CAPITOLO X.

CAPITOLO X.Sicilia.SICILIATeatro di grandi agitazioni naturali, come di mitologici eventi fu la Sicilia, in prima denominata Trinacria dalla figura triangolare. Le vetuste tradizioni ledanno per abitanti Lotofagi[217], Lestrigoni, Polifemi, val quanto dire genti ancora sciolte da civile consorzio, che vi pasceano le greggie, viveano dei frutti spontanei, e abitavano nelle ampie grotte de’ suoi monti, dove poi i Ciclopi introdussero il lavoro dei metalli. Giove che regna sul monte Etna, e che questo monte, anzi l’isola tutta scaglia sopra i ribellati giganti; il dio Apollo che pascola gli armenti in Ortigia, dove ha culto la cacciatrice Diana; Saturno che dalla ninfa Talìa vi genera Venere, la quale preferisce il monte Erice al suo tempio di Gnido; Cerere che in Enna introduce la coltura del grano; Trittolemo che insegna ad arare; Aristeo che mostra come coltivare gli ulivi e spremerne olio, e raccorre il miele dagli alveari; Ercole che vi mena gli armenti tolti a Gerione da tre corpi, uccide in duello il gigante Erice, scopre e insegna l’uso delle acque termali ad Egesta ed Imera, e feste nuove e riti surroga a’ sagrifizj umani; Mercurio e Fauno che da Sicilia prendono le mosse onde arrivare in Egitto; Orione gigante che fabbrica il Peloro, sono favole che, qualunque ne sia l’arcano significato, rivelano vetustissima la civiltà di quell’isola.Le popolazioni che il sopraggiungere di nuove cacciava, dall’Italia, sovente vi rifuggirono. I Sicani, gente iberica, v’erano accasati allorquando, tre generazioni prima della guerra di Troja, i Siculi e i Morgeti, spinti dagli Enotrj, invasero i fertili valli orientali, restringendo i Sicani ad occidente[218]. Di là da questi, versola punta a libeccio, nel terreno sassoso cui fende il fiume Màzara, sedevano gli Elimi, propagine pelasgica venuta dall’Epiro, la cui capitale Egesta vantavasi fondata dal trojano Aceste. Origine iliaca ostentavano pure Drépano, Entelle, Erice, ove il tempio di Venere era costrutto alla ciclopica. Queste tradizioni appellano a colonie levantine di grande antichità, alle quali si aggiunsero prestissimo i Cretesi, simboleggiati in Dedalo, architetto famoso, che aveva fabbricato in Creta un edifizio, conosciuto col nome di Labirinto, e che, chiuso in quello, trovò portentosa via al fuggire, dissero volando, e fu accolto da Tocalo re de’ Sicani. Minosse re di Creta venne a riclamarlo, e s’impadronì di Eraclea Minoa sul fiume Alcio; ma vi trovò morte. Di qua dei tempi favolosi, Fenicj e Cartaginesi presero stanza sul littorale nell’viii secolo prima di Cristo.COLONIE GRECHETeocle ateniese, naufragato sulle coste orientali della Sicilia, stupì di quell’opportuna postura, e rimpatriato, propose a’ suoi di menarvi una colonia.756Non esaudito, si volse agli abitanti di Calcide in Eubea, co’ quali fondò Nasso sulle sponde del fiume Onobata. Tosto altri coloni lo seguono, i quali delle già fiorenti città fenicie o sicule s’impossessano, arrogandosi l’onore della fondazione, e snidando i prischi abitatori; e ben tosto ebbero occupato tutta la plaga orientale e meridionale dal capo Peloro al Pachino e al Lilibeo, mentre attorno alla punta occidentale si trovarono ridotti i Fenicj, e singolarmente a Selinunte, Motia, Panormo.AGRIGENTODesignano pure come città calcidiche Zancle, Imera, Mile, Catania, Leontini, Megara. Altre ne aveano contemporaneamentefondate i Dorj, fra cui Siracusa che popolò Acra, Casmena, Camarina, Tapso, Gela, da cui derivò Agrigento[219].FALARIDELa differenza d’origine e perciò di costituzioni fu seme di reciproche nimicizie, che guastarono il breve fiore. Da prima i coloni sfogarono la loro attività col sommettere i natìi; e com’ebbero così ridotte le campagne in arbitrio di poche famiglie, discendenti dai primi coloni, gli ambiziosi seppero profittarne per erigersi tiranni. Il primo che riuscì fu Panezio da Leontini, solleticando, come è stile dei demagoghi, l’eterno rancore dei poveri contro i ricchi.582Anche Agrigento, governata prima aristocraticamente al par di tutte quelle d’origine dorica, cadde a tiranni, fra i quali il cretese Falaride.566Le storie sono piene delle costui atrocità; forse esagerate dal genio democratico de’ Greci per fare aborrita la signoria dei re. Chi non intese parlare del toro di rame rovente, in cui egli chiudeva le sue vittime, e primo l’ateniese Perillo che l’aveva inventato? Ma le relazioni troppo discordano, e noi incliniamo a vedervi espresso un suo tentativo d’introdurre l’esecrabile rito fenicio e cartaginese d’abbrustolire gli uomini in onore del dio Moloc. Menalippo risolse uccidere Falaride, e si confidò all’amico Caritone, che gli disse aver anch’egli già lo stesso proposito. Venuto il destro, Caritone s’avvicina armato al tiranno; è arrestato, ma per tormenti non rivela i complici. Allora Menalippo si presenta, dichiarando aver egli primo ideato il fatto e indottovi l’amico; questi nega; nasce gara; della quale stupito, il tiranno perdona ad essi vita e beni, purchè abbandonino il paese[220]. Per egualisospetti incrudelì invece contro di Zenone filosofo: ma le costui grida commossero la moltitudine tanto,534che ammutinata lapidò il tiranno.AGRIGENTODopo breve libertà, vi tiranneggiò Alcmane, poi Alcandro, indi Terone, esaltato dal maggior lirico greco Pindaro, e dagli storici per avere sconfitto i Cartaginesi e soggiogato Imera.480Trasideo, suo figlio e successore degenere, fu rotto e cacciato di regno da Gerone di Siracusa; e da quell’istante Agrigento si resse a popolo sul modello di Siracusa, e toccò l’apice di sua grandezza. Il vino e gli olj che spediva in Africa, la resero una delle città più opulente, magnifica di lusso e pubblici monumenti; talchè si diceva che gli Agrigentini fabbricavano come mai non dovessero morire, e mangiavano come non avessero a vivere che un giorno. Esemto, tornando vincitore dai giuochi olimpici, entrò in Agrigento accompagnato da trecento carri, tirato ciascuno da una pariglia di cavalli bianchi, razza siciliana[221]. Gellia serbava ne’ cellieri trecento botti di vino da cento anfore ciascuna; imbandiva ogni giorno molte tavole, e i servi alla porta v’invitavano ogni viandante; passando un giorno cinquecento cavalieri di Gela, li trattò tutti quanti, poi mettendosi il tempo sul piovere, donò a ciascuno un mantello della sua guardaroba[222]. L’abbondanza cagionò mollezza; e in untempo d’assedio si dovette proibire ai cittadini, quando per turno andavano di sentinella alla ròcca, di portare più che un materasso, coperta e capezzale.SIRACUSA732Siracusa, fondata dall’eraclide Archia di Corinto poco dopo di Roma, era governata dai proprietarj (geomori); ma gli schiavi, arruffati dai demagoghi, si rivoltarono e li ridussero a rifuggire a Casmena. Ingordi di vendetta, quelli porsero consigli e ajuto a484Gelone tiranno di Gela, che per tale appoggio acquistò la signoria di Siracusa, e tosto la estese chiamandovi altri Greci, e trasportandovi i ricchi di Megara, di Camarina e d’altre città distrutte; intanto faceva vendere fuori i poveri, dicendo esser più facile governare cento agiati che non uno solo al quale non resti nulla da perdere. Per tal guisa Gelone venne poderoso per mare e per terra, e largheggiò di frumento co’ Romani.I Persiani, nobile e poderosa popolazione dell’Asia Grande, aspiravano a sottomettere la Grecia; laonde Dario lor re, avendo in corte Democede medico di Crotone, il mandò con dodici Persiani ad esplorare le coste della Grecia, e quelle della bassa Italia colonizzata da Greci. Ma in questa ricevettero pessime accoglienze, e a grave fatica camparono dalle prigioni di Táranto. Però Serse nuovo re assunse l’impresa di soggiogare la Grecia, e con esercito memorabile passò l’Ellesponto. Il piccolo ma generoso paese vi oppose una resistenza memorabile; e fu allora che Gelone ai Greci esibì ducento triremi, ventimila fanti e duemila cavalli, purchè gli conferissero il comando della flotta alleata. La domanda gli fu disdetta; ed i Cartaginesi che parteggiavano con Serse, affine d’impedire che Sicilia e Magna Grecia soccorressero alla madrepatria, mandarono a Panormo Amilcare, figlio di Magone,480con grosse armate. Gelone però con cinquantamila uomini e cinquemila cavalli lo sorprese presso Imera, e mandò in dirotta: cinquantamilaAfricani restarono sul campo, e tanti prigionieri, che si disse trapiantata l’Africa in Sicilia.GELONEMeglio che per la vittoria noi onoriamo Gelone per la pace, nella quale pose patto ai Cartaginesi che cessassero dai sacrifizj umani. I tesori acquistati in quella guerra distribuì ai valorosi e ai tempj, massime a quello d’Imera; e i prigionieri, fra i varj corpi dell’esercito, di che s’ebbe modo di coltivare nuovi campi, finire molte fabbriche, ed alzare in Agrigento un insigne tempio e famosi acquedotti. Sciolto da questi nemici, de’ quali anzi accettò l’alleanza, accingevasi a portare i promessi soccorsi ai Greci, quando seppe che il costoro patriotismo era bastato a respingere le immense turbe dei Persiani. Allora congedò l’esercito; e radunati i suoi sudditi, inerme comparve tra loro armati, rendendo conto della propria amministrazione, e ne riscosse vivi applausi.Rigoroso da principio, come fu assodato si ridusse mite e giusto; favorì l’agricoltura, vivendo egli stesso fra’ campagnuoli: sbandiva a tutta possa le arti corruttrici, e meritò che i sudditi lo chiamassero il loro miglior amico. Sentendosi gli anni far soma addosso, rinunziò al fratello Gerone e poco sopravvisse. Da’ Cartaginesi e dal tiranno Agatocle fu distrutto il magnifico sepolcro di lui, non la memoria di sue virtù.GERONE478Gerone succedutogli teneva splendidissima corte: diceva le orecchie ed il palazzo del re dover essere schiusi a tutti: all’eloquenza, che allora faceva le prime prove e che sì facilmente degenera in ciarla e sofismi, pose freno, più volenterosa mano porgendo alle arti dell’immaginazione; sicchè a lui accorsero di Grecia i poeti Bacchilide, Epicarmo, il maggiore tragico Eschilo quando vecchio fuoruscì dalla patria, e Pindaro che nelle sue odi non rifina di esaltarlo generoso e giustissimo, amico della musica e della poesia, e perchè delsuo ricco e magnifico palazzo apriva le porte alle Muse. Sull’avarizia e le violenze ond’egli si contaminò, stesero un velo officioso i beneficati. Il patetico poeta Simonide era penetrato più avanti nella confidenza del principe; il quale lo interrogò qual sentimento avesse sopra la natura e gli attributi della divinità. Simonide chiese un giorno onde riflettere avanti rispondere; al domani ne chiese due; e così andò via raddoppiando, finchè incalzato dal re, confessò che, più vi pensava, più trovava il tema intricato ed oscuro. Oggi la femminetta vi risponde.Gerone osteggiò Terone e Trasideo signori d’Agrigento, perchè avevano dato ricovero a Polisseno fratello di lui, cacciato come troppo ben voluto dal popolo: ma Simonide, interpostosi della pace, la sodò con parentele. Spedita la flotta a sussidio di Cuma, Gerone riportò vittoria navale sopra gli Etruschi. Trasferì in Leontini gli abitanti di Catania, in questa ponendo coloni nuovi, affine di conseguire il titolo d’eroe, di cui onoravansi i fondatori di città, e prepararsi un asilo in caso di disastro.TRASIBULO467Ivi morì, e gli successe Trasibulo suo fratello; delle cui crudeltà disgustati, i Siracusani s’intesero colle altre città, lo cacciarono, ed in memoria istituirono annua festa a Giove Liberatore, col sacrifizio di quattrocento cinquanta tori da banchettare.466Siracusa allora ripigliò governo a popolo; e ad imitazione di essa le altre città di Sicilia cacciavano la gente nuova per ripristinare gli antichi proprietarj ne’ beni rapiti, e nel privilegio delle magistrature. Questo ristabilimento del governo repubblicano immerse l’isola in gravi tempeste, ma la guerra civile terminò colla espulsione degli avveniticci, ai quali fu assegnata per dimora Zancle, che aveva preso il nome di Messina per coloni messenj ivi piantati. Questi rifuggiti, i più diorigine italiana, furono nocciolo d’un’associazione bellicosa, che poi, col nome di Mamertini, aperse l’isola ai Romani, cioè alla servitù.445Gli antichi Siculi, non ancora tutti periti, osarono alzare il capo, concorrendo da tutte le città, eccetto Ibla, sotto la direzione di Ducezio, per espellere i Greci. Prosperati in sulle prime, provarono poi avversa la fortuna, e Ducezio rifuggì agli altari dei Siracusani, che lo mandarono a Corinto, e l’antica schiatta restò irremissibilmente soggiogata. Pure, pigliando parte cogli uni o cogli altri nelle continue guerre, facea prevalere quelli con cui s’accampasse.DEMOCRAZIA E GRANDEZZA DI SIRACUSASiracusa assodò il suo potere con questo trionfo e con un nuovo che riportò sopra446l’emula Agrigento; vinse in mare gli Etruschi; stabilì una pace generale, alla cui ombra fioriva, e messa a capo delle città greche di Sicilia, cresceva d’opulenza, ed empivasi dischiavi, d’armenti e di tutte le agiatezze della vita[223]. Timore di tirannia le fece istituire ilpetalismo, per cui scriveasi sopra una foglia di fico il nome di chi paresse tanto illustre da poter soverchiare, e qualora i voti bastassero, colui dovea restare per cinque anni sbandito: legge conforme all’ostracismo d’Atene e al discolato di Lucca, che punendo non la colpa ma la possibilità della colpa, stoglieva dagli affari i migliori, lasciando la repubblica alla ciurma invidiosa e inetta; ma fu ben presto abolita.Stava Siracusa sur un promontorio, cinta tre lati dal mare, dominata dalla rôcca Epipoli, e fortissime mura giranti diciotto miglia difendevano un milione ducentomila abitanti. Tre porti apriva alle navi di tutto il mondo, il Trogilo, il piccolo di Marmo, e quel delle Neocosie, grande cinque miglia, sicchè bastava a trecentogalee, e dove più di cento navi poterono battagliare. Dentro era divisa nei quartieri di Acradina, Tiche, Temeno ed Ortigia o isola, il solo che ora forma la città, eccessiva ai quattordicimila abitanti sopravanzatile. Era stata costrutta coi sassi delle vicine latomie, che poscia furono trasformate in prigioni; e vi si ammirava principalmente il tempio dorico di Minerva, con due facciate ed un peristilo esteriore, sul cui frontone giganteggiava un’egida di bronzo col teschio del gorgone; alle porte di legno fino erano riccamente intarsiati oro e avorio; preziose pitture lo fregiavano; e più tardi Archimede vi delineò sul pavimento una meridiana, ove il sole batteva dritto agli equinozj. Quando alcuno ostentasse ricchezze, i Greci gli diceano per proverbio:—Non ne possedete un decimo di quelle d’un Siracusano». Due sorelle doviziose, narra Ateneo, lavavansi in una delle limpide fontane, ombreggiata dai papiri e dai cacti; e venute a contesa sulla propria bellezza, chiesero giudice un giovane mandriano. Egli preferì la maggiore, la quale il ricompensò collo sposarlo, mentre l’altra si unì al fratello di lui. Le due, dettecallipigidalla parte che in esse avea vanto, fondarono un tempio alla bellezza callipiga; e dalle ruine di quello fu estratta la famosa Venere di tal nome. Altrettanto famosa è la statua di Esculapio. Feste solenni si celebravano pure, dette Caneforie, Citonee, Targelie, con suntuosi banchetti.I Leontini, gelosi e dolenti di vedersi privati del commercio, mandarono l’illustre oratore Gorgia loro concittadino a sollecitare contro di Siracusa427gli Ateniesi; i quali, allora sobbalzati da sfrenata democrazia, volentieri misero mano negli affari di quell’isola, riconoscendola di suprema importanza a dominare il Mediterraneo. Pertanto spedirono navi a soccorso di quegli Jonj e dei Reggini, e per alcuni anni rimestarononelle discordie intestine dell’isola, finchè la ricomposero, a patto che ciascuno ritenesse quel che aveva. I Leontini o franti dalle dissensioni interne, o vedendosi incapaci a difendere la propria città, la demolirono e si mutarono in Siracusa, che primeggiava, per quanto gli Ateniesi avessero tentato armarle incontro una federazione.SPEDIZIONE DEGLI ATENIESI416Undici anni dopo, venute alle mani Egesta e Selinunte, Siracusa favorisce all’ultima, e gli Egestani superati ricorrono ad Atene per ajuti, mostrando che altrimenti i Dori metterebbero a giogo irreparabile gli Jonj. Atene trovavasi allora sulle braccia la Grecia intera nella lunga guerra peloponnesiaca, laonde i prudenti la distoglievano da questa nuova briga; ma Alcibiade, consigliatore di quei partiti estremi che allettano il vulgo, mostrava come l’occupazione della Sicilia sarebbe scala all’Africa e all’Italia, e fece decretare la guerra, e capitani lui, Lamaco e Nicia che l’avea sempre dissuasa. Mai sì bella flotta non aveva allestito Atene; mai impresa non era parsa più popolare; cittadini e stranieri in folla accompagnarono gli armati al porto, e incensi e profumi olezzanti da vasi d’oro e d’argento, e copiose libagioni propiziarono gli Dei alle navi, che adorne di festoni e di trofei salpavano, tanto sicure dell’esito che il senato prestabilì la sorte delle varie provincie dell’isola.415Centrentaquattro triremi sferrarono da Corcira, con cinquemila soldati di grave armadura, oltre gli arcieri e i frombolieri; ma non più che trenta cavalli. Traversato il mare, furono accolti sgarbatamente da Turio, Taranto, Locri, Reggio, benchè colonie attiche: gli Egestani, che eransi proferti di pagare le spese della guerra, trovarono d’avere nel tesoro appena trenta talenti. Il cauto Nicia allora proponeva: «Non diamo ai bugiardi Egestani maggiore ajuto di quel che sonoin grado di pagare»; e mostrando ingiusta la causa assunta, col tentennare scoraggiva i soldati.413Pure vollero cingere d’assedio Siracusa, quando però già le avevano lasciato agio di fornirsi di viveri e d’armi, mentre gli Ateniesi erano peggiorati d’uomini, di provvigioni, di coraggio. L’abile Nicia condusse l’assedio con tal maestria, che stava per pigliare la città; quando Alcibiade che, disgustato colla patria, era rifuggito agli Spartani, indusse questi Dori a soccorrere la dorica Siracusa. Spediscono di fatto Gilippo, il quale presenta la battaglia, e vince e scioglie l’assedio.Allora gli Ateniesi pensarono a ritirarsi, e n’erano in tempo; ma sul salpare delle àncore, ecco il sole s’eclissa; e Nicia, non volendo entrare in viaggio con questo sinistro augurio, differisce la partenza. Approfittarono del momento i Siracusani e Gilippo,agostoe sul mare e per terra percossero gli Ateniesi di una piena sconfitta. I Siracusani eransi assicurato l’avvantaggio in mare col far le prore meno alte che quelle degli Ateniesi, onde percotevano le navi avversarie a fiore o sott’acqua, e talvolta d’un solo urto le mandavano a picco. Nicia stesso cadde prigione, ed o si uccise o fu ucciso nel carcere; settemila prigionieri chiusi nelle latomie, stentarono al sole cocente ed alle pioggie, scarsamente nudriti e abbeverati; alcuni vi morirono, altri vi penarono l’intera vita, quali furono venduti. Fortuna fu per alcuni il conoscersi di lettere; ed il sapere a mente versi d’Euripide a molti fruttò la libertà ed il ritorno in patria. Era Euripide il terzo poeta tragico della Grecia, e tal conto ne facevano i Siciliani, che stando per respingere dalla costa un legno caunio, inseguito da pirati, come intesero che i naviganti sapevano versi di quel poeta, dieder loro ricetto.DIOCLEI Siracusani avevano dunque fatto costar caro agli invasori l’aver tentato la loro patria; e come avvienedopo le guerre di liberazione, crebbero in grandezza. Diocle persuase a riformare lo Stato, conferendo il governo a giudici tratti a sorte,412e da persone capaci facendo compilare un codice. Lui capo, si stanziarono leggi che non solo punivano i malvagi, ma anche ricompensavano i buoni; e furono adottate da molte città con