LEZIONE TRENTESIMAQUARTA.

LEZIONE TRENTESIMAQUARTA.L’ultima parte della Storia degli Esseni, quella che riguarda il loro culto, la loro pratica, fu da noi in tre parti secondarie divisa, parte religiosa, parte privata, e parte pubblica. Della prima abbiamo parlato quanto meglio ci è stato concesso: ora diremo della seconda, di quella che ci narra i costumi e le virtù eziandio private dei nostri Esseni. Egli è d’uopo poi che d’una cosa io vi prevenga. Molti fatti vi sono alla privata vita appartenenti dei nostri Esseni, che in questa parte della loro storia non avranno menzione, e non l’avranno per la semplicissima ragione che per la natura loro organica fondamentale l’ebbero, e l’ebbero diffusissima, allorchè della prima parte ci occupavamo di questa storia della istituzione dell’Essenato. Allora, voi, lo ricordate, la tavola e i particolari tutti ad essa attinenti, gli abiti e le loro varietà, il celibato, e lavori, le occupazioni, gli studj furono subbietto, che a dilungo trattammo, ma che non lasciano per questo di essere vere e proprie esseniche pratiche. Per che allora piuttosto che adesso ne facemmo menzione? Perchè meglio tra gli istituti annoverati che tra le pratiche? Io già ve lo dissi, perchè non solo mere e nude pratiche son esse, ma vere e proprie istituzioni, ma elementi integrali della essenica esistenza, e perciò tra le istituzioni le abbiam collocate. Di questedunque più non si parli, e sol di quelle si faccia menzione che questo carattere non ci offrono organico, fondamentale.E prima, la nettezza, la proprietà.—Era essa, dice Giuseppe, studio precipuo dei nostri Esseni; e ad essa particolarmente miravano nel sodisfare ai naturali bisogni. Noi siamo in pien Mosaismo, quando Moisè raccomanda di tener sgombro il campo di ogni immondizia, quando vuole che niuna traccia rimanga alla luce del sole, delle impurità corporali, quando, ciò che più monta, la scrittura designa l’atto vilissimo con una parola che dipinge l’attitudine stessa che prendevano i decentissimi Esseni, quando lo chiamaCuoprimento di piede, leassek et raglau, non fanno altro e Scrittura e Mosè che preludere alla rigidaproprietào decenza dei nostri Asceti. Ma che direte quando vedrete, siccome è proprio di ogni idea primitiva, radicarsi l’elogio, il dovere della proprietà, in una parlante e bellissima sinonimia? Vi è una parola nella lingua ebraica che attesta quale idea nobile elevatissima si formassero i primi suoi parlatori della proprietà corporale, e questa parola èNachi. Nachi in ebraico vuol dir certoproprio,netto,decente, ma sapete che altra idea eziandio vi si acchiude? L’idea di una nettezza ben altrimenti superlativa, l’idea di purità, d’innocenza, di morale irreprensibilità. Avvi forse lingua che offra fenomeno così fatto? Or che diremo dei nostri dottori? I quali s’ebbero in pregio la proprietà corporale; lo dicano quei placiti infiniti che si leggono nei loro volumi, e per tutti lo dicano quei due eloquentissimi testi che vado ad esporvi.—È l’uno quel tratto curiosissimo del Medrasc ove traendo partito dagli usi contemporanei, dalla custodia gelosissima che si faceva su per le piazze, delle imagini, delle statue, dei ritratti dei Cesari, concludea fortiori, quanto più ragionevolmente si debbail corpo nostro serbare netto, proprio, decoroso, poichè il nome pure meritossi d’imagine e similitudine di benaltro Augusto, di Dio sempiterno. Ma se il passo, esso citato, è ammirabile per leggiadro confronto, per storiche allusioni, per unsaporedicontemporaneitàche solletica piacevolmente, quanto l’altro non sovrasta per più speciale attinenza coi nostri Esseni? Spero che non l’avrete obliato. Vi è in fondo alTalmuddiSotàun frammento preziosissimo per questa storia che porta il nome di Barraità, diR. Pinechas Ben Jair. In questaBarraitànon è frase, non parola che non interessi, e grandemente, il nostro istituto. E in parte lo vedeste voi stessi quando vi additai in quella scala, che tale è veramente, di morale perfezione, il Hasidut (che è lo stato in cui vissero i nostri Esseni) occupare quasi la cima di quella morale gerarchia, e condurre immediatamente al Ruah acodes oSpirito Santo, che è quasi la transumanazione dell’anima umana, mentre vive nel corpo. Or bene: il primo grado di quella mistica scala, la porta quasi che mena alle aule celesti, è appunto la virtù che ora ci occupa, laproprietà. E se a questo aggiungete il nome che porta in fronte scritto la citataBarraità, quel nome che tanto dice di R. Pinechas Ben Jair, il suocero amatissimo di R. Simone Ben Johai principe dei Cabbalisti e Cabbalista egli stesso, e dei più insigni come si vede nelloZoar; se aggiungete le altre non meno belle analogie discorse in altre lezioni, ei non sarà senza grande ammaestramento che la proprietà, virtù tanto Essenica per eccellenza, forma quasi il vestibolo per cui si entra nelle più segrete parti del grande edifizio. Ma i dottori non si limitarono a predicare e celebrare laproprietàin modo generalissimo:—la loro mente così alta non sdegnò scendere basso, molto basso; e le più minute applicazioni studiare, e tutto prescriveredeterminare nella vita dell’uomo laproprietàconsentanea.[91]Ma Giuseppe un’altra minuzia ci ha pure conservata della essenica vita, che ha certo il suo pregio. Quando noi ragionavamo dei superstiti simboli dell’Essenato, di quelle forme a così dire oggi vuote di senso, ma ove il pensiero essenico si era una volta rinchiuso, voi lo ricordate certamente, noi facevamo allora menzione di quel principio di antagonismo, che gli Esseni esprimevano coi nomi didestraesinistra, la prima chiamando fausta e buona, l’altra rea e veramentesinistra; nè posso qui tacere, giacchè l’omisi a suo luogo, che questo antagonismo venivano eziandio esprimendo talvolta coi nomi di giorno e di notte, simbolo se altro fu mai cabbalistico per eccellenza, come fa fede la celebre dualità oSigezieche il nome reca appo i mistici diGiornoe diNotte,Middat iom umiddat lailà. Or bene: quando diDestraeSinistrafavellava, io vi dissi allora che una pratica essenica da quel principio s’ingenerava, e di cui a luogo suo ne avrei tenuto proposito. Questo luogo è il presente, e la pratica essenica, onde si parla, ci offre nuova occasione di ammirare lo spirito e gli atti uniformi di due scuole che furon sin’oggi credute diverse, e che l’esperienza e l’esame intrapreso perpetuamente identifica. Quando Giuseppe ci parla del rispetto che gli Esseni avevano per la destra, quando dice che si astenevano dallo sputare da quel lato, fu nessuno che sospettasse le analogie bibliche e farisaiche? Delle prime non dirò, che troppo più lungi ci condurrebbero che non vorremmo. Ma come tacere delle altre? E se pure tacere volessi di quei tanti infiniti casi, in cui negli atti di religione ladestravantò il primato, come tacere del caso in termini da Giuseppe accennato? Chè tale esiste veramente, e per perfetta medesimezza ammirabilenelle pratiche farisaiche. Pei dottori, pei Farisei lo sputare, specialmente nella preghiera, se è concesso didietro, se è concesso asinistranon è concesso adestra; e il divieto più che non si crede antico muove non solo dai piùantichi Trattatisti, quali sonoMaraneMuram, ma vanta esplicita menzione nelJeruscialmi, che è quanto dire nel più antico dei due Talmud. Ma il rispetto alla destra non finiva con questo e Giuseppe stesso ce lo ammonisce. Reputavasi, ei dice, grande increanza porsi in mezzo o a destra dei lor maggiori. E quest’uso, perpetuatosi fino a noi, ha antica e manifesta sanzione nel Galateo dei dottori. Per essi, tre che vadan per via, in mezzo si ponga il maestro, a destra il maggiore, a sinistra il minore. E non solo il consiglio non potrebb’essere più perentorio, ma il titolo con cui infamano chi lo prevarichi, conferma, se è possibile, l’indole essenica di tal prescritto.