CAPITOLO XVII.

CAPITOLO XVII.Costituzione di Roma repubblicana.Il piccolo Comune di Roma è dunque ingrandito a segno, da avere sottomessa tutta Italia non solo e le due penisole meridionali, ma molte altre parti dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa. Donde traeva le forze a tante conquiste, e alle ben maggiori che racconteremo? Dall’assimilarsi sempre nuovi cittadini.La costituzione di Roma (già tanto il ripetemmo) da principio fu patriarcale, regolata dai seniori delle tre primitive tribù, aventi a capo il re, giudice supremo, sacerdote e capitano. I patrizj tendevano a limitare il potere di lui, egli ad emanciparsi col consentire diritti politici al Comune plebeo; al sollevarsi del quale, l’antica gente patrizia si trovò ridotta a non più che classe privilegiata. Quando Tarquinio Superbo volle esercitare il dominio senza consultare il senato, i patrizj insorsero, ed abolita la monarchia, costituirono un governo aristocratico. La plebe si trovò al fondo dell’oppressura sotto quella che intitolossi liberazione di Bruto: ma in quella irrequieta operosità che, propostosi un fine, non si stanca finchè non l’abbia raggiunto, da prima si riscosse da certi pesi, poi volle alcuni diritti, indi averparte nell’amministrazione della repubblica. Questo è il senso della lunga lotta fra gli ottimati e la plebe, la quale ottenne magistrati comunali, acquistò vigor di legge alle decisioni prese dal Comune a pluralità di voti, e divenne partecipe di tutte le cariche dello Stato una dopo l’altra; onde uscì una repubblica, dove i veri cittadini erano legalmente più liberi che mai non sieno stati in verun governo.Al modo che il vulgo nella nobiltà, così gli stranieri penetravano nella città, e per quest’atto appunto Roma si discerne dagli altri Stati antichi, il cui angusto patriotismo respingeva gelosamente ogni elemento straniero. Cartagine, Atene, Sparta rimasero sempre una città, e presto perirono: Roma divenne un gran popolo senza cessare d’esser città, e non solo assorbendo ma assimilando idee, costumanze, persone d’ogni parte, a tutte infondendo la vita, e alla forza del numero accoppiando la forza dell’unità.PATRIZJ E PLEBEILa disuguaglianza fra i cittadini è carattere di tutte le società antiche: nè pari diritto godevano quelli che Roma abbracciava. La cittadinanza romana portava alcuni diritti privati o civili (jus quiritium), ed alcuni politici (jus civitatis). I primi assicuravano il matrimonio colle forme e cogli effetti legali, la podestà patria, il liberamente godere e trasmettere la proprietà, far testamento ed ereditare, oltre la inviolabilità della persona: erano diritti politici il censo e suffragio nelle elezioni e nelle leggi, la capacità a qual si fosse magistratura, l’iniziazione ai riti religiosi, e l’essere coscritto nella legione[311].Di pieno diritto (optimo jure cives) erano i patrizj, discendenti dai primi Quiriti, ovvero aggregati fra essiper merito particolare, o perchè i loro padri avessero sostenuto cariche curuli, com’erano la dittatura, il consolato, la pretura, la censura, la grande edilità. Di tale pienezza di diritto era segno il portar le armi; laonde i giovani restavano in tutela sino all’età in cui solennemente deponeano la pretesta e la bulla, abiti e insegne giovanili, onde assumere la toga. Le donne rimanevano sempre sottoposte al padre o al marito o al tutore.I patrizj potevano conservare in casa e portare alle pompe funebri le effigie degli avi, di cera con iscrizioni (jus imaginum), privilegio equivalente al nostro nobiliare degli stemmi; essi soli possedevano l’agro romano o pubblico, cioè quello attorno alla città, al cui possedimento era affisso l’esercizio della sovranità; essi adunavansi nei comizj per curie; essi soli giudici o pontefici; soli potevano prendere gli auspizj, senza de’ quali le decisioni non consideravansi autorate.Distinta di culto, di diritti pubblici e privati, come se avesse abitato di là dai mari, inferiore in tutto al vero popolo era la plebe, abitante fuor del Pomerio, e che era venuta in città o per trovare asilo, o come vinta; senza auspizj, senz’avi, senza famiglia, come disse Appio. Pure essa aveva e ricchi e capi e adunanze proprie e decisioni; anzi, dopo presa Roma da Brenno, avea deliberato migrar tutta a Vejo, e piantarvi una città nuova: e fu essa che, lottando coi patrizj, poc’a poco formò un ordine, colla libertà civile dei beni e delle persone, cioè l’autorità di adottare, di testare, di aver il matrimonio e la paternità legale; indi a passo a passo penetrò nella città politica.TRIBÙDelle tribù discutemmo altrove l’origine (pag. 159 e seg.): ognuna dividevasi in dieci curie, da dieci genti ciascuna con un curione[312]. Trenta erano le tribù sottoServio Tullio: espulsi i Tarquinj, si ridussero a venti: dopo che dai vinti Sabini vi migrò tutta la gente Claudia, s’aggiunse la tribù Crustumina. All’aumento della popolazione non si potè badare nel tempo che i due Ordini lottavano per la libertà interna; ma respinti i Galli, si riparò al danno recato da questi col concedere la cittadinanza a Vejo, Capena, Faleria, formando le tribù Stellatina, Tromentina, Sabatina, Arniese, che tanto giovarono nella guerra contro i Latini. Profligati questi, Roma li mutò in cittadini nelle tribù Mezia e Scapzia, e poscia i Volsci nella Pontina e Publilia, gli Ausonj nella Oufentina e Falerina, gli Equi nell’Aniese e Terentina, i Sabini nella Velina e Quirina; restando così il numero di trentacinque, che più non fu oltrepassato[313]. Quattro erano urbane, cioè la Collina, l’Esquilina, la Palatina, la Suburrana; le altre rustiche:e poichè alle prime vennero aggregati quelli destituiti di patrimonio sodo, le rustiche rimasero sempre in maggiore onoranza. Possedeano esse quel che chiamavasi agro romano, che però non era uniforme e compatto in giro a Roma, attesochè fin presso alle porte di questa v’avea cittàstraniere, come Tivoli e Preneste, sul cui circondario poteva da sè esigliarsi chi volesse prevenire una condanna. Il popolo romano originario sommava appena alla metà; ma diviso in ventuna tribù, contava ventun voti, sicchè, quantunque la sovranità sembrasse comunicata, ne rimaneva pur sempre l’esercizio ai veri Romani.CLASSIOltre questa divisione d’origine e locale, un’altra ne fu introdotta quando si ruppero le barriere aristocratiche, onde aggregare le case nobili col Comune plebeo in modo, da proteggere le franchigie di questo, pur lasciando ai patrizj il governo. Il popolo fu dunque partito in sei classi[314], a proporzione delle facoltà: nellaprima, chi possedesse più di centomila assi di beni tassabili; nella seconda, chi settantacinquemila; nella terza, chi cinquantamila; nella quarta, quelli di venticinquemila; nella quinta, quelli di dodicimila cinquecento; gli altri erano accumulati nella sesta; e di sotto a tutti rimaneano glierarj, che allo Stato contribuivano denaro, ma non servizio militare, nè davano suffragio. Il censo o catasto, dov’erano registrati tutti i cittadini e l’avere di ciascuno, rinnovavasi ogni cinque anni.Con ciò all’aristocrazia di origine sottentrava l’aristocrazia di ricchezza; le quistioni interne di Roma si dibatterono fra ricchi e poveri, fra possidenti e no; e l’arte con che un tempo i nobili rimoveano dal dominio i plebei, l’esercitarono i ricchi per escludere i poveri.CENTURIELe sei classi comprendevano diverso numero di centurie; cioè la prima novantotto, venti la seconda, terza e quarta; la quinta trenta; l’ultima una sola; non contando tre centurie di fabbri militari. Ogni centuria esprimeva un voto complessivo; sicchè di quante più centurie era composta una classe, maggior denaro contribuiva all’erario ed uomini agli eserciti, e maggiori voci avea ne’ comizj. Pertanto la prima classe bastava da sola a preponderare a tutte le altre insieme; e qualora le sue novantotto centurie concordassero nel voto, non occorreva interrogare le altre. I cittadini godevano dunque autorità differente secondo la classe; tanto maggiore quanto più ricchi, e quanto minori di numero nella propria centuria.Il potere supremo repubblicanamente risedeva nell’assemblea dei cittadini. Da prima convocavansi secondo le curie, cioè le famiglie dei Quiriti unite da un culto, e votavano i capicasa, costituendo una compatta aristocrazia: poi i comizjcuriatisi ridussero a mera formalità, conservata soltanto per rispetto agli auspizj onde convalidare i testamenti e le leggi delle tribù, mail popolo più non v’interveniva, e le trenta curie non erano rappresentate che dai trenta littori, i quali solevano un tempo adunarle.COMIZILa plebe vi aveva sostituito i comizjtributi. Le tribù, che erano da principio divisioni locali e religiose, presto si convertirono in politiche attorno ai tribuni, ed ebbero assemblee proprie con diritto d’eleggersi i tribuni e gli edili, e nelle quali non era mestieri degli auspizj, privilegio dell’aristocrazia. Estesero poi le proprie attribuzioni, sino a rendere obbligatorie anche ai patrizj le loro risoluzioni; vi eleggeano le cariche inferiori di Roma e tutte quelle delle provincie, il pontefice romano ed altri sacerdoti; conferivano la cittadinanza; giudicavano di alcune trasgressioni, passibili di ammende.Maggiori di tutti erano i comizjcenturiati, dove ogni Romano della città o della campagna che pagasse tassa e servisse in campo, conveniva per nominare i maggiori magistrati, approvare le leggi, discutere dei delitti di Stato, della pace e guerra, avendo così il potere legislativo, eleggendo l’esecutivo, giudicandolo, accettando o ricusando le leggi proposte[315].Ma nell’intervallo fra la prima e la seconda guerra punica un sostanziale cambiamento si operò, fondendo queste due sorta di comizj, ossia riducendo democratici anche i centuriati, e così ovviando gli eccessi dell’oligarchia in quelli, e della democrazia nei tributi.SENATOIl senato[316], composto in parte di capicasa antichi (patres), in parte di aggregati (conscripti), non avea la sovranità, ma la dirigeva; dava l’approvazione alledecisioni de’ comizj e alle nomine de’ magistrati; esaminava se convenisse far guerra o pace, e ne redigeva il decreto; riceveva gli ambasciatori, dettava le condizioni dei trattati, che il popolo per mera formalità riconosceva. A lui solo la soprintendenza delle cose religiose, l’interrogare i libri Sibillini, l’introdurre divinità o riti nuovi; a lui l’amministrazione del tesoro, il rivedere i conti, il levare e congedar truppe, l’istruire i più gravi processi criminali, come quelli di Stato e di assassinj ed avvelenamenti commessi in Italia; il nominar il dittatore, e decretare il trionfo od altre ricompense ai generali vittoriosi. In appresso fu arbitro delle provincie, le quali assegnava ai magistrati, come conferiva il titolo di re o d’alleato del popolo romano, e decideva le quistioni fra città federate e suddite.Benchè sovrano vero fosse il popolo, il senato potea guardarsi come un altro capo della repubblica; i limiti del potere giudiziario e del legislativo non erano ben distinti; e il senato, più cauto ed accorto, sovente arrogavasi molti dei diritti del popolo, senza che questo abbia mai con un provvedimento generale assicurata l’inferiorità del senato. Le determinazioni di esso (senatusconsulta) si aveano per obbligatorie, nè poteano abrogarsi che dal senato stesso, onde Cicerone trovapotestas in populo, auctoritas in senatu; oltrechè coll’interpretare o sospendere modificava di fatto la legislazione.Al senato ebbero presto accesso anche plebei[317], e non tardarono ad esservi in maggiorità; e fu allora che si formò una nobiltà, ben distinta dal patriziato. Ipatrizj discendeano dalle primitive famiglie; i nobili erano figli di magistrati o di persone benemerite della repubblica: sicchè il senato fu il rappresentante non più de’ patrizj, ma della nobiltà, e perdette sempre maggior parte delle sue attribuzioni legislative, riducendosi a corpo consultivo. V’era ascritto il meglio del paese, antichi magistrati curuli, prodi capitani, benemeriti della repubblica; ma non ci consta per quali condizioni di meriti, d’età[318], di censo, e ci ha del probabile che n’avesse uno ciascuna delle dieci decurie. Erano a vita, ma potevano esser rimossi. I censori sceglievano un presidente (princeps senatus), il maggior onore a cui un Romano potesse aspirare.CAVALIERIAgli Ordini patrizio e plebeo si suole aggiungere l’equestre; ma come Ordine distinto mai non figura, almeno nei cinque primi secoli di Roma: d’altra parte v’avea cavalieri plebei e cavalieri nobili, talchè forse non significava che distinzione accidentale di persone o di famiglia; una funzione militare, che portava ingerenza politica perchè attribuita a persone e famiglie distinte.—Voi (diceva Perseo a’ suoi soldati) avete vinto la parte più considerevole de’ Romani, la loro cavalleria, nella quale si vantano insuperabili. I cavalieri sono il fiore della loro gioventù, il semenzajo del loro consiglio pubblico, da cui si traggono i senatori per farne poi consoli e generali». Plinio maggiore, tardo testimonio sì, ma pur cavaliere, asserisce che solo i Gracchi interposero quest’Ordine fra la plebe e i padri, attribuendogli i giudizj; poi Cicerone li consolidò all’occasione del tumulto di Catilina, dopo il qual tempo l’Ordine equestre fu aggiunto al senato e allaplebe[319]. Forse dunque non dinotava a principio se non i cittadini delle diciotto prime centurie della prima classe, cioè i più ricchi, patrizj fossero o plebei, i quali poteano militare a cavallo, e da questo trassero il nome, come dalla lancia (quir) eransi detti quiriti i nobili della prima costituzione. L’onore guerresco diede loro importanza anche in città, dove poi ottennero privilegi, tanto da formare una specie di terz’Ordine, forse da prima non molto differenti daglisquiresd’Inghilterra. Per entrarvi bisognava esser nato libero e onestamente, possedere un dato censo, o aver meritato per azioni e virtù personali: pure non può tenersi in conto di corpo stabile nè politico, giacchè ciascuno continuava ad appartenere alla plebe o al patriziato[320], nè godeva speciale attribuzione legislativa; e uno poteva esservi ascritto ed escluso può dirsi a capriccio dei censori, che ogni cinque anni ne faceano la cerna.Neppure gli altri due Ordini erano esclusivi: e qualche patrizio faceasi adottare da un plebeo per conseguire le cariche alla plebe riservate; e il plebeo mediante l’adozione o coll’entrar nel senato potea sorgere fra’ nobili.Perseverava dunque l’originario ordinamento per genti e per famiglie; ma Roma non tenevasi immobile, anzi progrediva con misura, accettando i vinti nella propria comunità, e di ciascun Ordine ascrivendo il fiore nell’Ordine superiore. Il soldato, il giureconsulto, l’oratore si sentiva spinto ad elevarsi; e nel nuovo grado portava non l’accidia d’un potere incontrastato ed ereditario, ma l’operosità di chi ha dovuto acquistarselo. Quella serie poi di magistrature che erano un annuale esame, dava stimolo a ben sostenerle permeritarne di maggiori, e per trasmettere alla propria famiglia la dignità che ne conseguiva.CENSORIAffinchè il passaggio da un Ordine all’altro e nella cittadinanza si compisse regolatamente, furono istituiti i censori, che vigilassero a classificare i Romani secondo il grado di cavalieri, cittadini od erarj. Di tale carica, spoglia di potestà diretta e di volontà imperativa, eppure onnipotente nel movimento della pubblica vita, veniva onorato chi avesse ben sostenuto altri uffizj. Ogni cinque anni, per fare illustroo diremmo lo spurgo, il censore chiamava il popolo a rassegna nel campo Marzio, e senz’altra forza che de’ suoi uffiziali e de’ suoi registri, esaminava e depurava gli ordini, le tribù, le centurie. All’appello dell’araldo, ogni Romano compariva a render conto delle facoltà sue; ed i censori, a norma dei bisogni dello Stato e delle variate sostanze, riformavano la distribuzione delle classi e delle centurie, e quali faceano ascendere, quali calare, quali confinavano tra gli erarj. Grande autorità ne derivava ad essi; e il senato acquistava con ciò l’arbitrio di comporre l’assemblea legislativa come meglio trovasse, e così dominarla. Ma poi anche la censura cessò d’essere privilegio aristocratico, e fu comunicata a’ plebei.I censori trovavansi dal proprio uffizio recati ad erigersi guardiani del buon costume. V’era fra’ senatori chi si fosse o impoverito o disonorato? lo radiavano dall’album, surrogando un più degno. Ogni cavaliere presentavasi alla rassegna col cavallo, che a ciascuno era somministrato dal pubblico; e se questo si trovasse mal tenuto, o lui povero oppure incriminato, gli si intimavaVende equum, e questa privazione equivaleva a degradarlo. L’animadversio censoriainfliggevasi ad azioni disonoranti, contro delle quali nessuna pena sancisse la legge; come l’ingratitudine del cliente verso ilpatrono, l’eccesso di durezza o d’indulgenza coi figliuoli, l’inutile maltrattamento degli schiavi, la negligenza verso i parenti, l’ubriachezza, la trascuranza dei doveri religiosi o delle esequie, il sedurre la gioventù; e così al tutore infedele, al socio mancator di parola, al celibato capriccioso, al concubinato, all’esposizione dell’infante legittimo, a chi oltraggiasse alla decenza ed alla salute pubblica[321].Ammonivano pure il plebeo che da agricola si mutasse in mercante o artiere; il contadino che lasciasse deperire la sua vigna, o il cui campo fosse men coltivato che i vicini. Ad Emilio Lepido console si fece appunto dell’aver preso a pigione una casa per seimila sesterzj e innalzata una villa oltre misura; Lucio Antonio fu espunto dal senato perchè ripudiò la moglie senza raccorre un consiglio di amici[322]; Cornelio Runfio, antenato di Silla, degradato perchè gli trovarono più di dieci libbre d’argento in vasellame; i censori Domizio Enobarbo e Licinio Crasso fecero chiuder le scuole, dove i retori insegnavano una sfacciataggine di parole ignota ai grandi oratori. Esso Enobarbo pose querela al collega, oratore famoso, d’aver amato soverchiamente una murena, fin ad ornarla di giojelli, e morta onorarla di pianti e d’un monumento: ma Crasso sventò il giudizio volgendolo in riso, e confessando,—Io son troppo lontano dalla saggezza di Domizio, il quale non ha pur pianto alla perdita di tre mogli». Sovrattutto la legge circondava di cautele i senatori per farli rispettati; non doveano impoverirsi, non arricchire con appalti, non prestare di là da quattrocento lire, non far da gladiatori, non isposare ballerine, non brogliare; a chi ne convincesse uno di delitto, promettevasi il grado tolto al colpevole.Ne’ giudizj censorj non bastava il produrre molti testimonj di buona condotta, come usavasi per gli altri, ma si chiedeano discolpe dirette. Se la condanna fosse data per convinzione individuale, un altro censore poteva cassarla: tutte poi poteano essere abolite dai censori successivi.Altri censori praticavano il medesimo scandaglio nelle colonie e ne’ municipj, trasmettendone gli atti all’uffizio di Roma, che deponeva nel tempio delle Ninfe questo periodico sindacato.LEGGIChiamavano propriamenteleggeuna deliberazione presa ne’ comizj centuriati da’ patrizj e plebei d’accordo, per rogazione d’un magistrato superiore:plebiscito, una risoluzione della sola plebe ne’ comizj tributi, per rogazione d’un magistrato plebeo[323]; era obbligatorio per tutto il popolo (pag. 184); anzi i plebisciti sono le più acclamate leggi del diritto romano. Faceansi leggi per tribù, per curie, per centurie, e di queste medesime variavano i modi d’iniziativa e di sanzione. Una legge si proponeva dapprima al senato: se in questo passasse, promulgavasi per tre successivi mercati, acciocchè anche i campagnuoli potessero prenderne cognizione: al dì prefisso convocavasi il popolo nel campo Marzio, si discuteva, si mandava a voti. Per raccogliere questi, facevansi tanti ponticelli quante le centurie; e ciascun cittadino, passando pel suo, riceveva delle tessere, colle quali esprimeva secretamente il suo voto. Se si trattava di legge, la tessera favorevole portava VR, l’altra A, cioèVti RogaseAntiquo; se di giudizio, una il C, una l’A, una NL, cioèCondemno,Absolvo,Non Liquet. I voti valevano complessivamente per centurie.PLEBISCITIAltre volte il voto era palese. Così allorquando quelli d’Aricia e d’Ardea disputavano fra loro un territorio, e si riportarono all’arbitramento de’ Romani, questi raccolsero le tribù per decidere, e posero due urne, l’una per il sì, l’altra per il no. Ma insorse una quistione incidente, essendosi asserito che il territorio conteso non apparteneva a nessuno dei due litiganti, sibbene ai Romani; onde una terza urna fu riservata a tal quistione, e tutti i voti caddero in quella[324].RIFORMEIl diritto romano non procedette per improvvise e violente rivoluzioni; gloriandosi di rimaner saldo agli antichi statuti, non derogò mai le XII Tavole[325], e lasciava che i magistrati, e principalmente gli editti dei pretori e degli edili supplissero ai difetti ed interpretassero.MAGISTRATIA ciascuna delle differenti magistrature spettava una porzione dell’autorità sovrana, restando indipendenti nell’azione a loro attribuita; e soltanto sotto l’Impero le vedremo coordinate in una vasta gerarchia, che le une sottomette alle altre. Un potere sommo, al quale tutto si riporti, tutto riesca, fu ignoto a Roma repubblicana; i magistrati quasi non dipendevano dal senato nè dal popolo, se non in quanto allo scadere doveano subire il sindacato; fra loro stessi operavano da eguali, non per delegazione o sotto gli ordini d’un superiore, ma in virtù del potere conferito dall’elezione popolare, e perciò responsali della propria gestione, ognuno estendendosi fin dove cominciavano le attribuzioni dell’altro, ognuno potendo quel che valeva a compire da sè, nè avendo modo di costringere gli altri, che erano inferiori a lui ma non subordinati.DITTATORIE appunto perchè la costituzione non determinava i limiti delle varie magistrature, e moltissimo attribuiva alla bontà e dottrina, le qualità personali davano ad uno maggiore o minore autorità, ed agevolezze alle usurpazioni. Quando poi bisognassero rimedj più pronti ed efficaci, la costituzione distruggeva se stessa coll’accordare potere assoluto ad un dittatore, che, magistrato, legislatore, capitano, senz’appello al popolo, tenuto come dio (pro numine observatus), poteva quando volesse farsi tiranno. Che valore avea la prescrizione che dopo sei mesi egli deponesse il potere?Le magistrature, tutte a tempo ed elettive, distinguevansi in ordinarie e straordinarie; e in ciascuna v’avea magistrati grandi, godenti il poter militare e l’autorità civile (imperium et potestas); e magistrati minori, investiti di potere limitato. Nei grandi, i consoli, i pretori, i censori erano magistrati ordinarj; straordinarj il dittatore e il suo luogotenente, il prefetto della città, l’interrè. Minori gli edili plebei e curuli, i questori e i tribuni.CONSOLIDel governo stavano a capo due consoli, re annuali scelti fra nobili o plebei. Presedevano alle adunanze del popolo e del senato, raccoglievano i voti, curavano l’esecuzione dei decreti; introducevano gli ambasciatori stranieri, cernivano i guerrieri fra i cittadini e i federati, nominavano i tribuni nelle legioni, soprintendevano alle cerimonie religiose e alle finanze; e sebbene di rado potessero in persona amministrare la giustizia, erano però considerati come supremi custodi delle leggi, dell’equità e della disciplina, e molte cause venivano dai tribunali ordinarj portate al consolare in ultima istanza. Il senato poteva prorogar loro il comando degli eserciti, dare o negare le somme necessarie; il popolo doveva servirli in guerra, e rivedere le spese e i trattati da loro conchiusi coll’inimico: onde erano costrettitenersi amici l’uno e l’altro. Riceveano poi omaggi che oggi non si soffrirebbero: ritirarsi al loro passaggio, scendere da cavallo o alzarsi da sedere all’apparir loro; se no, le battiture dei littori: Acilio spezzò la sedia curule d’un pretore che non si levò.PRETORIDai fasci ond’erano accompagnati si tolse la scure, per dinotare che non aveano il diritto di sangue; la rimetteano però dopo usciti un miglio da Roma, recuperando quel potere illimitato ch’è conveniente a un capo d’esercito. Di fatto in tempo di guerra potevano senza limiti, o quando ne’ frangenti il senato commettesse