LEZIONE TRENTESIMOTTAVA.La seconda parte della Storia dell’essenico culto, quella che riguarda gli abiti e le virtù della setta, ci occupava nelle precedenti lezioni, e ci occuperà eziandio nella presente. E particolarmente diremo delle virtù per cui andavan distinti.—Quando parlammo delle dottrine degli Esseni, toccammo altresì della loro morale, e i principj indicammo speculativi dei loro costumi.—Ora dobbiamo dire in ispecie di quelli che a se medesimi si riferiscono, e che hanno principio e termine nell’uomo interiore.—Quando vollero gli Esseni insegnare la legge generale di ogni virtù personale, dissero che la maggiore tra esse virtù, la più generale, la più comprensiva consista nel domare le proprie passioni, nell’imperio di se medesimo. E se l’illustre signor Munk, il quale ci narra degli Esseni la morale suprema, si fosse dei Farisei ricordato, e delle sentenze in ispecie consegnate inAbot, trovato avrebbe la formula essenica in quel dettato degli antichi padri,ezeu ghibbor accobes et izrò, come in altri moltissimi forse anco più espressivi, che qui lungo saria ricordare.Ma se ogni rea passione volevano domata, ve n’era una che più ispirava orrore agli Esseni, e che credevano il più grande nemico da superare; e questa era lacollera. Nè potrebbe essere diversamente, se i Pitagoricisono gli Esseni del Gentilesimo, come gli Esseni i Pitagorici dell’Ebraismo, al dir di Giuseppe, niuna passione più dellacolleradoveva essere da loro abominata. La quale vincere era còmpito particolare di ogni buon Pitagorico; e tanto innanzi vennero i seguaci di Pitagora nel conseguimento di questa virtù, che la memoria restonne celebre nei filosofici annali, e che Carlo Ritter non temeva di asserire:Le triomphe des Pythagoriciens sur la colère est célèbre.Mostrato abbiamo la verità dell’asserto flaviano,la pitagorica parentela; sarà d’uopo che la bontà proviamo ora del nostro sistema? Secondo il quale, e voi il sapete, oltre l’origine che con tutte le ebraiche scuole vanta l’Essenato, comune nell’epoche e nelle opere della Bibbia, più specialmente s’identifica, a parer mio, colla grande scuola dei Farisei, e in questa stessa segnatamente, colla frazione più eletta deiTeosofioCabbalisti. Or bene, se il nostro sistema non è erroneo, la collera dovrà apparirci esecrata non solo nei libri biblici, ma nei farisaici e cabbalisti eziandio; anzi in quest’ultimi specialmente un carattere particolare dovrà assumere, che meglio consuoni col genio e colle virtù degli Esseni, mostrandoci l’ira avversa specialmente a quella eccellenza contemplativa, a quella santità e purezza di speculazione ch’era il più proprio e più grato officio dei gran solitarj. Io oso dire che tutti i tratti anzidetti escogitati soltanto in desiderio si verificano storicamente a cappello. Non dirò lungamente della Bibbia, la quale siccome libro popolare e soterico non mira, almeno esteriormente, che alla morale o sociale pervezione dello individuo, e solo per via di accenni allude, di tratto in tratto, ai lati più nobili e segreti della umana coscienza, all’intelletto, alle sue leggi, al suo culto, alle dottrine che ne formano lo alimento. Purela Bibbia, i Proverbi in particolare ci presentano la collera, non certo sotto quei varj, moltiformi e veracissimi punti di vista, sotto cui i dottori la presentano nei loro libri, ma sempre quale passione esiziale all’uomo sociale, al suo corpo, ai suoi amici, ai suoi interessi, al suo onore. Ma i dottori vengono, e le parole bibliche, e i fatti stessi, come quadri, dalle tenebre sottratte, acquistano luce colore verità e merenza. Vengono i dottori, e la collera non solo è predicata micidialissima all’uomo corporeo, come la Bibbia stessa pareva indicarlo, come la Storia e la Medicina concordi lo attestano, ma, siccome non è vero scientifico che non abbia il suo limite in un vero contrario, così non tardarono a trovare nella collera stessa un farmaco alla salute, quando la fiamma onde l’anima s’avvampa, è accesa, dicono essi, non già nel fuoco d’inferno, ultima e vile teoria,Zoamàdell’igneo torrente,Near di Nurche traversa il Creato, ma in quello puro della celeste scaturigine, vale a dire nello sdegno generoso a difesa del vero, dacchè, per un concetto bellissimo, l’Inferno stesso pigli origine dal Cielo, e il fuoco che vi consuona non sia altro che il sudore delleHajotch’estollono il trono di Dio, vale a dire la Cloaca massima dell’Universo.—Or quest’effetto terapico di una collera nobile generosa, la Medicina lo ha notato, e molte cure si notano, come asseriva il medico Dementi, conseguite di vecchie e croniche malattie per l’effetto subitaneo salutare di un accesso di collera. Ma la collera non meno all’anima, secondo i dottori, che al corpo è nociva, e non meno alla morale che alla intellettuale perfezione. Alla morale, quando dissero:Dio stesso è preso a vile dall’iracondo, Afillù schehinà ena hasciubà chenegdò; quando aggiunserotanto empio essere lo iracondo quanto lo idolatra; quando insegnarono sommo antidoto al peccato il non adirarsi. Che diremodegli effetti sull’intelletto? Peressi l’iracondo non potrà mai istruire, e questo notate trovarsi in Abot, vale a dire nel Codice deiHasidim, e sommamente confacente al genio studioso e contemplativo degli Esseni. Per essila collera mette in bando la scienza, e intorpidisce lo intelletto.—Per essi Mosè stesso non si sottrasse da questi effetti della collera e vide venir meno il suo saper rivelato dopo un moto di sdegno.—Per essi, e ciò più davvicino s’attiene alla società degli Esseni, se tra le due scuole rivali diSciammaiedIllella seconda prevalse qual norma suprema in Israel, egli è perchè tra le altre virtù della scuola Illeliana, quella splendeva massimamente di una mansuetudine a tutta prova; fatto di gran rilievo, se ponete mente come la mansuetudine degliIllelianie il carattere opposto deiSciammaitinon siano, a ciò che pare, un fenomeno accidentale, ed uno scherzo del caso, ma parte integrale del loro genio speciale, poichè rimonta ai due grandi fondatori di ambo le scuole; e la docile natura degliIllelianicome il genio severo e sdegnoso deiSciammaitisi vedono già spuntare in tutta la loro interezza nel docilissimo e mansuetissimoIllelcome nello sdegnoso e severoSciammai.—Ma se ciò è già molto per condurci bel bello dalle idee farisaiche alla società, alle leggi dell’Essenato, un passo più grande avrem compito quando ricordato avremo ciò che si legge inSciabbata proposito della mansuetudineIlleliana. Fra poco, quando toccheremo dellacolleraqual aborrita passione daiCabbalisti, vedremo le prove che i più venerandi tra essi imponevano ai nuovi venuti, contro la passione odiatissima in tempi in cui le dottrine loro erano chiuse ancora in istrettissimo cerchio, e che di uno o due secoli precedono ilMilledell’Èra Volgare. Ma dall’8 o 900 dell’Era Cristiana ai giorni dell’antico Illel corrono più di mille anni,e nonostante vi è un fatto narrato nel Talmud Babilonico nel 2º diSciabbatin cui, ove tu guardi con occhio fermo penetrante e scevro di pregiudizj, non potrai non ravvisare le fattezze comuni, alle posteriori prove dei Cabbalisti, alle prove più antiche che imposero certo gliEsseniai loro seguaci.—Ma io però lo confesso, il mio modo d’intendere il fatto in discorso immensamente si dilunga da quello che fu ammesso sin’ora dai chiosatori; e s’egli è vero, com’è verissimo, che a niuno sia interdetto proporre nuovi e più acconci sensi alla parola tradizionale, altro non resta, per assicurare il trionfo del vero, se non vedere ove più sia di ragione, di critica, di plausibilità, di carattere storico. Il fatto in discorso è ovvio e trito fatto tra i Talmudisti. Sono due uomini, dice laBarraità, che scommettono di venire a capo della pazienza e mansuetudini Illeliane; che prendono tutte le loro misure per riuscirgli in mille modi importuni, che scelgono un giorno di venerdì mentre Illel si radeva i capelli, che bussano alla porta sua e con gran pressa chiedono se a caso vi fosse Illel. E Illel, che ricompostosi in fretta gli esce incontro festoso, che chiede a loro che cosa desiino; sono essi che gli propongono una serie di domande degnissime di nota, in quanto preludono alla bellissima moderna scienzaetnografica, vale a dire allo studio dei popoli in relazione alla regione da essi abitata, e di cui, se io non erro, solo in Aristotile si vede tra gli antichi un primo albore.