CAPITOLO II.Dei primitivi Italiani.ANTICHITÀ DELL’ITALIAQuell’amore di patria, che pare si acuisca quant’essa e più immeritamente sventurata, e che cambia di pretensioni secondo la passione del momento, potè asserire che l’Italia fosse da antichissimo non solo abitata, ma incivilita a segno, che di là partissero i dirozzatori della Grecia, dell’Egitto, perfino dell’India. Non v’è paradosso, a cui non possa imprimere aspetto di probabilitàuna erudizione o incompleta o mendace, la quale ignori o dissimuli gli argomenti contrarj, contentandosi di soddisfare ai dilettanti, la genìa più numerosa, e la più consueta dispensiera della reputazione, che è l’orpello della gloria. Chi ben vede, a quella ipotesi[13]trova repugnare e la natura dei terreni e le testimonianze storiche; alle quali chi neghi peso quando avverse, non potrà appoggiarvisi quando favorevoli.I terreni dell’Italia peninsulare si trovavano (lo vedemmo or ora) allo scarco orientale dell’Appennino occupati da paludi, e all’occidentale sommossi da esalazioni vulcaniche; Adige, Ticino, Po e i cento loro confluenti spagliavano a baldanza nella continentale, e il mare penetrava ben addentro in quelle ora ubertosissime pianure.Documenti di remotissima longevità dove si additano fra noi? La storia più antica, l’ebraica, ci mostra l’Egitto, la Fenicia, l’Arabia incivilite venti secoli prima di Cristo, e non menziona tampoco l’Italia, bensì mette per fede quel che le moderne ricerche d’etnografia, di linguistica e d’archeologia vanno confermando, che la stirpe umana derivi da un ceppo unico e dal centro dell’Asia, donde pe’ varj pendìi si diffuse in tre gruppi, distinti eppur fraterni, designati col nome di Sem, Cam, Giafet. Il primo prevalse per senno, e per avere conservato maggior quantità di tradizioni morali e scientifiche: il secondo, segnalato per industria e cultura, precipitò in tempestiva depravazione: il terzo, famiglia più rozza e meno corrotta, dovea vantaggiarsi dei progressi delle altre.Della gente giapetica una parte estendevasi nella penisolaindiana e nella Persia, mentre un’altra risalì al settentrione, e traverso alla Scizia penetrò nell’Europa nostra. Le lingue parlate in questa, fra cui la latina e l’italiana, s’annettono fra loro per tante affinità di parole e di costrutti, che se ne costituì un solo gruppo, intitolato indo-germanico, di cui le radici sono a cercare fra le misteriose bellezze del sanscrito, lingua sacra dell’India. Che più? questa ricchezza di frutti e di grani, quest’utile e dolce compagnia d’animali domestici, non è indigena dell’Italia, ma seguì le migrazioni, mosse dalla nativa Asia verso il nostro Occidente: nuova conferma al racconto biblico.PRIME GENTIE già fu tempo quando le origini dei popoli non si voleano cercare che dal genesi mosaico; Noè e suoi figliuoli doveano esser venuti a popolare la nostra patria, e qualche nome che tenesse somiglianza co’ nostrali, bastava a stabilire una genealogia. Fu allora che il Morigia faceva occupare l’agro milanese da Tubal figlio di Giafet, trentacinque anni dopo il diluvio, e fondar la città d’Insubria, detta poi Milano; che Bernardino Scardeonio empiva la Venezia con colonie menate dai figli di Noè; che Noè stesso era fatto giungere in Italia dal Merula, e quivi dal vino denominare Giano[14].Chi più bada a queste baje de’ frati, nè a quelle degli eruditi che voleano trar le origini ciascuno dal popolo e dalla lingua su cui avea diretto gli studj, dai Fenicj il Mazzocchi, il Martorelli, oltre il Giambullari, il Gelli e gli altri resi famosi col nome di Aramei; dai Celti il Bochart, Guido Ferrari e il Bardetti; nè a quelle dei poeti, che metteano Troja a capo di tutto?[15].L’ODISSEAQuesta città richiama a mente lo scrittore classico più remoto e «primo pittor delle memorie antiche». Omero, guidando il suo simbolico Ulisse a vedere «i costumi e le città di varj popoli», undici secoli avanti Cristo nomina i Siculi come primissimi abitatori del centro della nostra penisola; ma descrivendo le coste di questa, indirettamente ne smentisce antica la civiltà. Caduta Troja, Ulisse, cacciato dall’ira divina fra i Lotòfagi del littorale africano, si propone di ritornare ad Itaca sua patria, isola del mar Jonio. Imbarcato, drizza la prora verso l’isola delle tre punte (Trinacria), la quale ricevette nome dai Siculi; e presa terra presso l’ignivomo Etna, v’incontra Ciclopi e Polifemi, cioè gente ferina e antropofago, «che non semina nè pianta, non ha leggi, non adunanze, non navi, ma abita in antri, signoreggiando sulla moglie e sui figliuoli». Campato dal costoro dente, uscito dallo stretto di Messina, approda alle isole Eolie; donde coll’aria di ponente traversa lo stretto che supponemmo si aprisse fra il golfo Scilatico e il Lametico (pag. 16). Poi dai numi irati risospinto pel medesimo varco, sale verso Lamo[16]nel golfo di Gaeta; e da un’altura esplorando il paese, «non vi scorge ovraggio d’uomo nè di bue», ma solo i fumi, probabilmente del Vesuvio. Alcuni de’ suoi seguaci,mandati per informazioni all’abitato, vi trovano i Lestrigoni, giganti che mangiano uomini, e lanciano pietroni enormi.Perduta la maggior parte de’ compagni, e ripresa via, Ulisse afferra al paese di Circe, che probabilmente è il monte Circeo, «isola circondata dall’immenso mare» che poi interrotto formò le infauste paludi Pontine. Circe, maga che trasforma gli uomini in bestie, cos’altro simboleggia che il vivere ferino? Ed essa consiglia Ulisse di veleggiare col vento di borea ai Cimmerj, ossia nella regione di Cuma napoletana che fu poi così ridente, e che allora dinotavasi come regno delle ombre e dei morti o delle sirene, cioè offriva campo agli sbizzarrimenti della fantasia perchè sconosciuta[17].L’ENEIDELEGGENDA VIRGILIANATale appariva l’Italia all’itaco re, il quale ne’ suoi lunghi pellegrinaggi in altre contrade ritrova e civiltà ordinata, e gentilezza d’arti, e scienza d’armi, e abilità dì navigare. E il poeta, il quale dovea vivere nove secoli avanti Cristo, fa predire da Apollo che Enea otterrebbe ancora regno nella Troade: laonde non si potrebbe obiettargli la civiltà che qui Enea trovò, secondo una favola di posteriore invenzione, immortalata da Virgilio. Il qual Virgilio, elegantissimo espositore delle tradizioni che blandissero la vanità latina, fa abitata l’Italia da popoli selvaggi[18], senza proprietà stabile[19], che sol ricordavano d’essere usciti da tronchi dirovere[20], allorquando (dovette essere quattordici secoli prima di Cristo) calò fra loro Saturno, che quella gente indocile e dispersa ne’ monti raccolse, la insegnò nell’agricoltura, nell’innestar gli alberi, nel valersi dei bovi, mentre la vite era introdotta da Sabino[21]. Ed anche al tempo che qui fa approdare il pio trojano, quel gentile poeta ci descrive bambino l’incivilimento degli Itali, divisi in borgatelle, occupati a rompere la gleba, andar a caccia, cavalcare; alcuni pochi dell’Etruria a lavorare il ferro, forse tratto dall’Elba; armati sempre, taluni perfin tra le fatiche agricole; faceansi elmi e schinieri con pelli di lupo e scorze di sovero, e sapeano trar di fromba e d’arco, anche con saette avvelenate[22]. Il re, capo d’un piccolo cantone, avea solo autorità di convocare il popolo alle assemblee e condurlo in guerra; suo distintivo pelli d’orso, di leone, di pantera[23]; sua reggia una capanna di paglia; e spesso congiungeva al comando gli uffizj e il carattere di sacerdote[24]. Di fuori s’erano importati molti riti sacri, dall’Arcadia i Lupercali, dalla Grecia i Baccanali; altri più severi, probabilmente indigeni, si esercitavano nelle selve ad onore o degli avi defunti o degli eroi; un feticismo più grossolano era mantenuto fra alcuni, che prestavano culto ai fiumi, entro ai quali immergeano i neonati, o si lavavano i peccatori per purificarsi[25]; nè era dismessa l’orribile eppur tanto diffusa superstizione de’ sagrifizj umani.ELABORAZIONI STORICHEA dare significazione storica a questo linguaggio mitologico, a strigare la continua confusione del reale coll’immaginario, che si trova nella leggenda, la quale altera il fatto reale, talvolta lo contraddice apertamente, ma pure conserva un fondo di vero, o almeno di non falso, faticarono l’erudizione e la fantasia; e non volendo accettare quel mistero che involge tutte le origini, ogni tratto presentasi alcuno a trinciar le quistioni colla facilità propria di chi non le ha studiate, e tacciando chiunque lo precedette; vantasi di nuovi fatti, d’insoliti paradossi, che poi riescono a luoghi comuni: per tacere degli sguajati, che aborrendo dalla verità cercata per se stessa, delle sapienti elucubrazioni fanno un’occasione di strapazzi; e perchè Müller o Niebuhr traggono i Pelasgi dai Germani, Freret e Thierry dai Galli, gl’insultano come minaci alla nazionale indipendenza.Se alcuna cosa attendibile si può raccogliere, è che la popolazione all’Italia venne in più riprese, e di genti che un lasso di secoli e diversità di clima e di consuetudine aveano distinte, benchè non ne cancellassero le originarie somiglianze. Il discenderle è tanto più arduo perchè la scarsezza di monumenti toglie di spiegarli e correggere a vicenda; e l’appoggiar le induzioni sopra errori falsa necessariamente le conseguenze.Gli antichissimi non iscrissero le loro storie, od a noi non pervennero; fossero anche pervenute, ce n’avrebbero potuto rivelare le origini? Le tradizioni si sformarono pel passare di bocca in bocca, per l’ignoranza del vulgo, per la scaltrezza sacerdotale, per la boria patriotica. Quei che primi tolsero a fissarle collo scritto non le seppero vagliare, ignorarono molti monumenti, o non ne intesero il valore; intanto sovvertimenti naturali, sovrapposizione di nuovi popoli, inenarrabili sventure mutavano faccia, costumi, credenze,lingue ne’ paesi: sicchè, cancellate o confuse le memorie, non restando nè uno storico nè un logografo, essendo ignota fin la lingua delle poche iscrizioni sopravanzate, riesce quasi disperata l’investigazione della verità, che è il primo scopo della storia.STORICI PRIMIUltimi degli antichi popoli d’Italia, i Romani colla spada raserò le vestigia dei precedenti; nei paesi soggiogati cercarono i lavori di appariscente bellezza onde rubarli, non ciò che avrebbe gittate qualche lume sui tempi trascorsi; i loro scrittori distinguendo i popoli conquistati per provincie, non per nazioni, venivano a confonderli; e vilipese le arti e le lingue italiche, non chiesero gloria che dalle vittorie. I Greci furono il popolo dell’antichità meglio dotato del sentimento del bello, sicchè ci lasciò i lavori più insigni nelle arti del disegno come in quelle della parola, e nel bagliore della sua luce involse quella degli altri, che ascrissero a vanto il derivare da quello le origini o l’educazione propria. Ed anche i Romani nella storia e nella filologia greca indagarono le etimologie e i tesmofori, sfrenandosi in aeree congetture, senza sentire il bisogno di confrontare, di discutere, d’accertare, ed acchetandosi ad unsi dice. Se gl’Italiani così le negligevano, come sperare che con amore ne cercassero le origini que’ Greci, i quali, non senza titoli, si tenevano ad essi di tanto superiori? Oltre il vezzo di tutto personificare, di tradurre gli eventi in miti, di presentare in un uomo o in un fatto le complessive vicende d’un’età e d’un popolo, quanto essi ne raccontano de’ primordj del nostro paese ridonda a unico vanto della Grecia; di là le colonie, di là ogni arte, ogni sapere, ogni personaggio. Ciò scema fede a quanto de’ primi abitatori d’Italia narra Dionigi d’Alicarnasso, benchè egli venisse a Roma allorchè di fresco Catone avea scritto sull’origine delle città, era appena morto Cicerone, vivo Varrone; e mostri avercopiato gli annali e le lapide di ciascun paese, le quali, appunto perchè municipali, non restavano travisate dal proposito sistematico di metterle in accordo colle altre[26].CONGETTUREDi questo Varrone, predicato come il maggiore erudito di Roma, smarrimmo i libri; ma i frammenti che ci rimangono danno a temere ch’egli pure si buttasse alla fantasia o ad un’erudizione di provenienza greca, anzichè indagar la originale e indigena. Presumiamo altrettanto di Catone, romano anch’esso, che avea radunato memorie sulle origini di ciascuna città, le quali Eliano sommava a mille centonovantasette[27]; e dei trentatre storici, che avevano trattato della fondazione di esse. Strabone e Plinio, venuti più tardi, raccolgono tradizioni, ma nè discutendo nè combinando come è proprio di chi sente il bisogno della certezza.L’erudizione moderna, chiedendo alla filologia e all’etnografia un filo onde ravviarsi in tal labirinto, inventa sistemi sempre nuovi, sempre incompiuti, sempre facili a erigersi quanto ad abbattersi. Interi libri si compilarono per null’altro che informare delle varie opinioni, le quali, come avviene delle congetturali, hanno ragione dove confutano, torto dove asseriscono. E noi, ponderatele tutte, non soddisfatti d’alcuna, esponiamo a guisa di chi è certo di non appagare altrui, perchè non è persuaso egli stesso.Nel movimento di popoli che precede l’età storica, le grandi migrazioni non succedono che per via di terra; e dai varchi alpini devono essere scesi i primiabitatori all’Italia. Altri, sopragiungendo alle spalle, cacciavansi innanzi que’ primi, i quali trasferivano altrove il nome proprio, e nella terra abbandonata lasciavano traccie di sè in qualche particolare denominazione di paese. Pertanto in una penisola, i primi venuti pajono doversi rintracciare nella più lontana estremità; verso quella essendosi calati, finchè, non potendo più oltre procedere, le genti primitive si mescolarono colle avveniticcie.Il navigare non costituiva una scienza ed arte complicata come oggi; e piccoli legni con ampia carena, capaci di cento in ducento uomini, spinti a remi e con una vela, bastavano ai viaggi, massime in mari circoscritti come quello fra l’Asia, l’Africa e noi[28]. A questo modo dovettero venire altre genti all’Italia, le quali piantavano piccole colonie e più civili sul mare, mentre i mediterranei tenevansi sui monti. Il nome di Aborigeni, attribuito ai più antichi Itali, suona montanaro (ὄροςmonte); e forse dinotava una prima immigrazione di genti giapetiche, denominata de’ Tirseni o Tirreni o Raseni, i quali comunicarono il proprio nome a tutta la penisola e al mare che la bagna ad occidente; intanto che quello a levante fu denominato Adriatico da Adria, città anch’essa tirrena. Platone, nelCritia, fa i Tirreni contemporanei degli Atlantidi al par degli Egizj, vale a dire anteriori ad ogni storia; la favola gli associa ai ricordi di Bacco, di Giove, dei Satiri; ed Esiodo, contemporaneo di Omero, rammemora «i forti Tirreni, illustri fra gli Dei e gli eroi».ABORIGENIErano di quest’antichissima genìa gli Euganei e gli Orobj, che precedettero gli Umbri; e così i Camuni, i Leponzj ed altri del Trentino; sia che da quelle parti settentrionalifossero calati in Italia, sia che fra quelle alpi avessero piantato stazioni per riparare la penisola dalle correrie dei Galli[29]. A que’ Tirreni apparteneano per