—Chi procede, dicono altrove, a diritta del suo maestro, è Bur. Ora che cosa è Bur? Noi il chiedemmo altra volta, e la risposta ci venne eloquente da un frammento d’Abot.—È l’opposto diJerè ket; eJerè ket, e questo non meno ci fu fatto palese, è il primo grado che all’altro più eccelso mena diHassid.Ma le cose discorse finora debbono cedere il luogo a considerazioni di gran lunga più rilevanti. Il silenzio essenico, il silenzio imposto ai suoi membri come dovere sociale, è più che un uso, più che una consuetudine; e non poco ristetti dubbioso se tra le istituzioni meglio che fra le pratiche non avessi dovuto annoverarlo. Dovunque però collocare si voglia, non si potrebbe disconoscerne la importanza; basta ricordarsi ciò che disse Giuseppe. Quando Flavio, porgendo ai Pagani una imagine delle sètte ebraiche, diceva gli Essenii Pitagorici dell’Ebraismo, diceva una breve parola: ma quanto eloquente! Noi abbiamo le mille volte veduta l’asserzioneflaviana alla prova, noi la vediamo anch’oggi a proposito delsilenzio, e sempre vera e sempre confermata dai fatti. L’istituto deiPitagoriciè celebre per la virtù del silenzio comandata ai suoi membri, ed a niuno meglio, a parer mio, se ne addice la pratica, siccome quello che, a somiglianza delle consorterie sacerdotali antiche di Oriente e di Occidente, serbò sempre inalterate le fattezze ieratiche tradizionali, religiose per eccellenza, che in parte ma meno profonde si trasfusero nei sistemi susseguenti dei Platonici, e degli Stoici antichi e moderni. Ma sePitagoricierano gli Esseni, al dire di Giuseppe,Pitagorici, erano a detta sua,dell’Ebraismo, ed è in questo, ed è nelle viscere dell’Ebraismo, nella sua storia, nelle sue idee, nei suoi dottori che dobbiamo investigare le origini del lorsilenzio, e tanto più imperiosamente a noi ne corre strettissimo l’obbligo, siccome quelli che abbiamo incessantemente proclamata la identità generale di Esseni e di Farisei, e quella specialissimamente di Esseni e di Cabbalisti.—La storia ebraica consta di tre grandi momenti—Bibbia, Dottori esoterici e Cabbalisti; ed è in tutti che noi dobbiamo cercare le segrete radici delSilenziodell’Essenato. La Bibbia è il tesoro del pensiero antico nazionale dell’Ebraismo, ed è appunto siccome tesoro che solo nelle parti più ascose, nelle segrete profondità della lingua, nei misteri della grammatica, nella genesi ideologica delle idee nazionali, che tu trovi, ardisco dire, tutta la successiva esplicazione della dogmatica ebraica, e come mi è avvenuto non poche volte di avvertire, anche i riti e le leggi tradizionali. Ora la lingua ebraica porge colla sola denominazione delSilenziouna idea che si trova poi espressa, formulata nelle opere dei Rabbini; e cosa veramente ammirabile, senza che gli stessi Rabbini vadano minimamente consapevoli del possente ausilio; enemmeno che sappiano lo affratellarsi delle due idee in seno al vocabolo sinonimo; prova, se altra fu mai, della ingenuità e schiettezza e autorità della parola tradizionale. Io potrei sin da ora additare il vocabolo in discorso, ed insieme scendere come si fa negli scavi scientifici al lume di una critica sagace nelle più profonde sue viscere; ma a costo di stancare la pazienza, ne differisco l’enunciazione sino a tanto che le cose che ho a dire ne facciano più innegabile, e il senso e le conseguenze che ne deduco.Ma oltre il vocabolo in discorso, Salomone celebra la virtù del Silenzio.—Oltre alcune idee, disseminate nei proverbi, l’Ecclesiasticopar che preluda a quel dettato che corse famosissimo per le contrade di Europa, e che suonaparum de Principe, nihil de Deo. Salomone però è più discreto, ei vuole che poco se ne favelli. Non ti affrettare a pronunciare sentenza intorno a Dio, perchè Dio è in cielo, e tu sei sulla terra; però sieno poche le tue parole. Ma quanto ingiusto sarebbe confondere il suo consiglio col proverbio rammemorato, e quanto più ingiusto confonderlo con quell’ipocrita e vile e codardo e irreligioso silenzio sulle cose divine, che molti predicano, non solo savio e prudente consiglio, ma anche per colmo di sacrilegio, religioso dovere! Questa specie spuria, vigliacca, degenere diSilenzionon è ebraica. Ella è propria di quelleFedile quali, inalzandosi sulle rovine della ragione, non trovano nè trovar possono salute che nel silenzio, che nel mutismo della ragione; di quei dogmi che esigono, che predicano lafede cieca, termine assurdo, contraditorio, sconosciuto nell’Ebraismo, il quale nè comprende, e nè pure il potrebbe, in qual modo la fede che vuol direconsenso dell’intelletto, e quindirazionale, possa essere al tempo istessocieca, che è quanto direirrazionale. Ella è propria di queitempi, di quelle età infelici in cui la ragione fuorviata dichiara guerra alla fonte d’ogni ragione, a Dio eterno; ai tempi diVoltaire, diDiderot, diHolback, e quindi scusabile in qualche modo, almeno nei timidi intelletti, nel secolo che ci ha preceduto; e quindi scusabile ancora nella bocca di quell’animo più intemerato che fu Salomone Fiorentino. Il quale ben fece ad essere così ricco come lo narra la fama di preziose virtù, di pietà ingenua semplice veracissima, di costumi specchiati, di probità senza pari, per fare almeno ai posteri obliare che ei fu autore di quell’assurda, vile, blasfematrice sentenza che suona,adora e taci. Ah! in quell’istante Fiorentino non fu ebreo, se pure non vuolsi a sua discolpa allegare che ei fece virtù in quell’istante di una dura necessità, non potendo libera, irrefrenata muovere la lingua contro di quello che lo spingea a battaglia. Ma ebreo, almeno nell’espressione, non fu. Non fu interprete veridico dell’Ecclesiastico, perchè solo le umane speculazioni l’Ecclesiasticointerdice, e quelle temerarie e folli irruzioni nei campi delDivino, che la ragione tenta tal fiata senza guida, senza norma, senza la stella polare della parola rivelata; siccome appunto l’indole dell’opera e le idee tutte che entrano nell’Ecclesiastemirano, com’è noto, a sfiduciare la mente umana nelle sue proprie ingenite forze, e ad ispirare uno scetticismo salutare che può senza fallo paragonarsi a quella specie di scetticismo religioso che professarono Biagio Pascal e Michele Montaigne. Non fu consentaneo allo spirito dei