—Ma queste domande sono fatte adIllelin guisa che un moto ne provochino d’impazienza, una parola, un accento; perchè fatte dopo iterato congedo, con intervallo dall’una all’altra, e coi ripetuti preamboli ad ogni novella domanda. Ma nè moto, nè accento, nè segno alcuno dà a divedereIlleld’animo concitato, ma sempre a metà raso accorse alla porta, sempre dolce favella, col nomedi figlio sempre li chiama, sempre cortese risponde, e non solo cortese, ma ragionevole e sapiente, come mi fu dato osservare non so se più lieto o sorpreso, in guisa che mille offre analogie colle soluzioni che Aristotele stesso, se non erro, nellaPolitica, propone agli stessi problemi.—Lo dissi e lo ripeto, il senso storico ch’io veggo nel fatto diSciabbat, non è quello che tutti intesero i chiosatori finoggi, e forse gli ultimi compilatori del Talmud che tanto vissero lontani e dai luoghi e dai tempi dell’anticoIllel, non si addarono o poco del carattere verace del fatto narrato, ed in guisa lo presentarono che nè mostra in essi una coscienza chiara luminosa del suo vero senso, nè è capace nemmeno d’ingenerarla ad una lettura superficiale, e senza il concorso di dati, di elementi estratalmudici. Pure io non m’astenni nè mi astengo dal proporvelo, sì perchè è principio di critica liberalissimo nei nostri studj—potere ognuno liberamente discutere sul senso talmudico—, sì perchè se non al tutto andava errato Ernesto Renan, quando disse potere la ebraica filologia moderna più e meglio penetrare la biblica intelligenza che non i secoli per avventura men dall’origine discosti, egli è certo però che, vuoi nella Bibbia, vuoi nei Dottori, questo fatto si verifica allora, e solo allora che il nuovo senso è tratto dall’Emporio tradizionale che è la corrente perenne ed il pensiero intimo nazionale, che precede, accompagna e segue tutte le opere scritte, l’atmosfera in cui nuotano, la luce in cui sono rischiarate. Nel giro tradizionale la ragione ha libero il moto, libera scelta, libera adozione, e mentre gli è dato produrre ivi quel giro con quei dati, con quegli elementi, tutte le combinazioni, tutte le forme, le figure possibili, che sonoScibghim Panim, e l’immensoPoligonodi cui favellano i Dottori, non può a buon dirittocrearenè nuovi dati, nè nuovi elementi appuntocome nella materia, ove libero s’esercita nel combinare incessante l’ingegno del chimico, ma in cui vano sarebbe tentare la creazione eziandio di un atomo.—Sendo il corpo e l’idea, la materia fisica e la materia idealecampoelimitenel tempo stesso alla ragione dell’uomo,—campo ove libero si muove—limite ove libero si ferma, e campo e limite adombrati nel bel vocaboloGhebul, che con mirabile sinonimia significa a un tempolimiteecampo.Noi però siamo ancora nei confini del puro e semplice farisaismo talmudico. Prima di passare alla più speciale considerazione del farisaismo cabbalistico, che è quello con cui in ispecial modo s’identifica la società degliEsseni, mestieri è che di due altri rilevantissimi cenni favelliamo altresì, tratti dal seno del farisato talmudico, e che serviranno di naturalissima transizione al campo alla scuola più speciali del farisato cabbalistico. Questi cenni non sono di eguale significanza, troppo il secondo sovrastando, come agevole comprenderete. È il primo una frase che precede una sentenza, che non ha guari udivate quando per sommo preservativo al peccato additavano i dottori l’allontanamento dall’Ira,Lò tirtah velò tehetà. E il nome del dottore, a cui si dirige l’insegnamento e il titolo diHasidche reca manifesto e che non troppo frequente ritorna nelle pagine talmudiche,Rab Sallà Hasida. Ma che cosa è il nome del dottore ammonito di fronte a quello di chi ammonisce;—che cosa èRab Sallà Hasidadi fronte al nome diElia, del profeta immortale che di un balzo leva la mente a una visione semiprofetica, che ci rapisce di un tratto nel vero e naturale orizzonte dell’Essenato, delle sue visioni, della sua vita contemplativa, che un nuovo anello ci porge tra i due istituti, tra Esseni e Cabbalisti, nelle comuni visioni, nelle comuni apparizioni diElia profeta; e che dopo avere insieme stretti Esseni e Cabbalisti, insieme poi gli radica, li riappicca nelle più vive e pure fonti del farisato antichissimo. Oso dire che lo incontro di questi nomi diEliaeRab Sallà Hasida, è lo incontro di due idee che insieme si spiegano, s’illustrano di bellissima luce, la quale poi è levata a grado ancor maggior di potenza dall’oggetto istesso che pone a fronte i due individui; oggetto, legge, precetto essenico per eccellenza, l’orrore, l’esecrazione della collera. E questo, come vedete, è già transito facilissimo dal puro e semplice farisato al farisato cabbalistico, in quanto ne porge nel titolo diHasidnell’incontro delloEssenaconElia, e sopratutto nell’idea che li pone a contatto, altrettanti sbocchi e riuscite naturalissime alla più speciale scuola dei Cabbalisti.Ma che parlare di questi transiti, quando una via regia ci si para dinanzi nello stesso Talmud? Formiamo secondo il solito un voto, e vediamo se sarà adempito. Imaginiamo che cosa di più preciso, di più parlante potremmo desiderare nel Talmud, che nell’odio stesso alla passione dell’ira ci offrisse un mezzo nuovo d’identificareCabbalistiedEsseni.—Diciamo a noi stessi: Se il Talmud suppone, come non è dubbio, una scienza segreta acroamatica che si chiama oraSitrè torà, oraMaase Mercabà, oraPardes, ora la trasmissione del nomeMesirat ascem; s’egli è vero, come dicemmo le tante fiate, che quella scienza, quella scuola segreta, è la scienza e la scuola dell’Essenato; se è provato come gli Esseni imponessero la fuga dell’ira qual morale apparecchio indispensabile alle dottrine gelose; se in pari modo l’imposero i Cabbalisti; se l’uno e l’altro sono quegli stessi nel Talmud designati, come cultori delPardes, dellaMercabà, deiSitrètòrào qual altro nome si abbia la riposta teologia; in una parola se il sistemanostro non è bugiardo, che cosa dovrà trovarsi nel Talmud? Dovrà trovarsi, se non erro, la fuga, l’astensione, l’orrore della collera qual condizione impreteribile alla comunicazione dellaMercabà, deiSitrè toràe sopratutti deiNomisacrosanti che tanto gelosamente vedemmo custoditi eziandio dagli Esseni. Questo, nulla di più nulla di meno, dovremo trovare nel Talmud, ed ove realmente si trovi, ed ove l’ira vi sia additata qual sommo ostacolo da superare nello ingresso delPardès, o la logica e la critica non sono più che nomi privi di senso, o il sistema nostro riluce di nuovo, d’inusitato fulgore. Ora l’ipotesi escogitata in desiderio è una bella e preziosa realità. È un testo chiarissimo e luminosissimo inKedduscinove aperto s’impongono fra le altre, qual condizione indispensabile alla comunicazione dei nomi divini, l’età virile, e poila fuga dell’ira. Queste parole non hanno bisogno di chiose perchè troppo eloquenti depongono in favor nostro. Egli è per ciò che per la porta che dischiudono, pel passaggio che ci offrono alle idee cabbalistiche, noi entreremo difilati ad udire dalle costoro labbra non meno solenne ed esplicita la condanna dell’Ira. Ora delZoare del suo attestato. Chiede ilZoara qual segno si debba cercare o fuggire la compagnia di un uomo, e risponde: nell’ira.Se l’anima santaei dice,custodisce illesa nell’ira, se non la divelle dal suo riposo, se in luogo suo non vi pone un Dio alieno, un idolo, questi è l’uomo perfetto, questi è il servo fido al suo Signore, ma ove fosse al contrario, ci sarà l’uomo ribelle al suo Signore, ed a cui (notate le seguenti parole che l’idea ci destano deiHabrajàZoaristici che rispondono, come dissi altra volta, ai socj dell’Essenato),ed a cui è interdetto avvicinarsi nè con esso associarsi. Ma ciò che altrove dice loZoarmerita più attenzione.