sì felice prova, che a410Diocle si volle erigere un tempio.Le contese rinate fra Egesta e Selinunte trassero Siracusa in guerra con Cartagine, che dal lido africano allora signoreggiava il Mediterraneo; e gli eventi che ne seguirono mutarono faccia alla Sicilia. I Cartaginesi, venuti come ausiliarj degli Egestani, presero Imera, condotti da Annibale figlio di Giscone, il quale fece strozzare tremila prigionieri nel luogo stesso dove Amilcare suo zio era stato ucciso a pugnalate dopo vinto da Gelone; e sterminò Selinunte e Imera. Poi aspirando a conquistare l’isola tutta,408il vecchio Annibale col giovane Imilcone vi sbarcò cenventimila guerrieri, che diroccarono Agrigento, e ne spedirono a Cartagine preziosissimi capi d’arte, e pelli e teschi di uccisi, a decorazione de’ tempj.DIONIGI IL VECCHIOImmenso terrore colse tutti i Sicilioti. Ermocrate, il più grand’uomo dell’isola dopo Gelone[224], erasi mostrato eroe nella guerra contro gli Ateniesi, poi sbandito per intrighi degl’invidiosi, soliti a camuffarsi col titolo di popolani, avea tentato rendersi tiranno di Siracusa. Restò ucciso, ma il valore e l’ambizione di lui ereditò il figlio Dionigi, il quale tolse occasione dai disastri per incolpare i giudici di Siracusa di tepidezza e di corruzione. Una legge, la quale anche oggi gioverebbe a frenare cotesti eroi da piazza, volea che, chi non potesse provare l’accusa, fosse multato come calunniatore;a Dionigi toccò tal pena, e non trovandosi in grado di soddisfarla, perdeva il diritto di più favellare dalla tribuna, quando Filisto (che poi scrisse la storia di Sicilia) pagò del suo, anzi entrò mallevadore per le multe in cui potesse incorrere. Sentendosi spalleggiato, Dionigi infervorò le declamazioni; il popolo, che già lo reputava pel valore, riformò i giudici, e lui pose fra gli eletti. Egli fece richiamare i fuorusciti, sicuro di averli saldissimo appoggio; contrariò i colleghi, ribattendone tutti i consigli e celando i suoi proprj; e col mandar voce ch’eglino s’intendessero co’ nemici, ottenne per se solo il comando delle armi. Spedito a soccorrere Gela, vi protesse la plebe contro i ricchi, e coi beni confiscati a questi fece larghezza all’esercito, mediante il quale occupò in Siracusa405l’assoluta potestà.Allora si cinse di bravi, strinse parentele potenti, adoprò sessantamila uomini e tremila paja di bovi per fortificare l’Epipoli, con sotterranei che comunicavano al forte di Labdalo, e che con frequenti aperture nella volta agevolavano le sortite. Da principio provò avversa la fortuna, e non potè difendere Gela dai Cartaginesi; onde i soldati rivoltatisegli, saccheggiarono il palazzo di lui e ne maltrattarono la moglie, tanto ch’ella ne morì. Colla forza e col macello Dionigi sottopose i rivoltosi; poi valendosi degli schiavi affrancati, dei soccorsi spartani e della peste sviluppatasi tra’ Cartaginesi, costrinse questi alla pace, e a cedere tutte le conquiste fatte nell’isola, e Gela e Camarina smantellate; e tornò indipendenti tutte le città. I Siracusani, che soli restavano in servitù di lui, insorti di nuovo, sì ben lavorano che lo riducono all’ultima estremità: ma Dionigi sa tenerli a bada, finchè sopraggiunti i suoi alleati, li vince e disarma; e preceduto dal terrore, assoggetta Nasso, Etna, Catania, Leontini;403e può addensare tutte le forze al suo costante intento di snidare dall’isola gli Africani.Con ottantamila uomini e duemila vascelli affronta i Cartaginesi; ma questi, guidati da Annibale ed Imilcone, radunano a Panormo trecentomila uomini e398quattrocento navi, prendono Erice e Motia, distruggono Messina, e procedono sopra Catania e Siracusa, nel cui porto entrano con ducento galee ornate di spoglie nemiche, e con un migliajo di navi minori.392Pure, decimati dalla peste, dovettero andarsene, cedendo anche Taormina, da loro fondata per collocarvi gl’Italioti venuti in loro sussidio.Dionigi move allora ad assoggettare la Magna Grecia; generoso, alle città vinte lascia l’indipendenza, e rinvia senza riscatto i prigionieri; solo esercita fiera vendetta sopra Reggio, ricovero de’ fuorusciti siracusani, che, poderosa di trecento vascelli, resse undici mesi d’assedio; al fine caduta,387più non potè risorgere[225].Anche all’Illiria ed all’Etruria portò guerra Dionigi, sott’ombra di sterminare i pirati; dal tempio d’Agila tolse mille talenti, e il valore di cinquecento in prigionieri e spoglie. Perocchè egli non si fece mai scrupolo di spogliare gli Dei; levò a Giove un manto d’oro massiccio, dicendo,—Gli è troppo pesante per l’estate, troppo freddo per l’inverno»; ad Esculapio fece staccare la barba d’oro, come essa disconvenisse al figlio d’un padre imberbe; tornando a gonfie vele d’aver saccheggiato il tempio di Proserpina a Locri, esclamò,—Ve’ come gli Dei spirano propizj ai sacrileghi!» e coll’oro giunse ad avere sotto gli stendardi fin due e trecentomila soldati, oltre l’equipaggio della flotta. Meditava istituire colonie sull’Adriatico, di là tragittarsi nell’Epiro e nella Focide a saccheggiare il tempio di Delfo: ma gli ruppero il disegno i382Cartaginesi, ricondottida Magone. Dionigi alla prima li vinse, e ricusò la pace; ma avendogli un oracolo predetto che morrebbe quando avesse vinto un nemico più di lui poderoso, non ispinse la guerra agli estremi, e rannodò la pace.Vigorosa ed accorta amministrazione adoprò Dionigi, ma arbitraria e violenta. Conscio de’ pericoli che circondano il tiranno, mai non dormiva nella medesima camera; facevasi bruciar la barba dalle figliuole, dopo che il suo barbiere s’era vantato, «Ogni settimana ho sotto al rasojo la vita di Dionigi». Come il Machiavelli al suo principe, così il gran filosofo ateniese Platone voleva persuadere a Dionigi di elevare, sulle ruine della democrazia, uno Stato poderoso, che togliesse di mezzo gli stranieri, Greci fossero o Cartaginesi, e non lasciasse all’osco sostituire il parlare ellenico; a ciò l’avrebbe giovato un’oligarchia d’uomini, legati in società arcane, com’erano i Pitagorici. Dionigi per lo contrario favoreggiava ed arricchiva i caporioni stranieri, eccedenti in lusso e dissolutezze; accentrava tutta la vita nazionale in Siracusa, negligendo la restante isola; onde, malgradendo il consigliatore filosofo, s’accordò col piloto spartano che o l’affogasse o il vendesse schiavo. E Platone fu venduto, poi riscattato dai Pitagorici, i quali l’ammonirono:—«Un pensatore non si accosti a principe, se non sappia adularlo».DAMONE E PITIAI Pitagorici, benchè sbrancata la loro lega e perseguitati, conservavano potenza quanta bastasse per contrastare alla tirannide di Dionigi. Damone, un di quelli, essendo condannato a morte per la colpa che i governi cattivi appongono a chi non n’ha veruna, chiese di poter prima andar a salutare la famiglia, promettendo ritornare all’ora assegnatagli. Statico per lui rimase in carcere l’amico suo Pitia, il quale vedendolo indugiare oltre l’ora pattuita, sollecitava d’esser messo al supplizioin sua vece. E già v’andava, quando Damone sopragiunto vi si oppone; l’altro insiste: qui generosa gara, della quale meravigliato, Dionigi li manda assolti, e chiede d’entrare terzo nella loro amistà. Poteva darsi amistà fra due filosofi ed un tiranno?TIRANNIDE DI DIONIGIAnche una pitagorica, piuttosto che svelare i segreti della sua setta, si tagliò coi denti la lingua. Dionigi, che tutte sorta di gloria ambiva, lesse una volta suoi versi al poeta ditirambico Filosseno, e poichè questi li disapprovò, lo fece chiudere nelle latomie; al domani richiamatolo, gli lesse altri versi; uditi i quali, il sincero poeta si volse agli sgherri, e—Riconducetemi nelle latomie»; Dionigi sorrise, e gli perdonò. Così recossi in pace gli arditi parlari del giovane Dione, il quale, udendolo celiare sulla placida amministrazione di Gelone, gli disse:—Tu ottenesti confidenza e regno pei meriti di Gelone; ma pei meriti tuoi in nessuno più si avrà fiducia». Quando suo cognato Polisseno, chiaritosegli nemico, fuggì, Dionigi chiamò la sorella Testa, e la rimbrottò severamente come conscia della fuga del marito; ed ella:—Mi credi dunque sì vile, che, sapendo che mio marito meditava la fuga, non avessi voluto accompagnarlo? Avrei con esso diviso gli stenti, ben più lieta d’esser chiamata la moglie di Polisseno esule, che la sorella di Dionigi tiranno».Dionigi aspirò alle lodi della libera Grecia, e mandò suo fratello a vincere per lui nelle decantate corse olimpiche in Elea, e disputare a suo nome la palma poetica, lusingatagli dagli adulatori: ma tutto re ch’egli fosse, l’indipendente gusto de’ Greci lo fischiò, e il retore Lisia tolse a mostrare ch’era indegno l’ammettere un tiranno forestiero a competere in que’ giuochi olimpici, ch’erano destinati a congiungere i liberi Elleni. Pure avendo conseguito il premio della tragedia nelle feste di Bacco, Dionigi ne tripudiò e imbandì un convito,dopo il quale o per veleno o per istravizzo fu côlto da morte, avendo regnato più di qualunque altro tiranno.DIONIGI II368Gli succedette il figlio Dionigi, sotto la tutela dello zio Dione, degno amico di Platone, e riverito dal cognato pel rispetto che la virtù impone anche a chi l’abborre. Dicono che Dione al vecchio tiranno insinuasse di lasciar la corona al figlio di sua sorella Aristomaca, escludendo il ribaldo Dionigi, il quale per questo accelerò la morte al padre, e pose odio sviscerato a Dione. Nè questi nè Platone tornato in Sicilia valsero a trarre a miglior costume il malavviato giovane, il quale, non vedendo ne’ loro consigli se non una trama per favorire i figli d’Aristomaca, cacciò Dione in Italia, tenne Platone in cortese prigionia, disperse i Pitagorici loro amici.DIONE356Ma Dione, coll’appoggio de’ Corintj, occupò Siracusa, e sbalzato Dionigi, se ne rese signore. Per annunziare la liberazione, egli salì sopra un orologio solare, onde il vulgo disse:—Com’è mobile il sole, così non durerà la costui dominazione»[226]. In fatto, due anni dopo, l’ateniese Callippo, fintosegli amico, lo trucida, e ne usurpa l’autorità; ma353l’anno appresso n’è spogliatoda Ipparino figlio di Aristomaca, il quale domina fino al 350, lasciando disonesta memoria.347Tra le irrequiete fazioni Dionigi trova partigiani, mercè de’ quali dopo dieci anni risale al potere. Temendo nel figlio di Dione le paterne virtù, il corruppe con discoli costumi, del cui lezzo questi si vergognò tanto, che si diede morte. Per impedire che i Siracusani uscissero di nottetempo, Dionigi permise ai malfattori di spogliare i passeggieri; concesse alle donne un vero dominio nelle case, acciocchè rivelassero le trame dei mariti. Adulatori trovava, delle cui bassezze sol questa rammenteremo, che, essendo egli debole di vista, essi affettavano di urtare per le tavole.—Molti il fanno tuttodì.TIMOLEONEAlcuni generosi, sottrattisi alla costui tirannide, fabbricarono Ancona; altri ordivano di riscattare la patria, e salvarla da’ minaccianti Cartaginesi. A tal fine chiesero ajuti a Corinto,365loro metropoli, che spedì ad essi Timoleone, gran capitano e gran cittadino. Timófane, costui fratello, ottenuto il comando delle armi in Corinto, vi aveva usurpato il dominio; e Timoleone, non riuscendo a distornelo, indusse due amici ad ucciderlo.345Giudicato da alcuni generoso, da altri assassino, sua madre lo maledisse; ed egli deliberò lasciarsi morir di fame; poi stornato dal fiero proponimento, giurò non impacciarsi nelle pubbliche cose, e piangere sequestrato dagli uomini. Dodici anni durò nel deserto, poi rimessosi in Corinto, viveva privato, allorchè, propostogli di andar a sostenere i Siracusani, accettò dicendo:—I miei portamenti mostreranno se devoessere intitolato il fratricida o il distruttore de’ tiranni». Con soli settecento uomini sopra venti vascelli approda a Siracusa. Iceta tiranno di Leontini, che, vinto Dionigi e chiusolo nell’Isola,343aveva usurpato la supremazia, tenta invano guadagnarsi Timoleone, il quale cresciuto di seguaci, lo vince e condanna a morte, demolisce l’Isolacovacciolo di tiranni, sicchè Dionigi è costretto rifuggire in Corinto, dove visse col far da maestro.Timoleone allora fu sopra ai Cartaginesi, il cui capitano Magone, côlto da timor panico, fuggì, e col darsi morte evitò la croce che i suoi serbavano al capitano vinto. Seguitando la prosperità, Timoleone redime Engia ed Apollonia dalla tirannide di Letino, sconfigge Mamerco e Ippone tiranni di Catania e Messina, restaura in Siracusa il franco stato, e le redente città congiunge in federazione sotto le leggi di Diocle. La libertà è rassodata dalla vittoria sopra i Cartaginesi, capitanati da Amilcare e Asdrubale;340ai quali Timoleone ingiunge di lasciar libere tutte le città di Sicilia, che nella pace rinnovarono la popolazione e la prosperità.Quel modello compiuto di un eroe repubblicano all’antica, fece sottoporre a giudizio le statue dei re precedenti, e trovò degna d’esser conservata soltanto quella di Gelone, effigiato da semplice cittadino.357Deposto il comando, si ridusse a privato vivere, ma coll’autorità del consiglio guidava le cose; a lui già cieco ricorrevano i magistrati, a lui insigni onoranze, a lui gli applausi del pieno teatro ove esponeva il suo parere. Senza contaminarsi di ambizioni, cosa rara, nè, cosa ancor più rara, subire l’ingratitudine, morì carico d’anni, e quando fu posto sul rogo, l’araldo gridò:—Il popolo di Siracusa, riconoscente a Timoleone dell’aver distrutto i tiranni, vinto i barbari, ristabilite molte città, dato leggi a’ Siciliani, decretò di consacrare ducento mine a’ suoi funerali, e commemorarlo tuttigli anni con gare di musica, corse di cavalli, giuochi ginnastici».AGATOCLEAveva egli pensato riformar il paese non colle idee di Pitagora e di Platone, sibbene colla dorica severità; ma i costumi erano guasti a segno, che mal potea reggere chi non avesse tante virtù quante Timoleone. Appena egli chiuse gli occhi, tutto fu scompiglio dentro e fuori;317ed Agatocle se ne valse per tiranneggiare. Quest’era un fanciullo raccolto sulla via, serbato a infami usi, poi applicato al mestiere di vasajo; ma coll’astuzia e colla forza si fece largo, e salì al dominio, e il tenne a lungo, affettando popolarità; cassò i debiti, e distribuì terre agl’indigenti; nè diadema volle nè le guardie, dava facile accesso a tutti, e facevasi servire in vasi di argilla per ricordare l’origine sua; ma nel medesimo tempo sterminava gli aristocratici e i fuorusciti delle varie città, inevitabili fomiti di civili scompigli.Al pari di Dionigi, sentì che l’impresa più nazionale era il respingere gli stranieri, e difatto fu alle mani coi Cartaginesi: ma questi, sebbene in sulle prime andassero dispersi da una procella, tornati sotto la scorta di Amilcare,311sconfissero Agatocle, ed assediarono Siracusa. Che fa l’ardito? con truppe elette sbarca sulle coste d’Africa, arde le navi acciocchè non rimanga altro scampo che la vittoria, e vi continua quattro anni la guerra senza fare parsimonia d’atrocità e tradimenti. Ma le città greche di Sicilia disturbarono l’impresa col rivoltarsegli: ond’esso ritorna, lasciando in Africa l’esercito, che subito va alla peggio, e che indispettito del vedersi abbandonato, ne strozza i due figliuoli, e si arrende ai Cartaginesi. Agatocle si vendica strozzando in Sicilia i parenti de’ soldati,306e restaura l’obbedienza in paese e la pace co’ nemici.Anche in Italia spinse correrie, assalì Crotone, vinse i Bruzj, saccheggiando e ritirandosi. Non diremo conTimeo che a fortuna soltanto sia dovuto il suo elevamento; ma deturpò con sanguinarie crudeltà le splendide doti del suo animo. La pace che mantenne con mano di ferro, mostra se conosceva il suo paese; quanto conoscesse gli avversarj, il mostra l’audace suo sbarco in Cartagine. Onde Scipione Africano che poi l’imitò, richiesto quali eroi avessero mostrato più senno nel disporre i disegni, e più giudizioso ardimento nel compirli, nominò Agatocle e Dionigi il Vecchio.289Arcàgato suo nipote lo avvelenò, e ne assunse il dominio; ma poco stante costui è assassinato da Menone, che tenta farsi proclamare dall’esercito: assalito però da un altro Iceta, rifuggì tra i Cartaginesi. Iceta governò per nove anni col titolo di stratego della repubblica;280poi Tinione s’impadronì del potere, disputatogli da Sosìstrato.ALTRE CITTÀ SICILIANEDi mezzo a ciò nuovi tiranni erano sorti in quasi tutte le città. Agrigento, risarcitasi alquanto della distruzione sofferta, fu corifea della lega contro Agatocle, poi soffrì la tirannide da Fintia, che soccombette a Iceta. Gli stranieri che militavano al soldo di Agatocle, ajutati dalla scissura e dalle varie tirannidi, s’insignoriscono di Messina, e invaghiti di sì opportuna postura, scannano gli uomini, vi si stanziano col nome di Mamertini, e sottopongono gli Stati limitrofi, sostenuti da una legione romana che avea fatto in Reggio quel che essi in Messina. I Cartaginesi scorrono fino alle porte di Siracusa; onde questa chiama in soccorso Pirro re di Epiro,278sposo di Lanassa figlia di Agatocle, le cui imprese ci saranno divisate più tardi.Le altre città siciliane procedettero come satelliti delle due principali. Erano famose pei vini Taormina e Leontini, città voluttuose e di territorio ubertosissimo. Catania grandeggiò sul suo golfo, sinchè la lava dell’Etna non la sovvertì. Ibla, fabbricata da Greci diMegara, traea vanto dal miele, emulo dell’ateniese d’Imetto. Camarina era infestata e difesa da una palude; dato scolo alla quale, restò salubre, ma esposta ai Siracusani che la distussero. Con miglior fortuna Empedocle sanò i marazzi attorno a Selinunte. Erice visitavasi per la voluttuosa divozione di Venere; ne traevano lautissimi guadagni le schiave devote, la cui bellezza vive tuttora nelle donne del monte San Giuliano, popolato anche adesso dalle colombe, sacre alla dea d’amore. Allo scarco del monte su cui poggiava Erice, sorgeva Egesta, che avendo ricusato denaro ad Agatocle, vide i migliori cittadini mandati a strazio, fatte a brani le donne, venduti i figliuoli in Italia. Il suo nome fu dai Romani mutato in Segesta, perchè quei fieri superstiziosi impaurivano dinanzi a un vocabolo malaugurato qual era questo, somigliante adegestas, come Malevento cambiarono in Benevento. Di qui era nativa Laide, che a dodici anni trasferita a Corinto, divenne famosissima cortigiana; e i pittori accorreano per copiarne alcune bellezze. Imera vantavasi pei bagni caldi, e per aver dato la culla al poeta Stesìcoro. Allorchè i suoi concittadini voleano chiedere ajuti al tiranno Falaride contro i loro vicini, il poeta narrò loro la favola del cavallo, che volendo combattere l’orso, si tolse in ispalla l’uomo; riuscì vincitore, ma l’uomo aveva imparato a mettergli il morso e tenerlo schiavo. Enna, forte di mura, ridentissima di circostanze, celebrava con annue solennità le feste di Cerere, dea che quivi era nata, e la cui figlia era stata rapita mentre pe’ campi suoi coglieva fior da fiore.PRODUZIONIFenicj e Cartaginesi facevano dapprima in Sicilia vivo traffico d’asportazione; poi le colonie greche vi aumentarono l’industria. Le accennate favole sono argomento che da antichissimo vi si coltivavano il grano, l’ulivo, gli aranci; e il titolo di granajo d’Italia alludealla sua fertilità, tantochè nove milioni di sesterzj Roma vi spendeva ogni anno in grani[227]. Gelone offrì nutrire l’esercito greco tutto il tempo che durerebbe la guerra co’ Persiani. Gerone II ai Romani, dopo sconfitti al Trasimeno, regalò trecenventimila moggia di frumento, e ducentomila d’orzo. Diodoro attribuisce la prosperità di Agrigento all’olio e al vino che spacciava in Africa, dove ancora non erano naturati. Ne’ tempi storici, Anassila introdusse in Sicilia le lepri, e Dionigi il platano[228]. Riccamente vi facea lo