LEZIONE TRENTESIMASESTA.

LEZIONE TRENTESIMASESTA.Noi dobbiamo ora occuparci degli essenici libri, di quelli di cui usavano e di quelli da cui s’astenevano, del numero dei loro pasti, del regolato alternare del mangiare e digiunare, e infine del sistema dell’imbandire. Io sarò breve, non già perchè la materia scarseggi, ma piuttosto perchè troppo di soverchio ne abbonda, e quindi è mestieri riguadagnare in brevità e speditezza d’esposizione quel tempo che non si può senza ingiustizia fraudare ai fatti, ai rilievi interessantissimi onde avremo da favellare.—Ma la brevità perchè non torni pregiudicevole, due esige impreteribili condizioni. Bisogna che sia chiara, ed a questo m’ingegnerò provvedere. Bisogna poi che l’attenzione e la perspicacia, l’ingegno degli uditori ne colmi le lacune, ne svolga i germi, e intenda in un cenno un pensiero, in un pensiero un argomento, un raziocinio, in un raziocinio tutte le conseguenze potenzialmente in quello racchiuse. E questo è officio vostro, a cui non vorrete venir meno di certo quando più ne urge il bisogno. E prima dei cibi;—di quelli onde gli Esseni si guardavano come da cosa vietata.—È fama, e voi spesso l’avrete udito, ed io stesso ne reco ferma credenza, avere gli Esseni dalle loro mense bandita lacarneed ilvino. E pure se le prove dirette si consultano, se le memorie e gli espliciti attestati, non vi è cosa forse meno provatadi questa. Se io non erro, egli è San Girolamo pel primo che favella di questo astenersi da carne e da vino. E Dio volesse che San Girolamo così parlando si facesse organo egli stesso di un’opinione, di una tradizione allora corrente. Avrebbe almeno tutta l’autorità e tutto il critico valore che può aver San Girolamo. Ma no; sventuratamente San Girolamo, parlando in questo caso degli Esseni, accenna a Giuseppe; a Giuseppe, il quale, a detta di lui, avrebbe quest’uso, quest’astinenza attribuita agli Esseni nel Trattato ch’ei scrisse contro Apione. Io vel confesso, non ebbi io stesso la pazienza di scorrere di nuovo da capo a fondo la non breveApologiaflaviana: ma autori, ma testimoni gravi, asseriscono formalmente che questo fatto, questa memoria nel Trattato contro di Apione, per quanto si cerchi, non si trova. Dovremo perciò negare e dubitare del fatto? Io credo che non lo dobbiamo. In primo luogo chi ne assicura che il Trattato contro di Apione non sia in qualche parte manchevole, che non sia stato in qualche parte mutilato, che le frasi insomma da San Girolamo accennate non esistessero, siccome egli asserisce, negli antichissimi manoscritti? E San Girolamo è per sè autorevole non poco, autorevole pel tempo in cui visse non tanto dagli Esseni remoto, che la contezza veridica se ne potesse alterare; autorevole per la dimora, il teatro stesso delle esseniche gesta, inTerra Santa; autorevole poi e in grado eminente per la familiarità, sto per dire, in cui visse quel Padre coi più dotti Rabbinici dei tempi suoi, tra i quali scelse maestro nelle Scritture: e tanto addentro entrò nei pensieri, nella conoscenza dei dottori contemporanei, che ebbe fama e meritossi rimproveri daAgostinodigiudaizzante. Taccio poi della intima filosofica convenienza di quest’uso presso gli Esseni, perchè essendo questo argomento, come si dice,a priori, può parere a talunoarbitrario, comunque sia stile dei più grandi storici dei sistemi supplire alle parti manchevoli coll’analogia dell’insieme, in quella guisa istessa che in una iscrizione a metà cancellata dal tempo, si suppliscono le lettere dileguate coll’ajuto di quelle che precedono e di quelle che seguono. Ma come tacere dei precedenti biblici tradizionali, d’onde l’essenico uso può aver germinato, e che servono eziandio fino a un certo punto di argomento in favor della sua esistenza? Biblico precedente io chiamo quell’implicito divieto ad Adamo imposto da ogni cibo animale, al quale solo si veggono conceduti ivegetabili, quale alimento, ed al quale primitivo sistema dietetico possono avere voluto gliEssenirestituirsi, siccome quello che anteriore al peccato, meglio pareva loro consentire a quel grado di perfezione a cui aspirava lo Essenato. Biblico precedente l’astinenza onde fa fede la tradizione, e fino a un certo segno confermata dal testo, e dagli Israeliti osservata per lo deserto da ogni cibo animale che non fosse stato all’altare appressato qual sacrifizio, attalchè per questo tempo poteva dirsi a rigore ogni banchetto essere un verozebah, un sacrifizio. Biblico precedente l’astinenza da ogni inebriante licore imposta ai sacerdoti durante il servizio, imposto altresì, come ricordammo altre volte, a coloro che voti facevano diNaziratoe Nazirei si appellavano; e biblico precedente finalmente la storia grande interessante dei Recabiti di cui abbiamo, non ha guari, mostrato le intime attinenze col nostro istituto. Tra le quali primeggia l’astinenza, onde qui si favella; l’astinenza dalvinodaJonadabrecabita imposta a tutta la sua discendenza. Che sarà poi se dagli esempj biblici trascorriamo ai tradizionali disposti? I quali il vino vietarono al giudice prima che siedapro tribunalia pronunziare giudizio, non solo nelle criminali ma nelle civili e rituali cause eziandio;il vino vietavano egualmente a quello che si accinge alla preghiera, eabominazionequella prece qualificarono che da una mente scaturisce conturbata dal vino. Ma i dottori ci offrono un documento ben altrimenti prezioso: ci offrono memoria non solo di leggi antiche che a certi offici, a certe situazioni interdicono l’uso del vino, come vedemmo, ma la memoria ci porgono eziandio di unasètta, di unascuolala quale, dice il Talmud, non appena colse al nostro popolo l’estremo esizio, crebbesi grandemente di seguaci, che l’uso s’interdicevano dicarnee divino.Misceharab bet ammicdas rabbù paruscim scellò ehol basar vescellò listot iain nitpal laem R. Jeosciua veaamar laemec. E come si chiama questa sètta in bocca ai dottori? Mirabile a dirsi! Il nome ella reca appunto diFarisei, e la frase ebraicaRabbù paruscim, crebbero i Farisei, se bene la intendi, rivela abbastanza come la esistenza dello istituto risalga più oltre dell’epoca indicata, e quindi consuona anche per questo verso colla società degli Esseni la