[83]La priorità delle arti belle in Italia fu sostenuta dal Guarnacci (Origini italiche), dal padre Paoli (Antichità pestane), dal conte d’Arco (Patria primitiva del disegno), e da molti moderni, massime dopo le ultime scoperte, cominciando da Luciano Buonaparte.Sulle arti etrusche possono vedersi pel secolo passato:Th. Dempster, 1619, coi paralipomeni del Passeri;A. F. Gori,Musæum etruscum, 1737-43, colle dissertazioni del Passeri:Musæi Guarnacci ant. mon. etrusca, 1744. Erano mal distribuiti, raccolti senza critica, classificati a capriccio, per modo che il Müller credette non poter farne verun conto per chiarire la storia e le credenze degli Etruschi. Profittarono delle scoperte recenti il cavaliere Francesco Inghirami,Monumenti etruschi o di etrusco nome, sette volumi di testo, sei di tavole, 1821-56; ePitture di vasi fittili, 1832; le moltissime memorie delle Accademie di Cortona, di Parigi, dell’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma, ecc.; e libri e opuscoli senza numero di Vermiglioli, Cardinali, Orioli, Teani, Arditi, Gerhard, Raoul-Rochette, Visconti, Grifi, Bunsen, Campanari, Micali, Gargallo, Candelori, Feoli, Stackelberg, Dorow, Bröndstedt, Lewezow, Böck, Luynes, Svelcker, Panofka.... De Witte e Lenormant pubblicarono una scelta di vasi ceramografici a Parigi, 1840. Vedansi pureMusæi etrusci, quod Gregorius XVI in ædibus vaticanis constituit, monumenta; Roma, 1842. I musei che più se ne arricchirono, son quelli di Londra, cui fu venduta la raccolta del principe di Canino; di Monaco, di Leida, di Berlino, del re d’Olanda; e in Italia il Gregoriano e il Campana a Roma, il Borbonico a Napoli, le collezioni Buccelli a Montepulciano, Ruggeri a Viterbo, Venuti a Cortona, Ansidei, Oddi ed altri a Perugia, Guarnacci e Franceschini a Volterra, Jatta e Santangelo a Napoli.[84]Eversosque focos antiquæ gentis hetruscæ.Properzio, ii.28.[85]Quanto era stato scritto intorno agli Etruschi prima del 1828, fu riassunto da Ottofredo Müller nei quattro libri intitolatiDie Etrusker, editi a Breslavia in quell’anno. A quest’opera, buon tratto inferiore alla sua sui Dori, e pubblicata prima che s’aprissero i sepolcreti di Vulci, antepose unaVorerinnerung über die Quellen der etruskischen Alterthumskunde, ove ragiona le autorità greche, romane e tradizionali, e volge spesso la beffa contro la boria nostra del rifiutare l’origine greca della civiltà etrusca, assunto da lui sostenuto; eppure io non so se possa trovarsi un più pregiudicato ammiratore dei Greci che il nostro Luigi Lanzi. Questo trae molte etimologie dal greco, staccandone l’articolot: così Turms si riduce a ὁ ὑρνῆς, Turan, ὁ ἄραν, Marte, Thalina, θ΄ἄλινα nata dal mare; Tarconte sarebbe ἄρχω coll’articolo; Tages, ταγὸς; capo; Tarquinia o Trachinia e Tarrachina, da τραχὺς; aspro, erto; Corneto da Corinthio; Faleria, Falisci da Ἁλοὼς; così Agylla, Pyrgos, Alsium Ἄλσος, Gravisca γραῖα, Volcium ἱόλκος o ὄλκος, Veji ἡρμῆον ecc. Argomentano pure dalle relazioni che l’Etruria mantenne continuamente colla Grecia; onde da Corinto venne una colonia con Damarato, quei di Cere tenevano il tesoro a Delfo, ecc.Il Micali nell’Italia avanti il dominio dei Romani, 1810, suppone continuamente una gente di nascita e credenza indigena, cui sopravvennero altre con diversi riti; ma nellaStoria degli antichi popoli italiani, 1832, mostrossi men risoluto nel negare l’influenza asiatica ed egizia sulla civiltà etrusca; e meno ancora neiMonumenti inediti a illustrazione della storia degli antichi popoli italiani, 1844.Niebuhr fa identici i Pelasgi e i Tirreni, provenuti d’Occidente, dimorati in Etruria, e affatto diversi dagli Etruschi e dai Raseni. Millingen invece contende la parità di questi due nomi, come fa sempre Erodoto: da Τυῤῥηνοὶ o Τυρσηνοὶ egli trae Τυρησκοὶ, desinenza pelasgica che occorre in Drabesco, Bromisco, Dorisco, Mirgisco e altre città di Tracia; e qui in Volsci, Falisci, Gravisca. Da Τυρησκοὶ i Latini trassero Truschi, e prefiggendo l’e, Etruschi, poi Thusci, Tusci; al modo stesso Όπικοι fu cangiato in Opisci e Osci, Ποσειδονία inPestunumePestum, Πομυδεύκης inPollucesePollux. Ma poichè nulla prova che in questi ultimi nomi la forma greca sia stata la primitiva, potendo anzi essere un’alterazione della pelasgica, l’analogia non soccorre a quella difficile etimologia.Lepsius introdusse i Pelasgi-Tirreni. Giambattista Bruni, nelleRicerche intorno all’origine dei Pelasgi-Tirreni, sostiene sieno Fenicj, al pari di Bochart, Mazzocchi, Dumont e altri.Orioli, negliOpuscoli letterarj di Bologna(De’ popoli Raseni o Etruschi), fiancheggia l’origine lidia. Poletti,Dei popoli e delle arti primitive in Italia, ripudia le immigrazioni, e vuol anzi che i nostri, col nome di Pelasgi, portassero altrove la civiltà.Fra i moltissimi che ne discussero in questi ultimi anni, citiamo:G. J. Grotefend,Della geografia e storia dell’antica Italia fino alla dominazione romana. Annover, 1840.W. Abeken,Mittelitalien vor den Zeiten römischer Herrschaft. Stuttgard, 1843. Riconosce egli nella prisca Italia quattro razze principali:1º I Tirreni, forse Pelasgi, di cui sono i Siculi, i Sabini, i Latini;2º I Raseni o Reti, che fondendosi coi vinti, formarono gli Etruschi; per lo che i Tirreni fra l’Arno e il Tevere si distinguono dagli altri;3º Gli Aborigeni, Baschi, Ausonj, Aurunci:4º Gli Ellenici.[86]Ernain sabino diceasi la quercia e la rupe; ὄρος e βιῶν, vivente nei monti. Mannert (Geogr. der Griechen und der Römer, tom.iii. p. 187) prova che Taurisci è denominazione celtica degli abitatori dei monti, e che fu applicata a gran parte dei popoli alpini.[87]Può trarsene il nome da κώμη, villaggio; ma anche dacom, che in celtico significa seno.[88]Berg-homoheimesprime in parlare germanico quel che Orobio in greco.[89]È però nome latino, non etrusco, e vuol diremercato di Licino. Nel Pian d’Erba v’ha un villaggio dettoMercato di Incino; e il cercare altrove Liciniforo sarebbe come voler trovare Mediolano in Toscana o Agrigento in Piemonte.[90]V’è chi trae da Bara il nome di Brianza, che però è recentissimo. Parmi che gli eruditi, massime gli storici municipali, facciano troppa fondamento su quel passo di Plinio.[91]Tito Livio, vi. 21. Quando costui entra a narrare le guerre de’ Romani coi Sabini, mette una protasi tutta poetica:Majora jam hinc bella, et viribus hostium, et longinquitate vel regionum vel temporum spatio, quibus bellatum est, dicentur. Quanta rerum moles! quoties in extrema periculorum ventum, ut in hanc magnitudinem, quæ vix sustinetur, erigi imperium posset!vii.29.Orazio, lib.iii.od. 6, cantava:...rusticorum mascula militumProles, Sabellis docta ligonibusVersare glebas, et severæMatris ad arbtrium recisosPortare fustes.[92]Plinio,Nat. hist.xxx.12.Maximilien de Ring,Hist. des peuples opiques. Parigi, 1859: oltre gliOskischen StudiendiTh. Mommsen. Berlino, 1845.[93]Arnobio,iii.pag. 122.[94]La vorrebbero denominata dai profondi suoi seni, κάμπη; mentre Apulia vorrebbe diresenza porti.[95]Heine (Opusc. acad., tom. v. p. 345) vuole Capua detta dacapis, che in etrusco significa avoltojo, perchè gli Etruschi abbiano veduto ivi l’augurio d’un avoltojo.Vulturnon ne sarebbe che la traduzione latina. La storia di Capua è tuttora piena d’incertezze, per quanto cercasse schiarirla Giulio Stein,De Capuæ gentisque Campanorum historia antiquissima. Breslavia, 1838.[96]Galanti,Descrizione del contado di Molise.[97]Lucanus an Appulus, anceps,Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus Missus ad hoc, pulsis(vetus est ut fama)Sabellis.Satir. Lib.ii.i.35.[98]Pausania dice: Ὑπὸ δὲ Λιβύων τῶν ἐνοικούντων καλουμνη Κορσικὴ:Dai libici abitanti chiamata Corsica. Ottofredo Müller vorrebbe leggere Λιγύων, ma senza darne ragioni. Quanto propriamente alla Sardegna, la favola dice Sardo figlio del libico Ercole.[99]Münter, nel libro sulla religione de’ Cartaginesi, ha un’appendiceUeber Sardische Idole. Polibio, nel libro i, ci mostra floridissima l’isola di Sardegna allorchè i Romani vi afferrarono; invece Aristotele, nel libroDe mirabilibus, c. 105, dice che «i Cartaginesi avevano distrutto in Sardegna tutti gli alberi fruttiferi, e vietato agli abitanti, pena la vita, di darsi all’agricoltura». Beckmann, nell’edizione di quest’opera, dimostrò che tale asserzione non si appoggia che su qualche vaga tradizione, ed è smentita dall’accordo delle cose.[100]Seneca, ivi relegato, dice che in Corsica la popolazione è iberica, ma la costoro lingua fu perduta per la ligure (Consolatio ad Helviam, cap. 8). Forse non significa se non la fratellanza di Liguri ed Iberi.[101]Lib. v. § 13.[102]Giano dovette essere il nome d’alcuno di quei primissimi savj, di cui rimase memoria fra popoli diversi. Pei FenicjJonncorrispondeva a Baal; in gallese vuol dire signore, dio, causa prima; Bacco fu dettojanna,jon,jona,jain,jaungoicoa, dio, signore, padrone; gli Scandinavi chiamanojanil sole, che i Trojani pure adoravano col nome dijona(Jamesson’s,Hermes scyticus, pag. 60);javnahachiamasi in persiano quell’astro, ejannanvuol dire capo (Pictet,Culto dei Cabiri in Irlanda, pag. 104). Raoul-Rochette inJoan,Jon,Janusvede il capo d’una colonia jonica, giunta in Italia 1431 anni avanti Cristo. In somma egli ci sembra il simbolo della gente pelasga, e tiene molte somiglianze col Brama indiano, quadrifronte anch’esso, qual faceasi a Falera, mentre a Ilo ma non conservò che due facce.Si disse cheLatiumfu chiamato perchè colalatuitSaturno:Is genus indocile, ac dispersum montibus altisComposuit, legesque dedit, Latiumque vocariMaluit, his quoniam latuisset tutus in oris.Virgilio,Æn.viii.321.In feniciosaturnsignifica appuntolatens(Pokoke,Specimen historiæ Arabum, pag. 120); mentre i deboli etimologisti latini lo disserosaturdasaturitate, e Merkel lo deriva dasarpere. I versi Saturnini, le feste Saturnali mostrano e l’antichità di questo civilizzatore, e la rozzezza de’ suoi tempi.Tot sæculis Saturnalia præcedunt romanæ urbis ætatem, dice Macrobio,Saturn.i.[103]Politic.lib.vii, c. 9.[104]Dorn Seifzen,Vestigia vitæ nomadicæ, tam in moribus quam in legibus romanis conspicua. Utrecht, 1819.[105]Una tenue idea può aversene anche fra noi, ove la religione tiene separati gli Ebrei, benchè vivano in mezzo a noi.[106]D’uno di questi accordi è cenno in quel verso dell’Eneide:Sacra, deosque dabo: socer orma Latinus habeto.[107]Macrobio,Saturn.ix:Saliorum quoque antiquissimis carminibus deorum deus canitur. Valerio Sorano appo Varrone canta:Jupiter omnipotens, rerum, regumque deûmqueProgenitor, genitrixque deûm, deus unus et omnis.E Cicerone nelleTusculane:—L’antichità quanto era men lontana dall’origine divina, tanto meglio conoscea per avventura le verità. Laonde a quegli antichi che Ennio chiama Casci era insito questo solo, che dopo morte durasse il sentimento, nè coll’uscire di vita si disfacesse l’uomo in modo da perire totalmente. Tanto si può raccorre, come da molt’altre cose, così dal diritto pontificio e dalle cerimonie funerali». Nei nomi di tre lettere, comeOpseReadei Latini,Diodei Greci,Tindegli Etruschi, ecc. può vedersi un simbolo incompreso dell’unità e trinità.[108]Prudenzio, poeta de’ primi tempi cristiani, deplorava questa profusione di genj:Quamquam, cur genium Romæ mihi fingitis unum, Cum portis, domibus, thermis, stabulis soleatis Assignare suos genios, perque omnia membra Urbis, perque locos geniorum millia multa Fingere, ne propria vacet angulus ullus ab umbra?[109]Brisson,De formulis;Servio, ad.iGeorg.21, citando Fabio Pittore.[110]Della durata de’ sagrifizj umani a Roma ci abbonderanno prove; ma che continuassero oltre l’età d’Augusto, a pena si crederebbe ai Cristiani se non fossero così concordi e precisi, a fronte di gente che poteva smentirli. Porfirio pretende cheogn’annovittime umane s’immolassero a Giove Laziale fin nel iv secolo dell’era vulgare Ἀλλ̓ ἔτι καὶ νῦν τὶς ἀγνοεῖ κατὰ τὴν μεγάλην πόλιν τῇ τοῦ λατιαρίου Διὸς ἑορτῆ σφαξόμενον ἄνθρωπον. Tertulliano:Et Latio in hodiernum Jovi media in urbe humanus sanguis ingustatur. Minucio Felice:Hodieque ab ipsis Latiaris Jupiter homicidio colitur. Lattanzio:Latiaris Jupiter etiam nunc sanguine colitur humano.[111]Oggi ancora dal lago di Celano vanno in volta ciurmadori maneggiando serpi, e i terrazzani confidano in san Domenico di Crellino per le morsicature.[112]In osco il Comune chiamavasiviria, da cui il latinocuria(co-viria) edecuria,centuria.[113]Orazio,iii.od. 6.[114]Peut-on trouver une plus noble institution?esclama Montesquieu,Esprit des lois,vi.17. Eppure in questo costume la donna è ridotta all’ultima degradazione, d’essere scelta senza scegliere nè poter rifiutare.[115]Ὄμβρικοι ὅταν πρὸς ἀλλήλους ἔχωσιν ἀμφισβήτησιν, κατοπλισθέντες ὡς ἐν πολέμῳ μάχονται, καὶ δοκοῦσι δικαιότερα λέγειν οἱ τοὺς ἐναντίους ἀποσφάξαντες.Gli Umbri, quand’abbiano litigio fra loro, armati come in guerra combattono, e pensano abbia ragione chi l’altro uccide. Nicolò Damasceno, ap.Stobeo,Serm.xiii.[116]Positosque vernas, ditis examen domus,Circum renidentes lares.Orazio, Epod.ii.[117]Cicerone,Pro Milone, 50;Giovenale,iii.[118]Æn.xii;Strabone,iv.[119]Lib.i.c. 8.[120]Plinio,Nat. hist.,xv.39;Strabone,iv.v;Vitruvioii, 10.[121]De re rustica,i.[122]De re rustica,i.21;Plinio,xviii, 31.[123]Lib.ii.4.[124]Ad Augusto fu mandato d’Africa un cespo con quattrocento gambi: Nerone n’ebbe uno da cui sorgevano trecensessanta cauli spigati.