zafferano, che contandosi pel più bel colore dopo la porpora, e per ingrediente prezioso delle vivande e de’ profumi, otteneva grande importanza, come anche l’abbondantissimo e squisito suo miele, quand’era ancora sconosciuto lo zuccaro. Favole e storie accennano ai copiosissimi armenti siciliani ed ai formaggi: i cavalli, massime di Agrigento, erano in gran nominanza, e in tal numero, che negli eserciti siciliani la cavalleria sommava a un decimo de’ pedoni. Inoltre v’abbondavano metalli, agate, oggetti di lusso; e Roma, già avvezza ai trionfi, stupì delle dovizie trovate nel saccheggio di Siracusa. Questa abbiamo detto di quanto popolo fosse ricca; ed altrettanto erano in proporzione Agrigento, Gela, Imera, Catania, Leontini, Lilibeo; Dionigi radunò sessantamila operaj dalle circostanze di Palermo.LETTERATURAIl fiore delle belle lettere in Sicilia prevenne quello di Grecia, e il dialetto dorico vi fece le migliori sueprove[229]. A Sparta ogni anno pubblicamente leggeasi il trattato dellaRepubblicadi Dicearco da Messina[230]. Epicarmo, fiorito nel 500, è il primo o dei primi che desse forma regolare alla commedia; metteva in canzone numi ed eroi[231]; trattava quistioni politiche, svolgendole in catastrofi ben derivate, dipingendo caratteri, intarsiandovi proverbj antichi e sentenze de’ Pitagorici, formando insomma quella mistura di lepido e di profondo che oggi è tanto pregiata quanto scarsa. Sofrone inventò i mimi: Corace e Lisia furono primi ad istituire scuole di retorica, della quale fu sì pronto l’abuso: e già Polo d’Agrigento è introdotto da Platone nelGorgiaa sostenere che l’interesse personale è la misura di tutto il bene; vantare la retorica perchè permette all’oratore di appagare tutti i suoi capricci, opprimere gli avversarj, e farli esigliare ed uccidere.TEOCRITOLa poesia pastorale fu creata in Sicilia da Stesìcoro, e più tardi perfezionata da Teócrito, il quale con bellissimi versi sembrò rinnovare l’illusione de’ giornifortunati, quando l’isola del sole godeva la pace e la tranquilla agiatezza de’ campi. Mirabile per la testura del verso e l’ingenuità della frase, non sempre egli evita le arguzie e i giocherelli di parole, delizia dei secoli di decadenza; ma è il solo fra i bucolici che abbia saputo farsi originale coll’esser naturale, essendo i suoi veramente pastori, a differenza di quelli di Virgilio, di Gessner, di Voss, e ancor più di quelli del Guarini e del Sannazzaro, che tradiscono la finzione col mostrare per la vita loro un appassionamento, non proprio se non di chi ne provò una diversa. Pure gli idillj di Teocrito sentonsi dettati alla splendida Corte di Tolomeo, alle lodi del quale e di Berenice dirizza continuo i pastorali accordi; e mira a dare risalto alla regia pompa col contrapposto della boschereccia semplicità, ed ingrandire la meraviglia delle feste col porne la descrizione in bocca di gente grossiera e stupita. Il panegirista della ingenuità campestre non ha vergogna di mendicare, e dire a’ suoi principi:—La musa mia negletta rimane nella solitudine; incoraggiatela, e saprà presentarsi con nobile confidenza».Men pastorali e meno ingegnosi sono gl’idillj di Bione da Smirne e di Mosco da Siracusa, somiglianti piuttosto ad elegie o a canti mitologici.SCIENZENè minor fiore ebbero in Sicilia le scienze. Già indicammo quante verità custodissero e trasmettessero i Pitagorici, applicando le matematiche alla fisica, fin a scoprire il vero sistema mondiale. In fatto Iceta da Siracusa, anteriore al naturalista Teofrasto, conobbe la rotazione della terra; Empedocle adombrò l’attrazione e repulsione newtoniana coll’amore e la discordia da cui fa generare i moti del mondo, e pare non ignorasse i fenomeni dell’elettricità[232]. L’analisi geometricae molte scoperte guidò Archìtada Taranto[233], che abbiamo veduto spesso a capo degli eserciti e del governo della sua patria.Gerone II mandò a Tolomeo Filadelfo re d’Egitto un vascello a venti ordini di remi, che superava ogni costruzione egizia in agilità e in meccanismi ingegnosi. Per esso fu tagliato sull’Etna tanto legname, quanto basterebbe a formare sessanta galee: v’avea splendide camere con trenta tavole da quattro persone (τετράκλινοι), pavimento a tarsìa rappresentante la guerra di Troja, gabinetti di voluttà, solati di agate e altre pietre di Sicilia, gallerie di quadri, scuderie, magazzini, cucine, forno, orologio, passeggio con giardino. Era disegno di Archimede, il quale forse inventò a quell’uopo le taglie e la vite perpetua; v’aggiunse un apparecchio da guerra, cingendolo d’una specie di cortina, con macchine che lanciavano travi lunghe venti piedi, e sassi pesanti cenventicinque libbre, alla distanza di cenventicinque passi[234].ARCHIMEDE287-212Questo Archimede segnò orme indelebili nella storia delle scienze; sebben nelle lettere onde accompagnava i varj suoi libri, attesti che molte cose avea non inventate, ma apprese. Le teoriche sue sono oggi ancora il fondamento dei metodi per misurare gli spazj terminati da linee o da superficie curve, e il loro ragguaglio con figure e piani rettilinei, fissando il rapportodella periferia al diametro come ventidue a sette. In due maniere indipendenti trovò la quadratura della parabola; nel trattato sulle spirali elevossi a considerazioni più ardue, conducendo le tangenti e misurando le aree di curve che oggi riguardiamo come trascendenti; tanto che Vieti l’accusava di falso, sinchè il calcolo differenziale e l’integrale provarono l’esattezza de’ risultamenti. Dimostrò che, se la sfera sia circoscritta al cilindro, il rapporto tra la superficie e i volumi è lo stesso, cioè due terzi: del quale teorema, che ancora è il più elegante della geometria elementare, tanto egli si compiacque, che volle queste due figure scolpite sul suo cippo funereo. Provò che in ogni sistema di corpi esiste un centro di sforzo e di gravità, e lo determinò nel parallelogrammo e nel triangolo, col che sottopose alla meccanica razionale tutti i problemi relativi all’equilibrio dei solidi.L’arenariasua avrebbe aria di nulla meglio che un giocherello di curiosità, dirigendosi a confutare chi diceva che nessun numero, per quanto grande, basterebbe ad esprimere la quantità delle arene: pure Archimede, formando una progressione numerica, per la quale esprimere quanti granelli se ne richiederebbero onde colmare la volta del firmamento, ridusse sensibili i concetti che si avevano intorno al sistema del mondo, e applicò il calcolo a conoscere il diametro del sole; tanto più mirabile perchè all’aritmetica greca mancavano figure onde esprimere di là dai cento milioni[235]. Non è fuori di probabilitàche siano dovute a lui la prima idea della rifrazione astronomica, e le più antiche ricerche sulle equazioni indeterminate.DOTTRINE E INVENZIONI DI ARCHIMEDEVolendo Gerone II chiarirsi se l’orafo, incaricato di fargli una corona, v’avesse impiegato tutto l’oro somministratogli, chiese ad Archimede se vi fosse modo di accertare le proporzioni della lega. E Archimede vi pensava come chi desidera riuscire, cioè giorno e notte, finchè nel gettarsi in un bagno, gli brillò agli occhi l’idea del peso specifico, e ne giubilò a segno, che così nudo balzò fuori, e corse attorno, gridando:—L’ho trovato, l’ho trovato». Vera o no che sia la storiella, torna ad Archimede il merito d’aver inventata e coordinata l’idrostatica; scoprì che ogni particella d’un fluido è premuta da una colonna del fluido stesso sovrappostale verticalmente, e che la porzione più compressa respinge la meno. Accertato il qual vero dall’esperienza, avvertì che un fluido, pesante verso il centro del globo, deve offrire una superficie sferica; e che un solido, il quale pesi quanto un egual volume di liquido, si sommergerà,mentre quelli che pesano meno ne emergeranno in proporzione: dal che inferì giustamente, che i corpi sommersi trovansi risospinti con una forza rappresentata dalla differenza tra il loro peso e quello d’un volume eguale di fluido, e che ogni solido immerso perde tanto di gravità, quanto pesa il volume d’acqua che sposta; fondamento dell’idrostatica.Progredendo, chiarì che i corpi sospinti da un fluido, salgono per la perpendicolare che passa pel loro centro di gravità, onde colla geometria potè determinare qual figura meglio s’addica ai galleggianti, affinchè inclinati si raddrizzino: canone fondamentale nella costruzione de’ vascelli, che Eulero e Bouguer ampliarono, ma che sta ancora qual lo pose il grande Italiano.A lui pure torna il merito delle prime nozioni scientifiche intorno alla barologia, almeno dei solidi; poichè, generalizzando l’osservazione volgare, egli primo stanziò che lo sforzo statico prodotto in un corpo dalla sua gravità, o vogliam dire il suo peso, dipende dal volume, non dalla forma superficiale: nozione che oggi ne pare semplicissima, e che pure fu il germe d’una proposizione capitale, a cui non venne dato compimento se non allo scorcio del secolo passato; vale a dire che il peso, non solo è indipendente dalla forma e dalle dimensioni d’un corpo, ma anche dal modo onde le sue molecole sono aggregate.Di quaranta invenzioni meccaniche gli antichi faceano lode ad Archimede; la teorica del piano inclinato, i sistemi delle carrucole, la vite perpetua, per cui un movimento di rotazione può trasformarsi in un altro perpendicolare al primo; avendo agli Egiziani per riversar le acque rimaste dopo gli allagamenti del Nilo, e per vuotare la sentina delle navi insegnato la vite detta d’Archimede, tuttora vantaggiosamenteadoperata, e consistente in un asse, con ale sporgenti a spira, e chiuso in un cilindro concentrico a quello, inclinato da 30 a 35 gradi all’orizzonte, e per la base inferiore appoggiato nell’acqua, sicchè girando eleva di passo in passo l’acqua fra le spire incavate ed il cilindro. Costruì pure una sfera che rappresentava i moti degli astri; e disse a Gerone che, datogli un punto d’appoggio, sposterebbe e cielo e terra[236]. Siccome però egli cercava la verità per se stessa più che per le applicazioni, non ci lasciò descritte le sue macchine; sebbene in grazia appunto di queste abbia acquistato la popolarità, la quale si attacca più volentieri alle applicazioni.ARTI BELLESiamo lieti di soggiungere che del suo talento meccanico egli fece l’uso migliore che uom possa, adoprandolo a difesa della patria. Siracusa era assediata dai Romani, ed il console Claudio Marcello v’adoprava tutta la bellica maestria: ma al punto di mettere in atto le macchine, se le vedeva rendere inerti da sempre nuovi congegni d’Archimede, e le navi or affondate, or rapite in alto, ora capolevate, o con specchi incendiate di lontano[237]. Però l’arted’Archimede non potè salvare la sua città dai tradimenti. Già il nemico l’aveva invasa, ed egli rimaneva tuttora assorto ne’ suoi calcoli, talchè non udì la intimata d’un guerriero romano, che veniva invitarlo a nome di Marcello. Il brutale Romano, credendosi insultato da quella noncuranza, l’uccise. I guaj della Sicilia non le lasciarono o libertà o sentimento di onorare il gran cittadino; e la colonnetta colla sfera e il cilindro, che segnava la gleba del riposo di lui, giacea dimentica fra le tombe volgari quando Cicerone[238]andò a sterrarla di sotto le macìe, e richiamarla all’onoranza degli immemori Siracusani.Dell’antica grandezza ci conservò stupende testimonianze la Sicilia nelle belle arti. Fin di cinque secoli avanti Cristo abbiam medaglie sue, e di colà sono le più belle fra le antiche, a gran pezza migliori che quelle della Grecia propria; e massimamente i nummi incusi di re Gelone, di Gela, Agrigento, Sibari, Crotone, Reggio, Taranto, palesano squisitissimo gusto. Iperbio ed Agricola che fabbricarono la rôcca di Atene, secondo Pausania venivano di Sicilia. A Learco reggiano gli Spartani commisero una statua di bronzo in molti pezzi, connessi con chiodi, nel 178 di Roma; nel 214 Damea crotoniate lavorò in Elide quella dell’atleta Milone. È lodatissimo un gruppo di Siracusa che incorona Rodi; insigni vasi dipinti vi si vanno scoprendo; e il siciliano Demofilo pittore è gloriato come maestro di Zeusi, uno de’ maggiori artisti, e che fu d’Eraclea nella Magna Grecia.RUINE DI SELINUNTEI monumenti siciliani tengono dell’austerità e forza dorica, più che della mollezza e grazia jonica, e sempre con carattere arcaico. Ma l’arte vi venne di Grecia? o da noi passò colà? A quest’ultima opinione farebbero piede i bassorilievi, scoperti non è molto a Selinunte. Questa città ebbe nome dal petroselino che prospera ne’ suoi dintorni, e che essa portava nel suo stemma[239]; durò soli ducenquarantadue anni, e fu distrutta da Annibale prima che sentisse la mescolanza straniera. Giace in riva al mare a mezzodì dell’isola inun vasto piano, diviso da un vallone, ove oggi stagnano le pioggie, e la chiamano Terra de li Pulci. Se la guardi dal capo Granìtola, la credi ancora una gran città; accostandoti riconosci che tutto è ruine, ma così gigantesche che tramutano la melanconia in istupore, e la fantasia si compiace con quei massi enormi, con quegli immani rocchi ricostruire edifizj che parrebbero fatti per una generazione di giganti. Epilieri de’ gigantierano appunto denominati dal vulgo, al quale solo erano conosciuti, dopo che probabilmente un tremuoto volse sossopra que’ colonnati. Tardi vi si applicò l’attenzione degli antiquarj; e sopra l’alta collina prossima al mare, che sembra fosse l’antica acropoli, si intrapresero escavazioni, onde vennero al giorno tempj dorici, sul maggiore de’ quali, periptero esastilo, sovra diciassette colonne posava un cornicione con un fregio dorico, fra’ cui triglifi stavano metope preziose, anteriori d’un secolo e mezzo a quelle d’Egina, che si contano per le più antiche di Grecia. E sette sono que’ tempj, parallelamente disposti su due colline, tutti, dal minore in fuori, circuìti da colonne doriche, nascenti e fortemente rastremate, coll’echino molto sporgente,e viepiù in grazia del sottoposto cavetto. In due di essi, colonne a doppia schiera sostengono il portico nel prospetto, e il pronao chiuso a modo di vestibolo, e le mura della cella prolungate senza pilastri nè colonne; disposizioni che si riscontrano soltanto ne’ monumenti egizj. Nelle metope suddette in rozzo tufo, rappresentanti Ercole coi Làpiti, Perseo con Medusa ed altre scene mitologiche, la monotonia delle teste in profilo tagliente senza cognizione dello scorcio, le barbe a punta, gli occhi fessi al modo degli uccelli, le bocche, i capelli, le pieghe sentono il far rituale, che copia tipi convenzionali anzichè la natura, e indicano il passaggio tra l’arte egiziana e la greca. La prima predomina nelle più antiche; due s’accostano ai marmi d’Egina; nelle altre cinque le variate pose e il piegar degli abiti mostrano un’arte avviata al movimento ordinato e alla rappresentazione animata della classica Grecia. In generale però le opere plastiche dell’isola non ne pareggiano la grandiosità architettonica, nè mai abbandonarono l’arcaismo.RUINE DI SEGESTAFra Trapani e Palermo sorgeva Segesta, fabbricata dagli Elimi, colonizzata dai Tessali; e ancora in mezzo alla solitudine vi s’incontra un tempio parallelogrammo di cinquantasette sopra ventiquattro metri, cinto da trentasei colonne doriche, elevate nove metri e del diametro di due; robuste quanto richiedevasi per reggere il soprornato gigantesco. Tutto s’impronta di una antichità anteriore alla greca educazione, e meglio è conservato perchè non subì le erudite trasformazioni dell’imperatore Adriano, come i monumenti greci.Se passiamo a Siracusa, troviamo opere più ingentilite e tondeggianti; ed oltre i sepolcri, i tempj, ed uno stilobate lungo cenventicinque passi, che sostiene un’ara oblunga detta di Gerone II, che aveva cornice dorica, adesso appunto si scoperse l’acquedotto che provvedevacopiosamente di acque l’isola, e che potè dare origine alla favola di Aretusa, per confondersi colla quale veniva il fiume Alfeo sin dal Peloponneso,Incorruptarum miscentes oscula aquarum[240]. L’anfiteatro, formante un’elissi molto allungata, parte costruito di pietroni, parte tagliato nel masso, probabilmente fu fatto dai Romani ad uso della colonia postavi, giacchè non sarebbe proporzionato all’antica popolazione. Più accuratamente erasi fabbricato il teatro, che Diodoro Siculo farebbe il più insigne di Sicilia; e posto nel luogo più popoloso della città, offriva agli spettatori la vista del mare, del gran porto, dell’isola Ortigia, delle belle campagne irrigate dall’Anapo, e de’ migliori edifizj della città. Altrettanto meravigliose sono le catacombe, che serpeggiano per molte miglia sotto Acradina, Tiche e Neapoli, attestando dal numero dei morti l’immensa popolazione di quella città.MONUMENTI IN SICILIANè manca di che ammirare a Catania, sebbene molti fabbricati rimangano sepolti dalle lave; come il teatro, costruito di grandi massi senza cemento, il tempio di Cerere, e tant’altri cimelj, che tratti in luce dalla munificenza del Paternò principe di Biscari, formano uno dei più sontuosi musei. Sotterranei e sculture gigantesche si hanno pure a Lilibeo, tomba della Sibilla Cumana, poi riedificato dagli Arabi col nome di Marsala, cioè porto di Dio, e da poco tempo reso celebre per la preparazione de’ vini stabilitavi da una società inglese.Stupendo poi è a Taormina il teatro, che da una banda mostra il clivo scendente fino al mare Jonio, dall’altra la pendice che sale al fumante vertice del Mongibello: statue, colonne, vasi, che l’adornavano, caddero a pezzi od arricchirono la moderna chiesa; e le volte e le nicchie artifiziosamente disposte per moltiplicare la voce degli attori, non ripetono più che il grido d’ammirazione degli stranieri e il gemito de’ paesani.—Popolo ascolta i miei canti e il suon della lira sposato alla voce. Io celebro Agrigento, delizia di Venere, e la bella sua campagna. Le Grazie, seguendo le orme della dea, danzano per queste valli; e spesso sulle sfere stellate la lode delle sue piaggie risuona sulle labbra d’Apollo». Così cantava Pindaro; ma Agrigento, che servì poi di piazza d’arme ai Cartaginesi nella guerra contro i Romani, e fu presa da questi, or si trova ridotta al piccolo Girgenti, sparso però di resti d’antica magnificenza, e tombe d’uomini, di cani, di cavalli per ogni via. Qual magnifico prospetto non dovea presentare, a chi venisse d’Africa, quel porto, incoronato di superbe costruzioni e di tempj a ciascun dio, fabbricati dai prigionieri cartaginesi! Alcuno ancor ne sussiste, e i principali furono dai moderni, non con bastante ragione, intitolati a Giunone Lacinia e alla Concordia. Il primo ha un portico di trentaquattro colonne doriche; l’altro pur dorico bene sviluppato e colto, è il più bel monumento della Sicilia, malgrado la pesante trabeazione e ricorda il Partenone d’Atene. Quello d’Ercole perì: a quello di Giove Olimpico lavoravasi ancora quando i Cartaginesi presero la città, sicchè rimase imperfetto; di proporzioni gravi, come tutti gli edifizj dell’isola, e non senza qualche pesantezza e rusticità di dettagli, per ardimento di costruttura e grandiosità di proporzioni era posto a pari col celebre di Diana in Efeso; le colonne doriche si alzano ventimetri sopra quattro di diametro, talchè nelle canalature un uomo può riporsi come in una nicchia. Rimase coperto fra i rottami sino ai giorni nostri, quando i frantumi revocati alla luce, e i colossi di rigidezza primitiva, che sopportavano il coperto dell’ipetro, mostrarono quante cose nostre rimangano a scoprire, quante antiche grandezze a interrogare. Un solo pezzo d’architrave è lungo otto metri; e Denon, che pur aveva studiato l’Egitto, restava attonito davanti a quelle masse che pareano fatture di giganti, e ogni colonna una torre, ogni capitello una rupe.