—Dopo aver chiamato, come udiste, la colleravera idolatria,Èl Zar, Sitrà okarà, conclude con parole che, oso dire, sono a parer mio un lampo vivissimo di luce che progettandosi a traverso i secoli frapposti sulle antiche linee del grand’Essenato, ce ne fa cogliere in un amplesso istantaneo di luce le vere fattezze e i fili segreti che lo congiungono agli uomini, alle teorie delZoar. E per comprendere questo tratto di luce, due parole d’indispensabile prefazione. Ricordatevi di un fatto, e questo fatto sarà la chiave con cui potrete penetrare nell’intelligenza delZoar. Il fatto e l’uso che abbiam veduto presso gliEssenidi cibarsi cotidianamente di pane azzimo, e questo è il punto di partenza.—Ma ciò non basterebbe senza che una idea intermedia non venisse a stringere, a legare tra essi l’uso essenico del pane azzimo e parole che udirete delZoar, e questa idea è idea farisaica per eccellenza, è il lievito preso, considerato qual simbolo naturalissimo di ogni passione che suonitumore,gonfiezza, la collera, la superbia particolarmente.—Da questo punto di vista, con questo duplice filo alla mano, udite le parole delloZoara cui accennava. La fuga dell’ira era l’oggetto delle più calde sue esortazioni. Per mostrare l’Ira qual vera e propria idolatria, ilZoarinvoca l’autorità della Bibbia, e per ciò, ei dice, egli è scritto:Eloè Massehà lò taase lah, e poi si legge immediatamente:Et kag amazzot tismor. Ma che intenda loZoarcon queste parole, qual rapporto abbia l’idolatria colkag amazot, qual rapporto abbiano ambedue col soggetto in discorso, coll’Ira; nè ilZoarlo dice, nè i più autorevoli commentatori lo spiegano, nè troppo parmi suoni agevole a comprendersi.—Solo ha un senso se ci torniamo alla mente e l’uso essenico di cibarsi di pane azzimo, e il simbolo dellievitoqual espressione di collera e superbia. Premessi i due fatti ricordati, quanto non riesce piano e naturale il ragionamento delloZoar! Ei vede nella Contiguità ossiaSemikutdei due comandi il cenno del principio suo favorito.—L’iroso essere idolatra—; egli vede il testo esordire colla idolatria materiale esteriore, sensibile nell’Eloè masseha, e senza sbalzo e senza lacuna proseguire nella idea stessa d’idolatria, non più fisica certo ed esteriore, ma morale e interna nel divieto di ogni lievito,Et kag amazot; ch’è quanto dire, oltre il suo senso positivo e letterale, lo schifo, la fuga della collera, della superbia da cui gli Esseni si guardavano, e in figura e in realtà; in figura coll’odio che ispiravano per la passione dell’ira, in realtà colla massima estensione che davano al precetto in discorso, cibandosi, come vedemmo in fatto che si cibavano, cotidianamente di pane azzimo. IlZoarcon una frase suppone, e la significanza simbolica del lievito qual simbolo di collera, e ci addita al tempo stesso la via per la quale poterono gli Esseni allargare il precetto in discorso sino a formarne regola comune ordinaria di loro vita. Ora dagli antichi ai più moderni Cabbalisti trapassando, seguiamo di queste idee le vestigia sempre più manifeste. Non solo per essi le virtù alla collera opposte, la dolcezza, la mansuetudine, la sopportazione delle ingiurie, sono apparecchio a ricevere lo spirito divino, sono anzi i più eloquenti maestri della scienza riposta; non solo si legge in nome dei più antichi Cabbalisti quai furono iCichittiliaspagnuoli; non solo eglino stessi dicono averlo trovato scritto nei libri dei Cabbalisti, che meritarono di pervenire alla scienza divina; non solo, dico, per essi uno dei preliminari più grandi e più necessarj è la sopportazione delle ingiurie, è la fuga della collera ma ciò che più monta, è quello che segue, ove risalendo a un’epoca antichissima, al mille dell’Era volgare, vediamo la prova contro la collera prevaler qual uso tra i più grandi deiCabbalisti. E grandi invero sono per esempioRabbi Jeuda chasid, più antico di Rasci, e grande non meno il maestro suoRabbi Jaacob Eschenazi. E dell’uno e dell’altro ecco ciò che si legge nelRescit Kokmà, libro prezioso non solo per la dottrina morale, ma per i frammenti e le memorie di gran lunga più antiche che di frequente racchiude:—«Avvenne che il hasid Rabbi Jacob Eschenazi, che era straordinariamente erudito nella scienza(intendi la Teosofia oscienza per antonomasia),volendo insegnare la sua dottrina a Rabbi Jeudà chasid, provollo prima riguardo alla collera.—» Ma ciò è poco rispetto a quello che segue: «Ed era tradizionale costume appo loro(intendi Teosofi)di non trasmettere la scienza, se non a chi provato essendo negli effetti dell’ira, non s’adirasse. Ora fu provato pertanto R. Jeudà chasid il quale, per molte volte riuscito vittorioso, la settima però restò soccombente.» Queste parole brillano di una luce propria innegabile, nè bisogno hanno di venire illustrate, ogni parola o comento non facendo che oscurarle. Solo piacemi additarvi un punto, non men bello nè luminoso, ma che nel fulgore dell’insieme potrebbe sfuggirvi, come le stelle si ecclissano alla luce del sole. Ed è l’epitetoHasidinvariabilmente appiccato al nome dei due Cabbalisti, del dottore e dell’addottrinato delHasid R. Jacob Eschenazi, il maestro; e delhasid R. Jeudàsuo discepolo. Se tutte queste cose sono a caso, io mi taccio; e solo dirò che se ciò è a caso, non è più assurda quella ipotesi che altri mise in campo per provare la necessità di un ordinatore del mondo, e che non è più impossibile che imborsando tutte le parole del vocabolario latino ed estraendole ad una ad una, ne venga fuori il capo d’opera della letteratura latina,L’Eneide di Virgilio.—Se il caso può partorire le armonie che vediamo nello studio degliEsseni, non v’è nulla di assurdo che possa fare ancora il prodigio indicato.
LEZIONE TRENTESIMOTTAVA.La seconda parte della Storia dell’essenico culto, quella che riguarda gli abiti e le virtù della setta, ci occupava nelle precedenti lezioni, e ci occuperà eziandio nella presente. E particolarmente diremo delle virtù per cui andavan distinti.—Quando parlammo delle dottrine degli Esseni, toccammo altresì della loro morale, e i principj indicammo speculativi dei loro costumi.—Ora dobbiamo dire in ispecie di quelli che a se medesimi si riferiscono, e che hanno principio e termine nell’uomo interiore.—Quando vollero gli Esseni insegnare la legge generale di ogni virtù personale, dissero che la maggiore tra esse virtù, la più generale, la più comprensiva consista nel domare le proprie passioni, nell’imperio di se medesimo. E se l’illustre signor Munk, il quale ci narra degli Esseni la morale suprema, si fosse dei Farisei ricordato, e delle sentenze in ispecie consegnate inAbot, trovato avrebbe la formula essenica in quel dettato degli antichi padri,ezeu ghibbor accobes et izrò, come in altri moltissimi forse anco più espressivi, che qui lungo saria ricordare.Ma se ogni rea passione volevano domata, ve n’era una che più ispirava orrore agli Esseni, e che credevano il più grande nemico da superare; e questa era lacollera. Nè potrebbe essere diversamente, se i Pitagoricisono gli Esseni del Gentilesimo, come gli Esseni i Pitagorici dell’Ebraismo, al dir di Giuseppe, niuna passione più dellacolleradoveva essere da loro abominata. La quale vincere era còmpito particolare di ogni buon Pitagorico; e tanto innanzi vennero i seguaci di Pitagora nel conseguimento di questa virtù, che la memoria restonne celebre nei filosofici annali, e che Carlo Ritter non temeva di asserire:Le triomphe des Pythagoriciens sur la colère est célèbre.Mostrato abbiamo la verità dell’asserto flaviano,la pitagorica parentela; sarà d’uopo che la bontà proviamo ora del nostro sistema? Secondo il quale, e voi il sapete, oltre l’origine che con tutte le ebraiche scuole vanta l’Essenato, comune nell’epoche e nelle opere della Bibbia, più specialmente s’identifica, a parer mio, colla grande scuola dei Farisei, e in questa stessa segnatamente, colla frazione più eletta deiTeosofioCabbalisti. Or bene, se il nostro sistema non è erroneo, la collera dovrà apparirci esecrata non solo nei libri biblici, ma nei farisaici e cabbalisti eziandio; anzi in quest’ultimi specialmente un carattere particolare dovrà assumere, che meglio consuoni col genio e colle virtù degli Esseni, mostrandoci l’ira avversa specialmente a quella eccellenza contemplativa, a quella santità e purezza di speculazione ch’era il più proprio e più grato officio dei gran solitarj. Io oso dire che tutti i tratti anzidetti