avventura anche i Taurisci, o montanari nella subalpina occidentale; e nella media Italia gli Etruschi e gli Opici, appellativo fors’anche questo generico, indicante terragni[30], e contratto in Opschi ed Oschi, al quale aggiungendo l’articolo, n’esce il vocabolo Toschi. Certo i Tirreni sono considerati dagli antichi come diversi dai Siculi e dai Pelasgi: la loro lingua sembra rimanesse al fondo delle italiche; ed anche nel fiore di Roma la plebe e la gioventù prendeano spasso dalle Favole Atellane, cantate in osco; poi quando la maestà romana declinò, l’osco sopravvisse col vulgo rimasto, e divenne forse padre dell’odierno idioma.IBERIMa un elemento semitico vi si mescolò, se pure non li precedette, per opera degli Iberi, gente finnico-tartara o, come dicono i più recenti, turanica, venutadall’Iberia asiatica vicina all’Armenia, diciotto secoli avanti Cristo, e largamente diffusa in Europa, dove per mare procedette fin nella Spagna, alla quale attribuì il proprio nome, e dove lasciò ne’ Baschi la propria favella, non meno che ai Finnici, nell’estremità opposta d’Europa[31]. A questo nome si apparentavanoi Liguri nell’alta Italia; nella media forse gl’Itali, collocatisi lungo la marina occidentale fra la Macra e ilTevere; nella bassa i Sicani, che Tucidide chiama Iberi. Esso Tucidide riscontra il fiume Sicano nellevicinanze de’ Liguri, che (dic’egli) abitavano a mare sopra Marsiglia: e poichè il nome de’ Sicani accostasi a quel de’ Sequani, assisi alla sorgente della Senna, v’ha chi arguisce doversi ascrivere al loro lignaggio i Celti, e a ciò attribuisce le molte parole che nell’italiano, e più nel siciliano, rimasero di celtica radice[32].LIGURISecondo alcuni dunque la gente Ibera sarebbe abitata in Italia prima ancora che vi venissero gli Indoeuropei, e di là trarrebbero le tante parole dei nostri idiomi, estranie alle lingue ariane, e massime i vocaboli di luoghi. Ma ecco altri invece dedurre i Sicani dall’Epiro, e farli identici coi Pelasgi (Corcia); altri crederli un ramo de’ Tirreni (Abeken), che modificato dalla mistione cogli Aborigeni o Caschi, formò i Latini. Anche gli Umbri, altri popoli primissimi in Italia, da alcuni si vorrebbero Liguri: ma questo nome di Liguri ci sembra generico anzichè speciale, e certo era diffuso su grande ampiezza; gli Oschi medesimi si denominavano Liguri; Edwards, mediante la storia naturale e il confronto de’ cranj, ravvicinò la stirpe ligurealle celtiche: in modo che non uscirebbe di buona congettura chi ascrivesse tutti i prischi Italiani alla grande migrazione che si dinota col nome di Celti, estesissima razza, che forse non è diversa dalla scitica.UMBRIIllirio, Celta, Gallo, nati da Polifemo e da Galatea, popolarono il primo l’Illiria, gli altri due l’Italia col nome di Umbri. Questo linguaggio mitologico adombra la migrazione antichissima de’ Celti, i quali, scampati al diluvio[33], dalla Tesprozia e dalla Tracia si estesero a settentrione dell’Europa fin al capo Domes-ness nella Curlandia, e sulle coste occidentali sino al Finisterre della Spagna. Nel lunghissimo vagare per la selva Ercinia, che allora ombreggiava tutta l’Europa boreale, e per l’Alta Asia sino alle frontiere della Cina, perdettero la memoria della loro provenienza. Non è del nostro intendimento il cercare se fossero semitici, per la lunga dimora e per la mistione tramutati poi in indo-europei. Restringendoci alla storia, diremo che col nome diAmbraoAmhra, in loro favella significante nobile, prode, scesero in Italia, e vi si divisero in tre bande, da cui ebbero titolo tre provincie: Oll-Umbria o alta Umbria fra l’Appennino e l’Jonio; Is-Umbria o bassa, attorno al Po; Vill-Umbria o littorale, che fu poi l’Etruria. Catone vorrebbe che Ameria, loro città, sia stata ricostruita trecentottantun anno prima di Roma[34]; epoca storica, al di là della quale non sopravanzano che le favole de’ tempi saturnj. Cacciando Liguri e Siculi, gli Umbri occuparono dunque la parte orientale dell’Italia, l’occidentale lasciandoagli Iberi, e furono il popolo prepollente della penisola; col nome di Sarsinati abitarono Perugia, con quello di Camerti Clusio, e possedettero trecencinquantotto borgate[35].PELASGIContemporaneamente a queste ondate d’interi popoli, ne venivano di parziali; nè tutti erano giapetici: e Titani, Ciclopi, Lestrigoni, che pajono aver preceduto i Siculi nell’isola che da questi prese il nome, forse derivavano dalla stirpe di Cam e dall’Africa. Men tosto migrazioni di popoli interi, che colonie e conquiste sono a dire le seguenti irruzioni in Italia, e quella che s’impronta col nome de’ Pelasgi.Nulla più disputato ai dì nostri, che la derivazione, gli andamenti e l’indole de’ Pelasgi[36]. Alcunili farebbero semitici: i più gli adunano alla grande famiglia caucasea degli Sciti, una parte della quale,traverso alla Tessaglia, si arrestò in Grecia e nel Peloponneso col nome di Pelasgi ed Elleni, suddivisi poi in Eolj, Jonj, Dori, Achei, e si dilatò nelle isole dell’Arcipelago e in Italia; un’altra, valicando il Tauro, occupò l’Asia Minore, la Frigia, la Lidia, la Troade, e passato il Bosforo, prese stanza nella Tracia.Che che ne sia, essi precedono ne’ paesi civili quelle generazioni che acquistarono classica rinomanza. I Greci li faceano favolosi quanto i Titani e i Ciclopi; barbari del resto, che mandarono a conquasso le belle contrade, finchè dall’ira divina sottoposti a terribili disastri, soccombettero e furono ridotti servi. Tal è il linguaggio di una nuova generazione contro quella che essa spodestò: eppure anche nelle malevole tradizioni greche i Pelasgi appajono fondatori di città, cavatori di miniere, maestri di religione, di arti, sin di un alfabeto.In Italia giunsero in più riprese; e la prima con Enotro e Peucezio figli di Licaone, che, diciassette generazioni avanti la caduta di Troja, dall’Arcadia e dalla Tessaglia addussero una colonia, la prima che per mare uscisse di Grecia[37]. I Peucezj si collocarono sul golfo Jonico, gli Enotrj a scirocco, incivilendo i popoli campani. Nuovi fiotti di popoli snidarono altri Pelasgi dalla Macedonia e dal paese di Dodòna, cui da due secoli coltivavano; onde traverso alla Pannonia, all’Illirico, alla Dalmazia, approdarono alle foci del Po, dove fabbricarono Spina.Trovavano essi i Tirreni già soggiogati e in condizione di schiavi, gli Umbri assisi sul pendìo orientale, gli Iberi o Liguri nell’occidentale, e potentissimi i Siculi. Dato di cozzo in una tribù di questi, chiamatadegli Aurunci od Ausonj, i Pelasgi applicarono il nome d’Ausonia all’intero paese. Provarono nemici gli Umbri, e alleati gli aborigeni della Sabina, che aveano cominciato addensare le capanne senza chiusa di mura, e che allora popolarono di città le creste dell’Appennino.I Pelasgi non naturarono mai la loro padronanza sul nostro paese; malvisti sempre come stranieri e conquistatori, dovettero mantenervisi armati; tre secoli lottarono coi Siculi, finchè li spinsero nell’isola che da loro ebbe nome di Sicilia.RELIGIONE DE’ PELASGIErodoto, il più antico storico greco, dice che i Pelasgi «sacrificavano pregando gli Dei, ai quali però non applicavano nè nomi nè soprannomi, chiamandoli soltanto Dei»[38]. Forse ciò esprime che tenessero un Dio solo: ma probabilmente nel loro culto era divinizzata la natura, le forze feconde e ordinatrici di essa esprimendo in simboli, di cui restò orma nel culto italico, come i Fauni, Vesta, Anna Perenna, Pale, ed altre divinità estranie all’Olimpo greco. Il dio Termine per loro simboleggiava i possessi stabili: Vesta, la sanzione divina dell’associazione della donna coll’uomo: onde avrebbero essi introdotto fra i rozzi Italioti queste personificazioni religiose dello stato famigliare e del diritto di proprietà, importantissimi dove la costituzione pubblica riposa sopra la domestica[39]. A Vesta ardeva il fuoco perpetuo, custodito da vergini per le quali era delitto capitale il lasciarlo spegnere e il macchiar la castità. Nella Sabina posero un oracolo, somigliante a quel dell’Epiro.Particolare al nome Pelasgo era pure il culto dei misteriosi Cabiri o Dioscuri; i quali al vulgo eranoofferti come pianeti personificati, che in forma di stelle o di fuochi apparivano ai naviganti; mentre agli iniziati de’ misteri, cui sacrarj erano l’isola di Samotracia e Dodòna nell’Epiro, esprimevano il concetto di una trinità, formata dell’onnipotente, del gran fecondatore e della gran fecondatrice[40]. Ad essi serviva di ministro un Casmilo; nei loro misteri, che tennero gran parte nelle religioni italiche, garantivansi gl’iniziati contro le procelle ed altre sventure: ma le cerimonie tendeano principalmente alla purificazione delle anime. Il neofito confessava i suoi peccati, subiva prove severe, sacrifizj espiatorj; il sacerdote poteva assolvere anche dall’omicidio: ma lo spergiurare e l’uccisione nei tempj erano colpe riservate a un tribunale, che poteva anche punirle di morte. Nelle iniziazioni il neofito, coronato di ulivo e cinto d’una fusciaca purpurea, era collocato sopra una seggiola; e in cerchio ad esso gl’iniziati, tenendosi per mano, guidavano una danza al canto d’inni sacri. L’iniziato più non deponea la sacra benda, che fu poi adottata anche nei riti bacchici, coi quali aveano pure comuni le cerimonie impudiche.Le somiglianze del culto italo coll’ellenico non isfuggirono ai Greci; e Dionigi d’Alicarnasso avverte che non trattasi solo d’identità di tipi e di forme, esprimenti le idee generali di potenza o protezione speciale, ma fin d’attributi, di vesti, d’usi tradizionali, di tregue religiose, di pompe e sagrifizj, di costruzione rituale dei tempj. Alcune divinità greche furono introdotte nel culto latino a tempi conosciuti, come Apollo nel 429 di Roma, Esculapio nel 459, nel 449 l’ara massima di Ercole: ma le maggiori avrebbero potuto piantarsi dopo già costituite quelle società, così tenaci della tradizione, senza eccitarvi un generale sovvertimento? el’opposizione avrebbe potuto dalla storia essere inavvertita? Convien dunque supporle venute qui coi popoli stessi, massime coi Pelasgi, tanto più se si ponga mente alla fisionomia nazionale di esse divinità, e alla loro coerenza colle istituzioni civili.Questo poco e null’altro sapremmo de’ Pelasgi, se non ci rimanessero avanzi di meravigliosi loro edifizj. A principio l’uomo nel procacciarsi un’abitazione non pensa che a schermirsi dalle intemperie e dalle belve, fortunato ove il suolo gli offre caverne naturali od opportunità di formarne, come le tante di Sicilia, massime in vai di Noto, al Peloro, a Spaccaforno, ad Ipsica, sovrapposte talvolta come i solaj d’una casa o i loculi d’un colombario. Colà doveano abitare i Lestrigoni, i Lotofagi, i Polifemi, quegli altri mostri in cui l’età poetica raffigurò le genti fuori del civile consorzio, e che limitavansi ad abbellire le grotte ove si ricoveravano, o dove riponevano la moglie, l’iddio, le reliquie dei cari estinti. Sacri spechi perciò incontriamo nelle più remote storie: in uno il re Numa Pompilio conferiva colla ninfa Egeria; da un altro la sibilla di Cuma rendeva i suoi oracoli; molti sotterranei mostrano l’antica Etruria e le isole del Mediterraneo[41], ornati coi primi tentativi dell’arte; e sovra tutti notevole è l’ipogeo presso l’antica Fiesole, in pietra arenaria compatta di strati distinti, che il vulgo attribuisce alle fate, e l’erudito non sa a qual uso.TROGLODITIAgli scavi trogloditici succedono le costruzioni sopra terra, nominate ciclopiche dai nostri Ciclopi di Sicilia, supposti giganti, che poterono sovrapporre massienormi, non isquadrati, stanti per la propria mole, disposti in torri ovvero in mura con porte. Queste mura alcune sono di pietroni di varia grossezza, affatto scabri, e rinzaffati con ciottoli e scaglie; altre di macigni poligoni disposti al modo medesimo, grossolanamente martellati, e di forma e mole disuguale; altre di parallelepipedi rozzi, collocati perpendicolarmente: cemento non appare in nessuna. Nell’isola di Gozo fu così costruita la torre de’ Giganti, forse dai Fenicj, composta di due monumenti internamente comunicanti. Sono pur tali i Nuraghi di Sardegna, coni elevati da dodici a quindici metri, e finiti in tondo, fatti con dadi d’un metro negli strati meno erti, irregolari sempre e senza calcina. Sorgono sopra alture, cinti talvolta d’un terrapieno fin del giro di cento metri, fortificati da un muro alto tre e di simile costruzione, circuiti talora da altri simili coni di minor dimensione. Chi li crede trofei, chi are del fuoco: ma se si riflette che ne esistono forse tremila, non si può crederli che abitazioni o sepolcri, principalmente di sacerdoti, lo perchè non vi si trovano mai armi, bensì ornamenti femminili e idoletti[42].EDIFIZJ CICLOPICIChi ha precisato quali caratteri distinguano l’architettura ciclopica dalla pelasgica? Questa, ammirabile non per regolarità come la greca, ma per la mole deimateriali e per somiglianza colle opere della natura, non adopravasi a servigio di re o ad onore di numi, ma ad utile sociale, in mura, vie, acquedotti, canali; e quel vivo sentimento della vita cittadina, rivelato dalla costruzione di tante città, sopravvisse ne’ futuri Italiani, propensi sempre alla vita di comune. Di tal maniera sussistono muraglie, od isolate o cintura di città: e fattura del diavolo le dice il vulgo, attonito a quegli ingenti massi, quali irregolari, come a Cosa, ad Arpino, ad Aufidena; quali riquadrati, come nell’antichissimo bastione di Roma, e in quei di Volterra e Fregelle; quali regolari, come a Cortona e Fiesole; spesso ancora di costruzione mescolata, sempre senza calce, e che mostrano l’uso di molte braccia e portentosa gagliardia.MURA PELASGICHESolo dopo che nel 1792 si scopersero ruine sul monte Circeo, venne fissata l’attenzione agli edifizj pelasgici, che ora son uno de’ punti più studiati dagli archeologi, e moltissimi riscontri ai nostri si trovarono nel Peloponneso, nell’Attica, in Beozia, in Tessaglia, nella Focide, nell’Epiro, nella Tracia, nell’Asia Minore, paesi abitati da Pelasgi. Ma mentre pochi n’ha la Grecia, da trecento ne mostra l’Italia ne’ paesi degli Aborigeni, dei Sabini, dei Marsi, degli Ernici, e nelle città latine a mare. Principale tra quest’ultime è Terracina (Anxur); seguono il poligono recinto di Fundi, e le mura e le porte di Arpino e di Alatri, e quelle di Venda, Ferentino e Preneste, a massi irregolari, quali cingevano pure sulle montagne volsche Norba, Signia, Cora. Sull’altra gronda dell’Appennino fra i Sanniti rimane traccia di siffatti edifizj a Boviano, ad Esernia, a Calatia, fors’anche ad Aufidena; fra i Marsi ad Alba, ad Atina, e intorno al lago Fùcino. Da questo alle contrade tiburtine, abitate dai montanari Equi e Sabini, sembra usasse assai tal modo di fabbricare gigantesco, apparendone i resti a Cicolano e a Rieti, dove già furonoTiora, Nursi, Sura, e verso Monteverde e Siciliano e Vicovaro. Scarseggiano negli Abruzzi; ma nell’Umbria se ne ammirano ad Ameria, a Cesi, a Spoleto, e maggiori a Cosa. Finiscono tra l’Esi e l’Ombrone; l’Italia settentrionale non ne ha, non l’Etruria interiore; in Sicilia vorrebbesi