CAPITOLO X.Sicilia.SICILIATeatro di grandi agitazioni naturali, come di mitologici eventi fu la Sicilia, in prima denominata Trinacria dalla figura triangolare. Le vetuste tradizioni ledanno per abitanti Lotofagi[217], Lestrigoni, Polifemi, val quanto dire genti ancora sciolte da civile consorzio, che vi pasceano le greggie, viveano dei frutti spontanei, e abitavano nelle ampie grotte de’ suoi monti, dove poi i Ciclopi introdussero il lavoro dei metalli. Giove che regna sul monte Etna, e che questo monte, anzi l’isola tutta scaglia sopra i ribellati giganti; il dio Apollo che pascola gli armenti in Ortigia, dove ha culto la cacciatrice Diana; Saturno che dalla ninfa Talìa vi genera Venere, la quale preferisce il monte Erice al suo tempio di Gnido; Cerere che in Enna introduce la coltura del grano; Trittolemo che insegna ad arare; Aristeo che mostra come coltivare gli ulivi e spremerne olio, e raccorre il miele dagli alveari; Ercole che vi mena gli armenti tolti a Gerione da tre corpi, uccide in duello il gigante Erice, scopre e insegna l’uso delle acque termali ad Egesta ed Imera, e feste nuove e riti surroga a’ sagrifizj umani; Mercurio e Fauno che da Sicilia prendono le mosse onde arrivare in Egitto; Orione gigante che fabbrica il Peloro, sono favole che, qualunque ne sia l’arcano significato, rivelano vetustissima la civiltà di quell’isola.Le popolazioni che il sopraggiungere di nuove cacciava, dall’Italia, sovente vi rifuggirono. I Sicani, gente iberica, v’erano accasati allorquando, tre generazioni prima della guerra di Troja, i Siculi e i Morgeti, spinti dagli Enotrj, invasero i fertili valli orientali, restringendo i Sicani ad occidente[218]. Di là da questi, versola punta a libeccio, nel terreno sassoso cui fende il fiume Màzara, sedevano gli Elimi, propagine pelasgica venuta dall’Epiro, la cui capitale Egesta vantavasi fondata dal trojano Aceste. Origine iliaca ostentavano pure Drépano, Entelle, Erice, ove il tempio di Venere era costrutto alla ciclopica. Queste tradizioni appellano a colonie levantine di grande antichità, alle quali si aggiunsero prestissimo i Cretesi, simboleggiati in Dedalo, architetto famoso, che aveva fabbricato in Creta un edifizio, conosciuto col nome di Labirinto, e che, chiuso in quello, trovò portentosa via al fuggire, dissero volando, e fu accolto da Tocalo re de’ Sicani. Minosse re di Creta venne a riclamarlo, e s’impadronì di Eraclea Minoa sul fiume Alcio; ma vi trovò morte. Di qua dei tempi favolosi, Fenicj e Cartaginesi presero stanza sul littorale nell’viii secolo prima di Cristo.COLONIE GRECHETeocle ateniese, naufragato sulle coste orientali della Sicilia, stupì di quell’opportuna postura, e rimpatriato, propose a’ suoi di menarvi una colonia.756Non esaudito, si volse agli abitanti di Calcide in Eubea, co’ quali fondò Nasso sulle sponde del fiume Onobata. Tosto altri coloni lo seguono, i quali delle già fiorenti città fenicie o sicule s’impossessano, arrogandosi l’onore della fondazione, e snidando i prischi abitatori; e ben tosto ebbero occupato tutta la plaga orientale e meridionale dal capo Peloro al Pachino e al Lilibeo, mentre attorno alla punta occidentale si trovarono ridotti i Fenicj, e singolarmente a Selinunte, Motia, Panormo.AGRIGENTODesignano pure come città calcidiche Zancle, Imera, Mile, Catania, Leontini, Megara. Altre ne aveano contemporaneamentefondate i Dorj, fra cui Siracusa che popolò Acra, Casmena, Camarina, Tapso, Gela, da cui derivò Agrigento[219].FALARIDELa differenza d’origine e perciò di costituzioni fu seme di reciproche nimicizie, che guastarono il breve fiore. Da prima i coloni sfogarono la loro attività col sommettere i natìi; e com’ebbero così ridotte le campagne in arbitrio di poche famiglie, discendenti dai primi coloni, gli ambiziosi seppero profittarne per erigersi tiranni. Il primo che riuscì fu Panezio da Leontini, solleticando, come è stile dei demagoghi, l’eterno rancore dei poveri contro i ricchi.582Anche Agrigento, governata prima aristocraticamente al par di tutte quelle d’origine dorica, cadde a tiranni, fra i quali il cretese Falaride.566Le storie sono piene delle costui atrocità; forse esagerate dal genio democratico de’ Greci per fare aborrita la signoria dei re. Chi non intese parlare del toro di rame rovente, in cui egli chiudeva le sue vittime, e primo l’ateniese Perillo che l’aveva inventato? Ma le relazioni troppo discordano, e noi incliniamo a vedervi espresso un suo tentativo d’introdurre l’esecrabile rito fenicio e cartaginese d’abbrustolire gli uomini in onore del dio Moloc. Menalippo risolse uccidere Falaride, e si confidò all’amico Caritone, che gli disse aver anch’egli già lo stesso proposito. Venuto il destro, Caritone s’avvicina armato al tiranno; è arrestato, ma per tormenti non rivela i complici. Allora Menalippo si presenta, dichiarando aver egli primo ideato il fatto e indottovi l’amico; questi nega; nasce gara; della quale stupito, il tiranno perdona ad essi vita e beni, purchè abbandonino il paese[220]. Per egualisospetti incrudelì invece contro di Zenone filosofo: ma le costui grida commossero la moltitudine tanto,534che ammutinata lapidò il tiranno.AGRIGENTODopo breve libertà, vi tiranneggiò Alcmane, poi Alcandro, indi Terone, esaltato dal maggior lirico greco Pindaro, e dagli storici per avere sconfitto i Cartaginesi e soggiogato Imera.480Trasideo, suo figlio e successore degenere, fu rotto e cacciato di regno da Gerone di Siracusa; e da quell’istante Agrigento si resse a popolo sul modello di Siracusa, e toccò l’apice di sua grandezza. Il vino e gli olj che spediva in Africa, la resero una delle città più opulente, magnifica di lusso e pubblici monumenti; talchè si diceva che gli Agrigentini fabbricavano come mai non dovessero morire, e mangiavano come non avessero a vivere che un giorno. Esemto, tornando vincitore dai giuochi olimpici, entrò in Agrigento accompagnato da trecento carri, tirato ciascuno da una pariglia di cavalli bianchi, razza siciliana[221]. Gellia serbava ne’ cellieri trecento botti di vino da cento anfore ciascuna; imbandiva ogni giorno molte tavole, e i servi alla porta v’invitavano ogni viandante; passando un giorno cinquecento cavalieri di Gela, li trattò tutti quanti, poi mettendosi il tempo sul piovere, donò a ciascuno un mantello della sua guardaroba[222]. L’abbondanza cagionò mollezza; e in untempo d’assedio si dovette proibire ai cittadini, quando per turno andavano di sentinella alla ròcca, di portare più che un materasso, coperta e capezzale.SIRACUSA732Siracusa, fondata dall’eraclide Archia di Corinto poco dopo di Roma, era governata dai proprietarj (geomori); ma gli schiavi, arruffati dai demagoghi, si rivoltarono e li ridussero a rifuggire a Casmena. Ingordi di vendetta, quelli porsero consigli e ajuto a484Gelone tiranno di Gela, che per tale appoggio acquistò la signoria di Siracusa, e tosto la estese chiamandovi altri Greci, e trasportandovi i ricchi di Megara, di Camarina e d’altre città distrutte; intanto faceva vendere fuori i poveri, dicendo esser più facile governare cento agiati che non uno solo al quale non resti nulla da perdere. Per tal guisa Gelone venne poderoso per mare e per terra, e largheggiò di frumento co’ Romani.I Persiani, nobile e poderosa popolazione dell’Asia Grande, aspiravano a sottomettere la Grecia; laonde Dario lor re, avendo in corte Democede medico di Crotone, il mandò con dodici Persiani ad esplorare le coste della Grecia, e quelle della bassa Italia colonizzata da Greci. Ma in questa ricevettero pessime accoglienze, e a grave fatica camparono dalle prigioni di Táranto. Però Serse nuovo re assunse l’impresa di soggiogare la Grecia, e con esercito memorabile passò l’Ellesponto. Il piccolo ma generoso paese vi oppose una resistenza memorabile; e fu allora che Gelone ai Greci esibì ducento triremi, ventimila fanti e duemila cavalli, purchè gli conferissero il comando della flotta alleata. La domanda gli fu disdetta; ed i Cartaginesi che parteggiavano con Serse, affine d’impedire che Sicilia e Magna Grecia soccorressero alla madrepatria, mandarono a Panormo Amilcare, figlio di Magone,480con grosse armate. Gelone però con cinquantamila uomini e cinquemila cavalli lo sorprese presso Imera, e mandò in dirotta: cinquantamilaAfricani restarono sul campo, e tanti prigionieri, che si disse trapiantata l’Africa in Sicilia.GELONEMeglio che per la vittoria noi onoriamo Gelone per la pace, nella quale pose patto ai Cartaginesi che cessassero dai sacrifizj umani. I tesori acquistati in quella guerra distribuì ai valorosi e ai tempj, massime a quello d’Imera; e i prigionieri, fra i varj corpi dell’esercito, di che s’ebbe modo di coltivare nuovi campi, finire molte fabbriche, ed alzare in Agrigento un insigne tempio e famosi acquedotti. Sciolto da questi nemici, de’ quali anzi accettò l’alleanza, accingevasi a portare i promessi soccorsi ai Greci, quando seppe che il costoro patriotismo era bastato a respingere le immense turbe dei Persiani. Allora congedò l’esercito; e radunati i suoi sudditi, inerme comparve tra loro armati, rendendo conto della propria amministrazione, e ne riscosse vivi applausi.Rigoroso da principio, come fu assodato si ridusse mite e giusto; favorì l’agricoltura, vivendo egli stesso fra’ campagnuoli: sbandiva a tutta possa le arti corruttrici, e meritò che i sudditi lo chiamassero il loro miglior amico. Sentendosi gli anni far soma addosso, rinunziò al fratello Gerone e poco sopravvisse. Da’ Cartaginesi e dal tiranno Agatocle fu distrutto il magnifico sepolcro di lui, non la memoria di sue virtù.GERONE478Gerone succedutogli teneva splendidissima corte: diceva le orecchie ed il palazzo del re dover essere schiusi a tutti: all’eloquenza, che allora faceva le prime prove e che sì facilmente degenera in ciarla e sofismi, pose freno, più volenterosa mano porgendo alle arti dell’immaginazione; sicchè a lui accorsero di Grecia i poeti Bacchilide, Epicarmo, il maggiore tragico Eschilo quando vecchio fuoruscì dalla patria, e Pindaro che nelle sue odi non rifina di esaltarlo generoso e giustissimo, amico della musica e della poesia, e perchè delsuo ricco e magnifico palazzo apriva le porte alle Muse. Sull’avarizia e le violenze ond’egli si contaminò, stesero un velo officioso i beneficati. Il patetico poeta Simonide era penetrato più avanti nella confidenza del principe; il quale lo interrogò qual sentimento avesse sopra la natura e gli attributi della divinità. Simonide chiese un giorno onde riflettere avanti rispondere; al domani ne chiese due; e così andò via raddoppiando, finchè incalzato dal re, confessò che, più vi pensava, più trovava il tema intricato ed oscuro. Oggi la femminetta vi risponde.Gerone osteggiò Terone e Trasideo signori d’Agrigento, perchè avevano dato ricovero a Polisseno fratello di lui, cacciato come troppo ben voluto dal popolo: ma Simonide, interpostosi della pace, la sodò con parentele. Spedita la flotta a sussidio di Cuma, Gerone riportò vittoria navale sopra gli Etruschi. Trasferì in Leontini gli abitanti di Catania, in questa ponendo coloni nuovi, affine di conseguire il titolo d’eroe, di cui onoravansi i fondatori di città, e prepararsi un asilo in caso di disastro.TRASIBULO467Ivi morì, e gli successe Trasibulo suo fratello; delle cui crudeltà disgustati, i Siracusani s’intesero colle altre città, lo cacciarono, ed in memoria istituirono annua festa a Giove Liberatore, col sacrifizio di quattrocento cinquanta tori da banchettare.466Siracusa allora ripigliò governo a popolo; e ad imitazione di essa le altre città di Sicilia cacciavano la gente nuova per ripristinare gli antichi proprietarj ne’ beni rapiti, e nel privilegio delle magistrature. Questo ristabilimento del governo repubblicano immerse l’isola in gravi tempeste, ma la guerra civile terminò colla espulsione degli avveniticci, ai quali fu assegnata per dimora Zancle, che aveva preso il nome di Messina per coloni messenj ivi piantati. Questi rifuggiti, i più diorigine italiana, furono nocciolo d’un’associazione bellicosa, che poi, col nome di Mamertini, aperse l’isola ai Romani, cioè alla servitù.445Gli antichi Siculi, non ancora tutti periti, osarono alzare il capo, concorrendo da tutte le città, eccetto Ibla, sotto la direzione di Ducezio, per espellere i Greci. Prosperati in sulle prime, provarono poi avversa la fortuna, e Ducezio rifuggì agli altari dei Siracusani, che lo mandarono a Corinto, e l’antica schiatta restò irremissibilmente soggiogata. Pure, pigliando parte cogli uni o cogli altri nelle continue guerre, facea prevalere quelli con cui s’accampasse.DEMOCRAZIA E GRANDEZZA DI SIRACUSASiracusa assodò il suo potere con questo trionfo e con un nuovo che riportò sopra446l’emula Agrigento; vinse in mare gli Etruschi; stabilì una pace generale, alla cui ombra fioriva, e messa a capo delle città greche di Sicilia, cresceva d’opulenza, ed empivasi dischiavi, d’armenti e di tutte le agiatezze della vita[223]. Timore di tirannia le fece istituire ilpetalismo, per cui scriveasi sopra una foglia di fico il nome di chi paresse tanto illustre da poter soverchiare, e qualora i voti bastassero, colui dovea restare per cinque anni sbandito: legge conforme all’ostracismo d’Atene e al discolato di Lucca, che punendo non la colpa ma la possibilità della colpa, stoglieva dagli affari i migliori, lasciando la repubblica alla ciurma invidiosa e inetta; ma fu ben presto abolita.Stava Siracusa sur un promontorio, cinta tre lati dal mare, dominata dalla rôcca Epipoli, e fortissime mura giranti diciotto miglia difendevano un milione ducentomila abitanti. Tre porti apriva alle navi di tutto il mondo, il Trogilo, il piccolo di Marmo, e quel delle Neocosie, grande cinque miglia, sicchè bastava a trecentogalee, e dove più di cento navi poterono battagliare. Dentro era divisa nei quartieri di Acradina, Tiche, Temeno ed Ortigia o isola, il solo che ora forma la città, eccessiva ai quattordicimila abitanti sopravanzatile. Era stata costrutta coi sassi delle vicine latomie, che poscia furono trasformate in prigioni; e vi si ammirava principalmente il tempio dorico di Minerva, con due facciate ed un peristilo esteriore, sul cui frontone giganteggiava un’egida di bronzo col teschio del gorgone; alle porte di legno fino erano riccamente intarsiati oro e avorio; preziose pitture lo fregiavano; e più tardi Archimede vi delineò sul pavimento una meridiana, ove il sole batteva dritto agli equinozj. Quando alcuno ostentasse ricchezze, i Greci gli diceano per proverbio:—Non ne possedete un decimo di quelle d’un Siracusano». Due sorelle doviziose, narra Ateneo, lavavansi in una delle limpide fontane, ombreggiata dai papiri e dai cacti; e venute a contesa sulla propria bellezza, chiesero giudice un giovane mandriano. Egli preferì la maggiore, la quale il ricompensò collo sposarlo, mentre l’altra si unì al fratello di lui. Le due, dettecallipigidalla parte che in esse avea vanto, fondarono un tempio alla bellezza callipiga; e dalle ruine di quello fu estratta la famosa Venere di tal nome. Altrettanto famosa è la statua di Esculapio. Feste solenni si celebravano pure, dette Caneforie, Citonee, Targelie, con suntuosi banchetti.I Leontini, gelosi e dolenti di vedersi privati del commercio, mandarono l’illustre oratore Gorgia loro concittadino a sollecitare contro di Siracusa427gli Ateniesi; i quali, allora sobbalzati da sfrenata democrazia, volentieri misero mano negli affari di quell’isola, riconoscendola di suprema importanza a dominare il Mediterraneo. Pertanto spedirono navi a soccorso di quegli Jonj e dei Reggini, e per alcuni anni rimestarononelle discordie intestine dell’isola, finchè la ricomposero, a patto che ciascuno ritenesse quel che aveva. I Leontini o franti dalle dissensioni interne, o vedendosi incapaci a difendere la propria città, la demolirono e si mutarono in Siracusa, che primeggiava, per quanto gli Ateniesi avessero tentato armarle incontro una federazione.SPEDIZIONE DEGLI ATENIESI416Undici anni dopo, venute alle mani Egesta e Selinunte, Siracusa favorisce all’ultima, e gli Egestani superati ricorrono ad Atene per ajuti, mostrando che altrimenti i Dori metterebbero a giogo irreparabile gli Jonj. Atene trovavasi allora sulle braccia la Grecia intera nella lunga guerra peloponnesiaca, laonde i prudenti la distoglievano da questa nuova briga; ma Alcibiade, consigliatore di quei partiti estremi che allettano il vulgo, mostrava come l’occupazione della Sicilia sarebbe scala all’Africa e all’Italia, e fece decretare la guerra, e capitani lui, Lamaco e Nicia che l’avea sempre dissuasa. Mai sì bella flotta non aveva allestito Atene; mai impresa non era parsa più popolare; cittadini e stranieri in folla accompagnarono gli armati al porto, e incensi e profumi olezzanti da vasi d’oro e d’argento, e copiose libagioni propiziarono gli Dei alle navi, che adorne di festoni e di trofei salpavano, tanto sicure dell’esito che il senato prestabilì la sorte delle varie provincie dell’isola.415Centrentaquattro triremi sferrarono da Corcira, con cinquemila soldati di grave armadura, oltre gli arcieri e i frombolieri; ma non più che trenta cavalli. Traversato il mare, furono accolti sgarbatamente da Turio, Taranto, Locri, Reggio, benchè colonie attiche: gli Egestani, che eransi proferti di pagare le spese della guerra, trovarono d’avere nel tesoro appena trenta talenti. Il cauto Nicia allora proponeva: «Non diamo ai bugiardi Egestani maggiore ajuto di quel che sonoin grado di pagare»; e mostrando ingiusta la causa assunta, col tentennare scoraggiva i soldati.413Pure vollero cingere d’assedio Siracusa, quando però già le avevano lasciato agio di fornirsi di viveri e d’armi, mentre gli Ateniesi erano peggiorati d’uomini, di provvigioni, di coraggio. L’abile Nicia condusse l’assedio con tal maestria, che stava per pigliare la città; quando Alcibiade che, disgustato colla patria, era rifuggito agli Spartani, indusse questi Dori a soccorrere la dorica Siracusa. Spediscono di fatto Gilippo, il quale presenta la battaglia, e vince e scioglie l’assedio.Allora gli Ateniesi pensarono a ritirarsi, e n’erano in tempo; ma sul salpare delle àncore, ecco il sole s’eclissa; e Nicia, non volendo entrare in viaggio con questo sinistro augurio, differisce la partenza. Approfittarono del momento i Siracusani e Gilippo,agostoe sul mare e per terra percossero gli Ateniesi di una piena sconfitta. I Siracusani eransi assicurato l’avvantaggio in mare col far le prore meno alte che quelle degli Ateniesi, onde percotevano le navi avversarie a fiore o sott’acqua, e talvolta d’un solo urto le mandavano a picco. Nicia stesso cadde prigione, ed o si uccise o fu ucciso nel carcere; settemila prigionieri chiusi nelle latomie, stentarono al sole cocente ed alle pioggie, scarsamente nudriti e abbeverati; alcuni vi morirono, altri vi penarono l’intera vita, quali furono venduti. Fortuna fu per alcuni il conoscersi di lettere; ed il sapere a mente versi d’Euripide a molti fruttò la libertà ed il ritorno in patria. Era Euripide il terzo poeta tragico della Grecia, e tal conto ne facevano i Siciliani, che stando per respingere dalla costa un legno caunio, inseguito da pirati, come intesero che i naviganti sapevano versi di quel poeta, dieder loro ricetto.DIOCLEI Siracusani avevano dunque fatto costar caro agli invasori l’aver tentato la loro patria; e come avvienedopo le guerre di liberazione, crebbero in grandezza. Diocle persuase a riformare lo Stato, conferendo il governo a giudici tratti a sorte,412e da persone capaci facendo compilare un codice. Lui capo, si stanziarono leggi che non solo punivano i malvagi, ma anche ricompensavano i buoni; e furono adottate da molte città con sì felice prova, che a410Diocle si volle erigere un tempio.Le contese rinate fra Egesta e Selinunte trassero Siracusa in guerra con Cartagine, che dal lido africano allora signoreggiava il Mediterraneo; e gli eventi che ne seguirono mutarono faccia alla Sicilia. I Cartaginesi, venuti come ausiliarj degli Egestani, presero Imera, condotti da Annibale figlio di Giscone, il quale fece strozzare tremila prigionieri nel luogo stesso dove Amilcare suo zio era stato ucciso a pugnalate dopo vinto da Gelone; e sterminò Selinunte e Imera. Poi aspirando a conquistare l’isola tutta,408il vecchio Annibale col giovane Imilcone vi sbarcò cenventimila guerrieri, che diroccarono Agrigento, e ne spedirono a Cartagine preziosissimi capi d’arte, e pelli e teschi di uccisi, a decorazione de’ tempj.DIONIGI IL VECCHIOImmenso terrore colse tutti i Sicilioti. Ermocrate, il più grand’uomo dell’isola dopo Gelone[224], erasi mostrato eroe nella guerra contro gli Ateniesi, poi sbandito per intrighi degl’invidiosi, soliti a camuffarsi col titolo di popolani, avea tentato rendersi tiranno di Siracusa. Restò ucciso, ma il valore e l’ambizione di lui ereditò il figlio Dionigi, il quale tolse occasione dai disastri per incolpare i giudici di Siracusa di tepidezza e di corruzione. Una legge, la quale anche oggi gioverebbe a frenare cotesti eroi da piazza, volea che, chi non potesse provare l’accusa, fosse multato come calunniatore;a Dionigi toccò tal pena, e non trovandosi in grado di soddisfarla, perdeva il diritto di più favellare dalla tribuna, quando Filisto (che poi scrisse la storia di Sicilia) pagò del suo, anzi entrò mallevadore per le multe in cui potesse incorrere. Sentendosi spalleggiato, Dionigi infervorò le declamazioni; il popolo, che già lo reputava pel valore, riformò i giudici, e lui pose fra gli eletti. Egli fece richiamare i fuorusciti, sicuro di averli saldissimo appoggio; contrariò i colleghi, ribattendone tutti i consigli e celando i suoi proprj; e col mandar voce ch’eglino s’intendessero co’ nemici, ottenne per se solo il comando delle armi. Spedito a soccorrere Gela, vi protesse la plebe contro i ricchi, e coi beni confiscati a questi fece larghezza all’esercito, mediante il quale occupò in Siracusa405l’assoluta potestà.Allora si cinse di bravi, strinse parentele potenti, adoprò sessantamila uomini e tremila paja di bovi per fortificare l’Epipoli, con sotterranei che comunicavano al forte di Labdalo, e che con frequenti aperture nella volta agevolavano le sortite. Da principio provò avversa la fortuna, e non potè difendere Gela dai Cartaginesi; onde i soldati rivoltatisegli, saccheggiarono il palazzo di lui e ne maltrattarono la moglie, tanto ch’ella ne morì. Colla forza e col macello Dionigi sottopose i rivoltosi; poi valendosi degli schiavi affrancati, dei soccorsi spartani e della peste sviluppatasi tra’ Cartaginesi, costrinse questi alla pace, e a cedere tutte le conquiste fatte nell’isola, e Gela e Camarina smantellate; e tornò indipendenti tutte le città. I Siracusani, che soli restavano in servitù di lui, insorti di nuovo, sì ben lavorano che lo riducono all’ultima estremità: ma Dionigi sa tenerli a bada, finchè sopraggiunti i suoi alleati, li vince e disarma; e preceduto dal terrore, assoggetta Nasso, Etna, Catania, Leontini;403e può addensare tutte le forze al suo costante intento di snidare dall’isola gli Africani.Con ottantamila uomini e duemila vascelli affronta i Cartaginesi; ma questi, guidati da Annibale ed Imilcone, radunano a Panormo trecentomila uomini e398quattrocento navi, prendono Erice e Motia, distruggono Messina, e procedono sopra Catania e Siracusa, nel cui porto entrano con ducento galee ornate di spoglie nemiche, e con un migliajo di navi minori.392Pure, decimati dalla peste, dovettero andarsene, cedendo anche Taormina, da loro fondata per collocarvi gl’Italioti venuti in loro sussidio.Dionigi move allora ad assoggettare la Magna Grecia; generoso, alle città vinte lascia l’indipendenza, e rinvia senza riscatto i prigionieri; solo esercita fiera vendetta sopra Reggio, ricovero de’ fuorusciti siracusani, che, poderosa di trecento vascelli, resse undici mesi d’assedio; al fine caduta,387più non potè risorgere[225].Anche all’Illiria ed all’Etruria portò guerra Dionigi, sott’ombra di sterminare i pirati; dal tempio d’Agila tolse mille talenti, e il valore di cinquecento in prigionieri e spoglie. Perocchè egli non si fece mai scrupolo di spogliare gli Dei; levò a Giove un manto d’oro massiccio, dicendo,—Gli è troppo pesante per l’estate, troppo freddo per l’inverno»; ad Esculapio fece staccare la barba d’oro, come essa disconvenisse al figlio d’un padre imberbe; tornando a gonfie vele d’aver saccheggiato il tempio di Proserpina a Locri, esclamò,—Ve’ come gli Dei spirano propizj ai sacrileghi!» e coll’oro giunse ad avere sotto gli stendardi fin due e trecentomila soldati, oltre l’equipaggio della flotta. Meditava istituire colonie sull’Adriatico, di là tragittarsi nell’Epiro e nella Focide a saccheggiare il tempio di Delfo: ma gli ruppero il disegno i382Cartaginesi, ricondottida Magone. Dionigi alla prima li vinse, e ricusò la pace; ma avendogli un oracolo predetto che morrebbe quando avesse vinto un nemico più di lui poderoso, non ispinse la guerra agli estremi, e rannodò la pace.Vigorosa ed accorta amministrazione adoprò Dionigi, ma arbitraria e violenta. Conscio de’ pericoli che circondano il tiranno, mai non dormiva nella medesima camera; facevasi bruciar la barba dalle figliuole, dopo che il suo barbiere s’era vantato, «Ogni settimana ho sotto al rasojo la vita di Dionigi». Come il Machiavelli al suo principe, così il gran filosofo ateniese Platone voleva persuadere a Dionigi di elevare, sulle ruine della democrazia, uno Stato poderoso, che togliesse di mezzo gli stranieri, Greci fossero o Cartaginesi, e non lasciasse all’osco sostituire il parlare ellenico; a ciò l’avrebbe giovato un’oligarchia d’uomini, legati in società arcane, com’erano i Pitagorici. Dionigi per lo contrario favoreggiava ed arricchiva i caporioni stranieri, eccedenti in lusso e dissolutezze; accentrava tutta la vita nazionale in Siracusa, negligendo la restante isola; onde, malgradendo il consigliatore filosofo, s’accordò col piloto spartano che o l’affogasse o il vendesse schiavo. E Platone fu venduto, poi riscattato dai Pitagorici, i quali l’ammonirono:—«Un pensatore non si accosti a principe, se non sappia adularlo».DAMONE E PITIAI Pitagorici, benchè sbrancata la loro lega e perseguitati, conservavano potenza quanta bastasse per contrastare alla tirannide di Dionigi. Damone, un di quelli, essendo condannato a morte per la colpa che i governi cattivi appongono a chi non n’ha veruna, chiese di poter prima andar a salutare la famiglia, promettendo ritornare all’ora assegnatagli. Statico per lui rimase in carcere l’amico suo Pitia, il quale vedendolo indugiare oltre l’ora pattuita, sollecitava d’esser messo al supplizioin sua vece. E già v’andava, quando Damone sopragiunto vi si oppone; l’altro insiste: qui generosa gara, della quale meravigliato, Dionigi li manda assolti, e chiede d’entrare terzo nella loro amistà. Poteva darsi amistà fra due filosofi ed un tiranno?TIRANNIDE DI DIONIGIAnche una pitagorica, piuttosto che svelare i segreti della sua setta, si tagliò coi denti la lingua. Dionigi, che tutte sorta di gloria ambiva, lesse una volta suoi versi al poeta ditirambico Filosseno, e poichè questi li disapprovò, lo fece chiudere nelle latomie; al domani richiamatolo, gli lesse altri versi; uditi i quali, il sincero poeta si volse agli sgherri, e—Riconducetemi nelle latomie»; Dionigi sorrise, e gli perdonò. Così recossi in pace gli arditi parlari del giovane Dione, il quale, udendolo celiare sulla placida amministrazione di Gelone, gli disse:—Tu ottenesti confidenza e regno pei meriti di Gelone; ma pei meriti tuoi in nessuno più si avrà fiducia». Quando suo cognato Polisseno, chiaritosegli nemico, fuggì, Dionigi chiamò la sorella Testa, e la rimbrottò severamente come conscia della fuga del marito; ed ella:—Mi credi dunque sì vile, che, sapendo che mio marito meditava la fuga, non avessi voluto accompagnarlo? Avrei con esso diviso gli stenti, ben più lieta d’esser chiamata la moglie di Polisseno esule, che la sorella di Dionigi tiranno».Dionigi aspirò alle lodi della libera Grecia, e mandò suo fratello a vincere per lui nelle decantate corse olimpiche in Elea, e disputare a suo nome la palma poetica, lusingatagli dagli adulatori: ma tutto re ch’egli fosse, l’indipendente gusto de’ Greci lo fischiò, e il retore Lisia tolse a mostrare ch’era indegno l’ammettere un tiranno forestiero a competere in que’ giuochi olimpici, ch’erano destinati a congiungere i liberi Elleni. Pure avendo conseguito il premio della tragedia nelle feste di Bacco, Dionigi ne tripudiò e imbandì un convito,dopo il quale o per veleno o per istravizzo fu côlto da morte, avendo regnato più di qualunque altro tiranno.DIONIGI II368Gli succedette il figlio Dionigi, sotto la tutela dello zio Dione, degno amico di Platone, e riverito dal cognato pel rispetto che la virtù impone anche a chi l’abborre. Dicono che Dione al vecchio tiranno insinuasse di lasciar la corona al figlio di sua sorella Aristomaca, escludendo il ribaldo Dionigi, il quale per questo accelerò la morte al padre, e pose odio sviscerato a Dione. Nè questi nè Platone tornato in Sicilia valsero a trarre a miglior costume il malavviato giovane, il quale, non vedendo ne’ loro consigli se non una trama per favorire i figli d’Aristomaca, cacciò Dione in Italia, tenne Platone in cortese prigionia, disperse i Pitagorici loro amici.DIONE356Ma Dione, coll’appoggio de’ Corintj, occupò Siracusa, e sbalzato Dionigi, se ne rese signore. Per annunziare la liberazione, egli salì sopra un orologio solare, onde il vulgo disse:—Com’è mobile il sole, così non durerà la costui dominazione»[226]. In fatto, due anni dopo, l’ateniese Callippo, fintosegli amico, lo trucida, e ne usurpa l’autorità; ma353l’anno appresso n’è spogliatoda Ipparino figlio di Aristomaca, il quale domina fino al 350, lasciando disonesta memoria.347Tra le irrequiete fazioni Dionigi trova partigiani, mercè de’ quali dopo dieci anni risale al potere. Temendo nel figlio di Dione le paterne virtù, il corruppe con discoli costumi, del cui lezzo questi si vergognò tanto, che si diede morte. Per impedire che i Siracusani uscissero di nottetempo, Dionigi permise ai malfattori di spogliare i passeggieri; concesse alle donne un vero dominio nelle case, acciocchè rivelassero le trame dei mariti. Adulatori trovava, delle cui bassezze sol questa rammenteremo, che, essendo egli debole di vista, essi affettavano di urtare per le tavole.