LEZIONE VENTESIMASETTIMA.

LEZIONE VENTESIMASETTIMA.Se degli Esseni abbiamo studiato sinora ciò ch’insegnarono, rapporto all’anima, alla sua natura, ai suoi destini, parmi questo luogo conveniente di studiare altresì ciò che insegnarono delle straordinarie manifestazioni delle facoltà psicologiche nelle predizioni, nelle profezie di cui andarono gli Esseni celebri per il mondo. Giacchè narra la storia parecchi e famosissimi casi, in cui gli Esseni annunziarono da lungi un avvenire, che non mancò giammai, dice Giuseppe, di avverarsi.—Si avverò, dice Flavio nel decimoterzo delleAntichità, quandoGiuda, Essena di nazione, per esprimermi com’esso s’esprime, predisse la morte d’Ircano nella torre di Stratone; e tanto superlativo si formava concetto del medesimoGiuda, che non teme Flavio di aggiungere, per valermi della traduzione francese di Arnauld d’Andelby:que ses prédictions ne manquaient jamais de se trouver véritables.—Si avverò, oltre altri casi moltissimi narrati da Flavio, in quello veramente memorabile d’Erode il Grande, quando un Essena per nomeMenahemche menava, dice Flavio, una vita sì virtuosa che lodato era da ognuno e che aveva da Dio ricevuto il dono di profezia, vedendo Erode ancor fanciullo studiare insieme coi bambini dell’età sua, gli disse che avrebbe un giorno regnato sopra gli Ebrei. Quando Erode inalzato al trono si vide al colmo della prosperità,ricordossi di Menachem e delle sue predizioni, e chiamatolo presso di sè, trattò da quind’innanzi con segnalato favore tutti gli Esseni. Sono queste parole pressochè testuali di Flavio Giuseppe, nelle quali misi uno studio particolare di fedeltà onde le conseguenze storiche dottrinali che ne dedurremo, sieno sopra basi fondate, solide, incrollabili.—Questi fatti provano, non è dubbio, come gli Esseni s’occupassero di predizioni; e qual credito insigne godessero tra i lor coetanei eziandio più illustri, di veridici vaticinatori delle cose avvenire. Ma l’ultimo dei fatti narrati, l’episodio dello inalzamento di Erode al trono di Giuda, prova inoltre due cose; prova quanto ingiustamente sia stato sinora creduto tacersi affatto gli antichi Dottori della società degli Esseni, dacchè, singolare a dirsi, al fatto or’ora discorso si allude manifestamente nel Talmud, come fra poco vedremo. E prova poi altra cosa. Prova quella identità che non ho cessato un istante di proclamare tra gli Esseni ed il Farisato, non altro essendo i primi, a parer mio, che la parte eletta ed i teologi della scuola. Ora chi non vedrà e l’una e l’altra cosa nel Talmud diKaghigà? Ove descrivendo le prime primissime origini delle controversie dei Farisei, e i primi tra i Dottori ad erigersi tra essi antagonisti, narra qual prima coppia ch’ebbe discorde il sentire in fatto di religione, un Illel, l’antico il famoso Illel, che il chiarissimo Luzzatto crede identico al Pollione di Giuseppe, e per secondo non già Sciammai che non intervenne che tardi, ma il nostro, lo storico, l’EssenaMenachemche precorse aSciammainel rabbinico patriarcato e che solo aSciammaicesse il luogo, l’ufficio, quando la sorte chiamollo altrove, come vedremo. E perchè dico il talmudico Menachem identico al nostro, all’Essena Menachem di cui parla Giuseppe? Perchè è il Talmud stessoche ce lo insegna, per chi bene lo intenda, il quale, dopo aver detto che a Menachem sottentrò nell’officioSciammai, chiede a se stesso.—Che cosa avvenisse di Menachemleehan iazà.—E Dio volesse che fosse la risposta concorde. Ma no! Da Menachem al Talmud, o per dir meglio, ai personaggi che qui interloquiscono nelTalmud,Abaje e Rabbà, non solo più di tre secoli eran trascorsi, ma l’esilio, lo spostamento delle accademie e dei centri studiosi avevano di tale dubbiezza avviluppate le cose che immediatamente precessero la grande catastrofe, che si vedevano sì, ma come gli obbietti si veggono per l’aer caliginoso. Che volete pertanto?Abajè e Rabbàrispondono sì, ma onninamente discordi, alla domanda del Talmud. Dottori ambidue Babilonesi, nati, cresciuti lungi da Palestina patria di Menachem, ognuno di essi narra le cose tali quali le aveva udite per avventura da una tradizione discorde. PerAbaje, Menachem uscìletarbut rahà, frase talmudica che vale quantoapostatareod uscire dal grembo della ebraica ortodossia.—PerRabbàinvece se Menachem non è più tra i Dottori annoverato, egli è perchè (notate prezioso ricordo!) fu assunto al servigio e ministero del Re, il quale come ora vedremo non è, nè può essere altri se nonErode il Grande.—Ora di fronte al dubitar del Talmud chi oserà asserire che le cose avvenissero come noi le dicemmo avvenute? Quando due opinioni tenzonano, come vediamo, con egual forza, chi ci autorizza a stare piuttosto alla seconda che non alla prima, e soscrivere alla versione favorevole diRabbà, piuttosto che a quella a noi ostile diAbaje?—Ah! il perchè è facile a dirsi, e voi uditolo, spero, mi darete ragione. Due sono gli argomenti capitalissimi che ci persuadono vera, preponderante la tradizione diRabbà. È il primo un principio che corre comune e divulgato assai tra gli studiosidel Talmud, che ovunque cioè una controversia si verifichi traAbajè e Rabbà, egli è al secondo che dobbiamo attenerci, tranne pochi singoli casi nominativamente eccettuati dallo stesso Talmud. Che nelle quistioni critiche storiche, anco dogmatiche, questo criterio non abbia avuto sempre forza di legge, concedo anch’io volentieri, ma con qual giustizia, con qual coerenza?—Certo con quella stessa giustizia e coerenza che manomise nello studio del Talmud tuttociò che non ha rapporto immediato colla pratica religiosa, senza pensare che ove di un albero tu trascuri le radici, il tronco, i rami ed anco le foglie, è vana opera occuparsi del frutto che non crescerà mai, o crescerà misero e tristanzuolo, quale lo fece il mal governo dello stupido cultore.A noi però che recammo sempre nell’animo la sintesi, la reintegrazione della scienza ebraica in tutte le svariatissime sue parti, teoriche e pratiche, non è lecito adottare criterio diverso nel rito da quello che nella storia, nel domma, nell’esegesi adottiamo, e in queste come in quelle diciamo e continueremo a direIlheta che rabà. E questo è argomento che abbastanza identifica il Menachem del Talmud coll’Essena Menachem, di cui Flavio discorre. Ma qual’è il secondo? Il secondo è lo stesso Talmud che ce lo fornisce, ed è tale, che ove pure si volesse niun valore concedere alla massima già esposta che dà ragione aRabbàcontroAbajè, basterebbe per se solo a far prevalere l’opinione del primo contro il dir del secondo. E perchè? Perchè reca un inaspettato ed autorevolissimo ausilio alla tradizione del primo, in un’antica Barraità, che oltre essere opera di