LEZIONE DECIMANONA.

LEZIONE DECIMANONA.Se la comunanza dei beni fu propria istituzione della società degli Esseni, come veduto abbiamo nella passata lezione, non meno tralle altre distinta procedeva, per un altro suo particolare istituto,il celibato. Il celibato fu ed è tuttavia fama avere appartenuto, come ad altri, così a quello antichissimo istituto eziandio, e gli appartenne in verità, purchè si voglia in questa sentenza procedere colle debite distinzioni. Che il celibato praticassero una parte, la più ascetica delli Esseni, nessuno negò, anzi formalmente asserironlo tutti quelli che degli Esseni presero a trattare da Giuseppe sino ai nostri giorni. Ma quanto a partito s’ingannerebbe chi volesse a questa regola astretti tutti quanti gli Esseni! Vi confesso il vero, giovani miei, quando le prime, le più superficiali nozioni acquistando del grande istituto, mi venne fatto di leggere questa regola severissima; quando pensai tutti dover gli Esseni rigorosamente conformarvisi; un dubbio mi assalì, e dissi fra me: che sarà del mio elaborato sistema, dei raffronti perpetui dei Farisei, della strettissima parentela, anzi della perfetta identità tra i due Sodalizj, se il celibato fu invero proprio costitutivo elemento di quello istituto? In qual guisa gli Esseni identificare con quei Dottori, che levavano al cielo il matrimonio,che il gridavano mezzo, condizione di spirituale eccellenza? Ed allora un certo scoramento mi prese, e dubitai un istante della bontà del sistema. Ma quanto ingiustamente! La contradizione che si parava gigante a traversarmi la via, veduta più davvicino, meglio studiata, meglio analizzata, simile ai giganti che vide l’Eroe della Mancia, si convertiva in mulini. E per due ragioni e per due diversi lati deponeva lo scoramento, e quello immenso intervallo che pareva il celibato frapporre tra le due sette sorelle, era in parte da ognuna di esse superato e ricolmo. Farisei ed Esseni che il celibato faceva così discrepanti si porgevano da lungi una mano fraterna, e muovendo ognuno verso dell’altro fornivano una parte di quella distanza che dividevali. Si accostavano gli Esseni ai Farisei togliendo al celibato quel carattere organico, fondamentale che parevagli attribuito, nè i Farisei meno davvicino agli Esseni si appressavano, parecchi e grandi e autorevoli esempj porgendosi non solo di celibato fortuito, involontario, ma di celibato studiatamente voluto, e amato e osservato; e qual grado eminentissimo reputato di spirituale perfezione. Ma parlino i fatti più di me eloquenti. Parli Giuseppe che la preziosa distinzione stabilisce tra Esseni ed Esseni, tra quelli che al celibato si attenevano, e quelli che, comunque veracissimi Esseni, non pertanto non solo il celibato non professarono, ma il matrimonio ad esso preponevano per molti rispetti.Havvi, dice Giuseppe,altra specie di Esseni che convengono coi primi, nell’uso degli stessi cibi, negli stessi costumi e nelle stesse leggi, e in nulla ne differivano, notate preziosissime parole,tranne perciò che riguarda il matrimonio, a cui il rinunciare stimano quanto estinguere dalla faccia del mondo la specie umana. E questo è il punto in cui Esseni al centro farisaico convengono. Ma Esseni, voi direte, vi furonononostante i quali il celibato praticarono ed a regola parziale sì, ma pure venerata eressero del loro istituto. Nè io lo nego, nè il potrei. Lo attesta Giuseppe, come vi dissi; lo attesta Filone pei suoiTerapeuti, e lo attestano infine i due pagani Plinio e Solino. Ma quanto lo stesso attestato di questi due ultimi, che pure sembra osteggiarne, non reca un’aspettata conferma al nostro sistema! Quale è questo sistema? Voi lo sapete; l’identità suprema tra Esseni e Farisei. Ma chi erano i Farisei e qual concetto di sè porgevano al mondo pagano? Certo di quelli che la immensa maggioranza rappresentavano della nazione, il fondo a così dire della Ebraica società, il popolo vero, il popolo Ebreo. Udite ora le parole di Plinio. Egli non rifinisce dallo stupirsi, egli celebra quale inaudita meraviglia che una nazione per secoli e secoli si perpetui, nella quale, per dirla colle sue parole stesse,non nasce nessuno. Che cosa vi dicono queste parole di Plinio? Certo che un attestato vi porgono rilevantissimo, come altra volta vi feci osservare, della rispettabile antichità dello Essenico istituto, e come stranamente siano andati errati coloro che circa a quel torno gli assegnarono il nascimento, mentre Plinio favella di secoli e secoli. Ma non vi pare che le parole citate confermino la propugnata identità? Vi par egli che Plinio avrebbe così favellato, che avrebbe ad una setta, e scarsissima di numero, il pomposo nome assegnato di popolo e nazione; vi par egli che del suo perpetuarsi avrebbe fatto le meraviglie, se gli Esseni come i Sadducei fossero uno scisma, un membro putrido e divelto, anzichè il fiore e la eletta della nazione? se nel concetto di Plinio e Solino, Essenato ed Ebraismo farisaico non fosse tutt’uno? Vi par egli che luogo vi fosse a gridaremirabiliapel durare, comunque lunghissimo, di uno Istituto ove, s’egli è vero che niuno nasceva corporalmente, pure moltissimi eranoi nascenti per le vie di affiliazione e di noviziato? Se d’altra parte Essenato ed Ebraismo non fossero stati nel concetto di Plinio una sola cosa, e se il suo errore da questo appunto provenuto non fosse, dalla naturale identità tra gli Esseni, espressione più alta dell’Ebraismo Farisaico, e lo istesso Farisaico