loro l’autorità dittatoria perchè salvassero la repubblica. Pure, finchè non si uscì d’Italia, i consoli anche a capo dell’esercito sottostavano al veto de’ tribuni, alla continua vigilanza del senato, che potea negar loro i viveri o richiamarli: ma quando si varcarono i mari (riflette Polibio) furono tutto; essi pretori, censori, edili, essi popolo e senato; patteggiavano co’ vinti, imponevano tributi e leggi, levavano soldati; regnavano insomma, ed apprendevano le pericolose blandizie del comandare indipendente.Gli antichi re aveano in sè unito il presedere alle grandi assemblee ed al senato, il comandar agli eserciti, l’amministrare la giustizia; altrettanto continuarono i consoli: ma quando venne accomunata a’ plebei questa suprema magistratura, i nobili tentarono cincischiarla col nominare pretori che, scelti sempre fra i patrizj, rendessero giustizia. Non andarono però sei lustri che anche alla pretura fu scelto un plebeo. I pretori adempivano le veci del console quand’egli assente o quando altrimenti occorresse; ma special loro attribuzione erano i giudizj inferiori.Dalla distinzione fra cittadini e forestieri nascevano due diritti, l’uno dettocivile, l’altrodelle genti. Il civile regolava le prerogative, e proteggeva le azioni del cittadinoromano secondo le leggi patrie. Il diritto delle genti (tutt’altro da quello che oggi s’indica con tal nome) abbracciava le relazioni sociali, il complesso di que’ principj giuridici in cui tutti i popoli civili sono d’accordo, e le regole dell’equità naturale[326].Per applicare tali diritti, al tempo della prima guerra punica si elessero un pretoreurbanoed unoperegrino; poi crebbero a quattro, a otto, a sedici e più. Le loro funzioni epilogavansi nella formolado, dico, addico: davanol’azione, l’eccezione, il possesso, i giudici, gli arbitri, i tutori;dicevanosentenze nelle cose controverse e ne’ casi possessorj;addicevano, cioè aggiudicavano quando si facesse cessione del diritto, nell’emancipazione e simili.Gravati di tanta responsabilità, al primo entrare in carica doveano, anche per proprio interesse, fare pubblica professione del come avrebbero in quell’anno esercitato la parte che la costituzione lasciava a loro arbitrio, senza ledere il diritto civile[327]. Esponeano dunque uneditto, oggi diremmo un programma, riguardante specialmente quel che noi qualificheremmo di diritto amministrativo; conservando ciò che trovassero buono negli antecessori, correggendo i difetti, proponendo nuove formole d’azione; dal che veniva a progressivamente migliorarsi la legislazione, secondando il variar de’ costumi e dell’opinione senza radicali sovvertimenti; e la rigidezza della legge scritta era piegata, principalmente colle finzioni[328], col mutar nomi,colle eccezioni e col restituire in intiero; mostrando sempre appoggiarsi all’antico diritto anche quando vi si contraddiceva.GIURISDIZIONEIl carattere dei poteri giudiziali fra i Romani risulta dalla distinzione che faceasi tra gius e giudizio, tra magistrato e giudici. Gius è il diritto; giudizio sono le istanze, l’esame, la sentenza. Il magistrato dichiara il diritto, lo fa eseguire, risolve l’affare qualora la dichiarazione del diritto basti alla soluzione; in caso contrario, assegna qual potere dovrà giudicare i litigi, e qual diritto regolarli. I giudici esaminano la controversia e le discussioni fra le parti, e le terminano colla sentenza. A quello dunque spetta, oggi diremmo, la decisione del diritto; a questi la decisione del fatto, valutandolo però giuridicamente.Anche ne’ giudizj rimaneva dunque la sovranità al popolo, il quale esercitava la giurisdizione direttamente ne’ casi capitali, e per delegazione nelle materie di ragione privata. Annualmente ne’ comizj da ciascuna tribù si eleggevano tre giudici, detti perciò centumviri, e si dividevano in quattro collegi, che, ora separati ora congiunti, procedevano intorno alle quistioni di diritti famigliari, di dominio quiritario, di successione. Forse in tutti i casi[329], ma certamente in quelli che non fossero di competenza del tribunale centumvirale, le parti, dopo esposta la contestazione al pretore, sceglievano d’accordo l’arbitro od il giudice, che doveva discutere la causa secondo la formola data dal pretore[330]. Il giudice si designava ne’ casi di strettodiritto, ove cioè si trattasse di cosa certa e determinata; l’arbitro in quelliex æquo et bono, ossia di equità; e quello e questo fra le persone annualmente trascelte ad esercitare i giudizj. Per un pezzo furono dell’Ordine senatorio, dappoi vi pretesero anche i cavalieri, dal che vedremo sorgere conflitti gravissimi.Per le liti con stranieri o fra stranieri, il pretore deputava Recuperatori, che doveano risolverle colla massima sollecitudine; il qual vantaggio li fece poi adottare anche pei cittadini nei casi di possessorio o di risarcimento di danni derivati da ingiuria o da delitto.DIRITTO AUGURALETal era quella mescolanza di tre governi che gli antichi ammiravano, e dove s’avea coi consoli unità dell’esecuzione, col senato sperienza ne’ consigli, col popolo vigor nell’azione; per modo che tutte le forze dello Stato convergeano con irresistibile potenza alla grandezza della repubblica. Il console può tutto, ma il senato può negargli i mezzi, il tribuno impedirne le decisioni; tocca al popolo il sindacarne gli atti, e punirlo o premiarlo col novamente eleggerlo. Il senato sembra il padrone della repubblica agli stranieri che trattano con esso solo; eppure è sottoposto alla revisione dei censori, è preseduto dai consoli, è remorato dai tribuni, e deve aspettar le leggi delle centurie e delle tribù. Il popolo rimane corpo sovrano al fôro, ma ne’ tribunali ha per giudici i cavalieri, nell’esercito per generale il console; dipende dal senato e dai censori per gli appalti e pei possessi: il patrizio si mescola fra’ plebei a sollecitarne il voto, a comprarlo anche col denaro che i suoi avi ne hanno usurpato. Da quest’equilibrio tanta forza, tanta preveggenza, tanto senno politico.Chi ci ha intesi parlare più volte d’auspizj, comprenderàquanta parte avessero nell’amministrazione, ogni atto della quale esigeva la sanzione divina. L’auspizio era l’osservazione rituale di certi segni, come fenomeni celesti e meteore, volo di uccelli, tripudio o svogliatezza dei polli sacri nel prender cibo, cammino di serpenti o d’altri animali, che doveano attestare l’assenso o la disapprovazione degli Dei.Carattere essenziale del magistrato in Roma era il poter consultare da sè gli auspizj; ma per lo più ricorreva agli auguri, che conosceano le posizioni, il tempo, i riti, e che per ciò trovavansi in mano le guise di sciogliere un’adunanza, sospendere una nomina, abrogare una decisione, limitare insomma l’autorità non solo dei magistrati, ma del senato e del popolo. «Il diritto più grande ed eccellente nella Repubblica (diceva Cicerone) è quello degli auguri, che sorpassa l’autorità. Qual cosa maggiore che il poter disciogliere i comizj e le assemblee convocate dai magistrati supremi, e annullarle dopo fatte? qual cosa più rilevante che il veder un’impresa interrotta se l’augure assegna un altro dì? qual cosa più magnifica che poter decretare ai consoli d’abdicarsi dalla magistratura? qual cosa più religiosa che il concedere o no l’adunanza del popolo? abolire una legge se non è proposta secondo le forme? Senza l’autorità loro insomma nulla di quel che fanno i magistrati in città o fuori, può essere approvato»[331].Gli auguri erano a vita, eletti ne’ comizj come gli altri collegi. Dopo che le conquiste si allargarono, acciocchè il generale non fosse costretto abbandonare a lungo l’esercito per venire a Roma a consultare gli auspizj, sceglievasi un pezzo del territorio conquistato, si dichiarava romano, ed ivi il generale compiva la cerimonia[332].SACERDOTIQuindici sommi pontefici, ispettori delle cose sacre, proferivano sulle dubbiezze che facilmente insorgono in un sistema tradizionale. I quindecemviri, portati a questo numero sotto Silla, inamovibili e specialmente devoti ad Apollo, custodivano i libri Sibillini, e ne interrogavano i vaticinj; per mezzo de’ quali furono introdotte tante novità nel culto nazionale, e mantenutivi riti atroci, fino al sepellire persone vive. Gli Epuloni, determinati nel numero di sette da Silla stesso, faceano gli onori del banchetto di Giove. I sacerdoti sceglievansi fra cittadini primarj e nobili; nè i plebei vi s’introdussero se non quando il numero ne fu aumentato.CULTOAuguri, pontefici, quindecemviri, epuloni formavano i grandi collegi, ciascuno sotto unmagistero capo particolare, cui sovrastava il pontefice massimo, custode de’ formolarj religiosi, esecutore de’ maggiori sacrifizj. Eletto dal popolo intero, era inamovibile; la sua casa dovea rimanere continuamente aperta al pubblico; e fu sempre un patrizio fin a Tiberio Coruncanio nel ii secolo avanti Cristo. Patrizj erano pure i quattro del suo consiglio; ma nel 301 vi si aggiunsero quattro plebei, poi sotto Silla crebbero a sedici. Dalle costoro decisioni davasi appello all’assemblea del popolo. Unrex sacrificulus, patrizio, di comparsa e nulla più, adempiva i riti che anticamente spettavano ai re; e nella festa commemorativa della costoro cacciata (regifugium), dopo immolate le vittime, egli davasi in fuga.Quattro collegi inferiori comprendevano i Fratelli Arvali, i venticinque Tiziesi, i venti Feciali che sancivano la pace e intimavano la guerra, e i Curioni che assistevano alle adunanze delle curie. A nessun collegio appartenevano gli Aruspici, indovini poco stimati, che leggevano nelle viscere delle vittime ciò che la prudenza dei padri trovava opportuno alla patria. Altre confraternitesi dedicavano al culto speciale di qualche divinità, come i Galli a Cibele, i Luperci a Pane, i Salj a Marte. I tre flamini di Giove, Marte e Quirino, rappresentavano le tre genti, aggregatesi da principio per costituire la curia romana. A tutti ajutavano sacristani, notaj, macellaj, musici, camilli, cioè fanciulli de’ due sessi.VESTALILe sei vergini Vestali custodivano il fuoco sacro di Vesta e le arcane cose cui era appoggiata la salvezza di Roma. Lo spegnersi di quel fuoco si considerava come pubblica calamità, nè altro portento atterrì più di questo durante la seconda guerra punica. Un littore precedeva le Vestali; consoli e littori scontrandole, abbassavano i fasci; esse in cocchio, anche quando la legge il vietava ad ogni altro; esse distinto sedile agli spettacoli; la loro dichiarazione in giudizio equivaleva a giuramento; uno condotto a morte che per caso le incontrasse, rimaneva assolto. Se si adornavano più sollecitamente che a vergine non convenga, erano dal pontefice ammonite; ne erano battute colla sferza nell’interno del tempio se negligessero il culto; se poi macchiassero la castità, sepolte vive, e morto il complice.Le spese del culto erano sostenute dalle maggiori famiglie, dai privati che offrivano sacrifizj, da qualche possesso dei tempj medesimi, e dalle oblazioni, come erano quelle pei morti a Libitina, per le nascite a Lucina, per la toga virile alla Gioventù: occorrendo suppliva lo Stato.Ma la religione a Roma non si elevò mai nè a poesia nè a sublimi speculazioni; positiva e di semplice pratica, si atteggiò alla politica, come ogni altra cosa servendo allo Stato. I sacerdoti non si costituirono in un corpo compatto e prevalente, non duravano perpetui, non cessavano d’essere nel medesimo tempo cittadini e magistrati; nè pare dal sacerdozio derivassero lucro,sibbene considerazione e influenza: intervenivano a bandire la guerra e sodare la pace, sanzionavano ogni pubblico atto, preludevano cogli augurj alle determinazioni, interrogavano gli oracoli, ma vi si scorge sempre un intento politico, non ispirazione religiosa. Quindi i satirici facevano beffe impunemente degli auguri[333]; Cicerone, membro e panegirista di quel collegio, stupiva che due auguri potessero incontrarsi per via senza ridersi in viso; e Lelia domandava al marito Quinto Muzio Scevola perchè non vi aggregasse anche la fantesca, ben più esperta dello sfamare a tempo i polli.MUNICIPJInsomma Roma aveva governo municipale, nè mai ne cambiò natura, non distinguendo l’amministrazione della città da quella dello Stato; e sebbene, coll’ingrandirsi, molte attribuzioni primitive del senato e dei consoli venissero assegnate a magistrati nuovi, tutti conservarono sempre alcune attribuzioni meramente locali.Questo modello offrivasi agli occhi degli Italiani, che erano distribuiti in comunità al settentrione barbare e disgregate, al mezzodì eleganti e ambiziose alla greca, tutte ispirate dalla boria dell’autonomia, e gelose di non comunicarla ad altri. Roma invece, dall’istinto popolare dell’espansione spinta ad aggregare altri a sè, od estendere ad altri le proprie istituzioni municipali, accettava nella città gli avveniticci. Quest’assimilazione molto progredì sotto i re; ma l’aristocrazia succeduta la restrinse, non cercando l’aumento esterno, sibbene l’interna dominazione, e attenta a far tiranno il popolo fuori, per tiranneggiarlo dentro. In fatti, mentre il censo sotto Servio Tullio avea numerato ottantaquattromila cittadinisopra i sedici anni, quello del 245 alla cacciata dei re ne offrì centrentamila, e quello del 278 soli cendiecimila, che dieci anni appresso erano ridotti a cenquattromila ducenquattordici. La plebe pensava altrimenti dagli aristocratici, ed anzichè inimicare i vicini, reclamava per loro la partecipazione de’ diritti; onde appena essa rivalse, tornò ad estendere la concessione della cittadinanza. Questa però non distribuivasi a tutti eguale, ma moltiplicando e variando le concessioni in proporzione dello zelo, e per mantenere la gelosia od eccitare l’emulazione.Dicono che primamente nel 365, per rimeritare quelli di Cere dell’aver ospitato gli Dei nell’invasione gallica, fosse, per così dire, trapiantata la città, creando cittadini romani fuor del territorio di Roma; poi il diritto stesso di cittadini si suddivise e limitò secondo certe gradazioni, determinate dalle circostanze della concessione. I paesi cui fosse largita la cittadinanza romana, chiamavansimunicipj; si lasciavano governarsi con leggi proprie e proprj comizj, ma sul modello di Roma; l’ordine dei decurioni vi formava la curia, corrispondente al senato romano; ai consoli equivalevano i duumviri, con giurisdizione in certe cause e fino ad una somma prefissa; il quinquennale, il censore o curatore, il difensore, gli edili, gli attuarj n’erano le varie cariche, colle quali internamente si amministravano a tutto lor senno. Mentre restava membro della propria comunità indipendente, il municipe era anche cittadino di Roma, elettore, eleggibile, avendo una patria di nascita, una di diritto[334].I municipjoptimo jureaveano tutti i diritti e gli obblighi de’ cittadini romani; altri non godeano del suffragio, come i prischi plebei; servivano nelle legioni, ma non poteano arrivare alle dignità. Prezioso diritto ne era il poter ne’ municipj vivere franchi gli esigliati da Roma, talchè uno a Preneste appena o a Tivoli era sicuro dalla pena.Per quanto variasse la romana costituzione, restò sempre suo cardine che nella sola metropoli si esercitassero i poteri sovrani; comunicavansi ad altri, ma a condizione di usarne soltanto in Roma; nè mai si pensò a raccoglier i voti ne’ paesi, nè a far che mandassero rappresentanti e deputati. Il municipe dunque avea diritto di suffragio e di eleggibilità a Roma, ma purchè vi fosse in persona, ed in quanto trovavasi ascritto ad una tribù. Così Como apparteneva alla Oufentina, Volterra alla Sabatina, Genova e Pisa alla Galleria, Albenga alla Publilia, Vicenza alla Menenia, Altino e Cividale alla Scapzia, Padova alla Fabia, Aquileja alla Velina, Concordia alla Claudia, Este alla Romilia, e via discorrete.DIRITTO LATINOOltre i cittadini adottivi, Roma largheggiò di privilegi coi Latini, che già trovansi sistemati alla foggia di Roma primitiva; onde ai sette colli facevano corona città latine, pari in diritto di suffragio ai Romani. Questo privilegio fu poi esteso ad altre in tutta Italia, ed oltre le città de’ Sabini, Tusculo, Cere, Lanuvio, Aricia, Pedo, Nomento, Acerra, Anagni, Cuma, Priverna, Fundi, Formia, Suessa, Trebula, Arpino, abbracciava pure Circeo e Ardea, Cora e Norba tra i Volsci, Fregelle e Interamna sul Liri, Alba dei Marsi, Lucera e Venosa dell’Apulia, Adria e Fermo nel Piceno, Brindisi e Arimino. Di queste alcune eranosocii, datisi senza guerra, o venuti in colonia, e godevano pieni diritti: altrefœderati, ricevuti dopo vinti e a condizione inferiore, nonacquistando la podestà patria, nè le nozze alla romana, nè la capacità di testare a pro d’un romano cittadino o di ereditarne, nè l’inviolabilità della persona; talchè rimaneano un di mezzo fra cittadini e forestieri, con divieto di tenere assemblee generali, far guerre, contrarre matrimonio fuori del territorio.DIRITTO ITALICOIl gius italico non conferiva privilegio di sorta al cittadino individuo, bensì alla città in complesso attribuiva la proprietà quiritaria del terreno ed il commercio; dal che derivavano l’esenzione da imposta prediale, e la capacità alla mancipazione, all’usucapione, alla vindicazione. Ma se un italico aspirasse a divenire cittadino romano, bisognava passasse pel diritto del Lazio.Molto variava la condizione delle regioni sottoposte al gius italico. In alcune si mandava ogni anno un prefetto per rendere giustizia o amministrarne gli affari. Lededitizierestavano a discrezione del senato come suddite. Altre aveano titolo dialleate, ma coi guaj delle alleanze coi forti; e per esempio Taranto era libera, ma colla cittadella occupata da una legione, e demolite le mura; Napoli pure, ma nol sentiva che per dover dare navi e soldati. Anzi talvolta mutavano condizione; e Capua da federata divenne per castigo prefettura, indi colonia; Cuma, Acerra, Suessula, Atella, Formio, Piperno, Anagni da municipj si ridussero in colonie, e a volta in prefetture; colonie erano Casilino, Vulturno, Linterno, Pozzuoli, Saturnia; prefetture sempre Calatia, Venafro, Alifa, Frusilone, Rieti, Nursia.Di tali diritti internazionali ci scarseggiano tanto i documenti, che non bene accertiamo a quali condizioni stessero gli Etruschi; ma pare non godessero del diritto latino, bensì di particolari capitolazioni, abbastanza larghe, almeno in quanto concerne la classe dominante dei lucumoni. Il loro ammollimento toglieva di temerli; faceali venerare la conoscenza delle tradizioni religiose;e forse non andrebbe lungi dal vero chi li paragonasse al clero cristiano sotto i Longobardi. Loro legioni non troviamo negli eserciti romani; e i trentaquattromila uomini che essi coi Sabini allestirono contro i Galli nel 528, erano una difesa territoriale. Probabilmente erano privilegiati anche gli Umbri, razza bellicosa, che però non sembra partecipasse alla legione romana.Fra le città italiche nessuno annoveri le greche, le quali non ottennero mai que’ privilegi; pagavano tributo, non entravano nella legione, bensì poteano servire come ausiliari, e somministravano galee a Roma. Napoli alla greca restava divisa infratrie, rispondenti alle curie di Roma, e composte originariamente di trenta famiglie attorno al sacello d’un dio o d’un eroe, da cui prendeva nome, onde v’era quella degli Eumelidi, d’Ebone, di Castore, di Cerere, d’Artemisia, di Aristeo. Ogni quinquennio vi si celebravano concorsi di musica e di ginnastica, famosi quanto quelli della Grecia, della quale conservava i costumi, mentre vi diventavano stranieri i vicini. Da federata si mutò poi in colonia, e così Salerno e Nocera.COLONIEIl senato avocava a Roma gli Dei delle città vinte, o almeno sottoponeva i loro sacerdoti a’ suoi, che arrogandosi il privilegio della scienza augurale, quelli destituivano d’ogni influenza politica. Ma non si dimenticava che un popolo soffre men dolorosamente la perdita dell’indipendenza, che lo sprezzo delle costumanze; giacchè quella attesta la maggior forza del vincitore, questa ne esprime il vilipendio. Laonde Roma non aboliva le consuetudini particolari, lasciava s’amministrassero nell’interno, conferissero la cittadinanza, tumultuassero ne’ loro comizj, insomma si lusingassero delle apparenze di libertà. Che se, per imitazione dellarivoluzione romana, alla nobiltà di razza era succeduta nel primato la nobiltà personale (optimates) e ricca, il senato romano avrà facilmente potuto impedire che la democrazia vi prevalesse all’oligarchia.Le colonie erano tutt’altra cosa da quelle che vedemmo la Grecia diffondere per tutto a prosperamento del commercio, e che rimanevano indipendenti dalla madrepatria (pag. 205). Le colonie romane erano istituzioni politiche, a tutto vantaggio della metropoli, quasi sentinelle avanzate ne’ posti che si trovassero meglio opportuni, non per prosperare il paese, ma per custodirlo dai nemici. Così allo sbocco della foresta Ciminia si colonizzarono Sutrio e Nepete; Anzio per vigilare la costa dei Volsci; Velletri, Norba, Sezia per tenere in soggezione la montagna; Anxur per separare il Lazio dalla Campania sul Liri; Fregelle, Sora, Interamna, Minturno per ischermire il Lazio dai Sanniti; e più indentro Attina, Aquino, Casino; così dicasi delle altre. Nella nessuna importanza che anticamente attribuivasi alla campagna, possono tali città considerarsi come fortezze, piantate in territorio nemico; e i coloni come guernigioni, che non poteano cospirare co’ natìi.Gli spediti in colonia erano più o meno; mille cinquecento a Lavico, duemila cinquecento a Luceria, tremila ad Aquileja, e fin seimila famiglie a Piacenza e Cremona: e variava la quantità di terreno ad essi distribuita, or di due soli jugeri, or fino di cinquanta ai fanti e cenquaranta ai cavalieri, come fu ad Aquileja. I prischi abitanti vi rimanevano peregrini, in comunità distinta, e al modo indigeno; i trapiantati possedevano il diritto romano o l’italico, siccome rami staccati dal tronco, e un governo municipale conforme al romano con decurioni, duumviri, censori. Le cinquanta colonie fondate prima della guerra punica, tutte nell’Italia centrale eccetto tre, e venti altre stabilite più lontano fra il 197e il 177, godeano la romana cittadinanza, ma non il suffragio[335]; o, a dir più giusto, erano impedite dall’esercitarlo, cioè dal trasferirsi a Roma. Chi nelle colonie potesse salire agli impieghi, diventava municipe, e per conseguenza cittadino romano, ammissibile agli onori della metropoli. I Latini che volessero divenir tali, lasciavano i figliuoli a rappresentarli nella città nativa, ed essi trasferivansi a Roma in qualche magistratura: o convinceano di prevaricazione alcun magistrato romano; passo di molto rischio e d’incerta riuscita.Le colonie dunque, non che aspirassero all’indipendenza come le greche e le moderne, aveano per proprio l’interesse della metropoli. Ecco perchè sì poco consenso trovò Annibale nella lunga sua guerra; e allorchè si parla di rivolte delle colonie, non s’intenda che i Romani stabiliti in quelle insorgessero contro la madrepatria, bensì i prischi abitatori rivoltavansi contro gli avveniticci, e per la prima cosa avranno trucidato i Romani che v’erano di casa, di bottega, di guarnigione[336].Dopo la guerra Sociale, la legge Giulia modificò quelle condizioni, e tutti gli Italiani vennero considerati Romani; onde in Italia non v’ebbe più nè federati nè municipi senza voto; alle colonie fu accomunato il diritto di suffragio e d’eleggibilità; ma al tempo stesso tutti dovettero adottare le romane leggi, a queste acconciando le patrie costituzioni, in modo di ridurle non al tipo di Roma, ma in armonia con quello. Una di tali costituzioni ci è conservata nella tavola d’Eraclea, città nel seno di Taranto, scritta dopo il 672 di Roma, scoperta nel 1732, e custodita nel museo napolitano, dalla quale e da altri riscontri si raccoglie che ogni municipio avea senati locali, a vita, e di numero prefisso; l’assemblea popolare di ciascuna città nominava ai posti del senato vacanti; sovra presentazione dei predecessori, i magistrati erano eletti ne’ comizj municipali come usavasi a Roma; ed erano responsali in denaro de’ proprj falli. Esistevano inoltre borgate e mercati (fora,conciliabula) non ancora elevati a municipj.In somma i Romani, nati in piccola città, applicavano ai vinti gli stessi loro regolamenti interni; il diritto pubblico