CAPITOLO IX.Magna Grecia.—Pitagora.—I legislatori.Qui la storia stessa di Roma ci porta a considerare i paesi meridionali della penisola, e nuove civiltà; perocchè alla pelasga, o greca antica se si voglia, ed alla rasena degli Etruschi, terza si unì la ellenica delle colonie, più splendida e decantata.COLONIEIl genio del popolo greco, il quale eminentemente seppe congiungere l’istinto del bello colla sapienza dell’ordine, sicchè creò i capolavori della poesia e della scultura, e al tempo stesso i veri sistemi delle scienze positive e delle noologiche, manifestò quel suo potente bisogno di movimento e di azione col disporre colonie innumerevoli dall’Asia Minore fino ai più riposti seni del Ponto Eusino, dall’Jonio fino al Nilo, alle coste settentrionali dell’Africa ed alle meridionali della Spagna e della Gallia. In quelle la gioventù correva in cerca d’avventure e libertà, di ricchezza i negozianti, di requie i vinti; le repubbliche vi mandavano i turbolenti e i soverchi; e l’incivilimento e l’opulenza della madrepatria vantaggiavano di tale innesto. Nel nuovo paese i fondatori erano venerati, e spesso per gratitudineeretti a signori; il territorio spartivasi fra i coloni, che vi rinnovavano i nomi e le consuetudini delle contrade natìe, e sull’indole e i bisogni locali modificavano la greca civiltà. Le colonie formate da persone obbligate dalle fazioni a fuoriuscire dalla patria, trovavansi indipendenti fin dall’origine; quelle spedite dalla metropoli mantenevano le patrie leggi; sacerdoti e magistrati riceveano da essa; ad essa spedivano tributi, derrate, annui sagrifizj religiosi; poi il nodo lentavasi a segno, da non costituire che una federazione, unita dalla comune origine e da divinità comuni, a’ cui tempj antichi seguivano a recare omaggi e chiedere oracoli. Collocate nelle regioni più opportune alla vita, all’industria e al commercio, prosperavano, e la metropoli vi godeva immunità di asportazioni e importazioni; costituite di gente operosa e vivace come sogliono essere i migrati, abbondavano d’arti, d’industria, di sapere, di libertà.Di colonie siffatte circondarono i Greci quasi tutto il lembo dell’Italia[200], e meglio le coste a occidente, meno scabre delle orientali. Le più considerevoli stettero sul golfo di Táranto, nella parte occidentale della Japigia e di là fin a Napoli e in Sicilia: nè altro paese mai su così breve spazio radunò tante città, e ciascuna importante quanto un popolo, e degna di vivere nella posterità,più che i grandi imperi ove un despoto regna su milioni di servi.COLONIE DORICHE E ACHEEIn quattro genti era suddivisa la famiglia greca; Eolj, Dori, Jonj, Achei, distinti per dialetti, per costituzioni, per usanze particolari; e fra noi prevalsero i Dori nella Sicilia, nella Magna Grecia[201]gli Achei. AiDori dovette quell’isola le colonie di Ibla, Tapso, Gela, Agrigento, Messina, Taranto. Gli Achei piantarono Crotone, Síbari, Turio a lei succeduta, le quali figliarono le altre di Laus, Scidro, Posidonia, Terina, Caulonia, Pandosia. Dagli Jonj di Calcide vennero Cuma e Napoli, Zancle da cui Iméra e Mile, Nasso da cui Gallipoli, Leontini e Catania con Eubea, Taormina e Reggio. Di stirpe jonica furono anche Elèa e Scillezio: oltrechè i Cretesi condussero colonie a Brindisi, Iria, Salenzia ed Eraclea Minoa in Sicilia; i Tessali a Crimisa ed Egesta; gli Etolj a Temesa; i Focesi a Lagaria.MIGRATI DA TROJAUna delle prime imprese che dei Greci si ricordino, fu l’assedio di Troja, immortalato nei poemi d’Omero e di Virgilio: ma veruna storica certezza rimane nè del suo tempo, nè del luogo, nè dell’esito: il fatto medesimo è controverso; eppure a quella guerra, che suole collocarsi dodici secoli avanti Cristo e sulle rive dell’Ellesponto, voleano gli antichi far risalire la loro nobiltà, come le nostre Chiese agli apostoli, e i nostri signori alle crociate. Ed appunto da eroi della guerra iliaca prende le mosse la genealogia di molti Stati dell’Italia meridionale. Dicevasi che alcuni, campati dalla distrutta Troja, avessero cerco una nuova patria sovra suolo straniero; altri de’ vincitori stessi, agitati dall’ira divina o dalle procelle nel ritorno, fossero stati spinti coi loro seguaci in lontani paesi, ove presero stanza. Petilia credevasi cinta da nuovo muro da Filottete, greco abbandonato per astuzia d’Ulisse; Metaponto, fondata da Epeo compagno del pilio Nestore, il più prudente fra i Greci; Tràpani, Agatino, da altri di quella schiera. Nuove colonie innominate dovettero certo arrivare poco dopo.MAGNA GRECIAForse per le non ancora quietate agitazioni del terreno i primi abitatori di quelle coste eransi tenuti sui monti, lasciando disabitate le spiaggie malsane, finchègl’interrimenti le rinsanichirono. Su questi lembi, di recente formazione e di facile ubertà, poterono prendere stanza i Greci avveniticci, e mediante la pastorizia e la vicinanza del mare crescevano di ricchezze e di numero, mentre i natìi od erano ridotti schiavi affissi alla gleba, o fra le montagne si moltiplicavano e rinvigorivano. Un pugno di prodi o di avventurieri senza donne, non potea che mescolarsi coi vinti, insegnarli, alterarne forse ma non cangiarne la lingua e i costumi, salvo a quella società, la quale, secondo l’indole delle costituzioni antiche, sovrapponeasi alla plebe, e da questa tenevasi in tutto sceverata. In segno della nuova coltura il paese si popolava di tempj alle greche divinità; come quello di Nettuno a Taranto, di Proserpina a Locri, di Minerva a Metaponto, di Giunone sul promontorio Lacinio, di Ercole a Crotone, i riti del quale erano riservati alla famiglia de’ Lampriadi.I coloni trasportavano con sè la costituzione patria, onde la democrazia prevalse nelle joniche, di cui tipo era Atene; nelle doriche invece, di cui era tipo Sparta, l’aristocrazia restringeva l’esercizio della sovranità e le magistrature in alcune famiglie, od in una classe nella quale si entrava pel censo. Il fatto stesso però della migrazione faceva propendere a democrazia, giacchè gli aristocrati non attaccavano al suolo memorie di dominio e, come avviene, sempre scemavano di numero, mentre i popolani crescevano col commercio e colle ricchezze.Se però aveano condotto famigli e clienti, conservavano sopra di questi l’antico diritto. Quando altri Greci sopraggiungessero, non restavano ammessi all’eguaglianza di diritti (ἰσοπολιτεία), e così formavasi un’aristocrazia nuova, quella degli originarj, dotata di privilegi sugli avveniticci. Fra queste differenti classi non tardavano a proromper liti, e coll’ajuto degli schiavi, cioè degl’indigeniridotti a servitù, gli aristocratici erano espulsi di città e l’amministrazione tolta alle famiglie per attribuirla ai capi di arti: rivoluzioni operate con molto sangue, e che trapelano dagli scarsissimi documenti, e ancor più dall’indole perpetua di società siffatte, comprovata anche dall’esempio delle nostre repubbliche del medioevo. Altre volte qualche oligarco associavasi col plebeo o coi vinti, oppure si ergeva arbitro fra i poveri e i ricchi, e per tal via diventava tiranno.CUMAI Calcidesi dell’isola d’Eubea, che oggi chiamiamo Negroponte, schiatta jonica, si posero nell’isola Pitecusa e nelle vicine, donde passarono a settentrione del File nel territorio degli Opici a fondar Cuma,1300?avanti la distruzione di Troja, o almeno prima d’ogn’altra città grecanica. Questa si ampliò per commercio marittimo, tenne testa agli Etruschi, e fondò Napoli e Zancle, destinate a sopravviverle. Alla sua aristocrazia temperata diè crollo il prode Aristodemo, che amicatosi l’esercito colle vittorie sopra gli Etruschi, fece trucidare gli ottimati, costrinse le vedove a sposarne gli assassini, e fomentò l’inclinazione dei Cumani alla voluttà ordinando che i figliuoli si allevassero in femminile mollezza, sapendo ch’è agevole tiranneggiare gente corrotta. Ucciso lui, Cuma fu rimessa in istato, e continuò spedizioni lontane e guerre coi vicini, fin quando cadde in signoria de’ Romani,315rimanendo pur sempre importante pel suo porto di Pozzuoli.REGGIODagli stessi Calcidesi dell’Eubea uniti a quei di Sicilia erasi anticamente colonizzata Reggio all’estremo vertice d’Italia. Sottratta agli Aurunci, fu governata aristocraticamente da mille,723scelti tra le famiglie messenie quivi accasate coi primi abitatori. Coll’estinguersi delle case, restò il governo a pochi; per mezzo della quale oligarchia Anassila si pose tiranno, e trasmise il potere a’ suoi figliuoli. Cacciati dopo pochi anni, lasciaronouna scarmigliata anarchia, a cui si riparò adottando le leggi di Caronda, colle quali Reggio si mantenne in pace. Struggeasi di dominarla Dionigi il Vecchio di Siracusa, ma essi ne aborrivano a segno, che avendo egli chiesto una sposa di qualche famiglia di Reggini, gli fu esibita la figliuola del boja[202].300Allora egli, ricorso alla forza, prese e saccheggiò la città. La risarcì poi Dionigi il Giovane; ma più tardi una legione romana ivi aquartierata vi si gettò sopra,271e ne trucidò gli abitami. Roma punì nel capo que’ soldati, ma non per questo restituì a Reggio la libertà.PESTO510Di Posidonia, fondata dai Sibariti nel golfo di Salerno e chiamata Pesto dai Romani, verun altro monumento abbiamo che splendidi avanzi e memoria delle rose che vi fiorivano due volte l’anno. Era costruita in un quadrato del giro di cinque miglia sopra terreno pianeggiante, con mura a secco e molte torri e quattro porte una rimpetto all’altra. Distrutta dai Saracini, rimase dimentica tra una foresta di spontanea vegetazione, fin quando nel secolo passato alcuni cacciatori ne indicarono le ruine, che traggono continuamente i curiosi ad ammirarle fra una contrada oggi mestamente sterile ed insalubre. Consistono queste in due tempj, di cui l’antichissimo di Nettuno è dei meglio conservati: sopra tre gradini elevasi un peristilio di sei colonne doriche di fronte e quattordici di lato, scanalate, senza base, alte appena cinque diametri, e poco più d’uno d’intercolunnio, lo che fa supporle anteriori al tempo che i Greci diedero leggerezza anche all’ordine dorico. Il tempietto di Cerere, più recente, ha colonne più snelle e meno rastremate. Sopravanza pure una stoa con nove colonne sul lato esterno minore e diciotto sul maggiore, e un colonnato nel giro interno. Anche dopocaduti in servitù, i Pestani continuarono lungo tempo, in un dato giorno, ad assumere le vesti e gli usi greci, e celebrar la commemorazione de’ tempi di loro indipendenza.METAPONTO1260?Di Metaponto, una delle più segnalate colonie nel seno di Táranto, sappiamo poc’altro, se non che i seguaci di Néstore, tornando dalla guerra trojana, la fabbricarono; la crebbero Achei e Sibariti; Annibale cartaginese ne costrinse gli abitanti a migrare nel Bruzio; al fine la crescente insalubrità dei piani marittimi la spopolò, come fece di Pesto e delle vicine colonie sull’altro littorale. Plinio vi ricorda un tempio di Giunone, con colonne fatte di tronco di vite; e quelle che ancor si chiamano la chiesa di Sansone e la tavola dei Paladini sono reliquie di due tempj antichi, d’architettura policromatica.LOCRESI EPIZEFIRJDurante una lunga guerra, le femmine dei Locresi Ozolj s’erano mescolate cogli schiavi; onde al tornare dei mariti, paventando il castigo,683fuggirono e piantaronsi coi figli nel ridente paese all’estremità dell’Appennino, formando la colonia de’ Locresi Epizefirj. Arrivando, giurarono ai Siculi:—Finchè calcheremo questa terra, e porteremo questi capi sulle spalle, possederemo il paese in comune con voi»; ma eransi posta della terra nelle scarpe, e capi d’aglio sulle spalle; scossi i quali, si credettero sciolti dall’obbligazione, e arrogaronsi il primato sovra i natii. Ebbero battaglie coi Crotoniati per gelosia; ed assaliti da questi in casa propria, vinsero alla Sagra una battaglia con forze tanto sproporzionate, che la fama, divulgandola anche in Grecia, l’attribuiva a intervento de’ semidei Castore e Polluce, i quali dagli antichi credeansi vedere ne’ fuochi fatui, vaganti sul mare. D’un’altra vittoria sui Crotoniati fu dato merito ad Ajace, eroe greco della guerra trojana, il cui spettro si diceva combattesse peiLocresi. Dalle cento famiglie dominanti si cernivano un cosmopoli, magistrato supremo, e mille senatori con autorità legislativa: alcuni ispettori vigilavano che le leggi non fossero violate. Se non grandigia di ricchezze, Locri ebbe lode di corretti costumi e di pacifica inclinazione, fin quando Dionigi II,356espulso da Siracusa, venuto a cercarvi asilo, introdusse d’ogni maniera disordini. Locri però si tenne indipendente fino ai tempi di Pirro.LOCRI. TARANTOMessene nel Peloponneso maneggiò sì lunga guerra con Sparta, che i magistrati spartani, temendo non finisse la razza nell’assenza de’ mariti, autorizzarono le donne a farsi fecondare da schiavi. I figliuoli nati da questo adulterio legale, col nome di Partenj migrarono al tornar de’ mariti delle madri, e istituirono la colonia di Taranto707nel golfo dell’estrema Italia che guarda alla lor patria, con porto eccellente in costa inospita. Cominciarono, come gli altri coloni siffatti, a uccider gli uomini del paese invaso, sposarne le donne; poi dandosi ordinamento e leggi, domarono i Messapi, i Lucani ed altri popoli del contorno, e divennero una delle primarie potenze marittime fra ilve ilivsecolo avanti Cristo, potendo armare ventimila fanti e duemila cavalli: ebbero fabbriche e tintorie di panni, industria tanto favorevole alla popolazione; e sebbene corrotti dall’opulenza, serbarono anch’essi l’autonomia fino a Pirro.272Dalla città patria avevano recato il culto di Apollo Giacintio e il governo aristocratico temperato; ma dopo che, nella guerra contro i Messapi, perirono i nobili, si piegò a moderata democrazia. I magistrati si eleggevano metà a sorte, gli altri a pluralità di voci; nè senza il consenso del senato si dichiarava guerra. Ammetteansi alla cittadinanza non Greci soltanto, ma anche indigeni, talchè i molti elementi italici ravvicinavano Taranto all’Italia più che alla Magna Grecia. Quell’angolo megliod’ogni altro della terra arrideva al poeta Orazio[203]per naturali bellezze e tepido spiro: gli cresceano pregio fumosi vini, generosi puledri, finissime lane.SIBARI725Achei, uniti co’ Locresi, fondarono Sibari; la malsana pianura fra il Crati e il Sibari emendarono con canali, divenuti comodità e abbellimento, e che ora negletti, tornarono pestilente quel paese. A taccia della sua mollezza, è vulgatissimo che i cittadini solevano fare gl’inviti un anno prima, onde mettere a contributo l’aria, l’acqua e la terra, e preparare vesti gemmate; ai convitati porgevasi per norma la lista sì delle persone, sì delle vivande: mestieri rumorosi non doveano turbare i sonni o i silenziosi piaceri; sbandivansi perfino i vigili galli: un Sibarito non si potè addormentare per esserglisi piegata sotto una foglia di rosa; un altro prese la febbre al vedere un contadino affaticarsi. Diffamazioni forse fuor di proposito, certo fuor di misura; dalle quali solo raccogliamo la grande ricchezza venuta al paese dal commercio che faceva con Cartagine, massime di vini e d’olj. Quest’agiatezza, il suolo ferace, la facilità di concedere la cittadinanza, moltiplicarono i Sibariti a segno, che, se crediamo a Strabone, potevano armare trecentomila uomini[204].550Dominavano sopra sette genti limitrofe e venticinque città; governavansi