CAPITOLO XI.I Romani nella Magna Grecia.—I Venturieri.—Pirro.In quei secoli, a capo del mondo civile stavano i Greci, popolo dell’umanità, il quale, invece di vivere isolato, disutile agli altri, vivificò e fecondò i germi della verità trasmessigli dall’Oriente, in modo che fruttificassero a tutto l’uman genere; e prima cogli Omeri cantò le tradizioni nazionali, poi si diede ad esercitare il pensiero onde scoprire e coordinare le verità; e ciò per merito della libertà, dalla quale tra i Greci furono vivificate la storia, la poesia, le arti, le istituzioni, la religione. E appunto per l’indipendenza anco in fatto di religione, invece di limitarsi a commenti e sviluppi di un tesoro sacro, si volsero essi senza ritegno a indagar Dio, la natura, l’anima, producendo così la filosofia, dalla quale, dopo finita la guerra persiana e assicurata l’unità nazionale, nacquero una morale e una politica, con idee più generali di diritto, di franchigie, di dignità umana. Possedendo eminentemente il gusto del bello ordinato e il sentimento del progresso e della libertà, divennero modello eterno e insuperabile nelle belle arti; mentre le loro repubbliche svolgevano lavita pubblica nelle forme più varie, riducevano a scienza la logica, la morale e le matematiche, posavano e in parte scioglievano i problemi, intorno a cui s’affaticano anc’oggi statisti e metafisici; e insieme correano i mari e le terre trafficando, e popolavano di loro colonie l’Asia e l’Italia meridionale.ALESSANDRO MAGNOA tanti vantaggi recavano scapito le incessanti gare tra vicini, le trame degli ambiziosi, l’irrequietudine dei demagoghi, e fuori i re di Persia, i quali, aspirando ad allargare la dominazione assoluta, connaturata ai vasti imperi asiatici, di mal animo comportavano queste repubbliche confinanti. La lotta contro di quelli costituisce la parte epica della storia de’ Greci, i quali in nessun tempo poterono riposarsi dal combattere per reprimere i rinascenti attentati di quella potente nazione, appunto come contro gl’imperatori di Germania lottarono incessantemente le repubbliche italiane dell’età media, che con quelle tengono tanta somiglianza per varietà d’istituzioni, per origine, fiore, coltura, brighe, infortunj.ALESSANDRO MAGNO E I ROMANIIndebolendosi la Grecia nelle fraterne discordie, venne ad ottenervi prevalenza la Macedonia, paese guerresco e realista, che paragonarono al Piemonte nell’Italia moderna; ed Alessandro, re di quella, riuscì a farsi dichiarare capo della Grecia tutta, per condurla ad abbattere la Persia.336L’animoso giovane, spinto da ambizione tutt’altro che vulgare, con una serie di imprese, per cui la posterità lo intitola Magno, e la Bibbia dice chela terra ammutolì nel cospetto di lui, oltre la Persia, sottomise l’Egitto e l’Alta Asia, invase l’India, e non pago al deplorabile uffizio dei conquistatori di uccidere, desolare, spegnere nazionalità, dappertutto piantava città, opportunissime al commercio, donde ben presto colonie greche e dinastie nuove diffusero la civiltà e la scienza.In Babilonia il vincitore di Persia riceveva omaggio da Cartaginesi, Iberi, Celti, Etiopi, Sciti; così largamente si era diffuso il suo nome: ed Arriano, suo storico, ne assicura che vennero pure ad inchinarlo Lucani, Bruzj, Tirreni. Chi sa che sotto il nome di Tirreni non fossero indicati i Romani dagli storici donde Arriano attinse? Certamente Clitarco, che scriveva poco dopo morto l’eroe, dice che i Romani spedirono ambasciata ad Alessandro; e Plinio lo cita senz’ombra di dubbio[241]. Mal dunque Tito Livio asserisce che fino il nome di Alessandro restò ignoto ai Romani. Ignoto dovea dire alle romane storie, isolate sempre come le cronache, e dove de’ popoli non si fa cenno se non quando si scontrano coll’armi alla mano. Del resto il nome e le imprese del Magno dovettero dar materia, non solo alle ciarle dei curiosi, ma alle apprensioni degli uomini di Stato in tutta l’Italia; sulla quale poteva benissimo voltare l’esercito vincitore dell’Oriente. In tal caso qual esito avrebbe avuto la guerra? Tito Livio posa a se stesso tale quistione; e l’orgoglio patriotico che spira da ogni sua linea, si manifesta singolarmente in quel passo, uno dei pochissimi ov’egli porti lo sguardo fuori del recinto di Roma sua: ma quanto inesatto giudice si mostra!Il problema è insolubile, come tutti quelli a cui il tempo o la fortuna mescolano elementi, irreperibili dall’umana previsione. Chi sa se Alessandro qui sarebbesi accontentato d’una supremazia pari a quella che esercitava in Grecia, e se Romani e Sanniti vi si sarebbero rassegnati? Presto è detto che altro era il vincere le turbe di Dario, altro gli eroi del Lazio; ma è falso che Alessandro abbia avuto a fare soltanto congente vinta dalla mollezza prima che dalle armi. Nè soli i trentamila suoi Macedoni avrebb’egli trasportato in Italia, ma quanti falangiti avesse voluto comprare coi tesori dell’Asia, ma i migliori guerrieri di ventura, ma i prodi d’Africa e di Spagna, ma generali formati sotto di lui in diuturne guerre, di cui l’esito non fu sempre dovuto alla fortuna. E fosse pure venuto coi soli Macedoni, dovea Livio ricordarsi che uno de’ suoi successori, Pirro, con tanto meno forze e tanta meno reputazione condusse fino all’orlo del precipizio la futura metropoli del mondo.AVVENTURIERI323Se non che l’eroe macedone, nel fior di sua vita e nel mezzo de’ trionfi moriva, e subito il vasto dominio di lui era spartito fra’ suoi generali, tutti ambiziosi del nome di re d’Egitto, re di Siria, re del Ponto, re della Battriana, della Comagéne; e che a vicenda osteggiandosi, propagarono l’anelito guerresco, empirono di battaglie la Grecia, l’Egitto, l’Asia Alta e la Minore, e formarono una turba di capitani e combattenti di ventura, i quali, simili ai condottieri del nostro medioevo, non d’altro erano vogliosi che d’esercitare il mercenario valore, e di procacciarsi fortuna in ambiziosi cimenti.La scossa ne fu sentita anche in Italia. Domi i Sanniti, suoi più ostinati nemici, Roma si trovava a fronte la Magna Grecia e la Sicilia. Le colonie, che quivi abbiam veduto fiorentissime, andavano in dechino dopo le guerre coi Lucani e con Dionigi il Vecchio; Posidonia avea coloni stranieri; le altre pure s’erano dovute rifare con gente avveniticcia; e decimate di popolo e di forze, si limitavano al ricinto delle loro mura. Sembra sciagura fatale ai popoli infelici il volgere il dente contro le proprie carni; e la dissensione civile da sbrigliata democrazia le trabalzava a tirannide atroce. Dedicatisi al commercio e snervati nelle lautezze, affidavano volentieri la difesa a soldati mercenarj, i quali diventavanoun mezzo di signoreggiare, in mano di chiunque avesse denaro onde comprarli. Divenne dunque mestiere il combattere; gli eserciti non si componevano più, come ne’ bei giorni della libera Grecia, di cittadini, armati per difendere la patria e sostenere una causa od una opinione professata; bensì di mercenarj[242], o compri fra gli stranieri, massime Galli, o fra quelli che, inveterati nelle passate guerre al sangue e alle prepotenze, vendevano il valore a chi promettesse maggior soldo e maggior saccheggio; o che, nella rovina della patria non avendo salvato che il braccio, aggregavansi coi soldati ancora lordi del sangue de’ proprj compaesani per passare dagli oppressi nel numero degli oppressori, senz’altra causa che il denaro, altra fede che una promessa venale degli oppressori. Gli Stati pertanto rimanevano in balìa de’ capi militari, e dell’esito delle battaglie: la scienza delle finanze si ridusse a trovar maniere da procurarsi denaro, col quale aver soldati. E fu pel costoro appoggio che Agatocle si eresse tiranno di Siracusa (pag. 249); poi alcuni Campani, desiderosi di prendere stanza e dominio, occuparono Messina, altri invasero Reggio, e riuscivano tremendi ai Cartaginesi, ai Romani, viepiù ai natii.TARANTOFra le repubbliche della Magna Grecia, Taranto primeggiava di marina e d’industria; e mentre le città d’origine jonica aveano a lottare coi tiranni di Siracusa, ella come dorica vivea daccordo con questi. Ma le davano molestia i Bruzj, popolazione mista, che senza discernere Dori da Achei, cavalcava sopra i vicini, e spingeva i Lucani sul territorio di Taranto. Forse per gelosia dei concittadini, come Venezia, questa repubblica non teneva altro esercito che di soldati estranei, e conduceva a suo servizio perfino principi, come ArchídamoII re di Sparta,355figlio d’Agesilao, che al loro soldo perì co’ suoi combattendo i Lucani; come Cleónimo, figlio di Cleoméne II, pur re di Sparta.223Costui menò loro cinquemila mercenarj, n’aggiunse altri comprati dai Tarantini, ma non fece impresa degna del valore spartano, e abbandonatosi al lusso e alla mollezza, cercava ridurre in servitù quei che s’erano commessi alla sua fede, cianciava di voler fiaccare i tiranni di Sicilia, e intanto rubava, devastava: sicchè i Barbari confinanti diedero addosso