—Molti il fanno tuttodì.TIMOLEONEAlcuni generosi, sottrattisi alla costui tirannide, fabbricarono Ancona; altri ordivano di riscattare la patria, e salvarla da’ minaccianti Cartaginesi. A tal fine chiesero ajuti a Corinto,365loro metropoli, che spedì ad essi Timoleone, gran capitano e gran cittadino. Timófane, costui fratello, ottenuto il comando delle armi in Corinto, vi aveva usurpato il dominio; e Timoleone, non riuscendo a distornelo, indusse due amici ad ucciderlo.345Giudicato da alcuni generoso, da altri assassino, sua madre lo maledisse; ed egli deliberò lasciarsi morir di fame; poi stornato dal fiero proponimento, giurò non impacciarsi nelle pubbliche cose, e piangere sequestrato dagli uomini. Dodici anni durò nel deserto, poi rimessosi in Corinto, viveva privato, allorchè, propostogli di andar a sostenere i Siracusani, accettò dicendo:—I miei portamenti mostreranno se devoessere intitolato il fratricida o il distruttore de’ tiranni». Con soli settecento uomini sopra venti vascelli approda a Siracusa. Iceta tiranno di Leontini, che, vinto Dionigi e chiusolo nell’Isola,343aveva usurpato la supremazia, tenta invano guadagnarsi Timoleone, il quale cresciuto di seguaci, lo vince e condanna a morte, demolisce l’Isolacovacciolo di tiranni, sicchè Dionigi è costretto rifuggire in Corinto, dove visse col far da maestro.Timoleone allora fu sopra ai Cartaginesi, il cui capitano Magone, côlto da timor panico, fuggì, e col darsi morte evitò la croce che i suoi serbavano al capitano vinto. Seguitando la prosperità, Timoleone redime Engia ed Apollonia dalla tirannide di Letino, sconfigge Mamerco e Ippone tiranni di Catania e Messina, restaura in Siracusa il franco stato, e le redente città congiunge in federazione sotto le leggi di Diocle. La libertà è rassodata dalla vittoria sopra i Cartaginesi, capitanati da Amilcare e Asdrubale;340ai quali Timoleone ingiunge di lasciar libere tutte le città di Sicilia, che nella pace rinnovarono la popolazione e la prosperità.Quel modello compiuto di un eroe repubblicano all’antica, fece sottoporre a giudizio le statue dei re precedenti, e trovò degna d’esser conservata soltanto quella di Gelone, effigiato da semplice cittadino.357Deposto il comando, si ridusse a privato vivere, ma coll’autorità del consiglio guidava le cose; a lui già cieco ricorrevano i magistrati, a lui insigni onoranze, a lui gli applausi del pieno teatro ove esponeva il suo parere. Senza contaminarsi di ambizioni, cosa rara, nè, cosa ancor più rara, subire l’ingratitudine, morì carico d’anni, e quando fu posto sul rogo, l’araldo gridò:—Il popolo di Siracusa, riconoscente a Timoleone dell’aver distrutto i tiranni, vinto i barbari, ristabilite molte città, dato leggi a’ Siciliani, decretò di consacrare ducento mine a’ suoi funerali, e commemorarlo tuttigli anni con gare di musica, corse di cavalli, giuochi ginnastici».AGATOCLEAveva egli pensato riformar il paese non colle idee di Pitagora e di Platone, sibbene colla dorica severità; ma i costumi erano guasti a segno, che mal potea reggere chi non avesse tante virtù quante Timoleone. Appena egli chiuse gli occhi, tutto fu scompiglio dentro e fuori;317ed Agatocle se ne valse per tiranneggiare. Quest’era un fanciullo raccolto sulla via, serbato a infami usi, poi applicato al mestiere di vasajo; ma coll’astuzia e colla forza si fece largo, e salì al dominio, e il tenne a lungo, affettando popolarità; cassò i debiti, e distribuì terre agl’indigenti; nè diadema volle nè le guardie, dava facile accesso a tutti, e facevasi servire in vasi di argilla per ricordare l’origine sua; ma nel medesimo tempo sterminava gli aristocratici e i fuorusciti delle varie città, inevitabili fomiti di civili scompigli.Al pari di Dionigi, sentì che l’impresa più nazionale era il respingere gli stranieri, e difatto fu alle mani coi Cartaginesi: ma questi, sebbene in sulle prime andassero dispersi da una procella, tornati sotto la scorta di Amilcare,311sconfissero Agatocle, ed assediarono Siracusa. Che fa l’ardito? con truppe elette sbarca sulle coste d’Africa, arde le navi acciocchè non rimanga altro scampo che la vittoria, e vi continua quattro anni la guerra senza fare parsimonia d’atrocità e tradimenti. Ma le città greche di Sicilia disturbarono l’impresa col rivoltarsegli: ond’esso ritorna, lasciando in Africa l’esercito, che subito va alla peggio, e che indispettito del vedersi abbandonato, ne strozza i due figliuoli, e si arrende ai Cartaginesi. Agatocle si vendica strozzando in Sicilia i parenti de’ soldati,306e restaura l’obbedienza in paese e la pace co’ nemici.Anche in Italia spinse correrie, assalì Crotone, vinse i Bruzj, saccheggiando e ritirandosi. Non diremo conTimeo che a fortuna soltanto sia dovuto il suo elevamento; ma deturpò con sanguinarie crudeltà le splendide doti del suo animo. La pace che mantenne con mano di ferro, mostra se conosceva il suo paese; quanto conoscesse gli avversarj, il mostra l’audace suo sbarco in Cartagine. Onde Scipione Africano che poi l’imitò, richiesto quali eroi avessero mostrato più senno nel disporre i disegni, e più giudizioso ardimento nel compirli, nominò Agatocle e Dionigi il Vecchio.289Arcàgato suo nipote lo avvelenò, e ne assunse il dominio; ma poco stante costui è assassinato da Menone, che tenta farsi proclamare dall’esercito: assalito però da un altro Iceta, rifuggì tra i Cartaginesi. Iceta governò per nove anni col titolo di stratego della repubblica;280poi Tinione s’impadronì del potere, disputatogli da Sosìstrato.ALTRE CITTÀ SICILIANEDi mezzo a ciò nuovi tiranni erano sorti in quasi tutte le città. Agrigento, risarcitasi alquanto della distruzione sofferta, fu corifea della lega contro Agatocle, poi soffrì la tirannide da Fintia, che soccombette a Iceta. Gli stranieri che militavano al soldo di Agatocle, ajutati dalla scissura e dalle varie tirannidi, s’insignoriscono di Messina, e invaghiti di sì opportuna postura, scannano gli uomini, vi si stanziano col nome di Mamertini, e sottopongono gli Stati limitrofi, sostenuti da una legione romana che avea fatto in Reggio quel che essi in Messina. I Cartaginesi scorrono fino alle porte di Siracusa; onde questa chiama in soccorso Pirro re di Epiro,278sposo di Lanassa figlia di Agatocle, le cui imprese ci saranno divisate più tardi.Le altre città siciliane procedettero come satelliti delle due principali. Erano famose pei vini Taormina e Leontini, città voluttuose e di territorio ubertosissimo. Catania grandeggiò sul suo golfo, sinchè la lava dell’Etna non la sovvertì. Ibla, fabbricata da Greci diMegara, traea vanto dal miele, emulo dell’ateniese d’Imetto. Camarina era infestata e difesa da una palude; dato scolo alla quale, restò salubre, ma esposta ai Siracusani che la distussero. Con miglior fortuna Empedocle sanò i marazzi attorno a Selinunte. Erice visitavasi per la voluttuosa divozione di Venere; ne traevano lautissimi guadagni le schiave devote, la cui bellezza vive tuttora nelle donne del monte San Giuliano, popolato anche adesso dalle colombe, sacre alla dea d’amore. Allo scarco del monte su cui poggiava Erice, sorgeva Egesta, che avendo ricusato denaro ad Agatocle, vide i migliori cittadini mandati a strazio, fatte a brani le donne, venduti i figliuoli in Italia. Il suo nome fu dai Romani mutato in Segesta, perchè quei fieri superstiziosi impaurivano dinanzi a un vocabolo malaugurato qual era questo, somigliante adegestas, come Malevento cambiarono in Benevento. Di qui era nativa Laide, che a dodici anni trasferita a Corinto, divenne famosissima cortigiana; e i pittori accorreano per copiarne alcune bellezze. Imera vantavasi pei bagni caldi, e per aver dato la culla al poeta Stesìcoro. Allorchè i suoi concittadini voleano chiedere ajuti al tiranno Falaride contro i loro vicini, il poeta narrò loro la favola del cavallo, che volendo combattere l’orso, si tolse in ispalla l’uomo; riuscì vincitore, ma l’uomo aveva imparato a mettergli il morso e tenerlo schiavo. Enna, forte di mura, ridentissima di circostanze, celebrava con annue solennità le feste di Cerere, dea che quivi era nata, e la cui figlia era stata rapita mentre pe’ campi suoi coglieva fior da fiore.PRODUZIONIFenicj e Cartaginesi facevano dapprima in Sicilia vivo traffico d’asportazione; poi le colonie greche vi aumentarono l’industria. Le accennate favole sono argomento che da antichissimo vi si coltivavano il grano, l’ulivo, gli aranci; e il titolo di granajo d’Italia alludealla sua fertilità, tantochè nove milioni di sesterzj Roma vi spendeva ogni anno in grani[227]. Gelone offrì nutrire l’esercito greco tutto il tempo che durerebbe la guerra co’ Persiani. Gerone II ai Romani, dopo sconfitti al Trasimeno, regalò trecenventimila moggia di frumento, e ducentomila d’orzo. Diodoro attribuisce la prosperità di Agrigento all’olio e al vino che spacciava in Africa, dove ancora non erano naturati. Ne’ tempi storici, Anassila introdusse in Sicilia le lepri, e Dionigi il platano[228]. Riccamente vi facea lo zafferano, che contandosi pel più bel colore dopo la porpora, e per ingrediente prezioso delle vivande e de’ profumi, otteneva grande importanza, come anche l’abbondantissimo e squisito suo miele, quand’era ancora sconosciuto lo zuccaro. Favole e storie accennano ai copiosissimi armenti siciliani ed ai formaggi: i cavalli, massime di Agrigento, erano in gran nominanza, e in tal numero, che negli eserciti siciliani la cavalleria sommava a un decimo de’ pedoni. Inoltre v’abbondavano metalli, agate, oggetti di lusso; e Roma, già avvezza ai trionfi, stupì delle dovizie trovate nel saccheggio di Siracusa. Questa abbiamo detto di quanto popolo fosse ricca; ed altrettanto erano in proporzione Agrigento, Gela, Imera, Catania, Leontini, Lilibeo; Dionigi radunò sessantamila operaj dalle circostanze di Palermo.LETTERATURAIl fiore delle belle lettere in Sicilia prevenne quello di Grecia, e il dialetto dorico vi fece le migliori sueprove[229]. A Sparta ogni anno pubblicamente leggeasi il trattato dellaRepubblicadi Dicearco da Messina[230]. Epicarmo, fiorito nel 500, è il primo o dei primi che desse forma regolare alla commedia; metteva in canzone numi ed eroi[231]; trattava quistioni politiche, svolgendole in catastrofi ben derivate, dipingendo caratteri, intarsiandovi proverbj antichi e sentenze de’ Pitagorici, formando insomma quella mistura di lepido e di profondo che oggi è tanto pregiata quanto scarsa. Sofrone inventò i mimi: Corace e Lisia furono primi ad istituire scuole di retorica, della quale fu sì pronto l’abuso: e già Polo d’Agrigento è introdotto da Platone nelGorgiaa sostenere che l’interesse personale è la misura di tutto il bene; vantare la retorica perchè permette all’oratore di appagare tutti i suoi capricci, opprimere gli avversarj, e farli esigliare ed uccidere.TEOCRITOLa poesia pastorale fu creata in Sicilia da Stesìcoro, e più tardi perfezionata da Teócrito, il quale con bellissimi versi sembrò rinnovare l’illusione de’ giornifortunati, quando l’isola del sole godeva la pace e la tranquilla agiatezza de’ campi. Mirabile per la testura del verso e l’ingenuità della frase, non sempre egli evita le arguzie e i giocherelli di parole, delizia dei secoli di decadenza; ma è il solo fra i bucolici che abbia saputo farsi originale coll’esser naturale, essendo i suoi veramente pastori, a differenza di quelli di Virgilio, di Gessner, di Voss, e ancor più di quelli del Guarini e del Sannazzaro, che tradiscono la finzione col mostrare per la vita loro un appassionamento, non proprio se non di chi ne provò una diversa. Pure gli idillj di Teocrito sentonsi dettati alla splendida Corte di Tolomeo, alle lodi del quale e di Berenice dirizza continuo i pastorali accordi; e mira a dare risalto alla regia pompa col contrapposto della boschereccia semplicità, ed ingrandire la meraviglia delle feste col porne la descrizione in bocca di gente grossiera e stupita. Il panegirista della ingenuità campestre non ha vergogna di mendicare, e dire a’ suoi principi:—La musa mia negletta rimane nella solitudine; incoraggiatela, e saprà presentarsi con nobile confidenza».Men pastorali e meno ingegnosi sono gl’idillj di Bione da Smirne e di Mosco da Siracusa, somiglianti piuttosto ad elegie o a canti mitologici.SCIENZENè minor fiore ebbero in Sicilia le scienze. Già indicammo quante verità custodissero e trasmettessero i Pitagorici, applicando le matematiche alla fisica, fin a scoprire il vero sistema mondiale. In fatto Iceta da Siracusa, anteriore al naturalista Teofrasto, conobbe la rotazione della terra; Empedocle adombrò l’attrazione e repulsione newtoniana coll’amore e la discordia da cui fa generare i moti del mondo, e pare non ignorasse i fenomeni dell’elettricità[232]. L’analisi geometricae molte scoperte guidò Archìtada Taranto[233], che abbiamo veduto spesso a capo degli eserciti e del governo della sua patria.Gerone II mandò a Tolomeo Filadelfo re d’Egitto un vascello a venti ordini di remi, che superava ogni costruzione egizia in agilità e in meccanismi ingegnosi. Per esso fu tagliato sull’Etna tanto legname, quanto basterebbe a formare sessanta galee: v’avea splendide camere con trenta tavole da quattro persone (τετράκλινοι), pavimento a tarsìa rappresentante la guerra di Troja, gabinetti di voluttà, solati di agate e altre pietre di Sicilia, gallerie di quadri, scuderie, magazzini, cucine, forno, orologio, passeggio con giardino. Era disegno di Archimede, il quale forse inventò a quell’uopo le taglie e la vite perpetua; v’aggiunse un apparecchio da guerra, cingendolo d’una specie di cortina, con macchine che lanciavano travi lunghe venti piedi, e sassi pesanti cenventicinque libbre, alla distanza di cenventicinque passi[234].ARCHIMEDE287-212Questo Archimede segnò orme indelebili nella storia delle scienze; sebben nelle lettere onde accompagnava i varj suoi libri, attesti che molte cose avea non inventate, ma apprese. Le teoriche sue sono oggi ancora il fondamento dei metodi per misurare gli spazj terminati da linee o da superficie curve, e il loro ragguaglio con figure e piani rettilinei, fissando il rapportodella periferia al diametro come ventidue a sette. In due maniere indipendenti trovò la quadratura della parabola; nel trattato sulle spirali elevossi a considerazioni più ardue, conducendo le tangenti e misurando le aree di curve che oggi riguardiamo come trascendenti; tanto che Vieti l’accusava di falso, sinchè il calcolo differenziale e l’integrale provarono l’esattezza de’ risultamenti. Dimostrò che, se la sfera sia circoscritta al cilindro, il rapporto tra la superficie e i volumi è lo stesso, cioè due terzi: del quale teorema, che ancora è il più elegante della geometria elementare, tanto egli si compiacque, che volle queste due figure scolpite sul suo cippo funereo. Provò che in ogni sistema di corpi esiste un centro di sforzo e di gravità, e lo determinò nel parallelogrammo e nel triangolo, col che sottopose alla meccanica razionale tutti i problemi relativi all’equilibrio dei solidi.L’arenariasua avrebbe aria di nulla meglio che un giocherello di curiosità, dirigendosi a confutare chi diceva che nessun numero, per quanto grande, basterebbe ad esprimere la quantità delle arene: pure Archimede, formando una progressione numerica, per la quale esprimere quanti granelli se ne richiederebbero onde colmare la volta del firmamento, ridusse sensibili i concetti che si avevano intorno al sistema del mondo, e applicò il calcolo a conoscere il diametro del sole; tanto più mirabile perchè all’aritmetica greca mancavano figure onde esprimere di là dai cento milioni[235]. Non è fuori di probabilitàche siano dovute a lui la prima idea della rifrazione astronomica, e le più antiche ricerche sulle equazioni indeterminate.DOTTRINE E INVENZIONI DI ARCHIMEDEVolendo Gerone II chiarirsi se l’orafo, incaricato di fargli una corona, v’avesse impiegato tutto l’oro somministratogli, chiese ad Archimede se vi fosse modo di accertare le proporzioni della lega. E Archimede vi pensava come chi desidera riuscire, cioè giorno e notte, finchè nel gettarsi in un bagno, gli brillò agli occhi l’idea del peso specifico, e ne giubilò a segno, che così nudo balzò fuori, e corse attorno, gridando:—L’ho trovato, l’ho trovato». Vera o no che sia la storiella, torna ad Archimede il merito d’aver inventata e coordinata l’idrostatica; scoprì che ogni particella d’un fluido è premuta da una colonna del fluido stesso sovrappostale verticalmente, e che la porzione più compressa respinge la meno. Accertato il qual vero dall’esperienza, avvertì che un fluido, pesante verso il centro del globo, deve offrire una superficie sferica; e che un solido, il quale pesi quanto un egual volume di liquido, si sommergerà,mentre quelli che pesano meno ne emergeranno in proporzione: dal che inferì giustamente, che i corpi sommersi trovansi risospinti con una forza rappresentata dalla differenza tra il loro peso e quello d’un volume eguale di fluido, e che ogni solido immerso perde tanto di gravità, quanto pesa il volume d’acqua che sposta; fondamento dell’idrostatica.Progredendo, chiarì che i corpi sospinti da un fluido, salgono per la perpendicolare che passa pel loro centro di gravità, onde colla geometria potè determinare qual figura meglio s’addica ai galleggianti, affinchè inclinati si raddrizzino: canone fondamentale nella costruzione de’ vascelli, che Eulero e Bouguer ampliarono, ma che sta ancora qual lo pose il grande Italiano.A lui pure torna il merito delle prime nozioni scientifiche intorno alla barologia, almeno dei solidi; poichè, generalizzando l’osservazione volgare, egli primo stanziò che lo sforzo statico prodotto in un corpo dalla sua gravità, o vogliam dire il suo peso, dipende dal volume, non dalla forma superficiale: nozione che oggi ne pare semplicissima, e che pure fu il germe d’una proposizione capitale, a cui non venne dato compimento se non allo scorcio del secolo passato; vale a dire che il peso, non solo è indipendente dalla forma e dalle dimensioni d’un corpo, ma anche dal modo onde le sue molecole sono aggregate.Di quaranta invenzioni meccaniche gli antichi faceano lode ad Archimede; la teorica del piano inclinato, i sistemi delle carrucole, la vite perpetua, per cui un movimento di rotazione può trasformarsi in un altro perpendicolare al primo; avendo agli Egiziani per riversar le acque rimaste dopo gli allagamenti del Nilo, e per vuotare la sentina delle navi insegnato la vite detta d’Archimede, tuttora vantaggiosamenteadoperata, e consistente in un asse, con ale sporgenti a spira, e chiuso in un cilindro concentrico a quello, inclinato da 30 a 35 gradi all’orizzonte, e per la base inferiore appoggiato nell’acqua, sicchè girando eleva di passo in passo l’acqua fra le spire incavate ed il cilindro. Costruì pure una sfera che rappresentava i moti degli astri; e disse a Gerone che, datogli un punto d’appoggio, sposterebbe e cielo e terra[236]. Siccome però egli cercava la verità per se stessa più che per le applicazioni, non ci lasciò descritte le sue macchine; sebbene in grazia appunto di queste abbia acquistato la popolarità, la quale si attacca più volentieri alle applicazioni.ARTI BELLESiamo lieti di soggiungere che del suo talento meccanico egli fece l’uso migliore che uom possa, adoprandolo a difesa della patria. Siracusa era assediata dai Romani, ed il console Claudio Marcello v’adoprava tutta la bellica maestria: ma al punto di mettere in atto le macchine, se le vedeva rendere inerti da sempre nuovi congegni d’Archimede, e le navi or affondate, or rapite in alto, ora capolevate, o con specchi incendiate di lontano[237]. Però l’arted’Archimede non potè salvare la sua città dai tradimenti. Già il nemico l’aveva invasa, ed egli rimaneva tuttora assorto ne’ suoi calcoli, talchè non udì la intimata d’un guerriero romano, che veniva invitarlo a nome di Marcello. Il brutale Romano, credendosi insultato da quella noncuranza, l’uccise. I guaj della Sicilia non le lasciarono o libertà o sentimento di onorare il gran cittadino; e la colonnetta colla sfera e il cilindro, che segnava la gleba del riposo di lui, giacea dimentica fra le tombe volgari quando Cicerone[238]andò a sterrarla di sotto le macìe, e richiamarla all’onoranza degli immemori Siracusani.Dell’antica grandezza ci conservò stupende testimonianze la Sicilia nelle belle arti. Fin di cinque secoli avanti Cristo abbiam medaglie sue, e di colà sono le più belle fra le antiche, a gran pezza migliori che quelle della Grecia propria; e massimamente i nummi incusi di re Gelone, di Gela, Agrigento, Sibari, Crotone, Reggio, Taranto, palesano squisitissimo gusto. Iperbio ed Agricola che fabbricarono la rôcca di Atene, secondo Pausania venivano di Sicilia. A Learco reggiano gli Spartani commisero una statua di bronzo in molti pezzi, connessi con chiodi, nel 178 di Roma; nel 214 Damea crotoniate lavorò in Elide quella dell’atleta Milone. È lodatissimo un gruppo di Siracusa che incorona Rodi; insigni vasi dipinti vi si vanno scoprendo; e il siciliano Demofilo pittore è gloriato come maestro di Zeusi, uno de’ maggiori artisti, e che fu d’Eraclea nella Magna Grecia.RUINE DI SELINUNTEI monumenti siciliani tengono dell’austerità e forza dorica, più che della mollezza e grazia jonica, e sempre con carattere arcaico. Ma l’arte vi venne di Grecia? o da noi passò colà? A quest’ultima opinione farebbero piede i bassorilievi, scoperti non è molto a Selinunte. Questa città ebbe nome dal petroselino che prospera ne’ suoi dintorni, e che essa portava nel suo stemma[239]; durò soli ducenquarantadue anni, e fu distrutta da Annibale prima che sentisse la mescolanza straniera. Giace in riva al mare a mezzodì dell’isola inun vasto piano, diviso da un vallone, ove oggi stagnano le pioggie, e la chiamano Terra de li Pulci. Se la guardi dal capo Granìtola, la credi ancora una gran città; accostandoti riconosci che tutto è ruine, ma così gigantesche che tramutano la melanconia in istupore, e la fantasia si compiace con quei massi enormi, con quegli immani rocchi ricostruire edifizj che parrebbero fatti per una generazione di giganti. Epilieri de’ gigantierano appunto denominati dal vulgo, al quale solo erano conosciuti, dopo che probabilmente un tremuoto volse sossopra que’ colonnati. Tardi vi si applicò l’attenzione degli antiquarj; e sopra l’alta collina prossima al mare, che sembra fosse l’antica acropoli, si intrapresero escavazioni, onde vennero al giorno tempj dorici, sul maggiore de’ quali, periptero esastilo, sovra diciassette colonne posava un cornicione con un fregio dorico, fra’ cui triglifi stavano metope preziose, anteriori d’un secolo e mezzo a quelle d’Egina, che si contano per le più antiche di Grecia. E sette sono que’ tempj, parallelamente disposti su due colline, tutti, dal minore in fuori, circuìti da colonne doriche, nascenti e fortemente rastremate, coll’echino molto sporgente,e viepiù in grazia del sottoposto cavetto. In due di essi, colonne a doppia schiera sostengono il portico nel prospetto, e il pronao chiuso a modo di vestibolo, e le mura della cella prolungate senza pilastri nè colonne; disposizioni che si riscontrano soltanto ne’ monumenti egizj. Nelle metope suddette in rozzo tufo, rappresentanti Ercole coi Làpiti, Perseo con Medusa ed altre scene mitologiche, la monotonia delle teste in profilo tagliente senza cognizione dello scorcio, le barbe a punta, gli occhi fessi al modo degli uccelli, le bocche, i capelli, le pieghe sentono il far rituale, che copia tipi convenzionali anzichè la natura, e indicano il passaggio tra l’arte egiziana e la greca. La prima predomina nelle più antiche; due s’accostano ai marmi d’Egina; nelle altre cinque le variate pose e il piegar degli abiti mostrano un’arte avviata al movimento ordinato e alla rappresentazione animata della classica Grecia. In generale però le opere plastiche dell’isola non ne pareggiano la grandiosità architettonica, nè mai abbandonarono l’arcaismo.RUINE DI SEGESTAFra Trapani e Palermo sorgeva Segesta, fabbricata dagli Elimi, colonizzata dai Tessali; e ancora in mezzo alla solitudine vi s’incontra un tempio parallelogrammo di cinquantasette sopra ventiquattro metri, cinto da trentasei colonne doriche, elevate nove metri e del diametro di due; robuste quanto richiedevasi per reggere il soprornato gigantesco. Tutto s’impronta di una antichità anteriore alla greca educazione, e meglio è conservato perchè non subì le erudite trasformazioni dell’imperatore Adriano, come i monumenti greci.Se passiamo a Siracusa, troviamo opere più ingentilite e tondeggianti; ed oltre i sepolcri, i tempj, ed uno stilobate lungo cenventicinque passi, che sostiene un’ara oblunga detta di Gerone II, che aveva cornice dorica, adesso appunto si scoperse l’acquedotto che provvedevacopiosamente di acque l’isola, e che potè dare origine alla favola di Aretusa, per confondersi colla quale veniva il fiume Alfeo sin dal Peloponneso,Incorruptarum miscentes oscula aquarum[240]. L’anfiteatro, formante un’elissi molto allungata, parte costruito di pietroni, parte tagliato nel masso, probabilmente fu fatto dai Romani ad uso della colonia postavi, giacchè non sarebbe proporzionato all’antica popolazione. Più accuratamente erasi fabbricato il teatro, che Diodoro Siculo farebbe il più insigne di Sicilia; e posto nel luogo più popoloso della città, offriva agli spettatori la vista del mare, del gran porto, dell’isola Ortigia, delle belle campagne irrigate dall’Anapo, e de’ migliori edifizj della città. Altrettanto meravigliose sono le catacombe, che serpeggiano per molte miglia sotto Acradina, Tiche e Neapoli, attestando dal numero dei morti l’immensa popolazione di quella città.MONUMENTI IN SICILIANè manca di che ammirare a Catania, sebbene molti fabbricati rimangano sepolti dalle lave; come il teatro, costruito di grandi massi senza cemento, il tempio di Cerere, e tant’altri cimelj, che tratti in luce dalla munificenza del Paternò principe di Biscari, formano uno dei più sontuosi musei. Sotterranei e sculture gigantesche si hanno pure a Lilibeo, tomba della Sibilla Cumana, poi riedificato dagli Arabi col nome di Marsala, cioè porto di Dio, e da poco tempo reso celebre per la preparazione de’ vini stabilitavi da una società inglese.Stupendo poi è a Taormina il teatro, che da una banda mostra il clivo scendente fino al mare Jonio, dall’altra la pendice che sale al fumante vertice del Mongibello: statue, colonne, vasi, che l’adornavano, caddero a pezzi od arricchirono la moderna chiesa; e le volte e le nicchie artifiziosamente disposte per moltiplicare la voce degli attori, non ripetono più che il grido d’ammirazione degli stranieri e il gemito de’ paesani.—Popolo ascolta i miei canti e il suon della lira sposato alla voce. Io celebro Agrigento, delizia di Venere, e la bella sua campagna. Le Grazie, seguendo le orme della dea, danzano per queste valli; e spesso sulle sfere stellate la lode delle sue piaggie risuona sulle labbra d’Apollo». Così cantava Pindaro; ma Agrigento, che servì poi di piazza d’arme ai Cartaginesi nella guerra contro i Romani, e fu presa da questi, or si trova ridotta al piccolo Girgenti, sparso però di resti d’antica magnificenza, e tombe d’uomini, di cani, di cavalli per ogni via. Qual magnifico prospetto non dovea presentare, a chi venisse d’Africa, quel porto, incoronato di superbe costruzioni e di tempj a ciascun dio, fabbricati dai prigionieri cartaginesi! Alcuno ancor ne sussiste, e i principali furono dai moderni, non con bastante ragione, intitolati a Giunone Lacinia e alla Concordia. Il primo ha un portico di trentaquattro colonne doriche; l’altro pur dorico bene sviluppato e colto, è il più bel monumento della Sicilia, malgrado la pesante trabeazione e ricorda il Partenone d’Atene. Quello d’Ercole perì: a quello di Giove Olimpico lavoravasi ancora quando i Cartaginesi presero la città, sicchè rimase imperfetto; di proporzioni gravi, come tutti gli edifizj dell’isola, e non senza qualche pesantezza e rusticità di dettagli, per ardimento di costruttura e grandiosità di proporzioni era posto a pari col celebre di Diana in Efeso; le colonne doriche si alzano ventimetri sopra quattro di diametro, talchè nelle canalature un uomo può riporsi come in una nicchia. Rimase coperto fra i rottami sino ai giorni nostri, quando i frantumi revocati alla luce, e i colossi di rigidezza primitiva, che sopportavano il coperto dell’ipetro, mostrarono quante cose nostre rimangano a scoprire, quante antiche grandezze a interrogare. Un solo pezzo d’architrave è lungo otto metri; e Denon, che pur aveva studiato l’Egitto, restava attonito davanti a quelle masse che pareano fatture di giganti, e ogni colonna una torre, ogni capitello una rupe.