imitava il diritto civile; e come il padrefamiglia trattava da famuli o schiavi i suoi sottoposti, ovvero li rendeva liberti o gli adottava, così Roma facea de’ popoli. In essa città, dove lo straniero non godeva alcun diritto, neppur quello della giustizia, importava di farsi ospiti di qualche casa o persona. Se ne stendeva contratto, e alcuni ce ne rimangono scolpiti in pietra o in bronzo, pei quali il patrono obbligavasi a dare al cliente ospitalità, tutelarlo, procurarne il maggior utile ed onore; e il cliente di rimpatto onorarlo qual padre, fargli corteggio, somministrargli denaro, riscattarlo se cadesse prigione in guerra. Al modo stesso popoli interi si posero sotto al patronato di qualche famiglia, per esempio de’ Fabj gli Allobrogi, degliAntonj i Bolognesi, de’ Marcelli i Siciliani, affine di avere chi ne sostenesse le ragioni[337].PARTECIPAZIONE ALLA CITTADINANZARoma stessa talvolta conveniva dell’ospitalità con privati o con popoli; posizione non ben definita, che lasciava ai collegati l’indipendenza, ma debole. Camillo, occupata Vejo, manda una tazza d’oro al dio di Delfo; ma la nave tra via è presa dai Liparioti, famosi corsari. Timasiteo, uno d’essi, per riverenza a Roma e al nume, persuade i suoi a restituire il latrocinio; e il senato in benemerenza gli decreta regali e il diritto d’ospitalità. Dopo un secolo e mezzo i Romani conquistano Lipari, ma conservano liberi ed immuni da tributo i discendenti di Timasiteo[338].Tante gradazioni di dipendenza riescono difficilissime a intendersi da noi, avvezzi all’uniformità: ma è il capolavoro della politica di Roma questo assimilare i vinti. Fin allora i popoli del mondo tenevansi serrati fra gelose barriere, escludendo ogn’altro dai privilegi che conferiva la cittadinanza; laonde i vinti restavano o servi o plebeex lege. Da qualche conquistatore erano unite sotto scettro di ferro più comunità? non per questo si fondeano, e ben tosto ne erano sbrancate novamente, senza conservare della dominatrice che odio e sgomento.Anche le costituzioni de’ primitivi Itali trovammotutte comunali; un paese ostile all’altro, ed eliminando gli stranieri: pure faceano confederazioni, che accomunavano i diritti dei varj. Ma Roma procede con ben altra risolutezza, e gli aggrega. Da principio si popola col ricoverare chiunque vuol entrarvi ai patti prescritti; ora i vinti Albani, ora i vincitori Sabini costringe o alletta a trasferire i loro penati presso i suoi: tribù, popolazioni, razze acquistano la cittadinanza romana: poi si creano cittadini in altri paesi, e tutti si ascrivono alle tribù della città, e tutti possono esercitarvi i civili diritti[339]. Se lo spirito aristocratico del governo consolare restrinse questo afflusso di forestieri, la plebe e i fautori di essa da Spurio Cassio fino a Cesare caldeggiavano che gli Itali fossero pareggiati di diritti ai Romani.CITTADINANZAInoltre nelle provincie, eccetto la Sardegna, v’aveva alcune cittàlibere; ve n’aveva di immuni da tributo; come v’erano cittadini e liberi e immuni o personalmente o con tutta la schiatta: anzi ai Greci furono restituite perfino le assemblee pubbliche, e l’adoprar giudici di propria nazione, e risolvere le liti colle leggi patrie. Pertanto Roma, se si disanguava colle guerre, presto se ne rifaceva coll’assimilarsi i vinti; questi esistevano per essa, mentre essa colle colonie rifondeva la vita ne’ paesi assoggettati. Col concedere la cittadinanza come liberalità ai più benemeriti e fedeli, preparavasipartitanti nella lontana contrada, e traeva a sè quel che di meglio fosse fuori. Questi aggregati talmente s’identificavano con Roma, che parlando di essa dicevano «Noi, e i padri nostri, e il nostro fondatore Romolo»; al modo che gli Svizzeri del canton Ticino o di Ginevra si dicono figli di Tell. Così Roma compiva un gran passo sociale, qual era il trarre il mondo ad un’unità non prima conosciuta; estendeva il proprio Comune fino ad abbracciare tutto il mondo incivilito; e ne sarebbe divenuta immortale, se l’eccesso delle conquiste non avesse precipitato in lei tanti forestieri, che l’utile pasto riuscì a micidiale replezione.TRISTA CONDIZIONE DEI VINTIQuanto all’esterno, mai non erasi più sapientemente applicato ilDividi e impera; giacchè surrogando le città alle nazioni, e creando tanti interessi diversi, s’impediva acquistassero la potenza che deriva dall’unità d’intento; dappertutto rotti que’ vincoli con cui le popolazioni si teneano fra loro, tolte le alleanze, le assemblee, sino il far transazioni commerciali e matrimonj fra esse. La condizione de’ possedimenti era differente anche fra gl’Italiani; e mentre il cittadino poteva divenire proprietario assoluto d’un campo conquistato, un Italiano non n’avea che il possesso precario. Que’ tanti Romani sparsi nelle colonie poteano usurpare il possesso del vicino, e questo non aveva diritto di citarlo ai tribunali di Roma se non per mezzo d’un patrono, il quale troppo facilmente si conniveva al compatrioto.Gli Italiani (salvo i pochi ch’ebbero lo juscommercii et connubii) non possono ereditare nè comprare da un cittadino romano, nè vendergli se non a rischio e pericolo, e senza che la legge lo sussidii se il cittadino neghi il prezzo, o frodi i patti, o manchi alle scadenze. Altrettanto avviene dal creditore al debitore. Il cittadino, protetto sempre dalla legge e dai tribuni, non potrà essere incarcerato, non battuto, non crocifisso; l’Italianosì: questo non fruirà d’eguale condizione nell’esercito, ov’è escluso dalla legione, e ammesso solo nella coorte; nelle retribuzioni riceverà quel poco che si vorrà concedergli; il generale può, anche per colpe leggiere, decapitare un prefetto degl’Italiani, e aggiungervi l’ignominia; la bastonatura di questi si fa con altro legno che quel di vite, riservato ai Romani. Nè calza male il paragone di quello stato colle colonie d’America: gli uomini bianchi, gli Europei, vi rappresentano il cittadino romano; i bianchi, non mescolati di sangue africano ma d’altra razza che l’europea, equivalgono al greco, all’italioto, all’etrusco; il mulatto e il negro sono nella degradazione in cui erano tenuti gli stranieri, i Barbari.La giustizia degli antichi non si fondava sopra basi eterne, quali l’eguaglianza di tutti gli uomini e la paternità dello stesso Dio, ma sui patti reciproci. I membri d’una società aveano franchezza, diritti, onori; gli estranei rimanevano nemici da trattarsi col diritto del più forte; i vinti erano una genìa abbandonata dagli Dei, e perciò inferiore, e destinata a servizio ed utile del vincitore. E ragione e coscienza vedemmo ammutolirsi nelle conquiste; e dacchè non si trattava più di cittadini, anche i magistrati si permettevano ogni abuso ne’ paesi conquistati, anzi talvolta contro gli stessi socj, pei quali la libertà conceduta riusciva di mero nome[340].Date questi diritti a gente sobria, casalinga, agricola, osservatrice, quantunque cavillosa, della promessa e della stretta parola, e farà sentire una dominazione severa, inumana se volete, pure coscienziata, quando anche la coscienza possa essere erronea. Ma se sottentriun popolo corrotto da improvvise ricchezze, che non farà soffrire a questi medesimi Italiani, che pur godono il titolo di socj, di alleati, fin di liberi? L’anno della sconfitta di Perseo, dalla quale comincia a irrompere la prepotenza pubblica e privata, il console per la prima volta ordinò che gli alleati di Preneste gli uscissero incontro, ed allestissero alloggi e cavalli. Un altro fece sferzare i magistrati d’una città alleata, che non gli aveva apparecchiato abbondanza di viveri. Un mandriano di Venosa, vedendo gli schiavi portare in lettiga un cittadino romano, domanda—Che? è egli morto?» e l’arguzia gli costa la vita sotto le bastonate. Un censore, per adornare un tempio da lui costruito, leva il tetto a quello di Giunone Lucina, il più venerato d’Italia. Venuto il console a Teano, sua moglie desidera lavarsi nel bagno degli uomini; e non essendo questo sgombrato abbastanza sollecitamente, il primario cittadino è fatto snudare e flagellare in pubblica piazza: atterriti quei di Caleno decretano che veruno si accosti ai bagni finchè un magistrato romano si trovi nella città. Per consimile titolo a Ferentino il pretore fece arrestare i questori, uno dei quali fu battuto a verghe, l’altro si sottrasse all’obbrobrio dandosi a precipizio da un’altura[341]. Le api d’un villano molestavano un potente vicino, il quale gliele distrusse; il villano risolse di trasferire altrove i poveri penati,—Ma (diceva) non ho potuto trovare un angolo che non fosse accostato da ricchi e poderosi; non un ricovero contro l’arbitrio e l’oppressione».LE PROVINCIEA quanto peggior condizione doveano trovarsi le provincie! Acquistato un paese, Roma lo lasciava alcun tempo governare da principi nazionali od impostigli,finchè lo avesse indocilito al giogo; allora li sbalzava, e riducevalo a provincia: al che pure riusciva l’alleanza contratta con qualche città o Stato libero. La prima sua cura consisteva nel torgli ogni pubblica forza o costituzionale libertà, e singolarmente scomporre quelle confederazioni, che cara le aveano fatto costar la vittoria sopra l’Etruria, la Gallia e la Grecia. Del suolo della provincia l’alto dominio supponeasi spettare al popolo romano; gli abitanti non aveano che l’usufrutto, pagandone tributo, oltre l’imposta personale, e non erano ammessi alla milizia. Un consulto del senato determinava l’ordinamento delle provincie, vario l’una dall’altra, ma tutte in sudditanza assoluta. Il prisco diritto pubblico e civile dovea dar luogo alla legislazione nuova, il potere sovrano ridursi in un magistrato di Roma, cui competevano la giurisdizione, l’amministrazione, e spesso anco il comando militare. Alle città lasciavasi un’amministrazione propria, modellata sugli statuti antichi, ma alle forme democratiche cercavasi surrogare l’aristocrazia.Conquistata la Sicilia, nè trovando bisogno o convenienza d’unirla alla fortuna di Roma, fu ridotta a provincia, e la prima ordinanza fu data da Marcello dopo l’insurrezione degli schiavi: Rupilio la riformò, e da Cicerone possiamo raccorne l’essenza. Comprendeva diciassette città o popoli tributarj, di cui cioè eransi confiscate le terre, poi restituite ai prischi possessori col peso d’un’annua retribuzione. Ma fedele al sistema di non render eguale a tutti il giogo, il senato lasciò a Messina, Taormina, Noto il diritto d’alleate; altre cinque godeano l’immunità; la restante isola pagava la decima de’ frutti. Le terre del dominio pubblico doveano una tassa, che ciascun lustro prefiggevasi dai censori: quelle soggette a decima la pagavano quale Gerone aveala stabilita: le immuni erano obbligate a vendere e portarea proprie spese a Roma ottocentomila moggia di frumento per quattro sesterzj il moggio (frumentum imperatum), che servisse alle distribuzioni. Le liti fra una città e un cittadino giudicavansi dal senato d’un’altra città, beneviso alle parti: quelle fra membri d’una città stessa si risolveano secondo gli statuti d’essa città: quelle fra individui di città diverse, secondo le ordinanze di Rupilio. Se il Romano richiedesse in giudizio un Siciliano, era competente il tribunale siciliano; il romano se al contrario. Le dispute fra coltivatori e decimatori decidevansi secondo la legge di Gerone sui cereali; altre erano risolte da una specie di corte d’assise, formata di cittadini romani[342].A reggere le provincie, il senato spediva consoli usciti di carica e pretori, i quali, ad imitazione dei pretori urbano e peregrino (pag. 411), in uneditto di giurisdizioneesponevano le norme con cui governerebbero, confermando gl’istituti anteriori e introducendone di nuovi, o trasferendovi quelli della metropoli che paressero opportuni[343]. L’accompagnavano ordinariamente un questore per esigere l’imposta, e un intendente per regolare le finanze.Fosse pur liberale la data costituzione, ledevasi il sentimento nazionale coll’introdurre le usanze romane, ed anche la lingua dovunque non si parlasse la greca, e fin la religione; o se tolleravasi l’antica, come nell’Egitto e in Giudea, se ne proibivano le adunanze. Per fiscalità vietavansi talora le coltivazioni meglio confacenti, e la vigna e gli ulivi erano proibiti nei paesi transalpini[344]. I governatori poi, oltre avere immensi mezzi di guadagno legale, dalla illimitata potenza e dall’appoggio delle truppe accantonate venivano strascinati al tiranneggiare; e cambiandosi ogni anno, non aveano alle vessazioni neppur il limite della sazietà. Sallustio chiama spietata e intollerabile la dominazione romana[345]: Livio, liricamente e ingenuamente abbagliato dalla patria grandezza, tanto che di vero cuore s’indispettisce allorchè qualche popolo osa difendere contr’essa la vita e la libertà, Livio confessa che, dovunque è un pubblicano, ivi il diritto svanisce, la libertà non esiste più[346].Quando già s’era imparato a disobbedire al senato, Marcantonio senza riti mena una colonia a Casilino per soppiantare quella che prima vi sedeva; invade l’eredità di molti; altri poderi finge aver compri all’asta, che nessuno udì bandita; dall’ora terza fin a tarda notte dura in cene ubriache, giocando, bevendo, vomitando e ribevendo, tra bardassi e meretrici. Altrove il pretore, accolto ospitalmente a cena da uno spettabile cittadino, sopra mangiare gl’insinua di far condurre in mezzo l’unica figliuola; e resistendo questo, sipassa alla violenza, nasce un battibuglio, si uccide; e i cittadini non osano far giustizia dell’insultatore. Costui chiamavasi Verre; nome che impareremo a conoscere come compendio di tante scelleraggini.Anche dopo che l’interesse insegnò ad amicarsi le provincie, piuttosto che disanguarle e inasprirle con un giogo tanto grave quanto ingiurioso, si ebbero sempre in conto di dipendenze, non come parti integranti della repubblica: s’apriva la cittadinanza a molti individui, cioè s’interessavano i migliori all’incremento di Roma. il che equivaleva a formarvisi un partito; ma non furono mai chiamate, per via di rappresentanza, a costituire un’unità politica, quale ora l’intendiamo. Eccettuate le trentacinque tribù del territorio primitivo, l’amministrazione e la legislazione erano meramente locali: nè si sapeva estendere l’azione d’un governo centrale a tutte le parti del vasto dominio e ad ogni particolarità de’ pubblici ministeri. La vigilanza precisa, la regolata gerarchia di dipendenze, le rapide comunicazioni che a ciò son necessarie, mancavano agli antichi imperj; onde Roma dovea limitare la sua ingerenza agli oggetti generali, abbandonando la più parte dei parziali interessi o ad agenti spediti dalla metropoli, o a magistrati indigeni.Vigevano dunque ne’ paesi sudditi a Roma due poteri: uno supremo che ordinava, eseguiva, giudicava come ben gli paresse, non propenso per natura ad estendere l’intervenzione sua di là da quel che credesse opportuno alla pubblica ragione; l’altro ordinario, lasciandosi alle città, oltre l’interna amministrazione e il decidere d’alcune cause civili e criminali, anche molti atti veramente legislativi, esercitati dall’assemblea dei cittadini, ed eseguiti da magistrati municipali. Se si rallenti l’oppressiva direzione suprema, quei corpi aspireranno all’indipendenza invocando diritti, o ampliandole attribuzioni, spesso collegandosi in una specie di reggimento federativo: il che noi vedremo succedere al decader dell’Impero, preparando il primario elemento della moderna civiltà europea.Per le terre soggette diffondeansi in folla gl’Italiani, trattivi dagl’impieghi, dall’agricoltura, dall’appalto delle gabelle, principalmente dal traffico, che fu sempre la vita del nostro paese. In folla erano stanziati nella Numidia; Mitradate ne fece d’un colpo trucidare ottantamila nell’Asia, quaranta soli anni da che ridotta a provincia; aggiungansi i veterani cui circondavano i terreni dei vinti e i coloni: tutti modi di propagare la lingua, la civiltà e la riverenza del nome romano.FINANZELe conquiste crebbero le rendite della repubblica. Essa traeva denaro dalla taglia fondiaria che i cittadini pagavano, determinata dal senato a proporzione dell’occorrente, e della quale più non fu mestieri dopo la terza guerra macedonica; o dagli alleati d’Italia, che contribuivano diversi generi, secondo i luoghi; o dalle provincie, alcune delle quali pagavano tassa agraria e capitazioni gravose, oltre somministrare derrate in natura per emolumento de’ governanti, o per approvvigionare la capitale, o per emergenti straordinarj.La repubblica possedeva terreni sì in Italia, massime nella Campania, sì nelle provincie, che Cicerone chiama patrimonio del popolo romano; e li cedeva a lavoratori, esigendone un decimo del grano raccolto, un quinto del legname, e una lieve retribuzione pel bestiame: la quale rendita si dava in appalto di cinque in cinque anni. Ai porti ed al confine si riscotevano dazj sulle merci che entravano ed uscivano, e Roma e l’Italia ne furono esentate solo nel 694 per legge di Metello Nepote: ne’ porti di Sicilia tale diritto saliva alla ventesima[347]. Sulla compra o la vendita degli schiaviil fisco percepiva un ventesimo, serbato in apposito erario per le più stringenti necessità. Sul declinare della prima guerra punica, il censore Livio, per ciò soprannominato Salinatore, ridusse a monopolio il sale, onde impedire che i privati lo mettessero a prezzo eccessivo. Finalmente era pagata un’imposizione dai cavatori delle miniere, massime delle ricchissime d’argento nella Spagna. Uniamovi le ammende imposte dai magistrati, e il cui ricavo deponeasi nel tempio di Cerere.Eppure sotto Silla dittatore, appena a quaranta milioni di franchi sommava l’entrata totale; giacchè, oltre le contribuzioni e i consumi in natura, un’infinità di spese erano lasciate ai singoli paesi, al modo che fassi ora dagl’Inglesi e dagli Stati Uniti d’America. Nelle strettezze ricorrevasi a prestiti; qualche volta si alterò anche la moneta, come nella prima guerra punica riducendola d’un quinto del peso e conservandone il valore; nella seconda s’acquetarono i creditori con una doppia operazione, per cui quelli del pubblico perdettero la metà, quelli dei privati un quinto, e si emisero viglietti del tesoro. Finite le guerre, riparavano ai debiti il bottino e le contribuzioni dei vinti, i quali ne restavano disanguati in modo da non poter rialzare la testa, mentre Roma ne acquistava mezzi di far nuove guerre e trarre nuovi guadagni.Che veramente la scienza finanziaria dei Romani consisteva nella conquista; ignorando del resto come ben si crei, si consumi, si cambii e si diffonda la ricchezza. Cicerone nel trattatoDella repubblicainvestigando il principio e la miglior forma di governo, e i precipui elementi della vita dei popoli, parla della famiglia, dell’educazione pubblica, della giustizia, della religione; ma dell’economia tocca appena per incidenza[348].Vinte Cartagine, Corinto, Siracusa, la Macedonia, Pergamo, traboccarono in Roma le ricchezze. A Taranto furono prese ottantamila libbre d’oro e tremila talenti d’argento: i tesori di Perseo eccedevano il valore di quarantacinque milioni: Scipione da Cartagine portò nel tesoro cenventimila libbre d’argento: alla qual città fu imposto nella prima guerra il tributo di duemila ducento talenti, di diecimila nella seconda, ad Antioco quindicimila, mille a Filippo, cinquecento agli Etolj, altrettanti a Nabide, trecento ad Ariarato; sicchè in dodici anni cinque sole guerre arricchirono l’erario di trentamila talenti (165 milioni di lire). Ben tosto le conquiste di Pompeo crebbero i tributi dell’Asia a cento milioni: nei quattro suoi trionfi Cesare pose in mostra il valore di sessantamila talenti, oltre duemila ottocenventidue corone d’oro. Al rompersi della guerra civile, il tesoro conteneva un milione novecenventimila ottocenventinove libbre d’oro; poi sul finire della repubblica valutavasi da trecencinquanta a quattrocencinquanta milioni la rendita generale delle provincie romane. L’Egitto ai Tolomei fruttava dodicimila talenti, ma molto più ai Romani dopo che l’ebbero conquistato.L’esazione affidavasi ad appaltatori, che per lo più erano cavalieri; o a compagnie, che divenivano un flagello delle provincie e una corruttela per la capitale.Del denaro versato dai pubblicani nell’erario, il senato regolava l’erogazione, poco consultando il popolo per l’uscita come per l’imposizione. Venti questori vegliavano al pubblico tesoro ed alle rendite. Due sedevano in Roma, soprantendendo alla scossa delle imposte d’ogni natura ed ai conti, reprimendo anche le concussioni de’ pubblicani, e custodivano pure le leggi e i decreti del senato. Gli altri nelle provincie accompagnavano i consoli ed i pretori per fornire di viveri e denari le truppe, riscuotere le imposte e i generi dovuti alla repubblica, vendere le spoglie dei vinti; conservavano anche in deposito il peculio dei soldati; erano il secondo magistrato della provincia, e sostenevano le veci del pretore quando partisse. I conti erano riscontrati dai governatori, poi deposti al tesoro generale di Roma e negli archivj delle provincie.Il tesoro serbavasi nel tempio di Saturno a Roma, diviso in tre casse: nella prima le rendite per le spese correnti; nella seconda la ventesima sulle emancipazioni legali e sulla vendita degli schiavi, per le maggiori urgenze; nella terza l’oro coniato o no, proveniente da conquiste. Gli scribi del tesoro, quantunque impiegati subalterni, diventavano importantissimi, atteso che, essendo perpetui, acquistavano una pratica che li rendeva indispensabili ai questori delle provincie, eletti man mano.Dopo l’assedio di Vejo si diè paga ai soldati ed agli ausiliari, il che importava dispendio enorme. Di grave costo erano pure le flotte, sebbene il costruire e l’attrezzar le navi fosse obbligo di alcune provincie. Le costruzioni pubbliche e principalmente gli acquedotti ele strade portavano grande spesa, sminuita, è vero, dall’adoprarvisi i soldati o gli schiavi. Inoltre ai generali e ai soldati decretavansi regali, collane, statue; e spesso durante le guerre si votava qualche festa o tempio. Poco costava l’amministrazione delle provincie, ricevendo gli impiegati provvigione dal paese. Gli ambasciadori esteri venivano trattati suntuosamente coi vasi riservati pei banchetti sacri. La maggiore uscita derivava dalle distribuzioni di grano che si faceano ai cittadini bisognosi, dapprima soltanto nelle carestie, poi annualmente; crescenti a misura che la popolazione affluiva a Roma.TERRITORIO ROMANOAl momento ove siamo col nostro racconto, cioè centrent’anni avanti Cristo e seicenventiquattro dopo la fondazione di Roma, questa possedeva tutta quasi l’Italia, la Spagna, la Grecia; l’Adriatico le dava sicure comunicazioni dopo sottomessi gli Istrioti, i Giapodi, i Dalmati, gli Illirici; il passo fra l’Italia e la Spagna ben presto le fu assicurato dalle colonie d’Aix e di Narbona; nell’Asia Minore stendeva il dominio fin al Tauro; in Africa, sull’antico territorio di Cartagine; teneva l’Egitto in tutela, gli Ebrei alleati, ligi i re dell’Asia Minore; sicchè la città che dianzi si limitava fra Preneste e Tivoli, or sentivasi chiamare signora dall’oceano Atlantico alle rive dell’Eufrate e dall’Alpi all’Atlante. Questo territorio costituiva due grandi divisioni: l’Italia fin al Rubicone e alla Marca; e le provincie, che allora erano nove, cioè Sicilia, Corsica e Sardegna, la Cisalpina, la Macedonia colla Tessaglia, l’Illirio e l’Epiro, l’Acaja, vale a dire il Peloponneso, l’Ellade e le isole, l’Asia, l’Africa, la Spagna ulteriore e la citeriore. Affine di meglio sopravedere l’Italia, il senato la spartì fra quattro questori provinciali: uno risedeva ad Ostia, avendo sotto di sè l’Etruria, la Sabina, il Lazio fino al Liri; l’altro a Cales, regolando la Campania, il Sannio, la Lucania,i Bruzj; il terzo reggeva l’Umbria, il Piceno, i Ferentini, e via fin al lembo dell’Apulia; il quarto l’Apulia colla Calabria, nel qual nome erano congiunti i Salentini, i Messapi, i Tarantini.Allorchè Scipione Emiliano, in qualità di censore, chiudeva il lustro, nel sagrifizio consueto il cancelliere lesse la formola solenne delle preghiere, in cui si cercava agli Dei l’ampliamento dell’impero. Egli, invece di ripeterla, esclamò:—Grande e potente è abbastanza: supplico i Celesti di conservarlo eternamente intatto»[349].