a lui e alle sue navi, che a stento egli menò a Corcira a farvi altrettanto mal governo. Cacciato di qui pure, tornò ai Tarantini, ma respinto da essi, vôlto il capo di Brindisi, e spinto da fortuna nell’Adriatico, temendo di giungere fra gl’inospiti Illirj e Liburni, s’accostò alla Venezia; e preso terra fra i Padovani, ne incendiò una borgata, portando via uomini e armenti. I Padovani accorsero, e dispersero quei predoni, di modo che sol piccola parte della flotta potè campare. Tito Livio è il solo che racconti questo fatto, ma egli era padovano, e dice che fin a’ suoi tempi si vedevano per memoria i rostri delle navi prese in un tempio antico di Giunone a Padova, e si faceva un’annua solennità navale sul Medoaco[243].ALESSANDRO IL MOLOSSOAnche Alessandro il Molosso re d’Epiro, zio d’Alessandro Magno, desideroso d’emulare le imprese di questo, e crearsi un regno proprio, venne al soldo de’ Tarantini, ruppe Lucani e Sanniti,349ma avendo mal dissimulato l’ambizione, i Tarantini ne presero ombra e lo cacciarono. Anelando a vendetta, per tribolarli colla guerra, egli esibì la propria alleanza ai Romani, che l’accettarono. Alleanza disonorevole, perchè non suggerita da pericolo proprio, e fatta con un ambizioso vendicativo contro chi difendeva la patriaindipendenza. Egli perì in quella spedizione; e tra Roma e i Tarantini ne rimasero cattivi umori, scoppiati allorchè questi mossero lamenti perchè i Romani avessero violato un’antica convenzione, navigando oltre il capo di Giunone Lacinia, e staggirono le loro navi. Ambasciadori romani vennero a richiamarsene, e il popolaccio inviperito contro quella gente, li ricevette a oltraggio, e ne insozzò le toghe.—Queste macchie saranno terse col sangue»,281esclama l’ambasciadore, e se ne toglie pretesto di dichiarare la guerra; e i Tarantini, secondo l’usato, cercano un capitano fra quei tanti che s’erano sbranato il manto d’Alessandro Magno.PIRROCome gli Sforza e gli Uguccioni fra le repubbliche italiane, così fra que’ tumulti era ingrandito Pirro, eroe romanzesco, che diceasi discendere da Achille e da Ercole,295e che non senza difficoltà e miracoli succedette al padre Eacide nel regno dell’Epiro, cantone montuoso della Grecia rimpetto al golfo di Taranto, che ora è la bellicosa Albania. Venuto su fra pericoli e sollevazioni, combattè in compagnia ora de’ Seleucidi di Siria, ora de’ Demetrj di Grecia, ora de’ Tolomei d’Egitto, successori di Alessandro Magno; tentò impadronirsi della Macedonia, regno originario di questo; e se non molestasse qualcuno, o da qualcuno non fosse molestato, credeva non saprebbe come ingannare il tempo (Plutarco). Con tal umore si può sommovere ma non fondare; e in fatto se parve un istante in procinto di restaurare lo sfasciato regno macedone, e fors’anche raccorre a sforzi magnanimi la Grecia declinante, non tardò a perdere il frutto delle sue vittorie. Ridotto di nuovo al patrio Epiro, struggevasi però sempre di emulare Alessandro e Agatocle, di cui aveva sposato una figlia; e poichè a nulla era approdato in Grecia, ruminava un bel regno nella bassa Italia e sulle coste d’Africa.CINEAAll’impetuoso valore metteva o freno o regola il tessalo Cinea, filosofo pratico e parlatore tanto efficace, che Pirro confessava di dovere più città alla parola di esso che non al proprio brando. A lui Pirro espose come i Tarantini avessero mandato a chiederlo capitano contro i Romani; e—Bell’occasione (diceva) d’intrometterci nelle cose della Magna Grecia; di là ci potrem fare formidabili al resto d’Italia.—Assai bellicosi sono colà i Romani (rispondeva Cinea); ma se gli Dei ci concedono di vincerli, che pro trarremo da questa vittoria?E Pirro:—Più non vi sarà città barbara o greca che ci contrasti, e nostra fia tutt’Italia.Al che Cinea:—Avuta tutt’Italia, che cosa farem noi?—Sicilia le sta a due passi, isola fortunata di sito e di gente, e facile ad esser presa, sossopra come ella è dopo la morte di Agatocle, e raggirata da avvocati arruffapopolo.—Sia: ma qui ristaremo?» insisteva ancora Cinea.E Pirro:—Non già; chi ci terrebbe di passare in Africa e a Cartagine? e impadroniti di essa, qual ci potrà contrastare de’ nemici che ora ci sbraveggiano?—Nessuno per certo, e ricupereremo la Macedonia, signoreggeremo la Grecia. Ma ottenuto questo, che faremo?—Allora (ripigliò Pirro sorridendo), allora staremo in contento riposo, mio buon Cinea, fra le tazze e i tripudj.Il consigliere, che a ciò lo aspettava, conchiuse:—Or chi ti toglie di cominciare fin d’oggi questo buon tempo? Non hai tu alla mano quanto occorre senza fatiche e sangue, nè mali tanti?»[244].I ROMANI E PIRROL’ambizione non così facilmente si rassegna ad argomenti di prudenza; e mandato esso Cinea ad occupar la fortezza di Taranto, Pirro stesso menò di qua dal mare su navi tarantine ventimila pedoni, tremila cavalli e venti elefanti che i Macedoni avevano in Asia imparato ad usare in battaglia, o imponendovi gran torri da cui avventavansi dardi, o spingendoli a scompigliare le file nemiche coll’urto possente e colle robuste proboscidi. Un cittadino in aspetto di ubriaco, inghirlandato ancora di rose avvizzite, e con una sonatrice allato, si presenta ai Tarantini raccolti in assemblea, ed essi gli gridano:—Su via, Metone, su; canta e facci stare in allegria.—Sì (risponde), cantiamo, soniamo e facciam gavazze finchè n’abbiamo tempo; altro avremo a pensare quando Pirro sarà venuto». Di fatto il re d’Epiro, rimbrottando di mollezza i Tarantini, non appena giunge, fa chiudere teatri e palestre e bagni e giuochi; tutti s’addestrino alla guerra, mescolati colle sue truppe; nessuno esca di città; ai contumaci la morte; e si fa gagliardo col trarre in sè il pien potere.L’avere i Tarantini chiamato Pirro, fu dal senato romano riconosciuto caso di guerra; non volle però offendere gli Dei col porre in campo le legioni senza prima dichiarare religiosamente nimicizia a questo. Ma poichè il tempo stringeva e l’Epiro era discosto, fecero da un disertore epirota comprar un campo in Roma, e su quello i Feciali compirono i riti consueti, con ciò quietando la pubblica coscienza. Mossero poiotto legioni contro di Pirro,280il quale, essendosi invano offerto mediatore fra essi e i Tarantini, gli affronta ad Eraclea con disputatissima battaglia. I Romani erano rimasti sgomentati da’bovi di Lucania, come chiamarono i non prima veduti elefanti; ma a chi gliene porgeva congratulanza, Pirro rispondeva:—Un’altra vittoria siffatta, e siamo perduti».Sanniti, Lucani, Messapi colsero da questo disastro di Roma l’occasione per insorgere contro la tirannia di essa; appoggiato dai quali, Pirro spingesi fino a Preneste, e dalle alture vede Roma, quella Roma che più egli ambisce quanto più è capace di conoscerne la grandezza. Ammirando i cadaveri di questi Barbari, caduti in battaglia senza volger le spalle, esclamò—Sarebbe conquistato il mondo quand’io avessi per soldati i Romani, o i Romani me per capitano». Mandò a proporre ad essi la pace, purchè lasciassero libertà ai Tarantini e al resto della Magna Grecia. Mossi dalla cortesia, dall’eloquenza, dalle ragioni, dalle visite e dai doni di Cinea, che tutto ammirava, che diceva il senato essergli parso un concilio di re, i Romani già inchinavano, quand’ecco nell’assemblea presentasi il cieco Appio Claudio.APPIO CLAUDIOGià mentovammo questa famiglia, oriunda sabina, e risoluta propugnatrice del diritto patrizio. Secondo questo, Appio conservavasi despoto nella propria casa come un patriarca; ma al modo che i Tories della moderna Inghilterra vollero comparire autori de’ provvedimenti più liberali che il tempo richiedeva, così Appio,311essendo censore, avea mescolato la plebe fra tutte le tribù per crescerne l’influenza, ed ascritti nel senato anche liberti; e mentre prima sull’altare grande di Ercole non aveano sagrificato che i discendenti dell’aborigeno Potizio, Appio indusse costoro a rassegnare tal funzione a schiavi del popolo romano, comunicandocosì anche il sacerdozio, che fin là erasi tenuto geloso privilegio de’ nobili. Ben si cianciò che gli Dei, sdegnati di tale sacrilegio, aveano fatto morire tutti i Potizj entro un anno, e privato Appio degli occhi; ma le barriere spezzate più non si ripararono, e la nobiltà odiò invano il severo censore; il quale è pure il primo romano che appaja come scrittore avendo composto poesie sul modello di quelle di Pitagora[245], e s’immortalò anche col fabbricare un acquedotto che da ottanta stadj lontano portava acque agli abitatori delle parti basse di Roma, e collo schiudere per mille stadj la magnifica via da Roma a Capua, detta la regina delle strade, e che pareva significare l’unione dell’Italia alla sua metropoli.Costui per gli anni e per la cecità aveva da un pezzo abbandonato i pubblici affari; ma allora, indignato che i Romani piegassero, si fece portare nella curia da quattro figliuoli, tutti stati consoli, inveì contro il greco ciarliero seduttore, esortando a respingerlo