LEZIONE TRENTESIMATERZA.

LEZIONE TRENTESIMATERZA.La prima parte della essenica vita, della essenica pratica, vuole essere qui terminata, la vita, la pratica religiosa.—Dopo i tempj, i sacrifizi, le preghiere studiate nella prima Lezione, dopo i sabati, le feste studiate nella successiva Lezione, vuolsi qui far menzione di due fatti che la storia degli Esseni ci ha tramandati, e che possono agevolmente in un fatto convertirsi. Riguardo al primo, l’essenico giuramento, non quello che lo iniziato pronunziava al suo ingresso, ma quello comune, ordinario, legale che si prestava innanzi ai giudici. Se stiamo a Giuseppe, gli Esseni reputavano spergiuro il giuramento istesso comunque veridico.—Giuseppe non si spiega di più, ma le analogie farisaiche, la legislazione ebraica del giuramento non solo spiegano, ma limitano e circoscrivono nei termini del vero, del verosimile l’asserzione di Giuseppe. Gli Esseni non possono avere considerato spergiuro quel sacramento prestato in modo legittimopro tribunali, ed in quei casi, in cui non solo la legge il consente ma imperiosamente lo esige. Se questi pure avessero involto gli Esseni nella comune riprovazione, se detto avessero colpevole un atto chiarito da Moisè innocente, e talvolta altresì doveroso, potrebbero più dirsi veraci Ebrei, come pure lo erano eminentemente i nostri Esseni? potuto avrebbero al tempo stessotributare quella venerazione stragrande all’uomo divinissimo che pur tributavano a segno, come dice Giuseppe, di proclamare sacrilego chiunque meno che reverente favellasse dell’uomo di Dio.—Che se la ragione, la storia, i fatti più ovvj escludono questa lata, assurda interpretazione di Flavio, che cosa resta nella sua asserzione? Nulla a parer mio che mai sia, non solo in grado sommo conciliabile colla legge e le tradizioni farisaiche, ma anche che da esse e solo da esse tragga luce ed intelligenza adequata. Restano i giuramenti insulsi comunque veridici, lo affermare con sacramento fatti notorj incontestati, di colonna marmorea, come dice il Talmud, che è di marmo, di fatti pubblici incontesi che sono avvenuti, e quella insomma molto diversa dal falso giuramento che reca il nome di vano ed insulso e si dice legalmenteSebuat Sciav. Ma questo stesso quanto non giova al nostro assunto! Se ricusato avessero gli Esseni la tradizione farisaica, se dello spirito dei dottori non fossero pieni, se una sola scuola non avessero con essi formato, avrebbero eglino col solo, col nudo testo alla mano, il giuratore insulso dichiarato spergiuro? Io ne dubito, e tanto più esiterei ad ammetterlo quanto più i testi sembrano favorire l’equivoco tra ilSciave ilSceker, e presentarle ambidue come identiche espressioni di un sol giuro. E se ogni altra prova mancasse, basterebbe questo fatto soltanto, basterebbe vedere la duplice versione del Decalogo servirsi sempre del vocaboloSciavnel quale non potrebbe non vedersi il vero spergiuro, il falso giuramento. Che se la sola tradizione, il solo farisaico può avere agli Esseni amministrata la legale nozione del giuramento insulso, che sarà poi ove nello stesso giuramento vero legittimo, necessario vedeste le due scuole porgersi amica la mano, e se i Farisei non disdicendo, come disdir non potevano, il giuramento legale, pure li vedesteristringere nei limiti che più poterono angusti. Se ne circoscrissero l’applicazione, ed anco nei casi indispensabili lo infamarono? Vi è un luogo d’oro nelTanchumàove il prescritto del Deuteronomio «ad esso ti attaccherai e pel suo nome giurerai» ove l’autorevole, il legittimo giuramento è a tali e tante condizioni subordinato, di morale, di religione, di virtù pellegrine, che pochi sarebbero coloro che nei secoli più perfetti ne sarebbero degni.E sono quelle che precedono il verso citato, ilpel nome suo giurerai.—Il timore di Dio nella sua più vasta e nobile significazione—il culto perfetto—l’attaccamento, l’amore in cui i dottori pongono il colmo della perfezione religiosa. Ecco secondo i dottori chi può impunemente subire del giuramento la prova. Ma oltre i limiti e la repugnanza nell’applicazione, oltre le condizioni di morale squisito imposte al giuramento,—i dottori nostri ai litiganti che invocavano in causa il giuramento, imposero il titolo infamante diResciaim,empj, e non solo tali li dissero sui loro libri, nel loro foro interiore, ma legale e pubblica sanzione dierono a questo titolo ingiurioso nel fôro esteriore, e lo dierono quando statuirono tra le formalità del giudizio civile, che dopo avere il giudice colla solenne formola delScuno vuoiMonitorio, intimato alla coscienza del giurante le gravi pene dalla legge sancite, e la voce del Sinai minacciosa ripetuta ancor una volta al cospetto dei litiganti, che ove, dico, le parti insistessero nullaostante nelle loro pretese, che tutti ad una voce intuonassero i presenti quel verso con cui Mosè allontanava dalle tende ribelli turbe innocenti e:Lungi, dicessero,lungi dalle tende di cotesti malvagi; nè vi appressate a cosa che loro spetti, affinchè involti non siate nel loro sterminio, volendo alludere alla colpa presunta di ambo le parti, colpa d’insulsoo di falso giuro, nel debitore, colpa d’irregolare procedimento e d’imprudente fiducia nel reclamante, e tutti e due causa più o meno colpevole della invisa e dolorosa necessità di giurare.E queste