[125]Olim ex Italiæ regionibus longinquas in provincias commeatus portabant.Tacito, Ann.xii.[126]Plinio,Nat. hist.,xviii.10.[127]Italus,vitulus.[128]Polibio,ii.[129]Strabone,v;Plinio,viii.48.[130]Varrone,De lingua lat.[131]Strabone,v.[132]Plinio,Nat. hist.xviii.6.[133]Columella,i.3:xi.2.[134]Catone,v.34;Plinio,xviii.21.[135]Plinio,xviii.13, 7.[136]Columella,vi.prefaz.;Plinio,xviii.5.[137]Janelli (Veterum Oscorum inscript., 1841) in un’iscrizione umbra trovò un custode dell’annona.[138]Livio,xxxiii.4.[139]Strabone,ivev.[140]Scienza nuova, cap.x.[141]Lo dimostra Janelli,Op. cit.[142]Vedi l’Appendice I eFabretti,Osservazioni grammaticali sulle antiche lingue italiche. Atti dell’acc. di Torino, 1874.[143]La persona si definiscehomo cum statu quodam consideratus; e per istato s’intendequalitas cujus ratione homines diverso jure utuntur.[144]Dionigi d’Alicarnasso,i.[145]Vedi la nota 1 al Capo precedente.[146]Evandro era venerato in molte città dell’Arcadia e dell’Acaja. Manca d’ogni autenticità questa lista di antichi re del Lazio:Gianoverso il1451Alba Silvioverso il1018Saturno»1415Episto Silvio»979Pico»1382Capi Silvio»953Fauno»1335Carpento Silvio»925Latino»1301Tiberio Silvio»912Enea»1250Archippo Silvio»904Ascanio»1175Aremulo Silvio»863Silvio Postumo»1136Aventino Silvio»844Enea Silvio»1107Proca Silvio»817Latino Silvio»1068Amulio Silvio»796[147]Non c’illuda Virgilio, che fa Pelasgi i nemici di Troja, mentre Troja per certo era pelasga, e quella guerra rappresenta la lotta dei Greci uniti contro i Pelasgi.[148]Tito Livio,i. 4. Dionigi dubita che Romolo abbia ripopolato una città antica abbandonata, detta Palanzia, e di cui sussisteano ancora cloache ed altre opere pubbliche.[149]Tacito,iv. 65;Dionigi,ii. 6;iii. 14, ecc.[150]Dissero che il nome arcano fosseAmor, anagramma di Roma, per esprimere l’unione santa che doveva regnare fra’ cittadini. Sichel pretende fosse Angerona, che, secondo Plinio, rappresentavasi con una benda alla bocca e suggellata (Revue archéol.15 gennajo 1846). Solo ai pontefici era dato proferirlo ne’ sagrifizj, e guaj se l’avessero rivelato al popolo! Sacerdotale era il nome diFlora; donde le feste Floreali, e il nome della nuova città di Florenzia. Il civile e vulgare diRomaveniva fors’anche daRuma, che in prisco latino vale mammella, e che appella alfico ruminale, sotto cui furono allattati Romolo e Remo. Guglielmo Schlegel, ricordandosi dell’οὖθαρ ἀρούρης di Omero, accetta quest’ultima etimologia, applicandola alle colline sorgenti dalla campagna romana.L’êra della fondazione di Roma è posta da Varrone nel terzo anno della vi olimpiade; da Valerio Flacco nell’anno seguente, cioè nel 754 avanti Cristo; da Catone nel 752. L’opinione di Varrone del 21 aprile 753 è seguita da Dione Cassio, Plinio Maggiore, Vellejo Patercolo, Claudio imperatore: Dionigi d’Alicarnasso e Tito Livio stanno con Catone. Gli anni notavansiab urbe condita, ma più comunemente col nome dei due consoli che reggevano. Le êre degli altri popoli italiani, cui Varrone aveva raccolte, vennero assorbite nell’unità romana, e caddero in dimenticanza. Al 21 aprile dicemmo come già si celebrassero le Palilie, talchè avremmo qui un effetto del costume antico di associare geroglifici agrarj, astronomici e storici.[151]Solo, vuol dire con tutti i suoi clienti e famuli. Nel linguaggio eroico non si conta che il capo; gli altri sono cose. La formola è rimasta relativamente ai principi, come quando diciamo che Carlo VIII conquistò l’Italia, Napoleone vinse a Wagram, ecc.[152]Cicerone nelBruto:Utinam extaret illa carmina, quæ multis sæculis ante suam ætatem in epulis esse cantitata a singulis convivis in Originibus scriptum reliquit Cato.—Vedi l’Appendice III.[153]Servio, adÆneid.i, 267;iv. 620;ix. 745.[154]Così Evandro marita ad Ercole sua figlia Launa: e Laurina, figlia d’un altro Latino enotro, è sposata a Locro.L’ultimo che scientificamente sostenne la venuta d’Enea nel Lazio fu Rückhert, in una dissertazione comparsa ad Amburgo il 1846 sopra Troja. Essendo i Trojani razza pelasga, la loro venuta risponde a quella de’ Pelasgi e de’ Tirreni. Perchè l’esser quel fatto talmente connesso con tutte le tradizioni romane faccia men repugnanti ad infirmarne la fede, si ricordino i sogni di tutti i nostri genealogisti del Cinquecento. Virgilio stesso, che poeteggiò la venuta de’ Trojani, confessa la scarsa efficienza di quella colonia, facendo che Giove assicuri Giunone non ne rimarrebbero mutati nè la lingua de’ prischi Latini, nè i costumi, nè il nome o le vesti:Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt,Utque est, nomen erit; commixti corpore tantumSubsident Teucri; morem ritusque sacrorumAdjiciam, faciamque omnes uno ore Latinos.Æn.xii. 834.[155]Secondo i Sabini, una fanciulla de’ contorni di Reati, fecondata da Marte Quirino, generò Modio Fabidio, che con vagabondi fondò Curi.Dionigi,ii. Ai Sabini era sacro il lupo, come fu ai Romani.[156]Romolo sposa Ersilia. Dionigi (lib.ii. c. 12) avverte che Tazio eresse a Roma tempj a divinità, i cui nomi non è facile esprimere in greco. Ciò mostrerebbe un’origine diversa dalla ellenica. Le prime città latine, come Albalunga, Lanuvio....., e le famiglie più antiche, Giulia, Servilia, Metilia, Curiazj, Quintilla, Clelia..., non hanno etimologia greca.[157]Il notissimo monogrammaS. P. Q. R., invece del vulgatoSenatus populusque romanus, è dal Niebuhr interpretatoSenatus,Populus,Quirites Romani.[158]Eppure l’esercizio delle arti meccaniche era espressamente vietato (Dionigi,ix), e tutte, eccetto poche attinenti a guerra, erano affidate agli schiavi.[159]«Numa, siccome Romolo, acquistò il regno disponendo la città coll’augurio, e comandò che anche intorno a sè si consultassero gli Dei. Perciò dall’augure, che poscia per onore conservò questo pubblico e perpetuo sacerdozio, condotto nella rôcca, sedette sur un sasso vôlto a meriggio. L’augure sedette a sinistra col capo velato, tenendo nella destra una verga adunca senza nodo, che chiamaronolituo; e poi ch’ebbe determinato i punti nella città e nel campo, invocati gli Dei, segnò le regioni da oriente a occidente, e indicò siccome propizie le plaghe a mezzogiorno, infauste quelle a tramontana. Fissò in mente un segno di rimpetto, lontano quanto più potea la vista. Allora, trasferito nella sinistra il lituo, posta la destra sul capo di Numa, così pregò:Giove padre, se è tuo volere che questo Numa, di cui io tengo il capo, sia re di Roma, chiarisci a noi i segni tra quei confini ch’io prefinii. Allora con parole specificò quali auspizj voleva si mandassero; ottenuti i quali, Numa, dichiarato re, discende dal tempio». Livio, lib. i.[160]È l’opinione di Schlegel. Plinio e Valerio Massimo narrano d’un cittadino, che, accusato d’avere ucciso un bue per imbandire a uno scapestrato, fu messo a morte. Columella dice che ammazzare il bue era colpa capitale. Come si concilia coi tanti sacrifizj di tori e coisuovetaurilia?[161]«Le antiche tradizioni italiche, schiette, grossolane, talvolta anche oscene nella forma, ma di senso profondamente espressivo, differiscono capitalmente dalle storie divine dell’epopea greca, dominate da un antropomorfismo elegante, ma puramente esteriore. Il sentimento religioso dei prischi Romani era gran tratto superiore alla facile e favoleggiatrice eloquenza che aveva invaso la religione de’ Greci.... I Romani accolsero in gran parte le religioni pelasgiche, e le serbarono lunga pezza. Nella pompa del Circo portavasi in giro un numero di divinità antiche. Al tempo stesso ricevettero certi riti molto vecchi ed espressivi, gli augurj, l’arte di consultar le viscere delle vittime, ed altri ancora, dimenticati buon’ora quasi affatto in Grecia, almeno nel culto pubblico. In Grecia la mitologia, quale era stata sviluppata dai poeti epici, esercitò imperio irresistibile sugli spiriti, e sopra le ruine delle antiche credenze e d’un profondo sentimento religioso si elevò la maestà sensibile e affatto umana dello splendido Olimpo. In Etruria, per lo contrario, ed a Roma giammai l’elemento poetico, nella credenza dei popoli, non prevalse così sopra l’elemento mistico, perchè i poeti e gli artisti non acquistarono mai troppa influenza sulla religione dello Stato, confidata a un sacerdozio venerabile. Gli elevati ed austeri genj dell’Etruria antica non potevano lasciarsi irretire dalla magica epopea jonica; superavano collo sguardo gli angusti confini dell’Olimpo quale i poeti l’aveano fatto, per penetrare negli abissi del cielo e della terra. I pii e degni padri di questo antico Lazio, soggiorno di pace, di felicità, di virtù, neppur essi non potevano dalla mobile immaginazione degli ellenici cantori esser rapiti all’abitudine della loro religione, semplice quanto i loro costumi. Per censettant’anni i Romani servirono gli Dei dei loro avi senza bisogno d’immagini (Plutarco, inNuma, c.viii.—Sant’Agostino,De civ. Dei,iv. 31): e quando gl’idoli ebbero preso posto nelle nicchie sacre, il culto della gran Vesta perpetuò la memoria della primitiva semplicità. Una pura fiamma ardente nel santo e silenzioso suo tempio bastò alla dea, che non volle nè statua nè rappresentazione di sorta. Quando in un tremuoto il misterioso potere delle forze nascoste della natura facevasi risentire con tutto il suo orrore, il Romano, ripiegandosi sulle credenze oscure, ma tanto più profonde de’ suoi padri, non invocava alcun dio determinato e conosciuto (A. Gellio,Notti attiche, ii. 28.—Dionigi,Excerpt.xvi. 10. p. 91): ma invece di restar fedele all’antica credenza nazionale, invece di conservare le sue disposizioni sotto quel giogo sacro, sì convenientemente chiamatoreligione, amò meglio correr dietro a divinità forestiere, imitare i Greci, e coll’imitarli non togliere da essi che una superficie più o meno lucente. Così colla indifferenza per la religione tanto augusta, pura e morale dei vecchi Romani, prevalse ben tosto, fra i loro discendenti, il dispregio dei costumi e delle idee antiche, di quanto esse avevano di semplice, di grave e veramente religioso. Dionigi d’Alicarnasso a ragione vede in ciò una delle cause principali della decadenza della repubblica».Creuzer,Simbolica.[162]Principes Dei Cælum et Terra.Varrone,De lingua lat., v. 57.[163]Ex Ope Junonem memorant Cereremque creatasSemine Saturni: tertia Vesta fuit.Ovidio, Fast.,vi.270.[164]Le divinità romane di primo ordine sono le più di nome greco; alcune diversificano. Se ne cerca la ragione. J. Millingen (Transactions of the royal Society of literature of the united kingdom, vol.ii.p. 1, 1832) vuol provare che non sono se non alterazioni dal greco. È inutile accennareBacchus, Hercules, Latona, Themis, Proserpina, Æsculapius, Pollux, Castor, Sol, Horæ, Musæ, Gratiæ, Nimphæ, Luna(apocope di Σελήνη), ecc.: ma stando agli Dei maggiori, facile è la derivazione diJovisda Ζεὺς, o Δὶς Διὸς, per trasposizione: diJunoda Ζήνω, Αιώνη; diApollooPhœbusdall’identico; diDianada ϐεα o διὰ ἀνὰ; diVestada Ἑστια; diCeresda ᾽Έρα colla gutturale. Quanto aMars, sarebbe da Ἄρες col prefisso M;Neptunusda νέω, νήχω ondeggio: nell’eolico si commutano ττ, σσ, e la terminazioneunusè comune aPortunus, Vertunus, Tribunus, ecc.Consus, altro suo nome, verrebbe da Πόντος, cambiandosi spesso il π in κ, come da πέντεquinque, da ἕπομαιsequor, da ἵππος equus.Venusderiva non davenireo dafeo(radice difetus, femina), ma da εὐναῖα, εὐνήσσα o εὔνους:Vulcanusda φλέγω e φλὸξ, radice difulgeo, fulgo, fulmen:Mercuriusnon damerx, ma da Ἐρμ, trasponendolo comeformada μορφὴ e colla finale κοῦρο o κήρυξ.Minervapoi sarebbe detta dall’epiteto suo ἐνέρεα, relativo alle spoglie nemiche che le si dedicavano, e col prefisso Μ e il digamma Ϝ.[165]Cancellieri,Le sette cose fatali di Roma antica.[166]Secondo la tradizione vulgare: ma Dionigi lesse nel tempio del dio Fidio il trattato conchiuso con Gabio, come alleanza tra eguali, e coll’isopolizia: talchè al suo territorio fu conservato il nome speciale diager gabinus.[167]Ai tempi di Cicerone, Tarquinio non passava pel mostro che Dionigi ci dipinge:Atque ille Tarquinius, quem majores nostri non tulerunt, non credulus, non impius, sed superbus habitus est et dictus.Philippicaiii. 4. Mapro Rabirio, 4, gli dà tacciasuperbissimi et crudelissimi regis.[168]Vedi l’AppendiceIV.[169]Fatto opposto alla vulgata lezione, ma attestato da Tacito:Nec Porsena, dedita urbe, neque Galli capta temerare potuissent; e da Plinio (Nat. hist.xxxiv. 39):In fœdere quod, expulsis regibus, populo romano dedit Porsena, nominatim comprehensum invenimus, ne ferro nisi in agri cultura uterentur.[170]Orazio, vincitore dei Curiazj, come fratricida doveva esser condannato a morte; ma fu fatto appello al popolo, che, attesi i suoi meriti, lo assolse.[171]Dionigi d’Alicarnasso,iii, 67, più attendibile che non Plutarco inNuma.[172]Se fosse vero che ogni plebeo avesse per patrono un patrizio, come s’insegna nelle scuole, resterebbe inesplicabile la storia di Roma, che va tutta in lotte della plebe cogli aristocratici.[173]Plutarco, in Romolo.[174]Che i clienti votassero coi patroni non è asserito da alcun antico, e par ripugnante alla costituzione romana, che sempre ricusò la maggioranza del numero;ne plurimum valeant plurimi.[175]Il vulgo potrebbe vedersi personificato in Bruto, plebeo, servo ribelle.[176]Affare della statua d’Orazio Coclite.