Dottori Palestinesi conterranei di Menachem, è di gran lunga più antica del Talmud e dei suoi autori, e quindi maggiormente si avvicina all’epoca di Menachem, e più veridica e sincera ne ragguaglia dell’avvenuto. La Barraità otesto misnico si pronunzia a dirittura in favor diRabbà, e quella ragione assegna al ritiro diMenachemcheRabbàassegnava, vale a dire i nuovi offici che fu chiamato a sostenere in corte di un Re che non può essere altro che Erode,Tananammè akì iazà Menahem laabodat ammelech. Non basta. La Barraità ci conserva memoria di una circostanza taciuta dallo stessoRabbà, e che più compiutamente risponde alla narrazione di Giuseppe. Certo voi non lo avete obbliato. Oltre i favori personali che asseguìMenachem, narra Giuseppe il credito, l’estimazione in cui salirono, la mercè sua, gli Esseni: e come (sono sue parole)da indi innanzi trattasse con segnalati favori i nostri Esseni. Or bene, la Barraità pare che faccia eco alle parole di Flavio, e dopo aver detto come udiste di Menachem che passò alservigio del Re, queste parole aggiunge memorandissime che a voi raccomando:E con esso passarono allo stesso servigio ottanta coppie di giovani dottori in serico ammanto—segno della nuova dignità a cui furono assunti, secondo era stile degli antichi principati rivestire i nuovi eletti di abiti distinti, secondo si legge in Assuero e in Faraone. Ma questi due argomenti, per quanto grandi, non sono i soli: ve ne sono altri due che grandemente favoriscono il nostro sistema: l’uno è la concordanza cronologica dei due fatti, l’altro è la produzione di un’autorità tanto più concludente quanto più inconsapevole e spontanea. Che cosa è la prova cronologica? È quella che dimostra come ilMenachem, di cui parla il Talmud, visse appunto in quel tempo in cui visse, al dir di Giuseppe, ilMenachemdegli Esseni, il favorito di Erode, rendendo tanto più probabile la loro identità, quanto più strano sarebbe ammettere al tempo istesso dueMenachemambo dottori, ambo favoriti da Erode, ambo seguiti da lunga schiera di Dottori favoriticom’essi. Or bene: noi abbiamo un punto fisso di partenza nel calcolo cronologico, ed è la data dell’esistenza d’Illel collega di Menachem. Il quale visse e sostenne il patriarcato cento anni prima della distruzione del tempio, nel quale tempo deve aver vissuto e figurato lo stesso Menachem che gli fu collega nel dottorato, anzi capo della scuola avversaria, alla cui testa si pose, dopo di esso Menachem, il più famosoSciammài. Questo punto dimostrato costante, che cosa ci resta a fare per compire la dimostrazione e provare sincronici i due Menachem? Dobbiamo, se non erro, provare che il Menachem di Giuseppe visse, fiorì giusto cento anni prima dello esilio. Or bene: aprite Giuseppe, e dove è menzione del fatto della predizione di Menachem troverete notato dall’Arnauld d’Andelby essere ciò appunto avvenuto nell’anno 40 prima dell’era volgare, la quale avendo preceduto circa un 60 anni la distruzione del tempio, torna l’istesso che dire cento anni prima della distruzione, ch’è quanto dire quella stessa data in cui, secondo il Talmud, veduto abbiamo esistere, fiorire il talmudicoMenachem.Ci resta ora ad allegare l’autorità la quale indirettamente, e per ciò stesso tanto più concludentemente, depone in favor della identità dei due Menachem. Io non so se ne abbiate contezza. Ma oltre le opere di Giuseppe in greco dettate, e che furono tradotte, si può dire, in quasi tutte le lingue dell’Europa, ve ne ha un’altra in puro ebraico distesa, che mostra di appartenere allo stesso autore, ma della cui autenticità molti dubbj sorsero e durano tuttavia. Or bene in quest’opera ebraica, nelJosifon, al cap. 55, dove si parla della restaurazione del Tempio per opera di Erode, narra pure la famosa predizione del regno fatta da Menachem ad Erode ancor fanciullo.—Ma come la narra? Certo come la narraval’antico Giuseppe, tranne solo una frase che nel primo non esiste e ch’è per noi il più luminoso attestato della identità dei due Menachem. E là, ove nominando per la prima volta il profetaMenachem, oltre porlo nel novero deihasidim e hahamim, cenno, come vedete, di gran rilievo, lo qualifica a diritturacollega di Sciammai, lo che è appunto ciò che andiamo cercando, null’altro potendo essere unMenachem collega di Sciammaise non quello che appunto come collega diSciammaiè qualificato dai Talmudisti. Se poi a tutto questo aggiungete che Erode fu, secondo ilJosifon, secondo il Talmud, e secondo il grecoGiuseppeintimo dei Farisei, sotto le cui bandiere acquistò e conservò la corona; che fu stile generale, costante dei Dottori farisei l’annunziare da lungi i grandi destini, specialmente ai fanciulli comeGamaliel a Giosuèancor fanciullo prigioniero in Roma, come Rabba di cui leggesi in Berahot ai due discepoli che aveva commensali; che più particolarmente si occuparono di vaticinare il regno ai futuri monarchi, come Rabban Joanan Benzaccai a Vespasiano ed a Tito, come Ribbi Achiba a Barcohaba, l’Arminiodi Palestina, se pensate che tutti i Rabbini posteriori come il Seder Adorot che lessero nelJosifonil fatto di Menachem, l’intesero qual personaggio identico di fatti al Talmudico Menachem; se tutto questo aggiungete, avrete un fascio di prove così stretto, così aderente, che insieme al racconto talmudico, rispondente al racconto flaviano, insieme alla concordanza cronologica dei due avvenimenti, forma tale congerie di fatti così cospicui da costituire una vera e propria dimostrazione evidente, da provare soprattutto questi due fatti capitalissimi: la conoscenza che ebbero degli Esseni i Dottori nostri contro la sentenza comunemente adottata, e la identità appunto di Esseni e di Farisei, dappoichè questi ultimi dei primifavellano in guisa nel loro Talmud, come se proprj fossero del Farisato gli Esseni, propria la loro storia; proprie le glorie, e proprio tutto ciò che ad essi si attiene.E poichè abbiamo preso a narrare le loro predizioni, mestieri è pure che d’altro qui si favelli che merita pure tra quelle narrate luogo cospicuo; e forse pegli autorevoli deposti, merita anzi sovra tutte il primato. Voi avete udito Giuseppe narrare delle esseniche predizioni. Or bene: Giuseppe, siccome quello che visse un anno nella società degli Esseni, doveva pure pretendere al Profetismo, e difatti Giuseppe apertamente v’aspira. Che dico? Narra egli stesso nel 3º libro delle Guerre Giudaiche come, stretto d’assedio inJotapat, predisse agli abitanti che la città cadrebbe dopo 47 giorni di resistenza in poter dei Romani, e ch’egli stesso sarebbe caduto vivo in poter loro. Non basta.