CAPITOLO XVI.

CAPITOLO XVI.Terza guerra punica.—La Spagna vinta.Insuperbita di tanti vinti nemici, non contenta d’aver domato l’emula Cartagine, Roma aspirava a distruggerla. Gravandola della maledizione delvæ victis, sempre nuove umiliazioni ne esigeva; offendevala e si lamentava: stile dei prepotenti. Cartagine, ridotta inerme e disanguata, vacillava come i popoli in agonia, ora tramando con altri deboli, ora cercando giustizia da un popolo che non ascoltava più se non l’interesse.PARALLELO FRA ROMA E CARTAGINEMassinissa re di Numidia, padre di quarantaquattro figliuoli, fiero ed irrequieto vecchione che la morte pareva rispettare per sciagura di Cartagine, denunziava questa or di dare ascolto ad Annibale, or d’avere nottetempo nel santuario d’Esculapio ricevuto emissarj del re Perseo; poi ne invase città e provincie. Cartagine, che per patto non potea muover guerra senza assensodi Roma, a questa ne portò querela; e Scipione Africano, mandato a farne ragione, non volle disgustare sì prezioso alleato: pure Roma, temendo che quella repubblica si unisse a Perseo,181le assicurò l’integrità del territorio; ma che? poco stante il Numida occupa un’altra provincia e settanta città o villaggi, e Roma il lascia fare. Lo stesso Catone censore, spedito a conciliare questi dissidj, mostrossi così parziale ed inflessibile, che i Cartaginesi ne ricusarono l’arbitramento. Quel severo ed orgoglioso più non dimenticò l’affronto, e non rifiniva di consigliare,—Distruggete Cartagine». Gli Scipioni, o godessero di lasciar sussistere quel vivo trofeo della gloria loro, o temessero che Roma s’infiacchisse quando fosse cessato l’instante pericolo, sconsigliavano dall’annichilare l’emula città: il censore, al contrario, anche per l’irreconciliabile sua avversione ad essi, ne andava rammentando la gran vicinanza e la popolazione crescente; e qualunque mozione facesse in senato, conchiudeva sempre,—Opino inoltre si deva distruggere Cartagine».Bastava conoscer Roma per prevedere che il partito più violento prevarrebbe; e la città fenice, colla fatalità solita alle cause soccombenti, scavavasi di propria mano la fossa. Oltre la fiacchezza naturale d’un’aristocrazia di ricchezze, nella quale anche le cariche più elevate si conferivano per denaro, vedemmo sorgervi e crescervi le fazioni, guidate dalla famiglia dei Barca, ricchissima ed incline alla guerra, e da Annone che, per contrariarli, consigliava la pace ad ogni costo. I disastri di Spagna e d’Italia, e infine la rotta di Zama scassinarono la potenza dei Barca, ma non li tolsero d’avere principale autorità nel senato. Finchè si dilatò col commercio e colle colonie, Cartagine venne in fiore, ed in quattro secoli si era resa donna dei mari, capitale dell’Africa, rispettata, quieta: innestatale dai Barca l’ambizionedelle conquiste, quei che le importava di tenere amici pel commercio avversava come guerriera; i vascelli, convertiti in uso di battaglie, cessavano dal portar merci lucrose; le spese sottigliavano l’erario quanto il commercio l’aveva impinguato; i cittadini non bastavano a guerre grosse; le città suddite maltrattate vi si prestavano con ripugnanza; di modo che bisognava soldare stranieri, i quali non combattendo per la patria, potevano o dettarle legge, o disertare al nemico, o divenire un’arma pel generale che aspirasse ad abbattere la libertà.Al rompersi delle ostilità con Roma pareva tutte le contingenze andassero propizie alla città africana; essa ricca, essa potente in mare, essa padrona di mezza Sicilia e d’altre isole del Mediterraneo, da cui poteva sbarcare minacciosa nei porti dell’indifesa rivale. Ma Roma a forza di guerre s’invigorisce; cresce coll’assimilarsi i vicini e dilatare i proprj dominj; ha cittadini guerrieri dall’infanzia, o formati negli utili travagli dei campi e nella robusta povertà; mentre i Cartaginesi crebbero al banco e nei traffici, ed ogni via di guadagno tengono per buona e ambita perchè reca al potere. Cartagine fidava negli alleati e nel denaro, Roma soltanto in sè: e mentre questa immobile stava sulla sua rupe, l’altra scivolava sopra arene d’oro. Quel coraggio disperato che crea le vittorie o ripara le sconfitte, mancava ai Cartaginesi; vinti, temono di perder tutto e piegano: mentre i Romani nella peggiore estremità mettono all’incanto il terreno su cui è accampato il nemico; e se questo propone la pace, gli rispondono:—Va fuori d’Italia, e tratteremo».TERZA GUERRA PUNICALe sconfitte di Roma non ne alterarono la costituzione; Cartagine dopo la rotta di Zama restringeva l’autorità dei magistrati in modo, che prevalse il popolo; e questo fluttuava per impeti, mentre a Romadecideva un senato accorto e calcolatore. Fu merito dei sommi generali di cui fu fortunata, se Cartagine talvolta pose in dubbio la decisione della fortuna: ma l’educazione non dirigeva essenzialmente a formare eroi; non serbava ai vincitori la solennità dei trionfi; nel mezzo delle vittorie i capitani si vedevano incagliati dalla gelosia o dal sottilizzare finanziero; doveano paventare la sconfitta che li sottoponeva ad un processo; e il pericolo della croce stava sugli occhi del generale allorchè meditasse una battaglia. Roma invece esce incontro al console vinto a Canne, lo ringrazia di non avere disperato della patria, e dà ogni aver suo, spoglia i tempj e le donne per fornire un nuovo esercito.E il nuovo esercito vinse, e obbligò Cartagine a vergognosa pace. Il dispetto dell’umiliazione tornò in favore Annibale; e poichè seimila cinquecento mercenarj, avvezzi con lui a vincere e predare, lo rendeano arbitro della disarmata patria, e’ si fece nominar sufeto e cominciò riforme: la perpetua magistratura de’ gerusj ridusse annuale; migliorò le finanze esigendo crediti antiquati, richiamando al fisco il mal tolto, e convincendo che il reprimere i concussori frutta meglio che un tributo nuovo; i soldati oziosi occupò a piantare ulivi, sperando coll’agricoltura e col commercio risanguare la svenata città, cui destinava far centro d’una gran lega contro Roma. Ma guaj alle riforme troppo tarde! Annibale soccombette e dovè esulare, lasciando la patria in quella debolezza che proviene dall’essere abbattute le istituzioni vecchie, non istabilite le nuove.Se ne incalorirono le fazioni, e la patriotica cacciò in bando quaranta dei fautori dello straniero, i quali ricoveratisi a Massinissa,153lo istigarono contro la repubblica. Egli estese le sue usurpazioni, e tuttochè ottagenario menò in persona la guerra; preso in mezzo l’esercito punico, lo affamò, e ne uccise cinquantottomila.Roma