CAPITOLO XII.Cartagine. Prima guerra punica.Sistema militare dei Romani. Conquista dell’Insubria.Ci cadde ripetutamente menzione dei Fenicj, popoli di schiatta araba, detti Cananei dalla Bibbia, che stanziati tra le falde del Libano ed il Mediterraneo, s’un lembo di paese centrenta miglia lungo e trenta largo ove più, a guisa de’ Veneziani e de’ Genovesi moderni spinsero il commercio animosamente non solo nel mar nostro, ma e nel Rosso e nell’Oceano, e seminarono di colonie e di scali il littorale e le isole da Tiro fin alle Cassiteridi, che oggi diciamo Sorlinghe.O fosse colonia spontaneamente partita, o fosse la vinta fazione di re Sicheo, che colla costui vedova Didone o Elisa cercasse scampo e patria altrove, uno sciame di Fenicj fabbricò Cartagine,869nel golfo africano che, rimpetto alla Sicilia, è formato dallo sporgere dei capi Bon e Zibib, sopra una penisola fra Tunisi e Utica, il cui istmo si dilata men di quattro miglia. La città crebbe, e divenne l’unico Stato libero che si alzasse mai sulle coste d’Africa, la prima repubblica conquistatrice insieme e trafficante di cui rimanga storia, e che per molti secoli sciolse il difficile problema d’arricchire senza perdere la libertà. Dica pure Strabone che settecentomila abitanti vi furono assediati da Scipione; Cartagine non potè mai contarne meglio di ducencinquantamila. Il quartiere di Megara era tutto a giardini, broli, canali; a sopracapo sorgeva la fortezza di Birsa; il porto militare, scavato a mano e capace di ducento navi da guerra, aveva in mezzo l’isola di Coton, e comunicava col porto mercantile, la cui entrata chiudevasi con catene di ferro.CARTAGINE E SUE COLONIESe d’un popolo ci è rivelata l’indole dalla religione, quella de’ Cartaginesi era avara e melanconica fino alla crudeltà; cupe immagini la vestivano; astinenze, volontarie torture, congreghe notturne al bujo, superstizioni dissolute ed inumane. Sotto gli occhi della dea Astarte si prostituivano le fanciulle, e il prezzo vituperevole si accumulava come dote. Melcart, l’Ercole loro, ispirolli a grandi imprese: ma la luce di lui era contaminata da sacrifizj umani, rinnovati a tempi fissi; poi nelle maggiori necessità gli si offrivano gli oggetti più cari. Quando Agatocle li vinse, i Cartaginesi si credettero puniti perchè da alcun tempo scarseggiavano nell’inviare offerte ai tempj in Fenicia, onde a profusione ne spedirono, fin a togliere dai proprj santuarj i tabernacoli d’oro: poi temendo ancora che il dio avesse preso corruccio perchè, invece di fanciulli bennati, gliene immolavano talora di compri, ne sacrificarono ducento delle prime famiglie; e trecento uomini sottoposti a processo, offrironsi spontanei a morire sugli altari. Desolati dalla peste mentre assediavano Agrigento, gettarono molti uomini in mare per calmar Nettuno. Annibale guerreggiava in Italia quando gli si annunziò che suo figlio era designato per l’annuale olocausto; ed egli:—Io preparo agli Dei sacrifizj che saranno più accetti». Invano Dario re di Persia e Gelone di Siracusa posero per patto di pace che i Cartaginesi cessassero d’insanguinare gli altari; la superstizione prevalse, sopravvisse persino alla perdita della gloria e dell’indipendenza.Qual meraviglia se troviamo i Cartaginesi duri, servili, egoisti, cupidi, inesorabili, senza fede? Alle emozioni generose pareano renderli inaccessi il culto, l’aristocrazia mercantile, l’avidità del guadagno: pure ricordiamoci che la storia loro non ci è narrata che da’ loro nemici.Non è del nostro tema studiarne gl’istituti, nè descrivere il commercio che Cartagine menava estesissimo coll’interno dell’Africa e colle estremità dell’Europa. Assoggettò i barbari abitanti di quella costa, fissandoli in colonie lungo il littorale; e per assicurarsi i viveri, ne teneva di agricole nella Zeugitana e nella Bisacena, ove le derrate europee prosperarono colle africane; sul lembo della Numidia e della Mauritania suoi banchi fortificati a vantaggio di essa trafficavano cogl’indigeni, ed assicuravano la via di terra fino alle colonne d’Ercole, e uno schermo alle navi nel pericoloso tragitto dall’Africa in Spagna. Queste colonie però erano fra loro disgregate, nè parevano accordarsi che nell’odiare la dominante; ond’essa vietava che si cingessero di mura, col che tenevasi esposta alle correrie nemiche: ad oriente poi erravano tribù indomite, simili ai moderni Beduini; ad occidente la minacciavano i poderosi regni di Numidia e Mauritania; sulla costa medesima e a mezzodì le si ergevano emule Tunisi, Aspis, Adrumeto, Ruspina, la piccola Lepti e Tapso, oltre Utica che si conservò sempre indipendente.Qui consisteva la debolezza di Cartagine: sua forza e suo vanto erano le colonie, piantate ne’ più comodi e più lontani paesi. E prima nel Mediterraneo assoggettò le Baleari, che la fornivano di vino, olio, lana, muli; a Gozzo, a Cherchinesso, a Malta battevano per essa telaj di lino; tutte poi le erano scali al commercio, e rinfresco ai vascelli. In Sardegna fondò Cagliari e Sulci; e perchè ne traeva grani in abbondanza, metalli, pietre fine, la considerava in grado non inferiore all’Africa. Quando i Focesi, insofferenti del giogo persiano, occuparono la Corsica fondandovi Aleria, Cartagine ne li snidò, gelosa di negozianti sì attivi. Pare che anche fuor dello stretto di Gibilterra occupasse nel Grande oceano le Canarie e Madera. In terraferma pose altrecolonie; e Annone fu spedito a fondarne una serie lungo la marina occidentale d’Africa dove ora sorgono Fez e Marocco; Imilcone un’altra sul lembo occidentale d’Europa, e forse sino nel Giutland. Dalla Gallia li tennero lontani i Focesi di Marsiglia; ma la Liguria li provvedeva d’eccellenti marinaj: nella Spagna rinnovarono le colonie fenicie dell’Andalusia e di Gade, e vi scavarono miniere a gran vantaggio.Scopo dunque di Cartagine non era il conquistare come Roma, bensì l’estendere la mercatura e i guadagni, impedire che la popolazione eccedesse, trovare collocamento ai cittadini sprovveduti. Ma come Venezia, a cui in tanti punti conviene, non assimilava a sè i coloni e i sudditi; anzi, per paura di vederli farsi indipendenti, li teneva in dura soggezione, infiacchendo le membra per vantaggio del capo.MAGONEDal piantarsi in Italia furono impediti i Cartaginesi dagli Etruschi e dai Latini. La Sicilia, disgiuntane appena cento miglia, viepiù ne stuzzicava i desiderj, come quella da cui dipenderebbero la sua padronanza nel Mediterraneo, l’approvvigionamento delle armate, e il commercio del vino e dell’olio. Primeggiava allora in Cartagine Magone, che ne creò la forza e il sistema militare, e fu stipite d’una famiglia, illustre per tre generazioni di capitani[248]. Piantò egli colonie in Sicilia; le quali però essendo tenute deboli per la solita paura che si rivoltassero, potevano dar molestia, ma non prevalere alle ricche e indipendenti colonie greche:480quando poi Amilcare di Magone fu sbaragliato da Gelonere di Siracusa (pag. 241), i Cartaginesi penarono a difendere le colonie e gli acquisti. E per settant’anni la storia sicula più non fa menzione di loro; poi si riaffacciano poco prima della tirannia di Dionigi il Vecchio, quando ajutarono410Segesta contro Selinunte, ed occuparono altre terre. Esso Dionigi e Agatocle, cupidi di unire tutta l’isola, mossero ad essi guerra: pure i Cartaginesi vi tennero sempre un piede; e la loro perseveranza, l’inesauribile forza dell’oro, e le irrequietudini perpetue di Siracusa gli avrebbero anche fatti signori di tutta Sicilia, se avessero posseduto un valente generale. Combattuto con alterna fortuna, nella pace del 383 s’ebbero assicurato un terzo di quell’isola.FORZE E CONQUISTEFra ciò Cartagine spiegava e cresceva le proprie forze nelle lotte cogli Etruschi, coi Greci, coi Marsigliesi, poi coi Romani, e fa meraviglia come prontamente si rifacesse delle perdite. Da prima usava solo triremi, poi le ingrandì al tempo d’Alessandro; nella guerra coi Romani n’ebbe di cinque e di sette ordini, colle poppe ornate de’ suoi Dei marittimi, Poseidon, Tritone, i Cabiri. Una quinquereme portava cenventi soldati e trecento marinaj; al remo gli schiavi; prestissima ne’ volteggiamenti. Al persiano Serse somministrò fin duemila navi lunghe e tremila di carico per osteggiare la Grecia. Gli ammiragli però non operavano di pieno arbitrio, ma dipendevano dai generali di terra nelle imprese che voleano concerto, se no dal senato; e le vittorie erano occasione di pubblici tripudj, di pubblico gemito le sconfitte. La cavalleria, perchè costosa, era formata di nobili Cartaginesi, i quali portavano un anello per ogni spedizione fatta: v’avea pure una legione sacra di cittadini riccamente in arnese. Il servizio di terra affidavasi per lo più a mercenarj d’ogni nazione; e sapendo a punto quanto costasse un soldato greco, quanto un africano, un campano, un gallo, mettevanoin bilancio il costo di un esercito col frutto che verrebbe da una conquista: al fine della campagna riscattavano i prigionieri, e le spese si pareggiavano colle estorsioni fatte ne’ paesi acquistati. Questa turba ragunaticcia, combattendo fuor del paese natìo e contro gente più povera, non era allettata a disertare; e la diversità di favella e di religione impediva che vi si formassero minacciosi accordi. Ma ne scapitava la disciplina; penoso era il trasportarli per mare; a fronte di truppe disciplinate e nazionali, trovavansi mancare di quel coraggio, che si fonda sul patriotismo e sul sentimento dell’importanza individuale.Coi Romani erasi Cartagine incontrata nei mari, fin quando essi, potenti sotto i re, stavano a capo della lega Latina, ed emulavano gli Etruschi: e l’anno della cacciata de’ Tarquinj509conchiuse un trattato, pel quale i Romani si obbligavano a non navigare nè essi nè i loro alleati di là dal capo Bon; però i mercadanti loro approdando a Cartagine, sarebbero immuni da balzelli; le vendite avrebbero pubblica fede; otterrebbero giustizia ne’ paesi siculi, sottomessi ai Cartaginesi; questi non recherebbero danno ai popoli d’Anzio, Ardea, Laurento, Circei, Terracina, o a qualunque latino di loro dipendenza, nè torto alle città libere; non fabbricherebbero fortezze in paesi de’ Latini, e se vi entrassero armati, non vi pernotterebbero.348In un secondo trattato vi furono inchiusi i popoli di Tiro, d’Utica e i loro alleati: «i Cartaginesi, se prenderanno qualche città latina non dipendente da Roma, la cederanno a questi, serbandosi l’oro e i prigionieri: se facciano prigionieri sopra un popolo in pace con Roma, ma non sottomesso, non lasceranno che entrino ne’ porti romani; entrandovi, se un cittadino li tocchi, diverranno liberi; altrettanto si adoprerà dai Romani, che non fabbricheranno città in Africa e in Sardegna; potranno però venderee comprare nelle terre cartaginesi al par de’ cittadini, e così viceversa quei di Cartagine». Questi trattati confermaronsi giurando i Cartaginesi pe’ loro Dei, i Romani per la pietra (διὰ λίθον), simbolo primitivo di Giove; cioè, tenendo una pietra in mano, uno diceva:—Se giuro il vero, ogni cosa mi accada prospera; se penso diverso da quel che giuro, gli altri godano la patria, le leggi, i beni, la religione, le tombe, ed io solo sia respinto come ora fo con questo sasso»; e lo lanciava.I quali documenti preziosi[249], che sono il più antico testimonio della repubblica romana, basterebbero a convincere di falso la comune degli scrittori che, duranti i re, ci presentano come ancora in fasce quella Roma che qui ci appare qual potenza marittima, e signora d’alcuni, protettrice degli altri popoli latini.RELAZIONE DI CARTAGINE CON ROMANiuno però s’affretti a conchiudere che Roma avesse legni grossi, giacchè gli Stati barbareschi, che su quel lembo d’Africa sgomentarono fin jeri anche le maggiori potenze europee, non adopravano navi di linea: Roma poi stipulava forse come capitana della federazione latina, cioè di popoli provvisti di marina, benchè essa ne mancasse; e se pur l’ebbe, dovette lasciarla deperire, talchè n’era sguarnita tre secoli più tardi. Infatto quando Pirro invase la Sicilia,278Roma e Cartagine stipularono che nessuna patteggerebbe coll’Epiroto senza concorso dell’altra; Cartaginein caso di bisognosomministrerebbe navi, ma non imbarcherebbe senza consenso di Roma. Credendo caso di bisogno il cacciar Pirro quando minacciava Roma, i Cartaginesi mandarono ad Ostia trenta galee; ma i Romani ringraziando le rinviarono, temendo portassero via schiavi e spoglie italiane.PRIMA GUERRA PUNICAIntente ognuna ad escludere l’altra da’ suoi territorj, le due repubbliche trattavano da pari a pari; che se Roma sentiva la preponderanza d’uno Stato guerresco sopra uno trafficante, Cartagine aveva tesori per comprare truppe quante volesse, oltre la indisputata prevalenza sul mare. Sarebbero dunque potute ciascuna seguitare la propria strada senza venire a cozzo; ma a guastarle offrì ragioni la Sicilia, secondo avea predetto Pirro. Di quell’isola, agitata ora dalla tirannide di despoti, ora dalla tirannide della libertà, spartivansi allora il dominio i Cartaginesi, i Siracusani del re Gerone II, cui obbedivano anche Leontini, Acre, Megara, Elori, Taormina, e i Mamertini ricoverati al Peloro.269Questi ultimi erano stati sconfitti e ridotti all’estremità da esso Gerone; nè più serbando che Messina, risolsero di cedergliela: ma quand’egli s’avanzava per occuparla, Annibale generale dei Cartaginesi il tenne a bada, e intanto spedì ad invadere la città. Posti fra due fuochi, i Mamertini, siccome Campani che erano, volsero gli occhi all’Italia, e chiesero ajuti a Roma.Gli onest’uomini dissuadevano i Romani dall’ingiusta intervenzione, e dal sostenere a Messina quei Mamertini, di cui la perfidia aveano punita a Reggio; ai politici invece arrideva quest’occasione di fare acquisti, e di mortificare Cartagine: il senato ricusò, il popolo volle, e preponderando già la democrazia, fu risolta laspedizione. Anche i Mamertini264già n’erano pentiti; ma il console Appio Claudio Caudice, figlio del Cieco, imbarcò le legioni su vascelli della Magna Grecia o su zatte. La flotta cartaginese e una tempesta disperdono l’armamento; e Annone, ammiraglio della casa di Magone, tenta ridestare l’onoratezza romana col rinviare i vascelli presi, movendo insieme querela