quale, come i Farisei del Talmud, si asteneva dacarnee davino, com’essa si reclutava cotidianamente di nuovi membri, e com’essa finalmente possono dirsi, siccome ad esuberanza fu per noi continuamente dimostrato, veri e proprj Farisei.Ma i dotti indagatori delle sètte vi troveranno altra cosa eziandio. Vi troveranno ciò che finora fu creduto impossibile a trovarsi: una memoria, un vestigio, una abbastanza chiara e manifesta allusione a quell’Essenato che finora si disse dai talmudisti ignorato; a niuno allor che io sappia potendo meglio convenire che agli Esseni in discorso, i caratteri dal Talmud assegnati ai rigidi Farisei che da carne si astenevano e da vino, come appunto gli Esseni. E non solo la carne e il vino s’interdicevano, ma se prestiam fede a Filone che dei più rigididei Terapeuti narra i costumi, un solo pasto facevano in tutto il giorno, e questo per lo più composto diradiche, e dipaneesale. E chi a queste parole non lo ricorda; chi non ricorda ilpane, ilsalee l’acquacolla misura, a cui ogni studioso deve starsi contento, secondo i morali di Abot? E come poi parlante, espressivo, e di nuova analogia fecondo, l’uso comune necessario del sale negli essenici prandi. Perocchè ei fu da lungo tempo notato come costoro tenessero quale inviolabile costumanza lo accompagnare la imbandigione, il loro pane in ispecie, con due condimenti indispensabili, ilsalee l’issopo, attalchè la presenza di questi due ingredienti si può stimare a buon diritto qual pratica obbligatoria seguita sempre, ed allora segnatamente seguita che solenne si imbandiva la tavola nei giorni di festa. Ora la importanza rituaria del sale nelle pratiche nostre, non vi sarà chi neghi ove sentore abbia alcuno delle nostre leggi. Ricorderanvi il sale da Mosè comandato qual compagno indispensabile di ogni sacrifizio, sia pubblico sia privato, e col pomposo nome fregiato dipatto ed alleanza del Signore. Che dico? a significare elevato quale acconcissimo simbolo l’alleanza eterna, la legge da Dio sancita, che appunto col nome vien designata diPatto di sale,Berit melah. E siccome non tanto quanto altri s’imagina, distà dalla legge di Dio la primitiva e semiortodossa gentilità, ricorderravvi altresì e con un senso di maraviglia a quelle grandi prove ripenserete, che in seno ai Pagani medesimi non solo l’uso istesso ti rivelano comune e rispettato, ma il concetto altresì te ne mostrano riprodotto nella sua interezza. Ripenserete alla così dettamola salsa, che Eustazio definiscefarina di orzo mista con sale, e di cui si aspergeva la vittima intiera; cerimonia tanto essenziale ad ogni specie di sacrifizio, che di essa parlando non temeva Plinio di asserire:Maximein sacris intelligitur salis auctoritas; quando nulla conficiuntur sine mola salsa: parole che suonano quasi identiche a quelle delLevitico. Ripenserete a Omero, che non è quasi descrizione di sacrifizio che di questasalagionenon favelli: a Virgilio che nelleEgloghee nel 4º dellaEneidene fa esplicita menzione il testo, che damola salsaderiva il vocaboloImmolatio, tanto stimavasi questa cerimonia essenziale, da qualificarne come qualificaImmolatiotutta l’azione del sacrifizio: a Ovidio nel 1º deiFastiche alla cerimonia del salare attribuisce una particolare virtù a render i numi propizjAnte deos homini quod conciliare valeretFar erat, et puri lucida mica salis.Ma ciò che è più, ma ciò che di molto maggior rilievo è per noi, ripensar ai Farisei ed ai Cabbalisti,—ai Farisei, che nel Talmud rammentano, consacrano l’uso di porre il sale a mensa; aiTosafotnel trattato di Berahot, che sull’opinione raziocinando di alcuno dei talmudisti che la presenza del sale verrebbe omessa quando il pane bianco e sano non lo richiegga, voglion essi, iTosafot, e concludono impreteribile la presenza del sale, che in termini apertissimi diconoSacrae palladio di purità,leaabir ruach raà, e soprattutto ai Cabbalisti che alle tutte anzi dette cose lo soscrissero, e sulla necessaria presenza del sale rincararono eziandio. E non solo da questo lato si manifestano i Cabbalisti insieme ai Farisei parenti e consanguinei all’anticoEssenato, ma tali pure per un altro verso si manifestano i Cabbalisti, e tanto più concludentemente quanto più soli ed esclusivi. E quando? Quando sul vegetabile presero a ragionare che insieme al sale udiste accompagnare il pane essenico, quando ragionarono sull’issopo. Del quale mentre tacciono, a quanto io mi sappia, i Talmudisti, nè si leggonoper contro certe parole nelloZoar, che non solo la lode ne contengono, e tale che a dirittura le stesse qualità purificanti gli comunicano che al sale furono attribuite, ma che eziandio, e per ciò stesso fanno grandemente dubitare non forse i Cabbalisti lo stesso uso ne facessero a mensa, che degli Esseni ci fu narrato, il sale, udiste, fugare ogni malefizio; e dell’issopo ecco che cosa si legge nelZoar:—L’issopo rimuove ogni spirito malefico, e lungi ne caccia ogni influsso colla sua virtù salutare.Ma che dico loZoar? Doveva dire laBibbia; doveva direMosè, che forse in niuno altro argomento più chiaramente ci apparisce informato dallo spirito medesimo dei Cabbalisti: nè meglio addimostra che il genio della Bibbia e dei dottori è unico, medesimo, indivisibile. E quanto nella Bibbia frequente, raccomandato, solenne l’uso, la virtù del vegetabile ricordato! Ecco il primo sacrifizio dagli Ebrei celebrato in Egitto, ed ecco l’Issopo, eccolo intinto nel sangue dell’agnello, e gli stipiti con esso contrassegnati ed i battenti delle israelitiche dimore. Ecco il sacrifizio del lebbroso, ed ecco egualmente l’Issopo. Ecco il rito dellaVacca rossa, e non meno interessante ecco l’issopo. E non solo è vero che l’issopospiccava qual principale disinfettante nei riti biblici, che di esso fu fatto nelle locuzioni poetiche il simbolo più espressivo della virtù purificativa, del lavacro spirituale, della morale disinfezione. Così David penitente quando esclamava:Purificami con issopo e diverrò mondo. Quando prova con questa sola eloquentissima allusione, e la virtù che a quel vegetabile s’attribuiva, sino al punto di farne simbolo del perdono di Dio, e nel tempo istesso la perpetuità, la continuazione ai tempi davidici dei riti, delle leggi mosaiche, in quella forma appunto in cui si leggono scritti oggi stesso nel Pentateuco.Ma il pane onde cibavansi gli Esseni, almeno quelliche abitavano l’Egitto e che si dicevanoTerapeuti, merita che speciale considerazione gli si conceda, grazie a una singolare circostanza che lo distingueva. Il credereste? GliEsseni, quelli in ispecie che si dicevanoTerapeuti, si cibavano giornalmente, regolarmente, di quel pane stesso onde noi ci nutriamo otto giorni dell’anno, di pane senza lievito, in una parola, di paneazzimo.