—Ciò che il Talmud narra diR. Johanan Ben Zaccai, ciò che udiste poc’anzi da questo Dottore qual presagio di prossimo regno a Vespasiano, ed a Tito, Giuseppe di sè stesso lo narra. Racconta Giuseppe come condotto nel campo nemico, e presentato a Vespasiano, questi deliberasse inviarlo a Nerone allora imperante; come a sua notizia pervenuto l’intendimento di Vespasiano, alla presenza di Tito e di altri due testimoni lo ammonisse dicendo, lasciasse pure d’inviarlo a Roma perciocchè Nerone ed i suoi successori poco avrebbero ancora da vivere; sapesse che egli solo dovrebbe ormai riguardarsi qual Cesare, giacchè egli, Vespasiano, e dopo di esso Tito suo figlio sarebbero saliti sul trono. Mentiva nel racconto Giuseppe, e fama volle usurpare di profeta agli occhi dei posteri? Così sentenzierebbe una critica superficiale, ma quanto ingiustamente! Poichè se il caso favorisse il temerario annunzio del prigioniero, o piuttosto, le potenze recondite dell’Essena, dell’iniziato, si risvegliasseroall’occasione, questo non saprei accertare; ma che Giuseppe non abbia peccato per frode, ella è tal cosa che sfida ogni dubbio in contrario. E sapete chi me lo dice? I contemporanei o poco posteriori a Giuseppe, i Pagani nemici del nome ebraico, quelli che raccolsero di bocca alla fama il prodigioso vaticinio, come correva allor rumoroso sulle labbra di tutti; egli è Dione Cassio nel libro 66; egli è Svetonio nella vita di Vespasiano al 12º libro; e se Tacito non si può annoverare qual testimone della profezia di Giuseppe, si può qual autorità allegare di una predizione almeno congenere. Ella è quella di cui favella nel 2º libro delle Storie, parag. 78.Sorge, egli dice,tra la Giudea e la Siria un monte che si chiama Carmelo, il Dio che in quel luogo si adora reca il nome stesso(qui Tacito sentenzia a sproposito).Nulla statua di quel Dio e niun tempio: un altare solo si erge e il rispetto lo circonda. Vespasiano vi andò e sacrificò. E mentre volgeva nella mente i suoi piani, il sacerdote, consultate le viscere dell’animale, gli disse: Qualunque sia il pensiero che ti preoccupa sappi che ti attendono un vasto palagio, senza limiti possedimento, e lo imperio di genti innumerevoli.Ecco ciò che Tacito racconta. E certo qui di Giuseppe non è memoria; ma se tutte le circostanze valutate del racconto di Tacito; se fate la parte dell’ignoranza nel Dio Carmelo, che non ha mai esistito; la parte del paganesimo nelle consultate viscere dell’animale Beto, sconosciuto e riservato nell’Ebraismo; se cernete infine la narrazione tacitiana di quanto v’ha d’inesatto, d’eterogeneo, rimarrà questo fatto per sè stesso parlante, lapredizione del regno a Vespasiano annunziata in Giudea da un Ebreo, da un sacerdote. Il quale fatto posto a confronto colla predizione attribuita dal Talmud aR. Johanan Ben Zaccai, con quella che a sè stessoattribuisce Giuseppe, verrà con essi fuso, assimilato e tutt’insieme faranno un solo fatto, un sol vaticinio, le cui varianti sono inGiuseppe, inTacito, e nelTalmud, in cui ardua opera sarebbe quella parte d’onore assegnare ad ognuno, che per diritto gli spetta.Checchè ne sia, gli Esseni si occupavano di predizioni. Ma gli Esseni vantano un testimone di gran lunga più illustre, un pagano dottissimo, un celebre filosofo, il quale conferma le avverate predizioni degli Esseni, e che interdice a chi glie ne pigliasse vaghezza, di prendere non troppo sul serio le esseniche predizioni. E questi è Porfirio, uno dei più grandi neoplatonici che siano sorti nei primi secoli del Cristianesimo. Il quale al dire di Giulio Simon nellaStoria delle Scuole di Alessandria, non solo conobbe gli Esseni e le loro predizioni, ma le confessò veridiche e confermate dal fatto. Confessione di gran rilievo, e per la religione e per l’ingegno non comune del filosofo pagano, il quale meritò che nelTrionfo d’Amoredi esso poetasse il Petrarca:Porfirio, che d’acuti sillogismiEmpiè la dialettica faretra.

LEZIONE VENTESIMASETTIMA.Se degli Esseni abbiamo studiato sinora ciò ch’insegnarono, rapporto all’anima, alla sua natura, ai suoi destini, parmi questo luogo conveniente di studiare altresì ciò che insegnarono delle straordinarie manifestazioni delle facoltà psicologiche nelle predizioni, nelle profezie di cui andarono gli Esseni celebri per il mondo. Giacchè narra la storia parecchi e famosissimi casi, in cui gli Esseni annunziarono da lungi un avvenire, che non mancò giammai, dice Giuseppe, di avverarsi.—Si avverò, dice Flavio nel decimoterzo delleAntichità, quandoGiuda, Essena di nazione, per esprimermi com’esso s’esprime, predisse la morte d’Ircano nella torre di Stratone; e tanto superlativo si formava concetto del medesimoGiuda, che non teme Flavio di aggiungere, per valermi della traduzione francese di Arnauld d’Andelby:que ses prédictions ne manquaient jamais de se trouver véritables.—Si avverò, oltre altri casi moltissimi narrati da Flavio, in quello veramente memorabile d’Erode il Grande, quando un Essena per nomeMenahemche menava, dice Flavio, una vita sì virtuosa che lodato era da ognuno e che aveva da Dio ricevuto il dono di profezia, vedendo Erode ancor fanciullo studiare insieme coi bambini dell’età sua, gli disse che avrebbe un giorno regnato sopra gli Ebrei. Quando Erode inalzato al trono si vide al colmo della prosperità,ricordossi di Menachem e delle sue predizioni, e chiamatolo presso di sè, trattò da quind’innanzi con segnalato favore tutti gli Esseni. Sono queste parole pressochè testuali di Flavio Giuseppe, nelle quali misi uno studio particolare di fedeltà onde le conseguenze storiche dottrinali che ne dedurremo, sieno sopra basi fondate, solide, incrollabili.—Questi fatti provano, non è dubbio, come gli Esseni s’occupassero di predizioni; e qual credito insigne godessero tra i lor coetanei eziandio più illustri, di veridici vaticinatori delle cose avvenire. Ma l’ultimo dei fatti narrati, l’episodio dello inalzamento di Erode al trono di Giuda, prova inoltre due cose; prova quanto ingiustamente sia stato sinora creduto tacersi affatto gli antichi Dottori della società degli Esseni, dacchè, singolare a dirsi, al fatto or’ora discorso si allude manifestamente nel Talmud, come fra poco vedremo. E prova poi altra cosa. Prova quella identità che non ho cessato un istante di proclamare tra gli Esseni ed il Farisato, non altro essendo i primi, a parer mio, che la parte eletta ed i teologi della scuola. Ora chi non vedrà e l’una e l’altra cosa nel Talmud diKaghigà? Ove descrivendo le prime primissime origini delle controversie dei Farisei, e i primi tra i Dottori ad erigersi tra essi antagonisti, narra qual prima coppia ch’ebbe discorde il sentire in fatto di religione, un Illel, l’antico il famoso Illel, che il chiarissimo Luzzatto crede identico al Pollione di Giuseppe, e per secondo non già Sciammai che non intervenne che tardi, ma il nostro, lo storico, l’EssenaMenachemche precorse aSciammainel rabbinico patriarcato e che solo aSciammaicesse il luogo, l’ufficio, quando la sorte chiamollo altrove, come vedremo. E perchè dico il talmudico Menachem identico al nostro, all’Essena Menachem di cui parla Giuseppe? Perchè è il Talmud stessoche ce lo insegna, per chi bene lo intenda, il quale, dopo aver detto che a Menachem sottentrò nell’officioSciammai, chiede a se stesso.