Ebraismo?Ma nè queste nè altre simili inattese conferme da un obbligo ci dispensano imperiosissimo; dallo spiegare in qual modo il celibato, almeno parziale, si concilia colla identità dei due Istituti. E qui mestieri è di buon grado il concediate. Se ci volessimo di una semplice analogia accontentare, egli è gran tempo che sarìa stata da noi indicata; se ci bastasse il dimostrare che i Farisei se non ebbero il celibato, n’ebbero almanco lo spirito, n’ebbero almeno le lunghissime astinenze, n’ebbero almeno l’applicazione temporanea ai grandi stati, ai grandi momenti della vita religiosa; gli esempj altra volta da noi ricordati sorgerebbero all’uopo opportuni, ed il Farisato di nuovo ricondurrebbero tra le braccia dell’Essenato; sorgerebbero gl’Israeliti separati da lunga mano dalle loro donne nell’aspettazione di Dio rivelato; sorgerebbe Mosè sacratosi secondo i dottori a perpetuo celibato perchè la voce udì che gl’intimavaRimanti con me, e di cui bello indizio comecchè indiretto ci fornirà il gran fatto, che dopo i due figli avuti pria della sua vocazione, niuna altra prole di lui rammemorino le istorie. Sorgerebbe David, il quale al sacerdote di Nob ripugnante di ammetterlo alla mensa d’Iddio protestaesso ed i suoi da parecchi giorni da ogni venere astinenti. Sorgerebbe, lo che è più, una schiera di Dottori Talmudici dei quali si narrano le lunghe separazioni dalle donne loro, sino ai dodici, sino ai venti e più anni, per vivere della vita studiosa appo qualche famoso dottore lontano; nè tra questi sarìa dapretermettere Rabbi Achibà che un carattere particolare ci offre notabilissimo nello appartenere a quei quattro privilegiati che si dicono ammessi alPardès; ch’è quanto dire iniziati alle più alte speculazioni di una recondita Teologia. E questo, ne converrete, sarìa già molto, e molto del còmpito nostro noi avremmo fornito. Ma se il sistema nostro è vero, se resiste a tutte le prove, dobbiamo volere di più: dobbiamo chieder una precisa e formale dispensa dal matrimonio, dobbiamo chiedere una precisa e formale sanzione del celibato: Non basta; dobbiamo chiedere, perchè sia congenere e quindi identificabile perfettamente coll’Essenico celibato, dobbiamo chiederla quale virtù ascetica, trascendentale, qual mezzo di superlativa perfezione religiosa, quale sacrifizio di ogni affetto carnale ad un affetto morale sopramondano. Parvi egli che io proceda meco stesso più che non s’addica indulgente? Parvi egli che più potrebbe esigere il più severo Aristarco? Parvi egli che se questo trovato avremo, avremo tutto trovato? Ebbene, noi lo abbiamo trovato; abbiamo il Talmud, e dopo di esso un lungo ordine di Trattatisti, i quali tutti, dopo avere tra i precetti di Dio annoverato il matrimonio, pure stabiliscono una eccezione, e questa eccezione è pegliAsceti, è pegli uomini che pongono ogni loro amore nellaContemplazione, per quelli, dice il Talmud, che lo esempio vogliono seguire diBen Azai. Che nome è questo, e qual nuovo raggio di luce diffonde sull’argomento? Chi era Ben Azai? Il credereste! Era anch’esso uno dei quattro che sopra gli altari si dicono nel Talmud ausati a’ più eccelsi voli della speculazione teologica; era pur esso uno dei quattro che entrarono nelPardès, ed esso, oh meraviglia! è Ben Azai, è il modello del celibato in bocca ai Dottori, ed egli stesso fu celibe, come celibe o quasi celibe fu Rabbi Achibà, come celibe fu Ben Zomà, se nonerro, tutti componenti il gran consesso del Pardès. È egli a caso cotesto? È a caso che non solamente si trova il celibato autorizzato praticato nel Talmud, ma lo che è di gran lunga più importante, si trova appunto, si trova esclusivo in quel consesso, in quei Dottori che se antenati ebbero i Cabbalisti negli antichi tempi, sono dessi di certo? È egli a caso che lo stesso argomento che prova la presenza del celibato trai Farisei, prova egualmente la particolare affinità degli Esseni con quella parte di Farisei che furono precursori, progenitori della grande scuola di Cabbalisti, tanto che si può dire che lo argomento che a noi saria bastato, sorge di nuova luce rivestito che ne prova la verità e meglio e più urgentemente conclude di quello che chiedevamo? Io credo che uno dei migliori criterj di verità, per giudicare di un sistema sia appunto cotesto, quando cioè affaticandoti a solvere una repugnanza apparente, non solo il filo trovi che ti trae d’impaccio, ma quasi per mano ti riconduce a rivedere, a riconoscere, a ricostatare tutte le altre parti del visitato edifizio provando al tempo istesso il tutto colla parte e la parte col tutto, e intimamente armonizzando non solo colla idea in controversia, ma con tutti gli altri caratteri del tuo sistema.Abbiamo veduto lo stato economico degli Esseni, la comunanza di beni, il loro stato, in parte coniugale in parte celibatario. Adesso dobbiamo più davvicino osservare la vita privata, le costumanze, le abitudini. E prima di ciò che riguarda il loro esteriore, la loro persona. Quali erano i loro abiti? Noi abbiamo di questo argomento toccato laddove della origine discorrevamo del nostro Istituto. Voi lo ricordate. Questi abiti non erano per tutti uniformi, e forse cercando di questa diversità la origine, la troverete per avventura in quel doppio ordine di Esseni che abbiamo veduto comporreil grande istitutoPratici e Contemplativi. Vestivano altri di ruvide pelli, secondo ne ammonisce Giuseppe nell’Autobiografia, altri poi procedevano ammantati di bianchissimi