dottori che se il silenzio levano al cielo, e questo è il punto ove volevamo venire, egli è il silenzio delle cose vane, terrene, puramente mondane; egli è quello di cui intesero quando dissero:Mà ummanutò scel adem baolam azzè iassim azmò cheillem, non quello che eccettuarono in termini apertissimi quando aggiunsero:Jakol af ledibrè toràchen, talmud lomar teddaberun; egli è quello a cui accennarono quando dissero ogni parola che esca dal labro dell’uomo un’eco avere nello eterno ed ogni pensiero aspirare, e come il fuoco secondo gli antichi, come vuole la sua natura alle cose del cielo, egli è quello che un dottore in Abot (notate luogo acconcissimo alle esseniche memorie, siccome quello checodiceudimmo altravolta chiamatodei hasidim) proclama, dopo la lunga sua esperienza e conversazione farisaica, il farmaco più salutare, frase se altra fu mai opportuna al genio medico, terapeutico; come anche questo vedemmo dell’antico istituto, egli è il silenzio che nel medesimoAbot, notate indizio sopra indizio, un gran dottore R.Achibà, che per colmo di maraviglia è dottore insigne dei Cabbalisti, ed uno dei quattro visitatori del mistico giardino, egli è il silenzio che ivi è detto—siepe e riparo alla scienza—non antidoto e spegnitoio, come altri vorrebbe farne, e di cui bellamente interpretando, ce ne porge circoscrivendolo una idea adeguata il Bartenora, dicendolo silenzio sì ma solo delle cose mondanebedibrè aresciut; ed egli è quello infine che i dottori consigliavano agli esordienti, come appunto i Pitagorici lo consigliavano dicendoAsket, as veahar eah Kattet. Silenzio tutto, come vedeste, di cose, di bisogni, d’interessi, di avvenimenti, di pensieri mondani, non di bisogni, d’interessi, di pensieri comunque morali scientifici dottrinali teologici e per tutto dire religiosi. Nei quali beni lungi d’imporre un codardo mutismo, vuoi per raffinata superstizione, vuoi per timidezza di cuore, lasciarono libero il pensiero e libera la parola purchè i semiti non travalichi della rivelazione, e tanto liberi lasciarono e l’uno e l’altro, e tanto profondo scolpirono l’abito di libertà nell’animo del nostro popolo, che un bel giorno questo si è creduto potere in piena sicurtà di coscienza-dogmatizzare a suaposta, e purchè il corpo assoggettasse ai precetti di Dio, scotere impunemente lo spirito, foggiarsi dogma come Parigi si foggia i suoi figurini; e questa libertà dissero non solo filosofica, ma religiosa e sopratutto, vedete pregio che ignoravamo! privilegio tutto proprio ed esclusivo di nostra fede. Noi abbiamo posto il dito sopra una cangrena terribile che consuma e rode la vita superstite in Israele, e se questo il luogo fosse di chiamare com’Elia i falsi Profeti alla prova, fossero presi costoro come gli antichi a centinaia, mandassero pure grida come gli antichi forsennate, il fuoco celeste non sarebbe per loro. Ma l’anarchia dogmatica, a cui pretendono costoro, prova una cosa, e i miseri non se n’addanno; prova che la libertà è passata per quella via.—Come le ceneri che attestano la preesistenza del fuoco,—come il corpo esanime fa fede che vi abitò uno spirto immortale, così l’anarchia presente fa fede dell’antica libertà. E quale libertà! Pei dottori, il dettato che udiste poc’anziParum de principe, nihil de Deo, se sarebbe stato nella prima sua parte un consiglio di prudenza, saria stato senza meno nella seconda un consiglio d’inferno—pel quale solo disse Danteluogo d’ogni luce muto, e la parola è luce del Mondo.—Per essi nella sfera vasta, vastissima della Bibbia e della tradizione, la parola umana, è giusta, legittima anzi regina e sovrana, e se gli imposero silenzio, come vedeste, nelle mondane faccende, ei fu fra le altre cagioni perchè non un atomo spendesse delle sue forze che non fosse per Dio, nè vollero che pel mondo molto tacesse se non per che di Dio e della fede sua molto parlasse.—In quella sfera se i dottori rifar dovessero il verso diFiorentino, se crear dovessero un grido, una parola d’ordine, come si dice, non sarebbeadora e taci, maadora e parla. In quella sfera la libertà è santa intangibile, anzi a Dio carissima anco nei suoi voli audaci,anche allora che ignara, come dice Omero, della lingua degli Dei, ne strazia le forme e le locuzioni bellissime, vale a dire quando erra involontaria, quando merita di esseremolto perdonata perchè molto ha amato. Allora dicono i dottori, Iddio non solo perdona, ma infinito amore lo prende per quell’anima che balbetta il suo verbo immortale in quella guisa che un padre non rifinisce di baciare e ribaciare il piccioletto figliuolo quando le prime voci emettendo sciupa le forme del linguaggio nativo.Vediglò alai aabà. Nè altrimenti avviene allora che agli spiriti audaci ai quali disse il mondo sorridere sempre benigna fortuna ed amore, ed a cui dicono i dottori sorridere non meno Dio verace fortuna e primo amore. Noi abbiamo veduto ilSilenzioessenico approvato, predicato dai Farisei in teoria. In quest’altra Lezione lo vedremo in pratica.

LEZIONE TRENTESIMAQUARTA.L’ultima parte della Storia degli Esseni, quella che riguarda il loro culto, la loro pratica, fu da noi in tre parti secondarie divisa, parte religiosa, parte privata, e parte pubblica. Della prima abbiamo parlato quanto meglio ci è stato concesso: ora diremo della seconda, di quella che ci narra i costumi e le virtù eziandio private dei nostri Esseni. Egli è d’uopo poi che d’una cosa io vi prevenga. Molti fatti vi sono alla privata vita appartenenti dei nostri Esseni, che in questa parte della loro storia non avranno menzione, e non l’avranno per la semplicissima ragione che per la natura loro organica fondamentale l’ebbero, e l’ebbero diffusissima, allorchè della prima parte ci occupavamo di questa storia della istituzione dell’Essenato. Allora, voi, lo ricordate, la tavola e i particolari tutti ad essa attinenti, gli abiti e le loro varietà, il celibato, e lavori, le occupazioni, gli studj furono subbietto, che a dilungo trattammo, ma che non lasciano per questo di essere vere e proprie esseniche pratiche. Per che allora piuttosto che adesso ne facemmo menzione? Perchè meglio tra gli istituti annoverati che tra le pratiche? Io già ve lo dissi, perchè non solo mere e nude pratiche son esse, ma vere e proprie istituzioni, ma elementi integrali della essenica esistenza, e perciò tra le istituzioni le abbiam collocate. Di questedunque più non si parli, e sol di quelle si faccia menzione che questo carattere non ci offrono organico, fondamentale.E prima, la nettezza, la proprietà.