LEZIONE DECIMOTTAVA.

LEZIONE DECIMOTTAVA.Il sistema che abbiamo seguito nella esposizione della storia degli Esseni ha almeno il pregio, se io non erro, di essere naturale. Noi abbiamo quell’ordine esterno seguito che l’Essena seguiva nel passaggio che dalla vita faceva del mondo alla vita ascetica e contemplativa del chiostro. Passava dal mondo all’Essenato con un tirocinio di tre anni, e questo tirocinio studiato abbiamo sotto il nome di noviziato. Varcato così le soglie dell’istituto, un atto secondo e più intimo celebrava soscrivendo agli obblighi che lo attendevano nella vita claustrale, e questi obblighi e questo impegno abbiamo considerato sotto il nome digiuramento. Entrato così nel novero dei soci e tutti i doveri adempiendo, e che cosa dovrà formarne delle nostre ricerche subbietto? Certo, i doveri appunto che adempiva, le istituzioni a cui s’uniformava, le leggi che ne regolavano la vita. Ma in questa stessa disquisizione un qualch’ordine dobbiamo pure serbare. Dobbiamo da quelle istituzioni esordire, che prendevano lo iniziato al suo entrare; dobbiamo poi a quelle volgere la mente che lo iniziato accompagnavano, e che gli atti tutti informavano della sua vita sociale.Una istituzione, singolare istituzione, attendeva lo Essenaalla porta. Al suo giungere non solo i vizj, non solo l’errore doveva deporre, ma una mano invisibile lo spogliava di tutti i beni eziandio, e questi ora alla comunità appartenevano, all’erario sociale, ora in favore ai congiunti quasi per morte si rinunciavano: così Giuseppe nelleGuerre giudaiche. Ma lo Essena se di ogni presidio terreno si spogliava, ci trovava nella società una madre la quale per mezzo di socj a questi uffici preposti, e che la storia rammenta sotto il nome diEconomi, provvedeva incessante agli abiti, al vitto, ai bisogni dei figli. E questa istituzione si diceComunanza di beni. Furono in questo senza predecessori gli Esseni? Non ebbero modelli, esemplari tra il fiore dei Pagani, nelle patrie ricordanze e nei Dottori contemporanei? Vediamo gli uni e gli altri. I Pagani! Chi potrebbe dimenticarlo?—Chi potrebbe porre in oblio a questo proposito iPitagorici? I quali oltre le altre moltissime analogie, in parte vedute e che in parte vedremo ancora colla società degli Esseni, questo pure parlantissimo riscontro porgevano col nostro istituto nellaComunanza di beni. Il Ritter, I, 299, crede che la comunità dei beni sia piuttosto dei moderni Pitagorici che degli antichi; ad ogni modo non nega l’istituzione. Ed ai Pitagorici somigliavagli pure il nostro grande correligionario Flavio Giuseppe quando ai suoi lettori pagani voleva porgere un termine di comparazione coi suoi cari solitarj.—Che Flavio Giuseppe non a torto, così sentenziando, si apponesse, abbiamo veduto altre volte e vediamo oggi non meno; ma forse altro meno atteso resultamento racchiudesi nel citato ravvicinamento, se gli Esseni sono ragionevolmente posti a fianco dei Pitagorici, se il carattere e le istituzioni hanno comuni indivisi. Se i Pitagorici, a confessione di valentissimi autori, hanno comuni le fattezze coi cabbalisti, chi non vede per nuova via accostarsi, abbracciarsi,confondersi in unoCabbalisti ed Esseni? Se è vero in matematica che due quantità uguali a una terza sono uguali fra loro, chi non vede la verità di questo altro ragionamento? Esseni e Cabbalisti sono eguali a Pitagorici—dunque Esseni e Cabbalisti sono eguali fra loro—sono sopra un tipo stesso, un’idea sola improntati?Il Paganesimo, noi lo abbiamo veduto, ci ha dato i Pitagorici quale ordine, quale istituzione affine alla società degli Esseni. Che cosa ci darà l’Ebraismo, la storia dell’Ebraismo? Voi lo sapete; parliamo qui di una linea sola della fisonomia degli Esseni, della comunanza dei beni, del voto di povertà. E dove meglio potrìa questa istituzione ravvisarsi che trai Leviti ed i Sacerdoti? Sacerdoti e Leviti secondo le leggi mosaiche nulla possedevano.—Sola fra tutte, la tribù di Levi fu di ogni retaggio in terra santa destituita, sola fra tutte vivea del Tempio e dei proventi del Tempio, sola fra tutte avea per ogniavere sortito l’Eterno, la sua Dottrina, il suo Culto. E questa è visibilissima attinenza tra Esseni e Leviti. Ma non è sola, voi lo ricordate. Quando parlavamo dell’astinenza dal vino, quando degli abiti, dei candidi pannilini, quando degli studj e della vita contemplativa, ei furono sempre i Leviti che tutti questi caratteri ci offrirono comuni agli Esseni. A questi caratteri un nuovo dobbiamo aggiungere, e questo è il voto di povertà, la comunanza dei beni. I Leviti appartengono alla biblica antichità e quindi recano i caratteri ed il genio essenico nelle epoche più vetuste di nostra esistenza. Sono soli i Leviti in quel periodo di