LEZIONE TRENTESIMASETTIMA.Che più? Una religione che secondo ogni probabilità trasse le sue prime ispirazioni dalla società degli Esseni, che stende oggi i suoi influssi sul mondo civilizzato, ilCristianesimo, ci offre il più illustre vestigio dell’antica essenica costumanza esaltata, divinizzata, ed al grado assunta del più sublime dei sacramenti, nel sacrifizio dell’Eucaristia. Il pane eucaristico è paneazzimo, nè potrebbe essere da questo diviso; e per quanto la storia delle Eresie ci offra memoria delle quistioni a questo proposito suscitate, ciononstante, l’uso prevalse sempre conforme alla vetusta pratica degli Esseni.Tra essi i più austeri tutti i loro giorni trascorrevano in digiuno, e solo a sera prendevano il loro parchissimo pasto. Nella quale rigorosa astinenza ebbero a compagni non solo i più austeri dei Farisei talmudisti, ma quelli eziandio che delZoarsono autori od attori. L’ebbero nei Talmudisti a cui ci si offre ad esempio un figlio diRabbinà, del quale si narrano i giorni tutti trascorsi in digiuno, salvo il giorno della Pentecoste e la vigilia del giorno d’espiazione. L’ebbero nelZoare più illustri e più numerosi, in tutti quei dottori che si veggono passare parecchi giorni senza prendere alcun nutrimento, assorti com’erano in profonde meditazioni, di cui la storia dell’antica filosofia ci porge esempi non pochie tra gli altri di Socrate. Del quale si narra che non solo, mentre assisteva ad un banchetto, era sì vivamente colpito da un pensiero che ogni moto perdeva e lungo tempo immobile perdurava, ma che in mezzo eziandio al romore dei campi restava dall’uno all’altro mattino immobile al luogo istesso, e solo i raggi solari gli ricordavan l’ora della preghiera. Nè qui vuolsi due circostanze della essenica vita pretermettere perchè più o meno all’ordine, alle regole della mensa si riferiscono. È la prima quel divieto che interdiceva agli Esseni ogni specie di unzione dalla quale si riguardavano come d’abominevole cosa. Nè la menzione volli di questo divieto disgiunta dall’argomento presente per una semplicissima ragione, perchè appunto le unzioni odorifere entravano tra le generali costumanze dei tempi dopo il pasto conchiuso, come fra poco vedremo. Ora dobbiamo domandare a noi stessi. D’onde e perchè questa interdizione fra gli Esseni?—Quale l’origine e quale lo spirito; e quest’ultimo costatato, più agevole, cred’io, scuopriremo la prima. Lo spirito è l’orrore di ogni mollezza, di ogni effeminato costume, è quel medesimo che non pochi precetti informa della legge di Dio, quello che la interdizione suggeriva onde all’uomo si fa divieto indossare femminile costume, di radersi i segni della virilità, l’onor del mento; e non solo come udiste di avvolgersi in ammanto donnesco, ma di addottare eziandio modi, ed usi, ed acconciature di donna. Testimone lo specchio proibito dai Talmudisti, perchè lo specchio a quei tempi era peculiare costume di femmina, siccome la pagana letteratura lo attesta, e come in ispecie si vede da Apuleio. Al quale un suo censore rinfacciando l’uso di quel arnese troppo a filosofo disdicevole, sclamava meravigliato:habet speculum philosophus; possedit speculum philosophus. Ma ciò che più interessa a sapersi, egli è in qualguisa la pensarono i dottori intorno all’argomento presente, intorno all’unzione. Si può dire generalmente come i dottori distinsero in fatto di unzione quelle che dalla nettezza sono richieste, dalle altre che hanno la mollezza per consigliera. Le prime ammisero; nè forse, se il tempo lo concedesse, tornerebbe ingrato rammemorare come tra queste noverare si debba l’uso dagli stessi Romani adottato di ungersi dopo il pasto con olj odoriferi, e che ripetutamente vediamo ricordato nei libri Talmudici. Le altre che mirano, come dissi, a semplice diletto carnale interdirono specialmente a coloro che professione fanno dei sacri studj, pei quali reputarono abominevole il mostrarsi per le pubbliche vie per profumi olezzanti e per olj odoriferi, consentendo in questo come in infinite altre cose colle esseniche osservanze.Ma io dissi di un’altra circostanza, alla mensa attinente, e di cui vado a darvi immediatamente contezza, singolare a dirsi!