lini. Noi chiedevamo, voi lo rammentate, all’antichità ebraica, alla storia, al culto ebraico di questo duplice costume i precedenti. Vedevamo l’origine del primo nell’uso generalmente adottato dai profeti, e che n’era siccome pare il principal distintivo. Vedevamo l’origine, il modello deicandidi lini, in parecchi e venerande istituzioni in Israel; il vedevamo tra i sacerdoti che di bianco lino vestivano nell’interno del Tempio; il vedevamo tra i Leviti, tra i Nazirei, presso i quali un verso preziosissimo delle Lamentazioni ci attestava egual costumanza; il vedevamo nelle rappresentazioni degli esseri angelici quando i profeti ce li dipingono biancovestiti, quando in Daniell’antico dei giornici è presentato cuoperto di veste bianca qual neve; il vedevamo tra i Dottori, specialmente in uno tra essi celebratissimo R.Iehudà Bar Ilhai, del quale si narra che approssimandosi il sabbato indossava candida veste ondenon dissimile, dice il Talmud,appariva dagli Angeli. Che sarà pure se lo epiteto intenderete, col quale questo santo Dottore vien designato? Certo non negherete che niuno più parlante modello da paragonarsi agli Esseni. L’epiteto di cui si parla egli è quello col quale, a senso nostro, si designava dai Dottori lo Istituto degli Esseni, l’epiteto diHassid. EHassidè detto nel Talmud questo stesso RibbiIeudà Ben Ilaìdi cui vediamo la singolare conformità esteriore col costume degli Esseni. Fatto di gran rilievo ove specialmente si consideri che a detta del Talmud, ogni qual volta il nome, l’epiteto ricorre presso gli antichi, diHasid, egli è di questo stesso Dottore di cui si è voluto parlare. Ma non è egli il solo di cui si narri ilbianco vestire. I Dottori di Babiloniasi distinguevano peicandidi manti; onde erano detti, perciò appuntoMalahè asciaret, secondo avverte il Talmud inChiduscimed inNedarim. Ed oh quanto non torna all’uopo nostro significante la voceHassid! Voi lo vedeste le mille volte come l’uso storico speciale che di questo vocabolo fecero gli antichi consuoni sempre coll’istituto degli Esseni, tanto che, ciò che i Dottori dissero, narrarono deiHassidim, è vero alla lettera, dei grandi solitari. Ma non è perfino il nome stesso di Hassid che non acchiuda in seno una squisita convenienza coll’uso, col costume in discorso. Il senso suo cotanto vago, cotanto generale, pure talvolta si determina, si fissa, si circoscrive e l’idea ci offre bene chiara, bene specchiata dicandoreebianchezza. Ce l’offre quando è adoperato in senso diontasiccome quella che in ebraico si dipinge col pallore e labianchezza del volto;Malbin. Ce l’offre poi nel nomeHassidàche il traduttore Arameo traslata a dirittura labianca;Havaritàper il bianco colore delle sue penne.Sono queste alcune linee di quel grande sistema d’identità che abbiamo cercato di dimostrare del continuo in queste Lezioni; ma la precipua sua forza sta nell’insieme, nell’armonia delle sue parti; in quel vicendevole connettersi, spiegarsi, completarsi, che fanno tutti i suoi elementi, ed in cui l’animo non può fare a meno di ammirare o uno strano capriccio del caso, o un titolo ed un carattere innegabile di evidenza.

LEZIONE DECIMANONA.Se la comunanza dei beni fu propria istituzione della società degli Esseni, come veduto abbiamo nella passata lezione, non meno tralle altre distinta procedeva, per un altro suo particolare istituto,il celibato. Il celibato fu ed è tuttavia fama avere appartenuto, come ad altri, così a quello antichissimo istituto eziandio, e gli appartenne in verità, purchè si voglia in questa sentenza procedere colle debite distinzioni. Che il celibato praticassero una parte, la più ascetica delli Esseni, nessuno negò, anzi formalmente asserironlo tutti quelli che degli Esseni presero a trattare da Giuseppe sino ai nostri giorni. Ma quanto a partito s’ingannerebbe chi volesse a questa regola astretti tutti quanti gli Esseni! Vi confesso il vero, giovani miei, quando le prime, le più superficiali nozioni acquistando del grande istituto, mi venne fatto di leggere questa regola severissima; quando pensai tutti dover gli Esseni rigorosamente conformarvisi; un dubbio mi assalì, e dissi fra me: che sarà del mio elaborato sistema, dei raffronti perpetui dei Farisei, della strettissima parentela, anzi della perfetta identità tra i due Sodalizj, se il celibato fu invero proprio costitutivo elemento di quello istituto? In qual guisa gli Esseni identificare con quei Dottori, che levavano al cielo il matrimonio,che il gridavano mezzo, condizione di spirituale eccellenza? Ed allora un certo scoramento mi prese, e dubitai un istante della bontà del sistema. Ma quanto ingiustamente! La contradizione che si parava gigante a traversarmi la via, veduta più davvicino, meglio studiata, meglio analizzata, simile ai giganti che vide l’Eroe della Mancia, si convertiva in mulini. E per due ragioni e per due diversi lati deponeva lo scoramento, e quello immenso intervallo che pareva il celibato frapporre tra le due sette sorelle, era in parte da ognuna di esse superato e ricolmo. Farisei ed Esseni che il celibato faceva così discrepanti si porgevano da lungi una mano fraterna, e muovendo ognuno verso dell’altro fornivano una parte di quella distanza che dividevali. Si accostavano gli Esseni ai Farisei togliendo al celibato quel carattere organico, fondamentale che parevagli attribuito, nè i Farisei meno davvicino agli Esseni si appressavano, parecchi e grandi e autorevoli esempj porgendosi non