vederne a Cefalù e sul monte Erice.Nella mura dell’acropoli d’Arpino la porta è a cuneo; parallelepipeda ad Alatri, trapezia a Norba, al Circeo, a Signia, ma le spalle sembrano montagne: l’arco appare rozzo nell’acquedotto presso Terracina, regolare nel ponte di Cora, e più in qualche avanzo di Circeo, e nella porta gemina di Signia. Talvolta sono costruzioni rotonde, coperte di cupole formate di lastroni disposti orizzontalmente con progressiva sporgenza; come in molti sepolcri a Norba, a Tarquinia, a Vulci, e in quello insigne di Elpenore sul Circeo, e nel carcere Tulliano a Roma, che probabilmente in origine fu una cisterna, siccome quello di Tuscolo, quadro e sormontato da cupola a cono.Non ci vorremo dunque collocare con quelli che riguardano i Pelasgi soltanto come un’orda ragunaticcia e feroce, la quale non abbia che messo a sperpero il paese. Se fosse, n’avremmo un appoggio a quel vanto dato da Plinio all’Italia, ch’essa sembri fatata dagli Dei a restituire agli uomini l’umanità: ma tutto all’opposto, altri lodano i Pelasgi sin d’avere portato qui l’alfabeto, giacchè Evandro, insegnator di questo, veniva dall’Arcadia, loro stanza.Molto soffersero[43]in Italia i Pelasgi in grazia della sterilità e siccità dei campi, ma più ancora pei vulcani, dal cui imperversare furono, 1300 anni avanti Cristo, costretti abbandonare l’Etruria, ove le lorocittà vennero insalubri per le esalazioni delle paludi, formatesi di mezzo a terreni o depressi od elevati: Cere, una di esse, sedeva a quattro miglia dal cratere in cui stagna il lago di Bracciano; l’aria mefitica di Gravisca restò proverbiale fra’ Romani; Cosa per questa rimase deserta; Saturnia, città incontestabilmente pelasgica, era s’una delle ultime colline del vulcano di Santa Fiora.Oppressi da tali disastri e da malattie strane, i Pelasgi interrogarono l’oracolo di Dodona, e n’ebbero risposta essere gli Dei sdegnati perchè, avendo promesso ai Cabiri la decima di tutto quanto nascerebbe, non aveano offerta quella de’ figliuoli. La spietata risposta parve ancor peggio del male; il popolo tumultuò, e prese in sospetto i capi: di qui crebbero i patimenti; stanchi de’ quali, alcuni Pelasgi migrarono, o tornando ai paesi dond’erano venuti, o procedendo ad occidente, massime verso l’Iberia, dove Sagunto e Tarragona mostrano mura di loro costruzione. I rimasti, da nuovi popoli furono non distrutti, ma spossessati e ridotti a condizione servile. I Sibariti in fatto chiamavano Pelasgi gli schiavi, che probabilmente erano gli Enotrj da loro soggiogati; e forse enotrj erano i Bruzj, schiavi rivoltati. Rimasti come servi campagnuoli della nobiltà urbana, forse a servigio di questa fabbricarono altre mura di città, che anche più tardi serbano carattere di robustezza.Chi visiti San Pietro d’Alba nei Marsi, riconosce tre gradini di costruzione pelasgica, sormontati da un tempio romano, al quale i Goti aggiunsero una tribuna ad abside, e il medioevo una facciata, mentre l’interno è ornato da sei colonne di marmo corintio. Questa mescolanza non è il simbolo perpetuo della storia degli Italiani? e sarà mai sperabile che altri pianti un sistema, il quale valga unico a spiegare le mille varietà?Sanno d’alchimia più che di chimica cedeste manipolazioni della storia, per cui a cinquemila anni di lontananza si pretende dar la formola delle affinità, indicare la separazione dei popoli, ridurre a calcolo il caos. Ogni ipotesi troppo generale soccombe alla sincera indagine; e se è sconfortante che i dotti rimangano ambigui, ed i migliori sforzi riescano soltanto ad un forse, è umiliante che per quel forse si palleggi dall’uno all’altro il titolo d’ignorante o di presuntuoso.Nota del 1874.ANTICHITÀ PREISTORICHELe recenti scoperte di oggetti antichissimi, di rozzissimi arnesi, d’armi di silice, d’ossa rosicchiate o intagliate, di teschi umani entro grotte o ne’ paduli o nelle torbiere, e fin sotto a terreni di altra età geologica, portarono a un nuovo studio, che chiamarono antichità preistoriche. Ergendo ipotesi arditissime sovra fatti ancora indeterminati, si negò l’unica derivazione dell’uomo, si volle perfino crederlo null’altro che la trasformazione graduale di scimie antropomorfe, avvenuta in diverse parti del globo, e nel volgere di milioni d’anni.Tutto ciò non ha a fare colla storia, la quale non può prender le mosse che dalle tradizioni nostre, dai nostri monumenti. I quali in verità attestarono uno stato quasi selvaggio delle popolazioni indigene, che, non possedendo ancora i metalli, si valeano delle pietre; poi usarono il rame, che più facilmente si trova puro; tardi approfittarono del ferro, divenuto poi principale stromento di civiltà. Giancarlo Conestabile assevera all’età del rame fosse contemporaneo l’uso del ferro, che trovaspessissimopresente e mescolato all’altro metallo ne’ lavori artistici e industriali; donde induce che l’uso del ferro cominciò qui assai prima che nel Settentrione. Questi uomini preistorici sarebbero obrachicefali nell’Italia superiore, o dolicocefali nella inferiore: misti nella centrale.Accordando colle scoperte recenti le tradizioni, abbiamo che, dopo il periodo pliocenico, l’Italia era occupata dal mare, donde sporgeano come isole le vette dei monti. Fra le selve d’alto fusto viveano genti selvagge con elefanti, rinoceronti, ippopotami, cervi da enormi corna, bovi primigeni ed altre specie perite. Da queste difendeansi con arme di selce: albergavano entro grotte, ovvero su palafitte in mezzo alle acque, dove rimasero gli avanzi de’ loro cibi. Così passarono l’età dei ghiacci: allo squagliarsi de’ quali la pianura andava asciugandosi, e le genti vi scendevano, perfezionando il vivere, gli utensili, le armi.Testimonj di questi progressi dalla pietra al bronzo poi al ferro non sono scarsi in Italia, massime nella settentrionale, in abitazioni lacustri dei laghi di Lombardia, in necropoli dell’Emilia, in capanne, in terramare; ma segnarne la successione e l’età comparativa è troppo difficile.Accontentandoci di esaminare le popolazioni storiche, pare dimostrato che la stirpe Aria o Indo-europea, partendo dalle terre traversate dall’Oxo, di là del Caspio e della Scizia, venisse in Europa in quattro rami, il Celtico, il Germanico, il Greco italico o Pelasgo, il Lituano slavo. Forse trenta secoli avanti Cristo avvenne la prima emigrazione di Celti, quasi contemporanea a quella dei Pelasgi, che stabilitisi nell’Asia Minore e sull’Ellesponto, spinsero ramificazioni in Italia, dove occuparono le creste degli Appennini, respingendo gli Aborigeni, dei quali son forse avanzi gli Japigi della Messapia, gli Opsci, gli Ausonj della Lucania, e i Liguri, che pajono i più antichi abitatori, nell’età detta della pietra.Dell’istesso ramo Ario erano gli Umbri e Latini,quelli di dominio più esteso, questi limitati al paese del basso Tevere.Viene terza un’immigrazione greco-pelasgica dall’Arcadia, dalla Tessaglia, dall’Epiro, per mare sbarcando nell’Italia propriamente detta, ch’è la Calabria, denominata da Enotro e Peucezio, e alle foci del Po, dove fondarono Spina.Cozzi dei sopraggiunti coi già stanziati agitarono quell’età pelasgica, in cui si venivano accostando e fondendo le varie genti; i Pelasgi dilatarono l’uso dei metalli: costruirono le mura ciclopiche.Ma quattordici secoli avanti Cristo cominciò l’immigrazione pelasgo-tirenica dall’Asia Minore alle rive occidentali della penisola centrale, e comparve il nome di Etruschi; i quali è incerto se fossero ariani o semitici. Per chiarire questo dubbio e le altre congetture adopransi argomenti filosofici e altri fisici, che non sempre s’accordano: nè gli uni sono più decisivi degli altri. Gli antropologi dissentono fra loro fondamentalmente, e intanto raccolgono cranj delle varie genti, dalla loro conformazione volendo dedurne l’origine. Ma venendo al popolo su cui è maggiore la curiosità, convengono che gli Etruschi sono una mescolanza di gente più civile e men numerosa, cogli Italioti più numerosi e incolti.I filologi rifiutano l’origine celtica degli Umbri, ascrivendoli al ramo ario-pelasgico, come i Siculi e i Liburni, affini cogli Japigi, de’ quali resta qualche iscrizione non ancora decifrata, ma che accenna all’Illiria.Il padre, poi cardinale Tarquinj, fu l’ultimo a sostenere le origini semitiche e s’appoggiò a nomi geografici, qualiApinninsommità, monti a catena.PisaPissa, abbondanza.PerusiaPerosa, villereccia.UdineOdina, amena.SoraIsor, rupe.IschiaIschina, mio desiderio.VesuvioVeth-ubim, casa delle caligini.Penna di Billipinnath, sommità di Amone, di Bito, Punta di Ammone.AscoliAschelonne’ Filistei.AriminoArimanondi là del Giordano.SienaSenaacittà della tribù di Benjamino.RomaRumain Cananea, residenza di Abimelec.CariddiChor obdam, antro pericoloso.ZancleZalga, falce.Ascoli ripudia affatto il concetto del Tarquinj e dello Stickel: e così Giovanni Flechia, di cui è notevole laGrammatica storica comparata dei dialetti italiani.Che gli Etruschi siano semitici è negato dallo studio delle arti loro non meno che dal linguaggio, sebbene pochissimo ancora conosciuto. Dovettero essi venir dall’Asia Minore per mare, non già dalle Alpi; dove trovansi bensì loro reliquie, ma che provano solo essersi anche colà esteso l’impero degli Etruschi, i quali andavano fin sul Baltico in cerca dell’ambra.Le lingue dei tre popoli più antichi, Osci, Umbri, Etruschi, ben distinte fra loro, vennero assorbite o distrutte dal latino, ma dai pochi avanzi si accerta che nel linguaggio degli Osci o Sanniti non è traccia di semitico, ed è affine al latino arcaico. L’umbro si scosta dalle forme del Lazio, pure le sette tavole eugubine conducono a riconoscerlo d’origine comune coll’osco-romano, esclusa ogni derivazione nè semitica nè celtica.Non così d’accordo si va per l’etrusco, pure nol si spiega con nessuna lingua semitica nè celtica: e i monumenti numerosissimi ma di pochissime parole e di nessuna importanza storica, malgrado le abbreviazioni,le scorrezioni, le alterazioni fonetiche, l’assicurano al ramo ariano.Tali sono le induzioni ultime di Corssen, di Fabretti, di Conestabile.
CAPITOLO II.Dei primitivi Italiani.ANTICHITÀ DELL’ITALIAQuell’amore di patria, che pare si acuisca quant’essa e più immeritamente sventurata, e che cambia di pretensioni secondo la passione del momento, potè asserire che l’Italia fosse da antichissimo non solo abitata, ma incivilita a segno, che di là partissero i dirozzatori della Grecia, dell’Egitto, perfino dell’India. Non v’è paradosso, a cui non possa imprimere aspetto di probabilitàuna erudizione o incompleta o mendace, la quale ignori o dissimuli gli argomenti contrarj, contentandosi di soddisfare ai dilettanti, la genìa più numerosa, e la più consueta dispensiera della reputazione, che è l’orpello della gloria. Chi ben vede, a quella ipotesi[13]trova repugnare e la natura dei terreni e le testimonianze storiche; alle quali chi neghi peso quando avverse, non potrà appoggiarvisi quando favorevoli.I terreni dell’Italia peninsulare si trovavano (lo vedemmo or ora) allo scarco orientale dell’Appennino occupati da paludi, e all’occidentale sommossi da esalazioni vulcaniche; Adige, Ticino, Po e i cento loro confluenti spagliavano a baldanza nella continentale, e il mare penetrava ben addentro in quelle ora ubertosissime pianure.Documenti di remotissima longevità dove si additano fra noi? La storia più antica, l’ebraica, ci mostra l’Egitto, la Fenicia, l’Arabia incivilite venti secoli prima di Cristo, e non menziona tampoco l’Italia, bensì mette per fede quel che le moderne ricerche d’etnografia, di linguistica e d’archeologia vanno confermando, che la stirpe umana derivi da un ceppo unico e dal centro dell’Asia, donde pe’ varj pendìi si diffuse in tre gruppi, distinti eppur fraterni, designati col nome di Sem, Cam, Giafet. Il primo prevalse per senno, e per avere conservato maggior quantità di tradizioni morali e scientifiche: il secondo, segnalato per industria e cultura, precipitò in tempestiva depravazione: il terzo, famiglia più rozza e meno corrotta, dovea vantaggiarsi dei progressi delle altre.Della gente giapetica una parte estendevasi nella penisolaindiana e nella Persia, mentre un’altra risalì al settentrione, e traverso alla Scizia penetrò nell’Europa nostra. Le lingue parlate in questa, fra cui la latina e l’italiana, s’annettono fra loro per tante affinità di parole e di costrutti, che se ne costituì un solo gruppo, intitolato indo-germanico, di cui le radici sono a cercare fra le misteriose bellezze del sanscrito, lingua sacra dell’India. Che più? questa ricchezza di frutti e di grani, quest’utile e dolce compagnia d’animali domestici, non è indigena dell’Italia, ma seguì le migrazioni, mosse dalla nativa Asia verso il nostro Occidente: nuova conferma al racconto biblico.PRIME GENTIE già fu tempo quando le origini dei popoli non si voleano cercare che dal genesi mosaico; Noè e suoi figliuoli doveano esser venuti a popolare la nostra patria, e qualche nome che tenesse somiglianza co’ nostrali, bastava a stabilire una genealogia. Fu allora che il Morigia faceva occupare l’agro milanese da Tubal figlio di Giafet, trentacinque anni dopo il diluvio, e fondar la città d’Insubria, detta poi Milano; che Bernardino Scardeonio empiva la Venezia con colonie menate dai figli di Noè; che Noè stesso era fatto giungere in Italia dal Merula, e quivi dal vino denominare Giano[14].Chi più bada a queste baje de’ frati, nè a quelle degli eruditi che voleano trar le origini ciascuno dal popolo e dalla lingua su cui avea diretto gli studj, dai Fenicj il Mazzocchi, il Martorelli, oltre il Giambullari, il Gelli e gli altri resi famosi col nome di Aramei; dai Celti il Bochart, Guido Ferrari e il Bardetti; nè a quelle dei poeti, che metteano Troja a capo di tutto?