—Non vi è pratica dell’essenico istituto, non è parte della loro istoria che meglio la consanguineità manifesti tra esso e lo antico istituto dei Cabbalisti. Egli è quì che si vede ad un tempo come l’ultimo spinga le sue radici sino alla più alta e profonda antichità, ed egli è quì egualmente che i due istituti si porgono sul capo ai semplici Farisei amica la mano, e ciò che il comune dei Farisei rigettava e rigetta ammettersi, sanzionarsi, e con ogni possa difendersi da Esseni e da Cabbalisti, prova manifesta come gli Esseni non siano Farisei se non in quella misura, e sino a quel punto che i Cabbalisti lo sono, nè temano da quelli dissentire quando nè dissentano i Cabbalisti, nè separarsene quando i medesimi se ne separano. Io non ne chieggo ad esempio che il fatto presente ove vediamo i Cabbalisti permettere, anzi comandare ciò che i Farisei interdicono, e gli Esseni ad imitazione dei primi egualmente permetteree comandare. Vietarono i Farisei tenere la tavola con pane imbandita dopo il pasto conchiuso, temendo non forse potesse cotesto uso precipitare in una pratica idolatrica, di cui si fa veramente menzione nel culto di Roma, e di cui le traccie risalgono sino ai Profeti che simil pratica rinfacciano ai coetanei loro, che la tavola, dicono essi, imbandivano oziosa in onore di Gad,Ahorekin laggad sciulkan. Ora, sia diversa tradizione, sia interpretazione più larga dello antico divieto, sia meno timore di trascorsi idolatrici; fatto è che iCabbalistia quest’uso non si oppongono. E non che opporvisi, instantemente lo raccomandano per la sera e pel giorno di sabato, volendo la mensa in quel giorno continuamente imbandita con pane dopo il pasto rinnovato: d’onde un disputare infinito tra i semplici Farisei e i Farisei Cabbalisti, e d’onde in fino nuova arme portai ai nemici delloZoara osteggiarne la santità e il valore. Ma io vorrei invitare amici e nemici a legger Filone. Il quale nè più nè meno unaeguale identicapratica narra dei nostri Esseni, la cui mensa, egli dice, vedevasi specialmente nei dì festivi perpetuamente imbandita, e pane vedevasi sopra ordinato a somiglianza dellamensach’era nel Tempio, e ch’è tipo che i Cabbalisti stessi tolgono ad imitare nella mensa loro.—Se gli avversarj delloZoarhanno imparzialità ed amor del vero, come hanno scienza ed erudizione insigne, riflettano a questo fatto, a questo gran fatto. Pensino alloZoarche in onta al Talmud, in onta alle sue esplicite interdizioni, in onta agli interpreti, ai ritualisti antichi e moderni, proclama innocente, pia, autorevole una costumanza che gli altri dicono vana, perniciosa, paganizzante. Pensino alla ignoranzacerta, provatain cui vissero i nostri dottori di questo inaspettato ausiliare, cioè della società degli Esseni. Pensinoall’esplicitamenzione che veggiamo in Filone dell’usocontrastato; alla indubitata antichità, al potentissimo ausilio che questa conformità reca ad un tempo ed all’antichità delle teorie zoaristiche ed alla loro identità, colle dottrine e colle pratiche esseniche: pensino a tutto questo, e poi ci dicano se le stesse anomalie che a suo danno impugnarono, non riescano a prova maggior dell’antichità di quel libro, e se di esso, come Dante di San Domenico, dire non si potrebbe acconciamente che percosseL’impeto suo più vivamente quiviDove le resistenze eran più grosse.Parad.XII.