solo di celibato fortuito, involontario, ma di celibato studiatamente voluto, e amato e osservato; e qual grado eminentissimo reputato di spirituale perfezione. Ma parlino i fatti più di me eloquenti. Parli Giuseppe che la preziosa distinzione stabilisce tra Esseni ed Esseni, tra quelli che al celibato si attenevano, e quelli che, comunque veracissimi Esseni, non pertanto non solo il celibato non professarono, ma il matrimonio ad esso preponevano per molti rispetti.Havvi, dice Giuseppe,altra specie di Esseni che convengono coi primi, nell’uso degli stessi cibi, negli stessi costumi e nelle stesse leggi, e in nulla ne differivano, notate preziosissime parole,tranne perciò che riguarda il matrimonio, a cui il rinunciare stimano quanto estinguere dalla faccia del mondo la specie umana. E questo è il punto in cui Esseni al centro farisaico convengono. Ma Esseni, voi direte, vi furonononostante i quali il celibato praticarono ed a regola parziale sì, ma pure venerata eressero del loro istituto. Nè io lo nego, nè il potrei. Lo attesta Giuseppe, come vi dissi; lo attesta Filone pei suoiTerapeuti, e lo attestano infine i due pagani Plinio e Solino. Ma quanto lo stesso attestato di questi due ultimi, che pure sembra osteggiarne, non reca un’aspettata conferma al nostro sistema! Quale è questo sistema? Voi lo sapete; l’identità suprema tra Esseni e Farisei. Ma chi erano i Farisei e qual concetto di sè porgevano al mondo pagano? Certo di quelli che la immensa maggioranza rappresentavano della nazione, il fondo a così dire della Ebraica società, il popolo vero, il popolo Ebreo. Udite ora le parole di Plinio. Egli non rifinisce dallo stupirsi, egli celebra quale inaudita meraviglia che una nazione per secoli e secoli si perpetui, nella quale, per dirla colle sue parole stesse,non nasce nessuno. Che cosa vi dicono queste parole di Plinio? Certo che un attestato vi porgono rilevantissimo, come altra volta vi feci osservare, della rispettabile antichità dello Essenico istituto, e come stranamente siano andati errati coloro che circa a quel torno gli assegnarono il nascimento, mentre Plinio favella di secoli e secoli. Ma non vi pare che le parole citate confermino la propugnata identità? Vi par egli che Plinio avrebbe così favellato, che avrebbe ad una setta, e scarsissima di numero, il pomposo nome assegnato di popolo e nazione; vi par egli che del suo perpetuarsi avrebbe fatto le meraviglie, se gli Esseni come i Sadducei fossero uno scisma, un membro putrido e divelto, anzichè il fiore e la eletta della nazione? se nel concetto di Plinio e Solino, Essenato ed Ebraismo farisaico non fosse tutt’uno? Vi par egli che luogo vi fosse a gridaremirabiliapel durare, comunque lunghissimo, di uno Istituto ove, s’egli è vero che niuno nasceva corporalmente, pure moltissimi eranoi nascenti per le vie di affiliazione e di noviziato? Se d’altra parte Essenato ed Ebraismo non fossero stati nel concetto di Plinio una sola cosa, e se il suo errore da questo appunto provenuto non fosse, dalla naturale identità tra gli Esseni, espressione più alta dell’Ebraismo Farisaico, e lo istesso Farisaico Ebraismo?Ma nè queste nè altre simili inattese conferme da un obbligo ci dispensano imperiosissimo; dallo spiegare in qual modo il celibato, almeno parziale, si concilia colla identità dei due Istituti. E qui mestieri è di buon grado il concediate. Se ci volessimo di una semplice analogia accontentare, egli è gran tempo che sarìa stata da noi indicata; se ci bastasse il dimostrare che i Farisei se non ebbero il celibato, n’ebbero almanco lo spirito, n’ebbero almeno le lunghissime astinenze, n’ebbero almeno l’applicazione temporanea ai grandi stati, ai grandi momenti della vita religiosa; gli esempj altra volta da noi ricordati sorgerebbero all’uopo opportuni, ed il Farisato di nuovo ricondurrebbero tra le braccia dell’Essenato; sorgerebbero gl’Israeliti separati da lunga mano dalle loro donne nell’aspettazione di Dio rivelato; sorgerebbe Mosè sacratosi secondo i dottori a perpetuo celibato perchè la voce udì che gl’intimavaRimanti con me, e di cui bello indizio comecchè indiretto ci fornirà il gran fatto, che dopo i due figli avuti pria della sua vocazione, niuna altra prole di lui rammemorino le istorie. Sorgerebbe David, il quale al sacerdote di Nob ripugnante di ammetterlo alla mensa d’Iddio protestaesso ed i suoi da parecchi giorni da ogni venere astinenti. Sorgerebbe, lo che è più, una schiera di Dottori Talmudici dei quali si narrano le lunghe separazioni dalle donne loro, sino ai dodici, sino ai venti e più anni, per vivere della vita studiosa appo qualche famoso dottore lontano; nè tra questi sarìa dapretermettere Rabbi Achibà che un carattere particolare ci offre notabilissimo nello appartenere a quei quattro privilegiati che si dicono ammessi alPardès; ch’è quanto dire iniziati alle più alte speculazioni di una recondita Teologia. E questo, ne converrete, sarìa già molto, e molto del còmpito nostro noi avremmo fornito. Ma se il sistema nostro è vero, se resiste a tutte le prove, dobbiamo volere di più: dobbiamo chieder una precisa e formale dispensa dal matrimonio, dobbiamo chiedere una precisa e formale sanzione del celibato: Non basta; dobbiamo chiedere, perchè sia congenere e quindi identificabile perfettamente coll’Essenico celibato, dobbiamo chiederla quale virtù ascetica, trascendentale, qual mezzo di superlativa perfezione religiosa, quale sacrifizio di ogni affetto carnale