escogitati soltanto in desiderio si verificano storicamente a cappello. Non dirò lungamente della Bibbia, la quale siccome libro popolare e soterico non mira, almeno esteriormente, che alla morale o sociale pervezione dello individuo, e solo per via di accenni allude, di tratto in tratto, ai lati più nobili e segreti della umana coscienza, all’intelletto, alle sue leggi, al suo culto, alle dottrine che ne formano lo alimento. Purela Bibbia, i Proverbi in particolare ci presentano la collera, non certo sotto quei varj, moltiformi e veracissimi punti di vista, sotto cui i dottori la presentano nei loro libri, ma sempre quale passione esiziale all’uomo sociale, al suo corpo, ai suoi amici, ai suoi interessi, al suo onore. Ma i dottori vengono, e le parole bibliche, e i fatti stessi, come quadri, dalle tenebre sottratte, acquistano luce colore verità e merenza. Vengono i dottori, e la collera non solo è predicata micidialissima all’uomo corporeo, come la Bibbia stessa pareva indicarlo, come la Storia e la Medicina concordi lo attestano, ma, siccome non è vero scientifico che non abbia il suo limite in un vero contrario, così non tardarono a trovare nella collera stessa un farmaco alla salute, quando la fiamma onde l’anima s’avvampa, è accesa, dicono essi, non già nel fuoco d’inferno, ultima e vile teoria,Zoamàdell’igneo torrente,Near di Nurche traversa il Creato, ma in quello puro della celeste scaturigine, vale a dire nello sdegno generoso a difesa del vero, dacchè, per un concetto bellissimo, l’Inferno stesso pigli origine dal Cielo, e il fuoco che vi consuona non sia altro che il sudore delleHajotch’estollono il trono di Dio, vale a dire la Cloaca massima dell’Universo.—Or quest’effetto terapico di una collera nobile generosa, la Medicina lo ha notato, e molte cure si notano, come asseriva il medico Dementi, conseguite di vecchie e croniche malattie per l’effetto subitaneo salutare di un accesso di collera. Ma la collera non meno all’anima, secondo i dottori, che al corpo è nociva, e non meno alla morale che alla intellettuale perfezione. Alla morale, quando dissero:Dio stesso è preso a vile dall’iracondo, Afillù schehinà ena hasciubà chenegdò; quando aggiunserotanto empio essere lo iracondo quanto lo idolatra; quando insegnarono sommo antidoto al peccato il non adirarsi. Che diremodegli effetti sull’intelletto? Peressi l’iracondo non potrà mai istruire, e questo notate trovarsi in Abot, vale a dire nel Codice deiHasidim, e sommamente confacente al genio studioso e contemplativo degli Esseni. Per essila collera mette in bando la scienza, e intorpidisce lo intelletto.—Per essi Mosè stesso non si sottrasse da questi effetti della collera e vide venir meno il suo saper rivelato dopo un moto di sdegno.—Per essi, e ciò più davvicino s’attiene alla società degli Esseni, se tra le due scuole rivali diSciammaiedIllella seconda prevalse qual norma suprema in Israel, egli è perchè tra le altre virtù della scuola Illeliana, quella splendeva massimamente di una mansuetudine a tutta prova; fatto di gran rilievo, se ponete mente come la mansuetudine degliIllelianie il carattere opposto deiSciammaitinon siano, a ciò che pare, un fenomeno accidentale, ed uno scherzo del caso, ma parte integrale del loro genio speciale, poichè rimonta ai due grandi fondatori di ambo le scuole; e la docile natura degliIllelianicome il genio severo e sdegnoso deiSciammaitisi vedono già spuntare in tutta la loro interezza nel docilissimo e mansuetissimoIllelcome nello sdegnoso e severoSciammai.—Ma se ciò è già molto per condurci bel bello dalle idee farisaiche alla società, alle leggi dell’Essenato, un passo più grande avrem compito quando ricordato avremo ciò che si legge inSciabbata proposito della mansuetudineIlleliana. Fra poco, quando toccheremo dellacolleraqual aborrita passione daiCabbalisti, vedremo le prove che i più venerandi tra essi imponevano ai nuovi venuti, contro la passione odiatissima in tempi in cui le dottrine loro erano chiuse ancora in istrettissimo cerchio, e che di uno o due secoli precedono ilMilledell’Èra Volgare. Ma dall’8 o 900 dell’Era Cristiana ai giorni dell’antico Illel corrono più di mille anni,e nonostante vi è un fatto narrato nel Talmud Babilonico nel 2º diSciabbatin cui, ove tu guardi con occhio fermo penetrante e scevro di pregiudizj, non potrai non ravvisare le fattezze comuni, alle posteriori prove dei Cabbalisti, alle prove più antiche che imposero certo gliEsseniai loro seguaci.—Ma io però lo confesso, il mio modo d’intendere il fatto in discorso immensamente si dilunga da quello che fu ammesso sin’ora dai chiosatori; e s’egli è vero, com’è verissimo, che a niuno sia interdetto proporre nuovi e più acconci sensi alla parola tradizionale, altro non resta, per assicurare il trionfo del vero, se non vedere ove più sia di ragione, di critica, di plausibilità, di carattere storico. Il fatto in discorso è ovvio e trito fatto tra i Talmudisti. Sono due uomini, dice laBarraità, che scommettono di venire a capo della pazienza e mansuetudini Illeliane; che prendono tutte le loro misure per riuscirgli in mille modi importuni, che scelgono un giorno di venerdì mentre Illel si radeva i capelli, che bussano alla porta sua e con gran pressa chiedono se a caso vi fosse Illel. E Illel, che ricompostosi in fretta gli esce incontro festoso, che chiede a loro che cosa desiino; sono essi che gli propongono una serie di domande degnissime di nota, in quanto preludono alla bellissima moderna scienzaetnografica, vale a dire allo studio dei popoli in relazione alla regione da essi abitata, e di cui, se io non erro, solo in Aristotile si vede tra gli antichi un primo albore.—Ma queste domande sono fatte adIllelin guisa che un moto ne provochino d’impazienza, una parola, un accento; perchè fatte dopo iterato congedo, con intervallo dall’una all’altra, e coi ripetuti preamboli ad ogni novella domanda. Ma nè moto, nè accento, nè segno alcuno dà a divedereIlleld’animo concitato, ma sempre a metà raso accorse alla porta, sempre dolce favella, col nomedi figlio sempre li chiama, sempre cortese risponde, e non solo cortese, ma ragionevole e sapiente, come mi fu dato osservare non so se più lieto o sorpreso, in guisa che mille offre analogie colle soluzioni che Aristotele stesso, se non erro, nellaPolitica, propone agli stessi problemi.—Lo dissi e lo ripeto, il senso storico ch’io veggo nel fatto diSciabbat, non è quello che tutti intesero i chiosatori finoggi, e forse gli ultimi compilatori del Talmud che tanto vissero lontani e dai luoghi e dai tempi dell’anticoIllel, non si addarono o poco del carattere verace del fatto narrato, ed in guisa lo presentarono che nè mostra in essi una coscienza chiara luminosa del suo vero senso, nè è capace nemmeno d’ingenerarla ad una lettura superficiale, e senza il concorso di dati, di elementi estratalmudici. Pure io non m’astenni nè mi astengo dal proporvelo, sì perchè è principio di critica liberalissimo nei nostri studj—potere ognuno liberamente discutere sul senso talmudico—, sì perchè se non al tutto andava errato Ernesto Renan, quando disse potere la ebraica filologia moderna più e meglio penetrare la biblica intelligenza che non i secoli per avventura men dall’origine discosti, egli è certo però che, vuoi nella Bibbia, vuoi nei Dottori, questo fatto si verifica allora, e solo allora che il nuovo senso è tratto dall’Emporio tradizionale che è la corrente perenne ed il pensiero intimo nazionale, che precede, accompagna e segue tutte le opere scritte, l’atmosfera in cui nuotano, la luce in cui sono rischiarate. Nel giro tradizionale la ragione ha libero il moto, libera scelta, libera adozione, e mentre gli è dato produrre ivi quel giro con quei dati, con quegli elementi, tutte le combinazioni, tutte le forme, le figure possibili, che sonoScibghim Panim, e l’immensoPoligonodi cui favellano i Dottori, non può a buon dirittocrearenè nuovi dati, nè nuovi elementi appuntocome nella materia, ove libero s’esercita nel combinare incessante l’ingegno del chimico, ma in cui vano sarebbe tentare la creazione eziandio di un atomo.