paionmi già abbastanza eloquenti antologie tra Farisei ed Esseni. Ma ciò che vado ad aggiungere è, oso dirlo, di bene altra importanza. Se ciò che prova la identità generica dell’Essenato colla scuola de’ Farisei, egli è, com’è veramente, di non lieve momento, che saranno quelle prove che distinguendo l’Essenato dal comune dei Farisei lo confondono, l’identificano specialmente con quella parte di essi che si dicono Cabbalisti? Se tra il silenzio del farisato talmudico e la formale e solenne asserzione del farisato cabbalistico, vedremo gli Esseni a questi ultimi associarsi e con essi alta e solenne levare la voce in favore di un principio, di un divieto, di una legge taciuta dei Farisei, non sarà egli il più bello, il più urgente, il più irrecusabile argomento in favor della identità propugnata? E che direste se questo singolare fenomeno si avverasse, se un divieto sconosciuto al Talmud, strano, paradossale eziandio secondo il Talmud, fosse dagli Esseni e insieme dai Cabbalisti, e da essi solo, solennemente affermato? E pure nulla di più vero, di più dimostrato. E pure, se ognuno volesse dire a sè stesso, tutto il valore della concordanza presente la identità essenico-cabbalistica, non sarebbe più un problema, e pure se questo fatto solo emergesse dal confronto delle due sètte, bastare dovrebbe a ingenerare grave sospetto d’identità, alla critica più severa. E questo fatto spicca luminoso in Giuseppe, in Filone e poi nel gran Codice Cabbalistico, nel libro delZoar. In Giuseppe quando interpreta il verso dell’Esodo Eloim lò tekallelquando vi trova, singolare a dirsi! il divieto di maledire, di bestemmiare eziandio i numi gentili. In Filone quando il verso stessonel modo istesso interpretando, ci trova il rispetto dovuto eziandio alle straniere divinità. E nelZoarinfine, in quel luogo d’oro oveR. Abbà, il compilatore stesso della grand’opera, scrive parole memorandissime che nessuno sospetterebbe potere trovare in libro così ascetico; e che perciò stesso si può credere informato di uno spirito di gretta, di meschina, di esclusiva osservanza. E pure quanto vaste e grandi sono le idee! E non solo la teoria il fatto viene ivi stesso a confermare ed attuare il principio; e la conferma e l’attuazione per felicissima coincidenza, è opera non di uno, disei dottori Cabbalisti, e tra questi più esplicito proclamator del principio, il dottore dei dottori, R. Simon Ben Johai. Io traduco e voi giudicate, e giudicando spero non troverete troppo enfatico il mio annunzio. DisseR. Abbà: «Ognuno che bestemmiato abbia lo suo Iddio, ricade sopr’esso il suo peccato. Vieni e vedi; quando furono gli Israeliti in Egitto, conobbero quei duci della natura che presiedono sopra i popoli universi, ed ognuno di essi fatto se n’era un Dio speciale. Quando furono a Dio stretti col vincolo della fede.—(vera etimologia di religione, come dice Cicerone, a ligando),ed appressolli Iddio al suo servigio, da quei numi si separarono ed avvicinaronsi alla fede suprema e santa. E perciò è scritto:Ognuno che bestemmiato abbia lo suo Iddio, ricade sovr’esso lo suo peccato; imperocchè comunque Iddii alieni siano cotesti, cionnonostante avendoli io costituiti a duci per governare la terra, chiunque bestemmi, o dispregi il nome loro, certo sovr’esso ricade il suo peccato, perciocchè miei servi e ministri sieno essi nel governo delle cose create: ma chiunque bestemmia il nome di Dio, non solo come gli altri iniquamente opera, ma la presente e la eterna morte sarà al suo fallir pena condegna. E questo è il principio ben chiaro, bene esplicito, bene eloquente, eper eccellenza essenico, come vedete, senza che io spenda altre parole per comentarlo. Ma io vi dissi che, per non comune ventura, alla teoria seguiva nelZoarimmediatamente la pratica, ed il fatto viene in buon punto a dare il più bel comento al principio. Ed eccolo testualissimo.R. Simone procedeva per via, e con esso erano R. Eliazar, R. Abbà, R. Hijà, R. Josè e R. Jeudà. Giunti che furono ad un laghetto di acqua(notate che leparole testuali sono orribilmente oscuree i più grandi interpreti eziandio confessano di andarci a tentoni), stese la mano R. Josè per raccogliere nel pugno acqua per bere, sendo egli assetato, ma preso da impazienza, forse per l’acqua melmosa, o perchè stette, come vogliono altri, per sdrucciolare:O Lago!sclamò,deh tu non fossi!—Dissegli R. Simone:Reo è il tuo parlare; ministro è questo della natura, e rea cosa è il vilipendere i ministri di Dio, e tanto meno si dee farlo, per quelle creature veracissime ch’esistono per legge del supremo imperante. Nel quale passo per cogliere tutti i preziosi reconditi documenti, mestieri è molte cose ricordare; ricordare il culto paganico dei fiumi e dei laghi, e meglio dei genj che ai fiumi e ai laghi presiedevano e in grazia del qual culto proibirono i dottori macellare animali di ogni maniera in riva all’acqua, quasi fosse omaggio prestato alle Najadi, e ai Tritoni; ricordare poi il culto in genere all’acqua prestato dagliArabicontemporanei che i dottori diconoCadriim; ricordare il conto grandissimo che gli Esseni facevano delle rive, lo spirito profetico che si sviluppa secondo i dottori più agevolmente sull’acque correnti, e di cui a dilungo parlammo; ricordare le acque, simbolo veneratissimo, come dicemmo in non remote lezioni, presso i