ad un affetto morale sopramondano. Parvi egli che io proceda meco stesso più che non s’addica indulgente? Parvi egli che più potrebbe esigere il più severo Aristarco? Parvi egli che se questo trovato avremo, avremo tutto trovato? Ebbene, noi lo abbiamo trovato; abbiamo il Talmud, e dopo di esso un lungo ordine di Trattatisti, i quali tutti, dopo avere tra i precetti di Dio annoverato il matrimonio, pure stabiliscono una eccezione, e questa eccezione è pegliAsceti, è pegli uomini che pongono ogni loro amore nellaContemplazione, per quelli, dice il Talmud, che lo esempio vogliono seguire diBen Azai. Che nome è questo, e qual nuovo raggio di luce diffonde sull’argomento? Chi era Ben Azai? Il credereste! Era anch’esso uno dei quattro che sopra gli altari si dicono nel Talmud ausati a’ più eccelsi voli della speculazione teologica; era pur esso uno dei quattro che entrarono nelPardès, ed esso, oh meraviglia! è Ben Azai, è il modello del celibato in bocca ai Dottori, ed egli stesso fu celibe, come celibe o quasi celibe fu Rabbi Achibà, come celibe fu Ben Zomà, se nonerro, tutti componenti il gran consesso del Pardès. È egli a caso cotesto? È a caso che non solamente si trova il celibato autorizzato praticato nel Talmud, ma lo che è di gran lunga più importante, si trova appunto, si trova esclusivo in quel consesso, in quei Dottori che se antenati ebbero i Cabbalisti negli antichi tempi, sono dessi di certo? È egli a caso che lo stesso argomento che prova la presenza del celibato trai Farisei, prova egualmente la particolare affinità degli Esseni con quella parte di Farisei che furono precursori, progenitori della grande scuola di Cabbalisti, tanto che si può dire che lo argomento che a noi saria bastato, sorge di nuova luce rivestito che ne prova la verità e meglio e più urgentemente conclude di quello che chiedevamo? Io credo che uno dei migliori criterj di verità, per giudicare di un sistema sia appunto cotesto, quando cioè affaticandoti a solvere una repugnanza apparente, non solo il filo trovi che ti trae d’impaccio, ma quasi per mano ti riconduce a rivedere, a riconoscere, a ricostatare tutte le altre parti del visitato edifizio provando al tempo istesso il tutto colla parte e la parte col tutto, e intimamente armonizzando non solo colla idea in controversia, ma con tutti gli altri caratteri del tuo sistema.Abbiamo veduto lo stato economico degli Esseni, la comunanza di beni, il loro stato, in parte coniugale in parte celibatario. Adesso dobbiamo più davvicino osservare la vita privata, le costumanze, le abitudini. E prima di ciò che riguarda il loro esteriore, la loro persona. Quali erano i loro abiti? Noi abbiamo di questo argomento toccato laddove della origine discorrevamo del nostro Istituto. Voi lo ricordate. Questi abiti non erano per tutti uniformi, e forse cercando di questa diversità la origine, la troverete per avventura in quel doppio ordine di Esseni che abbiamo veduto comporreil grande istitutoPratici e Contemplativi. Vestivano altri di ruvide pelli, secondo ne ammonisce Giuseppe nell’Autobiografia, altri poi procedevano ammantati di bianchissimi lini. Noi chiedevamo, voi lo rammentate, all’antichità ebraica, alla storia, al culto ebraico di questo duplice costume i precedenti. Vedevamo l’origine del primo nell’uso generalmente adottato dai profeti, e che n’era siccome pare il principal distintivo. Vedevamo l’origine, il modello deicandidi lini, in parecchi e venerande istituzioni in Israel; il vedevamo tra i sacerdoti che di bianco lino vestivano nell’interno del Tempio; il vedevamo tra i Leviti, tra i Nazirei, presso i quali un verso preziosissimo delle Lamentazioni ci attestava egual costumanza; il vedevamo nelle rappresentazioni degli esseri angelici quando i profeti ce li dipingono biancovestiti, quando in Daniell’antico dei giornici è presentato cuoperto di veste bianca qual neve; il vedevamo tra i Dottori, specialmente in uno tra essi celebratissimo R.Iehudà Bar Ilhai, del quale si narra che approssimandosi il sabbato indossava candida veste ondenon dissimile, dice il Talmud,appariva dagli Angeli. Che sarà pure se lo epiteto intenderete, col quale questo santo Dottore vien designato? Certo non negherete che niuno più parlante modello da paragonarsi agli Esseni. L’epiteto di cui si parla egli è quello col quale, a senso nostro, si designava dai Dottori lo Istituto degli Esseni, l’epiteto diHassid. EHassidè detto nel Talmud questo stesso RibbiIeudà Ben Ilaìdi cui vediamo la singolare conformità esteriore col costume degli Esseni. Fatto di gran rilievo ove specialmente si consideri che a detta del Talmud, ogni qual volta il nome, l’epiteto ricorre presso gli antichi, diHasid, egli è di questo stesso Dottore di cui si è voluto parlare. Ma non è egli il solo di cui si narri ilbianco vestire. I Dottori di Babiloniasi distinguevano peicandidi manti; onde erano detti, perciò appuntoMalahè asciaret, secondo avverte il Talmud inChiduscimed inNedarim. Ed oh quanto non torna all’uopo nostro significante la voceHassid! Voi lo vedeste le mille volte come l’uso storico speciale che di questo vocabolo fecero gli antichi consuoni sempre coll’istituto degli Esseni, tanto che, ciò che i Dottori dissero, narrarono deiHassidim, è vero alla lettera, dei grandi solitari. Ma non è perfino il nome stesso di Hassid che non acchiuda in seno una squisita convenienza coll’uso, col costume in discorso. Il senso suo cotanto vago, cotanto generale, pure talvolta si determina, si fissa, si circoscrive e l’idea ci offre bene chiara, bene specchiata dicandoreebianchezza. Ce l’offre quando è adoperato in senso diontasiccome quella che in ebraico si dipinge col pallore e labianchezza del volto;Malbin. Ce l’offre poi nel nomeHassidàche il traduttore Arameo traslata a dirittura labianca;Havaritàper il bianco colore delle sue penne.Sono queste alcune linee di quel grande sistema d’identità che abbiamo cercato di dimostrare del continuo in queste Lezioni; ma la precipua sua forza sta nell’insieme, nell’armonia delle sue parti; in quel vicendevole connettersi, spiegarsi, completarsi, che fanno tutti i suoi elementi, ed in cui l’animo non può fare a meno di ammirare o uno strano capriccio del caso, o un titolo ed un carattere innegabile di evidenza.

