CAPITOLO XIII.Seconda guerra punica. Annibale.Sommessione della Gallia Cisalpina e di tutta Italia.Piccolo intelletto bastava a comprendere che quella delle isole Egati, più che una pace, era un armistizio, durante il quale Roma si allestirebbe di nuove forze onde all’emula, dopo tolto l’onore e l’influenza politica, togliere e le ricchezze e l’indipendenza. Nella guerra micidialissima, Roma avea perduto cittadini, e Cartagine soltanto mercenarj: ma Roma rifondeasi il sangue versato coll’adottare nuovi figli, mentre a Cartagine, in tempo di pace, i soldati diventavano nemici. Già durante la guerra i mercenarj aveano causato non lievi disturbi ai generali: sicchè questi sotto Agrigento mandarono a macello tre o quattro migliaja di Galli, altri fecero condurre sopra un’isola deserta, e quivi abbandonare. Quando poi, conchiusa la pace, si trattò di congedarli, i Cartaginesi lasciavansi rincrescere tanto esborso; onde i mercenarj mossero contro la città, e in favelle varie, ma con eguale prepotenza chiesero i soldi.238Cartagine, pretestando il vuoto erario, esibiva un tanto meno: ma quei forti che avevano sottocchio le ricchezze del popolo più trafficante, e quanto facilmente il loro braccio prevarrebbe alle costoro industrie, s’ammutinano; dalle città africane settantamila uomini si rannodano coi ventimila mercenarj, e stringonod’assedio Cartagine. Sono di quei frangenti, ove la superiorità è restituita agli uomini d’azione; e in fatto la fazione guerresca dei Barca, venuta in dechino in grazia della pace, torna a rivalere; ed Amilcare, rimesso al comando, con ferocia combatte la ferocia de’ mercenarj, e ne fa macello.ANNIBALE IN ISPAGNAVinti questi nemici, restava non meno temibile il loro vincitore. I Cartaginesi, non avendo potuto perderlo con un’accusa, lo mandarono a guerreggiare fra i Numidi.237Sottomessa la costa d’Africa sino all’Oceano, di là egli traeva numerose cerne d’Africani, Numidi, Mauritani, imbizzarriti dalla vittoria; e non avendo altro modo d’alimentarli che la guerra e la preda, li menò di qua del mare nella Spagna, ricca di terreno, di commercio, di miniere. Cartagine non se ne diede per intesa, sperando o che il valore conosciuto degli Spagnuoli toglierebbe di mezzo l’esercito pericoloso; o se questo vincesse, non si potrebbe sostenere che ricorrendo alle flotte di Cartagine, e cedendole il frutto delle sue conquiste.Campeggiava dunque Amilcare, si può dire, indipendente dalla sua repubblica, e volgeva per la fantasia un’impresa maggiore, suggeritagli dal dispetto d’aver visto la Sicilia ceduta per intempestiva disperazione, e la Sardegna ciuffata dai Romani nel cuor della pace. Ma in mezzo a tali divisamenti rimase sconfitto e ucciso;228tolto un gran nemico a Roma, e fors’anche a Cartagine.Asdrubale genero di lui si mise a capo dell’esercito ch’egli abbandonava, e guerreggiò in Ispagna a suo talento; coll’affabilità e coi maneggi più che colla forza trasse dalla sua i regoli del paese, e in faccia all’Africa fondò Cartagine nuova (Cartagéna),226con eccellente porto e formidabili munizioni, predestinata sede d’un dominio spagnuolo220che forse egli ruminava alzareemulo di Cartagine e di Roma. Ma uno schiavo gallo lo scannò a piè degli altari.L’esercito si tolse a capo Annibale figlio d’Amilcare, giovane ventiseienne, che poteva dirsi straniero alla patria, dalla quale era uscito a tredici anni. Suo padre l’avea formato negli aspri esercizj della guerra spagnuola e nell’odio di Roma; e consacrandolo col fuoco sull’ara di Melcart, gli avea fatto giurare perpetua nimicizia ai Romani. Annibale congiungeva facoltà disparatissime; obbedire e comandare, tenersi cari i soldati e gli uffiziali, divisare un’impresa ed eseguirla; versatissimo in quanto allora sapevasi di tattica e stratagemmi, primo tra i fanti, primo tra i cavalieri; indistinto dagli altri nelle marcie e nell’accampamento, nella mischia distinto per armi e cavallo più vistosi; indomito alle fatiche, primo all’azzuffarsi, ultimo al ritirarsi; senza pietà, senza fede, senza riguardo a santità, a giuramenti.Le città di Emporia, Roda, Sagunto, fondate dai Greci nella Spagna, si videro esposte alle ambizioni puniche; onde ricorsero a Roma, che già estendeva la sua politica di là delle Alpi, e che, ingelosita dallo estendersi de’ Cartaginesi in quella penisola, s’interpose, e concordò con essi avesse a considerarsi limite de’ possedimenti l’Ebro, di mezzo alle due potenze restando franca Sagunto, città di origine greco-italica[257]. Annibale, desideroso di romperla coi Romani, ad onta dei trattati assediò Sagunto;219i cui abitanti, dopo generosissima resistenza, vedendo disperato della patria, e non volendole sopravvivere, si precipitarono nelle fiamme. Roma stava consultando ancora sul soccorrerla quando la udì perita; onde spedì ambasciadori ad Annibale per lamentarsene, i quali, da luinon ascoltati, tragittarono a Cartagine, chiedendo fosse loro consegnato Annibale, violatore del diritto pubblico. Il senato rispose nol potrebbe quand’anche il volesse; e dicea vero, ma Fabio Massimo Verrucoso, fatto un seno col lembo della toga, lo sporse ai gerusj cartaginesi, e disse:—Qua entro vi offro guerra e pace, scegliete». I gerusj risposero unanimi:—Dia qual vuole»; ed egli, scosso quel lembo, esclamò—Guerra».SECONDA GUERRA PUNICAE fu rotta quella che Livio chiamabellum maxime memorabile omnium, e che la posterità ricorda ancora come gravissima, dopo tante in cui si abbeverò di sangue la razza di Caino. Aveva Roma a fare con un esercito che da ventitre anni combatteva gli Spagnuoli, gente bellicosissima nelle difficili fazioni di montagna, e capitanato da un sommo generale. Come avviene delle guerre di passione, non meno che colle forze si armeggiò coi maneggi, e variatissima volse la fortuna, costosa la vittoria. Roma fece grandiosi preparativi di truppe proprie e d’alleate, e supplicazioni agli Dei: chiese a’ popoli della Spagna rimanessero saldi alla sua amicizia; ma questi risposero, l’esempio di Sagunto aveva insegnato quanto male essa proteggesse i suoi alleati: si volse ai Galli, pregando non concedessero il passo ai Cartaginesi; ma quelli, venuti in consiglio armati, risposero ridendo:—Che male ci ha fatto Cartagine? o che bene Roma? Questo sappiamo solo che Roma ha cercato espellere d’Italia i nostri fratelli».PASSO DELLE ALPIAlludevano ai Galli Cisalpini, dei quali essendo recente la sconfitta, Annibale comprese come insorgerebbero non appena egli portasse le armi in Italia. La famiglia di lui era ricchissima, e da una sola miniera di Spagna traeva al giorno trecento libbre d’argento[258]; altri mezzi gli offrivano le spoglie della vinta Sagunto:laonde, lasciato cinquantacinque navi e sedicimila soldati col fratello Asdrubale per guardare la Spagna e per addestrarsi in quella faticosissima palestra, con novantamila veterani prese le mosse. I Romani l’aspettavano per mare:218,16 giug.egli, al contrario, pensò venire pei Pirenei e le Alpi, donde si diceva che anticamente Ercole Tirio fosse dall’Iberia varcato in Italia; aprirebbe una nuova via, impresa che gli antichi consideravano gloriosissima; ed a pastura del vulgo diede voce che il dio patrio gli avesse in sogno, entro il santuario di Gades, preconizzate le vittorie, e mostro il cammino mediante le tortuosità di un serpente. Politicamente confidava ne’ Barbari, e di guadagnarne i capi sia coll’oro, sia coll’idea della vendetta e del saccheggio: onde spediva a sollecitare Boj ed Insubri; aprissero gli occhi contro questa Roma che tendeva avvolgerli in una catena, di cui erano i primi anelli le colonie di Piacenza e Cremona. Raggiunte le vette de’ Pirenei, acquietò i Galli della pendice settentrionale con un trattato, memorabile per la singolarità; giacchè si stipulava che qualsivoglia querela de’ Cartaginesi contro gl’indigeni sarebbe rimessa all’arbitrio delle donne galle[259]. Lasciando guarnigioni lungo tutto il cammino, innanzi che i Romani potessero abbarrargli la via tragittò il Rodano e la Durenza, e uscente ottobre cominciò a valicare le Alpi nevate, pericolose e difese[260].ANNIBALE IN ITALIATanto fu disastrosa la marcia fra i ghiacci nel salire, fra i torrenti e le smottature nel discendere, che di cinquantamila fanti e ventimila cavalli con cui aveva varcato il Rodano, dopo cinque mesi e mezzo e mille cenventicinque miglia di viaggio, gli avanzarono appena ventimila fanti e seimila cavalli. Col favore dei Galli e col proprio coraggio, probabilmente pel piccolo Sanbernardo nelle alpi Graje scese in val d’Aosta: riuscito fra i Taurini, proclamando la solita canzone del venire a liberare l’Italia da’ suoi oppressori, giunse al Po. All’avvicinarsi di lui, i Galli insorti aveano disperse le colonie di Piacenza e di Cremona, e rotto il console romano nella foresta di Modena; pure non caldeggiarono l’invasore quant’egli sperava, fosse paura de’ Romani, o avessero di buon’ora sperimentato i guaj di tali liberazioni: sicchè col fendente della spada dovette Annibale aprirsi un passo sanguinoso fra i Taurini.Roma avea destinato un esercito per l’Africa, uno per la Spagna, il terzo per la Gallia. Quest’ultimo andò sconfitto; il secondo col console Cornelio Scipione molestò alle spalle Annibale, ma vedendolo scalar le Alpi, accorse a difesa, mentre l’inatteso suo arrivo fece trattenere in Italia l’esercito destinato all’Africa. Scipione, che aspettava Annibale pel più facile varco dell’alpiMarittime, se lo trovò improvvisamente sulla propria linea di operazione, e voltato fronte, lo pettoreggiò al Ticino; ma inferiore di cavalleria, rimase colla peggio. Sempronio Longo console, richiamato in diligenza dalla Sicilia, oppose alla Trebbia circa quarantamila uomini agl’invasori; ed anch’egli fu vinto, e costretto abbandonare le posizioni sul Po. Molti dei Galli, arrolati dai Romani, disertavano ad Annibale dacchè lo vedeano sorriso dalla fortuna: ond’egli novantamila guerrieri spiegava sulla valle del Po, in pianure opportunissime all’ottima cavalleria numida.Pure non avea troppo onde rallegrarsi. I Galli, dopo che si furono disfatti delle colonie, di mal occhio vedeano messo a contribuzione il paese e a repentaglio la propria indipendenza per favorire codesti stranieri. Gli altri mercenarj ond’era composto l’esercito, ragunaticci indocili nella quiete, burbanzosi nella vittoria, volevano imporre al capitano l’ora e il luogo della battaglia, della marcia: frenati con man di ferro, tramavano contro Annibale, il quale, per eluderli, era costretto mutare ogni tratto di vestimento. Però appena il consentì la stagione andata nevosissima, egli muove alla volta di Rimini,217e per la valle del Ronco o quella del Savio piega sull’Appennino, e verso Arezzo per la via men frequentata delle maremme dell’Arno e del Clani, ove in marcia disastrosissima perdè fin sette elefanti[261]e assai uomini e cavalli; tra il monte di Cortona e il lago Trasimeno sconfisse di nuovo inemici, uccidendo il console Flaminio Nepote; e l’Etruria, quasi risorgesse a libertà, illuminò tutte le alture con bellissimo tripudio, che i loro discendenti continuano a celebrare annualmente ne’ dintorni di Cortona. Perocchè è natura dei vulghi il salutare come liberatore ogni nemico de’ loro padroni; e le popolazioni che Roma aveva assoggettate, e di cui offendeva il patriotismo colle colonie e co’ magistrati suoi, davan mano ad Annibale, e dall’Alpi al Peloro ridestavasi il grido dell’indipendenza.FABIO MASSIMORoma, vistasi in tal frangente, e sconfitti i due consoli, elegge dittatore Fabio Massimo Verrucoso, il caporione de’ nobili, che preso per ajutante Minucio Rufo plebeo, decreta devozioni, una primavera sacra, giuochi solenni, e insieme munisce la città, taglia i ponti, accortosi che occorreva di proteggere non più tutta Italia, ma la capitale; propone però di lasciar consumare Annibale anzichè combatterlo, ed ha il coraggio di temporeggiare, affrontar la ciarla degli eroi da parole che lo abbajavano inetto, codardo, tentennone, e fin traditore; e senza mai lasciarsi tirare a battaglia, soffre che Annibale sotto gli occhi di lui passi nell’Italia meridionale e nell’Umbria fino a Spoleto, e devasti le vitifere campagne di Falerno, di Massico, di Sinuessa, fra l’abbondanza instaurando i suoi de’ sofferti disagi.CANNE. CAPUASceglieva dunque per nuova base d’operazione il mare d’Apulia, donde potrebbe ricevere sussidj da Cartagine: base infelice però è il mare a chi non abbia una fortezza, o amiche le popolazioni, e una flotta robusta. Quest’errore aveva conosciuto Fabio; e il titolo di temporeggiatore (cunctator), affissogli per ischerno,restò come sua gloria allorchè l’esito chiarì quanta nell’indugio fosse prudenza. Perocchè Annibale, consunti i viveri e i foraggi, serrato nell’Italia meridionale senza comunicazioni colla Spagna, staccato dai Galli, non vedendo le città e i popoli muoversi a secondarlo, già era costretto a meditare una ritirata nella Gallia: quando, avendo Fabio dopo i sei mesi deposto la dittatura, il console Terenzio Varrone,216levatosi in fiducia, e mal resistendo al desiderio di popolarità, antepose le grida vulgari ai consigli di esso Fabio e del collega Paolo Emilio, e presentò battaglia a Canne sull’Ofanto. Ne esultò Annibale, e squadronò i suoi Africani, coperti d’armi acquistate alla Trebbia e al Trasimeno; i Galli ignudi dall’umbilico in su, con lunghe e ottuse spade; gl’Ispani colle sciabole puntute e vestiti di bianco. Accanita battaglia si mescolò; e riuscì disastrosissima pei Romani, di cui forse quarantamila perirono; diecimila prigionieri; tre moggia e mezzo d’anelli, distintivo dei cavalieri uccisi, furono da Annibale inviati a Cartagine; e Paolo Emilio, prodigando sul campo la grand’anima, mandava dire a Roma, si fortificasse prima che le giungesse addosso il vincitore. Questi in fatto s’inoltrò fino a sventolare il punico vessillo in vista della città nemica; ma poi scostandosene, accettò in dedizione molti popoli della Lucania e dell’Apulia, e singolarmente Capua.215In questa ricca e splendida città sul Vulturno, emula di Cartagine e di Corinto, e non seconda che a Roma nella penisola, egli piantò il quartier generale, in luogo munito, e opportuno a guidare l’Italia meridionale sollevata.DIFFICOLTÀ DI ANNIBALEQui tutti fanno eco a quel motto di Maarbale luogotenente d’Annibale,—Tu sai vincere, non usare della vittoria». Ma se si riflette che tredici anni ancora egli si sostenne in Italia, mal si crederà che l’ozio molle indisciplinato e le vaghe donne e i generosi vini fiaccasseroil suo esercito. Del resto, poichè la guerra non si fa con parole, con quali mezzi poteva egli spingerla alla risoluzione? In tante battaglie avea consumato il fiore de’ suoi veterani: disgiunto com’era dalla propria base nel settentrione dell’Italia, non rimanevagli modo di rifare gli eserciti colle cerne della bellicosa Gallia; avea perduto la più parte de’ cavalli, così preziosi per gli Africani e in generale pei soldati mercenarj che, privi di patria e di famiglia, pongono il cuore in quest’unico lor possesso e scampo. Annibale avea fatto stima che Roma fosse odiosa alle colonie quanto Cartagine, ma il fatto ormai lo convinceva altrimenti. Molte delle piccole popolazioni si erano avvezze a considerare i Romani come capi; da loro avevano avuto riparo nella recente irruzione dei Galli; da loro vedevansi provvedute di strade, canali, ponti; difese le coste; protetto il commercio contro Illirici e Cartaginesi; in ricambio domandando solo uomini, tributo men sentito che quello dell’oro. L’indipendenza tumultuosa degli Staterelli disgregati avea stancato i più; e se le plebi la rimpiangeano, dappertutto i nobili si erano attaccati alla fortuna dei Romani, che d’altra parte acquistavano benemerenza e parentele ne’ varj comuni; Appio Claudio diede una figlia a un Campano; Livio sposò quella d’un senatore di Capua; Curio scavò a Reate un canale per isfogo del lago Velino. Ecco perchè degl’Italiani gran parte rimasero in fede: quelli che voltavansi contro Roma perchè stanchi di riempirne le file, ben presto si indignavano di dover dare e roba e uomini al Cartaginese, il quale, attento ad occupar le città, massime quelle a mare, trovavasi spesso respinto, o dovea vincerle a gran costo d’uomini e di tempo.CONTEGNO SUO E DE’ ROMANIRestavagli di chiedere soccorsi da Cartagine; ma questa n’era dissuasa da Annone, capo della parte contraria ai Barca.