—Era essa, dice Giuseppe, studio precipuo dei nostri Esseni; e ad essa particolarmente miravano nel sodisfare ai naturali bisogni. Noi siamo in pien Mosaismo, quando Moisè raccomanda di tener sgombro il campo di ogni immondizia, quando vuole che niuna traccia rimanga alla luce del sole, delle impurità corporali, quando, ciò che più monta, la scrittura designa l’atto vilissimo con una parola che dipinge l’attitudine stessa che prendevano i decentissimi Esseni, quando lo chiamaCuoprimento di piede, leassek et raglau, non fanno altro e Scrittura e Mosè che preludere alla rigidaproprietào decenza dei nostri Asceti. Ma che direte quando vedrete, siccome è proprio di ogni idea primitiva, radicarsi l’elogio, il dovere della proprietà, in una parlante e bellissima sinonimia? Vi è una parola nella lingua ebraica che attesta quale idea nobile elevatissima si formassero i primi suoi parlatori della proprietà corporale, e questa parola èNachi. Nachi in ebraico vuol dir certoproprio,netto,decente, ma sapete che altra idea eziandio vi si acchiude? L’idea di una nettezza ben altrimenti superlativa, l’idea di purità, d’innocenza, di morale irreprensibilità. Avvi forse lingua che offra fenomeno così fatto? Or che diremo dei nostri dottori? I quali s’ebbero in pregio la proprietà corporale; lo dicano quei placiti infiniti che si leggono nei loro volumi, e per tutti lo dicano quei due eloquentissimi testi che vado ad esporvi.—È l’uno quel tratto curiosissimo del Medrasc ove traendo partito dagli usi contemporanei, dalla custodia gelosissima che si faceva su per le piazze, delle imagini, delle statue, dei ritratti dei Cesari, concludea fortiori, quanto più ragionevolmente si debbail corpo nostro serbare netto, proprio, decoroso, poichè il nome pure meritossi d’imagine e similitudine di benaltro Augusto, di Dio sempiterno. Ma se il passo, esso citato, è ammirabile per leggiadro confronto, per storiche allusioni, per unsaporedicontemporaneitàche solletica piacevolmente, quanto l’altro non sovrasta per più speciale attinenza coi nostri Esseni? Spero che non l’avrete obliato. Vi è in fondo alTalmuddiSotàun frammento preziosissimo per questa storia che porta il nome di Barraità, diR. Pinechas Ben Jair. In questaBarraitànon è frase, non parola che non interessi, e grandemente, il nostro istituto. E in parte lo vedeste voi stessi quando vi additai in quella scala, che tale è veramente, di morale perfezione, il Hasidut (che è lo stato in cui vissero i nostri Esseni) occupare quasi la cima di quella morale gerarchia, e condurre immediatamente al Ruah acodes oSpirito Santo, che è quasi la transumanazione dell’anima umana, mentre vive nel corpo. Or bene: il primo grado di quella mistica scala, la porta quasi che mena alle aule celesti, è appunto la virtù che ora ci occupa, laproprietà. E se a questo aggiungete il nome che porta in fronte scritto la citataBarraità, quel nome che tanto dice di R. Pinechas Ben Jair, il suocero amatissimo di R. Simone Ben Johai principe dei Cabbalisti e Cabbalista egli stesso, e dei più insigni come si vede nelloZoar; se aggiungete le altre non meno belle analogie discorse in altre lezioni, ei non sarà senza grande ammaestramento che la proprietà, virtù tanto Essenica per eccellenza, forma quasi il vestibolo per cui si entra nelle più segrete parti del grande edifizio. Ma i dottori non si limitarono a predicare e celebrare laproprietàin modo generalissimo:—la loro mente così alta non sdegnò scendere basso, molto basso; e le più minute applicazioni studiare, e tutto prescriveredeterminare nella vita dell’uomo laproprietàconsentanea.[91]Ma Giuseppe un’altra minuzia ci ha pure conservata della essenica vita, che ha certo il suo pregio. Quando noi ragionavamo dei superstiti simboli dell’Essenato, di quelle forme a così dire oggi vuote di senso, ma ove il pensiero essenico si era una volta rinchiuso, voi lo ricordate certamente, noi facevamo allora menzione di quel principio di antagonismo, che gli Esseni esprimevano coi nomi didestraesinistra, la prima chiamando fausta e buona, l’altra rea e veramentesinistra; nè posso qui tacere, giacchè l’omisi a suo luogo, che questo antagonismo venivano eziandio esprimendo talvolta coi nomi di giorno e di notte, simbolo se altro fu mai cabbalistico per eccellenza, come fa fede la celebre dualità oSigezieche il nome reca appo i mistici diGiornoe diNotte,Middat iom umiddat lailà. Or bene: quando diDestraeSinistrafavellava, io vi dissi allora che una pratica essenica da quel principio s’ingenerava, e di cui a luogo suo ne avrei tenuto proposito. Questo luogo è il presente, e la pratica essenica, onde si parla, ci offre nuova occasione di ammirare lo spirito e gli atti uniformi di due scuole che furon sin’oggi credute diverse, e che l’esperienza e l’esame intrapreso perpetuamente identifica. Quando Giuseppe ci parla del rispetto che gli Esseni avevano per la destra, quando dice che si astenevano dallo sputare da quel lato, fu nessuno che sospettasse le analogie bibliche e farisaiche? Delle prime non dirò, che troppo più lungi ci condurrebbero che non vorremmo. Ma come tacere delle altre? E se pure tacere volessi di quei tanti infiniti casi, in cui negli atti di religione ladestravantò il primato, come tacere del caso in termini da Giuseppe accennato? Chè tale esiste veramente, e per perfetta medesimezza ammirabilenelle pratiche farisaiche. Pei dottori, pei Farisei lo sputare, specialmente nella preghiera, se è concesso didietro, se è concesso asinistranon è concesso adestra; e il divieto più che non si crede antico muove non solo dai piùantichi Trattatisti, quali sonoMaraneMuram, ma vanta esplicita menzione nelJeruscialmi, che è quanto dire nel più antico dei due Talmud. Ma il rispetto alla destra non finiva con questo e Giuseppe stesso ce lo ammonisce. Reputavasi, ei dice, grande increanza porsi in mezzo o a destra dei lor maggiori. E quest’uso, perpetuatosi fino a noi, ha antica e manifesta sanzione nel Galateo dei dottori. Per essi, tre che vadan per via, in mezzo si ponga il maestro, a destra il maggiore, a sinistra il minore. E non solo il consiglio non potrebb’essere più perentorio, ma il titolo con cui infamano chi lo prevarichi, conferma, se è possibile, l’indole essenica di tal prescritto.—Chi procede, dicono altrove, a diritta del suo maestro, è Bur. Ora che cosa è Bur? Noi il chiedemmo altra volta, e la risposta ci venne eloquente da un frammento d’Abot.—È l’opposto diJerè ket; eJerè ket, e questo non meno ci fu fatto palese, è il primo grado che all’altro più eccelso mena diHassid.Ma le cose discorse finora debbono cedere il luogo a considerazioni di gran lunga più rilevanti. Il silenzio essenico, il silenzio imposto ai suoi membri come dovere sociale, è più che un uso, più che una consuetudine; e non poco ristetti dubbioso se tra le istituzioni meglio che fra le pratiche non avessi dovuto annoverarlo. Dovunque però collocare si voglia, non si potrebbe disconoscerne la importanza; basta ricordarsi ciò che disse Giuseppe. Quando Flavio, porgendo ai Pagani una imagine delle sètte ebraiche, diceva gli Essenii Pitagorici dell’Ebraismo, diceva una breve parola: ma quanto eloquente! Noi abbiamo le mille volte veduta l’asserzioneflaviana alla prova, noi la vediamo anch’oggi a proposito delsilenzio, e sempre vera e sempre confermata dai fatti. L’istituto deiPitagoriciè celebre per la virtù del silenzio comandata ai suoi membri, ed a niuno meglio, a parer mio, se ne addice la pratica, siccome quello che, a somiglianza delle consorterie sacerdotali antiche di Oriente e di Occidente, serbò sempre inalterate le fattezze ieratiche tradizionali, religiose per eccellenza, che in parte ma meno profonde si trasfusero nei sistemi susseguenti dei Platonici, e degli Stoici antichi e moderni. Ma sePitagoricierano gli Esseni, al dire di Giuseppe,Pitagorici, erano a detta sua,dell’Ebraismo, ed è in questo, ed è nelle viscere dell’Ebraismo, nella sua storia, nelle sue idee, nei suoi dottori che dobbiamo investigare le origini del lorsilenzio, e tanto più imperiosamente a noi ne corre strettissimo l’obbligo, siccome quelli che abbiamo incessantemente proclamata la identità generale di Esseni e di Farisei, e quella specialissimamente di Esseni e di Cabbalisti.