Talmudisti, i Cabbalisti in ispecie; e soprattutto notare quel bel pensiero di R. Simon Ben Johai, che non è persino i più vili oggetti della natura corporea, su cui unraggio non si diffonda, benchè pallido e lontano, della gloria di Dio, nella quale tanto più davvicino si illustrano, si beatificano quelle che ilZoardiceCreature veraci, che vivono nella legge del Supremo Imperante, ch’è quanto dire gli Esseri Ideali, gli intelletti separati, come dicea la scolastica, i quali vivono in Dio come Paolo dissein Dio viviamo.Noi abbiamo conchiuso quanto a dir avevamo sul culto religioso degli Esseni, o per dir meglio di quella parte delle loro pratiche, che a Dio si riferisce. Però mestieri è che io ricordi, quando nelle primissime lezioni favellavamo dell’origine dell’istituto, molte cose discorse abbiamo al culto di Dio attinenti, che per non menare troppo a lungo la nostra istoria, o furono qui per brevità trapassate, o solo un cenno ne fu dato a rinnovarne la rimembranza. Fra questi sono gli Inni religiosi che la storia narra posseduti dai Terapeuti, che dicevano redati dai loro antichissimi, che cantavano, come vedemmo, nelle feste e nei pranzj, e di cui trovammo corrispondenza tra i Cabbalisti antichi e moderni, e specialmente in uno dei grandi protagonisti delZoar, nel figlio stesso diR. Simone Ben Johaiche non ilZoar, sarebbe poco, ma ilJeruscialmichiamaPajat e Carob. e Tannaj.Fra queste le danze sacre, non quelle dei Terapeuti di cui discorso abbiamo anche troppo ora a dilungo, ma quelle deiHasidim Veaosè Maasè, di cui favella laMisnà, che avevano a teatro le aule del tempio, quella diIllelche diceva danzandoIm aní can accol can, parole pregne rigurgitanti di sensi cabbalistici siccome vorrei dimostrarvelo, se l’ora lo consentisse; quelle che dice il Talmud meneranno gli spiriti beati intorno all’Eterno,Soledella vita, come laRosadantesca si muove in giro danzando intorno il sole degli angioli, come Dante diceva, e se più oltre volessimo spingere losguardo, le danze astronomiche degli antichi, siccome astronomiche erano quelle deiTerapeuti, quali raffigurano, dice Filone, nelle loro danze, udite bene una imagine dei cori e delle armonie celesti, lo che solo potremo intendere quando sapremo la Teoria deiPitagorici, coi quali tanto confonde e assimilaIlarioi nostriEsseni, e che vollero gli astri muoversi secondo le leggi della musica, e tra pianeta e pianeta viddero quelle stesse distanze musicali chePitagorail fondatore si dicea avere trovato, tantochè il roteare degli astri formava, a detta dei Pitagorici, quella che essi chiamavano, e che restò celebre nella storia della filosofia, col nome di armonia delle sfere. Ora il nostro secolo—gli Arago, gli Herschell, i Leverrier non credono più all’armonia delle sfere. Ma l’armonia pitagorica, a cui niuno secolo potrà discredere se non è suicida, è quella che i pitagorici annunziarono al mondo quando dissero anche per l’anima umana essere l’Animaun’Armonia. Parola profonda che vorrebbe un volume per comentarla, e che basterebbe a provarla quella divina potenza che è in noi d’intendere, di cogliere ogni maniera di logica, di musica, di morali armonie. E voi ne date prova luminosissima comprendendo sì bene quelle che io tanto disarmonicamente vo proponendovi tra le grandi scuole del nostro popolo, tra gli Esseni, i Farisei e Cabbalisti, i quali sono i veri astri che si muovono nell’orbita eterna, che Dio loro ha segnato negli splendidi, nei sereni cieli del vero e del santo.[90]

LEZIONE TRENTESIMATERZA.La prima parte della essenica vita, della essenica pratica, vuole essere qui terminata, la vita, la pratica religiosa.—Dopo i tempj, i sacrifizi, le preghiere studiate nella prima Lezione, dopo i sabati, le feste studiate nella successiva Lezione, vuolsi qui far menzione di due fatti che la storia degli Esseni ci ha tramandati, e che possono agevolmente in un fatto convertirsi. Riguardo al primo, l’essenico giuramento, non quello che lo iniziato pronunziava al suo ingresso, ma quello comune, ordinario, legale che si prestava innanzi ai giudici. Se stiamo a Giuseppe, gli Esseni reputavano spergiuro il giuramento istesso comunque veridico.—Giuseppe non si spiega di più, ma le analogie farisaiche, la legislazione ebraica del giuramento non solo spiegano, ma limitano e circoscrivono nei termini del vero, del verosimile l’asserzione di Giuseppe. Gli Esseni non possono avere considerato spergiuro quel sacramento prestato in modo legittimopro tribunali, ed in quei casi, in cui non solo la legge il consente ma imperiosamente lo esige. Se questi pure avessero involto gli Esseni nella comune riprovazione, se detto avessero colpevole un atto chiarito da Moisè innocente, e talvolta altresì doveroso, potrebbero più dirsi veraci Ebrei, come pure lo erano eminentemente i nostri Esseni? potuto avrebbero al tempo stessotributare quella venerazione stragrande all’uomo divinissimo che pur tributavano a segno, come dice Giuseppe, di proclamare sacrilego chiunque meno che reverente favellasse dell’uomo di Dio.