dei patti violati, e professando che Cartagine non lascerebbe mai Roma impadronirsi dello Stretto. Ma Appio Claudio si ostina all’impresa; eludendo la vigilanza dei Cartaginesi, su navi della Magna Grecia si tragitta; sbarcato, vince Gerone così presto, che questo confessa non avere tampoco avuto tempo di vederlo. Esso re, comprendendo quanto dell’amicizia d’un popolo senza navi gli tornasse miglior conto che di quella de’ Cartaginesi, restituì i prigionieri, pagò le spese della guerra, e strinse e serbò fedelmente alleanza coi Romani. I quali, violando il diritto pubblico, occuparono il porto di Messina, e sotto finta di parlamento arrestarono Annone, che per riscattarsi fu obbligato a farne uscire la guarnigione.263Ai Romani allora brillò la possibilità di snidare i Cartaginesi dall’isola; e mandatovi i due nuovi consoli con quattro legioni, in meno di diciotto mesi ebbero prese sessantasette piazze e fortezze e la grande Agrigento, difesa da due eserciti di cinquantamila uomini, comprati dalla Spagna, dalla Gallia, dalla Liguria. Come dovette starne la Sicilia, corsa da tante truppe, e dove la guerra esercitavasi con tale inumanità! Nella sola Agrigento, la cui espugnazione costò ventimila vite ai Romani, questi vendettero venticinquemila liberi: Annone, non potendo ottenere che i nemici gli rendessero la carpita Messina, avea fatto passar per le spade quanti Italiani servivano sotto le sue bandiere: Amilcare, udendo i Galli da lui assoldati mormorare, gl’invia ametter a sacco Antella, ma di nascosto ne dà avviso ai Romani, che gli appostano e trucidano; scelleraggine che gli antichi encomiarono come bella trovata di guerra. Di simil genere stratagemma avea usato re Gerone: mal volentieri soffrendo gli stranieri inquieti arrolati fra le sue truppe, quando aveva ad assaltare i Mamertini, divise l’esercito in due, i Siracusani distinti dagli assoldati; a capo dei primi mosse l’attacco, lasciando gli altri esposti ai Mamertini, che li fecero a pezzi[250]. Così continuo traspare negli antichi il disprezzo della vita dell’uomo!Ai Romani fu ben tosto chiaro che non potrebbero acquistare nè conservare la Sicilia, e schermir la costa e le città dalla flotta cartaginese, senza una marina. Una galea cartaginese naufragata offerse loro il modello, legnami l’Appennino, perseveranza la natura loro: in sessanta giorni ebbero costruiti centrenta vascelli, ben presto esercitata la ciurma; e per elidere l’esperienza dei nemici inventarono i corvi, certi ponti che dall’albero di prua violentemente calando sulla nave nemica, vi si conficcavano con branche e arpioni di ferro, e la attaccavano alla romana, in modo da ridurre il combattimento a duelli, siccome in terraferma.DUILLIOCosì racconta la storia miracolaja, ma è più probabile che di navi li provvedesse Gerone II, potente sul mare. Comunque sia, il console Duillio Nepote riportò presso Lipari la prima vittoria marittima;260cinquanta legni nemici presi o colati a fondo, tremila uomini uccisi, settemila prigioni: in memoria del quale successo fu eretta a Duillio una colonna ornata di rostri, e concesso per tutta la vita che la sera fosse ricondotto a casa coi fanali a suon di trombe. La fortuna durò prospera negli anni susseguenti, prendendosi Lipari e Malta, poi la Corsica e la Sardegna.Annibale, comandante alla spedizione cartaginese, riconducendo in patria le misere reliquie della flotta, dopo perduto sin la capitana, sentivasi sovrastare la punizione che Cartagine soleva infliggere agli sconfitti; onde spedì innanzi un messo che al senato espose:—Il console romano guida una flotta numerosa, ma di vascelli goffamente costrutti, e con certe macchine mai più vedute. Annibale vi domanda se deve dargli battaglia.—La dia (risposero i governanti ad una voce), e punisca i Romani dell’averci assaliti nel nostro elemento». Allora il messo:—La diede, argomentando egli pure come voi, e fu vinto». Ciò valse l’assoluzione dell’ammiraglio sfortunato.ATTILIO REGOLOGià Agatocle avea mostrato come Cartagine si trovasse mal provveduta contro chi l’assalisse sul proprio terreno, ove le colonie oppresse o le città rivali ajutavano chiunque la minacciasse. Roma dunque decretò uno sbarco in Africa, sebbene il console Marco Attilio Regolo256fosse costretto ricorrere a minaccie e punizioni per indurre i soldati a quel che loro pareva troppo lungo tragitto, e spaventevole pei mostri che diceasi popolassero le arene libiche: e sebbene i tanti Italiani, che Roma obbligava al remo sulle sue galere, macchinassero insieme cogli schiavi una sollevazione, che solo il tradimento sventò[251], Regolo con quarantamila uomini montati su trecento trenta galee sbaragliò ad Ecnomo la flotta cartaginese di trecencinquanta galee con cencinquantamila uomini, e sbarcato in Africa, ebbe presto assoggettate ducento città, e fin Tunisi, forte per posizione e per mura, dove pose il quartier generale. Cartagine, folta di gente fuggita dalla campagna, e vedendo le aquile romane piantate fin sugli spaldi della vicina Tripoli, chiedeva pace, e Regoloavrebbe potuto dettarla qual Roma la conchiuse dopo tredici altri anni di guerra e centomila morti; ma geloso di non lasciare altrui la gloria di un’impresa da sè cominciata, rispose, allora solo sospenderebbe le armi quando più non rimanesse loro un vascello sul mare. Arroganza indegna di buon capitano, dalla quale ridotti a disperazione, i Cartaginesi chiamarono al comando uno straniero, Santippo di Sparta.255Costui conobbe che l’inferiorità non veniva da fiacchezza dei Cartaginesi o da valore dei Romani, bensì dal mancare di tattica e di strategia; insegnò a ben valersi degli elefanti e della cavalleria; e tratti i Romani al largo, li vinse presso Tunisi, e ridusse prigioniero il console stesso.Si narra che i Cartaginesi, quattro anni dopo, mandassero Regolo a Roma per consigliare il cambio dei prigionieri, fattogli giurare che, non ottenendolo, ritornerebbe. Anteponendo al proprio quel che credeva il meglio della patria, egli consigliò il senato di persistere nella guerra, e lasciar morire prigionieri coloro che non avevano saputo conservarsi liberi. Fedele alla parola, tornò a Cartagine, ove acerbe torture punirono la sua fedeltà; e Roma, gareggiando di barbarie, consegnò alla vendetta della moglie di Regolo i prigionieri cartaginesi, ch’ella straziò con lunghi spasimi, finchè l’autorità non glieli ritolse[252].La gelosia di quel governo di mercanti ci fa meno difficili a credere che i Cartaginesi, sospettosi diSantippo vincitore, come i Veneziani del Carmagnola, lo buttassero in mare: fatto è che più non se ne ragiona.GUERRA IN SICILIAAbbandonata allora l’Africa, si rinfocò la guerra in Sicilia. Il proconsole Cecilio Metello battè presso Palermo i Cartaginesi capitanati da Asdrubale,251e menò trionfo in Roma: ma poi per otto anni i Romani n’andarono colla peggio, perdendo quattro flotte. La maggiore sconfitta toccarono da Aderbale249presso Drepano quando, non volendo gli auguri che si attaccasse battaglia perchè i polli sacri davano malaugurio col non mangiare, il console Claudio Pulcro sorridendo,—Dunque bevano» disse, e feceli gettar in mare. L’empietà scoraggiò i soldati, vinti prima di combattere; e novantatre navi restarono perdute, morti ottomila Romani, prigionieri ventimila. Agrigento fu presa e messa al nulla dai Cartaginesi, i cui generali Annibale e Cartalone mostrarono di congiungere al valore l’abilità. Alfine però i Romani prevalsero, e tutta Sicilia tornò in loro potere. Solo Drepano e Lilibeo, promontorj all’occidente che potevano considerarsi come l’antemurale di Cartagine, furono insignemente difesi da Amilcare, detto Barca cioè fulmine, padre del più famoso Annibale.Postatosi egli sui promontorio d’Erice, senza alleati vicini nè fortezza nè speranza di soccorsi, vi si mantenne cinque anni, e di là corseggiava le coste d’Italia sino a Cuma, e molte volte profligò i Romani. Cartagine per sostenerlo spedì una flotta con danaro e provvigioni, ma con pochi uomini; la quale scontrata da Lutazio Catulo242con ducento quinqueremi alle isole Egati, fu posta a sbaraglio. Anche i Galli disertarono da Amilcare ai Romani, che allora per la prima volta assoldarono Barbari.BATTAGLIA ALLE EGATISe la popolazione ellenica avesse conservato in Sicilia lo spirito guerresco, avrebbe potuto prendere parte attiva in quella guerra, e Siracusa meritar di riprendere la preminenza nell’isola col soccorrere i Romani non solo di viveri, ma anche di navi. Però da un pezzo erasi contratta l’abitudine di comprare le braccia di Siculi e di Campani, i quali poi essendo divenuti ausiliarj de’ Romani, la Sicilia, eccetto il regno di Gerone, passò a dominio di questi.In ventidue anni di guerra continua, tra le battaglie, tra la mala pratica, tra la difficoltà delle coste d’Africa, Roma avea perdute settecento galee: Cartagine appena cinquecento, ma scarseggiava di danaro a segno, che il moggio di frumento vendevasi un asse[253]. Roma, benchè diminuita di un sesto di abitanti, costretta ad alterare le monete fin dell’ottanta per cento, con indomita perseveranza diceva:—Non cederò mai; la guerra alimenterà la guerra». I Cartaginesi negozianti calcolarono gl’interrotti traffici e le esuberanti spese, sicchè l’avarizia divenendo ausiliaria dell’umanità, proposero la pace. Roma, che l’aveva rifiutata per consiglio di Regolo, allora l’accettò dopo tante spese e tanto sangue, a questi patti:—I Cartaginesi sgombrino laSicilia e le vicine isolette; entro dieci anni paghino a Roma duemila ducento talenti (17 milioni di fr.) per contribuzione di guerra; restituiscano i prigionieri e disertori; non moveranno più guerra a Gerone re di Siracusa». Nuovi emergenti li costrinsero a cedere ben presto anche la Sardegna.PACE DELLE ISOLE EGATIIl tempio di Giano a Roma fu chiuso, ma poco tardò ad essere riaperto, per non serrarsi più fin ai giorni di Augusto. E prima occasione di rifar guerra fu la spedizione contro gl’Illirj,230che corseggiavano l’Adriatico. Roma, esibendosi protettrice degl’Italiani finchè non potesse rendersene padrona, avea fatto accordi con que’ pirati acciocchè non li molestassero; ma quelli seguitavano a predar le navi e le coste. Spedì essa a lamentarsene con Teuta loro regina, vedova d’Agrone; ma costei uccise gli ambasciadori. Subito le si porta guerra, passando per la prima volta il golfo jonio;228e vintala, e privata di parte degli Stati, Roma è benedetta dagli Italiani e dai Greci come liberatrice del mare, e da questi ricevuta in cittadinanza ordinaria e ammessa ai misteri eleusini; e passeggia trionfante anche sul campo dove prima non grandeggiava che Cartagine.SPEDIZIONE IN ILLIRIAOrmai del potere come della ricchezza riguardava essa per fonte prima le armi, talchè dottrina suprema era quella della guerra. In pace non tenea milizia nazionale nè forestiera, anzi era vietato il portar armi entro la città; solo all’occorrenza d’un pericolo, dal console e dal pretore urbano erano chiamati tutti alle armi, collocati dagli edili o dai triumviri criminali ai posti minacciati e alle ronde, col pilo o colla spada: tardi le fazioni introdussero bande di barbari o di schiavi[254]. Ogni cittadino era obbligato alla milizia senon avesse quarantasei anni, o finite sedici campagne a piedi, o dieci a cavallo.LEGIONELa legione, così detta dal riempirsi d’uomini eletti, variò di numero secondo le età; e da tremilatrecento, di cui si componeva sotto Romolo, fu portata fino a seimila al tempo delle guerre macedoniche. Ordinariamente ciascun console levava due legioni; e più, se ne nascesse bisogno. In battaglia disponevansi in cinque divisioni: nella prima i principi o classici, che in appresso formarono la seconda; poi gli astati; quindi i triarj o pilani; infine i rorarj e gli accensi, dall’armatura leggera (pag. 163). La legione dividevasi inoltre in coorti, manipoli e centurie. Più tardi fu da Mario riordinata la coorte, che contava trenta uomini di fronte e dieci di profondità: disposizione agilissima, e opportuna a qualunque terreno o forma.ARMIArmi erano le freccie, le frombole e il tremendo pilo, giavellotto di sette piedi, e più lungo pei triarj; lanciato il quale a tutta forza di braccio, colla spada risolvevasi la giornata. Lancia e sciabola erano pure le armi offensive della cavalleria; le difensive elmo, corazza e leggiero scudo. Nerbo degli eserciti teneasi la fanteria: la cavalleria, sebbene formasse talvolta un corpo separato, non servì d’ordinario che a fiancheggiare i pedoni; e la minore abilità dei Romani in questa disajutò le loro imprese contro i Numidi e i Parti. I rorarj, frombolieri ed arcieri ingaggiavano la mischia, poi consumati i projetti, ritiravansi a lato della legione; ed allora gli astati giocavano de’ giavellotti, e mentre i nemici attendevano a liberarne gli scudi ove s’eranoconfitti, essi gli aggredivano colle sciabole. Che se trovassero valida resistenza, subentravano freschi i principi, da sezzo i triarj; di maniera che il nemico, esposto a tre rinnovati attacchi, mal si poteva reggere. Gli accensi componevano il battaglione di deposito.Oltre il vivere, i soldati portavano seco i pali per formare la trincea; e dovunque fermassero il piede, munivano il campo con un terrapieno quadrato, e una fossa dieci piedi profonda. Nel mezzo dell’accampamento tendevasi il padiglione pretorio, all’intorno gli uffiziali, indi i restanti guerrieri; e dal centro partivano quattro strade rette, fino alle porte schiuse nella trincea. Nelle marcie procedevasi in colonne; ma se temessero un attacco, si ordinavano in linea, togliendosi nel centro i bagagli. Il soldato romano faceva venti o ventiquattro miglia in cinque ore, con tutto il suo fardaggio, del peso di sessanta libbre. Evitando però quei rapidi passaggi dalla inazione alla fatica, che uccidono tanti dei nostri, negli esercizj usavano armi pesanti il doppio di quelle da battaglia; anche in pace si stancavano a continue opere, massime a tagliare strade; Scauro, riconducendo l’esercito dalle Gallie, lo pose a scavar canali nel Parmigiano e Piacentino per ovviare i dilagamenti del Po.DISCIPLINARigorosissimi erano gli statuti militari. La legge Porcia esimeva dalla bastonatura il cittadino, non il soldato. Quello che avesse gettate le