nostra storia a offrire cogli Esseni questa nuova similitudine? Sarebbe errore il crederlo, riflettendo ai Recabiti dei quali parecchie cose udiste per lo passato. Certo spero non avrete dimenticato come nelle espressioni di Geremiaio vi facessi osservare una frase la quale altro senso non può avere che il voto di povertà, che la comunanza di beni. Così prima Leviti e Sacerdoti e poi i Recabiti di Geremia preludono, come in altri infiniti anco in questo carattere, alla società degli Esseni.Ma l’Ebraismo, voi lo sapete, ha due ère, due grandi, e come oggi si dice, organici periodi; Bibbia e Talmud, Profeti e Dottori, ispirazione e scienza, parola scritta e parola parlata. Abbiamo veduto della comunanza di beni gli avvisi nell’epoca prima; vediamone adesso i segni, il passaggio nella seconda. Questi segni e queste vestigia di due constano principalissimi ordini: idee e fatti, teorie ed esempj, principj e pratica applicazione. Si trova la povertà insegnata in principio, si trova poi in fatto applicata, esercitata. La povertà proclamata in principio, e questo è già molto; ma assai più sarà, se non sbaglio, quando vedremo a chi riferita, quando vedremo qual portano nome i suoi professori. Io ebbi parecchie volte occasione di ripeterlo, l’ho secondo me innalzato al grado di fatto presso che dimostrato. Il nome con cui pei rabbini si distingue l’Essena è quello di Kassid, e riandando tutte le prove da me in mezzo recate, troppo più oltre la bisogna procederebbe che non fa di mestieri. Questo per certo riteniamo, come l’abbiamo ad esuberanza provato, che il nome Hasid è sinonimo in bocca dei Dottori a quello che Giuseppe Flavio ci trasmise di Essena e Terapeuta.Or che sarà se oltre i contrassegni infallibili onde questi nomi per noi si confusero, s’identificarono, questo pur esso si aggiungesse della comunanza dei beni? che sarà se oltre le condizioni tutte che abbiamo veduto comporre la personalità delHasid, quello pur esso udissimo annoverarsi della povertà volontaria? E pure oso dirlo, nulla di più ovvio, dirò anche, di più ripetuto. Ela parte più popolare del testo Misnico, e il trattato più accessibile, più conosciuto, più recitato di tutta la vasta raccolta, è quello che ricorre eziandio sulle labbra dei parvoli, che prezioso ne acchiude e perentorio insegnamento. E pure non si comprese; e pure tanto può di luce ed evidenza diffondere uno storico ravvicinamento. E pure era tanto facile comprenderlo quando si fosse agli Esseni pensato, quando si lesse nel Testo:Colui che dice il mio è tuo, il tuo è tuo, egli èHasid; vi fu nessuno che dubitasse che sì dicendo si alludesse ad alcun che di storico, di reale, di organico istituto? Quando si lesse ivi stesso per contrapposto:Colui che dice il mio è tuo e il tuo è mio; vi fu nessuno che pensasse a quei famosi progetti che dopo Platone e Licurgo correvano per il mondo di repubbliche, di città socialistiche; chi esaminasse se in questa frase approvato o riprovato fosse il sistema dai nostri dottori? Certo ch’io mi sappia, nessuno: e se qui il luogo fosse di trattarne per disteso, quanto non riescirebbe interessante l’ultimo di tai raffronti eziandio? Platone, Licurgo, Fourier, Saint-Simon, Blanqui, Owen, giudicati dai dotti Ebrei non sarebbe tema di piccol momento senza dubbio. Ma di questo si taccia per lo migliore. Solo ci piace insistere sulla prima parte del testo Misnico, su quel rinunciamento a cui s’allude dei proprj beni in favore dei poveri. Strana, insulsa, parassita allusione ove un fatto non vi fosse stato contemporaneo a cui si riferisse, quando si fosse di una virtù favellato che nessuno praticava, quando si fosse voluto soltanto un ideale tratteggiare a cui niuno si fosse accostato, quando a fianco delle altre tre classi reali, esistenti, positive, si fosse una quarta accompagnata che condannata fosse stata a rimanere esclusivamente teorica.Ma noi dobbiamo mostrarla questa virtù in azione, dobbiamo passare nel dominio dei fatti, dobbiamo toccaredegli uomini, degli atti, delle circostanze che di questa essenica istituzione ci offrono in numero infinito ad esempio i dottori, e così avremo le due grandi parti della storia ebraica poste a contributo. E prima un tratto caratteristico che si legge inCammâ. Si narra d’un uomo, che le pietre che la casa ingombravangli, andava rotolando sulla pubblica via. Chi passa, direste, in quel mentre? Passa, dice il Talmud, unHasid, ch’è quanto dire tale che il titolo stesso recava che noi abbiamo altravolta ad esuberanza provato, proprio propriissimo degli Esseni, e con mal piglio apostrofandolo si narra che così gli dicesse, oRaca, o Sciocco!per che le pietre sgombri dal dominio nostro per gettarle nel tuo verace dominio? Voi lo udiste. Egli il hasid