—Che se la ragione, la storia, i fatti più ovvj escludono questa lata, assurda interpretazione di Flavio, che cosa resta nella sua asserzione? Nulla a parer mio che mai sia, non solo in grado sommo conciliabile colla legge e le tradizioni farisaiche, ma anche che da esse e solo da esse tragga luce ed intelligenza adequata. Restano i giuramenti insulsi comunque veridici, lo affermare con sacramento fatti notorj incontestati, di colonna marmorea, come dice il Talmud, che è di marmo, di fatti pubblici incontesi che sono avvenuti, e quella insomma molto diversa dal falso giuramento che reca il nome di vano ed insulso e si dice legalmenteSebuat Sciav. Ma questo stesso quanto non giova al nostro assunto! Se ricusato avessero gli Esseni la tradizione farisaica, se dello spirito dei dottori non fossero pieni, se una sola scuola non avessero con essi formato, avrebbero eglino col solo, col nudo testo alla mano, il giuratore insulso dichiarato spergiuro? Io ne dubito, e tanto più esiterei ad ammetterlo quanto più i testi sembrano favorire l’equivoco tra ilSciave ilSceker, e presentarle ambidue come identiche espressioni di un sol giuro. E se ogni altra prova mancasse, basterebbe questo fatto soltanto, basterebbe vedere la duplice versione del Decalogo servirsi sempre del vocaboloSciavnel quale non potrebbe non vedersi il vero spergiuro, il falso giuramento. Che se la sola tradizione, il solo farisaico può avere agli Esseni amministrata la legale nozione del giuramento insulso, che sarà poi ove nello stesso giuramento vero legittimo, necessario vedeste le due scuole porgersi amica la mano, e se i Farisei non disdicendo, come disdir non potevano, il giuramento legale, pure li vedesteristringere nei limiti che più poterono angusti. Se ne circoscrissero l’applicazione, ed anco nei casi indispensabili lo infamarono? Vi è un luogo d’oro nelTanchumàove il prescritto del Deuteronomio «ad esso ti attaccherai e pel suo nome giurerai» ove l’autorevole, il legittimo giuramento è a tali e tante condizioni subordinato, di morale, di religione, di virtù pellegrine, che pochi sarebbero coloro che nei secoli più perfetti ne sarebbero degni.E sono quelle che precedono il verso citato, ilpel nome suo giurerai.—Il timore di Dio nella sua più vasta e nobile significazione—il culto perfetto—l’attaccamento, l’amore in cui i dottori pongono il colmo della perfezione religiosa. Ecco secondo i dottori chi può impunemente subire del giuramento la prova. Ma oltre i limiti e la repugnanza nell’applicazione, oltre le condizioni di morale squisito imposte al giuramento,—i dottori nostri ai litiganti che invocavano in causa il giuramento, imposero il titolo infamante diResciaim,empj, e non solo tali li dissero sui loro libri, nel loro foro interiore, ma legale e pubblica sanzione dierono a questo titolo ingiurioso nel fôro esteriore, e lo dierono quando statuirono tra le formalità del giudizio civile, che dopo avere il giudice colla solenne formola delScuno vuoiMonitorio, intimato alla coscienza del giurante le gravi pene dalla legge sancite, e la voce del Sinai minacciosa ripetuta ancor una volta al cospetto dei litiganti, che ove, dico, le parti insistessero nullaostante nelle loro pretese, che tutti ad una voce intuonassero i presenti quel verso con cui Mosè allontanava dalle tende ribelli turbe innocenti e:Lungi, dicessero,lungi dalle tende di cotesti malvagi; nè vi appressate a cosa che loro spetti, affinchè involti non siate nel loro sterminio, volendo alludere alla colpa presunta di ambo le parti, colpa d’insulsoo di falso giuro, nel debitore, colpa d’irregolare procedimento e d’imprudente fiducia nel reclamante, e tutti e due causa più o meno colpevole della invisa e dolorosa necessità di giurare.E queste paionmi già abbastanza eloquenti antologie tra Farisei ed Esseni. Ma ciò che vado ad aggiungere è, oso dirlo, di bene altra importanza. Se ciò che prova la identità generica dell’Essenato colla scuola de’ Farisei, egli è, com’è veramente, di non lieve momento, che saranno quelle prove che distinguendo l’Essenato dal comune dei Farisei lo confondono, l’identificano specialmente con quella parte di essi che si dicono Cabbalisti? Se tra il silenzio del farisato talmudico e la formale e solenne asserzione del farisato cabbalistico, vedremo gli Esseni a questi ultimi associarsi e con essi alta e solenne levare la voce in favore di un principio, di un divieto, di una legge taciuta dei Farisei, non sarà egli il più bello, il più urgente, il più irrecusabile argomento in favor della identità propugnata? E che direste se questo singolare fenomeno si avverasse, se un divieto sconosciuto al Talmud, strano, paradossale eziandio secondo il Talmud, fosse dagli Esseni e insieme dai Cabbalisti, e da essi solo, solennemente affermato? E pure nulla di più vero, di più dimostrato. E pure, se ognuno volesse dire a sè stesso, tutto il valore della concordanza presente la identità essenico-cabbalistica, non sarebbe più un problema, e pure se questo fatto solo emergesse dal confronto delle due sètte, bastare dovrebbe a ingenerare grave sospetto d’identità, alla critica più severa. E questo fatto spicca luminoso in Giuseppe, in Filone e poi nel gran Codice Cabbalistico, nel libro delZoar. In Giuseppe quando interpreta il verso dell’Esodo Eloim lò tekallelquando vi trova, singolare a dirsi! il divieto di maledire, di bestemmiare eziandio i numi gentili. In Filone quando il verso stessonel modo istesso interpretando, ci trova il rispetto dovuto eziandio alle straniere divinità. E nelZoarinfine, in quel luogo d’oro oveR. Abbà, il compilatore