—Io non istarò a speculare filosofiche teorie: starò contento ai fatti, ed i fatti parleranno eloquenti abbastanza; sorgerà la storia patriarcale e dirà come comune alimento fosse tra i patriarchi il pane azzimo; sorgerà tutto il levitico, tutta la legislazione sacerdotale, e dirà cometutti i pani, tranne uno, che sotto qualunque forma e per qualunque oggetto si offrivano a Dio, e sull’altare e sulla mensa di preparazione, fossero tutti dipane azzimo; e il lievito qual abominato presente fosse bandito severamente dall’altare; dirà ancora come i sacerdoti in officio non d’altro pane si cibassero ogni giorno che di azzimo pane, sendo loro nutrimento i pani di proposizione che toglievansi ogni sabato dalla mensa di Dio; sorgerà la pratica secolare che ci fa vivere ogni anno per otto giorni della vita degli Esseni, della vita dei sacerdoti, e del pane esclusivamente ci nutrisce che stimavasi solo degno di essere a Dio presentato, del pane azzimo. E sorgerà in fine loZoar.—Dico il vero. Non fu senza qualche trepidazione, che io presi a svolgere le pagine di quel libro, temendo non dovesse nel maggior uopo venir meno lo storico raffronto, tanto più che niuna memoria sovvenivanci di simile pratica o teoria nella scuola dei Cabbalisti. E la pratica non vi era veramente, ma vi era lateoria. Non vi era la pratica, perciocchè, siccome ebbi luogo sin da principio di accennarvi, dividevansi gliEsseniin due ordini distinti,PraticieContemplativi, e i dottori nostri al primo dei due appartenevano, mentrel’altro figura sì nel libro diZoar, ma solo in distanza, e quale maggior raffinamento del medesimo sodalizio, di cui solo di tratto in tratto vediamo i membri entrare in scena, quando dal fondo delle loro solitudini passano qual ombra fugace in mezzo ai loro colleghi della città. E tra questi più rigidi probabilmente si praticava l’uso delpane azzimoper cotidiano alimento. Ma ciò che io non osava sperare, e che pure apparvemi luminoso nel libroZoar, si è lateoriamercè la quale in termini apertissimi si conclude che dovriasi a rigore tutti i giorni invariabilmente imbandire sulle nostre tavole il pane azimo. Anzi loZoarstupisce, loZoarricerca per qual motivo quel pane eletto non sia il pane giornaliero di ogni israelita, e la risposta è tale, che lascia intatto il principio, anzi che più e più lo conferma, ed oso dire ancora che il filo preziosissimo ci porge per cui dalla teoria zoaristica, la parte forse più ascetica dell’Essenato, scese alla pratica di cui si favella. LoZoarrisponde, ma come? con una similitudine. Egli imagina un Re che un servo suo fedelissimo abbia insignito di un titolo onorando, e che a questo titolo, a quest’officio vadano annessi certisegni, certi fregi particolari. Quando dovrà il servo i gloriosi segni indossare? Certo, ripiglia loZoar, che per quanto a suo talento possa quandochessia rivestirsene, ciononostante ei non avviene per l’ordinario che la persona se ne adorni se non nelle grandissime e solennissime congiunture, quale sarebbe a mo’ di esempio il giorno anniversario della sua assunzione a tanta dignità. E pongasi pure, secondo loZoar, che ilpane azimo, segno distintivo della nostra elezione, non debbasi, appunto qual abito peculiare e distinto, indossare se non nelle grandi, nelle grandissime occasioni. Ma siamo coerenti, e dal principio deduciamo, se vi piace, sino all’ultima conseguenza. Chi potrà negare al servo premiato direcare, se così gli piace, indosso i segni continuamente della sua dignità? chi potrà negare uno stato di perfezione religiosa in cui ciò che per altri si fa per breve tratto di tempo ed a lungo intervallo, si faccia per contro da chi vive in quello stato, in modo continuo, regolare, abituale; e ciò ch’è stato eccezionale pegli uni, sia normale pegli altri? Certo che la conseguenza emerge chiara e legittima dalla teoria stabilita, e chiara quindi e legittima emergeva pei più spirituali tra gli Esseni, quel cibo cotidiano di pane azzimo a cui il resto dei fedeli non è astretto che per pochissimi giorni.

LEZIONE TRENTESIMASESTA.Noi dobbiamo ora occuparci degli essenici libri, di quelli di cui usavano e di quelli da cui s’astenevano, del numero dei loro pasti, del regolato alternare del mangiare e digiunare, e infine del sistema dell’imbandire. Io sarò breve, non già perchè la materia scarseggi, ma piuttosto perchè troppo di soverchio ne abbonda, e quindi è mestieri riguadagnare in brevità e speditezza d’esposizione quel tempo che non si può senza ingiustizia fraudare ai fatti, ai rilievi interessantissimi onde avremo da favellare.—Ma la brevità perchè non torni pregiudicevole, due esige impreteribili condizioni. Bisogna che sia chiara, ed a questo m’ingegnerò provvedere. Bisogna poi che l’attenzione e la perspicacia, l’ingegno degli uditori ne colmi le lacune, ne svolga i germi, e intenda in un cenno un pensiero, in un pensiero un argomento, un raziocinio, in un raziocinio tutte le conseguenze potenzialmente in quello racchiuse. E questo è officio vostro, a cui non vorrete venir meno di certo quando più ne urge il bisogno. E prima dei cibi;—di quelli onde gli Esseni si guardavano come da cosa vietata.