—Che bisogno ne ha fra tante vittoriech’e’ ci ricanta? Non ha egli ucciso ducentomila Romani, fattone prigioni cinquantamila, assoggettato Apuli, Bruzj, Lucani, Campani?» Nè la sola costui gelosia tratteneva il prudente senato cartaginese dall’ajutare Annibale, ma anche il sentire come divenisse pericoloso alla patria cotesto generale, che per proprio conto aveva guerreggiato nella Spagna, ed ora nell’Italia. Conoscendo però di quanto momento alla sua gloria ed a’ suoi possessi fosse quell’impresa, deliberò sostenerlo: ma ad Annibale non bisognavano nuove cerne, bensì un esercito già agguerrito nella Spagna. Di fatto, lasciate le reclute d’Africa a tener fronte ai Romani nella penisola, Asdrubale fratello di lui si mosse co’ veterani: ma gli Scipioni che vi capitanavano i Romani, gli attraversarono la via;212impedirono anche Magone, venutovi colle truppe fresche d’Africa; e le vittorie d’Ibera, d’Illiturgi, di Munda salvarono l’Italia da una nuova invasione.I Romani dalla sconfitta di Canne rimasero sgomentati per modo, che aveano proposto perfino d’abbandonare la patria inauspicata; e un pugno di garzoni nobili già dava lo sciagurato esempio di trasportarsi altrove, se il giovane Publio Cornelio Scipione non fosse riuscito a stornarli. Fabio (racconta Plutarco) spiegando tutta la maestà dittatoria, di cui era novamente rivestito, preceduto da ventiquattro littori, uscì incontro al console Varrone, ringraziandolo non avesse disperato della patria; ma gli ordinò deponesse le insegne di sua dignità, mentre invece faceva mettere agli Dei pomposissimi addobbi, quasi a mostrare che la sconfitta era dovuta al generale e al suo sprezzo per la divinità, non a codardia delle truppe; e che il popolo dovea non ispaventarsi del nemico, ma placare i numi sdegnati. Allora si ricorse ai libri Sibillini, e conforme a quelli prepararono il letto e la mensa agli Dei; sivotò una primavera sacra[262]; si rinnovarono tutte le superstizioni etrusche; si sepellirono vivi nel fôro due Greci e due Galli; e così due Vestali violatrici dei voti, e il loro seduttore fu ucciso a vergate dal pontefice massimo.PERSEVERANZA DEI ROMANISe a questi segni di sgomento si consolava, Annibale dovette sconfortarsi allorchè intese come quelli ch’eransi salvi colla fuga, furono mandati a servire senza soldo in Sicilia, fintanto che Annibale stesse in Italia: all’ambasciadore spedito a trattar di pace e del riscatto de’ prigionieri, udì rispondere non saper Roma che farne di gente che si era lasciata prender viva; entro la notte uscisse dal territorio romano. E messosi all’incanto il terreno sul quale era piantato il campo cartaginese, fra i compratori sorse gara, come se piede nemico non calpestasse Italia. Di fatto, nel disastro moltiplicano le forze di Roma; a gara si portano gli argenti nel pubblico tesoro; chiunque compì i diciassette anni si arruola; con armi tolte in altri tempi ai nemici, e sospese nei delubri e negli arsenali, sono forniti ottomila schiavi volontarj; Gerone II di Siracusa manda viveri e denaro; Napoli esibisce quaranta pàtere d’oro pesanti trecenventi libbre, trecento moggia di frumento, ducento di orzo, e mille frombolieri che vengono aggraditi. Levate contribuzioni gravissime in proporzione degli averi, proibito ogni lusso d’oro e di vesti, si pensò con uno spediente finanziero riparare alla mancanza di contante. I censori chiamarono al tesoro le ricchezze dei minori, delle vedove, delle non maritate, che stavano deposte in mano de’ tutori, ai quali si rilasciavano dei boni sui pubblici banchieri[263].Questi viglietti del tesoro giravano sotto la fede pubblica; con essi si fecero gli appalti e i mercati, avendo i fornitori dichiarato non chiederebbero il rimborso che a guerra finita. In tal modo rifluì il danaro, si munirono di navi le coste, si coscrissero da ducentomila uomini, e la somma delle cose fu affidata ancora al valore di Claudio Marcello vincitore dei Galli, e all’animosa prudenza di Fabio Massimo, chiamati l’uno spada, l’altro scudo di Roma.Annibale non infingardiva a Capua, anzi rattizzava contro Roma le ire degli Italioti non solo, ma dei Sardi, del nuovo re di Siracusa, di Filippo III re di Macedonia. Pure egli decadeva a misura che Roma alzavasi: Marcello potè vincerlo presso Nola, e così ripristinare ne’ guerrieri romani la confidenza. Filippo Macedone, venuto per danneggiare l’Italia, fu sconfitto ad Apollonia dal pretore Levino, e tosto si rimbarcò per riparare a’ guaj che in patria gli suscitava Roma, la quale spediva Marcello a punire Siracusa.LA SICILIA RIDE A PROVAGeronimo, sciocco e dissoluto nipote di Gerone, tiranneggiava in questa; la quale presto si redense coll’assassinarlo.214Ne seguirono turbolenze violente: i demagoghi aizzavano contro di Roma in nome della indipendenza; lo perchè Appio Claudio per terra, Marcello per mare l’assediarono per tre anni, Invano per difesa della patria il gran matematico Archimede adoprava l’ingegno (pag. 259); Marcello finalmente la prese, e l’abbandonò al saccheggio e al fuoco. Vi si trovarono più ricchezze che non da poi in Cartagine; e Roma si fregiò delle statue e colonne di colà trasportate. Ai Siracusani parve duro il vedersi castigati per la perfidia dei loro tiranni, e chiedeano che le spoglie almeno fossero restituite; e Manlio Torquato sostenendoli diceva:—Se resuscitasse Gerone, egli così fedele al nostro nome, che direbbe vedendo la sua cittàsperperata, e Roma adorna delle sue spoglie?» Il senato rispose gliene rincresceva, ma che Marcello aveva operato con buon diritto di guerra:212e tutta Sicilia fu ridotta all’infelice condizione di provincia.Così le sorti d’Italia si libravano sul mare, in Ispagna, in Sicilia, in Grecia: poi Roma concentrò gran parte di sue forze contro di Capua.211Annibale, che intanto avea corso l’Italia ed erasi mostrato fin presso Roma, adoprò tutta sua possa per salvare i Capuani; i quali, dopo ch’ebbero perduta ogni speranza, imbandirono un voluttuoso banchetto, dove i primarj, dopo sollazzatisi, fecero circolare la tazza avvelenata che dovea sottrarli alla vendetta dei Romani, poi altri si ritirarono nelle proprie case, altri stettero insieme sbevazzando, finchè l’un dopo l’altro cadevano estinti. Capua fu trattata senza pietà, priva de’ suoi ornamenti e dei magistrati, molti venduti schiavi, confiscate le terre. Alcuni furono condotti a Roma, dove essendo scoppiato un incendio, ne fu data ad essi la colpa, e coi tormenti indotti a confessare, ebbero l’estremo supplizio.PUBLIO CORNELIO SCIPIONECon ritirata stupenda Annibale, carico di bottino, erasi ridotto nella Daunia e nella Lucania, vicino allo Stretto: ma la sorte di Capua avea aggiunto a’ suoi nemici tanta baldanza, quanta ne sottraeva agli amici. Restavagli a sperare nell’esercito del fratello Asdrubale; ma questo era trattenuto dalla guerra che, altrettanto viva quantunque men rinomata, conducevasi nella Spagna dai fratelli Publio e Gneo Cornelio Scipioni. I quali, ajutati dai popoli insorti che aveano scannato fin quindicimila nemici, prosperavano di vittorie, ricuperarono Sagunto,212ma poi sconfitti perirono entrambi. Il caso fece tal colpo in Roma, che niuno ardiva domandare quel comando: ma Publio Cornelio Scipione, di soli ventiquattr’anni, si esibì vendicatore dello zio e del padre. Questo garzone, che doveva ottenere il soprannomed’Africano, di diciassette anni avea salvata la vita di suo padre alla battaglia del Ticino, poi dissuaso i giovani dall’abbandonar Roma dopo la rotta di Canne; rammorbidiva l’eroismo de’ patrizj antichi coll’affabilità della greca educazione; stava coi nobili, ma blandiva la plebe per giovarsene; ai devoti lasciava credere d’essere nato miracolosamente e d’aver comunicazione cogli Dei; coi dissoluti gavazzava; delle leggi, della religione, dei patti sapea valersi e ridersi secondo l’occorrenza; uno di quegli uomini, la cui popolarità e l’esempio possono divenire rovinosi alle città libere.Egli rincorò le legioni; e dicendo che Nettuno glielo ordinasse, traverso ai nemici andò attaccare Cartagena, arsenale e granajo del nemico,210e vi pose ad effetto la legge che comandava ai Romani, quando entrassero in una città, di scannar tutti, uomini, animali utili e fino i cani (Polibio). Gli ostaggi degli Spagnuoli che vi rinvenne, rimandò con ogni cortesia, e intatte le donne; col che s’ingrazianì i natii. Non potè peraltro impedire che Asdrubale menasse un esercito in Italia con rapida marcia traverso ai Pirenei ed alle Alpi. Roma dunque stava in nuovo frangente: che se era vincitrice nell’Italia meridionale, dove avea preso anche Taranto, sentivasi però esausta da tanti sacrifizj: fin il terreno delle trentacinque tribù circostanti alla città era sperperato; l’Etruria ribolliva; molte colonie latine, logore di tanti sacrifizj, davano lo scandalo di ricusar danaro e uomini; Claudio Marcello, che a sessant’anni aveva voluto dare una nuova battaglia ad Annibale,208cadde sul campo. Ma altre colonie latine si professarono disposte a tutto soffrire per Roma; i senatori e i magistrati di questa offrirono quanto avevano d’oro e d’argento, e il popolo gli emulò: si chiesero rinforzi d’ogni parte, e i consoli Livio Salinatore plebeo e Claudio Nerone patrizio guidarono mirabili fazioni. Il primo tenevatesta ad Asdrubale con trentacinquemila uomini; Nerone con quarantamila fronteggiava Annibale: ma non esitò di abbandonare la sua posizione per raggiungere il collega, facendo in otto giorni ducensettanta miglia; e menatigli dodicimila uomini, poterono affrontare il nemico a Sinigaglia, e raggiuntolo mentre rampicavasi per la valle del Metauro,207l’ebbero sconfitto ed ucciso. Nerone, che per quest’impresa merita luogo fra i migliori strategi, non si addormentò nella vittoria, ma in sei giorni ritornò sull’Ofanto a fronte de’ Cartaginesi, e il teschio ancor fresco di Asdrubale fu dai magnanimi Romulidi gittato nel campo di quelbarbaroAnnibale, il quale, avendo da Magone ricevuto il cadavere del vinto console Sempronio Gracco, anzichè farlo a brani, come gli si suggeriva, l’onorò di magnifiche esequie, e l’ossa mandò al campo nemico.Rincalzato adunque agli estremi di quell’Italia che dianzi scorrea da vincitore, più non poteva Annibale che altalenare sulle difese tra gli Abruzzi, insuperabili qualora occupati da uomini. Ben doveva esser mirabile la prudenza di lui ne’ disastri, se i nemici non osarono assalirlo benchè malconcio e disordinato, e se l’esercito suo, composto di mercenarj d’ogni favella e religione e costumi, e mancante di paghe e spesso di viveri, non gli perdè il rispetto, come avviene al cessare della fortuna. Cartagine delibera un’altra volta d’inviargli soccorsi: e Magone, fratello di lui, con quattordicimila uomini sbarcato a Genova,205tenta di trarre dalla sua i Liguri, ed ingrossato penetra nella Gallia Cisalpina, e vi si regge lungamente. Anche in Sicilia spedirono Imilcone: ma la guerra trascinavasi lenta, come allorchè nessuna delle parti ardisce un colpo risoluto. Questo era riservato a Publio Cornelio Scipione.PASSA IN AFRICALa partenza di Asdrubale aveva fatto agevolezza a questo di sottomettere tutta la Spagna cartaginese finoa Cadice; colà fondò pei veterani la colonia d’Italia presso Siviglia; e la vittoria costante sopra quattro generali e quattro eserciti gli meritò d’esser eletto console innanzi l’età.—Non si potrà finire la guerra d’Italia che collo sbarcare in Africa», pensò egli; e con tal mira strinse alleanza con Siface re della Numidia: ma i vecchi generali di Roma, tra cui anche Fabio Massimo, fosse cautela o invidia, lo contrariavano di maniera che a stento ottenne trenta galee[264]. Alla renitenza del senato supplì l’ardore degl’Italiani, impazienti di porre un termine alle perenni devastazioni delle bande d’Annibale quando più non lo sperarono liberatore. Gli Etruschi disingannati trassero dagli arsenali le armi e gli attrezzi, copiosissimo avanzo della loro grandezza; Populonia somministrò il ferro, Tarquinia le tele, Chiusi, Perugia, Rusella gli abeti, Arezzo trenta migliaja di scudi, celate, pili, cinquantamila aste lunghe, e quante occorrevano scuri, asce, fasci, vasi d’acqua, macinette; sicchè un poderoso armamento Scipione radunò nella Sicilia, mentre simulavasi tuffato nella mollezza e nei piaceri, e sbarcò in Africa.SOFONISBAFa meraviglia che Cartagine non siasi opposta a quel tragitto: soltanto era riuscita a richiamare dalla sua re Siface, valendosi delle istigazioni di Sofonisba, figlia di Asdrubale Giscone,204la quale adoperava la sua bellezza per trovare nemici a Roma. Scipione assalì questo re, e spodestatolo, ripristinò sul trono di Numidia il cacciato Massinissa. Costui, dotato di quella solida vecchiezza che spesso s’incontra ne’ militari, a ottant’anni valichi reggeva un giorno intero a cavallo, ed anelando a vendicarsi ajutò non poco la vittoria di Scipione; e avuto in sua mano Siface, gli tolse Sofonisba,e la sposò. N’ebbe dispetto l’innamorato Siface, e subillò Scipione:—Guaj ai Romani ove costei s’avvicina! come ha mutato l’animo mio ad odiarli, così torcerà Massinissa contro di voi». Il Romano adunque la richiede al re numida, il quale non osando negarla e non la volendo cedere, presenta a Sofonisba un nappo avvelenato.