a democrazia temperata, fino a che Teli se ne fece tiranno, cacciando cinquecento primarj cittadini. Questi ricoverarono nella vicina Crotone, donde furono spediti messi a Sibari per praticarne il richiamo:510ma Sibari trucidò gli inviati, onde Crotone assalse l’emula con centomila guerrieri, e la sfasciò.TURIO441Sulle rovine di Sibari fu stabilita la città di Turio, con tanta mescolanza di popoli, che si disputò quali avessero a tenersene i fondatori: del che interrogato,l’oracolo la dichiarò colonia d’Apollo. L’origine stessa vi produceva la democrazia; ma gli antichi Sibariti usurpando le migliori terre e l’autorità, restrinsero il governo in pochi. Ne furono poi espulsi; nuove genti sopravvennero di Grecia, e presero leggi da Caronda. I Lucani, perpetui nemici, li vinsero, nè cessarono di molestarli286finchè non si posero in protezione dei Romani. Di quest’atto si tennero offesi i Tarantini, che gli assalsero e sconfissero: più tardi i Romani ridussero Turio a colonia.ERACLEALa città d’Eraclea, posta dai Tarantini sulle rive dell’Aciri presso Metaponto, ci tramandò nelle famose Tavole un documento del suo governo;433donde appare che v’avea culto principale il dio da cui traeva nome, poi Bacco e Pallade, le cui effigie appajono nelle bellissime sue monete. Efori annui reggeano la repubblica, e polianomi o prefetti della città; un segretario, un geometra ed altri minori uffiziali attendeano all’amministrazione: il popolo divideasi in molte tribù, ciascuna con insegne particolari, e in assemblea comune risolveano de’ comuni interessi.272I Romani la soggiogarono l’anno stesso della presa di Taranto.CROTONE735Miscello ed Archia condussero una colonia achea a Crotone, la quale crebbe a sì subita potenza che, nel primo secolo d’esistenza sua, armò contro di Locri cenventimila uomini; e benchè sconfitta, con quasi altrettanti la vedemmo assalire e distruggere Sibari. La città misurava il perimetro di dodici miglia; con un senato di trecento o di mille membri[205]; bella, illustre, ricca, saluberrima, beata la predicano gli antichi, e diceasi non vi fosse mai gittata la peste.Parte suprema nell’antica educazione tenea la ginnastica e sfoggio se ne faceva in feste solenni, celebratea tempi prefissi; principalmente ne’ giuochi olimpici, pei quali ogni quattro anni i Greci concorrevano in Elide ove assistere alle gare di lotta, di corsa, di tiro, e insieme udir recitare tragedie, odi, pezzi di storia. Sibari, nel maggior suo fiore, meditava di rapire quest’affluenza ad Elide, coll’istituire giuochi più splendidi e di premj più appetiti. Agli olimpici, ben tredici volte in ventisei olimpiadi riportarono il gran premio gli atleti di Crotone, così rinomati che correva in proverbio, l’ultimo dei Crotoniati valere quanto il primo dei Greci[206]. L’atleta Milone combattè un toro, e levatoselo di peso sulle spalle, il recò in giro per tutto lo stadio, poi ammazzatolo d’un pugno, in un giorno lo mangiò; rovinando il tetto d’una scuola, egli il sorresse col dorso finchè tutti camparono; alfine volendo squarciare un tronco, restò colle mani prese nello spacco, e quivi fu divorato dai lupi.Anche per bellezza erano insigni i Crotoniati: a un tal Filippo, come al bellissimo dell’età sua, gli Egestani, tuttochè nemici, resero dopo morte un culto divino; e il gran pittore Zeusi, dal vedere i garzoni lottanti nel ginnasio, argomentò quanta dovess’essere la leggiadrìa delle loro sorelle, e le scelse per modello di quella Venere, che fu tenuta il capolavoro dell’antichità.Alla democrazia temperata di Crotone diede origine Pitagora. A costui tutte le città della Magna Grecia attribuivano il merito delle loro costituzioni, ond’è difficile lo sceverare in esso il personaggio vero dall’ideale, a cui, come a tipo de’ primi filosofi civili, si ascrivono le invenzioni più disparate e le più dissonanti avventure. Non è paese del mondo ove non abbia egli viaggiato; dimostrò il teorema del quadrato dell’ipotenusa; diede la prima teorica degl’isoperimetridei corpi regolari, gli elementi delle matematiche, l’algoritmo, del quale ancora non si conosce il senso; trovò i ragguagli fra la lunghezza della corda armonica e i suoni che n’escono; insegnò che l’acqua si converte in aria e d’aria torna in acqua; sostenne essere opaca la luna, identica la stella del mattino con quella della sera, sferico il sole; per armonia de’ corpi celesti intendeva probabilmente i rapporti delle loro masse e delle distanze; indicò il vero sistema mondiale, cioè l’obliquità dell’eclittica e la versatilità della terra, con equa distribuzione di luce, di ombre, di calore sull’intera superficie, tutta perciò abitabile; e conoscendo che due opposte forze impresse nei corpi celesti li spingono per un’orbita, anticipò di tanti secoli quell’attrazione newtoniana che Herschel considera come la verità più universale cui sia pervenuta l’umana ragione[207].PITAGORANell’assoluta deficienza di documenti, e perduta la chiave del linguaggio matematico e de’ simboli in cui i Pitagorici avvolgevano la loro dottrina, come asserire qual sia e quanta la verità intorno a ciò che si racconta di quegli insegnamenti? Sembra che il vero Pitagora nascesse a Samo d’Italia nel 584, viaggiasse l’Asia, l’Egitto, forse l’India, a540Crotone aprisse una scuola, la quale proponevasi di perfezionare i sentimenti, non solo religiosi e morali, ma anche politici: ond’egli ci si manifesta in triplice aspetto, filosofante, fondatore d’una società, e legislatore. Come filosofo sta in mezzo fra l’Oriente e l’Occidente, non abolendo imiti in cui quello avvolgeva le dottrine, eppure accettando la realità e il ragionamento di questo; traendo la scienza dagli arcani del santuario, ma avviluppandola nei simboli di una società secreta; togliendola dall’essere sacerdotale, ma conservandola aristocratica; repudiando le favole vulgari che degradavano la verità, ma non osando porgere nella nuda semplicità i sublimi concetti che egli aveva intorno a Dio e alle relazioni sue coll’uomo e col mondo.DOTTRINA PITAGORICAPer quanto si può scoprire di sotto alle espressioni ora mitiche ora aritmetiche, egli fissavasi in un idealismo puro, ma accessibile al senso comune. Ogni bene ha fondamento nell’unità che è Dio, e nell’ordine, nell’armonia, nella proporzione, che sono l’unità manifestata nelle cose, applicata al governo dell’universo. Ogni male nasce dalla dualità, ossia dalla dissonanza e sproporzione, e dalla materia che è il complesso di queste qualità rese sensibili. Cominciamento reale e materiale di tutte le cose è l’unità assoluta (monade), da cui derivano la limitazione dell’imperfetto, la dualità e l’indefinito. Lo svolgimento della creazione tende appunto a svincolare gli spiriti dalla dualità, cioè dalla materia, il che si ottiene rimovendo la falsa scienza del variabile, per attingere alla scienza vera dell’ente immutabile, e imparando a ricondurre la moltiplicità delle cose all’unità del principio.Asserì l’immortalità dell’anima, e non è accertato che la scombujasse col dogma della metempsicosi. Pare ancora distinguesse il sentimento dall’intelligenza: quello sorgente de’ desiderj e delle passioni, questa moderatrice de’ pensieri e degli atti, ed emanazione dell’anima del mondo. Pronunziò non esser possibile il conoscere veruna cosa, se non a condizione che preesistano enti intelligibili, i quali siano semplici ed immutabili; e poichè tali condizioni di unità-eternità nons’avverano nè rispetto al mondo materiale, nè allo spirito umano, uopo è ricorrere all’idea, che sola rende possibile il conoscere.La morale di Pitagora avea per fondamento la retribuzione eguale e reciproca, l’equità (ἀριθμὸς ἰσάκις ἴσος), che è un’armonia tra le azioni dell’uomo e l’universo; essendo virtuoso l’uomo le cui azioni rimangano sottoposte all’intelligenza e in armonia con essa.Dire il vero e fare il bene[208]è il suo precetto cardinale. Le virtù sono vie per arrivare all’amore: profonda verità, che discerne le due parti della morale, una di mera giustizia, l’altra di carità operosa.Negli antichi, dove il metodo esiste appena e l’immaginazione prevale, mal si presumerebbe di comprendere tutto e tutto concatenare, e basta afferrare il principio generale, da cui è animata la dottrina. Tale in Pitagora è la matematica, derivando da considerazioni sopra i numeri e le figure; riconducendo a rapporti numerici l’armonia e la bellezza delle cose; abbracciando la musica, perchè gli accordi son numeri; numeri i corpi, formati di unità; ogni cosa è composta di numeri, o sul tipo numerico fu creata. Il mondo è un tutto armonicamente disposto, sicchè dieci grandi corpi si muovono attorno a un centro che è il sole; per via delle stelle gli uomini tengono qualche parentela colla divinità, fra la quale e noi stanno i dèmoni, dei quali è la grande potenza ne’ sogni e nelle divinazioni.La natura e il linguaggio erano per lui segni sensibili d’un ideale invisibile, che all’anima si rivelava per via dell’ordine fisico. E di simboli faceano grand’uso i suoi seguaci; per segno di riconoscimento adopravano il triplo triangolo che ne forma cinque altri, ed il pentagono; diceano, «Non sedere sul moggio» perindicare di non introdurre le cure della vita animale nel dominio dello spirito; «Non portare al dito le immagini degli Dei», cioè non divulgare la scienza divina[209].Due arti principalmente raccomandava Pitagora: la ginnastica e la musica. Per la prima vogliamo intendere l’igiene, che è una grande scienza negli Stati, una grande prudenza negl’individui. La musica crediamo comprendesse tutta la letteratura; laonde Damone[210]diceva non potersi toccar le regole di essa senza scassinare le leggi dello Stato: il che possiamo asserire anche oggi della letteratura.PARALLELO COLLA JONICAQuest’altezza di vedere discerne fondamentalmente la filosofia italica dalla jonica. La prima tolse per canone la tradizione del genere umano, la seconda la speculazione individuale e indipendente: l’italica vide ch’era necessario dedurre le cose da un principio solo per costituire l’unità della scienza, e subordinando i sensi allo spirito, distinse le sensazioni, corrispondenti all’ordine variabile, dalle idee che hanno per oggetto l’invariabile; la jonica invece non si affida che alla sperienza. Quella pertanto segue l’analisi, partendo dal tutto e colla decomposizione venendo alle parti onde risalire al tutto, oggetto delle sue indagini; questa la sintesi, movendo dalle parti onde ritornare al tutto colla composizione, sebbene nell’infinita via si smarrisca, e riducasi sempre alle parti, unico scopo di sua attenzione. Mentre la scuola jonica ammetteva un principio materiale e dimenticava il morale intento, i Pitagorici mantenevano il principio incorporeo, curavansi della moralità, e cercavano le leggi e l’armonia dei principj mondiali secondo una morale determinazionedel male e del bene; nelle forme più dogmatici che dialettici, nello stile chiari e di semplicità grandiosa. Gli Italici prendevano dunque le mosse da Dio, gli Jonici dalla natura; quelli procedevano nelle pure regioni dello spirito, questi perdeansi in vani sforzi affine di svilupparsi dalla materia. Nella scuola di Talete, essenzialmente indagatrice e sagace, lodevole era l’esercizio attivo e libero dell’umana ragione: la pitagorica invece, gelosa di conservare le dottrine all’uomo rivelate da lassù, meno ardita procedeva nell’esame, onde agli scolari bastava per ragione l’averlo detto il maestro:Ipse dixit.SOCIETÀ PITAGORICAMentre i sapienti della Grecia filosofavano isolatamente, Pitagora comprese la potenza d’un’associazione forte e regolare, onde fondò una vera scuola che conservasse le dottrine positive e tradizionali. Non molto dissimile dagli Ordini religiosi del medioevo, in essa all’insegnamento sublime si arrivava con diuturno noviziato e grande austerità di cibi, di vesti, di sonno, di silenzio, affine di domare i sensi e colle privazioni invigorir l’anima al meditare. I Pitagorici ponevano i beni in comune, vestivano di bianchissimo, e coabitavano, liberi di sbrancarsene quando fossero stanchi. Assai coltivavano la memoria; fedelissimi alla parola, radi ai giuramenti; parchi alla venere, se ne astenevano nell’estate; ai sacrifizj dovevano presentarsi in abiti non isfarzosi ma candidi, e con mente casta. Cominciavano la giornata con suoni e canti, poi alternavano trattenimenti filosofici, esercizj ginnastici e doveri di cittadino; la sera indulgevano a pacata allegria, cantandoversi aurei; prima d’addormentarsi esaminavano la propria coscienza. Virtuoso è colui che normeggia la vita a imitazione di Dio, o si conforma alle leggi della ragione, attesochè la ragione, sorgente della verità e dell’unità, è la parte divina dell’esser nostro, e perciòdeve comandare; mentre obbedire devono la collera e la cupidigia, effetti della materia, immagine della dualità. E come l’armonia nasce dall’accordo dei suoni gravi cogli acuti, così la virtù nasce dall’accordo delle varie facoltà dell’anima nostra sotto l’impero della ragione; lo perchè la virtù può dirsi un’armonia.Pertanto ai sobbalzi illiberali della democrazia preferirono la posatezza dell’aristocrazia, il dominio cioè non de’ più forti o più ricchi o più antichi, ma de’ più intelligenti e virtuosi. Tant’è ciò vero, che la giustizia rappresentavano come l’eguaglianza perfetta, simboleggiata nel cubo. Parità nell’abnegazione, reciprocità nel sagrifizio costituivano l’amicizia.I PITAGORICIDa tutto ciò derivavano stupendi precetti, in parte esposti ne’ Versi Aurei, che si attribuiscono a Liside. «Tra amici ogni cosa è comune. Non si lasci tramontar il sole sopra un diverbio avuto con un amico. Gli uomini si trattino come se mai da amici non dovessero diventar nemici, ma anzi da nemici amici. La donna, debole vittima strappata all’altare, sia trattata con bontà». Diceano pure, a cinque cose sole dovrebbesi far guerra: le malattie del corpo, l’ignoranza dell’intelletto, le passioni degradanti, le sconcordie delle famiglie, le sedizioni delle città. Forse la morale e la giustizia loro non si ergeano fino al concetto dell’intera umanità, e rifletteano soltanto ai consociati, com’era proprio di tutte le istituzioni prima che Cristo c’insegnasse a invocare tutti insieme il Padre nostro; e ciò potrebbe dar ragione dell’insita sterilità di questa dottrina, la quale non influì gran fatto sopra gli atti nè sopra l’insegnamento dell’intera Grecia.TEANOFra’ Pitagorici regnava cordiale amicizia; se alcuno perdesse le ricchezze, gli altri divideano le proprie con esso; Clinia di Taranto, udito che Prore da Cirene trovavasi ridotto a miseria, passò in Africa con largasomma a soccorrerlo, benchè mai non lo avesse veduto; molti fecero altrettanto; rimase proverbiale l’amicizia di Damone e Pitia. Anche donne vi appartenevano, e di loro morale spregiudicata ci dà prova Teano figlia del filosofo, allorchè richiesta quanto tempo una donna dovesse tardare a presentarsi agli altari dopo essere stata con un uomo, rispose:—«Se è suo marito, anche subito; se un estraneo, giammai».Possiamo dunque vantare che in Italia nascesse la scuola più antica, come la più insigne di filosofia, giacchè Platone e Aristotele, sommi splendori della greca, derivano da Pitagora più realmente che da Socrate. Da essa uscirono sapienti in pressochè tutte le colonie della Magna Grecia e di Sicilia, quali Filolao ed