—È fama, e voi spesso l’avrete udito, ed io stesso ne reco ferma credenza, avere gli Esseni dalle loro mense bandita lacarneed ilvino. E pure se le prove dirette si consultano, se le memorie e gli espliciti attestati, non vi è cosa forse meno provatadi questa. Se io non erro, egli è San Girolamo pel primo che favella di questo astenersi da carne e da vino. E Dio volesse che San Girolamo così parlando si facesse organo egli stesso di un’opinione, di una tradizione allora corrente. Avrebbe almeno tutta l’autorità e tutto il critico valore che può aver San Girolamo. Ma no; sventuratamente San Girolamo, parlando in questo caso degli Esseni, accenna a Giuseppe; a Giuseppe, il quale, a detta di lui, avrebbe quest’uso, quest’astinenza attribuita agli Esseni nel Trattato ch’ei scrisse contro Apione. Io vel confesso, non ebbi io stesso la pazienza di scorrere di nuovo da capo a fondo la non breveApologiaflaviana: ma autori, ma testimoni gravi, asseriscono formalmente che questo fatto, questa memoria nel Trattato contro di Apione, per quanto si cerchi, non si trova. Dovremo perciò negare e dubitare del fatto? Io credo che non lo dobbiamo. In primo luogo chi ne assicura che il Trattato contro di Apione non sia in qualche parte manchevole, che non sia stato in qualche parte mutilato, che le frasi insomma da San Girolamo accennate non esistessero, siccome egli asserisce, negli antichissimi manoscritti? E San Girolamo è per sè autorevole non poco, autorevole pel tempo in cui visse non tanto dagli Esseni remoto, che la contezza veridica se ne potesse alterare; autorevole per la dimora, il teatro stesso delle esseniche gesta, inTerra Santa; autorevole poi e in grado eminente per la familiarità, sto per dire, in cui visse quel Padre coi più dotti Rabbinici dei tempi suoi, tra i quali scelse maestro nelle Scritture: e tanto addentro entrò nei pensieri, nella conoscenza dei dottori contemporanei, che ebbe fama e meritossi rimproveri daAgostinodigiudaizzante. Taccio poi della intima filosofica convenienza di quest’uso presso gli Esseni, perchè essendo questo argomento, come si dice,a priori, può parere a talunoarbitrario, comunque sia stile dei più grandi storici dei sistemi supplire alle parti manchevoli coll’analogia dell’insieme, in quella guisa istessa che in una iscrizione a metà cancellata dal tempo, si suppliscono le lettere dileguate coll’ajuto di quelle che precedono e di quelle che seguono. Ma come tacere dei precedenti biblici tradizionali, d’onde l’essenico uso può aver germinato, e che servono eziandio fino a un certo punto di argomento in favor della sua esistenza? Biblico precedente io chiamo quell’implicito divieto ad Adamo imposto da ogni cibo animale, al quale solo si veggono conceduti ivegetabili, quale alimento, ed al quale primitivo sistema dietetico possono avere voluto gliEssenirestituirsi, siccome quello che anteriore al peccato, meglio pareva loro consentire a quel grado di perfezione a cui aspirava lo Essenato. Biblico precedente l’astinenza onde fa fede la tradizione, e fino a un certo segno confermata dal testo, e dagli Israeliti osservata per lo deserto da ogni cibo animale che non fosse stato all’altare appressato qual sacrifizio, attalchè per questo tempo poteva dirsi a rigore ogni banchetto essere un verozebah, un sacrifizio. Biblico precedente l’astinenza da ogni inebriante licore imposta ai sacerdoti durante il servizio, imposto altresì, come ricordammo altre volte, a coloro che voti facevano diNaziratoe Nazirei si appellavano; e biblico precedente finalmente la storia grande interessante dei Recabiti di cui abbiamo, non ha guari, mostrato le intime attinenze col nostro istituto. Tra le quali primeggia l’astinenza, onde qui si favella; l’astinenza dalvinodaJonadabrecabita imposta a tutta la sua discendenza. Che sarà poi se dagli esempj biblici trascorriamo ai tradizionali disposti? I quali il vino vietarono al giudice prima che siedapro tribunalia pronunziare giudizio, non solo nelle criminali ma nelle civili e rituali cause eziandio;il vino vietavano egualmente a quello che si accinge alla preghiera, eabominazionequella prece qualificarono che da una mente scaturisce conturbata dal vino. Ma i dottori ci offrono un documento ben altrimenti prezioso: ci offrono memoria non solo di leggi antiche che a certi offici, a certe situazioni interdicono l’uso del vino, come vedemmo, ma la memoria ci porgono eziandio di unasètta, di unascuolala quale, dice il Talmud, non appena colse al nostro popolo l’estremo esizio, crebbesi grandemente di seguaci, che l’uso s’interdicevano dicarnee divino.Misceharab bet ammicdas rabbù paruscim scellò ehol basar vescellò listot iain nitpal laem R. Jeosciua veaamar laemec. E come si chiama questa sètta in bocca ai dottori? Mirabile a dirsi! Il nome ella reca appunto diFarisei, e la frase ebraicaRabbù paruscim, crebbero i Farisei, se bene la intendi, rivela abbastanza come la esistenza dello istituto risalga più oltre dell’epoca indicata, e quindi consuona anche per questo verso colla società degli Esseni la quale, come i Farisei del Talmud, si asteneva dacarnee davino, com’essa si reclutava cotidianamente di nuovi membri, e com’essa finalmente possono dirsi, siccome ad esuberanza fu per noi continuamente dimostrato, veri e proprj Farisei.Ma i dotti indagatori delle sètte vi troveranno altra cosa eziandio. Vi troveranno ciò che finora fu creduto impossibile a trovarsi: una memoria, un vestigio, una abbastanza chiara e manifesta allusione a quell’Essenato che finora si disse dai talmudisti ignorato; a niuno allor che io sappia potendo meglio convenire che agli Esseni in discorso, i caratteri dal Talmud assegnati ai rigidi Farisei che da carne si astenevano e da vino, come appunto gli Esseni. E non solo la carne e il vino s’interdicevano, ma se prestiam fede a Filone che dei più rigididei Terapeuti narra i costumi, un solo pasto facevano in tutto il giorno, e questo per lo più composto diradiche, e dipaneesale. E chi a queste parole non lo ricorda; chi non ricorda ilpane, ilsalee l’acquacolla misura, a cui ogni studioso deve starsi contento, secondo i morali di Abot? E come poi parlante, espressivo, e di nuova analogia fecondo, l’uso comune necessario del sale negli essenici prandi. Perocchè ei fu da lungo tempo notato come costoro tenessero quale inviolabile costumanza lo accompagnare la imbandigione, il loro pane in ispecie, con due condimenti indispensabili, ilsalee l’issopo, attalchè la presenza di questi due ingredienti si può stimare a buon diritto qual pratica obbligatoria seguita sempre, ed allora segnatamente seguita che solenne si imbandiva la tavola nei giorni di festa. Ora la importanza rituaria del sale nelle pratiche nostre, non