LEZIONE TRENTESIMAQUINTA.

LEZIONE TRENTESIMAQUINTA.Trovare le idee, i costumi degli Esseni conformi alle idee bibliche e, ciò che più monta, ai costumi, alle idee farisaiche, trovare come trovato abbiamo nell’ultima Lezione ilSilenzioessenico in quei Farisei d’onde trasse, a parer mio, l’Essenato l’origine, egli è certo assai per la storia dello Istituto, è poco per noi che nel Farisato medesimo abbiamo specialmente identificato i nostri Esseni con quella parte di Farisei che si chiamanoCabbalisti. Se il nostro sistema non è bugiardo, le analogie tra le due scuole dovrebbero, nè meno esplicite apparire nè men numerose. SeEssenieCabbalistisono tutt’uno, gli ultimi non meno che i primi deono avere come squisita virtù proclamato ilSilenzio. E proclamato l’hanno quanto basta a darci piena, assoluta ragione. E tanto iterati e diffusi ne sono gli elogi, i pregi, le utili conseguenze, che io farei opera interminabile se qui tutti volessi i testi riprodurre che negli antichi e nei moderni libri del Cabbalismo parlano in favor delSilenzio. Pegli uni come per gli altri due sono gli atti dell’umana generazione, corrispondenti alla doppia natura dell’uomo, laParolaed ilCoito, il germe spermatico ed il germe ideale, la concezione della carne e la concezione dello spirito, ambo unificati nelle lingue moderne, nella parolaConcetto, ambo, e ciò che è più ammirabile, confusi, identificatinelle paroleJadagh,PensieroeCoito.—Generazione di carne e generazione di spirito e quindi dal seno istesso della lingua ebraica, intera e splendida sprigionasi la teoria cabbalistica.[92]Per essa due sono i segni dell’alleanza, due i patti, due gli organi fecondatori, ilBerit allascione ilBerit amaor, ambi porgenti vana e colpevole ridondanza, ambi recanti da natura prepuzio, come stupendamente accenna la Scrittura medesima nelAral Sefataim, ambi suscettibili di emendazione e circoncisione; anzi, notate meraviglioso riscontro, ambidue chiamati nel loro stato perfetto con una sola parola che suonamilla, quasi dicesse laCorretta, laCirconcisa, nulla ostando la più lieve o più grave pronunzia, perchè ambidue unificati gramaticalmente in una sola radice, perchè d’ambi dicono i Lessici tedeschiFortasse Malat idem facit quae mul abscindere: e noi possiam dire dopo le cose discorse senzaforse, senzafortasse, e perchè finalmente l’organo della parola e l’organo della generazione oltre essere unificate nelle antiche pagane rappresentazioni delFallo, parola generatrice, sono manifestamente adombrate nella primaMisnàdell’antichissimo Sefer Jezirà, ove sono posti in armonico contrapposto, ilMilat alascione ilMilat amaor, nella quale iterazione della parolaMilatvolle senza meno l’antichissimo autore accennare a quella comunanza di espressione, quella di cui adesso parliamo. Ed ambi, sommessi a gelosa custodia, tanto che pei Cabbalisti non meno è colpevole chi la parola invano disperde, che chi spreca inutilmente illiquor seminale, ambi sendo egualmente colpevoli di fallita generazione, che è mira suprema di natura, nel mondo dei corpi come nel mondo delle idee; nè qui certo avrebbero fine le bellissime analogie se a talento mio potessi nell’argomento spaziare. Non tacerei di quell’aureo riscontro che ci porge tra le altre la Mitologiadei Greci in Mercurio Dio della parola e delFallofecondatore, che Cicerone chiama per ciò stessoitifallico, e ch’era adorato in Samotracia, in Beozia, nell’Attica, e nel Peloponneso, identico all’Erme itifallico dei Pelasgi, rappresentato nell’Attica e nell’Arcadia col simbolo delFalloche Creuzer crede identico aPanesuo figlio (di cui tutti sanno l’officio e i simboli fecondatori), e ch’egli chiamaprincipe de fécondité et source de toute vie, de la vie physique et animale aussi bien que de la vie intellectuelle!(Religions des Antiq. Hermes, in Mercur. 676.) Ma perchè troppo è per sè l’argomento fecondo, di queste come di altri non men leggiadri relievi, si taccia per lo migliore.Ma i Cabbalisti parlano di una virtù delSilenzio, che troppo parmi accennare al carattere dottrinale degliEsseni, deiPitagorici, perchè io possa senza colpa tacerla. È l’efficacia che gli assegnano al conseguimento dei misteri divini; è l’economia delle forze intellettuali serbate tutte alla contemplazione di quegli altissimi veri; è lo accesso che forzano col loro concentramento nelle parti più recondite della scienza religiosa; è insomma una sublimazione straordinaria dell’Intelletto, parole son queste del R. Loria.Umittenaè assagat akokma scezarih lemaet beddiburò velistok col mà sceiuhal chedè scelò leozi sikà betelà. La quale virtù delSilenzio, dicono essi, può giungere sino alla fruizione delloSpirito Santo, sino a quel grado diIspirazioneche èRuak Acodes, sino a rapire la mente in quella regione beatissima della scienza divina in cui la mente non ode, nè vede, nè sente più nulla, o per dir meglio sente ed ode il silenzio, la quiete, la pace, che sono proprie di quelle attitudini dove l’anima resta assorbita in estasi soavissima al santuario del silenzio dellaMahasabà, della supremaKokmà, dove tutta la scienza dell’uomo si risolvein una grande ma soavissima interrogazione, e dove alMi(chi?) infinito che l’anima manda in uno slancio d’amore, non s’ode che un’eco eterna che replicaMi, come l’unico obbietto omai conoscibile.[93]—Ed a chi vera e santa non credesse la teologia dei Cabbalisti e che pure nel giro si rimangono dell’Ebraismo, la Bibbia si leverebbe, e insegnando loro ciò che i Cabbalisti insegnano: Uomini, gli griderebbe, di poca fede, venite e vedete. Vedete il Silenzio indicatore della presenza di Dio.