[15].L’ODISSEAQuesta città richiama a mente lo scrittore classico più remoto e «primo pittor delle memorie antiche». Omero, guidando il suo simbolico Ulisse a vedere «i costumi e le città di varj popoli», undici secoli avanti Cristo nomina i Siculi come primissimi abitatori del centro della nostra penisola; ma descrivendo le coste di questa, indirettamente ne smentisce antica la civiltà. Caduta Troja, Ulisse, cacciato dall’ira divina fra i Lotòfagi del littorale africano, si propone di ritornare ad Itaca sua patria, isola del mar Jonio. Imbarcato, drizza la prora verso l’isola delle tre punte (Trinacria), la quale ricevette nome dai Siculi; e presa terra presso l’ignivomo Etna, v’incontra Ciclopi e Polifemi, cioè gente ferina e antropofago, «che non semina nè pianta, non ha leggi, non adunanze, non navi, ma abita in antri, signoreggiando sulla moglie e sui figliuoli». Campato dal costoro dente, uscito dallo stretto di Messina, approda alle isole Eolie; donde coll’aria di ponente traversa lo stretto che supponemmo si aprisse fra il golfo Scilatico e il Lametico (pag. 16). Poi dai numi irati risospinto pel medesimo varco, sale verso Lamo[16]nel golfo di Gaeta; e da un’altura esplorando il paese, «non vi scorge ovraggio d’uomo nè di bue», ma solo i fumi, probabilmente del Vesuvio. Alcuni de’ suoi seguaci,mandati per informazioni all’abitato, vi trovano i Lestrigoni, giganti che mangiano uomini, e lanciano pietroni enormi.Perduta la maggior parte de’ compagni, e ripresa via, Ulisse afferra al paese di Circe, che probabilmente è il monte Circeo, «isola circondata dall’immenso mare» che poi interrotto formò le infauste paludi Pontine. Circe, maga che trasforma gli uomini in bestie, cos’altro simboleggia che il vivere ferino? Ed essa consiglia Ulisse di veleggiare col vento di borea ai Cimmerj, ossia nella regione di Cuma napoletana che fu poi così ridente, e che allora dinotavasi come regno delle ombre e dei morti o delle sirene, cioè offriva campo agli sbizzarrimenti della fantasia perchè sconosciuta[17].L’ENEIDELEGGENDA VIRGILIANATale appariva l’Italia all’itaco re, il quale ne’ suoi lunghi pellegrinaggi in altre contrade ritrova e civiltà ordinata, e gentilezza d’arti, e scienza d’armi, e abilità dì navigare. E il poeta, il quale dovea vivere nove secoli avanti Cristo, fa predire da Apollo che Enea otterrebbe ancora regno nella Troade: laonde non si potrebbe obiettargli la civiltà che qui Enea trovò, secondo una favola di posteriore invenzione, immortalata da Virgilio. Il qual Virgilio, elegantissimo espositore delle tradizioni che blandissero la vanità latina, fa abitata l’Italia da popoli selvaggi[18], senza proprietà stabile[19], che sol ricordavano d’essere usciti da tronchi dirovere[20], allorquando (dovette essere quattordici secoli prima di Cristo) calò fra loro Saturno, che quella gente indocile e dispersa ne’ monti raccolse, la insegnò nell’agricoltura, nell’innestar gli alberi, nel valersi dei bovi, mentre la vite era introdotta da Sabino[21]. Ed anche al tempo che qui fa approdare il pio trojano, quel gentile poeta ci descrive bambino l’incivilimento degli Itali, divisi in borgatelle, occupati a rompere la gleba, andar a caccia, cavalcare; alcuni pochi dell’Etruria a lavorare il ferro, forse tratto dall’Elba; armati sempre, taluni perfin tra le fatiche agricole; faceansi elmi e schinieri con pelli di lupo e scorze di sovero, e sapeano trar di fromba e d’arco, anche con saette avvelenate[22]. Il re, capo d’un piccolo cantone, avea solo autorità di convocare il popolo alle assemblee e condurlo in guerra; suo distintivo pelli d’orso, di leone, di pantera[23]; sua reggia una capanna di paglia; e spesso congiungeva al comando gli uffizj e il carattere di sacerdote[24]. Di fuori s’erano importati molti riti sacri, dall’Arcadia i Lupercali, dalla Grecia i Baccanali; altri più severi, probabilmente indigeni, si esercitavano nelle selve ad onore o degli avi defunti o degli eroi; un feticismo più grossolano era mantenuto fra alcuni, che prestavano culto ai fiumi, entro ai quali immergeano i neonati, o si lavavano i peccatori per purificarsi[25]; nè era dismessa l’orribile eppur tanto diffusa superstizione de’ sagrifizj umani.ELABORAZIONI STORICHEA dare significazione storica a questo linguaggio mitologico, a strigare la continua confusione del reale coll’immaginario, che si trova nella leggenda, la quale altera il fatto reale, talvolta lo contraddice apertamente, ma pure conserva un fondo di vero, o almeno di non falso, faticarono l’erudizione e la fantasia; e non volendo accettare quel mistero che involge tutte le origini, ogni tratto presentasi alcuno a trinciar le quistioni colla facilità propria di chi non le ha studiate, e tacciando chiunque lo precedette; vantasi di nuovi fatti, d’insoliti paradossi, che poi riescono a luoghi comuni: per tacere degli sguajati, che aborrendo dalla verità cercata per se stessa, delle sapienti elucubrazioni fanno un’occasione di strapazzi; e perchè Müller o Niebuhr traggono i Pelasgi dai Germani, Freret e Thierry dai Galli, gl’insultano come minaci alla nazionale indipendenza.Se alcuna cosa attendibile si può raccogliere, è che la popolazione all’Italia venne in più riprese, e di genti che un lasso di secoli e diversità di clima e di consuetudine aveano distinte, benchè non ne cancellassero le originarie somiglianze. Il discenderle è tanto più arduo perchè la scarsezza di monumenti toglie di spiegarli e correggere a vicenda; e l’appoggiar le induzioni sopra errori falsa necessariamente le conseguenze.Gli antichissimi non iscrissero le loro storie, od a noi non pervennero; fossero anche pervenute, ce n’avrebbero potuto rivelare le origini? Le tradizioni si sformarono pel passare di bocca in bocca, per l’ignoranza del vulgo, per la scaltrezza sacerdotale, per la boria patriotica. Quei che primi tolsero a fissarle collo scritto non le seppero vagliare, ignorarono molti monumenti, o non ne intesero il valore; intanto sovvertimenti naturali, sovrapposizione di nuovi popoli, inenarrabili sventure mutavano faccia, costumi, credenze,lingue ne’ paesi: sicchè, cancellate o confuse le memorie, non restando nè uno storico nè un logografo, essendo ignota fin la lingua delle poche iscrizioni sopravanzate, riesce quasi disperata l’investigazione della verità, che è il primo scopo della storia.STORICI PRIMIUltimi degli antichi popoli d’Italia, i Romani colla spada raserò le vestigia dei precedenti; nei paesi soggiogati cercarono i lavori di appariscente bellezza onde rubarli, non ciò che avrebbe gittate qualche lume sui tempi trascorsi; i loro scrittori distinguendo i popoli conquistati per provincie, non per nazioni, venivano a confonderli; e vilipese le arti e le lingue italiche, non chiesero gloria che dalle vittorie. I Greci furono il popolo dell’antichità meglio dotato del sentimento del bello, sicchè ci lasciò i lavori più insigni nelle arti del disegno come in quelle della parola, e nel bagliore della sua luce involse quella degli altri, che ascrissero a vanto il derivare da quello le origini o l’educazione propria. Ed anche i Romani nella storia e nella filologia greca indagarono le etimologie e i tesmofori, sfrenandosi in aeree congetture, senza sentire il bisogno di confrontare, di discutere, d’accertare, ed acchetandosi ad unsi dice. Se gl’Italiani così le negligevano, come sperare che con amore ne cercassero le origini que’ Greci, i quali, non senza titoli, si tenevano ad essi di tanto superiori? Oltre il vezzo di tutto personificare, di tradurre gli eventi in miti, di presentare in un uomo o in un fatto le complessive vicende d’un’età e d’un popolo, quanto essi ne raccontano de’ primordj del nostro paese ridonda a unico vanto della Grecia; di là le colonie, di là ogni arte, ogni sapere, ogni personaggio. Ciò scema fede a quanto de’ primi abitatori d’Italia narra Dionigi d’Alicarnasso, benchè egli venisse a Roma allorchè di fresco Catone avea scritto sull’origine delle città, era appena morto Cicerone, vivo Varrone; e mostri avercopiato gli annali e le lapide di ciascun paese, le quali, appunto perchè municipali, non restavano travisate dal proposito sistematico di metterle in accordo colle altre[26].CONGETTUREDi questo Varrone, predicato come il maggiore erudito di Roma, smarrimmo i libri; ma i frammenti che ci rimangono danno a temere ch’egli pure si buttasse alla fantasia o ad un’erudizione di provenienza greca, anzichè indagar la originale e indigena. Presumiamo altrettanto di Catone, romano anch’esso, che avea radunato memorie sulle origini di ciascuna città, le quali Eliano sommava a mille centonovantasette[27]; e dei trentatre storici, che avevano trattato della fondazione di esse. Strabone e Plinio, venuti più tardi, raccolgono tradizioni, ma nè discutendo nè combinando come è proprio di chi sente il bisogno della certezza.L’erudizione moderna, chiedendo alla filologia e all’etnografia un filo onde ravviarsi in tal labirinto, inventa sistemi sempre nuovi, sempre incompiuti, sempre facili a erigersi quanto ad abbattersi. Interi libri si compilarono per null’altro che informare delle varie opinioni, le quali, come avviene delle congetturali, hanno ragione dove confutano, torto dove asseriscono. E noi, ponderatele tutte, non soddisfatti d’alcuna, esponiamo a guisa di chi è certo di non appagare altrui, perchè non è persuaso egli stesso.Nel movimento di popoli che precede l’età storica, le grandi migrazioni non succedono che per via di terra; e dai varchi alpini devono essere scesi i primiabitatori all’Italia. Altri, sopragiungendo alle spalle, cacciavansi innanzi que’ primi, i quali trasferivano altrove il nome proprio, e nella terra abbandonata lasciavano traccie di sè in qualche particolare denominazione di paese. Pertanto in una penisola, i primi venuti pajono doversi rintracciare nella più lontana estremità; verso quella essendosi calati, finchè, non potendo più oltre procedere, le genti primitive si mescolarono colle avveniticcie.Il navigare non costituiva una scienza ed arte complicata come oggi; e piccoli legni con ampia carena, capaci di cento in ducento uomini, spinti a remi e con una vela, bastavano ai viaggi, massime in mari circoscritti come quello fra l’Asia, l’Africa e noi[28]. A questo modo dovettero venire altre genti all’Italia, le quali piantavano piccole colonie e più civili sul mare, mentre i mediterranei tenevansi sui monti. Il nome di Aborigeni, attribuito ai più antichi Itali, suona montanaro (ὄροςmonte); e forse dinotava una prima immigrazione di genti giapetiche, denominata de’ Tirseni o Tirreni o Raseni, i quali comunicarono il proprio nome a tutta la penisola e al mare che la bagna ad occidente; intanto che quello a levante fu denominato Adriatico da Adria, città anch’essa tirrena. Platone, nelCritia, fa i Tirreni contemporanei degli Atlantidi al par degli Egizj, vale a dire anteriori ad ogni storia; la favola gli associa ai ricordi di Bacco, di Giove, dei Satiri; ed Esiodo, contemporaneo di Omero, rammemora «i forti Tirreni, illustri fra gli Dei e gli eroi».ABORIGENIErano di quest’antichissima genìa gli Euganei e gli Orobj, che precedettero gli Umbri; e così i Camuni, i Leponzj ed altri del Trentino; sia che da quelle parti settentrionalifossero calati in Italia, sia che fra quelle alpi avessero piantato stazioni per riparare la penisola dalle correrie dei Galli[29]. A que’ Tirreni apparteneano per avventura anche i Taurisci, o montanari nella subalpina occidentale; e nella media Italia gli Etruschi e gli Opici, appellativo fors’anche questo generico, indicante terragni[30], e contratto in Opschi ed Oschi, al quale aggiungendo l’articolo, n’esce il vocabolo Toschi. Certo i Tirreni sono considerati dagli antichi come diversi dai Siculi e dai Pelasgi: la loro lingua sembra rimanesse al fondo delle italiche; ed anche nel fiore di Roma la plebe e la gioventù prendeano spasso dalle Favole Atellane, cantate in osco; poi quando la maestà romana declinò, l’osco sopravvisse col vulgo rimasto, e divenne forse padre dell’odierno idioma.IBERIMa un elemento semitico vi si mescolò, se pure non li precedette, per opera degli Iberi, gente finnico-tartara o, come dicono i più recenti, turanica, venutadall’Iberia asiatica vicina all’Armenia, diciotto secoli avanti Cristo, e largamente diffusa in Europa, dove per mare procedette fin nella Spagna, alla quale attribuì il proprio nome, e dove lasciò ne’ Baschi la propria favella, non meno che ai Finnici, nell’estremità opposta d’Europa[31]. A questo nome si apparentavanoi Liguri nell’alta Italia; nella media forse gl’Itali, collocatisi lungo la marina occidentale fra la Macra e ilTevere; nella bassa i Sicani, che Tucidide chiama Iberi. Esso Tucidide riscontra il fiume Sicano nellevicinanze de’ Liguri, che (dic’egli) abitavano a mare sopra Marsiglia: e poichè il nome de’ Sicani accostasi a quel de’ Sequani, assisi alla sorgente della Senna, v’ha chi arguisce doversi ascrivere al loro lignaggio i Celti, e a ciò attribuisce le molte parole che nell’italiano, e più nel siciliano, rimasero di celtica radice[32].LIGURISecondo alcuni dunque la gente Ibera sarebbe abitata in Italia prima ancora che vi venissero gli Indoeuropei, e di là trarrebbero le tante parole dei nostri idiomi, estranie alle lingue ariane, e massime i vocaboli di luoghi. Ma ecco altri invece dedurre i Sicani dall’Epiro, e farli identici coi Pelasgi (Corcia); altri crederli un ramo de’ Tirreni (Abeken), che modificato dalla mistione cogli Aborigeni o Caschi, formò i Latini. Anche gli Umbri, altri popoli primissimi in Italia, da alcuni si vorrebbero Liguri: ma questo nome di Liguri ci sembra generico anzichè speciale, e certo era diffuso su grande ampiezza; gli Oschi medesimi si denominavano Liguri; Edwards, mediante la storia naturale e il confronto de’ cranj, ravvicinò la stirpe ligurealle celtiche: in modo che non uscirebbe di buona congettura chi ascrivesse tutti i prischi Italiani alla grande migrazione che si dinota col nome di Celti, estesissima razza, che forse non è diversa dalla scitica.UMBRIIllirio, Celta, Gallo, nati da Polifemo e da Galatea, popolarono il primo l’Illiria, gli altri due l’Italia col nome di Umbri. Questo linguaggio mitologico adombra la migrazione antichissima de’ Celti, i quali, scampati al diluvio[33], dalla Tesprozia e dalla Tracia si estesero a settentrione dell’Europa fin al capo Domes-ness nella Curlandia, e sulle coste occidentali sino al Finisterre della Spagna. Nel lunghissimo vagare per la selva Ercinia, che allora ombreggiava tutta l’Europa boreale, e per l’Alta Asia sino alle frontiere della Cina, perdettero la memoria della loro provenienza. Non è del nostro intendimento il cercare se fossero semitici, per la lunga dimora e per la mistione tramutati poi in indo-europei. Restringendoci alla storia, diremo che col nome diAmbraoAmhra, in loro favella significante nobile, prode, scesero in Italia, e vi si divisero in tre bande, da cui ebbero titolo tre provincie: Oll-Umbria o alta Umbria fra l’Appennino e l’Jonio; Is-Umbria o bassa, attorno al Po; Vill-Umbria o littorale, che fu poi l’Etruria. Catone vorrebbe che Ameria, loro città, sia stata ricostruita trecentottantun anno prima di Roma[34]; epoca storica, al di là della quale non sopravanzano che le favole de’ tempi saturnj. Cacciando Liguri e Siculi, gli Umbri occuparono dunque la parte orientale dell’Italia, l’occidentale lasciandoagli Iberi, e furono il popolo prepollente della penisola; col nome di Sarsinati abitarono Perugia, con quello di Camerti Clusio, e possedettero trecencinquantotto borgate[35].PELASGIContemporaneamente a queste ondate d’interi popoli, ne venivano di parziali; nè tutti erano giapetici: e Titani, Ciclopi, Lestrigoni, che pajono aver preceduto i Siculi nell’isola che da questi prese il nome, forse derivavano dalla stirpe di Cam e dall’Africa. Men tosto migrazioni di popoli interi, che colonie e conquiste sono a dire le seguenti irruzioni in Italia, e quella che s’impronta col nome de’ Pelasgi.Nulla più disputato ai dì nostri, che la derivazione, gli andamenti e l’indole de’ Pelasgi[36]. Alcunili farebbero semitici: i più gli adunano alla grande famiglia caucasea degli Sciti, una parte della quale,traverso alla Tessaglia, si arrestò in Grecia e nel Peloponneso col nome di Pelasgi ed Elleni, suddivisi poi in Eolj, Jonj, Dori, Achei, e si dilatò nelle isole dell’Arcipelago e in Italia; un’altra, valicando il