avea mandato ambasciadori, i quali, se l’evento uscisse prospero per Cartagine, le intimassero di deporre le armi ed osservar la pace. Vedendola invece colla peggio, inanimarono il Numida, del quale150Cartagine comprava la pietà con nuove cessioni, e condannando come rei di Stato i consigliatori di quella guerra. Ed ecco Catone comparire nel senato di Roma, e traendo di sotto la toga dei fichi che pareano appena côlti,—Questi (dice) tre giorni fa erano attaccati al loro ramo ne’ giardini di Cartagine. E voi tollererete così prossima una tale città?»ULTIMI SFORZI DI CARTAGINE149Strana ragione per distruggere un popolo! eppure gli è menata buona, e Roma intima a Cartagine che, avendo violata la pace, s’aspetti il castigo. I consoli Manilio Nepote e Marcio Censorino partono con ottantamila fanti, quattromila cavalli, cinquanta galee da cinque file di remi, oltre innumerevoli navi di trasporto, e l’ordine di non cessare finchè Cartagine non sia diroccata. I Cartaginesi non trovandosi pari all’attacco, spediscono nuovi ambasciadori con piena autorità d’accettare qualsiasi condizione, e perfino di rimettersi alla discrezione de’ Romani,purchè si risparmii la città. Questi, inorgogliendo a misura che vedevano abbassarsi la rivale, chiedono fra trenta giorni trecento ostaggi delle primarie famiglie. Parve enorme la condizione, eppure si sottomisero; e fra il pianto de’ genitori e il fremito de’ generosi, i trecento partirono. I consoli si riservarono di far conoscere la volontà del senato quando giungessero ad Utica; ed affinchè l’eccesso non portasse i Cartaginesi alla disperazione, proposero una ad una le condizioni: prima di fornire l’esercito di grani, poi di consegnare tutte le triremi, poi tutti i tormenti da guerra, da ultimo tutte le armi, giacchè non n’aveano bisogno se veramente deliberati alla pace. Duemila macchine e ducentomila armadurecompite furono consegnate: ben perdute veramente se non si sapeva usarle all’ultima difesa della patria.Come li vedono sguerniti e incapaci di sostenere un assedio, i consoli intimano che la città sia demolita, gli abitatori prendano stanza a tre miglia dal mare, cioè dove non possano più attendere a navi nè a commerci nè a pericolose speranze. S’erano i Romani obbligati a risparmiare la città; ma in loro linguacivitassignifica gli abitanti, non le abitazioni!Storditi a tal colpo, per alcun tempo i Cartaginesi non seppero che piangere, desolarsi, e quali lamentando i figli dati in ostaggio, quali imprecando agli avi che non avessero preferito una morte gloriosa ai turpi patti subìti; poi vergognandosi di se stessi, mutano lo sgomento nella disperata risoluzione di non soggiacere all’infame sentenza. Subito son chiuse le porte, uccisi tutti gli Italiani; qualunque metallo rimane è convertito in armi, qualunque officina in armeria; ogni dì si fabbricarono cento scudi, trecento spade, cinquecento lancie, mille dardi; le donne si recidono le trecce per farne le cocche; gli schiavi sono chiamati a libertà. Asdrubale, capo della fazione nazionale, che maltrattato da’ suoi, era fuoruscito, e menava ventimila uomini contro della patria, si riconcilia, riduce ad obbedienza la campagna, ed ajuta a respingere i consoli e incendiare la flotta; e Cartagine si conforta di almeno soccombere con onore. Benchè i Romani adoprassero contro di essa ogni arte murale, e la percotessero con un ariete mosso da seimila fanti, e con un altro spinto da innumerevoli rematori (Appiano), l’accortezza d’Asdrubale e il valore de’ Cartaginesi eludeva gli assedianti.147Pareva che la vittoria nelle guerre puniche fosse fatata al nome degli Scipioni. Emiliano, figlio di quel Paolo Emilio che vinse Perseo, adottato da Scipione Africano, portato console innanzi l’età, è spedito inAfrica; salva l’esercito da gravissime strette, raccoglie l’eredità dell’estinto Massinissa, prende un quartiere di Cartagine, circonvalla l’istmo con un muro turrito da cui padroneggiare la città, e le interdice i viveri; poi aggiungendo i riti sacri, proferisce contro Cartagine la rituale imprecazione per inimicarle gli Dei e per consacrare alla vendetta delle Furie chiunque resista a Roma[309].CARTAGINE DISTRUTTAI Cartaginesi ridotti all’estremo, osano un ultimo sforzo;146e lavorando uomini, donne, fanciulli, scavano traverso alla rupe una nuova uscita al loro porto, edavventano contro dei Romani un’altra flotta, compaginata col legname delle demolite abitazioni. Alcuni a nuoto s’avanzano fin presso le macchine, e di repente emergendo accendono fiaccole, e vi gettano fuoco. Scipione Emiliano d’assalto entra in Cartagine, eppure i cittadini difendono ancora via per via, casa per casa, durante sei giorni e sei notti; ed empiono de’ loro cadaveri la patria perita. Novecento disertori ricoverati nel tempio d’Esculapio, prevedendo qual sorte gli attendesse, posero fuoco a quell’asilo e perirono tutti. Il generale Asdrubale, che avea sempre intrepidamente diretto gli sforzi de’ suoi cittadini, negli estremi perdette il coraggio, e si prostrò al vincitore; ma sua moglie, rimasta cogli ultimi difensori, non volendo sopravvivere alla patria, sale sul fastigio del tempio vestita d’abiti sfarzosi, ed imprecato ogni male al marito disertore, si precipita coi figli nelle fiamme.De’ superstiti Cartaginesi parte fu dispersa per Italia e per le provincie; 4,470,000 libbre d’argento ornarono il trionfo di Scipione Emiliano, nel quale si riprodusse il soprannome di Africano. Molti preziosi capi d’arte, fra cui il toro di Falaride, furono restituiti alla depredata Sicilia; donate ai re di Numidia le biblioteche, eccetto i libri di Magone sull’agricoltura, che furono portati a Roma e tradotti; smantellate tutte le città favorevoli a Cartagine, le contrarie ingrandite di territorio; attribuito agli Uticesi quant’è fra Cartagine ed Ippona; gli Africani sottomessi pagassero un annuo tributo, e lo Stato cartaginese fosse ridotto a provincia col titolo di Africa. D’ordine del senato, Emiliano condusse l’aratro attorno alle mura, ripetè le rituali imprecazioni che doveano rendere gli Dei nemici alla causa vinta; poi le fiamme in diciassette giorni consumarono la città, dopo sette secoli d’esistenza, e uno e mezzo di lotte con Roma.COMPIANTI SU CARTAGINEQuesto sterminio senza scopo e senza ragione formò la gloria della colta famiglia de’ Scipioni che sempre vi s’era opposta, la gloria d’Emiliano, personaggio lodatissimo per dolce natura, e di cui fu proferito «non aver mai operato o detto cosa che non fosse degna di lode». Ma Roma nell’idea di lode non