—Sendo il corpo e l’idea, la materia fisica e la materia idealecampoelimitenel tempo stesso alla ragione dell’uomo,—campo ove libero si muove—limite ove libero si ferma, e campo e limite adombrati nel bel vocaboloGhebul, che con mirabile sinonimia significa a un tempolimiteecampo.Noi però siamo ancora nei confini del puro e semplice farisaismo talmudico. Prima di passare alla più speciale considerazione del farisaismo cabbalistico, che è quello con cui in ispecial modo s’identifica la società degliEsseni, mestieri è che di due altri rilevantissimi cenni favelliamo altresì, tratti dal seno del farisato talmudico, e che serviranno di naturalissima transizione al campo alla scuola più speciali del farisato cabbalistico. Questi cenni non sono di eguale significanza, troppo il secondo sovrastando, come agevole comprenderete. È il primo una frase che precede una sentenza, che non ha guari udivate quando per sommo preservativo al peccato additavano i dottori l’allontanamento dall’Ira,Lò tirtah velò tehetà. E il nome del dottore, a cui si dirige l’insegnamento e il titolo diHasidche reca manifesto e che non troppo frequente ritorna nelle pagine talmudiche,Rab Sallà Hasida. Ma che cosa è il nome del dottore ammonito di fronte a quello di chi ammonisce;—che cosa èRab Sallà Hasidadi fronte al nome diElia, del profeta immortale che di un balzo leva la mente a una visione semiprofetica, che ci rapisce di un tratto nel vero e naturale orizzonte dell’Essenato, delle sue visioni, della sua vita contemplativa, che un nuovo anello ci porge tra i due istituti, tra Esseni e Cabbalisti, nelle comuni visioni, nelle comuni apparizioni diElia profeta; e che dopo avere insieme stretti Esseni e Cabbalisti, insieme poi gli radica, li riappicca nelle più vive e pure fonti del farisato antichissimo. Oso dire che lo incontro di questi nomi diEliaeRab Sallà Hasida, è lo incontro di due idee che insieme si spiegano, s’illustrano di bellissima luce, la quale poi è levata a grado ancor maggior di potenza dall’oggetto istesso che pone a fronte i due individui; oggetto, legge, precetto essenico per eccellenza, l’orrore, l’esecrazione della collera. E questo, come vedete, è già transito facilissimo dal puro e semplice farisato al farisato cabbalistico, in quanto ne porge nel titolo diHasidnell’incontro delloEssenaconElia, e sopratutto nell’idea che li pone a contatto, altrettanti sbocchi e riuscite naturalissime alla più speciale scuola dei Cabbalisti.Ma che parlare di questi transiti, quando una via regia ci si para dinanzi nello stesso Talmud? Formiamo secondo il solito un voto, e vediamo se sarà adempito. Imaginiamo che cosa di più preciso, di più parlante potremmo desiderare nel Talmud, che nell’odio stesso alla passione dell’ira ci offrisse un mezzo nuovo d’identificareCabbalistiedEsseni.—Diciamo a noi stessi: Se il Talmud suppone, come non è dubbio, una scienza segreta acroamatica che si chiama oraSitrè torà, oraMaase Mercabà, oraPardes, ora la trasmissione del nomeMesirat ascem; s’egli è vero, come dicemmo le tante fiate, che quella scienza, quella scuola segreta, è la scienza e la scuola dell’Essenato; se è provato come gli Esseni imponessero la fuga dell’ira qual morale apparecchio indispensabile alle dottrine gelose; se in pari modo l’imposero i Cabbalisti; se l’uno e l’altro sono quegli stessi nel Talmud designati, come cultori delPardes, dellaMercabà, deiSitrètòrào qual altro nome si abbia la riposta teologia; in una parola se il sistemanostro non è bugiardo, che cosa dovrà trovarsi nel Talmud? Dovrà trovarsi, se non erro, la fuga, l’astensione, l’orrore della collera qual condizione impreteribile alla comunicazione dellaMercabà, deiSitrè toràe sopratutti deiNomisacrosanti che tanto gelosamente vedemmo custoditi eziandio dagli Esseni. Questo, nulla di più nulla di meno, dovremo trovare nel Talmud, ed ove realmente si trovi, ed ove l’ira vi sia additata qual sommo ostacolo da superare nello ingresso delPardès, o la logica e la critica non sono più che nomi privi di senso, o il sistema nostro riluce di nuovo, d’inusitato fulgore. Ora l’ipotesi escogitata in desiderio è una bella e preziosa realità. È un testo chiarissimo e luminosissimo inKedduscinove aperto s’impongono fra le altre, qual condizione indispensabile alla comunicazione dei nomi divini, l’età virile, e poila fuga dell’ira. Queste parole non hanno bisogno di chiose perchè troppo eloquenti depongono in favor nostro. Egli è per ciò che per la porta che dischiudono, pel passaggio che ci offrono alle idee cabbalistiche, noi entreremo difilati ad udire dalle costoro labbra non meno solenne ed esplicita la condanna dell’Ira. Ora delZoare del suo attestato. Chiede ilZoara qual segno si debba cercare o fuggire la compagnia di un uomo, e risponde: nell’ira.Se l’anima santaei dice,custodisce illesa nell’ira, se non la divelle dal suo riposo, se in luogo suo non vi pone un Dio alieno, un idolo, questi è l’uomo perfetto, questi è il servo fido al suo Signore, ma ove fosse al contrario, ci sarà l’uomo ribelle al suo Signore, ed a cui (notate le seguenti parole che l’idea ci destano deiHabrajàZoaristici che rispondono, come dissi altra volta, ai socj dell’Essenato),ed a cui è interdetto avvicinarsi nè con esso associarsi. Ma ciò che altrove dice loZoarmerita più attenzione.—Dopo aver chiamato, come udiste, la colleravera idolatria,Èl Zar, Sitrà okarà, conclude con parole che, oso dire, sono a parer mio un lampo vivissimo di luce che progettandosi a traverso i secoli frapposti sulle antiche linee del grand’Essenato, ce ne fa cogliere in un amplesso istantaneo di luce le vere fattezze e i fili segreti che lo congiungono agli uomini, alle teorie delZoar. E per comprendere questo tratto di luce, due parole d’indispensabile prefazione. Ricordatevi di un fatto, e questo fatto sarà la chiave con cui potrete penetrare nell’intelligenza delZoar. Il fatto e l’uso che abbiam veduto presso gliEssenidi cibarsi cotidianamente di pane azzimo, e questo è il punto di partenza.—Ma ciò non basterebbe senza che una idea intermedia non venisse a stringere, a legare tra essi l’uso essenico del pane azzimo e parole che udirete delZoar, e questa idea è idea farisaica per eccellenza, è il lievito preso, considerato qual simbolo naturalissimo di ogni passione che suonitumore,gonfiezza, la collera, la superbia particolarmente.—Da questo punto di vista, con questo duplice filo alla mano, udite le parole delloZoara cui accennava. La fuga dell’ira era l’oggetto delle più calde sue esortazioni. Per mostrare l’Ira qual vera e propria idolatria, ilZoarinvoca l’autorità della Bibbia, e per ciò, ei dice, egli è scritto:Eloè Massehà lò taase lah, e poi si legge immediatamente:Et kag amazzot tismor. Ma che intenda loZoarcon queste parole, qual rapporto abbia l’idolatria colkag amazot, qual rapporto abbiano ambedue col soggetto in discorso, coll’Ira; nè ilZoarlo dice, nè i più autorevoli commentatori lo spiegano, nè troppo parmi suoni agevole a comprendersi.—Solo ha un senso se ci torniamo alla mente e l’uso essenico di cibarsi di pane azzimo, e il simbolo dellievitoqual espressione di collera e superbia. Premessi i due fatti ricordati, quanto non riesce piano e naturale il ragionamento delloZoar! Ei vede nella Contiguità ossiaSemikutdei due comandi il cenno del principio suo favorito.