Tauro, occupò l’Asia Minore, la Frigia, la Lidia, la Troade, e passato il Bosforo, prese stanza nella Tracia.Che che ne sia, essi precedono ne’ paesi civili quelle generazioni che acquistarono classica rinomanza. I Greci li faceano favolosi quanto i Titani e i Ciclopi; barbari del resto, che mandarono a conquasso le belle contrade, finchè dall’ira divina sottoposti a terribili disastri, soccombettero e furono ridotti servi. Tal è il linguaggio di una nuova generazione contro quella che essa spodestò: eppure anche nelle malevole tradizioni greche i Pelasgi appajono fondatori di città, cavatori di miniere, maestri di religione, di arti, sin di un alfabeto.In Italia giunsero in più riprese; e la prima con Enotro e Peucezio figli di Licaone, che, diciassette generazioni avanti la caduta di Troja, dall’Arcadia e dalla Tessaglia addussero una colonia, la prima che per mare uscisse di Grecia[37]. I Peucezj si collocarono sul golfo Jonico, gli Enotrj a scirocco, incivilendo i popoli campani. Nuovi fiotti di popoli snidarono altri Pelasgi dalla Macedonia e dal paese di Dodòna, cui da due secoli coltivavano; onde traverso alla Pannonia, all’Illirico, alla Dalmazia, approdarono alle foci del Po, dove fabbricarono Spina.Trovavano essi i Tirreni già soggiogati e in condizione di schiavi, gli Umbri assisi sul pendìo orientale, gli Iberi o Liguri nell’occidentale, e potentissimi i Siculi. Dato di cozzo in una tribù di questi, chiamatadegli Aurunci od Ausonj, i Pelasgi applicarono il nome d’Ausonia all’intero paese. Provarono nemici gli Umbri, e alleati gli aborigeni della Sabina, che aveano cominciato addensare le capanne senza chiusa di mura, e che allora popolarono di città le creste dell’Appennino.I Pelasgi non naturarono mai la loro padronanza sul nostro paese; malvisti sempre come stranieri e conquistatori, dovettero mantenervisi armati; tre secoli lottarono coi Siculi, finchè li spinsero nell’isola che da loro ebbe nome di Sicilia.RELIGIONE DE’ PELASGIErodoto, il più antico storico greco, dice che i Pelasgi «sacrificavano pregando gli Dei, ai quali però non applicavano nè nomi nè soprannomi, chiamandoli soltanto Dei»[38]. Forse ciò esprime che tenessero un Dio solo: ma probabilmente nel loro culto era divinizzata la natura, le forze feconde e ordinatrici di essa esprimendo in simboli, di cui restò orma nel culto italico, come i Fauni, Vesta, Anna Perenna, Pale, ed altre divinità estranie all’Olimpo greco. Il dio Termine per loro simboleggiava i possessi stabili: Vesta, la sanzione divina dell’associazione della donna coll’uomo: onde avrebbero essi introdotto fra i rozzi Italioti queste personificazioni religiose dello stato famigliare e del diritto di proprietà, importantissimi dove la costituzione pubblica riposa sopra la domestica[39]. A Vesta ardeva il fuoco perpetuo, custodito da vergini per le quali era delitto capitale il lasciarlo spegnere e il macchiar la castità. Nella Sabina posero un oracolo, somigliante a quel dell’Epiro.Particolare al nome Pelasgo era pure il culto dei misteriosi Cabiri o Dioscuri; i quali al vulgo eranoofferti come pianeti personificati, che in forma di stelle o di fuochi apparivano ai naviganti; mentre agli iniziati de’ misteri, cui sacrarj erano l’isola di Samotracia e Dodòna nell’Epiro, esprimevano il concetto di una trinità, formata dell’onnipotente, del gran fecondatore e della gran fecondatrice[40]. Ad essi serviva di ministro un Casmilo; nei loro misteri, che tennero gran parte nelle religioni italiche, garantivansi gl’iniziati contro le procelle ed altre sventure: ma le cerimonie tendeano principalmente alla purificazione delle anime. Il neofito confessava i suoi peccati, subiva prove severe, sacrifizj espiatorj; il sacerdote poteva assolvere anche dall’omicidio: ma lo spergiurare e l’uccisione nei tempj erano colpe riservate a un tribunale, che poteva anche punirle di morte. Nelle iniziazioni il neofito, coronato di ulivo e cinto d’una fusciaca purpurea, era collocato sopra una seggiola; e in cerchio ad esso gl’iniziati, tenendosi per mano, guidavano una danza al canto d’inni sacri. L’iniziato più non deponea la sacra benda, che fu poi adottata anche nei riti bacchici, coi quali aveano pure comuni le cerimonie impudiche.Le somiglianze del culto italo coll’ellenico non isfuggirono ai Greci; e Dionigi d’Alicarnasso avverte che non trattasi solo d’identità di tipi e di forme, esprimenti le idee generali di potenza o protezione speciale, ma fin d’attributi, di vesti, d’usi tradizionali, di tregue religiose, di pompe e sagrifizj, di costruzione rituale dei tempj. Alcune divinità greche furono introdotte nel culto latino a tempi conosciuti, come Apollo nel 429 di Roma, Esculapio nel 459, nel 449 l’ara massima di Ercole: ma le maggiori avrebbero potuto piantarsi dopo già costituite quelle società, così tenaci della tradizione, senza eccitarvi un generale sovvertimento? el’opposizione avrebbe potuto dalla storia essere inavvertita? Convien dunque supporle venute qui coi popoli stessi, massime coi Pelasgi, tanto più se si ponga mente alla fisionomia nazionale di esse divinità, e alla loro coerenza colle istituzioni civili.Questo poco e null’altro sapremmo de’ Pelasgi, se non ci rimanessero avanzi di meravigliosi loro edifizj. A principio l’uomo nel procacciarsi un’abitazione non pensa che a schermirsi dalle intemperie e dalle belve, fortunato ove il suolo gli offre caverne naturali od opportunità di formarne, come le tante di Sicilia, massime in vai di Noto, al Peloro, a Spaccaforno, ad Ipsica, sovrapposte talvolta come i solaj d’una casa o i loculi d’un colombario. Colà doveano abitare i Lestrigoni, i Lotofagi, i Polifemi, quegli altri mostri in cui l’età poetica raffigurò le genti fuori del civile consorzio, e che limitavansi ad abbellire le grotte ove si ricoveravano, o dove riponevano la moglie, l’iddio, le reliquie dei cari estinti. Sacri spechi perciò incontriamo nelle più remote storie: in uno il re Numa Pompilio conferiva colla ninfa Egeria; da un altro la sibilla di Cuma rendeva i suoi oracoli; molti sotterranei mostrano l’antica Etruria e le isole del Mediterraneo[41], ornati coi primi tentativi dell’arte; e sovra tutti notevole è l’ipogeo presso l’antica Fiesole, in pietra arenaria compatta di strati distinti, che il vulgo attribuisce alle fate, e l’erudito non sa a qual uso.TROGLODITIAgli scavi trogloditici succedono le costruzioni sopra terra, nominate ciclopiche dai nostri Ciclopi di Sicilia, supposti giganti, che poterono sovrapporre massienormi, non isquadrati, stanti per la propria mole, disposti in torri ovvero in mura con porte. Queste mura alcune sono di pietroni di varia grossezza, affatto scabri, e rinzaffati con ciottoli e scaglie; altre di macigni poligoni disposti al modo medesimo, grossolanamente martellati, e di forma e mole disuguale; altre di parallelepipedi rozzi, collocati perpendicolarmente: cemento non appare in nessuna. Nell’isola di Gozo fu così costruita la torre de’ Giganti, forse dai Fenicj, composta di due monumenti internamente comunicanti. Sono pur tali i Nuraghi di Sardegna, coni elevati da dodici a quindici metri, e finiti in tondo, fatti con dadi d’un metro negli strati meno erti, irregolari sempre e senza calcina. Sorgono sopra alture, cinti talvolta d’un terrapieno fin del giro di cento metri, fortificati da un muro alto tre e di simile costruzione, circuiti talora da altri simili coni di minor dimensione. Chi li crede trofei, chi are del fuoco: ma se si riflette che ne esistono forse tremila, non si può crederli che abitazioni o sepolcri, principalmente di sacerdoti, lo perchè non vi si trovano mai armi, bensì ornamenti femminili e idoletti[42].EDIFIZJ CICLOPICIChi ha precisato quali caratteri distinguano l’architettura ciclopica dalla pelasgica? Questa, ammirabile non per regolarità come la greca, ma per la mole deimateriali e per somiglianza colle opere della natura, non adopravasi a servigio di re o ad onore di numi, ma ad utile sociale, in mura, vie, acquedotti, canali; e quel vivo sentimento della vita cittadina, rivelato dalla costruzione di tante città, sopravvisse ne’ futuri Italiani, propensi sempre alla vita di comune. Di tal maniera sussistono muraglie, od isolate o cintura di città: e fattura del diavolo le dice il vulgo, attonito a quegli ingenti massi, quali irregolari, come a Cosa, ad Arpino, ad Aufidena; quali riquadrati, come nell’antichissimo bastione di Roma, e in quei di Volterra e Fregelle; quali regolari, come a Cortona e Fiesole; spesso ancora di costruzione mescolata, sempre senza calce, e che mostrano l’uso di molte braccia e portentosa gagliardia.MURA PELASGICHESolo dopo che nel 1792 si scopersero ruine sul monte Circeo, venne fissata l’attenzione agli edifizj pelasgici, che ora son uno de’ punti più studiati dagli archeologi, e moltissimi riscontri ai nostri si trovarono nel Peloponneso, nell’Attica, in Beozia, in Tessaglia, nella Focide, nell’Epiro, nella Tracia, nell’Asia Minore, paesi abitati da Pelasgi. Ma mentre pochi n’ha la Grecia, da trecento ne mostra l’Italia ne’ paesi degli Aborigeni, dei Sabini, dei Marsi, degli Ernici, e nelle città latine a mare. Principale tra quest’ultime è Terracina (Anxur); seguono il poligono recinto di Fundi, e le mura e le porte di Arpino e di Alatri, e quelle di Venda, Ferentino e Preneste, a massi irregolari, quali cingevano pure sulle montagne volsche Norba, Signia, Cora. Sull’altra gronda dell’Appennino fra i Sanniti rimane traccia di siffatti edifizj a Boviano, ad Esernia, a Calatia, fors’anche ad Aufidena; fra i Marsi ad Alba, ad Atina, e intorno al lago Fùcino. Da questo alle contrade tiburtine, abitate dai montanari Equi e Sabini, sembra usasse assai tal modo di fabbricare gigantesco, apparendone i resti a Cicolano e a Rieti, dove già furonoTiora, Nursi, Sura, e verso Monteverde e Siciliano e Vicovaro. Scarseggiano negli Abruzzi; ma nell’Umbria se ne ammirano ad Ameria, a Cesi, a Spoleto, e maggiori a Cosa. Finiscono tra l’Esi e l’Ombrone; l’Italia settentrionale non ne ha, non l’Etruria interiore; in Sicilia vorrebbesi vederne a Cefalù e sul monte Erice.Nella mura dell’acropoli d’Arpino la porta è a cuneo; parallelepipeda ad Alatri, trapezia a Norba, al Circeo, a Signia, ma le spalle sembrano montagne: l’arco appare rozzo nell’acquedotto presso Terracina, regolare nel ponte di Cora, e più in qualche avanzo di Circeo, e nella porta gemina di Signia. Talvolta sono costruzioni rotonde, coperte di cupole formate di lastroni disposti orizzontalmente con progressiva sporgenza; come in molti sepolcri a Norba, a Tarquinia, a Vulci, e in quello insigne di Elpenore sul Circeo, e nel carcere Tulliano a Roma, che probabilmente in origine fu una cisterna, siccome quello di Tuscolo, quadro e sormontato da cupola a cono.Non ci vorremo dunque collocare con quelli che riguardano i Pelasgi soltanto come un’orda ragunaticcia e feroce, la quale non abbia che messo a sperpero il paese. Se fosse, n’avremmo un appoggio a quel vanto dato da Plinio all’Italia, ch’essa sembri fatata dagli Dei a restituire agli uomini l’umanità: ma tutto all’opposto, altri lodano i Pelasgi sin d’avere portato qui l’alfabeto, giacchè Evandro, insegnator di questo, veniva dall’Arcadia, loro stanza.Molto soffersero[43]in Italia i Pelasgi in grazia della sterilità e siccità dei campi, ma più ancora pei vulcani, dal cui imperversare furono, 1300 anni avanti Cristo, costretti abbandonare l’Etruria, ove le lorocittà vennero insalubri per le esalazioni delle paludi, formatesi di mezzo a terreni o depressi od elevati: Cere, una di esse, sedeva a quattro miglia dal cratere in cui stagna il lago di Bracciano; l’aria mefitica di Gravisca restò proverbiale fra’ Romani; Cosa per questa rimase deserta; Saturnia, città incontestabilmente pelasgica, era s’una delle ultime colline del vulcano di Santa Fiora.Oppressi da tali disastri e da malattie strane, i Pelasgi interrogarono l’oracolo di Dodona, e n’ebbero risposta essere gli Dei sdegnati perchè, avendo promesso ai Cabiri la decima di tutto quanto nascerebbe, non aveano offerta quella de’ figliuoli. La spietata risposta parve ancor peggio del male; il popolo tumultuò, e prese in sospetto i capi: di qui crebbero i patimenti; stanchi de’ quali, alcuni Pelasgi migrarono, o tornando ai paesi dond’erano venuti, o procedendo ad occidente, massime verso l’Iberia, dove Sagunto e Tarragona mostrano mura di loro costruzione. I rimasti, da nuovi popoli furono non distrutti, ma spossessati e ridotti a condizione servile. I Sibariti in fatto chiamavano Pelasgi gli schiavi, che probabilmente erano gli Enotrj da loro soggiogati; e forse enotrj erano i Bruzj, schiavi rivoltati. Rimasti come servi campagnuoli della nobiltà urbana, forse a servigio di questa fabbricarono altre mura di città, che anche più tardi serbano carattere di robustezza.Chi visiti San Pietro d’Alba nei Marsi, riconosce tre gradini di costruzione pelasgica, sormontati da un tempio romano, al quale i Goti aggiunsero una tribuna ad abside, e il medioevo una facciata, mentre l’interno è ornato da sei colonne di marmo corintio. Questa mescolanza non è il simbolo perpetuo della storia degli Italiani? e sarà mai sperabile che altri pianti un sistema, il quale valga unico a spiegare le mille varietà?Sanno d’alchimia più che di chimica cedeste manipolazioni della storia, per cui a cinquemila anni di lontananza si pretende dar la formola delle affinità, indicare la separazione dei popoli, ridurre a calcolo il caos. Ogni ipotesi troppo generale soccombe alla sincera indagine; e se è sconfortante che i dotti rimangano ambigui, ed i migliori sforzi riescano soltanto ad un forse, è umiliante che per quel forse si palleggi dall’uno all’altro il titolo d’ignorante o di presuntuoso.Nota del 1874.ANTICHITÀ PREISTORICHELe recenti scoperte di oggetti antichissimi, di rozzissimi arnesi, d’armi di silice, d’ossa rosicchiate o intagliate, di teschi umani entro grotte o ne’ paduli o nelle torbiere, e fin sotto a terreni di altra età geologica, portarono a un nuovo studio, che chiamarono antichità preistoriche. Ergendo ipotesi arditissime sovra fatti ancora indeterminati, si negò l’unica derivazione dell’uomo, si volle perfino crederlo null’altro che la trasformazione graduale di scimie antropomorfe, avvenuta in diverse parti del globo, e nel volgere di milioni d’anni.Tutto ciò non ha a fare colla storia, la quale non può prender le mosse che dalle tradizioni nostre, dai nostri monumenti. I quali in verità attestarono uno stato quasi selvaggio delle popolazioni indigene, che, non possedendo ancora i metalli, si valeano delle pietre; poi usarono il rame, che più facilmente si trova puro; tardi approfittarono del ferro, divenuto poi principale stromento di civiltà. Giancarlo Conestabile assevera all’età del rame fosse contemporaneo l’uso del ferro, che trovaspessissimopresente e mescolato all’altro metallo ne’ lavori artistici e industriali; donde induce che l’uso del ferro cominciò qui assai prima che nel Settentrione. Questi uomini preistorici sarebbero obrachicefali nell’Italia superiore, o dolicocefali