armi, deserto il posto, o combattuto senza comando, era condannato in pubblico giudizio; ma se il generale lo toccasse colla sua canna, gli era permesso fuggire; guaj però se si lasciasse più trovare nel campo! ogni soldato teneva ordine di ucciderlo. Se un corpo avesse mostrato viltà, il generale lo decimava, mandando a vituperoso supplizio uno ogni dieci, tratti alla ventura; agli altri, esiglio ed onta.Lo spirito militare animava ogni cosa; dal senato uscivano i generali come gli ambasciatori; non saliva alla sommità della repubblica chi non avesse fatto dieci campagne: onde le guerre conducevansi con finezza politica, e le assemblee spiravano ardor guerresco; l’ambasciatore nella pace prendeva cognizione del popolo che poi veniva a combattere come generale; quegli stessi che aveano risolto in consiglio, eseguivano in campo. A questo doppio uffizio educavasi la gioventù, armeggiare e discutere, arringar il popolo e disciplinare la truppa, governare, combattere e trionfare. E il trionfo portava al consolato, talchè i generali ambivano le battaglie, il senato ne faceva nascere occasioni coll’intromettersi agli interessi delle nazioni straniere. Colui poi che dianzi avea capitanato un esercito, non isdegnava di servire in quello. Entrando in una nuova campagna, il generale sceglieva i tribuni o vogliam dire i colonnelli, questi gli uffiziali inferiori, onde stringevasi saldamente l’unione fra’ superiori e i soldati; comune sentimento li moveva, speranza comune; e l’entusiasmo per la patria e per la gloria recava ad esser prodi, l’obbedienza al capo rendeva questo onnipossente.Così il braccio dei forti era diretto dal senno dei prudenti: e mentre l’arte militare in tutti gli altri paesi andava in dechino, avvilita da mercenarj, o regolata per impeti folli di plebe o capricci di tiranni, qui non meno che a guadagnar battaglie provvedeasi a preparare poco a poco la vittoria colla pacifica intervenzione, coi subdoli maneggi, coll’artifiziosa perseveranza in prevenire o sciogliere le leghe, che la gelosia o l’amore dell’indipendenza opponessero alle conquiste.NUOVE INVASIONI DEI GALLIEd ebbero a farne buona prova contro i Galli Cisalpini, i quali profittavano d’ogni disastro di Roma per minacciarla. Dopo respinti dal Campidoglio, eransitenuti ventitre anni sulla sinistra del Po; poi ricominciarono a molestare il Lazio e la Campania colle correrie. Roma a snidarli, essi a tornare, e un avvicendarsi di attacchi e di sconfitte. Da lunga pezza però mostravano più non pensare a invasioni, quando alcune bande vennero d’oltr’Alpe nella Cisalpina,299chiedendo terre:—Queste sono già nostre (dissero i Galli); ma se volete ubertose campagne, la media Italia ne abbonda». Ed essi calarono nell’Etruria, la quale, vinta ma non domata, guardò, come si suole, il nuovo flagello come un alleviamento dell’antico, e propose di prendere i nuovi Galli, quanti erano, al suo soldo contro Roma. Questi accettarono, ma non appena ebbero tocco il denaro pattuito, ricusarono combattere, e ripassarono l’Appennino.Gli Etruschi, che aveano lasciato trapelare i loro intenti, sentirono d’essere esposti al pericolo, e conoscendo che i deboli non possono resistere ai forti se non coll’associarsi, giurarono la lega coi Sanniti che dicemmo (pag. 201),296spedirono ambasciadori a Sinigaglia e Milano per sollecitare ajuti dai Galli, infidi ma necessarj. E gli ebbero, e con loro osteggiarono i Romani per ricuperare l’indipendenza, ma soccombettero al valore di Fabio e Decio.295Poco stante, Roma spedì Cornelio Dolabella console a devastare il territorio dei Senoni, uccidendo uomini, donne, fanciulli, quanti incontrasse.283Druso portò a Roma molto oro ed ornamenti trovati nel tesoro de’ Senoni, vantando aver ricuperato il denaro con cui era stato ricompro il Campidoglio; e a Seno-gallia venne stabilita una colonia.I GALLIFu la prima sul terreno gallico; e mentre serviva di sentinella avanzata, era pure un fomite perpetuo ad intrighi, ed uno spionaggio nella Cisalpina. In questa i Galli fiorivano nell’abbondanza, talchè per quattro oboli vi si comprava una misura di frumento, per due unadi orzo o di vino, e nelle locande un quarto d’obolo bastava a pranzare. Fra tali agi smettevano l’antica mania del correre e del conquistare; talchè At e Gall, due re de’ Boj stanziati attorno, a Bononia, avendoli eccitati a romper guerra ai Romani e disfare Arimino, altra loro colonia piantata nel 268, vennero trucidati a furor di popolo.Eppure quei due consigliavano il meglio della loro gente, attesochè da Arimino e da Sinigaglia i Romani non cessavano di recar molestia ai Galli; posero impacci al commercio, massime a quello delle armi; finalmente il tribuno Flaminio propose che le terre, tolte ai Senoni cinquant’anni prima e rimaste in mano de’ patrizj, venissero compartite fra il popolo, e ridotte tutte a colonie.238A quest’ultimo colpo si riscossero i Boj, e ordirono una lega dei popoli dell’Italia superiore. Ma i Veneti, gente slava stanziata presso all’Adriatico, ricusarono l’alleanza di questi temuti vicini: i Cenomani, posti fra Brescia e Verona, erano stati guadagnati dal denaro romano: i Liguri, dopo lunga guerra sostenuta colla fierezza ad essi naturale, erano stati dal console Fulvio snidati dagli inaccessibili loro ripari; Bebio li trasse al piano; Postumio li disarmò, non lasciando ad essi altro ferro che l’occorrente ai mestieri. Trovandosi dunque soli, i Boj e gl’Insubri ricorsero ai Galli Transalpini che formavano la lega di Gesda (Gesatæ);226e Lingoni, Anamani, Boj, Insubri s’accolsero in riva al Po. Minacciati alle spalle dai Cenomani e dai Veneti, una parte dovettero rimanere a difesa: cinquantamila con ventimila cavalli e moltissimi carri scesero per la penisola, giurando di non scingere le spade che in Campidoglio.Roma sbigottì deltumulto gallico, e già prevedea nuovi Brenni e nuove sconfitte di Allia; tanto più che il fulmine colpì la rôcca del Campidoglio, tre luneapparvero in cielo, e i fiumi corsero sangue: onde, consultati i libri Sibillini, credè stornare i minacciosi presagi sepellendo vivi nel fôro Boario un Gallo ed una Galla. La superstizione non arrestava i migliori provvedimenti, e si decretò la leva a stormo per tutta l’Italia, la quale deponeva le gelosie quando importava salvarsi da feroci predoni.FORZE DI ROMAQui un importante documento statistico n’è esibito dallo storico Polibio. Secondo lui, il senato si fece presentare i registri di tutte le popolazioni italiche, e ne cavò il prospetto delle forze sì attive che in riserva, e fu siffatto:—Coi consoli stavano quattro legioni romane da cinquemila ducento fanti e tremila cavalli; inoltre trentamila pedoni e duemila cavalli degli alleati; cinquantamila fanti e quattromila cavalli sabini e tirreni, collocati alla frontiera dell’Etruria sotto un pretore. Gli Umbri e Sarsinati dell’Appennino diedero ventimila uomini; altrettanti i Veneti e Cenomani. A Roma teneansi in riserva ventimila fanti e duemila cavalieri fra gli alleati; contavansi presso i Latini ottantamila fanti e cinquemila cavalieri; presso i Sanniti settantamila fanti e settemila cavalieri; presso gli Japigi e Messapi cinquantamila fanti e sedicimila cavalieri; presso i Lucani trentamila de’ primi, tremila degli altri; Marsi, Marrucini, Frentani, Vestini armavano ventimila fanti e quattromila cavalli; di più aveansi in Sicilia e a Taranto due legioni romane da quattromila ducento fanti e ducento cavalieri; e nella popolazione di Roma e sua campagna erano atti alle armi altri ducencinquantamila persone a piedi e ventitremila a cavallo. In numeri tondi risultavano dunque settecento mila fanti e settantamila cavalli[255]. Siccome in casodi tumulto tutti prendeano l’armi, può la popolazione qui indicata stimarsi per un quarto della totale; onde ne risulterebbero tre milioni di liberi. Ma i proletarj, i padri senza figliuoli, i pupilli non erano soggetti al servizio[256]: restava poi a contare lo sterminato numero degli schiavi.I GALLI223I Galli seppero destramente avanzare tra gli eserciti nemici fino ad Arezzo e a Chiusi: quivi sconfissero sei mila Romani; e già erano a tre giornate da Roma, quando in fierissima battaglia, presso al capo di Telamone nella maremma toscana, furono sgominati; il console Regolo vi perì, ma quarantamila Galli rimasero sul campo, oltre diecimila fatti prigionieri.L’INSUBRIA VINTAI nuovi consoli, spingendo la vittoria, invasero la Cispadana, poi l’anno appresso varcarono il Po verso lo sbocco dell’Adda,224favoriti dai Cenomani. I Galli, ridotti alla lor volta a mezzi estremi, trassero dai tempj gliimmobili, insegne d’oro fino, venerate come dai Musulmani lo stendardo di Maometto; e intorno a quelli si levarono in massa. Eppure furono vinti ancora presso Clastidio da Marcello,222che prese Milano e la restante Insubria da Arimino fin al Ticino, pose grosse contribuzioni, confiscò gran parte del territorio, e potè offrire a Giove Feretrio le spoglie opime del loro capo Virdumaro. Solenne trionfo ne menò Roma, e per meglio santificarlo, scannò ad uno ad uno tutti i prigionieri della gente ch’essa chiamava barbara; sul Po piantò le colonie di Piacenza e Cremona;221e vantava:—Noi abbiamodomi gl’Insubri, assicurato il dominio dei due mari che ci separano dalla Spagna e dalla Grecia, occupato l’Istria e l’Illiria, sottomesso al voler nostro tanta Italia, da armare ottocentomila uomini».Eppure fra poco dovea vedersi ridotta a disputare ad un nemico ostinato fin i terreni circostanti alla capitale.
CAPITOLO XII.Cartagine. Prima guerra punica.Sistema militare dei Romani. Conquista dell’Insubria.Ci cadde ripetutamente menzione dei Fenicj, popoli di schiatta araba, detti Cananei dalla Bibbia, che stanziati tra le falde del Libano ed il Mediterraneo, s’un lembo di paese centrenta miglia lungo e trenta largo ove più, a guisa de’ Veneziani e de’ Genovesi moderni spinsero il commercio animosamente non solo nel mar nostro, ma e nel Rosso e nell’Oceano, e seminarono di colonie e di scali il littorale e le isole da Tiro fin alle Cassiteridi, che oggi diciamo Sorlinghe.O fosse colonia spontaneamente partita, o fosse la vinta fazione di re Sicheo, che colla costui vedova Didone o Elisa cercasse scampo e patria altrove, uno sciame di Fenicj fabbricò Cartagine,869nel golfo africano che, rimpetto alla Sicilia, è formato dallo sporgere dei capi Bon e Zibib, sopra una penisola fra Tunisi e Utica, il cui istmo si dilata men di quattro miglia. La città crebbe, e divenne l’unico Stato libero che si alzasse mai sulle coste d’Africa, la prima repubblica conquistatrice insieme e trafficante di cui rimanga storia, e che per molti secoli sciolse il difficile problema d’arricchire senza perdere la libertà. Dica pure Strabone che settecentomila abitanti vi furono assediati da Scipione; Cartagine non potè mai contarne meglio di ducencinquantamila. Il quartiere di Megara era tutto a giardini, broli, canali; a sopracapo sorgeva la fortezza di Birsa; il porto militare, scavato a mano e capace di ducento navi da guerra, aveva in mezzo l’isola di Coton, e comunicava col porto mercantile, la cui entrata chiudevasi con catene di ferro.CARTAGINE E SUE COLONIESe d’un popolo ci è rivelata l’indole dalla religione, quella de’ Cartaginesi era avara e melanconica fino alla crudeltà; cupe immagini la vestivano; astinenze, volontarie torture, congreghe notturne al bujo, superstizioni dissolute ed inumane. Sotto gli occhi della dea Astarte si prostituivano le fanciulle, e il prezzo vituperevole si accumulava come dote. Melcart, l’Ercole loro, ispirolli a grandi imprese: ma la luce di lui era contaminata da sacrifizj umani, rinnovati a tempi fissi; poi nelle maggiori necessità gli si offrivano gli oggetti più cari. Quando Agatocle li vinse, i Cartaginesi si credettero puniti perchè da alcun tempo scarseggiavano nell’inviare offerte ai tempj in Fenicia, onde a profusione ne spedirono, fin a togliere dai proprj santuarj i tabernacoli d’oro: poi temendo ancora che il dio avesse preso corruccio perchè, invece di fanciulli bennati, gliene immolavano talora di compri, ne sacrificarono ducento delle prime famiglie; e trecento uomini sottoposti a processo, offrironsi spontanei a morire sugli altari. Desolati dalla peste mentre assediavano Agrigento, gettarono molti uomini in mare per calmar Nettuno. Annibale guerreggiava in Italia quando gli si annunziò che suo figlio era designato per l’annuale olocausto; ed egli:—Io preparo agli Dei sacrifizj che saranno più accetti». Invano Dario re di Persia e Gelone di Siracusa posero per patto di pace che i Cartaginesi cessassero d’insanguinare gli altari; la superstizione prevalse, sopravvisse persino alla perdita della gloria e dell’indipendenza.Qual meraviglia se troviamo i Cartaginesi duri, servili, egoisti, cupidi, inesorabili, senza fede? Alle emozioni generose pareano renderli inaccessi il culto, l’aristocrazia mercantile, l’avidità del guadagno: pure ricordiamoci che la storia loro non ci è narrata che da’ loro nemici.Non è del nostro tema studiarne gl’istituti, nè descrivere il commercio che Cartagine menava estesissimo coll’interno dell’Africa e colle estremità dell’Europa. Assoggettò i barbari abitanti di quella costa, fissandoli in colonie lungo il littorale; e per assicurarsi i viveri, ne teneva di agricole nella Zeugitana e nella Bisacena, ove le derrate europee prosperarono colle africane; sul lembo della Numidia e della Mauritania suoi banchi fortificati a vantaggio di essa trafficavano cogl’indigeni, ed assicuravano la via di terra fino alle colonne d’Ercole, e uno schermo alle navi nel pericoloso tragitto dall’Africa in Spagna. Queste colonie però erano fra loro disgregate, nè parevano accordarsi che nell’odiare la dominante; ond’essa vietava che si cingessero di mura, col che tenevasi esposta alle correrie nemiche: ad oriente poi erravano tribù indomite, simili ai moderni Beduini; ad occidente la minacciavano i poderosi regni di Numidia e Mauritania; sulla costa medesima e a mezzodì le si ergevano emule Tunisi, Aspis, Adrumeto, Ruspina, la piccola Lepti e Tapso, oltre Utica che si conservò sempre indipendente.Qui consisteva la debolezza di Cartagine: sua forza e suo vanto erano le colonie, piantate ne’ più comodi e più lontani