[177]Fere nulli alii sunt homines, qui talem in filios suos habent potestatem, qualem nos habemus.Gajo,Instit.i.55. Del despotismo paterno ritrae il nostro nome di padrone.[178]Roma aveva promesso rispettarecivitatemdi Cartagine; onde risparmia i cittadini, ma distruggeurbem, la città. Così dopo il fatto delle Forche Caudine; così nelle tregue, conchiuse pei giorni e violate la notte.[179]Dionigi,iv. 1. Cicerone (De legibus,iii. 3) dice tenevansi registri del preciso numero de’ cittadini, de’ loro figli, degli schiavi, degli armenti, e l’enumerazione dei beni, e l’età delle persone. Il numero degli abitanti lo argomento dai centrentamila capaci dell’armi, noverati nel censo di Publicola nel 245. Che l’ammissione de’ forestieri si rallentasse al principio del governo consolare, lo prova il censo del 279, che dà solo centremila cittadini puberi, e il triplo di donne, fanciulli, schiavi, mercanti, stranieri, operaj, «giacchè a Roma non è lecito sostentarsi col traffico e coll’industria manuale», dice Dionigi, ix. 383.Censimento della popolazione romana in varj tempi:AnnoFamiglieCittadini185Sotto Servio Tullo84,000420,000245Allo stabilirsi della repubblica130,000650,000261Dopo istituiti i tribuni110,000550,000279Dopo le turbolenze della legge agraria103,000515,000288Durante la guerra cogli Equi e Volsci124,215621,000294Sotto la dittatura di Cincinnato132,409662,000361Al bando di Camillo152,573762,000410Durante la guerra dei Sanniti160,000800,000460Al consolato di Fabio Massimo270,0001,350,000464All’istituzione dei triumviri capitali273,0001,365,000478All’invasione di Pirro271,2241,356,000489Al rompersi della prima guerra punica292,2241,460,000501Durante la guerra di Sicilia297,7971,485,000532Al fine della prima guerra punica260,0001,300,000533Quando i liberti furono compresi nelle tribù urbane270,2131,350,000545Durante la seconda guerra punica237,1081,185,000549Alla spedizione di Scipione in Africa214,0001,070,000559Prima della guerra contro Antioco243,7041,218,000564Nella guerra colla lega Etolia258,3281,291,000574Prima della guerra di Perseo273,2241,366,000579Nella guerra illirica269,0151,345,000584Nella guerra macedonica312,8051,564,000589Dopo conquistata la Macedonia337,5521,687,000594Dopo la terza guerra punica328,3141,641,000599All’alleanza con Massinissa324,0001,620,000606Alla distruzione di Cartagine322,2001,611,000611——————di Corinto328,3421,641,000617Alla spedizione di Scipione in Ispagna323,0001,615,000622Alla morte di Tiberio Gracco313,8231,569,000629––.———di Scipione l’Africano390,7361,953,000639Dopo la rotta degli Allobrogi394,3361,971,000664Dopo la guerra Sociale e l’ammissione degli Alleati463,0002,315,000683Dopo la guerra civile di Mario450,0002,250,000703–———––.——––.di Cesare e Pompeo420,0002,100,000725Dopo stabilito l’impero4,164,00020,820,000IIª numerazione di Augusto4,233,00021,165,000IIIª numerazione4,630,00023,150,000800Sotto Claudio6,944,00034,720,000Sotto Vespasiano??[180]Cioè cinquanta are; sicchè tutto il territorio legale era di millecinquecento ettare.[181]Nexachiamavansi (secondo il Niebuhr) quelli che al plebeo, debitore d’un patrizio, stavano garanti colla propria roba, il che s’intende anche colla famiglia, promettendo soddisfare con fatiche personali; inoltre il plebeo che, non pagando, veniva fatto schiavo del patrizio creditore. Se alla scadenza il debito non si spegneva, accumulavasi il frutto al capitale.Forse con più ragione il Vico crede che da principio i patrizj dessero in feudo ai plebei le terre per un annuo canone: non pagandolo, poteano questi ripeterlo col braccio governativo e farsi aggiudicare schiavi i debitori morosi. I prepotenti facilmente allargarono questa feudale prerogativa ad ogni altro debito.[182]Il testo, riferito da A. Gellio, è preciso:Tertiis nundinis capite pœnas dabant: si plures forent quibus reus esset judicatus, secare si vellent atque partiri corpus addicti sibi hominis permiserunt. Tertiis nundinis, partes secanto: si plus minusve secuerunt, se fraude esto. Questa previsione del tagliar più o meno impedisce d’intendervi soltanto divisione dei beni dell’oberato,sectio bonorum: anzi se fra’ creditori un solo restava inesorabile, eragli conservato il suo diritto, potendo egli uccidere o mutilare il debitore. È a credere che di rado o non mai la legge fosse applicata, poichè il debitore si sarà riscattato consentendo alnexum, o parenti e amici avranno offerto ai creditori più di quello che potessero ritrarre dal venderlo; i tribuni si saranno opposti al furioso che ricusasse ogni patto al debitore.Una legge del dittatore Petilio (o Petizio o Popilio) del 433 di Roma abolì il nexo, vietando per l’avvenire l’ipoteca sulla persona, e facendola cessare per qualunque debitore giurasse possedere abbastanza per redimersi:Omnes qui bonam copiam jurarent, ne essent nexi, dissoluti, dice Varrone. Gliaddictierano garantiti contro i ferri, eccetto il caso che fossero condannati per delitto. In Plauto, il modo più terribile per farsi pagare da un cattivo debitore è l’addizioneo carcere privato. Anche durante la guerra d’Annibale vediamo in Tito Livio i condannati a restituzione di danaro essere gettati in carcere come criminali.[183]Furono Giunio Bruto e Sicinio Belluto. Ecco ricomparire Bruto, cioè il servo ribelle della rivoluzione contro i Tarquinj: e un Bruto ritornerà all’altro tentativo di rivoluzione contro l’impero iniziato.[184]Al tempo di Annibale i Romani avevano cinquantatre colonia in Italia. VediHeyne,De Romanorum prudentia in coloniis regendis.—De veterum coloniarum jure, ejusque causis. Opuscoliieviii.[185]La voce italianapodereper fondo accenna un’origine eguale nel nostro medioevo: poteva chi possedeva.[186]Tutta la lotta de’ plebei co’ patrizj è elegantemente espressa da Floro, col dire che i plebei volevano acquistarenunc libertatem, nunc pudicitiam, tum natalium dignitatem, honorum decora et insignia. Egli stesso scrive:Actus a Servio census quid effecit, nisi ut ipsa se nosset respublica?È ilnosce te ipsum, che il Vico dice aver Solone insegnato al vulgo attico.[187]Lib. vi. 4. Il Vico impugna la compilazione delle XII Tavole: unica legge fatta dai decemviri fu, secondo lui, quella che accomunava alla plebe il dominio quiritario dei campi; poi, come ai tipi ideali, furono riportate ad essi tutte quelle che parteciparono grado a grado la libertà alla plebe.Le differenze dalle leggi greche sono avvertite dai giureconsulti. In Atene il marito era protettore, qui padrone; non dava danaro al suocero, anzi ne riceveva, sicchè la moglie portando una dote nella nuova casa, vi conservava una corta indipendenza, e poteva accusare il marito, come egli lei; facile era la separazione. In Atene il padre non può uccidere il figlio, ma solo la figlia libertina; bensì può non assumere il neonato, nel qual caso è venduto schiavo; anche adulto può dichiararlo indegno: ripudio che in Roma non ha luogo, dove neppur emancipandolo, il padre non abdicava ai proprj diritti. Questi per età o per grado non cessavano, mentre in Atene il figlio a vent’anni era iscritto nella fratria, cioè diventava indipendente e capocasa, ecc.[188]È nota la baja che delle formole si prende Ciceronepro Murena. Anche il diritto pubblico era sottoposto a formole; eccone esempj.Tito Livio, lib.i: «Tale fu la forma della dedizione dei Collatini. Il re interrogò:Siete voi i legati ed oratori mandati dal popolo di Collazia, per consegnar voi e il popolo?—Siamo.—Il popolo collatino è di propria balìa?—È.—Deste voi medesimi, il popolo collatino, la città, i campi, l’acqua, i termini, i tempj, gli utensili, le cose tutte umane e divine in poter mio e del popolo romano?—Demmo.—Ed io accetto». E nel libro stesso: «Allora udimmo che così si fece, nè v’ha memoria d’altro patto più antico. Il feciale interrogò il re Tullo così:Vuoi, o re, ch’io stringa patto col padre patrato del popolo albano?E comandando il re, il feciale disse:Ti domando erbe sacre. Il re rispose:Prendine pure. Poscia al re stesso chiese:O re, mi fai tu regio nunzio del popolo romano de’ Quiriti? approvi i mallevadori e i compagni miei?Il re rispose:Sì, salvo il diritto mio e del popolo romano dei Quiriti. Feciale era M. Valerio; fece padre patrato Sp. Fuscio toccandogli il capo e i capelli colla verbena. Il padre patrato si elegge perpatrareil giuramento, cioè per sancire il patto; lo che egli fa con una lunga formola, che qui non occorre riferire. Poscia recitate le condizioni,Odi, disse,o Giove; odi, o padre patrato del popolo romano; odi tu, popolo albano: il popolo romano non mancherà primo a quelle leggi, che da capo a fondo furono lette su quelle tavole cerate, senza frode, siccome furono oggi benissimo intese. Se pel primo mancherà per pubblico consiglio e frodolentemente, in quel giorno, o Giove, ferisci il popolo romano, siccome io oggi ferirò questo porco; e tanto più lo ferisci, quanto più sei poderoso.Ciò detto, percosse il porco con un ciottolo di selce. Anche gli Albani recitarono la loro formola e il giuramento, per mezzo del dittatore e de’ sacerdoti proprj».Essendo gli uomini naturalmente poeti (ragiona il Vico nellaScienza nuova, lib.iv), tutta poetica fu l’antica giurisprudenza, la quale fingeva i fatti non fatti, nati li non nati ancora, morti i viventi, i morti vivere nelle loro giacenti eredità; introdusse tante maschere vane senza subjetti, che si disserojura imaginaria, ragioni favoleggiate da fantasia; e riponeva tutta la sua riputazione in trovare sì fatte favole, che alle leggi serbassero la gravita ed ai fatti ministrassero la ragione: talchè tutte le finzioni dell’antica giurisprudenza furono verità mascherate; e le formole con le quali parlavano le leggi, per le loro circoscritte misure di tante e tali parole nè più nè meno, nè altre, si disserocarmina. Talchè tutto il diritto antico romano fu un serio poema, che si rappresentava dai Romani nel fôro; e l’antica giurisprudenza fu una severa poesia.VediChassan,Essai sur la symbolique du droit, précédé d’une introduction sur la poésie du droit primitif. Parigi 1847.[189]Dionigi, lib. 1;Festo, adv.Prætor ad portam.[190]Livio, lib.iv.[191]Mei-land, mio paese;Mayland, paese di maggio;Medellam, città della vergine;Mittelawn, in mezzo ai piani;Medio-amnium;MedoeOlano, due condottieri;Medio-lana, per una scrofa lanosa trovatavi: differenti etimologie di Milano. Questo nome è comunissimo nella Gallia transalpina e designa il paese medio (mitta-land); la terra per antonomasia, la terra santa, la legale.[192]Ele-dore, il turbine.[193]Prima chiamavasiBodincos, cioè senza fondo, poi fu detto Pado dapades, che in gallico suona abete.[194]Adotto la vulgata denominazione latina, desunta dalla situazione di Roma.
[83]La priorità delle arti belle in Italia fu sostenuta dal Guarnacci (Origini italiche), dal padre Paoli (Antichità pestane), dal conte d’Arco (Patria primitiva del disegno), e da molti moderni, massime dopo le ultime scoperte, cominciando da Luciano Buonaparte.Sulle arti etrusche possono vedersi pel secolo passato:Th. Dempster, 1619, coi paralipomeni del Passeri;A. F. Gori,Musæum etruscum, 1737-43, colle dissertazioni del Passeri:Musæi Guarnacci ant. mon. etrusca, 1744. Erano mal distribuiti, raccolti senza critica, classificati a capriccio, per modo che il Müller credette non poter farne verun conto per chiarire la storia e le credenze degli Etruschi. Profittarono delle scoperte recenti il cavaliere Francesco Inghirami,Monumenti etruschi o di etrusco nome, sette volumi di testo, sei di tavole, 1821-56; ePitture di vasi fittili, 1832; le moltissime memorie delle Accademie di Cortona, di Parigi, dell’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma, ecc.; e libri e opuscoli senza numero di Vermiglioli, Cardinali, Orioli, Teani, Arditi, Gerhard, Raoul-Rochette, Visconti, Grifi, Bunsen, Campanari, Micali, Gargallo, Candelori, Feoli, Stackelberg, Dorow, Bröndstedt, Lewezow, Böck, Luynes, Svelcker, Panofka.... De Witte e Lenormant pubblicarono una scelta di vasi ceramografici a Parigi, 1840. Vedansi pureMusæi etrusci, quod Gregorius XVI in ædibus vaticanis constituit, monumenta; Roma, 1842. I musei che più se ne arricchirono, son quelli di Londra, cui fu venduta la raccolta del principe di Canino; di Monaco, di Leida, di Berlino, del re d’Olanda; e in Italia il Gregoriano e il Campana a Roma, il Borbonico a Napoli, le collezioni Buccelli a Montepulciano, Ruggeri a Viterbo, Venuti a Cortona, Ansidei, Oddi ed altri a Perugia, Guarnacci e Franceschini a Volterra, Jatta e Santangelo a Napoli.[84]Eversosque focos antiquæ gentis hetruscæ.Properzio, ii.28.