Aristeo di Crotone, Ippone di Reggio, Ipparco di Metaponto, Epicarmo di Cos comico, Timeo di Locri, Ocello di Lucania, Elfante di Siracusa, Archita di Taranto, Empedocle d’Agrigento.ARCHITA440-360Archita ebbe molta mano nel reggimento della propria patria, e capitanando gli eserciti più volte, le assicurò vittoria. Credeva il miglior governo quello misto di monarchia, aristocrazia e democrazia, ma il comando convenire a coloro che hanno maggior ingegno e virtù: i costumi siano custodi delle leggi, le quali puniscano non con multe ma col disonore: nulla più funesto che la voluttà, donde tradimenti alla patria, sbrigliate passioni, e rovina degli Stati: nel pericolo di questi si confidi sul coraggio de’ cittadini, non si ricorra a forza straniera.EMPEDOCLE444-403?Empedocle, celebrassimo in ogni tempo, dalla sensibile e dalla razionale considerazione dell’ente condotto alla contemplazione mistica delle cose, poeticamente espose la sua dottrina; abbandonandosi all’entusiasmo, personifica e divinizza tutto, e si fonda sull’ipotesi di una degenerazione dell’universo, cagionata da un peccatooriginale; il mondo poi fa regolato da due principj, amicizia e discordia (φιλία, νεῖκος), dove alcuno vorrebbe ravvisare l’attrazione e la repulsione della fisica moderna. La vita di lui tiene al miracoloso: toglie da lungo letargo una donna, onde si dice abbia resuscitato da morte; fa chiudere una valle, e così toglie la malsania che i venti etesj portavano ad Agrigento; le maremme che infestavano Selinunte risana coll’introdurvi due correnti d’acqua. Fu dunque reputato dio, nè egli dissipava quest’opinione; anzi cantava:—«Amici che abitate le alture d’Agrigento, zelanti osservatori della giustizia, salvete. Non uomo io sono, ma dio. Entro nelle floride città? uomini, donne si prostrano; il vulgo segue i miei passi; gli uni mi chiedono oracoli, gli altri un rimedio ai crudi morbi»[211]. Lo studio della storia naturale gli costò la vita, perocchè, volendo esplorare il cratere dell’Etna, vi perì; ma corse voce che vi si gettasse apposta per non lasciarsi vedere a morire. Chi volle moralizzarne un avvertimento alla superbia umana, soggiunse che dimenticò all’orlo del cratere le sue pantofole, donde si ebbe conoscenza della sua fine.GLI ELEATICILa scuola jonica avea fissato l’attenzione sopra il lato fisico del mondo, la pitagorica sopra il metafisico: al dialettico, cioè all’arte del ragionare, si appigliò un’altra, innestata sulla pitagorica, e denominata da Elea in Lucania; scuola che spingendo all’eccesso il sistema delle idee, ripudiò il senso comune e l’esperienza, per dichiarare che le cose sono mere apparenze e nomi vani senza soggetto; e la realtà assorbì nell’intelligenza, identificando così il mondo e Dio. Questa inclinazione al soprasensibile, quasi la verità non deva cercarsi che nella sfera razionale, avviava a raddrizzare il mododella conoscenza sensibile mediante i concetti puri della ragione, e nel pensiero separavasi ricisamente l’elemento speculativo dallo sperimentale. E forse dall’accurata distinzione che gli Eleatici poneano tra l’idea e le cose sensibili, e dall’avvertire che quella tiene in sè tutte le cose nell’archetipa loro forma, derivò a loro la taccia di panteismo.535-465?Parmenide di Elea vi diede precisione, asserendo che i sensi possono bensì esibire il fenomeno ingannevole, ma il vero e il reale non rimangono conosciuti che dall’intelletto. Zenone, pure di Elea,504-450?assottigliò l’indagine mostrando che, se le cose apparenti fossero quali la sensazione ce le ritrae, sarebbero piene d’assurdi ed impossibili: ed esagerando il concetto fondamentale di quella scuola, negava la possibilità del moto. Per verità, qualora non basti l’esser immediatamente sentita l’esistenza delle realtà finite, e le si applichi il dubbio, riesce impossibile il dimostrarla. Per questo varco adunque entrava lo scetticismo; e Gorgia da Leontini, scolaro di Empedocle, sostenne nulla esservi di reale, nulla potersi conoscere nè trasmettere a parole[212].Adunque la filosofia in Italia fin d’allora ed elevavasi a tutta la sublimità dell’ideale, e diroccava nel dubbio e nel sofisma. Ma a Zenone, il primo filosofo che esponessein dialoghi, spetta il merito d’aver introdotto la dialettica, cioè una maniera rigorosa e coerente di disputare, dimostrare, difendere, impugnare, per via di regole prefinite.MEDICINA PITAGORICAAnche in altre scienze Pitagora aveva ben meritato, e singolarmente nella medicina, ch’egli sbarazzò di divinità, e chiamò a contribuire al bene della società colla legislazione e colla polizia, mediante quel che si intitola vivere pitagorico. Fanno a lui onore d’importanti scoperte fisiologiche; che ogni seme organico deriva da seme; che nel sonno il sangue affluisce al cuore ed alla testa. E del sonno diede una teoria Alcmeone crotoniate, coevo di Pitagora, al quale è pur dovuta la prima opera speciale di anatomia e fisiologia che la storia ricordi, cercando ai fenomeni spiegazione dall’esame della struttura delle parti.Altri Pitagorici la medicina esercitavano per Italia e per Grecia; come liberi indagatori (periodeuti) visitavano al letto gli ammalati, che fin allora soleano farsi recare nel tempio; e scarchi dalle superstizioni, le cause del morbo investigavano non nella collera degli Dei, ma nella natura. Con ciò strappavano la scienza di mano agli Esculapj, sebbene, per quella loro teorica che i mutamenti si devono fare passo a passo, i Pitagorici non isbandissero le formole magiche e deprecatorie. Possiamo noi asserire che s’ingannassero nello introdurre la dottrina numerica nella scienza della salute, supponendo che la natura prediliga certi numeri e certe forme periodiche?A Pitagora, meno che dalle scienze insegnate, deriva lode dall’aver formato una scuola, diretta a perfezionare i governi, non tanto col cambiarne la forma, quanto col preparare uomini capaci di ben dirigerli. Ma un tal Cilone, ricco violento e accattabrighe, avendo chiesto invano d’esservi affigliato, si avventò al solitoartifizio de’ liberalastri d’ogni tempo, colla calunnia aizzando il popolo in modo, che que’ filosofi vennero perseguitati a morte, ed abolite le loro istituzioni. Ne profittarono gli ambiziosi per costituire parziali tirannie nelle varie città, Clinia a Crotone, altri altrove, soqquadrando ogni ordine primitivo, finchè gli Achei si intromisero della pace. Allora furono adottate le leggi della madrepatria, e nel tempio di Giove Omorio giurata una federazione delle colonie, a capo della quale sembra fosse posta Crotone. Durò fino al 400, dopo di che, prima dai tiranni di Siracusa, poi da Roma si vide rapita l’indipendenza, e decadde a segno, che Petronio la chiamava campo di cadaveri rosi e di corvi affamati.CARONDA. ZALEUCOPitagorici furono i due insigni legislatori della Magna Grecia, Caronda e Zaleuco, spesso tra loro confusi e ingombrati di favole, perchè la storia lascia in non cale i benefattori del genere umano, attenta ad immortalarne i distruttori.650Caronda fu di Catania; e poichè i legislatori antichi non solo comandavano gli atti, ma voleano piegare la volontà, pose fondamento al suo codice l’esistenza degli Dei[213], la famiglia e la patria. Dai primi emana la moralità delle azioni, che i dèmoni puniscono o premiano secondo il merito. Il rispetto pei genitori stendasi fino alla gleba dell’ultimo loro riposo. Chi passa a seconde nozze, rimanga escluso dalle assemblee, giacchè mette seme di dissensione tra i proprj figliuoli. Possono l’uomo e la donna snodarsi dal matrimonio, ma non contrarne un nuovo con persona più giovane[214]. Intento a conservare le famiglie (secondo ilgenio dei legislatori antichi, diverso da quel de’ moderni), Caronda moltiplica i legami fra’ parenti; il più prossimo d’un’ereditiera può sposarla; il deve se orfana e povera, o dotarla. Conoscendo i mali dell’ignoranza, impose s’insegnasse leggere e scrivere a tutti da maestri stipendiati dal pubblico. Proibito frequentare uomini viziosi, nè mettere in commedia un cittadino, salvo che sia adultero o spia. Al calunniatore infliggevasi di portare una corona di tamarisco; e sì grave obbrobrio pareva, che alcuni se ne sottrassero coll’uccidersi. Chi abbandona il posto in battaglia, durerà tre giorni in piazza vestito da donna. Punì i giudici che sostituissero giro di commenti alla precisione della lettera: ammise la pena del taglione. Chi proponesse d’innovare una legge, doveva presentarsi col capestro al collo, per essere strozzato se avesse repugnante il pubblico voto.CARONDAAffinchè la violenza non turbasse la indipendente decisione delle adunanze, Caronda aveva proibito di recarvisi colle armi, pena la vita. Un giorno stava esercitando i soldati, quando, udito che nell’assemblea erasi levato tumulto, v’accorre colla spada come si trovava: i nemici gli rinfacciano ch’egli medesimo violasse le proprie leggi; ma esso:—Anzi vo’ confermarle», e immergesi quel ferro in seno. Aristotele il loda per precisione di leggi e nobiltà di dicitura[215], aggiungendo che dettò i suoi ordinamenti a parecchie città della Sicilia.ZALEUCOReputano anteriore Zaleuco di Locri. Anch’esso traeva la legge da Dio, onde cominciava dal provare l’esistenza di questo, argomentando dal mirabile ordine della natura, ed asseriva gli Dei non aggradisconosagrifizj ed oblazioni dai malvagi, ma si compiaciono delle opere giuste e virtuose. Sempre alla legge che impone unendo la morale che consiglia, vuole si governino gli schiavi col terrore, i liberi coll’onore. Irreconciliabili non siano gli odj fra cittadini: nessuno abbandoni la patria: donna non esca con molte ancelle nè soverchio sfarzo, se non sia meretrice; nè uomo con anelli e con vesti milesie, se non andando in bordello. Sostituite leggi fisse e poche all’arbitrio della consuetudine, eccessivamente ne cercò la stabilità; ond’ebbe esclusa l’interpretazione, data forza ineluttabile al testo, e vietato perfino a chi tornasse in patria il chiedere se vi fosse qualcosa di nuovo. Demostene attesta che, in due secoli, una sola delle sue leggi era stata mutata[216]. Ma la stabilità è prova e carattere della bontà d’una istituzione?
CAPITOLO IX.Magna Grecia.—Pitagora.—I legislatori.Qui la storia stessa di Roma ci porta a considerare i paesi meridionali della penisola, e nuove civiltà; perocchè alla pelasga, o greca antica se si voglia, ed alla rasena degli Etruschi, terza si unì la ellenica delle colonie, più splendida e decantata.COLONIEIl genio del popolo greco, il quale eminentemente seppe congiungere l’istinto del bello colla sapienza dell’ordine, sicchè creò i capolavori della poesia e della scultura, e al tempo stesso i veri sistemi delle scienze positive e delle noologiche, manifestò quel suo potente bisogno di movimento e di azione col disporre colonie innumerevoli dall’Asia Minore fino ai più riposti seni del Ponto Eusino, dall’Jonio fino al Nilo, alle coste settentrionali dell’Africa ed alle meridionali della Spagna e della Gallia. In quelle la gioventù correva in cerca d’avventure e libertà, di ricchezza i negozianti, di requie i vinti; le repubbliche vi mandavano i turbolenti e i soverchi; e l’incivilimento e l’opulenza della madrepatria vantaggiavano di tale innesto. Nel nuovo paese i fondatori erano venerati, e spesso per gratitudineeretti a signori; il territorio spartivasi fra i coloni, che vi rinnovavano i nomi e le consuetudini delle contrade natìe, e sull’indole e i bisogni locali modificavano la greca civiltà. Le colonie formate da persone obbligate dalle fazioni a fuoriuscire dalla patria, trovavansi indipendenti fin dall’origine; quelle spedite dalla metropoli mantenevano le patrie leggi; sacerdoti e magistrati riceveano da essa; ad essa spedivano tributi, derrate, annui sagrifizj religiosi; poi il nodo lentavasi a segno, da non costituire che una federazione, unita dalla comune origine e da divinità comuni, a’ cui tempj antichi seguivano a recare omaggi e chiedere oracoli. Collocate nelle regioni più opportune alla vita, all’industria e al commercio, prosperavano, e la metropoli vi godeva immunità di asportazioni e importazioni; costituite di gente operosa e vivace come sogliono essere i migrati, abbondavano d’arti, d’industria, di sapere, di libertà.Di colonie siffatte circondarono i Greci quasi tutto il lembo dell’Italia[200], e meglio le coste a occidente, meno scabre delle orientali. Le più considerevoli stettero sul golfo di Táranto, nella parte occidentale della Japigia e di là fin a Napoli e in Sicilia: nè altro paese mai su così breve spazio radunò tante città, e ciascuna importante quanto un popolo, e degna di vivere nella posterità,più che i grandi imperi ove un despoto regna su milioni di servi.COLONIE DORICHE E ACHEEIn quattro genti era suddivisa la famiglia greca; Eolj, Dori, Jonj, Achei, distinti per dialetti, per costituzioni, per usanze particolari; e fra noi prevalsero i Dori nella Sicilia, nella Magna Grecia[201]gli Achei. AiDori dovette quell’isola le colonie di Ibla, Tapso, Gela, Agrigento, Messina, Taranto. Gli Achei piantarono Crotone, Síbari, Turio a lei succeduta, le quali figliarono le altre di Laus, Scidro, Posidonia, Terina, Caulonia, Pandosia. Dagli Jonj di Calcide vennero Cuma e Napoli, Zancle da cui Iméra e Mile, Nasso da cui Gallipoli, Leontini e Catania con Eubea, Taormina e Reggio. Di stirpe jonica furono anche Elèa e Scillezio: oltrechè i Cretesi condussero colonie a Brindisi, Iria, Salenzia ed Eraclea Minoa in Sicilia; i Tessali a Crimisa ed Egesta; gli Etolj a Temesa; i Focesi a Lagaria.MIGRATI DA TROJAUna delle prime imprese che dei Greci si ricordino, fu l’assedio di Troja, immortalato nei poemi d’Omero e di Virgilio: ma veruna storica certezza rimane nè del suo tempo, nè del luogo, nè dell’esito: il fatto medesimo è controverso; eppure a quella guerra, che suole collocarsi dodici secoli avanti Cristo e sulle rive dell’Ellesponto, voleano gli antichi far risalire la loro nobiltà, come le nostre Chiese agli apostoli, e i nostri signori alle crociate. Ed appunto da eroi della guerra iliaca prende le mosse la genealogia di molti Stati dell’Italia meridionale. Dicevasi che alcuni, campati dalla distrutta Troja, avessero cerco una nuova patria sovra suolo straniero; altri de’ vincitori stessi, agitati dall’ira divina o dalle procelle nel ritorno, fossero stati spinti coi loro seguaci in lontani paesi, ove presero stanza. Petilia credevasi cinta da nuovo muro da Filottete, greco abbandonato per astuzia d’Ulisse; Metaponto, fondata da Epeo compagno del pilio Nestore, il più prudente fra i Greci; Tràpani, Agatino, da altri di quella schiera. Nuove colonie innominate dovettero certo arrivare poco dopo.MAGNA GRECIAForse per le non ancora quietate agitazioni del terreno i primi abitatori di quelle coste eransi tenuti sui monti, lasciando disabitate le spiaggie malsane, finchègl’interrimenti le rinsanichirono. Su questi lembi, di recente formazione e di facile ubertà, poterono prendere stanza i Greci avveniticci, e mediante la pastorizia e la vicinanza del mare crescevano di ricchezze e di numero, mentre i natìi od erano ridotti schiavi affissi alla gleba, o fra le montagne si moltiplicavano e rinvigorivano. Un pugno di prodi o di avventurieri senza donne, non potea che mescolarsi coi vinti, insegnarli, alterarne forse ma non cangiarne la lingua e i costumi, salvo a quella società, la quale, secondo