comprendeva mai quella di umanità, e a tutto ciò che non fosse romano mancava per lei ogni valore, ogni motivo di rispetto. Emiliano, vedendo lo strazio di tanta città, stette assorto in mesto silenzio, poi sospirando esclamò coll’Ettore di Omero:—Verrà giorno che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada». Chiesto da Polibio che intendesse per Troja e per gente di Priamo, egli, senza nominar Roma, rispose che meditava come gli Stati più poderosi alla loro volta dibassino e rovinino, secondo piace alla fortuna[310].Seduta trionfalmente sulle macerie di Cartagine e di Corinto, Roma poteva proclamare il trionfo della forza sopra l’industria; nessun nuovo nemico si presentava, sufficiente al tremendo duello; ai vinti non rimaneva vigore d’agitarsi sotto al pilo dei soldati d’Italia. Solo contro il gran furto delle aquile latine protestarono gliSpagnuoli, tremendi sempre nel difendere la patria indipendenza. Insorti, e sterminato il pretore Sempronio Tuditano197coll’esercito suo, cominciarono una guerra micidialissima sì per la popolazione colà raffittita, sì per la natura de’ luoghi montuosi e degli abitanti.INSURREZIONE DELLA SPAGNASi univano gl’Ispani in numerose fratellanze, congiurate per la vita e per la morte; nè uno mai falliva o sopravviveva agli altri consorti. Spirando in croce, i prigionieri con belliche canzoni insultavano ai loro carnefici; una madre cantabra scannò il figlio anzichè lasciarlo in balìa de’ nemici; un altro, per ordine del padre, rese la libertà ai genitori incatenati uccidendoli. Battuti più volte, non vinti mai, portavano allato il veleno pel caso d’una sconfitta: trovavansi ridotti schiavi? assassinavano i padroni, o mandavano a picco i bastimenti su cui erano caricati. Rilevata una rotta, fecero dire ai Romani vincitori:—Vi lasceremo uscire di Spagna, se ci diate un abito, un cavallo, una spada per ciascuno».Ogni arma adopravano dunque i Romani contro di loro, e più quelle dove i nemici meno valevano, l’astuzia e il tradimento, suscitando querele da fratelli a fratelli; e indeboliti gli aggredivano. Licinio Lucullo nella Celtiberia, Servio Galba nella Lusitania, in aspetto d’amicizia, offersero pingui terreni agli indomiti Ispani, e come li videro stanziati in sicurezza di pace, li scannarono, e Galba151andò glorioso del macello di trentamila difensori dell’indipendenza.Gli Ispani ripagavano d’eguale moneta; onde la campagna della penisola era sì temuta, che i tribuni della plebe domandavano l’esenzione pei loro protetti; e non ottenendola, li sottraevano col chiuderli prigioni. Fulvio Nobiliore console ebbe da loro una tal rotta, che quel giorno restò nefasto nel calendario,188come quello della battaglia di Canne. Pure Catone e Sempronio Gracco,guerreggiando a lungo nella Spagna citeriore (Castiglia ed Aragona), ed assalendo i Celtiberi nel proprio nido, oppressero quanto è fra l’Ebro e i Pirenei,179e vantarono d’aver espugnato quegli quattrocento, questi trecento città. Nella ulteriore Publio Cornelio Scipione, Postumio ed altri vinsero i Lusitani, i Turditani, i Vaccei (Portogallo, Leon, Andalusia), e poterono gloriarsi d’aver soggiogata tutta la penisola. I proconsoli, spediti a tenere in freno queste belve indomite, vi satollavano la propria avarizia coll’esercitare il monopolio delle biade, ed affamare il paese.VIRIATOVendicatore de’ compatrioti sorse il lusitano Viriato. Nella pastorizia e nella caccia formatosi eccellente capo di bande, si propose di collegare Lusitani e Celtiberi,149onde reggersi a fronte di Roma. Di trionfo in trionfo guidando i suoi, sconfisse cinque pretori, infine circondò il proconsole Fabio Serviliano; e mentre avrebbe potuto passar lui e l’esercito pel filo delle spade,141propose pace al solo patto che i Romani, tenendosi la restante Spagna, lui riconoscessero padrone del paese che dominava. Il senato confermò l’accordo, e così Viriato conseguì un regno indipendente a spese della repubblica romana, e avrebbe potuto divenire il Romolo della Spagna, se non che Servilio Cepione console sollecitò i Romani a permettergli di rompere la pace;140e senza ragione nè pretesto sperperò il paese, corruppe alcuni, i quali scannarono il valoroso lusitano. Il senato ricusò l’onore del trionfo all’infame Cepione.ASSEDIO DI NUMANZIACessato con quel gran capitano l’accordo delle due Spagne, la Lusitania si rassegnò al giogo; ma più accannita divenne la resistenza di Numanzia.143Questa città aveva ricoverato le reliquie dei fazionieri di Viriato, che sostennero una lotta generosissima, benchè sommassero appena a ottomila guerrieri. Gli stessi formidabili legionarj tremavano al nome dei Numantini, piùche a quello di Annibale e di Filopemene. Popilio Lena console fu costretto calar con essi ad accordi, violati poi dal suo successore: Ostilio Mancino137da quattromila di essi videsi uccisi trentamila soldati, e preso in mezzo dovette consegnare a discrezione se medesimo e l’esercito. Roma perfidiava i trattati, respingeva gli ambasciadori numantini, e rinnovava le scene sabine, facendo condurre alle porte di Numanzia Mancino incatenato, quasi potesse riversare su lui solo la responsabilità del trattato. I Numantini nol vollero ricevere se non fosse consegnato, secondo i patti, con tutto l’esercito.Rinfocatasi pertanto la guerra, Emilio Lepido fu per fame ridotto ad allargare l’assedio di Numanzia; Fulvio Flacco e Calpurnio Pisone poco profittarono: onde le tribù di Roma gridarono ad una voce che la piccola città non potrebbe esser doma se non dal vincitore di Cartagine.134Scipione Africano Minore fu rieletto console, malgrado la recente legge che il vietava; e non essendogli concesso di levar nuove truppe, armò da cinquecento volontarj a cavallo ch’e’ chiamava lo squadrone de’ suoi amici, e forse cinquemila uomini somministratigli dalle varie città italiche. Con questi, colla fiducia ispiratagli dalle vittorie precedenti, con una disciplina oltremodo severa ed operosa, e colla tattica più raffinata pervenne a circonvallare Numanzia; ricusò la battaglia, provocata in disperate sortite, ricusò ogni patto di dedizione. I Numantini,133logorati gli animali e le cose più schife, divoravansi l’un l’altro; da ultimo posero fuoco alla città, e s’uccisero fra loro, sicchè cinquanta soli potè serbarne il vincitore per ornare il trionfo che condusse senza spoglie. La piccola città cadde più gloriosamente che non Cartagine e Corinto; e la memoria della sua resistenza visse in cuore degli Ispani, i quali anche dopo vinti s’accorsero d’avere braccia e petti.LIBRO TERZO