di Roma, e dettò questa risposta, da darsi a Pirro:—Se vuol la pace, prima esca dall’Italia». La franchezza e i partiti risoluti prevalgono sempre; e a voce di popolo si gridò la guerra. Gli elefanti avevano cessato di dare sgomento ai Romani, che con dardi infocati[246]ritorcendoli contro l’esercito di Pirro, lo scompigliarono e vinsero.FABRIZIO280Fabrizio Luscino, famoso per fatti di guerra non meno che per integerrima costanza, fu a lui deputato onde chiedere il cambio o il riscatto de’ prigionieri; e Pirro, sapendo quanto egli fosse autorevole in pubblico e poverissimo in casa, gli esibì gran denaro, e n’ebbe un rifiuto; al domani provossi di spaventarlo col far avanzaresopra il capo di lui la proboscide d’un elefante, ma nulla parimenti ottenendo, intonò:—Più facile è sviare il sole dal suo corso, che Fabrizio dalla probità». Cinea, volendo sfoggiare della sua dotta eloquenza davanti a lui, tra il cenare espose la dottrina di Epicuro, capo d’una delle scuole filosofiche di Grecia, che negava Dio e la provvidenza, considerava la giustizia come invenzione umana, e unico fine dell’uomo il piacere; e come i costui seguaci si tenessero scevri dai maneggi pubblici, in deliziosa infingardaggine. Il che udendo, Fabrizio esclamò:—Padre Giove, fa che Pirro e i Sanniti approvino tale dottrina finchè stanno in guerra contro di noi».Viepiù Pirro desiderava attaccarsi un uomo così disforme da quelli che aveva conosciuti nella degenere Grecia e nell’ammollita Tarante, e lo esortava,—Rimetti pace fra’ tuoi cittadini e noi, poi vieni a vivere con me». Al che Fabrizio rispose:—Non ci sta del tuo conto; perchè quelli che ora rendono omaggio a te, conosciuto che abbiano me, preferiranno essere da me governati che da te». Pirro, volendo pur gareggiare di generosità, gli regala ducento prigionieri senza prezzo; a tutti gli altri permette vadano a visitar in Roma i loro parenti, purchè Fabrizio dia la parola che ritorneranno. Ma Roma non soffriva si salvasse la vita col perdere l’onore; i prigionieri restituiti marchiò d’infamia, e i cavalieri ridusse a pedoni, i fanti a frombolieri; e finchè non avessero spogliato due nemici, doveano serenar fuori del campo senza riparo nè trincea.Tanta fermezza dovea sgomentare il nemico, che vedeva dai Romani rifarsi gli eserciti, come le teste dall’idra lernea. Poi Fabrizio gli fece intendere come il medico di lui gli avesse proposto di avvelenarlo, soggiungendogli:—Vedi quanto male tu scelga e gli amici ed inemici». Tocco da quella generosità, o persuaso che troppo difficile era il vincere uomini tali, l’Epirota cessò dalle ostilità, consacrò nel tempio di Taranto parte delle spoglie, non vergognando di chiamarsi superato, e dopo ventotto mesi che v’era sceso, rimbarcò cavalli, elefanti e uomini,279e tragittossi in Sicilia sopra sessanta navi siracusane.PIRRO VINTOSu quell’isola vantava egli qualche pretensione come genero di Agatocle, e v’era chiamato per resistere ai Cartaginesi: in fatto egli ne li respinse, e accolto a braccia aperte dalle città e dai tirannelli, avrebbe potuto piantarvi un regno; ma il tempo che perdette nell’inutile assedio del Lilibeo,278ultimo ricovero degli Africani, dissipò il fascino che lega ai vittoriosi. Quand’egli propose d’imitare Agatocle portando la guerra in Africa, i Siciliani gli perfidiarono; ed esso li ricambiò rubando quanto potè: poi fu lieto di palliar la fuga sott’ombra d’esaudire i Tarantini, i quali, privati della spada di lui, non erano capaci di resistere ai Romani.275Salpò dunque: ma l’equipaggio di esso non l’avea seguito che per forza, dicendo essere destinato vittima per salvare dalla flotta punica le navi cariche del bottino; laonde nello stretto si lasciò vincere dai Cartaginesi; e colati a fondo sessanta bastimenti, dodici soli approdarono a Reggio. Pirro, assalito dai Mamertini, trovavasi in così estrema necessità, che a Locri è costretto metter mano al tesoro di Proserpina onde comprar mercenarj: ma rimane sconfitto presso Benevento da Curio Dentato; e Molossi, Tessali, Macedoni, con Apuli, Bruzj, Lucani, Sanniti ornano il costui trionfo, e quegli elefanti pur testè così paventati. Pirro, per rimorso e per l’orrore che n’ebbe il vulgo superstizioso, restituisce il tesoro di Proserpina, e dopo sei anni d’inutile guerra ritorna sfinito e disonorato in Grecia, dove non tardò a mettersi in nuove battaglie, e perirvi. Milone, da luilasciato nella rôcca di Taranto, non fu sostenuto dagli abitanti;272patteggiato, menò via la guarnigione; e Roma prese possesso della città, rubandole quadri, statue, ornamenti dei tempj, e quantità d’oro e di delizie.I Romani non interruppero la guerra contro la Lucania finchè non l’ebbero doma; i proprj soldati che erano caduti prigionieri, considerarono come banditi; condussero a Roma quattromila uomini della legione campana che erasi rivoltata a Reggio, e cinquanta al giorno li fecero uccidere271senza esequie nè lutto[247]; poi per tenere soggetti Lucani e Campani posero colonie a Pesto, a Benevento, a Brindisi.Roma che, tre secoli dopo fondata, non erasi impadronita che di Vejo lontana dieci miglia, avea poi concepito l’ambizione di soggettare tutta l’Italia. E poichè il primo passo a ciò dev’essere la cacciata degli stranieri, avea cominciato dallo sconfiggere i Galli, e guerreggiando con essi e coi fieri Sanniti erasi migliorata di tattica; contro Pirro s’avvezzò a non temere gli eserciti scientificamente disciplinati; anzi vantaggiossi dell’arte macedone per imparare a resistere ad urti ben combinati; e sottomesse le deboli leghe della bassa Italia, alleavasi con popoli lontani, e perseverava nella politica sua di incatenare i vinti al carro vincitore.Ma Pirro, quando abbandonava la Sicilia, esclamò:—«Che bel campo lasciamo a’ Romani e Cartaginesi!» Prevedeva l’accorto come quelle due potenze, cresciute fino a toccarsi, non potessero omai che venire a cozzo, per decidere se il mondo sarebbe dominato dalla stirpe semitica o dall’indo-germana.
CAPITOLO XI.I Romani nella Magna Grecia.—I Venturieri.—Pirro.In quei secoli, a capo del mondo civile stavano i Greci, popolo dell’umanità, il quale, invece di vivere isolato, disutile agli altri, vivificò e fecondò i germi della verità trasmessigli dall’Oriente, in modo che fruttificassero a tutto l’uman genere; e prima cogli Omeri cantò le tradizioni nazionali, poi si diede ad esercitare il pensiero onde scoprire e coordinare le verità; e ciò per merito della libertà, dalla quale tra i Greci furono vivificate la storia, la poesia, le arti, le istituzioni, la religione. E appunto per l’indipendenza anco in fatto di religione, invece di limitarsi a commenti e sviluppi di un tesoro sacro, si volsero essi senza ritegno a indagar Dio, la natura, l’anima, producendo così la filosofia, dalla quale, dopo finita la guerra persiana e assicurata l’unità nazionale, nacquero una morale e una politica, con idee più generali di diritto, di franchigie, di dignità umana. Possedendo eminentemente il gusto del bello ordinato e il sentimento del progresso e della libertà, divennero modello eterno e insuperabile nelle belle arti; mentre le loro repubbliche svolgevano lavita pubblica nelle forme più varie, riducevano a scienza la logica, la morale e le matematiche, posavano e in parte scioglievano i problemi, intorno a cui s’affaticano anc’oggi statisti e metafisici; e insieme correano i mari e le terre trafficando, e popolavano di loro colonie l’Asia e l’Italia meridionale.ALESSANDRO MAGNOA tanti vantaggi recavano scapito le incessanti gare tra vicini, le trame degli ambiziosi, l’irrequietudine dei demagoghi, e fuori i re di Persia, i quali, aspirando ad allargare la dominazione assoluta, connaturata ai vasti imperi asiatici, di mal animo comportavano queste repubbliche confinanti. La lotta contro di quelli costituisce la parte epica della storia de’ Greci, i quali in nessun tempo poterono riposarsi dal combattere per reprimere i rinascenti attentati di quella potente nazione, appunto come contro gl’imperatori di Germania lottarono incessantemente le repubbliche italiane dell’età media, che con quelle tengono tanta somiglianza per varietà d’istituzioni, per origine, fiore, coltura, brighe, infortunj.ALESSANDRO MAGNO E I ROMANIIndebolendosi la Grecia nelle fraterne discordie, venne ad ottenervi prevalenza la Macedonia, paese guerresco e realista, che paragonarono al Piemonte nell’Italia moderna; ed Alessandro, re di quella, riuscì a farsi dichiarare capo della Grecia tutta, per condurla ad abbattere la Persia.336L’animoso giovane, spinto da ambizione tutt’altro che vulgare, con una serie di imprese, per cui la posterità lo intitola Magno, e la Bibbia dice chela terra ammutolì nel cospetto di lui, oltre la Persia, sottomise l’Egitto e l’Alta Asia, invase l’India, e non pago al deplorabile uffizio dei conquistatori di uccidere, desolare, spegnere nazionalità, dappertutto piantava città, opportunissime al commercio, donde