vi sarà chi neghi ove sentore abbia alcuno delle nostre leggi. Ricorderanvi il sale da Mosè comandato qual compagno indispensabile di ogni sacrifizio, sia pubblico sia privato, e col pomposo nome fregiato dipatto ed alleanza del Signore. Che dico? a significare elevato quale acconcissimo simbolo l’alleanza eterna, la legge da Dio sancita, che appunto col nome vien designata diPatto di sale,Berit melah. E siccome non tanto quanto altri s’imagina, distà dalla legge di Dio la primitiva e semiortodossa gentilità, ricorderravvi altresì e con un senso di maraviglia a quelle grandi prove ripenserete, che in seno ai Pagani medesimi non solo l’uso istesso ti rivelano comune e rispettato, ma il concetto altresì te ne mostrano riprodotto nella sua interezza. Ripenserete alla così dettamola salsa, che Eustazio definiscefarina di orzo mista con sale, e di cui si aspergeva la vittima intiera; cerimonia tanto essenziale ad ogni specie di sacrifizio, che di essa parlando non temeva Plinio di asserire:Maximein sacris intelligitur salis auctoritas; quando nulla conficiuntur sine mola salsa: parole che suonano quasi identiche a quelle delLevitico. Ripenserete a Omero, che non è quasi descrizione di sacrifizio che di questasalagionenon favelli: a Virgilio che nelleEgloghee nel 4º dellaEneidene fa esplicita menzione il testo, che damola salsaderiva il vocaboloImmolatio, tanto stimavasi questa cerimonia essenziale, da qualificarne come qualificaImmolatiotutta l’azione del sacrifizio: a Ovidio nel 1º deiFastiche alla cerimonia del salare attribuisce una particolare virtù a render i numi propizjAnte deos homini quod conciliare valeretFar erat, et puri lucida mica salis.Ma ciò che è più, ma ciò che di molto maggior rilievo è per noi, ripensar ai Farisei ed ai Cabbalisti,—ai Farisei, che nel Talmud rammentano, consacrano l’uso di porre il sale a mensa; aiTosafotnel trattato di Berahot, che sull’opinione raziocinando di alcuno dei talmudisti che la presenza del sale verrebbe omessa quando il pane bianco e sano non lo richiegga, voglion essi, iTosafot, e concludono impreteribile la presenza del sale, che in termini apertissimi diconoSacrae palladio di purità,leaabir ruach raà, e soprattutto ai Cabbalisti che alle tutte anzi dette cose lo soscrissero, e sulla necessaria presenza del sale rincararono eziandio. E non solo da questo lato si manifestano i Cabbalisti insieme ai Farisei parenti e consanguinei all’anticoEssenato, ma tali pure per un altro verso si manifestano i Cabbalisti, e tanto più concludentemente quanto più soli ed esclusivi. E quando? Quando sul vegetabile presero a ragionare che insieme al sale udiste accompagnare il pane essenico, quando ragionarono sull’issopo. Del quale mentre tacciono, a quanto io mi sappia, i Talmudisti, nè si leggonoper contro certe parole nelloZoar, che non solo la lode ne contengono, e tale che a dirittura le stesse qualità purificanti gli comunicano che al sale furono attribuite, ma che eziandio, e per ciò stesso fanno grandemente dubitare non forse i Cabbalisti lo stesso uso ne facessero a mensa, che degli Esseni ci fu narrato, il sale, udiste, fugare ogni malefizio; e dell’issopo ecco che cosa si legge nelZoar:—L’issopo rimuove ogni spirito malefico, e lungi ne caccia ogni influsso colla sua virtù salutare.Ma che dico loZoar? Doveva dire laBibbia; doveva direMosè, che forse in niuno altro argomento più chiaramente ci apparisce informato dallo spirito medesimo dei Cabbalisti: nè meglio addimostra che il genio della Bibbia e dei dottori è unico, medesimo, indivisibile. E quanto nella Bibbia frequente, raccomandato, solenne l’uso, la virtù del vegetabile ricordato! Ecco il primo sacrifizio dagli Ebrei celebrato in Egitto, ed ecco l’Issopo, eccolo intinto nel sangue dell’agnello, e gli stipiti con esso contrassegnati ed i battenti delle israelitiche dimore. Ecco il sacrifizio del lebbroso, ed ecco egualmente l’Issopo. Ecco il rito dellaVacca rossa, e non meno interessante ecco l’issopo. E non solo è vero che l’issopospiccava qual principale disinfettante nei riti biblici, che di esso fu fatto nelle locuzioni poetiche il simbolo più espressivo della virtù purificativa, del lavacro spirituale, della morale disinfezione. Così David penitente quando esclamava:Purificami con issopo e diverrò mondo. Quando prova con questa sola eloquentissima allusione, e la virtù che a quel vegetabile s’attribuiva, sino al punto di farne simbolo del perdono di Dio, e nel tempo istesso la perpetuità, la continuazione ai tempi davidici dei riti, delle leggi mosaiche, in quella forma appunto in cui si leggono scritti oggi stesso nel Pentateuco.Ma il pane onde cibavansi gli Esseni, almeno quelliche abitavano l’Egitto e che si dicevanoTerapeuti, merita che speciale considerazione gli si conceda, grazie a una singolare circostanza che lo distingueva. Il credereste? GliEsseni, quelli in ispecie che si dicevanoTerapeuti, si cibavano giornalmente, regolarmente, di quel pane stesso onde noi ci nutriamo otto giorni dell’anno, di pane senza lievito, in una parola, di paneazzimo.—Io non istarò a speculare filosofiche teorie: starò contento ai fatti, ed i fatti parleranno eloquenti abbastanza; sorgerà la storia patriarcale e dirà come comune alimento fosse tra i patriarchi il pane azzimo; sorgerà tutto il levitico, tutta la legislazione sacerdotale, e dirà cometutti i pani, tranne uno, che sotto qualunque forma e per qualunque oggetto si offrivano a Dio, e sull’altare e sulla mensa di preparazione, fossero tutti dipane azzimo; e il lievito qual abominato presente fosse bandito severamente dall’altare; dirà ancora come i sacerdoti in officio non d’altro pane si cibassero ogni giorno che di azzimo pane, sendo loro nutrimento i pani di proposizione che toglievansi ogni sabato dalla mensa di Dio; sorgerà la pratica secolare che ci fa vivere ogni anno per otto giorni della vita degli Esseni, della vita dei sacerdoti, e del pane esclusivamente ci nutrisce che stimavasi solo degno di essere a Dio presentato, del pane azzimo. E sorgerà in fine loZoar.