—Nella poeticissima e profondissima ad un tempo visione di Elia, in cui ilvento, ilfuoco, iltremoto, non sono che precursori del Nume che s’avvicina, che esteriori vestiboli del riposto Sacrario, e solo nel Silenzio, anzi per antitesi maravigliosa, nella voce del Silenziocol demamastare la maestà dell’Eterno, la essenza di Dio, appunto come il Silenzio dicono i Cabbalisti stare in cima alla scala delle cognizioni celesti. Vedete la intima identità, dai Cabbalisti ravvisata, fra la scienza ultima estatica, intuitiva e il Silenzio, sola condegna espressione di quella nella lingua stessa dei Profeti, nell’idioma antico d’Israel, siccome quello che è semenzajo, come non mi stanco di dire, delle antiche credenze dell’Ebraismo. Ora nell’idioma ebraico v’è una parola, e questa parola èHaras, e Haras, ammirate la forza del vero, è radice significante in pari modoSilenzioesaper magistrale,tacereemeditare.PensieroeSilenzio, perchè il pensiero per eccellenza è tacito e silente, e perchè come udite dai Cabbalisti, la sede del Silenzio è altresì sede dellaMahasciabàe della supremaKokmà.Ma la pratica farisaica, ed è tempo che ne parliamo, attesta in modo ben altrimenti eloquente la identità che non cessammo di propugnare tra le due scuole, e ciò che tornerà di gran lunga più rilevante, la identità specifica peculiare fra Cabbalisti ed Esseni. Obliamo perun istante la Storia e domandiamo a noi stessi: Se il nostro sistema non è bugiardo, se i dottori Cabbalisti del Talmud sono veramente, come crediamo, i medesimiEsseni, che cosa dovrebbe mostrare la Storia? La Storia, in mezzo alla gran corrente delFarisato, dovrebbe mostrare, come ci mostra natura in alcuni vastissimi mari, una corrente secondaria, distinta, particolare, che segue inalterata sua via, in mezzo a mille correnti paralelle o traverse, e in questa corrente mostrar dovrebbe non solo i caratteri del Cabbalismo Talmudico, è questa impreteribile condizione, ma per finire di persuaderci, anche la pratica delSilenziodistinta, costante, particolare e pressochè esclusiva in questa istessa corrente. Noi abbiamo formato un voto, abbiamo detto ciò che la mente più esigente potrebbe chiedere al sistema che abbiamo adottato. I fatti ci daranno ragione? La Storia dei Farisei accenna a molti centri, a molte linee, a molte scuole di dottori diversi, e se tra questi ve ne sono tali che i caratteri, che i contrassegni ci porgan legittimi incontestabili della linea del centro, della scuolaFarisaico-Cabbalistica, ella è quella senza meno, che incominciando coll’antichissimaR. Johanan Ben Zaccaie poi conR. Eliezer Agadol, segue con R. Akibà suo discepolo, continua con R. Simone Ben Johai discepolo del medesimoAkibà, e ferma almeno, a quello che io ora mi sappia, conRaboR. Abbàscolaro di R. Simone. Ora vi è un fatto luminoso a cui vano sarebbe chiudere gli occhi, e questo fatto è la celebrata e particolare virtù in questa serie di Farisei Cabbalisti, in queste cinque generazioni di Farisei nell’amore delSilenzio. E chi lo attesta non è loZoar, non è uno dei parziali a quella teosofia, è ilTalmud, quel solo giudice competente fra noi e gli avversarj del Misticismo.—Egli è il Talmud inSuccàche narra dello stipite della gran scuola diR. Johanan BenZaccainon aver egli parlato mai parola profana; egli è ilTalmudche pone in bocca al suo discepoloEliezerla stessa lode; egli è il Talmud che chiama R. AkibàOzar Balum; tesoro chiuso; egli è ilTalmudche di R. Simone Ben Johai dicetohen arbé umozé chimhà,macina molto e poco espone, vale a dire,molto medita e poco parla, o come di sè medesimo ei dice nello stesso Talmud:Figli miei, imparate le mie regole perch’esse sono—prelevazione di prelevazione—vale a dire, le più elette delle regole diR. Akibà; e se non è il Talmud che narra la stessa pratica diRab, perchè, della teoria niuno di esso più esplicito, è qualche cosa, oso dire, più del Talmud concludente.—Voi lo ricordate, per completare la serie ci manca un anello, ci mancaRab; e non narrandolo ilTalmud, non ammettendo noi qual parte interessata la deposizione deiCabbalisti, non ci resta che una sola possibile autorità, e questa, grandissima, irrecusabile, gli avversari del Cabbalismo. Ci accade in questa ricerca, come altre volte non poche ci era accaduto: che andando in cerca di una prova, ne abbiamo trovate altre ancora che non cercavamo.—Ei fu quando arrivammo alla persona diRabche assistemmo al più singolare spettacolo che sin ora ci si fosse parato dinanzi.—Trovammo prima diffusa comune nei posteriori libri la memoria diRabcome celebre per la virtù delSilenzio, e volendo, siccome è mio stile, risalire alle fonti, ne chiesi vestigia ai libri talmudici, ma senza frutto. Allora tenendo una via opposta, scesi dal Talmud ai succedanei scrittori, e il primo in cui trovassi menzione del Silenzio diRab, il primo che mi fornisse l’ultimo anello della serie farisaico-cabbalistica, ei fu il più grande avversario del cabbalismo, ei fuMaimonide. E non solo, come dissi, completa la genealogia cabbalistica col ritratto diRab, ma il modo, le frasi concui ne favella sono sommamente eloquenti per chi le intende. Attesta in primo luogo ilSilenziodi Rab, quando scrive nel Comento di Abot:E fu detto per Rab, discepolo di R. Hijà, che non profferì parola inutile tutti i giorni di vita sua. Il qual deposto formulato inAbot, ripetuto e destituito essendo nell’Opera Magna, nel 2º dei Morali (Deot), come dissi di ogni sanzione scritta nei libri talmudici, e parendo quindi inesplicabile al Caro, gli suggeriva ivi stesso queste parole di sorpresa, d’ignoranza:Ma per quello che a Rab si attiene, non saprei dire per adesso ove ne sia l’origine. Pure,Maimonidelo asserì formalmente non solo in due libri diversi, ma ciò che parrà ancor più rimarchevole, in due epoche non poco distanti di vita sua, avendo il Comento intrapreso all’età di 20 anni, e il testo Maimonico a quella dei trenta.Ma tutto questo è poco, di fronte a quello che segue, malgrado la mancanza di sanzione talmudica, malgrado la rispettosa denegazione del Caro, un altro antico, meno certo antico di Maimonide, ma più antico del Caro, il luminare dell’Africa, Ribbi Semhon bar Zemak, nel Comento ad Abot ripete alla lettera le parole maimoniche riguardo a Rab, benchè suo stile non sia copiare servilmente il gran Cordovano, e benchè vada egli distinto per una solida e smisurata erudizione talmudica. Ma io dissi che non solo la tradizione estratalmudica rispetto a Rab si trova in Maimonide, ma che eziandio qualcosa trovato avremmo soprammercato. E questo è il preambolo che precede l’asserzione in discorso. E l’epiteto con cui qualifica gli antichi dottori distinti per la virtù del Silenzio, è lo appellativo che noi dicemmo storico antichissimo della scuola degli Esseni, l’appellativo diHasidimallorchè non poteva tanto mostrarsi Maimonide avverso alle dottrine dei Mistici, che ei non soggiacessetalvolta, come altre fiate eziandio, alla forza del vero, e non divenisse organo inconsapevole di una verità utile e preziosa alla causa loro. Noi potremmo dire qui terminato ciò che a dire avevamo intorno l’essenico silenzio, trovato, come vedeste, conforme in teoria e in pratica al silenzio dei Farisei, e dei Farisei Cabbalisti; pure vi è qualcosa di più, e di più concludente. E se delle cose dette una sola non resistesse alla prova, ciò che io vado a dire basterebbe non solo a provare la comun pratica del silenzio tra Esseni e Farisei, ma