—Grazie del dono nuziale», esclama l’intrepida, e beve. Massinissa ne mostrò il cadavere a’ Romani venuti a richiederla, e Scipione posò sul capo del vecchio il diadema,203meritato coll’assassinio d’una donna.Cartagine, stretta sì da vicino, richiamò d’Italia gli eserciti. Magone, che non era mai riuscito a congiungersi con Annibale, pugnando nell’Insubria contro Quintilio Varo toccò una grave ferita, della quale morì mentre si tragittava in Africa. Annibale costretto a lasciare il bel paese che sedici anni aveva corso rubando e sperperando, smungendo amici e nemici, trucidando con barbarie calcolata, sterminando le famiglie infedeli o temute, o de’ cui beni avesse bisogno per nodrire i suoi mercenarj, non sapea celare il suo dispetto. Anche sul punto di uscirne, sotto finta di visitare le guarnigioni delle fortezze alleate, mandò suoi commissarj ad espellere cittadini, a saccheggiar case e tesori; e perchè i popoli si opponevano, ne seguirono violenze e sangue. Avrebbe egli voluto portare in Africa un ventimila Italiani che militavano sotto la sua bandiera; ma non aderirono se non quelli che sentivansi rei di delitto capitale. A questi egli regalò gli altri come schiavi; ma perchè si vergognavano di farsi carcerieri de’ proprj fratelli, Annibale unì quegli avanzi con quattromila cavalli e assai bestie da soma, e di tutto fece macello[265].ANNIBALE ESCE D’ITALIAQueste orme lasciava Annibale del suo passaggio, del quale gl’Italiani conservarono lungamente memoria d’orrore. Cartagine non appena rivide il gran generale, ripigliò la baldanza; fallendo la tregua invocata, malmenò alcune navi romane sospinte dalla tempesta, e tentò mandar a male gli ambasciatori venuti a richiamarsene. Annibale però non avea fretta di vincere; e quando que’ mercanti il sollecitavano alla battaglia, rispondeva:—Attendete a’ fatti vostri; il soprassedere o accelerare è affar mio». Abboccatosi con Scipione, esibì di cedergli Sicilia, Sardegna e Spagna, ma questi non accettò: a Zama si fe giornata,202e benchè Celti e Liguri, ch’erano un terzo dell’esercito, combattessero coll’odio insito alla razza galla contro la romana[266], ed Annibale v’adoprasse tutta l’arte e il coraggio, la vittoria restò ai Romani.ZAMAAllora in Cartagine i negozianti prevalsero, e chiesero la pace; e Scipione, conoscendo la difficoltà di espugnar la nemica, o non volendo che un console successore finisse l’impresa da lui sì bene avanzata,201la concedette, ma a duri patti: Cartagine conserverà il territorio e il governo suo, consegnando i prigionieri e i disertori, gli elefanti e le navi, eccetto le triremi; pagherà fra cinquant’anni diecimila talenti; non imprenderà guerra nè solderà mercenarj senza il consentimento di Roma; restituirà a Massinissa quanto gli avi di lui avevano posseduto, e lo terrà alleato; darà cento statichi.PACEI disertori latini furono decapitati, crocifissi i romani; l’erario di Roma risanguato con cenventitremila libbre d’argento. Cartagine si vide rapiti e incendiati icinquecento vascelli, con cui non avea saputo impedire lo sbarco di Scipione; e collocato alle porte Massinissa, che incessantemente sarebbesi maneggiato a suo danno, mentr’essa non potrebbe chiarirgli guerra. Quando l’ambasciatore cartaginese andò a Roma a chiedere la sanzione del concordato, qualche senatore gli domandò:—Or quali Dei chiamerete in testimonio, voi che tutti li spergiuraste?» e il Cartaginese:—Chiameremo quelli che ci hanno punito con tanta severità». A tal punto Cartagine si sentiva abbassata! Ma paci che violano la sovranità d’un popolo, allettano a violarle.CONSEGUENZE DELLA PACEQuando Scipione di ritorno traversò l’Italia, fu un tripudio inesprimibile sui passi del giovane salvatore; ma egli potè vedere dappertutto la desolazione e lo spopolamento. E Roma gli accrebbe col voler castigare quelli che l’aveano disfavorita; i Bruzj furono condannati a non esser più combattenti, ma servi ai magistrati che andavano nelle provincie; del Sannio e della Puglia si confiscarono i terreni, per farne cortesia a quei che aveano fatto la campagna d’Africa.INSURREZIONE DELLA GALLIA CISALPINAMagone partendo per Cartagine avea lasciato nella Gallia Cisalpina un Amilcare cartaginese, guerriero sperimentato, che preferiva il vivere irrequieto fra i nemici di Roma all’indecorosa pace della patria. Costui infervorò tanto i Cisalpini,200che Boj, Insubri, Cenomani, Liguri si collegarono, arsero la colonia di Piacenza, minacciarono quella di Cremona; ma sotto questa furono vinti da Lucio Furio, ed Amilcare stesso perì combattendo.Chi non conoscesse la storia de’ nostri giorni, stupirebbe che i Galli si tenessero quieti allorchè sì formidabilmente avrebbero potuto unirsi ad Annibale, poi, vinto questo, insorgessero senza riposo. Per molti anni la fortuna variò, sinchè Roma,197determinata di venirne ad un fine, mandò ad invadere quinci la Liguria,quindi l’Insubria; e che più valse, riguadagnò i venali Cenomani, che nel vivo della mischia disertando ai Romani, fecero intera la sconfitta dei Galli. Nè però Boj ed Insubri si tennero per domati; e solo dopo dure battaglie Claudio Marcello console prese Como196e ventotto castelli là intorno, portando immense spoglie a Roma. Gl’Insubri più non appajono tra i nemici di Roma, ma i Liguri incessantemente correvano or contro Piacenza, or in Etruria e sulla marina pisana. Gli anni successivi tre eserciti furono mandati nella Gallia Cisalpina, i quali con accanimento nazionale tal guasto menavano, che alcuni de’ più ricchi chiedevano rifugio presso gli stessi Romani, e sovente vi trovavano orrendi oltraggi. Un bardasso di Lucio Quinzio Flaminino, fratello del vincitore de’ Macedoni, querelavasi di avere, per seguirlo, abbandonato Roma la vigilia di un combattimento di gladiatori, spettacolo a lui curiosissimo. Or mentre a tavola gareggiavano di stravizzo, annunziasi a Flaminino un capo de’ Boj colla sua famiglia;194il quale, introdotto, espone i proprj infortunj, ed invoca protezione ed ospitalità. Un orribile pensiero balena a Flaminino, e voltosi al suo mignone:—Tu mi hai sacrificato il piacere d’un combattimento di gladiatori; io te ne compenserò col farti vedere la morte di questi Galli». Detto, brandisce la spada, e fiede sul Gallo, che, indarno invocando la fede divina e l’umana, è colla famiglia trucidato. Solo dopo otto anni, nella censura del severo Catone, a Flaminino fu chiesta ragione di tal nefandità.Se così operava il console, pensate che doveva la soldatesca; e vedete a qual delle due parti convenisse il titolo di barbara. Scipione Nasica pretore, in un giorno uccise ventimila Boj, tremila ne prese;193chiedendo il trionfo, in senato si vantò di non aver lasciato vivi in quel paese che fanciulli e vecchi, e nella pompa femarciare misti coi cavalli i più nobili prigionieri galli; egli che era stato premiato per virtuoso. Allora recò al tesoro mille quattrocensettanta collane auree, ducenquarantacinque libbre d’oro, duemila trecenquaranta d’argento in verghe e in vasi di fattura gallica, e ducentrentamila monete. Spedito poi come console a compiere l’opera sua,191occupò armatamano il territorio confiscato: ma le insegne romane destavano tale ribrezzo, che i pochi avanzi di centododici tribù boje preferirono migrare, postandosi al confluente del Danubio e della Sava; e il nome de’ Boj, Lingoni, Anamani restò cancellato dall’Italia.GALLIA CISALPINAOltre ripopolare quelle di Cremona, Piacenza, Modena, fondaronsi le nuove colonie di Bononia, Parma, Pisa;189-177gl’Insubri si rassegnarono al giogo; i Cenomani ottennero il premio di loro perfidia; i Veneti anch’essi cedettero; i Liguri che resisterono lunga pezza al ladroneccio romano, a viva forza furono sottomessi; e la Garfagnana e la Lunigiana settentrionale distribuite alla colonia romana dedotta da Lucca[267].Dell’alta Italia, che per quattrocent’anni avevano i Galli tenuta, da Belloveso in poi, allora si formò la provincia detta Gallia Cisalpina o Togata, e Roma dichiarò:—Natura ha posto le Alpi fra l’Italia e i Galli; guaj a questi se osano ripassarle!»APPIO CLAUDIO PULCROL’eccesso dell’oppressione ammutinò ancora qualche volta i Galli Cisalpini, e nominatamente i Salassi; da essi rimase sconfitto il console Appio Claudio Pulcro,143il quale però con sacre cerimonie ravvivato il coraggio de’ soldati, riparò il danno. Quando chiese il trionfo,gli fu negato; e poichè voleva condurlo non ostante, un tribuno gl’impedì la salita in Campidoglio. Ma sua figlia ch’era vestale, montò seco sul carro, talchè niuno osò opporsi alla vergine sacra; ed ella ne fu lodata, egli maledetto.
CAPITOLO XIII.Seconda guerra punica. Annibale.Sommessione della Gallia Cisalpina e di tutta Italia.Piccolo intelletto bastava a comprendere che quella delle isole Egati, più che una pace, era un armistizio, durante il quale Roma si allestirebbe di nuove forze onde all’emula, dopo tolto l’onore e l’influenza politica, togliere e le ricchezze e l’indipendenza. Nella guerra micidialissima, Roma avea perduto cittadini, e Cartagine soltanto mercenarj: ma Roma rifondeasi il sangue versato coll’adottare nuovi figli, mentre a Cartagine, in tempo di pace, i soldati diventavano nemici. Già durante la guerra i mercenarj aveano causato non lievi disturbi ai generali: sicchè questi sotto Agrigento mandarono a macello tre o quattro migliaja di Galli, altri fecero condurre sopra un’isola deserta, e quivi abbandonare. Quando poi, conchiusa la pace, si trattò di congedarli, i Cartaginesi lasciavansi rincrescere tanto esborso; onde i mercenarj mossero contro la città, e in favelle varie, ma con eguale prepotenza chiesero i soldi.238Cartagine, pretestando il vuoto erario, esibiva un tanto meno: ma quei forti che avevano sottocchio le ricchezze del popolo più trafficante, e quanto facilmente il loro braccio prevarrebbe alle costoro industrie, s’ammutinano; dalle città africane settantamila uomini si rannodano coi ventimila mercenarj, e stringonod’assedio Cartagine. Sono di quei frangenti, ove la superiorità è restituita agli uomini d’azione; e in fatto la fazione guerresca dei Barca, venuta in dechino in grazia della pace, torna a rivalere; ed Amilcare, rimesso al comando, con ferocia combatte la ferocia de’ mercenarj, e ne fa macello.ANNIBALE IN ISPAGNAVinti questi nemici, restava non meno temibile il loro vincitore. I Cartaginesi, non avendo potuto perderlo con un’accusa, lo mandarono a guerreggiare fra i Numidi.237Sottomessa la costa d’Africa sino all’Oceano, di là egli traeva numerose cerne d’Africani, Numidi, Mauritani, imbizzarriti dalla vittoria; e non avendo altro modo d’alimentarli che la guerra e la preda, li menò di qua del mare nella Spagna, ricca di terreno, di commercio, di miniere. Cartagine non se ne diede per intesa, sperando o che il valore conosciuto degli Spagnuoli toglierebbe di mezzo l’esercito pericoloso; o se questo vincesse, non si potrebbe sostenere che ricorrendo alle flotte di Cartagine, e cedendole il frutto delle sue conquiste.Campeggiava dunque Amilcare, si può dire, indipendente dalla sua repubblica, e volgeva per la fantasia un’impresa maggiore, suggeritagli dal dispetto d’aver visto la Sicilia ceduta per intempestiva disperazione, e la Sardegna ciuffata dai Romani nel cuor della pace. Ma in mezzo a tali divisamenti rimase sconfitto e ucciso;228tolto un gran nemico a Roma, e fors’anche a Cartagine.Asdrubale genero di lui si mise a capo dell’esercito ch’egli abbandonava, e guerreggiò in Ispagna a suo talento; coll’affabilità e coi maneggi più che colla forza trasse dalla sua i regoli del paese, e in faccia all’Africa fondò Cartagine nuova (Cartagéna),226con eccellente porto e formidabili munizioni, predestinata sede d’un dominio spagnuolo220che forse egli ruminava alzareemulo di Cartagine e di Roma. Ma uno schiavo gallo lo scannò a piè degli altari.L’esercito si tolse a capo Annibale figlio d’Amilcare, giovane ventiseienne, che poteva dirsi straniero alla patria, dalla quale era uscito a tredici anni. Suo padre l’avea formato negli aspri esercizj della guerra spagnuola e nell’odio di Roma; e consacrandolo col fuoco sull’ara di Melcart, gli avea fatto giurare perpetua nimicizia ai Romani. Annibale congiungeva facoltà disparatissime; obbedire e comandare, tenersi cari i soldati e gli uffiziali, divisare un’impresa ed eseguirla; versatissimo in quanto allora sapevasi di tattica e stratagemmi, primo tra i fanti, primo tra i cavalieri; indistinto dagli altri nelle marcie e nell’accampamento, nella mischia distinto per armi e cavallo più vistosi; indomito alle fatiche, primo all’azzuffarsi, ultimo al ritirarsi; senza pietà, senza fede, senza riguardo a santità, a giuramenti.Le città di Emporia, Roda, Sagunto, fondate dai Greci nella Spagna, si videro esposte alle ambizioni puniche; onde ricorsero a Roma, che già estendeva la sua politica di là delle Alpi, e che, ingelosita dallo estendersi de’ Cartaginesi in quella penisola, s’interpose, e concordò con essi avesse a considerarsi limite de’ possedimenti l’Ebro, di mezzo alle due potenze restando franca Sagunto, città di origine greco-italica[257]. Annibale, desideroso di romperla coi Romani, ad onta dei trattati assediò Sagunto;219i cui abitanti, dopo generosissima resistenza, vedendo disperato della patria, e non volendole sopravvivere, si precipitarono nelle fiamme. Roma stava consultando ancora sul soccorrerla quando la udì perita; onde spedì ambasciadori ad Annibale per lamentarsene, i quali, da luinon ascoltati, tragittarono a Cartagine, chiedendo fosse loro consegnato Annibale, violatore del diritto pubblico. Il senato rispose nol