stesso della grand’opera, scrive parole memorandissime che nessuno sospetterebbe potere trovare in libro così ascetico; e che perciò stesso si può credere informato di uno spirito di gretta, di meschina, di esclusiva osservanza. E pure quanto vaste e grandi sono le idee! E non solo la teoria il fatto viene ivi stesso a confermare ed attuare il principio; e la conferma e l’attuazione per felicissima coincidenza, è opera non di uno, disei dottori Cabbalisti, e tra questi più esplicito proclamator del principio, il dottore dei dottori, R. Simon Ben Johai. Io traduco e voi giudicate, e giudicando spero non troverete troppo enfatico il mio annunzio. DisseR. Abbà: «Ognuno che bestemmiato abbia lo suo Iddio, ricade sopr’esso il suo peccato. Vieni e vedi; quando furono gli Israeliti in Egitto, conobbero quei duci della natura che presiedono sopra i popoli universi, ed ognuno di essi fatto se n’era un Dio speciale. Quando furono a Dio stretti col vincolo della fede.—(vera etimologia di religione, come dice Cicerone, a ligando),ed appressolli Iddio al suo servigio, da quei numi si separarono ed avvicinaronsi alla fede suprema e santa. E perciò è scritto:Ognuno che bestemmiato abbia lo suo Iddio, ricade sovr’esso lo suo peccato; imperocchè comunque Iddii alieni siano cotesti, cionnonostante avendoli io costituiti a duci per governare la terra, chiunque bestemmi, o dispregi il nome loro, certo sovr’esso ricade il suo peccato, perciocchè miei servi e ministri sieno essi nel governo delle cose create: ma chiunque bestemmia il nome di Dio, non solo come gli altri iniquamente opera, ma la presente e la eterna morte sarà al suo fallir pena condegna. E questo è il principio ben chiaro, bene esplicito, bene eloquente, eper eccellenza essenico, come vedete, senza che io spenda altre parole per comentarlo. Ma io vi dissi che, per non comune ventura, alla teoria seguiva nelZoarimmediatamente la pratica, ed il fatto viene in buon punto a dare il più bel comento al principio. Ed eccolo testualissimo.R. Simone procedeva per via, e con esso erano R. Eliazar, R. Abbà, R. Hijà, R. Josè e R. Jeudà. Giunti che furono ad un laghetto di acqua(notate che leparole testuali sono orribilmente oscuree i più grandi interpreti eziandio confessano di andarci a tentoni), stese la mano R. Josè per raccogliere nel pugno acqua per bere, sendo egli assetato, ma preso da impazienza, forse per l’acqua melmosa, o perchè stette, come vogliono altri, per sdrucciolare:O Lago!sclamò,deh tu non fossi!—Dissegli R. Simone:Reo è il tuo parlare; ministro è questo della natura, e rea cosa è il vilipendere i ministri di Dio, e tanto meno si dee farlo, per quelle creature veracissime ch’esistono per legge del supremo imperante. Nel quale passo per cogliere tutti i preziosi reconditi documenti, mestieri è molte cose ricordare; ricordare il culto paganico dei fiumi e dei laghi, e meglio dei genj che ai fiumi e ai laghi presiedevano e in grazia del qual culto proibirono i dottori macellare animali di ogni maniera in riva all’acqua, quasi fosse omaggio prestato alle Najadi, e ai Tritoni; ricordare poi il culto in genere all’acqua prestato dagliArabicontemporanei che i dottori diconoCadriim; ricordare il conto grandissimo che gli Esseni facevano delle rive, lo spirito profetico che si sviluppa secondo i dottori più agevolmente sull’acque correnti, e di cui a dilungo parlammo; ricordare le acque, simbolo veneratissimo, come dicemmo in non remote lezioni, presso i Talmudisti, i Cabbalisti in ispecie; e soprattutto notare quel bel pensiero di R. Simon Ben Johai, che non è persino i più vili oggetti della natura corporea, su cui unraggio non si diffonda, benchè pallido e lontano, della gloria di Dio, nella quale tanto più davvicino si illustrano, si beatificano quelle che ilZoardiceCreature veraci, che vivono nella legge del Supremo Imperante, ch’è quanto dire gli Esseri Ideali, gli intelletti separati, come dicea la scolastica, i quali vivono in Dio come Paolo dissein Dio viviamo.Noi abbiamo conchiuso quanto a dir avevamo sul culto religioso degli Esseni, o per dir meglio di quella parte delle loro pratiche, che a Dio si riferisce. Però mestieri è che io ricordi, quando nelle primissime lezioni favellavamo dell’origine dell’istituto, molte cose discorse abbiamo al culto di Dio attinenti, che per non menare troppo a lungo la nostra istoria, o furono qui per brevità trapassate, o solo un cenno ne fu dato a rinnovarne la rimembranza. Fra questi sono gli Inni religiosi che la storia narra posseduti dai Terapeuti, che dicevano redati dai loro antichissimi, che cantavano, come vedemmo, nelle feste e nei pranzj, e di cui trovammo corrispondenza tra i Cabbalisti antichi e moderni, e specialmente in uno dei grandi protagonisti delZoar, nel figlio stesso diR. Simone Ben Johaiche non ilZoar, sarebbe poco, ma ilJeruscialmichiamaPajat e Carob. e Tannaj.Fra queste le danze sacre, non quelle dei Terapeuti di cui discorso abbiamo anche troppo ora a dilungo, ma quelle deiHasidim Veaosè Maasè, di cui favella laMisnà, che avevano a teatro le aule del tempio, quella diIllelche diceva danzandoIm aní can accol can, parole pregne rigurgitanti di sensi cabbalistici siccome vorrei dimostrarvelo, se l’ora lo consentisse; quelle che dice il Talmud meneranno gli spiriti beati intorno all’Eterno,Soledella