formerebbe prova bella, benchè indiretta, della somma omogeneità di pensieri e di genio fra ilBen Johaidel Talmud, e il gran dottore del Misticismo. Se io mi illuda, giudicatelo voi. Voi sapete i dubbi suscitati sulla legittima figliolanza del Misticismo dalla sacra antica fonteBen Johai. Sapete quindi qual valore immenso prezioso abbia per noi ogni tratto che nelBen Johaidel Talmud ci rivelavano somiglianza coll’ispiratore delZoar. Sapete eziandio qual’opera bella, decisiva, per quanto erculea, sarebbe quella che facendo astrazione dalZoarcome se non esistesse, ricomponesse coi soli esclusivi elementi talmudici la gran figura di R. Simon Ben Johai, e da quel sacro capo sempre col martello talmudico facesse emergere, come Pallade bella e armata dalla testa di Giove, il sistema intero delZoar, almeno nelle linee sue più preminenti, opra a cui vorrei volgesse qualcuno il pensiero, poichè le forze mie piegano non solo sotto il peso dell’opre, ma persino sotto il peso dei desiderj. Ora, questo desio generalissimo applicabile a tutte le parti, vuoi teoriche, vuoi pratiche, del gran sistema, ci è dato vedere adempiuto in due luoghi d’oro delJeruscialmi, ove nell’uno si legge il pensiero, nell’altro la pratica di Ben Johai. Voi udiste come del santo dottore dicesse il Babilonese:molto egli meditare, poco favellare. Ora udite come eglistesso della parola umana sentenziò nelJeruscialmi.Se presente io fossi stato presso il Monte Sinai, avrei chiesto al Signore che altra fosse la bocca con cui uom parlasse delle cose del mondo—altra quella con cui delle cose di Dio. Qual idea della parola! E quanto feconda anche nelle minime sue parti l’enunciazione! In primo io veggo tutta la mente ardita taumaturgica del principe dei Cabbalisti in questo ardito consiglio—veggo la teoria massima dei Cabbalisti dell’officio diConcreazioneall’uomo assegnato—il principio eminentemente farisaico e cabbalistico della rettificata natura, vale a dire della emendazione che all’uomo incombe nelle parti anormali imperfette delle cose create, e da cui trae origine l’Artenella sua più lata significanza, la quale non sarebbe pertanto una semplice imitazione di natura, come vorrebbero i Realisti in Estetica; ma meglio un ritiramento della natura istessa alle eterne norme del bello ideale, come vogliono gli Idealisti, e veggo sopratutto l’idea ch’entro vi sta, come seme racchiusa, che il Silenzio è l’atto più nobile e naturale per tutto quel che concerne le cose mortali.Ma queste cose basti lo accennare, ed il cenno già troppo grave ne offre materia a pensare perchè di soverchio ci estendiamo. Questo solo non tacerò; quando lessi il voto che formava R. Simone Ben Johai delle due bocche, sovvenivami in quel punto, non di un voto, ma di un presagio che fece Fourier. Fourier, che tante cose predisse in avvenire, diverse da quelle che oggi vediamo in natura, disse fra le altre, come natura avrebbe un giorno pagato un antichissimo debito che aveva coll’uomo contratto, dandogli un occhio di dietro come ben due ne aveva davanti, e che tanto dovrà tornargli in acconcio per cansare i pericoli che lo minacciano di dietro eziandio: io non so quanto valga il presagio diFourier, ma il voto, il rammarico di R. Simone Ben Johai suona ben altrimenti nobile e grande.Ma io dissi come non solo la teoria ne porgesse del Silenzio il Jeruscialmi sulle labbra del gran Maestro, ma ben anco la pratica. E la pratica splendida emerge da quel fatto ivi stesso narrato, quando il signor Dottore considerando, specialmente nel sabato, quanto indegna e servil opra fosse ogni discorso profano, pregava silenzio ai domestici, e perfino alla madre sua, fatto più che non credesi significante, non solo per lo studio che ci preoccupa e con cui chiare si vedono le attinenze, ma ancora perchè mi offriva, già sono molti anni, l’unico mezzo che io trovassi a spiegarmi quel concetto, quella dipintura maninconiosa che del sabato ebraico fecero i Poeti latini, mentre tutto pare per contro spirare festa, spirare allegria. Ma anche questo è nuovo campo che noi rasentiamo e fuggiamo di volo.Ciò che resta innegabile è la nuova e non meno parlante analogia, non solo fra la teoria, come veduto abbiamo nella passata Lezione, ma ancora nella pratica del Silenzio fra Esseni e Cabbalisti, come abbiamo veduto nella presente. E comunque questo nuovo amplesso fra le due scuole si operi in seno al Silenzio, e comunque per onorare il Silenzio essenico troppo più di parole abbiamo speso che il nome non tolleri, non meno provata però ne emerge la suprema identità tra Esseni e Farisei.

LEZIONE TRENTESIMAQUINTA.Trovare le idee, i costumi degli Esseni conformi alle idee bibliche e, ciò che più monta, ai costumi, alle idee farisaiche, trovare come trovato abbiamo nell’ultima Lezione ilSilenzioessenico in quei Farisei d’onde trasse, a parer mio, l’Essenato l’origine, egli è certo assai per la storia dello Istituto, è poco per noi che nel Farisato medesimo abbiamo specialmente identificato i nostri Esseni con quella parte di Farisei che si chiamanoCabbalisti. Se il nostro sistema non è bugiardo, le analogie tra le due scuole dovrebbero, nè meno esplicite apparire nè men numerose. SeEssenieCabbalistisono tutt’uno, gli ultimi non meno che i primi deono avere come squisita virtù proclamato ilSilenzio. E proclamato l’hanno quanto basta a darci piena, assoluta ragione. E tanto iterati e diffusi ne sono gli elogi, i pregi, le utili conseguenze, che io farei opera interminabile se qui tutti volessi i testi riprodurre che negli antichi e nei moderni libri del Cabbalismo parlano in favor delSilenzio. Pegli uni come per gli altri due sono gli atti dell’umana generazione, corrispondenti alla doppia natura dell’uomo, laParolaed ilCoito, il germe spermatico ed il germe ideale, la concezione della carne e la concezione dello spirito, ambo unificati nelle lingue moderne, nella parolaConcetto, ambo, e ciò che è più ammirabile, confusi, identificatinelle paroleJadagh,PensieroeCoito.—Generazione di carne e generazione di spirito e quindi dal seno istesso della lingua ebraica, intera e splendida sprigionasi la teoria cabbalistica.