CAPITOLO XVII.Costituzione di Roma repubblicana.Il piccolo Comune di Roma è dunque ingrandito a segno, da avere sottomessa tutta Italia non solo e le due penisole meridionali, ma molte altre parti dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa. Donde traeva le forze a tante conquiste, e alle ben maggiori che racconteremo? Dall’assimilarsi sempre nuovi cittadini.La costituzione di Roma (già tanto il ripetemmo) da principio fu patriarcale, regolata dai seniori delle tre primitive tribù, aventi a capo il re, giudice supremo, sacerdote e capitano. I patrizj tendevano a limitare il potere di lui, egli ad emanciparsi col consentire diritti politici al Comune plebeo; al sollevarsi del quale, l’antica gente patrizia si trovò ridotta a non più che classe privilegiata. Quando Tarquinio Superbo volle esercitare il dominio senza consultare il senato, i patrizj insorsero, ed abolita la monarchia, costituirono un governo aristocratico. La plebe si trovò al fondo dell’oppressura sotto quella che intitolossi liberazione di Bruto: ma in quella irrequieta operosità che, propostosi un fine, non si stanca finchè non l’abbia raggiunto, da prima si riscosse da certi pesi, poi volle alcuni diritti, indi averparte nell’amministrazione della repubblica. Questo è il senso della lunga lotta fra gli ottimati e la plebe, la quale ottenne magistrati comunali, acquistò vigor di legge alle decisioni prese dal Comune a pluralità di voti, e divenne partecipe di tutte le cariche dello Stato una dopo l’altra; onde uscì una repubblica, dove i veri cittadini erano legalmente più liberi che mai non sieno stati in verun governo.Al modo che il vulgo nella nobiltà, così gli stranieri penetravano nella città, e per quest’atto appunto Roma si discerne dagli altri Stati antichi, il cui angusto patriotismo respingeva gelosamente ogni elemento straniero. Cartagine, Atene, Sparta rimasero sempre una città, e presto perirono: Roma divenne un gran popolo senza cessare d’esser città, e non solo assorbendo ma assimilando idee, costumanze, persone d’ogni parte, a tutte infondendo la vita, e alla forza del numero accoppiando la forza dell’unità.PATRIZJ E PLEBEILa disuguaglianza fra i cittadini è carattere di tutte le società antiche: nè pari diritto godevano quelli che Roma abbracciava. La cittadinanza romana portava alcuni diritti privati o civili (jus quiritium), ed alcuni politici (jus civitatis). I primi assicuravano il matrimonio colle forme e cogli effetti legali, la podestà patria, il liberamente godere e trasmettere la proprietà, far testamento ed ereditare, oltre la inviolabilità della persona: erano diritti politici il censo e suffragio nelle elezioni e nelle leggi, la capacità a qual si fosse magistratura, l’iniziazione ai riti religiosi, e l’essere coscritto nella legione[311].Di pieno diritto (optimo jure cives) erano i patrizj, discendenti dai primi Quiriti, ovvero aggregati fra essiper merito particolare, o perchè i loro padri avessero sostenuto cariche curuli, com’erano la dittatura, il consolato, la pretura, la censura, la grande edilità. Di tale pienezza di diritto era segno il portar le armi; laonde i giovani restavano in tutela sino all’età in cui solennemente deponeano la pretesta e la bulla, abiti e insegne giovanili, onde assumere la toga. Le donne rimanevano sempre sottoposte al padre o al marito o al tutore.I patrizj potevano conservare in casa e portare alle pompe funebri le effigie degli avi, di cera con iscrizioni (jus imaginum), privilegio equivalente al nostro nobiliare degli stemmi; essi soli possedevano l’agro romano o pubblico, cioè quello attorno alla città, al cui possedimento era affisso l’esercizio della sovranità; essi adunavansi nei comizj per curie; essi soli giudici o pontefici; soli potevano prendere gli auspizj, senza de’ quali le decisioni non consideravansi autorate.Distinta di culto, di diritti pubblici e privati, come se avesse abitato di là dai mari, inferiore in tutto al vero popolo era la plebe, abitante fuor del Pomerio, e che era venuta in città o per trovare asilo, o come vinta; senza auspizj, senz’avi, senza famiglia, come disse Appio. Pure essa aveva e ricchi e capi e adunanze proprie e decisioni; anzi, dopo presa Roma da Brenno, avea deliberato migrar tutta a Vejo, e piantarvi una città nuova: e fu essa che, lottando coi patrizj, poc’a poco formò un ordine, colla libertà civile dei beni e delle persone, cioè l’autorità di adottare, di testare, di aver il matrimonio e la paternità legale; indi a passo a passo penetrò nella città politica.TRIBÙDelle tribù discutemmo altrove l’origine (pag. 159 e seg.): ognuna dividevasi in dieci curie, da dieci genti ciascuna con un curione[312]. Trenta erano le tribù sottoServio Tullio: espulsi i Tarquinj, si ridussero a venti: dopo che dai vinti Sabini vi migrò tutta la gente Claudia, s’aggiunse la tribù Crustumina. All’aumento della popolazione non si potè badare nel tempo che i due Ordini lottavano per la libertà interna; ma respinti i Galli, si riparò al danno recato da questi col concedere la cittadinanza a Vejo, Capena, Faleria, formando le tribù Stellatina, Tromentina, Sabatina, Arniese, che tanto giovarono nella guerra contro i Latini. Profligati questi, Roma li mutò in cittadini nelle tribù Mezia e Scapzia, e poscia i Volsci nella Pontina e Publilia, gli Ausonj nella Oufentina e Falerina, gli Equi nell’Aniese e Terentina, i Sabini nella Velina e Quirina; restando così il numero di trentacinque, che più non fu oltrepassato[313]. Quattro erano urbane, cioè la Collina, l’Esquilina, la Palatina, la Suburrana; le altre rustiche:e poichè alle prime vennero aggregati quelli destituiti di patrimonio sodo, le rustiche rimasero sempre in maggiore onoranza. Possedeano esse quel che chiamavasi agro romano, che però non era uniforme e compatto in giro a Roma, attesochè fin presso alle porte di questa v’avea cittàstraniere, come Tivoli e Preneste, sul cui circondario poteva da sè esigliarsi chi volesse prevenire una condanna. Il popolo romano originario sommava appena alla metà; ma diviso in ventuna tribù, contava ventun voti, sicchè, quantunque la sovranità sembrasse comunicata, ne rimaneva pur sempre l’esercizio ai veri Romani.CLASSIOltre questa divisione d’origine e locale, un’altra ne fu introdotta quando si ruppero le barriere aristocratiche, onde aggregare le case nobili col Comune plebeo in modo, da proteggere le franchigie di questo, pur lasciando ai patrizj il governo. Il popolo fu dunque partito in sei classi[314], a proporzione delle facoltà: nellaprima, chi possedesse più di centomila assi di beni tassabili; nella seconda, chi settantacinquemila; nella terza, chi cinquantamila; nella quarta, quelli di venticinquemila; nella quinta, quelli di dodicimila cinquecento; gli altri erano accumulati nella sesta; e di sotto a tutti rimaneano glierarj, che allo Stato contribuivano denaro, ma non servizio militare, nè davano suffragio. Il censo o catasto, dov’erano registrati tutti i cittadini e l’avere di ciascuno, rinnovavasi ogni cinque anni.Con ciò all’aristocrazia di origine sottentrava l’aristocrazia di ricchezza; le quistioni interne di Roma si dibatterono fra ricchi e poveri, fra possidenti e no; e l’arte con che un tempo i nobili rimoveano dal dominio i plebei, l’esercitarono i ricchi per escludere i poveri.CENTURIELe sei classi comprendevano diverso numero di centurie; cioè la prima novantotto, venti la seconda, terza e quarta; la quinta trenta; l’ultima una sola; non contando tre centurie di fabbri militari. Ogni centuria esprimeva un voto complessivo; sicchè di quante più centurie era composta una classe, maggior denaro contribuiva all’erario ed uomini agli eserciti, e maggiori voci avea ne’ comizj. Pertanto la prima classe bastava da sola a preponderare a tutte le altre insieme; e qualora le sue novantotto centurie concordassero nel voto, non occorreva interrogare le altre. I cittadini godevano dunque autorità differente secondo la classe; tanto maggiore quanto più ricchi, e quanto minori di numero nella propria centuria.Il potere supremo repubblicanamente risedeva nell’assemblea dei cittadini. Da prima convocavansi secondo le curie, cioè le famiglie dei Quiriti unite da un culto, e votavano i capicasa, costituendo una compatta aristocrazia: poi i comizjcuriatisi ridussero a mera formalità, conservata soltanto per rispetto agli auspizj onde convalidare i testamenti e le leggi delle tribù, mail popolo più non v’interveniva, e le trenta curie non erano rappresentate che dai trenta littori, i quali solevano un tempo adunarle.COMIZILa plebe vi aveva sostituito i comizjtributi. Le tribù, che erano da principio divisioni locali e religiose, presto si convertirono in politiche attorno ai tribuni, ed ebbero assemblee proprie con diritto d’eleggersi i tribuni e gli edili, e nelle quali non era mestieri degli auspizj, privilegio dell’aristocrazia. Estesero poi le proprie attribuzioni, sino a rendere obbligatorie anche ai patrizj le loro risoluzioni; vi eleggeano le cariche inferiori di Roma e tutte quelle delle provincie, il pontefice romano ed altri sacerdoti; conferivano la cittadinanza; giudicavano di alcune trasgressioni, passibili di ammende.Maggiori di tutti erano i comizjcenturiati, dove ogni Romano della città o della campagna che pagasse tassa e servisse in campo, conveniva per nominare i maggiori magistrati, approvare le leggi, discutere dei delitti di Stato, della pace e guerra, avendo così il potere legislativo, eleggendo l’esecutivo, giudicandolo, accettando o ricusando le leggi proposte[315].Ma nell’intervallo fra la prima e la seconda guerra punica un sostanziale cambiamento si operò, fondendo queste due sorta di comizj, ossia riducendo democratici anche i centuriati, e così ovviando gli eccessi dell’oligarchia in quelli, e della democrazia nei tributi.SENATOIl senato[316], composto in parte di capicasa antichi (patres), in parte di aggregati (conscripti), non avea la sovranità, ma la dirigeva; dava l’approvazione alledecisioni de’ comizj e alle nomine de’ magistrati; esaminava se convenisse far guerra o pace, e ne redigeva il decreto; riceveva gli ambasciatori, dettava le condizioni dei trattati, che il popolo per mera formalità riconosceva. A lui solo la soprintendenza delle cose religiose, l’interrogare i libri Sibillini, l’introdurre divinità o riti nuovi; a lui l’amministrazione del tesoro, il rivedere i conti, il levare e congedar truppe, l’istruire i più gravi processi criminali, come quelli di Stato e di assassinj ed avvelenamenti commessi in Italia; il nominar il dittatore, e decretare il trionfo od altre ricompense ai generali vittoriosi. In appresso fu arbitro delle provincie, le quali assegnava ai magistrati, come conferiva il titolo di re o d’alleato del popolo romano, e decideva le quistioni fra città federate e suddite.Benchè sovrano vero fosse il popolo, il senato potea guardarsi come un altro capo della repubblica; i limiti del potere giudiziario e del legislativo non erano ben distinti; e il senato, più cauto ed accorto, sovente arrogavasi molti dei diritti del popolo, senza che questo abbia mai con un provvedimento generale assicurata l’inferiorità del senato. Le determinazioni di esso (senatusconsulta) si aveano per obbligatorie, nè poteano abrogarsi che dal senato stesso, onde Cicerone trovapotestas in populo, auctoritas in senatu; oltrechè coll’interpretare o sospendere modificava di fatto la legislazione.Al senato ebbero presto accesso anche plebei[317], e non tardarono ad esservi in maggiorità; e fu allora che si formò una nobiltà, ben distinta dal patriziato. Ipatrizj discendeano dalle primitive famiglie; i nobili erano figli di magistrati o di persone benemerite della repubblica: sicchè il senato fu il rappresentante non più de’ patrizj, ma della nobiltà, e perdette sempre maggior parte delle sue attribuzioni legislative, riducendosi a corpo consultivo. V’era ascritto il meglio del paese, antichi magistrati curuli, prodi capitani, benemeriti della repubblica; ma non ci consta per quali condizioni di meriti, d’età[318], di censo, e ci ha del probabile che n’avesse uno ciascuna delle dieci decurie. Erano a vita, ma potevano esser rimossi. I censori sceglievano un presidente (princeps senatus), il maggior onore a cui un Romano potesse aspirare.CAVALIERIAgli Ordini patrizio e plebeo si suole aggiungere l’equestre; ma come Ordine distinto mai non figura, almeno nei cinque primi secoli di Roma: d’altra parte v’avea cavalieri plebei e cavalieri nobili, talchè forse non significava che distinzione accidentale di persone o di famiglia; una funzione militare, che portava ingerenza politica perchè attribuita a persone e famiglie distinte.—Voi (diceva Perseo a’ suoi soldati) avete vinto la parte più considerevole de’ Romani, la loro cavalleria, nella quale si vantano insuperabili. I cavalieri sono il fiore della loro gioventù, il semenzajo del loro consiglio pubblico, da cui si traggono i senatori per farne poi consoli e generali». Plinio maggiore, tardo testimonio sì, ma pur cavaliere, asserisce che solo i Gracchi interposero quest’Ordine fra la plebe e i padri, attribuendogli i giudizj; poi Cicerone li consolidò all’occasione del tumulto di Catilina, dopo il qual tempo l’Ordine equestre fu aggiunto al senato e allaplebe[319]. Forse dunque non dinotava a principio se non i cittadini delle diciotto prime centurie della prima classe, cioè i più ricchi, patrizj fossero o plebei, i quali poteano militare a cavallo, e da questo trassero il nome, come dalla lancia (quir) eransi detti quiriti i nobili della prima costituzione. L’onore guerresco diede loro importanza anche in città, dove poi ottennero privilegi, tanto da formare una specie di terz’Ordine, forse da prima non molto differenti daglisquiresd’Inghilterra. Per entrarvi bisognava esser nato libero e onestamente, possedere un dato censo, o aver meritato per azioni e virtù personali: pure non può tenersi in conto di corpo stabile nè politico, giacchè ciascuno continuava ad appartenere alla plebe o al patriziato[320], nè godeva speciale attribuzione legislativa; e uno poteva esservi ascritto ed escluso può dirsi a capriccio dei censori, che ogni cinque anni ne faceano la cerna.Neppure gli altri due Ordini erano esclusivi: e qualche patrizio faceasi adottare da un plebeo per conseguire le cariche alla plebe riservate; e il plebeo mediante l’adozione o coll’entrar nel senato potea sorgere fra’ nobili.Perseverava dunque l’originario ordinamento per genti e per famiglie; ma Roma non tenevasi immobile, anzi progrediva con misura, accettando i vinti nella propria comunità, e di ciascun Ordine ascrivendo il fiore nell’Ordine superiore. Il soldato, il giureconsulto, l’oratore si sentiva spinto ad elevarsi; e nel nuovo grado portava non l’accidia d’un potere incontrastato ed ereditario, ma l’operosità di chi ha dovuto acquistarselo. Quella serie poi di magistrature che erano un annuale esame, dava stimolo a ben sostenerle permeritarne di maggiori, e per trasmettere alla propria famiglia la dignità che ne conseguiva.CENSORIAffinchè il passaggio da un Ordine all’altro e nella cittadinanza si compisse regolatamente, furono istituiti i censori, che vigilassero a classificare i Romani secondo il grado di cavalieri, cittadini od erarj. Di tale carica, spoglia di potestà diretta e di volontà imperativa, eppure onnipotente nel movimento della pubblica vita, veniva onorato chi avesse ben sostenuto altri uffizj. Ogni cinque anni, per fare illustroo diremmo lo spurgo, il censore chiamava il popolo a rassegna nel campo Marzio, e senz’altra forza che de’ suoi uffiziali e de’ suoi registri, esaminava e depurava gli ordini, le tribù, le centurie. All’appello dell’araldo, ogni Romano compariva a render conto delle facoltà sue; ed i censori, a norma dei bisogni dello Stato e delle variate sostanze, riformavano la distribuzione delle classi e delle centurie, e quali faceano ascendere, quali calare, quali confinavano tra gli erarj. Grande autorità ne derivava ad essi; e il senato acquistava con ciò l’arbitrio di comporre l’assemblea legislativa come meglio trovasse, e così dominarla. Ma poi anche la censura cessò d’essere privilegio aristocratico, e fu comunicata a’ plebei.I censori trovavansi dal proprio uffizio recati ad erigersi guardiani del buon costume. V’era fra’ senatori chi si fosse o impoverito o disonorato? lo radiavano dall’album, surrogando un più degno. Ogni cavaliere presentavasi alla rassegna col cavallo, che a ciascuno era somministrato dal pubblico; e se questo si trovasse mal tenuto, o lui povero oppure incriminato, gli si intimavaVende equum, e questa privazione equivaleva a degradarlo. L’animadversio censoriainfliggevasi ad azioni disonoranti, contro delle quali nessuna pena sancisse la legge; come l’ingratitudine del cliente verso ilpatrono, l’eccesso di durezza o d’indulgenza coi figliuoli, l’inutile maltrattamento degli schiavi, la negligenza verso i parenti, l’ubriachezza, la trascuranza dei doveri religiosi o delle esequie, il sedurre la gioventù; e così al tutore infedele, al socio mancator di parola, al celibato capriccioso, al concubinato, all’esposizione dell’infante legittimo, a chi oltraggiasse alla decenza ed alla salute pubblica[321].Ammonivano pure il plebeo che da agricola si mutasse in mercante o artiere; il contadino che lasciasse deperire la sua vigna, o il cui campo fosse men coltivato che i vicini. Ad Emilio Lepido console si fece appunto dell’aver preso a pigione una casa per seimila sesterzj e innalzata una villa oltre misura; Lucio Antonio fu espunto dal senato perchè ripudiò la moglie senza raccorre un consiglio di amici[322]; Cornelio Runfio, antenato di Silla, degradato perchè gli trovarono più di dieci libbre d’argento in vasellame; i censori Domizio Enobarbo e Licinio Crasso fecero chiuder le scuole, dove i retori insegnavano una sfacciataggine di parole ignota ai grandi oratori. Esso Enobarbo pose querela al collega, oratore famoso, d’aver amato soverchiamente una murena, fin ad ornarla di giojelli, e morta onorarla di pianti e d’un monumento: ma Crasso sventò il giudizio volgendolo in riso, e confessando,—Io son troppo lontano dalla saggezza di Domizio, il quale non ha pur pianto alla perdita di tre mogli». Sovrattutto la legge circondava di cautele i senatori per farli rispettati; non doveano impoverirsi, non arricchire con appalti, non prestare di là da quattrocento lire, non far da gladiatori, non isposare ballerine, non brogliare; a chi ne convincesse uno di delitto, promettevasi il grado tolto al colpevole.Ne’ giudizj censorj non bastava il produrre molti testimonj di buona condotta, come usavasi per gli altri, ma si chiedeano discolpe dirette. Se la condanna fosse data per convinzione individuale, un altro censore poteva cassarla: tutte poi poteano essere abolite dai censori successivi.Altri censori praticavano il medesimo scandaglio nelle colonie e ne’ municipj, trasmettendone gli atti all’uffizio di Roma, che deponeva nel tempio delle Ninfe questo periodico sindacato.LEGGIChiamavano propriamenteleggeuna deliberazione presa ne’ comizj centuriati da’ patrizj e plebei d’accordo, per rogazione d’un magistrato superiore:plebiscito, una risoluzione della sola plebe ne’ comizj tributi, per rogazione d’un magistrato plebeo[323]; era obbligatorio per tutto il popolo (pag. 184); anzi i plebisciti sono le più acclamate leggi del diritto romano. Faceansi leggi per tribù, per curie, per centurie, e di queste medesime variavano i modi d’iniziativa e di sanzione. Una legge si proponeva dapprima al senato: se in questo passasse, promulgavasi per tre successivi mercati, acciocchè anche i campagnuoli potessero prenderne cognizione: al dì prefisso convocavasi il popolo nel campo Marzio, si discuteva, si mandava a voti. Per raccogliere questi, facevansi tanti ponticelli quante le centurie; e ciascun cittadino, passando pel suo, riceveva delle tessere, colle quali esprimeva secretamente il suo voto. Se si trattava di legge, la tessera favorevole portava VR, l’altra A, cioèVti RogaseAntiquo; se di giudizio, una il C, una l’A, una NL, cioèCondemno,Absolvo,Non Liquet. I voti valevano complessivamente per centurie.PLEBISCITIAltre volte il voto era palese. Così allorquando quelli d’Aricia e d’Ardea disputavano fra loro un territorio, e si riportarono all’arbitramento de’ Romani, questi raccolsero le tribù per decidere, e posero due urne, l’una per il sì, l’altra per il no. Ma insorse una quistione incidente, essendosi asserito che il territorio conteso non apparteneva a nessuno dei due litiganti, sibbene ai Romani; onde una terza urna fu riservata a tal quistione, e tutti i voti caddero in quella[324].RIFORMEIl diritto romano non procedette per improvvise e violente rivoluzioni; gloriandosi di rimaner saldo agli antichi statuti, non derogò mai le XII Tavole[325], e lasciava che i magistrati, e principalmente gli editti dei pretori e degli edili supplissero ai difetti ed interpretassero.MAGISTRATIA ciascuna delle differenti magistrature spettava una porzione dell’autorità sovrana, restando indipendenti nell’azione a loro attribuita; e soltanto sotto l’Impero le vedremo coordinate in una vasta gerarchia, che le une sottomette alle altre. Un potere sommo, al quale tutto si riporti, tutto riesca, fu ignoto a Roma repubblicana; i magistrati quasi non dipendevano dal senato nè dal popolo, se non in quanto allo scadere doveano subire il sindacato; fra loro stessi operavano da eguali, non per delegazione o sotto gli ordini d’un superiore, ma in virtù del potere conferito dall’elezione popolare, e perciò responsali della propria gestione, ognuno estendendosi fin dove cominciavano le attribuzioni dell’altro, ognuno potendo quel che valeva a compire da sè, nè avendo modo di costringere gli altri, che erano inferiori a lui ma non subordinati.DITTATORIE appunto perchè la costituzione non determinava i limiti delle varie magistrature, e moltissimo attribuiva alla bontà e dottrina, le qualità personali davano ad uno maggiore o minore autorità, ed agevolezze alle usurpazioni. Quando poi bisognassero rimedj più pronti ed efficaci, la costituzione distruggeva se stessa coll’accordare potere assoluto ad un dittatore, che, magistrato, legislatore, capitano, senz’appello al popolo, tenuto come dio (pro numine observatus), poteva quando volesse farsi tiranno. Che valore avea la prescrizione che dopo sei mesi egli deponesse il potere?Le magistrature, tutte a tempo ed elettive, distinguevansi in ordinarie e straordinarie; e in ciascuna v’avea magistrati grandi, godenti il poter militare e l’autorità civile (imperium et potestas); e magistrati minori, investiti di potere limitato. Nei grandi, i consoli, i pretori, i censori erano magistrati ordinarj; straordinarj il dittatore e il suo luogotenente, il prefetto della città, l’interrè. Minori gli edili plebei e curuli, i questori e i tribuni.CONSOLIDel governo stavano a capo due consoli, re annuali scelti fra nobili o plebei. Presedevano alle adunanze del popolo e del senato, raccoglievano i voti, curavano l’esecuzione dei decreti; introducevano gli ambasciatori stranieri, cernivano i guerrieri fra i cittadini e i federati, nominavano i tribuni nelle legioni, soprintendevano alle cerimonie religiose e alle finanze; e sebbene di rado potessero in persona amministrare la giustizia, erano però considerati come supremi custodi delle leggi, dell’equità e della disciplina, e molte cause venivano dai tribunali ordinarj portate al consolare in ultima istanza. Il senato poteva prorogar loro il comando degli eserciti, dare o negare le somme necessarie; il popolo doveva servirli in guerra, e rivedere le spese e i trattati da loro conchiusi coll’inimico: onde erano costrettitenersi amici l’uno e l’altro. Riceveano poi omaggi che oggi non si soffrirebbero: ritirarsi al loro passaggio, scendere da cavallo o alzarsi da sedere all’apparir loro; se no, le battiture dei littori: Acilio spezzò la sedia curule d’un pretore che non si levò.PRETORIDai fasci ond’erano accompagnati si tolse la scure, per dinotare che non aveano il diritto di sangue; la rimetteano però dopo usciti un miglio da Roma, recuperando quel potere illimitato ch’è conveniente a un capo d’esercito. Di fatto in tempo di guerra potevano senza limiti, o quando ne’ frangenti il senato commettesse loro l’autorità dittatoria perchè salvassero la repubblica. Pure, finchè non si uscì d’Italia, i consoli anche a capo dell’esercito sottostavano al veto de’ tribuni, alla continua vigilanza del senato, che potea negar loro i viveri o richiamarli: ma quando si varcarono i mari (riflette Polibio) furono tutto; essi pretori, censori, edili, essi popolo e senato; patteggiavano co’ vinti, imponevano tributi e leggi, levavano soldati; regnavano insomma, ed apprendevano le pericolose blandizie del comandare indipendente.Gli antichi re aveano in sè unito il presedere alle grandi assemblee ed al senato, il comandar agli eserciti, l’amministrare la giustizia; altrettanto continuarono i consoli: ma quando venne accomunata a’ plebei questa suprema magistratura, i nobili tentarono cincischiarla col nominare pretori che, scelti sempre fra i patrizj, rendessero giustizia. Non andarono però sei lustri che anche alla pretura fu scelto un plebeo. I pretori adempivano le veci del console quand’egli assente o quando altrimenti occorresse; ma special loro attribuzione erano i giudizj inferiori.Dalla distinzione fra cittadini e forestieri nascevano due diritti, l’uno dettocivile, l’altrodelle genti. Il civile regolava le prerogative, e proteggeva le azioni del cittadinoromano secondo le leggi patrie. Il diritto delle genti (tutt’altro da quello che oggi s’indica con tal nome) abbracciava le relazioni sociali, il complesso di que’ principj giuridici in cui tutti i popoli civili sono d’accordo, e le regole dell’equità naturale[326].Per applicare tali diritti, al tempo della prima guerra punica si elessero un pretoreurbanoed unoperegrino; poi crebbero a quattro, a otto, a sedici e più. Le loro funzioni epilogavansi nella formolado, dico, addico: davanol’azione, l’eccezione, il possesso, i giudici, gli arbitri, i tutori;dicevanosentenze nelle cose controverse e ne’ casi possessorj;addicevano, cioè aggiudicavano quando si facesse cessione del diritto, nell’emancipazione e simili.Gravati di tanta responsabilità, al primo entrare in carica doveano, anche per proprio interesse, fare pubblica professione del come avrebbero in quell’anno esercitato la parte che la costituzione lasciava a loro arbitrio, senza ledere il diritto civile[327]. Esponeano dunque uneditto, oggi diremmo un programma, riguardante specialmente quel che noi qualificheremmo di diritto amministrativo; conservando ciò che trovassero buono negli antecessori, correggendo i difetti, proponendo nuove formole d’azione; dal che veniva a progressivamente migliorarsi la legislazione, secondando il variar de’ costumi e dell’opinione senza radicali sovvertimenti; e la rigidezza della legge scritta era piegata, principalmente colle finzioni[328], col mutar nomi,colle eccezioni e col restituire in intiero; mostrando sempre appoggiarsi all’antico diritto anche quando vi si contraddiceva.GIURISDIZIONEIl carattere dei poteri giudiziali fra i Romani risulta dalla distinzione che faceasi tra gius e giudizio, tra magistrato e giudici. Gius è il diritto; giudizio sono le istanze, l’esame, la sentenza. Il magistrato dichiara il diritto, lo fa eseguire, risolve l’affare qualora la dichiarazione del diritto basti alla soluzione; in caso contrario, assegna qual potere dovrà giudicare i litigi, e qual diritto regolarli. I giudici esaminano la controversia e le discussioni fra le parti, e le terminano colla sentenza. A quello dunque spetta, oggi diremmo, la decisione del diritto; a questi la decisione del fatto, valutandolo però giuridicamente.Anche ne’ giudizj rimaneva dunque la sovranità al popolo, il quale esercitava la giurisdizione direttamente ne’ casi capitali, e per delegazione nelle materie di ragione privata. Annualmente ne’ comizj da ciascuna tribù si eleggevano tre giudici, detti perciò centumviri, e si dividevano in quattro collegi, che, ora separati ora congiunti, procedevano intorno alle quistioni di diritti famigliari, di dominio quiritario, di successione. Forse in tutti i casi[329], ma certamente in quelli che non fossero di competenza del tribunale centumvirale, le parti, dopo esposta la contestazione al pretore, sceglievano d’accordo l’arbitro od il giudice, che doveva discutere la causa secondo la formola data dal pretore[330]. Il giudice si designava ne’ casi di strettodiritto, ove cioè si trattasse di cosa certa e determinata; l’arbitro in quelliex æquo et bono, ossia di equità; e quello e questo fra le persone annualmente trascelte ad esercitare i giudizj. Per un pezzo furono dell’Ordine senatorio, dappoi vi pretesero anche i cavalieri, dal che vedremo sorgere conflitti gravissimi.Per le liti con stranieri o fra stranieri, il pretore deputava Recuperatori, che doveano risolverle colla massima sollecitudine; il qual vantaggio li fece poi adottare anche pei cittadini nei casi di possessorio o di risarcimento di danni derivati da ingiuria o da delitto.DIRITTO AUGURALETal era quella mescolanza di tre governi che gli antichi ammiravano, e dove s’avea coi consoli unità dell’esecuzione, col senato sperienza ne’ consigli, col popolo vigor nell’azione; per modo che tutte le forze dello Stato convergeano con irresistibile potenza alla grandezza della repubblica. Il console può tutto, ma il senato può negargli i mezzi, il tribuno impedirne le decisioni; tocca al popolo il sindacarne gli atti, e punirlo o premiarlo col novamente eleggerlo. Il senato sembra il padrone della repubblica agli stranieri che trattano con esso solo; eppure è sottoposto alla revisione dei censori, è preseduto dai consoli, è remorato dai tribuni, e deve aspettar le leggi delle centurie e delle tribù. Il popolo rimane corpo sovrano al fôro, ma ne’ tribunali ha per giudici i cavalieri, nell’esercito per generale il console; dipende dal senato e dai censori per gli appalti e pei possessi: il patrizio si mescola fra’ plebei a sollecitarne il voto, a comprarlo anche col denaro che i suoi avi ne hanno usurpato. Da quest’equilibrio tanta forza, tanta preveggenza, tanto senno politico.Chi ci ha intesi parlare più volte d’auspizj, comprenderàquanta parte avessero nell’amministrazione, ogni atto della quale esigeva la sanzione divina. L’auspizio era l’osservazione rituale di certi segni, come fenomeni celesti e meteore, volo di uccelli, tripudio o svogliatezza dei polli sacri nel prender cibo, cammino di serpenti o d’altri animali, che doveano attestare l’assenso o la disapprovazione degli Dei.Carattere essenziale del magistrato in Roma era il poter consultare da sè gli auspizj; ma per lo più ricorreva agli auguri, che conosceano le posizioni, il tempo, i riti, e che per ciò trovavansi in mano le guise di sciogliere un’adunanza, sospendere una nomina, abrogare una decisione, limitare insomma l’autorità non solo dei magistrati, ma del senato e del popolo. «Il diritto più grande ed eccellente nella Repubblica (diceva Cicerone) è quello degli auguri, che sorpassa l’autorità. Qual cosa maggiore che il poter disciogliere i comizj e le assemblee convocate dai magistrati supremi, e annullarle dopo fatte? qual cosa più rilevante che il veder un’impresa interrotta se l’augure assegna un altro dì? qual cosa più magnifica che poter decretare ai consoli d’abdicarsi dalla magistratura? qual cosa più religiosa che il concedere o no l’adunanza del popolo? abolire una legge se non è proposta secondo le forme? Senza l’autorità loro insomma nulla di quel che fanno i magistrati in città o fuori, può essere approvato»[331].Gli auguri erano a vita, eletti ne’ comizj come gli altri collegi. Dopo che le conquiste si allargarono, acciocchè il generale non fosse costretto abbandonare a lungo l’esercito per venire a Roma a consultare gli auspizj, sceglievasi un pezzo del territorio conquistato, si dichiarava romano, ed ivi il generale compiva la cerimonia[332].SACERDOTIQuindici sommi pontefici, ispettori delle cose sacre, proferivano sulle dubbiezze che facilmente insorgono in un sistema tradizionale. I quindecemviri, portati a questo numero sotto Silla, inamovibili e specialmente devoti ad Apollo, custodivano i libri Sibillini, e ne interrogavano i vaticinj; per mezzo de’ quali furono introdotte tante novità nel culto nazionale, e mantenutivi riti atroci, fino al sepellire persone vive. Gli Epuloni, determinati nel numero di sette da Silla stesso, faceano gli onori del banchetto di Giove. I sacerdoti sceglievansi fra cittadini primarj e nobili; nè i plebei vi s’introdussero se non quando il numero ne fu aumentato.CULTOAuguri, pontefici, quindecemviri, epuloni formavano i grandi collegi, ciascuno sotto unmagistero capo particolare, cui sovrastava il pontefice massimo, custode de’ formolarj religiosi, esecutore de’ maggiori sacrifizj. Eletto dal popolo intero, era inamovibile; la sua casa dovea rimanere continuamente aperta al pubblico; e fu sempre un patrizio fin a Tiberio Coruncanio nel ii secolo avanti Cristo. Patrizj erano pure i quattro del suo consiglio; ma nel 301 vi si aggiunsero quattro plebei, poi sotto Silla crebbero a sedici. Dalle costoro decisioni davasi appello all’assemblea del popolo. Unrex sacrificulus, patrizio, di comparsa e nulla più, adempiva i riti che anticamente spettavano ai re; e nella festa commemorativa della costoro cacciata (regifugium), dopo immolate le vittime, egli davasi in fuga.Quattro collegi inferiori comprendevano i Fratelli Arvali, i venticinque Tiziesi, i venti Feciali che sancivano la pace e intimavano la guerra, e i Curioni che assistevano alle adunanze delle curie. A nessun collegio appartenevano gli Aruspici, indovini poco stimati, che leggevano nelle viscere delle vittime ciò che la prudenza dei padri trovava opportuno alla patria. Altre confraternitesi dedicavano al culto speciale di qualche divinità, come i Galli a Cibele, i Luperci a Pane, i Salj a Marte. I tre flamini di Giove, Marte e Quirino, rappresentavano le tre genti, aggregatesi da principio per costituire la curia romana. A tutti ajutavano sacristani, notaj, macellaj, musici, camilli, cioè fanciulli de’ due sessi.VESTALILe sei vergini Vestali custodivano il fuoco sacro di Vesta e le arcane cose cui era appoggiata la salvezza di Roma. Lo spegnersi di quel fuoco si considerava come pubblica calamità, nè altro portento atterrì più di questo durante la seconda guerra punica. Un littore precedeva le Vestali; consoli e littori scontrandole, abbassavano i fasci; esse in cocchio, anche quando la legge il vietava ad ogni altro; esse distinto sedile agli spettacoli; la loro dichiarazione in giudizio equivaleva a giuramento; uno condotto a morte che per caso le incontrasse, rimaneva assolto. Se si adornavano più sollecitamente che a vergine non convenga, erano dal pontefice ammonite; ne erano battute colla sferza nell’interno del tempio se negligessero il culto; se poi macchiassero la castità, sepolte vive, e morto il complice.Le spese del culto erano sostenute dalle maggiori famiglie, dai privati che offrivano sacrifizj, da qualche possesso dei tempj medesimi, e dalle oblazioni, come erano quelle pei morti a Libitina, per le nascite a Lucina, per la toga virile alla Gioventù: occorrendo suppliva lo Stato.Ma la religione a Roma non si elevò mai nè a poesia nè a sublimi speculazioni; positiva e di semplice pratica, si atteggiò alla politica, come ogni altra cosa servendo allo Stato. I sacerdoti non si costituirono in un corpo compatto e prevalente, non duravano perpetui, non cessavano d’essere nel medesimo tempo cittadini e magistrati; nè pare dal sacerdozio derivassero lucro,sibbene considerazione e influenza: intervenivano a bandire la guerra e sodare la pace, sanzionavano ogni pubblico atto, preludevano cogli augurj alle determinazioni, interrogavano gli oracoli, ma vi si scorge sempre un intento politico, non ispirazione religiosa. Quindi i satirici facevano beffe impunemente degli auguri[333]; Cicerone, membro e panegirista di quel collegio, stupiva che due auguri potessero incontrarsi per via senza ridersi in viso; e Lelia domandava al marito Quinto Muzio Scevola perchè non vi aggregasse anche la fantesca, ben più esperta dello sfamare a tempo i polli.MUNICIPJInsomma Roma aveva governo municipale, nè mai ne cambiò natura, non distinguendo