potrebbe quand’anche il volesse; e dicea vero, ma Fabio Massimo Verrucoso, fatto un seno col lembo della toga, lo sporse ai gerusj cartaginesi, e disse:—Qua entro vi offro guerra e pace, scegliete». I gerusj risposero unanimi:—Dia qual vuole»; ed egli, scosso quel lembo, esclamò—Guerra».SECONDA GUERRA PUNICAE fu rotta quella che Livio chiamabellum maxime memorabile omnium, e che la posterità ricorda ancora come gravissima, dopo tante in cui si abbeverò di sangue la razza di Caino. Aveva Roma a fare con un esercito che da ventitre anni combatteva gli Spagnuoli, gente bellicosissima nelle difficili fazioni di montagna, e capitanato da un sommo generale. Come avviene delle guerre di passione, non meno che colle forze si armeggiò coi maneggi, e variatissima volse la fortuna, costosa la vittoria. Roma fece grandiosi preparativi di truppe proprie e d’alleate, e supplicazioni agli Dei: chiese a’ popoli della Spagna rimanessero saldi alla sua amicizia; ma questi risposero, l’esempio di Sagunto aveva insegnato quanto male essa proteggesse i suoi alleati: si volse ai Galli, pregando non concedessero il passo ai Cartaginesi; ma quelli, venuti in consiglio armati, risposero ridendo:—Che male ci ha fatto Cartagine? o che bene Roma? Questo sappiamo solo che Roma ha cercato espellere d’Italia i nostri fratelli».PASSO DELLE ALPIAlludevano ai Galli Cisalpini, dei quali essendo recente la sconfitta, Annibale comprese come insorgerebbero non appena egli portasse le armi in Italia. La famiglia di lui era ricchissima, e da una sola miniera di Spagna traeva al giorno trecento libbre d’argento[258]; altri mezzi gli offrivano le spoglie della vinta Sagunto:laonde, lasciato cinquantacinque navi e sedicimila soldati col fratello Asdrubale per guardare la Spagna e per addestrarsi in quella faticosissima palestra, con novantamila veterani prese le mosse. I Romani l’aspettavano per mare:218,16 giug.egli, al contrario, pensò venire pei Pirenei e le Alpi, donde si diceva che anticamente Ercole Tirio fosse dall’Iberia varcato in Italia; aprirebbe una nuova via, impresa che gli antichi consideravano gloriosissima; ed a pastura del vulgo diede voce che il dio patrio gli avesse in sogno, entro il santuario di Gades, preconizzate le vittorie, e mostro il cammino mediante le tortuosità di un serpente. Politicamente confidava ne’ Barbari, e di guadagnarne i capi sia coll’oro, sia coll’idea della vendetta e del saccheggio: onde spediva a sollecitare Boj ed Insubri; aprissero gli occhi contro questa Roma che tendeva avvolgerli in una catena, di cui erano i primi anelli le colonie di Piacenza e Cremona. Raggiunte le vette de’ Pirenei, acquietò i Galli della pendice settentrionale con un trattato, memorabile per la singolarità; giacchè si stipulava che qualsivoglia querela de’ Cartaginesi contro gl’indigeni sarebbe rimessa all’arbitrio delle donne galle[259]. Lasciando guarnigioni lungo tutto il cammino, innanzi che i Romani potessero abbarrargli la via tragittò il Rodano e la Durenza, e uscente ottobre cominciò a valicare le Alpi nevate, pericolose e difese[260].ANNIBALE IN ITALIATanto fu disastrosa la marcia fra i ghiacci nel salire, fra i torrenti e le smottature nel discendere, che di cinquantamila fanti e ventimila cavalli con cui aveva varcato il Rodano, dopo cinque mesi e mezzo e mille cenventicinque miglia di viaggio, gli avanzarono appena ventimila fanti e seimila cavalli. Col favore dei Galli e col proprio coraggio, probabilmente pel piccolo Sanbernardo nelle alpi Graje scese in val d’Aosta: riuscito fra i Taurini, proclamando la solita canzone del venire a liberare l’Italia da’ suoi oppressori, giunse al Po. All’avvicinarsi di lui, i Galli insorti aveano disperse le colonie di Piacenza e di Cremona, e rotto il console romano nella foresta di Modena; pure non caldeggiarono l’invasore quant’egli sperava, fosse paura de’ Romani, o avessero di buon’ora sperimentato i guaj di tali liberazioni: sicchè col fendente della spada dovette Annibale aprirsi un passo sanguinoso fra i Taurini.Roma avea destinato un esercito per l’Africa, uno per la Spagna, il terzo per la Gallia. Quest’ultimo andò sconfitto; il secondo col console Cornelio Scipione molestò alle spalle Annibale, ma vedendolo scalar le Alpi, accorse a difesa, mentre l’inatteso suo arrivo fece trattenere in Italia l’esercito destinato all’Africa. Scipione, che aspettava Annibale pel più facile varco dell’alpiMarittime, se lo trovò improvvisamente sulla propria linea di operazione, e voltato fronte, lo pettoreggiò al Ticino; ma inferiore di cavalleria, rimase colla peggio. Sempronio Longo console, richiamato in diligenza dalla Sicilia, oppose alla Trebbia circa quarantamila uomini agl’invasori; ed anch’egli fu vinto, e costretto abbandonare le posizioni sul Po. Molti dei Galli, arrolati dai Romani, disertavano ad Annibale dacchè lo vedeano sorriso dalla fortuna: ond’egli novantamila guerrieri spiegava sulla valle del Po, in pianure opportunissime all’ottima cavalleria numida.Pure non avea troppo onde rallegrarsi. I Galli, dopo che si furono disfatti delle colonie, di mal occhio vedeano messo a contribuzione il paese e a repentaglio la propria indipendenza per favorire codesti stranieri. Gli altri mercenarj ond’era composto l’esercito, ragunaticci indocili nella quiete, burbanzosi nella vittoria, volevano imporre al capitano l’ora e il luogo della battaglia, della marcia: frenati con man di ferro, tramavano contro Annibale, il quale, per eluderli, era costretto mutare ogni tratto di vestimento. Però appena il consentì la stagione andata nevosissima, egli muove alla volta di Rimini,217e per la valle del Ronco o quella del Savio piega sull’Appennino, e verso Arezzo per la via men frequentata delle maremme dell’Arno e del Clani, ove in marcia disastrosissima perdè fin sette elefanti[261]e assai uomini e cavalli; tra il monte di Cortona e il lago Trasimeno sconfisse di nuovo inemici, uccidendo il console Flaminio Nepote; e l’Etruria, quasi risorgesse a libertà, illuminò tutte le alture con bellissimo tripudio, che i loro discendenti continuano a celebrare annualmente ne’ dintorni di Cortona. Perocchè è natura dei vulghi il salutare come liberatore ogni nemico de’ loro padroni; e le popolazioni che Roma aveva assoggettate, e di cui offendeva il patriotismo colle colonie e co’ magistrati suoi, davan mano ad Annibale, e dall’Alpi al Peloro ridestavasi il grido dell’indipendenza.FABIO MASSIMORoma, vistasi in tal frangente, e sconfitti i due consoli, elegge dittatore Fabio Massimo Verrucoso, il caporione de’ nobili, che preso per ajutante Minucio Rufo plebeo, decreta devozioni, una primavera sacra, giuochi solenni, e insieme munisce la città, taglia i ponti, accortosi che occorreva di proteggere non più tutta Italia, ma la capitale; propone però di lasciar consumare Annibale anzichè combatterlo, ed ha il coraggio di temporeggiare, affrontar la ciarla degli eroi da parole che lo abbajavano inetto, codardo, tentennone, e fin traditore; e senza mai lasciarsi tirare a battaglia, soffre che Annibale sotto gli occhi di lui passi nell’Italia meridionale e nell’Umbria fino a Spoleto, e devasti le vitifere campagne di Falerno, di Massico, di Sinuessa, fra l’abbondanza instaurando i suoi de’ sofferti disagi.CANNE. CAPUASceglieva dunque per nuova base d’operazione il mare d’Apulia, donde potrebbe ricevere sussidj da Cartagine: base infelice però è il mare a chi non abbia una fortezza, o amiche le popolazioni, e una flotta robusta. Quest’errore aveva conosciuto Fabio; e il titolo di temporeggiatore (cunctator), affissogli per ischerno,restò come sua gloria allorchè l’esito chiarì quanta nell’indugio fosse prudenza. Perocchè Annibale, consunti i viveri e i foraggi, serrato nell’Italia meridionale senza comunicazioni colla Spagna, staccato dai Galli, non vedendo le città e i popoli muoversi a secondarlo, già era costretto a meditare una ritirata nella Gallia: quando, avendo Fabio dopo i sei mesi deposto la dittatura, il console Terenzio Varrone,216levatosi in fiducia, e mal resistendo al desiderio di popolarità, antepose le grida vulgari ai consigli di esso Fabio e del collega Paolo Emilio, e presentò battaglia a Canne sull’Ofanto. Ne esultò Annibale, e squadronò i suoi Africani, coperti d’armi acquistate alla Trebbia e al Trasimeno; i Galli ignudi dall’umbilico in su, con lunghe e ottuse spade; gl’Ispani colle sciabole puntute e vestiti di bianco. Accanita battaglia si mescolò; e riuscì disastrosissima pei Romani, di cui forse quarantamila perirono; diecimila prigionieri; tre moggia e mezzo d’anelli, distintivo dei cavalieri uccisi, furono da Annibale inviati a Cartagine; e Paolo Emilio, prodigando sul campo la grand’anima, mandava dire a Roma, si fortificasse prima che le giungesse addosso il vincitore. Questi in fatto s’inoltrò fino a sventolare il punico vessillo in vista della città nemica; ma poi scostandosene, accettò in dedizione molti popoli della Lucania e dell’Apulia, e singolarmente Capua.215In questa ricca e splendida città sul Vulturno, emula di Cartagine e di Corinto, e non seconda che a Roma nella penisola, egli piantò il quartier generale, in luogo munito, e opportuno a guidare l’Italia meridionale sollevata.DIFFICOLTÀ DI ANNIBALEQui tutti fanno eco a quel motto di Maarbale luogotenente d’Annibale,—Tu sai vincere, non usare della vittoria». Ma se si riflette che tredici anni ancora egli si sostenne in Italia, mal si crederà che l’ozio molle indisciplinato e le vaghe donne e i generosi vini fiaccasseroil suo esercito. Del resto, poichè la guerra non si fa con parole, con quali mezzi poteva egli spingerla alla risoluzione? In tante battaglie avea consumato il fiore de’ suoi veterani: disgiunto com’era dalla propria base nel settentrione dell’Italia, non rimanevagli modo di rifare gli eserciti colle cerne della bellicosa Gallia; avea perduto la più parte de’ cavalli, così preziosi per gli Africani e in generale pei soldati mercenarj che, privi di patria e di famiglia, pongono il cuore in quest’unico lor possesso e scampo. Annibale avea fatto stima che Roma fosse odiosa alle colonie quanto Cartagine, ma il fatto ormai lo convinceva altrimenti. Molte delle piccole popolazioni si erano avvezze a considerare i Romani come capi; da loro avevano avuto riparo nella recente irruzione dei Galli; da loro vedevansi provvedute di strade, canali, ponti; difese le coste; protetto il commercio contro Illirici e Cartaginesi; in ricambio domandando solo uomini, tributo men sentito che quello dell’oro. L’indipendenza tumultuosa degli Staterelli disgregati avea stancato i più; e se le plebi la rimpiangeano, dappertutto i nobili si erano attaccati alla fortuna dei Romani, che d’altra parte acquistavano benemerenza e parentele ne’ varj comuni; Appio Claudio diede una figlia a un Campano; Livio sposò quella d’un senatore di Capua; Curio scavò a Reate un canale per isfogo del lago Velino. Ecco perchè degl’Italiani gran parte rimasero in fede: quelli che voltavansi contro Roma perchè stanchi di riempirne le file, ben presto si indignavano di dover dare e roba e uomini al Cartaginese, il quale, attento ad occupar le città, massime quelle a mare, trovavasi spesso respinto, o dovea vincerle a gran costo d’uomini e di tempo.CONTEGNO SUO E DE’ ROMANIRestavagli di chiedere soccorsi da Cartagine; ma questa n’era dissuasa da Annone, capo della parte contraria ai Barca.—Che bisogno ne ha fra tante vittoriech’e’ ci ricanta? Non ha egli ucciso ducentomila Romani, fattone prigioni cinquantamila, assoggettato Apuli, Bruzj, Lucani, Campani?» Nè la sola costui gelosia tratteneva il prudente senato cartaginese dall’ajutare Annibale, ma anche il sentire come divenisse pericoloso alla patria cotesto generale, che per proprio conto aveva guerreggiato nella Spagna, ed ora nell’Italia. Conoscendo però di quanto momento alla sua gloria ed a’ suoi possessi fosse quell’impresa, deliberò sostenerlo: ma ad Annibale non bisognavano nuove cerne, bensì un esercito già agguerrito nella Spagna. Di fatto, lasciate le reclute d’Africa a tener fronte ai Romani nella penisola, Asdrubale fratello di lui si mosse co’ veterani: ma gli Scipioni che vi capitanavano i Romani, gli attraversarono la via;212impedirono anche Magone, venutovi colle truppe fresche d’Africa; e le vittorie d’Ibera, d’Illiturgi, di Munda salvarono l’Italia da una nuova invasione.I Romani dalla sconfitta di Canne rimasero sgomentati per modo, che aveano proposto perfino d’abbandonare la patria inauspicata; e un pugno di garzoni nobili già dava lo sciagurato esempio di trasportarsi altrove, se il giovane Publio Cornelio Scipione non fosse riuscito a stornarli. Fabio (racconta Plutarco) spiegando tutta la maestà dittatoria, di cui era novamente rivestito, preceduto da ventiquattro littori, uscì incontro al console Varrone, ringraziandolo non avesse disperato della patria; ma gli ordinò deponesse le insegne di sua dignità, mentre invece faceva mettere agli Dei pomposissimi addobbi, quasi a mostrare che la sconfitta era dovuta al generale e al suo sprezzo per la divinità, non a codardia delle truppe; e che il popolo dovea non ispaventarsi del nemico, ma placare i numi sdegnati. Allora si ricorse ai libri Sibillini, e conforme a quelli prepararono il letto e la mensa agli Dei; sivotò una primavera sacra[262]; si rinnovarono tutte le superstizioni etrusche; si sepellirono vivi nel fôro due Greci e due Galli; e così due Vestali violatrici dei voti, e il loro seduttore fu ucciso a vergate dal pontefice massimo.PERSEVERANZA DEI ROMANISe a questi segni di sgomento si consolava, Annibale dovette sconfortarsi allorchè intese come quelli ch’eransi salvi colla fuga, furono mandati a servire senza soldo in Sicilia, fintanto che Annibale stesse in Italia: all’ambasciadore spedito a trattar di pace e del riscatto de’ prigionieri, udì rispondere non saper Roma che farne di gente che si era lasciata prender viva; entro la notte uscisse dal territorio romano. E messosi all’incanto il terreno sul quale era piantato il campo cartaginese, fra i compratori sorse gara, come se piede nemico non calpestasse Italia. Di fatto, nel disastro moltiplicano le forze di Roma; a gara si portano gli argenti nel pubblico tesoro; chiunque compì i diciassette anni si arruola; con armi tolte in altri tempi ai nemici, e sospese nei delubri e negli arsenali, sono forniti ottomila schiavi volontarj; Gerone II di