—Dico il vero. Non fu senza qualche trepidazione, che io presi a svolgere le pagine di quel libro, temendo non dovesse nel maggior uopo venir meno lo storico raffronto, tanto più che niuna memoria sovvenivanci di simile pratica o teoria nella scuola dei Cabbalisti. E la pratica non vi era veramente, ma vi era lateoria. Non vi era la pratica, perciocchè, siccome ebbi luogo sin da principio di accennarvi, dividevansi gliEsseniin due ordini distinti,PraticieContemplativi, e i dottori nostri al primo dei due appartenevano, mentrel’altro figura sì nel libro diZoar, ma solo in distanza, e quale maggior raffinamento del medesimo sodalizio, di cui solo di tratto in tratto vediamo i membri entrare in scena, quando dal fondo delle loro solitudini passano qual ombra fugace in mezzo ai loro colleghi della città. E tra questi più rigidi probabilmente si praticava l’uso delpane azzimoper cotidiano alimento. Ma ciò che io non osava sperare, e che pure apparvemi luminoso nel libroZoar, si è lateoriamercè la quale in termini apertissimi si conclude che dovriasi a rigore tutti i giorni invariabilmente imbandire sulle nostre tavole il pane azimo. Anzi loZoarstupisce, loZoarricerca per qual motivo quel pane eletto non sia il pane giornaliero di ogni israelita, e la risposta è tale, che lascia intatto il principio, anzi che più e più lo conferma, ed oso dire ancora che il filo preziosissimo ci porge per cui dalla teoria zoaristica, la parte forse più ascetica dell’Essenato, scese alla pratica di cui si favella. LoZoarrisponde, ma come? con una similitudine. Egli imagina un Re che un servo suo fedelissimo abbia insignito di un titolo onorando, e che a questo titolo, a quest’officio vadano annessi certisegni, certi fregi particolari. Quando dovrà il servo i gloriosi segni indossare? Certo, ripiglia loZoar, che per quanto a suo talento possa quandochessia rivestirsene, ciononostante ei non avviene per l’ordinario che la persona se ne adorni se non nelle grandissime e solennissime congiunture, quale sarebbe a mo’ di esempio il giorno anniversario della sua assunzione a tanta dignità. E pongasi pure, secondo loZoar, che ilpane azimo, segno distintivo della nostra elezione, non debbasi, appunto qual abito peculiare e distinto, indossare se non nelle grandi, nelle grandissime occasioni. Ma siamo coerenti, e dal principio deduciamo, se vi piace, sino all’ultima conseguenza. Chi potrà negare al servo premiato direcare, se così gli piace, indosso i segni continuamente della sua dignità? chi potrà negare uno stato di perfezione religiosa in cui ciò che per altri si fa per breve tratto di tempo ed a lungo intervallo, si faccia per contro da chi vive in quello stato, in modo continuo, regolare, abituale; e ciò ch’è stato eccezionale pegli uni, sia normale pegli altri? Certo che la conseguenza emerge chiara e legittima dalla teoria stabilita, e chiara quindi e legittima emergeva pei più spirituali tra gli Esseni, quel cibo cotidiano di pane azzimo a cui il resto dei fedeli non è astretto che per pochissimi giorni.

Noi dobbiamo ora occuparci degli essenici libri, di quelli di cui usavano e di quelli da cui s’astenevano, del numero dei loro pasti, del regolato alternare del mangiare e digiunare, e infine del sistema dell’imbandire. Io sarò breve, non già perchè la materia scarseggi, ma piuttosto perchè troppo di soverchio ne abbonda, e quindi è mestieri riguadagnare in brevità e speditezza d’esposizione quel tempo che non si può senza ingiustizia fraudare ai fatti, ai rilievi interessantissimi onde avremo da favellare.—Ma la brevità perchè non torni pregiudicevole, due esige impreteribili condizioni. Bisogna che sia chiara, ed a questo m’ingegnerò provvedere. Bisogna poi che l’attenzione e la perspicacia, l’ingegno degli uditori ne colmi le lacune, ne svolga i germi, e intenda in un cenno un pensiero, in un pensiero un argomento, un raziocinio, in un raziocinio tutte le conseguenze potenzialmente in quello racchiuse. E questo è officio vostro, a cui non vorrete venir meno di certo quando più ne urge il bisogno. E prima dei cibi;—di quelli onde gli Esseni si guardavano come da cosa vietata.—È fama, e voi spesso l’avrete udito, ed io stesso ne reco ferma credenza, avere gli Esseni dalle loro mense bandita lacarneed ilvino. E pure se le prove dirette si consultano, se le memorie e gli espliciti attestati, non vi è cosa forse meno provatadi questa. Se io non erro, egli è San Girolamo pel primo che favella di questo astenersi da carne e da vino. E Dio volesse che San Girolamo così parlando si facesse organo egli stesso di un’opinione, di una tradizione allora corrente. Avrebbe almeno tutta l’autorità e tutto il critico valore che può aver San Girolamo. Ma no; sventuratamente San Girolamo, parlando in questo caso degli Esseni, accenna a Giuseppe; a Giuseppe, il quale, a detta di lui, avrebbe quest’uso, quest’astinenza attribuita agli Esseni nel Trattato ch’ei scrisse contro Apione. Io vel confesso, non ebbi io stesso la pazienza di scorrere di nuovo da capo a fondo la non breveApologiaflaviana: ma autori, ma testimoni gravi, asseriscono formalmente che questo fatto, questa memoria nel Trattato contro di Apione, per quanto si cerchi, non si trova. Dovremo perciò negare e dubitare del fatto? Io credo che non lo dobbiamo. In primo luogo chi ne assicura che il Trattato contro di Apione non sia in qualche parte manchevole, che non sia stato in qualche parte mutilato, che le frasi insomma da San Girolamo accennate non esistessero, siccome egli asserisce, negli antichissimi manoscritti? E San Girolamo è per sè autorevole non poco, autorevole pel tempo in cui visse non tanto dagli Esseni remoto, che la contezza veridica se ne potesse alterare; autorevole per la dimora, il teatro stesso delle esseniche gesta, inTerra Santa; autorevole poi e in grado eminente per la familiarità, sto per dire, in cui visse quel Padre coi più dotti Rabbinici dei tempi suoi, tra i quali scelse maestro nelle Scritture: e tanto addentro entrò nei pensieri, nella conoscenza dei dottori contemporanei, che ebbe fama e meritossi rimproveri daAgostinodigiudaizzante. Taccio poi della intima filosofica convenienza di quest’uso presso gli Esseni, perchè essendo questo argomento, come si dice,a priori, può parere a talunoarbitrario, comunque sia stile dei più grandi storici dei sistemi supplire