—Che cosa avvenisse di Menachemleehan iazà.—E Dio volesse che fosse la risposta concorde. Ma no! Da Menachem al Talmud, o per dir meglio, ai personaggi che qui interloquiscono nelTalmud,Abaje e Rabbà, non solo più di tre secoli eran trascorsi, ma l’esilio, lo spostamento delle accademie e dei centri studiosi avevano di tale dubbiezza avviluppate le cose che immediatamente precessero la grande catastrofe, che si vedevano sì, ma come gli obbietti si veggono per l’aer caliginoso. Che volete pertanto?Abajè e Rabbàrispondono sì, ma onninamente discordi, alla domanda del Talmud. Dottori ambidue Babilonesi, nati, cresciuti lungi da Palestina patria di Menachem, ognuno di essi narra le cose tali quali le aveva udite per avventura da una tradizione discorde. PerAbaje, Menachem uscìletarbut rahà, frase talmudica che vale quantoapostatareod uscire dal grembo della ebraica ortodossia.—PerRabbàinvece se Menachem non è più tra i Dottori annoverato, egli è perchè (notate prezioso ricordo!) fu assunto al servigio e ministero del Re, il quale come ora vedremo non è, nè può essere altri se nonErode il Grande.—Ora di fronte al dubitar del Talmud chi oserà asserire che le cose avvenissero come noi le dicemmo avvenute? Quando due opinioni tenzonano, come vediamo, con egual forza, chi ci autorizza a stare piuttosto alla seconda che non alla prima, e soscrivere alla versione favorevole diRabbà, piuttosto che a quella a noi ostile diAbaje?—Ah! il perchè è facile a dirsi, e voi uditolo, spero, mi darete ragione. Due sono gli argomenti capitalissimi che ci persuadono vera, preponderante la tradizione diRabbà. È il primo un principio che corre comune e divulgato assai tra gli studiosidel Talmud, che ovunque cioè una controversia si verifichi traAbajè e Rabbà, egli è al secondo che dobbiamo attenerci, tranne pochi singoli casi nominativamente eccettuati dallo stesso Talmud. Che nelle quistioni critiche storiche, anco dogmatiche, questo criterio non abbia avuto sempre forza di legge, concedo anch’io volentieri, ma con qual giustizia, con qual coerenza?—Certo con quella stessa giustizia e coerenza che manomise nello studio del Talmud tuttociò che non ha rapporto immediato colla pratica religiosa, senza pensare che ove di un albero tu trascuri le radici, il tronco, i rami ed anco le foglie, è vana opera occuparsi del frutto che non crescerà mai, o crescerà misero e tristanzuolo, quale lo fece il mal governo dello stupido cultore.A noi però che recammo sempre nell’animo la sintesi, la reintegrazione della scienza ebraica in tutte le svariatissime sue parti, teoriche e pratiche, non è lecito adottare criterio diverso nel rito da quello che nella storia, nel domma, nell’esegesi adottiamo, e in queste come in quelle diciamo e continueremo a direIlheta che rabà. E questo è argomento che abbastanza identifica il Menachem del Talmud coll’Essena Menachem, di cui Flavio discorre. Ma qual’è il secondo? Il secondo è lo stesso Talmud che ce lo fornisce, ed è tale, che ove pure si volesse niun valore concedere alla massima già esposta che dà ragione aRabbàcontroAbajè, basterebbe per se solo a far prevalere l’opinione del primo contro il dir del secondo. E perchè? Perchè reca un inaspettato ed autorevolissimo ausilio alla tradizione del primo, in un’antica Barraità, che oltre essere opera di Dottori Palestinesi conterranei di Menachem, è di gran lunga più antica del Talmud e dei suoi autori, e quindi maggiormente si avvicina all’epoca di Menachem, e più veridica e sincera ne ragguaglia dell’avvenuto. La Barraità otesto misnico si pronunzia a dirittura in favor diRabbà, e quella ragione assegna al ritiro diMenachemcheRabbàassegnava, vale a dire i nuovi offici che fu chiamato a sostenere in corte di un Re che non può essere altro che Erode,Tananammè akì iazà Menahem laabodat ammelech. Non basta. La Barraità ci conserva memoria di una circostanza taciuta dallo stessoRabbà, e che più compiutamente risponde alla narrazione di Giuseppe. Certo voi non lo avete obbliato. Oltre i favori personali che asseguìMenachem, narra Giuseppe il credito, l’estimazione in cui salirono, la mercè sua, gli Esseni: e come (sono sue parole)da indi innanzi trattasse con segnalati favori i nostri Esseni. Or bene, la Barraità pare che faccia eco alle parole di Flavio, e dopo aver detto come udiste di Menachem che passò alservigio del Re, queste parole aggiunge memorandissime che a voi raccomando:E con esso passarono allo stesso servigio ottanta coppie di giovani dottori in serico ammanto—segno della nuova dignità a cui furono assunti, secondo era stile degli antichi principati rivestire i nuovi eletti di abiti distinti, secondo si legge in Assuero e in Faraone. Ma questi due argomenti, per quanto grandi, non sono i soli: ve ne sono altri due che grandemente favoriscono il nostro sistema: l’uno è la concordanza cronologica dei due fatti, l’altro è la produzione di un’autorità tanto più concludente quanto più inconsapevole e spontanea. Che cosa è la prova cronologica? È quella che dimostra come ilMenachem, di cui parla il Talmud, visse appunto in quel tempo in cui visse, al dir di Giuseppe, ilMenachemdegli Esseni, il favorito di Erode, rendendo tanto più probabile la loro identità, quanto più strano sarebbe ammettere al tempo istesso dueMenachemambo dottori, ambo favoriti da Erode, ambo seguiti da lunga schiera di Dottori favoriticom’essi. Or bene: noi abbiamo un punto fisso di partenza nel calcolo cronologico, ed è la data dell’esistenza d’Illel collega di Menachem. Il quale visse e sostenne il patriarcato cento anni prima della distruzione del tempio, nel quale tempo deve aver vissuto e figurato lo stesso Menachem che gli fu collega nel dottorato, anzi capo della scuola avversaria, alla cui testa si pose, dopo di esso Menachem, il più famosoSciammài. Questo punto dimostrato costante, che cosa ci resta a fare per compire la dimostrazione e provare sincronici i due Menachem? Dobbiamo, se non erro, provare che il Menachem di Giuseppe visse, fiorì giusto cento anni prima dello esilio. Or bene: aprite Giuseppe, e dove è menzione del fatto della predizione di Menachem troverete notato dall’Arnauld d’Andelby essere ciò appunto avvenuto nell’anno 40 prima dell’era volgare, la quale avendo preceduto circa un 60 anni la distruzione del tempio, torna l’istesso che dire cento anni prima della distruzione, ch’è quanto dire quella stessa data in cui, secondo il Talmud, veduto abbiamo esistere, fiorire il talmudicoMenachem.Ci resta ora ad allegare l’autorità la quale indirettamente, e per ciò stesso tanto più concludentemente, depone in favor della identità dei due Menachem. Io non so se ne abbiate contezza. Ma oltre le opere di Giuseppe in greco dettate, e che furono tradotte, si può dire, in quasi tutte le lingue dell’Europa, ve ne ha un’altra in puro ebraico distesa, che mostra di appartenere allo stesso autore, ma della cui autenticità molti dubbj sorsero e durano tuttavia. Or bene in quest’opera ebraica, nelJosifon, al cap. 55, dove si parla della restaurazione del Tempio per opera di Erode, narra pure la famosa predizione del regno fatta da Menachem ad Erode ancor fanciullo.