[85]Quanto era stato scritto intorno agli Etruschi prima del 1828, fu riassunto da Ottofredo Müller nei quattro libri intitolatiDie Etrusker, editi a Breslavia in quell’anno. A quest’opera, buon tratto inferiore alla sua sui Dori, e pubblicata prima che s’aprissero i sepolcreti di Vulci, antepose unaVorerinnerung über die Quellen der etruskischen Alterthumskunde, ove ragiona le autorità greche, romane e tradizionali, e volge spesso la beffa contro la boria nostra del rifiutare l’origine greca della civiltà etrusca, assunto da lui sostenuto; eppure io non so se possa trovarsi un più pregiudicato ammiratore dei Greci che il nostro Luigi Lanzi. Questo trae molte etimologie dal greco, staccandone l’articolot: così Turms si riduce a ὁ ὑρνῆς, Turan, ὁ ἄραν, Marte, Thalina, θ΄ἄλινα nata dal mare; Tarconte sarebbe ἄρχω coll’articolo; Tages, ταγὸς; capo; Tarquinia o Trachinia e Tarrachina, da τραχὺς; aspro, erto; Corneto da Corinthio; Faleria, Falisci da Ἁλοὼς; così Agylla, Pyrgos, Alsium Ἄλσος, Gravisca γραῖα, Volcium ἱόλκος o ὄλκος, Veji ἡρμῆον ecc. Argomentano pure dalle relazioni che l’Etruria mantenne continuamente colla Grecia; onde da Corinto venne una colonia con Damarato, quei di Cere tenevano il tesoro a Delfo, ecc.Il Micali nell’Italia avanti il dominio dei Romani, 1810, suppone continuamente una gente di nascita e credenza indigena, cui sopravvennero altre con diversi riti; ma nellaStoria degli antichi popoli italiani, 1832, mostrossi men risoluto nel negare l’influenza asiatica ed egizia sulla civiltà etrusca; e meno ancora neiMonumenti inediti a illustrazione della storia degli antichi popoli italiani, 1844.Niebuhr fa identici i Pelasgi e i Tirreni, provenuti d’Occidente, dimorati in Etruria, e affatto diversi dagli Etruschi e dai Raseni. Millingen invece contende la parità di questi due nomi, come fa sempre Erodoto: da Τυῤῥηνοὶ o Τυρσηνοὶ egli trae Τυρησκοὶ, desinenza pelasgica che occorre in Drabesco, Bromisco, Dorisco, Mirgisco e altre città di Tracia; e qui in Volsci, Falisci, Gravisca. Da Τυρησκοὶ i Latini trassero Truschi, e prefiggendo l’e, Etruschi, poi Thusci, Tusci; al modo stesso Όπικοι fu cangiato in Opisci e Osci, Ποσειδονία inPestunumePestum, Πομυδεύκης inPollucesePollux. Ma poichè nulla prova che in questi ultimi nomi la forma greca sia stata la primitiva, potendo anzi essere un’alterazione della pelasgica, l’analogia non soccorre a quella difficile etimologia.Lepsius introdusse i Pelasgi-Tirreni. Giambattista Bruni, nelleRicerche intorno all’origine dei Pelasgi-Tirreni, sostiene sieno Fenicj, al pari di Bochart, Mazzocchi, Dumont e altri.Orioli, negliOpuscoli letterarj di Bologna(De’ popoli Raseni o Etruschi), fiancheggia l’origine lidia. Poletti,Dei popoli e delle arti primitive in Italia, ripudia le immigrazioni, e vuol anzi che i nostri, col nome di Pelasgi, portassero altrove la civiltà.Fra i moltissimi che ne discussero in questi ultimi anni, citiamo:G. J. Grotefend,Della geografia e storia dell’antica Italia fino alla dominazione romana. Annover, 1840.W. Abeken,Mittelitalien vor den Zeiten römischer Herrschaft. Stuttgard, 1843. Riconosce egli nella prisca Italia quattro razze principali:1º I Tirreni, forse Pelasgi, di cui sono i Siculi, i Sabini, i Latini;2º I Raseni o Reti, che fondendosi coi vinti, formarono gli Etruschi; per lo che i Tirreni fra l’Arno e il Tevere si distinguono dagli altri;3º Gli Aborigeni, Baschi, Ausonj, Aurunci:4º Gli Ellenici.[86]Ernain sabino diceasi la quercia e la rupe; ὄρος e βιῶν, vivente nei monti. Mannert (Geogr. der Griechen und der Römer, tom.iii. p. 187) prova che Taurisci è denominazione celtica degli abitatori dei monti, e che fu applicata a gran parte dei popoli alpini.[87]Può trarsene il nome da κώμη, villaggio; ma anche dacom, che in celtico significa seno.[88]Berg-homoheimesprime in parlare germanico quel che Orobio in greco.[89]È però nome latino, non etrusco, e vuol diremercato di Licino. Nel Pian d’Erba v’ha un villaggio dettoMercato di Incino; e il cercare altrove Liciniforo sarebbe come voler trovare Mediolano in Toscana o Agrigento in Piemonte.[90]V’è chi trae da Bara il nome di Brianza, che però è recentissimo. Parmi che gli eruditi, massime gli storici municipali, facciano troppa fondamento su quel passo di Plinio.[91]Tito Livio, vi. 21. Quando costui entra a narrare le guerre de’ Romani coi Sabini, mette una protasi tutta poetica:Majora jam hinc bella, et viribus hostium, et longinquitate vel regionum vel temporum spatio, quibus bellatum est, dicentur. Quanta rerum moles! quoties in extrema periculorum ventum, ut in hanc magnitudinem, quæ vix sustinetur, erigi imperium posset!vii.29.Orazio, lib.iii.od. 6, cantava:...rusticorum mascula militumProles, Sabellis docta ligonibusVersare glebas, et severæMatris ad arbtrium recisosPortare fustes.[92]Plinio,Nat. hist.xxx.12.Maximilien de Ring,Hist. des peuples opiques. Parigi, 1859: oltre gliOskischen StudiendiTh. Mommsen. Berlino, 1845.[93]Arnobio,iii.pag. 122.[94]La vorrebbero denominata dai profondi suoi seni, κάμπη; mentre Apulia vorrebbe diresenza porti.[95]Heine (Opusc. acad., tom. v. p. 345) vuole Capua detta dacapis, che in etrusco significa avoltojo, perchè gli Etruschi abbiano veduto ivi l’augurio d’un avoltojo.Vulturnon ne sarebbe che la traduzione latina. La storia di Capua è tuttora piena d’incertezze, per quanto cercasse schiarirla Giulio Stein,De Capuæ gentisque Campanorum historia antiquissima. Breslavia, 1838.[96]Galanti,Descrizione del contado di Molise.[97]Lucanus an Appulus, anceps,Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus Missus ad hoc, pulsis(vetus est ut fama)Sabellis.Satir. Lib.ii.i.35.[98]Pausania dice: Ὑπὸ δὲ Λιβύων τῶν ἐνοικούντων καλουμνη Κορσικὴ:Dai libici abitanti chiamata Corsica. Ottofredo Müller vorrebbe leggere Λιγύων, ma senza darne ragioni. Quanto propriamente alla Sardegna, la favola dice Sardo figlio del libico Ercole.[99]Münter, nel libro sulla religione de’ Cartaginesi, ha un’appendiceUeber Sardische Idole. Polibio, nel libro i, ci mostra floridissima l’isola di Sardegna allorchè i Romani vi afferrarono; invece Aristotele, nel libroDe mirabilibus, c. 105, dice che «i Cartaginesi avevano distrutto in Sardegna tutti gli alberi fruttiferi, e vietato agli abitanti, pena la vita, di darsi all’agricoltura». Beckmann, nell’edizione di quest’opera, dimostrò che tale asserzione non si appoggia che su qualche vaga tradizione, ed è smentita dall’accordo delle cose.[100]Seneca, ivi relegato, dice che in Corsica la popolazione è iberica, ma la costoro lingua fu perduta per la ligure (Consolatio ad Helviam, cap. 8). Forse non significa se non la fratellanza di Liguri ed Iberi.[101]Lib. v. § 13.[102]Giano dovette essere il nome d’alcuno di quei primissimi savj, di cui rimase memoria fra popoli diversi. Pei FenicjJonncorrispondeva a Baal; in gallese vuol dire signore, dio, causa prima; Bacco fu dettojanna,jon,jona,jain,jaungoicoa, dio, signore, padrone; gli Scandinavi chiamanojanil sole, che i Trojani pure adoravano col nome dijona(Jamesson’s,Hermes scyticus, pag. 60);javnahachiamasi in persiano quell’astro, ejannanvuol dire capo (Pictet,Culto dei Cabiri in Irlanda, pag. 104). Raoul-Rochette inJoan,Jon,Janusvede il capo d’una colonia jonica, giunta in Italia 1431 anni avanti Cristo. In somma egli ci sembra il simbolo della gente pelasga, e tiene molte somiglianze col Brama indiano, quadrifronte anch’esso, qual faceasi a Falera, mentre a Ilo ma non conservò che due facce.Si disse cheLatiumfu chiamato perchè colalatuitSaturno:Is genus indocile, ac dispersum montibus altisComposuit, legesque dedit, Latiumque vocariMaluit, his quoniam latuisset tutus in oris.Virgilio,Æn.viii.321.In feniciosaturnsignifica appuntolatens(Pokoke,Specimen historiæ Arabum, pag. 120); mentre i deboli etimologisti latini lo disserosaturdasaturitate, e Merkel lo deriva dasarpere. I versi Saturnini, le feste Saturnali mostrano e l’antichità di questo civilizzatore, e la rozzezza de’ suoi tempi.Tot sæculis Saturnalia præcedunt romanæ urbis ætatem, dice Macrobio,Saturn.i.[103]Politic.lib.vii, c. 9.[104]Dorn Seifzen,Vestigia vitæ nomadicæ, tam in moribus quam in legibus romanis conspicua. Utrecht, 1819.[105]Una tenue idea può aversene anche fra noi, ove la religione tiene separati gli Ebrei, benchè vivano in mezzo a noi.[106]D’uno di questi accordi è cenno in quel verso dell’Eneide:Sacra, deosque dabo: socer orma Latinus habeto.[107]Macrobio,Saturn.ix:Saliorum quoque antiquissimis carminibus deorum deus canitur. Valerio Sorano appo Varrone canta:Jupiter omnipotens, rerum, regumque deûmqueProgenitor, genitrixque deûm, deus unus et omnis.E Cicerone nelleTusculane:—L’antichità quanto era men lontana dall’origine divina, tanto meglio conoscea per avventura le verità. Laonde a quegli antichi che Ennio chiama Casci era insito questo solo, che dopo morte durasse il sentimento, nè coll’uscire di vita si disfacesse l’uomo in modo da perire totalmente. Tanto si può raccorre, come da molt’altre cose, così dal diritto pontificio e dalle cerimonie funerali». Nei nomi di tre lettere, comeOpseReadei Latini,Diodei Greci,Tindegli Etruschi, ecc. può vedersi un simbolo incompreso dell’unità e trinità.[108]Prudenzio, poeta de’ primi tempi cristiani, deplorava questa profusione di genj:Quamquam, cur genium Romæ mihi fingitis unum, Cum portis, domibus, thermis, stabulis soleatis Assignare suos genios, perque omnia membra Urbis, perque locos geniorum millia multa Fingere, ne propria vacet angulus ullus ab umbra?[109]Brisson,De formulis;Servio, ad.iGeorg.21, citando Fabio Pittore.[110]Della durata de’ sagrifizj umani a Roma ci abbonderanno prove; ma che continuassero oltre l’età d’Augusto, a pena si crederebbe ai Cristiani se non fossero così concordi e precisi, a fronte di gente che poteva smentirli. Porfirio pretende cheogn’annovittime umane s’immolassero a Giove Laziale fin nel iv secolo dell’era vulgare Ἀλλ̓ ἔτι καὶ νῦν τὶς ἀγνοεῖ κατὰ τὴν μεγάλην πόλιν τῇ τοῦ λατιαρίου Διὸς ἑορτῆ σφαξόμενον ἄνθρωπον. Tertulliano:Et Latio in hodiernum Jovi media in urbe humanus sanguis ingustatur. Minucio Felice:Hodieque ab ipsis Latiaris Jupiter homicidio colitur. Lattanzio:Latiaris Jupiter etiam nunc sanguine colitur humano.[111]Oggi ancora dal lago di Celano vanno in volta ciurmadori maneggiando serpi, e i terrazzani confidano in san Domenico di Crellino per le morsicature.[112]In osco il Comune chiamavasiviria, da cui il latinocuria(co-viria) edecuria,centuria.[113]Orazio,iii.od. 6.[114]Peut-on trouver une plus noble institution?esclama Montesquieu,Esprit des lois,vi.17. Eppure in questo costume la donna è ridotta all’ultima degradazione, d’essere scelta senza scegliere nè poter rifiutare.[115]Ὄμβρικοι ὅταν πρὸς ἀλλήλους ἔχωσιν ἀμφισβήτησιν, κατοπλισθέντες ὡς ἐν πολέμῳ μάχονται, καὶ δοκοῦσι δικαιότερα λέγειν οἱ τοὺς ἐναντίους ἀποσφάξαντες.Gli Umbri, quand’abbiano litigio fra loro, armati come in guerra combattono, e pensano abbia ragione chi l’altro uccide. Nicolò Damasceno, ap.Stobeo,Serm.xiii.[116]Positosque vernas, ditis examen domus,Circum renidentes lares.Orazio, Epod.ii.[117]Cicerone,Pro Milone, 50;Giovenale,iii.[118]Æn.xii;Strabone,iv.[119]Lib.i.c. 8.[120]Plinio,Nat. hist.,xv.39;Strabone,iv.v;Vitruvioii, 10.[121]De re rustica,i.[122]De re rustica,i.21;Plinio,xviii, 31.[123]Lib.ii.4.[124]Ad Augusto fu mandato d’Africa un cespo con quattrocento gambi: Nerone n’ebbe uno da cui sorgevano trecensessanta cauli spigati.[125]Olim ex Italiæ regionibus longinquas in provincias commeatus portabant.Tacito, Ann.xii.[126]Plinio,Nat. hist.,xviii.10.[127]Italus,vitulus.[128]Polibio,ii.[129]Strabone,v;Plinio,viii.48.[130]Varrone,De lingua lat.[131]Strabone,v.[132]Plinio,Nat. hist.xviii.6.[133]Columella,i.3:xi.2.[134]Catone,v.34;Plinio,xviii.21.[135]Plinio,xviii.13, 7.[136]Columella,vi.prefaz.;Plinio,xviii.5.[137]Janelli (Veterum Oscorum inscript., 1841) in un’iscrizione umbra trovò un custode dell’annona.[138]Livio,xxxiii.4.[139]Strabone,ivev.[140]Scienza nuova, cap.x.[141]Lo dimostra Janelli,Op. cit.[142]Vedi l’Appendice I eFabretti,Osservazioni grammaticali sulle antiche lingue italiche. Atti dell’acc. di Torino, 1874.[143]La persona si definiscehomo cum statu quodam consideratus; e per istato s’intendequalitas cujus ratione homines diverso jure utuntur.[144]Dionigi d’Alicarnasso,i.[145]Vedi la nota 1 al Capo precedente.[146]Evandro era venerato in molte città dell’Arcadia e dell’Acaja. Manca d’ogni autenticità questa lista di antichi re del Lazio:Gianoverso il1451Alba Silvioverso il1018Saturno»1415Episto Silvio»979Pico»1382Capi Silvio»953Fauno»1335Carpento Silvio»925Latino»1301Tiberio Silvio»912Enea»1250Archippo Silvio»904Ascanio»1175Aremulo Silvio»863Silvio Postumo»1136Aventino Silvio»844Enea Silvio»1107Proca Silvio»817Latino Silvio»1068Amulio Silvio»796[147]Non c’illuda Virgilio, che fa Pelasgi i nemici di Troja, mentre Troja per certo era pelasga, e quella guerra rappresenta la lotta dei Greci uniti contro i Pelasgi.[148]Tito Livio,i. 4. Dionigi dubita che Romolo abbia ripopolato una città antica abbandonata, detta Palanzia, e di cui sussisteano ancora cloache ed altre opere pubbliche.[149]Tacito,iv. 65;Dionigi,ii. 6;iii. 14, ecc.[150]Dissero che il nome arcano fosseAmor, anagramma di Roma, per esprimere l’unione santa che doveva regnare fra’ cittadini. Sichel pretende fosse Angerona, che, secondo Plinio, rappresentavasi con una benda alla bocca e suggellata (Revue archéol.15 gennajo 1846). Solo ai pontefici era dato proferirlo ne’ sagrifizj, e guaj se l’avessero rivelato al popolo! Sacerdotale era il nome diFlora; donde le feste Floreali, e il nome della nuova città di Florenzia. Il civile e vulgare diRomaveniva fors’anche daRuma, che in prisco latino vale mammella, e che appella alfico ruminale, sotto cui furono allattati Romolo e Remo. Guglielmo Schlegel, ricordandosi dell’οὖθαρ ἀρούρης di Omero, accetta quest’ultima etimologia, applicandola alle colline sorgenti dalla campagna romana.L’êra della fondazione di Roma è posta da Varrone nel terzo anno della vi olimpiade; da Valerio Flacco nell’anno seguente, cioè nel 754 avanti Cristo; da Catone nel 752. L’opinione di Varrone del 21 aprile 753 è seguita da Dione Cassio, Plinio Maggiore, Vellejo Patercolo, Claudio imperatore: Dionigi d’Alicarnasso e Tito Livio stanno con Catone. Gli anni notavansiab urbe condita, ma più comunemente col nome dei due consoli che reggevano. Le êre degli altri popoli italiani, cui Varrone aveva raccolte, vennero assorbite nell’unità romana, e caddero in dimenticanza. Al 21 aprile dicemmo come già si celebrassero le Palilie, talchè avremmo qui un effetto del costume antico di associare geroglifici agrarj, astronomici e storici.