CAPITOLO VI.

CAPITOLO VI.Primordj di Roma. I Re.Ora dalla mescolanza di Latini, Sabini, Etruschi vediamo formarsi il popolo, che per lunghi secoli dominerà tutto il mondo civile, e che è il più degno di storia perchè rimase come il prototipo delle nazioni d’Occidente.IL LAZIOIl Tevere, che in 300 chilometri di corso riceve la Chiana, la Nera, il Teverone, finchè per le due bocche di Fiumicino e d’Ostia scarica pigramente nel Tirreno, è il maggior fiume dell’Italia peninsulare, ma disavvenente e ingrato. Fra esso e il monte Albano, e fra Tivoli e il mare un arido e ondulato cantone di appena quaranta miglia di superficie confinava a mattina e a scirocco coi Volsci; a occidente esso fiume il separava dagli Etruschi; a settentrione l’Aniene e il monte Lucretile dagli Equi e dai Sabini. I quali Sabini dalle alture appennine aveano snidato gli Aborigeni; e cresciuti di gente, calarono in quel piano dilatato, che perciò denominarono Lazio; e soggiogati o respinti i Siculi, vi presero stanza, edificando i casali di Laurento, Preneste, Lanuvio, Gabio, Aricia, Lavinio, Tivoli, Tuscolo dalle mura di massi quadrilunghi; Ardea capitale dei Rùtuli, ricchi di commercio, che mandarono colonie fino a Sagunto di Spagna.Le distinte popolazioni di quel paese, che Dionigi Alicarnasseo dicea formare quarantasette Stati indipendenti, e probabilmente volea dire Comuni, erano congiunte dal vincolo religioso, e alle ferie Latine convenivano tutte sul monte Albano per quattro giorni disolenne sacrifizio, del quale portavano a casa le carni: a Tivoli interrogavano la fatidica Sibilla; dal profondo della selva Albunea raccoglievano oracoli dal comune iddio Fauno; in onore di Pale dea dei pastori celebravano le Palilie al 21 aprile, quando il sole entra nel segno del toro, animale venerato in Italia, e quando primavera rinnova la natura. Festa tutta rusticale, ove le pecore si aspergevano d’acqua santa; pastori e pastorelle ornavansi di frondi e ghirlande; alla dea offrivasi del miglio in corbelle di paglia, e latte ancor tepido, e la si invocava ripetendo tre volte verso Oriente la prece rituale; poi il preside del sacrifizio beveva da una ciotola di legno latte e vin caldo, astergeva le mani in acqua viva, saltava traverso un fuoco di paglia, e purificava se stesso[144].ALBALUNGAAnche dopo gl’incrementi d’Alba e di Roma, metropoli dei Latini fu tenuta Lavinio, città sul mare, dov’erano deposti gli Dei penati de’ Latini. Questo fatto darebbe a supporre che per mare vi fosse venuta la gente sacerdotale che portò nel Lazio la religione, e che è simboleggiata in Saturno, quivi celatosi dalle persecuzioni di suo figlio Giove[145].Per antichissimi re del Lazio sono mentovati Pico, Fauno, Latino.1300?av. C.Regnante Fauno, quivi approdò una colonia di Arcadi, cioè di Pelasgi, condotta da Evandro, e sedutasi in riva al Tevere, vi fabbricò Palanzio[146].Due generazioni più tardi, regnando Latino, giunse un’altra colonia pelasga, cioè profughi di Troja, che, distrutta la patria loro dai Greci congiurati, qui ne cercavano una nuova e dominio[147]. Enea, principe trojano che li guidava, sulle rive del fiume Municio, detto Laurento dai lauri che le vestivano, sconfisse Turno principe de’ Rutuli, sottentrò a re Latino, e collocati i profughi lari in Lavinio, alla dinastia indigena surrogò la sua propria.1250?Questa ebbe poi reggia in Albalunga, la quale fu madre di trenta città, poste in altura e rinforzate già di muraglie da Pelasgi ed Etruschi, quali erano Camerio, Nomento, Crustumeria, Fidene, Colazia, Gabio ed altre, futuri trofei di Roma. Ad Enea successe nel regno Ascanio suo figlio, poi una mal determinata serie di re fino ad Amulio.ROMOLO796Costui, usurpato al maggior fratello Numitore il trono, costrinse Rea Silvia, unica figliuola di quello, a consacrare la propria virginità a Vesta. Pure il dio Marte la rese madre di due gemelli. Gettati nel Tevere onde sperdere il pericolo di pretendenti, dall’onda, più mansueta che lo zio, furono deposti a piè d’un fico selvatico, e allattati da una lupa. Venuti in età, conobbero l’esser loro, e colle prodezze raccoltasi attorno una masnada di valorosi Latini, la aquartierarono sulle rive del Tevere a sedici miglia dallo sbocco e poco dopo il confluente del Teverone, ove già cinque razze di popoli s’erano stabilite e scomparse[148]: contradasilvestre, ondeggiante su molti colli, quali il Saturnio, da poi Capitolino, elevato appena sessantacinque metri sopra il mare, ma orrido di sterpi e rupi; l’Aventino il maggior di tutti, nereggiante di lecci e lauri; il Celio (Laterano), detto Querquetulano perchè tutto a querce; il Viminale dai vimini, l’Esquilino o Fagutale dagli eschi e dai faggi; il Palatino, sacro a Fauno silvestre, con un bosco del dio Pan, dal quale le lupe scendevano ad abbeverarsi nel Tevere, i cui trabocchi stagnavano alle sue falde: e bosco e palude erano tra il Capitolino e il Quirinale, oggi monte Cavallo[149].ORIGINE DI ROMASu quei colli, meno insalubri che la pianura, al punto ove confinavano753Latini, Sabini, Etruschi, fondarono una città, e la chiamarono Roma cioèforzanel linguaggio comune, Flora nel linguaggio sacerdotale, oltre un terzo nome arcano, che si pronunziava soltanto nelle cerimonie più secrete[150].Romolo, ucciso il fratello Remo, domina senza competitore, e cresce la sua città pubblicando:—Chiunque vi venga, avrà asilo e mercato franco»; i primi coloni col titolo di patrizj sono il tutto della terra; rimangono plebe gl’indigeni soggiogati, o i ricoverativi da poi, ma a quelli si collegano in qualità di clienti, non potendo se non per mezzo di questi patroni ottenere giustizia, la quale venendo resa con forme rituali, non potea spettare che ai patrizj, unici possessori della religione e del diritto.749Romolo sparte i cittadini in tre tribù, e da ciascuna sceglie cento cavalieri per la guerra, cento senatori per l’amministrazione. Onde aver matrimonj rapisce fanciulle dai Sabini, i quali, venuti per vendicarle, non pure sono pacificati, ma formano un popolo solo col romano, prendendo stanza sul Quirinale coi proprj Dei, nettando dagli stagni e dalle foreste la valle fra il Palatino e il Campidoglio perchè servisse di piazza ai due popoli, che aveano accomunato l’acqua e il fuoco, e stabilito un tempio a Vulcano pei parlamenti. Cameria, Fidene, Vejo, altre vicine città sono conquistate, trasferendone a Roma gli abitanti, e di romane colonie popolando que’ paesi. Romolo, morto o ucciso, è annoverato fra gli Dei.714All’eroe succede il legislatore, al romano il sabino Numa Pompilio, che ispirato dalla ninfa Egeria, istituisce, o introduce dalla Etruria le vergini vestali, i sacerdoti feciali, e preci e festività e cerimonie religiose; a lui cadono dal cielo gli Ancili, scudi che rimasero un altro dei pegni sacri della fortuna di Roma; riforma il calendario, consacra le proprietà col culto del dio Termine, distribuisce il popolo in maestranze d’arti,fonda il tempio di Giano nell’Argileto. Secolo d’oro, tutto quiete e concordia, sicchè il tempo di Numa restò perennemente desiderabile.I RE DI ROMA671Ma presto il sereno sparisce. Il bellicoso re Tullo Ostilio apre guerra contro Alba, capitale dei Latini e madre di Roma; e vien definita col duello di tre fratelli Orazj con tre Curiazj; Alba è a suon di trombe distrutta, i cittadini trasferiti a Roma sul monte Celio, e la guerra continua per sottoporre le città che a quella avevano obbedito. Ma mentre vuole, coi riti insegnati da Numa, placare le divinità adirate, Tullo rimane colpito dal fulmine.639Anco Marzio, suo nipote e successore, vince Fidenati, Volsci, Vejenti, Sabini, Latini; prepara il porto di Ostia, le saline e il carcere Mamertino a piedi del Tarpeo; fortifica l’Aventino e il Gianicolo per assicurare dagli Etruschi la navigazione del Tevere; fa scolpire le leggi sacre, delle quali rinnova il cessato vigore.614Tarquinio Prisco, oriundo di Corinto e lucumone d’Etruria, ottiene lo scettro romano, favorito da augurj; aggrega cento nuovi senatori, due nuove vestali; fabbrica acquedotti, cloache, i portici del fôro, il Circo Massimo tra il colle Palatino e l’Aventino, il tempio di Giove sul Campidoglio; vince Sabini, Latini, Etruschi, coi quali ultimi fa pace: pace generosa, dove nè tampoco esige tributo, ma solo vuole riconoscano la sua supremazia mandandogli la corona, lo scettro, i fasci, le scuri, il trono d’avorio. Al fine è assassinato dai figli d’Anco Marzio, pretendenti al trono paterno.578Non l’ottennero però essi, bensì uno nato schiavo, poi fatto genero da Tarquinio, e nominato Servio Tullio. Costui rinnova guerra agli Etruschi, violatori dell’accordo; i Latini unisce nel culto di Diana sull’Aventino; amplia il recinto della crescente città, sicchè abbracci sei colli sulla sinistra e il Gianicolo sulladestra del Tevere, e la divide in quartieri; introduce le monete e il censo; distribuisce il popolo in classi e centurie a norma della ricchezza, non in tribù a norma dell’origine; e accortosi come facilmente abusi chi tiene il sommo potere, voleva abdicare e istituir la repubblica, ma fu assassinato da Tarquinio suo genero.534Questo col titolo di Superbo tiranneggia i sudditi, e si tiene alleato ai prepotenti vicini e signorotti del Lazio, i quali lo proclamano capo della lega Latina, e consentono a Roma il primato ne’ sagrifizj che alle ferie Latine celebravansi sul monte Albano; dei reluttanti trionfa, e singolarmente di Gabio e Suessa Pomezia; in Roma costruisce le cloache; dal Campidoglio esturba gli altri Dei acciocchè vi rimanga unico Giove; compra da una fata i libri Sibillini che preconizzano il destino di Roma. Ma avendo suo figlio Sesto violentato Lucrezia matrona, questa si uccide, e per vendetta di quel sangue Tarquinio viene espulso da Collatino marito, da Lucrezio padre e da509Giunio Bruto parente della generosa: alla monarchia surrogasi la repubblica con due annui consoli, la quale ne’ maggiori frangenti si affida agli arbitrj d’un dittatore. Vinto Tarquinio che tornava alla riscossa, sventato l’interno tentativo d’una controrivoluzione, respinto il re etrusco Porsena496ch’era venuto per ripristinare i Tarquinj, data al lago Regillo una battaglia ove, mediante il valore d’Albo Postumio e l’assistenza dei Diòscuri, i re perdettero le ultime speranze, Roma nell’esaltamento della vittoria e della libertà cresce di potenza.In questo tenore i primi tempi di Roma ci sono raccontati dai classici scrittori, e