vita, come laRosadantesca si muove in giro danzando intorno il sole degli angioli, come Dante diceva, e se più oltre volessimo spingere losguardo, le danze astronomiche degli antichi, siccome astronomiche erano quelle deiTerapeuti, quali raffigurano, dice Filone, nelle loro danze, udite bene una imagine dei cori e delle armonie celesti, lo che solo potremo intendere quando sapremo la Teoria deiPitagorici, coi quali tanto confonde e assimilaIlarioi nostriEsseni, e che vollero gli astri muoversi secondo le leggi della musica, e tra pianeta e pianeta viddero quelle stesse distanze musicali chePitagorail fondatore si dicea avere trovato, tantochè il roteare degli astri formava, a detta dei Pitagorici, quella che essi chiamavano, e che restò celebre nella storia della filosofia, col nome di armonia delle sfere. Ora il nostro secolo—gli Arago, gli Herschell, i Leverrier non credono più all’armonia delle sfere. Ma l’armonia pitagorica, a cui niuno secolo potrà discredere se non è suicida, è quella che i pitagorici annunziarono al mondo quando dissero anche per l’anima umana essere l’Animaun’Armonia. Parola profonda che vorrebbe un volume per comentarla, e che basterebbe a provarla quella divina potenza che è in noi d’intendere, di cogliere ogni maniera di logica, di musica, di morali armonie. E voi ne date prova luminosissima comprendendo sì bene quelle che io tanto disarmonicamente vo proponendovi tra le grandi scuole del nostro popolo, tra gli Esseni, i Farisei e Cabbalisti, i quali sono i veri astri che si muovono nell’orbita eterna, che Dio loro ha segnato negli splendidi, nei sereni cieli del vero e del santo.[90]

La prima parte della essenica vita, della essenica pratica, vuole essere qui terminata, la vita, la pratica religiosa.—Dopo i tempj, i sacrifizi, le preghiere studiate nella prima Lezione, dopo i sabati, le feste studiate nella successiva Lezione, vuolsi qui far menzione di due fatti che la storia degli Esseni ci ha tramandati, e che possono agevolmente in un fatto convertirsi. Riguardo al primo, l’essenico giuramento, non quello che lo iniziato pronunziava al suo ingresso, ma quello comune, ordinario, legale che si prestava innanzi ai giudici. Se stiamo a Giuseppe, gli Esseni reputavano spergiuro il giuramento istesso comunque veridico.—Giuseppe non si spiega di più, ma le analogie farisaiche, la legislazione ebraica del giuramento non solo spiegano, ma limitano e circoscrivono nei termini del vero, del verosimile l’asserzione di Giuseppe. Gli Esseni non possono avere considerato spergiuro quel sacramento prestato in modo legittimopro tribunali, ed in quei casi, in cui non solo la legge il consente ma imperiosamente lo esige. Se questi pure avessero involto gli Esseni nella comune riprovazione, se detto avessero colpevole un atto chiarito da Moisè innocente, e talvolta altresì doveroso, potrebbero più dirsi veraci Ebrei, come pure lo erano eminentemente i nostri Esseni? potuto avrebbero al tempo stessotributare quella venerazione stragrande all’uomo divinissimo che pur tributavano a segno, come dice Giuseppe, di proclamare sacrilego chiunque meno che reverente favellasse dell’uomo di Dio.—Che se la ragione, la storia, i fatti più ovvj escludono questa lata, assurda interpretazione di Flavio, che cosa resta nella sua asserzione? Nulla a parer mio che mai sia, non solo in grado sommo conciliabile colla legge e le tradizioni farisaiche, ma anche che da esse e solo da esse tragga luce ed intelligenza adequata. Restano i giuramenti insulsi comunque veridici, lo affermare con sacramento fatti notorj incontestati, di colonna marmorea, come dice il Talmud, che è di marmo, di fatti pubblici incontesi che sono avvenuti, e quella insomma molto diversa dal falso giuramento che reca il nome di vano ed insulso e si dice legalmenteSebuat Sciav. Ma questo stesso quanto non giova al nostro assunto! Se ricusato avessero gli Esseni la tradizione farisaica, se dello spirito dei dottori non fossero pieni, se una sola scuola non avessero con essi formato, avrebbero eglino col solo, col nudo testo alla mano, il giuratore insulso dichiarato spergiuro? Io ne dubito, e tanto più esiterei ad ammetterlo quanto più i testi sembrano favorire l’equivoco tra ilSciave ilSceker, e presentarle ambidue come identiche espressioni di un sol giuro. E se ogni altra prova mancasse, basterebbe questo fatto soltanto, basterebbe vedere la duplice versione del Decalogo servirsi sempre del vocaboloSciavnel quale non potrebbe non vedersi il vero spergiuro, il falso giuramento. Che se la sola tradizione, il solo farisaico può avere agli Esseni amministrata la legale nozione del giuramento insulso, che sarà poi ove nello stesso giuramento vero legittimo, necessario vedeste le due scuole porgersi amica la mano, e se i Farisei non disdicendo, come disdir non potevano, il giuramento legale, pure li vedesteristringere nei limiti che più poterono angusti. Se ne circoscrissero l’applicazione, ed anco nei casi indispensabili lo infamarono? Vi è un luogo d’oro nelTanchumàove il prescritto del Deuteronomio «ad esso ti attaccherai e pel suo nome giurerai» ove l’autorevole, il legittimo giuramento è a tali e tante condizioni subordinato, di morale, di religione, di virtù pellegrine, che pochi sarebbero coloro che nei secoli più perfetti ne sarebbero degni.