[92]Per essa due sono i segni dell’alleanza, due i patti, due gli organi fecondatori, ilBerit allascione ilBerit amaor, ambi porgenti vana e colpevole ridondanza, ambi recanti da natura prepuzio, come stupendamente accenna la Scrittura medesima nelAral Sefataim, ambi suscettibili di emendazione e circoncisione; anzi, notate meraviglioso riscontro, ambidue chiamati nel loro stato perfetto con una sola parola che suonamilla, quasi dicesse laCorretta, laCirconcisa, nulla ostando la più lieve o più grave pronunzia, perchè ambidue unificati gramaticalmente in una sola radice, perchè d’ambi dicono i Lessici tedeschiFortasse Malat idem facit quae mul abscindere: e noi possiam dire dopo le cose discorse senzaforse, senzafortasse, e perchè finalmente l’organo della parola e l’organo della generazione oltre essere unificate nelle antiche pagane rappresentazioni delFallo, parola generatrice, sono manifestamente adombrate nella primaMisnàdell’antichissimo Sefer Jezirà, ove sono posti in armonico contrapposto, ilMilat alascione ilMilat amaor, nella quale iterazione della parolaMilatvolle senza meno l’antichissimo autore accennare a quella comunanza di espressione, quella di cui adesso parliamo. Ed ambi, sommessi a gelosa custodia, tanto che pei Cabbalisti non meno è colpevole chi la parola invano disperde, che chi spreca inutilmente illiquor seminale, ambi sendo egualmente colpevoli di fallita generazione, che è mira suprema di natura, nel mondo dei corpi come nel mondo delle idee; nè qui certo avrebbero fine le bellissime analogie se a talento mio potessi nell’argomento spaziare. Non tacerei di quell’aureo riscontro che ci porge tra le altre la Mitologiadei Greci in Mercurio Dio della parola e delFallofecondatore, che Cicerone chiama per ciò stessoitifallico, e ch’era adorato in Samotracia, in Beozia, nell’Attica, e nel Peloponneso, identico all’Erme itifallico dei Pelasgi, rappresentato nell’Attica e nell’Arcadia col simbolo delFalloche Creuzer crede identico aPanesuo figlio (di cui tutti sanno l’officio e i simboli fecondatori), e ch’egli chiamaprincipe de fécondité et source de toute vie, de la vie physique et animale aussi bien que de la vie intellectuelle!(Religions des Antiq. Hermes, in Mercur. 676.) Ma perchè troppo è per sè l’argomento fecondo, di queste come di altri non men leggiadri relievi, si taccia per lo migliore.Ma i Cabbalisti parlano di una virtù delSilenzio, che troppo parmi accennare al carattere dottrinale degliEsseni, deiPitagorici, perchè io possa senza colpa tacerla. È l’efficacia che gli assegnano al conseguimento dei misteri divini; è l’economia delle forze intellettuali serbate tutte alla contemplazione di quegli altissimi veri; è lo accesso che forzano col loro concentramento nelle parti più recondite della scienza religiosa; è insomma una sublimazione straordinaria dell’Intelletto, parole son queste del R. Loria.Umittenaè assagat akokma scezarih lemaet beddiburò velistok col mà sceiuhal chedè scelò leozi sikà betelà. La quale virtù delSilenzio, dicono essi, può giungere sino alla fruizione delloSpirito Santo, sino a quel grado diIspirazioneche èRuak Acodes, sino a rapire la mente in quella regione beatissima della scienza divina in cui la mente non ode, nè vede, nè sente più nulla, o per dir meglio sente ed ode il silenzio, la quiete, la pace, che sono proprie di quelle attitudini dove l’anima resta assorbita in estasi soavissima al santuario del silenzio dellaMahasabà, della supremaKokmà, dove tutta la scienza dell’uomo si risolvein una grande ma soavissima interrogazione, e dove alMi(chi?) infinito che l’anima manda in uno slancio d’amore, non s’ode che un’eco eterna che replicaMi, come l’unico obbietto omai conoscibile.[93]—Ed a chi vera e santa non credesse la teologia dei Cabbalisti e che pure nel giro si rimangono dell’Ebraismo, la Bibbia si leverebbe, e insegnando loro ciò che i Cabbalisti insegnano: Uomini, gli griderebbe, di poca fede, venite e vedete. Vedete il Silenzio indicatore della presenza di Dio.—Nella poeticissima e profondissima ad un tempo visione di Elia, in cui ilvento, ilfuoco, iltremoto, non sono che precursori del Nume che s’avvicina, che esteriori vestiboli del riposto Sacrario, e solo nel Silenzio, anzi per antitesi maravigliosa, nella voce del Silenziocol demamastare la maestà dell’Eterno, la essenza di Dio, appunto come il Silenzio dicono i Cabbalisti stare in cima alla scala delle cognizioni celesti. Vedete la intima identità, dai Cabbalisti ravvisata, fra la scienza ultima estatica, intuitiva e il Silenzio, sola condegna espressione di quella nella lingua stessa dei Profeti, nell’idioma antico d’Israel, siccome quello che è semenzajo, come non mi stanco di dire, delle antiche credenze dell’Ebraismo. Ora nell’idioma ebraico v’è una parola, e questa parola èHaras, e Haras, ammirate la forza del vero, è radice significante in pari modoSilenzioesaper magistrale,tacereemeditare.PensieroeSilenzio, perchè il pensiero per eccellenza è tacito e silente, e perchè come udite dai Cabbalisti, la sede del Silenzio è altresì sede dellaMahasciabàe della supremaKokmà.Ma la pratica farisaica, ed è tempo che ne parliamo, attesta in modo ben altrimenti eloquente la identità che non cessammo di propugnare tra le due scuole, e ciò che tornerà di gran lunga più rilevante, la identità specifica peculiare fra Cabbalisti ed Esseni. Obliamo perun istante la Storia e domandiamo a noi stessi: Se il nostro sistema non è bugiardo, se i dottori Cabbalisti del Talmud sono veramente, come crediamo, i medesimiEsseni, che cosa dovrebbe mostrare la Storia? La Storia, in mezzo alla gran corrente delFarisato, dovrebbe mostrare, come ci mostra natura in alcuni vastissimi mari, una corrente secondaria, distinta, particolare, che segue inalterata sua via, in mezzo a mille correnti paralelle o traverse, e in questa corrente mostrar dovrebbe non solo i caratteri del Cabbalismo Talmudico, è questa impreteribile condizione, ma per finire di persuaderci, anche la pratica delSilenziodistinta, costante, particolare e pressochè esclusiva in questa istessa corrente. Noi abbiamo formato un voto, abbiamo detto ciò che la mente più esigente potrebbe chiedere al sistema che abbiamo adottato. I fatti ci daranno ragione? La Storia dei Farisei accenna a molti centri, a molte linee, a molte scuole di dottori diversi, e se tra questi ve ne sono tali che i caratteri, che i contrassegni ci porgan legittimi incontestabili della linea del centro, della scuolaFarisaico-Cabbalistica, ella è quella senza meno, che incominciando coll’antichissimaR. Johanan Ben Zaccaie poi conR. Eliezer Agadol, segue con R. Akibà suo discepolo, continua con R. Simone Ben Johai discepolo del medesimoAkibà, e ferma almeno, a quello che io ora mi sappia, conRaboR. Abbàscolaro di R. Simone. Ora vi è un fatto luminoso a cui vano sarebbe chiudere gli occhi, e questo fatto è la celebrata e particolare virtù in questa serie di Farisei Cabbalisti, in queste cinque generazioni di Farisei nell’amore delSilenzio. E chi lo attesta non è loZoar, non è uno dei parziali a quella teosofia, è ilTalmud, quel solo giudice competente fra noi e gli avversarj del Misticismo.