Siracusa manda viveri e denaro; Napoli esibisce quaranta pàtere d’oro pesanti trecenventi libbre, trecento moggia di frumento, ducento di orzo, e mille frombolieri che vengono aggraditi. Levate contribuzioni gravissime in proporzione degli averi, proibito ogni lusso d’oro e di vesti, si pensò con uno spediente finanziero riparare alla mancanza di contante. I censori chiamarono al tesoro le ricchezze dei minori, delle vedove, delle non maritate, che stavano deposte in mano de’ tutori, ai quali si rilasciavano dei boni sui pubblici banchieri[263].Questi viglietti del tesoro giravano sotto la fede pubblica; con essi si fecero gli appalti e i mercati, avendo i fornitori dichiarato non chiederebbero il rimborso che a guerra finita. In tal modo rifluì il danaro, si munirono di navi le coste, si coscrissero da ducentomila uomini, e la somma delle cose fu affidata ancora al valore di Claudio Marcello vincitore dei Galli, e all’animosa prudenza di Fabio Massimo, chiamati l’uno spada, l’altro scudo di Roma.Annibale non infingardiva a Capua, anzi rattizzava contro Roma le ire degli Italioti non solo, ma dei Sardi, del nuovo re di Siracusa, di Filippo III re di Macedonia. Pure egli decadeva a misura che Roma alzavasi: Marcello potè vincerlo presso Nola, e così ripristinare ne’ guerrieri romani la confidenza. Filippo Macedone, venuto per danneggiare l’Italia, fu sconfitto ad Apollonia dal pretore Levino, e tosto si rimbarcò per riparare a’ guaj che in patria gli suscitava Roma, la quale spediva Marcello a punire Siracusa.LA SICILIA RIDE A PROVAGeronimo, sciocco e dissoluto nipote di Gerone, tiranneggiava in questa; la quale presto si redense coll’assassinarlo.214Ne seguirono turbolenze violente: i demagoghi aizzavano contro di Roma in nome della indipendenza; lo perchè Appio Claudio per terra, Marcello per mare l’assediarono per tre anni, Invano per difesa della patria il gran matematico Archimede adoprava l’ingegno (pag. 259); Marcello finalmente la prese, e l’abbandonò al saccheggio e al fuoco. Vi si trovarono più ricchezze che non da poi in Cartagine; e Roma si fregiò delle statue e colonne di colà trasportate. Ai Siracusani parve duro il vedersi castigati per la perfidia dei loro tiranni, e chiedeano che le spoglie almeno fossero restituite; e Manlio Torquato sostenendoli diceva:—Se resuscitasse Gerone, egli così fedele al nostro nome, che direbbe vedendo la sua cittàsperperata, e Roma adorna delle sue spoglie?» Il senato rispose gliene rincresceva, ma che Marcello aveva operato con buon diritto di guerra:212e tutta Sicilia fu ridotta all’infelice condizione di provincia.Così le sorti d’Italia si libravano sul mare, in Ispagna, in Sicilia, in Grecia: poi Roma concentrò gran parte di sue forze contro di Capua.211Annibale, che intanto avea corso l’Italia ed erasi mostrato fin presso Roma, adoprò tutta sua possa per salvare i Capuani; i quali, dopo ch’ebbero perduta ogni speranza, imbandirono un voluttuoso banchetto, dove i primarj, dopo sollazzatisi, fecero circolare la tazza avvelenata che dovea sottrarli alla vendetta dei Romani, poi altri si ritirarono nelle proprie case, altri stettero insieme sbevazzando, finchè l’un dopo l’altro cadevano estinti. Capua fu trattata senza pietà, priva de’ suoi ornamenti e dei magistrati, molti venduti schiavi, confiscate le terre. Alcuni furono condotti a Roma, dove essendo scoppiato un incendio, ne fu data ad essi la colpa, e coi tormenti indotti a confessare, ebbero l’estremo supplizio.PUBLIO CORNELIO SCIPIONECon ritirata stupenda Annibale, carico di bottino, erasi ridotto nella Daunia e nella Lucania, vicino allo Stretto: ma la sorte di Capua avea aggiunto a’ suoi nemici tanta baldanza, quanta ne sottraeva agli amici. Restavagli a sperare nell’esercito del fratello Asdrubale; ma questo era trattenuto dalla guerra che, altrettanto viva quantunque men rinomata, conducevasi nella Spagna dai fratelli Publio e Gneo Cornelio Scipioni. I quali, ajutati dai popoli insorti che aveano scannato fin quindicimila nemici, prosperavano di vittorie, ricuperarono Sagunto,212ma poi sconfitti perirono entrambi. Il caso fece tal colpo in Roma, che niuno ardiva domandare quel comando: ma Publio Cornelio Scipione, di soli ventiquattr’anni, si esibì vendicatore dello zio e del padre. Questo garzone, che doveva ottenere il soprannomed’Africano, di diciassette anni avea salvata la vita di suo padre alla battaglia del Ticino, poi dissuaso i giovani dall’abbandonar Roma dopo la rotta di Canne; rammorbidiva l’eroismo de’ patrizj antichi coll’affabilità della greca educazione; stava coi nobili, ma blandiva la plebe per giovarsene; ai devoti lasciava credere d’essere nato miracolosamente e d’aver comunicazione cogli Dei; coi dissoluti gavazzava; delle leggi, della religione, dei patti sapea valersi e ridersi secondo l’occorrenza; uno di quegli uomini, la cui popolarità e l’esempio possono divenire rovinosi alle città libere.Egli rincorò le legioni; e dicendo che Nettuno glielo ordinasse, traverso ai nemici andò attaccare Cartagena, arsenale e granajo del nemico,210e vi pose ad effetto la legge che comandava ai Romani, quando entrassero in una città, di scannar tutti, uomini, animali utili e fino i cani (Polibio). Gli ostaggi degli Spagnuoli che vi rinvenne, rimandò con ogni cortesia, e intatte le donne; col che s’ingrazianì i natii. Non potè peraltro impedire che Asdrubale menasse un esercito in Italia con rapida marcia traverso ai Pirenei ed alle Alpi. Roma dunque stava in nuovo frangente: che se era vincitrice nell’Italia meridionale, dove avea preso anche Taranto, sentivasi però esausta da tanti sacrifizj: fin il terreno delle trentacinque tribù circostanti alla città era sperperato; l’Etruria ribolliva; molte colonie latine, logore di tanti sacrifizj, davano lo scandalo di ricusar danaro e uomini; Claudio Marcello, che a sessant’anni aveva voluto dare una nuova battaglia ad Annibale,208cadde sul campo. Ma altre colonie latine si professarono disposte a tutto soffrire per Roma; i senatori e i magistrati di questa offrirono quanto avevano d’oro e d’argento, e il popolo gli emulò: si chiesero rinforzi d’ogni parte, e i consoli Livio Salinatore plebeo e Claudio Nerone patrizio guidarono mirabili fazioni. Il primo tenevatesta ad Asdrubale con trentacinquemila uomini; Nerone con quarantamila fronteggiava Annibale: ma non esitò di abbandonare la sua posizione per raggiungere il collega, facendo in otto giorni ducensettanta miglia; e menatigli dodicimila uomini, poterono affrontare il nemico a Sinigaglia, e raggiuntolo mentre rampicavasi per la valle del Metauro,207l’ebbero sconfitto ed ucciso. Nerone, che per quest’impresa merita luogo fra i migliori strategi, non si addormentò nella vittoria, ma in sei giorni ritornò sull’Ofanto a fronte de’ Cartaginesi, e il teschio ancor fresco di Asdrubale fu dai magnanimi Romulidi gittato nel campo di quelbarbaroAnnibale, il quale, avendo da Magone ricevuto il cadavere del vinto console Sempronio Gracco, anzichè farlo a brani, come gli si suggeriva, l’onorò di magnifiche esequie, e l’ossa mandò al campo nemico.Rincalzato adunque agli estremi di quell’Italia che dianzi scorrea da vincitore, più non poteva Annibale che altalenare sulle difese tra gli Abruzzi, insuperabili qualora occupati da uomini. Ben doveva esser mirabile la prudenza di lui ne’ disastri, se i nemici non osarono assalirlo benchè malconcio e disordinato, e se l’esercito suo, composto di mercenarj d’ogni favella e religione e costumi, e mancante di paghe e spesso di viveri, non gli perdè il rispetto, come avviene al cessare della fortuna. Cartagine delibera un’altra volta d’inviargli soccorsi: e Magone, fratello di lui, con quattordicimila uomini sbarcato a Genova,205tenta di trarre dalla sua i Liguri, ed ingrossato penetra nella Gallia Cisalpina, e vi si regge lungamente. Anche in Sicilia spedirono Imilcone: ma la guerra trascinavasi lenta, come allorchè nessuna delle parti ardisce un colpo risoluto. Questo era riservato a Publio Cornelio Scipione.PASSA IN AFRICALa partenza di Asdrubale aveva fatto agevolezza a questo di sottomettere tutta la Spagna cartaginese finoa Cadice; colà fondò pei veterani la colonia d’Italia presso Siviglia; e la vittoria costante sopra quattro generali e quattro eserciti gli meritò d’esser eletto console innanzi l’età.—Non si potrà finire la guerra d’Italia che collo sbarcare in Africa», pensò egli; e con tal mira strinse alleanza con Siface re della Numidia: ma i vecchi generali di Roma, tra cui anche Fabio Massimo, fosse cautela o invidia, lo contrariavano di maniera che a stento ottenne trenta galee[264]. Alla renitenza del senato supplì l’ardore degl’Italiani, impazienti di porre un termine alle perenni devastazioni delle bande d’Annibale quando più non lo sperarono liberatore. Gli Etruschi disingannati trassero dagli arsenali le armi e gli attrezzi, copiosissimo avanzo della loro grandezza; Populonia somministrò il ferro, Tarquinia le tele, Chiusi, Perugia, Rusella gli abeti, Arezzo trenta migliaja di scudi, celate, pili, cinquantamila aste lunghe, e quante occorrevano scuri, asce, fasci, vasi d’acqua, macinette; sicchè un poderoso armamento Scipione radunò nella Sicilia, mentre simulavasi tuffato nella mollezza e nei piaceri, e sbarcò in Africa.SOFONISBAFa meraviglia che Cartagine non siasi opposta a quel tragitto: soltanto era riuscita a richiamare dalla sua re Siface, valendosi delle istigazioni di Sofonisba, figlia di Asdrubale Giscone,204la quale adoperava la sua bellezza per trovare nemici a Roma. Scipione assalì questo re, e spodestatolo, ripristinò sul trono di Numidia il cacciato Massinissa. Costui, dotato di quella solida vecchiezza che spesso s’incontra ne’ militari, a ottant’anni valichi reggeva un giorno intero a cavallo, ed anelando a vendicarsi ajutò non poco la vittoria di Scipione; e avuto in sua mano Siface, gli tolse Sofonisba,e la sposò. N’ebbe dispetto l’innamorato Siface, e subillò Scipione:—Guaj ai Romani ove costei s’avvicina! come ha mutato l’animo mio ad odiarli, così torcerà Massinissa contro di voi». Il Romano adunque la richiede al re numida, il quale non osando negarla e non la volendo cedere, presenta a Sofonisba un nappo avvelenato.—Grazie del dono nuziale», esclama l’intrepida, e beve. Massinissa ne mostrò il cadavere a’ Romani venuti a richiederla, e Scipione posò sul capo del vecchio il diadema,203meritato coll’assassinio d’una donna.Cartagine, stretta sì da vicino, richiamò d’Italia gli eserciti. Magone, che non era mai riuscito a congiungersi con Annibale, pugnando nell’Insubria contro Quintilio Varo toccò una grave ferita, della quale morì mentre si tragittava in Africa. Annibale costretto a lasciare il bel paese che sedici anni aveva corso rubando e sperperando, smungendo amici e nemici, trucidando con barbarie calcolata, sterminando le famiglie infedeli o temute, o de’ cui beni avesse bisogno per nodrire i suoi mercenarj, non sapea celare il suo dispetto. Anche sul punto di uscirne, sotto finta di visitare le guarnigioni delle fortezze alleate, mandò suoi commissarj ad espellere cittadini, a saccheggiar case e tesori; e perchè i popoli si opponevano, ne seguirono violenze e sangue. Avrebbe egli voluto portare in Africa un ventimila Italiani che militavano sotto la sua bandiera; ma non aderirono se non quelli che sentivansi rei di delitto capitale. A questi egli regalò gli altri come schiavi; ma perchè si vergognavano di farsi carcerieri de’ proprj fratelli, Annibale unì quegli avanzi con quattromila cavalli e assai bestie da soma, e di tutto fece macello[265].ANNIBALE ESCE D’ITALIAQueste orme lasciava Annibale del suo passaggio, del quale gl’Italiani conservarono lungamente memoria d’orrore. Cartagine non appena rivide il gran generale, ripigliò la baldanza; fallendo la tregua invocata, malmenò alcune navi romane sospinte dalla tempesta, e tentò mandar a male gli ambasciatori venuti a richiamarsene. Annibale però non avea fretta di vincere; e quando que’ mercanti il sollecitavano alla battaglia, rispondeva:—Attendete a’ fatti vostri; il soprassedere o accelerare è affar mio». Abboccatosi con Scipione, esibì di cedergli Sicilia, Sardegna e Spagna, ma questi non accettò: a Zama si fe giornata,202e benchè Celti e Liguri, ch’erano un terzo dell’esercito, combattessero coll’odio insito alla razza galla contro la romana[266], ed Annibale v’adoprasse tutta l’arte e il coraggio, la vittoria restò ai Romani.ZAMAAllora in Cartagine i negozianti prevalsero, e chiesero la pace; e Scipione, conoscendo la difficoltà di espugnar la nemica, o non volendo che un console successore finisse l’impresa da lui sì bene avanzata,201la concedette, ma a duri patti: Cartagine conserverà il territorio e il governo suo, consegnando i prigionieri e i disertori, gli elefanti e le navi, eccetto le triremi; pagherà fra cinquant’anni diecimila talenti; non imprenderà guerra nè solderà mercenarj senza il consentimento di Roma; restituirà a Massinissa quanto gli avi di lui avevano posseduto, e lo terrà alleato; darà cento statichi.PACEI disertori latini furono decapitati, crocifissi i romani; l’erario di Roma risanguato con cenventitremila libbre d’argento. Cartagine si vide rapiti e incendiati icinquecento vascelli, con cui non avea saputo impedire lo sbarco di Scipione; e collocato alle porte Massinissa, che incessantemente sarebbesi maneggiato a suo danno, mentr’essa non potrebbe chiarirgli guerra. Quando l’ambasciatore cartaginese andò a Roma a chiedere la sanzione del concordato, qualche senatore gli domandò:—Or quali Dei chiamerete in testimonio, voi che tutti li spergiuraste?» e il Cartaginese:—Chiameremo quelli che ci hanno punito con tanta severità». A tal punto Cartagine si sentiva abbassata! Ma paci che violano la sovranità d’un popolo, allettano a violarle.CONSEGUENZE DELLA PACEQuando Scipione di ritorno traversò l’Italia, fu un tripudio inesprimibile sui passi del giovane salvatore; ma egli potè vedere dappertutto la desolazione e lo spopolamento. E Roma gli accrebbe col voler castigare quelli che l’aveano disfavorita; i Bruzj furono condannati a non esser più combattenti, ma servi ai magistrati che andavano nelle provincie; del Sannio e della Puglia si confiscarono i terreni, per farne cortesia a quei che aveano fatto la campagna d’Africa.INSURREZIONE DELLA GALLIA CISALPINAMagone partendo per Cartagine avea lasciato nella Gallia Cisalpina