E sono quelle che precedono il verso citato, ilpel nome suo giurerai.—Il timore di Dio nella sua più vasta e nobile significazione—il culto perfetto—l’attaccamento, l’amore in cui i dottori pongono il colmo della perfezione religiosa. Ecco secondo i dottori chi può impunemente subire del giuramento la prova. Ma oltre i limiti e la repugnanza nell’applicazione, oltre le condizioni di morale squisito imposte al giuramento,—i dottori nostri ai litiganti che invocavano in causa il giuramento, imposero il titolo infamante diResciaim,empj, e non solo tali li dissero sui loro libri, nel loro foro interiore, ma legale e pubblica sanzione dierono a questo titolo ingiurioso nel fôro esteriore, e lo dierono quando statuirono tra le formalità del giudizio civile, che dopo avere il giudice colla solenne formola delScuno vuoiMonitorio, intimato alla coscienza del giurante le gravi pene dalla legge sancite, e la voce del Sinai minacciosa ripetuta ancor una volta al cospetto dei litiganti, che ove, dico, le parti insistessero nullaostante nelle loro pretese, che tutti ad una voce intuonassero i presenti quel verso con cui Mosè allontanava dalle tende ribelli turbe innocenti e:Lungi, dicessero,lungi dalle tende di cotesti malvagi; nè vi appressate a cosa che loro spetti, affinchè involti non siate nel loro sterminio, volendo alludere alla colpa presunta di ambo le parti, colpa d’insulsoo di falso giuro, nel debitore, colpa d’irregolare procedimento e d’imprudente fiducia nel reclamante, e tutti e due causa più o meno colpevole della invisa e dolorosa necessità di giurare.

E queste paionmi già abbastanza eloquenti antologie tra Farisei ed Esseni. Ma ciò che vado ad aggiungere è, oso dirlo, di bene altra importanza. Se ciò che prova la identità generica dell’Essenato colla scuola de’ Farisei, egli è, com’è veramente, di non lieve momento, che saranno quelle prove che distinguendo l’Essenato dal comune dei Farisei lo confondono, l’identificano specialmente con quella parte di essi che si dicono Cabbalisti? Se tra il silenzio del farisato talmudico e la formale e solenne asserzione del farisato cabbalistico, vedremo gli Esseni a questi ultimi associarsi e con essi alta e solenne levare la voce in favore di un principio, di un divieto, di una legge taciuta dei Farisei, non sarà egli il più bello, il più urgente, il più irrecusabile argomento in favor della identità propugnata? E che direste se questo singolare fenomeno si avverasse, se un divieto sconosciuto al Talmud, strano, paradossale eziandio secondo il Talmud, fosse dagli Esseni e insieme dai Cabbalisti, e da essi solo, solennemente affermato? E pure nulla di più vero, di più dimostrato. E pure, se ognuno volesse dire a sè stesso, tutto il valore della concordanza presente la identità essenico-cabbalistica, non sarebbe più un problema, e pure se questo fatto solo emergesse dal confronto delle due sètte, bastare dovrebbe a ingenerare grave sospetto d’identità, alla critica più severa. E questo fatto spicca luminoso in Giuseppe, in Filone e poi nel gran Codice Cabbalistico, nel libro delZoar. In Giuseppe quando interpreta il verso dell’Esodo Eloim lò tekallelquando vi trova, singolare a dirsi! il divieto di maledire, di bestemmiare eziandio i numi gentili. In Filone quando il verso stessonel modo istesso interpretando, ci trova il rispetto dovuto eziandio alle straniere divinità. E nelZoarinfine, in quel luogo d’oro oveR. Abbà, il compilatore stesso della grand’opera, scrive parole memorandissime che nessuno sospetterebbe potere trovare in libro così ascetico; e che perciò stesso si può credere informato di uno spirito di gretta, di meschina, di esclusiva osservanza. E pure quanto vaste e grandi sono le idee! E non solo la teoria il fatto viene ivi stesso a confermare ed attuare il principio; e la conferma e l’attuazione per felicissima coincidenza, è opera non di uno, disei dottori Cabbalisti, e tra questi più esplicito proclamator del principio, il dottore dei dottori, R. Simon Ben Johai. Io traduco e voi giudicate, e giudicando spero non troverete troppo enfatico il mio annunzio. DisseR. Abbà: «Ognuno che bestemmiato abbia lo suo Iddio, ricade sopr’esso il suo peccato. Vieni e vedi; quando furono gli Israeliti in Egitto, conobbero quei duci della natura che presiedono sopra i popoli universi, ed ognuno di essi fatto se n’era un Dio speciale. Quando furono a Dio stretti col vincolo della fede.—(vera etimologia di religione, come dice Cicerone, a ligando),ed appressolli Iddio al suo servigio, da quei numi si separarono ed avvicinaronsi alla fede suprema e santa. E perciò è scritto:Ognuno che bestemmiato abbia lo suo Iddio, ricade sovr’esso lo suo peccato; imperocchè comunque Iddii alieni siano cotesti, cionnonostante avendoli io costituiti a duci per governare la terra, chiunque bestemmi, o dispregi il nome loro, certo sovr’esso ricade il suo peccato, perciocchè miei servi e ministri sieno essi nel governo delle cose create: ma chiunque bestemmia il nome di Dio, non solo come gli altri iniquamente opera, ma la presente e la eterna morte sarà al suo fallir pena condegna. E questo è il principio ben chiaro, bene esplicito, bene eloquente, eper eccellenza essenico, come vedete, senza che io spenda altre parole per comentarlo. Ma io vi dissi che, per non comune ventura, alla teoria seguiva nelZoarimmediatamente la pratica, ed il fatto viene in buon punto a dare il più bel comento al principio. Ed eccolo testualissimo.R. Simone procedeva per via, e con esso erano R. Eliazar, R. Abbà, R. Hijà, R. Josè e R. Jeudà. Giunti che furono ad un laghetto di acqua(notate che leparole testuali sono orribilmente oscuree i più grandi interpreti eziandio confessano di andarci a tentoni), stese la mano R. Josè per raccogliere nel pugno acqua per bere, sendo egli assetato, ma preso da impazienza, forse per l’acqua melmosa, o perchè stette, come vogliono altri, per sdrucciolare:O Lago!sclamò,deh tu non fossi!