Sicilia.

SICILIA

Teatro di grandi agitazioni naturali, come di mitologici eventi fu la Sicilia, in prima denominata Trinacria dalla figura triangolare. Le vetuste tradizioni ledanno per abitanti Lotofagi[217], Lestrigoni, Polifemi, val quanto dire genti ancora sciolte da civile consorzio, che vi pasceano le greggie, viveano dei frutti spontanei, e abitavano nelle ampie grotte de’ suoi monti, dove poi i Ciclopi introdussero il lavoro dei metalli. Giove che regna sul monte Etna, e che questo monte, anzi l’isola tutta scaglia sopra i ribellati giganti; il dio Apollo che pascola gli armenti in Ortigia, dove ha culto la cacciatrice Diana; Saturno che dalla ninfa Talìa vi genera Venere, la quale preferisce il monte Erice al suo tempio di Gnido; Cerere che in Enna introduce la coltura del grano; Trittolemo che insegna ad arare; Aristeo che mostra come coltivare gli ulivi e spremerne olio, e raccorre il miele dagli alveari; Ercole che vi mena gli armenti tolti a Gerione da tre corpi, uccide in duello il gigante Erice, scopre e insegna l’uso delle acque termali ad Egesta ed Imera, e feste nuove e riti surroga a’ sagrifizj umani; Mercurio e Fauno che da Sicilia prendono le mosse onde arrivare in Egitto; Orione gigante che fabbrica il Peloro, sono favole che, qualunque ne sia l’arcano significato, rivelano vetustissima la civiltà di quell’isola.

Le popolazioni che il sopraggiungere di nuove cacciava, dall’Italia, sovente vi rifuggirono. I Sicani, gente iberica, v’erano accasati allorquando, tre generazioni prima della guerra di Troja, i Siculi e i Morgeti, spinti dagli Enotrj, invasero i fertili valli orientali, restringendo i Sicani ad occidente[218]. Di là da questi, versola punta a libeccio, nel terreno sassoso cui fende il fiume Màzara, sedevano gli Elimi, propagine pelasgica venuta dall’Epiro, la cui capitale Egesta vantavasi fondata dal trojano Aceste. Origine iliaca ostentavano pure Drépano, Entelle, Erice, ove il tempio di Venere era costrutto alla ciclopica. Queste tradizioni appellano a colonie levantine di grande antichità, alle quali si aggiunsero prestissimo i Cretesi, simboleggiati in Dedalo, architetto famoso, che aveva fabbricato in Creta un edifizio, conosciuto col nome di Labirinto, e che, chiuso in quello, trovò portentosa via al fuggire, dissero volando, e fu accolto da Tocalo re de’ Sicani. Minosse re di Creta venne a riclamarlo, e s’impadronì di Eraclea Minoa sul fiume Alcio; ma vi trovò morte. Di qua dei tempi favolosi, Fenicj e Cartaginesi presero stanza sul littorale nell’viii secolo prima di Cristo.

COLONIE GRECHE

Teocle ateniese, naufragato sulle coste orientali della Sicilia, stupì di quell’opportuna postura, e rimpatriato, propose a’ suoi di menarvi una colonia.756Non esaudito, si volse agli abitanti di Calcide in Eubea, co’ quali fondò Nasso sulle sponde del fiume Onobata. Tosto altri coloni lo seguono, i quali delle già fiorenti città fenicie o sicule s’impossessano, arrogandosi l’onore della fondazione, e snidando i prischi abitatori; e ben tosto ebbero occupato tutta la plaga orientale e meridionale dal capo Peloro al Pachino e al Lilibeo, mentre attorno alla punta occidentale si trovarono ridotti i Fenicj, e singolarmente a Selinunte, Motia, Panormo.

AGRIGENTO

Designano pure come città calcidiche Zancle, Imera, Mile, Catania, Leontini, Megara. Altre ne aveano contemporaneamentefondate i Dorj, fra cui Siracusa che popolò Acra, Casmena, Camarina, Tapso, Gela, da cui derivò Agrigento[219].

FALARIDE

La differenza d’origine e perciò di costituzioni fu seme di reciproche nimicizie, che guastarono il breve fiore. Da prima i coloni sfogarono la loro attività col sommettere i natìi; e com’ebbero così ridotte le campagne in arbitrio di poche famiglie, discendenti dai primi coloni, gli ambiziosi seppero profittarne per erigersi tiranni. Il primo che riuscì fu Panezio da Leontini, solleticando, come è stile dei demagoghi, l’eterno rancore dei poveri contro i ricchi.582Anche Agrigento, governata prima aristocraticamente al par di tutte quelle d’origine dorica, cadde a tiranni, fra i quali il cretese Falaride.566Le storie sono piene delle costui atrocità; forse esagerate dal genio democratico de’ Greci per fare aborrita la signoria dei re. Chi non intese parlare del toro di rame rovente, in cui egli chiudeva le sue vittime, e primo l’ateniese Perillo che l’aveva inventato? Ma le relazioni troppo discordano, e noi incliniamo a vedervi espresso un suo tentativo d’introdurre l’esecrabile rito fenicio e cartaginese d’abbrustolire gli uomini in onore del dio Moloc. Menalippo risolse uccidere Falaride, e si confidò all’amico Caritone, che gli disse aver anch’egli già lo stesso proposito. Venuto il destro, Caritone s’avvicina armato al tiranno; è arrestato, ma per tormenti non rivela i complici. Allora Menalippo si presenta, dichiarando aver egli primo ideato il fatto e indottovi l’amico; questi nega; nasce gara; della quale stupito, il tiranno perdona ad essi vita e beni, purchè abbandonino il paese[220]. Per egualisospetti incrudelì invece contro di Zenone filosofo: ma le costui grida commossero la moltitudine tanto,534che ammutinata lapidò il tiranno.

AGRIGENTO

Dopo breve libertà, vi tiranneggiò Alcmane, poi Alcandro, indi Terone, esaltato dal maggior lirico greco Pindaro, e dagli storici per avere sconfitto i Cartaginesi e soggiogato Imera.480Trasideo, suo figlio e successore degenere, fu rotto e cacciato di regno da Gerone di Siracusa; e da quell’istante Agrigento si resse a popolo sul modello di Siracusa, e toccò l’apice di sua grandezza. Il vino e gli olj che spediva in Africa, la resero una delle città più opulente, magnifica di lusso e pubblici monumenti; talchè si diceva che gli Agrigentini fabbricavano come mai non dovessero morire, e mangiavano come non avessero a vivere che un giorno. Esemto, tornando vincitore dai giuochi olimpici, entrò in Agrigento accompagnato da trecento carri, tirato ciascuno da una pariglia di cavalli bianchi, razza siciliana[221]. Gellia serbava ne’ cellieri trecento botti di vino da cento anfore ciascuna; imbandiva ogni giorno molte tavole, e i servi alla porta v’invitavano ogni viandante; passando un giorno cinquecento cavalieri di Gela, li trattò tutti quanti, poi mettendosi il tempo sul piovere, donò a ciascuno un mantello della sua guardaroba[222]. L’abbondanza cagionò mollezza; e in untempo d’assedio si dovette proibire ai cittadini, quando per turno andavano di sentinella alla ròcca, di portare più che un materasso, coperta e capezzale.

SIRACUSA

732Siracusa, fondata dall’eraclide Archia di Corinto poco dopo di Roma, era governata dai proprietarj (geomori); ma gli schiavi, arruffati dai demagoghi, si rivoltarono e li ridussero a rifuggire a Casmena. Ingordi di vendetta, quelli porsero consigli e ajuto a484Gelone tiranno di Gela, che per tale appoggio acquistò la signoria di Siracusa, e tosto la estese chiamandovi altri Greci, e trasportandovi i ricchi di Megara, di Camarina e d’altre città distrutte; intanto faceva vendere fuori i poveri, dicendo esser più facile governare cento agiati che non uno solo al quale non resti nulla da perdere. Per tal guisa Gelone venne poderoso per mare e per terra, e largheggiò di frumento co’ Romani.

I Persiani, nobile e poderosa popolazione dell’Asia Grande, aspiravano a sottomettere la Grecia; laonde Dario lor re, avendo in corte Democede medico di Crotone, il mandò con dodici Persiani ad esplorare le coste della Grecia, e quelle della bassa Italia colonizzata da Greci. Ma in questa ricevettero pessime accoglienze, e a grave fatica camparono dalle prigioni di Táranto. Però Serse nuovo re assunse l’impresa di soggiogare la Grecia, e con esercito memorabile passò l’Ellesponto. Il piccolo ma generoso paese vi oppose una resistenza memorabile; e fu allora che Gelone ai Greci esibì ducento triremi, ventimila fanti e duemila cavalli, purchè gli conferissero il comando della flotta alleata. La domanda gli fu disdetta; ed i Cartaginesi che parteggiavano con Serse, affine d’impedire che Sicilia e Magna Grecia soccorressero alla madrepatria, mandarono a Panormo Amilcare, figlio di Magone,480con grosse armate. Gelone però con cinquantamila uomini e cinquemila cavalli lo sorprese presso Imera, e mandò in dirotta: cinquantamilaAfricani restarono sul campo, e tanti prigionieri, che si disse trapiantata l’Africa in Sicilia.

GELONE

Meglio che per la vittoria noi onoriamo Gelone per la pace, nella quale pose patto ai Cartaginesi che cessassero dai sacrifizj umani. I tesori acquistati in quella guerra distribuì ai valorosi e ai tempj, massime a quello d’Imera; e i prigionieri, fra i varj corpi dell’esercito, di che s’ebbe modo di coltivare nuovi campi, finire molte fabbriche, ed alzare in Agrigento un insigne tempio e famosi acquedotti. Sciolto da questi nemici, de’ quali anzi accettò l’alleanza, accingevasi a portare i promessi soccorsi ai Greci, quando seppe che il costoro patriotismo era bastato a respingere le immense turbe dei Persiani. Allora congedò l’esercito; e radunati i suoi sudditi, inerme comparve tra loro armati, rendendo conto della propria amministrazione, e ne riscosse vivi applausi.

Rigoroso da principio, come fu assodato si ridusse mite e giusto; favorì l’agricoltura, vivendo egli stesso fra’ campagnuoli: sbandiva a tutta possa le arti corruttrici, e meritò che i sudditi lo chiamassero il loro miglior amico. Sentendosi gli anni far soma addosso, rinunziò al fratello Gerone e poco sopravvisse. Da’ Cartaginesi e dal tiranno Agatocle fu distrutto il magnifico sepolcro di lui, non la memoria di sue virtù.

GERONE

478Gerone succedutogli teneva splendidissima corte: diceva le orecchie ed il palazzo del re dover essere schiusi a tutti: all’eloquenza, che allora faceva le prime prove e che sì facilmente degenera in ciarla e sofismi, pose freno, più volenterosa mano porgendo alle arti dell’immaginazione; sicchè a lui accorsero di Grecia i poeti Bacchilide, Epicarmo, il maggiore tragico Eschilo quando vecchio fuoruscì dalla patria, e Pindaro che nelle sue odi non rifina di esaltarlo generoso e giustissimo, amico della musica e della poesia, e perchè delsuo ricco e magnifico palazzo apriva le porte alle Muse. Sull’avarizia e le violenze ond’egli si contaminò, stesero un velo officioso i beneficati. Il patetico poeta Simonide era penetrato più avanti nella confidenza del principe; il quale lo interrogò qual sentimento avesse sopra la natura e gli attributi della divinità. Simonide chiese un giorno onde riflettere avanti rispondere; al domani ne chiese due; e così andò via raddoppiando, finchè incalzato dal re, confessò che, più vi pensava, più trovava il tema intricato ed oscuro. Oggi la femminetta vi risponde.

Gerone osteggiò Terone e Trasideo signori d’Agrigento, perchè avevano dato ricovero a Polisseno fratello di lui, cacciato come troppo ben voluto dal popolo: ma Simonide, interpostosi della pace, la sodò con parentele. Spedita la flotta a sussidio di Cuma, Gerone riportò vittoria navale sopra gli Etruschi. Trasferì in Leontini gli abitanti di Catania, in questa ponendo coloni nuovi, affine di conseguire il titolo d’eroe, di cui onoravansi i fondatori di città, e prepararsi un asilo in caso di disastro.

TRASIBULO

467Ivi morì, e gli successe Trasibulo suo fratello; delle cui crudeltà disgustati, i Siracusani s’intesero colle altre città, lo cacciarono, ed in memoria istituirono annua festa a Giove Liberatore, col sacrifizio di quattrocento cinquanta tori da banchettare.466Siracusa allora ripigliò governo a popolo; e ad imitazione di essa le altre città di Sicilia cacciavano la gente nuova per ripristinare gli antichi proprietarj ne’ beni rapiti, e nel privilegio delle magistrature. Questo ristabilimento del governo repubblicano immerse l’isola in gravi tempeste, ma la guerra civile terminò colla espulsione degli avveniticci, ai quali fu assegnata per dimora Zancle, che aveva preso il nome di Messina per coloni messenj ivi piantati. Questi rifuggiti, i più diorigine italiana, furono nocciolo d’un’associazione bellicosa, che poi, col nome di Mamertini, aperse l’isola ai Romani, cioè alla servitù.

445Gli antichi Siculi, non ancora tutti periti, osarono alzare il capo, concorrendo da tutte le città, eccetto Ibla, sotto la direzione di Ducezio, per espellere i Greci. Prosperati in sulle prime, provarono poi avversa la fortuna, e Ducezio rifuggì agli altari dei Siracusani, che lo mandarono a Corinto, e l’antica schiatta restò irremissibilmente soggiogata. Pure, pigliando parte cogli uni o cogli altri nelle continue guerre, facea prevalere quelli con cui s’accampasse.

DEMOCRAZIA E GRANDEZZA DI SIRACUSA

Siracusa assodò il suo potere con questo trionfo e con un nuovo che riportò sopra446l’emula Agrigento; vinse in mare gli Etruschi; stabilì una pace generale, alla cui ombra fioriva, e messa a capo delle città greche di Sicilia, cresceva d’opulenza, ed empivasi dischiavi, d’armenti e di tutte le agiatezze della vita[223]. Timore di tirannia le fece istituire ilpetalismo, per cui scriveasi sopra una foglia di fico il nome di chi paresse tanto illustre da poter soverchiare, e qualora i voti bastassero, colui dovea restare per cinque anni sbandito: legge conforme all’ostracismo d’Atene e al discolato di Lucca, che punendo non la colpa ma la possibilità della colpa, stoglieva dagli affari i migliori, lasciando la repubblica alla ciurma invidiosa e inetta; ma fu ben presto abolita.

Stava Siracusa sur un promontorio, cinta tre lati dal mare, dominata dalla rôcca Epipoli, e fortissime mura giranti diciotto miglia difendevano un milione ducentomila abitanti. Tre porti apriva alle navi di tutto il mondo, il Trogilo, il piccolo di Marmo, e quel delle Neocosie, grande cinque miglia, sicchè bastava a trecentogalee, e dove più di cento navi poterono battagliare. Dentro era divisa nei quartieri di Acradina, Tiche, Temeno ed Ortigia o isola, il solo che ora forma la città, eccessiva ai quattordicimila abitanti sopravanzatile. Era stata costrutta coi sassi delle vicine latomie, che poscia furono trasformate in prigioni; e vi si ammirava principalmente il tempio dorico di Minerva, con due facciate ed un peristilo esteriore, sul cui frontone giganteggiava un’egida di bronzo col teschio del gorgone; alle porte di legno fino erano riccamente intarsiati oro e avorio; preziose pitture lo fregiavano; e più tardi Archimede vi delineò sul pavimento una meridiana, ove il sole batteva dritto agli equinozj. Quando alcuno ostentasse ricchezze, i Greci gli diceano per proverbio:—Non ne possedete un decimo di quelle d’un Siracusano». Due sorelle doviziose, narra Ateneo, lavavansi in una delle limpide fontane, ombreggiata dai papiri e dai cacti; e venute a contesa sulla propria bellezza, chiesero giudice un giovane mandriano. Egli preferì la maggiore, la quale il ricompensò collo sposarlo, mentre l’altra si unì al fratello di lui. Le due, dettecallipigidalla parte che in esse avea vanto, fondarono un tempio alla bellezza callipiga; e dalle ruine di quello fu estratta la famosa Venere di tal nome. Altrettanto famosa è la statua di Esculapio. Feste solenni si celebravano pure, dette Caneforie, Citonee, Targelie, con suntuosi banchetti.