LEZIONE TRENTESIMASETTIMA.Che più? Una religione che secondo ogni probabilità trasse le sue prime ispirazioni dalla società degli Esseni, che stende oggi i suoi influssi sul mondo civilizzato, ilCristianesimo, ci offre il più illustre vestigio dell’antica essenica costumanza esaltata, divinizzata, ed al grado assunta del più sublime dei sacramenti, nel sacrifizio dell’Eucaristia. Il pane eucaristico è paneazzimo, nè potrebbe essere da questo diviso; e per quanto la storia delle Eresie ci offra memoria delle quistioni a questo proposito suscitate, ciononstante, l’uso prevalse sempre conforme alla vetusta pratica degli Esseni.Tra essi i più austeri tutti i loro giorni trascorrevano in digiuno, e solo a sera prendevano il loro parchissimo pasto. Nella quale rigorosa astinenza ebbero a compagni non solo i più austeri dei Farisei talmudisti, ma quelli eziandio che delZoarsono autori od attori. L’ebbero nei Talmudisti a cui ci si offre ad esempio un figlio diRabbinà, del quale si narrano i giorni tutti trascorsi in digiuno, salvo il giorno della Pentecoste e la vigilia del giorno d’espiazione. L’ebbero nelZoare più illustri e più numerosi, in tutti quei dottori che si veggono passare parecchi giorni senza prendere alcun nutrimento, assorti com’erano in profonde meditazioni, di cui la storia dell’antica filosofia ci porge esempi non pochie tra gli altri di Socrate. Del quale si narra che non solo, mentre assisteva ad un banchetto, era sì vivamente colpito da un pensiero che ogni moto perdeva e lungo tempo immobile perdurava, ma che in mezzo eziandio al romore dei campi restava dall’uno all’altro mattino immobile al luogo istesso, e solo i raggi solari gli ricordavan l’ora della preghiera. Nè qui vuolsi due circostanze della essenica vita pretermettere perchè più o meno all’ordine, alle regole della mensa si riferiscono. È la prima quel divieto che interdiceva agli Esseni ogni specie di unzione dalla quale si riguardavano come d’abominevole cosa. Nè la menzione volli di questo divieto disgiunta dall’argomento presente per una semplicissima ragione, perchè appunto le unzioni odorifere entravano tra le generali costumanze dei tempi dopo il pasto conchiuso, come fra poco vedremo. Ora dobbiamo domandare a noi stessi. D’onde e perchè questa interdizione fra gli Esseni?—Quale l’origine e quale lo spirito; e quest’ultimo costatato, più agevole, cred’io, scuopriremo la prima. Lo spirito è l’orrore di ogni mollezza, di ogni effeminato costume, è quel medesimo che non pochi precetti informa della legge di Dio, quello che la interdizione suggeriva onde all’uomo si fa divieto indossare femminile costume, di radersi i segni della virilità, l’onor del mento; e non solo come udiste di avvolgersi in ammanto donnesco, ma di addottare eziandio modi, ed usi, ed acconciature di donna. Testimone lo specchio proibito dai Talmudisti, perchè lo specchio a quei tempi era peculiare costume di femmina, siccome la pagana letteratura lo attesta, e come in ispecie si vede da Apuleio. Al quale un suo censore rinfacciando l’uso di quel arnese troppo a filosofo disdicevole, sclamava meravigliato:habet speculum philosophus; possedit speculum philosophus. Ma ciò che più interessa a sapersi, egli è in qualguisa la pensarono i dottori intorno all’argomento presente, intorno all’unzione. Si può dire generalmente come i dottori distinsero in fatto di unzione quelle che dalla nettezza sono richieste, dalle altre che hanno la mollezza per consigliera. Le prime ammisero; nè forse, se il tempo lo concedesse, tornerebbe ingrato rammemorare come tra queste noverare si debba l’uso dagli stessi Romani adottato di ungersi dopo il pasto con olj odoriferi, e che ripetutamente vediamo ricordato nei libri Talmudici. Le altre che mirano, come dissi, a semplice diletto carnale interdirono specialmente a coloro che professione fanno dei sacri studj, pei quali reputarono abominevole il mostrarsi per le pubbliche vie per profumi olezzanti e per olj odoriferi, consentendo in questo come in infinite altre cose colle esseniche osservanze.Ma io dissi di un’altra circostanza, alla mensa attinente, e di cui vado a darvi immediatamente contezza, singolare a dirsi!