[151]Solo, vuol dire con tutti i suoi clienti e famuli. Nel linguaggio eroico non si conta che il capo; gli altri sono cose. La formola è rimasta relativamente ai principi, come quando diciamo che Carlo VIII conquistò l’Italia, Napoleone vinse a Wagram, ecc.[152]Cicerone nelBruto:Utinam extaret illa carmina, quæ multis sæculis ante suam ætatem in epulis esse cantitata a singulis convivis in Originibus scriptum reliquit Cato.—Vedi l’Appendice III.[153]Servio, adÆneid.i, 267;iv. 620;ix. 745.[154]Così Evandro marita ad Ercole sua figlia Launa: e Laurina, figlia d’un altro Latino enotro, è sposata a Locro.L’ultimo che scientificamente sostenne la venuta d’Enea nel Lazio fu Rückhert, in una dissertazione comparsa ad Amburgo il 1846 sopra Troja. Essendo i Trojani razza pelasga, la loro venuta risponde a quella de’ Pelasgi e de’ Tirreni. Perchè l’esser quel fatto talmente connesso con tutte le tradizioni romane faccia men repugnanti ad infirmarne la fede, si ricordino i sogni di tutti i nostri genealogisti del Cinquecento. Virgilio stesso, che poeteggiò la venuta de’ Trojani, confessa la scarsa efficienza di quella colonia, facendo che Giove assicuri Giunone non ne rimarrebbero mutati nè la lingua de’ prischi Latini, nè i costumi, nè il nome o le vesti:Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt,Utque est, nomen erit; commixti corpore tantumSubsident Teucri; morem ritusque sacrorumAdjiciam, faciamque omnes uno ore Latinos.Æn.xii. 834.[155]Secondo i Sabini, una fanciulla de’ contorni di Reati, fecondata da Marte Quirino, generò Modio Fabidio, che con vagabondi fondò Curi.Dionigi,ii. Ai Sabini era sacro il lupo, come fu ai Romani.[156]Romolo sposa Ersilia. Dionigi (lib.ii. c. 12) avverte che Tazio eresse a Roma tempj a divinità, i cui nomi non è facile esprimere in greco. Ciò mostrerebbe un’origine diversa dalla ellenica. Le prime città latine, come Albalunga, Lanuvio....., e le famiglie più antiche, Giulia, Servilia, Metilia, Curiazj, Quintilla, Clelia..., non hanno etimologia greca.[157]Il notissimo monogrammaS. P. Q. R., invece del vulgatoSenatus populusque romanus, è dal Niebuhr interpretatoSenatus,Populus,Quirites Romani.[158]Eppure l’esercizio delle arti meccaniche era espressamente vietato (Dionigi,ix), e tutte, eccetto poche attinenti a guerra, erano affidate agli schiavi.[159]«Numa, siccome Romolo, acquistò il regno disponendo la città coll’augurio, e comandò che anche intorno a sè si consultassero gli Dei. Perciò dall’augure, che poscia per onore conservò questo pubblico e perpetuo sacerdozio, condotto nella rôcca, sedette sur un sasso vôlto a meriggio. L’augure sedette a sinistra col capo velato, tenendo nella destra una verga adunca senza nodo, che chiamaronolituo; e poi ch’ebbe determinato i punti nella città e nel campo, invocati gli Dei, segnò le regioni da oriente a occidente, e indicò siccome propizie le plaghe a mezzogiorno, infauste quelle a tramontana. Fissò in mente un segno di rimpetto, lontano quanto più potea la vista. Allora, trasferito nella sinistra il lituo, posta la destra sul capo di Numa, così pregò:Giove padre, se è tuo volere che questo Numa, di cui io tengo il capo, sia re di Roma, chiarisci a noi i segni tra quei confini ch’io prefinii. Allora con parole specificò quali auspizj voleva si mandassero; ottenuti i quali, Numa, dichiarato re, discende dal tempio». Livio, lib. i.[160]È l’opinione di Schlegel. Plinio e Valerio Massimo narrano d’un cittadino, che, accusato d’avere ucciso un bue per imbandire a uno scapestrato, fu messo a morte. Columella dice che ammazzare il bue era colpa capitale. Come si concilia coi tanti sacrifizj di tori e coisuovetaurilia?[161]«Le antiche tradizioni italiche, schiette, grossolane, talvolta anche oscene nella forma, ma di senso profondamente espressivo, differiscono capitalmente dalle storie divine dell’epopea greca, dominate da un antropomorfismo elegante, ma puramente esteriore. Il sentimento religioso dei prischi Romani era gran tratto superiore alla facile e favoleggiatrice eloquenza che aveva invaso la religione de’ Greci.... I Romani accolsero in gran parte le religioni pelasgiche, e le serbarono lunga pezza. Nella pompa del Circo portavasi in giro un numero di divinità antiche. Al tempo stesso ricevettero certi riti molto vecchi ed espressivi, gli augurj, l’arte di consultar le viscere delle vittime, ed altri ancora, dimenticati buon’ora quasi affatto in Grecia, almeno nel culto pubblico. In Grecia la mitologia, quale era stata sviluppata dai poeti epici, esercitò imperio irresistibile sugli spiriti, e sopra le ruine delle antiche credenze e d’un profondo sentimento religioso si elevò la maestà sensibile e affatto umana dello splendido Olimpo. In Etruria, per lo contrario, ed a Roma giammai l’elemento poetico, nella credenza dei popoli, non prevalse così sopra l’elemento mistico, perchè i poeti e gli artisti non acquistarono mai troppa influenza sulla religione dello Stato, confidata a un sacerdozio venerabile. Gli elevati ed austeri genj dell’Etruria antica non potevano lasciarsi irretire dalla magica epopea jonica; superavano collo sguardo gli angusti confini dell’Olimpo quale i poeti l’aveano fatto, per penetrare negli abissi del cielo e della terra. I pii e degni padri di questo antico Lazio, soggiorno di pace, di felicità, di virtù, neppur essi non potevano dalla mobile immaginazione degli ellenici cantori esser rapiti all’abitudine della loro religione, semplice quanto i loro costumi. Per censettant’anni i Romani servirono gli Dei dei loro avi senza bisogno d’immagini (Plutarco, inNuma, c.viii.—Sant’Agostino,De civ. Dei,iv. 31): e quando gl’idoli ebbero preso posto nelle nicchie sacre, il culto della gran Vesta perpetuò la memoria della primitiva semplicità. Una pura fiamma ardente nel santo e silenzioso suo tempio bastò alla dea, che non volle nè statua nè rappresentazione di sorta. Quando in un tremuoto il misterioso potere delle forze nascoste della natura facevasi risentire con tutto il suo orrore, il Romano, ripiegandosi sulle credenze oscure, ma tanto più profonde de’ suoi padri, non invocava alcun dio determinato e conosciuto (A. Gellio,Notti attiche, ii. 28.—Dionigi,Excerpt.xvi. 10. p. 91): ma invece di restar fedele all’antica credenza nazionale, invece di conservare le sue disposizioni sotto quel giogo sacro, sì convenientemente chiamatoreligione, amò meglio correr dietro a divinità forestiere, imitare i Greci, e coll’imitarli non togliere da essi che una superficie più o meno lucente. Così colla indifferenza per la religione tanto augusta, pura e morale dei vecchi Romani, prevalse ben tosto, fra i loro discendenti, il dispregio dei costumi e delle idee antiche, di quanto esse avevano di semplice, di grave e veramente religioso. Dionigi d’Alicarnasso a ragione vede in ciò una delle cause principali della decadenza della repubblica».Creuzer,Simbolica.[162]Principes Dei Cælum et Terra.Varrone,De lingua lat., v. 57.[163]Ex Ope Junonem memorant Cereremque creatasSemine Saturni: tertia Vesta fuit.Ovidio, Fast.,vi.270.[164]Le divinità romane di primo ordine sono le più di nome greco; alcune diversificano. Se ne cerca la ragione. J. Millingen (Transactions of the royal Society of literature of the united kingdom, vol.ii.p. 1, 1832) vuol provare che non sono se non alterazioni dal greco. È inutile accennareBacchus, Hercules, Latona, Themis, Proserpina, Æsculapius, Pollux, Castor, Sol, Horæ, Musæ, Gratiæ, Nimphæ, Luna(apocope di Σελήνη), ecc.: ma stando agli Dei maggiori, facile è la derivazione diJovisda Ζεὺς, o Δὶς Διὸς, per trasposizione: diJunoda Ζήνω, Αιώνη; diApollooPhœbusdall’identico; diDianada ϐεα o διὰ ἀνὰ; diVestada Ἑστια; diCeresda ᾽Έρα colla gutturale. Quanto aMars, sarebbe da Ἄρες col prefisso M;Neptunusda νέω, νήχω ondeggio: nell’eolico si commutano ττ, σσ, e la terminazioneunusè comune aPortunus, Vertunus, Tribunus, ecc.Consus, altro suo nome, verrebbe da Πόντος, cambiandosi spesso il π in κ, come da πέντεquinque, da ἕπομαιsequor, da ἵππος equus.Venusderiva non davenireo dafeo(radice difetus, femina), ma da εὐναῖα, εὐνήσσα o εὔνους:Vulcanusda φλέγω e φλὸξ, radice difulgeo, fulgo, fulmen:Mercuriusnon damerx, ma da Ἐρμ, trasponendolo comeformada μορφὴ e colla finale κοῦρο o κήρυξ.Minervapoi sarebbe detta dall’epiteto suo ἐνέρεα, relativo alle spoglie nemiche che le si dedicavano, e col prefisso Μ e il digamma Ϝ.[165]Cancellieri,Le sette cose fatali di Roma antica.[166]Secondo la tradizione vulgare: ma Dionigi lesse nel tempio del dio Fidio il trattato conchiuso con Gabio, come alleanza tra eguali, e coll’isopolizia: talchè al suo territorio fu conservato il nome speciale diager gabinus.[167]Ai tempi di Cicerone, Tarquinio non passava pel mostro che Dionigi ci dipinge:Atque ille Tarquinius, quem majores nostri non tulerunt, non credulus, non impius, sed superbus habitus est et dictus.Philippicaiii. 4. Mapro Rabirio, 4, gli dà tacciasuperbissimi et crudelissimi regis.[168]Vedi l’AppendiceIV.[169]Fatto opposto alla vulgata lezione, ma attestato da Tacito:Nec Porsena, dedita urbe, neque Galli capta temerare potuissent; e da Plinio (Nat. hist.xxxiv. 39):In fœdere quod, expulsis regibus, populo romano dedit Porsena, nominatim comprehensum invenimus, ne ferro nisi in agri cultura uterentur.[170]Orazio, vincitore dei Curiazj, come fratricida doveva esser condannato a morte; ma fu fatto appello al popolo, che, attesi i suoi meriti, lo assolse.[171]Dionigi d’Alicarnasso,iii, 67, più attendibile che non Plutarco inNuma.[172]Se fosse vero che ogni plebeo avesse per patrono un patrizio, come s’insegna nelle scuole, resterebbe inesplicabile la storia di Roma, che va tutta in lotte della plebe cogli aristocratici.[173]Plutarco, in Romolo.[174]Che i clienti votassero coi patroni non è asserito da alcun antico, e par ripugnante alla costituzione romana, che sempre ricusò la maggioranza del numero;ne plurimum valeant plurimi.[175]Il vulgo potrebbe vedersi personificato in Bruto, plebeo, servo ribelle.[176]Affare della statua d’Orazio Coclite.[177]Fere nulli alii sunt homines, qui talem in filios suos habent potestatem, qualem nos habemus.Gajo,Instit.i.55. Del despotismo paterno ritrae il nostro nome di padrone.[178]Roma aveva promesso rispettarecivitatemdi Cartagine; onde risparmia i cittadini, ma distruggeurbem, la città. Così dopo il fatto delle Forche Caudine; così nelle tregue, conchiuse pei giorni e violate la notte.[179]Dionigi,iv. 1. Cicerone (De legibus,iii. 3) dice tenevansi registri del preciso numero de’ cittadini, de’ loro figli, degli schiavi, degli armenti, e l’enumerazione dei beni, e l’età delle persone. Il numero degli abitanti lo argomento dai centrentamila capaci dell’armi, noverati nel censo di Publicola nel 245. Che l’ammissione de’ forestieri si rallentasse al principio del governo consolare, lo prova il censo del 279, che dà solo centremila cittadini puberi, e il triplo di donne, fanciulli, schiavi, mercanti, stranieri, operaj, «giacchè a Roma non è lecito sostentarsi col traffico e coll’industria manuale», dice Dionigi, ix. 383.Censimento della popolazione romana in varj tempi:AnnoFamiglieCittadini185Sotto Servio Tullo84,000420,000245Allo stabilirsi della repubblica130,000650,000261Dopo istituiti i tribuni110,000550,000279Dopo le turbolenze della legge agraria103,000515,000288Durante la guerra cogli Equi e Volsci124,215621,000294Sotto la dittatura di Cincinnato132,409662,000361Al bando di Camillo152,573762,000410Durante la guerra dei Sanniti160,000800,000460Al consolato di Fabio Massimo270,0001,350,000464All’istituzione dei triumviri capitali273,0001,365,000478All’invasione di Pirro271,2241,356,000489Al rompersi della prima guerra punica292,2241,460,000501Durante la guerra di Sicilia297,7971,485,000532Al fine della prima guerra punica260,0001,300,000533Quando i liberti furono compresi nelle tribù urbane270,2131,350,000545Durante la seconda guerra punica237,1081,185,000549Alla spedizione di Scipione in Africa214,0001,070,000559Prima della guerra contro Antioco243,7041,218,000564Nella guerra colla lega Etolia258,3281,291,000574Prima della guerra di Perseo273,2241,366,000579Nella guerra illirica269,0151,345,000584Nella guerra macedonica312,8051,564,000589Dopo conquistata la Macedonia337,5521,687,000594Dopo la terza guerra punica328,3141,641,000599All’alleanza con Massinissa324,0001,620,000606Alla distruzione di Cartagine322,2001,611,000611——————di Corinto328,3421,641,000617Alla spedizione di Scipione in Ispagna323,0001,615,000622Alla morte di Tiberio Gracco313,8231,569,000629––.