paesi. E prima nel Mediterraneo assoggettò le Baleari, che la fornivano di vino, olio, lana, muli; a Gozzo, a Cherchinesso, a Malta battevano per essa telaj di lino; tutte poi le erano scali al commercio, e rinfresco ai vascelli. In Sardegna fondò Cagliari e Sulci; e perchè ne traeva grani in abbondanza, metalli, pietre fine, la considerava in grado non inferiore all’Africa. Quando i Focesi, insofferenti del giogo persiano, occuparono la Corsica fondandovi Aleria, Cartagine ne li snidò, gelosa di negozianti sì attivi. Pare che anche fuor dello stretto di Gibilterra occupasse nel Grande oceano le Canarie e Madera. In terraferma pose altrecolonie; e Annone fu spedito a fondarne una serie lungo la marina occidentale d’Africa dove ora sorgono Fez e Marocco; Imilcone un’altra sul lembo occidentale d’Europa, e forse sino nel Giutland. Dalla Gallia li tennero lontani i Focesi di Marsiglia; ma la Liguria li provvedeva d’eccellenti marinaj: nella Spagna rinnovarono le colonie fenicie dell’Andalusia e di Gade, e vi scavarono miniere a gran vantaggio.Scopo dunque di Cartagine non era il conquistare come Roma, bensì l’estendere la mercatura e i guadagni, impedire che la popolazione eccedesse, trovare collocamento ai cittadini sprovveduti. Ma come Venezia, a cui in tanti punti conviene, non assimilava a sè i coloni e i sudditi; anzi, per paura di vederli farsi indipendenti, li teneva in dura soggezione, infiacchendo le membra per vantaggio del capo.MAGONEDal piantarsi in Italia furono impediti i Cartaginesi dagli Etruschi e dai Latini. La Sicilia, disgiuntane appena cento miglia, viepiù ne stuzzicava i desiderj, come quella da cui dipenderebbero la sua padronanza nel Mediterraneo, l’approvvigionamento delle armate, e il commercio del vino e dell’olio. Primeggiava allora in Cartagine Magone, che ne creò la forza e il sistema militare, e fu stipite d’una famiglia, illustre per tre generazioni di capitani[248]. Piantò egli colonie in Sicilia; le quali però essendo tenute deboli per la solita paura che si rivoltassero, potevano dar molestia, ma non prevalere alle ricche e indipendenti colonie greche:480quando poi Amilcare di Magone fu sbaragliato da Gelonere di Siracusa (pag. 241), i Cartaginesi penarono a difendere le colonie e gli acquisti. E per settant’anni la storia sicula più non fa menzione di loro; poi si riaffacciano poco prima della tirannia di Dionigi il Vecchio, quando ajutarono410Segesta contro Selinunte, ed occuparono altre terre. Esso Dionigi e Agatocle, cupidi di unire tutta l’isola, mossero ad essi guerra: pure i Cartaginesi vi tennero sempre un piede; e la loro perseveranza, l’inesauribile forza dell’oro, e le irrequietudini perpetue di Siracusa gli avrebbero anche fatti signori di tutta Sicilia, se avessero posseduto un valente generale. Combattuto con alterna fortuna, nella pace del 383 s’ebbero assicurato un terzo di quell’isola.FORZE E CONQUISTEFra ciò Cartagine spiegava e cresceva le proprie forze nelle lotte cogli Etruschi, coi Greci, coi Marsigliesi, poi coi Romani, e fa meraviglia come prontamente si rifacesse delle perdite. Da prima usava solo triremi, poi le ingrandì al tempo d’Alessandro; nella guerra coi Romani n’ebbe di cinque e di sette ordini, colle poppe ornate de’ suoi Dei marittimi, Poseidon, Tritone, i Cabiri. Una quinquereme portava cenventi soldati e trecento marinaj; al remo gli schiavi; prestissima ne’ volteggiamenti. Al persiano Serse somministrò fin duemila navi lunghe e tremila di carico per osteggiare la Grecia. Gli ammiragli però non operavano di pieno arbitrio, ma dipendevano dai generali di terra nelle imprese che voleano concerto, se no dal senato; e le vittorie erano occasione di pubblici tripudj, di pubblico gemito le sconfitte. La cavalleria, perchè costosa, era formata di nobili Cartaginesi, i quali portavano un anello per ogni spedizione fatta: v’avea pure una legione sacra di cittadini riccamente in arnese. Il servizio di terra affidavasi per lo più a mercenarj d’ogni nazione; e sapendo a punto quanto costasse un soldato greco, quanto un africano, un campano, un gallo, mettevanoin bilancio il costo di un esercito col frutto che verrebbe da una conquista: al fine della campagna riscattavano i prigionieri, e le spese si pareggiavano colle estorsioni fatte ne’ paesi acquistati. Questa turba ragunaticcia, combattendo fuor del paese natìo e contro gente più povera, non era allettata a disertare; e la diversità di favella e di religione impediva che vi si formassero minacciosi accordi. Ma ne scapitava la disciplina; penoso era il trasportarli per mare; a fronte di truppe disciplinate e nazionali, trovavansi mancare di quel coraggio, che si fonda sul patriotismo e sul sentimento dell’importanza individuale.Coi Romani erasi Cartagine incontrata nei mari, fin quando essi, potenti sotto i re, stavano a capo della lega Latina, ed emulavano gli Etruschi: e l’anno della cacciata de’ Tarquinj509conchiuse un trattato, pel quale i Romani si obbligavano a non navigare nè essi nè i loro alleati di là dal capo Bon; però i mercadanti loro approdando a Cartagine, sarebbero immuni da balzelli; le vendite avrebbero pubblica fede; otterrebbero giustizia ne’ paesi siculi, sottomessi ai Cartaginesi; questi non recherebbero danno ai popoli d’Anzio, Ardea, Laurento, Circei, Terracina, o a qualunque latino di loro dipendenza, nè torto alle città libere; non fabbricherebbero fortezze in paesi de’ Latini, e se vi entrassero armati, non vi pernotterebbero.348In un secondo trattato vi furono inchiusi i popoli di Tiro, d’Utica e i loro alleati: «i Cartaginesi, se prenderanno qualche città latina non dipendente da Roma, la cederanno a questi, serbandosi l’oro e i prigionieri: se facciano prigionieri sopra un popolo in pace con Roma, ma non sottomesso, non lasceranno che entrino ne’ porti romani; entrandovi, se un cittadino li tocchi, diverranno liberi; altrettanto si adoprerà dai Romani, che non fabbricheranno città in Africa e in Sardegna; potranno però venderee comprare nelle terre cartaginesi al par de’ cittadini, e così viceversa quei di Cartagine». Questi trattati confermaronsi giurando i Cartaginesi pe’ loro Dei, i Romani per la pietra (διὰ λίθον), simbolo primitivo di Giove; cioè, tenendo una pietra in mano, uno diceva:—Se giuro il vero, ogni cosa mi accada prospera; se penso diverso da quel che giuro, gli altri godano la patria, le leggi, i beni, la religione, le tombe, ed io solo sia respinto come ora fo con questo sasso»; e lo lanciava.I quali documenti preziosi[249], che sono il più antico testimonio della repubblica romana, basterebbero a convincere di falso la comune degli scrittori che, duranti i re, ci presentano come ancora in fasce quella Roma che qui ci appare qual potenza marittima, e signora d’alcuni, protettrice degli altri popoli latini.RELAZIONE DI CARTAGINE CON ROMANiuno però s’affretti a conchiudere che Roma avesse legni grossi, giacchè gli Stati barbareschi, che su quel lembo d’Africa sgomentarono fin jeri anche le maggiori potenze europee, non adopravano navi di linea: Roma poi stipulava forse come capitana della federazione latina, cioè di popoli provvisti di marina, benchè essa ne mancasse; e se pur l’ebbe, dovette lasciarla deperire, talchè n’era sguarnita tre secoli più tardi. Infatto quando Pirro invase la Sicilia,278Roma e Cartagine stipularono che nessuna patteggerebbe coll’Epiroto senza concorso dell’altra; Cartaginein caso di bisognosomministrerebbe navi, ma non imbarcherebbe senza consenso di Roma. Credendo caso di bisogno il cacciar Pirro quando minacciava Roma, i Cartaginesi mandarono ad Ostia trenta galee; ma i Romani ringraziando le rinviarono, temendo portassero via schiavi e spoglie italiane.PRIMA GUERRA PUNICAIntente ognuna ad escludere l’altra da’ suoi territorj, le due repubbliche trattavano da pari a pari; che se Roma sentiva la preponderanza d’uno Stato guerresco sopra uno trafficante, Cartagine aveva tesori per comprare truppe quante volesse, oltre la indisputata prevalenza sul mare. Sarebbero dunque potute ciascuna seguitare la propria strada senza venire a cozzo; ma a guastarle offrì ragioni la Sicilia, secondo avea predetto Pirro. Di quell’isola, agitata ora dalla tirannide di despoti, ora dalla tirannide della libertà, spartivansi allora il dominio i Cartaginesi, i Siracusani del re Gerone II, cui obbedivano anche Leontini, Acre, Megara, Elori, Taormina, e i Mamertini ricoverati al Peloro.269Questi ultimi erano stati sconfitti e ridotti all’estremità da esso Gerone; nè più serbando che Messina, risolsero di cedergliela: ma quand’egli s’avanzava per occuparla, Annibale generale dei Cartaginesi il tenne a bada, e intanto spedì ad invadere la città. Posti fra due fuochi, i Mamertini, siccome Campani che erano, volsero gli occhi all’Italia, e chiesero ajuti a Roma.Gli onest’uomini dissuadevano i Romani dall’ingiusta intervenzione, e dal sostenere a Messina quei Mamertini, di cui la perfidia aveano punita a Reggio; ai politici invece arrideva quest’occasione di fare acquisti, e di mortificare Cartagine: il senato ricusò, il popolo volle, e preponderando già la democrazia, fu risolta laspedizione. Anche i Mamertini264già n’erano pentiti; ma il console Appio Claudio Caudice, figlio del Cieco, imbarcò le legioni su vascelli della Magna Grecia o su zatte. La flotta cartaginese e una tempesta disperdono l’armamento; e Annone, ammiraglio della casa di Magone, tenta ridestare l’onoratezza romana col rinviare i vascelli presi, movendo insieme querela dei patti violati, e professando che Cartagine non lascerebbe mai Roma impadronirsi dello Stretto. Ma Appio Claudio si ostina all’impresa; eludendo la vigilanza dei Cartaginesi, su navi della Magna Grecia si tragitta; sbarcato, vince Gerone così presto, che questo confessa non avere tampoco avuto tempo di vederlo. Esso re, comprendendo quanto dell’amicizia d’un popolo senza navi gli tornasse miglior conto che di quella de’ Cartaginesi, restituì i prigionieri, pagò le spese della guerra, e strinse e serbò fedelmente alleanza coi Romani. I quali, violando il diritto pubblico, occuparono il porto di Messina, e sotto finta di parlamento arrestarono Annone, che per riscattarsi fu obbligato a farne uscire la guarnigione.263Ai Romani allora brillò la possibilità di snidare i Cartaginesi dall’isola; e mandatovi i due nuovi consoli con quattro legioni, in meno di diciotto mesi ebbero prese sessantasette piazze e fortezze e la grande Agrigento, difesa da due eserciti di cinquantamila uomini, comprati dalla Spagna, dalla Gallia, dalla Liguria. Come dovette starne la Sicilia, corsa da tante truppe, e dove la guerra esercitavasi con tale inumanità! Nella sola Agrigento, la cui espugnazione costò ventimila vite ai Romani, questi vendettero venticinquemila liberi: Annone, non potendo ottenere che i nemici gli rendessero la carpita Messina, avea fatto passar per le spade quanti Italiani servivano sotto le sue bandiere: Amilcare, udendo i Galli da lui assoldati mormorare, gl’invia ametter a sacco Antella, ma di nascosto ne dà avviso ai Romani, che gli appostano e trucidano; scelleraggine che gli antichi encomiarono come bella trovata di guerra. Di simil genere stratagemma avea usato re Gerone: mal volentieri soffrendo gli stranieri inquieti arrolati fra le sue truppe, quando aveva ad assaltare i Mamertini, divise l’esercito in due, i Siracusani distinti dagli assoldati; a capo dei primi mosse l’attacco, lasciando gli altri esposti ai Mamertini, che li fecero a pezzi[250]. Così continuo traspare negli antichi il disprezzo della vita dell’uomo!Ai Romani fu ben tosto chiaro che non potrebbero acquistare nè conservare la Sicilia, e schermir la costa e le città dalla flotta cartaginese, senza una marina. Una galea cartaginese naufragata offerse loro il modello, legnami l’Appennino, perseveranza la natura loro: in sessanta giorni ebbero costruiti centrenta vascelli, ben presto esercitata la ciurma; e per elidere l’esperienza dei nemici inventarono i corvi, certi ponti che dall’albero di prua violentemente calando sulla nave nemica, vi si conficcavano con branche e arpioni di ferro, e la attaccavano alla romana, in modo da ridurre il combattimento a duelli, siccome in terraferma.DUILLIOCosì racconta la storia miracolaja, ma è più probabile che di navi li provvedesse Gerone II, potente sul mare. Comunque sia, il console Duillio Nepote riportò presso Lipari la prima vittoria marittima;260cinquanta legni nemici presi o colati a fondo, tremila uomini uccisi, settemila prigioni: in memoria del quale successo fu eretta a Duillio una colonna ornata di rostri, e concesso per tutta la vita che la sera fosse ricondotto a casa coi fanali a suon di trombe. La fortuna durò prospera negli anni susseguenti, prendendosi Lipari e Malta, poi la Corsica e la Sardegna.Annibale, comandante alla spedizione cartaginese, riconducendo in patria le misere reliquie della flotta, dopo perduto sin la capitana, sentivasi sovrastare la punizione che Cartagine soleva infliggere agli sconfitti; onde spedì innanzi un messo che al senato espose:—Il console romano guida una flotta numerosa, ma di vascelli goffamente costrutti, e con certe macchine mai più vedute. Annibale vi domanda se deve dargli battaglia.