—Ma come la narra? Certo come la narraval’antico Giuseppe, tranne solo una frase che nel primo non esiste e ch’è per noi il più luminoso attestato della identità dei due Menachem. E là, ove nominando per la prima volta il profetaMenachem, oltre porlo nel novero deihasidim e hahamim, cenno, come vedete, di gran rilievo, lo qualifica a diritturacollega di Sciammai, lo che è appunto ciò che andiamo cercando, null’altro potendo essere unMenachem collega di Sciammaise non quello che appunto come collega diSciammaiè qualificato dai Talmudisti. Se poi a tutto questo aggiungete che Erode fu, secondo ilJosifon, secondo il Talmud, e secondo il grecoGiuseppeintimo dei Farisei, sotto le cui bandiere acquistò e conservò la corona; che fu stile generale, costante dei Dottori farisei l’annunziare da lungi i grandi destini, specialmente ai fanciulli comeGamaliel a Giosuèancor fanciullo prigioniero in Roma, come Rabba di cui leggesi in Berahot ai due discepoli che aveva commensali; che più particolarmente si occuparono di vaticinare il regno ai futuri monarchi, come Rabban Joanan Benzaccai a Vespasiano ed a Tito, come Ribbi Achiba a Barcohaba, l’Arminiodi Palestina, se pensate che tutti i Rabbini posteriori come il Seder Adorot che lessero nelJosifonil fatto di Menachem, l’intesero qual personaggio identico di fatti al Talmudico Menachem; se tutto questo aggiungete, avrete un fascio di prove così stretto, così aderente, che insieme al racconto talmudico, rispondente al racconto flaviano, insieme alla concordanza cronologica dei due avvenimenti, forma tale congerie di fatti così cospicui da costituire una vera e propria dimostrazione evidente, da provare soprattutto questi due fatti capitalissimi: la conoscenza che ebbero degli Esseni i Dottori nostri contro la sentenza comunemente adottata, e la identità appunto di Esseni e di Farisei, dappoichè questi ultimi dei primifavellano in guisa nel loro Talmud, come se proprj fossero del Farisato gli Esseni, propria la loro storia; proprie le glorie, e proprio tutto ciò che ad essi si attiene.E poichè abbiamo preso a narrare le loro predizioni, mestieri è pure che d’altro qui si favelli che merita pure tra quelle narrate luogo cospicuo; e forse pegli autorevoli deposti, merita anzi sovra tutte il primato. Voi avete udito Giuseppe narrare delle esseniche predizioni. Or bene: Giuseppe, siccome quello che visse un anno nella società degli Esseni, doveva pure pretendere al Profetismo, e difatti Giuseppe apertamente v’aspira. Che dico? Narra egli stesso nel 3º libro delle Guerre Giudaiche come, stretto d’assedio inJotapat, predisse agli abitanti che la città cadrebbe dopo 47 giorni di resistenza in poter dei Romani, e ch’egli stesso sarebbe caduto vivo in poter loro. Non basta.—Ciò che il Talmud narra diR. Johanan Ben Zaccai, ciò che udiste poc’anzi da questo Dottore qual presagio di prossimo regno a Vespasiano, ed a Tito, Giuseppe di sè stesso lo narra. Racconta Giuseppe come condotto nel campo nemico, e presentato a Vespasiano, questi deliberasse inviarlo a Nerone allora imperante; come a sua notizia pervenuto l’intendimento di Vespasiano, alla presenza di Tito e di altri due testimoni lo ammonisse dicendo, lasciasse pure d’inviarlo a Roma perciocchè Nerone ed i suoi successori poco avrebbero ancora da vivere; sapesse che egli solo dovrebbe ormai riguardarsi qual Cesare, giacchè egli, Vespasiano, e dopo di esso Tito suo figlio sarebbero saliti sul trono. Mentiva nel racconto Giuseppe, e fama volle usurpare di profeta agli occhi dei posteri? Così sentenzierebbe una critica superficiale, ma quanto ingiustamente! Poichè se il caso favorisse il temerario annunzio del prigioniero, o piuttosto, le potenze recondite dell’Essena, dell’iniziato, si risvegliasseroall’occasione, questo non saprei accertare; ma che Giuseppe non abbia peccato per frode, ella è tal cosa che sfida ogni dubbio in contrario. E sapete chi me lo dice? I contemporanei o poco posteriori a Giuseppe, i Pagani nemici del nome ebraico, quelli che raccolsero di bocca alla fama il prodigioso vaticinio, come correva allor rumoroso sulle labbra di tutti; egli è Dione Cassio nel libro 66; egli è Svetonio nella vita di Vespasiano al 12º libro; e se Tacito non si può annoverare qual testimone della profezia di Giuseppe, si può qual autorità allegare di una predizione almeno congenere. Ella è quella di cui favella nel 2º libro delle Storie, parag. 78.Sorge, egli dice,tra la Giudea e la Siria un monte che si chiama Carmelo, il Dio che in quel luogo si adora reca il nome stesso(qui Tacito sentenzia a sproposito).Nulla statua di quel Dio e niun tempio: un altare solo si erge e il rispetto lo circonda. Vespasiano vi andò e sacrificò. E mentre volgeva nella mente i suoi piani, il sacerdote, consultate le viscere dell’animale, gli disse: Qualunque sia il pensiero che ti preoccupa sappi che ti attendono un vasto palagio, senza limiti possedimento, e lo imperio di genti innumerevoli.Ecco ciò che Tacito racconta. E certo qui di Giuseppe non è memoria; ma se tutte le circostanze valutate del racconto di Tacito; se fate la parte dell’ignoranza nel Dio Carmelo, che non ha mai esistito; la parte del paganesimo nelle consultate viscere dell’animale Beto, sconosciuto e riservato nell’Ebraismo; se cernete infine la narrazione tacitiana di quanto v’ha d’inesatto, d’eterogeneo, rimarrà questo fatto per sè stesso parlante, lapredizione del regno a Vespasiano annunziata in Giudea da un Ebreo, da un sacerdote. Il quale fatto posto a confronto colla predizione attribuita dal Talmud aR. Johanan Ben Zaccai, con quella che a sè stessoattribuisce Giuseppe, verrà con essi fuso, assimilato e tutt’insieme faranno un solo fatto, un sol vaticinio, le cui varianti sono inGiuseppe, inTacito, e nelTalmud, in cui ardua opera sarebbe quella parte d’onore assegnare ad ognuno, che per diritto gli spetta.Checchè ne sia, gli Esseni si occupavano di predizioni. Ma gli Esseni vantano un testimone di gran lunga più illustre, un pagano dottissimo, un celebre filosofo, il quale conferma le avverate predizioni degli Esseni, e che interdice a chi glie ne pigliasse vaghezza, di prendere non troppo sul serio le esseniche predizioni. E questi è Porfirio, uno dei più grandi neoplatonici che siano sorti nei primi secoli del Cristianesimo. Il quale al dire di Giulio Simon nellaStoria delle Scuole di Alessandria, non solo conobbe gli Esseni e le loro predizioni, ma le confessò veridiche e confermate dal fatto. Confessione di gran rilievo, e per la religione e per l’ingegno non comune del filosofo pagano, il quale meritò che nelTrionfo d’Amoredi esso poetasse il Petrarca:Porfirio, che d’acuti sillogismiEmpiè la dialettica faretra.