alle parti manchevoli coll’analogia dell’insieme, in quella guisa istessa che in una iscrizione a metà cancellata dal tempo, si suppliscono le lettere dileguate coll’ajuto di quelle che precedono e di quelle che seguono. Ma come tacere dei precedenti biblici tradizionali, d’onde l’essenico uso può aver germinato, e che servono eziandio fino a un certo punto di argomento in favor della sua esistenza? Biblico precedente io chiamo quell’implicito divieto ad Adamo imposto da ogni cibo animale, al quale solo si veggono conceduti ivegetabili, quale alimento, ed al quale primitivo sistema dietetico possono avere voluto gliEssenirestituirsi, siccome quello che anteriore al peccato, meglio pareva loro consentire a quel grado di perfezione a cui aspirava lo Essenato. Biblico precedente l’astinenza onde fa fede la tradizione, e fino a un certo segno confermata dal testo, e dagli Israeliti osservata per lo deserto da ogni cibo animale che non fosse stato all’altare appressato qual sacrifizio, attalchè per questo tempo poteva dirsi a rigore ogni banchetto essere un verozebah, un sacrifizio. Biblico precedente l’astinenza da ogni inebriante licore imposta ai sacerdoti durante il servizio, imposto altresì, come ricordammo altre volte, a coloro che voti facevano diNaziratoe Nazirei si appellavano; e biblico precedente finalmente la storia grande interessante dei Recabiti di cui abbiamo, non ha guari, mostrato le intime attinenze col nostro istituto. Tra le quali primeggia l’astinenza, onde qui si favella; l’astinenza dalvinodaJonadabrecabita imposta a tutta la sua discendenza. Che sarà poi se dagli esempj biblici trascorriamo ai tradizionali disposti? I quali il vino vietarono al giudice prima che siedapro tribunalia pronunziare giudizio, non solo nelle criminali ma nelle civili e rituali cause eziandio;il vino vietavano egualmente a quello che si accinge alla preghiera, eabominazionequella prece qualificarono che da una mente scaturisce conturbata dal vino. Ma i dottori ci offrono un documento ben altrimenti prezioso: ci offrono memoria non solo di leggi antiche che a certi offici, a certe situazioni interdicono l’uso del vino, come vedemmo, ma la memoria ci porgono eziandio di unasètta, di unascuolala quale, dice il Talmud, non appena colse al nostro popolo l’estremo esizio, crebbesi grandemente di seguaci, che l’uso s’interdicevano dicarnee divino.Misceharab bet ammicdas rabbù paruscim scellò ehol basar vescellò listot iain nitpal laem R. Jeosciua veaamar laemec. E come si chiama questa sètta in bocca ai dottori? Mirabile a dirsi! Il nome ella reca appunto diFarisei, e la frase ebraicaRabbù paruscim, crebbero i Farisei, se bene la intendi, rivela abbastanza come la esistenza dello istituto risalga più oltre dell’epoca indicata, e quindi consuona anche per questo verso colla società degli Esseni la quale, come i Farisei del Talmud, si asteneva dacarnee davino, com’essa si reclutava cotidianamente di nuovi membri, e com’essa finalmente possono dirsi, siccome ad esuberanza fu per noi continuamente dimostrato, veri e proprj Farisei.

Ma i dotti indagatori delle sètte vi troveranno altra cosa eziandio. Vi troveranno ciò che finora fu creduto impossibile a trovarsi: una memoria, un vestigio, una abbastanza chiara e manifesta allusione a quell’Essenato che finora si disse dai talmudisti ignorato; a niuno allor che io sappia potendo meglio convenire che agli Esseni in discorso, i caratteri dal Talmud assegnati ai rigidi Farisei che da carne si astenevano e da vino, come appunto gli Esseni. E non solo la carne e il vino s’interdicevano, ma se prestiam fede a Filone che dei più rigididei Terapeuti narra i costumi, un solo pasto facevano in tutto il giorno, e questo per lo più composto diradiche, e dipaneesale. E chi a queste parole non lo ricorda; chi non ricorda ilpane, ilsalee l’acquacolla misura, a cui ogni studioso deve starsi contento, secondo i morali di Abot? E come poi parlante, espressivo, e di nuova analogia fecondo, l’uso comune necessario del sale negli essenici prandi. Perocchè ei fu da lungo tempo notato come costoro tenessero quale inviolabile costumanza lo accompagnare la imbandigione, il loro pane in ispecie, con due condimenti indispensabili, ilsalee l’issopo, attalchè la presenza di questi due ingredienti si può stimare a buon diritto qual pratica obbligatoria seguita sempre, ed allora segnatamente seguita che solenne si imbandiva la tavola nei giorni di festa. Ora la importanza rituaria del sale nelle pratiche nostre, non vi sarà chi neghi ove sentore abbia alcuno delle nostre leggi. Ricorderanvi il sale da Mosè comandato qual compagno indispensabile di ogni sacrifizio, sia pubblico sia privato, e col pomposo nome fregiato dipatto ed alleanza del Signore. Che dico? a significare elevato quale acconcissimo simbolo l’alleanza eterna, la legge da Dio sancita, che appunto col nome vien designata diPatto di sale,Berit melah. E siccome non tanto quanto altri s’imagina, distà dalla legge di Dio la primitiva e semiortodossa gentilità, ricorderravvi altresì e con un senso di maraviglia a quelle grandi prove ripenserete, che in seno ai Pagani medesimi non solo l’uso istesso ti rivelano comune e rispettato, ma il concetto altresì te ne mostrano riprodotto nella sua interezza. Ripenserete alla così dettamola salsa, che Eustazio definiscefarina di orzo mista con sale, e di cui si aspergeva la vittima intiera; cerimonia tanto essenziale ad ogni specie di sacrifizio, che di essa parlando non temeva Plinio di asserire:Maximein sacris intelligitur salis auctoritas; quando nulla conficiuntur sine mola salsa: parole che suonano quasi identiche a quelle delLevitico. Ripenserete a Omero, che non è quasi descrizione di sacrifizio che di questasalagionenon favelli: a Virgilio che nelleEgloghee nel 4º dellaEneidene fa esplicita menzione il testo, che damola salsaderiva il vocaboloImmolatio, tanto stimavasi questa cerimonia essenziale, da qualificarne come qualificaImmolatiotutta l’azione del sacrifizio: a Ovidio nel 1º deiFastiche alla cerimonia del salare attribuisce una particolare virtù a render i numi propizj

Ante deos homini quod conciliare valeretFar erat, et puri lucida mica salis.