—Egli è il Talmud inSuccàche narra dello stipite della gran scuola diR. Johanan BenZaccainon aver egli parlato mai parola profana; egli è ilTalmudche pone in bocca al suo discepoloEliezerla stessa lode; egli è il Talmud che chiama R. AkibàOzar Balum; tesoro chiuso; egli è ilTalmudche di R. Simone Ben Johai dicetohen arbé umozé chimhà,macina molto e poco espone, vale a dire,molto medita e poco parla, o come di sè medesimo ei dice nello stesso Talmud:Figli miei, imparate le mie regole perch’esse sono—prelevazione di prelevazione—vale a dire, le più elette delle regole diR. Akibà; e se non è il Talmud che narra la stessa pratica diRab, perchè, della teoria niuno di esso più esplicito, è qualche cosa, oso dire, più del Talmud concludente.—Voi lo ricordate, per completare la serie ci manca un anello, ci mancaRab; e non narrandolo ilTalmud, non ammettendo noi qual parte interessata la deposizione deiCabbalisti, non ci resta che una sola possibile autorità, e questa, grandissima, irrecusabile, gli avversari del Cabbalismo. Ci accade in questa ricerca, come altre volte non poche ci era accaduto: che andando in cerca di una prova, ne abbiamo trovate altre ancora che non cercavamo.—Ei fu quando arrivammo alla persona diRabche assistemmo al più singolare spettacolo che sin ora ci si fosse parato dinanzi.—Trovammo prima diffusa comune nei posteriori libri la memoria diRabcome celebre per la virtù delSilenzio, e volendo, siccome è mio stile, risalire alle fonti, ne chiesi vestigia ai libri talmudici, ma senza frutto. Allora tenendo una via opposta, scesi dal Talmud ai succedanei scrittori, e il primo in cui trovassi menzione del Silenzio diRab, il primo che mi fornisse l’ultimo anello della serie farisaico-cabbalistica, ei fu il più grande avversario del cabbalismo, ei fuMaimonide. E non solo, come dissi, completa la genealogia cabbalistica col ritratto diRab, ma il modo, le frasi concui ne favella sono sommamente eloquenti per chi le intende. Attesta in primo luogo ilSilenziodi Rab, quando scrive nel Comento di Abot:E fu detto per Rab, discepolo di R. Hijà, che non profferì parola inutile tutti i giorni di vita sua. Il qual deposto formulato inAbot, ripetuto e destituito essendo nell’Opera Magna, nel 2º dei Morali (Deot), come dissi di ogni sanzione scritta nei libri talmudici, e parendo quindi inesplicabile al Caro, gli suggeriva ivi stesso queste parole di sorpresa, d’ignoranza:Ma per quello che a Rab si attiene, non saprei dire per adesso ove ne sia l’origine. Pure,Maimonidelo asserì formalmente non solo in due libri diversi, ma ciò che parrà ancor più rimarchevole, in due epoche non poco distanti di vita sua, avendo il Comento intrapreso all’età di 20 anni, e il testo Maimonico a quella dei trenta.Ma tutto questo è poco, di fronte a quello che segue, malgrado la mancanza di sanzione talmudica, malgrado la rispettosa denegazione del Caro, un altro antico, meno certo antico di Maimonide, ma più antico del Caro, il luminare dell’Africa, Ribbi Semhon bar Zemak, nel Comento ad Abot ripete alla lettera le parole maimoniche riguardo a Rab, benchè suo stile non sia copiare servilmente il gran Cordovano, e benchè vada egli distinto per una solida e smisurata erudizione talmudica. Ma io dissi che non solo la tradizione estratalmudica rispetto a Rab si trova in Maimonide, ma che eziandio qualcosa trovato avremmo soprammercato. E questo è il preambolo che precede l’asserzione in discorso. E l’epiteto con cui qualifica gli antichi dottori distinti per la virtù del Silenzio, è lo appellativo che noi dicemmo storico antichissimo della scuola degli Esseni, l’appellativo diHasidimallorchè non poteva tanto mostrarsi Maimonide avverso alle dottrine dei Mistici, che ei non soggiacessetalvolta, come altre fiate eziandio, alla forza del vero, e non divenisse organo inconsapevole di una verità utile e preziosa alla causa loro. Noi potremmo dire qui terminato ciò che a dire avevamo intorno l’essenico silenzio, trovato, come vedeste, conforme in teoria e in pratica al silenzio dei Farisei, e dei Farisei Cabbalisti; pure vi è qualcosa di più, e di più concludente. E se delle cose dette una sola non resistesse alla prova, ciò che io vado a dire basterebbe non solo a provare la comun pratica del silenzio tra Esseni e Farisei, ma formerebbe prova bella, benchè indiretta, della somma omogeneità di pensieri e di genio fra ilBen Johaidel Talmud, e il gran dottore del Misticismo. Se io mi illuda, giudicatelo voi. Voi sapete i dubbi suscitati sulla legittima figliolanza del Misticismo dalla sacra antica fonteBen Johai. Sapete quindi qual valore immenso prezioso abbia per noi ogni tratto che nelBen Johaidel Talmud ci rivelavano somiglianza coll’ispiratore delZoar. Sapete eziandio qual’opera bella, decisiva, per quanto erculea, sarebbe quella che facendo astrazione dalZoarcome se non esistesse, ricomponesse coi soli esclusivi elementi talmudici la gran figura di R. Simon Ben Johai, e da quel sacro capo sempre col martello talmudico facesse emergere, come Pallade bella e armata dalla testa di Giove, il sistema intero delZoar, almeno nelle linee sue più preminenti, opra a cui vorrei volgesse qualcuno il pensiero, poichè le forze mie piegano non solo sotto il peso dell’opre, ma persino sotto il peso dei desiderj. Ora, questo desio generalissimo applicabile a tutte le parti, vuoi teoriche, vuoi pratiche, del gran sistema, ci è dato vedere adempiuto in due luoghi d’oro delJeruscialmi, ove nell’uno si legge il pensiero, nell’altro la pratica di Ben Johai. Voi udiste come del santo dottore dicesse il Babilonese:molto egli meditare, poco favellare. Ora udite come eglistesso della parola umana sentenziò nelJeruscialmi.Se presente io fossi stato presso il Monte Sinai, avrei chiesto al Signore che altra fosse la bocca con cui uom parlasse delle cose del mondo—altra quella con cui delle cose di Dio. Qual idea della parola! E quanto feconda anche nelle minime sue parti l’enunciazione! In primo io veggo tutta la mente ardita taumaturgica del principe dei Cabbalisti in questo ardito consiglio—veggo la teoria massima dei Cabbalisti dell’officio diConcreazioneall’uomo assegnato—il principio eminentemente farisaico e cabbalistico della rettificata natura, vale a dire