—La dia (risposero i governanti ad una voce), e punisca i Romani dell’averci assaliti nel nostro elemento». Allora il messo:—La diede, argomentando egli pure come voi, e fu vinto». Ciò valse l’assoluzione dell’ammiraglio sfortunato.ATTILIO REGOLOGià Agatocle avea mostrato come Cartagine si trovasse mal provveduta contro chi l’assalisse sul proprio terreno, ove le colonie oppresse o le città rivali ajutavano chiunque la minacciasse. Roma dunque decretò uno sbarco in Africa, sebbene il console Marco Attilio Regolo256fosse costretto ricorrere a minaccie e punizioni per indurre i soldati a quel che loro pareva troppo lungo tragitto, e spaventevole pei mostri che diceasi popolassero le arene libiche: e sebbene i tanti Italiani, che Roma obbligava al remo sulle sue galere, macchinassero insieme cogli schiavi una sollevazione, che solo il tradimento sventò[251], Regolo con quarantamila uomini montati su trecento trenta galee sbaragliò ad Ecnomo la flotta cartaginese di trecencinquanta galee con cencinquantamila uomini, e sbarcato in Africa, ebbe presto assoggettate ducento città, e fin Tunisi, forte per posizione e per mura, dove pose il quartier generale. Cartagine, folta di gente fuggita dalla campagna, e vedendo le aquile romane piantate fin sugli spaldi della vicina Tripoli, chiedeva pace, e Regoloavrebbe potuto dettarla qual Roma la conchiuse dopo tredici altri anni di guerra e centomila morti; ma geloso di non lasciare altrui la gloria di un’impresa da sè cominciata, rispose, allora solo sospenderebbe le armi quando più non rimanesse loro un vascello sul mare. Arroganza indegna di buon capitano, dalla quale ridotti a disperazione, i Cartaginesi chiamarono al comando uno straniero, Santippo di Sparta.255Costui conobbe che l’inferiorità non veniva da fiacchezza dei Cartaginesi o da valore dei Romani, bensì dal mancare di tattica e di strategia; insegnò a ben valersi degli elefanti e della cavalleria; e tratti i Romani al largo, li vinse presso Tunisi, e ridusse prigioniero il console stesso.Si narra che i Cartaginesi, quattro anni dopo, mandassero Regolo a Roma per consigliare il cambio dei prigionieri, fattogli giurare che, non ottenendolo, ritornerebbe. Anteponendo al proprio quel che credeva il meglio della patria, egli consigliò il senato di persistere nella guerra, e lasciar morire prigionieri coloro che non avevano saputo conservarsi liberi. Fedele alla parola, tornò a Cartagine, ove acerbe torture punirono la sua fedeltà; e Roma, gareggiando di barbarie, consegnò alla vendetta della moglie di Regolo i prigionieri cartaginesi, ch’ella straziò con lunghi spasimi, finchè l’autorità non glieli ritolse[252].La gelosia di quel governo di mercanti ci fa meno difficili a credere che i Cartaginesi, sospettosi diSantippo vincitore, come i Veneziani del Carmagnola, lo buttassero in mare: fatto è che più non se ne ragiona.GUERRA IN SICILIAAbbandonata allora l’Africa, si rinfocò la guerra in Sicilia. Il proconsole Cecilio Metello battè presso Palermo i Cartaginesi capitanati da Asdrubale,251e menò trionfo in Roma: ma poi per otto anni i Romani n’andarono colla peggio, perdendo quattro flotte. La maggiore sconfitta toccarono da Aderbale249presso Drepano quando, non volendo gli auguri che si attaccasse battaglia perchè i polli sacri davano malaugurio col non mangiare, il console Claudio Pulcro sorridendo,—Dunque bevano» disse, e feceli gettar in mare. L’empietà scoraggiò i soldati, vinti prima di combattere; e novantatre navi restarono perdute, morti ottomila Romani, prigionieri ventimila. Agrigento fu presa e messa al nulla dai Cartaginesi, i cui generali Annibale e Cartalone mostrarono di congiungere al valore l’abilità. Alfine però i Romani prevalsero, e tutta Sicilia tornò in loro potere. Solo Drepano e Lilibeo, promontorj all’occidente che potevano considerarsi come l’antemurale di Cartagine, furono insignemente difesi da Amilcare, detto Barca cioè fulmine, padre del più famoso Annibale.Postatosi egli sui promontorio d’Erice, senza alleati vicini nè fortezza nè speranza di soccorsi, vi si mantenne cinque anni, e di là corseggiava le coste d’Italia sino a Cuma, e molte volte profligò i Romani. Cartagine per sostenerlo spedì una flotta con danaro e provvigioni, ma con pochi uomini; la quale scontrata da Lutazio Catulo242con ducento quinqueremi alle isole Egati, fu posta a sbaraglio. Anche i Galli disertarono da Amilcare ai Romani, che allora per la prima volta assoldarono Barbari.BATTAGLIA ALLE EGATISe la popolazione ellenica avesse conservato in Sicilia lo spirito guerresco, avrebbe potuto prendere parte attiva in quella guerra, e Siracusa meritar di riprendere la preminenza nell’isola col soccorrere i Romani non solo di viveri, ma anche di navi. Però da un pezzo erasi contratta l’abitudine di comprare le braccia di Siculi e di Campani, i quali poi essendo divenuti ausiliarj de’ Romani, la Sicilia, eccetto il regno di Gerone, passò a dominio di questi.In ventidue anni di guerra continua, tra le battaglie, tra la mala pratica, tra la difficoltà delle coste d’Africa, Roma avea perdute settecento galee: Cartagine appena cinquecento, ma scarseggiava di danaro a segno, che il moggio di frumento vendevasi un asse[253]. Roma, benchè diminuita di un sesto di abitanti, costretta ad alterare le monete fin dell’ottanta per cento, con indomita perseveranza diceva:—Non cederò mai; la guerra alimenterà la guerra». I Cartaginesi negozianti calcolarono gl’interrotti traffici e le esuberanti spese, sicchè l’avarizia divenendo ausiliaria dell’umanità, proposero la pace. Roma, che l’aveva rifiutata per consiglio di Regolo, allora l’accettò dopo tante spese e tanto sangue, a questi patti:—I Cartaginesi sgombrino laSicilia e le vicine isolette; entro dieci anni paghino a Roma duemila ducento talenti (17 milioni di fr.) per contribuzione di guerra; restituiscano i prigionieri e disertori; non moveranno più guerra a Gerone re di Siracusa». Nuovi emergenti li costrinsero a cedere ben presto anche la Sardegna.PACE DELLE ISOLE EGATIIl tempio di Giano a Roma fu chiuso, ma poco tardò ad essere riaperto, per non serrarsi più fin ai giorni di Augusto. E prima occasione di rifar guerra fu la spedizione contro gl’Illirj,230che corseggiavano l’Adriatico. Roma, esibendosi protettrice degl’Italiani finchè non potesse rendersene padrona, avea fatto accordi con que’ pirati acciocchè non li molestassero; ma quelli seguitavano a predar le navi e le coste. Spedì essa a lamentarsene con Teuta loro regina, vedova d’Agrone; ma costei uccise gli ambasciadori. Subito le si porta guerra, passando per la prima volta il golfo jonio;228e vintala, e privata di parte degli Stati, Roma è benedetta dagli Italiani e dai Greci come liberatrice del mare, e da questi ricevuta in cittadinanza ordinaria e ammessa ai misteri eleusini; e passeggia trionfante anche sul campo dove prima non grandeggiava che Cartagine.SPEDIZIONE IN ILLIRIAOrmai del potere come della ricchezza riguardava essa per fonte prima le armi, talchè dottrina suprema era quella della guerra. In pace non tenea milizia nazionale nè forestiera, anzi era vietato il portar armi entro la città; solo all’occorrenza d’un pericolo, dal console e dal pretore urbano erano chiamati tutti alle armi, collocati dagli edili o dai triumviri criminali ai posti minacciati e alle ronde, col pilo o colla spada: tardi le fazioni introdussero bande di barbari o di schiavi[254]. Ogni cittadino era obbligato alla milizia senon avesse quarantasei anni, o finite sedici campagne a piedi, o dieci a cavallo.LEGIONELa legione, così detta dal riempirsi d’uomini eletti, variò di numero secondo le età; e da tremilatrecento, di cui si componeva sotto Romolo, fu portata fino a seimila al tempo delle guerre macedoniche. Ordinariamente ciascun console levava due legioni; e più, se ne nascesse bisogno. In battaglia disponevansi in cinque divisioni: nella prima i principi o classici, che in appresso formarono la seconda; poi gli astati; quindi i triarj o pilani; infine i rorarj e gli accensi, dall’armatura leggera (pag. 163). La legione dividevasi inoltre in coorti, manipoli e centurie. Più tardi fu da Mario riordinata la coorte, che contava trenta uomini di fronte e dieci di profondità: disposizione agilissima, e opportuna a qualunque terreno o forma.ARMIArmi erano le freccie, le frombole e il tremendo pilo, giavellotto di sette piedi, e più lungo pei triarj; lanciato il quale a tutta forza di braccio, colla spada risolvevasi la giornata. Lancia e sciabola erano pure le armi offensive della cavalleria; le difensive elmo, corazza e leggiero scudo. Nerbo degli eserciti teneasi la fanteria: la cavalleria, sebbene formasse talvolta un corpo separato, non servì d’ordinario che a fiancheggiare i pedoni; e la minore abilità dei Romani in questa disajutò le loro imprese contro i Numidi e i Parti. I rorarj, frombolieri ed arcieri ingaggiavano la mischia, poi consumati i projetti, ritiravansi a lato della legione; ed allora gli astati giocavano de’ giavellotti, e mentre i nemici attendevano a liberarne gli scudi ove s’eranoconfitti, essi gli aggredivano colle sciabole. Che se trovassero valida resistenza, subentravano freschi i principi, da sezzo i triarj; di maniera che il nemico, esposto a tre rinnovati attacchi, mal si poteva reggere. Gli accensi componevano il battaglione di deposito.Oltre il vivere, i soldati portavano seco i pali per formare la trincea; e dovunque fermassero il piede, munivano il campo con un terrapieno quadrato, e una fossa dieci piedi profonda. Nel mezzo dell’accampamento tendevasi il padiglione pretorio, all’intorno gli uffiziali, indi i restanti guerrieri; e dal centro partivano quattro strade rette, fino alle porte schiuse nella trincea. Nelle marcie procedevasi in colonne; ma se temessero un attacco, si ordinavano in linea, togliendosi nel centro i bagagli. Il soldato romano faceva venti o ventiquattro miglia in cinque ore, con tutto il suo fardaggio, del peso di sessanta libbre. Evitando però quei rapidi passaggi dalla inazione alla fatica, che uccidono tanti dei nostri, negli esercizj usavano armi pesanti il doppio di quelle da battaglia; anche in pace si stancavano a continue opere, massime a tagliare strade; Scauro, riconducendo l’esercito dalle Gallie, lo pose a scavar canali nel Parmigiano e Piacentino per ovviare i dilagamenti del Po.DISCIPLINARigorosissimi erano gli statuti militari. La legge Porcia esimeva dalla bastonatura il cittadino, non il soldato. Quello che avesse gettate le armi, deserto il posto, o combattuto senza comando, era condannato in pubblico giudizio; ma se il generale lo toccasse colla sua canna, gli era permesso fuggire; guaj però se si lasciasse più trovare nel campo! ogni soldato teneva ordine di ucciderlo. Se un corpo avesse mostrato viltà, il generale lo decimava, mandando a vituperoso supplizio uno ogni dieci, tratti alla ventura; agli altri, esiglio ed onta.Lo spirito militare animava ogni cosa; dal senato uscivano i generali come gli ambasciatori; non saliva alla sommità della repubblica chi non avesse fatto dieci campagne: onde le guerre conducevansi con finezza politica, e le assemblee spiravano ardor guerresco; l’ambasciatore nella pace prendeva cognizione del popolo che poi veniva a combattere come generale; quegli stessi che aveano risolto in consiglio, eseguivano in campo. A questo doppio uffizio educavasi la gioventù, armeggiare e discutere, arringar il popolo e disciplinare la truppa, governare, combattere e trionfare. E il trionfo portava al consolato, talchè i generali ambivano le battaglie, il senato ne faceva nascere occasioni coll’intromettersi agli interessi delle nazioni straniere. Colui poi che dianzi avea capitanato un esercito, non isdegnava di servire in quello. Entrando in una nuova campagna, il generale sceglieva i tribuni o vogliam dire i colonnelli, questi gli uffiziali inferiori, onde stringevasi saldamente l’unione fra’ superiori e i soldati; comune sentimento li moveva, speranza comune; e l’entusiasmo per la patria e per la gloria recava ad esser prodi, l’obbedienza al capo rendeva questo onnipossente.Così il braccio dei forti era diretto dal senno dei prudenti: e mentre l’arte militare in tutti gli altri paesi andava in dechino, avvilita da mercenarj, o regolata per impeti folli di plebe o capricci di tiranni, qui non meno che a guadagnar battaglie provvedeasi a preparare poco a poco la vittoria colla pacifica intervenzione, coi subdoli maneggi, coll’artifiziosa perseveranza in prevenire o sciogliere le leghe, che la gelosia o l’amore dell’indipendenza opponessero alle conquiste.NUOVE INVASIONI DEI GALLIEd ebbero a farne buona prova contro i Galli Cisalpini, i quali profittavano d’ogni disastro di Roma per minacciarla. Dopo respinti dal Campidoglio, eransitenuti ventitre anni sulla sinistra del Po; poi ricominciarono a molestare il Lazio e la Campania colle correrie. Roma a snidarli, essi a tornare, e un avvicendarsi di attacchi e di sconfitte. Da lunga pezza però mostravano più non pensare a invasioni, quando alcune bande vennero d’oltr’Alpe nella Cisalpina,299chiedendo terre:—Queste sono già nostre (dissero i Galli); ma se volete ubertose campagne, la media Italia ne abbonda». Ed essi calarono nell’Etruria, la quale, vinta ma non domata, guardò, come si suole, il nuovo flagello come un alleviamento dell’antico, e propose di prendere i nuovi Galli, quanti erano, al suo soldo contro Roma. Questi accettarono, ma non appena ebbero tocco il denaro pattuito, ricusarono combattere, e ripassarono l’Appennino.Gli Etruschi, che aveano lasciato trapelare i loro intenti, sentirono d’essere esposti al pericolo, e conoscendo che i deboli non possono resistere ai forti se non coll’associarsi, giurarono la lega coi Sanniti che dicemmo (pag. 201),296spedirono ambasciadori a Sinigaglia e Milano per sollecitare ajuti dai Galli, infidi ma necessarj. E gli ebbero, e con loro osteggiarono i Romani per ricuperare l’indipendenza, ma soccombettero al valore di Fabio e Decio.295Poco stante, Roma spedì Cornelio Dolabella console a devastare il territorio dei Senoni, uccidendo uomini, donne, fanciulli, quanti incontrasse.283Druso portò a Roma molto oro ed ornamenti trovati nel tesoro de’ Senoni, vantando aver ricuperato il denaro con cui era stato ricompro il Campidoglio; e a Seno-gallia venne stabilita una colonia.I GALLIFu la prima sul terreno gallico; e mentre serviva di sentinella avanzata, era pure un fomite perpetuo ad intrighi, ed uno spionaggio nella Cisalpina. In questa i Galli fiorivano nell’abbondanza, talchè per quattro oboli vi si comprava una misura di frumento, per due unadi orzo o di vino, e nelle locande un quarto d’obolo bastava a pranzare. Fra tali agi smettevano l’antica mania del correre e del conquistare; talchè At e Gall, due re de’ Boj stanziati attorno, a Bononia, avendoli eccitati a romper guerra ai Romani e disfare Arimino, altra loro colonia piantata nel 268, vennero trucidati a furor di popolo.Eppure quei due consigliavano il meglio della loro gente, attesochè da Arimino e da Sinigaglia i Romani non cessavano di recar molestia ai Galli; posero impacci al commercio, massime a quello delle armi; finalmente il tribuno Flaminio propose che le terre, tolte ai Senoni