò Nazireose non svelo i vizj di origine delle famiglie, sia Nazireo e non le sveli.» Qui il Moarscia chiosa dicendo:Si dee intendere mercè quanto scrive Giuseppe, esservi stato durante il secondo Tempio una setta detta dei Nazirei, che amavano la solitudine e i deserti per non cadere nel peccato di maldicenza. Perciò si legge che se taluno dicesse sarò Nazireo se non svelerò ec. sia Nazireo, poichè tale n’è invero il costume per quanto sia cotesto un voto non da tutti laudato a cagione delle astenenze che importa. Tuttavia peggior cosa sarebbe se per annullarlo si permettesse la maldicenza. Quindi si taccia e sia Nazireo.Questo senso dà noia all’autore rammemorato del Biccoret Attalmud: (pag. 279) ma s’è vera la intelligenza ch’egli ci porge, non si comprende come rimanga fermo il voto e sia Nazereo mentre la condizione apposta, cioè quella di propalare le turpitudini delle famiglie non si verifica nè si permette che si verifichi. Quindi ci pare probabile il cenno agli Esseni che vuol trovarvi ilMoarscia; ed in ogni caso, è questa prova novella come non appena i nostri scrittori ebbero a narrare o a ragionare degli Esseni, li qualificarono senza esitanza quali veri e propriNazirei, ossequio spontaneo e tanto più concludente in favore della loro affinità originaria. L’autore medesimo, non a bastanza penetrato dei vincoli strettissimi che uniscono il Farisato nei suoi gradi più eminenti colla società degli Esseni, va in cerca di contradizioni tra l’uno e l’altra. Fra queste pone ilbianco vestirein onore nella seconda, in odio presso i primi, e cita il Talmud Sota 22 e Meghilla 24. 2. Ma che cosa si legge invero in ambo i luoghi? Nel primo:Il tribunale supremo si vendichi di coloro che si cuoprono di Gundé?Che cosa èGundé? Per l’autore, così pare,abito bianco. Non così però perRasciil quale chiosa addiritturaabito nero. Volesse pur direbianco; non sarebbe altro che un denunciare la ipocrisia di coloro che prendevano le sembianze esteriori degliOttimisenza averne le virtù. Il secondo suonaChi dicesse non officierò nel Tempio con abiti di colore non officii nemmeno coi bianchi. E i comentatori: perchè era il bianco vestire costume deiMinim(eretici); ma 1º Non si vuol egli distinguere tra il bianco vestirevolontariodegli Esseni e l’obbligatoriodi questi Minim? Sappiamo non meno che gli Esseni vestivano talora diversamente; di sacco p. e. 2º Probabilissimo è poi che inMinims’intenda iprimi cristianicome talvolta significa veramente; e se così fosse, nulla di strano che il costume adottato da costoro tornasse odioso a quegli stessi che lo avevano usato poc’anzi. È questo nella natura dell’uomo, e corroborato da esempi? nostrali. Il Decalogo fu soppresso nella orazione del mattino a cagione dei Minim; anche qui probabilmente cristiani, che ridussero tutta l’antica legge al solo Decalogo. 3º Infine insigniFariseivestono di bianco nel Talmud e ne vanno ivi stesso celebrati, come ragionando del costume vedremo. Si dirà ancora ch’era tal costume in odio?