nella inferiore: misti nella centrale.Accordando colle scoperte recenti le tradizioni, abbiamo che, dopo il periodo pliocenico, l’Italia era occupata dal mare, donde sporgeano come isole le vette dei monti. Fra le selve d’alto fusto viveano genti selvagge con elefanti, rinoceronti, ippopotami, cervi da enormi corna, bovi primigeni ed altre specie perite. Da queste difendeansi con arme di selce: albergavano entro grotte, ovvero su palafitte in mezzo alle acque, dove rimasero gli avanzi de’ loro cibi. Così passarono l’età dei ghiacci: allo squagliarsi de’ quali la pianura andava asciugandosi, e le genti vi scendevano, perfezionando il vivere, gli utensili, le armi.Testimonj di questi progressi dalla pietra al bronzo poi al ferro non sono scarsi in Italia, massime nella settentrionale, in abitazioni lacustri dei laghi di Lombardia, in necropoli dell’Emilia, in capanne, in terramare; ma segnarne la successione e l’età comparativa è troppo difficile.Accontentandoci di esaminare le popolazioni storiche, pare dimostrato che la stirpe Aria o Indo-europea, partendo dalle terre traversate dall’Oxo, di là del Caspio e della Scizia, venisse in Europa in quattro rami, il Celtico, il Germanico, il Greco italico o Pelasgo, il Lituano slavo. Forse trenta secoli avanti Cristo avvenne la prima emigrazione di Celti, quasi contemporanea a quella dei Pelasgi, che stabilitisi nell’Asia Minore e sull’Ellesponto, spinsero ramificazioni in Italia, dove occuparono le creste degli Appennini, respingendo gli Aborigeni, dei quali son forse avanzi gli Japigi della Messapia, gli Opsci, gli Ausonj della Lucania, e i Liguri, che pajono i più antichi abitatori, nell’età detta della pietra.Dell’istesso ramo Ario erano gli Umbri e Latini,quelli di dominio più esteso, questi limitati al paese del basso Tevere.Viene terza un’immigrazione greco-pelasgica dall’Arcadia, dalla Tessaglia, dall’Epiro, per mare sbarcando nell’Italia propriamente detta, ch’è la Calabria, denominata da Enotro e Peucezio, e alle foci del Po, dove fondarono Spina.Cozzi dei sopraggiunti coi già stanziati agitarono quell’età pelasgica, in cui si venivano accostando e fondendo le varie genti; i Pelasgi dilatarono l’uso dei metalli: costruirono le mura ciclopiche.Ma quattordici secoli avanti Cristo cominciò l’immigrazione pelasgo-tirenica dall’Asia Minore alle rive occidentali della penisola centrale, e comparve il nome di Etruschi; i quali è incerto se fossero ariani o semitici. Per chiarire questo dubbio e le altre congetture adopransi argomenti filosofici e altri fisici, che non sempre s’accordano: nè gli uni sono più decisivi degli altri. Gli antropologi dissentono fra loro fondamentalmente, e intanto raccolgono cranj delle varie genti, dalla loro conformazione volendo dedurne l’origine. Ma venendo al popolo su cui è maggiore la curiosità, convengono che gli Etruschi sono una mescolanza di gente più civile e men numerosa, cogli Italioti più numerosi e incolti.I filologi rifiutano l’origine celtica degli Umbri, ascrivendoli al ramo ario-pelasgico, come i Siculi e i Liburni, affini cogli Japigi, de’ quali resta qualche iscrizione non ancora decifrata, ma che accenna all’Illiria.Il padre, poi cardinale Tarquinj, fu l’ultimo a sostenere le origini semitiche e s’appoggiò a nomi geografici, qualiApinninsommità, monti a catena.PisaPissa, abbondanza.PerusiaPerosa, villereccia.UdineOdina, amena.SoraIsor, rupe.IschiaIschina, mio desiderio.VesuvioVeth-ubim, casa delle caligini.Penna di Billipinnath, sommità di Amone, di Bito, Punta di Ammone.AscoliAschelonne’ Filistei.AriminoArimanondi là del Giordano.SienaSenaacittà della tribù di Benjamino.RomaRumain Cananea, residenza di Abimelec.CariddiChor obdam, antro pericoloso.ZancleZalga, falce.Ascoli ripudia affatto il concetto del Tarquinj e dello Stickel: e così Giovanni Flechia, di cui è notevole laGrammatica storica comparata dei dialetti italiani.Che gli Etruschi siano semitici è negato dallo studio delle arti loro non meno che dal linguaggio, sebbene pochissimo ancora conosciuto. Dovettero essi venir dall’Asia Minore per mare, non già dalle Alpi; dove trovansi bensì loro reliquie, ma che provano solo essersi anche colà esteso l’impero degli Etruschi, i quali andavano fin sul Baltico in cerca dell’ambra.Le lingue dei tre popoli più antichi, Osci, Umbri, Etruschi, ben distinte fra loro, vennero assorbite o distrutte dal latino, ma dai pochi avanzi si accerta che nel linguaggio degli Osci o Sanniti non è traccia di semitico, ed è affine al latino arcaico. L’umbro si scosta dalle forme del Lazio, pure le sette tavole eugubine conducono a riconoscerlo d’origine comune coll’osco-romano, esclusa ogni derivazione nè semitica nè celtica.Non così d’accordo si va per l’etrusco, pure nol si spiega con nessuna lingua semitica nè celtica: e i monumenti numerosissimi ma di pochissime parole e di nessuna importanza storica, malgrado le abbreviazioni,le scorrezioni, le alterazioni fonetiche, l’assicurano al ramo ariano.Tali sono le induzioni ultime di Corssen, di Fabretti, di Conestabile.
Dei primitivi Italiani.
ANTICHITÀ DELL’ITALIA
Quell’amore di patria, che pare si acuisca quant’essa e più immeritamente sventurata, e che cambia di pretensioni secondo la passione del momento, potè asserire che l’Italia fosse da antichissimo non solo abitata, ma incivilita a segno, che di là partissero i dirozzatori della Grecia, dell’Egitto, perfino dell’India. Non v’è paradosso, a cui non possa imprimere aspetto di probabilitàuna erudizione o incompleta o mendace, la quale ignori o dissimuli gli argomenti contrarj, contentandosi di soddisfare ai dilettanti, la genìa più numerosa, e la più consueta dispensiera della reputazione, che è l’orpello della gloria. Chi ben vede, a quella ipotesi[13]trova repugnare e la natura dei terreni e le testimonianze storiche; alle quali chi neghi peso quando avverse, non potrà appoggiarvisi quando favorevoli.
I terreni dell’Italia peninsulare si trovavano (lo vedemmo or ora) allo scarco orientale dell’Appennino occupati da paludi, e all’occidentale sommossi da esalazioni vulcaniche; Adige, Ticino, Po e i cento loro confluenti spagliavano a baldanza nella continentale, e il mare penetrava ben addentro in quelle ora ubertosissime pianure.
Documenti di remotissima longevità dove si additano fra noi? La storia più antica, l’ebraica, ci mostra l’Egitto, la Fenicia, l’Arabia incivilite venti secoli prima di Cristo, e non menziona tampoco l’Italia, bensì mette per fede quel che le moderne ricerche d’etnografia, di linguistica e d’archeologia vanno confermando, che la stirpe umana derivi da un ceppo unico e dal centro dell’Asia, donde pe’ varj pendìi si diffuse in tre gruppi, distinti eppur fraterni, designati col nome di Sem, Cam, Giafet. Il primo prevalse per senno, e per avere conservato maggior quantità di tradizioni morali e scientifiche: il secondo, segnalato per industria e cultura, precipitò in tempestiva depravazione: il terzo, famiglia più rozza e meno corrotta, dovea vantaggiarsi dei progressi delle altre.
Della gente giapetica una parte estendevasi nella penisolaindiana e nella Persia, mentre un’altra risalì al settentrione, e traverso alla Scizia penetrò nell’Europa nostra. Le lingue parlate in questa, fra cui la latina e l’italiana, s’annettono fra loro per tante affinità di parole e di costrutti, che se ne costituì un solo gruppo, intitolato indo-germanico, di cui le radici sono a cercare fra le misteriose bellezze del sanscrito, lingua sacra dell’India. Che più? questa ricchezza di frutti e di grani, quest’utile e dolce compagnia d’animali domestici, non è indigena dell’Italia, ma seguì le migrazioni, mosse dalla nativa Asia verso il nostro Occidente: nuova conferma al racconto biblico.
PRIME GENTI
E già fu tempo quando le origini dei popoli non si voleano cercare che dal genesi mosaico; Noè e suoi figliuoli doveano esser venuti a popolare la nostra patria, e qualche nome che tenesse somiglianza co’ nostrali, bastava a stabilire una genealogia. Fu allora che il Morigia faceva occupare l’agro milanese da Tubal figlio di Giafet, trentacinque anni dopo il diluvio, e fondar la città d’Insubria, detta poi Milano; che Bernardino Scardeonio empiva la Venezia con colonie menate dai figli di Noè; che Noè stesso era fatto giungere in Italia dal Merula, e quivi dal vino denominare Giano[14].
Chi più bada a queste baje de’ frati, nè a quelle degli eruditi che voleano trar le origini ciascuno dal popolo e dalla lingua su cui avea diretto gli studj, dai Fenicj il Mazzocchi, il Martorelli, oltre il Giambullari, il Gelli e gli altri resi famosi col nome di Aramei; dai Celti il Bochart, Guido Ferrari e il Bardetti; nè a quelle dei poeti, che metteano Troja a capo di tutto?[15].
L’ODISSEA
Questa città richiama a mente lo scrittore classico più remoto e «primo pittor delle memorie antiche». Omero, guidando il suo simbolico Ulisse a vedere «i costumi e le città di varj popoli», undici secoli avanti Cristo nomina i Siculi come primissimi abitatori del centro della nostra penisola; ma descrivendo le coste di questa, indirettamente ne smentisce antica la civiltà. Caduta Troja, Ulisse, cacciato dall’ira divina fra i Lotòfagi del littorale africano, si propone di ritornare ad Itaca sua patria, isola del mar Jonio. Imbarcato, drizza la prora verso l’isola delle tre punte (Trinacria), la quale ricevette nome dai Siculi; e presa terra presso l’ignivomo Etna, v’incontra Ciclopi e Polifemi, cioè gente ferina e antropofago, «che non semina nè pianta, non ha leggi, non adunanze, non navi, ma abita in antri, signoreggiando sulla moglie e sui figliuoli». Campato dal costoro dente, uscito dallo stretto di Messina, approda alle isole Eolie; donde coll’aria di ponente traversa lo stretto che supponemmo si aprisse fra il golfo Scilatico e il Lametico (pag. 16). Poi dai numi irati risospinto pel medesimo varco, sale verso Lamo[16]nel golfo di Gaeta; e da un’altura esplorando il paese, «non vi scorge ovraggio d’uomo nè di bue», ma solo i fumi, probabilmente del Vesuvio. Alcuni de’ suoi seguaci,mandati per informazioni all’abitato, vi trovano i Lestrigoni, giganti che mangiano uomini, e lanciano pietroni enormi.
Perduta la maggior parte de’ compagni, e ripresa via, Ulisse afferra al paese di Circe, che probabilmente è il monte Circeo, «isola circondata dall’immenso mare» che poi interrotto formò le infauste paludi Pontine. Circe, maga che trasforma gli uomini in bestie, cos’altro simboleggia che il vivere ferino? Ed essa consiglia Ulisse di veleggiare col vento di borea ai Cimmerj, ossia nella regione di Cuma napoletana che fu poi così ridente, e che allora dinotavasi come regno delle ombre e dei morti o delle sirene, cioè offriva campo agli sbizzarrimenti della fantasia perchè sconosciuta[17].
L’ENEIDE
LEGGENDA VIRGILIANA
Tale appariva l’Italia all’itaco re, il quale ne’ suoi lunghi pellegrinaggi in altre contrade ritrova e civiltà ordinata, e gentilezza d’arti, e scienza d’armi, e abilità dì navigare. E il poeta, il quale dovea vivere nove secoli avanti Cristo, fa predire da Apollo che Enea otterrebbe ancora regno nella Troade: laonde non si potrebbe obiettargli la civiltà che qui Enea trovò, secondo una favola di posteriore invenzione, immortalata da Virgilio. Il qual Virgilio, elegantissimo espositore delle tradizioni che blandissero la vanità latina, fa abitata l’Italia da popoli selvaggi[18], senza proprietà stabile[19], che sol ricordavano d’essere usciti da tronchi dirovere[20], allorquando (dovette essere quattordici secoli prima di Cristo) calò fra loro Saturno, che quella gente indocile e dispersa ne’ monti raccolse, la insegnò nell’agricoltura, nell’innestar gli alberi, nel valersi dei bovi, mentre la vite era introdotta da Sabino[21]. Ed anche al tempo che qui fa approdare il pio trojano, quel gentile poeta ci descrive bambino l’incivilimento degli Itali, divisi in borgatelle, occupati a rompere la gleba, andar a caccia, cavalcare; alcuni pochi dell’Etruria a lavorare il ferro, forse tratto dall’Elba; armati sempre, taluni perfin tra le fatiche agricole; faceansi elmi e schinieri con pelli di lupo e scorze di sovero, e sapeano trar di fromba e d’arco, anche con saette avvelenate[22]. Il re, capo d’un piccolo cantone, avea solo autorità di convocare il popolo alle assemblee e condurlo in guerra; suo distintivo pelli d’orso, di leone, di pantera[23]; sua reggia una capanna di paglia; e spesso congiungeva al comando gli uffizj e il carattere di sacerdote[24]. Di fuori s’erano importati molti riti sacri, dall’Arcadia i Lupercali, dalla Grecia i Baccanali; altri più severi, probabilmente indigeni, si esercitavano nelle selve ad onore o degli avi defunti o degli eroi; un feticismo più grossolano era mantenuto fra alcuni, che prestavano culto ai fiumi, entro ai quali immergeano i neonati, o si lavavano i peccatori per purificarsi[25]; nè era dismessa l’orribile eppur tanto diffusa superstizione de’ sagrifizj umani.
ELABORAZIONI STORICHE
A dare significazione storica a questo linguaggio mitologico, a strigare la continua confusione del reale coll’immaginario, che si trova nella leggenda, la quale altera il fatto reale, talvolta lo contraddice apertamente, ma pure conserva un fondo di vero, o almeno di non falso, faticarono l’erudizione e la fantasia; e non volendo accettare quel mistero che involge tutte le origini, ogni tratto presentasi alcuno a trinciar le quistioni colla facilità propria di chi non le ha studiate, e tacciando chiunque lo precedette; vantasi di nuovi fatti, d’insoliti paradossi, che poi riescono a luoghi comuni: per tacere degli sguajati, che aborrendo dalla verità cercata per se stessa, delle sapienti elucubrazioni fanno un’occasione di strapazzi; e perchè Müller o Niebuhr traggono i Pelasgi dai Germani, Freret e Thierry dai Galli, gl’insultano come minaci alla nazionale indipendenza.
Se alcuna cosa attendibile si può raccogliere, è che la popolazione all’Italia venne in più riprese, e di genti che un lasso di secoli e diversità di clima e di consuetudine aveano distinte, benchè non ne cancellassero le originarie somiglianze. Il discenderle è tanto più arduo perchè la scarsezza di monumenti toglie di spiegarli e correggere a vicenda; e l’appoggiar le induzioni sopra errori falsa necessariamente le conseguenze.
Gli antichissimi non iscrissero le loro storie, od a noi non pervennero; fossero anche pervenute, ce n’avrebbero potuto rivelare le origini? Le tradizioni si sformarono pel passare di bocca in bocca, per l’ignoranza del vulgo, per la scaltrezza sacerdotale, per la boria patriotica. Quei che primi tolsero a fissarle collo scritto non le seppero vagliare, ignorarono molti monumenti, o non ne intesero il valore; intanto sovvertimenti naturali, sovrapposizione di nuovi popoli, inenarrabili sventure mutavano faccia, costumi, credenze,lingue ne’ paesi: sicchè, cancellate o confuse le memorie, non restando nè uno storico nè un logografo, essendo ignota fin la lingua delle poche iscrizioni sopravanzate, riesce quasi disperata l’investigazione della verità, che è il primo scopo della storia.