Se degli Esseni abbiamo studiato sinora ciò ch’insegnarono, rapporto all’anima, alla sua natura, ai suoi destini, parmi questo luogo conveniente di studiare altresì ciò che insegnarono delle straordinarie manifestazioni delle facoltà psicologiche nelle predizioni, nelle profezie di cui andarono gli Esseni celebri per il mondo. Giacchè narra la storia parecchi e famosissimi casi, in cui gli Esseni annunziarono da lungi un avvenire, che non mancò giammai, dice Giuseppe, di avverarsi.—Si avverò, dice Flavio nel decimoterzo delleAntichità, quandoGiuda, Essena di nazione, per esprimermi com’esso s’esprime, predisse la morte d’Ircano nella torre di Stratone; e tanto superlativo si formava concetto del medesimoGiuda, che non teme Flavio di aggiungere, per valermi della traduzione francese di Arnauld d’Andelby:que ses prédictions ne manquaient jamais de se trouver véritables.—Si avverò, oltre altri casi moltissimi narrati da Flavio, in quello veramente memorabile d’Erode il Grande, quando un Essena per nomeMenahemche menava, dice Flavio, una vita sì virtuosa che lodato era da ognuno e che aveva da Dio ricevuto il dono di profezia, vedendo Erode ancor fanciullo studiare insieme coi bambini dell’età sua, gli disse che avrebbe un giorno regnato sopra gli Ebrei. Quando Erode inalzato al trono si vide al colmo della prosperità,ricordossi di Menachem e delle sue predizioni, e chiamatolo presso di sè, trattò da quind’innanzi con segnalato favore tutti gli Esseni. Sono queste parole pressochè testuali di Flavio Giuseppe, nelle quali misi uno studio particolare di fedeltà onde le conseguenze storiche dottrinali che ne dedurremo, sieno sopra basi fondate, solide, incrollabili.—Questi fatti provano, non è dubbio, come gli Esseni s’occupassero di predizioni; e qual credito insigne godessero tra i lor coetanei eziandio più illustri, di veridici vaticinatori delle cose avvenire. Ma l’ultimo dei fatti narrati, l’episodio dello inalzamento di Erode al trono di Giuda, prova inoltre due cose; prova quanto ingiustamente sia stato sinora creduto tacersi affatto gli antichi Dottori della società degli Esseni, dacchè, singolare a dirsi, al fatto or’ora discorso si allude manifestamente nel Talmud, come fra poco vedremo. E prova poi altra cosa. Prova quella identità che non ho cessato un istante di proclamare tra gli Esseni ed il Farisato, non altro essendo i primi, a parer mio, che la parte eletta ed i teologi della scuola. Ora chi non vedrà e l’una e l’altra cosa nel Talmud diKaghigà? Ove descrivendo le prime primissime origini delle controversie dei Farisei, e i primi tra i Dottori ad erigersi tra essi antagonisti, narra qual prima coppia ch’ebbe discorde il sentire in fatto di religione, un Illel, l’antico il famoso Illel, che il chiarissimo Luzzatto crede identico al Pollione di Giuseppe, e per secondo non già Sciammai che non intervenne che tardi, ma il nostro, lo storico, l’EssenaMenachemche precorse aSciammainel rabbinico patriarcato e che solo aSciammaicesse il luogo, l’ufficio, quando la sorte chiamollo altrove, come vedremo. E perchè dico il talmudico Menachem identico al nostro, all’Essena Menachem di cui parla Giuseppe? Perchè è il Talmud stessoche ce lo insegna, per chi bene lo intenda, il quale, dopo aver detto che a Menachem sottentrò nell’officioSciammai, chiede a se stesso.—Che cosa avvenisse di Menachemleehan iazà.—E Dio volesse che fosse la risposta concorde. Ma no! Da Menachem al Talmud, o per dir meglio, ai personaggi che qui interloquiscono nelTalmud,Abaje e Rabbà, non solo più di tre secoli eran trascorsi, ma l’esilio, lo spostamento delle accademie e dei centri studiosi avevano di tale dubbiezza avviluppate le cose che immediatamente precessero la grande catastrofe, che si vedevano sì, ma come gli obbietti si veggono per l’aer caliginoso. Che volete pertanto?Abajè e Rabbàrispondono sì, ma onninamente discordi, alla domanda del Talmud. Dottori ambidue Babilonesi, nati, cresciuti lungi da Palestina patria di Menachem, ognuno di essi narra le cose tali quali le aveva udite per avventura da una tradizione discorde. PerAbaje, Menachem uscìletarbut rahà, frase talmudica che vale quantoapostatareod uscire dal grembo della ebraica ortodossia.—PerRabbàinvece se Menachem non è più tra i Dottori annoverato, egli è perchè (notate prezioso ricordo!) fu assunto al servigio e ministero del Re, il quale come ora vedremo non è, nè può essere altri se nonErode il Grande.—Ora di fronte al dubitar del Talmud chi oserà asserire che le cose avvenissero come noi le dicemmo avvenute? Quando due opinioni tenzonano, come vediamo, con egual forza, chi ci autorizza a stare piuttosto alla seconda che non alla prima, e soscrivere alla versione favorevole diRabbà, piuttosto che a quella a noi ostile diAbaje?—Ah! il perchè è facile a dirsi, e voi uditolo, spero, mi darete ragione. Due sono gli argomenti capitalissimi che ci persuadono vera, preponderante la tradizione diRabbà. È il primo un principio che corre comune e divulgato assai tra gli studiosidel Talmud, che ovunque cioè una controversia si verifichi traAbajè e Rabbà, egli è al secondo che dobbiamo attenerci, tranne pochi singoli casi nominativamente eccettuati dallo stesso Talmud. Che nelle quistioni critiche storiche, anco dogmatiche, questo criterio non abbia avuto sempre forza di legge, concedo anch’io volentieri, ma con qual giustizia, con qual coerenza?—Certo con quella stessa giustizia e coerenza che manomise nello studio del Talmud tuttociò che non ha rapporto immediato colla pratica religiosa, senza pensare che ove di un albero tu trascuri le radici, il tronco, i rami ed anco le foglie, è vana opera occuparsi del frutto che non crescerà mai, o crescerà misero e tristanzuolo, quale lo fece il mal governo dello stupido cultore.