chiama suo dominio il dominio comune, la via pubblica, la proprietà comunale; egli chiama invece dominio non suo la casa, la propria dimora, la privata proprietà, in quella guisa a un dipresso che quel poderoso intelletto di Proudhon difiniva unfurtola proprietà.La propriété c’est le vol, e spiegava ilLo tignobdel Dicalogo come se dicesse piuttostonon possedere. Chi avrebbe pari linguaggio tenuto se non un Essena, ch’è quanto dire appunto un Hasid, uno di quei cotali che sotto questo medesimo nome di Hasid ci palesarono in mille incentivi la società degli Esseni? Ma gli esempj non scarseggiano, che anzi ve ne sono di avanzo. Fra gli antichi un Monobaze principe degli Adiabeni, che si dice avere i suoi averi ai poveri distribuito, e Monobaze era, curiosissimo a dirsi! figlio di quellaElenaregina degli Adiabeni che noi, favellando altra volta del Nazirato, trovammo affiliata all’ordine dei Nazirei,[81]che è quanto dire, quell’ordine che tante e sì parlanti analogie vedemmo offrire colla società degli Esseni; alla quale il figlio suo Menobaze avrebbe in quella guisa aderito che i principi e monarchi aderiscono alle piùillustri consorterie del loro Stato. E qui pure unRibbi Isbabdi cui si dice essersi di ogni avere spogliato in favore dei poveri; qui Ribbi Iohanan che traendo da Tiberiade alla vicinaZipporie giunto presso un campo, voltosi al suo compagno di viaggio,questo, disse,era mio e lo sarebbe tuttora se non avessi ad esso preferita la vita studiosa, contemplativa. E qui un fatto, un gran fatto che solo dalla storia dell’Essenato, delle sue istituzioni, del suo voto di povertà, può ricevere lume adeguato, ed aspetto di verosimile, voglio dire la manìa che invase, l’andazzo, il trasporto generale ai primi albori del cristianesimo, di togliersi indosso il grave giogo di povertà, ed eleggersi volontaria indigenza; che dico? il genio stesso, le parole formali dell’autore del nuovo culto quando diceva:più agevole il passare di un elefante per la cruna d’un ago che un ricco varcare le soglie del cielo. Quando alle turbe di seguirlo desiose, imponeva dicendo:Dividete tutto il vostro ai poverelli e seguitatemi; quandogli ultimidicevadovere essere i primi nel regno dei Cieli; ed altre infinite somiglianti sentenze che tutte, consuonano coi principj dello Essenato allora in fiore.Potremo dubitarne? Potremo dire che il Cristianesimo, che il suo autore non abbia volgarizzato le teorie ed i precetti del grande istituto? Potremo appuntare coloro di errore che colsero tanti strettissimi legami fra le due sette? Potremo dire che non bene si apponesse un poeta francese, non ha guari tolto alla patria, quando il fondatore del Cristianesimo chiamava recisamenteun philosophe Essénien? Certo che non potremo, se punto ci cale della verità; ma tutti intenti nello spettacolo di sì gran filiazione, diremo ai grandi fondatori del nuovo culto, ai figli un poco degeneri degli Esseni, ai nipoti un poco ingrati dei Farisei, ciò che Dante disse dei grandi ingegni,che vostra arte a Dio quasi è nepote.

LEZIONE DECIMOTTAVA.Il sistema che abbiamo seguito nella esposizione della storia degli Esseni ha almeno il pregio, se io non erro, di essere naturale. Noi abbiamo quell’ordine esterno seguito che l’Essena seguiva nel passaggio che dalla vita faceva del mondo alla vita ascetica e contemplativa del chiostro. Passava dal mondo all’Essenato con un tirocinio di tre anni, e questo tirocinio studiato abbiamo sotto il nome di noviziato. Varcato così le soglie dell’istituto, un atto secondo e più intimo celebrava soscrivendo agli obblighi che lo attendevano nella vita claustrale, e questi obblighi e questo impegno abbiamo considerato sotto il nome digiuramento. Entrato così nel novero dei soci e tutti i doveri adempiendo, e che cosa dovrà formarne delle nostre ricerche subbietto? Certo, i doveri appunto che adempiva, le istituzioni a cui s’uniformava, le leggi che ne regolavano la vita. Ma in questa stessa disquisizione un qualch’ordine dobbiamo pure serbare. Dobbiamo da quelle istituzioni esordire, che prendevano lo iniziato al suo entrare; dobbiamo poi a quelle volgere la mente che lo iniziato accompagnavano, e che gli atti tutti informavano della sua vita sociale.Una istituzione, singolare istituzione, attendeva lo Essenaalla porta. Al suo giungere non solo i vizj, non solo l’errore doveva deporre, ma una mano invisibile lo spogliava di tutti i beni eziandio, e questi ora alla comunità appartenevano, all’erario sociale, ora in favore ai congiunti quasi per morte si rinunciavano: così Giuseppe nelleGuerre giudaiche. Ma lo Essena se di ogni presidio terreno si spogliava, ci trovava nella società una madre la quale per mezzo di socj a questi uffici preposti, e che la storia rammenta sotto il nome diEconomi, provvedeva incessante agli abiti, al vitto, ai bisogni dei figli. E questa istituzione si diceComunanza di beni. Furono in questo senza predecessori gli Esseni? Non ebbero modelli, esemplari tra il fiore dei Pagani, nelle patrie ricordanze e nei Dottori contemporanei? Vediamo gli uni e gli altri. I Pagani! Chi potrebbe dimenticarlo?