—L’iroso essere idolatra—; egli vede il testo esordire colla idolatria materiale esteriore, sensibile nell’Eloè masseha, e senza sbalzo e senza lacuna proseguire nella idea stessa d’idolatria, non più fisica certo ed esteriore, ma morale e interna nel divieto di ogni lievito,Et kag amazot; ch’è quanto dire, oltre il suo senso positivo e letterale, lo schifo, la fuga della collera, della superbia da cui gli Esseni si guardavano, e in figura e in realtà; in figura coll’odio che ispiravano per la passione dell’ira, in realtà colla massima estensione che davano al precetto in discorso, cibandosi, come vedemmo in fatto che si cibavano, cotidianamente di pane azzimo. IlZoarcon una frase suppone, e la significanza simbolica del lievito qual simbolo di collera, e ci addita al tempo stesso la via per la quale poterono gli Esseni allargare il precetto in discorso sino a formarne regola comune ordinaria di loro vita. Ora dagli antichi ai più moderni Cabbalisti trapassando, seguiamo di queste idee le vestigia sempre più manifeste. Non solo per essi le virtù alla collera opposte, la dolcezza, la mansuetudine, la sopportazione delle ingiurie, sono apparecchio a ricevere lo spirito divino, sono anzi i più eloquenti maestri della scienza riposta; non solo si legge in nome dei più antichi Cabbalisti quai furono iCichittiliaspagnuoli; non solo eglino stessi dicono averlo trovato scritto nei libri dei Cabbalisti, che meritarono di pervenire alla scienza divina; non solo, dico, per essi uno dei preliminari più grandi e più necessarj è la sopportazione delle ingiurie, è la fuga della collera ma ciò che più monta, è quello che segue, ove risalendo a un’epoca antichissima, al mille dell’Era volgare, vediamo la prova contro la collera prevaler qual uso tra i più grandi deiCabbalisti. E grandi invero sono per esempioRabbi Jeuda chasid, più antico di Rasci, e grande non meno il maestro suoRabbi Jaacob Eschenazi. E dell’uno e dell’altro ecco ciò che si legge nelRescit Kokmà, libro prezioso non solo per la dottrina morale, ma per i frammenti e le memorie di gran lunga più antiche che di frequente racchiude:—«Avvenne che il hasid Rabbi Jacob Eschenazi, che era straordinariamente erudito nella scienza(intendi la Teosofia oscienza per antonomasia),volendo insegnare la sua dottrina a Rabbi Jeudà chasid, provollo prima riguardo alla collera.—» Ma ciò è poco rispetto a quello che segue: «Ed era tradizionale costume appo loro(intendi Teosofi)di non trasmettere la scienza, se non a chi provato essendo negli effetti dell’ira, non s’adirasse. Ora fu provato pertanto R. Jeudà chasid il quale, per molte volte riuscito vittorioso, la settima però restò soccombente.» Queste parole brillano di una luce propria innegabile, nè bisogno hanno di venire illustrate, ogni parola o comento non facendo che oscurarle. Solo piacemi additarvi un punto, non men bello nè luminoso, ma che nel fulgore dell’insieme potrebbe sfuggirvi, come le stelle si ecclissano alla luce del sole. Ed è l’epitetoHasidinvariabilmente appiccato al nome dei due Cabbalisti, del dottore e dell’addottrinato delHasid R. Jacob Eschenazi, il maestro; e delhasid R. Jeudàsuo discepolo. Se tutte queste cose sono a caso, io mi taccio; e solo dirò che se ciò è a caso, non è più assurda quella ipotesi che altri mise in campo per provare la necessità di un ordinatore del mondo, e che non è più impossibile che imborsando tutte le parole del vocabolario latino ed estraendole ad una ad una, ne venga fuori il capo d’opera della letteratura latina,L’Eneide di Virgilio.—Se il caso può partorire le armonie che vediamo nello studio degliEsseni, non v’è nulla di assurdo che possa fare ancora il prodigio indicato.
La seconda parte della Storia dell’essenico culto, quella che riguarda gli abiti e le virtù della setta, ci occupava nelle precedenti lezioni, e ci occuperà eziandio nella presente. E particolarmente diremo delle virtù per cui andavan distinti.—Quando parlammo delle dottrine degli Esseni, toccammo altresì della loro morale, e i principj indicammo speculativi dei loro costumi.—Ora dobbiamo dire in ispecie di quelli che a se medesimi si riferiscono, e che hanno principio e termine nell’uomo interiore.—Quando vollero gli Esseni insegnare la legge generale di ogni virtù personale, dissero che la maggiore tra esse virtù, la più generale, la più comprensiva consista nel domare le proprie passioni, nell’imperio di se medesimo. E se l’illustre signor Munk, il quale ci narra degli Esseni la morale suprema, si fosse dei Farisei ricordato, e delle sentenze in ispecie consegnate inAbot, trovato avrebbe la formula essenica in quel dettato degli antichi padri,ezeu ghibbor accobes et izrò, come in altri moltissimi forse anco più espressivi, che qui lungo saria ricordare.
Ma se ogni rea passione volevano domata, ve n’era una che più ispirava orrore agli Esseni, e che credevano il più grande nemico da superare; e questa era lacollera. Nè potrebbe essere diversamente, se i Pitagoricisono gli Esseni del Gentilesimo, come gli Esseni i Pitagorici dell’Ebraismo, al dir di Giuseppe, niuna passione più dellacolleradoveva essere da loro abominata. La quale vincere era còmpito particolare di ogni buon Pitagorico; e tanto innanzi vennero i seguaci di Pitagora nel conseguimento di questa virtù, che la memoria restonne celebre nei filosofici annali, e che Carlo Ritter non temeva di asserire:Le triomphe des Pythagoriciens sur la colère est célèbre.
Mostrato abbiamo la verità dell’asserto flaviano,la pitagorica parentela; sarà d’uopo che la bontà proviamo ora del nostro sistema? Secondo il quale, e voi il sapete, oltre l’origine che con tutte le ebraiche scuole vanta l’Essenato, comune nell’epoche e nelle opere della Bibbia, più specialmente s’identifica, a parer mio, colla grande scuola dei Farisei, e in questa stessa segnatamente, colla frazione più eletta deiTeosofioCabbalisti. Or bene, se il nostro sistema non è erroneo, la collera dovrà apparirci esecrata non solo nei libri biblici, ma nei farisaici e cabbalisti eziandio; anzi in quest’ultimi specialmente un carattere particolare dovrà assumere, che meglio consuoni col genio e colle virtù degli Esseni, mostrandoci l’ira avversa specialmente a quella eccellenza contemplativa, a quella santità e purezza di speculazione ch’era il più proprio e più grato officio dei gran solitarj. Io oso dire che tutti i tratti anzidetti escogitati soltanto in desiderio si verificano storicamente a cappello. Non dirò lungamente della Bibbia, la quale siccome libro popolare e soterico non mira, almeno esteriormente, che alla morale o sociale pervezione dello individuo, e solo per via di accenni allude, di tratto in tratto, ai lati più nobili e segreti della umana coscienza, all’intelletto, alle sue leggi, al suo culto, alle dottrine che ne formano lo alimento. Purela Bibbia, i Proverbi in particolare ci presentano la collera, non certo sotto quei varj, moltiformi e veracissimi punti di vista, sotto cui i dottori la presentano nei loro libri, ma sempre quale passione esiziale all’uomo sociale, al suo corpo, ai suoi amici, ai suoi interessi, al suo onore. Ma i dottori vengono, e le parole bibliche, e i fatti stessi, come quadri, dalle tenebre sottratte, acquistano luce colore verità e merenza. Vengono i dottori, e la collera non solo è predicata micidialissima all’uomo corporeo, come la Bibbia stessa pareva indicarlo, come la Storia e la Medicina concordi lo attestano, ma, siccome non è vero scientifico che non abbia il suo limite in un vero contrario, così non tardarono a trovare nella collera stessa un farmaco alla salute, quando la fiamma onde l’anima s’avvampa, è accesa, dicono essi, non già nel fuoco d’inferno, ultima e vile teoria,Zoamàdell’igneo torrente,Near di Nurche traversa il Creato, ma in quello puro della celeste scaturigine, vale a dire nello sdegno generoso a difesa del vero, dacchè, per un concetto bellissimo, l’Inferno stesso pigli origine dal Cielo, e il fuoco che vi consuona non sia altro che il sudore delleHajotch’estollono il trono di Dio, vale a dire la Cloaca massima dell’Universo.—Or quest’effetto terapico di una collera nobile generosa, la Medicina lo ha notato, e molte cure si notano, come asseriva il medico Dementi, conseguite di vecchie e croniche malattie per l’effetto subitaneo salutare di un accesso di collera. Ma la collera non meno all’anima, secondo i dottori, che al corpo è nociva, e non meno alla morale che alla intellettuale perfezione. Alla morale, quando dissero:Dio stesso è preso a vile dall’iracondo, Afillù schehinà ena hasciubà chenegdò; quando aggiunserotanto empio essere lo iracondo quanto lo idolatra; quando insegnarono sommo antidoto al peccato il non adirarsi. Che diremodegli effetti sull’intelletto? Peressi l’iracondo non potrà mai istruire, e questo notate trovarsi in Abot, vale a dire nel Codice deiHasidim, e sommamente confacente al genio studioso e contemplativo degli Esseni. Per essila collera mette in bando la scienza, e intorpidisce lo intelletto.—Per essi Mosè stesso non si sottrasse da questi effetti della collera e vide venir meno il suo saper rivelato dopo un moto di sdegno.