A noi però che recammo sempre nell’animo la sintesi, la reintegrazione della scienza ebraica in tutte le svariatissime sue parti, teoriche e pratiche, non è lecito adottare criterio diverso nel rito da quello che nella storia, nel domma, nell’esegesi adottiamo, e in queste come in quelle diciamo e continueremo a direIlheta che rabà. E questo è argomento che abbastanza identifica il Menachem del Talmud coll’Essena Menachem, di cui Flavio discorre. Ma qual’è il secondo? Il secondo è lo stesso Talmud che ce lo fornisce, ed è tale, che ove pure si volesse niun valore concedere alla massima già esposta che dà ragione aRabbàcontroAbajè, basterebbe per se solo a far prevalere l’opinione del primo contro il dir del secondo. E perchè? Perchè reca un inaspettato ed autorevolissimo ausilio alla tradizione del primo, in un’antica Barraità, che oltre essere opera di Dottori Palestinesi conterranei di Menachem, è di gran lunga più antica del Talmud e dei suoi autori, e quindi maggiormente si avvicina all’epoca di Menachem, e più veridica e sincera ne ragguaglia dell’avvenuto. La Barraità otesto misnico si pronunzia a dirittura in favor diRabbà, e quella ragione assegna al ritiro diMenachemcheRabbàassegnava, vale a dire i nuovi offici che fu chiamato a sostenere in corte di un Re che non può essere altro che Erode,Tananammè akì iazà Menahem laabodat ammelech. Non basta. La Barraità ci conserva memoria di una circostanza taciuta dallo stessoRabbà, e che più compiutamente risponde alla narrazione di Giuseppe. Certo voi non lo avete obbliato. Oltre i favori personali che asseguìMenachem, narra Giuseppe il credito, l’estimazione in cui salirono, la mercè sua, gli Esseni: e come (sono sue parole)da indi innanzi trattasse con segnalati favori i nostri Esseni. Or bene, la Barraità pare che faccia eco alle parole di Flavio, e dopo aver detto come udiste di Menachem che passò alservigio del Re, queste parole aggiunge memorandissime che a voi raccomando:E con esso passarono allo stesso servigio ottanta coppie di giovani dottori in serico ammanto—segno della nuova dignità a cui furono assunti, secondo era stile degli antichi principati rivestire i nuovi eletti di abiti distinti, secondo si legge in Assuero e in Faraone. Ma questi due argomenti, per quanto grandi, non sono i soli: ve ne sono altri due che grandemente favoriscono il nostro sistema: l’uno è la concordanza cronologica dei due fatti, l’altro è la produzione di un’autorità tanto più concludente quanto più inconsapevole e spontanea. Che cosa è la prova cronologica? È quella che dimostra come ilMenachem, di cui parla il Talmud, visse appunto in quel tempo in cui visse, al dir di Giuseppe, ilMenachemdegli Esseni, il favorito di Erode, rendendo tanto più probabile la loro identità, quanto più strano sarebbe ammettere al tempo istesso dueMenachemambo dottori, ambo favoriti da Erode, ambo seguiti da lunga schiera di Dottori favoriticom’essi. Or bene: noi abbiamo un punto fisso di partenza nel calcolo cronologico, ed è la data dell’esistenza d’Illel collega di Menachem. Il quale visse e sostenne il patriarcato cento anni prima della distruzione del tempio, nel quale tempo deve aver vissuto e figurato lo stesso Menachem che gli fu collega nel dottorato, anzi capo della scuola avversaria, alla cui testa si pose, dopo di esso Menachem, il più famosoSciammài. Questo punto dimostrato costante, che cosa ci resta a fare per compire la dimostrazione e provare sincronici i due Menachem? Dobbiamo, se non erro, provare che il Menachem di Giuseppe visse, fiorì giusto cento anni prima dello esilio. Or bene: aprite Giuseppe, e dove è menzione del fatto della predizione di Menachem troverete notato dall’Arnauld d’Andelby essere ciò appunto avvenuto nell’anno 40 prima dell’era volgare, la quale avendo preceduto circa un 60 anni la distruzione del tempio, torna l’istesso che dire cento anni prima della distruzione, ch’è quanto dire quella stessa data in cui, secondo il Talmud, veduto abbiamo esistere, fiorire il talmudicoMenachem.