—Chi potrebbe porre in oblio a questo proposito iPitagorici? I quali oltre le altre moltissime analogie, in parte vedute e che in parte vedremo ancora colla società degli Esseni, questo pure parlantissimo riscontro porgevano col nostro istituto nellaComunanza di beni. Il Ritter, I, 299, crede che la comunità dei beni sia piuttosto dei moderni Pitagorici che degli antichi; ad ogni modo non nega l’istituzione. Ed ai Pitagorici somigliavagli pure il nostro grande correligionario Flavio Giuseppe quando ai suoi lettori pagani voleva porgere un termine di comparazione coi suoi cari solitarj.—Che Flavio Giuseppe non a torto, così sentenziando, si apponesse, abbiamo veduto altre volte e vediamo oggi non meno; ma forse altro meno atteso resultamento racchiudesi nel citato ravvicinamento, se gli Esseni sono ragionevolmente posti a fianco dei Pitagorici, se il carattere e le istituzioni hanno comuni indivisi. Se i Pitagorici, a confessione di valentissimi autori, hanno comuni le fattezze coi cabbalisti, chi non vede per nuova via accostarsi, abbracciarsi,confondersi in unoCabbalisti ed Esseni? Se è vero in matematica che due quantità uguali a una terza sono uguali fra loro, chi non vede la verità di questo altro ragionamento? Esseni e Cabbalisti sono eguali a Pitagorici—dunque Esseni e Cabbalisti sono eguali fra loro—sono sopra un tipo stesso, un’idea sola improntati?Il Paganesimo, noi lo abbiamo veduto, ci ha dato i Pitagorici quale ordine, quale istituzione affine alla società degli Esseni. Che cosa ci darà l’Ebraismo, la storia dell’Ebraismo? Voi lo sapete; parliamo qui di una linea sola della fisonomia degli Esseni, della comunanza dei beni, del voto di povertà. E dove meglio potrìa questa istituzione ravvisarsi che trai Leviti ed i Sacerdoti? Sacerdoti e Leviti secondo le leggi mosaiche nulla possedevano.—Sola fra tutte, la tribù di Levi fu di ogni retaggio in terra santa destituita, sola fra tutte vivea del Tempio e dei proventi del Tempio, sola fra tutte avea per ogniavere sortito l’Eterno, la sua Dottrina, il suo Culto. E questa è visibilissima attinenza tra Esseni e Leviti. Ma non è sola, voi lo ricordate. Quando parlavamo dell’astinenza dal vino, quando degli abiti, dei candidi pannilini, quando degli studj e della vita contemplativa, ei furono sempre i Leviti che tutti questi caratteri ci offrirono comuni agli Esseni. A questi caratteri un nuovo dobbiamo aggiungere, e questo è il voto di povertà, la comunanza dei beni. I Leviti appartengono alla biblica antichità e quindi recano i caratteri ed il genio essenico nelle epoche più vetuste di nostra esistenza. Sono soli i Leviti in quel periodo di nostra storia a offrire cogli Esseni questa nuova similitudine? Sarebbe errore il crederlo, riflettendo ai Recabiti dei quali parecchie cose udiste per lo passato. Certo spero non avrete dimenticato come nelle espressioni di Geremiaio vi facessi osservare una frase la quale altro senso non può avere che il voto di povertà, che la comunanza di beni. Così prima Leviti e Sacerdoti e poi i Recabiti di Geremia preludono, come in altri infiniti anco in questo carattere, alla società degli Esseni.Ma l’Ebraismo, voi lo sapete, ha due ère, due grandi, e come oggi si dice, organici periodi; Bibbia e Talmud, Profeti e Dottori, ispirazione e scienza, parola scritta e parola parlata. Abbiamo veduto della comunanza di beni gli avvisi nell’epoca prima; vediamone adesso i segni, il passaggio nella seconda. Questi segni e queste vestigia di due constano principalissimi ordini: idee e fatti, teorie ed esempj, principj e pratica applicazione. Si trova la povertà insegnata in principio, si trova poi in fatto applicata, esercitata. La povertà proclamata in principio, e questo è già molto; ma assai più sarà, se non sbaglio, quando vedremo a chi riferita, quando vedremo qual portano nome i suoi professori. Io ebbi parecchie volte occasione di ripeterlo, l’ho secondo me innalzato al grado di fatto presso che dimostrato. Il nome con cui pei rabbini si distingue l’Essena è quello di Kassid, e riandando tutte le prove da me in mezzo recate, troppo più oltre la bisogna procederebbe che non fa di mestieri. Questo per certo riteniamo, come l’abbiamo ad esuberanza provato, che il nome Hasid è sinonimo in bocca dei Dottori a quello che Giuseppe Flavio ci trasmise di Essena e Terapeuta.Or che sarà se oltre i contrassegni infallibili