l’amministrazione della città da quella dello Stato; e sebbene, coll’ingrandirsi, molte attribuzioni primitive del senato e dei consoli venissero assegnate a magistrati nuovi, tutti conservarono sempre alcune attribuzioni meramente locali.Questo modello offrivasi agli occhi degli Italiani, che erano distribuiti in comunità al settentrione barbare e disgregate, al mezzodì eleganti e ambiziose alla greca, tutte ispirate dalla boria dell’autonomia, e gelose di non comunicarla ad altri. Roma invece, dall’istinto popolare dell’espansione spinta ad aggregare altri a sè, od estendere ad altri le proprie istituzioni municipali, accettava nella città gli avveniticci. Quest’assimilazione molto progredì sotto i re; ma l’aristocrazia succeduta la restrinse, non cercando l’aumento esterno, sibbene l’interna dominazione, e attenta a far tiranno il popolo fuori, per tiranneggiarlo dentro. In fatti, mentre il censo sotto Servio Tullio avea numerato ottantaquattromila cittadinisopra i sedici anni, quello del 245 alla cacciata dei re ne offrì centrentamila, e quello del 278 soli cendiecimila, che dieci anni appresso erano ridotti a cenquattromila ducenquattordici. La plebe pensava altrimenti dagli aristocratici, ed anzichè inimicare i vicini, reclamava per loro la partecipazione de’ diritti; onde appena essa rivalse, tornò ad estendere la concessione della cittadinanza. Questa però non distribuivasi a tutti eguale, ma moltiplicando e variando le concessioni in proporzione dello zelo, e per mantenere la gelosia od eccitare l’emulazione.Dicono che primamente nel 365, per rimeritare quelli di Cere dell’aver ospitato gli Dei nell’invasione gallica, fosse, per così dire, trapiantata la città, creando cittadini romani fuor del territorio di Roma; poi il diritto stesso di cittadini si suddivise e limitò secondo certe gradazioni, determinate dalle circostanze della concessione. I paesi cui fosse largita la cittadinanza romana, chiamavansimunicipj; si lasciavano governarsi con leggi proprie e proprj comizj, ma sul modello di Roma; l’ordine dei decurioni vi formava la curia, corrispondente al senato romano; ai consoli equivalevano i duumviri, con giurisdizione in certe cause e fino ad una somma prefissa; il quinquennale, il censore o curatore, il difensore, gli edili, gli attuarj n’erano le varie cariche, colle quali internamente si amministravano a tutto lor senno. Mentre restava membro della propria comunità indipendente, il municipe era anche cittadino di Roma, elettore, eleggibile, avendo una patria di nascita, una di diritto[334].I municipjoptimo jureaveano tutti i diritti e gli obblighi de’ cittadini romani; altri non godeano del suffragio, come i prischi plebei; servivano nelle legioni, ma non poteano arrivare alle dignità. Prezioso diritto ne era il poter ne’ municipj vivere franchi gli esigliati da Roma, talchè uno a Preneste appena o a Tivoli era sicuro dalla pena.Per quanto variasse la romana costituzione, restò sempre suo cardine che nella sola metropoli si esercitassero i poteri sovrani; comunicavansi ad altri, ma a condizione di usarne soltanto in Roma; nè mai si pensò a raccoglier i voti ne’ paesi, nè a far che mandassero rappresentanti e deputati. Il municipe dunque avea diritto di suffragio e di eleggibilità a Roma, ma purchè vi fosse in persona, ed in quanto trovavasi ascritto ad una tribù. Così Como apparteneva alla Oufentina, Volterra alla Sabatina, Genova e Pisa alla Galleria, Albenga alla Publilia, Vicenza alla Menenia, Altino e Cividale alla Scapzia, Padova alla Fabia, Aquileja alla Velina, Concordia alla Claudia, Este alla Romilia, e via discorrete.DIRITTO LATINOOltre i cittadini adottivi, Roma largheggiò di privilegi coi Latini, che già trovansi sistemati alla foggia di Roma primitiva; onde ai sette colli facevano corona città latine, pari in diritto di suffragio ai Romani. Questo privilegio fu poi esteso ad altre in tutta Italia, ed oltre le città de’ Sabini, Tusculo, Cere, Lanuvio, Aricia, Pedo, Nomento, Acerra, Anagni, Cuma, Priverna, Fundi, Formia, Suessa, Trebula, Arpino, abbracciava pure Circeo e Ardea, Cora e Norba tra i Volsci, Fregelle e Interamna sul Liri, Alba dei Marsi, Lucera e Venosa dell’Apulia, Adria e Fermo nel Piceno, Brindisi e Arimino. Di queste alcune eranosocii, datisi senza guerra, o venuti in colonia, e godevano pieni diritti: altrefœderati, ricevuti dopo vinti e a condizione inferiore, nonacquistando la podestà patria, nè le nozze alla romana, nè la capacità di testare a pro d’un romano cittadino o di ereditarne, nè l’inviolabilità della persona; talchè rimaneano un di mezzo fra cittadini e forestieri, con divieto di tenere assemblee generali, far guerre, contrarre matrimonio fuori del territorio.DIRITTO ITALICOIl gius italico non conferiva privilegio di sorta al cittadino individuo, bensì alla città in complesso attribuiva la proprietà quiritaria del terreno ed il commercio; dal che derivavano l’esenzione da imposta prediale, e la capacità alla mancipazione, all’usucapione, alla vindicazione. Ma se un italico aspirasse a divenire cittadino romano, bisognava passasse pel diritto del Lazio.Molto variava la condizione delle regioni sottoposte al gius italico. In alcune si mandava ogni anno un prefetto per rendere giustizia o amministrarne gli affari. Lededitizierestavano a discrezione del senato come suddite. Altre aveano titolo dialleate, ma coi guaj delle alleanze coi forti; e per esempio Taranto era libera, ma colla cittadella occupata da una legione, e demolite le mura; Napoli pure, ma nol sentiva che per dover dare navi e soldati. Anzi talvolta mutavano condizione; e Capua da federata divenne per castigo prefettura, indi colonia; Cuma, Acerra, Suessula, Atella, Formio, Piperno, Anagni da municipj si ridussero in colonie, e a volta in prefetture; colonie erano Casilino, Vulturno, Linterno, Pozzuoli, Saturnia; prefetture sempre Calatia, Venafro, Alifa, Frusilone, Rieti, Nursia.Di tali diritti internazionali ci scarseggiano tanto i documenti, che non bene accertiamo a quali condizioni stessero gli Etruschi; ma pare non godessero del diritto latino, bensì di particolari capitolazioni, abbastanza larghe, almeno in quanto concerne la classe dominante dei lucumoni. Il loro ammollimento toglieva di temerli; faceali venerare la conoscenza delle tradizioni religiose;e forse non andrebbe lungi dal vero chi li paragonasse al clero cristiano sotto i Longobardi. Loro legioni non troviamo negli eserciti romani; e i trentaquattromila uomini che essi coi Sabini allestirono contro i Galli nel 528, erano una difesa territoriale. Probabilmente erano privilegiati anche gli Umbri, razza bellicosa, che però non sembra partecipasse alla legione romana.Fra le città italiche nessuno annoveri le greche, le quali non ottennero mai que’ privilegi; pagavano tributo, non entravano nella legione, bensì poteano servire come ausiliari, e somministravano galee a Roma. Napoli alla greca restava divisa infratrie, rispondenti alle curie di Roma, e composte originariamente di trenta famiglie attorno al sacello d’un dio o d’un eroe, da cui prendeva nome, onde v’era quella degli Eumelidi, d’Ebone, di Castore, di Cerere, d’Artemisia, di Aristeo. Ogni quinquennio vi si celebravano concorsi di musica e di ginnastica, famosi quanto quelli della Grecia, della quale conservava i costumi, mentre vi diventavano stranieri i vicini. Da federata si mutò poi in colonia, e così Salerno e Nocera.COLONIEIl senato avocava a Roma gli Dei delle città vinte, o almeno sottoponeva i loro sacerdoti a’ suoi, che arrogandosi il privilegio della scienza augurale, quelli destituivano d’ogni influenza politica. Ma non si dimenticava che un popolo soffre men dolorosamente la perdita dell’indipendenza, che lo sprezzo delle costumanze; giacchè quella attesta la maggior forza del vincitore, questa ne esprime il vilipendio. Laonde Roma non aboliva le consuetudini particolari, lasciava s’amministrassero nell’interno, conferissero la cittadinanza, tumultuassero ne’ loro comizj, insomma si lusingassero delle apparenze di libertà. Che se, per imitazione dellarivoluzione romana, alla nobiltà di razza era succeduta nel primato la nobiltà personale (optimates) e ricca, il senato romano avrà facilmente potuto impedire che la democrazia vi prevalesse all’oligarchia.Le colonie erano tutt’altra cosa da quelle che vedemmo la Grecia diffondere per tutto a prosperamento del commercio, e che rimanevano indipendenti dalla madrepatria (pag. 205). Le colonie romane erano istituzioni politiche, a tutto vantaggio della metropoli, quasi sentinelle avanzate ne’ posti che si trovassero meglio opportuni, non per prosperare il paese, ma per custodirlo dai nemici. Così allo sbocco della foresta Ciminia si colonizzarono Sutrio e Nepete; Anzio per vigilare la costa dei Volsci; Velletri, Norba, Sezia per tenere in soggezione la montagna; Anxur per separare il Lazio dalla Campania sul Liri; Fregelle, Sora, Interamna, Minturno per ischermire il Lazio dai Sanniti; e più indentro Attina, Aquino, Casino; così dicasi delle altre. Nella nessuna importanza che anticamente attribuivasi alla campagna, possono tali città considerarsi come fortezze, piantate in territorio nemico; e i coloni come guernigioni, che non poteano cospirare co’ natìi.Gli spediti in colonia erano più o meno; mille cinquecento a Lavico, duemila cinquecento a Luceria, tremila ad Aquileja, e fin seimila famiglie a Piacenza e Cremona: e variava la quantità di terreno ad essi distribuita, or di due soli jugeri, or fino di cinquanta ai fanti e cenquaranta ai cavalieri, come fu ad Aquileja. I prischi abitanti vi rimanevano peregrini, in comunità distinta, e al modo indigeno; i trapiantati possedevano il diritto romano o l’italico, siccome rami staccati dal tronco, e un governo municipale conforme al romano con decurioni, duumviri, censori. Le cinquanta colonie fondate prima della guerra punica, tutte nell’Italia centrale eccetto tre, e venti altre stabilite più lontano fra il 197e il 177, godeano la romana cittadinanza, ma non il suffragio[335]; o, a dir più giusto, erano impedite dall’esercitarlo, cioè dal trasferirsi a Roma. Chi nelle colonie potesse salire agli impieghi, diventava municipe, e per conseguenza cittadino romano, ammissibile agli onori della metropoli. I Latini che volessero divenir tali, lasciavano i figliuoli a rappresentarli nella città nativa, ed essi trasferivansi a Roma in qualche magistratura: o convinceano di prevaricazione alcun magistrato romano; passo di molto rischio e d’incerta riuscita.Le colonie dunque, non che aspirassero all’indipendenza come le greche e le moderne, aveano per proprio l’interesse della metropoli. Ecco perchè sì poco consenso trovò Annibale nella lunga sua guerra; e allorchè si parla di rivolte delle colonie, non s’intenda che i Romani stabiliti in quelle insorgessero contro la madrepatria, bensì i prischi abitatori rivoltavansi contro gli avveniticci, e per la prima cosa avranno trucidato i Romani che v’erano di casa, di bottega, di guarnigione[336].Dopo la guerra Sociale, la legge Giulia modificò quelle condizioni, e tutti gli Italiani vennero considerati Romani; onde in Italia non v’ebbe più nè federati nè municipi senza voto; alle colonie fu accomunato il diritto di suffragio e d’eleggibilità; ma al tempo stesso tutti dovettero adottare le romane leggi, a queste acconciando le patrie costituzioni, in modo di ridurle non al tipo di Roma, ma in armonia con quello. Una di tali costituzioni ci è conservata nella tavola d’Eraclea, città nel seno di Taranto, scritta dopo il 672 di Roma, scoperta nel 1732, e custodita nel museo napolitano, dalla quale e da altri riscontri si raccoglie che ogni municipio avea senati locali, a vita, e di numero prefisso; l’assemblea popolare di ciascuna città nominava ai posti del senato vacanti; sovra presentazione dei predecessori, i magistrati erano eletti ne’ comizj municipali come usavasi a Roma; ed erano responsali in denaro de’ proprj falli. Esistevano inoltre borgate e mercati (fora,conciliabula) non ancora elevati a municipj.In somma i Romani, nati in piccola città, applicavano ai vinti gli stessi loro regolamenti interni; il diritto pubblico imitava il diritto civile; e come il padrefamiglia trattava da famuli o schiavi i suoi sottoposti, ovvero li rendeva liberti o gli adottava, così Roma facea de’ popoli. In essa città, dove lo straniero non godeva alcun diritto, neppur quello della giustizia, importava di farsi ospiti di qualche casa o persona. Se ne stendeva contratto, e alcuni ce ne rimangono scolpiti in pietra o in bronzo, pei quali il patrono obbligavasi a dare al cliente ospitalità, tutelarlo, procurarne il maggior utile ed onore; e il cliente di rimpatto onorarlo qual padre, fargli corteggio, somministrargli denaro, riscattarlo se cadesse prigione in guerra. Al modo stesso popoli interi si posero sotto al patronato di qualche famiglia, per esempio de’ Fabj gli Allobrogi, degliAntonj i Bolognesi, de’ Marcelli i Siciliani, affine di avere chi ne sostenesse le ragioni[337].PARTECIPAZIONE ALLA CITTADINANZARoma stessa talvolta conveniva dell’ospitalità con privati o con popoli; posizione non ben definita, che lasciava ai collegati l’indipendenza, ma debole. Camillo, occupata Vejo, manda una tazza d’oro al dio di Delfo; ma la nave tra via è presa dai Liparioti, famosi corsari. Timasiteo, uno d’essi, per riverenza a Roma e al nume, persuade i suoi a restituire il latrocinio; e il senato in benemerenza gli decreta regali e il diritto d’ospitalità. Dopo un secolo e mezzo i Romani conquistano Lipari, ma conservano liberi ed immuni da tributo i discendenti di Timasiteo[338].Tante gradazioni di dipendenza riescono difficilissime a intendersi da noi, avvezzi all’uniformità: ma è il capolavoro della politica di Roma questo assimilare i vinti. Fin allora i popoli del mondo tenevansi serrati fra gelose barriere, escludendo ogn’altro dai privilegi che conferiva la cittadinanza; laonde i vinti restavano o servi o plebeex lege. Da qualche conquistatore erano unite sotto scettro di ferro più comunità? non per questo si fondeano, e ben tosto ne erano sbrancate novamente, senza conservare della dominatrice che odio e sgomento.Anche le costituzioni de’ primitivi Itali trovammotutte comunali; un paese ostile all’altro, ed eliminando gli stranieri: pure faceano confederazioni, che accomunavano i diritti dei varj. Ma Roma procede con ben altra risolutezza, e gli aggrega. Da principio si popola col ricoverare chiunque vuol entrarvi ai patti prescritti; ora i vinti Albani, ora i vincitori Sabini costringe o alletta a trasferire i loro penati presso i suoi: tribù, popolazioni, razze acquistano la cittadinanza romana: poi si creano cittadini in altri paesi, e tutti si ascrivono alle tribù della città, e tutti possono esercitarvi i civili diritti[339]. Se lo spirito aristocratico del governo consolare restrinse questo afflusso di forestieri, la plebe e i fautori di essa da Spurio Cassio fino a Cesare caldeggiavano che gli Itali fossero pareggiati di diritti ai Romani.CITTADINANZAInoltre nelle provincie, eccetto la Sardegna, v’aveva alcune cittàlibere; ve n’aveva di immuni da tributo; come v’erano cittadini e liberi e immuni o personalmente o con tutta la schiatta: anzi ai Greci furono restituite perfino le assemblee pubbliche, e l’adoprar giudici di propria nazione, e risolvere le liti colle leggi patrie. Pertanto Roma, se si disanguava colle guerre, presto se ne rifaceva coll’assimilarsi i vinti; questi esistevano per essa, mentre essa colle colonie rifondeva la vita ne’ paesi assoggettati. Col concedere la cittadinanza come liberalità ai più benemeriti e fedeli, preparavasipartitanti nella lontana contrada, e traeva a sè quel che di meglio fosse fuori. Questi aggregati talmente s’identificavano con Roma, che parlando di essa dicevano «Noi, e i padri nostri, e il nostro fondatore Romolo»; al modo che gli Svizzeri del canton Ticino o di Ginevra si dicono figli di Tell. Così Roma compiva un gran passo sociale, qual era il trarre il mondo ad un’unità non prima conosciuta; estendeva il proprio Comune fino ad abbracciare tutto il mondo incivilito; e ne sarebbe divenuta immortale, se l’eccesso delle conquiste non avesse precipitato in lei tanti forestieri, che l’utile pasto riuscì a micidiale replezione.TRISTA CONDIZIONE DEI VINTIQuanto all’esterno, mai non erasi più sapientemente applicato ilDividi e impera; giacchè surrogando le città alle nazioni, e creando tanti interessi diversi, s’impediva acquistassero la potenza che deriva dall’unità d’intento; dappertutto rotti que’ vincoli con cui le popolazioni si teneano fra loro, tolte le alleanze, le assemblee, sino il far transazioni commerciali e matrimonj fra esse. La condizione de’ possedimenti era differente anche fra gl’Italiani; e mentre il cittadino poteva divenire proprietario assoluto d’un campo conquistato, un Italiano non n’avea che il possesso precario. Que’ tanti Romani sparsi nelle colonie poteano usurpare il possesso del vicino, e questo non aveva diritto di citarlo ai tribunali di Roma se non per mezzo d’un patrono, il quale troppo facilmente si conniveva al compatrioto.Gli Italiani (salvo i pochi ch’ebbero lo juscommercii et connubii) non possono ereditare nè comprare da un cittadino romano, nè vendergli se non a rischio e pericolo, e senza che la legge lo sussidii se il cittadino neghi il prezzo, o frodi i patti, o manchi alle scadenze. Altrettanto avviene dal creditore al debitore. Il cittadino, protetto sempre dalla legge e dai tribuni, non potrà essere incarcerato, non battuto, non crocifisso; l’Italianosì: questo non fruirà d’eguale condizione nell’esercito, ov’è escluso dalla legione, e ammesso solo nella coorte; nelle retribuzioni riceverà quel poco che si vorrà concedergli; il generale può, anche per colpe leggiere, decapitare un prefetto degl’Italiani, e aggiungervi l’ignominia; la bastonatura di questi si fa con altro legno che quel di vite, riservato ai Romani. Nè calza male il paragone di quello stato colle colonie d’America: gli uomini bianchi, gli Europei, vi rappresentano il cittadino romano; i bianchi, non mescolati di sangue africano ma d’altra razza che l’europea, equivalgono al greco, all’italioto, all’etrusco; il mulatto e il negro sono nella degradazione in cui erano tenuti gli stranieri, i Barbari.La giustizia degli antichi non si fondava sopra basi eterne, quali l’eguaglianza di tutti gli uomini e la paternità dello stesso Dio, ma sui patti reciproci. I membri d’una società aveano franchezza, diritti, onori; gli estranei rimanevano nemici da trattarsi col diritto del più forte; i vinti erano una genìa abbandonata dagli Dei, e perciò inferiore, e destinata a servizio ed utile del vincitore. E ragione e coscienza vedemmo ammutolirsi nelle conquiste; e dacchè non si trattava più di cittadini, anche i magistrati si permettevano ogni abuso ne’ paesi conquistati, anzi talvolta contro gli stessi socj, pei quali la libertà conceduta riusciva di mero nome[340].Date questi diritti a gente sobria, casalinga, agricola, osservatrice, quantunque cavillosa, della promessa e della stretta parola, e farà sentire una dominazione severa, inumana se volete, pure coscienziata, quando anche la coscienza possa essere erronea. Ma se sottentriun popolo corrotto da improvvise ricchezze, che non farà soffrire a questi medesimi Italiani, che pur godono il titolo di socj, di alleati, fin di liberi? L’anno della sconfitta di Perseo, dalla quale comincia a irrompere la prepotenza pubblica e privata, il console per la prima volta ordinò che gli alleati di Preneste gli uscissero incontro, ed allestissero alloggi e cavalli. Un altro fece sferzare i magistrati d’una città alleata, che non gli aveva apparecchiato abbondanza di viveri. Un mandriano di Venosa, vedendo gli schiavi portare in lettiga un cittadino romano, domanda—Che? è egli morto?» e l’arguzia gli costa la vita sotto le bastonate. Un censore, per adornare un tempio da lui costruito, leva il tetto a quello di Giunone Lucina, il più venerato d’Italia. Venuto il console a Teano, sua moglie desidera lavarsi nel bagno degli uomini; e non essendo questo sgombrato abbastanza sollecitamente, il primario cittadino è fatto snudare e flagellare in pubblica piazza: atterriti quei di Caleno decretano che veruno si accosti ai bagni finchè un magistrato romano si trovi nella città. Per consimile titolo a Ferentino il pretore fece arrestare i questori, uno dei quali fu battuto a verghe, l’altro si sottrasse all’obbrobrio dandosi a precipizio da un’altura[341]. Le api d’un villano molestavano un potente vicino, il quale gliele distrusse; il villano risolse di trasferire altrove i poveri penati,—Ma (diceva) non ho potuto trovare un angolo che non fosse accostato da ricchi e poderosi; non un ricovero contro l’arbitrio e l’oppressione».LE PROVINCIEA quanto peggior condizione doveano trovarsi le provincie! Acquistato un paese, Roma lo lasciava alcun tempo governare da principi nazionali od impostigli,finchè lo avesse indocilito al giogo; allora li sbalzava, e riducevalo a provincia: al che pure riusciva l’alleanza contratta con qualche città o Stato libero. La prima sua cura consisteva nel torgli ogni pubblica forza o costituzionale libertà, e singolarmente scomporre quelle confederazioni, che cara le aveano fatto costar la vittoria sopra l’Etruria, la Gallia e la Grecia. Del suolo della provincia l’alto dominio supponeasi spettare al popolo romano; gli abitanti non aveano che l’usufrutto, pagandone tributo, oltre l’imposta personale, e non erano ammessi alla milizia. Un consulto del senato determinava l’ordinamento delle provincie, vario l’una dall’altra, ma tutte in sudditanza assoluta. Il prisco diritto pubblico e civile dovea dar luogo alla legislazione nuova, il potere sovrano ridursi in un magistrato di Roma, cui competevano la giurisdizione, l’amministrazione, e spesso anco il comando militare. Alle città lasciavasi un’amministrazione propria, modellata sugli statuti antichi, ma alle forme democratiche cercavasi surrogare l’aristocrazia.Conquistata la Sicilia, nè trovando bisogno o convenienza d’unirla alla fortuna di Roma, fu ridotta a provincia, e la prima ordinanza fu data da Marcello dopo l’insurrezione degli schiavi: Rupilio la riformò, e da Cicerone possiamo raccorne l’essenza. Comprendeva diciassette città o popoli tributarj, di cui cioè eransi confiscate le terre, poi restituite ai prischi possessori col peso d’un’annua retribuzione. Ma fedele al sistema di non render eguale a tutti il giogo, il senato lasciò a Messina, Taormina, Noto il diritto d’alleate; altre cinque godeano l’immunità; la restante isola pagava la decima de’ frutti. Le terre del dominio pubblico doveano una tassa, che ciascun lustro prefiggevasi dai censori: quelle soggette a decima la pagavano quale Gerone aveala stabilita: le immuni erano obbligate a vendere e portarea proprie spese a Roma ottocentomila moggia di frumento per quattro sesterzj il moggio (frumentum imperatum), che servisse alle distribuzioni. Le liti fra una città e un cittadino giudicavansi dal senato d’un’altra città, beneviso alle parti: quelle fra membri d’una città stessa si risolveano secondo gli statuti d’essa città: quelle fra individui di città diverse, secondo le ordinanze di Rupilio. Se il Romano richiedesse in giudizio un Siciliano, era competente il tribunale siciliano; il romano se al contrario. Le dispute fra coltivatori e decimatori decidevansi secondo la legge di Gerone sui cereali; altre erano risolte da una specie di corte d’assise, formata di cittadini romani[342].A reggere le provincie, il senato spediva consoli usciti di carica e pretori, i quali, ad imitazione dei pretori urbano e peregrino (pag. 411), in uneditto di giurisdizioneesponevano le norme con cui governerebbero, confermando gl’istituti anteriori e introducendone di nuovi, o trasferendovi quelli della metropoli che paressero opportuni[343]. L’accompagnavano ordinariamente un questore per esigere l’imposta, e un intendente per regolare le finanze.Fosse pur liberale la data costituzione, ledevasi il sentimento nazionale coll’introdurre le usanze romane, ed anche la lingua dovunque non si parlasse la greca, e fin la religione; o se tolleravasi l’antica, come nell’Egitto e in Giudea, se ne proibivano le adunanze. Per fiscalità vietavansi talora le coltivazioni meglio confacenti, e la vigna e gli ulivi erano proibiti nei paesi transalpini[344]. I governatori poi, oltre avere immensi mezzi di guadagno legale, dalla illimitata potenza e dall’appoggio delle truppe accantonate venivano strascinati al tiranneggiare; e cambiandosi ogni anno, non aveano alle vessazioni neppur il limite della sazietà. Sallustio chiama spietata e intollerabile la dominazione romana[345]: Livio, liricamente e ingenuamente abbagliato dalla patria grandezza, tanto che di vero cuore s’indispettisce allorchè qualche popolo osa difendere contr’essa la vita e la libertà, Livio confessa che, dovunque è un pubblicano, ivi il diritto svanisce, la libertà non esiste più[346].Quando già s’era imparato a disobbedire al senato, Marcantonio senza riti mena una colonia a Casilino per soppiantare quella che prima vi sedeva; invade l’eredità di molti; altri poderi finge aver compri all’asta, che nessuno udì bandita; dall’ora terza fin a tarda notte dura in cene ubriache, giocando, bevendo, vomitando e ribevendo, tra bardassi e meretrici. Altrove il pretore, accolto ospitalmente a cena da uno spettabile cittadino, sopra mangiare gl’insinua di far condurre in mezzo l’unica figliuola; e resistendo questo, sipassa alla violenza, nasce un battibuglio, si uccide; e i cittadini non osano far giustizia dell’insultatore. Costui chiamavasi Verre; nome che impareremo a conoscere come compendio di tante scelleraggini.Anche dopo che l’interesse insegnò ad amicarsi le provincie, piuttosto che disanguarle e inasprirle con un giogo tanto grave quanto ingiurioso, si ebbero sempre in conto di dipendenze, non come parti integranti della repubblica: s’apriva la cittadinanza a molti individui, cioè s’interessavano i migliori all’incremento di Roma. il che equivaleva a formarvisi un partito; ma non furono mai chiamate, per via di rappresentanza, a costituire un’unità politica, quale ora l’intendiamo. Eccettuate le trentacinque tribù del territorio primitivo, l’amministrazione e la legislazione erano meramente locali: nè si sapeva estendere l’azione d’un governo centrale a tutte le parti del vasto dominio e ad ogni particolarità de’ pubblici ministeri. La vigilanza precisa, la regolata gerarchia di dipendenze, le rapide comunicazioni che a ciò son necessarie, mancavano agli antichi imperj; onde Roma dovea limitare la sua ingerenza agli oggetti generali, abbandonando la più parte dei parziali interessi o ad agenti spediti dalla metropoli, o a magistrati indigeni.Vigevano dunque ne’ paesi sudditi a Roma due poteri: uno supremo che ordinava, eseguiva, giudicava come ben gli paresse, non propenso per natura ad estendere l’intervenzione sua di là da quel che credesse opportuno alla pubblica ragione; l’altro ordinario, lasciandosi alle città, oltre l’interna amministrazione e il decidere d’alcune cause civili e criminali, anche molti atti veramente legislativi, esercitati dall’assemblea dei cittadini, ed eseguiti da magistrati municipali. Se si rallenti l’oppressiva direzione suprema, quei corpi aspireranno all’indipendenza invocando diritti, o ampliandole attribuzioni, spesso collegandosi in una specie di reggimento federativo: il che noi vedremo succedere al decader dell’Impero, preparando il primario elemento della moderna civiltà europea.Per le terre soggette diffondeansi in folla gl’Italiani, trattivi dagl’impieghi, dall’agricoltura, dall’appalto delle gabelle, principalmente dal traffico, che fu sempre la vita del nostro paese. In folla erano stanziati nella Numidia; Mitradate ne fece d’un colpo trucidare ottantamila nell’Asia, quaranta soli anni da che ridotta a provincia; aggiungansi i veterani cui circondavano i terreni dei vinti e i coloni: tutti modi di propagare la lingua, la civiltà e la riverenza del nome romano.FINANZELe conquiste crebbero le rendite della repubblica. Essa traeva denaro dalla taglia fondiaria che i cittadini pagavano, determinata dal senato a proporzione dell’occorrente, e della quale più non fu mestieri dopo la terza guerra macedonica; o dagli alleati d’Italia, che contribuivano diversi generi, secondo i luoghi; o dalle provincie, alcune delle quali pagavano tassa agraria e capitazioni gravose, oltre somministrare derrate in natura per emolumento de’ governanti, o per approvvigionare la capitale, o per emergenti straordinarj.La repubblica possedeva terreni sì in Italia, massime nella Campania, sì nelle provincie, che Cicerone chiama patrimonio del popolo romano; e li cedeva a lavoratori, esigendone un decimo del grano raccolto, un quinto del legname, e una lieve retribuzione pel bestiame: la quale rendita si dava in appalto di cinque in cinque anni. Ai porti ed al confine si riscotevano dazj sulle merci che entravano ed uscivano, e Roma e l’Italia ne furono esentate solo nel 694 per legge di Metello Nepote: ne’ porti di Sicilia tale diritto saliva alla ventesima[347]. Sulla compra o la vendita degli schiaviil fisco percepiva un ventesimo, serbato in apposito erario per le più stringenti necessità. Sul declinare della prima guerra punica, il censore Livio, per ciò soprannominato Salinatore, ridusse a monopolio il sale, onde impedire che i privati lo mettessero a prezzo eccessivo. Finalmente era pagata un’imposizione dai cavatori delle miniere, massime delle ricchissime d’argento nella Spagna. Uniamovi le ammende imposte dai magistrati, e il cui ricavo deponeasi nel tempio di Cerere.Eppure sotto Silla dittatore, appena a quaranta milioni di franchi sommava l’entrata totale; giacchè, oltre le contribuzioni e i consumi in natura, un’infinità di spese erano lasciate ai singoli paesi, al modo che fassi ora dagl’Inglesi e dagli Stati Uniti d’America. Nelle strettezze ricorrevasi a prestiti; qualche volta si alterò anche la moneta, come nella prima guerra punica riducendola d’un quinto del peso e conservandone il valore; nella seconda s’acquetarono i creditori con una doppia operazione, per cui quelli del pubblico perdettero la metà, quelli dei privati un quinto, e si emisero viglietti del tesoro. Finite le guerre, riparavano ai debiti il bottino e le contribuzioni dei vinti, i quali ne restavano disanguati in modo da non poter rialzare la testa, mentre Roma ne acquistava mezzi di far nuove guerre e trarre nuovi guadagni.Che veramente la scienza finanziaria dei Romani consisteva nella conquista; ignorando del resto come ben si crei, si consumi, si cambii e si diffonda la ricchezza. Cicerone nel trattatoDella repubblicainvestigando il principio e la miglior forma di governo, e i precipui elementi della vita dei popoli, parla della famiglia, dell’educazione pubblica, della giustizia, della religione; ma dell’economia tocca appena per incidenza[348].Vinte Cartagine, Corinto, Siracusa, la Macedonia, Pergamo, traboccarono in Roma le ricchezze. A Taranto furono prese ottantamila libbre d’oro e tremila talenti d’argento: i tesori di Perseo eccedevano il valore di quarantacinque milioni: Scipione da Cartagine portò nel tesoro cenventimila libbre d’argento: alla qual città fu imposto nella prima guerra il tributo di duemila ducento talenti, di diecimila nella seconda, ad Antioco quindicimila, mille a Filippo, cinquecento agli Etolj, altrettanti a Nabide, trecento ad Ariarato; sicchè in dodici anni cinque sole guerre arricchirono l’erario di trentamila talenti (165 milioni di lire). Ben tosto le conquiste di Pompeo crebbero i tributi dell’Asia a cento milioni: nei quattro suoi trionfi Cesare pose in mostra il valore di sessantamila talenti, oltre duemila ottocenventidue corone d’oro. Al rompersi della guerra civile, il tesoro conteneva un milione novecenventimila ottocenventinove libbre d’oro; poi sul finire della repubblica valutavasi da trecencinquanta a quattrocencinquanta milioni la rendita generale delle provincie romane. L’Egitto ai Tolomei fruttava dodicimila talenti, ma molto più ai Romani dopo che l’ebbero conquistato.L’esazione affidavasi ad appaltatori, che per lo più erano cavalieri; o a compagnie, che divenivano un flagello delle provincie e una corruttela per la capitale.Del denaro versato dai pubblicani nell’erario, il senato regolava l’erogazione, poco consultando il popolo per l’uscita come per l’imposizione. Venti questori vegliavano al pubblico tesoro ed alle rendite. Due sedevano in Roma, soprantendendo alla scossa delle imposte d’ogni natura ed ai conti, reprimendo anche le concussioni de’ pubblicani, e custodivano pure le leggi e i decreti del senato. Gli altri nelle provincie accompagnavano i consoli ed i pretori per fornire di viveri e denari le truppe, riscuotere le imposte e i generi dovuti alla repubblica, vendere le spoglie dei vinti; conservavano anche in deposito il peculio dei soldati; erano il secondo magistrato della provincia, e sostenevano le veci del pretore quando partisse. I conti erano riscontrati dai governatori, poi deposti al tesoro generale di Roma e negli archivj delle provincie.Il tesoro serbavasi nel tempio di Saturno a Roma, diviso in tre casse: nella prima le rendite per le spese correnti; nella seconda la ventesima sulle emancipazioni legali e sulla vendita degli schiavi, per le maggiori urgenze; nella terza l’oro coniato o no, proveniente da conquiste. Gli scribi del tesoro, quantunque impiegati subalterni, diventavano importantissimi, atteso che, essendo perpetui, acquistavano una pratica che li rendeva indispensabili ai questori delle provincie, eletti man mano.Dopo l’assedio di Vejo si diè paga ai soldati ed agli ausiliari, il che importava dispendio enorme. Di grave costo erano pure le flotte, sebbene il costruire e l’attrezzar le navi fosse obbligo di alcune provincie. Le costruzioni pubbliche e principalmente gli acquedotti ele strade portavano grande spesa, sminuita, è vero, dall’adoprarvisi i soldati o gli schiavi. Inoltre ai generali e ai soldati decretavansi regali, collane, statue; e spesso durante le guerre si votava qualche festa o tempio. Poco costava l’amministrazione delle provincie, ricevendo gli impiegati provvigione dal paese. Gli ambasciadori esteri venivano trattati suntuosamente coi vasi riservati pei banchetti sacri. La maggiore uscita derivava dalle distribuzioni di grano che si faceano ai cittadini bisognosi, dapprima soltanto nelle carestie, poi annualmente; crescenti a misura che la popolazione affluiva a Roma.TERRITORIO ROMANOAl momento ove siamo col nostro racconto, cioè centrent’anni avanti Cristo e seicenventiquattro dopo la fondazione di Roma, questa possedeva tutta quasi l’Italia, la Spagna, la Grecia; l’Adriatico le dava sicure comunicazioni dopo sottomessi gli Istrioti, i Giapodi, i Dalmati, gli Illirici; il passo fra l’Italia e la Spagna ben presto le fu assicurato dalle colonie d’Aix e di Narbona; nell’Asia Minore stendeva il dominio fin al Tauro; in Africa, sull’antico territorio di Cartagine; teneva l’Egitto in tutela, gli Ebrei alleati, ligi i re dell’Asia Minore; sicchè la città che dianzi si limitava fra Preneste e Tivoli, or sentivasi chiamare signora dall’oceano Atlantico alle rive dell’Eufrate e dall’Alpi all’Atlante. Questo territorio costituiva due grandi divisioni: l’Italia fin al Rubicone e alla Marca; e le provincie, che allora erano nove, cioè Sicilia, Corsica e Sardegna, la Cisalpina, la Macedonia colla Tessaglia, l’Illirio e l’Epiro, l’Acaja, vale a dire il Peloponneso, l’Ellade e le isole, l’Asia, l’Africa, la Spagna ulteriore e la citeriore. Affine di meglio sopravedere l’Italia, il senato la spartì fra quattro questori provinciali: uno risedeva ad Ostia, avendo sotto di sè l’Etruria, la Sabina, il Lazio fino al Liri; l’altro a Cales, regolando la Campania, il Sannio, la Lucania,i Bruzj; il terzo reggeva l’Umbria, il Piceno, i Ferentini, e via fin al lembo dell’Apulia; il quarto l’Apulia colla Calabria, nel qual nome erano congiunti i Salentini, i Messapi, i Tarantini.Allorchè Scipione Emiliano, in qualità di censore, chiudeva il lustro, nel sagrifizio consueto il cancelliere lesse la formola solenne delle preghiere, in cui si cercava agli Dei l’ampliamento dell’impero. Egli, invece di ripeterla, esclamò:—Grande e potente è abbastanza: supplico i Celesti di conservarlo eternamente intatto»[349].