massime da Tito Livio; ed ognuno fin dalle scuole apprese i drammatici episodj ond’è ripiena quell’orditura. I poveri montanari di Tazio sabino portavano braccialetti d’oro, che allettarono l’avidità di Tarpea a introdurli in città. TreOrazj nati ad un parto combattono contro tre Curiazj ad un parto pur nati; e un di loro vince, ma poi vedendo in pianto la sorella, segreta amante d’uno de’ nemici, la uccide, e condannato dalla legge, s’appella al popolo e n’è assolto. Clelia fugge dal campo degli Etruschi, passando a nuoto il Tevere fra cento dardi nemici. Bruto assiste intrepido al supplizio de’ proprj figliuoli, felloni alla libertà ch’egli avea donata alla patria. Muzio Scevola va per assassinare Porsena, e scoperto, lasciasi bruciar una mano per mostrare quanta sia la fermezza de’ congiurati. Orazio Coclite solo[151]resiste s’un ponte di legno a tutta l’Etruria; e Roma gli regala quanto in un giorno possono circuire due bovi, cioè da tre miglia, essa che appena dieci ne possedeva in giro alla sua città. Seguono poi la favola di Menenio Agrippa, e più tardi l’eroismo de’ trecentosei Fabj al fiume Crémera, la tirannide d’Appio Claudio, le vittorie di Quinzio Cincinnato, quella di Furio Camillo sui Galli.CRITICA DELLA STORIA PRIMITIVAA tali nomi e storie, è assicurato il privilegio di più non perire; ma reggono alla critica? La successiva durata del regno di que’ sette principi, la varietà delle loro azioni, il pieno ed ordinato intreccio degli avvenimenti, la corrispondenza con tradizioni d’altri paesi, vi danno piuttosto aria di poesia; e forse furono dedotti da epopee nazionali che cantavansi ne’ banchetti, e dove, sotto sembianza individuale, venivano rappresentati caratteri storici e tipi d’un’intera età, o sotto forma d’avvenimenti la successiva formazione della città e l’origine del diritto romano[152]. Ma come osar di espungere del tutto quai favole quelle tradizioni ch’eranotenacemente credute dal popolo romano, e che operarono sulla successiva sua storia? I singoli luoghi conservavano nomi e memorie e reliquie di que’ primitivi mortali. «Tu dormi, o Bruto?» si scrive sulla porta di Marco, acciocchè la memoria del primo Bruto lo inciti a redimere anch’egli da un tiranno la patria: l’odio contro il nome di re costa la vita a Cesare: per recuperare l’oro gallico si risolve una guerra. Chi potrà però dire quanto le tradizioni greche, la vanità dei retori, l’ambizione delle genealogie abbiano alterato la verità? A sincerarla si volsero potentissimi intelletti, quali il napoletano Vico nellaScienza Nuova, e un secolo dopo il danese Niebuhr nellaStoria romana: ma se riuscirono talvolta a felicissime divinazioni, sono a gran pezza dall’offrire un accordo che appaghi la ragione, e lo storico trovasi ancora avviluppato nel labirinto critico. Studj sì lunghi, sì laboriosi, e poi non ritrarre che dubbj! Fra questi tentiamo anche noi qualche uscita.Re Latino ci è dato per figlio dell’iperboreo Pallante o di Ercole, e d’una figliuola di Fauno; onde può indicare una gente settentrionale, mescolatasi cogli indigeni. Evandro che viene d’Arcadia, personifica i Pelasgi. Che dalla distrutta Troja sieno passati coloni nel Lazio, aveasi da tradizione vetustissima: Timeo, nel 490, scriveva che i Lavinj conservavano ne’ tempj statue trojane d’argilla; il senato medesimo più volte motivò su quella credenza i suoi trattati. Non fu dunque prepostera importazione dei Greci, ma opinione nazionale; il che però non significa che fosse vera, nè forse esprime altro se non che Alba fu, al pari di Troja, fondata da gente pelasga. Enea, simbolo dei vinti che nelle contese eroiche sono costretti a fuoruscire, dalla tradizione erafatto combattere con Turno (forma latina di Tirreno) e con Latino che muore in battaglia[153]. Le nozze del Trojano con Lavinia rappresentano il patto di concordia fra i natìi e quel pugno di prodi stranieri[154].Un pugno, eppure potrebbe darsi avessero acquistato il dominio, come fecero i conquistadori in America: ma la lista dei re d’Alba è di recente confezione e variata. Ne’ primordj di Roma, le favole stesse rivelano l’indole del popolo che le inventò, vigoroso, perseverante, ma duro, inesorabile, e insieme di spiriti positivi, come appare dall’attribuirsi ai primi re istituzioni civili.TENTATIVO DI SPIEGAZIONEForse i sette colli erano occupati da altrettante città pelasghe o etrusche, cui una banda di pastori montanari soggiogò. Roma, che sorgeva sul colle Palatino, distrusse Remuria sua sorella che l’aveva insultata: sul Quirinale stava la città sabina dei Quiriti, dalla cui alleanza si formò il popolo de’ Romani-Quiriti. Quelli che ci s’insegnano come nomi proprj dei re, forse non sono che appellativi di caratteri ideali: Romolo figliod’un dio e che morendo sale agli Dei, Numa che favella con una ninfa divina, conservano aria di personaggi mitici, e potrebbero designare due età succedentisi, l’eroica e la sacerdotale.Romolo nasce da Marte, il dio sabino, e da una sacerdotessa di Vesta, dea pelasga della civiltà fondata sugli accertati possessi e sulla famiglia. Fuoruscito della patria[155], pianta la sua rôcca s’un’altura al cui scarco ricettava il vulgo, protetto e dominato dai forti, i quali attendono alla guerra mentr’esso esercita le arti e i campi. Prima occasione di briga sono le donne, solita tentazione de’ popoli rozzi: ma esse vi compajono dall’origine con una maggior dignità che nell’Asia e in Grecia; resistono in prima ai rapitori, poi si fanno mediatrici della pace fra mariti e genitori: onde in Roma si professa poco amore sempre, ma riverenza verso quel sesso; le spose, tratte con simulata violenza dalla casa paterna, non attendono ad altri lavori che di filar lana; hanno la man dritta per le vie; cosa inonesta in loro presenza non si dee fare o dire; i giudici capitali non possono citarle.Troviamo dunque registrate come concessioni e come accordi le lente acquisizioni del tempo, e l’effetto della mescolanza delle schiatte. Il terreno che nelle guerre si guadagna, va spartito fra i patrizj; i vinti rimangono plebe; e così la gente romana trovasi divisa in due classi, come tutti i popoli antichi; conquistati e conquistatori, dominanti e obbedienti. Ma i vinti non caddero sì basso come altrove; e invece di due Caste, di separazione insormontabile perchè sancita dalla religione, ne vennero due partiti politici, che sin dal principio sidisputavano la preponderanza; e leminori genti, plebee ma libere, diventarono fondamento alla potenza di Roma.Dal rapimento delle fanciulle nasce una guerra col sabino Tazio, terminata mediante una transazione, per la quale i due popoli si collegano: la collina romana del Palanzio e la sabina del Quirinale sono congiunte, e come confine fra di esse viene eretto il tempio di Giano, bifronte acciocchè guardi ad entrambi; con porte che stiano spalancate in tempo di guerra onde soccorrersi a vicenda, chiuse in tempo di pace onde le indiscrete comunicazioni non sovvertano la quiete. I due popoli strinsero reciproci matrimonj[156]; aggregarono in un senato solo cento padri per ciascuno; una sola assemblea elettiva, con un solo re, forse scelto a vicenda; onde si dissepopulus romanus quirites, mutato poscia inpopulus romanus Quiritium[157].NUMAE dalla gente sabina fu scelto il nuovo re Numa, nel quale però si riscontra più volentieri l’indole sacerdotale dell’Etruria, donde forse allora si chiesero costumi e riti per digrossare i guerrieri di Romolo-Quirino. L’erudizione, quanto più stenebra le origini romane, discopre sempre maggiori elementi da attribuire all’Etruria: e di là si dice che, regnante Numa, fossero introdotte le cerimonie e le lettere, l’anno di dodici mesi, civilmente consacrata la proprietà col culto del dio Termine, ossia Giove pietra; partito il popoloin corporazioni d’arti e mestieri[158]; si comincia a tenere il registro degli annali, come era consueto in tutte le città etrusche; e la fiera città dei Romani-Sabini assume aspetto religioso, fondando ogni diritto sopra gli Dei, e dagli Dei e per gli Dei credendo operata ogni cosa.RITICerimonie del culto, annestate con quelle dello Stato; legislazione religiosa, compenetrata alla civile e politica, onde regolarne i diritti con forme impreteribili, che sono privilegio d’un’aristocrazia sacerdotale, sentono affatto dell’incivilimento etrusco. La casa era dei Lari, la tomba dei Mani, dio genio il matrimonio; sacro il reo, sacro agli Dei del padre il figliuolo impietoso, sacro a Cerere chi mette fuoco alle biade, sacre le guerre, sacro il diritto, come si esprimono le Dodici Tavole; solenni sono le azioni giuridiche, sacramento è la contestazione civile, supplizio la pena corporale; agli Dei soli spetta l’iniziativa degli affari umani, esercitata mediante la classe sacra dei patrizj, ai quali soltanto è concesso di prendere gli auspizj senza di cui non restavano sancite e legittime le proprietà, le nozze, le decisioni. Le magistrature, fin la suprema, sono sacerdozj; Numa si fa inaugurare s’una pietra misteriosa[159]; eai magistrati è riserbato il chiedere dal cielo i responsi. Ilpomœrium, cioè il giro di censessanta piedi dentro e fuori delle mura, primo asilo del popolo, è sacro ed orientato a similitudine del cielo; sacra la precinzione della città, e delitto il travalicarla. Il focolajo domestico è sacro, e la famiglia costituita sul culto degli avi e sul dogma delle solidarietà. Il padre è una specie di dio umanato; somiglia a creazione l’atto suo di dar la vita; mediante le azioni proprie e de’ figliuoli merita di divenir lare. Obbligo inseparabile dalle eredità sono i sacrifizj espiatorj, annualmente fatti dai maschi discendenti, con tanto rigore che, se un debitore muoja insolvibile e lasci soltanto uno schiavo, questo è affrancato acciocchè i suffragi non rimangano interrotti. La classe sacerdotale pervenne a disarmare il popolo, talchè nessuno compare in città con armi, e i conquistatori del mondo sono unagente togata.RELIGIONEMolte somiglianza, e massime la venerazione pel bue e i sacrifizj pei padri defunti, diedero a supporre che la religione romana venisse dall’indiana[160]; altri la dedussero dalla greca; noi da una superiore fonte comune, modificata da credenze nazionali, dall’indole del popolo e dal tempo. Mentre in prima non si veneravano che i due lari pelasgi Vesta e Pallade, furono poi adottati il latino Giano e il sabino Marte, e a fianco a questi una generazione di numi agresti. In ciò