CAPITOLO XVI.Terza guerra punica.—La Spagna vinta.Insuperbita di tanti vinti nemici, non contenta d’aver domato l’emula Cartagine, Roma aspirava a distruggerla. Gravandola della maledizione delvæ victis, sempre nuove umiliazioni ne esigeva; offendevala e si lamentava: stile dei prepotenti. Cartagine, ridotta inerme e disanguata, vacillava come i popoli in agonia, ora tramando con altri deboli, ora cercando giustizia da un popolo che non ascoltava più se non l’interesse.PARALLELO FRA ROMA E CARTAGINEMassinissa re di Numidia, padre di quarantaquattro figliuoli, fiero ed irrequieto vecchione che la morte pareva rispettare per sciagura di Cartagine, denunziava questa or di dare ascolto ad Annibale, or d’avere nottetempo nel santuario d’Esculapio ricevuto emissarj del re Perseo; poi ne invase città e provincie. Cartagine, che per patto non potea muover guerra senza assensodi Roma, a questa ne portò querela; e Scipione Africano, mandato a farne ragione, non volle disgustare sì prezioso alleato: pure Roma, temendo che quella repubblica si unisse a Perseo,181le assicurò l’integrità del territorio; ma che? poco stante il Numida occupa un’altra provincia e settanta città o villaggi, e Roma il lascia fare. Lo stesso Catone censore, spedito a conciliare questi dissidj, mostrossi così parziale ed inflessibile, che i Cartaginesi ne ricusarono l’arbitramento. Quel severo ed orgoglioso più non dimenticò l’affronto, e non rifiniva di consigliare,—Distruggete Cartagine». Gli Scipioni, o godessero di lasciar sussistere quel vivo trofeo della gloria loro, o temessero che Roma s’infiacchisse quando fosse cessato l’instante pericolo, sconsigliavano dall’annichilare l’emula città: il censore, al contrario, anche per l’irreconciliabile sua avversione ad essi, ne andava rammentando la gran vicinanza e la popolazione crescente; e qualunque mozione facesse in senato, conchiudeva sempre,—Opino inoltre si deva distruggere Cartagine».Bastava conoscer Roma per prevedere che il partito più violento prevarrebbe; e la città fenice, colla fatalità solita alle cause soccombenti, scavavasi di propria mano la fossa. Oltre la fiacchezza naturale d’un’aristocrazia di ricchezze, nella quale anche le cariche più elevate si conferivano per denaro, vedemmo sorgervi e crescervi le fazioni, guidate dalla famiglia dei Barca, ricchissima ed incline alla guerra, e da Annone che, per contrariarli, consigliava la pace ad ogni costo. I disastri di Spagna e d’Italia, e infine la rotta di Zama scassinarono la potenza dei Barca, ma non li tolsero d’avere principale autorità nel senato. Finchè si dilatò col commercio e colle colonie, Cartagine venne in fiore, ed in quattro secoli si era resa donna dei mari, capitale dell’Africa, rispettata, quieta: innestatale dai Barca l’ambizionedelle conquiste, quei che le importava di tenere amici pel commercio avversava come guerriera; i vascelli, convertiti in uso di battaglie, cessavano dal portar merci lucrose; le spese sottigliavano l’erario quanto il commercio l’aveva impinguato; i cittadini non bastavano a guerre grosse; le città suddite maltrattate vi si prestavano con ripugnanza; di modo che bisognava soldare stranieri, i quali non combattendo per la patria, potevano o dettarle legge, o disertare al nemico, o divenire un’arma pel generale che aspirasse ad abbattere la libertà.Al rompersi delle ostilità con Roma pareva tutte le contingenze andassero propizie alla città africana; essa ricca, essa potente in mare, essa padrona di mezza Sicilia e d’altre isole del Mediterraneo, da cui poteva sbarcare minacciosa nei porti dell’indifesa rivale. Ma Roma a forza di guerre s’invigorisce; cresce coll’assimilarsi i vicini e dilatare i proprj dominj; ha cittadini guerrieri dall’infanzia, o formati negli utili travagli dei campi e nella robusta povertà; mentre i Cartaginesi crebbero al banco e nei traffici, ed ogni via di guadagno tengono per buona e ambita perchè reca al potere. Cartagine fidava negli alleati e nel denaro, Roma soltanto in sè: e mentre questa immobile stava sulla sua rupe, l’altra scivolava sopra arene d’oro. Quel coraggio disperato che crea le vittorie o ripara le sconfitte, mancava ai Cartaginesi; vinti, temono di perder tutto e piegano: mentre i Romani nella peggiore estremità mettono all’incanto il terreno su cui è accampato il nemico; e se questo propone la pace, gli rispondono:—Va fuori d’Italia, e tratteremo».TERZA GUERRA PUNICALe sconfitte di Roma non ne alterarono la costituzione; Cartagine dopo la rotta di Zama restringeva l’autorità dei magistrati in modo, che prevalse il popolo; e questo fluttuava per impeti, mentre a Romadecideva un senato accorto e calcolatore. Fu merito dei sommi generali di cui fu fortunata, se Cartagine talvolta pose in dubbio la decisione della fortuna: ma l’educazione non dirigeva essenzialmente a formare eroi; non serbava ai vincitori la solennità dei trionfi; nel mezzo delle vittorie i capitani si vedevano incagliati dalla gelosia o dal sottilizzare finanziero; doveano paventare la sconfitta che li sottoponeva ad un processo; e il pericolo della croce stava sugli occhi del generale allorchè meditasse una battaglia. Roma invece esce incontro al console vinto a Canne, lo ringrazia di non avere disperato della patria, e dà ogni aver suo, spoglia i tempj e le donne per fornire un nuovo esercito.E il nuovo esercito vinse, e obbligò Cartagine a vergognosa pace. Il dispetto dell’umiliazione tornò in favore Annibale; e poichè seimila cinquecento mercenarj, avvezzi con lui a vincere e predare, lo rendeano arbitro della disarmata patria, e’ si fece nominar sufeto e cominciò riforme: la perpetua magistratura de’ gerusj ridusse annuale; migliorò le finanze esigendo crediti antiquati, richiamando al fisco il mal tolto, e convincendo che il reprimere i concussori frutta meglio che un tributo nuovo; i soldati oziosi occupò a piantare ulivi, sperando coll’agricoltura e col commercio risanguare la svenata città, cui destinava far centro d’una gran lega contro Roma. Ma guaj alle riforme troppo tarde! Annibale soccombette e dovè esulare, lasciando la patria in quella debolezza che proviene dall’essere abbattute le istituzioni vecchie, non istabilite le nuove.Se ne incalorirono le fazioni, e la patriotica cacciò in bando quaranta dei fautori dello straniero, i quali ricoveratisi a Massinissa,153lo istigarono contro la repubblica. Egli estese le sue usurpazioni, e tuttochè ottagenario menò in persona la guerra; preso in mezzo l’esercito punico, lo affamò, e ne uccise cinquantottomila.Roma avea mandato ambasciadori, i quali, se l’evento uscisse prospero per Cartagine, le intimassero di deporre le armi ed osservar la pace. Vedendola invece colla peggio, inanimarono il Numida, del quale150Cartagine comprava la pietà con nuove cessioni, e condannando come rei di Stato i consigliatori di quella guerra. Ed ecco Catone comparire nel senato di Roma, e traendo di sotto la toga dei fichi che pareano appena côlti,—Questi (dice) tre giorni fa erano attaccati al loro ramo ne’ giardini di Cartagine. E voi tollererete così prossima una tale città?»ULTIMI SFORZI DI CARTAGINE149Strana ragione per distruggere un popolo! eppure gli è menata buona, e Roma intima a Cartagine che, avendo violata la pace, s’aspetti il castigo. I consoli Manilio Nepote e Marcio Censorino partono con ottantamila fanti, quattromila cavalli, cinquanta galee da cinque file di remi, oltre innumerevoli navi di trasporto, e l’ordine di non cessare finchè Cartagine non sia diroccata. I Cartaginesi non trovandosi pari all’attacco, spediscono nuovi ambasciadori con piena autorità d’accettare qualsiasi condizione, e perfino di rimettersi alla discrezione de’ Romani,purchè si risparmii la città. Questi, inorgogliendo a misura che vedevano abbassarsi la rivale, chiedono fra trenta giorni trecento ostaggi delle primarie famiglie. Parve enorme la condizione, eppure si sottomisero; e fra il pianto de’ genitori e il fremito de’ generosi, i trecento partirono. I consoli si riservarono di far conoscere la volontà del senato quando giungessero ad Utica; ed affinchè l’eccesso non portasse i Cartaginesi alla disperazione, proposero una ad una le condizioni: prima di fornire l’esercito di grani, poi di consegnare tutte le triremi, poi tutti i tormenti da guerra, da ultimo tutte le armi, giacchè non n’aveano bisogno se veramente deliberati alla pace. Duemila macchine e ducentomila armadurecompite furono consegnate: ben perdute veramente se non si sapeva usarle all’ultima difesa della patria.Come li vedono sguerniti e incapaci di sostenere un assedio, i consoli intimano che la città sia demolita, gli abitatori prendano stanza a tre miglia dal mare, cioè dove non possano più attendere a navi nè a commerci nè a pericolose speranze. S’erano i Romani obbligati a risparmiare la città; ma in loro linguacivitassignifica gli abitanti, non le abitazioni!Storditi a tal colpo, per alcun tempo i Cartaginesi non seppero che piangere, desolarsi, e quali lamentando i figli dati in ostaggio, quali imprecando agli avi che non avessero preferito una morte gloriosa ai turpi patti subìti; poi vergognandosi di se stessi, mutano lo sgomento nella disperata risoluzione di non soggiacere all’infame sentenza. Subito son chiuse le porte, uccisi tutti gli Italiani; qualunque metallo rimane è convertito in armi, qualunque officina in armeria; ogni dì si fabbricarono cento scudi, trecento spade, cinquecento lancie, mille dardi; le donne si recidono le trecce per farne le cocche; gli schiavi sono chiamati a libertà. Asdrubale, capo della fazione nazionale, che maltrattato da’ suoi, era fuoruscito, e menava ventimila uomini contro della patria, si riconcilia, riduce ad obbedienza la campagna, ed ajuta a respingere i consoli e incendiare la flotta; e Cartagine si conforta di almeno