STORICI PRIMI
Ultimi degli antichi popoli d’Italia, i Romani colla spada raserò le vestigia dei precedenti; nei paesi soggiogati cercarono i lavori di appariscente bellezza onde rubarli, non ciò che avrebbe gittate qualche lume sui tempi trascorsi; i loro scrittori distinguendo i popoli conquistati per provincie, non per nazioni, venivano a confonderli; e vilipese le arti e le lingue italiche, non chiesero gloria che dalle vittorie. I Greci furono il popolo dell’antichità meglio dotato del sentimento del bello, sicchè ci lasciò i lavori più insigni nelle arti del disegno come in quelle della parola, e nel bagliore della sua luce involse quella degli altri, che ascrissero a vanto il derivare da quello le origini o l’educazione propria. Ed anche i Romani nella storia e nella filologia greca indagarono le etimologie e i tesmofori, sfrenandosi in aeree congetture, senza sentire il bisogno di confrontare, di discutere, d’accertare, ed acchetandosi ad unsi dice. Se gl’Italiani così le negligevano, come sperare che con amore ne cercassero le origini que’ Greci, i quali, non senza titoli, si tenevano ad essi di tanto superiori? Oltre il vezzo di tutto personificare, di tradurre gli eventi in miti, di presentare in un uomo o in un fatto le complessive vicende d’un’età e d’un popolo, quanto essi ne raccontano de’ primordj del nostro paese ridonda a unico vanto della Grecia; di là le colonie, di là ogni arte, ogni sapere, ogni personaggio. Ciò scema fede a quanto de’ primi abitatori d’Italia narra Dionigi d’Alicarnasso, benchè egli venisse a Roma allorchè di fresco Catone avea scritto sull’origine delle città, era appena morto Cicerone, vivo Varrone; e mostri avercopiato gli annali e le lapide di ciascun paese, le quali, appunto perchè municipali, non restavano travisate dal proposito sistematico di metterle in accordo colle altre[26].
CONGETTURE
Di questo Varrone, predicato come il maggiore erudito di Roma, smarrimmo i libri; ma i frammenti che ci rimangono danno a temere ch’egli pure si buttasse alla fantasia o ad un’erudizione di provenienza greca, anzichè indagar la originale e indigena. Presumiamo altrettanto di Catone, romano anch’esso, che avea radunato memorie sulle origini di ciascuna città, le quali Eliano sommava a mille centonovantasette[27]; e dei trentatre storici, che avevano trattato della fondazione di esse. Strabone e Plinio, venuti più tardi, raccolgono tradizioni, ma nè discutendo nè combinando come è proprio di chi sente il bisogno della certezza.
L’erudizione moderna, chiedendo alla filologia e all’etnografia un filo onde ravviarsi in tal labirinto, inventa sistemi sempre nuovi, sempre incompiuti, sempre facili a erigersi quanto ad abbattersi. Interi libri si compilarono per null’altro che informare delle varie opinioni, le quali, come avviene delle congetturali, hanno ragione dove confutano, torto dove asseriscono. E noi, ponderatele tutte, non soddisfatti d’alcuna, esponiamo a guisa di chi è certo di non appagare altrui, perchè non è persuaso egli stesso.
Nel movimento di popoli che precede l’età storica, le grandi migrazioni non succedono che per via di terra; e dai varchi alpini devono essere scesi i primiabitatori all’Italia. Altri, sopragiungendo alle spalle, cacciavansi innanzi que’ primi, i quali trasferivano altrove il nome proprio, e nella terra abbandonata lasciavano traccie di sè in qualche particolare denominazione di paese. Pertanto in una penisola, i primi venuti pajono doversi rintracciare nella più lontana estremità; verso quella essendosi calati, finchè, non potendo più oltre procedere, le genti primitive si mescolarono colle avveniticcie.
Il navigare non costituiva una scienza ed arte complicata come oggi; e piccoli legni con ampia carena, capaci di cento in ducento uomini, spinti a remi e con una vela, bastavano ai viaggi, massime in mari circoscritti come quello fra l’Asia, l’Africa e noi[28]. A questo modo dovettero venire altre genti all’Italia, le quali piantavano piccole colonie e più civili sul mare, mentre i mediterranei tenevansi sui monti. Il nome di Aborigeni, attribuito ai più antichi Itali, suona montanaro (ὄροςmonte); e forse dinotava una prima immigrazione di genti giapetiche, denominata de’ Tirseni o Tirreni o Raseni, i quali comunicarono il proprio nome a tutta la penisola e al mare che la bagna ad occidente; intanto che quello a levante fu denominato Adriatico da Adria, città anch’essa tirrena. Platone, nelCritia, fa i Tirreni contemporanei degli Atlantidi al par degli Egizj, vale a dire anteriori ad ogni storia; la favola gli associa ai ricordi di Bacco, di Giove, dei Satiri; ed Esiodo, contemporaneo di Omero, rammemora «i forti Tirreni, illustri fra gli Dei e gli eroi».
ABORIGENI
Erano di quest’antichissima genìa gli Euganei e gli Orobj, che precedettero gli Umbri; e così i Camuni, i Leponzj ed altri del Trentino; sia che da quelle parti settentrionalifossero calati in Italia, sia che fra quelle alpi avessero piantato stazioni per riparare la penisola dalle correrie dei Galli[29]. A que’ Tirreni apparteneano per avventura anche i Taurisci, o montanari nella subalpina occidentale; e nella media Italia gli Etruschi e gli Opici, appellativo fors’anche questo generico, indicante terragni[30], e contratto in Opschi ed Oschi, al quale aggiungendo l’articolo, n’esce il vocabolo Toschi. Certo i Tirreni sono considerati dagli antichi come diversi dai Siculi e dai Pelasgi: la loro lingua sembra rimanesse al fondo delle italiche; ed anche nel fiore di Roma la plebe e la gioventù prendeano spasso dalle Favole Atellane, cantate in osco; poi quando la maestà romana declinò, l’osco sopravvisse col vulgo rimasto, e divenne forse padre dell’odierno idioma.
IBERI
Ma un elemento semitico vi si mescolò, se pure non li precedette, per opera degli Iberi, gente finnico-tartara o, come dicono i più recenti, turanica, venutadall’Iberia asiatica vicina all’Armenia, diciotto secoli avanti Cristo, e largamente diffusa in Europa, dove per mare procedette fin nella Spagna, alla quale attribuì il proprio nome, e dove lasciò ne’ Baschi la propria favella, non meno che ai Finnici, nell’estremità opposta d’Europa[31]. A questo nome si apparentavanoi Liguri nell’alta Italia; nella media forse gl’Itali, collocatisi lungo la marina occidentale fra la Macra e ilTevere; nella bassa i Sicani, che Tucidide chiama Iberi. Esso Tucidide riscontra il fiume Sicano nellevicinanze de’ Liguri, che (dic’egli) abitavano a mare sopra Marsiglia: e poichè il nome de’ Sicani accostasi a quel de’ Sequani, assisi alla sorgente della Senna, v’ha chi arguisce doversi ascrivere al loro lignaggio i Celti, e a ciò attribuisce le molte parole che nell’italiano, e più nel siciliano, rimasero di celtica radice[32].
LIGURI
Secondo alcuni dunque la gente Ibera sarebbe abitata in Italia prima ancora che vi venissero gli Indoeuropei, e di là trarrebbero le tante parole dei nostri idiomi, estranie alle lingue ariane, e massime i vocaboli di luoghi. Ma ecco altri invece dedurre i Sicani dall’Epiro, e farli identici coi Pelasgi (Corcia); altri crederli un ramo de’ Tirreni (Abeken), che modificato dalla mistione cogli Aborigeni o Caschi, formò i Latini. Anche gli Umbri, altri popoli primissimi in Italia, da alcuni si vorrebbero Liguri: ma questo nome di Liguri ci sembra generico anzichè speciale, e certo era diffuso su grande ampiezza; gli Oschi medesimi si denominavano Liguri; Edwards, mediante la storia naturale e il confronto de’ cranj, ravvicinò la stirpe ligurealle celtiche: in modo che non uscirebbe di buona congettura chi ascrivesse tutti i prischi Italiani alla grande migrazione che si dinota col nome di Celti, estesissima razza, che forse non è diversa dalla scitica.
UMBRI
Illirio, Celta, Gallo, nati da Polifemo e da Galatea, popolarono il primo l’Illiria, gli altri due l’Italia col nome di Umbri. Questo linguaggio mitologico adombra la migrazione antichissima de’ Celti, i quali, scampati al diluvio[33], dalla Tesprozia e dalla Tracia si estesero a settentrione dell’Europa fin al capo Domes-ness nella Curlandia, e sulle coste occidentali sino al Finisterre della Spagna. Nel lunghissimo vagare per la selva Ercinia, che allora ombreggiava tutta l’Europa boreale, e per l’Alta Asia sino alle frontiere della Cina, perdettero la memoria della loro provenienza. Non è del nostro intendimento il cercare se fossero semitici, per la lunga dimora e per la mistione tramutati poi in indo-europei. Restringendoci alla storia, diremo che col nome diAmbraoAmhra, in loro favella significante nobile, prode, scesero in Italia, e vi si divisero in tre bande, da cui ebbero titolo tre provincie: Oll-Umbria o alta Umbria fra l’Appennino e l’Jonio; Is-Umbria o bassa, attorno al Po; Vill-Umbria o littorale, che fu poi l’Etruria. Catone vorrebbe che Ameria, loro città, sia stata ricostruita trecentottantun anno prima di Roma[34]; epoca storica, al di là della quale non sopravanzano che le favole de’ tempi saturnj. Cacciando Liguri e Siculi, gli Umbri occuparono dunque la parte orientale dell’Italia, l’occidentale lasciandoagli Iberi, e furono il popolo prepollente della penisola; col nome di Sarsinati abitarono Perugia, con quello di Camerti Clusio, e possedettero trecencinquantotto borgate[35].
PELASGI
Contemporaneamente a queste ondate d’interi popoli, ne venivano di parziali; nè tutti erano giapetici: e Titani, Ciclopi, Lestrigoni, che pajono aver preceduto i Siculi nell’isola che da questi prese il nome, forse derivavano dalla stirpe di Cam e dall’Africa. Men tosto migrazioni di popoli interi, che colonie e conquiste sono a dire le seguenti irruzioni in Italia, e quella che s’impronta col nome de’ Pelasgi.
Nulla più disputato ai dì nostri, che la derivazione, gli andamenti e l’indole de’ Pelasgi[36]. Alcunili farebbero semitici: i più gli adunano alla grande famiglia caucasea degli Sciti, una parte della quale,traverso alla Tessaglia, si arrestò in Grecia e nel Peloponneso col nome di Pelasgi ed Elleni, suddivisi poi in Eolj, Jonj, Dori, Achei, e si dilatò nelle isole dell’Arcipelago e in Italia; un’altra, valicando il Tauro, occupò l’Asia Minore, la Frigia, la Lidia, la Troade, e passato il Bosforo, prese stanza nella Tracia.
Che che ne sia, essi precedono ne’ paesi civili quelle generazioni che acquistarono classica rinomanza. I Greci li faceano favolosi quanto i Titani e i Ciclopi; barbari del resto, che mandarono a conquasso le belle contrade, finchè dall’ira divina sottoposti a terribili disastri, soccombettero e furono ridotti servi. Tal è il linguaggio di una nuova generazione contro quella che essa spodestò: eppure anche nelle malevole tradizioni greche i Pelasgi appajono fondatori di città, cavatori di miniere, maestri di religione, di arti, sin di un alfabeto.
In Italia giunsero in più riprese; e la prima con Enotro e Peucezio figli di Licaone, che, diciassette generazioni avanti la caduta di Troja, dall’Arcadia e dalla Tessaglia addussero una colonia, la prima che per mare uscisse di Grecia[37]. I Peucezj si collocarono sul golfo Jonico, gli Enotrj a scirocco, incivilendo i popoli campani. Nuovi fiotti di popoli snidarono altri Pelasgi dalla Macedonia e dal paese di Dodòna, cui da due secoli coltivavano; onde traverso alla Pannonia, all’Illirico, alla Dalmazia, approdarono alle foci del Po, dove fabbricarono Spina.
Trovavano essi i Tirreni già soggiogati e in condizione di schiavi, gli Umbri assisi sul pendìo orientale, gli Iberi o Liguri nell’occidentale, e potentissimi i Siculi. Dato di cozzo in una tribù di questi, chiamatadegli Aurunci od Ausonj, i Pelasgi applicarono il nome d’Ausonia all’intero paese. Provarono nemici gli Umbri, e alleati gli aborigeni della Sabina, che aveano cominciato addensare le capanne senza chiusa di mura, e che allora popolarono di città le creste dell’Appennino.
I Pelasgi non naturarono mai la loro padronanza sul nostro paese; malvisti sempre come stranieri e conquistatori, dovettero mantenervisi armati; tre secoli lottarono coi Siculi, finchè li spinsero nell’isola che da loro ebbe nome di Sicilia.
RELIGIONE DE’ PELASGI
Erodoto, il più antico storico greco, dice che i Pelasgi «sacrificavano pregando gli Dei, ai quali però non applicavano nè nomi nè soprannomi, chiamandoli soltanto Dei»[38]. Forse ciò esprime che tenessero un Dio solo: ma probabilmente nel loro culto era divinizzata la natura, le forze feconde e ordinatrici di essa esprimendo in simboli, di cui restò orma nel culto italico, come i Fauni, Vesta, Anna Perenna, Pale, ed altre divinità estranie all’Olimpo greco. Il dio Termine per loro simboleggiava i possessi stabili: Vesta, la sanzione divina dell’associazione della donna coll’uomo: onde avrebbero essi introdotto fra i rozzi Italioti queste personificazioni religiose dello stato famigliare e del diritto di proprietà, importantissimi dove la costituzione pubblica riposa sopra la domestica[39]. A Vesta ardeva il fuoco perpetuo, custodito da vergini per le quali era delitto capitale il lasciarlo spegnere e il macchiar la castità. Nella Sabina posero un oracolo, somigliante a quel dell’Epiro.
Particolare al nome Pelasgo era pure il culto dei misteriosi Cabiri o Dioscuri; i quali al vulgo eranoofferti come pianeti personificati, che in forma di stelle o di fuochi apparivano ai naviganti; mentre agli iniziati de’ misteri, cui sacrarj erano l’isola di Samotracia e Dodòna nell’Epiro, esprimevano il concetto di una trinità, formata dell’onnipotente, del gran fecondatore e della gran fecondatrice[40]. Ad essi serviva di ministro un Casmilo; nei loro misteri, che tennero gran parte nelle religioni italiche, garantivansi gl’iniziati contro le procelle ed altre sventure: ma le cerimonie tendeano principalmente alla purificazione delle anime. Il neofito confessava i suoi peccati, subiva prove severe, sacrifizj espiatorj; il sacerdote poteva assolvere anche dall’omicidio: ma lo spergiurare e l’uccisione nei tempj erano colpe riservate a un tribunale, che poteva anche punirle di morte. Nelle iniziazioni il neofito, coronato di ulivo e cinto d’una fusciaca purpurea, era collocato sopra una seggiola; e in cerchio ad esso gl’iniziati, tenendosi per mano, guidavano una danza al canto d’inni sacri. L’iniziato più non deponea la sacra benda, che fu poi adottata anche nei riti bacchici, coi quali aveano pure comuni le cerimonie impudiche.
Le somiglianze del culto italo coll’ellenico non isfuggirono ai Greci; e Dionigi d’Alicarnasso avverte che non trattasi solo d’identità di tipi e di forme, esprimenti le idee generali di potenza o protezione speciale, ma fin d’attributi, di vesti, d’usi tradizionali, di tregue religiose, di pompe e sagrifizj, di costruzione rituale dei tempj. Alcune divinità greche furono introdotte nel culto latino a tempi conosciuti, come Apollo nel 429 di Roma, Esculapio nel 459, nel 449 l’ara massima di Ercole: ma le maggiori avrebbero potuto piantarsi dopo già costituite quelle società, così tenaci della tradizione, senza eccitarvi un generale sovvertimento? el’opposizione avrebbe potuto dalla storia essere inavvertita? Convien dunque supporle venute qui coi popoli stessi, massime coi Pelasgi, tanto più se si ponga mente alla fisionomia nazionale di esse divinità, e alla loro coerenza colle istituzioni civili.