ben presto colonie greche e dinastie nuove diffusero la civiltà e la scienza.In Babilonia il vincitore di Persia riceveva omaggio da Cartaginesi, Iberi, Celti, Etiopi, Sciti; così largamente si era diffuso il suo nome: ed Arriano, suo storico, ne assicura che vennero pure ad inchinarlo Lucani, Bruzj, Tirreni. Chi sa che sotto il nome di Tirreni non fossero indicati i Romani dagli storici donde Arriano attinse? Certamente Clitarco, che scriveva poco dopo morto l’eroe, dice che i Romani spedirono ambasciata ad Alessandro; e Plinio lo cita senz’ombra di dubbio[241]. Mal dunque Tito Livio asserisce che fino il nome di Alessandro restò ignoto ai Romani. Ignoto dovea dire alle romane storie, isolate sempre come le cronache, e dove de’ popoli non si fa cenno se non quando si scontrano coll’armi alla mano. Del resto il nome e le imprese del Magno dovettero dar materia, non solo alle ciarle dei curiosi, ma alle apprensioni degli uomini di Stato in tutta l’Italia; sulla quale poteva benissimo voltare l’esercito vincitore dell’Oriente. In tal caso qual esito avrebbe avuto la guerra? Tito Livio posa a se stesso tale quistione; e l’orgoglio patriotico che spira da ogni sua linea, si manifesta singolarmente in quel passo, uno dei pochissimi ov’egli porti lo sguardo fuori del recinto di Roma sua: ma quanto inesatto giudice si mostra!Il problema è insolubile, come tutti quelli a cui il tempo o la fortuna mescolano elementi, irreperibili dall’umana previsione. Chi sa se Alessandro qui sarebbesi accontentato d’una supremazia pari a quella che esercitava in Grecia, e se Romani e Sanniti vi si sarebbero rassegnati? Presto è detto che altro era il vincere le turbe di Dario, altro gli eroi del Lazio; ma è falso che Alessandro abbia avuto a fare soltanto congente vinta dalla mollezza prima che dalle armi. Nè soli i trentamila suoi Macedoni avrebb’egli trasportato in Italia, ma quanti falangiti avesse voluto comprare coi tesori dell’Asia, ma i migliori guerrieri di ventura, ma i prodi d’Africa e di Spagna, ma generali formati sotto di lui in diuturne guerre, di cui l’esito non fu sempre dovuto alla fortuna. E fosse pure venuto coi soli Macedoni, dovea Livio ricordarsi che uno de’ suoi successori, Pirro, con tanto meno forze e tanta meno reputazione condusse fino all’orlo del precipizio la futura metropoli del mondo.AVVENTURIERI323Se non che l’eroe macedone, nel fior di sua vita e nel mezzo de’ trionfi moriva, e subito il vasto dominio di lui era spartito fra’ suoi generali, tutti ambiziosi del nome di re d’Egitto, re di Siria, re del Ponto, re della Battriana, della Comagéne; e che a vicenda osteggiandosi, propagarono l’anelito guerresco, empirono di battaglie la Grecia, l’Egitto, l’Asia Alta e la Minore, e formarono una turba di capitani e combattenti di ventura, i quali, simili ai condottieri del nostro medioevo, non d’altro erano vogliosi che d’esercitare il mercenario valore, e di procacciarsi fortuna in ambiziosi cimenti.La scossa ne fu sentita anche in Italia. Domi i Sanniti, suoi più ostinati nemici, Roma si trovava a fronte la Magna Grecia e la Sicilia. Le colonie, che quivi abbiam veduto fiorentissime, andavano in dechino dopo le guerre coi Lucani e con Dionigi il Vecchio; Posidonia avea coloni stranieri; le altre pure s’erano dovute rifare con gente avveniticcia; e decimate di popolo e di forze, si limitavano al ricinto delle loro mura. Sembra sciagura fatale ai popoli infelici il volgere il dente contro le proprie carni; e la dissensione civile da sbrigliata democrazia le trabalzava a tirannide atroce. Dedicatisi al commercio e snervati nelle lautezze, affidavano volentieri la difesa a soldati mercenarj, i quali diventavanoun mezzo di signoreggiare, in mano di chiunque avesse denaro onde comprarli. Divenne dunque mestiere il combattere; gli eserciti non si componevano più, come ne’ bei giorni della libera Grecia, di cittadini, armati per difendere la patria e sostenere una causa od una opinione professata; bensì di mercenarj[242], o compri fra gli stranieri, massime Galli, o fra quelli che, inveterati nelle passate guerre al sangue e alle prepotenze, vendevano il valore a chi promettesse maggior soldo e maggior saccheggio; o che, nella rovina della patria non avendo salvato che il braccio, aggregavansi coi soldati ancora lordi del sangue de’ proprj compaesani per passare dagli oppressi nel numero degli oppressori, senz’altra causa che il denaro, altra fede che una promessa venale degli oppressori. Gli Stati pertanto rimanevano in balìa de’ capi militari, e dell’esito delle battaglie: la scienza delle finanze si ridusse a trovar maniere da procurarsi denaro, col quale aver soldati. E fu pel costoro appoggio che Agatocle si eresse tiranno di Siracusa (pag. 249); poi alcuni Campani, desiderosi di prendere stanza e dominio, occuparono Messina, altri invasero Reggio, e riuscivano tremendi ai Cartaginesi, ai Romani, viepiù ai natii.TARANTOFra le repubbliche della Magna Grecia, Taranto primeggiava di marina e d’industria; e mentre le città d’origine jonica aveano a lottare coi tiranni di Siracusa, ella come dorica vivea daccordo con questi. Ma le davano molestia i Bruzj, popolazione mista, che senza discernere Dori da Achei, cavalcava sopra i vicini, e spingeva i Lucani sul territorio di Taranto. Forse per gelosia dei concittadini, come Venezia, questa repubblica non teneva altro esercito che di soldati estranei, e conduceva a suo servizio perfino principi, come ArchídamoII re di Sparta,355figlio d’Agesilao, che al loro soldo perì co’ suoi combattendo i Lucani; come Cleónimo, figlio di Cleoméne II, pur re di Sparta.223Costui menò loro cinquemila mercenarj, n’aggiunse altri comprati dai Tarantini, ma non fece impresa degna del valore spartano, e abbandonatosi al lusso e alla mollezza, cercava ridurre in servitù quei che s’erano commessi alla sua fede, cianciava di voler fiaccare i tiranni di Sicilia, e intanto rubava, devastava: sicchè i Barbari confinanti diedero addosso a lui e alle sue navi, che a stento egli menò a Corcira a farvi altrettanto mal governo. Cacciato di qui pure, tornò ai Tarantini, ma respinto da essi, vôlto il capo di Brindisi, e spinto da fortuna nell’Adriatico, temendo di giungere fra gl’inospiti Illirj e Liburni, s’accostò alla Venezia; e preso terra fra i Padovani, ne incendiò una borgata, portando via uomini e armenti. I Padovani accorsero, e dispersero quei predoni, di modo che sol piccola parte della flotta potè campare. Tito Livio è il solo che racconti questo fatto, ma egli era padovano, e dice che fin a’ suoi tempi si vedevano per memoria i rostri delle navi prese in un tempio antico di Giunone a Padova, e si faceva un’annua solennità navale sul Medoaco[243].ALESSANDRO IL MOLOSSOAnche Alessandro il Molosso re d’Epiro, zio d’Alessandro Magno, desideroso d’emulare le imprese di questo, e crearsi un regno proprio, venne al soldo de’ Tarantini, ruppe Lucani e Sanniti,349ma avendo mal dissimulato l’ambizione, i Tarantini ne presero ombra e lo cacciarono. Anelando a vendetta, per tribolarli colla guerra, egli esibì la propria alleanza ai Romani, che l’accettarono. Alleanza disonorevole, perchè non suggerita da pericolo proprio, e fatta con un ambizioso vendicativo contro chi difendeva la patriaindipendenza. Egli perì in quella spedizione; e tra Roma e i Tarantini ne rimasero cattivi umori, scoppiati allorchè questi mossero lamenti perchè i Romani avessero violato un’antica convenzione, navigando oltre il capo di Giunone Lacinia, e staggirono le loro navi. Ambasciadori romani vennero a richiamarsene, e il popolaccio inviperito contro quella gente, li ricevette a oltraggio, e ne insozzò le toghe.—Queste macchie saranno terse col sangue»,281esclama l’ambasciadore, e se ne toglie pretesto di dichiarare la guerra; e i Tarantini, secondo l’usato, cercano un capitano fra quei tanti che s’erano sbranato il manto d’Alessandro Magno.PIRROCome gli Sforza e gli Uguccioni fra le repubbliche italiane, così fra que’ tumulti era ingrandito Pirro, eroe romanzesco, che diceasi discendere da Achille e da Ercole,295e che non senza difficoltà e miracoli succedette al padre Eacide nel regno dell’Epiro, cantone montuoso della Grecia rimpetto al golfo di Taranto, che ora è la bellicosa Albania. Venuto su fra pericoli e sollevazioni, combattè in compagnia ora de’ Seleucidi di Siria, ora de’ Demetrj di Grecia, ora de’ Tolomei d’Egitto, successori di Alessandro Magno; tentò impadronirsi della Macedonia, regno originario di questo; e se non molestasse qualcuno, o da qualcuno non fosse molestato, credeva non saprebbe come ingannare il tempo (Plutarco). Con tal umore si può sommovere ma non fondare; e in fatto se parve un istante in procinto di restaurare lo sfasciato regno macedone, e fors’anche raccorre a sforzi magnanimi la Grecia declinante, non tardò a perdere il frutto delle sue vittorie. Ridotto di nuovo al patrio Epiro, struggevasi però sempre di emulare Alessandro e Agatocle, di cui aveva sposato una figlia; e poichè a nulla era approdato in Grecia, ruminava un bel regno nella bassa Italia e sulle coste d’Africa.CINEAAll’impetuoso valore metteva o freno o regola il tessalo Cinea, filosofo pratico e parlatore tanto efficace, che Pirro confessava di dovere più città alla parola di esso che non al proprio brando. A lui Pirro espose come i Tarantini avessero mandato a chiederlo capitano contro i Romani; e—Bell’occasione (diceva) d’intrometterci nelle cose della Magna Grecia; di là ci potrem fare formidabili al resto d’Italia.