—Non vi è pratica dell’essenico istituto, non è parte della loro istoria che meglio la consanguineità manifesti tra esso e lo antico istituto dei Cabbalisti. Egli è quì che si vede ad un tempo come l’ultimo spinga le sue radici sino alla più alta e profonda antichità, ed egli è quì egualmente che i due istituti si porgono sul capo ai semplici Farisei amica la mano, e ciò che il comune dei Farisei rigettava e rigetta ammettersi, sanzionarsi, e con ogni possa difendersi da Esseni e da Cabbalisti, prova manifesta come gli Esseni non siano Farisei se non in quella misura, e sino a quel punto che i Cabbalisti lo sono, nè temano da quelli dissentire quando nè dissentano i Cabbalisti, nè separarsene quando i medesimi se ne separano. Io non ne chieggo ad esempio che il fatto presente ove vediamo i Cabbalisti permettere, anzi comandare ciò che i Farisei interdicono, e gli Esseni ad imitazione dei primi egualmente permetteree comandare. Vietarono i Farisei tenere la tavola con pane imbandita dopo il pasto conchiuso, temendo non forse potesse cotesto uso precipitare in una pratica idolatrica, di cui si fa veramente menzione nel culto di Roma, e di cui le traccie risalgono sino ai Profeti che simil pratica rinfacciano ai coetanei loro, che la tavola, dicono essi, imbandivano oziosa in onore di Gad,Ahorekin laggad sciulkan. Ora, sia diversa tradizione, sia interpretazione più larga dello antico divieto, sia meno timore di trascorsi idolatrici; fatto è che iCabbalistia quest’uso non si oppongono. E non che opporvisi, instantemente lo raccomandano per la sera e pel giorno di sabato, volendo la mensa in quel giorno continuamente imbandita con pane dopo il pasto rinnovato: d’onde un disputare infinito tra i semplici Farisei e i Farisei Cabbalisti, e d’onde in fino nuova arme portai ai nemici delloZoara osteggiarne la santità e il valore. Ma io vorrei invitare amici e nemici a legger Filone. Il quale nè più nè meno unaeguale identicapratica narra dei nostri Esseni, la cui mensa, egli dice, vedevasi specialmente nei dì festivi perpetuamente imbandita, e pane vedevasi sopra ordinato a somiglianza dellamensach’era nel Tempio, e ch’è tipo che i Cabbalisti stessi tolgono ad imitare nella mensa loro.—Se gli avversarj delloZoarhanno imparzialità ed amor del vero, come hanno scienza ed erudizione insigne, riflettano a questo fatto, a questo gran fatto. Pensino alloZoarche in onta al Talmud, in onta alle sue esplicite interdizioni, in onta agli interpreti, ai ritualisti antichi e moderni, proclama innocente, pia, autorevole una costumanza che gli altri dicono vana, perniciosa, paganizzante. Pensino alla ignoranzacerta, provatain cui vissero i nostri dottori di questo inaspettato ausiliare, cioè della società degli Esseni. Pensinoall’esplicitamenzione che veggiamo in Filone dell’usocontrastato; alla indubitata antichità, al potentissimo ausilio che questa conformità reca ad un tempo ed all’antichità delle teorie zoaristiche ed alla loro identità, colle dottrine e colle pratiche esseniche: pensino a tutto questo, e poi ci dicano se le stesse anomalie che a suo danno impugnarono, non riescano a prova maggior dell’antichità di quel libro, e se di esso, come Dante di San Domenico, dire non si potrebbe acconciamente che percosseL’impeto suo più vivamente quiviDove le resistenze eran più grosse.Parad.XII.