soccombere con onore. Benchè i Romani adoprassero contro di essa ogni arte murale, e la percotessero con un ariete mosso da seimila fanti, e con un altro spinto da innumerevoli rematori (Appiano), l’accortezza d’Asdrubale e il valore de’ Cartaginesi eludeva gli assedianti.147Pareva che la vittoria nelle guerre puniche fosse fatata al nome degli Scipioni. Emiliano, figlio di quel Paolo Emilio che vinse Perseo, adottato da Scipione Africano, portato console innanzi l’età, è spedito inAfrica; salva l’esercito da gravissime strette, raccoglie l’eredità dell’estinto Massinissa, prende un quartiere di Cartagine, circonvalla l’istmo con un muro turrito da cui padroneggiare la città, e le interdice i viveri; poi aggiungendo i riti sacri, proferisce contro Cartagine la rituale imprecazione per inimicarle gli Dei e per consacrare alla vendetta delle Furie chiunque resista a Roma[309].CARTAGINE DISTRUTTAI Cartaginesi ridotti all’estremo, osano un ultimo sforzo;146e lavorando uomini, donne, fanciulli, scavano traverso alla rupe una nuova uscita al loro porto, edavventano contro dei Romani un’altra flotta, compaginata col legname delle demolite abitazioni. Alcuni a nuoto s’avanzano fin presso le macchine, e di repente emergendo accendono fiaccole, e vi gettano fuoco. Scipione Emiliano d’assalto entra in Cartagine, eppure i cittadini difendono ancora via per via, casa per casa, durante sei giorni e sei notti; ed empiono de’ loro cadaveri la patria perita. Novecento disertori ricoverati nel tempio d’Esculapio, prevedendo qual sorte gli attendesse, posero fuoco a quell’asilo e perirono tutti. Il generale Asdrubale, che avea sempre intrepidamente diretto gli sforzi de’ suoi cittadini, negli estremi perdette il coraggio, e si prostrò al vincitore; ma sua moglie, rimasta cogli ultimi difensori, non volendo sopravvivere alla patria, sale sul fastigio del tempio vestita d’abiti sfarzosi, ed imprecato ogni male al marito disertore, si precipita coi figli nelle fiamme.De’ superstiti Cartaginesi parte fu dispersa per Italia e per le provincie; 4,470,000 libbre d’argento ornarono il trionfo di Scipione Emiliano, nel quale si riprodusse il soprannome di Africano. Molti preziosi capi d’arte, fra cui il toro di Falaride, furono restituiti alla depredata Sicilia; donate ai re di Numidia le biblioteche, eccetto i libri di Magone sull’agricoltura, che furono portati a Roma e tradotti; smantellate tutte le città favorevoli a Cartagine, le contrarie ingrandite di territorio; attribuito agli Uticesi quant’è fra Cartagine ed Ippona; gli Africani sottomessi pagassero un annuo tributo, e lo Stato cartaginese fosse ridotto a provincia col titolo di Africa. D’ordine del senato, Emiliano condusse l’aratro attorno alle mura, ripetè le rituali imprecazioni che doveano rendere gli Dei nemici alla causa vinta; poi le fiamme in diciassette giorni consumarono la città, dopo sette secoli d’esistenza, e uno e mezzo di lotte con Roma.COMPIANTI SU CARTAGINEQuesto sterminio senza scopo e senza ragione formò la gloria della colta famiglia de’ Scipioni che sempre vi s’era opposta, la gloria d’Emiliano, personaggio lodatissimo per dolce natura, e di cui fu proferito «non aver mai operato o detto cosa che non fosse degna di lode». Ma Roma nell’idea di lode non comprendeva mai quella di umanità, e a tutto ciò che non fosse romano mancava per lei ogni valore, ogni motivo di rispetto. Emiliano, vedendo lo strazio di tanta città, stette assorto in mesto silenzio, poi sospirando esclamò coll’Ettore di Omero:—Verrà giorno che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada». Chiesto da Polibio che intendesse per Troja e per gente di Priamo, egli, senza nominar Roma, rispose che meditava come gli Stati più poderosi alla loro volta dibassino e rovinino, secondo piace alla fortuna[310].Seduta trionfalmente sulle macerie di Cartagine e di Corinto, Roma poteva proclamare il trionfo della forza sopra l’industria; nessun nuovo nemico si presentava, sufficiente al tremendo duello; ai vinti non rimaneva vigore d’agitarsi sotto al pilo dei soldati d’Italia. Solo contro il gran furto delle aquile latine protestarono gliSpagnuoli, tremendi sempre nel difendere la patria indipendenza. Insorti, e sterminato il pretore Sempronio Tuditano197coll’esercito suo, cominciarono una guerra micidialissima sì per la popolazione colà raffittita, sì per la natura de’ luoghi montuosi e degli abitanti.INSURREZIONE DELLA SPAGNASi univano gl’Ispani in numerose fratellanze, congiurate per la vita e per la morte; nè uno mai falliva o sopravviveva agli altri consorti. Spirando in croce, i prigionieri con belliche canzoni insultavano ai loro carnefici; una madre cantabra scannò il figlio anzichè lasciarlo in balìa de’ nemici; un altro, per ordine del padre, rese la libertà ai genitori incatenati uccidendoli. Battuti più volte, non vinti mai, portavano allato il veleno pel caso d’una sconfitta: trovavansi ridotti schiavi? assassinavano i padroni, o mandavano a picco i bastimenti su cui erano caricati. Rilevata una rotta, fecero dire ai Romani vincitori:—Vi lasceremo uscire di Spagna, se ci diate un abito, un cavallo, una spada per ciascuno».Ogni arma adopravano dunque i Romani contro di loro, e più quelle dove i nemici meno valevano, l’astuzia e il tradimento, suscitando querele da fratelli a fratelli; e indeboliti gli aggredivano. Licinio Lucullo nella Celtiberia, Servio Galba nella Lusitania, in aspetto d’amicizia, offersero pingui terreni agli indomiti Ispani, e come li videro stanziati in sicurezza di pace, li scannarono, e Galba151andò glorioso del macello di trentamila difensori dell’indipendenza.Gli Ispani ripagavano d’eguale moneta; onde la campagna della penisola era sì temuta, che i tribuni della plebe domandavano l’esenzione pei loro protetti; e non ottenendola, li sottraevano col chiuderli prigioni. Fulvio Nobiliore console ebbe da loro una tal rotta, che quel giorno restò nefasto nel calendario,188come quello della battaglia di Canne. Pure Catone e Sempronio Gracco,guerreggiando a lungo nella Spagna citeriore (Castiglia ed Aragona), ed assalendo i Celtiberi nel proprio nido, oppressero quanto è fra l’Ebro e i Pirenei,179e vantarono d’aver espugnato quegli quattrocento, questi trecento città. Nella ulteriore Publio Cornelio Scipione, Postumio ed altri vinsero i Lusitani, i Turditani, i Vaccei (Portogallo, Leon, Andalusia), e poterono gloriarsi d’aver soggiogata tutta la penisola. I proconsoli, spediti a tenere in freno queste belve indomite, vi satollavano la propria avarizia coll’esercitare il monopolio delle biade, ed affamare il paese.VIRIATOVendicatore de’ compatrioti sorse il lusitano Viriato. Nella pastorizia e nella caccia formatosi eccellente capo di bande, si propose di collegare Lusitani e Celtiberi,149onde reggersi a fronte di Roma. Di trionfo in trionfo guidando i suoi, sconfisse cinque pretori, infine circondò il proconsole Fabio Serviliano; e mentre avrebbe potuto passar lui e l’esercito pel filo delle spade,141propose pace al solo patto che i Romani, tenendosi la restante Spagna, lui riconoscessero padrone del paese che dominava. Il senato confermò l’accordo, e così Viriato conseguì un regno indipendente a spese della repubblica romana, e avrebbe potuto divenire il Romolo della Spagna, se non che Servilio Cepione console sollecitò i Romani a permettergli di rompere la pace;140e senza ragione nè pretesto sperperò il paese, corruppe alcuni, i quali scannarono il valoroso lusitano. Il senato ricusò l’onore del trionfo all’infame Cepione.ASSEDIO DI NUMANZIACessato con quel gran capitano l’accordo delle due Spagne, la Lusitania si rassegnò al giogo; ma più accannita divenne la resistenza di Numanzia.143Questa città aveva ricoverato le reliquie dei fazionieri di Viriato, che sostennero una lotta generosissima, benchè sommassero appena a ottomila guerrieri. Gli stessi formidabili legionarj tremavano al nome dei Numantini, piùche a quello di Annibale e di Filopemene. Popilio Lena console fu costretto calar con essi ad accordi, violati poi dal suo successore: Ostilio Mancino137da quattromila di essi videsi uccisi trentamila soldati, e preso in mezzo dovette consegnare a discrezione se medesimo e l’esercito. Roma perfidiava i trattati, respingeva gli ambasciadori numantini, e rinnovava le scene sabine, facendo condurre alle porte di Numanzia Mancino incatenato, quasi potesse riversare su lui solo la responsabilità del trattato. I Numantini nol vollero ricevere se non fosse consegnato, secondo i patti, con tutto l’esercito.Rinfocatasi pertanto la guerra, Emilio Lepido fu per fame ridotto ad allargare l’assedio di Numanzia; Fulvio Flacco e Calpurnio Pisone poco profittarono: onde le tribù di Roma gridarono ad una voce che la piccola città non potrebbe esser doma se non dal vincitore di Cartagine.134Scipione Africano Minore fu rieletto console, malgrado la recente legge che il vietava; e non essendogli concesso di levar nuove truppe, armò da cinquecento volontarj a cavallo ch’e’ chiamava lo squadrone de’ suoi amici, e forse cinquemila uomini somministratigli dalle varie città italiche. Con questi, colla fiducia ispiratagli dalle vittorie precedenti, con una disciplina oltremodo severa ed operosa, e colla tattica più raffinata pervenne a circonvallare Numanzia; ricusò la battaglia, provocata in disperate sortite, ricusò ogni patto di dedizione. I Numantini,133logorati gli animali e le cose più schife, divoravansi l’un l’altro; da ultimo posero fuoco alla città, e s’uccisero fra loro, sicchè cinquanta soli potè serbarne il vincitore per ornare il trionfo che condusse senza spoglie. La piccola città cadde più gloriosamente che non Cartagine e Corinto; e la memoria della sua resistenza visse in cuore degli Ispani, i quali anche dopo vinti s’accorsero d’avere braccia e petti.LIBRO TERZO