la romana già si scevera dalla mitologia greca, alla quale soprasta anche per l’attribuire a tutti gli Dei funzionianaloghe alla conservazione e al perfezionamento dell’uomo[161]. Anzi, al modo dei misteri di Samotracia,veri iddii primitivi si consideravano soltanto il Cielo e la Terra[162], quasi le due metà del gran tutto, che è il mondo; e vulgarmente si personificavano in Saturno e Ops, o Bona Dea, da cui poeticamente diceansi generate Giunone, Vesta, Cerere, cioè i matrimonj, la casa, la fertilità[163]. L’introduzione delle tre maggiori divinità etrusche, le quali poi furono denominate Giove, Giunone, Minerva, non accadde senza contrasto. Ogni città etrusca dicemmo come dovesse avere un tempio a ciascuno de’ tre Dei, ed altri piccoli n’aveano aggiunti i Sabini sul Campidoglio. Ma gli auguri, consultati con riti che, dall’antico come dal nuovo culto, erano tenuti superiori fin a quelli degli Dei, proscrissero una dopo l’altra queste edicole che impedivano d’estendervi il recinto del nuovo tempio di Giove: a niun patto però vollero recedere Termine e Gioventù, due divinità appartenenti a quelle religioni de’ Genj, che trovammo speciali agli antichi Italiani.La famiglia divina in Roma fu compiuta soltanto dopo la cacciata dei re; e comprendeva dodici Dei Consenti; sei maschi, Giove, Nettuno, Vulcano, Apollo, Marte, Mercurio, e sei femmine, Giunone, Cerere, Vesta, Minerva, Venere, Diana, detti anche celesti, nobili, grandi, delle maggiori genti. Il culto degli Deiselectio intermedj pare risalga all’età de’ Tarquinj; e sono,Saturno, Rea, Giano, Pluto, Bacco, il Sole, la Luna, le Parche, i Genj, i Penati. Seguono gli Dei inferiori, divisi inindigétiesemoni: ai primi appartenevano Ercole, i Dióscuri Castore e Polluce, Enea, Quirino; agli altri Pan, Vertunno, Flora, Pale, Averrunco, Rubigo. S’aggiunsero in appresso enti morali, e numi delle genti sottomesse[164], adottati principalmente per consulto dei libri Sibillini, che tanto contribuirono ad alterare la religione romana: e allora spesso si cangiò il carattere delle divinità primitive, e la casta Anna Perenna vestì le lascive forme dell’Anna cartaginese, e Murcia matrona divenne la Venere Mirtia, e Flora la voluttuosa Clori.La religione romana, a differenza della libera, indipendente e leggiadra de’ Greci, tenne sempre dell’arido e del prosastico, e fu tutta politica; ristretta dai patrizj in un sistema, calcolato tutto a loro profitto. L’Ancile, scudo di Marte caduto dal cielo, il Palladio, lo scettrodi Priamo, il carro di Giove rapito da Vejo, le ceneri d’Oreste, la pietra conica, il velo d’Elena o d’Iliona, costituivano pegni sacri dell’esistenza e prosperità di Roma[165]. Ad ogni festa erano affisse rimembranze storiche, associandosi così religione, politica e moralità.Con Tullo Ostilio la storia distaccasi dagli Dei, e si fa umana, forse ritraendo il tempo che la robustezza latina rivalse sopra la dominazione sacerdotale. Allora pertanto Orazio vincitore de’ Curiazj uccide la sorella, innamorata d’uno di questi, e il padre loro esercita il diritto patriarcale, dichiarando assolto il fratricida: Meto Fufezio, che stette ambiguo fra i Romani e i nemici, è squartato: Alba, distrutta dalla città figlia, cede a questa il primato che esercitava nella federazione italica. Dove già compare quel meraviglioso sistema di Roma d’affigliare i popoli forestieri nella sua cittadinanza, e mandar colonie fra’ conquistati, estendendo così la patria, che doveva poi abbracciare l’intero mondo. Ma Tullo Ostilio, che vorrebbe usurpare anche gli uffizj del sacerdozio e i riti fulgurali, rimane colpito da un fulmine o dalla gelosia sacerdotale.ANCO MARZIOAnco Marzio presenta fisonomia ambigua: conquista, e al tempo istesso fabbrica; apre il porto d’Ostia, sebbene gran tempo dopo troviamo i Romani sprovvisti di navi; pubblica i misteri della religione, eppure per secoli ancora stettero incomunicati ai plebei; stabilisce i Latini sull’Aventino, eppure gran tempo dopo passa la legge che distribuisce fra’ plebei le terre di quel colle. Che che ne sia, egli introduce a Roma famiglie etrusche; e queste vi fanno sentire la superiorità dell’ingegno sovra la forza, e un lucumone primeggia a segno, che riesce a succedergli col nome di Tarquinio Prisco.TARQUINIO PRISCOIl costui regno è un’età etrusca, sottentrata all’età mitologica e alla sabina. Il patriziato sacro dei lucumoni di Tarquinia educa il guerresco de’ Quiriti, e v’introduce arti ed agi di gente civile: a un regno di pochi anni, e la cui estensione si abbracciava con un giro d’occhio, s’attribuiscono larghi dominj, edifizj ai quali bastano appena molte generazioni: Tarquinio conquista Sabini, Latini, Etruschi; eppure, poco dopo, la sola Clusio mena Roma all’orlo della ruina, e dieci anni si richiedono per soggiogare Vejo. Tale contraddizione però non toglie di supporre che Tarquinio (nome generico degli Etruschi, della cui federazione forse facea parte anche Roma) abbia dato alla città col governo militare quella forza, che indarno egli erasi ingegnato d’attribuire all’Etruria, cioè l’unione, facendola capo d’una lega che abbracciò ben quarantasette città, forse quelle che prima teneansi colla distrutta Alba.SERVIO TULLIOCelio Vibenna, fuoruscito dall’Etruria con un codazzo di clienti e servi, aveva invaso Roma. Lui morto, Mastarna, generatogli da una schiava, ne raccolse la masnada, e tanto procedette che riuscì a farsi re di Roma col nome di Servio Tullio. Questo fatto, ignoto a Livio ed agli storici comuni, ci è conservato in un discorso che l’imperatore Claudio pronunziò nell’atto di ammettere in senato i Galli di Lione, e che in questa città si trovò scolpito in rame; tanto più degno di fede perchè sappiamo che Claudio aveva scritto la storia etrusca: ma, d’altra parte, possiamo affidarci a un episodio che mal si connette col resto?Sia comunque, Mastarna o Servio ci rappresenta una rivoluzione in favore della timocrazia, o, come diremmo oggi, dell’aristocrazia pecuniaria, introducendo la costituzione censuaria dove gli uomini son valutati a denaro, siano originarj od avveniticci. Le genti successivamente venute si erano accasate in luoghi distinti: iseguaci di Romolo sul Palatino, i Sabini di Tazio sul Campidoglio e sul Quirinale, sotto Servio i Latini sull’Aventino, i plebei sull’Esquilino, gli Albani sul Celio. Della piena cittadinanza però non partecipavano se non le tre primitive tribù gentilizie, fin quando da Servio furono surrogate le quattro tribù topiche, denominate secondo il luogo che abitavano in città, la Palatina, la Esquilina, la Suburrana, la Collina; in esse rimaneano i nullapossidenti e gli artefici, mentre i proprietarj abitavano sui proprj fondi alla campagna, ripartita pur essa in tredici tribùrustiche. Con ciò la distinzione di Latini, Etruschi, Sabini restava assorta nell’unica nazione romana.TARQUINIO IL SUPERBOA Servio la tradizione fece merito di tutti i vantaggi acquistati dalla plebe nel decorso di secoli: ricomprava i debitori caduti schiavi, spegneva i debiti, spartiva le terre fra’ plebei, adunava i Latini sull’Aventino, monte plebeo, non chiuso fra le auspicate e patrizie mura di Roma. La figlia Tullia sposata a Tarquinio, e che, impaziente di regnare, trama, fa uccidere il padre, e col proprio carro passa sul cadavere di lui, indicherebbe gli aristocratici, che, per distruggere le franchigie largheggiate alla plebe da Servio, dan mano ai lucumoni etruschi. Questi, sotto il nome di Tarquinio Superbo, tornano a dominare in Roma senz’avere il consenso delle curie, ed uccidono la libertà, opprimendo del pari i nobili Sabini ed i plebei Latini, e ripristinando le prigioni feudali.Coi lucumoni ricompajono i riti e le divinazioni etrusche e il linguaggio simbolico. Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, era una specie di maga; profetizzava, incantava; vedendo un’aquila che leva il berretto di capo a suo marito, vaticina ch’esso diverrà re. Ad Accio Nevio, insigne per augurj, chiese Tarquinio se fosse possibile ciò ch’egli avea pensato; e avuto il sì,disse pensava di tagliare una cote col rasojo; e l’augure lo fece. Il figlio di Tarquinio Superbo, presa per inganno Gabio[166], della cui grandezza sono ancor testimonio le mura del santuario di Giunone, manda a chiedere al padre in che modo tener soggetta quella città: e Tarquinio non risponde, ma passeggiando pel giardino, fa saltare il capo de’ papaveri più alti, e comanda agli ambasciatori, riferiscano a suo figlio ciò che hanno veduto. Allora dal Campidoglio vengono sbandite le antiche divinità, riservandolo soltanto al Tina o Giove etrusco; Tarquinio stesso sul colle Albano sacrifica il toro nelle ferie Latine[167]. Una serpe esce dall’altare della reggia, e toglie le viscere delle vittime, e si spegne il fuoco sacro; pei quali portenti si va a consultare l’oracolo di Delfo.E d’oracoli abbondava la prisca Italia, come quelli di Albunea e di Tivoli; ma perdettero importanza dacchè si volle dedurre ogni cosa dalla Grecia e dall’Asia Minore, dove pure conservavansi profezie di Museo, di Bacide, di Tellia, delle Sibille: e forse ogni città ne possedeva di proprie, e le traevano seco nelle migrazioni. Una colonia di Cuma nell’Eolide portò a Cuma di Campania quelle della Sibilla Cumana, la quale venne ad offrire i suoi libri a Tarquinio, che, dopo averla più volte rejetta, li comprò, e li fece riporre nel tempio perchè fossero consultati nelle gravi contingenze dello Stato[168].CACCIATA DEI RELe tribù primitive, o per onte private, o perchè gli stranieri conculcassero i loro privilegi, insorsero a danno de’ Tarquinj, e gli espulsero abolendo il regno sacerdotale. Per sostenere i suoi nazionali, Porsena, lare di Clusio, cavalcò addosso a Roma, la prese, e la trattò con tale durezza, da vietare sino il ferro per altro uso che per l’agricoltura[169]. Non sappiamo nè quanto durasse il dominio militare, nè come se ne riscattassero i Romani; fatto è che, dopo la battaglia al lago Regillo, nella quale periva il fiore de’ prischi eroi, i patrizj posero a capo del governo due consoli annui tolti dalla loro classe.I Tarquinj personificherebbero dunque una dominazione di Etruschi; e con essi cade la costoro superiorità, nè Porsena riesce a restaurarla, perocchè vediamo i re andare in esiglio. Cessa allora l’influenza etrusca, e ringagliardisce il carattere nazionale; laonde i Romani non riescono imitatori, ma procedono con uno sviluppo regolare.