onde questi nomi per noi si confusero, s’identificarono, questo pur esso si aggiungesse della comunanza dei beni? che sarà se oltre le condizioni tutte che abbiamo veduto comporre la personalità delHasid, quello pur esso udissimo annoverarsi della povertà volontaria? E pure oso dirlo, nulla di più ovvio, dirò anche, di più ripetuto. Ela parte più popolare del testo Misnico, e il trattato più accessibile, più conosciuto, più recitato di tutta la vasta raccolta, è quello che ricorre eziandio sulle labbra dei parvoli, che prezioso ne acchiude e perentorio insegnamento. E pure non si comprese; e pure tanto può di luce ed evidenza diffondere uno storico ravvicinamento. E pure era tanto facile comprenderlo quando si fosse agli Esseni pensato, quando si lesse nel Testo:Colui che dice il mio è tuo, il tuo è tuo, egli èHasid; vi fu nessuno che dubitasse che sì dicendo si alludesse ad alcun che di storico, di reale, di organico istituto? Quando si lesse ivi stesso per contrapposto:Colui che dice il mio è tuo e il tuo è mio; vi fu nessuno che pensasse a quei famosi progetti che dopo Platone e Licurgo correvano per il mondo di repubbliche, di città socialistiche; chi esaminasse se in questa frase approvato o riprovato fosse il sistema dai nostri dottori? Certo ch’io mi sappia, nessuno: e se qui il luogo fosse di trattarne per disteso, quanto non riescirebbe interessante l’ultimo di tai raffronti eziandio? Platone, Licurgo, Fourier, Saint-Simon, Blanqui, Owen, giudicati dai dotti Ebrei non sarebbe tema di piccol momento senza dubbio. Ma di questo si taccia per lo migliore. Solo ci piace insistere sulla prima parte del testo Misnico, su quel rinunciamento a cui s’allude dei proprj beni in favore dei poveri. Strana, insulsa, parassita allusione ove un fatto non vi fosse stato contemporaneo a cui si riferisse, quando si fosse di una virtù favellato che nessuno praticava, quando si fosse voluto soltanto un ideale tratteggiare a cui niuno si fosse accostato, quando a fianco delle altre tre classi reali, esistenti, positive, si fosse una quarta accompagnata che condannata fosse stata a rimanere esclusivamente teorica.Ma noi dobbiamo mostrarla questa virtù in azione, dobbiamo passare nel dominio dei fatti, dobbiamo toccaredegli uomini, degli atti, delle circostanze che di questa essenica istituzione ci offrono in numero infinito ad esempio i dottori, e così avremo le due grandi parti della storia ebraica poste a contributo. E prima un tratto caratteristico che si legge inCammâ. Si narra d’un uomo, che le pietre che la casa ingombravangli, andava rotolando sulla pubblica via. Chi passa, direste, in quel mentre? Passa, dice il Talmud, unHasid, ch’è quanto dire tale che il titolo stesso recava che noi abbiamo altravolta ad esuberanza provato, proprio propriissimo degli Esseni, e con mal piglio apostrofandolo si narra che così gli dicesse, oRaca, o Sciocco!per che le pietre sgombri dal dominio nostro per gettarle nel tuo verace dominio? Voi lo udiste. Egli il hasid chiama suo dominio il dominio comune, la via pubblica, la proprietà comunale; egli chiama invece dominio non suo la casa, la propria dimora, la privata proprietà, in quella guisa a un dipresso che quel poderoso intelletto di Proudhon difiniva unfurtola proprietà.La propriété c’est le vol, e spiegava ilLo tignobdel Dicalogo come se dicesse piuttostonon possedere. Chi avrebbe pari linguaggio tenuto se non un Essena, ch’è quanto dire appunto un Hasid, uno di quei cotali che sotto questo medesimo nome di Hasid ci palesarono in mille incentivi la società degli Esseni? Ma gli esempj non scarseggiano, che anzi ve ne sono di avanzo. Fra gli antichi un Monobaze principe degli Adiabeni, che si dice avere i suoi averi ai poveri distribuito, e Monobaze era, curiosissimo a dirsi! figlio di quellaElenaregina degli Adiabeni che noi, favellando altra volta del Nazirato, trovammo affiliata all’ordine dei Nazirei,[81]che è quanto dire, quell’ordine che tante e sì parlanti analogie vedemmo offrire colla società degli Esseni; alla quale il figlio suo Menobaze avrebbe in quella guisa aderito che i principi e monarchi aderiscono alle piùillustri consorterie del loro Stato. E qui pure unRibbi Isbabdi cui si dice essersi di ogni avere spogliato in favore dei poveri; qui Ribbi Iohanan che traendo da Tiberiade alla vicinaZipporie giunto presso un campo, voltosi al suo compagno di viaggio,questo, disse,era mio e lo sarebbe tuttora se non avessi ad esso preferita la vita studiosa, contemplativa. E qui un fatto, un gran fatto che solo dalla storia dell’Essenato, delle sue istituzioni, del suo voto di povertà, può ricevere lume adeguato, ed aspetto di verosimile, voglio dire la manìa che invase, l’andazzo, il trasporto generale