Terza guerra punica.—La Spagna vinta.

Insuperbita di tanti vinti nemici, non contenta d’aver domato l’emula Cartagine, Roma aspirava a distruggerla. Gravandola della maledizione delvæ victis, sempre nuove umiliazioni ne esigeva; offendevala e si lamentava: stile dei prepotenti. Cartagine, ridotta inerme e disanguata, vacillava come i popoli in agonia, ora tramando con altri deboli, ora cercando giustizia da un popolo che non ascoltava più se non l’interesse.

PARALLELO FRA ROMA E CARTAGINE

Massinissa re di Numidia, padre di quarantaquattro figliuoli, fiero ed irrequieto vecchione che la morte pareva rispettare per sciagura di Cartagine, denunziava questa or di dare ascolto ad Annibale, or d’avere nottetempo nel santuario d’Esculapio ricevuto emissarj del re Perseo; poi ne invase città e provincie. Cartagine, che per patto non potea muover guerra senza assensodi Roma, a questa ne portò querela; e Scipione Africano, mandato a farne ragione, non volle disgustare sì prezioso alleato: pure Roma, temendo che quella repubblica si unisse a Perseo,181le assicurò l’integrità del territorio; ma che? poco stante il Numida occupa un’altra provincia e settanta città o villaggi, e Roma il lascia fare. Lo stesso Catone censore, spedito a conciliare questi dissidj, mostrossi così parziale ed inflessibile, che i Cartaginesi ne ricusarono l’arbitramento. Quel severo ed orgoglioso più non dimenticò l’affronto, e non rifiniva di consigliare,—Distruggete Cartagine». Gli Scipioni, o godessero di lasciar sussistere quel vivo trofeo della gloria loro, o temessero che Roma s’infiacchisse quando fosse cessato l’instante pericolo, sconsigliavano dall’annichilare l’emula città: il censore, al contrario, anche per l’irreconciliabile sua avversione ad essi, ne andava rammentando la gran vicinanza e la popolazione crescente; e qualunque mozione facesse in senato, conchiudeva sempre,—Opino inoltre si deva distruggere Cartagine».

Bastava conoscer Roma per prevedere che il partito più violento prevarrebbe; e la città fenice, colla fatalità solita alle cause soccombenti, scavavasi di propria mano la fossa. Oltre la fiacchezza naturale d’un’aristocrazia di ricchezze, nella quale anche le cariche più elevate si conferivano per denaro, vedemmo sorgervi e crescervi le fazioni, guidate dalla famiglia dei Barca, ricchissima ed incline alla guerra, e da Annone che, per contrariarli, consigliava la pace ad ogni costo. I disastri di Spagna e d’Italia, e infine la rotta di Zama scassinarono la potenza dei Barca, ma non li tolsero d’avere principale autorità nel senato. Finchè si dilatò col commercio e colle colonie, Cartagine venne in fiore, ed in quattro secoli si era resa donna dei mari, capitale dell’Africa, rispettata, quieta: innestatale dai Barca l’ambizionedelle conquiste, quei che le importava di tenere amici pel commercio avversava come guerriera; i vascelli, convertiti in uso di battaglie, cessavano dal portar merci lucrose; le spese sottigliavano l’erario quanto il commercio l’aveva impinguato; i cittadini non bastavano a guerre grosse; le città suddite maltrattate vi si prestavano con ripugnanza; di modo che bisognava soldare stranieri, i quali non combattendo per la patria, potevano o dettarle legge, o disertare al nemico, o divenire un’arma pel generale che aspirasse ad abbattere la libertà.

Al rompersi delle ostilità con Roma pareva tutte le contingenze andassero propizie alla città africana; essa ricca, essa potente in mare, essa padrona di mezza Sicilia e d’altre isole del Mediterraneo, da cui poteva sbarcare minacciosa nei porti dell’indifesa rivale. Ma Roma a forza di guerre s’invigorisce; cresce coll’assimilarsi i vicini e dilatare i proprj dominj; ha cittadini guerrieri dall’infanzia, o formati negli utili travagli dei campi e nella robusta povertà; mentre i Cartaginesi crebbero al banco e nei traffici, ed ogni via di guadagno tengono per buona e ambita perchè reca al potere. Cartagine fidava negli alleati e nel denaro, Roma soltanto in sè: e mentre questa immobile stava sulla sua rupe, l’altra scivolava sopra arene d’oro. Quel coraggio disperato che crea le vittorie o ripara le sconfitte, mancava ai Cartaginesi; vinti, temono di perder tutto e piegano: mentre i Romani nella peggiore estremità mettono all’incanto il terreno su cui è accampato il nemico; e se questo propone la pace, gli rispondono:—Va fuori d’Italia, e tratteremo».

TERZA GUERRA PUNICA

Le sconfitte di Roma non ne alterarono la costituzione; Cartagine dopo la rotta di Zama restringeva l’autorità dei magistrati in modo, che prevalse il popolo; e questo fluttuava per impeti, mentre a Romadecideva un senato accorto e calcolatore. Fu merito dei sommi generali di cui fu fortunata, se Cartagine talvolta pose in dubbio la decisione della fortuna: ma l’educazione non dirigeva essenzialmente a formare eroi; non serbava ai vincitori la solennità dei trionfi; nel mezzo delle vittorie i capitani si vedevano incagliati dalla gelosia o dal sottilizzare finanziero; doveano paventare la sconfitta che li sottoponeva ad un processo; e il pericolo della croce stava sugli occhi del generale allorchè meditasse una battaglia. Roma invece esce incontro al console vinto a Canne, lo ringrazia di non avere disperato della patria, e dà ogni aver suo, spoglia i tempj e le donne per fornire un nuovo esercito.