CAPITOLO VI.Primordj di Roma. I Re.Ora dalla mescolanza di Latini, Sabini, Etruschi vediamo formarsi il popolo, che per lunghi secoli dominerà tutto il mondo civile, e che è il più degno di storia perchè rimase come il prototipo delle nazioni d’Occidente.IL LAZIOIl Tevere, che in 300 chilometri di corso riceve la Chiana, la Nera, il Teverone, finchè per le due bocche di Fiumicino e d’Ostia scarica pigramente nel Tirreno, è il maggior fiume dell’Italia peninsulare, ma disavvenente e ingrato. Fra esso e il monte Albano, e fra Tivoli e il mare un arido e ondulato cantone di appena quaranta miglia di superficie confinava a mattina e a scirocco coi Volsci; a occidente esso fiume il separava dagli Etruschi; a settentrione l’Aniene e il monte Lucretile dagli Equi e dai Sabini. I quali Sabini dalle alture appennine aveano snidato gli Aborigeni; e cresciuti di gente, calarono in quel piano dilatato, che perciò denominarono Lazio; e soggiogati o respinti i Siculi, vi presero stanza, edificando i casali di Laurento, Preneste, Lanuvio, Gabio, Aricia, Lavinio, Tivoli, Tuscolo dalle mura di massi quadrilunghi; Ardea capitale dei Rùtuli, ricchi di commercio, che mandarono colonie fino a Sagunto di Spagna.Le distinte popolazioni di quel paese, che Dionigi Alicarnasseo dicea formare quarantasette Stati indipendenti, e probabilmente volea dire Comuni, erano congiunte dal vincolo religioso, e alle ferie Latine convenivano tutte sul monte Albano per quattro giorni disolenne sacrifizio, del quale portavano a casa le carni: a Tivoli interrogavano la fatidica Sibilla; dal profondo della selva Albunea raccoglievano oracoli dal comune iddio Fauno; in onore di Pale dea dei pastori celebravano le Palilie al 21 aprile, quando il sole entra nel segno del toro, animale venerato in Italia, e quando primavera rinnova la natura. Festa tutta rusticale, ove le pecore si aspergevano d’acqua santa; pastori e pastorelle ornavansi di frondi e ghirlande; alla dea offrivasi del miglio in corbelle di paglia, e latte ancor tepido, e la si invocava ripetendo tre volte verso Oriente la prece rituale; poi il preside del sacrifizio beveva da una ciotola di legno latte e vin caldo, astergeva le mani in acqua viva, saltava traverso un fuoco di paglia, e purificava se stesso[144].ALBALUNGAAnche dopo gl’incrementi d’Alba e di Roma, metropoli dei Latini fu tenuta Lavinio, città sul mare, dov’erano deposti gli Dei penati de’ Latini. Questo fatto darebbe a supporre che per mare vi fosse venuta la gente sacerdotale che portò nel Lazio la religione, e che è simboleggiata in Saturno, quivi celatosi dalle persecuzioni di suo figlio Giove[145].Per antichissimi re del Lazio sono mentovati Pico, Fauno, Latino.1300?av. C.Regnante Fauno, quivi approdò una colonia di Arcadi, cioè di Pelasgi, condotta da Evandro, e sedutasi in riva al Tevere, vi fabbricò Palanzio[146].Due generazioni più tardi, regnando Latino, giunse un’altra colonia pelasga, cioè profughi di Troja, che, distrutta la patria loro dai Greci congiurati, qui ne cercavano una nuova e dominio[147]. Enea, principe trojano che li guidava, sulle rive del fiume Municio, detto Laurento dai lauri che le vestivano, sconfisse Turno principe de’ Rutuli, sottentrò a re Latino, e collocati i profughi lari in Lavinio, alla dinastia indigena surrogò la sua propria.1250?Questa ebbe poi reggia in Albalunga, la quale fu madre di trenta città, poste in altura e rinforzate già di muraglie da Pelasgi ed Etruschi, quali erano Camerio, Nomento, Crustumeria, Fidene, Colazia, Gabio ed altre, futuri trofei di Roma. Ad Enea successe nel regno Ascanio suo figlio, poi una mal determinata serie di re fino ad Amulio.ROMOLO796Costui, usurpato al maggior fratello Numitore il trono, costrinse Rea Silvia, unica figliuola di quello, a consacrare la propria virginità a Vesta. Pure il dio Marte la rese madre di due gemelli. Gettati nel Tevere onde sperdere il pericolo di pretendenti, dall’onda, più mansueta che lo zio, furono deposti a piè d’un fico selvatico, e allattati da una lupa. Venuti in età, conobbero l’esser loro, e colle prodezze raccoltasi attorno una masnada di valorosi Latini, la aquartierarono sulle rive del Tevere a sedici miglia dallo sbocco e poco dopo il confluente del Teverone, ove già cinque razze di popoli s’erano stabilite e scomparse[148]: contradasilvestre, ondeggiante su molti colli, quali il Saturnio, da poi Capitolino, elevato appena sessantacinque metri sopra il mare, ma orrido di sterpi e rupi; l’Aventino il maggior di tutti, nereggiante di lecci e lauri; il Celio (Laterano), detto Querquetulano perchè tutto a querce; il Viminale dai vimini, l’Esquilino o Fagutale dagli eschi e dai faggi; il Palatino, sacro a Fauno silvestre, con un bosco del dio Pan, dal quale le lupe scendevano ad abbeverarsi nel Tevere, i cui trabocchi stagnavano alle sue falde: e bosco e palude erano tra il Capitolino e il Quirinale, oggi monte Cavallo[149].ORIGINE DI ROMASu quei colli, meno insalubri che la pianura, al punto ove confinavano753Latini, Sabini, Etruschi, fondarono una città, e la chiamarono Roma cioèforzanel linguaggio comune, Flora nel linguaggio sacerdotale, oltre un terzo nome arcano, che si pronunziava soltanto nelle cerimonie più secrete[150].Romolo, ucciso il fratello Remo, domina senza competitore, e cresce la sua città pubblicando:—Chiunque vi venga, avrà asilo e mercato franco»; i primi coloni col titolo di patrizj sono il tutto della terra; rimangono plebe gl’indigeni soggiogati, o i ricoverativi da poi, ma a quelli si collegano in qualità di clienti, non potendo se non per mezzo di questi patroni ottenere giustizia, la quale venendo resa con forme rituali, non potea spettare che ai patrizj, unici possessori della religione e del diritto.749Romolo sparte i cittadini in tre tribù, e da ciascuna sceglie cento cavalieri per la guerra, cento senatori per l’amministrazione. Onde aver matrimonj rapisce fanciulle dai Sabini, i quali, venuti per vendicarle, non pure sono pacificati, ma formano un popolo solo col romano, prendendo stanza sul Quirinale coi proprj Dei, nettando dagli stagni e dalle foreste la valle fra il Palatino e il Campidoglio perchè servisse di piazza ai due popoli, che aveano accomunato l’acqua e il fuoco, e stabilito un tempio a Vulcano pei parlamenti. Cameria, Fidene, Vejo, altre vicine città sono conquistate, trasferendone a Roma gli abitanti, e di romane colonie popolando que’ paesi. Romolo, morto o ucciso, è annoverato fra gli Dei.714All’eroe succede il legislatore, al romano il sabino Numa Pompilio, che ispirato dalla ninfa Egeria, istituisce, o introduce dalla Etruria le vergini vestali, i sacerdoti feciali, e preci e festività e cerimonie religiose; a lui cadono dal cielo gli Ancili, scudi che rimasero un altro dei pegni sacri della fortuna di Roma; riforma il calendario, consacra le proprietà col culto del dio Termine, distribuisce il popolo in maestranze d’arti,fonda il tempio di Giano nell’Argileto. Secolo d’oro, tutto quiete e concordia, sicchè il tempo di Numa restò perennemente desiderabile.I RE DI ROMA671Ma presto il sereno sparisce. Il bellicoso re Tullo Ostilio apre guerra contro Alba, capitale dei Latini e madre di Roma; e vien definita col duello di tre fratelli Orazj con tre Curiazj; Alba è a suon di trombe distrutta, i cittadini trasferiti a Roma sul monte Celio, e la guerra continua per sottoporre le città che a quella avevano obbedito. Ma mentre vuole, coi riti insegnati da Numa, placare le divinità adirate, Tullo rimane colpito dal fulmine.639Anco Marzio, suo nipote e successore, vince Fidenati, Volsci, Vejenti, Sabini, Latini; prepara il porto di Ostia, le saline e il carcere Mamertino a piedi del Tarpeo; fortifica l’Aventino e il Gianicolo per assicurare dagli Etruschi la navigazione del Tevere; fa scolpire le leggi sacre, delle quali rinnova il cessato vigore.614Tarquinio Prisco, oriundo di Corinto e lucumone d’Etruria, ottiene lo scettro romano, favorito da augurj; aggrega cento nuovi senatori, due nuove vestali; fabbrica acquedotti, cloache, i portici del fôro, il Circo Massimo tra il colle Palatino e l’Aventino, il tempio di Giove sul Campidoglio; vince Sabini, Latini, Etruschi, coi quali ultimi fa pace: pace generosa, dove nè tampoco esige tributo, ma solo vuole riconoscano la sua supremazia mandandogli la corona, lo scettro, i fasci, le scuri, il trono d’avorio. Al fine è assassinato dai figli d’Anco Marzio, pretendenti al trono paterno.578Non l’ottennero però essi, bensì uno nato schiavo, poi fatto genero da Tarquinio, e nominato Servio Tullio. Costui rinnova guerra agli Etruschi, violatori dell’accordo; i Latini unisce nel culto di Diana sull’Aventino; amplia il recinto della crescente città, sicchè abbracci sei colli sulla sinistra e il Gianicolo sulladestra del Tevere, e la divide in quartieri; introduce le monete e il censo; distribuisce il popolo in classi e centurie a norma della ricchezza, non in tribù a norma dell’origine; e accortosi come facilmente abusi chi tiene il sommo potere, voleva abdicare e istituir la repubblica, ma fu assassinato da Tarquinio suo genero.534Questo col titolo di Superbo tiranneggia i sudditi, e si tiene alleato ai prepotenti vicini e signorotti del Lazio, i quali lo proclamano capo della lega Latina, e consentono a Roma il primato ne’ sagrifizj che alle ferie Latine celebravansi sul monte Albano; dei reluttanti trionfa, e singolarmente di Gabio e Suessa Pomezia; in Roma costruisce le cloache; dal Campidoglio esturba gli altri Dei acciocchè vi rimanga unico Giove; compra da una fata i libri Sibillini che preconizzano il destino di Roma. Ma avendo suo figlio Sesto violentato Lucrezia matrona, questa si uccide, e per vendetta di quel sangue Tarquinio viene espulso da Collatino marito, da Lucrezio padre e da509Giunio Bruto parente della generosa: alla monarchia surrogasi la repubblica con due annui consoli, la quale ne’ maggiori frangenti si affida agli arbitrj d’un dittatore. Vinto Tarquinio che tornava alla riscossa, sventato l’interno tentativo d’una controrivoluzione, respinto il re etrusco Porsena496ch’era venuto per ripristinare i Tarquinj, data al lago Regillo una battaglia ove, mediante il valore d’Albo Postumio e l’assistenza dei Diòscuri, i re perdettero le ultime speranze, Roma nell’esaltamento della vittoria e della libertà cresce di potenza.In questo tenore i primi tempi di Roma ci sono raccontati dai classici scrittori, e massime da Tito Livio; ed ognuno fin dalle scuole apprese i drammatici episodj ond’è ripiena quell’orditura. I poveri montanari di Tazio sabino portavano braccialetti d’oro, che allettarono l’avidità di Tarpea a introdurli in città. TreOrazj nati ad un parto combattono contro tre Curiazj ad un parto pur nati; e un di loro vince, ma poi vedendo in pianto la sorella, segreta amante d’uno de’ nemici, la uccide, e condannato dalla legge, s’appella al popolo e n’è assolto. Clelia fugge dal campo degli Etruschi, passando a nuoto il Tevere fra cento dardi nemici. Bruto assiste intrepido al supplizio de’ proprj figliuoli, felloni alla libertà ch’egli avea donata alla patria. Muzio Scevola va per assassinare Porsena, e scoperto, lasciasi bruciar una mano per mostrare quanta sia la fermezza de’ congiurati. Orazio Coclite solo[151]resiste s’un ponte di legno a tutta l’Etruria; e Roma gli regala quanto in un giorno possono circuire due bovi, cioè da tre miglia, essa che appena dieci ne possedeva in giro alla sua città. Seguono poi la favola di Menenio Agrippa, e più tardi l’eroismo de’ trecentosei Fabj al fiume Crémera, la tirannide d’Appio Claudio, le vittorie di Quinzio Cincinnato, quella di Furio Camillo sui Galli.CRITICA DELLA STORIA PRIMITIVAA tali nomi e storie, è assicurato il privilegio di più non perire; ma reggono alla critica? La successiva durata del regno di que’ sette principi, la varietà delle loro azioni, il pieno ed ordinato intreccio degli avvenimenti, la corrispondenza con tradizioni d’altri paesi, vi danno piuttosto aria di poesia; e forse furono dedotti da epopee nazionali che cantavansi ne’ banchetti, e dove, sotto sembianza individuale, venivano rappresentati caratteri storici e tipi d’un’intera età, o sotto forma d’avvenimenti la successiva formazione della città e l’origine del diritto romano[152]. Ma come osar di espungere del tutto quai favole quelle tradizioni ch’eranotenacemente credute dal popolo romano, e che operarono sulla successiva sua storia? I singoli luoghi conservavano nomi e memorie e reliquie di que’ primitivi mortali. «Tu dormi, o Bruto?» si scrive sulla porta di Marco, acciocchè la memoria del primo Bruto lo inciti a redimere anch’egli da un tiranno la patria: l’odio contro il nome di re costa la vita a Cesare: per recuperare l’oro gallico si risolve una guerra. Chi potrà però dire quanto le tradizioni greche, la vanità dei retori, l’ambizione delle genealogie abbiano alterato la verità? A sincerarla si volsero potentissimi intelletti, quali il napoletano Vico nellaScienza Nuova, e un secolo dopo il danese Niebuhr nellaStoria romana: ma se riuscirono talvolta a felicissime divinazioni, sono a gran pezza dall’offrire un accordo che appaghi la ragione, e lo storico trovasi ancora avviluppato nel labirinto critico. Studj sì lunghi, sì laboriosi, e poi non ritrarre che dubbj! Fra questi tentiamo anche noi qualche uscita.Re Latino ci è dato per figlio dell’iperboreo Pallante o di Ercole, e d’una figliuola di Fauno; onde può indicare una gente settentrionale, mescolatasi cogli indigeni. Evandro che viene d’Arcadia, personifica i Pelasgi. Che dalla distrutta Troja sieno passati coloni nel Lazio, aveasi da tradizione vetustissima: Timeo, nel 490, scriveva che i Lavinj conservavano ne’ tempj statue trojane d’argilla; il senato medesimo più volte motivò su quella credenza i suoi trattati. Non fu dunque prepostera importazione dei Greci, ma opinione nazionale; il che però non significa che fosse vera, nè forse esprime altro se non che Alba fu, al pari di Troja, fondata da gente pelasga. Enea, simbolo dei vinti che nelle contese eroiche sono costretti a fuoruscire, dalla tradizione erafatto combattere con Turno (forma latina di Tirreno) e con Latino che muore in battaglia[153]. Le nozze del Trojano con Lavinia rappresentano il patto di concordia fra i natìi e quel pugno di prodi stranieri[154].Un pugno, eppure potrebbe darsi avessero acquistato il dominio, come fecero i conquistadori in America: ma la lista dei re d’Alba è di recente confezione e variata. Ne’ primordj di Roma, le favole stesse rivelano l’indole del popolo che le inventò, vigoroso, perseverante, ma duro, inesorabile, e insieme di spiriti positivi, come appare dall’attribuirsi ai primi re istituzioni civili.TENTATIVO DI SPIEGAZIONEForse i sette colli erano occupati da altrettante città pelasghe o etrusche, cui una banda di pastori montanari soggiogò. Roma, che sorgeva sul colle Palatino, distrusse Remuria sua sorella che l’aveva insultata: sul Quirinale stava la città sabina dei Quiriti, dalla cui alleanza si formò il popolo de’ Romani-Quiriti. Quelli che ci s’insegnano come nomi proprj dei re, forse non sono che appellativi di caratteri ideali: Romolo figliod’un dio e che morendo sale agli Dei, Numa che favella con una ninfa divina, conservano aria di personaggi mitici, e potrebbero designare due età succedentisi, l’eroica e la sacerdotale.Romolo nasce da Marte, il dio sabino, e da una sacerdotessa di Vesta, dea pelasga della civiltà fondata sugli accertati possessi e sulla famiglia. Fuoruscito della patria[155], pianta la sua rôcca s’un’altura al cui scarco ricettava il vulgo, protetto e dominato dai forti, i quali attendono alla