———di Scipione l’Africano390,7361,953,000639Dopo la rotta degli Allobrogi394,3361,971,000664Dopo la guerra Sociale e l’ammissione degli Alleati463,0002,315,000683Dopo la guerra civile di Mario450,0002,250,000703–———––.——––.di Cesare e Pompeo420,0002,100,000725Dopo stabilito l’impero4,164,00020,820,000IIª numerazione di Augusto4,233,00021,165,000IIIª numerazione4,630,00023,150,000800Sotto Claudio6,944,00034,720,000Sotto Vespasiano??[180]Cioè cinquanta are; sicchè tutto il territorio legale era di millecinquecento ettare.[181]Nexachiamavansi (secondo il Niebuhr) quelli che al plebeo, debitore d’un patrizio, stavano garanti colla propria roba, il che s’intende anche colla famiglia, promettendo soddisfare con fatiche personali; inoltre il plebeo che, non pagando, veniva fatto schiavo del patrizio creditore. Se alla scadenza il debito non si spegneva, accumulavasi il frutto al capitale.Forse con più ragione il Vico crede che da principio i patrizj dessero in feudo ai plebei le terre per un annuo canone: non pagandolo, poteano questi ripeterlo col braccio governativo e farsi aggiudicare schiavi i debitori morosi. I prepotenti facilmente allargarono questa feudale prerogativa ad ogni altro debito.[182]Il testo, riferito da A. Gellio, è preciso:Tertiis nundinis capite pœnas dabant: si plures forent quibus reus esset judicatus, secare si vellent atque partiri corpus addicti sibi hominis permiserunt. Tertiis nundinis, partes secanto: si plus minusve secuerunt, se fraude esto. Questa previsione del tagliar più o meno impedisce d’intendervi soltanto divisione dei beni dell’oberato,sectio bonorum: anzi se fra’ creditori un solo restava inesorabile, eragli conservato il suo diritto, potendo egli uccidere o mutilare il debitore. È a credere che di rado o non mai la legge fosse applicata, poichè il debitore si sarà riscattato consentendo alnexum, o parenti e amici avranno offerto ai creditori più di quello che potessero ritrarre dal venderlo; i tribuni si saranno opposti al furioso che ricusasse ogni patto al debitore.Una legge del dittatore Petilio (o Petizio o Popilio) del 433 di Roma abolì il nexo, vietando per l’avvenire l’ipoteca sulla persona, e facendola cessare per qualunque debitore giurasse possedere abbastanza per redimersi:Omnes qui bonam copiam jurarent, ne essent nexi, dissoluti, dice Varrone. Gliaddictierano garantiti contro i ferri, eccetto il caso che fossero condannati per delitto. In Plauto, il modo più terribile per farsi pagare da un cattivo debitore è l’addizioneo carcere privato. Anche durante la guerra d’Annibale vediamo in Tito Livio i condannati a restituzione di danaro essere gettati in carcere come criminali.[183]Furono Giunio Bruto e Sicinio Belluto. Ecco ricomparire Bruto, cioè il servo ribelle della rivoluzione contro i Tarquinj: e un Bruto ritornerà all’altro tentativo di rivoluzione contro l’impero iniziato.[184]Al tempo di Annibale i Romani avevano cinquantatre colonia in Italia. VediHeyne,De Romanorum prudentia in coloniis regendis.—De veterum coloniarum jure, ejusque causis. Opuscoliieviii.[185]La voce italianapodereper fondo accenna un’origine eguale nel nostro medioevo: poteva chi possedeva.[186]Tutta la lotta de’ plebei co’ patrizj è elegantemente espressa da Floro, col dire che i plebei volevano acquistarenunc libertatem, nunc pudicitiam, tum natalium dignitatem, honorum decora et insignia. Egli stesso scrive:Actus a Servio census quid effecit, nisi ut ipsa se nosset respublica?È ilnosce te ipsum, che il Vico dice aver Solone insegnato al vulgo attico.[187]Lib. vi. 4. Il Vico impugna la compilazione delle XII Tavole: unica legge fatta dai decemviri fu, secondo lui, quella che accomunava alla plebe il dominio quiritario dei campi; poi, come ai tipi ideali, furono riportate ad essi tutte quelle che parteciparono grado a grado la libertà alla plebe.Le differenze dalle leggi greche sono avvertite dai giureconsulti. In Atene il marito era protettore, qui padrone; non dava danaro al suocero, anzi ne riceveva, sicchè la moglie portando una dote nella nuova casa, vi conservava una corta indipendenza, e poteva accusare il marito, come egli lei; facile era la separazione. In Atene il padre non può uccidere il figlio, ma solo la figlia libertina; bensì può non assumere il neonato, nel qual caso è venduto schiavo; anche adulto può dichiararlo indegno: ripudio che in Roma non ha luogo, dove neppur emancipandolo, il padre non abdicava ai proprj diritti. Questi per età o per grado non cessavano, mentre in Atene il figlio a vent’anni era iscritto nella fratria, cioè diventava indipendente e capocasa, ecc.[188]È nota la baja che delle formole si prende Ciceronepro Murena. Anche il diritto pubblico era sottoposto a formole; eccone esempj.Tito Livio, lib.i: «Tale fu la forma della dedizione dei Collatini. Il re interrogò:Siete voi i legati ed oratori mandati dal popolo di Collazia, per consegnar voi e il popolo?—Siamo.—Il popolo collatino è di propria balìa?—È.—Deste voi medesimi, il popolo collatino, la città, i campi, l’acqua, i termini, i tempj, gli utensili, le cose tutte umane e divine in poter mio e del popolo romano?—Demmo.—Ed io accetto». E nel libro stesso: «Allora udimmo che così si fece, nè v’ha memoria d’altro patto più antico. Il feciale interrogò il re Tullo così:Vuoi, o re, ch’io stringa patto col padre patrato del popolo albano?E comandando il re, il feciale disse:Ti domando erbe sacre. Il re rispose:Prendine pure. Poscia al re stesso chiese:O re, mi fai tu regio nunzio del popolo romano de’ Quiriti? approvi i mallevadori e i compagni miei?Il re rispose:Sì, salvo il diritto mio e del popolo romano dei Quiriti. Feciale era M. Valerio; fece padre patrato Sp. Fuscio toccandogli il capo e i capelli colla verbena. Il padre patrato si elegge perpatrareil giuramento, cioè per sancire il patto; lo che egli fa con una lunga formola, che qui non occorre riferire. Poscia recitate le condizioni,Odi, disse,o Giove; odi, o padre patrato del popolo romano; odi tu, popolo albano: il popolo romano non mancherà primo a quelle leggi, che da capo a fondo furono lette su quelle tavole cerate, senza frode, siccome furono oggi benissimo intese. Se pel primo mancherà per pubblico consiglio e frodolentemente, in quel giorno, o Giove, ferisci il popolo romano, siccome io oggi ferirò questo porco; e tanto più lo ferisci, quanto più sei poderoso.Ciò detto, percosse il porco con un ciottolo di selce. Anche gli Albani recitarono la loro formola e il giuramento, per mezzo del dittatore e de’ sacerdoti proprj».Essendo gli uomini naturalmente poeti (ragiona il Vico nellaScienza nuova, lib.iv), tutta poetica fu l’antica giurisprudenza, la quale fingeva i fatti non fatti, nati li non nati ancora, morti i viventi, i morti vivere nelle loro giacenti eredità; introdusse tante maschere vane senza subjetti, che si disserojura imaginaria, ragioni favoleggiate da fantasia; e riponeva tutta la sua riputazione in trovare sì fatte favole, che alle leggi serbassero la gravita ed ai fatti ministrassero la ragione: talchè tutte le finzioni dell’antica giurisprudenza furono verità mascherate; e le formole con le quali parlavano le leggi, per le loro circoscritte misure di tante e tali parole nè più nè meno, nè altre, si disserocarmina. Talchè tutto il diritto antico romano fu un serio poema, che si rappresentava dai Romani nel fôro; e l’antica giurisprudenza fu una severa poesia.VediChassan,Essai sur la symbolique du droit, précédé d’une introduction sur la poésie du droit primitif. Parigi 1847.[189]Dionigi, lib. 1;Festo, adv.Prætor ad portam.[190]Livio, lib.iv.[191]Mei-land, mio paese;Mayland, paese di maggio;Medellam, città della vergine;Mittelawn, in mezzo ai piani;Medio-amnium;MedoeOlano, due condottieri;Medio-lana, per una scrofa lanosa trovatavi: differenti etimologie di Milano. Questo nome è comunissimo nella Gallia transalpina e designa il paese medio (mitta-land); la terra per antonomasia, la terra santa, la legale.[192]Ele-dore, il turbine.[193]Prima chiamavasiBodincos, cioè senza fondo, poi fu detto Pado dapades, che in gallico suona abete.[194]Adotto la vulgata denominazione latina, desunta dalla situazione di Roma.
[83]La priorità delle arti belle in Italia fu sostenuta dal Guarnacci (Origini italiche), dal padre Paoli (Antichità pestane), dal conte d’Arco (Patria primitiva del disegno), e da molti moderni, massime dopo le ultime scoperte, cominciando da Luciano Buonaparte.Sulle arti etrusche possono vedersi pel secolo passato:Th. Dempster, 1619, coi paralipomeni del Passeri;A. F. Gori,Musæum etruscum, 1737-43, colle dissertazioni del Passeri:Musæi Guarnacci ant. mon. etrusca, 1744. Erano mal distribuiti, raccolti senza critica, classificati a capriccio, per modo che il Müller credette non poter farne verun conto per chiarire la storia e le credenze degli Etruschi. Profittarono delle scoperte recenti il cavaliere Francesco Inghirami,Monumenti etruschi o di etrusco nome, sette volumi di testo, sei di tavole, 1821-56; ePitture di vasi fittili, 1832; le moltissime memorie delle Accademie di Cortona, di Parigi, dell’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma, ecc.; e libri e opuscoli senza numero di Vermiglioli, Cardinali, Orioli, Teani, Arditi, Gerhard, Raoul-Rochette, Visconti, Grifi, Bunsen, Campanari, Micali, Gargallo, Candelori, Feoli, Stackelberg, Dorow, Bröndstedt, Lewezow, Böck, Luynes, Svelcker, Panofka.... De Witte e Lenormant pubblicarono una scelta di vasi ceramografici a Parigi, 1840. Vedansi pureMusæi etrusci, quod Gregorius XVI in ædibus vaticanis constituit, monumenta; Roma, 1842. I musei che più se ne arricchirono, son quelli di Londra, cui fu venduta la raccolta del principe di Canino; di Monaco, di Leida, di Berlino, del re d’Olanda; e in Italia il Gregoriano e il Campana a Roma, il Borbonico a Napoli, le collezioni Buccelli a Montepulciano, Ruggeri a Viterbo, Venuti a Cortona, Ansidei, Oddi ed altri a Perugia, Guarnacci e Franceschini a Volterra, Jatta e Santangelo a Napoli.[84]Eversosque focos antiquæ gentis hetruscæ.Properzio, ii.28.[85]Quanto era stato scritto intorno agli Etruschi prima del 1828, fu riassunto da Ottofredo Müller nei quattro libri intitolatiDie Etrusker, editi a Breslavia in quell’anno. A quest’opera, buon tratto inferiore alla sua sui Dori, e pubblicata prima che s’aprissero i sepolcreti di Vulci, antepose unaVorerinnerung über die Quellen der etruskischen Alterthumskunde, ove ragiona le autorità greche, romane e tradizionali, e volge spesso la beffa contro la boria nostra del rifiutare l’origine greca della civiltà etrusca, assunto da lui sostenuto; eppure io non so se possa trovarsi un più pregiudicato ammiratore dei Greci che il nostro Luigi Lanzi. Questo trae molte etimologie dal greco, staccandone l’articolot: così Turms si riduce a ὁ ὑρνῆς, Turan, ὁ ἄραν, Marte, Thalina, θ΄ἄλινα nata dal mare; Tarconte sarebbe ἄρχω coll’articolo; Tages, ταγὸς; capo; Tarquinia o Trachinia e Tarrachina, da τραχὺς; aspro, erto; Corneto da Corinthio; Faleria, Falisci da Ἁλοὼς; così Agylla, Pyrgos, Alsium Ἄλσος, Gravisca γραῖα, Volcium ἱόλκος o ὄλκος, Veji ἡρμῆον ecc. Argomentano pure dalle relazioni che l’Etruria mantenne continuamente colla Grecia; onde da Corinto venne una colonia con Damarato, quei di Cere tenevano il tesoro a Delfo, ecc.Il Micali nell’Italia avanti il dominio dei Romani, 1810, suppone continuamente una gente di nascita e credenza indigena, cui sopravvennero altre con diversi riti; ma nellaStoria degli antichi popoli italiani, 1832, mostrossi men risoluto nel negare l’influenza asiatica ed egizia sulla civiltà etrusca; e meno ancora neiMonumenti inediti a illustrazione della storia degli antichi popoli italiani, 1844.Niebuhr fa identici i Pelasgi e i Tirreni, provenuti d’Occidente, dimorati in Etruria, e affatto diversi dagli Etruschi e dai Raseni. Millingen invece contende la parità di questi due nomi, come fa sempre Erodoto: da Τυῤῥηνοὶ o Τυρσηνοὶ egli trae Τυρησκοὶ, desinenza pelasgica che occorre in Drabesco, Bromisco, Dorisco, Mirgisco e altre città di Tracia; e qui in Volsci, Falisci, Gravisca. Da Τυρησκοὶ i Latini trassero Truschi, e prefiggendo l’e, Etruschi, poi Thusci, Tusci; al modo stesso Όπικοι fu cangiato in Opisci e Osci, Ποσειδονία inPestunumePestum, Πομυδεύκης inPollucesePollux. Ma poichè nulla prova che in questi ultimi nomi la forma greca sia stata la primitiva, potendo anzi essere un’alterazione della pelasgica, l’analogia non soccorre a quella difficile etimologia.Lepsius introdusse i Pelasgi-Tirreni. Giambattista Bruni, nelleRicerche intorno all’origine dei Pelasgi-Tirreni, sostiene sieno Fenicj, al pari di Bochart, Mazzocchi, Dumont e altri.Orioli, negliOpuscoli letterarj di Bologna(De’ popoli Raseni o Etruschi), fiancheggia l’origine lidia. Poletti,Dei popoli e delle arti primitive in Italia, ripudia le immigrazioni, e vuol anzi che i nostri, col nome di Pelasgi, portassero altrove la civiltà.Fra i moltissimi che ne discussero in questi ultimi anni, citiamo:G. J. Grotefend,Della geografia e storia dell’antica Italia fino alla dominazione romana. Annover, 1840.W. Abeken,Mittelitalien vor den Zeiten römischer Herrschaft. Stuttgard, 1843. Riconosce egli nella prisca Italia quattro razze principali:1º I Tirreni, forse Pelasgi, di cui sono i Siculi, i Sabini, i Latini;2º I Raseni o Reti, che fondendosi coi vinti, formarono gli Etruschi; per lo che i Tirreni fra l’Arno e il Tevere si distinguono dagli altri;3º Gli Aborigeni, Baschi, Ausonj, Aurunci:4º Gli Ellenici.