I Leontini, gelosi e dolenti di vedersi privati del commercio, mandarono l’illustre oratore Gorgia loro concittadino a sollecitare contro di Siracusa427gli Ateniesi; i quali, allora sobbalzati da sfrenata democrazia, volentieri misero mano negli affari di quell’isola, riconoscendola di suprema importanza a dominare il Mediterraneo. Pertanto spedirono navi a soccorso di quegli Jonj e dei Reggini, e per alcuni anni rimestarononelle discordie intestine dell’isola, finchè la ricomposero, a patto che ciascuno ritenesse quel che aveva. I Leontini o franti dalle dissensioni interne, o vedendosi incapaci a difendere la propria città, la demolirono e si mutarono in Siracusa, che primeggiava, per quanto gli Ateniesi avessero tentato armarle incontro una federazione.

SPEDIZIONE DEGLI ATENIESI

416Undici anni dopo, venute alle mani Egesta e Selinunte, Siracusa favorisce all’ultima, e gli Egestani superati ricorrono ad Atene per ajuti, mostrando che altrimenti i Dori metterebbero a giogo irreparabile gli Jonj. Atene trovavasi allora sulle braccia la Grecia intera nella lunga guerra peloponnesiaca, laonde i prudenti la distoglievano da questa nuova briga; ma Alcibiade, consigliatore di quei partiti estremi che allettano il vulgo, mostrava come l’occupazione della Sicilia sarebbe scala all’Africa e all’Italia, e fece decretare la guerra, e capitani lui, Lamaco e Nicia che l’avea sempre dissuasa. Mai sì bella flotta non aveva allestito Atene; mai impresa non era parsa più popolare; cittadini e stranieri in folla accompagnarono gli armati al porto, e incensi e profumi olezzanti da vasi d’oro e d’argento, e copiose libagioni propiziarono gli Dei alle navi, che adorne di festoni e di trofei salpavano, tanto sicure dell’esito che il senato prestabilì la sorte delle varie provincie dell’isola.

415Centrentaquattro triremi sferrarono da Corcira, con cinquemila soldati di grave armadura, oltre gli arcieri e i frombolieri; ma non più che trenta cavalli. Traversato il mare, furono accolti sgarbatamente da Turio, Taranto, Locri, Reggio, benchè colonie attiche: gli Egestani, che eransi proferti di pagare le spese della guerra, trovarono d’avere nel tesoro appena trenta talenti. Il cauto Nicia allora proponeva: «Non diamo ai bugiardi Egestani maggiore ajuto di quel che sonoin grado di pagare»; e mostrando ingiusta la causa assunta, col tentennare scoraggiva i soldati.413Pure vollero cingere d’assedio Siracusa, quando però già le avevano lasciato agio di fornirsi di viveri e d’armi, mentre gli Ateniesi erano peggiorati d’uomini, di provvigioni, di coraggio. L’abile Nicia condusse l’assedio con tal maestria, che stava per pigliare la città; quando Alcibiade che, disgustato colla patria, era rifuggito agli Spartani, indusse questi Dori a soccorrere la dorica Siracusa. Spediscono di fatto Gilippo, il quale presenta la battaglia, e vince e scioglie l’assedio.

Allora gli Ateniesi pensarono a ritirarsi, e n’erano in tempo; ma sul salpare delle àncore, ecco il sole s’eclissa; e Nicia, non volendo entrare in viaggio con questo sinistro augurio, differisce la partenza. Approfittarono del momento i Siracusani e Gilippo,agostoe sul mare e per terra percossero gli Ateniesi di una piena sconfitta. I Siracusani eransi assicurato l’avvantaggio in mare col far le prore meno alte che quelle degli Ateniesi, onde percotevano le navi avversarie a fiore o sott’acqua, e talvolta d’un solo urto le mandavano a picco. Nicia stesso cadde prigione, ed o si uccise o fu ucciso nel carcere; settemila prigionieri chiusi nelle latomie, stentarono al sole cocente ed alle pioggie, scarsamente nudriti e abbeverati; alcuni vi morirono, altri vi penarono l’intera vita, quali furono venduti. Fortuna fu per alcuni il conoscersi di lettere; ed il sapere a mente versi d’Euripide a molti fruttò la libertà ed il ritorno in patria. Era Euripide il terzo poeta tragico della Grecia, e tal conto ne facevano i Siciliani, che stando per respingere dalla costa un legno caunio, inseguito da pirati, come intesero che i naviganti sapevano versi di quel poeta, dieder loro ricetto.

DIOCLE

I Siracusani avevano dunque fatto costar caro agli invasori l’aver tentato la loro patria; e come avvienedopo le guerre di liberazione, crebbero in grandezza. Diocle persuase a riformare lo Stato, conferendo il governo a giudici tratti a sorte,412e da persone capaci facendo compilare un codice. Lui capo, si stanziarono leggi che non solo punivano i malvagi, ma anche ricompensavano i buoni; e furono adottate da molte città con sì felice prova, che a410Diocle si volle erigere un tempio.

Le contese rinate fra Egesta e Selinunte trassero Siracusa in guerra con Cartagine, che dal lido africano allora signoreggiava il Mediterraneo; e gli eventi che ne seguirono mutarono faccia alla Sicilia. I Cartaginesi, venuti come ausiliarj degli Egestani, presero Imera, condotti da Annibale figlio di Giscone, il quale fece strozzare tremila prigionieri nel luogo stesso dove Amilcare suo zio era stato ucciso a pugnalate dopo vinto da Gelone; e sterminò Selinunte e Imera. Poi aspirando a conquistare l’isola tutta,408il vecchio Annibale col giovane Imilcone vi sbarcò cenventimila guerrieri, che diroccarono Agrigento, e ne spedirono a Cartagine preziosissimi capi d’arte, e pelli e teschi di uccisi, a decorazione de’ tempj.

DIONIGI IL VECCHIO

Immenso terrore colse tutti i Sicilioti. Ermocrate, il più grand’uomo dell’isola dopo Gelone[224], erasi mostrato eroe nella guerra contro gli Ateniesi, poi sbandito per intrighi degl’invidiosi, soliti a camuffarsi col titolo di popolani, avea tentato rendersi tiranno di Siracusa. Restò ucciso, ma il valore e l’ambizione di lui ereditò il figlio Dionigi, il quale tolse occasione dai disastri per incolpare i giudici di Siracusa di tepidezza e di corruzione. Una legge, la quale anche oggi gioverebbe a frenare cotesti eroi da piazza, volea che, chi non potesse provare l’accusa, fosse multato come calunniatore;a Dionigi toccò tal pena, e non trovandosi in grado di soddisfarla, perdeva il diritto di più favellare dalla tribuna, quando Filisto (che poi scrisse la storia di Sicilia) pagò del suo, anzi entrò mallevadore per le multe in cui potesse incorrere. Sentendosi spalleggiato, Dionigi infervorò le declamazioni; il popolo, che già lo reputava pel valore, riformò i giudici, e lui pose fra gli eletti. Egli fece richiamare i fuorusciti, sicuro di averli saldissimo appoggio; contrariò i colleghi, ribattendone tutti i consigli e celando i suoi proprj; e col mandar voce ch’eglino s’intendessero co’ nemici, ottenne per se solo il comando delle armi. Spedito a soccorrere Gela, vi protesse la plebe contro i ricchi, e coi beni confiscati a questi fece larghezza all’esercito, mediante il quale occupò in Siracusa405l’assoluta potestà.

Allora si cinse di bravi, strinse parentele potenti, adoprò sessantamila uomini e tremila paja di bovi per fortificare l’Epipoli, con sotterranei che comunicavano al forte di Labdalo, e che con frequenti aperture nella volta agevolavano le sortite. Da principio provò avversa la fortuna, e non potè difendere Gela dai Cartaginesi; onde i soldati rivoltatisegli, saccheggiarono il palazzo di lui e ne maltrattarono la moglie, tanto ch’ella ne morì. Colla forza e col macello Dionigi sottopose i rivoltosi; poi valendosi degli schiavi affrancati, dei soccorsi spartani e della peste sviluppatasi tra’ Cartaginesi, costrinse questi alla pace, e a cedere tutte le conquiste fatte nell’isola, e Gela e Camarina smantellate; e tornò indipendenti tutte le città. I Siracusani, che soli restavano in servitù di lui, insorti di nuovo, sì ben lavorano che lo riducono all’ultima estremità: ma Dionigi sa tenerli a bada, finchè sopraggiunti i suoi alleati, li vince e disarma; e preceduto dal terrore, assoggetta Nasso, Etna, Catania, Leontini;403e può addensare tutte le forze al suo costante intento di snidare dall’isola gli Africani.

Con ottantamila uomini e duemila vascelli affronta i Cartaginesi; ma questi, guidati da Annibale ed Imilcone, radunano a Panormo trecentomila uomini e398quattrocento navi, prendono Erice e Motia, distruggono Messina, e procedono sopra Catania e Siracusa, nel cui porto entrano con ducento galee ornate di spoglie nemiche, e con un migliajo di navi minori.392Pure, decimati dalla peste, dovettero andarsene, cedendo anche Taormina, da loro fondata per collocarvi gl’Italioti venuti in loro sussidio.

Dionigi move allora ad assoggettare la Magna Grecia; generoso, alle città vinte lascia l’indipendenza, e rinvia senza riscatto i prigionieri; solo esercita fiera vendetta sopra Reggio, ricovero de’ fuorusciti siracusani, che, poderosa di trecento vascelli, resse undici mesi d’assedio; al fine caduta,387più non potè risorgere[225].

Anche all’Illiria ed all’Etruria portò guerra Dionigi, sott’ombra di sterminare i pirati; dal tempio d’Agila tolse mille talenti, e il valore di cinquecento in prigionieri e spoglie. Perocchè egli non si fece mai scrupolo di spogliare gli Dei; levò a Giove un manto d’oro massiccio, dicendo,—Gli è troppo pesante per l’estate, troppo freddo per l’inverno»; ad Esculapio fece staccare la barba d’oro, come essa disconvenisse al figlio d’un padre imberbe; tornando a gonfie vele d’aver saccheggiato il tempio di Proserpina a Locri, esclamò,—Ve’ come gli Dei spirano propizj ai sacrileghi!» e coll’oro giunse ad avere sotto gli stendardi fin due e trecentomila soldati, oltre l’equipaggio della flotta. Meditava istituire colonie sull’Adriatico, di là tragittarsi nell’Epiro e nella Focide a saccheggiare il tempio di Delfo: ma gli ruppero il disegno i382Cartaginesi, ricondottida Magone. Dionigi alla prima li vinse, e ricusò la pace; ma avendogli un oracolo predetto che morrebbe quando avesse vinto un nemico più di lui poderoso, non ispinse la guerra agli estremi, e rannodò la pace.

Vigorosa ed accorta amministrazione adoprò Dionigi, ma arbitraria e violenta. Conscio de’ pericoli che circondano il tiranno, mai non dormiva nella medesima camera; facevasi bruciar la barba dalle figliuole, dopo che il suo barbiere s’era vantato, «Ogni settimana ho sotto al rasojo la vita di Dionigi». Come il Machiavelli al suo principe, così il gran filosofo ateniese Platone voleva persuadere a Dionigi di elevare, sulle ruine della democrazia, uno Stato poderoso, che togliesse di mezzo gli stranieri, Greci fossero o Cartaginesi, e non lasciasse all’osco sostituire il parlare ellenico; a ciò l’avrebbe giovato un’oligarchia d’uomini, legati in società arcane, com’erano i Pitagorici. Dionigi per lo contrario favoreggiava ed arricchiva i caporioni stranieri, eccedenti in lusso e dissolutezze; accentrava tutta la vita nazionale in Siracusa, negligendo la restante isola; onde, malgradendo il consigliatore filosofo, s’accordò col piloto spartano che o l’affogasse o il vendesse schiavo. E Platone fu venduto, poi riscattato dai Pitagorici, i quali l’ammonirono:—«Un pensatore non si accosti a principe, se non sappia adularlo».

DAMONE E PITIA

I Pitagorici, benchè sbrancata la loro lega e perseguitati, conservavano potenza quanta bastasse per contrastare alla tirannide di Dionigi. Damone, un di quelli, essendo condannato a morte per la colpa che i governi cattivi appongono a chi non n’ha veruna, chiese di poter prima andar a salutare la famiglia, promettendo ritornare all’ora assegnatagli. Statico per lui rimase in carcere l’amico suo Pitia, il quale vedendolo indugiare oltre l’ora pattuita, sollecitava d’esser messo al supplizioin sua vece. E già v’andava, quando Damone sopragiunto vi si oppone; l’altro insiste: qui generosa gara, della quale meravigliato, Dionigi li manda assolti, e chiede d’entrare terzo nella loro amistà. Poteva darsi amistà fra due filosofi ed un tiranno?

TIRANNIDE DI DIONIGI

Anche una pitagorica, piuttosto che svelare i segreti della sua setta, si tagliò coi denti la lingua. Dionigi, che tutte sorta di gloria ambiva, lesse una volta suoi versi al poeta ditirambico Filosseno, e poichè questi li disapprovò, lo fece chiudere nelle latomie; al domani richiamatolo, gli lesse altri versi; uditi i quali, il sincero poeta si volse agli sgherri, e—Riconducetemi nelle latomie»; Dionigi sorrise, e gli perdonò. Così recossi in pace gli arditi parlari del giovane Dione, il quale, udendolo celiare sulla placida amministrazione di Gelone, gli disse:—Tu ottenesti confidenza e regno pei meriti di Gelone; ma pei meriti tuoi in nessuno più si avrà fiducia». Quando suo cognato Polisseno, chiaritosegli nemico, fuggì, Dionigi chiamò la sorella Testa, e la rimbrottò severamente come conscia della fuga del marito; ed ella:—Mi credi dunque sì vile, che, sapendo che mio marito meditava la fuga, non avessi voluto accompagnarlo? Avrei con esso diviso gli stenti, ben più lieta d’esser chiamata la moglie di Polisseno esule, che la sorella di Dionigi tiranno».

Dionigi aspirò alle lodi della libera Grecia, e mandò suo fratello a vincere per lui nelle decantate corse olimpiche in Elea, e disputare a suo nome la palma poetica, lusingatagli dagli adulatori: ma tutto re ch’egli fosse, l’indipendente gusto de’ Greci lo fischiò, e il retore Lisia tolse a mostrare ch’era indegno l’ammettere un tiranno forestiero a competere in que’ giuochi olimpici, ch’erano destinati a congiungere i liberi Elleni. Pure avendo conseguito il premio della tragedia nelle feste di Bacco, Dionigi ne tripudiò e imbandì un convito,dopo il quale o per veleno o per istravizzo fu côlto da morte, avendo regnato più di qualunque altro tiranno.

DIONIGI II

368Gli succedette il figlio Dionigi, sotto la tutela dello zio Dione, degno amico di Platone, e riverito dal cognato pel rispetto che la virtù impone anche a chi l’abborre. Dicono che Dione al vecchio tiranno insinuasse di lasciar la corona al figlio di sua sorella Aristomaca, escludendo il ribaldo Dionigi, il quale per questo accelerò la morte al padre, e pose odio sviscerato a Dione. Nè questi nè Platone tornato in Sicilia valsero a trarre a miglior costume il malavviato giovane, il quale, non vedendo ne’ loro consigli se non una trama per favorire i figli d’Aristomaca, cacciò Dione in Italia, tenne Platone in cortese prigionia, disperse i Pitagorici loro amici.

DIONE

356Ma Dione, coll’appoggio de’ Corintj, occupò Siracusa, e sbalzato Dionigi, se ne rese signore. Per annunziare la liberazione, egli salì sopra un orologio solare, onde il vulgo disse:—Com’è mobile il sole, così non durerà la costui dominazione»[226]. In fatto, due anni dopo, l’ateniese Callippo, fintosegli amico, lo trucida, e ne usurpa l’autorità; ma353l’anno appresso n’è spogliatoda Ipparino figlio di Aristomaca, il quale domina fino al 350, lasciando disonesta memoria.

347Tra le irrequiete fazioni Dionigi trova partigiani, mercè de’ quali dopo dieci anni risale al potere. Temendo nel figlio di Dione le paterne virtù, il corruppe con discoli costumi, del cui lezzo questi si vergognò tanto, che si diede morte. Per impedire che i Siracusani uscissero di nottetempo, Dionigi permise ai malfattori di spogliare i passeggieri; concesse alle donne un vero dominio nelle case, acciocchè rivelassero le trame dei mariti. Adulatori trovava, delle cui bassezze sol questa rammenteremo, che, essendo egli debole di vista, essi affettavano di urtare per le tavole.—Molti il fanno tuttodì.

TIMOLEONE

Alcuni generosi, sottrattisi alla costui tirannide, fabbricarono Ancona; altri ordivano di riscattare la patria, e salvarla da’ minaccianti Cartaginesi. A tal fine chiesero ajuti a Corinto,365loro metropoli, che spedì ad essi Timoleone, gran capitano e gran cittadino. Timófane, costui fratello, ottenuto il comando delle armi in Corinto, vi aveva usurpato il dominio; e Timoleone, non riuscendo a distornelo, indusse due amici ad ucciderlo.345Giudicato da alcuni generoso, da altri assassino, sua madre lo maledisse; ed egli deliberò lasciarsi morir di fame; poi stornato dal fiero proponimento, giurò non impacciarsi nelle pubbliche cose, e piangere sequestrato dagli uomini. Dodici anni durò nel deserto, poi rimessosi in Corinto, viveva privato, allorchè, propostogli di andar a sostenere i Siracusani, accettò dicendo:—I miei portamenti mostreranno se devoessere intitolato il fratricida o il distruttore de’ tiranni». Con soli settecento uomini sopra venti vascelli approda a Siracusa. Iceta tiranno di Leontini, che, vinto Dionigi e chiusolo nell’Isola,343aveva usurpato la supremazia, tenta invano guadagnarsi Timoleone, il quale cresciuto di seguaci, lo vince e condanna a morte, demolisce l’Isolacovacciolo di tiranni, sicchè Dionigi è costretto rifuggire in Corinto, dove visse col far da maestro.

Timoleone allora fu sopra ai Cartaginesi, il cui capitano Magone, côlto da timor panico, fuggì, e col darsi morte evitò la croce che i suoi serbavano al capitano vinto. Seguitando la prosperità, Timoleone redime Engia ed Apollonia dalla tirannide di Letino, sconfigge Mamerco e Ippone tiranni di Catania e Messina, restaura in Siracusa il franco stato, e le redente città congiunge in federazione sotto le leggi di Diocle. La libertà è rassodata dalla vittoria sopra i Cartaginesi, capitanati da Amilcare e Asdrubale;340ai quali Timoleone ingiunge di lasciar libere tutte le città di Sicilia, che nella pace rinnovarono la popolazione e la prosperità.

Quel modello compiuto di un eroe repubblicano all’antica, fece sottoporre a giudizio le statue dei re precedenti, e trovò degna d’esser conservata soltanto quella di Gelone, effigiato da semplice cittadino.357Deposto il comando, si ridusse a privato vivere, ma coll’autorità del consiglio guidava le cose; a lui già cieco ricorrevano i magistrati, a lui insigni onoranze, a lui gli applausi del pieno teatro ove esponeva il suo parere. Senza contaminarsi di ambizioni, cosa rara, nè, cosa ancor più rara, subire l’ingratitudine, morì carico d’anni, e quando fu posto sul rogo, l’araldo gridò:—Il popolo di Siracusa, riconoscente a Timoleone dell’aver distrutto i tiranni, vinto i barbari, ristabilite molte città, dato leggi a’ Siciliani, decretò di consacrare ducento mine a’ suoi funerali, e commemorarlo tuttigli anni con gare di musica, corse di cavalli, giuochi ginnastici».

AGATOCLE

Aveva egli pensato riformar il paese non colle idee di Pitagora e di Platone, sibbene colla dorica severità; ma i costumi erano guasti a segno, che mal potea reggere chi non avesse tante virtù quante Timoleone. Appena egli chiuse gli occhi, tutto fu scompiglio dentro e fuori;317ed Agatocle se ne valse per tiranneggiare. Quest’era un fanciullo raccolto sulla via, serbato a infami usi, poi applicato al mestiere di vasajo; ma coll’astuzia e colla forza si fece largo, e salì al dominio, e il tenne a lungo, affettando popolarità; cassò i debiti, e distribuì terre agl’indigenti; nè diadema volle nè le guardie, dava facile accesso a tutti, e facevasi servire in vasi di argilla per ricordare l’origine sua; ma nel medesimo tempo sterminava gli aristocratici e i fuorusciti delle varie città, inevitabili fomiti di civili scompigli.

Al pari di Dionigi, sentì che l’impresa più nazionale era il respingere gli stranieri, e difatto fu alle mani coi Cartaginesi: ma questi, sebbene in sulle prime andassero dispersi da una procella, tornati sotto la scorta di Amilcare,311sconfissero Agatocle, ed assediarono Siracusa. Che fa l’ardito? con truppe elette sbarca sulle coste d’Africa, arde le navi acciocchè non rimanga altro scampo che la vittoria, e vi continua quattro anni la guerra senza fare parsimonia d’atrocità e tradimenti. Ma le città greche di Sicilia disturbarono l’impresa col rivoltarsegli: ond’esso ritorna, lasciando in Africa l’esercito, che subito va alla peggio, e che indispettito del vedersi abbandonato, ne strozza i due figliuoli, e si arrende ai Cartaginesi. Agatocle si vendica strozzando in Sicilia i parenti de’ soldati,306e restaura l’obbedienza in paese e la pace co’ nemici.

Anche in Italia spinse correrie, assalì Crotone, vinse i Bruzj, saccheggiando e ritirandosi. Non diremo conTimeo che a fortuna soltanto sia dovuto il suo elevamento; ma deturpò con sanguinarie crudeltà le splendide doti del suo animo. La pace che mantenne con mano di ferro, mostra se conosceva il suo paese; quanto conoscesse gli avversarj, il mostra l’audace suo sbarco in Cartagine. Onde Scipione Africano che poi l’imitò, richiesto quali eroi avessero mostrato più senno nel disporre i disegni, e più giudizioso ardimento nel compirli, nominò Agatocle e Dionigi il Vecchio.

289Arcàgato suo nipote lo avvelenò, e ne assunse il dominio; ma poco stante costui è assassinato da Menone, che tenta farsi proclamare dall’esercito: assalito però da un altro Iceta, rifuggì tra i Cartaginesi. Iceta governò per nove anni col titolo di stratego della repubblica;280poi Tinione s’impadronì del potere, disputatogli da Sosìstrato.

ALTRE CITTÀ SICILIANE

Di mezzo a ciò nuovi tiranni erano sorti in quasi tutte le città. Agrigento, risarcitasi alquanto della distruzione sofferta, fu corifea della lega contro Agatocle, poi soffrì la tirannide da Fintia, che soccombette a Iceta. Gli stranieri che militavano al soldo di Agatocle, ajutati dalla scissura e dalle varie tirannidi, s’insignoriscono di Messina, e invaghiti di sì opportuna postura, scannano gli uomini, vi si stanziano col nome di Mamertini, e sottopongono gli Stati limitrofi, sostenuti da una legione romana che avea fatto in Reggio quel che essi in Messina. I Cartaginesi scorrono fino alle porte di Siracusa; onde questa chiama in soccorso Pirro re di Epiro,278sposo di Lanassa figlia di Agatocle, le cui imprese ci saranno divisate più tardi.