Che più? Una religione che secondo ogni probabilità trasse le sue prime ispirazioni dalla società degli Esseni, che stende oggi i suoi influssi sul mondo civilizzato, ilCristianesimo, ci offre il più illustre vestigio dell’antica essenica costumanza esaltata, divinizzata, ed al grado assunta del più sublime dei sacramenti, nel sacrifizio dell’Eucaristia. Il pane eucaristico è paneazzimo, nè potrebbe essere da questo diviso; e per quanto la storia delle Eresie ci offra memoria delle quistioni a questo proposito suscitate, ciononstante, l’uso prevalse sempre conforme alla vetusta pratica degli Esseni.
Tra essi i più austeri tutti i loro giorni trascorrevano in digiuno, e solo a sera prendevano il loro parchissimo pasto. Nella quale rigorosa astinenza ebbero a compagni non solo i più austeri dei Farisei talmudisti, ma quelli eziandio che delZoarsono autori od attori. L’ebbero nei Talmudisti a cui ci si offre ad esempio un figlio diRabbinà, del quale si narrano i giorni tutti trascorsi in digiuno, salvo il giorno della Pentecoste e la vigilia del giorno d’espiazione. L’ebbero nelZoare più illustri e più numerosi, in tutti quei dottori che si veggono passare parecchi giorni senza prendere alcun nutrimento, assorti com’erano in profonde meditazioni, di cui la storia dell’antica filosofia ci porge esempi non pochie tra gli altri di Socrate. Del quale si narra che non solo, mentre assisteva ad un banchetto, era sì vivamente colpito da un pensiero che ogni moto perdeva e lungo tempo immobile perdurava, ma che in mezzo eziandio al romore dei campi restava dall’uno all’altro mattino immobile al luogo istesso, e solo i raggi solari gli ricordavan l’ora della preghiera. Nè qui vuolsi due circostanze della essenica vita pretermettere perchè più o meno all’ordine, alle regole della mensa si riferiscono. È la prima quel divieto che interdiceva agli Esseni ogni specie di unzione dalla quale si riguardavano come d’abominevole cosa. Nè la menzione volli di questo divieto disgiunta dall’argomento presente per una semplicissima ragione, perchè appunto le unzioni odorifere entravano tra le generali costumanze dei tempi dopo il pasto conchiuso, come fra poco vedremo. Ora dobbiamo domandare a noi stessi. D’onde e perchè questa interdizione fra gli Esseni?—Quale l’origine e quale lo spirito; e quest’ultimo costatato, più agevole, cred’io, scuopriremo la prima. Lo spirito è l’orrore di ogni mollezza, di ogni effeminato costume, è quel medesimo che non pochi precetti informa della legge di Dio, quello che la interdizione suggeriva onde all’uomo si fa divieto indossare femminile costume, di radersi i segni della virilità, l’onor del mento; e non solo come udiste di avvolgersi in ammanto donnesco, ma di addottare eziandio modi, ed usi, ed acconciature di donna. Testimone lo specchio proibito dai Talmudisti, perchè lo specchio a quei tempi era peculiare costume di femmina, siccome la pagana letteratura lo attesta, e come in ispecie si vede da Apuleio. Al quale un suo censore rinfacciando l’uso di quel arnese troppo a filosofo disdicevole, sclamava meravigliato:habet speculum philosophus; possedit speculum philosophus. Ma ciò che più interessa a sapersi, egli è in qualguisa la pensarono i dottori intorno all’argomento presente, intorno all’unzione. Si può dire generalmente come i dottori distinsero in fatto di unzione quelle che dalla nettezza sono richieste, dalle altre che hanno la mollezza per consigliera. Le prime ammisero; nè forse, se il tempo lo concedesse, tornerebbe ingrato rammemorare come tra queste noverare si debba l’uso dagli stessi Romani adottato di ungersi dopo il pasto con olj odoriferi, e che ripetutamente vediamo ricordato nei libri Talmudici. Le altre che mirano, come dissi, a semplice diletto carnale interdirono specialmente a coloro che professione fanno dei sacri studj, pei quali reputarono abominevole il mostrarsi per le pubbliche vie per profumi olezzanti e per olj odoriferi, consentendo in questo come in infinite altre cose colle esseniche osservanze.