—La storia ebraica consta di tre grandi momenti—Bibbia, Dottori esoterici e Cabbalisti; ed è in tutti che noi dobbiamo cercare le segrete radici delSilenziodell’Essenato. La Bibbia è il tesoro del pensiero antico nazionale dell’Ebraismo, ed è appunto siccome tesoro che solo nelle parti più ascose, nelle segrete profondità della lingua, nei misteri della grammatica, nella genesi ideologica delle idee nazionali, che tu trovi, ardisco dire, tutta la successiva esplicazione della dogmatica ebraica, e come mi è avvenuto non poche volte di avvertire, anche i riti e le leggi tradizionali. Ora la lingua ebraica porge colla sola denominazione delSilenziouna idea che si trova poi espressa, formulata nelle opere dei Rabbini; e cosa veramente ammirabile, senza che gli stessi Rabbini vadano minimamente consapevoli del possente ausilio; enemmeno che sappiano lo affratellarsi delle due idee in seno al vocabolo sinonimo; prova, se altra fu mai, della ingenuità e schiettezza e autorità della parola tradizionale. Io potrei sin da ora additare il vocabolo in discorso, ed insieme scendere come si fa negli scavi scientifici al lume di una critica sagace nelle più profonde sue viscere; ma a costo di stancare la pazienza, ne differisco l’enunciazione sino a tanto che le cose che ho a dire ne facciano più innegabile, e il senso e le conseguenze che ne deduco.Ma oltre il vocabolo in discorso, Salomone celebra la virtù del Silenzio.—Oltre alcune idee, disseminate nei proverbi, l’Ecclesiasticopar che preluda a quel dettato che corse famosissimo per le contrade di Europa, e che suonaparum de Principe, nihil de Deo. Salomone però è più discreto, ei vuole che poco se ne favelli. Non ti affrettare a pronunciare sentenza intorno a Dio, perchè Dio è in cielo, e tu sei sulla terra; però sieno poche le tue parole. Ma quanto ingiusto sarebbe confondere il suo consiglio col proverbio rammemorato, e quanto più ingiusto confonderlo con quell’ipocrita e vile e codardo e irreligioso silenzio sulle cose divine, che molti predicano, non solo savio e prudente consiglio, ma anche per colmo di sacrilegio, religioso dovere! Questa specie spuria, vigliacca, degenere diSilenzionon è ebraica. Ella è propria di quelleFedile quali, inalzandosi sulle rovine della ragione, non trovano nè trovar possono salute che nel silenzio, che nel mutismo della ragione; di quei dogmi che esigono, che predicano lafede cieca, termine assurdo, contraditorio, sconosciuto nell’Ebraismo, il quale nè comprende, e nè pure il potrebbe, in qual modo la fede che vuol direconsenso dell’intelletto, e quindirazionale, possa essere al tempo istessocieca, che è quanto direirrazionale. Ella è propria di queitempi, di quelle età infelici in cui la ragione fuorviata dichiara guerra alla fonte d’ogni ragione, a Dio eterno; ai tempi diVoltaire, diDiderot, diHolback, e quindi scusabile in qualche modo, almeno nei timidi intelletti, nel secolo che ci ha preceduto; e quindi scusabile ancora nella bocca di quell’animo più intemerato che fu Salomone Fiorentino. Il quale ben fece ad essere così ricco come lo narra la fama di preziose virtù, di pietà ingenua semplice veracissima, di costumi specchiati, di probità senza pari, per fare almeno ai posteri obliare che ei fu autore di quell’assurda, vile, blasfematrice sentenza che suona,adora e taci. Ah! in quell’istante Fiorentino non fu ebreo, se pure non vuolsi a sua discolpa allegare che ei fece virtù in quell’istante di una dura necessità, non potendo libera, irrefrenata muovere la lingua contro di quello che lo spingea a battaglia. Ma ebreo, almeno nell’espressione, non fu. Non fu interprete veridico dell’Ecclesiastico, perchè solo le umane speculazioni l’Ecclesiasticointerdice, e quelle temerarie e folli irruzioni nei campi delDivino, che la ragione tenta tal fiata senza guida, senza norma, senza la stella polare della parola rivelata; siccome appunto l’indole dell’opera e le idee tutte che entrano nell’Ecclesiastemirano, com’è noto, a sfiduciare la mente umana nelle sue proprie ingenite forze, e ad ispirare uno scetticismo salutare che può senza fallo paragonarsi a quella specie di scetticismo religioso che professarono Biagio Pascal e Michele Montaigne. Non fu consentaneo allo spirito dei dottori che se il silenzio levano al cielo, e questo è il punto ove volevamo venire, egli è il silenzio delle cose vane, terrene, puramente mondane; egli è quello di cui intesero quando dissero:Mà ummanutò scel adem baolam azzè iassim azmò cheillem, non quello che eccettuarono in termini apertissimi quando aggiunsero:Jakol af ledibrè toràchen, talmud lomar teddaberun; egli è quello a cui accennarono quando dissero ogni parola che esca dal labro dell’uomo un’eco avere nello eterno ed ogni pensiero aspirare, e come il fuoco secondo gli antichi, come vuole la sua natura alle cose del cielo, egli è quello che un dottore in Abot (notate luogo acconcissimo alle esseniche memorie, siccome quello checodiceudimmo altravolta chiamatodei hasidim) proclama, dopo la lunga sua esperienza e conversazione farisaica, il farmaco più salutare, frase se altra fu mai opportuna al genio medico, terapeutico; come anche questo vedemmo dell’antico istituto, egli è il silenzio che nel medesimoAbot, notate indizio sopra indizio, un gran dottore R.Achibà, che per colmo di maraviglia è dottore insigne dei Cabbalisti, ed uno dei quattro visitatori del mistico giardino, egli è il silenzio che ivi è detto—siepe e riparo alla scienza—non antidoto e spegnitoio, come altri vorrebbe farne, e di cui bellamente interpretando, ce ne porge circoscrivendolo una idea adeguata il Bartenora, dicendolo silenzio sì ma solo delle cose mondanebedibrè aresciut; ed egli è quello infine che i dottori consigliavano agli esordienti, come appunto i Pitagorici lo consigliavano dicendoAsket, as veahar eah Kattet. Silenzio tutto, come vedeste, di cose, di bisogni, d’interessi, di avvenimenti, di pensieri mondani, non di bisogni, d’interessi, di pensieri comunque morali scientifici dottrinali teologici e per tutto dire religiosi. Nei quali beni lungi d’imporre un codardo mutismo, vuoi per raffinata superstizione, vuoi per timidezza di cuore, lasciarono libero il pensiero e libera la parola purchè i semiti non travalichi della rivelazione, e tanto liberi lasciarono e l’uno e l’altro, e tanto profondo scolpirono l’abito di libertà nell’animo del nostro popolo, che un bel giorno questo si è creduto potere in piena sicurtà di coscienza-dogmatizzare a suaposta, e purchè il corpo assoggettasse ai precetti di Dio, scotere impunemente lo spirito, foggiarsi dogma come Parigi si foggia i suoi figurini; e questa libertà dissero non solo filosofica, ma religiosa e sopratutto, vedete pregio che ignoravamo! privilegio tutto proprio ed esclusivo di nostra fede. Noi abbiamo posto il dito sopra una cangrena terribile che consuma e rode la vita superstite in Israele, e se questo il luogo fosse di chiamare com’Elia i falsi Profeti alla prova, fossero presi costoro come gli antichi a centinaia, mandassero pure grida come gli antichi forsennate, il fuoco celeste non sarebbe per loro. Ma l’anarchia dogmatica, a cui pretendono costoro, prova una cosa, e i miseri non se n’addanno; prova che la libertà è passata per quella via.