ai primi albori del cristianesimo, di togliersi indosso il grave giogo di povertà, ed eleggersi volontaria indigenza; che dico? il genio stesso, le parole formali dell’autore del nuovo culto quando diceva:più agevole il passare di un elefante per la cruna d’un ago che un ricco varcare le soglie del cielo. Quando alle turbe di seguirlo desiose, imponeva dicendo:Dividete tutto il vostro ai poverelli e seguitatemi; quandogli ultimidicevadovere essere i primi nel regno dei Cieli; ed altre infinite somiglianti sentenze che tutte, consuonano coi principj dello Essenato allora in fiore.Potremo dubitarne? Potremo dire che il Cristianesimo, che il suo autore non abbia volgarizzato le teorie ed i precetti del grande istituto? Potremo appuntare coloro di errore che colsero tanti strettissimi legami fra le due sette? Potremo dire che non bene si apponesse un poeta francese, non ha guari tolto alla patria, quando il fondatore del Cristianesimo chiamava recisamenteun philosophe Essénien? Certo che non potremo, se punto ci cale della verità; ma tutti intenti nello spettacolo di sì gran filiazione, diremo ai grandi fondatori del nuovo culto, ai figli un poco degeneri degli Esseni, ai nipoti un poco ingrati dei Farisei, ciò che Dante disse dei grandi ingegni,che vostra arte a Dio quasi è nepote.

Il sistema che abbiamo seguito nella esposizione della storia degli Esseni ha almeno il pregio, se io non erro, di essere naturale. Noi abbiamo quell’ordine esterno seguito che l’Essena seguiva nel passaggio che dalla vita faceva del mondo alla vita ascetica e contemplativa del chiostro. Passava dal mondo all’Essenato con un tirocinio di tre anni, e questo tirocinio studiato abbiamo sotto il nome di noviziato. Varcato così le soglie dell’istituto, un atto secondo e più intimo celebrava soscrivendo agli obblighi che lo attendevano nella vita claustrale, e questi obblighi e questo impegno abbiamo considerato sotto il nome digiuramento. Entrato così nel novero dei soci e tutti i doveri adempiendo, e che cosa dovrà formarne delle nostre ricerche subbietto? Certo, i doveri appunto che adempiva, le istituzioni a cui s’uniformava, le leggi che ne regolavano la vita. Ma in questa stessa disquisizione un qualch’ordine dobbiamo pure serbare. Dobbiamo da quelle istituzioni esordire, che prendevano lo iniziato al suo entrare; dobbiamo poi a quelle volgere la mente che lo iniziato accompagnavano, e che gli atti tutti informavano della sua vita sociale.

Una istituzione, singolare istituzione, attendeva lo Essenaalla porta. Al suo giungere non solo i vizj, non solo l’errore doveva deporre, ma una mano invisibile lo spogliava di tutti i beni eziandio, e questi ora alla comunità appartenevano, all’erario sociale, ora in favore ai congiunti quasi per morte si rinunciavano: così Giuseppe nelleGuerre giudaiche. Ma lo Essena se di ogni presidio terreno si spogliava, ci trovava nella società una madre la quale per mezzo di socj a questi uffici preposti, e che la storia rammenta sotto il nome diEconomi, provvedeva incessante agli abiti, al vitto, ai bisogni dei figli. E questa istituzione si diceComunanza di beni. Furono in questo senza predecessori gli Esseni? Non ebbero modelli, esemplari tra il fiore dei Pagani, nelle patrie ricordanze e nei Dottori contemporanei? Vediamo gli uni e gli altri. I Pagani! Chi potrebbe dimenticarlo?—Chi potrebbe porre in oblio a questo proposito iPitagorici? I quali oltre le altre moltissime analogie, in parte vedute e che in parte vedremo ancora colla società degli Esseni, questo pure parlantissimo riscontro porgevano col nostro istituto nellaComunanza di beni. Il Ritter, I, 299, crede che la comunità dei beni sia piuttosto dei moderni Pitagorici che degli antichi; ad ogni modo non nega l’istituzione. Ed ai Pitagorici somigliavagli pure il nostro grande correligionario Flavio Giuseppe quando ai suoi lettori pagani voleva porgere un termine di comparazione coi suoi cari solitarj.—Che Flavio Giuseppe non a torto, così sentenziando, si apponesse, abbiamo veduto altre volte e vediamo oggi non meno; ma forse altro meno atteso resultamento racchiudesi nel citato ravvicinamento, se gli Esseni sono ragionevolmente posti a fianco dei Pitagorici, se il carattere e le istituzioni hanno comuni indivisi. Se i Pitagorici, a confessione di valentissimi autori, hanno comuni le fattezze coi cabbalisti, chi non vede per nuova via accostarsi, abbracciarsi,confondersi in unoCabbalisti ed Esseni? Se è vero in matematica che due quantità uguali a una terza sono uguali fra loro, chi non vede la verità di questo altro ragionamento? Esseni e Cabbalisti sono eguali a Pitagorici—dunque Esseni e Cabbalisti sono eguali fra loro—sono sopra un tipo stesso, un’idea sola improntati?