guerra mentr’esso esercita le arti e i campi. Prima occasione di briga sono le donne, solita tentazione de’ popoli rozzi: ma esse vi compajono dall’origine con una maggior dignità che nell’Asia e in Grecia; resistono in prima ai rapitori, poi si fanno mediatrici della pace fra mariti e genitori: onde in Roma si professa poco amore sempre, ma riverenza verso quel sesso; le spose, tratte con simulata violenza dalla casa paterna, non attendono ad altri lavori che di filar lana; hanno la man dritta per le vie; cosa inonesta in loro presenza non si dee fare o dire; i giudici capitali non possono citarle.Troviamo dunque registrate come concessioni e come accordi le lente acquisizioni del tempo, e l’effetto della mescolanza delle schiatte. Il terreno che nelle guerre si guadagna, va spartito fra i patrizj; i vinti rimangono plebe; e così la gente romana trovasi divisa in due classi, come tutti i popoli antichi; conquistati e conquistatori, dominanti e obbedienti. Ma i vinti non caddero sì basso come altrove; e invece di due Caste, di separazione insormontabile perchè sancita dalla religione, ne vennero due partiti politici, che sin dal principio sidisputavano la preponderanza; e leminori genti, plebee ma libere, diventarono fondamento alla potenza di Roma.Dal rapimento delle fanciulle nasce una guerra col sabino Tazio, terminata mediante una transazione, per la quale i due popoli si collegano: la collina romana del Palanzio e la sabina del Quirinale sono congiunte, e come confine fra di esse viene eretto il tempio di Giano, bifronte acciocchè guardi ad entrambi; con porte che stiano spalancate in tempo di guerra onde soccorrersi a vicenda, chiuse in tempo di pace onde le indiscrete comunicazioni non sovvertano la quiete. I due popoli strinsero reciproci matrimonj[156]; aggregarono in un senato solo cento padri per ciascuno; una sola assemblea elettiva, con un solo re, forse scelto a vicenda; onde si dissepopulus romanus quirites, mutato poscia inpopulus romanus Quiritium[157].NUMAE dalla gente sabina fu scelto il nuovo re Numa, nel quale però si riscontra più volentieri l’indole sacerdotale dell’Etruria, donde forse allora si chiesero costumi e riti per digrossare i guerrieri di Romolo-Quirino. L’erudizione, quanto più stenebra le origini romane, discopre sempre maggiori elementi da attribuire all’Etruria: e di là si dice che, regnante Numa, fossero introdotte le cerimonie e le lettere, l’anno di dodici mesi, civilmente consacrata la proprietà col culto del dio Termine, ossia Giove pietra; partito il popoloin corporazioni d’arti e mestieri[158]; si comincia a tenere il registro degli annali, come era consueto in tutte le città etrusche; e la fiera città dei Romani-Sabini assume aspetto religioso, fondando ogni diritto sopra gli Dei, e dagli Dei e per gli Dei credendo operata ogni cosa.RITICerimonie del culto, annestate con quelle dello Stato; legislazione religiosa, compenetrata alla civile e politica, onde regolarne i diritti con forme impreteribili, che sono privilegio d’un’aristocrazia sacerdotale, sentono affatto dell’incivilimento etrusco. La casa era dei Lari, la tomba dei Mani, dio genio il matrimonio; sacro il reo, sacro agli Dei del padre il figliuolo impietoso, sacro a Cerere chi mette fuoco alle biade, sacre le guerre, sacro il diritto, come si esprimono le Dodici Tavole; solenni sono le azioni giuridiche, sacramento è la contestazione civile, supplizio la pena corporale; agli Dei soli spetta l’iniziativa degli affari umani, esercitata mediante la classe sacra dei patrizj, ai quali soltanto è concesso di prendere gli auspizj senza di cui non restavano sancite e legittime le proprietà, le nozze, le decisioni. Le magistrature, fin la suprema, sono sacerdozj; Numa si fa inaugurare s’una pietra misteriosa[159]; eai magistrati è riserbato il chiedere dal cielo i responsi. Ilpomœrium, cioè il giro di censessanta piedi dentro e fuori delle mura, primo asilo del popolo, è sacro ed orientato a similitudine del cielo; sacra la precinzione della città, e delitto il travalicarla. Il focolajo domestico è sacro, e la famiglia costituita sul culto degli avi e sul dogma delle solidarietà. Il padre è una specie di dio umanato; somiglia a creazione l’atto suo di dar la vita; mediante le azioni proprie e de’ figliuoli merita di divenir lare. Obbligo inseparabile dalle eredità sono i sacrifizj espiatorj, annualmente fatti dai maschi discendenti, con tanto rigore che, se un debitore muoja insolvibile e lasci soltanto uno schiavo, questo è affrancato acciocchè i suffragi non rimangano interrotti. La classe sacerdotale pervenne a disarmare il popolo, talchè nessuno compare in città con armi, e i conquistatori del mondo sono unagente togata.RELIGIONEMolte somiglianza, e massime la venerazione pel bue e i sacrifizj pei padri defunti, diedero a supporre che la religione romana venisse dall’indiana[160]; altri la dedussero dalla greca; noi da una superiore fonte comune, modificata da credenze nazionali, dall’indole del popolo e dal tempo. Mentre in prima non si veneravano che i due lari pelasgi Vesta e Pallade, furono poi adottati il latino Giano e il sabino Marte, e a fianco a questi una generazione di numi agresti. In ciò la romana già si scevera dalla mitologia greca, alla quale soprasta anche per l’attribuire a tutti gli Dei funzionianaloghe alla conservazione e al perfezionamento dell’uomo[161]. Anzi, al modo dei misteri di Samotracia,veri iddii primitivi si consideravano soltanto il Cielo e la Terra[162], quasi le due metà del gran tutto, che è il mondo; e vulgarmente si personificavano in Saturno e Ops, o Bona Dea, da cui poeticamente diceansi generate Giunone, Vesta, Cerere, cioè i matrimonj, la casa, la fertilità[163]. L’introduzione delle tre maggiori divinità etrusche, le quali poi furono denominate Giove, Giunone, Minerva, non accadde senza contrasto. Ogni città etrusca dicemmo come dovesse avere un tempio a ciascuno de’ tre Dei, ed altri piccoli n’aveano aggiunti i Sabini sul Campidoglio. Ma gli auguri, consultati con riti che, dall’antico come dal nuovo culto, erano tenuti superiori fin a quelli degli Dei, proscrissero una dopo l’altra queste edicole che impedivano d’estendervi il recinto del nuovo tempio di Giove: a niun patto però vollero recedere Termine e Gioventù, due divinità appartenenti a quelle religioni de’ Genj, che trovammo speciali agli antichi Italiani.La famiglia divina in Roma fu compiuta soltanto dopo la cacciata dei re; e comprendeva dodici Dei Consenti; sei maschi, Giove, Nettuno, Vulcano, Apollo, Marte, Mercurio, e sei femmine, Giunone, Cerere, Vesta, Minerva, Venere, Diana, detti anche celesti, nobili, grandi, delle maggiori genti. Il culto degli Deiselectio intermedj pare risalga all’età de’ Tarquinj; e sono,Saturno, Rea, Giano, Pluto, Bacco, il Sole, la Luna, le Parche, i Genj, i Penati. Seguono gli Dei inferiori, divisi inindigétiesemoni: ai primi appartenevano Ercole, i Dióscuri Castore e Polluce, Enea, Quirino; agli altri Pan, Vertunno, Flora, Pale, Averrunco, Rubigo. S’aggiunsero in appresso enti morali, e numi delle genti sottomesse[164], adottati principalmente per consulto dei libri Sibillini, che tanto contribuirono ad alterare la religione romana: e allora spesso si cangiò il carattere delle divinità primitive, e la casta Anna Perenna vestì le lascive forme dell’Anna cartaginese, e Murcia matrona divenne la Venere Mirtia, e Flora la voluttuosa Clori.La religione romana, a differenza della libera, indipendente e leggiadra de’ Greci, tenne sempre dell’arido e del prosastico, e fu tutta politica; ristretta dai patrizj in un sistema, calcolato tutto a loro profitto. L’Ancile, scudo di Marte caduto dal cielo, il Palladio, lo scettrodi Priamo, il carro di Giove rapito da Vejo, le ceneri d’Oreste, la pietra conica, il velo d’Elena o d’Iliona, costituivano pegni sacri dell’esistenza e prosperità di Roma[165]. Ad ogni festa erano affisse rimembranze storiche, associandosi così religione, politica e moralità.Con Tullo Ostilio la storia distaccasi dagli Dei, e si fa umana, forse ritraendo il tempo che la robustezza latina rivalse sopra la dominazione sacerdotale. Allora pertanto Orazio vincitore de’ Curiazj uccide la sorella, innamorata d’uno di questi, e il padre loro esercita il diritto patriarcale, dichiarando assolto il fratricida: Meto Fufezio, che stette ambiguo fra i Romani e i nemici, è squartato: Alba, distrutta dalla città figlia, cede a questa il primato che esercitava nella federazione italica. Dove già compare quel meraviglioso sistema di Roma d’affigliare i popoli forestieri nella sua cittadinanza, e mandar colonie fra’ conquistati, estendendo così la patria, che doveva poi abbracciare l’intero mondo. Ma Tullo Ostilio, che vorrebbe usurpare anche gli uffizj del sacerdozio e i riti fulgurali, rimane colpito da un fulmine o dalla gelosia sacerdotale.ANCO MARZIOAnco Marzio presenta fisonomia ambigua: conquista, e al tempo istesso fabbrica; apre il porto d’Ostia, sebbene gran tempo dopo troviamo i Romani sprovvisti di navi; pubblica i misteri della religione, eppure per secoli ancora stettero incomunicati ai plebei; stabilisce i Latini sull’Aventino, eppure gran tempo dopo passa la legge che distribuisce fra’ plebei le terre di quel colle. Che che ne sia, egli introduce a Roma famiglie etrusche; e queste vi fanno sentire la superiorità dell’ingegno sovra la forza, e un lucumone primeggia a segno, che riesce a succedergli col nome di Tarquinio Prisco.TARQUINIO PRISCOIl costui regno è un’età etrusca, sottentrata all’età mitologica e alla sabina. Il patriziato sacro dei lucumoni di Tarquinia educa il guerresco de’ Quiriti, e v’introduce arti ed agi di gente civile: a un regno di pochi anni, e la cui estensione si abbracciava con un giro d’occhio, s’attribuiscono larghi dominj, edifizj ai quali bastano appena molte generazioni: Tarquinio conquista Sabini, Latini, Etruschi; eppure, poco dopo, la sola Clusio mena Roma all’orlo della ruina, e dieci anni si richiedono per soggiogare Vejo. Tale contraddizione però non toglie di supporre che Tarquinio (nome generico degli Etruschi, della cui federazione forse facea parte anche Roma) abbia dato alla città col governo militare quella forza, che indarno egli erasi ingegnato d’attribuire all’Etruria, cioè l’unione, facendola capo d’una lega che abbracciò ben quarantasette città, forse quelle che prima teneansi colla distrutta Alba.SERVIO TULLIOCelio Vibenna, fuoruscito dall’Etruria con un codazzo di clienti e servi, aveva invaso Roma. Lui morto, Mastarna, generatogli da una schiava, ne raccolse la masnada, e tanto procedette che riuscì a farsi re di Roma col nome di Servio Tullio. Questo fatto, ignoto a Livio ed agli storici comuni, ci è conservato in un discorso che l’imperatore Claudio pronunziò nell’atto di ammettere in senato i Galli di Lione, e che in questa città si trovò scolpito in rame; tanto più degno di fede perchè sappiamo che Claudio aveva scritto la storia etrusca: ma, d’altra parte, possiamo affidarci a un episodio che mal si connette col resto?Sia comunque, Mastarna o Servio ci rappresenta una rivoluzione in favore della timocrazia, o, come diremmo oggi, dell’aristocrazia pecuniaria, introducendo la costituzione censuaria dove gli uomini son valutati a denaro, siano originarj od avveniticci. Le genti successivamente venute si erano accasate in luoghi distinti: iseguaci di Romolo sul Palatino, i Sabini di Tazio sul Campidoglio e sul Quirinale, sotto Servio i Latini sull’Aventino, i plebei sull’Esquilino, gli Albani sul Celio. Della piena cittadinanza però non partecipavano se non le tre primitive tribù gentilizie, fin quando da Servio furono surrogate le quattro tribù topiche, denominate secondo il luogo che abitavano in città, la Palatina, la Esquilina, la Suburrana, la Collina; in esse rimaneano i nullapossidenti e gli artefici, mentre i proprietarj abitavano sui proprj fondi alla campagna, ripartita pur essa in tredici tribùrustiche. Con ciò la distinzione di Latini, Etruschi, Sabini restava assorta nell’unica nazione romana.TARQUINIO IL SUPERBOA Servio la tradizione fece merito di tutti i vantaggi acquistati dalla plebe nel decorso di secoli: ricomprava i debitori caduti schiavi, spegneva i debiti, spartiva le terre fra’ plebei, adunava i Latini sull’Aventino, monte plebeo, non chiuso fra le auspicate e patrizie mura di Roma. La figlia Tullia sposata a Tarquinio, e che, impaziente di regnare, trama, fa uccidere il padre, e col proprio carro passa sul cadavere di lui, indicherebbe gli aristocratici, che, per distruggere le franchigie largheggiate alla plebe da Servio, dan mano ai lucumoni etruschi. Questi, sotto il nome di Tarquinio Superbo, tornano a dominare in Roma senz’avere il consenso delle curie, ed uccidono la libertà, opprimendo del pari i nobili Sabini ed i plebei Latini, e ripristinando le prigioni feudali.Coi lucumoni ricompajono i riti e le divinazioni etrusche e il linguaggio simbolico. Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, era una specie di maga; profetizzava, incantava; vedendo un’aquila che leva il berretto di capo a suo marito, vaticina ch’esso diverrà re. Ad Accio Nevio, insigne per augurj, chiese Tarquinio se fosse possibile ciò ch’egli avea pensato; e avuto il sì,disse pensava di tagliare una cote col rasojo; e l’augure lo fece. Il figlio di Tarquinio Superbo, presa per inganno Gabio[166], della cui grandezza sono ancor testimonio le mura del santuario di Giunone, manda a chiedere al padre in che modo tener soggetta quella città: e Tarquinio non risponde, ma passeggiando pel giardino, fa saltare il capo de’ papaveri più alti, e comanda agli ambasciatori, riferiscano a suo figlio ciò che hanno veduto. Allora dal Campidoglio vengono sbandite le antiche divinità, riservandolo soltanto al Tina o Giove etrusco; Tarquinio stesso sul colle Albano sacrifica il toro nelle ferie Latine[167]. Una serpe esce dall’altare della reggia, e toglie le viscere delle vittime, e si spegne il fuoco sacro; pei quali portenti si va a consultare l’oracolo di Delfo.E d’oracoli abbondava la prisca Italia, come quelli di Albunea e di Tivoli; ma perdettero importanza dacchè si volle dedurre ogni cosa dalla Grecia e dall’Asia Minore, dove pure conservavansi profezie di Museo, di Bacide, di Tellia, delle Sibille: e forse ogni città ne possedeva di proprie, e le traevano seco nelle migrazioni. Una colonia di Cuma nell’Eolide portò a Cuma di Campania quelle della Sibilla Cumana, la quale venne ad offrire i suoi libri a Tarquinio, che, dopo averla più volte rejetta, li comprò, e li fece riporre nel tempio perchè fossero consultati nelle gravi contingenze dello Stato[168].CACCIATA DEI RELe tribù primitive, o per onte private, o perchè gli stranieri conculcassero i loro privilegi, insorsero a danno de’ Tarquinj, e gli espulsero abolendo il regno sacerdotale. Per sostenere i suoi nazionali, Porsena, lare di Clusio, cavalcò addosso a Roma, la prese, e la trattò con tale durezza, da vietare sino il ferro per altro uso che per l’agricoltura[169]. Non sappiamo nè quanto durasse il dominio militare, nè come se ne riscattassero i Romani; fatto è che, dopo la battaglia al lago Regillo, nella quale periva il fiore de’ prischi eroi, i patrizj posero a capo del governo due consoli annui tolti dalla loro classe.I Tarquinj personificherebbero dunque una dominazione di Etruschi; e con essi cade la costoro superiorità, nè Porsena riesce a restaurarla, perocchè vediamo i re andare in esiglio. Cessa allora l’influenza etrusca, e ringagliardisce il carattere nazionale; laonde i Romani non riescono imitatori, ma procedono con uno sviluppo regolare.