Ma io dissi di un’altra circostanza, alla mensa attinente, e di cui vado a darvi immediatamente contezza, singolare a dirsi!—Non vi è pratica dell’essenico istituto, non è parte della loro istoria che meglio la consanguineità manifesti tra esso e lo antico istituto dei Cabbalisti. Egli è quì che si vede ad un tempo come l’ultimo spinga le sue radici sino alla più alta e profonda antichità, ed egli è quì egualmente che i due istituti si porgono sul capo ai semplici Farisei amica la mano, e ciò che il comune dei Farisei rigettava e rigetta ammettersi, sanzionarsi, e con ogni possa difendersi da Esseni e da Cabbalisti, prova manifesta come gli Esseni non siano Farisei se non in quella misura, e sino a quel punto che i Cabbalisti lo sono, nè temano da quelli dissentire quando nè dissentano i Cabbalisti, nè separarsene quando i medesimi se ne separano. Io non ne chieggo ad esempio che il fatto presente ove vediamo i Cabbalisti permettere, anzi comandare ciò che i Farisei interdicono, e gli Esseni ad imitazione dei primi egualmente permetteree comandare. Vietarono i Farisei tenere la tavola con pane imbandita dopo il pasto conchiuso, temendo non forse potesse cotesto uso precipitare in una pratica idolatrica, di cui si fa veramente menzione nel culto di Roma, e di cui le traccie risalgono sino ai Profeti che simil pratica rinfacciano ai coetanei loro, che la tavola, dicono essi, imbandivano oziosa in onore di Gad,Ahorekin laggad sciulkan. Ora, sia diversa tradizione, sia interpretazione più larga dello antico divieto, sia meno timore di trascorsi idolatrici; fatto è che iCabbalistia quest’uso non si oppongono. E non che opporvisi, instantemente lo raccomandano per la sera e pel giorno di sabato, volendo la mensa in quel giorno continuamente imbandita con pane dopo il pasto rinnovato: d’onde un disputare infinito tra i semplici Farisei e i Farisei Cabbalisti, e d’onde in fino nuova arme portai ai nemici delloZoara osteggiarne la santità e il valore. Ma io vorrei invitare amici e nemici a legger Filone. Il quale nè più nè meno unaeguale identicapratica narra dei nostri Esseni, la cui mensa, egli dice, vedevasi specialmente nei dì festivi perpetuamente imbandita, e pane vedevasi sopra ordinato a somiglianza dellamensach’era nel Tempio, e ch’è tipo che i Cabbalisti stessi tolgono ad imitare nella mensa loro.—Se gli avversarj delloZoarhanno imparzialità ed amor del vero, come hanno scienza ed erudizione insigne, riflettano a questo fatto, a questo gran fatto. Pensino alloZoarche in onta al Talmud, in onta alle sue esplicite interdizioni, in onta agli interpreti, ai ritualisti antichi e moderni, proclama innocente, pia, autorevole una costumanza che gli altri dicono vana, perniciosa, paganizzante. Pensino alla ignoranzacerta, provatain cui vissero i nostri dottori di questo inaspettato ausiliare, cioè della società degli Esseni. Pensinoall’esplicitamenzione che veggiamo in Filone dell’usocontrastato; alla indubitata antichità, al potentissimo ausilio che questa conformità reca ad un tempo ed all’antichità delle teorie zoaristiche ed alla loro identità, colle dottrine e colle pratiche esseniche: pensino a tutto questo, e poi ci dicano se le stesse anomalie che a suo danno impugnarono, non riescano a prova maggior dell’antichità di quel libro, e se di esso, come Dante di San Domenico, dire non si potrebbe acconciamente che percosse
L’impeto suo più vivamente quiviDove le resistenze eran più grosse.
Parad.XII.