della emendazione che all’uomo incombe nelle parti anormali imperfette delle cose create, e da cui trae origine l’Artenella sua più lata significanza, la quale non sarebbe pertanto una semplice imitazione di natura, come vorrebbero i Realisti in Estetica; ma meglio un ritiramento della natura istessa alle eterne norme del bello ideale, come vogliono gli Idealisti, e veggo sopratutto l’idea ch’entro vi sta, come seme racchiusa, che il Silenzio è l’atto più nobile e naturale per tutto quel che concerne le cose mortali.Ma queste cose basti lo accennare, ed il cenno già troppo grave ne offre materia a pensare perchè di soverchio ci estendiamo. Questo solo non tacerò; quando lessi il voto che formava R. Simone Ben Johai delle due bocche, sovvenivami in quel punto, non di un voto, ma di un presagio che fece Fourier. Fourier, che tante cose predisse in avvenire, diverse da quelle che oggi vediamo in natura, disse fra le altre, come natura avrebbe un giorno pagato un antichissimo debito che aveva coll’uomo contratto, dandogli un occhio di dietro come ben due ne aveva davanti, e che tanto dovrà tornargli in acconcio per cansare i pericoli che lo minacciano di dietro eziandio: io non so quanto valga il presagio diFourier, ma il voto, il rammarico di R. Simone Ben Johai suona ben altrimenti nobile e grande.Ma io dissi come non solo la teoria ne porgesse del Silenzio il Jeruscialmi sulle labbra del gran Maestro, ma ben anco la pratica. E la pratica splendida emerge da quel fatto ivi stesso narrato, quando il signor Dottore considerando, specialmente nel sabato, quanto indegna e servil opra fosse ogni discorso profano, pregava silenzio ai domestici, e perfino alla madre sua, fatto più che non credesi significante, non solo per lo studio che ci preoccupa e con cui chiare si vedono le attinenze, ma ancora perchè mi offriva, già sono molti anni, l’unico mezzo che io trovassi a spiegarmi quel concetto, quella dipintura maninconiosa che del sabato ebraico fecero i Poeti latini, mentre tutto pare per contro spirare festa, spirare allegria. Ma anche questo è nuovo campo che noi rasentiamo e fuggiamo di volo.Ciò che resta innegabile è la nuova e non meno parlante analogia, non solo fra la teoria, come veduto abbiamo nella passata Lezione, ma ancora nella pratica del Silenzio fra Esseni e Cabbalisti, come abbiamo veduto nella presente. E comunque questo nuovo amplesso fra le due scuole si operi in seno al Silenzio, e comunque per onorare il Silenzio essenico troppo più di parole abbiamo speso che il nome non tolleri, non meno provata però ne emerge la suprema identità tra Esseni e Farisei.

Trovare le idee, i costumi degli Esseni conformi alle idee bibliche e, ciò che più monta, ai costumi, alle idee farisaiche, trovare come trovato abbiamo nell’ultima Lezione ilSilenzioessenico in quei Farisei d’onde trasse, a parer mio, l’Essenato l’origine, egli è certo assai per la storia dello Istituto, è poco per noi che nel Farisato medesimo abbiamo specialmente identificato i nostri Esseni con quella parte di Farisei che si chiamanoCabbalisti. Se il nostro sistema non è bugiardo, le analogie tra le due scuole dovrebbero, nè meno esplicite apparire nè men numerose. SeEssenieCabbalistisono tutt’uno, gli ultimi non meno che i primi deono avere come squisita virtù proclamato ilSilenzio. E proclamato l’hanno quanto basta a darci piena, assoluta ragione. E tanto iterati e diffusi ne sono gli elogi, i pregi, le utili conseguenze, che io farei opera interminabile se qui tutti volessi i testi riprodurre che negli antichi e nei moderni libri del Cabbalismo parlano in favor delSilenzio. Pegli uni come per gli altri due sono gli atti dell’umana generazione, corrispondenti alla doppia natura dell’uomo, laParolaed ilCoito, il germe spermatico ed il germe ideale, la concezione della carne e la concezione dello spirito, ambo unificati nelle lingue moderne, nella parolaConcetto, ambo, e ciò che è più ammirabile, confusi, identificatinelle paroleJadagh,PensieroeCoito.—Generazione di carne e generazione di spirito e quindi dal seno istesso della lingua ebraica, intera e splendida sprigionasi la teoria cabbalistica.[92]Per essa due sono i segni dell’alleanza, due i patti, due gli organi fecondatori, ilBerit allascione ilBerit amaor, ambi porgenti vana e colpevole ridondanza, ambi recanti da natura prepuzio, come stupendamente accenna la Scrittura medesima nelAral Sefataim, ambi suscettibili di emendazione e circoncisione; anzi, notate meraviglioso riscontro, ambidue chiamati nel loro stato perfetto con una sola parola che suonamilla, quasi dicesse laCorretta, laCirconcisa, nulla ostando la più lieve o più grave pronunzia, perchè ambidue unificati gramaticalmente in una sola radice, perchè d’ambi dicono i Lessici tedeschiFortasse Malat idem facit quae mul abscindere: e noi possiam dire dopo le cose discorse senzaforse, senzafortasse, e perchè finalmente l’organo della parola e l’organo della generazione oltre essere unificate nelle antiche pagane rappresentazioni delFallo, parola generatrice, sono manifestamente adombrate nella primaMisnàdell’antichissimo Sefer Jezirà, ove sono posti in armonico contrapposto, ilMilat alascione ilMilat amaor, nella quale iterazione della parolaMilatvolle senza meno l’antichissimo autore accennare a quella comunanza di espressione, quella di cui adesso parliamo. Ed ambi, sommessi a gelosa custodia, tanto che pei Cabbalisti non meno è colpevole chi la parola invano disperde, che chi spreca inutilmente illiquor seminale, ambi sendo egualmente colpevoli di fallita generazione, che è mira suprema di natura, nel mondo dei corpi come nel mondo delle idee; nè qui certo avrebbero fine le bellissime analogie se a talento mio potessi nell’argomento spaziare. Non tacerei di quell’aureo riscontro che ci porge tra le altre la Mitologiadei Greci in Mercurio Dio della parola e delFallofecondatore, che Cicerone chiama per ciò stessoitifallico, e ch’era adorato in Samotracia, in Beozia, nell’Attica, e nel Peloponneso, identico all’Erme itifallico dei Pelasgi, rappresentato nell’Attica e nell’Arcadia col simbolo delFalloche Creuzer crede identico aPanesuo figlio (di cui tutti sanno l’officio e i simboli fecondatori), e ch’egli chiamaprincipe de fécondité et source de toute vie, de la vie physique et animale aussi bien que de la vie intellectuelle!(Religions des Antiq. Hermes, in Mercur. 676.) Ma perchè troppo è per sè l’argomento fecondo, di queste come di altri non men leggiadri relievi, si taccia per lo migliore.