—Dissegli R. Simone:Reo è il tuo parlare; ministro è questo della natura, e rea cosa è il vilipendere i ministri di Dio, e tanto meno si dee farlo, per quelle creature veracissime ch’esistono per legge del supremo imperante. Nel quale passo per cogliere tutti i preziosi reconditi documenti, mestieri è molte cose ricordare; ricordare il culto paganico dei fiumi e dei laghi, e meglio dei genj che ai fiumi e ai laghi presiedevano e in grazia del qual culto proibirono i dottori macellare animali di ogni maniera in riva all’acqua, quasi fosse omaggio prestato alle Najadi, e ai Tritoni; ricordare poi il culto in genere all’acqua prestato dagliArabicontemporanei che i dottori diconoCadriim; ricordare il conto grandissimo che gli Esseni facevano delle rive, lo spirito profetico che si sviluppa secondo i dottori più agevolmente sull’acque correnti, e di cui a dilungo parlammo; ricordare le acque, simbolo veneratissimo, come dicemmo in non remote lezioni, presso i Talmudisti, i Cabbalisti in ispecie; e soprattutto notare quel bel pensiero di R. Simon Ben Johai, che non è persino i più vili oggetti della natura corporea, su cui unraggio non si diffonda, benchè pallido e lontano, della gloria di Dio, nella quale tanto più davvicino si illustrano, si beatificano quelle che ilZoardiceCreature veraci, che vivono nella legge del Supremo Imperante, ch’è quanto dire gli Esseri Ideali, gli intelletti separati, come dicea la scolastica, i quali vivono in Dio come Paolo dissein Dio viviamo.

Noi abbiamo conchiuso quanto a dir avevamo sul culto religioso degli Esseni, o per dir meglio di quella parte delle loro pratiche, che a Dio si riferisce. Però mestieri è che io ricordi, quando nelle primissime lezioni favellavamo dell’origine dell’istituto, molte cose discorse abbiamo al culto di Dio attinenti, che per non menare troppo a lungo la nostra istoria, o furono qui per brevità trapassate, o solo un cenno ne fu dato a rinnovarne la rimembranza. Fra questi sono gli Inni religiosi che la storia narra posseduti dai Terapeuti, che dicevano redati dai loro antichissimi, che cantavano, come vedemmo, nelle feste e nei pranzj, e di cui trovammo corrispondenza tra i Cabbalisti antichi e moderni, e specialmente in uno dei grandi protagonisti delZoar, nel figlio stesso diR. Simone Ben Johaiche non ilZoar, sarebbe poco, ma ilJeruscialmichiamaPajat e Carob. e Tannaj.

Fra queste le danze sacre, non quelle dei Terapeuti di cui discorso abbiamo anche troppo ora a dilungo, ma quelle deiHasidim Veaosè Maasè, di cui favella laMisnà, che avevano a teatro le aule del tempio, quella diIllelche diceva danzandoIm aní can accol can, parole pregne rigurgitanti di sensi cabbalistici siccome vorrei dimostrarvelo, se l’ora lo consentisse; quelle che dice il Talmud meneranno gli spiriti beati intorno all’Eterno,Soledella vita, come laRosadantesca si muove in giro danzando intorno il sole degli angioli, come Dante diceva, e se più oltre volessimo spingere losguardo, le danze astronomiche degli antichi, siccome astronomiche erano quelle deiTerapeuti, quali raffigurano, dice Filone, nelle loro danze, udite bene una imagine dei cori e delle armonie celesti, lo che solo potremo intendere quando sapremo la Teoria deiPitagorici, coi quali tanto confonde e assimilaIlarioi nostriEsseni, e che vollero gli astri muoversi secondo le leggi della musica, e tra pianeta e pianeta viddero quelle stesse distanze musicali chePitagorail fondatore si dicea avere trovato, tantochè il roteare degli astri formava, a detta dei Pitagorici, quella che essi chiamavano, e che restò celebre nella storia della filosofia, col nome di armonia delle sfere. Ora il nostro secolo—gli Arago, gli Herschell, i Leverrier non credono più all’armonia delle sfere. Ma l’armonia pitagorica, a cui niuno secolo potrà discredere se non è suicida, è quella che i pitagorici annunziarono al mondo quando dissero anche per l’anima umana essere l’Animaun’Armonia. Parola profonda che vorrebbe un volume per comentarla, e che basterebbe a provarla quella divina potenza che è in noi d’intendere, di cogliere ogni maniera di logica, di musica, di morali armonie. E voi ne date prova luminosissima comprendendo sì bene quelle che io tanto disarmonicamente vo proponendovi tra le grandi scuole del nostro popolo, tra gli Esseni, i Farisei e Cabbalisti, i quali sono i veri astri che si muovono nell’orbita eterna, che Dio loro ha segnato negli splendidi, nei sereni cieli del vero e del santo.[90]


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