cinquant’anni prima e rimaste in mano de’ patrizj, venissero compartite fra il popolo, e ridotte tutte a colonie.238A quest’ultimo colpo si riscossero i Boj, e ordirono una lega dei popoli dell’Italia superiore. Ma i Veneti, gente slava stanziata presso all’Adriatico, ricusarono l’alleanza di questi temuti vicini: i Cenomani, posti fra Brescia e Verona, erano stati guadagnati dal denaro romano: i Liguri, dopo lunga guerra sostenuta colla fierezza ad essi naturale, erano stati dal console Fulvio snidati dagli inaccessibili loro ripari; Bebio li trasse al piano; Postumio li disarmò, non lasciando ad essi altro ferro che l’occorrente ai mestieri. Trovandosi dunque soli, i Boj e gl’Insubri ricorsero ai Galli Transalpini che formavano la lega di Gesda (Gesatæ);226e Lingoni, Anamani, Boj, Insubri s’accolsero in riva al Po. Minacciati alle spalle dai Cenomani e dai Veneti, una parte dovettero rimanere a difesa: cinquantamila con ventimila cavalli e moltissimi carri scesero per la penisola, giurando di non scingere le spade che in Campidoglio.Roma sbigottì deltumulto gallico, e già prevedea nuovi Brenni e nuove sconfitte di Allia; tanto più che il fulmine colpì la rôcca del Campidoglio, tre luneapparvero in cielo, e i fiumi corsero sangue: onde, consultati i libri Sibillini, credè stornare i minacciosi presagi sepellendo vivi nel fôro Boario un Gallo ed una Galla. La superstizione non arrestava i migliori provvedimenti, e si decretò la leva a stormo per tutta l’Italia, la quale deponeva le gelosie quando importava salvarsi da feroci predoni.FORZE DI ROMAQui un importante documento statistico n’è esibito dallo storico Polibio. Secondo lui, il senato si fece presentare i registri di tutte le popolazioni italiche, e ne cavò il prospetto delle forze sì attive che in riserva, e fu siffatto:—Coi consoli stavano quattro legioni romane da cinquemila ducento fanti e tremila cavalli; inoltre trentamila pedoni e duemila cavalli degli alleati; cinquantamila fanti e quattromila cavalli sabini e tirreni, collocati alla frontiera dell’Etruria sotto un pretore. Gli Umbri e Sarsinati dell’Appennino diedero ventimila uomini; altrettanti i Veneti e Cenomani. A Roma teneansi in riserva ventimila fanti e duemila cavalieri fra gli alleati; contavansi presso i Latini ottantamila fanti e cinquemila cavalieri; presso i Sanniti settantamila fanti e settemila cavalieri; presso gli Japigi e Messapi cinquantamila fanti e sedicimila cavalieri; presso i Lucani trentamila de’ primi, tremila degli altri; Marsi, Marrucini, Frentani, Vestini armavano ventimila fanti e quattromila cavalli; di più aveansi in Sicilia e a Taranto due legioni romane da quattromila ducento fanti e ducento cavalieri; e nella popolazione di Roma e sua campagna erano atti alle armi altri ducencinquantamila persone a piedi e ventitremila a cavallo. In numeri tondi risultavano dunque settecento mila fanti e settantamila cavalli[255]. Siccome in casodi tumulto tutti prendeano l’armi, può la popolazione qui indicata stimarsi per un quarto della totale; onde ne risulterebbero tre milioni di liberi. Ma i proletarj, i padri senza figliuoli, i pupilli non erano soggetti al servizio[256]: restava poi a contare lo sterminato numero degli schiavi.I GALLI223I Galli seppero destramente avanzare tra gli eserciti nemici fino ad Arezzo e a Chiusi: quivi sconfissero sei mila Romani; e già erano a tre giornate da Roma, quando in fierissima battaglia, presso al capo di Telamone nella maremma toscana, furono sgominati; il console Regolo vi perì, ma quarantamila Galli rimasero sul campo, oltre diecimila fatti prigionieri.L’INSUBRIA VINTAI nuovi consoli, spingendo la vittoria, invasero la Cispadana, poi l’anno appresso varcarono il Po verso lo sbocco dell’Adda,224favoriti dai Cenomani. I Galli, ridotti alla lor volta a mezzi estremi, trassero dai tempj gliimmobili, insegne d’oro fino, venerate come dai Musulmani lo stendardo di Maometto; e intorno a quelli si levarono in massa. Eppure furono vinti ancora presso Clastidio da Marcello,222che prese Milano e la restante Insubria da Arimino fin al Ticino, pose grosse contribuzioni, confiscò gran parte del territorio, e potè offrire a Giove Feretrio le spoglie opime del loro capo Virdumaro. Solenne trionfo ne menò Roma, e per meglio santificarlo, scannò ad uno ad uno tutti i prigionieri della gente ch’essa chiamava barbara; sul Po piantò le colonie di Piacenza e Cremona;221e vantava:—Noi abbiamodomi gl’Insubri, assicurato il dominio dei due mari che ci separano dalla Spagna e dalla Grecia, occupato l’Istria e l’Illiria, sottomesso al voler nostro tanta Italia, da armare ottocentomila uomini».Eppure fra poco dovea vedersi ridotta a disputare ad un nemico ostinato fin i terreni circostanti alla capitale.
Cartagine. Prima guerra punica.Sistema militare dei Romani. Conquista dell’Insubria.
Ci cadde ripetutamente menzione dei Fenicj, popoli di schiatta araba, detti Cananei dalla Bibbia, che stanziati tra le falde del Libano ed il Mediterraneo, s’un lembo di paese centrenta miglia lungo e trenta largo ove più, a guisa de’ Veneziani e de’ Genovesi moderni spinsero il commercio animosamente non solo nel mar nostro, ma e nel Rosso e nell’Oceano, e seminarono di colonie e di scali il littorale e le isole da Tiro fin alle Cassiteridi, che oggi diciamo Sorlinghe.
O fosse colonia spontaneamente partita, o fosse la vinta fazione di re Sicheo, che colla costui vedova Didone o Elisa cercasse scampo e patria altrove, uno sciame di Fenicj fabbricò Cartagine,869nel golfo africano che, rimpetto alla Sicilia, è formato dallo sporgere dei capi Bon e Zibib, sopra una penisola fra Tunisi e Utica, il cui istmo si dilata men di quattro miglia. La città crebbe, e divenne l’unico Stato libero che si alzasse mai sulle coste d’Africa, la prima repubblica conquistatrice insieme e trafficante di cui rimanga storia, e che per molti secoli sciolse il difficile problema d’arricchire senza perdere la libertà. Dica pure Strabone che settecentomila abitanti vi furono assediati da Scipione; Cartagine non potè mai contarne meglio di ducencinquantamila. Il quartiere di Megara era tutto a giardini, broli, canali; a sopracapo sorgeva la fortezza di Birsa; il porto militare, scavato a mano e capace di ducento navi da guerra, aveva in mezzo l’isola di Coton, e comunicava col porto mercantile, la cui entrata chiudevasi con catene di ferro.
CARTAGINE E SUE COLONIE
Se d’un popolo ci è rivelata l’indole dalla religione, quella de’ Cartaginesi era avara e melanconica fino alla crudeltà; cupe immagini la vestivano; astinenze, volontarie torture, congreghe notturne al bujo, superstizioni dissolute ed inumane. Sotto gli occhi della dea Astarte si prostituivano le fanciulle, e il prezzo vituperevole si accumulava come dote. Melcart, l’Ercole loro, ispirolli a grandi imprese: ma la luce di lui era contaminata da sacrifizj umani, rinnovati a tempi fissi; poi nelle maggiori necessità gli si offrivano gli oggetti più cari. Quando Agatocle li vinse, i Cartaginesi si credettero puniti perchè da alcun tempo scarseggiavano nell’inviare offerte ai tempj in Fenicia, onde a profusione ne spedirono, fin a togliere dai proprj santuarj i tabernacoli d’oro: poi temendo ancora che il dio avesse preso corruccio perchè, invece di fanciulli bennati, gliene immolavano talora di compri, ne sacrificarono ducento delle prime famiglie; e trecento uomini sottoposti a processo, offrironsi spontanei a morire sugli altari. Desolati dalla peste mentre assediavano Agrigento, gettarono molti uomini in mare per calmar Nettuno. Annibale guerreggiava in Italia quando gli si annunziò che suo figlio era designato per l’annuale olocausto; ed egli:—Io preparo agli Dei sacrifizj che saranno più accetti». Invano Dario re di Persia e Gelone di Siracusa posero per patto di pace che i Cartaginesi cessassero d’insanguinare gli altari; la superstizione prevalse, sopravvisse persino alla perdita della gloria e dell’indipendenza.
Qual meraviglia se troviamo i Cartaginesi duri, servili, egoisti, cupidi, inesorabili, senza fede? Alle emozioni generose pareano renderli inaccessi il culto, l’aristocrazia mercantile, l’avidità del guadagno: pure ricordiamoci che la storia loro non ci è narrata che da’ loro nemici.Non è del nostro tema studiarne gl’istituti, nè descrivere il commercio che Cartagine menava estesissimo coll’interno dell’Africa e colle estremità dell’Europa. Assoggettò i barbari abitanti di quella costa, fissandoli in colonie lungo il littorale; e per assicurarsi i viveri, ne teneva di agricole nella Zeugitana e nella Bisacena, ove le derrate europee prosperarono colle africane; sul lembo della Numidia e della Mauritania suoi banchi fortificati a vantaggio di essa trafficavano cogl’indigeni, ed assicuravano la via di terra fino alle colonne d’Ercole, e uno schermo alle navi nel pericoloso tragitto dall’Africa in Spagna. Queste colonie però erano fra loro disgregate, nè parevano accordarsi che nell’odiare la dominante; ond’essa vietava che si cingessero di mura, col che tenevasi esposta alle correrie nemiche: ad oriente poi erravano tribù indomite, simili ai moderni Beduini; ad occidente la minacciavano i poderosi regni di Numidia e Mauritania; sulla costa medesima e a mezzodì le si ergevano emule Tunisi, Aspis, Adrumeto, Ruspina, la piccola Lepti e Tapso, oltre Utica che si conservò sempre indipendente.
Qui consisteva la debolezza di Cartagine: sua forza e suo vanto erano le colonie, piantate ne’ più comodi e più lontani paesi. E prima nel Mediterraneo assoggettò le Baleari, che la fornivano di vino, olio, lana, muli; a Gozzo, a Cherchinesso, a Malta battevano per essa telaj di lino; tutte poi le erano scali al commercio, e rinfresco ai vascelli. In Sardegna fondò Cagliari e Sulci; e perchè ne traeva grani in abbondanza, metalli, pietre fine, la considerava in grado non inferiore all’Africa. Quando i Focesi, insofferenti del giogo persiano, occuparono la Corsica fondandovi Aleria, Cartagine ne li snidò, gelosa di negozianti sì attivi. Pare che anche fuor dello stretto di Gibilterra occupasse nel Grande oceano le Canarie e Madera. In terraferma pose altrecolonie; e Annone fu spedito a fondarne una serie lungo la marina occidentale d’Africa dove ora sorgono Fez e Marocco; Imilcone un’altra sul lembo occidentale d’Europa, e forse sino nel Giutland. Dalla Gallia li tennero lontani i Focesi di Marsiglia; ma la Liguria li provvedeva d’eccellenti marinaj: nella Spagna rinnovarono le colonie fenicie dell’Andalusia e di Gade, e vi scavarono miniere a gran vantaggio.
Scopo dunque di Cartagine non era il conquistare come Roma, bensì l’estendere la mercatura e i guadagni, impedire che la popolazione eccedesse, trovare collocamento ai cittadini sprovveduti. Ma come Venezia, a cui in tanti punti conviene, non assimilava a sè i coloni e i sudditi; anzi, per paura di vederli farsi indipendenti, li teneva in dura soggezione, infiacchendo le membra per vantaggio del capo.
MAGONE
Dal piantarsi in Italia furono impediti i Cartaginesi dagli Etruschi e dai Latini. La Sicilia, disgiuntane appena cento miglia, viepiù ne stuzzicava i desiderj, come quella da cui dipenderebbero la sua padronanza nel Mediterraneo, l’approvvigionamento delle armate, e il commercio del vino e dell’olio. Primeggiava allora in Cartagine Magone, che ne creò la forza e il sistema militare, e fu stipite d’una famiglia, illustre per tre generazioni di capitani[248]. Piantò egli colonie in Sicilia; le quali però essendo tenute deboli per la solita paura che si rivoltassero, potevano dar molestia, ma non prevalere alle ricche e indipendenti colonie greche:480quando poi Amilcare di Magone fu sbaragliato da Gelonere di Siracusa (pag. 241), i Cartaginesi penarono a difendere le colonie e gli acquisti. E per settant’anni la storia sicula più non fa menzione di loro; poi si riaffacciano poco prima della tirannia di Dionigi il Vecchio, quando ajutarono410Segesta contro Selinunte, ed occuparono altre terre. Esso Dionigi e Agatocle, cupidi di unire tutta l’isola, mossero ad essi guerra: pure i Cartaginesi vi tennero sempre un piede; e la loro perseveranza, l’inesauribile forza dell’oro, e le irrequietudini perpetue di Siracusa gli avrebbero anche fatti signori di tutta Sicilia, se avessero posseduto un valente generale. Combattuto con alterna fortuna, nella pace del 383 s’ebbero assicurato un terzo di quell’isola.
FORZE E CONQUISTE
Fra ciò Cartagine spiegava e cresceva le proprie forze nelle lotte cogli Etruschi, coi Greci, coi Marsigliesi, poi coi Romani, e fa meraviglia come prontamente si rifacesse delle perdite. Da prima usava solo triremi, poi le ingrandì al tempo d’Alessandro; nella guerra coi Romani n’ebbe di cinque e di sette ordini, colle poppe ornate de’ suoi Dei marittimi, Poseidon, Tritone, i Cabiri. Una quinquereme portava cenventi soldati e trecento marinaj; al remo gli schiavi; prestissima ne’ volteggiamenti. Al persiano Serse somministrò fin duemila navi lunghe e tremila di carico per osteggiare la Grecia. Gli ammiragli però non operavano di pieno arbitrio, ma dipendevano dai generali di terra nelle imprese che voleano concerto, se no dal senato; e le vittorie erano occasione di pubblici tripudj, di pubblico gemito le sconfitte. La cavalleria, perchè costosa, era formata di nobili Cartaginesi, i quali portavano un anello per ogni spedizione fatta: v’avea pure una legione sacra di cittadini riccamente in arnese. Il servizio di terra affidavasi per lo più a mercenarj d’ogni nazione; e sapendo a punto quanto costasse un soldato greco, quanto un africano, un campano, un gallo, mettevanoin bilancio il costo di un esercito col frutto che verrebbe da una conquista: al fine della campagna riscattavano i prigionieri, e le spese si pareggiavano colle estorsioni fatte ne’ paesi acquistati. Questa turba ragunaticcia, combattendo fuor del paese natìo e contro gente più povera, non era allettata a disertare; e la diversità di favella e di religione impediva che vi si formassero minacciosi accordi. Ma ne scapitava la disciplina; penoso era il trasportarli per mare; a fronte di truppe disciplinate e nazionali, trovavansi mancare di quel coraggio, che si fonda sul patriotismo e sul sentimento dell’importanza individuale.