l’indole delle costituzioni antiche, sovrapponeasi alla plebe, e da questa tenevasi in tutto sceverata. In segno della nuova coltura il paese si popolava di tempj alle greche divinità; come quello di Nettuno a Taranto, di Proserpina a Locri, di Minerva a Metaponto, di Giunone sul promontorio Lacinio, di Ercole a Crotone, i riti del quale erano riservati alla famiglia de’ Lampriadi.I coloni trasportavano con sè la costituzione patria, onde la democrazia prevalse nelle joniche, di cui tipo era Atene; nelle doriche invece, di cui era tipo Sparta, l’aristocrazia restringeva l’esercizio della sovranità e le magistrature in alcune famiglie, od in una classe nella quale si entrava pel censo. Il fatto stesso però della migrazione faceva propendere a democrazia, giacchè gli aristocrati non attaccavano al suolo memorie di dominio e, come avviene, sempre scemavano di numero, mentre i popolani crescevano col commercio e colle ricchezze.Se però aveano condotto famigli e clienti, conservavano sopra di questi l’antico diritto. Quando altri Greci sopraggiungessero, non restavano ammessi all’eguaglianza di diritti (ἰσοπολιτεία), e così formavasi un’aristocrazia nuova, quella degli originarj, dotata di privilegi sugli avveniticci. Fra queste differenti classi non tardavano a proromper liti, e coll’ajuto degli schiavi, cioè degl’indigeniridotti a servitù, gli aristocratici erano espulsi di città e l’amministrazione tolta alle famiglie per attribuirla ai capi di arti: rivoluzioni operate con molto sangue, e che trapelano dagli scarsissimi documenti, e ancor più dall’indole perpetua di società siffatte, comprovata anche dall’esempio delle nostre repubbliche del medioevo. Altre volte qualche oligarco associavasi col plebeo o coi vinti, oppure si ergeva arbitro fra i poveri e i ricchi, e per tal via diventava tiranno.CUMAI Calcidesi dell’isola d’Eubea, che oggi chiamiamo Negroponte, schiatta jonica, si posero nell’isola Pitecusa e nelle vicine, donde passarono a settentrione del File nel territorio degli Opici a fondar Cuma,1300?avanti la distruzione di Troja, o almeno prima d’ogn’altra città grecanica. Questa si ampliò per commercio marittimo, tenne testa agli Etruschi, e fondò Napoli e Zancle, destinate a sopravviverle. Alla sua aristocrazia temperata diè crollo il prode Aristodemo, che amicatosi l’esercito colle vittorie sopra gli Etruschi, fece trucidare gli ottimati, costrinse le vedove a sposarne gli assassini, e fomentò l’inclinazione dei Cumani alla voluttà ordinando che i figliuoli si allevassero in femminile mollezza, sapendo ch’è agevole tiranneggiare gente corrotta. Ucciso lui, Cuma fu rimessa in istato, e continuò spedizioni lontane e guerre coi vicini, fin quando cadde in signoria de’ Romani,315rimanendo pur sempre importante pel suo porto di Pozzuoli.REGGIODagli stessi Calcidesi dell’Eubea uniti a quei di Sicilia erasi anticamente colonizzata Reggio all’estremo vertice d’Italia. Sottratta agli Aurunci, fu governata aristocraticamente da mille,723scelti tra le famiglie messenie quivi accasate coi primi abitatori. Coll’estinguersi delle case, restò il governo a pochi; per mezzo della quale oligarchia Anassila si pose tiranno, e trasmise il potere a’ suoi figliuoli. Cacciati dopo pochi anni, lasciaronouna scarmigliata anarchia, a cui si riparò adottando le leggi di Caronda, colle quali Reggio si mantenne in pace. Struggeasi di dominarla Dionigi il Vecchio di Siracusa, ma essi ne aborrivano a segno, che avendo egli chiesto una sposa di qualche famiglia di Reggini, gli fu esibita la figliuola del boja[202].300Allora egli, ricorso alla forza, prese e saccheggiò la città. La risarcì poi Dionigi il Giovane; ma più tardi una legione romana ivi aquartierata vi si gettò sopra,271e ne trucidò gli abitami. Roma punì nel capo que’ soldati, ma non per questo restituì a Reggio la libertà.PESTO510Di Posidonia, fondata dai Sibariti nel golfo di Salerno e chiamata Pesto dai Romani, verun altro monumento abbiamo che splendidi avanzi e memoria delle rose che vi fiorivano due volte l’anno. Era costruita in un quadrato del giro di cinque miglia sopra terreno pianeggiante, con mura a secco e molte torri e quattro porte una rimpetto all’altra. Distrutta dai Saracini, rimase dimentica tra una foresta di spontanea vegetazione, fin quando nel secolo passato alcuni cacciatori ne indicarono le ruine, che traggono continuamente i curiosi ad ammirarle fra una contrada oggi mestamente sterile ed insalubre. Consistono queste in due tempj, di cui l’antichissimo di Nettuno è dei meglio conservati: sopra tre gradini elevasi un peristilio di sei colonne doriche di fronte e quattordici di lato, scanalate, senza base, alte appena cinque diametri, e poco più d’uno d’intercolunnio, lo che fa supporle anteriori al tempo che i Greci diedero leggerezza anche all’ordine dorico. Il tempietto di Cerere, più recente, ha colonne più snelle e meno rastremate. Sopravanza pure una stoa con nove colonne sul lato esterno minore e diciotto sul maggiore, e un colonnato nel giro interno. Anche dopocaduti in servitù, i Pestani continuarono lungo tempo, in un dato giorno, ad assumere le vesti e gli usi greci, e celebrar la commemorazione de’ tempi di loro indipendenza.METAPONTO1260?Di Metaponto, una delle più segnalate colonie nel seno di Táranto, sappiamo poc’altro, se non che i seguaci di Néstore, tornando dalla guerra trojana, la fabbricarono; la crebbero Achei e Sibariti; Annibale cartaginese ne costrinse gli abitanti a migrare nel Bruzio; al fine la crescente insalubrità dei piani marittimi la spopolò, come fece di Pesto e delle vicine colonie sull’altro littorale. Plinio vi ricorda un tempio di Giunone, con colonne fatte di tronco di vite; e quelle che ancor si chiamano la chiesa di Sansone e la tavola dei Paladini sono reliquie di due tempj antichi, d’architettura policromatica.LOCRESI EPIZEFIRJDurante una lunga guerra, le femmine dei Locresi Ozolj s’erano mescolate cogli schiavi; onde al tornare dei mariti, paventando il castigo,683fuggirono e piantaronsi coi figli nel ridente paese all’estremità dell’Appennino, formando la colonia de’ Locresi Epizefirj. Arrivando, giurarono ai Siculi:—Finchè calcheremo questa terra, e porteremo questi capi sulle spalle, possederemo il paese in comune con voi»; ma eransi posta della terra nelle scarpe, e capi d’aglio sulle spalle; scossi i quali, si credettero sciolti dall’obbligazione, e arrogaronsi il primato sovra i natii. Ebbero battaglie coi Crotoniati per gelosia; ed assaliti da questi in casa propria, vinsero alla Sagra una battaglia con forze tanto sproporzionate, che la fama, divulgandola anche in Grecia, l’attribuiva a intervento de’ semidei Castore e Polluce, i quali dagli antichi credeansi vedere ne’ fuochi fatui, vaganti sul mare. D’un’altra vittoria sui Crotoniati fu dato merito ad Ajace, eroe greco della guerra trojana, il cui spettro si diceva combattesse peiLocresi. Dalle cento famiglie dominanti si cernivano un cosmopoli, magistrato supremo, e mille senatori con autorità legislativa: alcuni ispettori vigilavano che le leggi non fossero violate. Se non grandigia di ricchezze, Locri ebbe lode di corretti costumi e di pacifica inclinazione, fin quando Dionigi II,356espulso da Siracusa, venuto a cercarvi asilo, introdusse d’ogni maniera disordini. Locri però si tenne indipendente fino ai tempi di Pirro.LOCRI. TARANTOMessene nel Peloponneso maneggiò sì lunga guerra con Sparta, che i magistrati spartani, temendo non finisse la razza nell’assenza de’ mariti, autorizzarono le donne a farsi fecondare da schiavi. I figliuoli nati da questo adulterio legale, col nome di Partenj migrarono al tornar de’ mariti delle madri, e istituirono la colonia di Taranto707nel golfo dell’estrema Italia che guarda alla lor patria, con porto eccellente in costa inospita. Cominciarono, come gli altri coloni siffatti, a uccider gli uomini del paese invaso, sposarne le donne; poi dandosi ordinamento e leggi, domarono i Messapi, i Lucani ed altri popoli del contorno, e divennero una delle primarie potenze marittime fra ilve ilivsecolo avanti Cristo, potendo armare ventimila fanti e duemila cavalli: ebbero fabbriche e tintorie di panni, industria tanto favorevole alla popolazione; e sebbene corrotti dall’opulenza, serbarono anch’essi l’autonomia fino a Pirro.272Dalla città patria avevano recato il culto di Apollo Giacintio e il governo aristocratico temperato; ma dopo che, nella guerra contro i Messapi, perirono i nobili, si piegò a moderata democrazia. I magistrati si eleggevano metà a sorte, gli altri a pluralità di voci; nè senza il consenso del senato si dichiarava guerra. Ammetteansi alla cittadinanza non Greci soltanto, ma anche indigeni, talchè i molti elementi italici ravvicinavano Taranto all’Italia più che alla Magna Grecia. Quell’angolo megliod’ogni altro della terra arrideva al poeta Orazio[203]per naturali bellezze e tepido spiro: gli cresceano pregio fumosi vini, generosi puledri, finissime lane.SIBARI725Achei, uniti co’ Locresi, fondarono Sibari; la malsana pianura fra il Crati e il Sibari emendarono con canali, divenuti comodità e abbellimento, e che ora negletti, tornarono pestilente quel paese. A taccia della sua mollezza, è vulgatissimo che i cittadini solevano fare gl’inviti un anno prima, onde mettere a contributo l’aria, l’acqua e la terra, e preparare vesti gemmate; ai convitati porgevasi per norma la lista sì delle persone, sì delle vivande: mestieri rumorosi non doveano turbare i sonni o i silenziosi piaceri; sbandivansi perfino i vigili galli: un Sibarito non si potè addormentare per esserglisi piegata sotto una foglia di rosa; un altro prese la febbre al vedere un contadino affaticarsi. Diffamazioni forse fuor di proposito, certo fuor di misura; dalle quali solo raccogliamo la grande ricchezza venuta al paese dal commercio che faceva con Cartagine, massime di vini e d’olj. Quest’agiatezza, il suolo ferace, la facilità di concedere la cittadinanza, moltiplicarono i Sibariti a segno, che, se crediamo a Strabone, potevano armare trecentomila uomini[204].550Dominavano sopra sette genti limitrofe e venticinque città; governavansi a democrazia temperata, fino a che Teli se ne fece tiranno, cacciando cinquecento primarj cittadini. Questi ricoverarono nella vicina Crotone, donde furono spediti messi a Sibari per praticarne il richiamo:510ma Sibari trucidò gli inviati, onde Crotone assalse l’emula con centomila guerrieri, e la sfasciò.TURIO441Sulle rovine di Sibari fu stabilita la città di Turio, con tanta mescolanza di popoli, che si disputò quali avessero a tenersene i fondatori: del che interrogato,l’oracolo la dichiarò colonia d’Apollo. L’origine stessa vi produceva la democrazia; ma gli antichi Sibariti usurpando le migliori terre e l’autorità, restrinsero il governo in pochi. Ne furono poi espulsi; nuove genti sopravvennero di Grecia, e presero leggi da Caronda. I Lucani, perpetui nemici, li vinsero, nè cessarono di molestarli286finchè non si posero in protezione dei Romani. Di quest’atto si tennero offesi i Tarantini, che gli assalsero e sconfissero: più tardi i Romani ridussero Turio a colonia.ERACLEALa città d’Eraclea, posta dai Tarantini sulle rive dell’Aciri presso Metaponto, ci tramandò nelle famose Tavole un documento del suo governo;433donde appare che v’avea culto principale il dio da cui traeva nome, poi Bacco e Pallade, le cui effigie appajono nelle bellissime sue monete. Efori annui reggeano la repubblica, e polianomi o prefetti della città; un segretario, un geometra ed altri minori uffiziali attendeano all’amministrazione: il popolo divideasi in molte tribù, ciascuna con insegne particolari, e in assemblea comune risolveano de’ comuni interessi.272I Romani la soggiogarono l’anno stesso della presa di Taranto.CROTONE735Miscello ed Archia condussero una colonia achea a Crotone, la quale crebbe a sì subita potenza che, nel primo secolo d’esistenza sua, armò contro di Locri cenventimila uomini; e benchè sconfitta, con quasi altrettanti la vedemmo assalire e distruggere Sibari. La città misurava il perimetro di dodici miglia; con un senato di trecento o di mille membri[205]; bella, illustre, ricca, saluberrima, beata la predicano gli antichi, e diceasi non vi fosse mai gittata la peste.Parte suprema nell’antica educazione tenea la ginnastica e sfoggio se ne faceva in feste solenni, celebratea tempi prefissi; principalmente ne’ giuochi olimpici, pei quali ogni quattro anni i Greci concorrevano in Elide ove assistere alle gare di lotta, di corsa, di tiro, e insieme udir recitare tragedie, odi, pezzi di storia. Sibari, nel maggior suo fiore, meditava di rapire quest’affluenza ad Elide, coll’istituire giuochi più splendidi e di premj più appetiti. Agli olimpici, ben tredici volte in ventisei olimpiadi riportarono il gran premio gli atleti di Crotone, così rinomati che correva in proverbio, l’ultimo dei Crotoniati valere quanto il primo dei Greci[206]. L’atleta Milone combattè un toro, e levatoselo di peso sulle spalle, il recò in giro per tutto lo stadio, poi ammazzatolo d’un pugno, in un giorno lo mangiò; rovinando il tetto d’una scuola, egli il sorresse col dorso finchè tutti camparono; alfine volendo squarciare un tronco, restò colle mani prese nello spacco, e quivi fu divorato dai lupi.Anche per bellezza erano insigni i Crotoniati: a un tal Filippo, come al bellissimo dell’età sua, gli Egestani, tuttochè nemici, resero dopo morte un culto divino; e il gran pittore Zeusi, dal vedere i garzoni lottanti nel ginnasio, argomentò quanta dovess’essere la leggiadrìa delle loro sorelle, e le scelse per modello di quella Venere, che fu tenuta il capolavoro dell’antichità.Alla democrazia temperata di Crotone diede origine Pitagora. A costui tutte le città della Magna Grecia attribuivano il merito delle loro costituzioni, ond’è difficile lo sceverare in esso il personaggio vero dall’ideale, a cui, come a tipo de’ primi filosofi civili, si ascrivono le invenzioni più disparate e le più dissonanti avventure. Non è paese del mondo ove non abbia egli viaggiato; dimostrò il teorema del quadrato dell’ipotenusa; diede la prima teorica degl’isoperimetridei corpi regolari, gli elementi delle matematiche, l’algoritmo, del quale ancora non si conosce il senso; trovò i ragguagli fra la lunghezza della corda armonica e i suoni che n’escono; insegnò che l’acqua si converte in aria e d’aria torna in acqua; sostenne essere opaca la luna, identica la stella del mattino con quella della sera, sferico il sole; per armonia de’ corpi celesti intendeva probabilmente i rapporti delle loro masse e delle distanze; indicò il vero sistema mondiale, cioè l’obliquità dell’eclittica e la versatilità della terra, con equa distribuzione di luce, di ombre, di calore sull’intera superficie, tutta perciò abitabile; e conoscendo che due opposte forze impresse nei corpi celesti li spingono per un’orbita, anticipò di tanti secoli quell’attrazione newtoniana che Herschel considera come la verità più universale cui sia pervenuta l’umana ragione[207].PITAGORANell’assoluta deficienza di documenti, e perduta la chiave del linguaggio matematico e de’ simboli in cui i Pitagorici avvolgevano la loro dottrina, come asserire qual sia e quanta la verità intorno a ciò che si racconta di quegli insegnamenti? Sembra che il vero Pitagora nascesse a Samo d’Italia nel 584, viaggiasse