[86]Ernain sabino diceasi la quercia e la rupe; ὄρος e βιῶν, vivente nei monti. Mannert (Geogr. der Griechen und der Römer, tom.iii. p. 187) prova che Taurisci è denominazione celtica degli abitatori dei monti, e che fu applicata a gran parte dei popoli alpini.[87]Può trarsene il nome da κώμη, villaggio; ma anche dacom, che in celtico significa seno.[88]Berg-homoheimesprime in parlare germanico quel che Orobio in greco.[89]È però nome latino, non etrusco, e vuol diremercato di Licino. Nel Pian d’Erba v’ha un villaggio dettoMercato di Incino; e il cercare altrove Liciniforo sarebbe come voler trovare Mediolano in Toscana o Agrigento in Piemonte.[90]V’è chi trae da Bara il nome di Brianza, che però è recentissimo. Parmi che gli eruditi, massime gli storici municipali, facciano troppa fondamento su quel passo di Plinio.[91]Tito Livio, vi. 21. Quando costui entra a narrare le guerre de’ Romani coi Sabini, mette una protasi tutta poetica:Majora jam hinc bella, et viribus hostium, et longinquitate vel regionum vel temporum spatio, quibus bellatum est, dicentur. Quanta rerum moles! quoties in extrema periculorum ventum, ut in hanc magnitudinem, quæ vix sustinetur, erigi imperium posset!vii.29.Orazio, lib.iii.od. 6, cantava:...rusticorum mascula militumProles, Sabellis docta ligonibusVersare glebas, et severæMatris ad arbtrium recisosPortare fustes.[92]Plinio,Nat. hist.xxx.12.Maximilien de Ring,Hist. des peuples opiques. Parigi, 1859: oltre gliOskischen StudiendiTh. Mommsen. Berlino, 1845.[93]Arnobio,iii.pag. 122.[94]La vorrebbero denominata dai profondi suoi seni, κάμπη; mentre Apulia vorrebbe diresenza porti.[95]Heine (Opusc. acad., tom. v. p. 345) vuole Capua detta dacapis, che in etrusco significa avoltojo, perchè gli Etruschi abbiano veduto ivi l’augurio d’un avoltojo.Vulturnon ne sarebbe che la traduzione latina. La storia di Capua è tuttora piena d’incertezze, per quanto cercasse schiarirla Giulio Stein,De Capuæ gentisque Campanorum historia antiquissima. Breslavia, 1838.[96]Galanti,Descrizione del contado di Molise.[97]Lucanus an Appulus, anceps,Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus Missus ad hoc, pulsis(vetus est ut fama)Sabellis.Satir. Lib.ii.i.35.[98]Pausania dice: Ὑπὸ δὲ Λιβύων τῶν ἐνοικούντων καλουμνη Κορσικὴ:Dai libici abitanti chiamata Corsica. Ottofredo Müller vorrebbe leggere Λιγύων, ma senza darne ragioni. Quanto propriamente alla Sardegna, la favola dice Sardo figlio del libico Ercole.[99]Münter, nel libro sulla religione de’ Cartaginesi, ha un’appendiceUeber Sardische Idole. Polibio, nel libro i, ci mostra floridissima l’isola di Sardegna allorchè i Romani vi afferrarono; invece Aristotele, nel libroDe mirabilibus, c. 105, dice che «i Cartaginesi avevano distrutto in Sardegna tutti gli alberi fruttiferi, e vietato agli abitanti, pena la vita, di darsi all’agricoltura». Beckmann, nell’edizione di quest’opera, dimostrò che tale asserzione non si appoggia che su qualche vaga tradizione, ed è smentita dall’accordo delle cose.[100]Seneca, ivi relegato, dice che in Corsica la popolazione è iberica, ma la costoro lingua fu perduta per la ligure (Consolatio ad Helviam, cap. 8). Forse non significa se non la fratellanza di Liguri ed Iberi.[101]Lib. v. § 13.[102]Giano dovette essere il nome d’alcuno di quei primissimi savj, di cui rimase memoria fra popoli diversi. Pei FenicjJonncorrispondeva a Baal; in gallese vuol dire signore, dio, causa prima; Bacco fu dettojanna,jon,jona,jain,jaungoicoa, dio, signore, padrone; gli Scandinavi chiamanojanil sole, che i Trojani pure adoravano col nome dijona(Jamesson’s,Hermes scyticus, pag. 60);javnahachiamasi in persiano quell’astro, ejannanvuol dire capo (Pictet,Culto dei Cabiri in Irlanda, pag. 104). Raoul-Rochette inJoan,Jon,Janusvede il capo d’una colonia jonica, giunta in Italia 1431 anni avanti Cristo. In somma egli ci sembra il simbolo della gente pelasga, e tiene molte somiglianze col Brama indiano, quadrifronte anch’esso, qual faceasi a Falera, mentre a Ilo ma non conservò che due facce.Si disse cheLatiumfu chiamato perchè colalatuitSaturno:Is genus indocile, ac dispersum montibus altisComposuit, legesque dedit, Latiumque vocariMaluit, his quoniam latuisset tutus in oris.Virgilio,Æn.viii.321.In feniciosaturnsignifica appuntolatens(Pokoke,Specimen historiæ Arabum, pag. 120); mentre i deboli etimologisti latini lo disserosaturdasaturitate, e Merkel lo deriva dasarpere. I versi Saturnini, le feste Saturnali mostrano e l’antichità di questo civilizzatore, e la rozzezza de’ suoi tempi.Tot sæculis Saturnalia præcedunt romanæ urbis ætatem, dice Macrobio,Saturn.i.[103]Politic.lib.vii, c. 9.[104]Dorn Seifzen,Vestigia vitæ nomadicæ, tam in moribus quam in legibus romanis conspicua. Utrecht, 1819.[105]Una tenue idea può aversene anche fra noi, ove la religione tiene separati gli Ebrei, benchè vivano in mezzo a noi.[106]D’uno di questi accordi è cenno in quel verso dell’Eneide:Sacra, deosque dabo: socer orma Latinus habeto.[107]Macrobio,Saturn.ix:Saliorum quoque antiquissimis carminibus deorum deus canitur. Valerio Sorano appo Varrone canta:Jupiter omnipotens, rerum, regumque deûmqueProgenitor, genitrixque deûm, deus unus et omnis.E Cicerone nelleTusculane:—L’antichità quanto era men lontana dall’origine divina, tanto meglio conoscea per avventura le verità. Laonde a quegli antichi che Ennio chiama Casci era insito questo solo, che dopo morte durasse il sentimento, nè coll’uscire di vita si disfacesse l’uomo in modo da perire totalmente. Tanto si può raccorre, come da molt’altre cose, così dal diritto pontificio e dalle cerimonie funerali». Nei nomi di tre lettere, comeOpseReadei Latini,Diodei Greci,Tindegli Etruschi, ecc. può vedersi un simbolo incompreso dell’unità e trinità.[108]Prudenzio, poeta de’ primi tempi cristiani, deplorava questa profusione di genj:Quamquam, cur genium Romæ mihi fingitis unum, Cum portis, domibus, thermis, stabulis soleatis Assignare suos genios, perque omnia membra Urbis, perque locos geniorum millia multa Fingere, ne propria vacet angulus ullus ab umbra?[109]Brisson,De formulis;Servio, ad.iGeorg.21, citando Fabio Pittore.[110]Della durata de’ sagrifizj umani a Roma ci abbonderanno prove; ma che continuassero oltre l’età d’Augusto, a pena si crederebbe ai Cristiani se non fossero così concordi e precisi, a fronte di gente che poteva smentirli. Porfirio pretende cheogn’annovittime umane s’immolassero a Giove Laziale fin nel iv secolo dell’era vulgare Ἀλλ̓ ἔτι καὶ νῦν τὶς ἀγνοεῖ κατὰ τὴν μεγάλην πόλιν τῇ τοῦ λατιαρίου Διὸς ἑορτῆ σφαξόμενον ἄνθρωπον. Tertulliano:Et Latio in hodiernum Jovi media in urbe humanus sanguis ingustatur. Minucio Felice:Hodieque ab ipsis Latiaris Jupiter homicidio colitur. Lattanzio:Latiaris Jupiter etiam nunc sanguine colitur humano.[111]Oggi ancora dal lago di Celano vanno in volta ciurmadori maneggiando serpi, e i terrazzani confidano in san Domenico di Crellino per le morsicature.[112]In osco il Comune chiamavasiviria, da cui il latinocuria(co-viria) edecuria,centuria.[113]Orazio,iii.od. 6.[114]Peut-on trouver une plus noble institution?esclama Montesquieu,Esprit des lois,vi.17. Eppure in questo costume la donna è ridotta all’ultima degradazione, d’essere scelta senza scegliere nè poter rifiutare.[115]Ὄμβρικοι ὅταν πρὸς ἀλλήλους ἔχωσιν ἀμφισβήτησιν, κατοπλισθέντες ὡς ἐν πολέμῳ μάχονται, καὶ δοκοῦσι δικαιότερα λέγειν οἱ τοὺς ἐναντίους ἀποσφάξαντες.Gli Umbri, quand’abbiano litigio fra loro, armati come in guerra combattono, e pensano abbia ragione chi l’altro uccide. Nicolò Damasceno, ap.Stobeo,Serm.xiii.[116]Positosque vernas, ditis examen domus,Circum renidentes lares.Orazio, Epod.ii.[117]Cicerone,Pro Milone, 50;Giovenale,iii.[118]Æn.xii;Strabone,iv.[119]Lib.i.c. 8.[120]Plinio,Nat. hist.,xv.39;Strabone,iv.v;Vitruvioii, 10.[121]De re rustica,i.[122]De re rustica,i.21;Plinio,xviii, 31.[123]Lib.ii.4.[124]Ad Augusto fu mandato d’Africa un cespo con quattrocento gambi: Nerone n’ebbe uno da cui sorgevano trecensessanta cauli spigati.[125]Olim ex Italiæ regionibus longinquas in provincias commeatus portabant.Tacito, Ann.xii.[126]Plinio,Nat. hist.,xviii.10.[127]Italus,vitulus.[128]Polibio,ii.[129]Strabone,v;Plinio,viii.48.[130]Varrone,De lingua lat.[131]Strabone,v.[132]Plinio,Nat. hist.xviii.6.[133]Columella,i.3:xi.2.[134]Catone,v.34;Plinio,xviii.21.[135]Plinio,xviii.13, 7.[136]Columella,vi.prefaz.;Plinio,xviii.5.[137]Janelli (Veterum Oscorum inscript., 1841) in un’iscrizione umbra trovò un custode dell’annona.[138]Livio,xxxiii.4.[139]Strabone,ivev.[140]Scienza nuova, cap.x.[141]Lo dimostra Janelli,Op. cit.[142]Vedi l’Appendice I eFabretti,Osservazioni grammaticali sulle antiche lingue italiche. Atti dell’acc. di Torino, 1874.[143]La persona si definiscehomo cum statu quodam consideratus; e per istato s’intendequalitas cujus ratione homines diverso jure utuntur.[144]Dionigi d’Alicarnasso,i.[145]Vedi la nota 1 al Capo precedente.[146]Evandro era venerato in molte città dell’Arcadia e dell’Acaja. Manca d’ogni autenticità questa lista di antichi re del Lazio:Gianoverso il1451Alba Silvioverso il1018Saturno»1415Episto Silvio»979Pico»1382Capi Silvio»953Fauno»1335Carpento Silvio»925Latino»1301Tiberio Silvio»912Enea»1250Archippo Silvio»904Ascanio»1175Aremulo Silvio»863Silvio Postumo»1136Aventino Silvio»844Enea Silvio»1107Proca Silvio»817Latino Silvio»1068Amulio Silvio»796[147]Non c’illuda Virgilio, che fa Pelasgi i nemici di Troja, mentre Troja per certo era pelasga, e quella guerra rappresenta la lotta dei Greci uniti contro i Pelasgi.[148]Tito Livio,i. 4. Dionigi dubita che Romolo abbia ripopolato una città antica abbandonata, detta Palanzia, e di cui sussisteano ancora cloache ed altre opere pubbliche.[149]Tacito,iv. 65;Dionigi,ii. 6;iii. 14, ecc.[150]Dissero che il nome arcano fosseAmor, anagramma di Roma, per esprimere l’unione santa che doveva regnare fra’ cittadini. Sichel pretende fosse Angerona, che, secondo Plinio, rappresentavasi con una benda alla bocca e suggellata (Revue archéol.15 gennajo 1846). Solo ai pontefici era dato proferirlo ne’ sagrifizj, e guaj se l’avessero rivelato al popolo! Sacerdotale era il nome diFlora; donde le feste Floreali, e il nome della nuova città di Florenzia. Il civile e vulgare diRomaveniva fors’anche daRuma, che in prisco latino vale mammella, e che appella alfico ruminale, sotto cui furono allattati Romolo e Remo. Guglielmo Schlegel, ricordandosi dell’οὖθαρ ἀρούρης di Omero, accetta quest’ultima etimologia, applicandola alle colline sorgenti dalla campagna romana.L’êra della fondazione di Roma è posta da Varrone nel terzo anno della vi olimpiade; da Valerio Flacco nell’anno seguente, cioè nel 754 avanti Cristo; da Catone nel 752. L’opinione di Varrone del 21 aprile 753 è seguita da Dione Cassio, Plinio Maggiore, Vellejo Patercolo, Claudio imperatore: Dionigi d’Alicarnasso e Tito Livio stanno con Catone. Gli anni notavansiab urbe condita, ma più comunemente col nome dei due consoli che reggevano. Le êre degli altri popoli italiani, cui Varrone aveva raccolte, vennero assorbite nell’unità romana, e caddero in dimenticanza. Al 21 aprile dicemmo come già si celebrassero le Palilie, talchè avremmo qui un effetto del costume antico di associare geroglifici agrarj, astronomici e storici.[151]Solo, vuol dire con tutti i suoi clienti e famuli. Nel linguaggio eroico non si conta che il capo; gli altri sono cose. La formola è rimasta relativamente ai principi, come quando diciamo che Carlo VIII conquistò l’Italia, Napoleone vinse a Wagram, ecc.[152]Cicerone nelBruto:Utinam extaret illa carmina, quæ multis sæculis ante suam ætatem in epulis esse cantitata a singulis convivis in Originibus scriptum reliquit Cato.—Vedi l’Appendice III.[153]Servio, adÆneid.i, 267;iv. 620;ix. 745.[154]Così Evandro marita ad Ercole sua figlia Launa: e Laurina, figlia d’un altro Latino enotro, è sposata a Locro.L’ultimo che scientificamente sostenne la venuta d’Enea nel Lazio fu Rückhert, in una dissertazione comparsa ad Amburgo il 1846 sopra Troja. Essendo i Trojani razza pelasga, la loro venuta risponde a quella de’ Pelasgi e de’ Tirreni. Perchè l’esser quel fatto talmente connesso con tutte le tradizioni romane faccia men repugnanti ad infirmarne la fede, si ricordino i sogni di tutti i nostri genealogisti del Cinquecento. Virgilio stesso, che poeteggiò la venuta de’ Trojani, confessa la scarsa efficienza di quella colonia, facendo che Giove assicuri Giunone non ne rimarrebbero mutati nè la lingua de’ prischi Latini, nè i costumi, nè il nome o le vesti:Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt,Utque est, nomen erit; commixti corpore tantumSubsident Teucri; morem ritusque sacrorumAdjiciam, faciamque omnes uno ore Latinos.Æn.xii. 834.[155]Secondo i Sabini, una fanciulla de’ contorni di Reati, fecondata da Marte Quirino, generò Modio Fabidio, che con vagabondi fondò Curi.Dionigi,ii. Ai Sabini era sacro il lupo, come fu ai Romani.[156]Romolo sposa Ersilia. Dionigi (lib.ii. c. 12) avverte che Tazio eresse a Roma tempj a divinità, i cui nomi non è facile esprimere in greco. Ciò mostrerebbe un’origine diversa dalla ellenica. Le prime città latine, come Albalunga, Lanuvio....., e le famiglie più antiche, Giulia, Servilia, Metilia, Curiazj, Quintilla, Clelia..., non hanno etimologia greca.