Coi Romani erasi Cartagine incontrata nei mari, fin quando essi, potenti sotto i re, stavano a capo della lega Latina, ed emulavano gli Etruschi: e l’anno della cacciata de’ Tarquinj509conchiuse un trattato, pel quale i Romani si obbligavano a non navigare nè essi nè i loro alleati di là dal capo Bon; però i mercadanti loro approdando a Cartagine, sarebbero immuni da balzelli; le vendite avrebbero pubblica fede; otterrebbero giustizia ne’ paesi siculi, sottomessi ai Cartaginesi; questi non recherebbero danno ai popoli d’Anzio, Ardea, Laurento, Circei, Terracina, o a qualunque latino di loro dipendenza, nè torto alle città libere; non fabbricherebbero fortezze in paesi de’ Latini, e se vi entrassero armati, non vi pernotterebbero.348In un secondo trattato vi furono inchiusi i popoli di Tiro, d’Utica e i loro alleati: «i Cartaginesi, se prenderanno qualche città latina non dipendente da Roma, la cederanno a questi, serbandosi l’oro e i prigionieri: se facciano prigionieri sopra un popolo in pace con Roma, ma non sottomesso, non lasceranno che entrino ne’ porti romani; entrandovi, se un cittadino li tocchi, diverranno liberi; altrettanto si adoprerà dai Romani, che non fabbricheranno città in Africa e in Sardegna; potranno però venderee comprare nelle terre cartaginesi al par de’ cittadini, e così viceversa quei di Cartagine». Questi trattati confermaronsi giurando i Cartaginesi pe’ loro Dei, i Romani per la pietra (διὰ λίθον), simbolo primitivo di Giove; cioè, tenendo una pietra in mano, uno diceva:—Se giuro il vero, ogni cosa mi accada prospera; se penso diverso da quel che giuro, gli altri godano la patria, le leggi, i beni, la religione, le tombe, ed io solo sia respinto come ora fo con questo sasso»; e lo lanciava.
I quali documenti preziosi[249], che sono il più antico testimonio della repubblica romana, basterebbero a convincere di falso la comune degli scrittori che, duranti i re, ci presentano come ancora in fasce quella Roma che qui ci appare qual potenza marittima, e signora d’alcuni, protettrice degli altri popoli latini.
RELAZIONE DI CARTAGINE CON ROMA
Niuno però s’affretti a conchiudere che Roma avesse legni grossi, giacchè gli Stati barbareschi, che su quel lembo d’Africa sgomentarono fin jeri anche le maggiori potenze europee, non adopravano navi di linea: Roma poi stipulava forse come capitana della federazione latina, cioè di popoli provvisti di marina, benchè essa ne mancasse; e se pur l’ebbe, dovette lasciarla deperire, talchè n’era sguarnita tre secoli più tardi. Infatto quando Pirro invase la Sicilia,278Roma e Cartagine stipularono che nessuna patteggerebbe coll’Epiroto senza concorso dell’altra; Cartaginein caso di bisognosomministrerebbe navi, ma non imbarcherebbe senza consenso di Roma. Credendo caso di bisogno il cacciar Pirro quando minacciava Roma, i Cartaginesi mandarono ad Ostia trenta galee; ma i Romani ringraziando le rinviarono, temendo portassero via schiavi e spoglie italiane.
PRIMA GUERRA PUNICA
Intente ognuna ad escludere l’altra da’ suoi territorj, le due repubbliche trattavano da pari a pari; che se Roma sentiva la preponderanza d’uno Stato guerresco sopra uno trafficante, Cartagine aveva tesori per comprare truppe quante volesse, oltre la indisputata prevalenza sul mare. Sarebbero dunque potute ciascuna seguitare la propria strada senza venire a cozzo; ma a guastarle offrì ragioni la Sicilia, secondo avea predetto Pirro. Di quell’isola, agitata ora dalla tirannide di despoti, ora dalla tirannide della libertà, spartivansi allora il dominio i Cartaginesi, i Siracusani del re Gerone II, cui obbedivano anche Leontini, Acre, Megara, Elori, Taormina, e i Mamertini ricoverati al Peloro.269Questi ultimi erano stati sconfitti e ridotti all’estremità da esso Gerone; nè più serbando che Messina, risolsero di cedergliela: ma quand’egli s’avanzava per occuparla, Annibale generale dei Cartaginesi il tenne a bada, e intanto spedì ad invadere la città. Posti fra due fuochi, i Mamertini, siccome Campani che erano, volsero gli occhi all’Italia, e chiesero ajuti a Roma.
Gli onest’uomini dissuadevano i Romani dall’ingiusta intervenzione, e dal sostenere a Messina quei Mamertini, di cui la perfidia aveano punita a Reggio; ai politici invece arrideva quest’occasione di fare acquisti, e di mortificare Cartagine: il senato ricusò, il popolo volle, e preponderando già la democrazia, fu risolta laspedizione. Anche i Mamertini264già n’erano pentiti; ma il console Appio Claudio Caudice, figlio del Cieco, imbarcò le legioni su vascelli della Magna Grecia o su zatte. La flotta cartaginese e una tempesta disperdono l’armamento; e Annone, ammiraglio della casa di Magone, tenta ridestare l’onoratezza romana col rinviare i vascelli presi, movendo insieme querela dei patti violati, e professando che Cartagine non lascerebbe mai Roma impadronirsi dello Stretto. Ma Appio Claudio si ostina all’impresa; eludendo la vigilanza dei Cartaginesi, su navi della Magna Grecia si tragitta; sbarcato, vince Gerone così presto, che questo confessa non avere tampoco avuto tempo di vederlo. Esso re, comprendendo quanto dell’amicizia d’un popolo senza navi gli tornasse miglior conto che di quella de’ Cartaginesi, restituì i prigionieri, pagò le spese della guerra, e strinse e serbò fedelmente alleanza coi Romani. I quali, violando il diritto pubblico, occuparono il porto di Messina, e sotto finta di parlamento arrestarono Annone, che per riscattarsi fu obbligato a farne uscire la guarnigione.
263Ai Romani allora brillò la possibilità di snidare i Cartaginesi dall’isola; e mandatovi i due nuovi consoli con quattro legioni, in meno di diciotto mesi ebbero prese sessantasette piazze e fortezze e la grande Agrigento, difesa da due eserciti di cinquantamila uomini, comprati dalla Spagna, dalla Gallia, dalla Liguria. Come dovette starne la Sicilia, corsa da tante truppe, e dove la guerra esercitavasi con tale inumanità! Nella sola Agrigento, la cui espugnazione costò ventimila vite ai Romani, questi vendettero venticinquemila liberi: Annone, non potendo ottenere che i nemici gli rendessero la carpita Messina, avea fatto passar per le spade quanti Italiani servivano sotto le sue bandiere: Amilcare, udendo i Galli da lui assoldati mormorare, gl’invia ametter a sacco Antella, ma di nascosto ne dà avviso ai Romani, che gli appostano e trucidano; scelleraggine che gli antichi encomiarono come bella trovata di guerra. Di simil genere stratagemma avea usato re Gerone: mal volentieri soffrendo gli stranieri inquieti arrolati fra le sue truppe, quando aveva ad assaltare i Mamertini, divise l’esercito in due, i Siracusani distinti dagli assoldati; a capo dei primi mosse l’attacco, lasciando gli altri esposti ai Mamertini, che li fecero a pezzi[250]. Così continuo traspare negli antichi il disprezzo della vita dell’uomo!
Ai Romani fu ben tosto chiaro che non potrebbero acquistare nè conservare la Sicilia, e schermir la costa e le città dalla flotta cartaginese, senza una marina. Una galea cartaginese naufragata offerse loro il modello, legnami l’Appennino, perseveranza la natura loro: in sessanta giorni ebbero costruiti centrenta vascelli, ben presto esercitata la ciurma; e per elidere l’esperienza dei nemici inventarono i corvi, certi ponti che dall’albero di prua violentemente calando sulla nave nemica, vi si conficcavano con branche e arpioni di ferro, e la attaccavano alla romana, in modo da ridurre il combattimento a duelli, siccome in terraferma.
DUILLIO
Così racconta la storia miracolaja, ma è più probabile che di navi li provvedesse Gerone II, potente sul mare. Comunque sia, il console Duillio Nepote riportò presso Lipari la prima vittoria marittima;260cinquanta legni nemici presi o colati a fondo, tremila uomini uccisi, settemila prigioni: in memoria del quale successo fu eretta a Duillio una colonna ornata di rostri, e concesso per tutta la vita che la sera fosse ricondotto a casa coi fanali a suon di trombe. La fortuna durò prospera negli anni susseguenti, prendendosi Lipari e Malta, poi la Corsica e la Sardegna.
Annibale, comandante alla spedizione cartaginese, riconducendo in patria le misere reliquie della flotta, dopo perduto sin la capitana, sentivasi sovrastare la punizione che Cartagine soleva infliggere agli sconfitti; onde spedì innanzi un messo che al senato espose:—Il console romano guida una flotta numerosa, ma di vascelli goffamente costrutti, e con certe macchine mai più vedute. Annibale vi domanda se deve dargli battaglia.—La dia (risposero i governanti ad una voce), e punisca i Romani dell’averci assaliti nel nostro elemento». Allora il messo:—La diede, argomentando egli pure come voi, e fu vinto». Ciò valse l’assoluzione dell’ammiraglio sfortunato.
ATTILIO REGOLO
Già Agatocle avea mostrato come Cartagine si trovasse mal provveduta contro chi l’assalisse sul proprio terreno, ove le colonie oppresse o le città rivali ajutavano chiunque la minacciasse. Roma dunque decretò uno sbarco in Africa, sebbene il console Marco Attilio Regolo256fosse costretto ricorrere a minaccie e punizioni per indurre i soldati a quel che loro pareva troppo lungo tragitto, e spaventevole pei mostri che diceasi popolassero le arene libiche: e sebbene i tanti Italiani, che Roma obbligava al remo sulle sue galere, macchinassero insieme cogli schiavi una sollevazione, che solo il tradimento sventò[251], Regolo con quarantamila uomini montati su trecento trenta galee sbaragliò ad Ecnomo la flotta cartaginese di trecencinquanta galee con cencinquantamila uomini, e sbarcato in Africa, ebbe presto assoggettate ducento città, e fin Tunisi, forte per posizione e per mura, dove pose il quartier generale. Cartagine, folta di gente fuggita dalla campagna, e vedendo le aquile romane piantate fin sugli spaldi della vicina Tripoli, chiedeva pace, e Regoloavrebbe potuto dettarla qual Roma la conchiuse dopo tredici altri anni di guerra e centomila morti; ma geloso di non lasciare altrui la gloria di un’impresa da sè cominciata, rispose, allora solo sospenderebbe le armi quando più non rimanesse loro un vascello sul mare. Arroganza indegna di buon capitano, dalla quale ridotti a disperazione, i Cartaginesi chiamarono al comando uno straniero, Santippo di Sparta.255Costui conobbe che l’inferiorità non veniva da fiacchezza dei Cartaginesi o da valore dei Romani, bensì dal mancare di tattica e di strategia; insegnò a ben valersi degli elefanti e della cavalleria; e tratti i Romani al largo, li vinse presso Tunisi, e ridusse prigioniero il console stesso.
Si narra che i Cartaginesi, quattro anni dopo, mandassero Regolo a Roma per consigliare il cambio dei prigionieri, fattogli giurare che, non ottenendolo, ritornerebbe. Anteponendo al proprio quel che credeva il meglio della patria, egli consigliò il senato di persistere nella guerra, e lasciar morire prigionieri coloro che non avevano saputo conservarsi liberi. Fedele alla parola, tornò a Cartagine, ove acerbe torture punirono la sua fedeltà; e Roma, gareggiando di barbarie, consegnò alla vendetta della moglie di Regolo i prigionieri cartaginesi, ch’ella straziò con lunghi spasimi, finchè l’autorità non glieli ritolse[252].La gelosia di quel governo di mercanti ci fa meno difficili a credere che i Cartaginesi, sospettosi diSantippo vincitore, come i Veneziani del Carmagnola, lo buttassero in mare: fatto è che più non se ne ragiona.
GUERRA IN SICILIA
Abbandonata allora l’Africa, si rinfocò la guerra in Sicilia. Il proconsole Cecilio Metello battè presso Palermo i Cartaginesi capitanati da Asdrubale,251e menò trionfo in Roma: ma poi per otto anni i Romani n’andarono colla peggio, perdendo quattro flotte. La maggiore sconfitta toccarono da Aderbale249presso Drepano quando, non volendo gli auguri che si attaccasse battaglia perchè i polli sacri davano malaugurio col non mangiare, il console Claudio Pulcro sorridendo,—Dunque bevano» disse, e feceli gettar in mare. L’empietà scoraggiò i soldati, vinti prima di combattere; e novantatre navi restarono perdute, morti ottomila Romani, prigionieri ventimila. Agrigento fu presa e messa al nulla dai Cartaginesi, i cui generali Annibale e Cartalone mostrarono di congiungere al valore l’abilità. Alfine però i Romani prevalsero, e tutta Sicilia tornò in loro potere. Solo Drepano e Lilibeo, promontorj all’occidente che potevano considerarsi come l’antemurale di Cartagine, furono insignemente difesi da Amilcare, detto Barca cioè fulmine, padre del più famoso Annibale.Postatosi egli sui promontorio d’Erice, senza alleati vicini nè fortezza nè speranza di soccorsi, vi si mantenne cinque anni, e di là corseggiava le coste d’Italia sino a Cuma, e molte volte profligò i Romani. Cartagine per sostenerlo spedì una flotta con danaro e provvigioni, ma con pochi uomini; la quale scontrata da Lutazio Catulo242con ducento quinqueremi alle isole Egati, fu posta a sbaraglio. Anche i Galli disertarono da Amilcare ai Romani, che allora per la prima volta assoldarono Barbari.
BATTAGLIA ALLE EGATI
Se la popolazione ellenica avesse conservato in Sicilia lo spirito guerresco, avrebbe potuto prendere parte attiva in quella guerra, e Siracusa meritar di riprendere la preminenza nell’isola col soccorrere i Romani non solo di viveri, ma anche di navi. Però da un pezzo erasi contratta l’abitudine di comprare le braccia di Siculi e di Campani, i quali poi essendo divenuti ausiliarj de’ Romani, la Sicilia, eccetto il regno di Gerone, passò a dominio di questi.
In ventidue anni di guerra continua, tra le battaglie, tra la mala pratica, tra la difficoltà delle coste d’Africa, Roma avea perdute settecento galee: Cartagine appena cinquecento, ma scarseggiava di danaro a segno, che il moggio di frumento vendevasi un asse[253]. Roma, benchè diminuita di un sesto di abitanti, costretta ad alterare le monete fin dell’ottanta per cento, con indomita perseveranza diceva:—Non cederò mai; la guerra alimenterà la guerra». I Cartaginesi negozianti calcolarono gl’interrotti traffici e le esuberanti spese, sicchè l’avarizia divenendo ausiliaria dell’umanità, proposero la pace. Roma, che l’aveva rifiutata per consiglio di Regolo, allora l’accettò dopo tante spese e tanto sangue, a questi patti:—I Cartaginesi sgombrino laSicilia e le vicine isolette; entro dieci anni paghino a Roma duemila ducento talenti (17 milioni di fr.) per contribuzione di guerra; restituiscano i prigionieri e disertori; non moveranno più guerra a Gerone re di Siracusa». Nuovi emergenti li costrinsero a cedere ben presto anche la Sardegna.