—Per essi, e ciò più davvicino s’attiene alla società degli Esseni, se tra le due scuole rivali diSciammaiedIllella seconda prevalse qual norma suprema in Israel, egli è perchè tra le altre virtù della scuola Illeliana, quella splendeva massimamente di una mansuetudine a tutta prova; fatto di gran rilievo, se ponete mente come la mansuetudine degliIllelianie il carattere opposto deiSciammaitinon siano, a ciò che pare, un fenomeno accidentale, ed uno scherzo del caso, ma parte integrale del loro genio speciale, poichè rimonta ai due grandi fondatori di ambo le scuole; e la docile natura degliIllelianicome il genio severo e sdegnoso deiSciammaitisi vedono già spuntare in tutta la loro interezza nel docilissimo e mansuetissimoIllelcome nello sdegnoso e severoSciammai.—Ma se ciò è già molto per condurci bel bello dalle idee farisaiche alla società, alle leggi dell’Essenato, un passo più grande avrem compito quando ricordato avremo ciò che si legge inSciabbata proposito della mansuetudineIlleliana. Fra poco, quando toccheremo dellacolleraqual aborrita passione daiCabbalisti, vedremo le prove che i più venerandi tra essi imponevano ai nuovi venuti, contro la passione odiatissima in tempi in cui le dottrine loro erano chiuse ancora in istrettissimo cerchio, e che di uno o due secoli precedono ilMilledell’Èra Volgare. Ma dall’8 o 900 dell’Era Cristiana ai giorni dell’antico Illel corrono più di mille anni,e nonostante vi è un fatto narrato nel Talmud Babilonico nel 2º diSciabbatin cui, ove tu guardi con occhio fermo penetrante e scevro di pregiudizj, non potrai non ravvisare le fattezze comuni, alle posteriori prove dei Cabbalisti, alle prove più antiche che imposero certo gliEsseniai loro seguaci.—Ma io però lo confesso, il mio modo d’intendere il fatto in discorso immensamente si dilunga da quello che fu ammesso sin’ora dai chiosatori; e s’egli è vero, com’è verissimo, che a niuno sia interdetto proporre nuovi e più acconci sensi alla parola tradizionale, altro non resta, per assicurare il trionfo del vero, se non vedere ove più sia di ragione, di critica, di plausibilità, di carattere storico. Il fatto in discorso è ovvio e trito fatto tra i Talmudisti. Sono due uomini, dice laBarraità, che scommettono di venire a capo della pazienza e mansuetudini Illeliane; che prendono tutte le loro misure per riuscirgli in mille modi importuni, che scelgono un giorno di venerdì mentre Illel si radeva i capelli, che bussano alla porta sua e con gran pressa chiedono se a caso vi fosse Illel. E Illel, che ricompostosi in fretta gli esce incontro festoso, che chiede a loro che cosa desiino; sono essi che gli propongono una serie di domande degnissime di nota, in quanto preludono alla bellissima moderna scienzaetnografica, vale a dire allo studio dei popoli in relazione alla regione da essi abitata, e di cui, se io non erro, solo in Aristotile si vede tra gli antichi un primo albore.—Ma queste domande sono fatte adIllelin guisa che un moto ne provochino d’impazienza, una parola, un accento; perchè fatte dopo iterato congedo, con intervallo dall’una all’altra, e coi ripetuti preamboli ad ogni novella domanda. Ma nè moto, nè accento, nè segno alcuno dà a divedereIlleld’animo concitato, ma sempre a metà raso accorse alla porta, sempre dolce favella, col nomedi figlio sempre li chiama, sempre cortese risponde, e non solo cortese, ma ragionevole e sapiente, come mi fu dato osservare non so se più lieto o sorpreso, in guisa che mille offre analogie colle soluzioni che Aristotele stesso, se non erro, nellaPolitica, propone agli stessi problemi.—Lo dissi e lo ripeto, il senso storico ch’io veggo nel fatto diSciabbat, non è quello che tutti intesero i chiosatori finoggi, e forse gli ultimi compilatori del Talmud che tanto vissero lontani e dai luoghi e dai tempi dell’anticoIllel, non si addarono o poco del carattere verace del fatto narrato, ed in guisa lo presentarono che nè mostra in essi una coscienza chiara luminosa del suo vero senso, nè è capace nemmeno d’ingenerarla ad una lettura superficiale, e senza il concorso di dati, di elementi estratalmudici. Pure io non m’astenni nè mi astengo dal proporvelo, sì perchè è principio di critica liberalissimo nei nostri studj—potere ognuno liberamente discutere sul senso talmudico—, sì perchè se non al tutto andava errato Ernesto Renan, quando disse potere la ebraica filologia moderna più e meglio penetrare la biblica intelligenza che non i secoli per avventura men dall’origine discosti, egli è certo però che, vuoi nella Bibbia, vuoi nei Dottori, questo fatto si verifica allora, e solo allora che il nuovo senso è tratto dall’Emporio tradizionale che è la corrente perenne ed il pensiero intimo nazionale, che precede, accompagna e segue tutte le opere scritte, l’atmosfera in cui nuotano, la luce in cui sono rischiarate. Nel giro tradizionale la ragione ha libero il moto, libera scelta, libera adozione, e mentre gli è dato produrre ivi quel giro con quei dati, con quegli elementi, tutte le combinazioni, tutte le forme, le figure possibili, che sonoScibghim Panim, e l’immensoPoligonodi cui favellano i Dottori, non può a buon dirittocrearenè nuovi dati, nè nuovi elementi appuntocome nella materia, ove libero s’esercita nel combinare incessante l’ingegno del chimico, ma in cui vano sarebbe tentare la creazione eziandio di un atomo.—Sendo il corpo e l’idea, la materia fisica e la materia idealecampoelimitenel tempo stesso alla ragione dell’uomo,—campo ove libero si muove—limite ove libero si ferma, e campo e limite adombrati nel bel vocaboloGhebul, che con mirabile sinonimia significa a un tempolimiteecampo.
Noi però siamo ancora nei confini del puro e semplice farisaismo talmudico. Prima di passare alla più speciale considerazione del farisaismo cabbalistico, che è quello con cui in ispecial modo s’identifica la società degliEsseni, mestieri è che di due altri rilevantissimi cenni favelliamo altresì, tratti dal seno del farisato talmudico, e che serviranno di naturalissima transizione al campo alla scuola più speciali del farisato cabbalistico. Questi cenni non sono di eguale significanza, troppo il secondo sovrastando, come agevole comprenderete. È il primo una frase che precede una sentenza, che non ha guari udivate quando per sommo preservativo al peccato additavano i dottori l’allontanamento dall’Ira,Lò tirtah velò tehetà. E il nome del dottore, a cui si dirige l’insegnamento e il titolo diHasidche reca manifesto e che non troppo frequente ritorna nelle pagine talmudiche,Rab Sallà Hasida. Ma che cosa è il nome del dottore ammonito di fronte a quello di chi ammonisce;—che cosa èRab Sallà Hasidadi fronte al nome diElia, del profeta immortale che di un balzo leva la mente a una visione semiprofetica, che ci rapisce di un tratto nel vero e naturale orizzonte dell’Essenato, delle sue visioni, della sua vita contemplativa, che un nuovo anello ci porge tra i due istituti, tra Esseni e Cabbalisti, nelle comuni visioni, nelle comuni apparizioni diElia profeta; e che dopo avere insieme stretti Esseni e Cabbalisti, insieme poi gli radica, li riappicca nelle più vive e pure fonti del farisato antichissimo. Oso dire che lo incontro di questi nomi diEliaeRab Sallà Hasida, è lo incontro di due idee che insieme si spiegano, s’illustrano di bellissima luce, la quale poi è levata a grado ancor maggior di potenza dall’oggetto istesso che pone a fronte i due individui; oggetto, legge, precetto essenico per eccellenza, l’orrore, l’esecrazione della collera. E questo, come vedete, è già transito facilissimo dal puro e semplice farisato al farisato cabbalistico, in quanto ne porge nel titolo diHasidnell’incontro delloEssenaconElia, e sopratutto nell’idea che li pone a contatto, altrettanti sbocchi e riuscite naturalissime alla più speciale scuola dei Cabbalisti.