un Amilcare cartaginese, guerriero sperimentato, che preferiva il vivere irrequieto fra i nemici di Roma all’indecorosa pace della patria. Costui infervorò tanto i Cisalpini,200che Boj, Insubri, Cenomani, Liguri si collegarono, arsero la colonia di Piacenza, minacciarono quella di Cremona; ma sotto questa furono vinti da Lucio Furio, ed Amilcare stesso perì combattendo.Chi non conoscesse la storia de’ nostri giorni, stupirebbe che i Galli si tenessero quieti allorchè sì formidabilmente avrebbero potuto unirsi ad Annibale, poi, vinto questo, insorgessero senza riposo. Per molti anni la fortuna variò, sinchè Roma,197determinata di venirne ad un fine, mandò ad invadere quinci la Liguria,quindi l’Insubria; e che più valse, riguadagnò i venali Cenomani, che nel vivo della mischia disertando ai Romani, fecero intera la sconfitta dei Galli. Nè però Boj ed Insubri si tennero per domati; e solo dopo dure battaglie Claudio Marcello console prese Como196e ventotto castelli là intorno, portando immense spoglie a Roma. Gl’Insubri più non appajono tra i nemici di Roma, ma i Liguri incessantemente correvano or contro Piacenza, or in Etruria e sulla marina pisana. Gli anni successivi tre eserciti furono mandati nella Gallia Cisalpina, i quali con accanimento nazionale tal guasto menavano, che alcuni de’ più ricchi chiedevano rifugio presso gli stessi Romani, e sovente vi trovavano orrendi oltraggi. Un bardasso di Lucio Quinzio Flaminino, fratello del vincitore de’ Macedoni, querelavasi di avere, per seguirlo, abbandonato Roma la vigilia di un combattimento di gladiatori, spettacolo a lui curiosissimo. Or mentre a tavola gareggiavano di stravizzo, annunziasi a Flaminino un capo de’ Boj colla sua famiglia;194il quale, introdotto, espone i proprj infortunj, ed invoca protezione ed ospitalità. Un orribile pensiero balena a Flaminino, e voltosi al suo mignone:—Tu mi hai sacrificato il piacere d’un combattimento di gladiatori; io te ne compenserò col farti vedere la morte di questi Galli». Detto, brandisce la spada, e fiede sul Gallo, che, indarno invocando la fede divina e l’umana, è colla famiglia trucidato. Solo dopo otto anni, nella censura del severo Catone, a Flaminino fu chiesta ragione di tal nefandità.Se così operava il console, pensate che doveva la soldatesca; e vedete a qual delle due parti convenisse il titolo di barbara. Scipione Nasica pretore, in un giorno uccise ventimila Boj, tremila ne prese;193chiedendo il trionfo, in senato si vantò di non aver lasciato vivi in quel paese che fanciulli e vecchi, e nella pompa femarciare misti coi cavalli i più nobili prigionieri galli; egli che era stato premiato per virtuoso. Allora recò al tesoro mille quattrocensettanta collane auree, ducenquarantacinque libbre d’oro, duemila trecenquaranta d’argento in verghe e in vasi di fattura gallica, e ducentrentamila monete. Spedito poi come console a compiere l’opera sua,191occupò armatamano il territorio confiscato: ma le insegne romane destavano tale ribrezzo, che i pochi avanzi di centododici tribù boje preferirono migrare, postandosi al confluente del Danubio e della Sava; e il nome de’ Boj, Lingoni, Anamani restò cancellato dall’Italia.GALLIA CISALPINAOltre ripopolare quelle di Cremona, Piacenza, Modena, fondaronsi le nuove colonie di Bononia, Parma, Pisa;189-177gl’Insubri si rassegnarono al giogo; i Cenomani ottennero il premio di loro perfidia; i Veneti anch’essi cedettero; i Liguri che resisterono lunga pezza al ladroneccio romano, a viva forza furono sottomessi; e la Garfagnana e la Lunigiana settentrionale distribuite alla colonia romana dedotta da Lucca[267].Dell’alta Italia, che per quattrocent’anni avevano i Galli tenuta, da Belloveso in poi, allora si formò la provincia detta Gallia Cisalpina o Togata, e Roma dichiarò:—Natura ha posto le Alpi fra l’Italia e i Galli; guaj a questi se osano ripassarle!»APPIO CLAUDIO PULCROL’eccesso dell’oppressione ammutinò ancora qualche volta i Galli Cisalpini, e nominatamente i Salassi; da essi rimase sconfitto il console Appio Claudio Pulcro,143il quale però con sacre cerimonie ravvivato il coraggio de’ soldati, riparò il danno. Quando chiese il trionfo,gli fu negato; e poichè voleva condurlo non ostante, un tribuno gl’impedì la salita in Campidoglio. Ma sua figlia ch’era vestale, montò seco sul carro, talchè niuno osò opporsi alla vergine sacra; ed ella ne fu lodata, egli maledetto.
Seconda guerra punica. Annibale.Sommessione della Gallia Cisalpina e di tutta Italia.
Piccolo intelletto bastava a comprendere che quella delle isole Egati, più che una pace, era un armistizio, durante il quale Roma si allestirebbe di nuove forze onde all’emula, dopo tolto l’onore e l’influenza politica, togliere e le ricchezze e l’indipendenza. Nella guerra micidialissima, Roma avea perduto cittadini, e Cartagine soltanto mercenarj: ma Roma rifondeasi il sangue versato coll’adottare nuovi figli, mentre a Cartagine, in tempo di pace, i soldati diventavano nemici. Già durante la guerra i mercenarj aveano causato non lievi disturbi ai generali: sicchè questi sotto Agrigento mandarono a macello tre o quattro migliaja di Galli, altri fecero condurre sopra un’isola deserta, e quivi abbandonare. Quando poi, conchiusa la pace, si trattò di congedarli, i Cartaginesi lasciavansi rincrescere tanto esborso; onde i mercenarj mossero contro la città, e in favelle varie, ma con eguale prepotenza chiesero i soldi.238Cartagine, pretestando il vuoto erario, esibiva un tanto meno: ma quei forti che avevano sottocchio le ricchezze del popolo più trafficante, e quanto facilmente il loro braccio prevarrebbe alle costoro industrie, s’ammutinano; dalle città africane settantamila uomini si rannodano coi ventimila mercenarj, e stringonod’assedio Cartagine. Sono di quei frangenti, ove la superiorità è restituita agli uomini d’azione; e in fatto la fazione guerresca dei Barca, venuta in dechino in grazia della pace, torna a rivalere; ed Amilcare, rimesso al comando, con ferocia combatte la ferocia de’ mercenarj, e ne fa macello.
ANNIBALE IN ISPAGNA
Vinti questi nemici, restava non meno temibile il loro vincitore. I Cartaginesi, non avendo potuto perderlo con un’accusa, lo mandarono a guerreggiare fra i Numidi.237Sottomessa la costa d’Africa sino all’Oceano, di là egli traeva numerose cerne d’Africani, Numidi, Mauritani, imbizzarriti dalla vittoria; e non avendo altro modo d’alimentarli che la guerra e la preda, li menò di qua del mare nella Spagna, ricca di terreno, di commercio, di miniere. Cartagine non se ne diede per intesa, sperando o che il valore conosciuto degli Spagnuoli toglierebbe di mezzo l’esercito pericoloso; o se questo vincesse, non si potrebbe sostenere che ricorrendo alle flotte di Cartagine, e cedendole il frutto delle sue conquiste.
Campeggiava dunque Amilcare, si può dire, indipendente dalla sua repubblica, e volgeva per la fantasia un’impresa maggiore, suggeritagli dal dispetto d’aver visto la Sicilia ceduta per intempestiva disperazione, e la Sardegna ciuffata dai Romani nel cuor della pace. Ma in mezzo a tali divisamenti rimase sconfitto e ucciso;228tolto un gran nemico a Roma, e fors’anche a Cartagine.
Asdrubale genero di lui si mise a capo dell’esercito ch’egli abbandonava, e guerreggiò in Ispagna a suo talento; coll’affabilità e coi maneggi più che colla forza trasse dalla sua i regoli del paese, e in faccia all’Africa fondò Cartagine nuova (Cartagéna),226con eccellente porto e formidabili munizioni, predestinata sede d’un dominio spagnuolo220che forse egli ruminava alzareemulo di Cartagine e di Roma. Ma uno schiavo gallo lo scannò a piè degli altari.
L’esercito si tolse a capo Annibale figlio d’Amilcare, giovane ventiseienne, che poteva dirsi straniero alla patria, dalla quale era uscito a tredici anni. Suo padre l’avea formato negli aspri esercizj della guerra spagnuola e nell’odio di Roma; e consacrandolo col fuoco sull’ara di Melcart, gli avea fatto giurare perpetua nimicizia ai Romani. Annibale congiungeva facoltà disparatissime; obbedire e comandare, tenersi cari i soldati e gli uffiziali, divisare un’impresa ed eseguirla; versatissimo in quanto allora sapevasi di tattica e stratagemmi, primo tra i fanti, primo tra i cavalieri; indistinto dagli altri nelle marcie e nell’accampamento, nella mischia distinto per armi e cavallo più vistosi; indomito alle fatiche, primo all’azzuffarsi, ultimo al ritirarsi; senza pietà, senza fede, senza riguardo a santità, a giuramenti.
Le città di Emporia, Roda, Sagunto, fondate dai Greci nella Spagna, si videro esposte alle ambizioni puniche; onde ricorsero a Roma, che già estendeva la sua politica di là delle Alpi, e che, ingelosita dallo estendersi de’ Cartaginesi in quella penisola, s’interpose, e concordò con essi avesse a considerarsi limite de’ possedimenti l’Ebro, di mezzo alle due potenze restando franca Sagunto, città di origine greco-italica[257]. Annibale, desideroso di romperla coi Romani, ad onta dei trattati assediò Sagunto;219i cui abitanti, dopo generosissima resistenza, vedendo disperato della patria, e non volendole sopravvivere, si precipitarono nelle fiamme. Roma stava consultando ancora sul soccorrerla quando la udì perita; onde spedì ambasciadori ad Annibale per lamentarsene, i quali, da luinon ascoltati, tragittarono a Cartagine, chiedendo fosse loro consegnato Annibale, violatore del diritto pubblico. Il senato rispose nol potrebbe quand’anche il volesse; e dicea vero, ma Fabio Massimo Verrucoso, fatto un seno col lembo della toga, lo sporse ai gerusj cartaginesi, e disse:—Qua entro vi offro guerra e pace, scegliete». I gerusj risposero unanimi:—Dia qual vuole»; ed egli, scosso quel lembo, esclamò—Guerra».
SECONDA GUERRA PUNICA
E fu rotta quella che Livio chiamabellum maxime memorabile omnium, e che la posterità ricorda ancora come gravissima, dopo tante in cui si abbeverò di sangue la razza di Caino. Aveva Roma a fare con un esercito che da ventitre anni combatteva gli Spagnuoli, gente bellicosissima nelle difficili fazioni di montagna, e capitanato da un sommo generale. Come avviene delle guerre di passione, non meno che colle forze si armeggiò coi maneggi, e variatissima volse la fortuna, costosa la vittoria. Roma fece grandiosi preparativi di truppe proprie e d’alleate, e supplicazioni agli Dei: chiese a’ popoli della Spagna rimanessero saldi alla sua amicizia; ma questi risposero, l’esempio di Sagunto aveva insegnato quanto male essa proteggesse i suoi alleati: si volse ai Galli, pregando non concedessero il passo ai Cartaginesi; ma quelli, venuti in consiglio armati, risposero ridendo:—Che male ci ha fatto Cartagine? o che bene Roma? Questo sappiamo solo che Roma ha cercato espellere d’Italia i nostri fratelli».
PASSO DELLE ALPI
Alludevano ai Galli Cisalpini, dei quali essendo recente la sconfitta, Annibale comprese come insorgerebbero non appena egli portasse le armi in Italia. La famiglia di lui era ricchissima, e da una sola miniera di Spagna traeva al giorno trecento libbre d’argento[258]; altri mezzi gli offrivano le spoglie della vinta Sagunto:laonde, lasciato cinquantacinque navi e sedicimila soldati col fratello Asdrubale per guardare la Spagna e per addestrarsi in quella faticosissima palestra, con novantamila veterani prese le mosse. I Romani l’aspettavano per mare:218,16 giug.egli, al contrario, pensò venire pei Pirenei e le Alpi, donde si diceva che anticamente Ercole Tirio fosse dall’Iberia varcato in Italia; aprirebbe una nuova via, impresa che gli antichi consideravano gloriosissima; ed a pastura del vulgo diede voce che il dio patrio gli avesse in sogno, entro il santuario di Gades, preconizzate le vittorie, e mostro il cammino mediante le tortuosità di un serpente. Politicamente confidava ne’ Barbari, e di guadagnarne i capi sia coll’oro, sia coll’idea della vendetta e del saccheggio: onde spediva a sollecitare Boj ed Insubri; aprissero gli occhi contro questa Roma che tendeva avvolgerli in una catena, di cui erano i primi anelli le colonie di Piacenza e Cremona. Raggiunte le vette de’ Pirenei, acquietò i Galli della pendice settentrionale con un trattato, memorabile per la singolarità; giacchè si stipulava che qualsivoglia querela de’ Cartaginesi contro gl’indigeni sarebbe rimessa all’arbitrio delle donne galle[259]. Lasciando guarnigioni lungo tutto il cammino, innanzi che i Romani potessero abbarrargli la via tragittò il Rodano e la Durenza, e uscente ottobre cominciò a valicare le Alpi nevate, pericolose e difese[260].
ANNIBALE IN ITALIA
Tanto fu disastrosa la marcia fra i ghiacci nel salire, fra i torrenti e le smottature nel discendere, che di cinquantamila fanti e ventimila cavalli con cui aveva varcato il Rodano, dopo cinque mesi e mezzo e mille cenventicinque miglia di viaggio, gli avanzarono appena ventimila fanti e seimila cavalli. Col favore dei Galli e col proprio coraggio, probabilmente pel piccolo Sanbernardo nelle alpi Graje scese in val d’Aosta: riuscito fra i Taurini, proclamando la solita canzone del venire a liberare l’Italia da’ suoi oppressori, giunse al Po. All’avvicinarsi di lui, i Galli insorti aveano disperse le colonie di Piacenza e di Cremona, e rotto il console romano nella foresta di Modena; pure non caldeggiarono l’invasore quant’egli sperava, fosse paura de’ Romani, o avessero di buon’ora sperimentato i guaj di tali liberazioni: sicchè col fendente della spada dovette Annibale aprirsi un passo sanguinoso fra i Taurini.
Roma avea destinato un esercito per l’Africa, uno per la Spagna, il terzo per la Gallia. Quest’ultimo andò sconfitto; il secondo col console Cornelio Scipione molestò alle spalle Annibale, ma vedendolo scalar le Alpi, accorse a difesa, mentre l’inatteso suo arrivo fece trattenere in Italia l’esercito destinato all’Africa. Scipione, che aspettava Annibale pel più facile varco dell’alpiMarittime, se lo trovò improvvisamente sulla propria linea di operazione, e voltato fronte, lo pettoreggiò al Ticino; ma inferiore di cavalleria, rimase colla peggio. Sempronio Longo console, richiamato in diligenza dalla Sicilia, oppose alla Trebbia circa quarantamila uomini agl’invasori; ed anch’egli fu vinto, e costretto abbandonare le posizioni sul Po. Molti dei Galli, arrolati dai Romani, disertavano ad Annibale dacchè lo vedeano sorriso dalla fortuna: ond’egli novantamila guerrieri spiegava sulla valle del Po, in pianure opportunissime all’ottima cavalleria numida.