Primordj di Roma. I Re.

Ora dalla mescolanza di Latini, Sabini, Etruschi vediamo formarsi il popolo, che per lunghi secoli dominerà tutto il mondo civile, e che è il più degno di storia perchè rimase come il prototipo delle nazioni d’Occidente.

IL LAZIO

Il Tevere, che in 300 chilometri di corso riceve la Chiana, la Nera, il Teverone, finchè per le due bocche di Fiumicino e d’Ostia scarica pigramente nel Tirreno, è il maggior fiume dell’Italia peninsulare, ma disavvenente e ingrato. Fra esso e il monte Albano, e fra Tivoli e il mare un arido e ondulato cantone di appena quaranta miglia di superficie confinava a mattina e a scirocco coi Volsci; a occidente esso fiume il separava dagli Etruschi; a settentrione l’Aniene e il monte Lucretile dagli Equi e dai Sabini. I quali Sabini dalle alture appennine aveano snidato gli Aborigeni; e cresciuti di gente, calarono in quel piano dilatato, che perciò denominarono Lazio; e soggiogati o respinti i Siculi, vi presero stanza, edificando i casali di Laurento, Preneste, Lanuvio, Gabio, Aricia, Lavinio, Tivoli, Tuscolo dalle mura di massi quadrilunghi; Ardea capitale dei Rùtuli, ricchi di commercio, che mandarono colonie fino a Sagunto di Spagna.

Le distinte popolazioni di quel paese, che Dionigi Alicarnasseo dicea formare quarantasette Stati indipendenti, e probabilmente volea dire Comuni, erano congiunte dal vincolo religioso, e alle ferie Latine convenivano tutte sul monte Albano per quattro giorni disolenne sacrifizio, del quale portavano a casa le carni: a Tivoli interrogavano la fatidica Sibilla; dal profondo della selva Albunea raccoglievano oracoli dal comune iddio Fauno; in onore di Pale dea dei pastori celebravano le Palilie al 21 aprile, quando il sole entra nel segno del toro, animale venerato in Italia, e quando primavera rinnova la natura. Festa tutta rusticale, ove le pecore si aspergevano d’acqua santa; pastori e pastorelle ornavansi di frondi e ghirlande; alla dea offrivasi del miglio in corbelle di paglia, e latte ancor tepido, e la si invocava ripetendo tre volte verso Oriente la prece rituale; poi il preside del sacrifizio beveva da una ciotola di legno latte e vin caldo, astergeva le mani in acqua viva, saltava traverso un fuoco di paglia, e purificava se stesso[144].

ALBALUNGA

Anche dopo gl’incrementi d’Alba e di Roma, metropoli dei Latini fu tenuta Lavinio, città sul mare, dov’erano deposti gli Dei penati de’ Latini. Questo fatto darebbe a supporre che per mare vi fosse venuta la gente sacerdotale che portò nel Lazio la religione, e che è simboleggiata in Saturno, quivi celatosi dalle persecuzioni di suo figlio Giove[145].

Per antichissimi re del Lazio sono mentovati Pico, Fauno, Latino.1300?av. C.Regnante Fauno, quivi approdò una colonia di Arcadi, cioè di Pelasgi, condotta da Evandro, e sedutasi in riva al Tevere, vi fabbricò Palanzio[146].Due generazioni più tardi, regnando Latino, giunse un’altra colonia pelasga, cioè profughi di Troja, che, distrutta la patria loro dai Greci congiurati, qui ne cercavano una nuova e dominio[147]. Enea, principe trojano che li guidava, sulle rive del fiume Municio, detto Laurento dai lauri che le vestivano, sconfisse Turno principe de’ Rutuli, sottentrò a re Latino, e collocati i profughi lari in Lavinio, alla dinastia indigena surrogò la sua propria.1250?Questa ebbe poi reggia in Albalunga, la quale fu madre di trenta città, poste in altura e rinforzate già di muraglie da Pelasgi ed Etruschi, quali erano Camerio, Nomento, Crustumeria, Fidene, Colazia, Gabio ed altre, futuri trofei di Roma. Ad Enea successe nel regno Ascanio suo figlio, poi una mal determinata serie di re fino ad Amulio.

ROMOLO

796Costui, usurpato al maggior fratello Numitore il trono, costrinse Rea Silvia, unica figliuola di quello, a consacrare la propria virginità a Vesta. Pure il dio Marte la rese madre di due gemelli. Gettati nel Tevere onde sperdere il pericolo di pretendenti, dall’onda, più mansueta che lo zio, furono deposti a piè d’un fico selvatico, e allattati da una lupa. Venuti in età, conobbero l’esser loro, e colle prodezze raccoltasi attorno una masnada di valorosi Latini, la aquartierarono sulle rive del Tevere a sedici miglia dallo sbocco e poco dopo il confluente del Teverone, ove già cinque razze di popoli s’erano stabilite e scomparse[148]: contradasilvestre, ondeggiante su molti colli, quali il Saturnio, da poi Capitolino, elevato appena sessantacinque metri sopra il mare, ma orrido di sterpi e rupi; l’Aventino il maggior di tutti, nereggiante di lecci e lauri; il Celio (Laterano), detto Querquetulano perchè tutto a querce; il Viminale dai vimini, l’Esquilino o Fagutale dagli eschi e dai faggi; il Palatino, sacro a Fauno silvestre, con un bosco del dio Pan, dal quale le lupe scendevano ad abbeverarsi nel Tevere, i cui trabocchi stagnavano alle sue falde: e bosco e palude erano tra il Capitolino e il Quirinale, oggi monte Cavallo[149].

ORIGINE DI ROMA

Su quei colli, meno insalubri che la pianura, al punto ove confinavano753Latini, Sabini, Etruschi, fondarono una città, e la chiamarono Roma cioèforzanel linguaggio comune, Flora nel linguaggio sacerdotale, oltre un terzo nome arcano, che si pronunziava soltanto nelle cerimonie più secrete[150].

Romolo, ucciso il fratello Remo, domina senza competitore, e cresce la sua città pubblicando:—Chiunque vi venga, avrà asilo e mercato franco»; i primi coloni col titolo di patrizj sono il tutto della terra; rimangono plebe gl’indigeni soggiogati, o i ricoverativi da poi, ma a quelli si collegano in qualità di clienti, non potendo se non per mezzo di questi patroni ottenere giustizia, la quale venendo resa con forme rituali, non potea spettare che ai patrizj, unici possessori della religione e del diritto.

749Romolo sparte i cittadini in tre tribù, e da ciascuna sceglie cento cavalieri per la guerra, cento senatori per l’amministrazione. Onde aver matrimonj rapisce fanciulle dai Sabini, i quali, venuti per vendicarle, non pure sono pacificati, ma formano un popolo solo col romano, prendendo stanza sul Quirinale coi proprj Dei, nettando dagli stagni e dalle foreste la valle fra il Palatino e il Campidoglio perchè servisse di piazza ai due popoli, che aveano accomunato l’acqua e il fuoco, e stabilito un tempio a Vulcano pei parlamenti. Cameria, Fidene, Vejo, altre vicine città sono conquistate, trasferendone a Roma gli abitanti, e di romane colonie popolando que’ paesi. Romolo, morto o ucciso, è annoverato fra gli Dei.

714All’eroe succede il legislatore, al romano il sabino Numa Pompilio, che ispirato dalla ninfa Egeria, istituisce, o introduce dalla Etruria le vergini vestali, i sacerdoti feciali, e preci e festività e cerimonie religiose; a lui cadono dal cielo gli Ancili, scudi che rimasero un altro dei pegni sacri della fortuna di Roma; riforma il calendario, consacra le proprietà col culto del dio Termine, distribuisce il popolo in maestranze d’arti,fonda il tempio di Giano nell’Argileto. Secolo d’oro, tutto quiete e concordia, sicchè il tempo di Numa restò perennemente desiderabile.

I RE DI ROMA

671Ma presto il sereno sparisce. Il bellicoso re Tullo Ostilio apre guerra contro Alba, capitale dei Latini e madre di Roma; e vien definita col duello di tre fratelli Orazj con tre Curiazj; Alba è a suon di trombe distrutta, i cittadini trasferiti a Roma sul monte Celio, e la guerra continua per sottoporre le città che a quella avevano obbedito. Ma mentre vuole, coi riti insegnati da Numa, placare le divinità adirate, Tullo rimane colpito dal fulmine.