Questo poco e null’altro sapremmo de’ Pelasgi, se non ci rimanessero avanzi di meravigliosi loro edifizj. A principio l’uomo nel procacciarsi un’abitazione non pensa che a schermirsi dalle intemperie e dalle belve, fortunato ove il suolo gli offre caverne naturali od opportunità di formarne, come le tante di Sicilia, massime in vai di Noto, al Peloro, a Spaccaforno, ad Ipsica, sovrapposte talvolta come i solaj d’una casa o i loculi d’un colombario. Colà doveano abitare i Lestrigoni, i Lotofagi, i Polifemi, quegli altri mostri in cui l’età poetica raffigurò le genti fuori del civile consorzio, e che limitavansi ad abbellire le grotte ove si ricoveravano, o dove riponevano la moglie, l’iddio, le reliquie dei cari estinti. Sacri spechi perciò incontriamo nelle più remote storie: in uno il re Numa Pompilio conferiva colla ninfa Egeria; da un altro la sibilla di Cuma rendeva i suoi oracoli; molti sotterranei mostrano l’antica Etruria e le isole del Mediterraneo[41], ornati coi primi tentativi dell’arte; e sovra tutti notevole è l’ipogeo presso l’antica Fiesole, in pietra arenaria compatta di strati distinti, che il vulgo attribuisce alle fate, e l’erudito non sa a qual uso.
TROGLODITI
Agli scavi trogloditici succedono le costruzioni sopra terra, nominate ciclopiche dai nostri Ciclopi di Sicilia, supposti giganti, che poterono sovrapporre massienormi, non isquadrati, stanti per la propria mole, disposti in torri ovvero in mura con porte. Queste mura alcune sono di pietroni di varia grossezza, affatto scabri, e rinzaffati con ciottoli e scaglie; altre di macigni poligoni disposti al modo medesimo, grossolanamente martellati, e di forma e mole disuguale; altre di parallelepipedi rozzi, collocati perpendicolarmente: cemento non appare in nessuna. Nell’isola di Gozo fu così costruita la torre de’ Giganti, forse dai Fenicj, composta di due monumenti internamente comunicanti. Sono pur tali i Nuraghi di Sardegna, coni elevati da dodici a quindici metri, e finiti in tondo, fatti con dadi d’un metro negli strati meno erti, irregolari sempre e senza calcina. Sorgono sopra alture, cinti talvolta d’un terrapieno fin del giro di cento metri, fortificati da un muro alto tre e di simile costruzione, circuiti talora da altri simili coni di minor dimensione. Chi li crede trofei, chi are del fuoco: ma se si riflette che ne esistono forse tremila, non si può crederli che abitazioni o sepolcri, principalmente di sacerdoti, lo perchè non vi si trovano mai armi, bensì ornamenti femminili e idoletti[42].
EDIFIZJ CICLOPICI
Chi ha precisato quali caratteri distinguano l’architettura ciclopica dalla pelasgica? Questa, ammirabile non per regolarità come la greca, ma per la mole deimateriali e per somiglianza colle opere della natura, non adopravasi a servigio di re o ad onore di numi, ma ad utile sociale, in mura, vie, acquedotti, canali; e quel vivo sentimento della vita cittadina, rivelato dalla costruzione di tante città, sopravvisse ne’ futuri Italiani, propensi sempre alla vita di comune. Di tal maniera sussistono muraglie, od isolate o cintura di città: e fattura del diavolo le dice il vulgo, attonito a quegli ingenti massi, quali irregolari, come a Cosa, ad Arpino, ad Aufidena; quali riquadrati, come nell’antichissimo bastione di Roma, e in quei di Volterra e Fregelle; quali regolari, come a Cortona e Fiesole; spesso ancora di costruzione mescolata, sempre senza calce, e che mostrano l’uso di molte braccia e portentosa gagliardia.
MURA PELASGICHE
Solo dopo che nel 1792 si scopersero ruine sul monte Circeo, venne fissata l’attenzione agli edifizj pelasgici, che ora son uno de’ punti più studiati dagli archeologi, e moltissimi riscontri ai nostri si trovarono nel Peloponneso, nell’Attica, in Beozia, in Tessaglia, nella Focide, nell’Epiro, nella Tracia, nell’Asia Minore, paesi abitati da Pelasgi. Ma mentre pochi n’ha la Grecia, da trecento ne mostra l’Italia ne’ paesi degli Aborigeni, dei Sabini, dei Marsi, degli Ernici, e nelle città latine a mare. Principale tra quest’ultime è Terracina (Anxur); seguono il poligono recinto di Fundi, e le mura e le porte di Arpino e di Alatri, e quelle di Venda, Ferentino e Preneste, a massi irregolari, quali cingevano pure sulle montagne volsche Norba, Signia, Cora. Sull’altra gronda dell’Appennino fra i Sanniti rimane traccia di siffatti edifizj a Boviano, ad Esernia, a Calatia, fors’anche ad Aufidena; fra i Marsi ad Alba, ad Atina, e intorno al lago Fùcino. Da questo alle contrade tiburtine, abitate dai montanari Equi e Sabini, sembra usasse assai tal modo di fabbricare gigantesco, apparendone i resti a Cicolano e a Rieti, dove già furonoTiora, Nursi, Sura, e verso Monteverde e Siciliano e Vicovaro. Scarseggiano negli Abruzzi; ma nell’Umbria se ne ammirano ad Ameria, a Cesi, a Spoleto, e maggiori a Cosa. Finiscono tra l’Esi e l’Ombrone; l’Italia settentrionale non ne ha, non l’Etruria interiore; in Sicilia vorrebbesi vederne a Cefalù e sul monte Erice.
Nella mura dell’acropoli d’Arpino la porta è a cuneo; parallelepipeda ad Alatri, trapezia a Norba, al Circeo, a Signia, ma le spalle sembrano montagne: l’arco appare rozzo nell’acquedotto presso Terracina, regolare nel ponte di Cora, e più in qualche avanzo di Circeo, e nella porta gemina di Signia. Talvolta sono costruzioni rotonde, coperte di cupole formate di lastroni disposti orizzontalmente con progressiva sporgenza; come in molti sepolcri a Norba, a Tarquinia, a Vulci, e in quello insigne di Elpenore sul Circeo, e nel carcere Tulliano a Roma, che probabilmente in origine fu una cisterna, siccome quello di Tuscolo, quadro e sormontato da cupola a cono.
Non ci vorremo dunque collocare con quelli che riguardano i Pelasgi soltanto come un’orda ragunaticcia e feroce, la quale non abbia che messo a sperpero il paese. Se fosse, n’avremmo un appoggio a quel vanto dato da Plinio all’Italia, ch’essa sembri fatata dagli Dei a restituire agli uomini l’umanità: ma tutto all’opposto, altri lodano i Pelasgi sin d’avere portato qui l’alfabeto, giacchè Evandro, insegnator di questo, veniva dall’Arcadia, loro stanza.
Molto soffersero[43]in Italia i Pelasgi in grazia della sterilità e siccità dei campi, ma più ancora pei vulcani, dal cui imperversare furono, 1300 anni avanti Cristo, costretti abbandonare l’Etruria, ove le lorocittà vennero insalubri per le esalazioni delle paludi, formatesi di mezzo a terreni o depressi od elevati: Cere, una di esse, sedeva a quattro miglia dal cratere in cui stagna il lago di Bracciano; l’aria mefitica di Gravisca restò proverbiale fra’ Romani; Cosa per questa rimase deserta; Saturnia, città incontestabilmente pelasgica, era s’una delle ultime colline del vulcano di Santa Fiora.
Oppressi da tali disastri e da malattie strane, i Pelasgi interrogarono l’oracolo di Dodona, e n’ebbero risposta essere gli Dei sdegnati perchè, avendo promesso ai Cabiri la decima di tutto quanto nascerebbe, non aveano offerta quella de’ figliuoli. La spietata risposta parve ancor peggio del male; il popolo tumultuò, e prese in sospetto i capi: di qui crebbero i patimenti; stanchi de’ quali, alcuni Pelasgi migrarono, o tornando ai paesi dond’erano venuti, o procedendo ad occidente, massime verso l’Iberia, dove Sagunto e Tarragona mostrano mura di loro costruzione. I rimasti, da nuovi popoli furono non distrutti, ma spossessati e ridotti a condizione servile. I Sibariti in fatto chiamavano Pelasgi gli schiavi, che probabilmente erano gli Enotrj da loro soggiogati; e forse enotrj erano i Bruzj, schiavi rivoltati. Rimasti come servi campagnuoli della nobiltà urbana, forse a servigio di questa fabbricarono altre mura di città, che anche più tardi serbano carattere di robustezza.
Chi visiti San Pietro d’Alba nei Marsi, riconosce tre gradini di costruzione pelasgica, sormontati da un tempio romano, al quale i Goti aggiunsero una tribuna ad abside, e il medioevo una facciata, mentre l’interno è ornato da sei colonne di marmo corintio. Questa mescolanza non è il simbolo perpetuo della storia degli Italiani? e sarà mai sperabile che altri pianti un sistema, il quale valga unico a spiegare le mille varietà?Sanno d’alchimia più che di chimica cedeste manipolazioni della storia, per cui a cinquemila anni di lontananza si pretende dar la formola delle affinità, indicare la separazione dei popoli, ridurre a calcolo il caos. Ogni ipotesi troppo generale soccombe alla sincera indagine; e se è sconfortante che i dotti rimangano ambigui, ed i migliori sforzi riescano soltanto ad un forse, è umiliante che per quel forse si palleggi dall’uno all’altro il titolo d’ignorante o di presuntuoso.
Nota del 1874.
ANTICHITÀ PREISTORICHE
Le recenti scoperte di oggetti antichissimi, di rozzissimi arnesi, d’armi di silice, d’ossa rosicchiate o intagliate, di teschi umani entro grotte o ne’ paduli o nelle torbiere, e fin sotto a terreni di altra età geologica, portarono a un nuovo studio, che chiamarono antichità preistoriche. Ergendo ipotesi arditissime sovra fatti ancora indeterminati, si negò l’unica derivazione dell’uomo, si volle perfino crederlo null’altro che la trasformazione graduale di scimie antropomorfe, avvenuta in diverse parti del globo, e nel volgere di milioni d’anni.
Tutto ciò non ha a fare colla storia, la quale non può prender le mosse che dalle tradizioni nostre, dai nostri monumenti. I quali in verità attestarono uno stato quasi selvaggio delle popolazioni indigene, che, non possedendo ancora i metalli, si valeano delle pietre; poi usarono il rame, che più facilmente si trova puro; tardi approfittarono del ferro, divenuto poi principale stromento di civiltà. Giancarlo Conestabile assevera all’età del rame fosse contemporaneo l’uso del ferro, che trovaspessissimopresente e mescolato all’altro metallo ne’ lavori artistici e industriali; donde induce che l’uso del ferro cominciò qui assai prima che nel Settentrione. Questi uomini preistorici sarebbero obrachicefali nell’Italia superiore, o dolicocefali nella inferiore: misti nella centrale.
Accordando colle scoperte recenti le tradizioni, abbiamo che, dopo il periodo pliocenico, l’Italia era occupata dal mare, donde sporgeano come isole le vette dei monti. Fra le selve d’alto fusto viveano genti selvagge con elefanti, rinoceronti, ippopotami, cervi da enormi corna, bovi primigeni ed altre specie perite. Da queste difendeansi con arme di selce: albergavano entro grotte, ovvero su palafitte in mezzo alle acque, dove rimasero gli avanzi de’ loro cibi. Così passarono l’età dei ghiacci: allo squagliarsi de’ quali la pianura andava asciugandosi, e le genti vi scendevano, perfezionando il vivere, gli utensili, le armi.
Testimonj di questi progressi dalla pietra al bronzo poi al ferro non sono scarsi in Italia, massime nella settentrionale, in abitazioni lacustri dei laghi di Lombardia, in necropoli dell’Emilia, in capanne, in terramare; ma segnarne la successione e l’età comparativa è troppo difficile.
Accontentandoci di esaminare le popolazioni storiche, pare dimostrato che la stirpe Aria o Indo-europea, partendo dalle terre traversate dall’Oxo, di là del Caspio e della Scizia, venisse in Europa in quattro rami, il Celtico, il Germanico, il Greco italico o Pelasgo, il Lituano slavo. Forse trenta secoli avanti Cristo avvenne la prima emigrazione di Celti, quasi contemporanea a quella dei Pelasgi, che stabilitisi nell’Asia Minore e sull’Ellesponto, spinsero ramificazioni in Italia, dove occuparono le creste degli Appennini, respingendo gli Aborigeni, dei quali son forse avanzi gli Japigi della Messapia, gli Opsci, gli Ausonj della Lucania, e i Liguri, che pajono i più antichi abitatori, nell’età detta della pietra.
Dell’istesso ramo Ario erano gli Umbri e Latini,quelli di dominio più esteso, questi limitati al paese del basso Tevere.
Viene terza un’immigrazione greco-pelasgica dall’Arcadia, dalla Tessaglia, dall’Epiro, per mare sbarcando nell’Italia propriamente detta, ch’è la Calabria, denominata da Enotro e Peucezio, e alle foci del Po, dove fondarono Spina.
Cozzi dei sopraggiunti coi già stanziati agitarono quell’età pelasgica, in cui si venivano accostando e fondendo le varie genti; i Pelasgi dilatarono l’uso dei metalli: costruirono le mura ciclopiche.
Ma quattordici secoli avanti Cristo cominciò l’immigrazione pelasgo-tirenica dall’Asia Minore alle rive occidentali della penisola centrale, e comparve il nome di Etruschi; i quali è incerto se fossero ariani o semitici. Per chiarire questo dubbio e le altre congetture adopransi argomenti filosofici e altri fisici, che non sempre s’accordano: nè gli uni sono più decisivi degli altri. Gli antropologi dissentono fra loro fondamentalmente, e intanto raccolgono cranj delle varie genti, dalla loro conformazione volendo dedurne l’origine. Ma venendo al popolo su cui è maggiore la curiosità, convengono che gli Etruschi sono una mescolanza di gente più civile e men numerosa, cogli Italioti più numerosi e incolti.
I filologi rifiutano l’origine celtica degli Umbri, ascrivendoli al ramo ario-pelasgico, come i Siculi e i Liburni, affini cogli Japigi, de’ quali resta qualche iscrizione non ancora decifrata, ma che accenna all’Illiria.
Il padre, poi cardinale Tarquinj, fu l’ultimo a sostenere le origini semitiche e s’appoggiò a nomi geografici, quali
Ascoli ripudia affatto il concetto del Tarquinj e dello Stickel: e così Giovanni Flechia, di cui è notevole laGrammatica storica comparata dei dialetti italiani.
Che gli Etruschi siano semitici è negato dallo studio delle arti loro non meno che dal linguaggio, sebbene pochissimo ancora conosciuto. Dovettero essi venir dall’Asia Minore per mare, non già dalle Alpi; dove trovansi bensì loro reliquie, ma che provano solo essersi anche colà esteso l’impero degli Etruschi, i quali andavano fin sul Baltico in cerca dell’ambra.
Le lingue dei tre popoli più antichi, Osci, Umbri, Etruschi, ben distinte fra loro, vennero assorbite o distrutte dal latino, ma dai pochi avanzi si accerta che nel linguaggio degli Osci o Sanniti non è traccia di semitico, ed è affine al latino arcaico. L’umbro si scosta dalle forme del Lazio, pure le sette tavole eugubine conducono a riconoscerlo d’origine comune coll’osco-romano, esclusa ogni derivazione nè semitica nè celtica.
Non così d’accordo si va per l’etrusco, pure nol si spiega con nessuna lingua semitica nè celtica: e i monumenti numerosissimi ma di pochissime parole e di nessuna importanza storica, malgrado le abbreviazioni,le scorrezioni, le alterazioni fonetiche, l’assicurano al ramo ariano.
Tali sono le induzioni ultime di Corssen, di Fabretti, di Conestabile.