Costituzione di Roma repubblicana.

Il piccolo Comune di Roma è dunque ingrandito a segno, da avere sottomessa tutta Italia non solo e le due penisole meridionali, ma molte altre parti dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa. Donde traeva le forze a tante conquiste, e alle ben maggiori che racconteremo? Dall’assimilarsi sempre nuovi cittadini.

La costituzione di Roma (già tanto il ripetemmo) da principio fu patriarcale, regolata dai seniori delle tre primitive tribù, aventi a capo il re, giudice supremo, sacerdote e capitano. I patrizj tendevano a limitare il potere di lui, egli ad emanciparsi col consentire diritti politici al Comune plebeo; al sollevarsi del quale, l’antica gente patrizia si trovò ridotta a non più che classe privilegiata. Quando Tarquinio Superbo volle esercitare il dominio senza consultare il senato, i patrizj insorsero, ed abolita la monarchia, costituirono un governo aristocratico. La plebe si trovò al fondo dell’oppressura sotto quella che intitolossi liberazione di Bruto: ma in quella irrequieta operosità che, propostosi un fine, non si stanca finchè non l’abbia raggiunto, da prima si riscosse da certi pesi, poi volle alcuni diritti, indi averparte nell’amministrazione della repubblica. Questo è il senso della lunga lotta fra gli ottimati e la plebe, la quale ottenne magistrati comunali, acquistò vigor di legge alle decisioni prese dal Comune a pluralità di voti, e divenne partecipe di tutte le cariche dello Stato una dopo l’altra; onde uscì una repubblica, dove i veri cittadini erano legalmente più liberi che mai non sieno stati in verun governo.

Al modo che il vulgo nella nobiltà, così gli stranieri penetravano nella città, e per quest’atto appunto Roma si discerne dagli altri Stati antichi, il cui angusto patriotismo respingeva gelosamente ogni elemento straniero. Cartagine, Atene, Sparta rimasero sempre una città, e presto perirono: Roma divenne un gran popolo senza cessare d’esser città, e non solo assorbendo ma assimilando idee, costumanze, persone d’ogni parte, a tutte infondendo la vita, e alla forza del numero accoppiando la forza dell’unità.

PATRIZJ E PLEBEI

La disuguaglianza fra i cittadini è carattere di tutte le società antiche: nè pari diritto godevano quelli che Roma abbracciava. La cittadinanza romana portava alcuni diritti privati o civili (jus quiritium), ed alcuni politici (jus civitatis). I primi assicuravano il matrimonio colle forme e cogli effetti legali, la podestà patria, il liberamente godere e trasmettere la proprietà, far testamento ed ereditare, oltre la inviolabilità della persona: erano diritti politici il censo e suffragio nelle elezioni e nelle leggi, la capacità a qual si fosse magistratura, l’iniziazione ai riti religiosi, e l’essere coscritto nella legione[311].

Di pieno diritto (optimo jure cives) erano i patrizj, discendenti dai primi Quiriti, ovvero aggregati fra essiper merito particolare, o perchè i loro padri avessero sostenuto cariche curuli, com’erano la dittatura, il consolato, la pretura, la censura, la grande edilità. Di tale pienezza di diritto era segno il portar le armi; laonde i giovani restavano in tutela sino all’età in cui solennemente deponeano la pretesta e la bulla, abiti e insegne giovanili, onde assumere la toga. Le donne rimanevano sempre sottoposte al padre o al marito o al tutore.

I patrizj potevano conservare in casa e portare alle pompe funebri le effigie degli avi, di cera con iscrizioni (jus imaginum), privilegio equivalente al nostro nobiliare degli stemmi; essi soli possedevano l’agro romano o pubblico, cioè quello attorno alla città, al cui possedimento era affisso l’esercizio della sovranità; essi adunavansi nei comizj per curie; essi soli giudici o pontefici; soli potevano prendere gli auspizj, senza de’ quali le decisioni non consideravansi autorate.

Distinta di culto, di diritti pubblici e privati, come se avesse abitato di là dai mari, inferiore in tutto al vero popolo era la plebe, abitante fuor del Pomerio, e che era venuta in città o per trovare asilo, o come vinta; senza auspizj, senz’avi, senza famiglia, come disse Appio. Pure essa aveva e ricchi e capi e adunanze proprie e decisioni; anzi, dopo presa Roma da Brenno, avea deliberato migrar tutta a Vejo, e piantarvi una città nuova: e fu essa che, lottando coi patrizj, poc’a poco formò un ordine, colla libertà civile dei beni e delle persone, cioè l’autorità di adottare, di testare, di aver il matrimonio e la paternità legale; indi a passo a passo penetrò nella città politica.

TRIBÙ

Delle tribù discutemmo altrove l’origine (pag. 159 e seg.): ognuna dividevasi in dieci curie, da dieci genti ciascuna con un curione[312]. Trenta erano le tribù sottoServio Tullio: espulsi i Tarquinj, si ridussero a venti: dopo che dai vinti Sabini vi migrò tutta la gente Claudia, s’aggiunse la tribù Crustumina. All’aumento della popolazione non si potè badare nel tempo che i due Ordini lottavano per la libertà interna; ma respinti i Galli, si riparò al danno recato da questi col concedere la cittadinanza a Vejo, Capena, Faleria, formando le tribù Stellatina, Tromentina, Sabatina, Arniese, che tanto giovarono nella guerra contro i Latini. Profligati questi, Roma li mutò in cittadini nelle tribù Mezia e Scapzia, e poscia i Volsci nella Pontina e Publilia, gli Ausonj nella Oufentina e Falerina, gli Equi nell’Aniese e Terentina, i Sabini nella Velina e Quirina; restando così il numero di trentacinque, che più non fu oltrepassato[313]. Quattro erano urbane, cioè la Collina, l’Esquilina, la Palatina, la Suburrana; le altre rustiche:e poichè alle prime vennero aggregati quelli destituiti di patrimonio sodo, le rustiche rimasero sempre in maggiore onoranza. Possedeano esse quel che chiamavasi agro romano, che però non era uniforme e compatto in giro a Roma, attesochè fin presso alle porte di questa v’avea cittàstraniere, come Tivoli e Preneste, sul cui circondario poteva da sè esigliarsi chi volesse prevenire una condanna. Il popolo romano originario sommava appena alla metà; ma diviso in ventuna tribù, contava ventun voti, sicchè, quantunque la sovranità sembrasse comunicata, ne rimaneva pur sempre l’esercizio ai veri Romani.

CLASSI

Oltre questa divisione d’origine e locale, un’altra ne fu introdotta quando si ruppero le barriere aristocratiche, onde aggregare le case nobili col Comune plebeo in modo, da proteggere le franchigie di questo, pur lasciando ai patrizj il governo. Il popolo fu dunque partito in sei classi[314], a proporzione delle facoltà: nellaprima, chi possedesse più di centomila assi di beni tassabili; nella seconda, chi settantacinquemila; nella terza, chi cinquantamila; nella quarta, quelli di venticinquemila; nella quinta, quelli di dodicimila cinquecento; gli altri erano accumulati nella sesta; e di sotto a tutti rimaneano glierarj, che allo Stato contribuivano denaro, ma non servizio militare, nè davano suffragio. Il censo o catasto, dov’erano registrati tutti i cittadini e l’avere di ciascuno, rinnovavasi ogni cinque anni.

Con ciò all’aristocrazia di origine sottentrava l’aristocrazia di ricchezza; le quistioni interne di Roma si dibatterono fra ricchi e poveri, fra possidenti e no; e l’arte con che un tempo i nobili rimoveano dal dominio i plebei, l’esercitarono i ricchi per escludere i poveri.

CENTURIE

Le sei classi comprendevano diverso numero di centurie; cioè la prima novantotto, venti la seconda, terza e quarta; la quinta trenta; l’ultima una sola; non contando tre centurie di fabbri militari. Ogni centuria esprimeva un voto complessivo; sicchè di quante più centurie era composta una classe, maggior denaro contribuiva all’erario ed uomini agli eserciti, e maggiori voci avea ne’ comizj. Pertanto la prima classe bastava da sola a preponderare a tutte le altre insieme; e qualora le sue novantotto centurie concordassero nel voto, non occorreva interrogare le altre. I cittadini godevano dunque autorità differente secondo la classe; tanto maggiore quanto più ricchi, e quanto minori di numero nella propria centuria.

Il potere supremo repubblicanamente risedeva nell’assemblea dei cittadini. Da prima convocavansi secondo le curie, cioè le famiglie dei Quiriti unite da un culto, e votavano i capicasa, costituendo una compatta aristocrazia: poi i comizjcuriatisi ridussero a mera formalità, conservata soltanto per rispetto agli auspizj onde convalidare i testamenti e le leggi delle tribù, mail popolo più non v’interveniva, e le trenta curie non erano rappresentate che dai trenta littori, i quali solevano un tempo adunarle.

COMIZI

La plebe vi aveva sostituito i comizjtributi. Le tribù, che erano da principio divisioni locali e religiose, presto si convertirono in politiche attorno ai tribuni, ed ebbero assemblee proprie con diritto d’eleggersi i tribuni e gli edili, e nelle quali non era mestieri degli auspizj, privilegio dell’aristocrazia. Estesero poi le proprie attribuzioni, sino a rendere obbligatorie anche ai patrizj le loro risoluzioni; vi eleggeano le cariche inferiori di Roma e tutte quelle delle provincie, il pontefice romano ed altri sacerdoti; conferivano la cittadinanza; giudicavano di alcune trasgressioni, passibili di ammende.

Maggiori di tutti erano i comizjcenturiati, dove ogni Romano della città o della campagna che pagasse tassa e servisse in campo, conveniva per nominare i maggiori magistrati, approvare le leggi, discutere dei delitti di Stato, della pace e guerra, avendo così il potere legislativo, eleggendo l’esecutivo, giudicandolo, accettando o ricusando le leggi proposte[315].

Ma nell’intervallo fra la prima e la seconda guerra punica un sostanziale cambiamento si operò, fondendo queste due sorta di comizj, ossia riducendo democratici anche i centuriati, e così ovviando gli eccessi dell’oligarchia in quelli, e della democrazia nei tributi.

SENATO

Il senato[316], composto in parte di capicasa antichi (patres), in parte di aggregati (conscripti), non avea la sovranità, ma la dirigeva; dava l’approvazione alledecisioni de’ comizj e alle nomine de’ magistrati; esaminava se convenisse far guerra o pace, e ne redigeva il decreto; riceveva gli ambasciatori, dettava le condizioni dei trattati, che il popolo per mera formalità riconosceva. A lui solo la soprintendenza delle cose religiose, l’interrogare i libri Sibillini, l’introdurre divinità o riti nuovi; a lui l’amministrazione del tesoro, il rivedere i conti, il levare e congedar truppe, l’istruire i più gravi processi criminali, come quelli di Stato e di assassinj ed avvelenamenti commessi in Italia; il nominar il dittatore, e decretare il trionfo od altre ricompense ai generali vittoriosi. In appresso fu arbitro delle provincie, le quali assegnava ai magistrati, come conferiva il titolo di re o d’alleato del popolo romano, e decideva le quistioni fra città federate e suddite.

Benchè sovrano vero fosse il popolo, il senato potea guardarsi come un altro capo della repubblica; i limiti del potere giudiziario e del legislativo non erano ben distinti; e il senato, più cauto ed accorto, sovente arrogavasi molti dei diritti del popolo, senza che questo abbia mai con un provvedimento generale assicurata l’inferiorità del senato. Le determinazioni di esso (senatusconsulta) si aveano per obbligatorie, nè poteano abrogarsi che dal senato stesso, onde Cicerone trovapotestas in populo, auctoritas in senatu; oltrechè coll’interpretare o sospendere modificava di fatto la legislazione.

Al senato ebbero presto accesso anche plebei[317], e non tardarono ad esservi in maggiorità; e fu allora che si formò una nobiltà, ben distinta dal patriziato. Ipatrizj discendeano dalle primitive famiglie; i nobili erano figli di magistrati o di persone benemerite della repubblica: sicchè il senato fu il rappresentante non più de’ patrizj, ma della nobiltà, e perdette sempre maggior parte delle sue attribuzioni legislative, riducendosi a corpo consultivo. V’era ascritto il meglio del paese, antichi magistrati curuli, prodi capitani, benemeriti della repubblica; ma non ci consta per quali condizioni di meriti, d’età[318], di censo, e ci ha del probabile che n’avesse uno ciascuna delle dieci decurie. Erano a vita, ma potevano esser rimossi. I censori sceglievano un presidente (princeps senatus), il maggior onore a cui un Romano potesse aspirare.

CAVALIERI

Agli Ordini patrizio e plebeo si suole aggiungere l’equestre; ma come Ordine distinto mai non figura, almeno nei cinque primi secoli di Roma: d’altra parte v’avea cavalieri plebei e cavalieri nobili, talchè forse non significava che distinzione accidentale di persone o di famiglia; una funzione militare, che portava ingerenza politica perchè attribuita a persone e famiglie distinte.—Voi (diceva Perseo a’ suoi soldati) avete vinto la parte più considerevole de’ Romani, la loro cavalleria, nella quale si vantano insuperabili. I cavalieri sono il fiore della loro gioventù, il semenzajo del loro consiglio pubblico, da cui si traggono i senatori per farne poi consoli e generali». Plinio maggiore, tardo testimonio sì, ma pur cavaliere, asserisce che solo i Gracchi interposero quest’Ordine fra la plebe e i padri, attribuendogli i giudizj; poi Cicerone li consolidò all’occasione del tumulto di Catilina, dopo il qual tempo l’Ordine equestre fu aggiunto al senato e allaplebe[319]. Forse dunque non dinotava a principio se non i cittadini delle diciotto prime centurie della prima classe, cioè i più ricchi, patrizj fossero o plebei, i quali poteano militare a cavallo, e da questo trassero il nome, come dalla lancia (quir) eransi detti quiriti i nobili della prima costituzione. L’onore guerresco diede loro importanza anche in città, dove poi ottennero privilegi, tanto da formare una specie di terz’Ordine, forse da prima non molto differenti daglisquiresd’Inghilterra. Per entrarvi bisognava esser nato libero e onestamente, possedere un dato censo, o aver meritato per azioni e virtù personali: pure non può tenersi in conto di corpo stabile nè politico, giacchè ciascuno continuava ad appartenere alla plebe o al patriziato[320], nè godeva speciale attribuzione legislativa; e uno poteva esservi ascritto ed escluso può dirsi a capriccio dei censori, che ogni cinque anni ne faceano la cerna.

Neppure gli altri due Ordini erano esclusivi: e qualche patrizio faceasi adottare da un plebeo per conseguire le cariche alla plebe riservate; e il plebeo mediante l’adozione o coll’entrar nel senato potea sorgere fra’ nobili.

Perseverava dunque l’originario ordinamento per genti e per famiglie; ma Roma non tenevasi immobile, anzi progrediva con misura, accettando i vinti nella propria comunità, e di ciascun Ordine ascrivendo il fiore nell’Ordine superiore. Il soldato, il giureconsulto, l’oratore si sentiva spinto ad elevarsi; e nel nuovo grado portava non l’accidia d’un potere incontrastato ed ereditario, ma l’operosità di chi ha dovuto acquistarselo. Quella serie poi di magistrature che erano un annuale esame, dava stimolo a ben sostenerle permeritarne di maggiori, e per trasmettere alla propria famiglia la dignità che ne conseguiva.

CENSORI

Affinchè il passaggio da un Ordine all’altro e nella cittadinanza si compisse regolatamente, furono istituiti i censori, che vigilassero a classificare i Romani secondo il grado di cavalieri, cittadini od erarj. Di tale carica, spoglia di potestà diretta e di volontà imperativa, eppure onnipotente nel movimento della pubblica vita, veniva onorato chi avesse ben sostenuto altri uffizj. Ogni cinque anni, per fare illustroo diremmo lo spurgo, il censore chiamava il popolo a rassegna nel campo Marzio, e senz’altra forza che de’ suoi uffiziali e de’ suoi registri, esaminava e depurava gli ordini, le tribù, le centurie. All’appello dell’araldo, ogni Romano compariva a render conto delle facoltà sue; ed i censori, a norma dei bisogni dello Stato e delle variate sostanze, riformavano la distribuzione delle classi e delle centurie, e quali faceano ascendere, quali calare, quali confinavano tra gli erarj. Grande autorità ne derivava ad essi; e il senato acquistava con ciò l’arbitrio di comporre l’assemblea legislativa come meglio trovasse, e così dominarla. Ma poi anche la censura cessò d’essere privilegio aristocratico, e fu comunicata a’ plebei.

I censori trovavansi dal proprio uffizio recati ad erigersi guardiani del buon costume. V’era fra’ senatori chi si fosse o impoverito o disonorato? lo radiavano dall’album, surrogando un più degno. Ogni cavaliere presentavasi alla rassegna col cavallo, che a ciascuno era somministrato dal pubblico; e se questo si trovasse mal tenuto, o lui povero oppure incriminato, gli si intimavaVende equum, e questa privazione equivaleva a degradarlo. L’animadversio censoriainfliggevasi ad azioni disonoranti, contro delle quali nessuna pena sancisse la legge; come l’ingratitudine del cliente verso ilpatrono, l’eccesso di durezza o d’indulgenza coi figliuoli, l’inutile maltrattamento degli schiavi, la negligenza verso i parenti, l’ubriachezza, la trascuranza dei doveri religiosi o delle esequie, il sedurre la gioventù; e così al tutore infedele, al socio mancator di parola, al celibato capriccioso, al concubinato, all’esposizione dell’infante legittimo, a chi oltraggiasse alla decenza ed alla salute pubblica[321].

Ammonivano pure il plebeo che da agricola si mutasse in mercante o artiere; il contadino che lasciasse deperire la sua vigna, o il cui campo fosse men coltivato che i vicini. Ad Emilio Lepido console si fece appunto dell’aver preso a pigione una casa per seimila sesterzj e innalzata una villa oltre misura; Lucio Antonio fu espunto dal senato perchè ripudiò la moglie senza raccorre un consiglio di amici[322]; Cornelio Runfio, antenato di Silla, degradato perchè gli trovarono più di dieci libbre d’argento in vasellame; i censori Domizio Enobarbo e Licinio Crasso fecero chiuder le scuole, dove i retori insegnavano una sfacciataggine di parole ignota ai grandi oratori. Esso Enobarbo pose querela al collega, oratore famoso, d’aver amato soverchiamente una murena, fin ad ornarla di giojelli, e morta onorarla di pianti e d’un monumento: ma Crasso sventò il giudizio volgendolo in riso, e confessando,—Io son troppo lontano dalla saggezza di Domizio, il quale non ha pur pianto alla perdita di tre mogli». Sovrattutto la legge circondava di cautele i senatori per farli rispettati; non doveano impoverirsi, non arricchire con appalti, non prestare di là da quattrocento lire, non far da gladiatori, non isposare ballerine, non brogliare; a chi ne convincesse uno di delitto, promettevasi il grado tolto al colpevole.