l’Asia, l’Egitto, forse l’India, a540Crotone aprisse una scuola, la quale proponevasi di perfezionare i sentimenti, non solo religiosi e morali, ma anche politici: ond’egli ci si manifesta in triplice aspetto, filosofante, fondatore d’una società, e legislatore. Come filosofo sta in mezzo fra l’Oriente e l’Occidente, non abolendo imiti in cui quello avvolgeva le dottrine, eppure accettando la realità e il ragionamento di questo; traendo la scienza dagli arcani del santuario, ma avviluppandola nei simboli di una società secreta; togliendola dall’essere sacerdotale, ma conservandola aristocratica; repudiando le favole vulgari che degradavano la verità, ma non osando porgere nella nuda semplicità i sublimi concetti che egli aveva intorno a Dio e alle relazioni sue coll’uomo e col mondo.DOTTRINA PITAGORICAPer quanto si può scoprire di sotto alle espressioni ora mitiche ora aritmetiche, egli fissavasi in un idealismo puro, ma accessibile al senso comune. Ogni bene ha fondamento nell’unità che è Dio, e nell’ordine, nell’armonia, nella proporzione, che sono l’unità manifestata nelle cose, applicata al governo dell’universo. Ogni male nasce dalla dualità, ossia dalla dissonanza e sproporzione, e dalla materia che è il complesso di queste qualità rese sensibili. Cominciamento reale e materiale di tutte le cose è l’unità assoluta (monade), da cui derivano la limitazione dell’imperfetto, la dualità e l’indefinito. Lo svolgimento della creazione tende appunto a svincolare gli spiriti dalla dualità, cioè dalla materia, il che si ottiene rimovendo la falsa scienza del variabile, per attingere alla scienza vera dell’ente immutabile, e imparando a ricondurre la moltiplicità delle cose all’unità del principio.Asserì l’immortalità dell’anima, e non è accertato che la scombujasse col dogma della metempsicosi. Pare ancora distinguesse il sentimento dall’intelligenza: quello sorgente de’ desiderj e delle passioni, questa moderatrice de’ pensieri e degli atti, ed emanazione dell’anima del mondo. Pronunziò non esser possibile il conoscere veruna cosa, se non a condizione che preesistano enti intelligibili, i quali siano semplici ed immutabili; e poichè tali condizioni di unità-eternità nons’avverano nè rispetto al mondo materiale, nè allo spirito umano, uopo è ricorrere all’idea, che sola rende possibile il conoscere.La morale di Pitagora avea per fondamento la retribuzione eguale e reciproca, l’equità (ἀριθμὸς ἰσάκις ἴσος), che è un’armonia tra le azioni dell’uomo e l’universo; essendo virtuoso l’uomo le cui azioni rimangano sottoposte all’intelligenza e in armonia con essa.Dire il vero e fare il bene[208]è il suo precetto cardinale. Le virtù sono vie per arrivare all’amore: profonda verità, che discerne le due parti della morale, una di mera giustizia, l’altra di carità operosa.Negli antichi, dove il metodo esiste appena e l’immaginazione prevale, mal si presumerebbe di comprendere tutto e tutto concatenare, e basta afferrare il principio generale, da cui è animata la dottrina. Tale in Pitagora è la matematica, derivando da considerazioni sopra i numeri e le figure; riconducendo a rapporti numerici l’armonia e la bellezza delle cose; abbracciando la musica, perchè gli accordi son numeri; numeri i corpi, formati di unità; ogni cosa è composta di numeri, o sul tipo numerico fu creata. Il mondo è un tutto armonicamente disposto, sicchè dieci grandi corpi si muovono attorno a un centro che è il sole; per via delle stelle gli uomini tengono qualche parentela colla divinità, fra la quale e noi stanno i dèmoni, dei quali è la grande potenza ne’ sogni e nelle divinazioni.La natura e il linguaggio erano per lui segni sensibili d’un ideale invisibile, che all’anima si rivelava per via dell’ordine fisico. E di simboli faceano grand’uso i suoi seguaci; per segno di riconoscimento adopravano il triplo triangolo che ne forma cinque altri, ed il pentagono; diceano, «Non sedere sul moggio» perindicare di non introdurre le cure della vita animale nel dominio dello spirito; «Non portare al dito le immagini degli Dei», cioè non divulgare la scienza divina[209].Due arti principalmente raccomandava Pitagora: la ginnastica e la musica. Per la prima vogliamo intendere l’igiene, che è una grande scienza negli Stati, una grande prudenza negl’individui. La musica crediamo comprendesse tutta la letteratura; laonde Damone[210]diceva non potersi toccar le regole di essa senza scassinare le leggi dello Stato: il che possiamo asserire anche oggi della letteratura.PARALLELO COLLA JONICAQuest’altezza di vedere discerne fondamentalmente la filosofia italica dalla jonica. La prima tolse per canone la tradizione del genere umano, la seconda la speculazione individuale e indipendente: l’italica vide ch’era necessario dedurre le cose da un principio solo per costituire l’unità della scienza, e subordinando i sensi allo spirito, distinse le sensazioni, corrispondenti all’ordine variabile, dalle idee che hanno per oggetto l’invariabile; la jonica invece non si affida che alla sperienza. Quella pertanto segue l’analisi, partendo dal tutto e colla decomposizione venendo alle parti onde risalire al tutto, oggetto delle sue indagini; questa la sintesi, movendo dalle parti onde ritornare al tutto colla composizione, sebbene nell’infinita via si smarrisca, e riducasi sempre alle parti, unico scopo di sua attenzione. Mentre la scuola jonica ammetteva un principio materiale e dimenticava il morale intento, i Pitagorici mantenevano il principio incorporeo, curavansi della moralità, e cercavano le leggi e l’armonia dei principj mondiali secondo una morale determinazionedel male e del bene; nelle forme più dogmatici che dialettici, nello stile chiari e di semplicità grandiosa. Gli Italici prendevano dunque le mosse da Dio, gli Jonici dalla natura; quelli procedevano nelle pure regioni dello spirito, questi perdeansi in vani sforzi affine di svilupparsi dalla materia. Nella scuola di Talete, essenzialmente indagatrice e sagace, lodevole era l’esercizio attivo e libero dell’umana ragione: la pitagorica invece, gelosa di conservare le dottrine all’uomo rivelate da lassù, meno ardita procedeva nell’esame, onde agli scolari bastava per ragione l’averlo detto il maestro:Ipse dixit.SOCIETÀ PITAGORICAMentre i sapienti della Grecia filosofavano isolatamente, Pitagora comprese la potenza d’un’associazione forte e regolare, onde fondò una vera scuola che conservasse le dottrine positive e tradizionali. Non molto dissimile dagli Ordini religiosi del medioevo, in essa all’insegnamento sublime si arrivava con diuturno noviziato e grande austerità di cibi, di vesti, di sonno, di silenzio, affine di domare i sensi e colle privazioni invigorir l’anima al meditare. I Pitagorici ponevano i beni in comune, vestivano di bianchissimo, e coabitavano, liberi di sbrancarsene quando fossero stanchi. Assai coltivavano la memoria; fedelissimi alla parola, radi ai giuramenti; parchi alla venere, se ne astenevano nell’estate; ai sacrifizj dovevano presentarsi in abiti non isfarzosi ma candidi, e con mente casta. Cominciavano la giornata con suoni e canti, poi alternavano trattenimenti filosofici, esercizj ginnastici e doveri di cittadino; la sera indulgevano a pacata allegria, cantandoversi aurei; prima d’addormentarsi esaminavano la propria coscienza. Virtuoso è colui che normeggia la vita a imitazione di Dio, o si conforma alle leggi della ragione, attesochè la ragione, sorgente della verità e dell’unità, è la parte divina dell’esser nostro, e perciòdeve comandare; mentre obbedire devono la collera e la cupidigia, effetti della materia, immagine della dualità. E come l’armonia nasce dall’accordo dei suoni gravi cogli acuti, così la virtù nasce dall’accordo delle varie facoltà dell’anima nostra sotto l’impero della ragione; lo perchè la virtù può dirsi un’armonia.Pertanto ai sobbalzi illiberali della democrazia preferirono la posatezza dell’aristocrazia, il dominio cioè non de’ più forti o più ricchi o più antichi, ma de’ più intelligenti e virtuosi. Tant’è ciò vero, che la giustizia rappresentavano come l’eguaglianza perfetta, simboleggiata nel cubo. Parità nell’abnegazione, reciprocità nel sagrifizio costituivano l’amicizia.I PITAGORICIDa tutto ciò derivavano stupendi precetti, in parte esposti ne’ Versi Aurei, che si attribuiscono a Liside. «Tra amici ogni cosa è comune. Non si lasci tramontar il sole sopra un diverbio avuto con un amico. Gli uomini si trattino come se mai da amici non dovessero diventar nemici, ma anzi da nemici amici. La donna, debole vittima strappata all’altare, sia trattata con bontà». Diceano pure, a cinque cose sole dovrebbesi far guerra: le malattie del corpo, l’ignoranza dell’intelletto, le passioni degradanti, le sconcordie delle famiglie, le sedizioni delle città. Forse la morale e la giustizia loro non si ergeano fino al concetto dell’intera umanità, e rifletteano soltanto ai consociati, com’era proprio di tutte le istituzioni prima che Cristo c’insegnasse a invocare tutti insieme il Padre nostro; e ciò potrebbe dar ragione dell’insita sterilità di questa dottrina, la quale non influì gran fatto sopra gli atti nè sopra l’insegnamento dell’intera Grecia.TEANOFra’ Pitagorici regnava cordiale amicizia; se alcuno perdesse le ricchezze, gli altri divideano le proprie con esso; Clinia di Taranto, udito che Prore da Cirene trovavasi ridotto a miseria, passò in Africa con largasomma a soccorrerlo, benchè mai non lo avesse veduto; molti fecero altrettanto; rimase proverbiale l’amicizia di Damone e Pitia. Anche donne vi appartenevano, e di loro morale spregiudicata ci dà prova Teano figlia del filosofo, allorchè richiesta quanto tempo una donna dovesse tardare a presentarsi agli altari dopo essere stata con un uomo, rispose:—«Se è suo marito, anche subito; se un estraneo, giammai».Possiamo dunque vantare che in Italia nascesse la scuola più antica, come la più insigne di filosofia, giacchè Platone e Aristotele, sommi splendori della greca, derivano da Pitagora più realmente che da Socrate. Da essa uscirono sapienti in pressochè tutte le colonie della Magna Grecia e di Sicilia, quali Filolao ed Aristeo di Crotone, Ippone di Reggio, Ipparco di Metaponto, Epicarmo di Cos comico, Timeo di Locri, Ocello di Lucania, Elfante di Siracusa, Archita di Taranto, Empedocle d’Agrigento.ARCHITA440-360Archita ebbe molta mano nel reggimento della propria patria, e capitanando gli eserciti più volte, le assicurò vittoria. Credeva il miglior governo quello misto di monarchia, aristocrazia e democrazia, ma il comando convenire a coloro che hanno maggior ingegno e virtù: i costumi siano custodi delle leggi, le quali puniscano non con multe ma col disonore: nulla più funesto che la voluttà, donde tradimenti alla patria, sbrigliate passioni, e rovina degli Stati: nel pericolo di questi si confidi sul coraggio de’ cittadini, non si ricorra a forza straniera.EMPEDOCLE444-403?Empedocle, celebrassimo in ogni tempo, dalla sensibile e dalla razionale considerazione dell’ente condotto alla contemplazione mistica delle cose, poeticamente espose la sua dottrina; abbandonandosi all’entusiasmo, personifica e divinizza tutto, e si fonda sull’ipotesi di una degenerazione dell’universo, cagionata da un peccatooriginale; il mondo poi fa regolato da due principj, amicizia e discordia (φιλία, νεῖκος), dove alcuno vorrebbe ravvisare l’attrazione e la repulsione della fisica moderna. La vita di lui tiene al miracoloso: toglie da lungo letargo una donna, onde si dice abbia resuscitato da morte; fa chiudere una valle, e così toglie la malsania che i venti etesj portavano ad Agrigento; le maremme che infestavano Selinunte risana coll’introdurvi due correnti d’acqua. Fu dunque reputato dio, nè egli dissipava quest’opinione; anzi cantava:—«Amici che abitate le alture d’Agrigento, zelanti osservatori della giustizia, salvete. Non uomo io sono, ma dio. Entro nelle floride città? uomini, donne si prostrano; il vulgo segue i miei passi; gli uni mi chiedono oracoli, gli altri un rimedio ai crudi morbi»[211]. Lo studio della storia naturale gli costò la vita, perocchè, volendo esplorare il cratere dell’Etna, vi perì; ma corse voce che vi si gettasse apposta per non lasciarsi vedere a morire. Chi volle moralizzarne un avvertimento alla superbia umana, soggiunse che dimenticò all’orlo del cratere le sue pantofole, donde si ebbe conoscenza della sua fine.GLI ELEATICILa scuola jonica avea fissato l’attenzione sopra il lato fisico del mondo, la pitagorica sopra il metafisico: al dialettico, cioè all’arte del ragionare, si appigliò un’altra, innestata sulla pitagorica, e denominata da Elea in Lucania; scuola che spingendo all’eccesso il sistema delle idee, ripudiò il senso comune e l’esperienza, per dichiarare che le cose sono mere apparenze e nomi vani senza soggetto; e la realtà assorbì nell’intelligenza, identificando così il mondo e Dio. Questa inclinazione al soprasensibile, quasi la verità non deva cercarsi che nella sfera razionale, avviava a raddrizzare il mododella conoscenza sensibile mediante i concetti puri della ragione, e nel pensiero separavasi ricisamente l’elemento speculativo dallo sperimentale. E forse dall’accurata distinzione che gli Eleatici poneano tra l’idea e le cose sensibili, e dall’avvertire che quella tiene in sè tutte le cose nell’archetipa loro forma, derivò a loro la taccia di panteismo.535-465?Parmenide di Elea vi diede precisione, asserendo che i sensi possono bensì esibire il fenomeno ingannevole, ma il vero e il reale non rimangono conosciuti che dall’intelletto. Zenone, pure di Elea,504-450?assottigliò l’indagine mostrando che, se le cose apparenti fossero quali la sensazione ce le ritrae, sarebbero piene d’assurdi ed impossibili: ed esagerando il concetto fondamentale di quella scuola, negava la possibilità del moto. Per verità, qualora non basti l’esser immediatamente sentita l’esistenza delle realtà finite, e le si applichi il dubbio, riesce impossibile il dimostrarla. Per questo varco adunque entrava lo scetticismo; e Gorgia da Leontini, scolaro di Empedocle, sostenne nulla esservi di reale, nulla potersi conoscere nè trasmettere a parole[212].Adunque la filosofia in Italia fin d’allora ed elevavasi a tutta la sublimità dell’ideale, e diroccava nel dubbio e nel sofisma. Ma a Zenone, il primo filosofo che esponessein dialoghi, spetta il merito d’aver introdotto la dialettica, cioè una maniera rigorosa e coerente di disputare, dimostrare, difendere, impugnare, per via di regole prefinite.MEDICINA PITAGORICAAnche in altre scienze Pitagora aveva ben meritato, e singolarmente nella medicina, ch’egli sbarazzò di divinità, e chiamò a contribuire al bene della società colla legislazione e colla polizia, mediante quel che si intitola vivere pitagorico. Fanno a lui onore d’importanti scoperte fisiologiche; che ogni seme organico deriva da seme; che nel sonno il sangue affluisce al cuore ed alla testa. E del sonno diede una teoria Alcmeone crotoniate, coevo di Pitagora, al quale è pur dovuta la prima opera speciale di anatomia e fisiologia che la storia ricordi, cercando ai fenomeni spiegazione dall’esame della struttura delle parti.Altri Pitagorici la medicina esercitavano per Italia e per Grecia; come liberi indagatori (periodeuti) visitavano al letto gli ammalati, che fin allora soleano farsi recare nel tempio; e scarchi dalle