—Assai bellicosi sono colà i Romani (rispondeva Cinea); ma se gli Dei ci concedono di vincerli, che pro trarremo da questa vittoria?E Pirro:—Più non vi sarà città barbara o greca che ci contrasti, e nostra fia tutt’Italia.Al che Cinea:—Avuta tutt’Italia, che cosa farem noi?—Sicilia le sta a due passi, isola fortunata di sito e di gente, e facile ad esser presa, sossopra come ella è dopo la morte di Agatocle, e raggirata da avvocati arruffapopolo.—Sia: ma qui ristaremo?» insisteva ancora Cinea.E Pirro:—Non già; chi ci terrebbe di passare in Africa e a Cartagine? e impadroniti di essa, qual ci potrà contrastare de’ nemici che ora ci sbraveggiano?—Nessuno per certo, e ricupereremo la Macedonia, signoreggeremo la Grecia. Ma ottenuto questo, che faremo?—Allora (ripigliò Pirro sorridendo), allora staremo in contento riposo, mio buon Cinea, fra le tazze e i tripudj.Il consigliere, che a ciò lo aspettava, conchiuse:—Or chi ti toglie di cominciare fin d’oggi questo buon tempo? Non hai tu alla mano quanto occorre senza fatiche e sangue, nè mali tanti?»[244].I ROMANI E PIRROL’ambizione non così facilmente si rassegna ad argomenti di prudenza; e mandato esso Cinea ad occupar la fortezza di Taranto, Pirro stesso menò di qua dal mare su navi tarantine ventimila pedoni, tremila cavalli e venti elefanti che i Macedoni avevano in Asia imparato ad usare in battaglia, o imponendovi gran torri da cui avventavansi dardi, o spingendoli a scompigliare le file nemiche coll’urto possente e colle robuste proboscidi. Un cittadino in aspetto di ubriaco, inghirlandato ancora di rose avvizzite, e con una sonatrice allato, si presenta ai Tarantini raccolti in assemblea, ed essi gli gridano:—Su via, Metone, su; canta e facci stare in allegria.—Sì (risponde), cantiamo, soniamo e facciam gavazze finchè n’abbiamo tempo; altro avremo a pensare quando Pirro sarà venuto». Di fatto il re d’Epiro, rimbrottando di mollezza i Tarantini, non appena giunge, fa chiudere teatri e palestre e bagni e giuochi; tutti s’addestrino alla guerra, mescolati colle sue truppe; nessuno esca di città; ai contumaci la morte; e si fa gagliardo col trarre in sè il pien potere.L’avere i Tarantini chiamato Pirro, fu dal senato romano riconosciuto caso di guerra; non volle però offendere gli Dei col porre in campo le legioni senza prima dichiarare religiosamente nimicizia a questo. Ma poichè il tempo stringeva e l’Epiro era discosto, fecero da un disertore epirota comprar un campo in Roma, e su quello i Feciali compirono i riti consueti, con ciò quietando la pubblica coscienza. Mossero poiotto legioni contro di Pirro,280il quale, essendosi invano offerto mediatore fra essi e i Tarantini, gli affronta ad Eraclea con disputatissima battaglia. I Romani erano rimasti sgomentati da’bovi di Lucania, come chiamarono i non prima veduti elefanti; ma a chi gliene porgeva congratulanza, Pirro rispondeva:—Un’altra vittoria siffatta, e siamo perduti».Sanniti, Lucani, Messapi colsero da questo disastro di Roma l’occasione per insorgere contro la tirannia di essa; appoggiato dai quali, Pirro spingesi fino a Preneste, e dalle alture vede Roma, quella Roma che più egli ambisce quanto più è capace di conoscerne la grandezza. Ammirando i cadaveri di questi Barbari, caduti in battaglia senza volger le spalle, esclamò—Sarebbe conquistato il mondo quand’io avessi per soldati i Romani, o i Romani me per capitano». Mandò a proporre ad essi la pace, purchè lasciassero libertà ai Tarantini e al resto della Magna Grecia. Mossi dalla cortesia, dall’eloquenza, dalle ragioni, dalle visite e dai doni di Cinea, che tutto ammirava, che diceva il senato essergli parso un concilio di re, i Romani già inchinavano, quand’ecco nell’assemblea presentasi il cieco Appio Claudio.APPIO CLAUDIOGià mentovammo questa famiglia, oriunda sabina, e risoluta propugnatrice del diritto patrizio. Secondo questo, Appio conservavasi despoto nella propria casa come un patriarca; ma al modo che i Tories della moderna Inghilterra vollero comparire autori de’ provvedimenti più liberali che il tempo richiedeva, così Appio,311essendo censore, avea mescolato la plebe fra tutte le tribù per crescerne l’influenza, ed ascritti nel senato anche liberti; e mentre prima sull’altare grande di Ercole non aveano sagrificato che i discendenti dell’aborigeno Potizio, Appio indusse costoro a rassegnare tal funzione a schiavi del popolo romano, comunicandocosì anche il sacerdozio, che fin là erasi tenuto geloso privilegio de’ nobili. Ben si cianciò che gli Dei, sdegnati di tale sacrilegio, aveano fatto morire tutti i Potizj entro un anno, e privato Appio degli occhi; ma le barriere spezzate più non si ripararono, e la nobiltà odiò invano il severo censore; il quale è pure il primo romano che appaja come scrittore avendo composto poesie sul modello di quelle di Pitagora[245], e s’immortalò anche col fabbricare un acquedotto che da ottanta stadj lontano portava acque agli abitatori delle parti basse di Roma, e collo schiudere per mille stadj la magnifica via da Roma a Capua, detta la regina delle strade, e che pareva significare l’unione dell’Italia alla sua metropoli.Costui per gli anni e per la cecità aveva da un pezzo abbandonato i pubblici affari; ma allora, indignato che i Romani piegassero, si fece portare nella curia da quattro figliuoli, tutti stati consoli, inveì contro il greco ciarliero seduttore, esortando a respingerlo di Roma, e dettò questa risposta, da darsi a Pirro:—Se vuol la pace, prima esca dall’Italia». La franchezza e i partiti risoluti prevalgono sempre; e a voce di popolo si gridò la guerra. Gli elefanti avevano cessato di dare sgomento ai Romani, che con dardi infocati[246]ritorcendoli contro l’esercito di Pirro, lo scompigliarono e vinsero.FABRIZIO280Fabrizio Luscino, famoso per fatti di guerra non meno che per integerrima costanza, fu a lui deputato onde chiedere il cambio o il riscatto de’ prigionieri; e Pirro, sapendo quanto egli fosse autorevole in pubblico e poverissimo in casa, gli esibì gran denaro, e n’ebbe un rifiuto; al domani provossi di spaventarlo col far avanzaresopra il capo di lui la proboscide d’un elefante, ma nulla parimenti ottenendo, intonò:—Più facile è sviare il sole dal suo corso, che Fabrizio dalla probità». Cinea, volendo sfoggiare della sua dotta eloquenza davanti a lui, tra il cenare espose la dottrina di Epicuro, capo d’una delle scuole filosofiche di Grecia, che negava Dio e la provvidenza, considerava la giustizia come invenzione umana, e unico fine dell’uomo il piacere; e come i costui seguaci si tenessero scevri dai maneggi pubblici, in deliziosa infingardaggine. Il che udendo, Fabrizio esclamò:—Padre Giove, fa che Pirro e i Sanniti approvino tale dottrina finchè stanno in guerra contro di noi».Viepiù Pirro desiderava attaccarsi un uomo così disforme da quelli che aveva conosciuti nella degenere Grecia e nell’ammollita Tarante, e lo esortava,—Rimetti pace fra’ tuoi cittadini e noi, poi vieni a vivere con me». Al che Fabrizio rispose:—Non ci sta del tuo conto; perchè quelli che ora rendono omaggio a te, conosciuto che abbiano me, preferiranno essere da me governati che da te». Pirro, volendo pur gareggiare di generosità, gli regala ducento prigionieri senza prezzo; a tutti gli altri permette vadano a visitar in Roma i loro parenti, purchè Fabrizio dia la parola che ritorneranno. Ma Roma non soffriva si salvasse la vita col perdere l’onore; i prigionieri restituiti marchiò d’infamia, e i cavalieri ridusse a pedoni, i fanti a frombolieri; e finchè non avessero spogliato due nemici, doveano serenar fuori del campo senza riparo nè trincea.Tanta fermezza dovea sgomentare il nemico, che vedeva dai Romani rifarsi gli eserciti, come le teste dall’idra lernea. Poi Fabrizio gli fece intendere come il medico di lui gli avesse proposto di avvelenarlo, soggiungendogli:—Vedi quanto male tu scelga e gli amici ed inemici». Tocco da quella generosità, o persuaso che troppo difficile era il vincere uomini tali, l’Epirota cessò dalle ostilità, consacrò nel tempio di Taranto parte delle spoglie, non vergognando di chiamarsi superato, e dopo ventotto mesi che v’era sceso, rimbarcò cavalli, elefanti e uomini,279e tragittossi in Sicilia sopra sessanta navi siracusane.PIRRO VINTOSu quell’isola vantava egli qualche pretensione come genero di Agatocle, e v’era chiamato per resistere ai Cartaginesi: in fatto egli ne li respinse, e accolto a braccia aperte dalle città e dai tirannelli, avrebbe potuto piantarvi un regno; ma il tempo che perdette nell’inutile assedio del Lilibeo,278ultimo ricovero degli Africani, dissipò il fascino che lega ai vittoriosi. Quand’egli propose d’imitare Agatocle portando la guerra in Africa, i Siciliani gli perfidiarono; ed esso li ricambiò rubando quanto potè: poi fu lieto di palliar la fuga sott’ombra d’esaudire i Tarantini, i quali, privati della spada di lui, non erano capaci di resistere ai Romani.275Salpò dunque: ma l’equipaggio di esso non l’avea seguito che per forza, dicendo essere destinato vittima per salvare dalla flotta punica le navi cariche del bottino; laonde nello stretto si lasciò vincere dai Cartaginesi; e colati a fondo sessanta bastimenti, dodici soli approdarono a Reggio. Pirro, assalito dai Mamertini, trovavasi in così estrema necessità, che a Locri è costretto metter mano al tesoro di Proserpina onde comprar mercenarj: ma rimane sconfitto presso Benevento da Curio Dentato; e Molossi, Tessali, Macedoni, con Apuli, Bruzj, Lucani, Sanniti ornano il costui trionfo, e quegli elefanti pur testè così paventati. Pirro, per rimorso e per l’orrore che n’ebbe il vulgo superstizioso, restituisce il tesoro di Proserpina, e dopo sei anni d’inutile guerra ritorna sfinito e disonorato in Grecia, dove non tardò a mettersi in nuove battaglie, e perirvi. Milone, da luilasciato nella rôcca di Taranto, non fu sostenuto dagli abitanti;272patteggiato, menò via la guarnigione; e Roma prese possesso della città, rubandole quadri, statue, ornamenti dei tempj, e quantità d’oro e di delizie.I Romani non interruppero la guerra contro la Lucania finchè non l’ebbero doma; i proprj soldati che erano caduti prigionieri, considerarono come banditi; condussero a Roma quattromila uomini della legione campana che erasi rivoltata a Reggio, e cinquanta al giorno li fecero uccidere271senza esequie nè lutto[247]; poi per tenere soggetti Lucani e Campani posero colonie a Pesto, a Benevento, a Brindisi.Roma che, tre secoli dopo fondata, non erasi impadronita che di Vejo lontana dieci miglia, avea poi concepito l’ambizione di soggettare tutta l’Italia. E poichè il primo passo a ciò dev’essere la cacciata degli stranieri, avea cominciato dallo sconfiggere i Galli, e guerreggiando con essi e coi fieri Sanniti erasi migliorata di tattica; contro Pirro s’avvezzò a non temere gli eserciti scientificamente disciplinati; anzi vantaggiossi dell’arte macedone per imparare a resistere ad urti ben combinati; e sottomesse le deboli leghe della bassa Italia, alleavasi con popoli lontani, e perseverava nella politica sua di incatenare i vinti al carro vincitore.Ma Pirro, quando abbandonava la Sicilia, esclamò:—«Che bel campo lasciamo a’ Romani e Cartaginesi!» Prevedeva l’accorto come quelle due potenze, cresciute fino a toccarsi, non potessero omai che venire a cozzo, per decidere se il mondo sarebbe dominato dalla stirpe semitica o dall’indo-germana.
I Romani nella Magna Grecia.—I Venturieri.—Pirro.
In quei secoli, a capo del mondo civile stavano i Greci, popolo dell’umanità, il quale, invece di vivere isolato, disutile agli altri, vivificò e fecondò i germi della verità trasmessigli dall’Oriente, in modo che fruttificassero a tutto l’uman genere; e prima cogli Omeri cantò le tradizioni nazionali, poi si diede ad esercitare il pensiero onde scoprire e coordinare le verità; e ciò per merito della libertà, dalla quale tra i Greci furono vivificate la storia, la poesia, le arti, le istituzioni, la religione. E appunto per l’indipendenza anco in fatto di religione, invece di limitarsi a commenti e sviluppi di un tesoro sacro, si volsero essi senza ritegno a indagar Dio, la natura, l’anima, producendo così la filosofia, dalla quale, dopo finita la guerra persiana e assicurata l’unità nazionale, nacquero una morale e una politica, con idee più generali di diritto, di franchigie, di dignità umana. Possedendo eminentemente il gusto del bello ordinato e il sentimento del progresso e della libertà, divennero modello eterno e insuperabile nelle belle arti; mentre le loro repubbliche svolgevano lavita pubblica nelle forme più varie, riducevano a scienza la logica, la morale e le matematiche, posavano e in parte scioglievano i problemi, intorno a cui s’affaticano anc’oggi statisti e metafisici; e insieme correano i mari e le terre trafficando, e popolavano di loro colonie l’Asia e l’Italia meridionale.
ALESSANDRO MAGNO
A tanti vantaggi recavano scapito le incessanti gare tra vicini, le trame degli ambiziosi, l’irrequietudine dei demagoghi, e fuori i re di Persia, i quali, aspirando ad allargare la dominazione assoluta, connaturata ai vasti imperi asiatici, di mal animo comportavano queste repubbliche confinanti. La lotta contro di quelli costituisce la parte epica della storia de’ Greci, i quali in nessun tempo poterono riposarsi dal combattere per reprimere i rinascenti attentati di quella potente nazione, appunto come contro gl’imperatori di Germania lottarono incessantemente le repubbliche italiane dell’età media, che con quelle tengono tanta somiglianza per varietà d’istituzioni, per origine, fiore, coltura, brighe, infortunj.
ALESSANDRO MAGNO E I ROMANI
Indebolendosi la Grecia nelle fraterne discordie, venne ad ottenervi prevalenza la Macedonia, paese guerresco e realista, che paragonarono al Piemonte nell’Italia moderna; ed Alessandro, re di quella, riuscì a farsi dichiarare capo della Grecia tutta, per condurla ad abbattere la Persia.336L’animoso giovane, spinto da ambizione tutt’altro che vulgare, con una serie di imprese, per cui la posterità lo intitola Magno, e la Bibbia dice chela terra ammutolì nel cospetto di lui, oltre la Persia, sottomise l’Egitto e l’Alta Asia, invase l’India, e non pago al deplorabile uffizio dei conquistatori di uccidere, desolare, spegnere nazionalità, dappertutto piantava città, opportunissime al commercio, donde ben presto colonie greche e dinastie nuove diffusero la civiltà e la scienza.In Babilonia il vincitore di Persia riceveva omaggio da Cartaginesi, Iberi, Celti, Etiopi, Sciti; così largamente si era diffuso il suo nome: ed Arriano, suo storico, ne assicura che vennero pure ad inchinarlo Lucani, Bruzj, Tirreni. Chi sa che sotto il nome di Tirreni non fossero indicati i Romani dagli storici donde Arriano attinse? Certamente Clitarco, che scriveva poco dopo morto l’eroe, dice che i Romani spedirono ambasciata ad Alessandro; e Plinio lo cita senz’ombra di dubbio[241]. Mal dunque Tito Livio asserisce che fino il nome di Alessandro restò ignoto ai Romani. Ignoto dovea dire alle romane storie, isolate sempre come le cronache, e dove de’ popoli non si fa cenno se non quando si scontrano coll’armi alla mano. Del resto il nome e le imprese del Magno dovettero dar materia, non solo alle ciarle dei curiosi, ma alle apprensioni degli uomini di Stato in tutta l’Italia; sulla quale poteva benissimo voltare l’esercito vincitore dell’Oriente. In tal caso qual esito avrebbe avuto la guerra? Tito Livio posa a se stesso tale quistione; e l’orgoglio patriotico che spira da ogni sua linea, si manifesta singolarmente in quel passo, uno dei pochissimi ov’egli porti lo sguardo fuori del recinto di Roma sua: ma quanto inesatto giudice si mostra!
Il problema è insolubile, come tutti quelli a cui il tempo o la fortuna mescolano elementi, irreperibili dall’umana previsione. Chi sa se Alessandro qui sarebbesi accontentato d’una supremazia pari a quella che esercitava in Grecia, e se Romani e Sanniti vi si sarebbero rassegnati? Presto è detto che altro era il vincere le turbe di Dario, altro gli eroi del Lazio; ma è falso che Alessandro abbia avuto a fare soltanto congente vinta dalla mollezza prima che dalle armi. Nè soli i trentamila suoi Macedoni avrebb’egli trasportato in Italia, ma quanti falangiti avesse voluto comprare coi tesori dell’Asia, ma i migliori guerrieri di ventura, ma i prodi d’Africa e di Spagna, ma generali formati sotto di lui in diuturne guerre, di cui l’esito non fu sempre dovuto alla fortuna. E fosse pure venuto coi soli Macedoni, dovea Livio ricordarsi che uno de’ suoi successori, Pirro, con tanto meno forze e tanta meno reputazione condusse fino all’orlo del precipizio la futura metropoli del mondo.
AVVENTURIERI
323Se non che l’eroe macedone, nel fior di sua vita e nel mezzo de’ trionfi moriva, e subito il vasto dominio di lui era spartito fra’ suoi generali, tutti ambiziosi del nome di re d’Egitto, re di Siria, re del Ponto, re della Battriana, della Comagéne; e che a vicenda osteggiandosi, propagarono l’anelito guerresco, empirono di battaglie la Grecia, l’Egitto, l’Asia Alta e la Minore, e formarono una turba di capitani e combattenti di ventura, i quali, simili ai condottieri del nostro medioevo, non d’altro erano vogliosi che d’esercitare il mercenario valore, e di procacciarsi fortuna in ambiziosi cimenti.