Ne’ giudizj censorj non bastava il produrre molti testimonj di buona condotta, come usavasi per gli altri, ma si chiedeano discolpe dirette. Se la condanna fosse data per convinzione individuale, un altro censore poteva cassarla: tutte poi poteano essere abolite dai censori successivi.

Altri censori praticavano il medesimo scandaglio nelle colonie e ne’ municipj, trasmettendone gli atti all’uffizio di Roma, che deponeva nel tempio delle Ninfe questo periodico sindacato.

LEGGI

Chiamavano propriamenteleggeuna deliberazione presa ne’ comizj centuriati da’ patrizj e plebei d’accordo, per rogazione d’un magistrato superiore:plebiscito, una risoluzione della sola plebe ne’ comizj tributi, per rogazione d’un magistrato plebeo[323]; era obbligatorio per tutto il popolo (pag. 184); anzi i plebisciti sono le più acclamate leggi del diritto romano. Faceansi leggi per tribù, per curie, per centurie, e di queste medesime variavano i modi d’iniziativa e di sanzione. Una legge si proponeva dapprima al senato: se in questo passasse, promulgavasi per tre successivi mercati, acciocchè anche i campagnuoli potessero prenderne cognizione: al dì prefisso convocavasi il popolo nel campo Marzio, si discuteva, si mandava a voti. Per raccogliere questi, facevansi tanti ponticelli quante le centurie; e ciascun cittadino, passando pel suo, riceveva delle tessere, colle quali esprimeva secretamente il suo voto. Se si trattava di legge, la tessera favorevole portava VR, l’altra A, cioèVti RogaseAntiquo; se di giudizio, una il C, una l’A, una NL, cioèCondemno,Absolvo,Non Liquet. I voti valevano complessivamente per centurie.

PLEBISCITI

Altre volte il voto era palese. Così allorquando quelli d’Aricia e d’Ardea disputavano fra loro un territorio, e si riportarono all’arbitramento de’ Romani, questi raccolsero le tribù per decidere, e posero due urne, l’una per il sì, l’altra per il no. Ma insorse una quistione incidente, essendosi asserito che il territorio conteso non apparteneva a nessuno dei due litiganti, sibbene ai Romani; onde una terza urna fu riservata a tal quistione, e tutti i voti caddero in quella[324].

RIFORME

Il diritto romano non procedette per improvvise e violente rivoluzioni; gloriandosi di rimaner saldo agli antichi statuti, non derogò mai le XII Tavole[325], e lasciava che i magistrati, e principalmente gli editti dei pretori e degli edili supplissero ai difetti ed interpretassero.

MAGISTRATI

A ciascuna delle differenti magistrature spettava una porzione dell’autorità sovrana, restando indipendenti nell’azione a loro attribuita; e soltanto sotto l’Impero le vedremo coordinate in una vasta gerarchia, che le une sottomette alle altre. Un potere sommo, al quale tutto si riporti, tutto riesca, fu ignoto a Roma repubblicana; i magistrati quasi non dipendevano dal senato nè dal popolo, se non in quanto allo scadere doveano subire il sindacato; fra loro stessi operavano da eguali, non per delegazione o sotto gli ordini d’un superiore, ma in virtù del potere conferito dall’elezione popolare, e perciò responsali della propria gestione, ognuno estendendosi fin dove cominciavano le attribuzioni dell’altro, ognuno potendo quel che valeva a compire da sè, nè avendo modo di costringere gli altri, che erano inferiori a lui ma non subordinati.

DITTATORI

E appunto perchè la costituzione non determinava i limiti delle varie magistrature, e moltissimo attribuiva alla bontà e dottrina, le qualità personali davano ad uno maggiore o minore autorità, ed agevolezze alle usurpazioni. Quando poi bisognassero rimedj più pronti ed efficaci, la costituzione distruggeva se stessa coll’accordare potere assoluto ad un dittatore, che, magistrato, legislatore, capitano, senz’appello al popolo, tenuto come dio (pro numine observatus), poteva quando volesse farsi tiranno. Che valore avea la prescrizione che dopo sei mesi egli deponesse il potere?

Le magistrature, tutte a tempo ed elettive, distinguevansi in ordinarie e straordinarie; e in ciascuna v’avea magistrati grandi, godenti il poter militare e l’autorità civile (imperium et potestas); e magistrati minori, investiti di potere limitato. Nei grandi, i consoli, i pretori, i censori erano magistrati ordinarj; straordinarj il dittatore e il suo luogotenente, il prefetto della città, l’interrè. Minori gli edili plebei e curuli, i questori e i tribuni.

CONSOLI

Del governo stavano a capo due consoli, re annuali scelti fra nobili o plebei. Presedevano alle adunanze del popolo e del senato, raccoglievano i voti, curavano l’esecuzione dei decreti; introducevano gli ambasciatori stranieri, cernivano i guerrieri fra i cittadini e i federati, nominavano i tribuni nelle legioni, soprintendevano alle cerimonie religiose e alle finanze; e sebbene di rado potessero in persona amministrare la giustizia, erano però considerati come supremi custodi delle leggi, dell’equità e della disciplina, e molte cause venivano dai tribunali ordinarj portate al consolare in ultima istanza. Il senato poteva prorogar loro il comando degli eserciti, dare o negare le somme necessarie; il popolo doveva servirli in guerra, e rivedere le spese e i trattati da loro conchiusi coll’inimico: onde erano costrettitenersi amici l’uno e l’altro. Riceveano poi omaggi che oggi non si soffrirebbero: ritirarsi al loro passaggio, scendere da cavallo o alzarsi da sedere all’apparir loro; se no, le battiture dei littori: Acilio spezzò la sedia curule d’un pretore che non si levò.

PRETORI

Dai fasci ond’erano accompagnati si tolse la scure, per dinotare che non aveano il diritto di sangue; la rimetteano però dopo usciti un miglio da Roma, recuperando quel potere illimitato ch’è conveniente a un capo d’esercito. Di fatto in tempo di guerra potevano senza limiti, o quando ne’ frangenti il senato commettesse loro l’autorità dittatoria perchè salvassero la repubblica. Pure, finchè non si uscì d’Italia, i consoli anche a capo dell’esercito sottostavano al veto de’ tribuni, alla continua vigilanza del senato, che potea negar loro i viveri o richiamarli: ma quando si varcarono i mari (riflette Polibio) furono tutto; essi pretori, censori, edili, essi popolo e senato; patteggiavano co’ vinti, imponevano tributi e leggi, levavano soldati; regnavano insomma, ed apprendevano le pericolose blandizie del comandare indipendente.

Gli antichi re aveano in sè unito il presedere alle grandi assemblee ed al senato, il comandar agli eserciti, l’amministrare la giustizia; altrettanto continuarono i consoli: ma quando venne accomunata a’ plebei questa suprema magistratura, i nobili tentarono cincischiarla col nominare pretori che, scelti sempre fra i patrizj, rendessero giustizia. Non andarono però sei lustri che anche alla pretura fu scelto un plebeo. I pretori adempivano le veci del console quand’egli assente o quando altrimenti occorresse; ma special loro attribuzione erano i giudizj inferiori.

Dalla distinzione fra cittadini e forestieri nascevano due diritti, l’uno dettocivile, l’altrodelle genti. Il civile regolava le prerogative, e proteggeva le azioni del cittadinoromano secondo le leggi patrie. Il diritto delle genti (tutt’altro da quello che oggi s’indica con tal nome) abbracciava le relazioni sociali, il complesso di que’ principj giuridici in cui tutti i popoli civili sono d’accordo, e le regole dell’equità naturale[326].

Per applicare tali diritti, al tempo della prima guerra punica si elessero un pretoreurbanoed unoperegrino; poi crebbero a quattro, a otto, a sedici e più. Le loro funzioni epilogavansi nella formolado, dico, addico: davanol’azione, l’eccezione, il possesso, i giudici, gli arbitri, i tutori;dicevanosentenze nelle cose controverse e ne’ casi possessorj;addicevano, cioè aggiudicavano quando si facesse cessione del diritto, nell’emancipazione e simili.

Gravati di tanta responsabilità, al primo entrare in carica doveano, anche per proprio interesse, fare pubblica professione del come avrebbero in quell’anno esercitato la parte che la costituzione lasciava a loro arbitrio, senza ledere il diritto civile[327]. Esponeano dunque uneditto, oggi diremmo un programma, riguardante specialmente quel che noi qualificheremmo di diritto amministrativo; conservando ciò che trovassero buono negli antecessori, correggendo i difetti, proponendo nuove formole d’azione; dal che veniva a progressivamente migliorarsi la legislazione, secondando il variar de’ costumi e dell’opinione senza radicali sovvertimenti; e la rigidezza della legge scritta era piegata, principalmente colle finzioni[328], col mutar nomi,colle eccezioni e col restituire in intiero; mostrando sempre appoggiarsi all’antico diritto anche quando vi si contraddiceva.

GIURISDIZIONE

Il carattere dei poteri giudiziali fra i Romani risulta dalla distinzione che faceasi tra gius e giudizio, tra magistrato e giudici. Gius è il diritto; giudizio sono le istanze, l’esame, la sentenza. Il magistrato dichiara il diritto, lo fa eseguire, risolve l’affare qualora la dichiarazione del diritto basti alla soluzione; in caso contrario, assegna qual potere dovrà giudicare i litigi, e qual diritto regolarli. I giudici esaminano la controversia e le discussioni fra le parti, e le terminano colla sentenza. A quello dunque spetta, oggi diremmo, la decisione del diritto; a questi la decisione del fatto, valutandolo però giuridicamente.

Anche ne’ giudizj rimaneva dunque la sovranità al popolo, il quale esercitava la giurisdizione direttamente ne’ casi capitali, e per delegazione nelle materie di ragione privata. Annualmente ne’ comizj da ciascuna tribù si eleggevano tre giudici, detti perciò centumviri, e si dividevano in quattro collegi, che, ora separati ora congiunti, procedevano intorno alle quistioni di diritti famigliari, di dominio quiritario, di successione. Forse in tutti i casi[329], ma certamente in quelli che non fossero di competenza del tribunale centumvirale, le parti, dopo esposta la contestazione al pretore, sceglievano d’accordo l’arbitro od il giudice, che doveva discutere la causa secondo la formola data dal pretore[330]. Il giudice si designava ne’ casi di strettodiritto, ove cioè si trattasse di cosa certa e determinata; l’arbitro in quelliex æquo et bono, ossia di equità; e quello e questo fra le persone annualmente trascelte ad esercitare i giudizj. Per un pezzo furono dell’Ordine senatorio, dappoi vi pretesero anche i cavalieri, dal che vedremo sorgere conflitti gravissimi.

Per le liti con stranieri o fra stranieri, il pretore deputava Recuperatori, che doveano risolverle colla massima sollecitudine; il qual vantaggio li fece poi adottare anche pei cittadini nei casi di possessorio o di risarcimento di danni derivati da ingiuria o da delitto.

DIRITTO AUGURALE

Tal era quella mescolanza di tre governi che gli antichi ammiravano, e dove s’avea coi consoli unità dell’esecuzione, col senato sperienza ne’ consigli, col popolo vigor nell’azione; per modo che tutte le forze dello Stato convergeano con irresistibile potenza alla grandezza della repubblica. Il console può tutto, ma il senato può negargli i mezzi, il tribuno impedirne le decisioni; tocca al popolo il sindacarne gli atti, e punirlo o premiarlo col novamente eleggerlo. Il senato sembra il padrone della repubblica agli stranieri che trattano con esso solo; eppure è sottoposto alla revisione dei censori, è preseduto dai consoli, è remorato dai tribuni, e deve aspettar le leggi delle centurie e delle tribù. Il popolo rimane corpo sovrano al fôro, ma ne’ tribunali ha per giudici i cavalieri, nell’esercito per generale il console; dipende dal senato e dai censori per gli appalti e pei possessi: il patrizio si mescola fra’ plebei a sollecitarne il voto, a comprarlo anche col denaro che i suoi avi ne hanno usurpato. Da quest’equilibrio tanta forza, tanta preveggenza, tanto senno politico.

Chi ci ha intesi parlare più volte d’auspizj, comprenderàquanta parte avessero nell’amministrazione, ogni atto della quale esigeva la sanzione divina. L’auspizio era l’osservazione rituale di certi segni, come fenomeni celesti e meteore, volo di uccelli, tripudio o svogliatezza dei polli sacri nel prender cibo, cammino di serpenti o d’altri animali, che doveano attestare l’assenso o la disapprovazione degli Dei.

Carattere essenziale del magistrato in Roma era il poter consultare da sè gli auspizj; ma per lo più ricorreva agli auguri, che conosceano le posizioni, il tempo, i riti, e che per ciò trovavansi in mano le guise di sciogliere un’adunanza, sospendere una nomina, abrogare una decisione, limitare insomma l’autorità non solo dei magistrati, ma del senato e del popolo. «Il diritto più grande ed eccellente nella Repubblica (diceva Cicerone) è quello degli auguri, che sorpassa l’autorità. Qual cosa maggiore che il poter disciogliere i comizj e le assemblee convocate dai magistrati supremi, e annullarle dopo fatte? qual cosa più rilevante che il veder un’impresa interrotta se l’augure assegna un altro dì? qual cosa più magnifica che poter decretare ai consoli d’abdicarsi dalla magistratura? qual cosa più religiosa che il concedere o no l’adunanza del popolo? abolire una legge se non è proposta secondo le forme? Senza l’autorità loro insomma nulla di quel che fanno i magistrati in città o fuori, può essere approvato»[331].

Gli auguri erano a vita, eletti ne’ comizj come gli altri collegi. Dopo che le conquiste si allargarono, acciocchè il generale non fosse costretto abbandonare a lungo l’esercito per venire a Roma a consultare gli auspizj, sceglievasi un pezzo del territorio conquistato, si dichiarava romano, ed ivi il generale compiva la cerimonia[332].

SACERDOTI

Quindici sommi pontefici, ispettori delle cose sacre, proferivano sulle dubbiezze che facilmente insorgono in un sistema tradizionale. I quindecemviri, portati a questo numero sotto Silla, inamovibili e specialmente devoti ad Apollo, custodivano i libri Sibillini, e ne interrogavano i vaticinj; per mezzo de’ quali furono introdotte tante novità nel culto nazionale, e mantenutivi riti atroci, fino al sepellire persone vive. Gli Epuloni, determinati nel numero di sette da Silla stesso, faceano gli onori del banchetto di Giove. I sacerdoti sceglievansi fra cittadini primarj e nobili; nè i plebei vi s’introdussero se non quando il numero ne fu aumentato.

CULTO

Auguri, pontefici, quindecemviri, epuloni formavano i grandi collegi, ciascuno sotto unmagistero capo particolare, cui sovrastava il pontefice massimo, custode de’ formolarj religiosi, esecutore de’ maggiori sacrifizj. Eletto dal popolo intero, era inamovibile; la sua casa dovea rimanere continuamente aperta al pubblico; e fu sempre un patrizio fin a Tiberio Coruncanio nel ii secolo avanti Cristo. Patrizj erano pure i quattro del suo consiglio; ma nel 301 vi si aggiunsero quattro plebei, poi sotto Silla crebbero a sedici. Dalle costoro decisioni davasi appello all’assemblea del popolo. Unrex sacrificulus, patrizio, di comparsa e nulla più, adempiva i riti che anticamente spettavano ai re; e nella festa commemorativa della costoro cacciata (regifugium), dopo immolate le vittime, egli davasi in fuga.

Quattro collegi inferiori comprendevano i Fratelli Arvali, i venticinque Tiziesi, i venti Feciali che sancivano la pace e intimavano la guerra, e i Curioni che assistevano alle adunanze delle curie. A nessun collegio appartenevano gli Aruspici, indovini poco stimati, che leggevano nelle viscere delle vittime ciò che la prudenza dei padri trovava opportuno alla patria. Altre confraternitesi dedicavano al culto speciale di qualche divinità, come i Galli a Cibele, i Luperci a Pane, i Salj a Marte. I tre flamini di Giove, Marte e Quirino, rappresentavano le tre genti, aggregatesi da principio per costituire la curia romana. A tutti ajutavano sacristani, notaj, macellaj, musici, camilli, cioè fanciulli de’ due sessi.

VESTALI

Le sei vergini Vestali custodivano il fuoco sacro di Vesta e le arcane cose cui era appoggiata la salvezza di Roma. Lo spegnersi di quel fuoco si considerava come pubblica calamità, nè altro portento atterrì più di questo durante la seconda guerra punica. Un littore precedeva le Vestali; consoli e littori scontrandole, abbassavano i fasci; esse in cocchio, anche quando la legge il vietava ad ogni altro; esse distinto sedile agli spettacoli; la loro dichiarazione in giudizio equivaleva a giuramento; uno condotto a morte che per caso le incontrasse, rimaneva assolto. Se si adornavano più sollecitamente che a vergine non convenga, erano dal pontefice ammonite; ne erano battute colla sferza nell’interno del tempio se negligessero il culto; se poi macchiassero la castità, sepolte vive, e morto il complice.

Le spese del culto erano sostenute dalle maggiori famiglie, dai privati che offrivano sacrifizj, da qualche possesso dei tempj medesimi, e dalle oblazioni, come erano quelle pei morti a Libitina, per le nascite a Lucina, per la toga virile alla Gioventù: occorrendo suppliva lo Stato.

Ma la religione a Roma non si elevò mai nè a poesia nè a sublimi speculazioni; positiva e di semplice pratica, si atteggiò alla politica, come ogni altra cosa servendo allo Stato. I sacerdoti non si costituirono in un corpo compatto e prevalente, non duravano perpetui, non cessavano d’essere nel medesimo tempo cittadini e magistrati; nè pare dal sacerdozio derivassero lucro,sibbene considerazione e influenza: intervenivano a bandire la guerra e sodare la pace, sanzionavano ogni pubblico atto, preludevano cogli augurj alle determinazioni, interrogavano gli oracoli, ma vi si scorge sempre un intento politico, non ispirazione religiosa. Quindi i satirici facevano beffe impunemente degli auguri[333]; Cicerone, membro e panegirista di quel collegio, stupiva che due auguri potessero incontrarsi per via senza ridersi in viso; e Lelia domandava al marito Quinto Muzio Scevola perchè non vi aggregasse anche la fantesca, ben più esperta dello sfamare a tempo i polli.

MUNICIPJ

Insomma Roma aveva governo municipale, nè mai ne cambiò natura, non distinguendo l’amministrazione della città da quella dello Stato; e sebbene, coll’ingrandirsi, molte attribuzioni primitive del senato e dei consoli venissero assegnate a magistrati nuovi, tutti conservarono sempre alcune attribuzioni meramente locali.

Questo modello offrivasi agli occhi degli Italiani, che erano distribuiti in comunità al settentrione barbare e disgregate, al mezzodì eleganti e ambiziose alla greca, tutte ispirate dalla boria dell’autonomia, e gelose di non comunicarla ad altri. Roma invece, dall’istinto popolare dell’espansione spinta ad aggregare altri a sè, od estendere ad altri le proprie istituzioni municipali, accettava nella città gli avveniticci. Quest’assimilazione molto progredì sotto i re; ma l’aristocrazia succeduta la restrinse, non cercando l’aumento esterno, sibbene l’interna dominazione, e attenta a far tiranno il popolo fuori, per tiranneggiarlo dentro. In fatti, mentre il censo sotto Servio Tullio avea numerato ottantaquattromila cittadinisopra i sedici anni, quello del 245 alla cacciata dei re ne offrì centrentamila, e quello del 278 soli cendiecimila, che dieci anni appresso erano ridotti a cenquattromila ducenquattordici. La plebe pensava altrimenti dagli aristocratici, ed anzichè inimicare i vicini, reclamava per loro la partecipazione de’ diritti; onde appena essa rivalse, tornò ad estendere la concessione della cittadinanza. Questa però non distribuivasi a tutti eguale, ma moltiplicando e variando le concessioni in proporzione dello zelo, e per mantenere la gelosia od eccitare l’emulazione.

Dicono che primamente nel 365, per rimeritare quelli di Cere dell’aver ospitato gli Dei nell’invasione gallica, fosse, per così dire, trapiantata la città, creando cittadini romani fuor del territorio di Roma; poi il diritto stesso di cittadini si suddivise e limitò secondo certe gradazioni, determinate dalle circostanze della concessione. I paesi cui fosse largita la cittadinanza romana, chiamavansimunicipj; si lasciavano governarsi con leggi proprie e proprj comizj, ma sul modello di Roma; l’ordine dei decurioni vi formava la curia, corrispondente al senato romano; ai consoli equivalevano i duumviri, con giurisdizione in certe cause e fino ad una somma prefissa; il quinquennale, il censore o curatore, il difensore, gli edili, gli attuarj n’erano le varie cariche, colle quali internamente si amministravano a tutto lor senno. Mentre restava membro della propria comunità indipendente, il municipe era anche cittadino di Roma, elettore, eleggibile, avendo una patria di nascita, una di diritto[334].I municipjoptimo jureaveano tutti i diritti e gli obblighi de’ cittadini romani; altri non godeano del suffragio, come i prischi plebei; servivano nelle legioni, ma non poteano arrivare alle dignità. Prezioso diritto ne era il poter ne’ municipj vivere franchi gli esigliati da Roma, talchè uno a Preneste appena o a Tivoli era sicuro dalla pena.

Per quanto variasse la romana costituzione, restò sempre suo cardine che nella sola metropoli si esercitassero i poteri sovrani; comunicavansi ad altri, ma a condizione di usarne soltanto in Roma; nè mai si pensò a raccoglier i voti ne’ paesi, nè a far che mandassero rappresentanti e deputati. Il municipe dunque avea diritto di suffragio e di eleggibilità a Roma, ma purchè vi fosse in persona, ed in quanto trovavasi ascritto ad una tribù. Così Como apparteneva alla Oufentina, Volterra alla Sabatina, Genova e Pisa alla Galleria, Albenga alla Publilia, Vicenza alla Menenia, Altino e Cividale alla Scapzia, Padova alla Fabia, Aquileja alla Velina, Concordia alla Claudia, Este alla Romilia, e via discorrete.

DIRITTO LATINO

Oltre i cittadini adottivi, Roma largheggiò di privilegi coi Latini, che già trovansi sistemati alla foggia di Roma primitiva; onde ai sette colli facevano corona città latine, pari in diritto di suffragio ai Romani. Questo privilegio fu poi esteso ad altre in tutta Italia, ed oltre le città de’ Sabini, Tusculo, Cere, Lanuvio, Aricia, Pedo, Nomento, Acerra, Anagni, Cuma, Priverna, Fundi, Formia, Suessa, Trebula, Arpino, abbracciava pure Circeo e Ardea, Cora e Norba tra i Volsci, Fregelle e Interamna sul Liri, Alba dei Marsi, Lucera e Venosa dell’Apulia, Adria e Fermo nel Piceno, Brindisi e Arimino. Di queste alcune eranosocii, datisi senza guerra, o venuti in colonia, e godevano pieni diritti: altrefœderati, ricevuti dopo vinti e a condizione inferiore, nonacquistando la podestà patria, nè le nozze alla romana, nè la capacità di testare a pro d’un romano cittadino o di ereditarne, nè l’inviolabilità della persona; talchè rimaneano un di mezzo fra cittadini e forestieri, con divieto di tenere assemblee generali, far guerre, contrarre matrimonio fuori del territorio.

DIRITTO ITALICO

Il gius italico non conferiva privilegio di sorta al cittadino individuo, bensì alla città in complesso attribuiva la proprietà quiritaria del terreno ed il commercio; dal che derivavano l’esenzione da imposta prediale, e la capacità alla mancipazione, all’usucapione, alla vindicazione. Ma se un italico aspirasse a divenire cittadino romano, bisognava passasse pel diritto del Lazio.

Molto variava la condizione delle regioni sottoposte al gius italico. In alcune si mandava ogni anno un prefetto per rendere giustizia o amministrarne gli affari. Lededitizierestavano a discrezione del senato come suddite. Altre aveano titolo dialleate, ma coi guaj delle alleanze coi forti; e per esempio Taranto era libera, ma colla cittadella occupata da una legione, e demolite le mura; Napoli pure, ma nol sentiva che per dover dare navi e soldati. Anzi talvolta mutavano condizione; e Capua da federata divenne per castigo prefettura, indi colonia; Cuma, Acerra, Suessula, Atella, Formio, Piperno, Anagni da municipj si ridussero in colonie, e a volta in prefetture; colonie erano Casilino, Vulturno, Linterno, Pozzuoli, Saturnia; prefetture sempre Calatia, Venafro, Alifa, Frusilone, Rieti, Nursia.

Di tali diritti internazionali ci scarseggiano tanto i documenti, che non bene accertiamo a quali condizioni stessero gli Etruschi; ma pare non godessero del diritto latino, bensì di particolari capitolazioni, abbastanza larghe, almeno in quanto concerne la classe dominante dei lucumoni. Il loro ammollimento toglieva di temerli; faceali venerare la conoscenza delle tradizioni religiose;e forse non andrebbe lungi dal vero chi li paragonasse al clero cristiano sotto i Longobardi. Loro legioni non troviamo negli eserciti romani; e i trentaquattromila uomini che essi coi Sabini allestirono contro i Galli nel 528, erano una difesa territoriale. Probabilmente erano privilegiati anche gli Umbri, razza bellicosa, che però non sembra partecipasse alla legione romana.

Fra le città italiche nessuno annoveri le greche, le quali non ottennero mai que’ privilegi; pagavano tributo, non entravano nella legione, bensì poteano servire come ausiliari, e somministravano galee a Roma. Napoli alla greca restava divisa infratrie, rispondenti alle curie di Roma, e composte originariamente di trenta famiglie attorno al sacello d’un dio o d’un eroe, da cui prendeva nome, onde v’era quella degli Eumelidi, d’Ebone, di Castore, di Cerere, d’Artemisia, di Aristeo. Ogni quinquennio vi si celebravano concorsi di musica e di ginnastica, famosi quanto quelli della Grecia, della quale conservava i costumi, mentre vi diventavano stranieri i vicini. Da federata si mutò poi in colonia, e così Salerno e Nocera.

COLONIE

Il senato avocava a Roma gli Dei delle città vinte, o almeno sottoponeva i loro sacerdoti a’ suoi, che arrogandosi il privilegio della scienza augurale, quelli destituivano d’ogni influenza politica. Ma non si dimenticava che un popolo soffre men dolorosamente la perdita dell’indipendenza, che lo sprezzo delle costumanze; giacchè quella attesta la maggior forza del vincitore, questa ne esprime il vilipendio. Laonde Roma non aboliva le consuetudini particolari, lasciava s’amministrassero nell’interno, conferissero la cittadinanza, tumultuassero ne’ loro comizj, insomma si lusingassero delle apparenze di libertà. Che se, per imitazione dellarivoluzione romana, alla nobiltà di razza era succeduta nel primato la nobiltà personale (optimates) e ricca, il senato romano avrà facilmente potuto impedire che la democrazia vi prevalesse all’oligarchia.

Le colonie erano tutt’altra cosa da quelle che vedemmo la Grecia diffondere per tutto a prosperamento del commercio, e che rimanevano indipendenti dalla madrepatria (pag. 205). Le colonie romane erano istituzioni politiche, a tutto vantaggio della metropoli, quasi sentinelle avanzate ne’ posti che si trovassero meglio opportuni, non per prosperare il paese, ma per custodirlo dai nemici. Così allo sbocco della foresta Ciminia si colonizzarono Sutrio e Nepete; Anzio per vigilare la costa dei Volsci; Velletri, Norba, Sezia per tenere in soggezione la montagna; Anxur per separare il Lazio dalla Campania sul Liri; Fregelle, Sora, Interamna, Minturno per ischermire il Lazio dai Sanniti; e più indentro Attina, Aquino, Casino; così dicasi delle altre. Nella nessuna importanza che anticamente attribuivasi alla campagna, possono tali città considerarsi come fortezze, piantate in territorio nemico; e i coloni come guernigioni, che non poteano cospirare co’ natìi.