Ma i Cabbalisti parlano di una virtù delSilenzio, che troppo parmi accennare al carattere dottrinale degliEsseni, deiPitagorici, perchè io possa senza colpa tacerla. È l’efficacia che gli assegnano al conseguimento dei misteri divini; è l’economia delle forze intellettuali serbate tutte alla contemplazione di quegli altissimi veri; è lo accesso che forzano col loro concentramento nelle parti più recondite della scienza religiosa; è insomma una sublimazione straordinaria dell’Intelletto, parole son queste del R. Loria.Umittenaè assagat akokma scezarih lemaet beddiburò velistok col mà sceiuhal chedè scelò leozi sikà betelà. La quale virtù delSilenzio, dicono essi, può giungere sino alla fruizione delloSpirito Santo, sino a quel grado diIspirazioneche èRuak Acodes, sino a rapire la mente in quella regione beatissima della scienza divina in cui la mente non ode, nè vede, nè sente più nulla, o per dir meglio sente ed ode il silenzio, la quiete, la pace, che sono proprie di quelle attitudini dove l’anima resta assorbita in estasi soavissima al santuario del silenzio dellaMahasabà, della supremaKokmà, dove tutta la scienza dell’uomo si risolvein una grande ma soavissima interrogazione, e dove alMi(chi?) infinito che l’anima manda in uno slancio d’amore, non s’ode che un’eco eterna che replicaMi, come l’unico obbietto omai conoscibile.[93]—Ed a chi vera e santa non credesse la teologia dei Cabbalisti e che pure nel giro si rimangono dell’Ebraismo, la Bibbia si leverebbe, e insegnando loro ciò che i Cabbalisti insegnano: Uomini, gli griderebbe, di poca fede, venite e vedete. Vedete il Silenzio indicatore della presenza di Dio.—Nella poeticissima e profondissima ad un tempo visione di Elia, in cui ilvento, ilfuoco, iltremoto, non sono che precursori del Nume che s’avvicina, che esteriori vestiboli del riposto Sacrario, e solo nel Silenzio, anzi per antitesi maravigliosa, nella voce del Silenziocol demamastare la maestà dell’Eterno, la essenza di Dio, appunto come il Silenzio dicono i Cabbalisti stare in cima alla scala delle cognizioni celesti. Vedete la intima identità, dai Cabbalisti ravvisata, fra la scienza ultima estatica, intuitiva e il Silenzio, sola condegna espressione di quella nella lingua stessa dei Profeti, nell’idioma antico d’Israel, siccome quello che è semenzajo, come non mi stanco di dire, delle antiche credenze dell’Ebraismo. Ora nell’idioma ebraico v’è una parola, e questa parola èHaras, e Haras, ammirate la forza del vero, è radice significante in pari modoSilenzioesaper magistrale,tacereemeditare.PensieroeSilenzio, perchè il pensiero per eccellenza è tacito e silente, e perchè come udite dai Cabbalisti, la sede del Silenzio è altresì sede dellaMahasciabàe della supremaKokmà.

Ma la pratica farisaica, ed è tempo che ne parliamo, attesta in modo ben altrimenti eloquente la identità che non cessammo di propugnare tra le due scuole, e ciò che tornerà di gran lunga più rilevante, la identità specifica peculiare fra Cabbalisti ed Esseni. Obliamo perun istante la Storia e domandiamo a noi stessi: Se il nostro sistema non è bugiardo, se i dottori Cabbalisti del Talmud sono veramente, come crediamo, i medesimiEsseni, che cosa dovrebbe mostrare la Storia? La Storia, in mezzo alla gran corrente delFarisato, dovrebbe mostrare, come ci mostra natura in alcuni vastissimi mari, una corrente secondaria, distinta, particolare, che segue inalterata sua via, in mezzo a mille correnti paralelle o traverse, e in questa corrente mostrar dovrebbe non solo i caratteri del Cabbalismo Talmudico, è questa impreteribile condizione, ma per finire di persuaderci, anche la pratica delSilenziodistinta, costante, particolare e pressochè esclusiva in questa istessa corrente. Noi abbiamo formato un voto, abbiamo detto ciò che la mente più esigente potrebbe chiedere al sistema che abbiamo adottato. I fatti ci daranno ragione? La Storia dei Farisei accenna a molti centri, a molte linee, a molte scuole di dottori diversi, e se tra questi ve ne sono tali che i caratteri, che i contrassegni ci porgan legittimi incontestabili della linea del centro, della scuolaFarisaico-Cabbalistica, ella è quella senza meno, che incominciando coll’antichissimaR. Johanan Ben Zaccaie poi conR. Eliezer Agadol, segue con R. Akibà suo discepolo, continua con R. Simone Ben Johai discepolo del medesimoAkibà, e ferma almeno, a quello che io ora mi sappia, conRaboR. Abbàscolaro di R. Simone. Ora vi è un fatto luminoso a cui vano sarebbe chiudere gli occhi, e questo fatto è la celebrata e particolare virtù in questa serie di Farisei Cabbalisti, in queste cinque generazioni di Farisei nell’amore delSilenzio. E chi lo attesta non è loZoar, non è uno dei parziali a quella teosofia, è ilTalmud, quel solo giudice competente fra noi e gli avversarj del Misticismo.—Egli è il Talmud inSuccàche narra dello stipite della gran scuola diR. Johanan BenZaccainon aver egli parlato mai parola profana; egli è ilTalmudche pone in bocca al suo discepoloEliezerla stessa lode; egli è il Talmud che chiama R. AkibàOzar Balum; tesoro chiuso; egli è ilTalmudche di R. Simone Ben Johai dicetohen arbé umozé chimhà,macina molto e poco espone, vale a dire,molto medita e poco parla, o come di sè medesimo ei dice nello stesso Talmud:Figli miei, imparate le mie regole perch’esse sono—prelevazione di prelevazione—vale a dire, le più elette delle regole diR. Akibà; e se non è il Talmud che narra la stessa pratica diRab, perchè, della teoria niuno di esso più esplicito, è qualche cosa, oso dire, più del Talmud concludente.—Voi lo ricordate, per completare la serie ci manca un anello, ci mancaRab; e non narrandolo ilTalmud, non ammettendo noi qual parte interessata la deposizione deiCabbalisti, non ci resta che una sola possibile autorità, e questa, grandissima, irrecusabile, gli avversari del Cabbalismo. Ci accade in questa ricerca, come altre volte non poche ci era accaduto: che andando in cerca di una prova, ne abbiamo trovate altre ancora che non cercavamo.—Ei fu quando arrivammo alla persona diRabche assistemmo al più singolare spettacolo che sin ora ci si fosse parato dinanzi.—Trovammo prima diffusa comune nei posteriori libri la memoria diRabcome celebre per la virtù delSilenzio, e volendo, siccome è mio stile, risalire alle fonti, ne chiesi vestigia ai libri talmudici, ma senza frutto. Allora tenendo una via opposta, scesi dal Talmud ai succedanei scrittori, e il primo in cui trovassi menzione del Silenzio diRab, il primo che mi fornisse l’ultimo anello della serie farisaico-cabbalistica, ei fu il più grande avversario del cabbalismo, ei fuMaimonide. E non solo, come dissi, completa la genealogia cabbalistica col ritratto diRab, ma il modo, le frasi concui ne favella sono sommamente eloquenti per chi le intende. Attesta in primo luogo ilSilenziodi Rab, quando scrive nel Comento di Abot:E fu detto per Rab, discepolo di R. Hijà, che non profferì parola inutile tutti i giorni di vita sua. Il qual deposto formulato inAbot, ripetuto e destituito essendo nell’Opera Magna, nel 2º dei Morali (Deot), come dissi di ogni sanzione scritta nei libri talmudici, e parendo quindi inesplicabile al Caro, gli suggeriva ivi stesso queste parole di sorpresa, d’ignoranza:Ma per quello che a Rab si attiene, non saprei dire per adesso ove ne sia l’origine. Pure,Maimonidelo asserì formalmente non solo in due libri diversi, ma ciò che parrà ancor più rimarchevole, in due epoche non poco distanti di vita sua, avendo il Comento intrapreso all’età di 20 anni, e il testo Maimonico a quella dei trenta.