Il Paganesimo, noi lo abbiamo veduto, ci ha dato i Pitagorici quale ordine, quale istituzione affine alla società degli Esseni. Che cosa ci darà l’Ebraismo, la storia dell’Ebraismo? Voi lo sapete; parliamo qui di una linea sola della fisonomia degli Esseni, della comunanza dei beni, del voto di povertà. E dove meglio potrìa questa istituzione ravvisarsi che trai Leviti ed i Sacerdoti? Sacerdoti e Leviti secondo le leggi mosaiche nulla possedevano.—Sola fra tutte, la tribù di Levi fu di ogni retaggio in terra santa destituita, sola fra tutte vivea del Tempio e dei proventi del Tempio, sola fra tutte avea per ogniavere sortito l’Eterno, la sua Dottrina, il suo Culto. E questa è visibilissima attinenza tra Esseni e Leviti. Ma non è sola, voi lo ricordate. Quando parlavamo dell’astinenza dal vino, quando degli abiti, dei candidi pannilini, quando degli studj e della vita contemplativa, ei furono sempre i Leviti che tutti questi caratteri ci offrirono comuni agli Esseni. A questi caratteri un nuovo dobbiamo aggiungere, e questo è il voto di povertà, la comunanza dei beni. I Leviti appartengono alla biblica antichità e quindi recano i caratteri ed il genio essenico nelle epoche più vetuste di nostra esistenza. Sono soli i Leviti in quel periodo di nostra storia a offrire cogli Esseni questa nuova similitudine? Sarebbe errore il crederlo, riflettendo ai Recabiti dei quali parecchie cose udiste per lo passato. Certo spero non avrete dimenticato come nelle espressioni di Geremiaio vi facessi osservare una frase la quale altro senso non può avere che il voto di povertà, che la comunanza di beni. Così prima Leviti e Sacerdoti e poi i Recabiti di Geremia preludono, come in altri infiniti anco in questo carattere, alla società degli Esseni.

Ma l’Ebraismo, voi lo sapete, ha due ère, due grandi, e come oggi si dice, organici periodi; Bibbia e Talmud, Profeti e Dottori, ispirazione e scienza, parola scritta e parola parlata. Abbiamo veduto della comunanza di beni gli avvisi nell’epoca prima; vediamone adesso i segni, il passaggio nella seconda. Questi segni e queste vestigia di due constano principalissimi ordini: idee e fatti, teorie ed esempj, principj e pratica applicazione. Si trova la povertà insegnata in principio, si trova poi in fatto applicata, esercitata. La povertà proclamata in principio, e questo è già molto; ma assai più sarà, se non sbaglio, quando vedremo a chi riferita, quando vedremo qual portano nome i suoi professori. Io ebbi parecchie volte occasione di ripeterlo, l’ho secondo me innalzato al grado di fatto presso che dimostrato. Il nome con cui pei rabbini si distingue l’Essena è quello di Kassid, e riandando tutte le prove da me in mezzo recate, troppo più oltre la bisogna procederebbe che non fa di mestieri. Questo per certo riteniamo, come l’abbiamo ad esuberanza provato, che il nome Hasid è sinonimo in bocca dei Dottori a quello che Giuseppe Flavio ci trasmise di Essena e Terapeuta.

Or che sarà se oltre i contrassegni infallibili onde questi nomi per noi si confusero, s’identificarono, questo pur esso si aggiungesse della comunanza dei beni? che sarà se oltre le condizioni tutte che abbiamo veduto comporre la personalità delHasid, quello pur esso udissimo annoverarsi della povertà volontaria? E pure oso dirlo, nulla di più ovvio, dirò anche, di più ripetuto. Ela parte più popolare del testo Misnico, e il trattato più accessibile, più conosciuto, più recitato di tutta la vasta raccolta, è quello che ricorre eziandio sulle labbra dei parvoli, che prezioso ne acchiude e perentorio insegnamento. E pure non si comprese; e pure tanto può di luce ed evidenza diffondere uno storico ravvicinamento. E pure era tanto facile comprenderlo quando si fosse agli Esseni pensato, quando si lesse nel Testo:Colui che dice il mio è tuo, il tuo è tuo, egli èHasid; vi fu nessuno che dubitasse che sì dicendo si alludesse ad alcun che di storico, di reale, di organico istituto? Quando si lesse ivi stesso per contrapposto:Colui che dice il mio è tuo e il tuo è mio; vi fu nessuno che pensasse a quei famosi progetti che dopo Platone e Licurgo correvano per il mondo di repubbliche, di città socialistiche; chi esaminasse se in questa frase approvato o riprovato fosse il sistema dai nostri dottori? Certo ch’io mi sappia, nessuno: e se qui il luogo fosse di trattarne per disteso, quanto non riescirebbe interessante l’ultimo di tai raffronti eziandio? Platone, Licurgo, Fourier, Saint-Simon, Blanqui, Owen, giudicati dai dotti Ebrei non sarebbe tema di piccol momento senza dubbio. Ma di questo si taccia per lo migliore. Solo ci piace insistere sulla prima parte del testo Misnico, su quel rinunciamento a cui s’allude dei proprj beni in favore dei poveri. Strana, insulsa, parassita allusione ove un fatto non vi fosse stato contemporaneo a cui si riferisse, quando si fosse di una virtù favellato che nessuno praticava, quando si fosse voluto soltanto un ideale tratteggiare a cui niuno si fosse accostato, quando a fianco delle altre tre classi reali, esistenti, positive, si fosse una quarta accompagnata che condannata fosse stata a rimanere esclusivamente teorica.