Se la comunanza dei beni fu propria istituzione della società degli Esseni, come veduto abbiamo nella passata lezione, non meno tralle altre distinta procedeva, per un altro suo particolare istituto,il celibato. Il celibato fu ed è tuttavia fama avere appartenuto, come ad altri, così a quello antichissimo istituto eziandio, e gli appartenne in verità, purchè si voglia in questa sentenza procedere colle debite distinzioni. Che il celibato praticassero una parte, la più ascetica delli Esseni, nessuno negò, anzi formalmente asserironlo tutti quelli che degli Esseni presero a trattare da Giuseppe sino ai nostri giorni. Ma quanto a partito s’ingannerebbe chi volesse a questa regola astretti tutti quanti gli Esseni! Vi confesso il vero, giovani miei, quando le prime, le più superficiali nozioni acquistando del grande istituto, mi venne fatto di leggere questa regola severissima; quando pensai tutti dover gli Esseni rigorosamente conformarvisi; un dubbio mi assalì, e dissi fra me: che sarà del mio elaborato sistema, dei raffronti perpetui dei Farisei, della strettissima parentela, anzi della perfetta identità tra i due Sodalizj, se il celibato fu invero proprio costitutivo elemento di quello istituto? In qual guisa gli Esseni identificare con quei Dottori, che levavano al cielo il matrimonio,che il gridavano mezzo, condizione di spirituale eccellenza? Ed allora un certo scoramento mi prese, e dubitai un istante della bontà del sistema. Ma quanto ingiustamente! La contradizione che si parava gigante a traversarmi la via, veduta più davvicino, meglio studiata, meglio analizzata, simile ai giganti che vide l’Eroe della Mancia, si convertiva in mulini. E per due ragioni e per due diversi lati deponeva lo scoramento, e quello immenso intervallo che pareva il celibato frapporre tra le due sette sorelle, era in parte da ognuna di esse superato e ricolmo. Farisei ed Esseni che il celibato faceva così discrepanti si porgevano da lungi una mano fraterna, e muovendo ognuno verso dell’altro fornivano una parte di quella distanza che dividevali. Si accostavano gli Esseni ai Farisei togliendo al celibato quel carattere organico, fondamentale che parevagli attribuito, nè i Farisei meno davvicino agli Esseni si appressavano, parecchi e grandi e autorevoli esempj porgendosi non solo di celibato fortuito, involontario, ma di celibato studiatamente voluto, e amato e osservato; e qual grado eminentissimo reputato di spirituale perfezione. Ma parlino i fatti più di me eloquenti. Parli Giuseppe che la preziosa distinzione stabilisce tra Esseni ed Esseni, tra quelli che al celibato si attenevano, e quelli che, comunque veracissimi Esseni, non pertanto non solo il celibato non professarono, ma il matrimonio ad esso preponevano per molti rispetti.Havvi, dice Giuseppe,altra specie di Esseni che convengono coi primi, nell’uso degli stessi cibi, negli stessi costumi e nelle stesse leggi, e in nulla ne differivano, notate preziosissime parole,tranne perciò che riguarda il matrimonio, a cui il rinunciare stimano quanto estinguere dalla faccia del mondo la specie umana. E questo è il punto in cui Esseni al centro farisaico convengono. Ma Esseni, voi direte, vi furonononostante i quali il celibato praticarono ed a regola parziale sì, ma pure venerata eressero del loro istituto. Nè io lo nego, nè il potrei. Lo attesta Giuseppe, come vi dissi; lo attesta Filone pei suoiTerapeuti, e lo attestano infine i due pagani Plinio e Solino. Ma quanto lo stesso attestato di questi due ultimi, che pure sembra osteggiarne, non reca un’aspettata conferma al nostro sistema! Quale è questo sistema? Voi lo sapete; l’identità suprema tra Esseni e Farisei. Ma chi erano i Farisei e qual concetto di sè porgevano al mondo pagano? Certo di quelli che la immensa maggioranza rappresentavano della nazione, il fondo a così dire della Ebraica società, il popolo vero, il popolo Ebreo. Udite ora le parole di Plinio. Egli non rifinisce dallo stupirsi, egli celebra quale inaudita meraviglia che una nazione per secoli e secoli si perpetui, nella quale, per dirla colle sue parole stesse,non nasce nessuno. Che cosa vi dicono queste parole di Plinio? Certo che un attestato vi porgono rilevantissimo, come altra volta vi feci osservare, della rispettabile antichità dello Essenico istituto, e come stranamente siano andati errati coloro che circa a quel torno gli assegnarono il nascimento, mentre Plinio favella di secoli e secoli. Ma non vi pare che le parole citate confermino la propugnata identità? Vi par egli che Plinio avrebbe così favellato, che avrebbe ad una setta, e scarsissima di numero, il pomposo nome assegnato di popolo e nazione; vi par egli che del suo perpetuarsi avrebbe fatto le meraviglie, se gli Esseni come i Sadducei fossero uno scisma, un membro putrido e divelto, anzichè il fiore e la eletta della nazione? se nel concetto di Plinio e Solino, Essenato ed Ebraismo farisaico non fosse tutt’uno? Vi par egli che luogo vi fosse a gridaremirabiliapel durare, comunque lunghissimo, di uno Istituto ove, s’egli è vero che niuno nasceva corporalmente, pure moltissimi eranoi nascenti per le vie di affiliazione e di noviziato? Se d’altra parte Essenato ed Ebraismo non fossero stati nel concetto di Plinio una sola cosa, e se il suo errore da questo appunto provenuto non fosse, dalla naturale identità tra gli Esseni, espressione più alta dell’Ebraismo Farisaico, e lo istesso Farisaico Ebraismo?