639Anco Marzio, suo nipote e successore, vince Fidenati, Volsci, Vejenti, Sabini, Latini; prepara il porto di Ostia, le saline e il carcere Mamertino a piedi del Tarpeo; fortifica l’Aventino e il Gianicolo per assicurare dagli Etruschi la navigazione del Tevere; fa scolpire le leggi sacre, delle quali rinnova il cessato vigore.

614Tarquinio Prisco, oriundo di Corinto e lucumone d’Etruria, ottiene lo scettro romano, favorito da augurj; aggrega cento nuovi senatori, due nuove vestali; fabbrica acquedotti, cloache, i portici del fôro, il Circo Massimo tra il colle Palatino e l’Aventino, il tempio di Giove sul Campidoglio; vince Sabini, Latini, Etruschi, coi quali ultimi fa pace: pace generosa, dove nè tampoco esige tributo, ma solo vuole riconoscano la sua supremazia mandandogli la corona, lo scettro, i fasci, le scuri, il trono d’avorio. Al fine è assassinato dai figli d’Anco Marzio, pretendenti al trono paterno.

578Non l’ottennero però essi, bensì uno nato schiavo, poi fatto genero da Tarquinio, e nominato Servio Tullio. Costui rinnova guerra agli Etruschi, violatori dell’accordo; i Latini unisce nel culto di Diana sull’Aventino; amplia il recinto della crescente città, sicchè abbracci sei colli sulla sinistra e il Gianicolo sulladestra del Tevere, e la divide in quartieri; introduce le monete e il censo; distribuisce il popolo in classi e centurie a norma della ricchezza, non in tribù a norma dell’origine; e accortosi come facilmente abusi chi tiene il sommo potere, voleva abdicare e istituir la repubblica, ma fu assassinato da Tarquinio suo genero.

534Questo col titolo di Superbo tiranneggia i sudditi, e si tiene alleato ai prepotenti vicini e signorotti del Lazio, i quali lo proclamano capo della lega Latina, e consentono a Roma il primato ne’ sagrifizj che alle ferie Latine celebravansi sul monte Albano; dei reluttanti trionfa, e singolarmente di Gabio e Suessa Pomezia; in Roma costruisce le cloache; dal Campidoglio esturba gli altri Dei acciocchè vi rimanga unico Giove; compra da una fata i libri Sibillini che preconizzano il destino di Roma. Ma avendo suo figlio Sesto violentato Lucrezia matrona, questa si uccide, e per vendetta di quel sangue Tarquinio viene espulso da Collatino marito, da Lucrezio padre e da509Giunio Bruto parente della generosa: alla monarchia surrogasi la repubblica con due annui consoli, la quale ne’ maggiori frangenti si affida agli arbitrj d’un dittatore. Vinto Tarquinio che tornava alla riscossa, sventato l’interno tentativo d’una controrivoluzione, respinto il re etrusco Porsena496ch’era venuto per ripristinare i Tarquinj, data al lago Regillo una battaglia ove, mediante il valore d’Albo Postumio e l’assistenza dei Diòscuri, i re perdettero le ultime speranze, Roma nell’esaltamento della vittoria e della libertà cresce di potenza.

In questo tenore i primi tempi di Roma ci sono raccontati dai classici scrittori, e massime da Tito Livio; ed ognuno fin dalle scuole apprese i drammatici episodj ond’è ripiena quell’orditura. I poveri montanari di Tazio sabino portavano braccialetti d’oro, che allettarono l’avidità di Tarpea a introdurli in città. TreOrazj nati ad un parto combattono contro tre Curiazj ad un parto pur nati; e un di loro vince, ma poi vedendo in pianto la sorella, segreta amante d’uno de’ nemici, la uccide, e condannato dalla legge, s’appella al popolo e n’è assolto. Clelia fugge dal campo degli Etruschi, passando a nuoto il Tevere fra cento dardi nemici. Bruto assiste intrepido al supplizio de’ proprj figliuoli, felloni alla libertà ch’egli avea donata alla patria. Muzio Scevola va per assassinare Porsena, e scoperto, lasciasi bruciar una mano per mostrare quanta sia la fermezza de’ congiurati. Orazio Coclite solo[151]resiste s’un ponte di legno a tutta l’Etruria; e Roma gli regala quanto in un giorno possono circuire due bovi, cioè da tre miglia, essa che appena dieci ne possedeva in giro alla sua città. Seguono poi la favola di Menenio Agrippa, e più tardi l’eroismo de’ trecentosei Fabj al fiume Crémera, la tirannide d’Appio Claudio, le vittorie di Quinzio Cincinnato, quella di Furio Camillo sui Galli.

CRITICA DELLA STORIA PRIMITIVA

A tali nomi e storie, è assicurato il privilegio di più non perire; ma reggono alla critica? La successiva durata del regno di que’ sette principi, la varietà delle loro azioni, il pieno ed ordinato intreccio degli avvenimenti, la corrispondenza con tradizioni d’altri paesi, vi danno piuttosto aria di poesia; e forse furono dedotti da epopee nazionali che cantavansi ne’ banchetti, e dove, sotto sembianza individuale, venivano rappresentati caratteri storici e tipi d’un’intera età, o sotto forma d’avvenimenti la successiva formazione della città e l’origine del diritto romano[152]. Ma come osar di espungere del tutto quai favole quelle tradizioni ch’eranotenacemente credute dal popolo romano, e che operarono sulla successiva sua storia? I singoli luoghi conservavano nomi e memorie e reliquie di que’ primitivi mortali. «Tu dormi, o Bruto?» si scrive sulla porta di Marco, acciocchè la memoria del primo Bruto lo inciti a redimere anch’egli da un tiranno la patria: l’odio contro il nome di re costa la vita a Cesare: per recuperare l’oro gallico si risolve una guerra. Chi potrà però dire quanto le tradizioni greche, la vanità dei retori, l’ambizione delle genealogie abbiano alterato la verità? A sincerarla si volsero potentissimi intelletti, quali il napoletano Vico nellaScienza Nuova, e un secolo dopo il danese Niebuhr nellaStoria romana: ma se riuscirono talvolta a felicissime divinazioni, sono a gran pezza dall’offrire un accordo che appaghi la ragione, e lo storico trovasi ancora avviluppato nel labirinto critico. Studj sì lunghi, sì laboriosi, e poi non ritrarre che dubbj! Fra questi tentiamo anche noi qualche uscita.

Re Latino ci è dato per figlio dell’iperboreo Pallante o di Ercole, e d’una figliuola di Fauno; onde può indicare una gente settentrionale, mescolatasi cogli indigeni. Evandro che viene d’Arcadia, personifica i Pelasgi. Che dalla distrutta Troja sieno passati coloni nel Lazio, aveasi da tradizione vetustissima: Timeo, nel 490, scriveva che i Lavinj conservavano ne’ tempj statue trojane d’argilla; il senato medesimo più volte motivò su quella credenza i suoi trattati. Non fu dunque prepostera importazione dei Greci, ma opinione nazionale; il che però non significa che fosse vera, nè forse esprime altro se non che Alba fu, al pari di Troja, fondata da gente pelasga. Enea, simbolo dei vinti che nelle contese eroiche sono costretti a fuoruscire, dalla tradizione erafatto combattere con Turno (forma latina di Tirreno) e con Latino che muore in battaglia[153]. Le nozze del Trojano con Lavinia rappresentano il patto di concordia fra i natìi e quel pugno di prodi stranieri[154].

Un pugno, eppure potrebbe darsi avessero acquistato il dominio, come fecero i conquistadori in America: ma la lista dei re d’Alba è di recente confezione e variata. Ne’ primordj di Roma, le favole stesse rivelano l’indole del popolo che le inventò, vigoroso, perseverante, ma duro, inesorabile, e insieme di spiriti positivi, come appare dall’attribuirsi ai primi re istituzioni civili.

TENTATIVO DI SPIEGAZIONE

Forse i sette colli erano occupati da altrettante città pelasghe o etrusche, cui una banda di pastori montanari soggiogò. Roma, che sorgeva sul colle Palatino, distrusse Remuria sua sorella che l’aveva insultata: sul Quirinale stava la città sabina dei Quiriti, dalla cui alleanza si formò il popolo de’ Romani-Quiriti. Quelli che ci s’insegnano come nomi proprj dei re, forse non sono che appellativi di caratteri ideali: Romolo figliod’un dio e che morendo sale agli Dei, Numa che favella con una ninfa divina, conservano aria di personaggi mitici, e potrebbero designare due età succedentisi, l’eroica e la sacerdotale.

Romolo nasce da Marte, il dio sabino, e da una sacerdotessa di Vesta, dea pelasga della civiltà fondata sugli accertati possessi e sulla famiglia. Fuoruscito della patria[155], pianta la sua rôcca s’un’altura al cui scarco ricettava il vulgo, protetto e dominato dai forti, i quali attendono alla guerra mentr’esso esercita le arti e i campi. Prima occasione di briga sono le donne, solita tentazione de’ popoli rozzi: ma esse vi compajono dall’origine con una maggior dignità che nell’Asia e in Grecia; resistono in prima ai rapitori, poi si fanno mediatrici della pace fra mariti e genitori: onde in Roma si professa poco amore sempre, ma riverenza verso quel sesso; le spose, tratte con simulata violenza dalla casa paterna, non attendono ad altri lavori che di filar lana; hanno la man dritta per le vie; cosa inonesta in loro presenza non si dee fare o dire; i giudici capitali non possono citarle.

Troviamo dunque registrate come concessioni e come accordi le lente acquisizioni del tempo, e l’effetto della mescolanza delle schiatte. Il terreno che nelle guerre si guadagna, va spartito fra i patrizj; i vinti rimangono plebe; e così la gente romana trovasi divisa in due classi, come tutti i popoli antichi; conquistati e conquistatori, dominanti e obbedienti. Ma i vinti non caddero sì basso come altrove; e invece di due Caste, di separazione insormontabile perchè sancita dalla religione, ne vennero due partiti politici, che sin dal principio sidisputavano la preponderanza; e leminori genti, plebee ma libere, diventarono fondamento alla potenza di Roma.

Dal rapimento delle fanciulle nasce una guerra col sabino Tazio, terminata mediante una transazione, per la quale i due popoli si collegano: la collina romana del Palanzio e la sabina del Quirinale sono congiunte, e come confine fra di esse viene eretto il tempio di Giano, bifronte acciocchè guardi ad entrambi; con porte che stiano spalancate in tempo di guerra onde soccorrersi a vicenda, chiuse in tempo di pace onde le indiscrete comunicazioni non sovvertano la quiete. I due popoli strinsero reciproci matrimonj[156]; aggregarono in un senato solo cento padri per ciascuno; una sola assemblea elettiva, con un solo re, forse scelto a vicenda; onde si dissepopulus romanus quirites, mutato poscia inpopulus romanus Quiritium[157].

NUMA

E dalla gente sabina fu scelto il nuovo re Numa, nel quale però si riscontra più volentieri l’indole sacerdotale dell’Etruria, donde forse allora si chiesero costumi e riti per digrossare i guerrieri di Romolo-Quirino. L’erudizione, quanto più stenebra le origini romane, discopre sempre maggiori elementi da attribuire all’Etruria: e di là si dice che, regnante Numa, fossero introdotte le cerimonie e le lettere, l’anno di dodici mesi, civilmente consacrata la proprietà col culto del dio Termine, ossia Giove pietra; partito il popoloin corporazioni d’arti e mestieri[158]; si comincia a tenere il registro degli annali, come era consueto in tutte le città etrusche; e la fiera città dei Romani-Sabini assume aspetto religioso, fondando ogni diritto sopra gli Dei, e dagli Dei e per gli Dei credendo operata ogni cosa.RITICerimonie del culto, annestate con quelle dello Stato; legislazione religiosa, compenetrata alla civile e politica, onde regolarne i diritti con forme impreteribili, che sono privilegio d’un’aristocrazia sacerdotale, sentono affatto dell’incivilimento etrusco. La casa era dei Lari, la tomba dei Mani, dio genio il matrimonio; sacro il reo, sacro agli Dei del padre il figliuolo impietoso, sacro a Cerere chi mette fuoco alle biade, sacre le guerre, sacro il diritto, come si esprimono le Dodici Tavole; solenni sono le azioni giuridiche, sacramento è la contestazione civile, supplizio la pena corporale; agli Dei soli spetta l’iniziativa degli affari umani, esercitata mediante la classe sacra dei patrizj, ai quali soltanto è concesso di prendere gli auspizj senza di cui non restavano sancite e legittime le proprietà, le nozze, le decisioni. Le magistrature, fin la suprema, sono sacerdozj; Numa si fa inaugurare s’una pietra misteriosa[159]; eai magistrati è riserbato il chiedere dal cielo i responsi. Ilpomœrium, cioè il giro di censessanta piedi dentro e fuori delle mura, primo asilo del popolo, è sacro ed orientato a similitudine del cielo; sacra la precinzione della città, e delitto il travalicarla. Il focolajo domestico è sacro, e la famiglia costituita sul culto degli avi e sul dogma delle solidarietà. Il padre è una specie di dio umanato; somiglia a creazione l’atto suo di dar la vita; mediante le azioni proprie e de’ figliuoli merita di divenir lare. Obbligo inseparabile dalle eredità sono i sacrifizj espiatorj, annualmente fatti dai maschi discendenti, con tanto rigore che, se un debitore muoja insolvibile e lasci soltanto uno schiavo, questo è affrancato acciocchè i suffragi non rimangano interrotti. La classe sacerdotale pervenne a disarmare il popolo, talchè nessuno compare in città con armi, e i conquistatori del mondo sono unagente togata.