Pure non avea troppo onde rallegrarsi. I Galli, dopo che si furono disfatti delle colonie, di mal occhio vedeano messo a contribuzione il paese e a repentaglio la propria indipendenza per favorire codesti stranieri. Gli altri mercenarj ond’era composto l’esercito, ragunaticci indocili nella quiete, burbanzosi nella vittoria, volevano imporre al capitano l’ora e il luogo della battaglia, della marcia: frenati con man di ferro, tramavano contro Annibale, il quale, per eluderli, era costretto mutare ogni tratto di vestimento. Però appena il consentì la stagione andata nevosissima, egli muove alla volta di Rimini,217e per la valle del Ronco o quella del Savio piega sull’Appennino, e verso Arezzo per la via men frequentata delle maremme dell’Arno e del Clani, ove in marcia disastrosissima perdè fin sette elefanti[261]e assai uomini e cavalli; tra il monte di Cortona e il lago Trasimeno sconfisse di nuovo inemici, uccidendo il console Flaminio Nepote; e l’Etruria, quasi risorgesse a libertà, illuminò tutte le alture con bellissimo tripudio, che i loro discendenti continuano a celebrare annualmente ne’ dintorni di Cortona. Perocchè è natura dei vulghi il salutare come liberatore ogni nemico de’ loro padroni; e le popolazioni che Roma aveva assoggettate, e di cui offendeva il patriotismo colle colonie e co’ magistrati suoi, davan mano ad Annibale, e dall’Alpi al Peloro ridestavasi il grido dell’indipendenza.
FABIO MASSIMO
Roma, vistasi in tal frangente, e sconfitti i due consoli, elegge dittatore Fabio Massimo Verrucoso, il caporione de’ nobili, che preso per ajutante Minucio Rufo plebeo, decreta devozioni, una primavera sacra, giuochi solenni, e insieme munisce la città, taglia i ponti, accortosi che occorreva di proteggere non più tutta Italia, ma la capitale; propone però di lasciar consumare Annibale anzichè combatterlo, ed ha il coraggio di temporeggiare, affrontar la ciarla degli eroi da parole che lo abbajavano inetto, codardo, tentennone, e fin traditore; e senza mai lasciarsi tirare a battaglia, soffre che Annibale sotto gli occhi di lui passi nell’Italia meridionale e nell’Umbria fino a Spoleto, e devasti le vitifere campagne di Falerno, di Massico, di Sinuessa, fra l’abbondanza instaurando i suoi de’ sofferti disagi.
CANNE. CAPUA
Sceglieva dunque per nuova base d’operazione il mare d’Apulia, donde potrebbe ricevere sussidj da Cartagine: base infelice però è il mare a chi non abbia una fortezza, o amiche le popolazioni, e una flotta robusta. Quest’errore aveva conosciuto Fabio; e il titolo di temporeggiatore (cunctator), affissogli per ischerno,restò come sua gloria allorchè l’esito chiarì quanta nell’indugio fosse prudenza. Perocchè Annibale, consunti i viveri e i foraggi, serrato nell’Italia meridionale senza comunicazioni colla Spagna, staccato dai Galli, non vedendo le città e i popoli muoversi a secondarlo, già era costretto a meditare una ritirata nella Gallia: quando, avendo Fabio dopo i sei mesi deposto la dittatura, il console Terenzio Varrone,216levatosi in fiducia, e mal resistendo al desiderio di popolarità, antepose le grida vulgari ai consigli di esso Fabio e del collega Paolo Emilio, e presentò battaglia a Canne sull’Ofanto. Ne esultò Annibale, e squadronò i suoi Africani, coperti d’armi acquistate alla Trebbia e al Trasimeno; i Galli ignudi dall’umbilico in su, con lunghe e ottuse spade; gl’Ispani colle sciabole puntute e vestiti di bianco. Accanita battaglia si mescolò; e riuscì disastrosissima pei Romani, di cui forse quarantamila perirono; diecimila prigionieri; tre moggia e mezzo d’anelli, distintivo dei cavalieri uccisi, furono da Annibale inviati a Cartagine; e Paolo Emilio, prodigando sul campo la grand’anima, mandava dire a Roma, si fortificasse prima che le giungesse addosso il vincitore. Questi in fatto s’inoltrò fino a sventolare il punico vessillo in vista della città nemica; ma poi scostandosene, accettò in dedizione molti popoli della Lucania e dell’Apulia, e singolarmente Capua.215In questa ricca e splendida città sul Vulturno, emula di Cartagine e di Corinto, e non seconda che a Roma nella penisola, egli piantò il quartier generale, in luogo munito, e opportuno a guidare l’Italia meridionale sollevata.
DIFFICOLTÀ DI ANNIBALE
Qui tutti fanno eco a quel motto di Maarbale luogotenente d’Annibale,—Tu sai vincere, non usare della vittoria». Ma se si riflette che tredici anni ancora egli si sostenne in Italia, mal si crederà che l’ozio molle indisciplinato e le vaghe donne e i generosi vini fiaccasseroil suo esercito. Del resto, poichè la guerra non si fa con parole, con quali mezzi poteva egli spingerla alla risoluzione? In tante battaglie avea consumato il fiore de’ suoi veterani: disgiunto com’era dalla propria base nel settentrione dell’Italia, non rimanevagli modo di rifare gli eserciti colle cerne della bellicosa Gallia; avea perduto la più parte de’ cavalli, così preziosi per gli Africani e in generale pei soldati mercenarj che, privi di patria e di famiglia, pongono il cuore in quest’unico lor possesso e scampo. Annibale avea fatto stima che Roma fosse odiosa alle colonie quanto Cartagine, ma il fatto ormai lo convinceva altrimenti. Molte delle piccole popolazioni si erano avvezze a considerare i Romani come capi; da loro avevano avuto riparo nella recente irruzione dei Galli; da loro vedevansi provvedute di strade, canali, ponti; difese le coste; protetto il commercio contro Illirici e Cartaginesi; in ricambio domandando solo uomini, tributo men sentito che quello dell’oro. L’indipendenza tumultuosa degli Staterelli disgregati avea stancato i più; e se le plebi la rimpiangeano, dappertutto i nobili si erano attaccati alla fortuna dei Romani, che d’altra parte acquistavano benemerenza e parentele ne’ varj comuni; Appio Claudio diede una figlia a un Campano; Livio sposò quella d’un senatore di Capua; Curio scavò a Reate un canale per isfogo del lago Velino. Ecco perchè degl’Italiani gran parte rimasero in fede: quelli che voltavansi contro Roma perchè stanchi di riempirne le file, ben presto si indignavano di dover dare e roba e uomini al Cartaginese, il quale, attento ad occupar le città, massime quelle a mare, trovavasi spesso respinto, o dovea vincerle a gran costo d’uomini e di tempo.
CONTEGNO SUO E DE’ ROMANI
Restavagli di chiedere soccorsi da Cartagine; ma questa n’era dissuasa da Annone, capo della parte contraria ai Barca.—Che bisogno ne ha fra tante vittoriech’e’ ci ricanta? Non ha egli ucciso ducentomila Romani, fattone prigioni cinquantamila, assoggettato Apuli, Bruzj, Lucani, Campani?» Nè la sola costui gelosia tratteneva il prudente senato cartaginese dall’ajutare Annibale, ma anche il sentire come divenisse pericoloso alla patria cotesto generale, che per proprio conto aveva guerreggiato nella Spagna, ed ora nell’Italia. Conoscendo però di quanto momento alla sua gloria ed a’ suoi possessi fosse quell’impresa, deliberò sostenerlo: ma ad Annibale non bisognavano nuove cerne, bensì un esercito già agguerrito nella Spagna. Di fatto, lasciate le reclute d’Africa a tener fronte ai Romani nella penisola, Asdrubale fratello di lui si mosse co’ veterani: ma gli Scipioni che vi capitanavano i Romani, gli attraversarono la via;212impedirono anche Magone, venutovi colle truppe fresche d’Africa; e le vittorie d’Ibera, d’Illiturgi, di Munda salvarono l’Italia da una nuova invasione.
I Romani dalla sconfitta di Canne rimasero sgomentati per modo, che aveano proposto perfino d’abbandonare la patria inauspicata; e un pugno di garzoni nobili già dava lo sciagurato esempio di trasportarsi altrove, se il giovane Publio Cornelio Scipione non fosse riuscito a stornarli. Fabio (racconta Plutarco) spiegando tutta la maestà dittatoria, di cui era novamente rivestito, preceduto da ventiquattro littori, uscì incontro al console Varrone, ringraziandolo non avesse disperato della patria; ma gli ordinò deponesse le insegne di sua dignità, mentre invece faceva mettere agli Dei pomposissimi addobbi, quasi a mostrare che la sconfitta era dovuta al generale e al suo sprezzo per la divinità, non a codardia delle truppe; e che il popolo dovea non ispaventarsi del nemico, ma placare i numi sdegnati. Allora si ricorse ai libri Sibillini, e conforme a quelli prepararono il letto e la mensa agli Dei; sivotò una primavera sacra[262]; si rinnovarono tutte le superstizioni etrusche; si sepellirono vivi nel fôro due Greci e due Galli; e così due Vestali violatrici dei voti, e il loro seduttore fu ucciso a vergate dal pontefice massimo.
PERSEVERANZA DEI ROMANI
Se a questi segni di sgomento si consolava, Annibale dovette sconfortarsi allorchè intese come quelli ch’eransi salvi colla fuga, furono mandati a servire senza soldo in Sicilia, fintanto che Annibale stesse in Italia: all’ambasciadore spedito a trattar di pace e del riscatto de’ prigionieri, udì rispondere non saper Roma che farne di gente che si era lasciata prender viva; entro la notte uscisse dal territorio romano. E messosi all’incanto il terreno sul quale era piantato il campo cartaginese, fra i compratori sorse gara, come se piede nemico non calpestasse Italia. Di fatto, nel disastro moltiplicano le forze di Roma; a gara si portano gli argenti nel pubblico tesoro; chiunque compì i diciassette anni si arruola; con armi tolte in altri tempi ai nemici, e sospese nei delubri e negli arsenali, sono forniti ottomila schiavi volontarj; Gerone II di Siracusa manda viveri e denaro; Napoli esibisce quaranta pàtere d’oro pesanti trecenventi libbre, trecento moggia di frumento, ducento di orzo, e mille frombolieri che vengono aggraditi. Levate contribuzioni gravissime in proporzione degli averi, proibito ogni lusso d’oro e di vesti, si pensò con uno spediente finanziero riparare alla mancanza di contante. I censori chiamarono al tesoro le ricchezze dei minori, delle vedove, delle non maritate, che stavano deposte in mano de’ tutori, ai quali si rilasciavano dei boni sui pubblici banchieri[263].Questi viglietti del tesoro giravano sotto la fede pubblica; con essi si fecero gli appalti e i mercati, avendo i fornitori dichiarato non chiederebbero il rimborso che a guerra finita. In tal modo rifluì il danaro, si munirono di navi le coste, si coscrissero da ducentomila uomini, e la somma delle cose fu affidata ancora al valore di Claudio Marcello vincitore dei Galli, e all’animosa prudenza di Fabio Massimo, chiamati l’uno spada, l’altro scudo di Roma.
Annibale non infingardiva a Capua, anzi rattizzava contro Roma le ire degli Italioti non solo, ma dei Sardi, del nuovo re di Siracusa, di Filippo III re di Macedonia. Pure egli decadeva a misura che Roma alzavasi: Marcello potè vincerlo presso Nola, e così ripristinare ne’ guerrieri romani la confidenza. Filippo Macedone, venuto per danneggiare l’Italia, fu sconfitto ad Apollonia dal pretore Levino, e tosto si rimbarcò per riparare a’ guaj che in patria gli suscitava Roma, la quale spediva Marcello a punire Siracusa.
LA SICILIA RIDE A PROVA
Geronimo, sciocco e dissoluto nipote di Gerone, tiranneggiava in questa; la quale presto si redense coll’assassinarlo.214Ne seguirono turbolenze violente: i demagoghi aizzavano contro di Roma in nome della indipendenza; lo perchè Appio Claudio per terra, Marcello per mare l’assediarono per tre anni, Invano per difesa della patria il gran matematico Archimede adoprava l’ingegno (pag. 259); Marcello finalmente la prese, e l’abbandonò al saccheggio e al fuoco. Vi si trovarono più ricchezze che non da poi in Cartagine; e Roma si fregiò delle statue e colonne di colà trasportate. Ai Siracusani parve duro il vedersi castigati per la perfidia dei loro tiranni, e chiedeano che le spoglie almeno fossero restituite; e Manlio Torquato sostenendoli diceva:—Se resuscitasse Gerone, egli così fedele al nostro nome, che direbbe vedendo la sua cittàsperperata, e Roma adorna delle sue spoglie?» Il senato rispose gliene rincresceva, ma che Marcello aveva operato con buon diritto di guerra:212e tutta Sicilia fu ridotta all’infelice condizione di provincia.
Così le sorti d’Italia si libravano sul mare, in Ispagna, in Sicilia, in Grecia: poi Roma concentrò gran parte di sue forze contro di Capua.211Annibale, che intanto avea corso l’Italia ed erasi mostrato fin presso Roma, adoprò tutta sua possa per salvare i Capuani; i quali, dopo ch’ebbero perduta ogni speranza, imbandirono un voluttuoso banchetto, dove i primarj, dopo sollazzatisi, fecero circolare la tazza avvelenata che dovea sottrarli alla vendetta dei Romani, poi altri si ritirarono nelle proprie case, altri stettero insieme sbevazzando, finchè l’un dopo l’altro cadevano estinti. Capua fu trattata senza pietà, priva de’ suoi ornamenti e dei magistrati, molti venduti schiavi, confiscate le terre. Alcuni furono condotti a Roma, dove essendo scoppiato un incendio, ne fu data ad essi la colpa, e coi tormenti indotti a confessare, ebbero l’estremo supplizio.
PUBLIO CORNELIO SCIPIONE
Con ritirata stupenda Annibale, carico di bottino, erasi ridotto nella Daunia e nella Lucania, vicino allo Stretto: ma la sorte di Capua avea aggiunto a’ suoi nemici tanta baldanza, quanta ne sottraeva agli amici. Restavagli a sperare nell’esercito del fratello Asdrubale; ma questo era trattenuto dalla guerra che, altrettanto viva quantunque men rinomata, conducevasi nella Spagna dai fratelli Publio e Gneo Cornelio Scipioni. I quali, ajutati dai popoli insorti che aveano scannato fin quindicimila nemici, prosperavano di vittorie, ricuperarono Sagunto,212ma poi sconfitti perirono entrambi. Il caso fece tal colpo in Roma, che niuno ardiva domandare quel comando: ma Publio Cornelio Scipione, di soli ventiquattr’anni, si esibì vendicatore dello zio e del padre. Questo garzone, che doveva ottenere il soprannomed’Africano, di diciassette anni avea salvata la vita di suo padre alla battaglia del Ticino, poi dissuaso i giovani dall’abbandonar Roma dopo la rotta di Canne; rammorbidiva l’eroismo de’ patrizj antichi coll’affabilità della greca educazione; stava coi nobili, ma blandiva la plebe per giovarsene; ai devoti lasciava credere d’essere nato miracolosamente e d’aver comunicazione cogli Dei; coi dissoluti gavazzava; delle leggi, della religione, dei patti sapea valersi e ridersi secondo l’occorrenza; uno di quegli uomini, la cui popolarità e l’esempio possono divenire rovinosi alle città libere.