Ma nè queste nè altre simili inattese conferme da un obbligo ci dispensano imperiosissimo; dallo spiegare in qual modo il celibato, almeno parziale, si concilia colla identità dei due Istituti. E qui mestieri è di buon grado il concediate. Se ci volessimo di una semplice analogia accontentare, egli è gran tempo che sarìa stata da noi indicata; se ci bastasse il dimostrare che i Farisei se non ebbero il celibato, n’ebbero almanco lo spirito, n’ebbero almeno le lunghissime astinenze, n’ebbero almeno l’applicazione temporanea ai grandi stati, ai grandi momenti della vita religiosa; gli esempj altra volta da noi ricordati sorgerebbero all’uopo opportuni, ed il Farisato di nuovo ricondurrebbero tra le braccia dell’Essenato; sorgerebbero gl’Israeliti separati da lunga mano dalle loro donne nell’aspettazione di Dio rivelato; sorgerebbe Mosè sacratosi secondo i dottori a perpetuo celibato perchè la voce udì che gl’intimavaRimanti con me, e di cui bello indizio comecchè indiretto ci fornirà il gran fatto, che dopo i due figli avuti pria della sua vocazione, niuna altra prole di lui rammemorino le istorie. Sorgerebbe David, il quale al sacerdote di Nob ripugnante di ammetterlo alla mensa d’Iddio protestaesso ed i suoi da parecchi giorni da ogni venere astinenti. Sorgerebbe, lo che è più, una schiera di Dottori Talmudici dei quali si narrano le lunghe separazioni dalle donne loro, sino ai dodici, sino ai venti e più anni, per vivere della vita studiosa appo qualche famoso dottore lontano; nè tra questi sarìa dapretermettere Rabbi Achibà che un carattere particolare ci offre notabilissimo nello appartenere a quei quattro privilegiati che si dicono ammessi alPardès; ch’è quanto dire iniziati alle più alte speculazioni di una recondita Teologia. E questo, ne converrete, sarìa già molto, e molto del còmpito nostro noi avremmo fornito. Ma se il sistema nostro è vero, se resiste a tutte le prove, dobbiamo volere di più: dobbiamo chieder una precisa e formale dispensa dal matrimonio, dobbiamo chiedere una precisa e formale sanzione del celibato: Non basta; dobbiamo chiedere, perchè sia congenere e quindi identificabile perfettamente coll’Essenico celibato, dobbiamo chiederla quale virtù ascetica, trascendentale, qual mezzo di superlativa perfezione religiosa, quale sacrifizio di ogni affetto carnale ad un affetto morale sopramondano. Parvi egli che io proceda meco stesso più che non s’addica indulgente? Parvi egli che più potrebbe esigere il più severo Aristarco? Parvi egli che se questo trovato avremo, avremo tutto trovato? Ebbene, noi lo abbiamo trovato; abbiamo il Talmud, e dopo di esso un lungo ordine di Trattatisti, i quali tutti, dopo avere tra i precetti di Dio annoverato il matrimonio, pure stabiliscono una eccezione, e questa eccezione è pegliAsceti, è pegli uomini che pongono ogni loro amore nellaContemplazione, per quelli, dice il Talmud, che lo esempio vogliono seguire diBen Azai. Che nome è questo, e qual nuovo raggio di luce diffonde sull’argomento? Chi era Ben Azai? Il credereste! Era anch’esso uno dei quattro che sopra gli altari si dicono nel Talmud ausati a’ più eccelsi voli della speculazione teologica; era pur esso uno dei quattro che entrarono nelPardès, ed esso, oh meraviglia! è Ben Azai, è il modello del celibato in bocca ai Dottori, ed egli stesso fu celibe, come celibe o quasi celibe fu Rabbi Achibà, come celibe fu Ben Zomà, se nonerro, tutti componenti il gran consesso del Pardès. È egli a caso cotesto? È a caso che non solamente si trova il celibato autorizzato praticato nel Talmud, ma lo che è di gran lunga più importante, si trova appunto, si trova esclusivo in quel consesso, in quei Dottori che se antenati ebbero i Cabbalisti negli antichi tempi, sono dessi di certo? È egli a caso che lo stesso argomento che prova la presenza del celibato trai Farisei, prova egualmente la particolare affinità degli Esseni con quella parte di Farisei che furono precursori, progenitori della grande scuola di Cabbalisti, tanto che si può dire che lo argomento che a noi saria bastato, sorge di nuova luce rivestito che ne prova la verità e meglio e più urgentemente conclude di quello che chiedevamo? Io credo che uno dei migliori criterj di verità, per giudicare di un sistema sia appunto cotesto, quando cioè affaticandoti a solvere una repugnanza apparente, non solo il filo trovi che ti trae d’impaccio, ma quasi per mano ti riconduce a rivedere, a riconoscere, a ricostatare tutte le altre parti del visitato edifizio provando al tempo istesso il tutto colla parte e la parte col tutto, e intimamente armonizzando non solo colla idea in controversia, ma con tutti gli altri caratteri del tuo sistema.