RELIGIONE

Molte somiglianza, e massime la venerazione pel bue e i sacrifizj pei padri defunti, diedero a supporre che la religione romana venisse dall’indiana[160]; altri la dedussero dalla greca; noi da una superiore fonte comune, modificata da credenze nazionali, dall’indole del popolo e dal tempo. Mentre in prima non si veneravano che i due lari pelasgi Vesta e Pallade, furono poi adottati il latino Giano e il sabino Marte, e a fianco a questi una generazione di numi agresti. In ciò la romana già si scevera dalla mitologia greca, alla quale soprasta anche per l’attribuire a tutti gli Dei funzionianaloghe alla conservazione e al perfezionamento dell’uomo[161]. Anzi, al modo dei misteri di Samotracia,veri iddii primitivi si consideravano soltanto il Cielo e la Terra[162], quasi le due metà del gran tutto, che è il mondo; e vulgarmente si personificavano in Saturno e Ops, o Bona Dea, da cui poeticamente diceansi generate Giunone, Vesta, Cerere, cioè i matrimonj, la casa, la fertilità[163]. L’introduzione delle tre maggiori divinità etrusche, le quali poi furono denominate Giove, Giunone, Minerva, non accadde senza contrasto. Ogni città etrusca dicemmo come dovesse avere un tempio a ciascuno de’ tre Dei, ed altri piccoli n’aveano aggiunti i Sabini sul Campidoglio. Ma gli auguri, consultati con riti che, dall’antico come dal nuovo culto, erano tenuti superiori fin a quelli degli Dei, proscrissero una dopo l’altra queste edicole che impedivano d’estendervi il recinto del nuovo tempio di Giove: a niun patto però vollero recedere Termine e Gioventù, due divinità appartenenti a quelle religioni de’ Genj, che trovammo speciali agli antichi Italiani.

La famiglia divina in Roma fu compiuta soltanto dopo la cacciata dei re; e comprendeva dodici Dei Consenti; sei maschi, Giove, Nettuno, Vulcano, Apollo, Marte, Mercurio, e sei femmine, Giunone, Cerere, Vesta, Minerva, Venere, Diana, detti anche celesti, nobili, grandi, delle maggiori genti. Il culto degli Deiselectio intermedj pare risalga all’età de’ Tarquinj; e sono,Saturno, Rea, Giano, Pluto, Bacco, il Sole, la Luna, le Parche, i Genj, i Penati. Seguono gli Dei inferiori, divisi inindigétiesemoni: ai primi appartenevano Ercole, i Dióscuri Castore e Polluce, Enea, Quirino; agli altri Pan, Vertunno, Flora, Pale, Averrunco, Rubigo. S’aggiunsero in appresso enti morali, e numi delle genti sottomesse[164], adottati principalmente per consulto dei libri Sibillini, che tanto contribuirono ad alterare la religione romana: e allora spesso si cangiò il carattere delle divinità primitive, e la casta Anna Perenna vestì le lascive forme dell’Anna cartaginese, e Murcia matrona divenne la Venere Mirtia, e Flora la voluttuosa Clori.

La religione romana, a differenza della libera, indipendente e leggiadra de’ Greci, tenne sempre dell’arido e del prosastico, e fu tutta politica; ristretta dai patrizj in un sistema, calcolato tutto a loro profitto. L’Ancile, scudo di Marte caduto dal cielo, il Palladio, lo scettrodi Priamo, il carro di Giove rapito da Vejo, le ceneri d’Oreste, la pietra conica, il velo d’Elena o d’Iliona, costituivano pegni sacri dell’esistenza e prosperità di Roma[165]. Ad ogni festa erano affisse rimembranze storiche, associandosi così religione, politica e moralità.

Con Tullo Ostilio la storia distaccasi dagli Dei, e si fa umana, forse ritraendo il tempo che la robustezza latina rivalse sopra la dominazione sacerdotale. Allora pertanto Orazio vincitore de’ Curiazj uccide la sorella, innamorata d’uno di questi, e il padre loro esercita il diritto patriarcale, dichiarando assolto il fratricida: Meto Fufezio, che stette ambiguo fra i Romani e i nemici, è squartato: Alba, distrutta dalla città figlia, cede a questa il primato che esercitava nella federazione italica. Dove già compare quel meraviglioso sistema di Roma d’affigliare i popoli forestieri nella sua cittadinanza, e mandar colonie fra’ conquistati, estendendo così la patria, che doveva poi abbracciare l’intero mondo. Ma Tullo Ostilio, che vorrebbe usurpare anche gli uffizj del sacerdozio e i riti fulgurali, rimane colpito da un fulmine o dalla gelosia sacerdotale.

ANCO MARZIO

Anco Marzio presenta fisonomia ambigua: conquista, e al tempo istesso fabbrica; apre il porto d’Ostia, sebbene gran tempo dopo troviamo i Romani sprovvisti di navi; pubblica i misteri della religione, eppure per secoli ancora stettero incomunicati ai plebei; stabilisce i Latini sull’Aventino, eppure gran tempo dopo passa la legge che distribuisce fra’ plebei le terre di quel colle. Che che ne sia, egli introduce a Roma famiglie etrusche; e queste vi fanno sentire la superiorità dell’ingegno sovra la forza, e un lucumone primeggia a segno, che riesce a succedergli col nome di Tarquinio Prisco.

TARQUINIO PRISCO

Il costui regno è un’età etrusca, sottentrata all’età mitologica e alla sabina. Il patriziato sacro dei lucumoni di Tarquinia educa il guerresco de’ Quiriti, e v’introduce arti ed agi di gente civile: a un regno di pochi anni, e la cui estensione si abbracciava con un giro d’occhio, s’attribuiscono larghi dominj, edifizj ai quali bastano appena molte generazioni: Tarquinio conquista Sabini, Latini, Etruschi; eppure, poco dopo, la sola Clusio mena Roma all’orlo della ruina, e dieci anni si richiedono per soggiogare Vejo. Tale contraddizione però non toglie di supporre che Tarquinio (nome generico degli Etruschi, della cui federazione forse facea parte anche Roma) abbia dato alla città col governo militare quella forza, che indarno egli erasi ingegnato d’attribuire all’Etruria, cioè l’unione, facendola capo d’una lega che abbracciò ben quarantasette città, forse quelle che prima teneansi colla distrutta Alba.

SERVIO TULLIO

Celio Vibenna, fuoruscito dall’Etruria con un codazzo di clienti e servi, aveva invaso Roma. Lui morto, Mastarna, generatogli da una schiava, ne raccolse la masnada, e tanto procedette che riuscì a farsi re di Roma col nome di Servio Tullio. Questo fatto, ignoto a Livio ed agli storici comuni, ci è conservato in un discorso che l’imperatore Claudio pronunziò nell’atto di ammettere in senato i Galli di Lione, e che in questa città si trovò scolpito in rame; tanto più degno di fede perchè sappiamo che Claudio aveva scritto la storia etrusca: ma, d’altra parte, possiamo affidarci a un episodio che mal si connette col resto?

Sia comunque, Mastarna o Servio ci rappresenta una rivoluzione in favore della timocrazia, o, come diremmo oggi, dell’aristocrazia pecuniaria, introducendo la costituzione censuaria dove gli uomini son valutati a denaro, siano originarj od avveniticci. Le genti successivamente venute si erano accasate in luoghi distinti: iseguaci di Romolo sul Palatino, i Sabini di Tazio sul Campidoglio e sul Quirinale, sotto Servio i Latini sull’Aventino, i plebei sull’Esquilino, gli Albani sul Celio. Della piena cittadinanza però non partecipavano se non le tre primitive tribù gentilizie, fin quando da Servio furono surrogate le quattro tribù topiche, denominate secondo il luogo che abitavano in città, la Palatina, la Esquilina, la Suburrana, la Collina; in esse rimaneano i nullapossidenti e gli artefici, mentre i proprietarj abitavano sui proprj fondi alla campagna, ripartita pur essa in tredici tribùrustiche. Con ciò la distinzione di Latini, Etruschi, Sabini restava assorta nell’unica nazione romana.

TARQUINIO IL SUPERBO

A Servio la tradizione fece merito di tutti i vantaggi acquistati dalla plebe nel decorso di secoli: ricomprava i debitori caduti schiavi, spegneva i debiti, spartiva le terre fra’ plebei, adunava i Latini sull’Aventino, monte plebeo, non chiuso fra le auspicate e patrizie mura di Roma. La figlia Tullia sposata a Tarquinio, e che, impaziente di regnare, trama, fa uccidere il padre, e col proprio carro passa sul cadavere di lui, indicherebbe gli aristocratici, che, per distruggere le franchigie largheggiate alla plebe da Servio, dan mano ai lucumoni etruschi. Questi, sotto il nome di Tarquinio Superbo, tornano a dominare in Roma senz’avere il consenso delle curie, ed uccidono la libertà, opprimendo del pari i nobili Sabini ed i plebei Latini, e ripristinando le prigioni feudali.

Coi lucumoni ricompajono i riti e le divinazioni etrusche e il linguaggio simbolico. Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, era una specie di maga; profetizzava, incantava; vedendo un’aquila che leva il berretto di capo a suo marito, vaticina ch’esso diverrà re. Ad Accio Nevio, insigne per augurj, chiese Tarquinio se fosse possibile ciò ch’egli avea pensato; e avuto il sì,disse pensava di tagliare una cote col rasojo; e l’augure lo fece. Il figlio di Tarquinio Superbo, presa per inganno Gabio[166], della cui grandezza sono ancor testimonio le mura del santuario di Giunone, manda a chiedere al padre in che modo tener soggetta quella città: e Tarquinio non risponde, ma passeggiando pel giardino, fa saltare il capo de’ papaveri più alti, e comanda agli ambasciatori, riferiscano a suo figlio ciò che hanno veduto. Allora dal Campidoglio vengono sbandite le antiche divinità, riservandolo soltanto al Tina o Giove etrusco; Tarquinio stesso sul colle Albano sacrifica il toro nelle ferie Latine[167]. Una serpe esce dall’altare della reggia, e toglie le viscere delle vittime, e si spegne il fuoco sacro; pei quali portenti si va a consultare l’oracolo di Delfo.

E d’oracoli abbondava la prisca Italia, come quelli di Albunea e di Tivoli; ma perdettero importanza dacchè si volle dedurre ogni cosa dalla Grecia e dall’Asia Minore, dove pure conservavansi profezie di Museo, di Bacide, di Tellia, delle Sibille: e forse ogni città ne possedeva di proprie, e le traevano seco nelle migrazioni. Una colonia di Cuma nell’Eolide portò a Cuma di Campania quelle della Sibilla Cumana, la quale venne ad offrire i suoi libri a Tarquinio, che, dopo averla più volte rejetta, li comprò, e li fece riporre nel tempio perchè fossero consultati nelle gravi contingenze dello Stato[168].

CACCIATA DEI RE

Le tribù primitive, o per onte private, o perchè gli stranieri conculcassero i loro privilegi, insorsero a danno de’ Tarquinj, e gli espulsero abolendo il regno sacerdotale. Per sostenere i suoi nazionali, Porsena, lare di Clusio, cavalcò addosso a Roma, la prese, e la trattò con tale durezza, da vietare sino il ferro per altro uso che per l’agricoltura[169]. Non sappiamo nè quanto durasse il dominio militare, nè come se ne riscattassero i Romani; fatto è che, dopo la battaglia al lago Regillo, nella quale periva il fiore de’ prischi eroi, i patrizj posero a capo del governo due consoli annui tolti dalla loro classe.

I Tarquinj personificherebbero dunque una dominazione di Etruschi; e con essi cade la costoro superiorità, nè Porsena riesce a restaurarla, perocchè vediamo i re andare in esiglio. Cessa allora l’influenza etrusca, e ringagliardisce il carattere nazionale; laonde i Romani non riescono imitatori, ma procedono con uno sviluppo regolare.


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