E il nuovo esercito vinse, e obbligò Cartagine a vergognosa pace. Il dispetto dell’umiliazione tornò in favore Annibale; e poichè seimila cinquecento mercenarj, avvezzi con lui a vincere e predare, lo rendeano arbitro della disarmata patria, e’ si fece nominar sufeto e cominciò riforme: la perpetua magistratura de’ gerusj ridusse annuale; migliorò le finanze esigendo crediti antiquati, richiamando al fisco il mal tolto, e convincendo che il reprimere i concussori frutta meglio che un tributo nuovo; i soldati oziosi occupò a piantare ulivi, sperando coll’agricoltura e col commercio risanguare la svenata città, cui destinava far centro d’una gran lega contro Roma. Ma guaj alle riforme troppo tarde! Annibale soccombette e dovè esulare, lasciando la patria in quella debolezza che proviene dall’essere abbattute le istituzioni vecchie, non istabilite le nuove.

Se ne incalorirono le fazioni, e la patriotica cacciò in bando quaranta dei fautori dello straniero, i quali ricoveratisi a Massinissa,153lo istigarono contro la repubblica. Egli estese le sue usurpazioni, e tuttochè ottagenario menò in persona la guerra; preso in mezzo l’esercito punico, lo affamò, e ne uccise cinquantottomila.Roma avea mandato ambasciadori, i quali, se l’evento uscisse prospero per Cartagine, le intimassero di deporre le armi ed osservar la pace. Vedendola invece colla peggio, inanimarono il Numida, del quale150Cartagine comprava la pietà con nuove cessioni, e condannando come rei di Stato i consigliatori di quella guerra. Ed ecco Catone comparire nel senato di Roma, e traendo di sotto la toga dei fichi che pareano appena côlti,—Questi (dice) tre giorni fa erano attaccati al loro ramo ne’ giardini di Cartagine. E voi tollererete così prossima una tale città?»

ULTIMI SFORZI DI CARTAGINE

149Strana ragione per distruggere un popolo! eppure gli è menata buona, e Roma intima a Cartagine che, avendo violata la pace, s’aspetti il castigo. I consoli Manilio Nepote e Marcio Censorino partono con ottantamila fanti, quattromila cavalli, cinquanta galee da cinque file di remi, oltre innumerevoli navi di trasporto, e l’ordine di non cessare finchè Cartagine non sia diroccata. I Cartaginesi non trovandosi pari all’attacco, spediscono nuovi ambasciadori con piena autorità d’accettare qualsiasi condizione, e perfino di rimettersi alla discrezione de’ Romani,purchè si risparmii la città. Questi, inorgogliendo a misura che vedevano abbassarsi la rivale, chiedono fra trenta giorni trecento ostaggi delle primarie famiglie. Parve enorme la condizione, eppure si sottomisero; e fra il pianto de’ genitori e il fremito de’ generosi, i trecento partirono. I consoli si riservarono di far conoscere la volontà del senato quando giungessero ad Utica; ed affinchè l’eccesso non portasse i Cartaginesi alla disperazione, proposero una ad una le condizioni: prima di fornire l’esercito di grani, poi di consegnare tutte le triremi, poi tutti i tormenti da guerra, da ultimo tutte le armi, giacchè non n’aveano bisogno se veramente deliberati alla pace. Duemila macchine e ducentomila armadurecompite furono consegnate: ben perdute veramente se non si sapeva usarle all’ultima difesa della patria.

Come li vedono sguerniti e incapaci di sostenere un assedio, i consoli intimano che la città sia demolita, gli abitatori prendano stanza a tre miglia dal mare, cioè dove non possano più attendere a navi nè a commerci nè a pericolose speranze. S’erano i Romani obbligati a risparmiare la città; ma in loro linguacivitassignifica gli abitanti, non le abitazioni!

Storditi a tal colpo, per alcun tempo i Cartaginesi non seppero che piangere, desolarsi, e quali lamentando i figli dati in ostaggio, quali imprecando agli avi che non avessero preferito una morte gloriosa ai turpi patti subìti; poi vergognandosi di se stessi, mutano lo sgomento nella disperata risoluzione di non soggiacere all’infame sentenza. Subito son chiuse le porte, uccisi tutti gli Italiani; qualunque metallo rimane è convertito in armi, qualunque officina in armeria; ogni dì si fabbricarono cento scudi, trecento spade, cinquecento lancie, mille dardi; le donne si recidono le trecce per farne le cocche; gli schiavi sono chiamati a libertà. Asdrubale, capo della fazione nazionale, che maltrattato da’ suoi, era fuoruscito, e menava ventimila uomini contro della patria, si riconcilia, riduce ad obbedienza la campagna, ed ajuta a respingere i consoli e incendiare la flotta; e Cartagine si conforta di almeno soccombere con onore. Benchè i Romani adoprassero contro di essa ogni arte murale, e la percotessero con un ariete mosso da seimila fanti, e con un altro spinto da innumerevoli rematori (Appiano), l’accortezza d’Asdrubale e il valore de’ Cartaginesi eludeva gli assedianti.

147Pareva che la vittoria nelle guerre puniche fosse fatata al nome degli Scipioni. Emiliano, figlio di quel Paolo Emilio che vinse Perseo, adottato da Scipione Africano, portato console innanzi l’età, è spedito inAfrica; salva l’esercito da gravissime strette, raccoglie l’eredità dell’estinto Massinissa, prende un quartiere di Cartagine, circonvalla l’istmo con un muro turrito da cui padroneggiare la città, e le interdice i viveri; poi aggiungendo i riti sacri, proferisce contro Cartagine la rituale imprecazione per inimicarle gli Dei e per consacrare alla vendetta delle Furie chiunque resista a Roma[309].

CARTAGINE DISTRUTTA

I Cartaginesi ridotti all’estremo, osano un ultimo sforzo;146e lavorando uomini, donne, fanciulli, scavano traverso alla rupe una nuova uscita al loro porto, edavventano contro dei Romani un’altra flotta, compaginata col legname delle demolite abitazioni. Alcuni a nuoto s’avanzano fin presso le macchine, e di repente emergendo accendono fiaccole, e vi gettano fuoco. Scipione Emiliano d’assalto entra in Cartagine, eppure i cittadini difendono ancora via per via, casa per casa, durante sei giorni e sei notti; ed empiono de’ loro cadaveri la patria perita. Novecento disertori ricoverati nel tempio d’Esculapio, prevedendo qual sorte gli attendesse, posero fuoco a quell’asilo e perirono tutti. Il generale Asdrubale, che avea sempre intrepidamente diretto gli sforzi de’ suoi cittadini, negli estremi perdette il coraggio, e si prostrò al vincitore; ma sua moglie, rimasta cogli ultimi difensori, non volendo sopravvivere alla patria, sale sul fastigio del tempio vestita d’abiti sfarzosi, ed imprecato ogni male al marito disertore, si precipita coi figli nelle fiamme.

De’ superstiti Cartaginesi parte fu dispersa per Italia e per le provincie; 4,470,000 libbre d’argento ornarono il trionfo di Scipione Emiliano, nel quale si riprodusse il soprannome di Africano. Molti preziosi capi d’arte, fra cui il toro di Falaride, furono restituiti alla depredata Sicilia; donate ai re di Numidia le biblioteche, eccetto i libri di Magone sull’agricoltura, che furono portati a Roma e tradotti; smantellate tutte le città favorevoli a Cartagine, le contrarie ingrandite di territorio; attribuito agli Uticesi quant’è fra Cartagine ed Ippona; gli Africani sottomessi pagassero un annuo tributo, e lo Stato cartaginese fosse ridotto a provincia col titolo di Africa. D’ordine del senato, Emiliano condusse l’aratro attorno alle mura, ripetè le rituali imprecazioni che doveano rendere gli Dei nemici alla causa vinta; poi le fiamme in diciassette giorni consumarono la città, dopo sette secoli d’esistenza, e uno e mezzo di lotte con Roma.