Le altre città siciliane procedettero come satelliti delle due principali. Erano famose pei vini Taormina e Leontini, città voluttuose e di territorio ubertosissimo. Catania grandeggiò sul suo golfo, sinchè la lava dell’Etna non la sovvertì. Ibla, fabbricata da Greci diMegara, traea vanto dal miele, emulo dell’ateniese d’Imetto. Camarina era infestata e difesa da una palude; dato scolo alla quale, restò salubre, ma esposta ai Siracusani che la distussero. Con miglior fortuna Empedocle sanò i marazzi attorno a Selinunte. Erice visitavasi per la voluttuosa divozione di Venere; ne traevano lautissimi guadagni le schiave devote, la cui bellezza vive tuttora nelle donne del monte San Giuliano, popolato anche adesso dalle colombe, sacre alla dea d’amore. Allo scarco del monte su cui poggiava Erice, sorgeva Egesta, che avendo ricusato denaro ad Agatocle, vide i migliori cittadini mandati a strazio, fatte a brani le donne, venduti i figliuoli in Italia. Il suo nome fu dai Romani mutato in Segesta, perchè quei fieri superstiziosi impaurivano dinanzi a un vocabolo malaugurato qual era questo, somigliante adegestas, come Malevento cambiarono in Benevento. Di qui era nativa Laide, che a dodici anni trasferita a Corinto, divenne famosissima cortigiana; e i pittori accorreano per copiarne alcune bellezze. Imera vantavasi pei bagni caldi, e per aver dato la culla al poeta Stesìcoro. Allorchè i suoi concittadini voleano chiedere ajuti al tiranno Falaride contro i loro vicini, il poeta narrò loro la favola del cavallo, che volendo combattere l’orso, si tolse in ispalla l’uomo; riuscì vincitore, ma l’uomo aveva imparato a mettergli il morso e tenerlo schiavo. Enna, forte di mura, ridentissima di circostanze, celebrava con annue solennità le feste di Cerere, dea che quivi era nata, e la cui figlia era stata rapita mentre pe’ campi suoi coglieva fior da fiore.

PRODUZIONI

Fenicj e Cartaginesi facevano dapprima in Sicilia vivo traffico d’asportazione; poi le colonie greche vi aumentarono l’industria. Le accennate favole sono argomento che da antichissimo vi si coltivavano il grano, l’ulivo, gli aranci; e il titolo di granajo d’Italia alludealla sua fertilità, tantochè nove milioni di sesterzj Roma vi spendeva ogni anno in grani[227]. Gelone offrì nutrire l’esercito greco tutto il tempo che durerebbe la guerra co’ Persiani. Gerone II ai Romani, dopo sconfitti al Trasimeno, regalò trecenventimila moggia di frumento, e ducentomila d’orzo. Diodoro attribuisce la prosperità di Agrigento all’olio e al vino che spacciava in Africa, dove ancora non erano naturati. Ne’ tempi storici, Anassila introdusse in Sicilia le lepri, e Dionigi il platano[228]. Riccamente vi facea lo zafferano, che contandosi pel più bel colore dopo la porpora, e per ingrediente prezioso delle vivande e de’ profumi, otteneva grande importanza, come anche l’abbondantissimo e squisito suo miele, quand’era ancora sconosciuto lo zuccaro. Favole e storie accennano ai copiosissimi armenti siciliani ed ai formaggi: i cavalli, massime di Agrigento, erano in gran nominanza, e in tal numero, che negli eserciti siciliani la cavalleria sommava a un decimo de’ pedoni. Inoltre v’abbondavano metalli, agate, oggetti di lusso; e Roma, già avvezza ai trionfi, stupì delle dovizie trovate nel saccheggio di Siracusa. Questa abbiamo detto di quanto popolo fosse ricca; ed altrettanto erano in proporzione Agrigento, Gela, Imera, Catania, Leontini, Lilibeo; Dionigi radunò sessantamila operaj dalle circostanze di Palermo.

LETTERATURA

Il fiore delle belle lettere in Sicilia prevenne quello di Grecia, e il dialetto dorico vi fece le migliori sueprove[229]. A Sparta ogni anno pubblicamente leggeasi il trattato dellaRepubblicadi Dicearco da Messina[230]. Epicarmo, fiorito nel 500, è il primo o dei primi che desse forma regolare alla commedia; metteva in canzone numi ed eroi[231]; trattava quistioni politiche, svolgendole in catastrofi ben derivate, dipingendo caratteri, intarsiandovi proverbj antichi e sentenze de’ Pitagorici, formando insomma quella mistura di lepido e di profondo che oggi è tanto pregiata quanto scarsa. Sofrone inventò i mimi: Corace e Lisia furono primi ad istituire scuole di retorica, della quale fu sì pronto l’abuso: e già Polo d’Agrigento è introdotto da Platone nelGorgiaa sostenere che l’interesse personale è la misura di tutto il bene; vantare la retorica perchè permette all’oratore di appagare tutti i suoi capricci, opprimere gli avversarj, e farli esigliare ed uccidere.

TEOCRITO

La poesia pastorale fu creata in Sicilia da Stesìcoro, e più tardi perfezionata da Teócrito, il quale con bellissimi versi sembrò rinnovare l’illusione de’ giornifortunati, quando l’isola del sole godeva la pace e la tranquilla agiatezza de’ campi. Mirabile per la testura del verso e l’ingenuità della frase, non sempre egli evita le arguzie e i giocherelli di parole, delizia dei secoli di decadenza; ma è il solo fra i bucolici che abbia saputo farsi originale coll’esser naturale, essendo i suoi veramente pastori, a differenza di quelli di Virgilio, di Gessner, di Voss, e ancor più di quelli del Guarini e del Sannazzaro, che tradiscono la finzione col mostrare per la vita loro un appassionamento, non proprio se non di chi ne provò una diversa. Pure gli idillj di Teocrito sentonsi dettati alla splendida Corte di Tolomeo, alle lodi del quale e di Berenice dirizza continuo i pastorali accordi; e mira a dare risalto alla regia pompa col contrapposto della boschereccia semplicità, ed ingrandire la meraviglia delle feste col porne la descrizione in bocca di gente grossiera e stupita. Il panegirista della ingenuità campestre non ha vergogna di mendicare, e dire a’ suoi principi:—La musa mia negletta rimane nella solitudine; incoraggiatela, e saprà presentarsi con nobile confidenza».

Men pastorali e meno ingegnosi sono gl’idillj di Bione da Smirne e di Mosco da Siracusa, somiglianti piuttosto ad elegie o a canti mitologici.

SCIENZE

Nè minor fiore ebbero in Sicilia le scienze. Già indicammo quante verità custodissero e trasmettessero i Pitagorici, applicando le matematiche alla fisica, fin a scoprire il vero sistema mondiale. In fatto Iceta da Siracusa, anteriore al naturalista Teofrasto, conobbe la rotazione della terra; Empedocle adombrò l’attrazione e repulsione newtoniana coll’amore e la discordia da cui fa generare i moti del mondo, e pare non ignorasse i fenomeni dell’elettricità[232]. L’analisi geometricae molte scoperte guidò Archìtada Taranto[233], che abbiamo veduto spesso a capo degli eserciti e del governo della sua patria.

Gerone II mandò a Tolomeo Filadelfo re d’Egitto un vascello a venti ordini di remi, che superava ogni costruzione egizia in agilità e in meccanismi ingegnosi. Per esso fu tagliato sull’Etna tanto legname, quanto basterebbe a formare sessanta galee: v’avea splendide camere con trenta tavole da quattro persone (τετράκλινοι), pavimento a tarsìa rappresentante la guerra di Troja, gabinetti di voluttà, solati di agate e altre pietre di Sicilia, gallerie di quadri, scuderie, magazzini, cucine, forno, orologio, passeggio con giardino. Era disegno di Archimede, il quale forse inventò a quell’uopo le taglie e la vite perpetua; v’aggiunse un apparecchio da guerra, cingendolo d’una specie di cortina, con macchine che lanciavano travi lunghe venti piedi, e sassi pesanti cenventicinque libbre, alla distanza di cenventicinque passi[234].

ARCHIMEDE

287-212

Questo Archimede segnò orme indelebili nella storia delle scienze; sebben nelle lettere onde accompagnava i varj suoi libri, attesti che molte cose avea non inventate, ma apprese. Le teoriche sue sono oggi ancora il fondamento dei metodi per misurare gli spazj terminati da linee o da superficie curve, e il loro ragguaglio con figure e piani rettilinei, fissando il rapportodella periferia al diametro come ventidue a sette. In due maniere indipendenti trovò la quadratura della parabola; nel trattato sulle spirali elevossi a considerazioni più ardue, conducendo le tangenti e misurando le aree di curve che oggi riguardiamo come trascendenti; tanto che Vieti l’accusava di falso, sinchè il calcolo differenziale e l’integrale provarono l’esattezza de’ risultamenti. Dimostrò che, se la sfera sia circoscritta al cilindro, il rapporto tra la superficie e i volumi è lo stesso, cioè due terzi: del quale teorema, che ancora è il più elegante della geometria elementare, tanto egli si compiacque, che volle queste due figure scolpite sul suo cippo funereo. Provò che in ogni sistema di corpi esiste un centro di sforzo e di gravità, e lo determinò nel parallelogrammo e nel triangolo, col che sottopose alla meccanica razionale tutti i problemi relativi all’equilibrio dei solidi.

L’arenariasua avrebbe aria di nulla meglio che un giocherello di curiosità, dirigendosi a confutare chi diceva che nessun numero, per quanto grande, basterebbe ad esprimere la quantità delle arene: pure Archimede, formando una progressione numerica, per la quale esprimere quanti granelli se ne richiederebbero onde colmare la volta del firmamento, ridusse sensibili i concetti che si avevano intorno al sistema del mondo, e applicò il calcolo a conoscere il diametro del sole; tanto più mirabile perchè all’aritmetica greca mancavano figure onde esprimere di là dai cento milioni[235]. Non è fuori di probabilitàche siano dovute a lui la prima idea della rifrazione astronomica, e le più antiche ricerche sulle equazioni indeterminate.

DOTTRINE E INVENZIONI DI ARCHIMEDE

Volendo Gerone II chiarirsi se l’orafo, incaricato di fargli una corona, v’avesse impiegato tutto l’oro somministratogli, chiese ad Archimede se vi fosse modo di accertare le proporzioni della lega. E Archimede vi pensava come chi desidera riuscire, cioè giorno e notte, finchè nel gettarsi in un bagno, gli brillò agli occhi l’idea del peso specifico, e ne giubilò a segno, che così nudo balzò fuori, e corse attorno, gridando:—L’ho trovato, l’ho trovato». Vera o no che sia la storiella, torna ad Archimede il merito d’aver inventata e coordinata l’idrostatica; scoprì che ogni particella d’un fluido è premuta da una colonna del fluido stesso sovrappostale verticalmente, e che la porzione più compressa respinge la meno. Accertato il qual vero dall’esperienza, avvertì che un fluido, pesante verso il centro del globo, deve offrire una superficie sferica; e che un solido, il quale pesi quanto un egual volume di liquido, si sommergerà,mentre quelli che pesano meno ne emergeranno in proporzione: dal che inferì giustamente, che i corpi sommersi trovansi risospinti con una forza rappresentata dalla differenza tra il loro peso e quello d’un volume eguale di fluido, e che ogni solido immerso perde tanto di gravità, quanto pesa il volume d’acqua che sposta; fondamento dell’idrostatica.

Progredendo, chiarì che i corpi sospinti da un fluido, salgono per la perpendicolare che passa pel loro centro di gravità, onde colla geometria potè determinare qual figura meglio s’addica ai galleggianti, affinchè inclinati si raddrizzino: canone fondamentale nella costruzione de’ vascelli, che Eulero e Bouguer ampliarono, ma che sta ancora qual lo pose il grande Italiano.

A lui pure torna il merito delle prime nozioni scientifiche intorno alla barologia, almeno dei solidi; poichè, generalizzando l’osservazione volgare, egli primo stanziò che lo sforzo statico prodotto in un corpo dalla sua gravità, o vogliam dire il suo peso, dipende dal volume, non dalla forma superficiale: nozione che oggi ne pare semplicissima, e che pure fu il germe d’una proposizione capitale, a cui non venne dato compimento se non allo scorcio del secolo passato; vale a dire che il peso, non solo è indipendente dalla forma e dalle dimensioni d’un corpo, ma anche dal modo onde le sue molecole sono aggregate.

Di quaranta invenzioni meccaniche gli antichi faceano lode ad Archimede; la teorica del piano inclinato, i sistemi delle carrucole, la vite perpetua, per cui un movimento di rotazione può trasformarsi in un altro perpendicolare al primo; avendo agli Egiziani per riversar le acque rimaste dopo gli allagamenti del Nilo, e per vuotare la sentina delle navi insegnato la vite detta d’Archimede, tuttora vantaggiosamenteadoperata, e consistente in un asse, con ale sporgenti a spira, e chiuso in un cilindro concentrico a quello, inclinato da 30 a 35 gradi all’orizzonte, e per la base inferiore appoggiato nell’acqua, sicchè girando eleva di passo in passo l’acqua fra le spire incavate ed il cilindro. Costruì pure una sfera che rappresentava i moti degli astri; e disse a Gerone che, datogli un punto d’appoggio, sposterebbe e cielo e terra[236]. Siccome però egli cercava la verità per se stessa più che per le applicazioni, non ci lasciò descritte le sue macchine; sebbene in grazia appunto di queste abbia acquistato la popolarità, la quale si attacca più volentieri alle applicazioni.

ARTI BELLE

Siamo lieti di soggiungere che del suo talento meccanico egli fece l’uso migliore che uom possa, adoprandolo a difesa della patria. Siracusa era assediata dai Romani, ed il console Claudio Marcello v’adoprava tutta la bellica maestria: ma al punto di mettere in atto le macchine, se le vedeva rendere inerti da sempre nuovi congegni d’Archimede, e le navi or affondate, or rapite in alto, ora capolevate, o con specchi incendiate di lontano[237]. Però l’arted’Archimede non potè salvare la sua città dai tradimenti. Già il nemico l’aveva invasa, ed egli rimaneva tuttora assorto ne’ suoi calcoli, talchè non udì la intimata d’un guerriero romano, che veniva invitarlo a nome di Marcello. Il brutale Romano, credendosi insultato da quella noncuranza, l’uccise. I guaj della Sicilia non le lasciarono o libertà o sentimento di onorare il gran cittadino; e la colonnetta colla sfera e il cilindro, che segnava la gleba del riposo di lui, giacea dimentica fra le tombe volgari quando Cicerone[238]andò a sterrarla di sotto le macìe, e richiamarla all’onoranza degli immemori Siracusani.

Dell’antica grandezza ci conservò stupende testimonianze la Sicilia nelle belle arti. Fin di cinque secoli avanti Cristo abbiam medaglie sue, e di colà sono le più belle fra le antiche, a gran pezza migliori che quelle della Grecia propria; e massimamente i nummi incusi di re Gelone, di Gela, Agrigento, Sibari, Crotone, Reggio, Taranto, palesano squisitissimo gusto. Iperbio ed Agricola che fabbricarono la rôcca di Atene, secondo Pausania venivano di Sicilia. A Learco reggiano gli Spartani commisero una statua di bronzo in molti pezzi, connessi con chiodi, nel 178 di Roma; nel 214 Damea crotoniate lavorò in Elide quella dell’atleta Milone. È lodatissimo un gruppo di Siracusa che incorona Rodi; insigni vasi dipinti vi si vanno scoprendo; e il siciliano Demofilo pittore è gloriato come maestro di Zeusi, uno de’ maggiori artisti, e che fu d’Eraclea nella Magna Grecia.

RUINE DI SELINUNTE

I monumenti siciliani tengono dell’austerità e forza dorica, più che della mollezza e grazia jonica, e sempre con carattere arcaico. Ma l’arte vi venne di Grecia? o da noi passò colà? A quest’ultima opinione farebbero piede i bassorilievi, scoperti non è molto a Selinunte. Questa città ebbe nome dal petroselino che prospera ne’ suoi dintorni, e che essa portava nel suo stemma[239]; durò soli ducenquarantadue anni, e fu distrutta da Annibale prima che sentisse la mescolanza straniera. Giace in riva al mare a mezzodì dell’isola inun vasto piano, diviso da un vallone, ove oggi stagnano le pioggie, e la chiamano Terra de li Pulci. Se la guardi dal capo Granìtola, la credi ancora una gran città; accostandoti riconosci che tutto è ruine, ma così gigantesche che tramutano la melanconia in istupore, e la fantasia si compiace con quei massi enormi, con quegli immani rocchi ricostruire edifizj che parrebbero fatti per una generazione di giganti. Epilieri de’ gigantierano appunto denominati dal vulgo, al quale solo erano conosciuti, dopo che probabilmente un tremuoto volse sossopra que’ colonnati. Tardi vi si applicò l’attenzione degli antiquarj; e sopra l’alta collina prossima al mare, che sembra fosse l’antica acropoli, si intrapresero escavazioni, onde vennero al giorno tempj dorici, sul maggiore de’ quali, periptero esastilo, sovra diciassette colonne posava un cornicione con un fregio dorico, fra’ cui triglifi stavano metope preziose, anteriori d’un secolo e mezzo a quelle d’Egina, che si contano per le più antiche di Grecia. E sette sono que’ tempj, parallelamente disposti su due colline, tutti, dal minore in fuori, circuìti da colonne doriche, nascenti e fortemente rastremate, coll’echino molto sporgente,e viepiù in grazia del sottoposto cavetto. In due di essi, colonne a doppia schiera sostengono il portico nel prospetto, e il pronao chiuso a modo di vestibolo, e le mura della cella prolungate senza pilastri nè colonne; disposizioni che si riscontrano soltanto ne’ monumenti egizj. Nelle metope suddette in rozzo tufo, rappresentanti Ercole coi Làpiti, Perseo con Medusa ed altre scene mitologiche, la monotonia delle teste in profilo tagliente senza cognizione dello scorcio, le barbe a punta, gli occhi fessi al modo degli uccelli, le bocche, i capelli, le pieghe sentono il far rituale, che copia tipi convenzionali anzichè la natura, e indicano il passaggio tra l’arte egiziana e la greca. La prima predomina nelle più antiche; due s’accostano ai marmi d’Egina; nelle altre cinque le variate pose e il piegar degli abiti mostrano un’arte avviata al movimento ordinato e alla rappresentazione animata della classica Grecia. In generale però le opere plastiche dell’isola non ne pareggiano la grandiosità architettonica, nè mai abbandonarono l’arcaismo.

RUINE DI SEGESTA

Fra Trapani e Palermo sorgeva Segesta, fabbricata dagli Elimi, colonizzata dai Tessali; e ancora in mezzo alla solitudine vi s’incontra un tempio parallelogrammo di cinquantasette sopra ventiquattro metri, cinto da trentasei colonne doriche, elevate nove metri e del diametro di due; robuste quanto richiedevasi per reggere il soprornato gigantesco. Tutto s’impronta di una antichità anteriore alla greca educazione, e meglio è conservato perchè non subì le erudite trasformazioni dell’imperatore Adriano, come i monumenti greci.

Se passiamo a Siracusa, troviamo opere più ingentilite e tondeggianti; ed oltre i sepolcri, i tempj, ed uno stilobate lungo cenventicinque passi, che sostiene un’ara oblunga detta di Gerone II, che aveva cornice dorica, adesso appunto si scoperse l’acquedotto che provvedevacopiosamente di acque l’isola, e che potè dare origine alla favola di Aretusa, per confondersi colla quale veniva il fiume Alfeo sin dal Peloponneso,Incorruptarum miscentes oscula aquarum[240]. L’anfiteatro, formante un’elissi molto allungata, parte costruito di pietroni, parte tagliato nel masso, probabilmente fu fatto dai Romani ad uso della colonia postavi, giacchè non sarebbe proporzionato all’antica popolazione. Più accuratamente erasi fabbricato il teatro, che Diodoro Siculo farebbe il più insigne di Sicilia; e posto nel luogo più popoloso della città, offriva agli spettatori la vista del mare, del gran porto, dell’isola Ortigia, delle belle campagne irrigate dall’Anapo, e de’ migliori edifizj della città. Altrettanto meravigliose sono le catacombe, che serpeggiano per molte miglia sotto Acradina, Tiche e Neapoli, attestando dal numero dei morti l’immensa popolazione di quella città.

MONUMENTI IN SICILIA

Nè manca di che ammirare a Catania, sebbene molti fabbricati rimangano sepolti dalle lave; come il teatro, costruito di grandi massi senza cemento, il tempio di Cerere, e tant’altri cimelj, che tratti in luce dalla munificenza del Paternò principe di Biscari, formano uno dei più sontuosi musei. Sotterranei e sculture gigantesche si hanno pure a Lilibeo, tomba della Sibilla Cumana, poi riedificato dagli Arabi col nome di Marsala, cioè porto di Dio, e da poco tempo reso celebre per la preparazione de’ vini stabilitavi da una società inglese.Stupendo poi è a Taormina il teatro, che da una banda mostra il clivo scendente fino al mare Jonio, dall’altra la pendice che sale al fumante vertice del Mongibello: statue, colonne, vasi, che l’adornavano, caddero a pezzi od arricchirono la moderna chiesa; e le volte e le nicchie artifiziosamente disposte per moltiplicare la voce degli attori, non ripetono più che il grido d’ammirazione degli stranieri e il gemito de’ paesani.

—Popolo ascolta i miei canti e il suon della lira sposato alla voce. Io celebro Agrigento, delizia di Venere, e la bella sua campagna. Le Grazie, seguendo le orme della dea, danzano per queste valli; e spesso sulle sfere stellate la lode delle sue piaggie risuona sulle labbra d’Apollo». Così cantava Pindaro; ma Agrigento, che servì poi di piazza d’arme ai Cartaginesi nella guerra contro i Romani, e fu presa da questi, or si trova ridotta al piccolo Girgenti, sparso però di resti d’antica magnificenza, e tombe d’uomini, di cani, di cavalli per ogni via. Qual magnifico prospetto non dovea presentare, a chi venisse d’Africa, quel porto, incoronato di superbe costruzioni e di tempj a ciascun dio, fabbricati dai prigionieri cartaginesi! Alcuno ancor ne sussiste, e i principali furono dai moderni, non con bastante ragione, intitolati a Giunone Lacinia e alla Concordia. Il primo ha un portico di trentaquattro colonne doriche; l’altro pur dorico bene sviluppato e colto, è il più bel monumento della Sicilia, malgrado la pesante trabeazione e ricorda il Partenone d’Atene. Quello d’Ercole perì: a quello di Giove Olimpico lavoravasi ancora quando i Cartaginesi presero la città, sicchè rimase imperfetto; di proporzioni gravi, come tutti gli edifizj dell’isola, e non senza qualche pesantezza e rusticità di dettagli, per ardimento di costruttura e grandiosità di proporzioni era posto a pari col celebre di Diana in Efeso; le colonne doriche si alzano ventimetri sopra quattro di diametro, talchè nelle canalature un uomo può riporsi come in una nicchia. Rimase coperto fra i rottami sino ai giorni nostri, quando i frantumi revocati alla luce, e i colossi di rigidezza primitiva, che sopportavano il coperto dell’ipetro, mostrarono quante cose nostre rimangano a scoprire, quante antiche grandezze a interrogare. Un solo pezzo d’architrave è lungo otto metri; e Denon, che pur aveva studiato l’Egitto, restava attonito davanti a quelle masse che pareano fatture di giganti, e ogni colonna una torre, ogni capitello una rupe.


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