Ma tutto questo è poco, di fronte a quello che segue, malgrado la mancanza di sanzione talmudica, malgrado la rispettosa denegazione del Caro, un altro antico, meno certo antico di Maimonide, ma più antico del Caro, il luminare dell’Africa, Ribbi Semhon bar Zemak, nel Comento ad Abot ripete alla lettera le parole maimoniche riguardo a Rab, benchè suo stile non sia copiare servilmente il gran Cordovano, e benchè vada egli distinto per una solida e smisurata erudizione talmudica. Ma io dissi che non solo la tradizione estratalmudica rispetto a Rab si trova in Maimonide, ma che eziandio qualcosa trovato avremmo soprammercato. E questo è il preambolo che precede l’asserzione in discorso. E l’epiteto con cui qualifica gli antichi dottori distinti per la virtù del Silenzio, è lo appellativo che noi dicemmo storico antichissimo della scuola degli Esseni, l’appellativo diHasidimallorchè non poteva tanto mostrarsi Maimonide avverso alle dottrine dei Mistici, che ei non soggiacessetalvolta, come altre fiate eziandio, alla forza del vero, e non divenisse organo inconsapevole di una verità utile e preziosa alla causa loro. Noi potremmo dire qui terminato ciò che a dire avevamo intorno l’essenico silenzio, trovato, come vedeste, conforme in teoria e in pratica al silenzio dei Farisei, e dei Farisei Cabbalisti; pure vi è qualcosa di più, e di più concludente. E se delle cose dette una sola non resistesse alla prova, ciò che io vado a dire basterebbe non solo a provare la comun pratica del silenzio tra Esseni e Farisei, ma formerebbe prova bella, benchè indiretta, della somma omogeneità di pensieri e di genio fra ilBen Johaidel Talmud, e il gran dottore del Misticismo. Se io mi illuda, giudicatelo voi. Voi sapete i dubbi suscitati sulla legittima figliolanza del Misticismo dalla sacra antica fonteBen Johai. Sapete quindi qual valore immenso prezioso abbia per noi ogni tratto che nelBen Johaidel Talmud ci rivelavano somiglianza coll’ispiratore delZoar. Sapete eziandio qual’opera bella, decisiva, per quanto erculea, sarebbe quella che facendo astrazione dalZoarcome se non esistesse, ricomponesse coi soli esclusivi elementi talmudici la gran figura di R. Simon Ben Johai, e da quel sacro capo sempre col martello talmudico facesse emergere, come Pallade bella e armata dalla testa di Giove, il sistema intero delZoar, almeno nelle linee sue più preminenti, opra a cui vorrei volgesse qualcuno il pensiero, poichè le forze mie piegano non solo sotto il peso dell’opre, ma persino sotto il peso dei desiderj. Ora, questo desio generalissimo applicabile a tutte le parti, vuoi teoriche, vuoi pratiche, del gran sistema, ci è dato vedere adempiuto in due luoghi d’oro delJeruscialmi, ove nell’uno si legge il pensiero, nell’altro la pratica di Ben Johai. Voi udiste come del santo dottore dicesse il Babilonese:molto egli meditare, poco favellare. Ora udite come eglistesso della parola umana sentenziò nelJeruscialmi.Se presente io fossi stato presso il Monte Sinai, avrei chiesto al Signore che altra fosse la bocca con cui uom parlasse delle cose del mondo—altra quella con cui delle cose di Dio. Qual idea della parola! E quanto feconda anche nelle minime sue parti l’enunciazione! In primo io veggo tutta la mente ardita taumaturgica del principe dei Cabbalisti in questo ardito consiglio—veggo la teoria massima dei Cabbalisti dell’officio diConcreazioneall’uomo assegnato—il principio eminentemente farisaico e cabbalistico della rettificata natura, vale a dire della emendazione che all’uomo incombe nelle parti anormali imperfette delle cose create, e da cui trae origine l’Artenella sua più lata significanza, la quale non sarebbe pertanto una semplice imitazione di natura, come vorrebbero i Realisti in Estetica; ma meglio un ritiramento della natura istessa alle eterne norme del bello ideale, come vogliono gli Idealisti, e veggo sopratutto l’idea ch’entro vi sta, come seme racchiusa, che il Silenzio è l’atto più nobile e naturale per tutto quel che concerne le cose mortali.

Ma queste cose basti lo accennare, ed il cenno già troppo grave ne offre materia a pensare perchè di soverchio ci estendiamo. Questo solo non tacerò; quando lessi il voto che formava R. Simone Ben Johai delle due bocche, sovvenivami in quel punto, non di un voto, ma di un presagio che fece Fourier. Fourier, che tante cose predisse in avvenire, diverse da quelle che oggi vediamo in natura, disse fra le altre, come natura avrebbe un giorno pagato un antichissimo debito che aveva coll’uomo contratto, dandogli un occhio di dietro come ben due ne aveva davanti, e che tanto dovrà tornargli in acconcio per cansare i pericoli che lo minacciano di dietro eziandio: io non so quanto valga il presagio diFourier, ma il voto, il rammarico di R. Simone Ben Johai suona ben altrimenti nobile e grande.

Ma io dissi come non solo la teoria ne porgesse del Silenzio il Jeruscialmi sulle labbra del gran Maestro, ma ben anco la pratica. E la pratica splendida emerge da quel fatto ivi stesso narrato, quando il signor Dottore considerando, specialmente nel sabato, quanto indegna e servil opra fosse ogni discorso profano, pregava silenzio ai domestici, e perfino alla madre sua, fatto più che non credesi significante, non solo per lo studio che ci preoccupa e con cui chiare si vedono le attinenze, ma ancora perchè mi offriva, già sono molti anni, l’unico mezzo che io trovassi a spiegarmi quel concetto, quella dipintura maninconiosa che del sabato ebraico fecero i Poeti latini, mentre tutto pare per contro spirare festa, spirare allegria. Ma anche questo è nuovo campo che noi rasentiamo e fuggiamo di volo.

Ciò che resta innegabile è la nuova e non meno parlante analogia, non solo fra la teoria, come veduto abbiamo nella passata Lezione, ma ancora nella pratica del Silenzio fra Esseni e Cabbalisti, come abbiamo veduto nella presente. E comunque questo nuovo amplesso fra le due scuole si operi in seno al Silenzio, e comunque per onorare il Silenzio essenico troppo più di parole abbiamo speso che il nome non tolleri, non meno provata però ne emerge la suprema identità tra Esseni e Farisei.


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