Ci resta ora ad allegare l’autorità la quale indirettamente, e per ciò stesso tanto più concludentemente, depone in favor della identità dei due Menachem. Io non so se ne abbiate contezza. Ma oltre le opere di Giuseppe in greco dettate, e che furono tradotte, si può dire, in quasi tutte le lingue dell’Europa, ve ne ha un’altra in puro ebraico distesa, che mostra di appartenere allo stesso autore, ma della cui autenticità molti dubbj sorsero e durano tuttavia. Or bene in quest’opera ebraica, nelJosifon, al cap. 55, dove si parla della restaurazione del Tempio per opera di Erode, narra pure la famosa predizione del regno fatta da Menachem ad Erode ancor fanciullo.—Ma come la narra? Certo come la narraval’antico Giuseppe, tranne solo una frase che nel primo non esiste e ch’è per noi il più luminoso attestato della identità dei due Menachem. E là, ove nominando per la prima volta il profetaMenachem, oltre porlo nel novero deihasidim e hahamim, cenno, come vedete, di gran rilievo, lo qualifica a diritturacollega di Sciammai, lo che è appunto ciò che andiamo cercando, null’altro potendo essere unMenachem collega di Sciammaise non quello che appunto come collega diSciammaiè qualificato dai Talmudisti. Se poi a tutto questo aggiungete che Erode fu, secondo ilJosifon, secondo il Talmud, e secondo il grecoGiuseppeintimo dei Farisei, sotto le cui bandiere acquistò e conservò la corona; che fu stile generale, costante dei Dottori farisei l’annunziare da lungi i grandi destini, specialmente ai fanciulli comeGamaliel a Giosuèancor fanciullo prigioniero in Roma, come Rabba di cui leggesi in Berahot ai due discepoli che aveva commensali; che più particolarmente si occuparono di vaticinare il regno ai futuri monarchi, come Rabban Joanan Benzaccai a Vespasiano ed a Tito, come Ribbi Achiba a Barcohaba, l’Arminiodi Palestina, se pensate che tutti i Rabbini posteriori come il Seder Adorot che lessero nelJosifonil fatto di Menachem, l’intesero qual personaggio identico di fatti al Talmudico Menachem; se tutto questo aggiungete, avrete un fascio di prove così stretto, così aderente, che insieme al racconto talmudico, rispondente al racconto flaviano, insieme alla concordanza cronologica dei due avvenimenti, forma tale congerie di fatti così cospicui da costituire una vera e propria dimostrazione evidente, da provare soprattutto questi due fatti capitalissimi: la conoscenza che ebbero degli Esseni i Dottori nostri contro la sentenza comunemente adottata, e la identità appunto di Esseni e di Farisei, dappoichè questi ultimi dei primifavellano in guisa nel loro Talmud, come se proprj fossero del Farisato gli Esseni, propria la loro storia; proprie le glorie, e proprio tutto ciò che ad essi si attiene.

E poichè abbiamo preso a narrare le loro predizioni, mestieri è pure che d’altro qui si favelli che merita pure tra quelle narrate luogo cospicuo; e forse pegli autorevoli deposti, merita anzi sovra tutte il primato. Voi avete udito Giuseppe narrare delle esseniche predizioni. Or bene: Giuseppe, siccome quello che visse un anno nella società degli Esseni, doveva pure pretendere al Profetismo, e difatti Giuseppe apertamente v’aspira. Che dico? Narra egli stesso nel 3º libro delle Guerre Giudaiche come, stretto d’assedio inJotapat, predisse agli abitanti che la città cadrebbe dopo 47 giorni di resistenza in poter dei Romani, e ch’egli stesso sarebbe caduto vivo in poter loro. Non basta.—Ciò che il Talmud narra diR. Johanan Ben Zaccai, ciò che udiste poc’anzi da questo Dottore qual presagio di prossimo regno a Vespasiano, ed a Tito, Giuseppe di sè stesso lo narra. Racconta Giuseppe come condotto nel campo nemico, e presentato a Vespasiano, questi deliberasse inviarlo a Nerone allora imperante; come a sua notizia pervenuto l’intendimento di Vespasiano, alla presenza di Tito e di altri due testimoni lo ammonisse dicendo, lasciasse pure d’inviarlo a Roma perciocchè Nerone ed i suoi successori poco avrebbero ancora da vivere; sapesse che egli solo dovrebbe ormai riguardarsi qual Cesare, giacchè egli, Vespasiano, e dopo di esso Tito suo figlio sarebbero saliti sul trono. Mentiva nel racconto Giuseppe, e fama volle usurpare di profeta agli occhi dei posteri? Così sentenzierebbe una critica superficiale, ma quanto ingiustamente! Poichè se il caso favorisse il temerario annunzio del prigioniero, o piuttosto, le potenze recondite dell’Essena, dell’iniziato, si risvegliasseroall’occasione, questo non saprei accertare; ma che Giuseppe non abbia peccato per frode, ella è tal cosa che sfida ogni dubbio in contrario. E sapete chi me lo dice? I contemporanei o poco posteriori a Giuseppe, i Pagani nemici del nome ebraico, quelli che raccolsero di bocca alla fama il prodigioso vaticinio, come correva allor rumoroso sulle labbra di tutti; egli è Dione Cassio nel libro 66; egli è Svetonio nella vita di Vespasiano al 12º libro; e se Tacito non si può annoverare qual testimone della profezia di Giuseppe, si può qual autorità allegare di una predizione almeno congenere. Ella è quella di cui favella nel 2º libro delle Storie, parag. 78.Sorge, egli dice,tra la Giudea e la Siria un monte che si chiama Carmelo, il Dio che in quel luogo si adora reca il nome stesso(qui Tacito sentenzia a sproposito).Nulla statua di quel Dio e niun tempio: un altare solo si erge e il rispetto lo circonda. Vespasiano vi andò e sacrificò. E mentre volgeva nella mente i suoi piani, il sacerdote, consultate le viscere dell’animale, gli disse: Qualunque sia il pensiero che ti preoccupa sappi che ti attendono un vasto palagio, senza limiti possedimento, e lo imperio di genti innumerevoli.Ecco ciò che Tacito racconta. E certo qui di Giuseppe non è memoria; ma se tutte le circostanze valutate del racconto di Tacito; se fate la parte dell’ignoranza nel Dio Carmelo, che non ha mai esistito; la parte del paganesimo nelle consultate viscere dell’animale Beto, sconosciuto e riservato nell’Ebraismo; se cernete infine la narrazione tacitiana di quanto v’ha d’inesatto, d’eterogeneo, rimarrà questo fatto per sè stesso parlante, lapredizione del regno a Vespasiano annunziata in Giudea da un Ebreo, da un sacerdote. Il quale fatto posto a confronto colla predizione attribuita dal Talmud aR. Johanan Ben Zaccai, con quella che a sè stessoattribuisce Giuseppe, verrà con essi fuso, assimilato e tutt’insieme faranno un solo fatto, un sol vaticinio, le cui varianti sono inGiuseppe, inTacito, e nelTalmud, in cui ardua opera sarebbe quella parte d’onore assegnare ad ognuno, che per diritto gli spetta.

Checchè ne sia, gli Esseni si occupavano di predizioni. Ma gli Esseni vantano un testimone di gran lunga più illustre, un pagano dottissimo, un celebre filosofo, il quale conferma le avverate predizioni degli Esseni, e che interdice a chi glie ne pigliasse vaghezza, di prendere non troppo sul serio le esseniche predizioni. E questi è Porfirio, uno dei più grandi neoplatonici che siano sorti nei primi secoli del Cristianesimo. Il quale al dire di Giulio Simon nellaStoria delle Scuole di Alessandria, non solo conobbe gli Esseni e le loro predizioni, ma le confessò veridiche e confermate dal fatto. Confessione di gran rilievo, e per la religione e per l’ingegno non comune del filosofo pagano, il quale meritò che nelTrionfo d’Amoredi esso poetasse il Petrarca:

Porfirio, che d’acuti sillogismiEmpiè la dialettica faretra.


Back to IndexNext