superstizioni, le cause del morbo investigavano non nella collera degli Dei, ma nella natura. Con ciò strappavano la scienza di mano agli Esculapj, sebbene, per quella loro teorica che i mutamenti si devono fare passo a passo, i Pitagorici non isbandissero le formole magiche e deprecatorie. Possiamo noi asserire che s’ingannassero nello introdurre la dottrina numerica nella scienza della salute, supponendo che la natura prediliga certi numeri e certe forme periodiche?A Pitagora, meno che dalle scienze insegnate, deriva lode dall’aver formato una scuola, diretta a perfezionare i governi, non tanto col cambiarne la forma, quanto col preparare uomini capaci di ben dirigerli. Ma un tal Cilone, ricco violento e accattabrighe, avendo chiesto invano d’esservi affigliato, si avventò al solitoartifizio de’ liberalastri d’ogni tempo, colla calunnia aizzando il popolo in modo, che que’ filosofi vennero perseguitati a morte, ed abolite le loro istituzioni. Ne profittarono gli ambiziosi per costituire parziali tirannie nelle varie città, Clinia a Crotone, altri altrove, soqquadrando ogni ordine primitivo, finchè gli Achei si intromisero della pace. Allora furono adottate le leggi della madrepatria, e nel tempio di Giove Omorio giurata una federazione delle colonie, a capo della quale sembra fosse posta Crotone. Durò fino al 400, dopo di che, prima dai tiranni di Siracusa, poi da Roma si vide rapita l’indipendenza, e decadde a segno, che Petronio la chiamava campo di cadaveri rosi e di corvi affamati.CARONDA. ZALEUCOPitagorici furono i due insigni legislatori della Magna Grecia, Caronda e Zaleuco, spesso tra loro confusi e ingombrati di favole, perchè la storia lascia in non cale i benefattori del genere umano, attenta ad immortalarne i distruttori.650Caronda fu di Catania; e poichè i legislatori antichi non solo comandavano gli atti, ma voleano piegare la volontà, pose fondamento al suo codice l’esistenza degli Dei[213], la famiglia e la patria. Dai primi emana la moralità delle azioni, che i dèmoni puniscono o premiano secondo il merito. Il rispetto pei genitori stendasi fino alla gleba dell’ultimo loro riposo. Chi passa a seconde nozze, rimanga escluso dalle assemblee, giacchè mette seme di dissensione tra i proprj figliuoli. Possono l’uomo e la donna snodarsi dal matrimonio, ma non contrarne un nuovo con persona più giovane[214]. Intento a conservare le famiglie (secondo ilgenio dei legislatori antichi, diverso da quel de’ moderni), Caronda moltiplica i legami fra’ parenti; il più prossimo d’un’ereditiera può sposarla; il deve se orfana e povera, o dotarla. Conoscendo i mali dell’ignoranza, impose s’insegnasse leggere e scrivere a tutti da maestri stipendiati dal pubblico. Proibito frequentare uomini viziosi, nè mettere in commedia un cittadino, salvo che sia adultero o spia. Al calunniatore infliggevasi di portare una corona di tamarisco; e sì grave obbrobrio pareva, che alcuni se ne sottrassero coll’uccidersi. Chi abbandona il posto in battaglia, durerà tre giorni in piazza vestito da donna. Punì i giudici che sostituissero giro di commenti alla precisione della lettera: ammise la pena del taglione. Chi proponesse d’innovare una legge, doveva presentarsi col capestro al collo, per essere strozzato se avesse repugnante il pubblico voto.CARONDAAffinchè la violenza non turbasse la indipendente decisione delle adunanze, Caronda aveva proibito di recarvisi colle armi, pena la vita. Un giorno stava esercitando i soldati, quando, udito che nell’assemblea erasi levato tumulto, v’accorre colla spada come si trovava: i nemici gli rinfacciano ch’egli medesimo violasse le proprie leggi; ma esso:—Anzi vo’ confermarle», e immergesi quel ferro in seno. Aristotele il loda per precisione di leggi e nobiltà di dicitura[215], aggiungendo che dettò i suoi ordinamenti a parecchie città della Sicilia.ZALEUCOReputano anteriore Zaleuco di Locri. Anch’esso traeva la legge da Dio, onde cominciava dal provare l’esistenza di questo, argomentando dal mirabile ordine della natura, ed asseriva gli Dei non aggradisconosagrifizj ed oblazioni dai malvagi, ma si compiaciono delle opere giuste e virtuose. Sempre alla legge che impone unendo la morale che consiglia, vuole si governino gli schiavi col terrore, i liberi coll’onore. Irreconciliabili non siano gli odj fra cittadini: nessuno abbandoni la patria: donna non esca con molte ancelle nè soverchio sfarzo, se non sia meretrice; nè uomo con anelli e con vesti milesie, se non andando in bordello. Sostituite leggi fisse e poche all’arbitrio della consuetudine, eccessivamente ne cercò la stabilità; ond’ebbe esclusa l’interpretazione, data forza ineluttabile al testo, e vietato perfino a chi tornasse in patria il chiedere se vi fosse qualcosa di nuovo. Demostene attesta che, in due secoli, una sola delle sue leggi era stata mutata[216]. Ma la stabilità è prova e carattere della bontà d’una istituzione?
Magna Grecia.—Pitagora.—I legislatori.
Qui la storia stessa di Roma ci porta a considerare i paesi meridionali della penisola, e nuove civiltà; perocchè alla pelasga, o greca antica se si voglia, ed alla rasena degli Etruschi, terza si unì la ellenica delle colonie, più splendida e decantata.
COLONIE
Il genio del popolo greco, il quale eminentemente seppe congiungere l’istinto del bello colla sapienza dell’ordine, sicchè creò i capolavori della poesia e della scultura, e al tempo stesso i veri sistemi delle scienze positive e delle noologiche, manifestò quel suo potente bisogno di movimento e di azione col disporre colonie innumerevoli dall’Asia Minore fino ai più riposti seni del Ponto Eusino, dall’Jonio fino al Nilo, alle coste settentrionali dell’Africa ed alle meridionali della Spagna e della Gallia. In quelle la gioventù correva in cerca d’avventure e libertà, di ricchezza i negozianti, di requie i vinti; le repubbliche vi mandavano i turbolenti e i soverchi; e l’incivilimento e l’opulenza della madrepatria vantaggiavano di tale innesto. Nel nuovo paese i fondatori erano venerati, e spesso per gratitudineeretti a signori; il territorio spartivasi fra i coloni, che vi rinnovavano i nomi e le consuetudini delle contrade natìe, e sull’indole e i bisogni locali modificavano la greca civiltà. Le colonie formate da persone obbligate dalle fazioni a fuoriuscire dalla patria, trovavansi indipendenti fin dall’origine; quelle spedite dalla metropoli mantenevano le patrie leggi; sacerdoti e magistrati riceveano da essa; ad essa spedivano tributi, derrate, annui sagrifizj religiosi; poi il nodo lentavasi a segno, da non costituire che una federazione, unita dalla comune origine e da divinità comuni, a’ cui tempj antichi seguivano a recare omaggi e chiedere oracoli. Collocate nelle regioni più opportune alla vita, all’industria e al commercio, prosperavano, e la metropoli vi godeva immunità di asportazioni e importazioni; costituite di gente operosa e vivace come sogliono essere i migrati, abbondavano d’arti, d’industria, di sapere, di libertà.
Di colonie siffatte circondarono i Greci quasi tutto il lembo dell’Italia[200], e meglio le coste a occidente, meno scabre delle orientali. Le più considerevoli stettero sul golfo di Táranto, nella parte occidentale della Japigia e di là fin a Napoli e in Sicilia: nè altro paese mai su così breve spazio radunò tante città, e ciascuna importante quanto un popolo, e degna di vivere nella posterità,più che i grandi imperi ove un despoto regna su milioni di servi.
COLONIE DORICHE E ACHEE
In quattro genti era suddivisa la famiglia greca; Eolj, Dori, Jonj, Achei, distinti per dialetti, per costituzioni, per usanze particolari; e fra noi prevalsero i Dori nella Sicilia, nella Magna Grecia[201]gli Achei. AiDori dovette quell’isola le colonie di Ibla, Tapso, Gela, Agrigento, Messina, Taranto. Gli Achei piantarono Crotone, Síbari, Turio a lei succeduta, le quali figliarono le altre di Laus, Scidro, Posidonia, Terina, Caulonia, Pandosia. Dagli Jonj di Calcide vennero Cuma e Napoli, Zancle da cui Iméra e Mile, Nasso da cui Gallipoli, Leontini e Catania con Eubea, Taormina e Reggio. Di stirpe jonica furono anche Elèa e Scillezio: oltrechè i Cretesi condussero colonie a Brindisi, Iria, Salenzia ed Eraclea Minoa in Sicilia; i Tessali a Crimisa ed Egesta; gli Etolj a Temesa; i Focesi a Lagaria.
MIGRATI DA TROJA
Una delle prime imprese che dei Greci si ricordino, fu l’assedio di Troja, immortalato nei poemi d’Omero e di Virgilio: ma veruna storica certezza rimane nè del suo tempo, nè del luogo, nè dell’esito: il fatto medesimo è controverso; eppure a quella guerra, che suole collocarsi dodici secoli avanti Cristo e sulle rive dell’Ellesponto, voleano gli antichi far risalire la loro nobiltà, come le nostre Chiese agli apostoli, e i nostri signori alle crociate. Ed appunto da eroi della guerra iliaca prende le mosse la genealogia di molti Stati dell’Italia meridionale. Dicevasi che alcuni, campati dalla distrutta Troja, avessero cerco una nuova patria sovra suolo straniero; altri de’ vincitori stessi, agitati dall’ira divina o dalle procelle nel ritorno, fossero stati spinti coi loro seguaci in lontani paesi, ove presero stanza. Petilia credevasi cinta da nuovo muro da Filottete, greco abbandonato per astuzia d’Ulisse; Metaponto, fondata da Epeo compagno del pilio Nestore, il più prudente fra i Greci; Tràpani, Agatino, da altri di quella schiera. Nuove colonie innominate dovettero certo arrivare poco dopo.
MAGNA GRECIA
Forse per le non ancora quietate agitazioni del terreno i primi abitatori di quelle coste eransi tenuti sui monti, lasciando disabitate le spiaggie malsane, finchègl’interrimenti le rinsanichirono. Su questi lembi, di recente formazione e di facile ubertà, poterono prendere stanza i Greci avveniticci, e mediante la pastorizia e la vicinanza del mare crescevano di ricchezze e di numero, mentre i natìi od erano ridotti schiavi affissi alla gleba, o fra le montagne si moltiplicavano e rinvigorivano. Un pugno di prodi o di avventurieri senza donne, non potea che mescolarsi coi vinti, insegnarli, alterarne forse ma non cangiarne la lingua e i costumi, salvo a quella società, la quale, secondo l’indole delle costituzioni antiche, sovrapponeasi alla plebe, e da questa tenevasi in tutto sceverata. In segno della nuova coltura il paese si popolava di tempj alle greche divinità; come quello di Nettuno a Taranto, di Proserpina a Locri, di Minerva a Metaponto, di Giunone sul promontorio Lacinio, di Ercole a Crotone, i riti del quale erano riservati alla famiglia de’ Lampriadi.
I coloni trasportavano con sè la costituzione patria, onde la democrazia prevalse nelle joniche, di cui tipo era Atene; nelle doriche invece, di cui era tipo Sparta, l’aristocrazia restringeva l’esercizio della sovranità e le magistrature in alcune famiglie, od in una classe nella quale si entrava pel censo. Il fatto stesso però della migrazione faceva propendere a democrazia, giacchè gli aristocrati non attaccavano al suolo memorie di dominio e, come avviene, sempre scemavano di numero, mentre i popolani crescevano col commercio e colle ricchezze.
Se però aveano condotto famigli e clienti, conservavano sopra di questi l’antico diritto. Quando altri Greci sopraggiungessero, non restavano ammessi all’eguaglianza di diritti (ἰσοπολιτεία), e così formavasi un’aristocrazia nuova, quella degli originarj, dotata di privilegi sugli avveniticci. Fra queste differenti classi non tardavano a proromper liti, e coll’ajuto degli schiavi, cioè degl’indigeniridotti a servitù, gli aristocratici erano espulsi di città e l’amministrazione tolta alle famiglie per attribuirla ai capi di arti: rivoluzioni operate con molto sangue, e che trapelano dagli scarsissimi documenti, e ancor più dall’indole perpetua di società siffatte, comprovata anche dall’esempio delle nostre repubbliche del medioevo. Altre volte qualche oligarco associavasi col plebeo o coi vinti, oppure si ergeva arbitro fra i poveri e i ricchi, e per tal via diventava tiranno.
CUMA
I Calcidesi dell’isola d’Eubea, che oggi chiamiamo Negroponte, schiatta jonica, si posero nell’isola Pitecusa e nelle vicine, donde passarono a settentrione del File nel territorio degli Opici a fondar Cuma,1300?avanti la distruzione di Troja, o almeno prima d’ogn’altra città grecanica. Questa si ampliò per commercio marittimo, tenne testa agli Etruschi, e fondò Napoli e Zancle, destinate a sopravviverle. Alla sua aristocrazia temperata diè crollo il prode Aristodemo, che amicatosi l’esercito colle vittorie sopra gli Etruschi, fece trucidare gli ottimati, costrinse le vedove a sposarne gli assassini, e fomentò l’inclinazione dei Cumani alla voluttà ordinando che i figliuoli si allevassero in femminile mollezza, sapendo ch’è agevole tiranneggiare gente corrotta. Ucciso lui, Cuma fu rimessa in istato, e continuò spedizioni lontane e guerre coi vicini, fin quando cadde in signoria de’ Romani,315rimanendo pur sempre importante pel suo porto di Pozzuoli.
REGGIO
Dagli stessi Calcidesi dell’Eubea uniti a quei di Sicilia erasi anticamente colonizzata Reggio all’estremo vertice d’Italia. Sottratta agli Aurunci, fu governata aristocraticamente da mille,723scelti tra le famiglie messenie quivi accasate coi primi abitatori. Coll’estinguersi delle case, restò il governo a pochi; per mezzo della quale oligarchia Anassila si pose tiranno, e trasmise il potere a’ suoi figliuoli. Cacciati dopo pochi anni, lasciaronouna scarmigliata anarchia, a cui si riparò adottando le leggi di Caronda, colle quali Reggio si mantenne in pace. Struggeasi di dominarla Dionigi il Vecchio di Siracusa, ma essi ne aborrivano a segno, che avendo egli chiesto una sposa di qualche famiglia di Reggini, gli fu esibita la figliuola del boja[202].300Allora egli, ricorso alla forza, prese e saccheggiò la città. La risarcì poi Dionigi il Giovane; ma più tardi una legione romana ivi aquartierata vi si gettò sopra,271e ne trucidò gli abitami. Roma punì nel capo que’ soldati, ma non per questo restituì a Reggio la libertà.
PESTO
510Di Posidonia, fondata dai Sibariti nel golfo di Salerno e chiamata Pesto dai Romani, verun altro monumento abbiamo che splendidi avanzi e memoria delle rose che vi fiorivano due volte l’anno. Era costruita in un quadrato del giro di cinque miglia sopra terreno pianeggiante, con mura a secco e molte torri e quattro porte una rimpetto all’altra. Distrutta dai Saracini, rimase dimentica tra una foresta di spontanea vegetazione, fin quando nel secolo passato alcuni cacciatori ne indicarono le ruine, che traggono continuamente i curiosi ad ammirarle fra una contrada oggi mestamente sterile ed insalubre. Consistono queste in due tempj, di cui l’antichissimo di Nettuno è dei meglio conservati: sopra tre gradini elevasi un peristilio di sei colonne doriche di fronte e quattordici di lato, scanalate, senza base, alte appena cinque diametri, e poco più d’uno d’intercolunnio, lo che fa supporle anteriori al tempo che i Greci diedero leggerezza anche all’ordine dorico. Il tempietto di Cerere, più recente, ha colonne più snelle e meno rastremate. Sopravanza pure una stoa con nove colonne sul lato esterno minore e diciotto sul maggiore, e un colonnato nel giro interno. Anche dopocaduti in servitù, i Pestani continuarono lungo tempo, in un dato giorno, ad assumere le vesti e gli usi greci, e celebrar la commemorazione de’ tempi di loro indipendenza.