COMPIANTI SU CARTAGINE

Questo sterminio senza scopo e senza ragione formò la gloria della colta famiglia de’ Scipioni che sempre vi s’era opposta, la gloria d’Emiliano, personaggio lodatissimo per dolce natura, e di cui fu proferito «non aver mai operato o detto cosa che non fosse degna di lode». Ma Roma nell’idea di lode non comprendeva mai quella di umanità, e a tutto ciò che non fosse romano mancava per lei ogni valore, ogni motivo di rispetto. Emiliano, vedendo lo strazio di tanta città, stette assorto in mesto silenzio, poi sospirando esclamò coll’Ettore di Omero:—Verrà giorno che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada». Chiesto da Polibio che intendesse per Troja e per gente di Priamo, egli, senza nominar Roma, rispose che meditava come gli Stati più poderosi alla loro volta dibassino e rovinino, secondo piace alla fortuna[310].

Seduta trionfalmente sulle macerie di Cartagine e di Corinto, Roma poteva proclamare il trionfo della forza sopra l’industria; nessun nuovo nemico si presentava, sufficiente al tremendo duello; ai vinti non rimaneva vigore d’agitarsi sotto al pilo dei soldati d’Italia. Solo contro il gran furto delle aquile latine protestarono gliSpagnuoli, tremendi sempre nel difendere la patria indipendenza. Insorti, e sterminato il pretore Sempronio Tuditano197coll’esercito suo, cominciarono una guerra micidialissima sì per la popolazione colà raffittita, sì per la natura de’ luoghi montuosi e degli abitanti.

INSURREZIONE DELLA SPAGNA

Si univano gl’Ispani in numerose fratellanze, congiurate per la vita e per la morte; nè uno mai falliva o sopravviveva agli altri consorti. Spirando in croce, i prigionieri con belliche canzoni insultavano ai loro carnefici; una madre cantabra scannò il figlio anzichè lasciarlo in balìa de’ nemici; un altro, per ordine del padre, rese la libertà ai genitori incatenati uccidendoli. Battuti più volte, non vinti mai, portavano allato il veleno pel caso d’una sconfitta: trovavansi ridotti schiavi? assassinavano i padroni, o mandavano a picco i bastimenti su cui erano caricati. Rilevata una rotta, fecero dire ai Romani vincitori:—Vi lasceremo uscire di Spagna, se ci diate un abito, un cavallo, una spada per ciascuno».

Ogni arma adopravano dunque i Romani contro di loro, e più quelle dove i nemici meno valevano, l’astuzia e il tradimento, suscitando querele da fratelli a fratelli; e indeboliti gli aggredivano. Licinio Lucullo nella Celtiberia, Servio Galba nella Lusitania, in aspetto d’amicizia, offersero pingui terreni agli indomiti Ispani, e come li videro stanziati in sicurezza di pace, li scannarono, e Galba151andò glorioso del macello di trentamila difensori dell’indipendenza.

Gli Ispani ripagavano d’eguale moneta; onde la campagna della penisola era sì temuta, che i tribuni della plebe domandavano l’esenzione pei loro protetti; e non ottenendola, li sottraevano col chiuderli prigioni. Fulvio Nobiliore console ebbe da loro una tal rotta, che quel giorno restò nefasto nel calendario,188come quello della battaglia di Canne. Pure Catone e Sempronio Gracco,guerreggiando a lungo nella Spagna citeriore (Castiglia ed Aragona), ed assalendo i Celtiberi nel proprio nido, oppressero quanto è fra l’Ebro e i Pirenei,179e vantarono d’aver espugnato quegli quattrocento, questi trecento città. Nella ulteriore Publio Cornelio Scipione, Postumio ed altri vinsero i Lusitani, i Turditani, i Vaccei (Portogallo, Leon, Andalusia), e poterono gloriarsi d’aver soggiogata tutta la penisola. I proconsoli, spediti a tenere in freno queste belve indomite, vi satollavano la propria avarizia coll’esercitare il monopolio delle biade, ed affamare il paese.

VIRIATO

Vendicatore de’ compatrioti sorse il lusitano Viriato. Nella pastorizia e nella caccia formatosi eccellente capo di bande, si propose di collegare Lusitani e Celtiberi,149onde reggersi a fronte di Roma. Di trionfo in trionfo guidando i suoi, sconfisse cinque pretori, infine circondò il proconsole Fabio Serviliano; e mentre avrebbe potuto passar lui e l’esercito pel filo delle spade,141propose pace al solo patto che i Romani, tenendosi la restante Spagna, lui riconoscessero padrone del paese che dominava. Il senato confermò l’accordo, e così Viriato conseguì un regno indipendente a spese della repubblica romana, e avrebbe potuto divenire il Romolo della Spagna, se non che Servilio Cepione console sollecitò i Romani a permettergli di rompere la pace;140e senza ragione nè pretesto sperperò il paese, corruppe alcuni, i quali scannarono il valoroso lusitano. Il senato ricusò l’onore del trionfo all’infame Cepione.

ASSEDIO DI NUMANZIA

Cessato con quel gran capitano l’accordo delle due Spagne, la Lusitania si rassegnò al giogo; ma più accannita divenne la resistenza di Numanzia.143Questa città aveva ricoverato le reliquie dei fazionieri di Viriato, che sostennero una lotta generosissima, benchè sommassero appena a ottomila guerrieri. Gli stessi formidabili legionarj tremavano al nome dei Numantini, piùche a quello di Annibale e di Filopemene. Popilio Lena console fu costretto calar con essi ad accordi, violati poi dal suo successore: Ostilio Mancino137da quattromila di essi videsi uccisi trentamila soldati, e preso in mezzo dovette consegnare a discrezione se medesimo e l’esercito. Roma perfidiava i trattati, respingeva gli ambasciadori numantini, e rinnovava le scene sabine, facendo condurre alle porte di Numanzia Mancino incatenato, quasi potesse riversare su lui solo la responsabilità del trattato. I Numantini nol vollero ricevere se non fosse consegnato, secondo i patti, con tutto l’esercito.

Rinfocatasi pertanto la guerra, Emilio Lepido fu per fame ridotto ad allargare l’assedio di Numanzia; Fulvio Flacco e Calpurnio Pisone poco profittarono: onde le tribù di Roma gridarono ad una voce che la piccola città non potrebbe esser doma se non dal vincitore di Cartagine.

134Scipione Africano Minore fu rieletto console, malgrado la recente legge che il vietava; e non essendogli concesso di levar nuove truppe, armò da cinquecento volontarj a cavallo ch’e’ chiamava lo squadrone de’ suoi amici, e forse cinquemila uomini somministratigli dalle varie città italiche. Con questi, colla fiducia ispiratagli dalle vittorie precedenti, con una disciplina oltremodo severa ed operosa, e colla tattica più raffinata pervenne a circonvallare Numanzia; ricusò la battaglia, provocata in disperate sortite, ricusò ogni patto di dedizione. I Numantini,133logorati gli animali e le cose più schife, divoravansi l’un l’altro; da ultimo posero fuoco alla città, e s’uccisero fra loro, sicchè cinquanta soli potè serbarne il vincitore per ornare il trionfo che condusse senza spoglie. La piccola città cadde più gloriosamente che non Cartagine e Corinto; e la memoria della sua resistenza visse in cuore degli Ispani, i quali anche dopo vinti s’accorsero d’avere braccia e petti.

LIBRO TERZO


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