PACE DELLE ISOLE EGATI
Il tempio di Giano a Roma fu chiuso, ma poco tardò ad essere riaperto, per non serrarsi più fin ai giorni di Augusto. E prima occasione di rifar guerra fu la spedizione contro gl’Illirj,230che corseggiavano l’Adriatico. Roma, esibendosi protettrice degl’Italiani finchè non potesse rendersene padrona, avea fatto accordi con que’ pirati acciocchè non li molestassero; ma quelli seguitavano a predar le navi e le coste. Spedì essa a lamentarsene con Teuta loro regina, vedova d’Agrone; ma costei uccise gli ambasciadori. Subito le si porta guerra, passando per la prima volta il golfo jonio;228e vintala, e privata di parte degli Stati, Roma è benedetta dagli Italiani e dai Greci come liberatrice del mare, e da questi ricevuta in cittadinanza ordinaria e ammessa ai misteri eleusini; e passeggia trionfante anche sul campo dove prima non grandeggiava che Cartagine.
SPEDIZIONE IN ILLIRIA
Ormai del potere come della ricchezza riguardava essa per fonte prima le armi, talchè dottrina suprema era quella della guerra. In pace non tenea milizia nazionale nè forestiera, anzi era vietato il portar armi entro la città; solo all’occorrenza d’un pericolo, dal console e dal pretore urbano erano chiamati tutti alle armi, collocati dagli edili o dai triumviri criminali ai posti minacciati e alle ronde, col pilo o colla spada: tardi le fazioni introdussero bande di barbari o di schiavi[254]. Ogni cittadino era obbligato alla milizia senon avesse quarantasei anni, o finite sedici campagne a piedi, o dieci a cavallo.
LEGIONE
La legione, così detta dal riempirsi d’uomini eletti, variò di numero secondo le età; e da tremilatrecento, di cui si componeva sotto Romolo, fu portata fino a seimila al tempo delle guerre macedoniche. Ordinariamente ciascun console levava due legioni; e più, se ne nascesse bisogno. In battaglia disponevansi in cinque divisioni: nella prima i principi o classici, che in appresso formarono la seconda; poi gli astati; quindi i triarj o pilani; infine i rorarj e gli accensi, dall’armatura leggera (pag. 163). La legione dividevasi inoltre in coorti, manipoli e centurie. Più tardi fu da Mario riordinata la coorte, che contava trenta uomini di fronte e dieci di profondità: disposizione agilissima, e opportuna a qualunque terreno o forma.
ARMI
Armi erano le freccie, le frombole e il tremendo pilo, giavellotto di sette piedi, e più lungo pei triarj; lanciato il quale a tutta forza di braccio, colla spada risolvevasi la giornata. Lancia e sciabola erano pure le armi offensive della cavalleria; le difensive elmo, corazza e leggiero scudo. Nerbo degli eserciti teneasi la fanteria: la cavalleria, sebbene formasse talvolta un corpo separato, non servì d’ordinario che a fiancheggiare i pedoni; e la minore abilità dei Romani in questa disajutò le loro imprese contro i Numidi e i Parti. I rorarj, frombolieri ed arcieri ingaggiavano la mischia, poi consumati i projetti, ritiravansi a lato della legione; ed allora gli astati giocavano de’ giavellotti, e mentre i nemici attendevano a liberarne gli scudi ove s’eranoconfitti, essi gli aggredivano colle sciabole. Che se trovassero valida resistenza, subentravano freschi i principi, da sezzo i triarj; di maniera che il nemico, esposto a tre rinnovati attacchi, mal si poteva reggere. Gli accensi componevano il battaglione di deposito.
Oltre il vivere, i soldati portavano seco i pali per formare la trincea; e dovunque fermassero il piede, munivano il campo con un terrapieno quadrato, e una fossa dieci piedi profonda. Nel mezzo dell’accampamento tendevasi il padiglione pretorio, all’intorno gli uffiziali, indi i restanti guerrieri; e dal centro partivano quattro strade rette, fino alle porte schiuse nella trincea. Nelle marcie procedevasi in colonne; ma se temessero un attacco, si ordinavano in linea, togliendosi nel centro i bagagli. Il soldato romano faceva venti o ventiquattro miglia in cinque ore, con tutto il suo fardaggio, del peso di sessanta libbre. Evitando però quei rapidi passaggi dalla inazione alla fatica, che uccidono tanti dei nostri, negli esercizj usavano armi pesanti il doppio di quelle da battaglia; anche in pace si stancavano a continue opere, massime a tagliare strade; Scauro, riconducendo l’esercito dalle Gallie, lo pose a scavar canali nel Parmigiano e Piacentino per ovviare i dilagamenti del Po.
DISCIPLINA
Rigorosissimi erano gli statuti militari. La legge Porcia esimeva dalla bastonatura il cittadino, non il soldato. Quello che avesse gettate le armi, deserto il posto, o combattuto senza comando, era condannato in pubblico giudizio; ma se il generale lo toccasse colla sua canna, gli era permesso fuggire; guaj però se si lasciasse più trovare nel campo! ogni soldato teneva ordine di ucciderlo. Se un corpo avesse mostrato viltà, il generale lo decimava, mandando a vituperoso supplizio uno ogni dieci, tratti alla ventura; agli altri, esiglio ed onta.Lo spirito militare animava ogni cosa; dal senato uscivano i generali come gli ambasciatori; non saliva alla sommità della repubblica chi non avesse fatto dieci campagne: onde le guerre conducevansi con finezza politica, e le assemblee spiravano ardor guerresco; l’ambasciatore nella pace prendeva cognizione del popolo che poi veniva a combattere come generale; quegli stessi che aveano risolto in consiglio, eseguivano in campo. A questo doppio uffizio educavasi la gioventù, armeggiare e discutere, arringar il popolo e disciplinare la truppa, governare, combattere e trionfare. E il trionfo portava al consolato, talchè i generali ambivano le battaglie, il senato ne faceva nascere occasioni coll’intromettersi agli interessi delle nazioni straniere. Colui poi che dianzi avea capitanato un esercito, non isdegnava di servire in quello. Entrando in una nuova campagna, il generale sceglieva i tribuni o vogliam dire i colonnelli, questi gli uffiziali inferiori, onde stringevasi saldamente l’unione fra’ superiori e i soldati; comune sentimento li moveva, speranza comune; e l’entusiasmo per la patria e per la gloria recava ad esser prodi, l’obbedienza al capo rendeva questo onnipossente.
Così il braccio dei forti era diretto dal senno dei prudenti: e mentre l’arte militare in tutti gli altri paesi andava in dechino, avvilita da mercenarj, o regolata per impeti folli di plebe o capricci di tiranni, qui non meno che a guadagnar battaglie provvedeasi a preparare poco a poco la vittoria colla pacifica intervenzione, coi subdoli maneggi, coll’artifiziosa perseveranza in prevenire o sciogliere le leghe, che la gelosia o l’amore dell’indipendenza opponessero alle conquiste.
NUOVE INVASIONI DEI GALLI
Ed ebbero a farne buona prova contro i Galli Cisalpini, i quali profittavano d’ogni disastro di Roma per minacciarla. Dopo respinti dal Campidoglio, eransitenuti ventitre anni sulla sinistra del Po; poi ricominciarono a molestare il Lazio e la Campania colle correrie. Roma a snidarli, essi a tornare, e un avvicendarsi di attacchi e di sconfitte. Da lunga pezza però mostravano più non pensare a invasioni, quando alcune bande vennero d’oltr’Alpe nella Cisalpina,299chiedendo terre:—Queste sono già nostre (dissero i Galli); ma se volete ubertose campagne, la media Italia ne abbonda». Ed essi calarono nell’Etruria, la quale, vinta ma non domata, guardò, come si suole, il nuovo flagello come un alleviamento dell’antico, e propose di prendere i nuovi Galli, quanti erano, al suo soldo contro Roma. Questi accettarono, ma non appena ebbero tocco il denaro pattuito, ricusarono combattere, e ripassarono l’Appennino.
Gli Etruschi, che aveano lasciato trapelare i loro intenti, sentirono d’essere esposti al pericolo, e conoscendo che i deboli non possono resistere ai forti se non coll’associarsi, giurarono la lega coi Sanniti che dicemmo (pag. 201),296spedirono ambasciadori a Sinigaglia e Milano per sollecitare ajuti dai Galli, infidi ma necessarj. E gli ebbero, e con loro osteggiarono i Romani per ricuperare l’indipendenza, ma soccombettero al valore di Fabio e Decio.295Poco stante, Roma spedì Cornelio Dolabella console a devastare il territorio dei Senoni, uccidendo uomini, donne, fanciulli, quanti incontrasse.283Druso portò a Roma molto oro ed ornamenti trovati nel tesoro de’ Senoni, vantando aver ricuperato il denaro con cui era stato ricompro il Campidoglio; e a Seno-gallia venne stabilita una colonia.
I GALLI
Fu la prima sul terreno gallico; e mentre serviva di sentinella avanzata, era pure un fomite perpetuo ad intrighi, ed uno spionaggio nella Cisalpina. In questa i Galli fiorivano nell’abbondanza, talchè per quattro oboli vi si comprava una misura di frumento, per due unadi orzo o di vino, e nelle locande un quarto d’obolo bastava a pranzare. Fra tali agi smettevano l’antica mania del correre e del conquistare; talchè At e Gall, due re de’ Boj stanziati attorno, a Bononia, avendoli eccitati a romper guerra ai Romani e disfare Arimino, altra loro colonia piantata nel 268, vennero trucidati a furor di popolo.
Eppure quei due consigliavano il meglio della loro gente, attesochè da Arimino e da Sinigaglia i Romani non cessavano di recar molestia ai Galli; posero impacci al commercio, massime a quello delle armi; finalmente il tribuno Flaminio propose che le terre, tolte ai Senoni cinquant’anni prima e rimaste in mano de’ patrizj, venissero compartite fra il popolo, e ridotte tutte a colonie.
238A quest’ultimo colpo si riscossero i Boj, e ordirono una lega dei popoli dell’Italia superiore. Ma i Veneti, gente slava stanziata presso all’Adriatico, ricusarono l’alleanza di questi temuti vicini: i Cenomani, posti fra Brescia e Verona, erano stati guadagnati dal denaro romano: i Liguri, dopo lunga guerra sostenuta colla fierezza ad essi naturale, erano stati dal console Fulvio snidati dagli inaccessibili loro ripari; Bebio li trasse al piano; Postumio li disarmò, non lasciando ad essi altro ferro che l’occorrente ai mestieri. Trovandosi dunque soli, i Boj e gl’Insubri ricorsero ai Galli Transalpini che formavano la lega di Gesda (Gesatæ);226e Lingoni, Anamani, Boj, Insubri s’accolsero in riva al Po. Minacciati alle spalle dai Cenomani e dai Veneti, una parte dovettero rimanere a difesa: cinquantamila con ventimila cavalli e moltissimi carri scesero per la penisola, giurando di non scingere le spade che in Campidoglio.
Roma sbigottì deltumulto gallico, e già prevedea nuovi Brenni e nuove sconfitte di Allia; tanto più che il fulmine colpì la rôcca del Campidoglio, tre luneapparvero in cielo, e i fiumi corsero sangue: onde, consultati i libri Sibillini, credè stornare i minacciosi presagi sepellendo vivi nel fôro Boario un Gallo ed una Galla. La superstizione non arrestava i migliori provvedimenti, e si decretò la leva a stormo per tutta l’Italia, la quale deponeva le gelosie quando importava salvarsi da feroci predoni.
FORZE DI ROMA
Qui un importante documento statistico n’è esibito dallo storico Polibio. Secondo lui, il senato si fece presentare i registri di tutte le popolazioni italiche, e ne cavò il prospetto delle forze sì attive che in riserva, e fu siffatto:—Coi consoli stavano quattro legioni romane da cinquemila ducento fanti e tremila cavalli; inoltre trentamila pedoni e duemila cavalli degli alleati; cinquantamila fanti e quattromila cavalli sabini e tirreni, collocati alla frontiera dell’Etruria sotto un pretore. Gli Umbri e Sarsinati dell’Appennino diedero ventimila uomini; altrettanti i Veneti e Cenomani. A Roma teneansi in riserva ventimila fanti e duemila cavalieri fra gli alleati; contavansi presso i Latini ottantamila fanti e cinquemila cavalieri; presso i Sanniti settantamila fanti e settemila cavalieri; presso gli Japigi e Messapi cinquantamila fanti e sedicimila cavalieri; presso i Lucani trentamila de’ primi, tremila degli altri; Marsi, Marrucini, Frentani, Vestini armavano ventimila fanti e quattromila cavalli; di più aveansi in Sicilia e a Taranto due legioni romane da quattromila ducento fanti e ducento cavalieri; e nella popolazione di Roma e sua campagna erano atti alle armi altri ducencinquantamila persone a piedi e ventitremila a cavallo. In numeri tondi risultavano dunque settecento mila fanti e settantamila cavalli[255]. Siccome in casodi tumulto tutti prendeano l’armi, può la popolazione qui indicata stimarsi per un quarto della totale; onde ne risulterebbero tre milioni di liberi. Ma i proletarj, i padri senza figliuoli, i pupilli non erano soggetti al servizio[256]: restava poi a contare lo sterminato numero degli schiavi.
I GALLI
223I Galli seppero destramente avanzare tra gli eserciti nemici fino ad Arezzo e a Chiusi: quivi sconfissero sei mila Romani; e già erano a tre giornate da Roma, quando in fierissima battaglia, presso al capo di Telamone nella maremma toscana, furono sgominati; il console Regolo vi perì, ma quarantamila Galli rimasero sul campo, oltre diecimila fatti prigionieri.
L’INSUBRIA VINTA
I nuovi consoli, spingendo la vittoria, invasero la Cispadana, poi l’anno appresso varcarono il Po verso lo sbocco dell’Adda,224favoriti dai Cenomani. I Galli, ridotti alla lor volta a mezzi estremi, trassero dai tempj gliimmobili, insegne d’oro fino, venerate come dai Musulmani lo stendardo di Maometto; e intorno a quelli si levarono in massa. Eppure furono vinti ancora presso Clastidio da Marcello,222che prese Milano e la restante Insubria da Arimino fin al Ticino, pose grosse contribuzioni, confiscò gran parte del territorio, e potè offrire a Giove Feretrio le spoglie opime del loro capo Virdumaro. Solenne trionfo ne menò Roma, e per meglio santificarlo, scannò ad uno ad uno tutti i prigionieri della gente ch’essa chiamava barbara; sul Po piantò le colonie di Piacenza e Cremona;221e vantava:—Noi abbiamodomi gl’Insubri, assicurato il dominio dei due mari che ci separano dalla Spagna e dalla Grecia, occupato l’Istria e l’Illiria, sottomesso al voler nostro tanta Italia, da armare ottocentomila uomini».
Eppure fra poco dovea vedersi ridotta a disputare ad un nemico ostinato fin i terreni circostanti alla capitale.