—Come le ceneri che attestano la preesistenza del fuoco,—come il corpo esanime fa fede che vi abitò uno spirto immortale, così l’anarchia presente fa fede dell’antica libertà. E quale libertà! Pei dottori, il dettato che udiste poc’anziParum de principe, nihil de Deo, se sarebbe stato nella prima sua parte un consiglio di prudenza, saria stato senza meno nella seconda un consiglio d’inferno—pel quale solo disse Danteluogo d’ogni luce muto, e la parola è luce del Mondo.—Per essi nella sfera vasta, vastissima della Bibbia e della tradizione, la parola umana, è giusta, legittima anzi regina e sovrana, e se gli imposero silenzio, come vedeste, nelle mondane faccende, ei fu fra le altre cagioni perchè non un atomo spendesse delle sue forze che non fosse per Dio, nè vollero che pel mondo molto tacesse se non per che di Dio e della fede sua molto parlasse.—In quella sfera se i dottori rifar dovessero il verso diFiorentino, se crear dovessero un grido, una parola d’ordine, come si dice, non sarebbeadora e taci, maadora e parla. In quella sfera la libertà è santa intangibile, anzi a Dio carissima anco nei suoi voli audaci,anche allora che ignara, come dice Omero, della lingua degli Dei, ne strazia le forme e le locuzioni bellissime, vale a dire quando erra involontaria, quando merita di esseremolto perdonata perchè molto ha amato. Allora dicono i dottori, Iddio non solo perdona, ma infinito amore lo prende per quell’anima che balbetta il suo verbo immortale in quella guisa che un padre non rifinisce di baciare e ribaciare il piccioletto figliuolo quando le prime voci emettendo sciupa le forme del linguaggio nativo.Vediglò alai aabà. Nè altrimenti avviene allora che agli spiriti audaci ai quali disse il mondo sorridere sempre benigna fortuna ed amore, ed a cui dicono i dottori sorridere non meno Dio verace fortuna e primo amore. Noi abbiamo veduto ilSilenzioessenico approvato, predicato dai Farisei in teoria. In quest’altra Lezione lo vedremo in pratica.

L’ultima parte della Storia degli Esseni, quella che riguarda il loro culto, la loro pratica, fu da noi in tre parti secondarie divisa, parte religiosa, parte privata, e parte pubblica. Della prima abbiamo parlato quanto meglio ci è stato concesso: ora diremo della seconda, di quella che ci narra i costumi e le virtù eziandio private dei nostri Esseni. Egli è d’uopo poi che d’una cosa io vi prevenga. Molti fatti vi sono alla privata vita appartenenti dei nostri Esseni, che in questa parte della loro storia non avranno menzione, e non l’avranno per la semplicissima ragione che per la natura loro organica fondamentale l’ebbero, e l’ebbero diffusissima, allorchè della prima parte ci occupavamo di questa storia della istituzione dell’Essenato. Allora, voi, lo ricordate, la tavola e i particolari tutti ad essa attinenti, gli abiti e le loro varietà, il celibato, e lavori, le occupazioni, gli studj furono subbietto, che a dilungo trattammo, ma che non lasciano per questo di essere vere e proprie esseniche pratiche. Per che allora piuttosto che adesso ne facemmo menzione? Perchè meglio tra gli istituti annoverati che tra le pratiche? Io già ve lo dissi, perchè non solo mere e nude pratiche son esse, ma vere e proprie istituzioni, ma elementi integrali della essenica esistenza, e perciò tra le istituzioni le abbiam collocate. Di questedunque più non si parli, e sol di quelle si faccia menzione che questo carattere non ci offrono organico, fondamentale.

E prima, la nettezza, la proprietà.—Era essa, dice Giuseppe, studio precipuo dei nostri Esseni; e ad essa particolarmente miravano nel sodisfare ai naturali bisogni. Noi siamo in pien Mosaismo, quando Moisè raccomanda di tener sgombro il campo di ogni immondizia, quando vuole che niuna traccia rimanga alla luce del sole, delle impurità corporali, quando, ciò che più monta, la scrittura designa l’atto vilissimo con una parola che dipinge l’attitudine stessa che prendevano i decentissimi Esseni, quando lo chiamaCuoprimento di piede, leassek et raglau, non fanno altro e Scrittura e Mosè che preludere alla rigidaproprietào decenza dei nostri Asceti. Ma che direte quando vedrete, siccome è proprio di ogni idea primitiva, radicarsi l’elogio, il dovere della proprietà, in una parlante e bellissima sinonimia? Vi è una parola nella lingua ebraica che attesta quale idea nobile elevatissima si formassero i primi suoi parlatori della proprietà corporale, e questa parola èNachi. Nachi in ebraico vuol dir certoproprio,netto,decente, ma sapete che altra idea eziandio vi si acchiude? L’idea di una nettezza ben altrimenti superlativa, l’idea di purità, d’innocenza, di morale irreprensibilità. Avvi forse lingua che offra fenomeno così fatto? Or che diremo dei nostri dottori? I quali s’ebbero in pregio la proprietà corporale; lo dicano quei placiti infiniti che si leggono nei loro volumi, e per tutti lo dicano quei due eloquentissimi testi che vado ad esporvi.—È l’uno quel tratto curiosissimo del Medrasc ove traendo partito dagli usi contemporanei, dalla custodia gelosissima che si faceva su per le piazze, delle imagini, delle statue, dei ritratti dei Cesari, concludea fortiori, quanto più ragionevolmente si debbail corpo nostro serbare netto, proprio, decoroso, poichè il nome pure meritossi d’imagine e similitudine di benaltro Augusto, di Dio sempiterno. Ma se il passo, esso citato, è ammirabile per leggiadro confronto, per storiche allusioni, per unsaporedicontemporaneitàche solletica piacevolmente, quanto l’altro non sovrasta per più speciale attinenza coi nostri Esseni? Spero che non l’avrete obliato. Vi è in fondo alTalmuddiSotàun frammento preziosissimo per questa storia che porta il nome di Barraità, diR. Pinechas Ben Jair. In questaBarraitànon è frase, non parola che non interessi, e grandemente, il nostro istituto. E in parte lo vedeste voi stessi quando vi additai in quella scala, che tale è veramente, di morale perfezione, il Hasidut (che è lo stato in cui vissero i nostri Esseni) occupare quasi la cima di quella morale gerarchia, e condurre immediatamente al Ruah acodes oSpirito Santo, che è quasi la transumanazione dell’anima umana, mentre vive nel corpo. Or bene: il primo grado di quella mistica scala, la porta quasi che mena alle aule celesti, è appunto la virtù che ora ci occupa, laproprietà. E se a questo aggiungete il nome che porta in fronte scritto la citataBarraità, quel nome che tanto dice di R. Pinechas Ben Jair, il suocero amatissimo di R. Simone Ben Johai principe dei Cabbalisti e Cabbalista egli stesso, e dei più insigni come si vede nelloZoar; se aggiungete le altre non meno belle analogie discorse in altre lezioni, ei non sarà senza grande ammaestramento che la proprietà, virtù tanto Essenica per eccellenza, forma quasi il vestibolo per cui si entra nelle più segrete parti del grande edifizio. Ma i dottori non si limitarono a predicare e celebrare laproprietàin modo generalissimo:—la loro mente così alta non sdegnò scendere basso, molto basso; e le più minute applicazioni studiare, e tutto prescriveredeterminare nella vita dell’uomo laproprietàconsentanea.[91]