METAPONTO
1260?Di Metaponto, una delle più segnalate colonie nel seno di Táranto, sappiamo poc’altro, se non che i seguaci di Néstore, tornando dalla guerra trojana, la fabbricarono; la crebbero Achei e Sibariti; Annibale cartaginese ne costrinse gli abitanti a migrare nel Bruzio; al fine la crescente insalubrità dei piani marittimi la spopolò, come fece di Pesto e delle vicine colonie sull’altro littorale. Plinio vi ricorda un tempio di Giunone, con colonne fatte di tronco di vite; e quelle che ancor si chiamano la chiesa di Sansone e la tavola dei Paladini sono reliquie di due tempj antichi, d’architettura policromatica.
LOCRESI EPIZEFIRJ
Durante una lunga guerra, le femmine dei Locresi Ozolj s’erano mescolate cogli schiavi; onde al tornare dei mariti, paventando il castigo,683fuggirono e piantaronsi coi figli nel ridente paese all’estremità dell’Appennino, formando la colonia de’ Locresi Epizefirj. Arrivando, giurarono ai Siculi:—Finchè calcheremo questa terra, e porteremo questi capi sulle spalle, possederemo il paese in comune con voi»; ma eransi posta della terra nelle scarpe, e capi d’aglio sulle spalle; scossi i quali, si credettero sciolti dall’obbligazione, e arrogaronsi il primato sovra i natii. Ebbero battaglie coi Crotoniati per gelosia; ed assaliti da questi in casa propria, vinsero alla Sagra una battaglia con forze tanto sproporzionate, che la fama, divulgandola anche in Grecia, l’attribuiva a intervento de’ semidei Castore e Polluce, i quali dagli antichi credeansi vedere ne’ fuochi fatui, vaganti sul mare. D’un’altra vittoria sui Crotoniati fu dato merito ad Ajace, eroe greco della guerra trojana, il cui spettro si diceva combattesse peiLocresi. Dalle cento famiglie dominanti si cernivano un cosmopoli, magistrato supremo, e mille senatori con autorità legislativa: alcuni ispettori vigilavano che le leggi non fossero violate. Se non grandigia di ricchezze, Locri ebbe lode di corretti costumi e di pacifica inclinazione, fin quando Dionigi II,356espulso da Siracusa, venuto a cercarvi asilo, introdusse d’ogni maniera disordini. Locri però si tenne indipendente fino ai tempi di Pirro.
LOCRI. TARANTO
Messene nel Peloponneso maneggiò sì lunga guerra con Sparta, che i magistrati spartani, temendo non finisse la razza nell’assenza de’ mariti, autorizzarono le donne a farsi fecondare da schiavi. I figliuoli nati da questo adulterio legale, col nome di Partenj migrarono al tornar de’ mariti delle madri, e istituirono la colonia di Taranto707nel golfo dell’estrema Italia che guarda alla lor patria, con porto eccellente in costa inospita. Cominciarono, come gli altri coloni siffatti, a uccider gli uomini del paese invaso, sposarne le donne; poi dandosi ordinamento e leggi, domarono i Messapi, i Lucani ed altri popoli del contorno, e divennero una delle primarie potenze marittime fra ilve ilivsecolo avanti Cristo, potendo armare ventimila fanti e duemila cavalli: ebbero fabbriche e tintorie di panni, industria tanto favorevole alla popolazione; e sebbene corrotti dall’opulenza, serbarono anch’essi l’autonomia fino a Pirro.272Dalla città patria avevano recato il culto di Apollo Giacintio e il governo aristocratico temperato; ma dopo che, nella guerra contro i Messapi, perirono i nobili, si piegò a moderata democrazia. I magistrati si eleggevano metà a sorte, gli altri a pluralità di voci; nè senza il consenso del senato si dichiarava guerra. Ammetteansi alla cittadinanza non Greci soltanto, ma anche indigeni, talchè i molti elementi italici ravvicinavano Taranto all’Italia più che alla Magna Grecia. Quell’angolo megliod’ogni altro della terra arrideva al poeta Orazio[203]per naturali bellezze e tepido spiro: gli cresceano pregio fumosi vini, generosi puledri, finissime lane.
SIBARI
725Achei, uniti co’ Locresi, fondarono Sibari; la malsana pianura fra il Crati e il Sibari emendarono con canali, divenuti comodità e abbellimento, e che ora negletti, tornarono pestilente quel paese. A taccia della sua mollezza, è vulgatissimo che i cittadini solevano fare gl’inviti un anno prima, onde mettere a contributo l’aria, l’acqua e la terra, e preparare vesti gemmate; ai convitati porgevasi per norma la lista sì delle persone, sì delle vivande: mestieri rumorosi non doveano turbare i sonni o i silenziosi piaceri; sbandivansi perfino i vigili galli: un Sibarito non si potè addormentare per esserglisi piegata sotto una foglia di rosa; un altro prese la febbre al vedere un contadino affaticarsi. Diffamazioni forse fuor di proposito, certo fuor di misura; dalle quali solo raccogliamo la grande ricchezza venuta al paese dal commercio che faceva con Cartagine, massime di vini e d’olj. Quest’agiatezza, il suolo ferace, la facilità di concedere la cittadinanza, moltiplicarono i Sibariti a segno, che, se crediamo a Strabone, potevano armare trecentomila uomini[204].550Dominavano sopra sette genti limitrofe e venticinque città; governavansi a democrazia temperata, fino a che Teli se ne fece tiranno, cacciando cinquecento primarj cittadini. Questi ricoverarono nella vicina Crotone, donde furono spediti messi a Sibari per praticarne il richiamo:510ma Sibari trucidò gli inviati, onde Crotone assalse l’emula con centomila guerrieri, e la sfasciò.
TURIO
441Sulle rovine di Sibari fu stabilita la città di Turio, con tanta mescolanza di popoli, che si disputò quali avessero a tenersene i fondatori: del che interrogato,l’oracolo la dichiarò colonia d’Apollo. L’origine stessa vi produceva la democrazia; ma gli antichi Sibariti usurpando le migliori terre e l’autorità, restrinsero il governo in pochi. Ne furono poi espulsi; nuove genti sopravvennero di Grecia, e presero leggi da Caronda. I Lucani, perpetui nemici, li vinsero, nè cessarono di molestarli286finchè non si posero in protezione dei Romani. Di quest’atto si tennero offesi i Tarantini, che gli assalsero e sconfissero: più tardi i Romani ridussero Turio a colonia.
ERACLEA
La città d’Eraclea, posta dai Tarantini sulle rive dell’Aciri presso Metaponto, ci tramandò nelle famose Tavole un documento del suo governo;433donde appare che v’avea culto principale il dio da cui traeva nome, poi Bacco e Pallade, le cui effigie appajono nelle bellissime sue monete. Efori annui reggeano la repubblica, e polianomi o prefetti della città; un segretario, un geometra ed altri minori uffiziali attendeano all’amministrazione: il popolo divideasi in molte tribù, ciascuna con insegne particolari, e in assemblea comune risolveano de’ comuni interessi.272I Romani la soggiogarono l’anno stesso della presa di Taranto.
CROTONE
735Miscello ed Archia condussero una colonia achea a Crotone, la quale crebbe a sì subita potenza che, nel primo secolo d’esistenza sua, armò contro di Locri cenventimila uomini; e benchè sconfitta, con quasi altrettanti la vedemmo assalire e distruggere Sibari. La città misurava il perimetro di dodici miglia; con un senato di trecento o di mille membri[205]; bella, illustre, ricca, saluberrima, beata la predicano gli antichi, e diceasi non vi fosse mai gittata la peste.
Parte suprema nell’antica educazione tenea la ginnastica e sfoggio se ne faceva in feste solenni, celebratea tempi prefissi; principalmente ne’ giuochi olimpici, pei quali ogni quattro anni i Greci concorrevano in Elide ove assistere alle gare di lotta, di corsa, di tiro, e insieme udir recitare tragedie, odi, pezzi di storia. Sibari, nel maggior suo fiore, meditava di rapire quest’affluenza ad Elide, coll’istituire giuochi più splendidi e di premj più appetiti. Agli olimpici, ben tredici volte in ventisei olimpiadi riportarono il gran premio gli atleti di Crotone, così rinomati che correva in proverbio, l’ultimo dei Crotoniati valere quanto il primo dei Greci[206]. L’atleta Milone combattè un toro, e levatoselo di peso sulle spalle, il recò in giro per tutto lo stadio, poi ammazzatolo d’un pugno, in un giorno lo mangiò; rovinando il tetto d’una scuola, egli il sorresse col dorso finchè tutti camparono; alfine volendo squarciare un tronco, restò colle mani prese nello spacco, e quivi fu divorato dai lupi.
Anche per bellezza erano insigni i Crotoniati: a un tal Filippo, come al bellissimo dell’età sua, gli Egestani, tuttochè nemici, resero dopo morte un culto divino; e il gran pittore Zeusi, dal vedere i garzoni lottanti nel ginnasio, argomentò quanta dovess’essere la leggiadrìa delle loro sorelle, e le scelse per modello di quella Venere, che fu tenuta il capolavoro dell’antichità.
Alla democrazia temperata di Crotone diede origine Pitagora. A costui tutte le città della Magna Grecia attribuivano il merito delle loro costituzioni, ond’è difficile lo sceverare in esso il personaggio vero dall’ideale, a cui, come a tipo de’ primi filosofi civili, si ascrivono le invenzioni più disparate e le più dissonanti avventure. Non è paese del mondo ove non abbia egli viaggiato; dimostrò il teorema del quadrato dell’ipotenusa; diede la prima teorica degl’isoperimetridei corpi regolari, gli elementi delle matematiche, l’algoritmo, del quale ancora non si conosce il senso; trovò i ragguagli fra la lunghezza della corda armonica e i suoni che n’escono; insegnò che l’acqua si converte in aria e d’aria torna in acqua; sostenne essere opaca la luna, identica la stella del mattino con quella della sera, sferico il sole; per armonia de’ corpi celesti intendeva probabilmente i rapporti delle loro masse e delle distanze; indicò il vero sistema mondiale, cioè l’obliquità dell’eclittica e la versatilità della terra, con equa distribuzione di luce, di ombre, di calore sull’intera superficie, tutta perciò abitabile; e conoscendo che due opposte forze impresse nei corpi celesti li spingono per un’orbita, anticipò di tanti secoli quell’attrazione newtoniana che Herschel considera come la verità più universale cui sia pervenuta l’umana ragione[207].
PITAGORA
Nell’assoluta deficienza di documenti, e perduta la chiave del linguaggio matematico e de’ simboli in cui i Pitagorici avvolgevano la loro dottrina, come asserire qual sia e quanta la verità intorno a ciò che si racconta di quegli insegnamenti? Sembra che il vero Pitagora nascesse a Samo d’Italia nel 584, viaggiasse l’Asia, l’Egitto, forse l’India, a540Crotone aprisse una scuola, la quale proponevasi di perfezionare i sentimenti, non solo religiosi e morali, ma anche politici: ond’egli ci si manifesta in triplice aspetto, filosofante, fondatore d’una società, e legislatore. Come filosofo sta in mezzo fra l’Oriente e l’Occidente, non abolendo imiti in cui quello avvolgeva le dottrine, eppure accettando la realità e il ragionamento di questo; traendo la scienza dagli arcani del santuario, ma avviluppandola nei simboli di una società secreta; togliendola dall’essere sacerdotale, ma conservandola aristocratica; repudiando le favole vulgari che degradavano la verità, ma non osando porgere nella nuda semplicità i sublimi concetti che egli aveva intorno a Dio e alle relazioni sue coll’uomo e col mondo.
DOTTRINA PITAGORICA
Per quanto si può scoprire di sotto alle espressioni ora mitiche ora aritmetiche, egli fissavasi in un idealismo puro, ma accessibile al senso comune. Ogni bene ha fondamento nell’unità che è Dio, e nell’ordine, nell’armonia, nella proporzione, che sono l’unità manifestata nelle cose, applicata al governo dell’universo. Ogni male nasce dalla dualità, ossia dalla dissonanza e sproporzione, e dalla materia che è il complesso di queste qualità rese sensibili. Cominciamento reale e materiale di tutte le cose è l’unità assoluta (monade), da cui derivano la limitazione dell’imperfetto, la dualità e l’indefinito. Lo svolgimento della creazione tende appunto a svincolare gli spiriti dalla dualità, cioè dalla materia, il che si ottiene rimovendo la falsa scienza del variabile, per attingere alla scienza vera dell’ente immutabile, e imparando a ricondurre la moltiplicità delle cose all’unità del principio.
Asserì l’immortalità dell’anima, e non è accertato che la scombujasse col dogma della metempsicosi. Pare ancora distinguesse il sentimento dall’intelligenza: quello sorgente de’ desiderj e delle passioni, questa moderatrice de’ pensieri e degli atti, ed emanazione dell’anima del mondo. Pronunziò non esser possibile il conoscere veruna cosa, se non a condizione che preesistano enti intelligibili, i quali siano semplici ed immutabili; e poichè tali condizioni di unità-eternità nons’avverano nè rispetto al mondo materiale, nè allo spirito umano, uopo è ricorrere all’idea, che sola rende possibile il conoscere.
La morale di Pitagora avea per fondamento la retribuzione eguale e reciproca, l’equità (ἀριθμὸς ἰσάκις ἴσος), che è un’armonia tra le azioni dell’uomo e l’universo; essendo virtuoso l’uomo le cui azioni rimangano sottoposte all’intelligenza e in armonia con essa.Dire il vero e fare il bene[208]è il suo precetto cardinale. Le virtù sono vie per arrivare all’amore: profonda verità, che discerne le due parti della morale, una di mera giustizia, l’altra di carità operosa.
Negli antichi, dove il metodo esiste appena e l’immaginazione prevale, mal si presumerebbe di comprendere tutto e tutto concatenare, e basta afferrare il principio generale, da cui è animata la dottrina. Tale in Pitagora è la matematica, derivando da considerazioni sopra i numeri e le figure; riconducendo a rapporti numerici l’armonia e la bellezza delle cose; abbracciando la musica, perchè gli accordi son numeri; numeri i corpi, formati di unità; ogni cosa è composta di numeri, o sul tipo numerico fu creata. Il mondo è un tutto armonicamente disposto, sicchè dieci grandi corpi si muovono attorno a un centro che è il sole; per via delle stelle gli uomini tengono qualche parentela colla divinità, fra la quale e noi stanno i dèmoni, dei quali è la grande potenza ne’ sogni e nelle divinazioni.
La natura e il linguaggio erano per lui segni sensibili d’un ideale invisibile, che all’anima si rivelava per via dell’ordine fisico. E di simboli faceano grand’uso i suoi seguaci; per segno di riconoscimento adopravano il triplo triangolo che ne forma cinque altri, ed il pentagono; diceano, «Non sedere sul moggio» perindicare di non introdurre le cure della vita animale nel dominio dello spirito; «Non portare al dito le immagini degli Dei», cioè non divulgare la scienza divina[209].
Due arti principalmente raccomandava Pitagora: la ginnastica e la musica. Per la prima vogliamo intendere l’igiene, che è una grande scienza negli Stati, una grande prudenza negl’individui. La musica crediamo comprendesse tutta la letteratura; laonde Damone[210]diceva non potersi toccar le regole di essa senza scassinare le leggi dello Stato: il che possiamo asserire anche oggi della letteratura.