La scossa ne fu sentita anche in Italia. Domi i Sanniti, suoi più ostinati nemici, Roma si trovava a fronte la Magna Grecia e la Sicilia. Le colonie, che quivi abbiam veduto fiorentissime, andavano in dechino dopo le guerre coi Lucani e con Dionigi il Vecchio; Posidonia avea coloni stranieri; le altre pure s’erano dovute rifare con gente avveniticcia; e decimate di popolo e di forze, si limitavano al ricinto delle loro mura. Sembra sciagura fatale ai popoli infelici il volgere il dente contro le proprie carni; e la dissensione civile da sbrigliata democrazia le trabalzava a tirannide atroce. Dedicatisi al commercio e snervati nelle lautezze, affidavano volentieri la difesa a soldati mercenarj, i quali diventavanoun mezzo di signoreggiare, in mano di chiunque avesse denaro onde comprarli. Divenne dunque mestiere il combattere; gli eserciti non si componevano più, come ne’ bei giorni della libera Grecia, di cittadini, armati per difendere la patria e sostenere una causa od una opinione professata; bensì di mercenarj[242], o compri fra gli stranieri, massime Galli, o fra quelli che, inveterati nelle passate guerre al sangue e alle prepotenze, vendevano il valore a chi promettesse maggior soldo e maggior saccheggio; o che, nella rovina della patria non avendo salvato che il braccio, aggregavansi coi soldati ancora lordi del sangue de’ proprj compaesani per passare dagli oppressi nel numero degli oppressori, senz’altra causa che il denaro, altra fede che una promessa venale degli oppressori. Gli Stati pertanto rimanevano in balìa de’ capi militari, e dell’esito delle battaglie: la scienza delle finanze si ridusse a trovar maniere da procurarsi denaro, col quale aver soldati. E fu pel costoro appoggio che Agatocle si eresse tiranno di Siracusa (pag. 249); poi alcuni Campani, desiderosi di prendere stanza e dominio, occuparono Messina, altri invasero Reggio, e riuscivano tremendi ai Cartaginesi, ai Romani, viepiù ai natii.
TARANTO
Fra le repubbliche della Magna Grecia, Taranto primeggiava di marina e d’industria; e mentre le città d’origine jonica aveano a lottare coi tiranni di Siracusa, ella come dorica vivea daccordo con questi. Ma le davano molestia i Bruzj, popolazione mista, che senza discernere Dori da Achei, cavalcava sopra i vicini, e spingeva i Lucani sul territorio di Taranto. Forse per gelosia dei concittadini, come Venezia, questa repubblica non teneva altro esercito che di soldati estranei, e conduceva a suo servizio perfino principi, come ArchídamoII re di Sparta,355figlio d’Agesilao, che al loro soldo perì co’ suoi combattendo i Lucani; come Cleónimo, figlio di Cleoméne II, pur re di Sparta.223Costui menò loro cinquemila mercenarj, n’aggiunse altri comprati dai Tarantini, ma non fece impresa degna del valore spartano, e abbandonatosi al lusso e alla mollezza, cercava ridurre in servitù quei che s’erano commessi alla sua fede, cianciava di voler fiaccare i tiranni di Sicilia, e intanto rubava, devastava: sicchè i Barbari confinanti diedero addosso a lui e alle sue navi, che a stento egli menò a Corcira a farvi altrettanto mal governo. Cacciato di qui pure, tornò ai Tarantini, ma respinto da essi, vôlto il capo di Brindisi, e spinto da fortuna nell’Adriatico, temendo di giungere fra gl’inospiti Illirj e Liburni, s’accostò alla Venezia; e preso terra fra i Padovani, ne incendiò una borgata, portando via uomini e armenti. I Padovani accorsero, e dispersero quei predoni, di modo che sol piccola parte della flotta potè campare. Tito Livio è il solo che racconti questo fatto, ma egli era padovano, e dice che fin a’ suoi tempi si vedevano per memoria i rostri delle navi prese in un tempio antico di Giunone a Padova, e si faceva un’annua solennità navale sul Medoaco[243].
ALESSANDRO IL MOLOSSO
Anche Alessandro il Molosso re d’Epiro, zio d’Alessandro Magno, desideroso d’emulare le imprese di questo, e crearsi un regno proprio, venne al soldo de’ Tarantini, ruppe Lucani e Sanniti,349ma avendo mal dissimulato l’ambizione, i Tarantini ne presero ombra e lo cacciarono. Anelando a vendetta, per tribolarli colla guerra, egli esibì la propria alleanza ai Romani, che l’accettarono. Alleanza disonorevole, perchè non suggerita da pericolo proprio, e fatta con un ambizioso vendicativo contro chi difendeva la patriaindipendenza. Egli perì in quella spedizione; e tra Roma e i Tarantini ne rimasero cattivi umori, scoppiati allorchè questi mossero lamenti perchè i Romani avessero violato un’antica convenzione, navigando oltre il capo di Giunone Lacinia, e staggirono le loro navi. Ambasciadori romani vennero a richiamarsene, e il popolaccio inviperito contro quella gente, li ricevette a oltraggio, e ne insozzò le toghe.—Queste macchie saranno terse col sangue»,281esclama l’ambasciadore, e se ne toglie pretesto di dichiarare la guerra; e i Tarantini, secondo l’usato, cercano un capitano fra quei tanti che s’erano sbranato il manto d’Alessandro Magno.
PIRRO
Come gli Sforza e gli Uguccioni fra le repubbliche italiane, così fra que’ tumulti era ingrandito Pirro, eroe romanzesco, che diceasi discendere da Achille e da Ercole,295e che non senza difficoltà e miracoli succedette al padre Eacide nel regno dell’Epiro, cantone montuoso della Grecia rimpetto al golfo di Taranto, che ora è la bellicosa Albania. Venuto su fra pericoli e sollevazioni, combattè in compagnia ora de’ Seleucidi di Siria, ora de’ Demetrj di Grecia, ora de’ Tolomei d’Egitto, successori di Alessandro Magno; tentò impadronirsi della Macedonia, regno originario di questo; e se non molestasse qualcuno, o da qualcuno non fosse molestato, credeva non saprebbe come ingannare il tempo (Plutarco). Con tal umore si può sommovere ma non fondare; e in fatto se parve un istante in procinto di restaurare lo sfasciato regno macedone, e fors’anche raccorre a sforzi magnanimi la Grecia declinante, non tardò a perdere il frutto delle sue vittorie. Ridotto di nuovo al patrio Epiro, struggevasi però sempre di emulare Alessandro e Agatocle, di cui aveva sposato una figlia; e poichè a nulla era approdato in Grecia, ruminava un bel regno nella bassa Italia e sulle coste d’Africa.
CINEA
All’impetuoso valore metteva o freno o regola il tessalo Cinea, filosofo pratico e parlatore tanto efficace, che Pirro confessava di dovere più città alla parola di esso che non al proprio brando. A lui Pirro espose come i Tarantini avessero mandato a chiederlo capitano contro i Romani; e—Bell’occasione (diceva) d’intrometterci nelle cose della Magna Grecia; di là ci potrem fare formidabili al resto d’Italia.
—Assai bellicosi sono colà i Romani (rispondeva Cinea); ma se gli Dei ci concedono di vincerli, che pro trarremo da questa vittoria?
E Pirro:—Più non vi sarà città barbara o greca che ci contrasti, e nostra fia tutt’Italia.
Al che Cinea:—Avuta tutt’Italia, che cosa farem noi?
—Sicilia le sta a due passi, isola fortunata di sito e di gente, e facile ad esser presa, sossopra come ella è dopo la morte di Agatocle, e raggirata da avvocati arruffapopolo.
—Sia: ma qui ristaremo?» insisteva ancora Cinea.
E Pirro:—Non già; chi ci terrebbe di passare in Africa e a Cartagine? e impadroniti di essa, qual ci potrà contrastare de’ nemici che ora ci sbraveggiano?
—Nessuno per certo, e ricupereremo la Macedonia, signoreggeremo la Grecia. Ma ottenuto questo, che faremo?
—Allora (ripigliò Pirro sorridendo), allora staremo in contento riposo, mio buon Cinea, fra le tazze e i tripudj.
Il consigliere, che a ciò lo aspettava, conchiuse:—Or chi ti toglie di cominciare fin d’oggi questo buon tempo? Non hai tu alla mano quanto occorre senza fatiche e sangue, nè mali tanti?»[244].
I ROMANI E PIRRO
L’ambizione non così facilmente si rassegna ad argomenti di prudenza; e mandato esso Cinea ad occupar la fortezza di Taranto, Pirro stesso menò di qua dal mare su navi tarantine ventimila pedoni, tremila cavalli e venti elefanti che i Macedoni avevano in Asia imparato ad usare in battaglia, o imponendovi gran torri da cui avventavansi dardi, o spingendoli a scompigliare le file nemiche coll’urto possente e colle robuste proboscidi. Un cittadino in aspetto di ubriaco, inghirlandato ancora di rose avvizzite, e con una sonatrice allato, si presenta ai Tarantini raccolti in assemblea, ed essi gli gridano:—Su via, Metone, su; canta e facci stare in allegria.—Sì (risponde), cantiamo, soniamo e facciam gavazze finchè n’abbiamo tempo; altro avremo a pensare quando Pirro sarà venuto». Di fatto il re d’Epiro, rimbrottando di mollezza i Tarantini, non appena giunge, fa chiudere teatri e palestre e bagni e giuochi; tutti s’addestrino alla guerra, mescolati colle sue truppe; nessuno esca di città; ai contumaci la morte; e si fa gagliardo col trarre in sè il pien potere.