Ma che parlare di questi transiti, quando una via regia ci si para dinanzi nello stesso Talmud? Formiamo secondo il solito un voto, e vediamo se sarà adempito. Imaginiamo che cosa di più preciso, di più parlante potremmo desiderare nel Talmud, che nell’odio stesso alla passione dell’ira ci offrisse un mezzo nuovo d’identificareCabbalistiedEsseni.—Diciamo a noi stessi: Se il Talmud suppone, come non è dubbio, una scienza segreta acroamatica che si chiama oraSitrè torà, oraMaase Mercabà, oraPardes, ora la trasmissione del nomeMesirat ascem; s’egli è vero, come dicemmo le tante fiate, che quella scienza, quella scuola segreta, è la scienza e la scuola dell’Essenato; se è provato come gli Esseni imponessero la fuga dell’ira qual morale apparecchio indispensabile alle dottrine gelose; se in pari modo l’imposero i Cabbalisti; se l’uno e l’altro sono quegli stessi nel Talmud designati, come cultori delPardes, dellaMercabà, deiSitrètòrào qual altro nome si abbia la riposta teologia; in una parola se il sistemanostro non è bugiardo, che cosa dovrà trovarsi nel Talmud? Dovrà trovarsi, se non erro, la fuga, l’astensione, l’orrore della collera qual condizione impreteribile alla comunicazione dellaMercabà, deiSitrè toràe sopratutti deiNomisacrosanti che tanto gelosamente vedemmo custoditi eziandio dagli Esseni. Questo, nulla di più nulla di meno, dovremo trovare nel Talmud, ed ove realmente si trovi, ed ove l’ira vi sia additata qual sommo ostacolo da superare nello ingresso delPardès, o la logica e la critica non sono più che nomi privi di senso, o il sistema nostro riluce di nuovo, d’inusitato fulgore. Ora l’ipotesi escogitata in desiderio è una bella e preziosa realità. È un testo chiarissimo e luminosissimo inKedduscinove aperto s’impongono fra le altre, qual condizione indispensabile alla comunicazione dei nomi divini, l’età virile, e poila fuga dell’ira. Queste parole non hanno bisogno di chiose perchè troppo eloquenti depongono in favor nostro. Egli è per ciò che per la porta che dischiudono, pel passaggio che ci offrono alle idee cabbalistiche, noi entreremo difilati ad udire dalle costoro labbra non meno solenne ed esplicita la condanna dell’Ira. Ora delZoare del suo attestato. Chiede ilZoara qual segno si debba cercare o fuggire la compagnia di un uomo, e risponde: nell’ira.Se l’anima santaei dice,custodisce illesa nell’ira, se non la divelle dal suo riposo, se in luogo suo non vi pone un Dio alieno, un idolo, questi è l’uomo perfetto, questi è il servo fido al suo Signore, ma ove fosse al contrario, ci sarà l’uomo ribelle al suo Signore, ed a cui (notate le seguenti parole che l’idea ci destano deiHabrajàZoaristici che rispondono, come dissi altra volta, ai socj dell’Essenato),ed a cui è interdetto avvicinarsi nè con esso associarsi. Ma ciò che altrove dice loZoarmerita più attenzione.—Dopo aver chiamato, come udiste, la colleravera idolatria,Èl Zar, Sitrà okarà, conclude con parole che, oso dire, sono a parer mio un lampo vivissimo di luce che progettandosi a traverso i secoli frapposti sulle antiche linee del grand’Essenato, ce ne fa cogliere in un amplesso istantaneo di luce le vere fattezze e i fili segreti che lo congiungono agli uomini, alle teorie delZoar. E per comprendere questo tratto di luce, due parole d’indispensabile prefazione. Ricordatevi di un fatto, e questo fatto sarà la chiave con cui potrete penetrare nell’intelligenza delZoar. Il fatto e l’uso che abbiam veduto presso gliEssenidi cibarsi cotidianamente di pane azzimo, e questo è il punto di partenza.—Ma ciò non basterebbe senza che una idea intermedia non venisse a stringere, a legare tra essi l’uso essenico del pane azzimo e parole che udirete delZoar, e questa idea è idea farisaica per eccellenza, è il lievito preso, considerato qual simbolo naturalissimo di ogni passione che suonitumore,gonfiezza, la collera, la superbia particolarmente.—Da questo punto di vista, con questo duplice filo alla mano, udite le parole delloZoara cui accennava. La fuga dell’ira era l’oggetto delle più calde sue esortazioni. Per mostrare l’Ira qual vera e propria idolatria, ilZoarinvoca l’autorità della Bibbia, e per ciò, ei dice, egli è scritto:Eloè Massehà lò taase lah, e poi si legge immediatamente:Et kag amazzot tismor. Ma che intenda loZoarcon queste parole, qual rapporto abbia l’idolatria colkag amazot, qual rapporto abbiano ambedue col soggetto in discorso, coll’Ira; nè ilZoarlo dice, nè i più autorevoli commentatori lo spiegano, nè troppo parmi suoni agevole a comprendersi.—Solo ha un senso se ci torniamo alla mente e l’uso essenico di cibarsi di pane azzimo, e il simbolo dellievitoqual espressione di collera e superbia. Premessi i due fatti ricordati, quanto non riesce piano e naturale il ragionamento delloZoar! Ei vede nella Contiguità ossiaSemikutdei due comandi il cenno del principio suo favorito.—L’iroso essere idolatra—; egli vede il testo esordire colla idolatria materiale esteriore, sensibile nell’Eloè masseha, e senza sbalzo e senza lacuna proseguire nella idea stessa d’idolatria, non più fisica certo ed esteriore, ma morale e interna nel divieto di ogni lievito,Et kag amazot; ch’è quanto dire, oltre il suo senso positivo e letterale, lo schifo, la fuga della collera, della superbia da cui gli Esseni si guardavano, e in figura e in realtà; in figura coll’odio che ispiravano per la passione dell’ira, in realtà colla massima estensione che davano al precetto in discorso, cibandosi, come vedemmo in fatto che si cibavano, cotidianamente di pane azzimo. IlZoarcon una frase suppone, e la significanza simbolica del lievito qual simbolo di collera, e ci addita al tempo stesso la via per la quale poterono gli Esseni allargare il precetto in discorso sino a formarne regola comune ordinaria di loro vita. Ora dagli antichi ai più moderni Cabbalisti trapassando, seguiamo di queste idee le vestigia sempre più manifeste. Non solo per essi le virtù alla collera opposte, la dolcezza, la mansuetudine, la sopportazione delle ingiurie, sono apparecchio a ricevere lo spirito divino, sono anzi i più eloquenti maestri della scienza riposta; non solo si legge in nome dei più antichi Cabbalisti quai furono iCichittiliaspagnuoli; non solo eglino stessi dicono averlo trovato scritto nei libri dei Cabbalisti, che meritarono di pervenire alla scienza divina; non solo, dico, per essi uno dei preliminari più grandi e più necessarj è la sopportazione delle ingiurie, è la fuga della collera ma ciò che più monta, è quello che segue, ove risalendo a un’epoca antichissima, al mille dell’Era volgare, vediamo la prova contro la collera prevaler qual uso tra i più grandi deiCabbalisti. E grandi invero sono per esempioRabbi Jeuda chasid, più antico di Rasci, e grande non meno il maestro suoRabbi Jaacob Eschenazi. E dell’uno e dell’altro ecco ciò che si legge nelRescit Kokmà, libro prezioso non solo per la dottrina morale, ma per i frammenti e le memorie di gran lunga più antiche che di frequente racchiude:—«Avvenne che il hasid Rabbi Jacob Eschenazi, che era straordinariamente erudito nella scienza(intendi la Teosofia oscienza per antonomasia),volendo insegnare la sua dottrina a Rabbi Jeudà chasid, provollo prima riguardo alla collera.—» Ma ciò è poco rispetto a quello che segue: «Ed era tradizionale costume appo loro(intendi Teosofi)di non trasmettere la scienza, se non a chi provato essendo negli effetti dell’ira, non s’adirasse. Ora fu provato pertanto R. Jeudà chasid il quale, per molte volte riuscito vittorioso, la settima però restò soccombente.» Queste parole brillano di una luce propria innegabile, nè bisogno hanno di venire illustrate, ogni parola o comento non facendo che oscurarle. Solo piacemi additarvi un punto, non men bello nè luminoso, ma che nel fulgore dell’insieme potrebbe sfuggirvi, come le stelle si ecclissano alla luce del sole. Ed è l’epitetoHasidinvariabilmente appiccato al nome dei due Cabbalisti, del dottore e dell’addottrinato delHasid R. Jacob Eschenazi, il maestro; e delhasid R. Jeudàsuo discepolo. Se tutte queste cose sono a caso, io mi taccio; e solo dirò che se ciò è a caso, non è più assurda quella ipotesi che altri mise in campo per provare la necessità di un ordinatore del mondo, e che non è più impossibile che imborsando tutte le parole del vocabolario latino ed estraendole ad una ad una, ne venga fuori il capo d’opera della letteratura latina,L’Eneide di Virgilio.—Se il caso può partorire le armonie che vediamo nello studio degliEsseni, non v’è nulla di assurdo che possa fare ancora il prodigio indicato.