Egli rincorò le legioni; e dicendo che Nettuno glielo ordinasse, traverso ai nemici andò attaccare Cartagena, arsenale e granajo del nemico,210e vi pose ad effetto la legge che comandava ai Romani, quando entrassero in una città, di scannar tutti, uomini, animali utili e fino i cani (Polibio). Gli ostaggi degli Spagnuoli che vi rinvenne, rimandò con ogni cortesia, e intatte le donne; col che s’ingrazianì i natii. Non potè peraltro impedire che Asdrubale menasse un esercito in Italia con rapida marcia traverso ai Pirenei ed alle Alpi. Roma dunque stava in nuovo frangente: che se era vincitrice nell’Italia meridionale, dove avea preso anche Taranto, sentivasi però esausta da tanti sacrifizj: fin il terreno delle trentacinque tribù circostanti alla città era sperperato; l’Etruria ribolliva; molte colonie latine, logore di tanti sacrifizj, davano lo scandalo di ricusar danaro e uomini; Claudio Marcello, che a sessant’anni aveva voluto dare una nuova battaglia ad Annibale,208cadde sul campo. Ma altre colonie latine si professarono disposte a tutto soffrire per Roma; i senatori e i magistrati di questa offrirono quanto avevano d’oro e d’argento, e il popolo gli emulò: si chiesero rinforzi d’ogni parte, e i consoli Livio Salinatore plebeo e Claudio Nerone patrizio guidarono mirabili fazioni. Il primo tenevatesta ad Asdrubale con trentacinquemila uomini; Nerone con quarantamila fronteggiava Annibale: ma non esitò di abbandonare la sua posizione per raggiungere il collega, facendo in otto giorni ducensettanta miglia; e menatigli dodicimila uomini, poterono affrontare il nemico a Sinigaglia, e raggiuntolo mentre rampicavasi per la valle del Metauro,207l’ebbero sconfitto ed ucciso. Nerone, che per quest’impresa merita luogo fra i migliori strategi, non si addormentò nella vittoria, ma in sei giorni ritornò sull’Ofanto a fronte de’ Cartaginesi, e il teschio ancor fresco di Asdrubale fu dai magnanimi Romulidi gittato nel campo di quelbarbaroAnnibale, il quale, avendo da Magone ricevuto il cadavere del vinto console Sempronio Gracco, anzichè farlo a brani, come gli si suggeriva, l’onorò di magnifiche esequie, e l’ossa mandò al campo nemico.
Rincalzato adunque agli estremi di quell’Italia che dianzi scorrea da vincitore, più non poteva Annibale che altalenare sulle difese tra gli Abruzzi, insuperabili qualora occupati da uomini. Ben doveva esser mirabile la prudenza di lui ne’ disastri, se i nemici non osarono assalirlo benchè malconcio e disordinato, e se l’esercito suo, composto di mercenarj d’ogni favella e religione e costumi, e mancante di paghe e spesso di viveri, non gli perdè il rispetto, come avviene al cessare della fortuna. Cartagine delibera un’altra volta d’inviargli soccorsi: e Magone, fratello di lui, con quattordicimila uomini sbarcato a Genova,205tenta di trarre dalla sua i Liguri, ed ingrossato penetra nella Gallia Cisalpina, e vi si regge lungamente. Anche in Sicilia spedirono Imilcone: ma la guerra trascinavasi lenta, come allorchè nessuna delle parti ardisce un colpo risoluto. Questo era riservato a Publio Cornelio Scipione.
PASSA IN AFRICA
La partenza di Asdrubale aveva fatto agevolezza a questo di sottomettere tutta la Spagna cartaginese finoa Cadice; colà fondò pei veterani la colonia d’Italia presso Siviglia; e la vittoria costante sopra quattro generali e quattro eserciti gli meritò d’esser eletto console innanzi l’età.—Non si potrà finire la guerra d’Italia che collo sbarcare in Africa», pensò egli; e con tal mira strinse alleanza con Siface re della Numidia: ma i vecchi generali di Roma, tra cui anche Fabio Massimo, fosse cautela o invidia, lo contrariavano di maniera che a stento ottenne trenta galee[264]. Alla renitenza del senato supplì l’ardore degl’Italiani, impazienti di porre un termine alle perenni devastazioni delle bande d’Annibale quando più non lo sperarono liberatore. Gli Etruschi disingannati trassero dagli arsenali le armi e gli attrezzi, copiosissimo avanzo della loro grandezza; Populonia somministrò il ferro, Tarquinia le tele, Chiusi, Perugia, Rusella gli abeti, Arezzo trenta migliaja di scudi, celate, pili, cinquantamila aste lunghe, e quante occorrevano scuri, asce, fasci, vasi d’acqua, macinette; sicchè un poderoso armamento Scipione radunò nella Sicilia, mentre simulavasi tuffato nella mollezza e nei piaceri, e sbarcò in Africa.
SOFONISBA
Fa meraviglia che Cartagine non siasi opposta a quel tragitto: soltanto era riuscita a richiamare dalla sua re Siface, valendosi delle istigazioni di Sofonisba, figlia di Asdrubale Giscone,204la quale adoperava la sua bellezza per trovare nemici a Roma. Scipione assalì questo re, e spodestatolo, ripristinò sul trono di Numidia il cacciato Massinissa. Costui, dotato di quella solida vecchiezza che spesso s’incontra ne’ militari, a ottant’anni valichi reggeva un giorno intero a cavallo, ed anelando a vendicarsi ajutò non poco la vittoria di Scipione; e avuto in sua mano Siface, gli tolse Sofonisba,e la sposò. N’ebbe dispetto l’innamorato Siface, e subillò Scipione:—Guaj ai Romani ove costei s’avvicina! come ha mutato l’animo mio ad odiarli, così torcerà Massinissa contro di voi». Il Romano adunque la richiede al re numida, il quale non osando negarla e non la volendo cedere, presenta a Sofonisba un nappo avvelenato.—Grazie del dono nuziale», esclama l’intrepida, e beve. Massinissa ne mostrò il cadavere a’ Romani venuti a richiederla, e Scipione posò sul capo del vecchio il diadema,203meritato coll’assassinio d’una donna.
Cartagine, stretta sì da vicino, richiamò d’Italia gli eserciti. Magone, che non era mai riuscito a congiungersi con Annibale, pugnando nell’Insubria contro Quintilio Varo toccò una grave ferita, della quale morì mentre si tragittava in Africa. Annibale costretto a lasciare il bel paese che sedici anni aveva corso rubando e sperperando, smungendo amici e nemici, trucidando con barbarie calcolata, sterminando le famiglie infedeli o temute, o de’ cui beni avesse bisogno per nodrire i suoi mercenarj, non sapea celare il suo dispetto. Anche sul punto di uscirne, sotto finta di visitare le guarnigioni delle fortezze alleate, mandò suoi commissarj ad espellere cittadini, a saccheggiar case e tesori; e perchè i popoli si opponevano, ne seguirono violenze e sangue. Avrebbe egli voluto portare in Africa un ventimila Italiani che militavano sotto la sua bandiera; ma non aderirono se non quelli che sentivansi rei di delitto capitale. A questi egli regalò gli altri come schiavi; ma perchè si vergognavano di farsi carcerieri de’ proprj fratelli, Annibale unì quegli avanzi con quattromila cavalli e assai bestie da soma, e di tutto fece macello[265].
ANNIBALE ESCE D’ITALIA
Queste orme lasciava Annibale del suo passaggio, del quale gl’Italiani conservarono lungamente memoria d’orrore. Cartagine non appena rivide il gran generale, ripigliò la baldanza; fallendo la tregua invocata, malmenò alcune navi romane sospinte dalla tempesta, e tentò mandar a male gli ambasciatori venuti a richiamarsene. Annibale però non avea fretta di vincere; e quando que’ mercanti il sollecitavano alla battaglia, rispondeva:—Attendete a’ fatti vostri; il soprassedere o accelerare è affar mio». Abboccatosi con Scipione, esibì di cedergli Sicilia, Sardegna e Spagna, ma questi non accettò: a Zama si fe giornata,202e benchè Celti e Liguri, ch’erano un terzo dell’esercito, combattessero coll’odio insito alla razza galla contro la romana[266], ed Annibale v’adoprasse tutta l’arte e il coraggio, la vittoria restò ai Romani.
ZAMA
Allora in Cartagine i negozianti prevalsero, e chiesero la pace; e Scipione, conoscendo la difficoltà di espugnar la nemica, o non volendo che un console successore finisse l’impresa da lui sì bene avanzata,201la concedette, ma a duri patti: Cartagine conserverà il territorio e il governo suo, consegnando i prigionieri e i disertori, gli elefanti e le navi, eccetto le triremi; pagherà fra cinquant’anni diecimila talenti; non imprenderà guerra nè solderà mercenarj senza il consentimento di Roma; restituirà a Massinissa quanto gli avi di lui avevano posseduto, e lo terrà alleato; darà cento statichi.
PACE
I disertori latini furono decapitati, crocifissi i romani; l’erario di Roma risanguato con cenventitremila libbre d’argento. Cartagine si vide rapiti e incendiati icinquecento vascelli, con cui non avea saputo impedire lo sbarco di Scipione; e collocato alle porte Massinissa, che incessantemente sarebbesi maneggiato a suo danno, mentr’essa non potrebbe chiarirgli guerra. Quando l’ambasciatore cartaginese andò a Roma a chiedere la sanzione del concordato, qualche senatore gli domandò:—Or quali Dei chiamerete in testimonio, voi che tutti li spergiuraste?» e il Cartaginese:—Chiameremo quelli che ci hanno punito con tanta severità». A tal punto Cartagine si sentiva abbassata! Ma paci che violano la sovranità d’un popolo, allettano a violarle.
CONSEGUENZE DELLA PACE
Quando Scipione di ritorno traversò l’Italia, fu un tripudio inesprimibile sui passi del giovane salvatore; ma egli potè vedere dappertutto la desolazione e lo spopolamento. E Roma gli accrebbe col voler castigare quelli che l’aveano disfavorita; i Bruzj furono condannati a non esser più combattenti, ma servi ai magistrati che andavano nelle provincie; del Sannio e della Puglia si confiscarono i terreni, per farne cortesia a quei che aveano fatto la campagna d’Africa.
INSURREZIONE DELLA GALLIA CISALPINA
Magone partendo per Cartagine avea lasciato nella Gallia Cisalpina un Amilcare cartaginese, guerriero sperimentato, che preferiva il vivere irrequieto fra i nemici di Roma all’indecorosa pace della patria. Costui infervorò tanto i Cisalpini,200che Boj, Insubri, Cenomani, Liguri si collegarono, arsero la colonia di Piacenza, minacciarono quella di Cremona; ma sotto questa furono vinti da Lucio Furio, ed Amilcare stesso perì combattendo.
Chi non conoscesse la storia de’ nostri giorni, stupirebbe che i Galli si tenessero quieti allorchè sì formidabilmente avrebbero potuto unirsi ad Annibale, poi, vinto questo, insorgessero senza riposo. Per molti anni la fortuna variò, sinchè Roma,197determinata di venirne ad un fine, mandò ad invadere quinci la Liguria,quindi l’Insubria; e che più valse, riguadagnò i venali Cenomani, che nel vivo della mischia disertando ai Romani, fecero intera la sconfitta dei Galli. Nè però Boj ed Insubri si tennero per domati; e solo dopo dure battaglie Claudio Marcello console prese Como196e ventotto castelli là intorno, portando immense spoglie a Roma. Gl’Insubri più non appajono tra i nemici di Roma, ma i Liguri incessantemente correvano or contro Piacenza, or in Etruria e sulla marina pisana. Gli anni successivi tre eserciti furono mandati nella Gallia Cisalpina, i quali con accanimento nazionale tal guasto menavano, che alcuni de’ più ricchi chiedevano rifugio presso gli stessi Romani, e sovente vi trovavano orrendi oltraggi. Un bardasso di Lucio Quinzio Flaminino, fratello del vincitore de’ Macedoni, querelavasi di avere, per seguirlo, abbandonato Roma la vigilia di un combattimento di gladiatori, spettacolo a lui curiosissimo. Or mentre a tavola gareggiavano di stravizzo, annunziasi a Flaminino un capo de’ Boj colla sua famiglia;194il quale, introdotto, espone i proprj infortunj, ed invoca protezione ed ospitalità. Un orribile pensiero balena a Flaminino, e voltosi al suo mignone:—Tu mi hai sacrificato il piacere d’un combattimento di gladiatori; io te ne compenserò col farti vedere la morte di questi Galli». Detto, brandisce la spada, e fiede sul Gallo, che, indarno invocando la fede divina e l’umana, è colla famiglia trucidato. Solo dopo otto anni, nella censura del severo Catone, a Flaminino fu chiesta ragione di tal nefandità.
Se così operava il console, pensate che doveva la soldatesca; e vedete a qual delle due parti convenisse il titolo di barbara. Scipione Nasica pretore, in un giorno uccise ventimila Boj, tremila ne prese;193chiedendo il trionfo, in senato si vantò di non aver lasciato vivi in quel paese che fanciulli e vecchi, e nella pompa femarciare misti coi cavalli i più nobili prigionieri galli; egli che era stato premiato per virtuoso. Allora recò al tesoro mille quattrocensettanta collane auree, ducenquarantacinque libbre d’oro, duemila trecenquaranta d’argento in verghe e in vasi di fattura gallica, e ducentrentamila monete. Spedito poi come console a compiere l’opera sua,191occupò armatamano il territorio confiscato: ma le insegne romane destavano tale ribrezzo, che i pochi avanzi di centododici tribù boje preferirono migrare, postandosi al confluente del Danubio e della Sava; e il nome de’ Boj, Lingoni, Anamani restò cancellato dall’Italia.
GALLIA CISALPINA
Oltre ripopolare quelle di Cremona, Piacenza, Modena, fondaronsi le nuove colonie di Bononia, Parma, Pisa;189-177gl’Insubri si rassegnarono al giogo; i Cenomani ottennero il premio di loro perfidia; i Veneti anch’essi cedettero; i Liguri che resisterono lunga pezza al ladroneccio romano, a viva forza furono sottomessi; e la Garfagnana e la Lunigiana settentrionale distribuite alla colonia romana dedotta da Lucca[267].
Dell’alta Italia, che per quattrocent’anni avevano i Galli tenuta, da Belloveso in poi, allora si formò la provincia detta Gallia Cisalpina o Togata, e Roma dichiarò:—Natura ha posto le Alpi fra l’Italia e i Galli; guaj a questi se osano ripassarle!»
APPIO CLAUDIO PULCRO
L’eccesso dell’oppressione ammutinò ancora qualche volta i Galli Cisalpini, e nominatamente i Salassi; da essi rimase sconfitto il console Appio Claudio Pulcro,143il quale però con sacre cerimonie ravvivato il coraggio de’ soldati, riparò il danno. Quando chiese il trionfo,gli fu negato; e poichè voleva condurlo non ostante, un tribuno gl’impedì la salita in Campidoglio. Ma sua figlia ch’era vestale, montò seco sul carro, talchè niuno osò opporsi alla vergine sacra; ed ella ne fu lodata, egli maledetto.