Abbiamo veduto lo stato economico degli Esseni, la comunanza di beni, il loro stato, in parte coniugale in parte celibatario. Adesso dobbiamo più davvicino osservare la vita privata, le costumanze, le abitudini. E prima di ciò che riguarda il loro esteriore, la loro persona. Quali erano i loro abiti? Noi abbiamo di questo argomento toccato laddove della origine discorrevamo del nostro Istituto. Voi lo ricordate. Questi abiti non erano per tutti uniformi, e forse cercando di questa diversità la origine, la troverete per avventura in quel doppio ordine di Esseni che abbiamo veduto comporreil grande istitutoPratici e Contemplativi. Vestivano altri di ruvide pelli, secondo ne ammonisce Giuseppe nell’Autobiografia, altri poi procedevano ammantati di bianchissimi lini. Noi chiedevamo, voi lo rammentate, all’antichità ebraica, alla storia, al culto ebraico di questo duplice costume i precedenti. Vedevamo l’origine del primo nell’uso generalmente adottato dai profeti, e che n’era siccome pare il principal distintivo. Vedevamo l’origine, il modello deicandidi lini, in parecchi e venerande istituzioni in Israel; il vedevamo tra i sacerdoti che di bianco lino vestivano nell’interno del Tempio; il vedevamo tra i Leviti, tra i Nazirei, presso i quali un verso preziosissimo delle Lamentazioni ci attestava egual costumanza; il vedevamo nelle rappresentazioni degli esseri angelici quando i profeti ce li dipingono biancovestiti, quando in Daniell’antico dei giornici è presentato cuoperto di veste bianca qual neve; il vedevamo tra i Dottori, specialmente in uno tra essi celebratissimo R.Iehudà Bar Ilhai, del quale si narra che approssimandosi il sabbato indossava candida veste ondenon dissimile, dice il Talmud,appariva dagli Angeli. Che sarà pure se lo epiteto intenderete, col quale questo santo Dottore vien designato? Certo non negherete che niuno più parlante modello da paragonarsi agli Esseni. L’epiteto di cui si parla egli è quello col quale, a senso nostro, si designava dai Dottori lo Istituto degli Esseni, l’epiteto diHassid. EHassidè detto nel Talmud questo stesso RibbiIeudà Ben Ilaìdi cui vediamo la singolare conformità esteriore col costume degli Esseni. Fatto di gran rilievo ove specialmente si consideri che a detta del Talmud, ogni qual volta il nome, l’epiteto ricorre presso gli antichi, diHasid, egli è di questo stesso Dottore di cui si è voluto parlare. Ma non è egli il solo di cui si narri ilbianco vestire. I Dottori di Babiloniasi distinguevano peicandidi manti; onde erano detti, perciò appuntoMalahè asciaret, secondo avverte il Talmud inChiduscimed inNedarim. Ed oh quanto non torna all’uopo nostro significante la voceHassid! Voi lo vedeste le mille volte come l’uso storico speciale che di questo vocabolo fecero gli antichi consuoni sempre coll’istituto degli Esseni, tanto che, ciò che i Dottori dissero, narrarono deiHassidim, è vero alla lettera, dei grandi solitari. Ma non è perfino il nome stesso di Hassid che non acchiuda in seno una squisita convenienza coll’uso, col costume in discorso. Il senso suo cotanto vago, cotanto generale, pure talvolta si determina, si fissa, si circoscrive e l’idea ci offre bene chiara, bene specchiata dicandoreebianchezza. Ce l’offre quando è adoperato in senso diontasiccome quella che in ebraico si dipinge col pallore e labianchezza del volto;Malbin. Ce l’offre poi nel nomeHassidàche il traduttore Arameo traslata a dirittura labianca;Havaritàper il bianco colore delle sue penne.

Sono queste alcune linee di quel grande sistema d’identità che abbiamo cercato di dimostrare del continuo in queste Lezioni; ma la precipua sua forza sta nell’insieme, nell’armonia delle sue parti; in quel vicendevole connettersi, spiegarsi, completarsi, che fanno tutti i suoi elementi, ed in cui l’animo non può fare a meno di ammirare o uno strano capriccio del caso, o un titolo ed un carattere innegabile di evidenza.


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