Gli spediti in colonia erano più o meno; mille cinquecento a Lavico, duemila cinquecento a Luceria, tremila ad Aquileja, e fin seimila famiglie a Piacenza e Cremona: e variava la quantità di terreno ad essi distribuita, or di due soli jugeri, or fino di cinquanta ai fanti e cenquaranta ai cavalieri, come fu ad Aquileja. I prischi abitanti vi rimanevano peregrini, in comunità distinta, e al modo indigeno; i trapiantati possedevano il diritto romano o l’italico, siccome rami staccati dal tronco, e un governo municipale conforme al romano con decurioni, duumviri, censori. Le cinquanta colonie fondate prima della guerra punica, tutte nell’Italia centrale eccetto tre, e venti altre stabilite più lontano fra il 197e il 177, godeano la romana cittadinanza, ma non il suffragio[335]; o, a dir più giusto, erano impedite dall’esercitarlo, cioè dal trasferirsi a Roma. Chi nelle colonie potesse salire agli impieghi, diventava municipe, e per conseguenza cittadino romano, ammissibile agli onori della metropoli. I Latini che volessero divenir tali, lasciavano i figliuoli a rappresentarli nella città nativa, ed essi trasferivansi a Roma in qualche magistratura: o convinceano di prevaricazione alcun magistrato romano; passo di molto rischio e d’incerta riuscita.

Le colonie dunque, non che aspirassero all’indipendenza come le greche e le moderne, aveano per proprio l’interesse della metropoli. Ecco perchè sì poco consenso trovò Annibale nella lunga sua guerra; e allorchè si parla di rivolte delle colonie, non s’intenda che i Romani stabiliti in quelle insorgessero contro la madrepatria, bensì i prischi abitatori rivoltavansi contro gli avveniticci, e per la prima cosa avranno trucidato i Romani che v’erano di casa, di bottega, di guarnigione[336].Dopo la guerra Sociale, la legge Giulia modificò quelle condizioni, e tutti gli Italiani vennero considerati Romani; onde in Italia non v’ebbe più nè federati nè municipi senza voto; alle colonie fu accomunato il diritto di suffragio e d’eleggibilità; ma al tempo stesso tutti dovettero adottare le romane leggi, a queste acconciando le patrie costituzioni, in modo di ridurle non al tipo di Roma, ma in armonia con quello. Una di tali costituzioni ci è conservata nella tavola d’Eraclea, città nel seno di Taranto, scritta dopo il 672 di Roma, scoperta nel 1732, e custodita nel museo napolitano, dalla quale e da altri riscontri si raccoglie che ogni municipio avea senati locali, a vita, e di numero prefisso; l’assemblea popolare di ciascuna città nominava ai posti del senato vacanti; sovra presentazione dei predecessori, i magistrati erano eletti ne’ comizj municipali come usavasi a Roma; ed erano responsali in denaro de’ proprj falli. Esistevano inoltre borgate e mercati (fora,conciliabula) non ancora elevati a municipj.

In somma i Romani, nati in piccola città, applicavano ai vinti gli stessi loro regolamenti interni; il diritto pubblico imitava il diritto civile; e come il padrefamiglia trattava da famuli o schiavi i suoi sottoposti, ovvero li rendeva liberti o gli adottava, così Roma facea de’ popoli. In essa città, dove lo straniero non godeva alcun diritto, neppur quello della giustizia, importava di farsi ospiti di qualche casa o persona. Se ne stendeva contratto, e alcuni ce ne rimangono scolpiti in pietra o in bronzo, pei quali il patrono obbligavasi a dare al cliente ospitalità, tutelarlo, procurarne il maggior utile ed onore; e il cliente di rimpatto onorarlo qual padre, fargli corteggio, somministrargli denaro, riscattarlo se cadesse prigione in guerra. Al modo stesso popoli interi si posero sotto al patronato di qualche famiglia, per esempio de’ Fabj gli Allobrogi, degliAntonj i Bolognesi, de’ Marcelli i Siciliani, affine di avere chi ne sostenesse le ragioni[337].

PARTECIPAZIONE ALLA CITTADINANZA

Roma stessa talvolta conveniva dell’ospitalità con privati o con popoli; posizione non ben definita, che lasciava ai collegati l’indipendenza, ma debole. Camillo, occupata Vejo, manda una tazza d’oro al dio di Delfo; ma la nave tra via è presa dai Liparioti, famosi corsari. Timasiteo, uno d’essi, per riverenza a Roma e al nume, persuade i suoi a restituire il latrocinio; e il senato in benemerenza gli decreta regali e il diritto d’ospitalità. Dopo un secolo e mezzo i Romani conquistano Lipari, ma conservano liberi ed immuni da tributo i discendenti di Timasiteo[338].

Tante gradazioni di dipendenza riescono difficilissime a intendersi da noi, avvezzi all’uniformità: ma è il capolavoro della politica di Roma questo assimilare i vinti. Fin allora i popoli del mondo tenevansi serrati fra gelose barriere, escludendo ogn’altro dai privilegi che conferiva la cittadinanza; laonde i vinti restavano o servi o plebeex lege. Da qualche conquistatore erano unite sotto scettro di ferro più comunità? non per questo si fondeano, e ben tosto ne erano sbrancate novamente, senza conservare della dominatrice che odio e sgomento.

Anche le costituzioni de’ primitivi Itali trovammotutte comunali; un paese ostile all’altro, ed eliminando gli stranieri: pure faceano confederazioni, che accomunavano i diritti dei varj. Ma Roma procede con ben altra risolutezza, e gli aggrega. Da principio si popola col ricoverare chiunque vuol entrarvi ai patti prescritti; ora i vinti Albani, ora i vincitori Sabini costringe o alletta a trasferire i loro penati presso i suoi: tribù, popolazioni, razze acquistano la cittadinanza romana: poi si creano cittadini in altri paesi, e tutti si ascrivono alle tribù della città, e tutti possono esercitarvi i civili diritti[339]. Se lo spirito aristocratico del governo consolare restrinse questo afflusso di forestieri, la plebe e i fautori di essa da Spurio Cassio fino a Cesare caldeggiavano che gli Itali fossero pareggiati di diritti ai Romani.

CITTADINANZA

Inoltre nelle provincie, eccetto la Sardegna, v’aveva alcune cittàlibere; ve n’aveva di immuni da tributo; come v’erano cittadini e liberi e immuni o personalmente o con tutta la schiatta: anzi ai Greci furono restituite perfino le assemblee pubbliche, e l’adoprar giudici di propria nazione, e risolvere le liti colle leggi patrie. Pertanto Roma, se si disanguava colle guerre, presto se ne rifaceva coll’assimilarsi i vinti; questi esistevano per essa, mentre essa colle colonie rifondeva la vita ne’ paesi assoggettati. Col concedere la cittadinanza come liberalità ai più benemeriti e fedeli, preparavasipartitanti nella lontana contrada, e traeva a sè quel che di meglio fosse fuori. Questi aggregati talmente s’identificavano con Roma, che parlando di essa dicevano «Noi, e i padri nostri, e il nostro fondatore Romolo»; al modo che gli Svizzeri del canton Ticino o di Ginevra si dicono figli di Tell. Così Roma compiva un gran passo sociale, qual era il trarre il mondo ad un’unità non prima conosciuta; estendeva il proprio Comune fino ad abbracciare tutto il mondo incivilito; e ne sarebbe divenuta immortale, se l’eccesso delle conquiste non avesse precipitato in lei tanti forestieri, che l’utile pasto riuscì a micidiale replezione.

TRISTA CONDIZIONE DEI VINTI

Quanto all’esterno, mai non erasi più sapientemente applicato ilDividi e impera; giacchè surrogando le città alle nazioni, e creando tanti interessi diversi, s’impediva acquistassero la potenza che deriva dall’unità d’intento; dappertutto rotti que’ vincoli con cui le popolazioni si teneano fra loro, tolte le alleanze, le assemblee, sino il far transazioni commerciali e matrimonj fra esse. La condizione de’ possedimenti era differente anche fra gl’Italiani; e mentre il cittadino poteva divenire proprietario assoluto d’un campo conquistato, un Italiano non n’avea che il possesso precario. Que’ tanti Romani sparsi nelle colonie poteano usurpare il possesso del vicino, e questo non aveva diritto di citarlo ai tribunali di Roma se non per mezzo d’un patrono, il quale troppo facilmente si conniveva al compatrioto.

Gli Italiani (salvo i pochi ch’ebbero lo juscommercii et connubii) non possono ereditare nè comprare da un cittadino romano, nè vendergli se non a rischio e pericolo, e senza che la legge lo sussidii se il cittadino neghi il prezzo, o frodi i patti, o manchi alle scadenze. Altrettanto avviene dal creditore al debitore. Il cittadino, protetto sempre dalla legge e dai tribuni, non potrà essere incarcerato, non battuto, non crocifisso; l’Italianosì: questo non fruirà d’eguale condizione nell’esercito, ov’è escluso dalla legione, e ammesso solo nella coorte; nelle retribuzioni riceverà quel poco che si vorrà concedergli; il generale può, anche per colpe leggiere, decapitare un prefetto degl’Italiani, e aggiungervi l’ignominia; la bastonatura di questi si fa con altro legno che quel di vite, riservato ai Romani. Nè calza male il paragone di quello stato colle colonie d’America: gli uomini bianchi, gli Europei, vi rappresentano il cittadino romano; i bianchi, non mescolati di sangue africano ma d’altra razza che l’europea, equivalgono al greco, all’italioto, all’etrusco; il mulatto e il negro sono nella degradazione in cui erano tenuti gli stranieri, i Barbari.

La giustizia degli antichi non si fondava sopra basi eterne, quali l’eguaglianza di tutti gli uomini e la paternità dello stesso Dio, ma sui patti reciproci. I membri d’una società aveano franchezza, diritti, onori; gli estranei rimanevano nemici da trattarsi col diritto del più forte; i vinti erano una genìa abbandonata dagli Dei, e perciò inferiore, e destinata a servizio ed utile del vincitore. E ragione e coscienza vedemmo ammutolirsi nelle conquiste; e dacchè non si trattava più di cittadini, anche i magistrati si permettevano ogni abuso ne’ paesi conquistati, anzi talvolta contro gli stessi socj, pei quali la libertà conceduta riusciva di mero nome[340].

Date questi diritti a gente sobria, casalinga, agricola, osservatrice, quantunque cavillosa, della promessa e della stretta parola, e farà sentire una dominazione severa, inumana se volete, pure coscienziata, quando anche la coscienza possa essere erronea. Ma se sottentriun popolo corrotto da improvvise ricchezze, che non farà soffrire a questi medesimi Italiani, che pur godono il titolo di socj, di alleati, fin di liberi? L’anno della sconfitta di Perseo, dalla quale comincia a irrompere la prepotenza pubblica e privata, il console per la prima volta ordinò che gli alleati di Preneste gli uscissero incontro, ed allestissero alloggi e cavalli. Un altro fece sferzare i magistrati d’una città alleata, che non gli aveva apparecchiato abbondanza di viveri. Un mandriano di Venosa, vedendo gli schiavi portare in lettiga un cittadino romano, domanda—Che? è egli morto?» e l’arguzia gli costa la vita sotto le bastonate. Un censore, per adornare un tempio da lui costruito, leva il tetto a quello di Giunone Lucina, il più venerato d’Italia. Venuto il console a Teano, sua moglie desidera lavarsi nel bagno degli uomini; e non essendo questo sgombrato abbastanza sollecitamente, il primario cittadino è fatto snudare e flagellare in pubblica piazza: atterriti quei di Caleno decretano che veruno si accosti ai bagni finchè un magistrato romano si trovi nella città. Per consimile titolo a Ferentino il pretore fece arrestare i questori, uno dei quali fu battuto a verghe, l’altro si sottrasse all’obbrobrio dandosi a precipizio da un’altura[341]. Le api d’un villano molestavano un potente vicino, il quale gliele distrusse; il villano risolse di trasferire altrove i poveri penati,—Ma (diceva) non ho potuto trovare un angolo che non fosse accostato da ricchi e poderosi; non un ricovero contro l’arbitrio e l’oppressione».

LE PROVINCIE

A quanto peggior condizione doveano trovarsi le provincie! Acquistato un paese, Roma lo lasciava alcun tempo governare da principi nazionali od impostigli,finchè lo avesse indocilito al giogo; allora li sbalzava, e riducevalo a provincia: al che pure riusciva l’alleanza contratta con qualche città o Stato libero. La prima sua cura consisteva nel torgli ogni pubblica forza o costituzionale libertà, e singolarmente scomporre quelle confederazioni, che cara le aveano fatto costar la vittoria sopra l’Etruria, la Gallia e la Grecia. Del suolo della provincia l’alto dominio supponeasi spettare al popolo romano; gli abitanti non aveano che l’usufrutto, pagandone tributo, oltre l’imposta personale, e non erano ammessi alla milizia. Un consulto del senato determinava l’ordinamento delle provincie, vario l’una dall’altra, ma tutte in sudditanza assoluta. Il prisco diritto pubblico e civile dovea dar luogo alla legislazione nuova, il potere sovrano ridursi in un magistrato di Roma, cui competevano la giurisdizione, l’amministrazione, e spesso anco il comando militare. Alle città lasciavasi un’amministrazione propria, modellata sugli statuti antichi, ma alle forme democratiche cercavasi surrogare l’aristocrazia.

Conquistata la Sicilia, nè trovando bisogno o convenienza d’unirla alla fortuna di Roma, fu ridotta a provincia, e la prima ordinanza fu data da Marcello dopo l’insurrezione degli schiavi: Rupilio la riformò, e da Cicerone possiamo raccorne l’essenza. Comprendeva diciassette città o popoli tributarj, di cui cioè eransi confiscate le terre, poi restituite ai prischi possessori col peso d’un’annua retribuzione. Ma fedele al sistema di non render eguale a tutti il giogo, il senato lasciò a Messina, Taormina, Noto il diritto d’alleate; altre cinque godeano l’immunità; la restante isola pagava la decima de’ frutti. Le terre del dominio pubblico doveano una tassa, che ciascun lustro prefiggevasi dai censori: quelle soggette a decima la pagavano quale Gerone aveala stabilita: le immuni erano obbligate a vendere e portarea proprie spese a Roma ottocentomila moggia di frumento per quattro sesterzj il moggio (frumentum imperatum), che servisse alle distribuzioni. Le liti fra una città e un cittadino giudicavansi dal senato d’un’altra città, beneviso alle parti: quelle fra membri d’una città stessa si risolveano secondo gli statuti d’essa città: quelle fra individui di città diverse, secondo le ordinanze di Rupilio. Se il Romano richiedesse in giudizio un Siciliano, era competente il tribunale siciliano; il romano se al contrario. Le dispute fra coltivatori e decimatori decidevansi secondo la legge di Gerone sui cereali; altre erano risolte da una specie di corte d’assise, formata di cittadini romani[342].

A reggere le provincie, il senato spediva consoli usciti di carica e pretori, i quali, ad imitazione dei pretori urbano e peregrino (pag. 411), in uneditto di giurisdizioneesponevano le norme con cui governerebbero, confermando gl’istituti anteriori e introducendone di nuovi, o trasferendovi quelli della metropoli che paressero opportuni[343]. L’accompagnavano ordinariamente un questore per esigere l’imposta, e un intendente per regolare le finanze.

Fosse pur liberale la data costituzione, ledevasi il sentimento nazionale coll’introdurre le usanze romane, ed anche la lingua dovunque non si parlasse la greca, e fin la religione; o se tolleravasi l’antica, come nell’Egitto e in Giudea, se ne proibivano le adunanze. Per fiscalità vietavansi talora le coltivazioni meglio confacenti, e la vigna e gli ulivi erano proibiti nei paesi transalpini[344]. I governatori poi, oltre avere immensi mezzi di guadagno legale, dalla illimitata potenza e dall’appoggio delle truppe accantonate venivano strascinati al tiranneggiare; e cambiandosi ogni anno, non aveano alle vessazioni neppur il limite della sazietà. Sallustio chiama spietata e intollerabile la dominazione romana[345]: Livio, liricamente e ingenuamente abbagliato dalla patria grandezza, tanto che di vero cuore s’indispettisce allorchè qualche popolo osa difendere contr’essa la vita e la libertà, Livio confessa che, dovunque è un pubblicano, ivi il diritto svanisce, la libertà non esiste più[346].

Quando già s’era imparato a disobbedire al senato, Marcantonio senza riti mena una colonia a Casilino per soppiantare quella che prima vi sedeva; invade l’eredità di molti; altri poderi finge aver compri all’asta, che nessuno udì bandita; dall’ora terza fin a tarda notte dura in cene ubriache, giocando, bevendo, vomitando e ribevendo, tra bardassi e meretrici. Altrove il pretore, accolto ospitalmente a cena da uno spettabile cittadino, sopra mangiare gl’insinua di far condurre in mezzo l’unica figliuola; e resistendo questo, sipassa alla violenza, nasce un battibuglio, si uccide; e i cittadini non osano far giustizia dell’insultatore. Costui chiamavasi Verre; nome che impareremo a conoscere come compendio di tante scelleraggini.

Anche dopo che l’interesse insegnò ad amicarsi le provincie, piuttosto che disanguarle e inasprirle con un giogo tanto grave quanto ingiurioso, si ebbero sempre in conto di dipendenze, non come parti integranti della repubblica: s’apriva la cittadinanza a molti individui, cioè s’interessavano i migliori all’incremento di Roma. il che equivaleva a formarvisi un partito; ma non furono mai chiamate, per via di rappresentanza, a costituire un’unità politica, quale ora l’intendiamo. Eccettuate le trentacinque tribù del territorio primitivo, l’amministrazione e la legislazione erano meramente locali: nè si sapeva estendere l’azione d’un governo centrale a tutte le parti del vasto dominio e ad ogni particolarità de’ pubblici ministeri. La vigilanza precisa, la regolata gerarchia di dipendenze, le rapide comunicazioni che a ciò son necessarie, mancavano agli antichi imperj; onde Roma dovea limitare la sua ingerenza agli oggetti generali, abbandonando la più parte dei parziali interessi o ad agenti spediti dalla metropoli, o a magistrati indigeni.

Vigevano dunque ne’ paesi sudditi a Roma due poteri: uno supremo che ordinava, eseguiva, giudicava come ben gli paresse, non propenso per natura ad estendere l’intervenzione sua di là da quel che credesse opportuno alla pubblica ragione; l’altro ordinario, lasciandosi alle città, oltre l’interna amministrazione e il decidere d’alcune cause civili e criminali, anche molti atti veramente legislativi, esercitati dall’assemblea dei cittadini, ed eseguiti da magistrati municipali. Se si rallenti l’oppressiva direzione suprema, quei corpi aspireranno all’indipendenza invocando diritti, o ampliandole attribuzioni, spesso collegandosi in una specie di reggimento federativo: il che noi vedremo succedere al decader dell’Impero, preparando il primario elemento della moderna civiltà europea.

Per le terre soggette diffondeansi in folla gl’Italiani, trattivi dagl’impieghi, dall’agricoltura, dall’appalto delle gabelle, principalmente dal traffico, che fu sempre la vita del nostro paese. In folla erano stanziati nella Numidia; Mitradate ne fece d’un colpo trucidare ottantamila nell’Asia, quaranta soli anni da che ridotta a provincia; aggiungansi i veterani cui circondavano i terreni dei vinti e i coloni: tutti modi di propagare la lingua, la civiltà e la riverenza del nome romano.

FINANZE

Le conquiste crebbero le rendite della repubblica. Essa traeva denaro dalla taglia fondiaria che i cittadini pagavano, determinata dal senato a proporzione dell’occorrente, e della quale più non fu mestieri dopo la terza guerra macedonica; o dagli alleati d’Italia, che contribuivano diversi generi, secondo i luoghi; o dalle provincie, alcune delle quali pagavano tassa agraria e capitazioni gravose, oltre somministrare derrate in natura per emolumento de’ governanti, o per approvvigionare la capitale, o per emergenti straordinarj.

La repubblica possedeva terreni sì in Italia, massime nella Campania, sì nelle provincie, che Cicerone chiama patrimonio del popolo romano; e li cedeva a lavoratori, esigendone un decimo del grano raccolto, un quinto del legname, e una lieve retribuzione pel bestiame: la quale rendita si dava in appalto di cinque in cinque anni. Ai porti ed al confine si riscotevano dazj sulle merci che entravano ed uscivano, e Roma e l’Italia ne furono esentate solo nel 694 per legge di Metello Nepote: ne’ porti di Sicilia tale diritto saliva alla ventesima[347]. Sulla compra o la vendita degli schiaviil fisco percepiva un ventesimo, serbato in apposito erario per le più stringenti necessità. Sul declinare della prima guerra punica, il censore Livio, per ciò soprannominato Salinatore, ridusse a monopolio il sale, onde impedire che i privati lo mettessero a prezzo eccessivo. Finalmente era pagata un’imposizione dai cavatori delle miniere, massime delle ricchissime d’argento nella Spagna. Uniamovi le ammende imposte dai magistrati, e il cui ricavo deponeasi nel tempio di Cerere.

Eppure sotto Silla dittatore, appena a quaranta milioni di franchi sommava l’entrata totale; giacchè, oltre le contribuzioni e i consumi in natura, un’infinità di spese erano lasciate ai singoli paesi, al modo che fassi ora dagl’Inglesi e dagli Stati Uniti d’America. Nelle strettezze ricorrevasi a prestiti; qualche volta si alterò anche la moneta, come nella prima guerra punica riducendola d’un quinto del peso e conservandone il valore; nella seconda s’acquetarono i creditori con una doppia operazione, per cui quelli del pubblico perdettero la metà, quelli dei privati un quinto, e si emisero viglietti del tesoro. Finite le guerre, riparavano ai debiti il bottino e le contribuzioni dei vinti, i quali ne restavano disanguati in modo da non poter rialzare la testa, mentre Roma ne acquistava mezzi di far nuove guerre e trarre nuovi guadagni.

Che veramente la scienza finanziaria dei Romani consisteva nella conquista; ignorando del resto come ben si crei, si consumi, si cambii e si diffonda la ricchezza. Cicerone nel trattatoDella repubblicainvestigando il principio e la miglior forma di governo, e i precipui elementi della vita dei popoli, parla della famiglia, dell’educazione pubblica, della giustizia, della religione; ma dell’economia tocca appena per incidenza[348].

Vinte Cartagine, Corinto, Siracusa, la Macedonia, Pergamo, traboccarono in Roma le ricchezze. A Taranto furono prese ottantamila libbre d’oro e tremila talenti d’argento: i tesori di Perseo eccedevano il valore di quarantacinque milioni: Scipione da Cartagine portò nel tesoro cenventimila libbre d’argento: alla qual città fu imposto nella prima guerra il tributo di duemila ducento talenti, di diecimila nella seconda, ad Antioco quindicimila, mille a Filippo, cinquecento agli Etolj, altrettanti a Nabide, trecento ad Ariarato; sicchè in dodici anni cinque sole guerre arricchirono l’erario di trentamila talenti (165 milioni di lire). Ben tosto le conquiste di Pompeo crebbero i tributi dell’Asia a cento milioni: nei quattro suoi trionfi Cesare pose in mostra il valore di sessantamila talenti, oltre duemila ottocenventidue corone d’oro. Al rompersi della guerra civile, il tesoro conteneva un milione novecenventimila ottocenventinove libbre d’oro; poi sul finire della repubblica valutavasi da trecencinquanta a quattrocencinquanta milioni la rendita generale delle provincie romane. L’Egitto ai Tolomei fruttava dodicimila talenti, ma molto più ai Romani dopo che l’ebbero conquistato.L’esazione affidavasi ad appaltatori, che per lo più erano cavalieri; o a compagnie, che divenivano un flagello delle provincie e una corruttela per la capitale.

Del denaro versato dai pubblicani nell’erario, il senato regolava l’erogazione, poco consultando il popolo per l’uscita come per l’imposizione. Venti questori vegliavano al pubblico tesoro ed alle rendite. Due sedevano in Roma, soprantendendo alla scossa delle imposte d’ogni natura ed ai conti, reprimendo anche le concussioni de’ pubblicani, e custodivano pure le leggi e i decreti del senato. Gli altri nelle provincie accompagnavano i consoli ed i pretori per fornire di viveri e denari le truppe, riscuotere le imposte e i generi dovuti alla repubblica, vendere le spoglie dei vinti; conservavano anche in deposito il peculio dei soldati; erano il secondo magistrato della provincia, e sostenevano le veci del pretore quando partisse. I conti erano riscontrati dai governatori, poi deposti al tesoro generale di Roma e negli archivj delle provincie.

Il tesoro serbavasi nel tempio di Saturno a Roma, diviso in tre casse: nella prima le rendite per le spese correnti; nella seconda la ventesima sulle emancipazioni legali e sulla vendita degli schiavi, per le maggiori urgenze; nella terza l’oro coniato o no, proveniente da conquiste. Gli scribi del tesoro, quantunque impiegati subalterni, diventavano importantissimi, atteso che, essendo perpetui, acquistavano una pratica che li rendeva indispensabili ai questori delle provincie, eletti man mano.

Dopo l’assedio di Vejo si diè paga ai soldati ed agli ausiliari, il che importava dispendio enorme. Di grave costo erano pure le flotte, sebbene il costruire e l’attrezzar le navi fosse obbligo di alcune provincie. Le costruzioni pubbliche e principalmente gli acquedotti ele strade portavano grande spesa, sminuita, è vero, dall’adoprarvisi i soldati o gli schiavi. Inoltre ai generali e ai soldati decretavansi regali, collane, statue; e spesso durante le guerre si votava qualche festa o tempio. Poco costava l’amministrazione delle provincie, ricevendo gli impiegati provvigione dal paese. Gli ambasciadori esteri venivano trattati suntuosamente coi vasi riservati pei banchetti sacri. La maggiore uscita derivava dalle distribuzioni di grano che si faceano ai cittadini bisognosi, dapprima soltanto nelle carestie, poi annualmente; crescenti a misura che la popolazione affluiva a Roma.

TERRITORIO ROMANO

Al momento ove siamo col nostro racconto, cioè centrent’anni avanti Cristo e seicenventiquattro dopo la fondazione di Roma, questa possedeva tutta quasi l’Italia, la Spagna, la Grecia; l’Adriatico le dava sicure comunicazioni dopo sottomessi gli Istrioti, i Giapodi, i Dalmati, gli Illirici; il passo fra l’Italia e la Spagna ben presto le fu assicurato dalle colonie d’Aix e di Narbona; nell’Asia Minore stendeva il dominio fin al Tauro; in Africa, sull’antico territorio di Cartagine; teneva l’Egitto in tutela, gli Ebrei alleati, ligi i re dell’Asia Minore; sicchè la città che dianzi si limitava fra Preneste e Tivoli, or sentivasi chiamare signora dall’oceano Atlantico alle rive dell’Eufrate e dall’Alpi all’Atlante. Questo territorio costituiva due grandi divisioni: l’Italia fin al Rubicone e alla Marca; e le provincie, che allora erano nove, cioè Sicilia, Corsica e Sardegna, la Cisalpina, la Macedonia colla Tessaglia, l’Illirio e l’Epiro, l’Acaja, vale a dire il Peloponneso, l’Ellade e le isole, l’Asia, l’Africa, la Spagna ulteriore e la citeriore. Affine di meglio sopravedere l’Italia, il senato la spartì fra quattro questori provinciali: uno risedeva ad Ostia, avendo sotto di sè l’Etruria, la Sabina, il Lazio fino al Liri; l’altro a Cales, regolando la Campania, il Sannio, la Lucania,i Bruzj; il terzo reggeva l’Umbria, il Piceno, i Ferentini, e via fin al lembo dell’Apulia; il quarto l’Apulia colla Calabria, nel qual nome erano congiunti i Salentini, i Messapi, i Tarantini.

Allorchè Scipione Emiliano, in qualità di censore, chiudeva il lustro, nel sagrifizio consueto il cancelliere lesse la formola solenne delle preghiere, in cui si cercava agli Dei l’ampliamento dell’impero. Egli, invece di ripeterla, esclamò:—Grande e potente è abbastanza: supplico i Celesti di conservarlo eternamente intatto»[349].


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