Ma Giuseppe un’altra minuzia ci ha pure conservata della essenica vita, che ha certo il suo pregio. Quando noi ragionavamo dei superstiti simboli dell’Essenato, di quelle forme a così dire oggi vuote di senso, ma ove il pensiero essenico si era una volta rinchiuso, voi lo ricordate certamente, noi facevamo allora menzione di quel principio di antagonismo, che gli Esseni esprimevano coi nomi didestraesinistra, la prima chiamando fausta e buona, l’altra rea e veramentesinistra; nè posso qui tacere, giacchè l’omisi a suo luogo, che questo antagonismo venivano eziandio esprimendo talvolta coi nomi di giorno e di notte, simbolo se altro fu mai cabbalistico per eccellenza, come fa fede la celebre dualità oSigezieche il nome reca appo i mistici diGiornoe diNotte,Middat iom umiddat lailà. Or bene: quando diDestraeSinistrafavellava, io vi dissi allora che una pratica essenica da quel principio s’ingenerava, e di cui a luogo suo ne avrei tenuto proposito. Questo luogo è il presente, e la pratica essenica, onde si parla, ci offre nuova occasione di ammirare lo spirito e gli atti uniformi di due scuole che furon sin’oggi credute diverse, e che l’esperienza e l’esame intrapreso perpetuamente identifica. Quando Giuseppe ci parla del rispetto che gli Esseni avevano per la destra, quando dice che si astenevano dallo sputare da quel lato, fu nessuno che sospettasse le analogie bibliche e farisaiche? Delle prime non dirò, che troppo più lungi ci condurrebbero che non vorremmo. Ma come tacere delle altre? E se pure tacere volessi di quei tanti infiniti casi, in cui negli atti di religione ladestravantò il primato, come tacere del caso in termini da Giuseppe accennato? Chè tale esiste veramente, e per perfetta medesimezza ammirabilenelle pratiche farisaiche. Pei dottori, pei Farisei lo sputare, specialmente nella preghiera, se è concesso didietro, se è concesso asinistranon è concesso adestra; e il divieto più che non si crede antico muove non solo dai piùantichi Trattatisti, quali sonoMaraneMuram, ma vanta esplicita menzione nelJeruscialmi, che è quanto dire nel più antico dei due Talmud. Ma il rispetto alla destra non finiva con questo e Giuseppe stesso ce lo ammonisce. Reputavasi, ei dice, grande increanza porsi in mezzo o a destra dei lor maggiori. E quest’uso, perpetuatosi fino a noi, ha antica e manifesta sanzione nel Galateo dei dottori. Per essi, tre che vadan per via, in mezzo si ponga il maestro, a destra il maggiore, a sinistra il minore. E non solo il consiglio non potrebb’essere più perentorio, ma il titolo con cui infamano chi lo prevarichi, conferma, se è possibile, l’indole essenica di tal prescritto.—Chi procede, dicono altrove, a diritta del suo maestro, è Bur. Ora che cosa è Bur? Noi il chiedemmo altra volta, e la risposta ci venne eloquente da un frammento d’Abot.—È l’opposto diJerè ket; eJerè ket, e questo non meno ci fu fatto palese, è il primo grado che all’altro più eccelso mena diHassid.

Ma le cose discorse finora debbono cedere il luogo a considerazioni di gran lunga più rilevanti. Il silenzio essenico, il silenzio imposto ai suoi membri come dovere sociale, è più che un uso, più che una consuetudine; e non poco ristetti dubbioso se tra le istituzioni meglio che fra le pratiche non avessi dovuto annoverarlo. Dovunque però collocare si voglia, non si potrebbe disconoscerne la importanza; basta ricordarsi ciò che disse Giuseppe. Quando Flavio, porgendo ai Pagani una imagine delle sètte ebraiche, diceva gli Essenii Pitagorici dell’Ebraismo, diceva una breve parola: ma quanto eloquente! Noi abbiamo le mille volte veduta l’asserzioneflaviana alla prova, noi la vediamo anch’oggi a proposito delsilenzio, e sempre vera e sempre confermata dai fatti. L’istituto deiPitagoriciè celebre per la virtù del silenzio comandata ai suoi membri, ed a niuno meglio, a parer mio, se ne addice la pratica, siccome quello che, a somiglianza delle consorterie sacerdotali antiche di Oriente e di Occidente, serbò sempre inalterate le fattezze ieratiche tradizionali, religiose per eccellenza, che in parte ma meno profonde si trasfusero nei sistemi susseguenti dei Platonici, e degli Stoici antichi e moderni. Ma sePitagoricierano gli Esseni, al dire di Giuseppe,Pitagorici, erano a detta sua,dell’Ebraismo, ed è in questo, ed è nelle viscere dell’Ebraismo, nella sua storia, nelle sue idee, nei suoi dottori che dobbiamo investigare le origini del lorsilenzio, e tanto più imperiosamente a noi ne corre strettissimo l’obbligo, siccome quelli che abbiamo incessantemente proclamata la identità generale di Esseni e di Farisei, e quella specialissimamente di Esseni e di Cabbalisti.—La storia ebraica consta di tre grandi momenti—Bibbia, Dottori esoterici e Cabbalisti; ed è in tutti che noi dobbiamo cercare le segrete radici delSilenziodell’Essenato. La Bibbia è il tesoro del pensiero antico nazionale dell’Ebraismo, ed è appunto siccome tesoro che solo nelle parti più ascose, nelle segrete profondità della lingua, nei misteri della grammatica, nella genesi ideologica delle idee nazionali, che tu trovi, ardisco dire, tutta la successiva esplicazione della dogmatica ebraica, e come mi è avvenuto non poche volte di avvertire, anche i riti e le leggi tradizionali. Ora la lingua ebraica porge colla sola denominazione delSilenziouna idea che si trova poi espressa, formulata nelle opere dei Rabbini; e cosa veramente ammirabile, senza che gli stessi Rabbini vadano minimamente consapevoli del possente ausilio; enemmeno che sappiano lo affratellarsi delle due idee in seno al vocabolo sinonimo; prova, se altra fu mai, della ingenuità e schiettezza e autorità della parola tradizionale. Io potrei sin da ora additare il vocabolo in discorso, ed insieme scendere come si fa negli scavi scientifici al lume di una critica sagace nelle più profonde sue viscere; ma a costo di stancare la pazienza, ne differisco l’enunciazione sino a tanto che le cose che ho a dire ne facciano più innegabile, e il senso e le conseguenze che ne deduco.