L’avere i Tarantini chiamato Pirro, fu dal senato romano riconosciuto caso di guerra; non volle però offendere gli Dei col porre in campo le legioni senza prima dichiarare religiosamente nimicizia a questo. Ma poichè il tempo stringeva e l’Epiro era discosto, fecero da un disertore epirota comprar un campo in Roma, e su quello i Feciali compirono i riti consueti, con ciò quietando la pubblica coscienza. Mossero poiotto legioni contro di Pirro,280il quale, essendosi invano offerto mediatore fra essi e i Tarantini, gli affronta ad Eraclea con disputatissima battaglia. I Romani erano rimasti sgomentati da’bovi di Lucania, come chiamarono i non prima veduti elefanti; ma a chi gliene porgeva congratulanza, Pirro rispondeva:—Un’altra vittoria siffatta, e siamo perduti».
Sanniti, Lucani, Messapi colsero da questo disastro di Roma l’occasione per insorgere contro la tirannia di essa; appoggiato dai quali, Pirro spingesi fino a Preneste, e dalle alture vede Roma, quella Roma che più egli ambisce quanto più è capace di conoscerne la grandezza. Ammirando i cadaveri di questi Barbari, caduti in battaglia senza volger le spalle, esclamò—Sarebbe conquistato il mondo quand’io avessi per soldati i Romani, o i Romani me per capitano». Mandò a proporre ad essi la pace, purchè lasciassero libertà ai Tarantini e al resto della Magna Grecia. Mossi dalla cortesia, dall’eloquenza, dalle ragioni, dalle visite e dai doni di Cinea, che tutto ammirava, che diceva il senato essergli parso un concilio di re, i Romani già inchinavano, quand’ecco nell’assemblea presentasi il cieco Appio Claudio.
APPIO CLAUDIO
Già mentovammo questa famiglia, oriunda sabina, e risoluta propugnatrice del diritto patrizio. Secondo questo, Appio conservavasi despoto nella propria casa come un patriarca; ma al modo che i Tories della moderna Inghilterra vollero comparire autori de’ provvedimenti più liberali che il tempo richiedeva, così Appio,311essendo censore, avea mescolato la plebe fra tutte le tribù per crescerne l’influenza, ed ascritti nel senato anche liberti; e mentre prima sull’altare grande di Ercole non aveano sagrificato che i discendenti dell’aborigeno Potizio, Appio indusse costoro a rassegnare tal funzione a schiavi del popolo romano, comunicandocosì anche il sacerdozio, che fin là erasi tenuto geloso privilegio de’ nobili. Ben si cianciò che gli Dei, sdegnati di tale sacrilegio, aveano fatto morire tutti i Potizj entro un anno, e privato Appio degli occhi; ma le barriere spezzate più non si ripararono, e la nobiltà odiò invano il severo censore; il quale è pure il primo romano che appaja come scrittore avendo composto poesie sul modello di quelle di Pitagora[245], e s’immortalò anche col fabbricare un acquedotto che da ottanta stadj lontano portava acque agli abitatori delle parti basse di Roma, e collo schiudere per mille stadj la magnifica via da Roma a Capua, detta la regina delle strade, e che pareva significare l’unione dell’Italia alla sua metropoli.
Costui per gli anni e per la cecità aveva da un pezzo abbandonato i pubblici affari; ma allora, indignato che i Romani piegassero, si fece portare nella curia da quattro figliuoli, tutti stati consoli, inveì contro il greco ciarliero seduttore, esortando a respingerlo di Roma, e dettò questa risposta, da darsi a Pirro:—Se vuol la pace, prima esca dall’Italia». La franchezza e i partiti risoluti prevalgono sempre; e a voce di popolo si gridò la guerra. Gli elefanti avevano cessato di dare sgomento ai Romani, che con dardi infocati[246]ritorcendoli contro l’esercito di Pirro, lo scompigliarono e vinsero.
FABRIZIO
280Fabrizio Luscino, famoso per fatti di guerra non meno che per integerrima costanza, fu a lui deputato onde chiedere il cambio o il riscatto de’ prigionieri; e Pirro, sapendo quanto egli fosse autorevole in pubblico e poverissimo in casa, gli esibì gran denaro, e n’ebbe un rifiuto; al domani provossi di spaventarlo col far avanzaresopra il capo di lui la proboscide d’un elefante, ma nulla parimenti ottenendo, intonò:—Più facile è sviare il sole dal suo corso, che Fabrizio dalla probità». Cinea, volendo sfoggiare della sua dotta eloquenza davanti a lui, tra il cenare espose la dottrina di Epicuro, capo d’una delle scuole filosofiche di Grecia, che negava Dio e la provvidenza, considerava la giustizia come invenzione umana, e unico fine dell’uomo il piacere; e come i costui seguaci si tenessero scevri dai maneggi pubblici, in deliziosa infingardaggine. Il che udendo, Fabrizio esclamò:—Padre Giove, fa che Pirro e i Sanniti approvino tale dottrina finchè stanno in guerra contro di noi».
Viepiù Pirro desiderava attaccarsi un uomo così disforme da quelli che aveva conosciuti nella degenere Grecia e nell’ammollita Tarante, e lo esortava,—Rimetti pace fra’ tuoi cittadini e noi, poi vieni a vivere con me». Al che Fabrizio rispose:—Non ci sta del tuo conto; perchè quelli che ora rendono omaggio a te, conosciuto che abbiano me, preferiranno essere da me governati che da te». Pirro, volendo pur gareggiare di generosità, gli regala ducento prigionieri senza prezzo; a tutti gli altri permette vadano a visitar in Roma i loro parenti, purchè Fabrizio dia la parola che ritorneranno. Ma Roma non soffriva si salvasse la vita col perdere l’onore; i prigionieri restituiti marchiò d’infamia, e i cavalieri ridusse a pedoni, i fanti a frombolieri; e finchè non avessero spogliato due nemici, doveano serenar fuori del campo senza riparo nè trincea.
Tanta fermezza dovea sgomentare il nemico, che vedeva dai Romani rifarsi gli eserciti, come le teste dall’idra lernea. Poi Fabrizio gli fece intendere come il medico di lui gli avesse proposto di avvelenarlo, soggiungendogli:—Vedi quanto male tu scelga e gli amici ed inemici». Tocco da quella generosità, o persuaso che troppo difficile era il vincere uomini tali, l’Epirota cessò dalle ostilità, consacrò nel tempio di Taranto parte delle spoglie, non vergognando di chiamarsi superato, e dopo ventotto mesi che v’era sceso, rimbarcò cavalli, elefanti e uomini,279e tragittossi in Sicilia sopra sessanta navi siracusane.
PIRRO VINTO
Su quell’isola vantava egli qualche pretensione come genero di Agatocle, e v’era chiamato per resistere ai Cartaginesi: in fatto egli ne li respinse, e accolto a braccia aperte dalle città e dai tirannelli, avrebbe potuto piantarvi un regno; ma il tempo che perdette nell’inutile assedio del Lilibeo,278ultimo ricovero degli Africani, dissipò il fascino che lega ai vittoriosi. Quand’egli propose d’imitare Agatocle portando la guerra in Africa, i Siciliani gli perfidiarono; ed esso li ricambiò rubando quanto potè: poi fu lieto di palliar la fuga sott’ombra d’esaudire i Tarantini, i quali, privati della spada di lui, non erano capaci di resistere ai Romani.275Salpò dunque: ma l’equipaggio di esso non l’avea seguito che per forza, dicendo essere destinato vittima per salvare dalla flotta punica le navi cariche del bottino; laonde nello stretto si lasciò vincere dai Cartaginesi; e colati a fondo sessanta bastimenti, dodici soli approdarono a Reggio. Pirro, assalito dai Mamertini, trovavasi in così estrema necessità, che a Locri è costretto metter mano al tesoro di Proserpina onde comprar mercenarj: ma rimane sconfitto presso Benevento da Curio Dentato; e Molossi, Tessali, Macedoni, con Apuli, Bruzj, Lucani, Sanniti ornano il costui trionfo, e quegli elefanti pur testè così paventati. Pirro, per rimorso e per l’orrore che n’ebbe il vulgo superstizioso, restituisce il tesoro di Proserpina, e dopo sei anni d’inutile guerra ritorna sfinito e disonorato in Grecia, dove non tardò a mettersi in nuove battaglie, e perirvi. Milone, da luilasciato nella rôcca di Taranto, non fu sostenuto dagli abitanti;272patteggiato, menò via la guarnigione; e Roma prese possesso della città, rubandole quadri, statue, ornamenti dei tempj, e quantità d’oro e di delizie.
I Romani non interruppero la guerra contro la Lucania finchè non l’ebbero doma; i proprj soldati che erano caduti prigionieri, considerarono come banditi; condussero a Roma quattromila uomini della legione campana che erasi rivoltata a Reggio, e cinquanta al giorno li fecero uccidere271senza esequie nè lutto[247]; poi per tenere soggetti Lucani e Campani posero colonie a Pesto, a Benevento, a Brindisi.
Roma che, tre secoli dopo fondata, non erasi impadronita che di Vejo lontana dieci miglia, avea poi concepito l’ambizione di soggettare tutta l’Italia. E poichè il primo passo a ciò dev’essere la cacciata degli stranieri, avea cominciato dallo sconfiggere i Galli, e guerreggiando con essi e coi fieri Sanniti erasi migliorata di tattica; contro Pirro s’avvezzò a non temere gli eserciti scientificamente disciplinati; anzi vantaggiossi dell’arte macedone per imparare a resistere ad urti ben combinati; e sottomesse le deboli leghe della bassa Italia, alleavasi con popoli lontani, e perseverava nella politica sua di incatenare i vinti al carro vincitore.
Ma Pirro, quando abbandonava la Sicilia, esclamò:—«Che bel campo lasciamo a’ Romani e Cartaginesi!» Prevedeva l’accorto come quelle due potenze, cresciute fino a toccarsi, non potessero omai che venire a cozzo, per decidere se il mondo sarebbe dominato dalla stirpe semitica o dall’indo-germana.