PARALLELO COLLA JONICA
Quest’altezza di vedere discerne fondamentalmente la filosofia italica dalla jonica. La prima tolse per canone la tradizione del genere umano, la seconda la speculazione individuale e indipendente: l’italica vide ch’era necessario dedurre le cose da un principio solo per costituire l’unità della scienza, e subordinando i sensi allo spirito, distinse le sensazioni, corrispondenti all’ordine variabile, dalle idee che hanno per oggetto l’invariabile; la jonica invece non si affida che alla sperienza. Quella pertanto segue l’analisi, partendo dal tutto e colla decomposizione venendo alle parti onde risalire al tutto, oggetto delle sue indagini; questa la sintesi, movendo dalle parti onde ritornare al tutto colla composizione, sebbene nell’infinita via si smarrisca, e riducasi sempre alle parti, unico scopo di sua attenzione. Mentre la scuola jonica ammetteva un principio materiale e dimenticava il morale intento, i Pitagorici mantenevano il principio incorporeo, curavansi della moralità, e cercavano le leggi e l’armonia dei principj mondiali secondo una morale determinazionedel male e del bene; nelle forme più dogmatici che dialettici, nello stile chiari e di semplicità grandiosa. Gli Italici prendevano dunque le mosse da Dio, gli Jonici dalla natura; quelli procedevano nelle pure regioni dello spirito, questi perdeansi in vani sforzi affine di svilupparsi dalla materia. Nella scuola di Talete, essenzialmente indagatrice e sagace, lodevole era l’esercizio attivo e libero dell’umana ragione: la pitagorica invece, gelosa di conservare le dottrine all’uomo rivelate da lassù, meno ardita procedeva nell’esame, onde agli scolari bastava per ragione l’averlo detto il maestro:Ipse dixit.
SOCIETÀ PITAGORICA
Mentre i sapienti della Grecia filosofavano isolatamente, Pitagora comprese la potenza d’un’associazione forte e regolare, onde fondò una vera scuola che conservasse le dottrine positive e tradizionali. Non molto dissimile dagli Ordini religiosi del medioevo, in essa all’insegnamento sublime si arrivava con diuturno noviziato e grande austerità di cibi, di vesti, di sonno, di silenzio, affine di domare i sensi e colle privazioni invigorir l’anima al meditare. I Pitagorici ponevano i beni in comune, vestivano di bianchissimo, e coabitavano, liberi di sbrancarsene quando fossero stanchi. Assai coltivavano la memoria; fedelissimi alla parola, radi ai giuramenti; parchi alla venere, se ne astenevano nell’estate; ai sacrifizj dovevano presentarsi in abiti non isfarzosi ma candidi, e con mente casta. Cominciavano la giornata con suoni e canti, poi alternavano trattenimenti filosofici, esercizj ginnastici e doveri di cittadino; la sera indulgevano a pacata allegria, cantandoversi aurei; prima d’addormentarsi esaminavano la propria coscienza. Virtuoso è colui che normeggia la vita a imitazione di Dio, o si conforma alle leggi della ragione, attesochè la ragione, sorgente della verità e dell’unità, è la parte divina dell’esser nostro, e perciòdeve comandare; mentre obbedire devono la collera e la cupidigia, effetti della materia, immagine della dualità. E come l’armonia nasce dall’accordo dei suoni gravi cogli acuti, così la virtù nasce dall’accordo delle varie facoltà dell’anima nostra sotto l’impero della ragione; lo perchè la virtù può dirsi un’armonia.
Pertanto ai sobbalzi illiberali della democrazia preferirono la posatezza dell’aristocrazia, il dominio cioè non de’ più forti o più ricchi o più antichi, ma de’ più intelligenti e virtuosi. Tant’è ciò vero, che la giustizia rappresentavano come l’eguaglianza perfetta, simboleggiata nel cubo. Parità nell’abnegazione, reciprocità nel sagrifizio costituivano l’amicizia.
I PITAGORICI
Da tutto ciò derivavano stupendi precetti, in parte esposti ne’ Versi Aurei, che si attribuiscono a Liside. «Tra amici ogni cosa è comune. Non si lasci tramontar il sole sopra un diverbio avuto con un amico. Gli uomini si trattino come se mai da amici non dovessero diventar nemici, ma anzi da nemici amici. La donna, debole vittima strappata all’altare, sia trattata con bontà». Diceano pure, a cinque cose sole dovrebbesi far guerra: le malattie del corpo, l’ignoranza dell’intelletto, le passioni degradanti, le sconcordie delle famiglie, le sedizioni delle città. Forse la morale e la giustizia loro non si ergeano fino al concetto dell’intera umanità, e rifletteano soltanto ai consociati, com’era proprio di tutte le istituzioni prima che Cristo c’insegnasse a invocare tutti insieme il Padre nostro; e ciò potrebbe dar ragione dell’insita sterilità di questa dottrina, la quale non influì gran fatto sopra gli atti nè sopra l’insegnamento dell’intera Grecia.
TEANO
Fra’ Pitagorici regnava cordiale amicizia; se alcuno perdesse le ricchezze, gli altri divideano le proprie con esso; Clinia di Taranto, udito che Prore da Cirene trovavasi ridotto a miseria, passò in Africa con largasomma a soccorrerlo, benchè mai non lo avesse veduto; molti fecero altrettanto; rimase proverbiale l’amicizia di Damone e Pitia. Anche donne vi appartenevano, e di loro morale spregiudicata ci dà prova Teano figlia del filosofo, allorchè richiesta quanto tempo una donna dovesse tardare a presentarsi agli altari dopo essere stata con un uomo, rispose:—«Se è suo marito, anche subito; se un estraneo, giammai».
Possiamo dunque vantare che in Italia nascesse la scuola più antica, come la più insigne di filosofia, giacchè Platone e Aristotele, sommi splendori della greca, derivano da Pitagora più realmente che da Socrate. Da essa uscirono sapienti in pressochè tutte le colonie della Magna Grecia e di Sicilia, quali Filolao ed Aristeo di Crotone, Ippone di Reggio, Ipparco di Metaponto, Epicarmo di Cos comico, Timeo di Locri, Ocello di Lucania, Elfante di Siracusa, Archita di Taranto, Empedocle d’Agrigento.
ARCHITA
440-360Archita ebbe molta mano nel reggimento della propria patria, e capitanando gli eserciti più volte, le assicurò vittoria. Credeva il miglior governo quello misto di monarchia, aristocrazia e democrazia, ma il comando convenire a coloro che hanno maggior ingegno e virtù: i costumi siano custodi delle leggi, le quali puniscano non con multe ma col disonore: nulla più funesto che la voluttà, donde tradimenti alla patria, sbrigliate passioni, e rovina degli Stati: nel pericolo di questi si confidi sul coraggio de’ cittadini, non si ricorra a forza straniera.
EMPEDOCLE
444-403?Empedocle, celebrassimo in ogni tempo, dalla sensibile e dalla razionale considerazione dell’ente condotto alla contemplazione mistica delle cose, poeticamente espose la sua dottrina; abbandonandosi all’entusiasmo, personifica e divinizza tutto, e si fonda sull’ipotesi di una degenerazione dell’universo, cagionata da un peccatooriginale; il mondo poi fa regolato da due principj, amicizia e discordia (φιλία, νεῖκος), dove alcuno vorrebbe ravvisare l’attrazione e la repulsione della fisica moderna. La vita di lui tiene al miracoloso: toglie da lungo letargo una donna, onde si dice abbia resuscitato da morte; fa chiudere una valle, e così toglie la malsania che i venti etesj portavano ad Agrigento; le maremme che infestavano Selinunte risana coll’introdurvi due correnti d’acqua. Fu dunque reputato dio, nè egli dissipava quest’opinione; anzi cantava:—«Amici che abitate le alture d’Agrigento, zelanti osservatori della giustizia, salvete. Non uomo io sono, ma dio. Entro nelle floride città? uomini, donne si prostrano; il vulgo segue i miei passi; gli uni mi chiedono oracoli, gli altri un rimedio ai crudi morbi»[211]. Lo studio della storia naturale gli costò la vita, perocchè, volendo esplorare il cratere dell’Etna, vi perì; ma corse voce che vi si gettasse apposta per non lasciarsi vedere a morire. Chi volle moralizzarne un avvertimento alla superbia umana, soggiunse che dimenticò all’orlo del cratere le sue pantofole, donde si ebbe conoscenza della sua fine.
GLI ELEATICI
La scuola jonica avea fissato l’attenzione sopra il lato fisico del mondo, la pitagorica sopra il metafisico: al dialettico, cioè all’arte del ragionare, si appigliò un’altra, innestata sulla pitagorica, e denominata da Elea in Lucania; scuola che spingendo all’eccesso il sistema delle idee, ripudiò il senso comune e l’esperienza, per dichiarare che le cose sono mere apparenze e nomi vani senza soggetto; e la realtà assorbì nell’intelligenza, identificando così il mondo e Dio. Questa inclinazione al soprasensibile, quasi la verità non deva cercarsi che nella sfera razionale, avviava a raddrizzare il mododella conoscenza sensibile mediante i concetti puri della ragione, e nel pensiero separavasi ricisamente l’elemento speculativo dallo sperimentale. E forse dall’accurata distinzione che gli Eleatici poneano tra l’idea e le cose sensibili, e dall’avvertire che quella tiene in sè tutte le cose nell’archetipa loro forma, derivò a loro la taccia di panteismo.
535-465?Parmenide di Elea vi diede precisione, asserendo che i sensi possono bensì esibire il fenomeno ingannevole, ma il vero e il reale non rimangono conosciuti che dall’intelletto. Zenone, pure di Elea,504-450?assottigliò l’indagine mostrando che, se le cose apparenti fossero quali la sensazione ce le ritrae, sarebbero piene d’assurdi ed impossibili: ed esagerando il concetto fondamentale di quella scuola, negava la possibilità del moto. Per verità, qualora non basti l’esser immediatamente sentita l’esistenza delle realtà finite, e le si applichi il dubbio, riesce impossibile il dimostrarla. Per questo varco adunque entrava lo scetticismo; e Gorgia da Leontini, scolaro di Empedocle, sostenne nulla esservi di reale, nulla potersi conoscere nè trasmettere a parole[212].
Adunque la filosofia in Italia fin d’allora ed elevavasi a tutta la sublimità dell’ideale, e diroccava nel dubbio e nel sofisma. Ma a Zenone, il primo filosofo che esponessein dialoghi, spetta il merito d’aver introdotto la dialettica, cioè una maniera rigorosa e coerente di disputare, dimostrare, difendere, impugnare, per via di regole prefinite.
MEDICINA PITAGORICA
Anche in altre scienze Pitagora aveva ben meritato, e singolarmente nella medicina, ch’egli sbarazzò di divinità, e chiamò a contribuire al bene della società colla legislazione e colla polizia, mediante quel che si intitola vivere pitagorico. Fanno a lui onore d’importanti scoperte fisiologiche; che ogni seme organico deriva da seme; che nel sonno il sangue affluisce al cuore ed alla testa. E del sonno diede una teoria Alcmeone crotoniate, coevo di Pitagora, al quale è pur dovuta la prima opera speciale di anatomia e fisiologia che la storia ricordi, cercando ai fenomeni spiegazione dall’esame della struttura delle parti.
Altri Pitagorici la medicina esercitavano per Italia e per Grecia; come liberi indagatori (periodeuti) visitavano al letto gli ammalati, che fin allora soleano farsi recare nel tempio; e scarchi dalle superstizioni, le cause del morbo investigavano non nella collera degli Dei, ma nella natura. Con ciò strappavano la scienza di mano agli Esculapj, sebbene, per quella loro teorica che i mutamenti si devono fare passo a passo, i Pitagorici non isbandissero le formole magiche e deprecatorie. Possiamo noi asserire che s’ingannassero nello introdurre la dottrina numerica nella scienza della salute, supponendo che la natura prediliga certi numeri e certe forme periodiche?
A Pitagora, meno che dalle scienze insegnate, deriva lode dall’aver formato una scuola, diretta a perfezionare i governi, non tanto col cambiarne la forma, quanto col preparare uomini capaci di ben dirigerli. Ma un tal Cilone, ricco violento e accattabrighe, avendo chiesto invano d’esservi affigliato, si avventò al solitoartifizio de’ liberalastri d’ogni tempo, colla calunnia aizzando il popolo in modo, che que’ filosofi vennero perseguitati a morte, ed abolite le loro istituzioni. Ne profittarono gli ambiziosi per costituire parziali tirannie nelle varie città, Clinia a Crotone, altri altrove, soqquadrando ogni ordine primitivo, finchè gli Achei si intromisero della pace. Allora furono adottate le leggi della madrepatria, e nel tempio di Giove Omorio giurata una federazione delle colonie, a capo della quale sembra fosse posta Crotone. Durò fino al 400, dopo di che, prima dai tiranni di Siracusa, poi da Roma si vide rapita l’indipendenza, e decadde a segno, che Petronio la chiamava campo di cadaveri rosi e di corvi affamati.
CARONDA. ZALEUCO
Pitagorici furono i due insigni legislatori della Magna Grecia, Caronda e Zaleuco, spesso tra loro confusi e ingombrati di favole, perchè la storia lascia in non cale i benefattori del genere umano, attenta ad immortalarne i distruttori.
650Caronda fu di Catania; e poichè i legislatori antichi non solo comandavano gli atti, ma voleano piegare la volontà, pose fondamento al suo codice l’esistenza degli Dei[213], la famiglia e la patria. Dai primi emana la moralità delle azioni, che i dèmoni puniscono o premiano secondo il merito. Il rispetto pei genitori stendasi fino alla gleba dell’ultimo loro riposo. Chi passa a seconde nozze, rimanga escluso dalle assemblee, giacchè mette seme di dissensione tra i proprj figliuoli. Possono l’uomo e la donna snodarsi dal matrimonio, ma non contrarne un nuovo con persona più giovane[214]. Intento a conservare le famiglie (secondo ilgenio dei legislatori antichi, diverso da quel de’ moderni), Caronda moltiplica i legami fra’ parenti; il più prossimo d’un’ereditiera può sposarla; il deve se orfana e povera, o dotarla. Conoscendo i mali dell’ignoranza, impose s’insegnasse leggere e scrivere a tutti da maestri stipendiati dal pubblico. Proibito frequentare uomini viziosi, nè mettere in commedia un cittadino, salvo che sia adultero o spia. Al calunniatore infliggevasi di portare una corona di tamarisco; e sì grave obbrobrio pareva, che alcuni se ne sottrassero coll’uccidersi. Chi abbandona il posto in battaglia, durerà tre giorni in piazza vestito da donna. Punì i giudici che sostituissero giro di commenti alla precisione della lettera: ammise la pena del taglione. Chi proponesse d’innovare una legge, doveva presentarsi col capestro al collo, per essere strozzato se avesse repugnante il pubblico voto.
CARONDA
Affinchè la violenza non turbasse la indipendente decisione delle adunanze, Caronda aveva proibito di recarvisi colle armi, pena la vita. Un giorno stava esercitando i soldati, quando, udito che nell’assemblea erasi levato tumulto, v’accorre colla spada come si trovava: i nemici gli rinfacciano ch’egli medesimo violasse le proprie leggi; ma esso:—Anzi vo’ confermarle», e immergesi quel ferro in seno. Aristotele il loda per precisione di leggi e nobiltà di dicitura[215], aggiungendo che dettò i suoi ordinamenti a parecchie città della Sicilia.
ZALEUCO
Reputano anteriore Zaleuco di Locri. Anch’esso traeva la legge da Dio, onde cominciava dal provare l’esistenza di questo, argomentando dal mirabile ordine della natura, ed asseriva gli Dei non aggradisconosagrifizj ed oblazioni dai malvagi, ma si compiaciono delle opere giuste e virtuose. Sempre alla legge che impone unendo la morale che consiglia, vuole si governino gli schiavi col terrore, i liberi coll’onore. Irreconciliabili non siano gli odj fra cittadini: nessuno abbandoni la patria: donna non esca con molte ancelle nè soverchio sfarzo, se non sia meretrice; nè uomo con anelli e con vesti milesie, se non andando in bordello. Sostituite leggi fisse e poche all’arbitrio della consuetudine, eccessivamente ne cercò la stabilità; ond’ebbe esclusa l’interpretazione, data forza ineluttabile al testo, e vietato perfino a chi tornasse in patria il chiedere se vi fosse qualcosa di nuovo. Demostene attesta che, in due secoli, una sola delle sue leggi era stata mutata[216]. Ma la stabilità è prova e carattere della bontà d’una istituzione?