Ma ciò che è più, ma ciò che di molto maggior rilievo è per noi, ripensar ai Farisei ed ai Cabbalisti,—ai Farisei, che nel Talmud rammentano, consacrano l’uso di porre il sale a mensa; aiTosafotnel trattato di Berahot, che sull’opinione raziocinando di alcuno dei talmudisti che la presenza del sale verrebbe omessa quando il pane bianco e sano non lo richiegga, voglion essi, iTosafot, e concludono impreteribile la presenza del sale, che in termini apertissimi diconoSacrae palladio di purità,leaabir ruach raà, e soprattutto ai Cabbalisti che alle tutte anzi dette cose lo soscrissero, e sulla necessaria presenza del sale rincararono eziandio. E non solo da questo lato si manifestano i Cabbalisti insieme ai Farisei parenti e consanguinei all’anticoEssenato, ma tali pure per un altro verso si manifestano i Cabbalisti, e tanto più concludentemente quanto più soli ed esclusivi. E quando? Quando sul vegetabile presero a ragionare che insieme al sale udiste accompagnare il pane essenico, quando ragionarono sull’issopo. Del quale mentre tacciono, a quanto io mi sappia, i Talmudisti, nè si leggonoper contro certe parole nelloZoar, che non solo la lode ne contengono, e tale che a dirittura le stesse qualità purificanti gli comunicano che al sale furono attribuite, ma che eziandio, e per ciò stesso fanno grandemente dubitare non forse i Cabbalisti lo stesso uso ne facessero a mensa, che degli Esseni ci fu narrato, il sale, udiste, fugare ogni malefizio; e dell’issopo ecco che cosa si legge nelZoar:—L’issopo rimuove ogni spirito malefico, e lungi ne caccia ogni influsso colla sua virtù salutare.Ma che dico loZoar? Doveva dire laBibbia; doveva direMosè, che forse in niuno altro argomento più chiaramente ci apparisce informato dallo spirito medesimo dei Cabbalisti: nè meglio addimostra che il genio della Bibbia e dei dottori è unico, medesimo, indivisibile. E quanto nella Bibbia frequente, raccomandato, solenne l’uso, la virtù del vegetabile ricordato! Ecco il primo sacrifizio dagli Ebrei celebrato in Egitto, ed ecco l’Issopo, eccolo intinto nel sangue dell’agnello, e gli stipiti con esso contrassegnati ed i battenti delle israelitiche dimore. Ecco il sacrifizio del lebbroso, ed ecco egualmente l’Issopo. Ecco il rito dellaVacca rossa, e non meno interessante ecco l’issopo. E non solo è vero che l’issopospiccava qual principale disinfettante nei riti biblici, che di esso fu fatto nelle locuzioni poetiche il simbolo più espressivo della virtù purificativa, del lavacro spirituale, della morale disinfezione. Così David penitente quando esclamava:Purificami con issopo e diverrò mondo. Quando prova con questa sola eloquentissima allusione, e la virtù che a quel vegetabile s’attribuiva, sino al punto di farne simbolo del perdono di Dio, e nel tempo istesso la perpetuità, la continuazione ai tempi davidici dei riti, delle leggi mosaiche, in quella forma appunto in cui si leggono scritti oggi stesso nel Pentateuco.

Ma il pane onde cibavansi gli Esseni, almeno quelliche abitavano l’Egitto e che si dicevanoTerapeuti, merita che speciale considerazione gli si conceda, grazie a una singolare circostanza che lo distingueva. Il credereste? GliEsseni, quelli in ispecie che si dicevanoTerapeuti, si cibavano giornalmente, regolarmente, di quel pane stesso onde noi ci nutriamo otto giorni dell’anno, di pane senza lievito, in una parola, di paneazzimo.—Io non istarò a speculare filosofiche teorie: starò contento ai fatti, ed i fatti parleranno eloquenti abbastanza; sorgerà la storia patriarcale e dirà come comune alimento fosse tra i patriarchi il pane azzimo; sorgerà tutto il levitico, tutta la legislazione sacerdotale, e dirà cometutti i pani, tranne uno, che sotto qualunque forma e per qualunque oggetto si offrivano a Dio, e sull’altare e sulla mensa di preparazione, fossero tutti dipane azzimo; e il lievito qual abominato presente fosse bandito severamente dall’altare; dirà ancora come i sacerdoti in officio non d’altro pane si cibassero ogni giorno che di azzimo pane, sendo loro nutrimento i pani di proposizione che toglievansi ogni sabato dalla mensa di Dio; sorgerà la pratica secolare che ci fa vivere ogni anno per otto giorni della vita degli Esseni, della vita dei sacerdoti, e del pane esclusivamente ci nutrisce che stimavasi solo degno di essere a Dio presentato, del pane azzimo. E sorgerà in fine loZoar.—Dico il vero. Non fu senza qualche trepidazione, che io presi a svolgere le pagine di quel libro, temendo non dovesse nel maggior uopo venir meno lo storico raffronto, tanto più che niuna memoria sovvenivanci di simile pratica o teoria nella scuola dei Cabbalisti. E la pratica non vi era veramente, ma vi era lateoria. Non vi era la pratica, perciocchè, siccome ebbi luogo sin da principio di accennarvi, dividevansi gliEsseniin due ordini distinti,PraticieContemplativi, e i dottori nostri al primo dei due appartenevano, mentrel’altro figura sì nel libro diZoar, ma solo in distanza, e quale maggior raffinamento del medesimo sodalizio, di cui solo di tratto in tratto vediamo i membri entrare in scena, quando dal fondo delle loro solitudini passano qual ombra fugace in mezzo ai loro colleghi della città. E tra questi più rigidi probabilmente si praticava l’uso delpane azzimoper cotidiano alimento. Ma ciò che io non osava sperare, e che pure apparvemi luminoso nel libroZoar, si è lateoriamercè la quale in termini apertissimi si conclude che dovriasi a rigore tutti i giorni invariabilmente imbandire sulle nostre tavole il pane azimo. Anzi loZoarstupisce, loZoarricerca per qual motivo quel pane eletto non sia il pane giornaliero di ogni israelita, e la risposta è tale, che lascia intatto il principio, anzi che più e più lo conferma, ed oso dire ancora che il filo preziosissimo ci porge per cui dalla teoria zoaristica, la parte forse più ascetica dell’Essenato, scese alla pratica di cui si favella. LoZoarrisponde, ma come? con una similitudine. Egli imagina un Re che un servo suo fedelissimo abbia insignito di un titolo onorando, e che a questo titolo, a quest’officio vadano annessi certisegni, certi fregi particolari. Quando dovrà il servo i gloriosi segni indossare? Certo, ripiglia loZoar, che per quanto a suo talento possa quandochessia rivestirsene, ciononostante ei non avviene per l’ordinario che la persona se ne adorni se non nelle grandissime e solennissime congiunture, quale sarebbe a mo’ di esempio il giorno anniversario della sua assunzione a tanta dignità. E pongasi pure, secondo loZoar, che ilpane azimo, segno distintivo della nostra elezione, non debbasi, appunto qual abito peculiare e distinto, indossare se non nelle grandi, nelle grandissime occasioni. Ma siamo coerenti, e dal principio deduciamo, se vi piace, sino all’ultima conseguenza. Chi potrà negare al servo premiato direcare, se così gli piace, indosso i segni continuamente della sua dignità? chi potrà negare uno stato di perfezione religiosa in cui ciò che per altri si fa per breve tratto di tempo ed a lungo intervallo, si faccia per contro da chi vive in quello stato, in modo continuo, regolare, abituale; e ciò ch’è stato eccezionale pegli uni, sia normale pegli altri? Certo che la conseguenza emerge chiara e legittima dalla teoria stabilita, e chiara quindi e legittima emergeva pei più spirituali tra gli Esseni, quel cibo cotidiano di pane azzimo a cui il resto dei fedeli non è astretto che per pochissimi giorni.


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