Ma noi dobbiamo mostrarla questa virtù in azione, dobbiamo passare nel dominio dei fatti, dobbiamo toccaredegli uomini, degli atti, delle circostanze che di questa essenica istituzione ci offrono in numero infinito ad esempio i dottori, e così avremo le due grandi parti della storia ebraica poste a contributo. E prima un tratto caratteristico che si legge inCammâ. Si narra d’un uomo, che le pietre che la casa ingombravangli, andava rotolando sulla pubblica via. Chi passa, direste, in quel mentre? Passa, dice il Talmud, unHasid, ch’è quanto dire tale che il titolo stesso recava che noi abbiamo altravolta ad esuberanza provato, proprio propriissimo degli Esseni, e con mal piglio apostrofandolo si narra che così gli dicesse, oRaca, o Sciocco!per che le pietre sgombri dal dominio nostro per gettarle nel tuo verace dominio? Voi lo udiste. Egli il hasid chiama suo dominio il dominio comune, la via pubblica, la proprietà comunale; egli chiama invece dominio non suo la casa, la propria dimora, la privata proprietà, in quella guisa a un dipresso che quel poderoso intelletto di Proudhon difiniva unfurtola proprietà.La propriété c’est le vol, e spiegava ilLo tignobdel Dicalogo come se dicesse piuttostonon possedere. Chi avrebbe pari linguaggio tenuto se non un Essena, ch’è quanto dire appunto un Hasid, uno di quei cotali che sotto questo medesimo nome di Hasid ci palesarono in mille incentivi la società degli Esseni? Ma gli esempj non scarseggiano, che anzi ve ne sono di avanzo. Fra gli antichi un Monobaze principe degli Adiabeni, che si dice avere i suoi averi ai poveri distribuito, e Monobaze era, curiosissimo a dirsi! figlio di quellaElenaregina degli Adiabeni che noi, favellando altra volta del Nazirato, trovammo affiliata all’ordine dei Nazirei,[81]che è quanto dire, quell’ordine che tante e sì parlanti analogie vedemmo offrire colla società degli Esseni; alla quale il figlio suo Menobaze avrebbe in quella guisa aderito che i principi e monarchi aderiscono alle piùillustri consorterie del loro Stato. E qui pure unRibbi Isbabdi cui si dice essersi di ogni avere spogliato in favore dei poveri; qui Ribbi Iohanan che traendo da Tiberiade alla vicinaZipporie giunto presso un campo, voltosi al suo compagno di viaggio,questo, disse,era mio e lo sarebbe tuttora se non avessi ad esso preferita la vita studiosa, contemplativa. E qui un fatto, un gran fatto che solo dalla storia dell’Essenato, delle sue istituzioni, del suo voto di povertà, può ricevere lume adeguato, ed aspetto di verosimile, voglio dire la manìa che invase, l’andazzo, il trasporto generale ai primi albori del cristianesimo, di togliersi indosso il grave giogo di povertà, ed eleggersi volontaria indigenza; che dico? il genio stesso, le parole formali dell’autore del nuovo culto quando diceva:più agevole il passare di un elefante per la cruna d’un ago che un ricco varcare le soglie del cielo. Quando alle turbe di seguirlo desiose, imponeva dicendo:Dividete tutto il vostro ai poverelli e seguitatemi; quandogli ultimidicevadovere essere i primi nel regno dei Cieli; ed altre infinite somiglianti sentenze che tutte, consuonano coi principj dello Essenato allora in fiore.

Potremo dubitarne? Potremo dire che il Cristianesimo, che il suo autore non abbia volgarizzato le teorie ed i precetti del grande istituto? Potremo appuntare coloro di errore che colsero tanti strettissimi legami fra le due sette? Potremo dire che non bene si apponesse un poeta francese, non ha guari tolto alla patria, quando il fondatore del Cristianesimo chiamava recisamenteun philosophe Essénien? Certo che non potremo, se punto ci cale della verità; ma tutti intenti nello spettacolo di sì gran filiazione, diremo ai grandi fondatori del nuovo culto, ai figli un poco degeneri degli Esseni, ai nipoti un poco ingrati dei Farisei, ciò che Dante disse dei grandi ingegni,che vostra arte a Dio quasi è nepote.


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