Ma oltre il vocabolo in discorso, Salomone celebra la virtù del Silenzio.—Oltre alcune idee, disseminate nei proverbi, l’Ecclesiasticopar che preluda a quel dettato che corse famosissimo per le contrade di Europa, e che suonaparum de Principe, nihil de Deo. Salomone però è più discreto, ei vuole che poco se ne favelli. Non ti affrettare a pronunciare sentenza intorno a Dio, perchè Dio è in cielo, e tu sei sulla terra; però sieno poche le tue parole. Ma quanto ingiusto sarebbe confondere il suo consiglio col proverbio rammemorato, e quanto più ingiusto confonderlo con quell’ipocrita e vile e codardo e irreligioso silenzio sulle cose divine, che molti predicano, non solo savio e prudente consiglio, ma anche per colmo di sacrilegio, religioso dovere! Questa specie spuria, vigliacca, degenere diSilenzionon è ebraica. Ella è propria di quelleFedile quali, inalzandosi sulle rovine della ragione, non trovano nè trovar possono salute che nel silenzio, che nel mutismo della ragione; di quei dogmi che esigono, che predicano lafede cieca, termine assurdo, contraditorio, sconosciuto nell’Ebraismo, il quale nè comprende, e nè pure il potrebbe, in qual modo la fede che vuol direconsenso dell’intelletto, e quindirazionale, possa essere al tempo istessocieca, che è quanto direirrazionale. Ella è propria di queitempi, di quelle età infelici in cui la ragione fuorviata dichiara guerra alla fonte d’ogni ragione, a Dio eterno; ai tempi diVoltaire, diDiderot, diHolback, e quindi scusabile in qualche modo, almeno nei timidi intelletti, nel secolo che ci ha preceduto; e quindi scusabile ancora nella bocca di quell’animo più intemerato che fu Salomone Fiorentino. Il quale ben fece ad essere così ricco come lo narra la fama di preziose virtù, di pietà ingenua semplice veracissima, di costumi specchiati, di probità senza pari, per fare almeno ai posteri obliare che ei fu autore di quell’assurda, vile, blasfematrice sentenza che suona,adora e taci. Ah! in quell’istante Fiorentino non fu ebreo, se pure non vuolsi a sua discolpa allegare che ei fece virtù in quell’istante di una dura necessità, non potendo libera, irrefrenata muovere la lingua contro di quello che lo spingea a battaglia. Ma ebreo, almeno nell’espressione, non fu. Non fu interprete veridico dell’Ecclesiastico, perchè solo le umane speculazioni l’Ecclesiasticointerdice, e quelle temerarie e folli irruzioni nei campi delDivino, che la ragione tenta tal fiata senza guida, senza norma, senza la stella polare della parola rivelata; siccome appunto l’indole dell’opera e le idee tutte che entrano nell’Ecclesiastemirano, com’è noto, a sfiduciare la mente umana nelle sue proprie ingenite forze, e ad ispirare uno scetticismo salutare che può senza fallo paragonarsi a quella specie di scetticismo religioso che professarono Biagio Pascal e Michele Montaigne. Non fu consentaneo allo spirito dei dottori che se il silenzio levano al cielo, e questo è il punto ove volevamo venire, egli è il silenzio delle cose vane, terrene, puramente mondane; egli è quello di cui intesero quando dissero:Mà ummanutò scel adem baolam azzè iassim azmò cheillem, non quello che eccettuarono in termini apertissimi quando aggiunsero:Jakol af ledibrè toràchen, talmud lomar teddaberun; egli è quello a cui accennarono quando dissero ogni parola che esca dal labro dell’uomo un’eco avere nello eterno ed ogni pensiero aspirare, e come il fuoco secondo gli antichi, come vuole la sua natura alle cose del cielo, egli è quello che un dottore in Abot (notate luogo acconcissimo alle esseniche memorie, siccome quello checodiceudimmo altravolta chiamatodei hasidim) proclama, dopo la lunga sua esperienza e conversazione farisaica, il farmaco più salutare, frase se altra fu mai opportuna al genio medico, terapeutico; come anche questo vedemmo dell’antico istituto, egli è il silenzio che nel medesimoAbot, notate indizio sopra indizio, un gran dottore R.Achibà, che per colmo di maraviglia è dottore insigne dei Cabbalisti, ed uno dei quattro visitatori del mistico giardino, egli è il silenzio che ivi è detto—siepe e riparo alla scienza—non antidoto e spegnitoio, come altri vorrebbe farne, e di cui bellamente interpretando, ce ne porge circoscrivendolo una idea adeguata il Bartenora, dicendolo silenzio sì ma solo delle cose mondanebedibrè aresciut; ed egli è quello infine che i dottori consigliavano agli esordienti, come appunto i Pitagorici lo consigliavano dicendoAsket, as veahar eah Kattet. Silenzio tutto, come vedeste, di cose, di bisogni, d’interessi, di avvenimenti, di pensieri mondani, non di bisogni, d’interessi, di pensieri comunque morali scientifici dottrinali teologici e per tutto dire religiosi. Nei quali beni lungi d’imporre un codardo mutismo, vuoi per raffinata superstizione, vuoi per timidezza di cuore, lasciarono libero il pensiero e libera la parola purchè i semiti non travalichi della rivelazione, e tanto liberi lasciarono e l’uno e l’altro, e tanto profondo scolpirono l’abito di libertà nell’animo del nostro popolo, che un bel giorno questo si è creduto potere in piena sicurtà di coscienza-dogmatizzare a suaposta, e purchè il corpo assoggettasse ai precetti di Dio, scotere impunemente lo spirito, foggiarsi dogma come Parigi si foggia i suoi figurini; e questa libertà dissero non solo filosofica, ma religiosa e sopratutto, vedete pregio che ignoravamo! privilegio tutto proprio ed esclusivo di nostra fede. Noi abbiamo posto il dito sopra una cangrena terribile che consuma e rode la vita superstite in Israele, e se questo il luogo fosse di chiamare com’Elia i falsi Profeti alla prova, fossero presi costoro come gli antichi a centinaia, mandassero pure grida come gli antichi forsennate, il fuoco celeste non sarebbe per loro. Ma l’anarchia dogmatica, a cui pretendono costoro, prova una cosa, e i miseri non se n’addanno; prova che la libertà è passata per quella via.—Come le ceneri che attestano la preesistenza del fuoco,—come il corpo esanime fa fede che vi abitò uno spirto immortale, così l’anarchia presente fa fede dell’antica libertà. E quale libertà! Pei dottori, il dettato che udiste poc’anziParum de principe, nihil de Deo, se sarebbe stato nella prima sua parte un consiglio di prudenza, saria stato senza meno nella seconda un consiglio d’inferno—pel quale solo disse Danteluogo d’ogni luce muto, e la parola è luce del Mondo.—Per essi nella sfera vasta, vastissima della Bibbia e della tradizione, la parola umana, è giusta, legittima anzi regina e sovrana, e se gli imposero silenzio, come vedeste, nelle mondane faccende, ei fu fra le altre cagioni perchè non un atomo spendesse delle sue forze che non fosse per Dio, nè vollero che pel mondo molto tacesse se non per che di Dio e della fede sua molto parlasse.—In quella sfera se i dottori rifar dovessero il verso diFiorentino, se crear dovessero un grido, una parola d’ordine, come si dice, non sarebbeadora e taci, maadora e parla. In quella sfera la libertà è santa intangibile, anzi a Dio carissima anco nei suoi voli audaci,anche allora che ignara, come dice Omero, della lingua degli Dei, ne strazia le forme e le locuzioni bellissime, vale a dire quando erra involontaria, quando merita di esseremolto perdonata perchè molto ha amato. Allora dicono i dottori, Iddio non solo perdona, ma infinito amore lo prende per quell’anima che balbetta il suo verbo immortale in quella guisa che un padre non rifinisce di baciare e ribaciare il piccioletto figliuolo quando le prime voci emettendo sciupa le forme del linguaggio nativo.Vediglò alai aabà. Nè altrimenti avviene allora che agli spiriti audaci ai quali disse il mondo sorridere sempre benigna fortuna ed amore, ed a cui dicono i dottori sorridere non meno Dio verace fortuna e primo amore. Noi abbiamo veduto ilSilenzioessenico approvato, predicato dai Farisei in teoria. In quest’altra Lezione lo vedremo in pratica.


Back to IndexNext