[157]Il notissimo monogrammaS. P. Q. R., invece del vulgatoSenatus populusque romanus, è dal Niebuhr interpretatoSenatus,Populus,Quirites Romani.[158]Eppure l’esercizio delle arti meccaniche era espressamente vietato (Dionigi,ix), e tutte, eccetto poche attinenti a guerra, erano affidate agli schiavi.[159]«Numa, siccome Romolo, acquistò il regno disponendo la città coll’augurio, e comandò che anche intorno a sè si consultassero gli Dei. Perciò dall’augure, che poscia per onore conservò questo pubblico e perpetuo sacerdozio, condotto nella rôcca, sedette sur un sasso vôlto a meriggio. L’augure sedette a sinistra col capo velato, tenendo nella destra una verga adunca senza nodo, che chiamaronolituo; e poi ch’ebbe determinato i punti nella città e nel campo, invocati gli Dei, segnò le regioni da oriente a occidente, e indicò siccome propizie le plaghe a mezzogiorno, infauste quelle a tramontana. Fissò in mente un segno di rimpetto, lontano quanto più potea la vista. Allora, trasferito nella sinistra il lituo, posta la destra sul capo di Numa, così pregò:Giove padre, se è tuo volere che questo Numa, di cui io tengo il capo, sia re di Roma, chiarisci a noi i segni tra quei confini ch’io prefinii. Allora con parole specificò quali auspizj voleva si mandassero; ottenuti i quali, Numa, dichiarato re, discende dal tempio». Livio, lib. i.[160]È l’opinione di Schlegel. Plinio e Valerio Massimo narrano d’un cittadino, che, accusato d’avere ucciso un bue per imbandire a uno scapestrato, fu messo a morte. Columella dice che ammazzare il bue era colpa capitale. Come si concilia coi tanti sacrifizj di tori e coisuovetaurilia?[161]«Le antiche tradizioni italiche, schiette, grossolane, talvolta anche oscene nella forma, ma di senso profondamente espressivo, differiscono capitalmente dalle storie divine dell’epopea greca, dominate da un antropomorfismo elegante, ma puramente esteriore. Il sentimento religioso dei prischi Romani era gran tratto superiore alla facile e favoleggiatrice eloquenza che aveva invaso la religione de’ Greci.... I Romani accolsero in gran parte le religioni pelasgiche, e le serbarono lunga pezza. Nella pompa del Circo portavasi in giro un numero di divinità antiche. Al tempo stesso ricevettero certi riti molto vecchi ed espressivi, gli augurj, l’arte di consultar le viscere delle vittime, ed altri ancora, dimenticati buon’ora quasi affatto in Grecia, almeno nel culto pubblico. In Grecia la mitologia, quale era stata sviluppata dai poeti epici, esercitò imperio irresistibile sugli spiriti, e sopra le ruine delle antiche credenze e d’un profondo sentimento religioso si elevò la maestà sensibile e affatto umana dello splendido Olimpo. In Etruria, per lo contrario, ed a Roma giammai l’elemento poetico, nella credenza dei popoli, non prevalse così sopra l’elemento mistico, perchè i poeti e gli artisti non acquistarono mai troppa influenza sulla religione dello Stato, confidata a un sacerdozio venerabile. Gli elevati ed austeri genj dell’Etruria antica non potevano lasciarsi irretire dalla magica epopea jonica; superavano collo sguardo gli angusti confini dell’Olimpo quale i poeti l’aveano fatto, per penetrare negli abissi del cielo e della terra. I pii e degni padri di questo antico Lazio, soggiorno di pace, di felicità, di virtù, neppur essi non potevano dalla mobile immaginazione degli ellenici cantori esser rapiti all’abitudine della loro religione, semplice quanto i loro costumi. Per censettant’anni i Romani servirono gli Dei dei loro avi senza bisogno d’immagini (Plutarco, inNuma, c.viii.—Sant’Agostino,De civ. Dei,iv. 31): e quando gl’idoli ebbero preso posto nelle nicchie sacre, il culto della gran Vesta perpetuò la memoria della primitiva semplicità. Una pura fiamma ardente nel santo e silenzioso suo tempio bastò alla dea, che non volle nè statua nè rappresentazione di sorta. Quando in un tremuoto il misterioso potere delle forze nascoste della natura facevasi risentire con tutto il suo orrore, il Romano, ripiegandosi sulle credenze oscure, ma tanto più profonde de’ suoi padri, non invocava alcun dio determinato e conosciuto (A. Gellio,Notti attiche, ii. 28.—Dionigi,Excerpt.xvi. 10. p. 91): ma invece di restar fedele all’antica credenza nazionale, invece di conservare le sue disposizioni sotto quel giogo sacro, sì convenientemente chiamatoreligione, amò meglio correr dietro a divinità forestiere, imitare i Greci, e coll’imitarli non togliere da essi che una superficie più o meno lucente. Così colla indifferenza per la religione tanto augusta, pura e morale dei vecchi Romani, prevalse ben tosto, fra i loro discendenti, il dispregio dei costumi e delle idee antiche, di quanto esse avevano di semplice, di grave e veramente religioso. Dionigi d’Alicarnasso a ragione vede in ciò una delle cause principali della decadenza della repubblica».Creuzer,Simbolica.[162]Principes Dei Cælum et Terra.Varrone,De lingua lat., v. 57.[163]Ex Ope Junonem memorant Cereremque creatasSemine Saturni: tertia Vesta fuit.Ovidio, Fast.,vi.270.[164]Le divinità romane di primo ordine sono le più di nome greco; alcune diversificano. Se ne cerca la ragione. J. Millingen (Transactions of the royal Society of literature of the united kingdom, vol.ii.p. 1, 1832) vuol provare che non sono se non alterazioni dal greco. È inutile accennareBacchus, Hercules, Latona, Themis, Proserpina, Æsculapius, Pollux, Castor, Sol, Horæ, Musæ, Gratiæ, Nimphæ, Luna(apocope di Σελήνη), ecc.: ma stando agli Dei maggiori, facile è la derivazione diJovisda Ζεὺς, o Δὶς Διὸς, per trasposizione: diJunoda Ζήνω, Αιώνη; diApollooPhœbusdall’identico; diDianada ϐεα o διὰ ἀνὰ; diVestada Ἑστια; diCeresda ᾽Έρα colla gutturale. Quanto aMars, sarebbe da Ἄρες col prefisso M;Neptunusda νέω, νήχω ondeggio: nell’eolico si commutano ττ, σσ, e la terminazioneunusè comune aPortunus, Vertunus, Tribunus, ecc.Consus, altro suo nome, verrebbe da Πόντος, cambiandosi spesso il π in κ, come da πέντεquinque, da ἕπομαιsequor, da ἵππος equus.Venusderiva non davenireo dafeo(radice difetus, femina), ma da εὐναῖα, εὐνήσσα o εὔνους:Vulcanusda φλέγω e φλὸξ, radice difulgeo, fulgo, fulmen:Mercuriusnon damerx, ma da Ἐρμ, trasponendolo comeformada μορφὴ e colla finale κοῦρο o κήρυξ.Minervapoi sarebbe detta dall’epiteto suo ἐνέρεα, relativo alle spoglie nemiche che le si dedicavano, e col prefisso Μ e il digamma Ϝ.[165]Cancellieri,Le sette cose fatali di Roma antica.[166]Secondo la tradizione vulgare: ma Dionigi lesse nel tempio del dio Fidio il trattato conchiuso con Gabio, come alleanza tra eguali, e coll’isopolizia: talchè al suo territorio fu conservato il nome speciale diager gabinus.[167]Ai tempi di Cicerone, Tarquinio non passava pel mostro che Dionigi ci dipinge:Atque ille Tarquinius, quem majores nostri non tulerunt, non credulus, non impius, sed superbus habitus est et dictus.Philippicaiii. 4. Mapro Rabirio, 4, gli dà tacciasuperbissimi et crudelissimi regis.[168]Vedi l’AppendiceIV.[169]Fatto opposto alla vulgata lezione, ma attestato da Tacito:Nec Porsena, dedita urbe, neque Galli capta temerare potuissent; e da Plinio (Nat. hist.xxxiv. 39):In fœdere quod, expulsis regibus, populo romano dedit Porsena, nominatim comprehensum invenimus, ne ferro nisi in agri cultura uterentur.[170]Orazio, vincitore dei Curiazj, come fratricida doveva esser condannato a morte; ma fu fatto appello al popolo, che, attesi i suoi meriti, lo assolse.[171]Dionigi d’Alicarnasso,iii, 67, più attendibile che non Plutarco inNuma.[172]Se fosse vero che ogni plebeo avesse per patrono un patrizio, come s’insegna nelle scuole, resterebbe inesplicabile la storia di Roma, che va tutta in lotte della plebe cogli aristocratici.[173]Plutarco, in Romolo.[174]Che i clienti votassero coi patroni non è asserito da alcun antico, e par ripugnante alla costituzione romana, che sempre ricusò la maggioranza del numero;ne plurimum valeant plurimi.[175]Il vulgo potrebbe vedersi personificato in Bruto, plebeo, servo ribelle.[176]Affare della statua d’Orazio Coclite.[177]Fere nulli alii sunt homines, qui talem in filios suos habent potestatem, qualem nos habemus.Gajo,Instit.i.55. Del despotismo paterno ritrae il nostro nome di padrone.[178]Roma aveva promesso rispettarecivitatemdi Cartagine; onde risparmia i cittadini, ma distruggeurbem, la città. Così dopo il fatto delle Forche Caudine; così nelle tregue, conchiuse pei giorni e violate la notte.[179]Dionigi,iv. 1. Cicerone (De legibus,iii. 3) dice tenevansi registri del preciso numero de’ cittadini, de’ loro figli, degli schiavi, degli armenti, e l’enumerazione dei beni, e l’età delle persone. Il numero degli abitanti lo argomento dai centrentamila capaci dell’armi, noverati nel censo di Publicola nel 245. Che l’ammissione de’ forestieri si rallentasse al principio del governo consolare, lo prova il censo del 279, che dà solo centremila cittadini puberi, e il triplo di donne, fanciulli, schiavi, mercanti, stranieri, operaj, «giacchè a Roma non è lecito sostentarsi col traffico e coll’industria manuale», dice Dionigi, ix. 383.Censimento della popolazione romana in varj tempi:AnnoFamiglieCittadini185Sotto Servio Tullo84,000420,000245Allo stabilirsi della repubblica130,000650,000261Dopo istituiti i tribuni110,000550,000279Dopo le turbolenze della legge agraria103,000515,000288Durante la guerra cogli Equi e Volsci124,215621,000294Sotto la dittatura di Cincinnato132,409662,000361Al bando di Camillo152,573762,000410Durante la guerra dei Sanniti160,000800,000460Al consolato di Fabio Massimo270,0001,350,000464All’istituzione dei triumviri capitali273,0001,365,000478All’invasione di Pirro271,2241,356,000489Al rompersi della prima guerra punica292,2241,460,000501Durante la guerra di Sicilia297,7971,485,000532Al fine della prima guerra punica260,0001,300,000533Quando i liberti furono compresi nelle tribù urbane270,2131,350,000545Durante la seconda guerra punica237,1081,185,000549Alla spedizione di Scipione in Africa214,0001,070,000559Prima della guerra contro Antioco243,7041,218,000564Nella guerra colla lega Etolia258,3281,291,000574Prima della guerra di Perseo273,2241,366,000579Nella guerra illirica269,0151,345,000584Nella guerra macedonica312,8051,564,000589Dopo conquistata la Macedonia337,5521,687,000594Dopo la terza guerra punica328,3141,641,000599All’alleanza con Massinissa324,0001,620,000606Alla distruzione di Cartagine322,2001,611,000611——————di Corinto328,3421,641,000617Alla spedizione di Scipione in Ispagna323,0001,615,000622Alla morte di Tiberio Gracco313,8231,569,000629––.———di Scipione l’Africano390,7361,953,000639Dopo la rotta degli Allobrogi394,3361,971,000664Dopo la guerra Sociale e l’ammissione degli Alleati463,0002,315,000683Dopo la guerra civile di Mario450,0002,250,000703–———––.——––.di Cesare e Pompeo420,0002,100,000725Dopo stabilito l’impero4,164,00020,820,000IIª numerazione di Augusto4,233,00021,165,000IIIª numerazione4,630,00023,150,000800Sotto Claudio6,944,00034,720,000Sotto Vespasiano??[180]Cioè cinquanta are; sicchè tutto il territorio legale era di millecinquecento ettare.[181]Nexachiamavansi (secondo il Niebuhr) quelli che al plebeo, debitore d’un patrizio, stavano garanti colla propria roba, il che s’intende anche colla famiglia, promettendo soddisfare con fatiche personali; inoltre il plebeo che, non pagando, veniva fatto schiavo del patrizio creditore. Se alla scadenza il debito non si spegneva, accumulavasi il frutto al capitale.Forse con più ragione il Vico crede che da principio i patrizj dessero in feudo ai plebei le terre per un annuo canone: non pagandolo, poteano questi ripeterlo col braccio governativo e farsi aggiudicare schiavi i debitori morosi. I prepotenti facilmente allargarono questa feudale prerogativa ad ogni altro debito.[182]Il testo, riferito da A. Gellio, è preciso:Tertiis nundinis capite pœnas dabant: si plures forent quibus reus esset judicatus, secare si vellent atque partiri corpus addicti sibi hominis permiserunt. Tertiis nundinis, partes secanto: si plus minusve secuerunt, se fraude esto. Questa previsione del tagliar più o meno impedisce d’intendervi soltanto divisione dei beni dell’oberato,sectio bonorum: anzi se fra’ creditori un solo restava inesorabile, eragli conservato il suo diritto, potendo egli uccidere o mutilare il debitore. È a credere che di rado o non mai la legge fosse applicata, poichè il debitore si sarà riscattato consentendo alnexum, o parenti e amici avranno offerto ai creditori più di quello che potessero ritrarre dal venderlo; i tribuni si saranno opposti al furioso che ricusasse ogni patto al debitore.Una legge del dittatore Petilio (o Petizio o Popilio) del 433 di Roma abolì il nexo, vietando per l’avvenire l’ipoteca sulla persona, e facendola cessare per qualunque debitore giurasse possedere abbastanza per redimersi:Omnes qui bonam copiam jurarent, ne essent nexi, dissoluti, dice Varrone. Gliaddictierano garantiti contro i ferri, eccetto il caso che fossero condannati per delitto. In Plauto, il modo più terribile per farsi pagare da un cattivo debitore è l’addizioneo carcere privato. Anche durante la guerra d’Annibale vediamo in Tito Livio i condannati a restituzione di danaro essere gettati in carcere come criminali.[183]Furono Giunio Bruto e Sicinio Belluto. Ecco ricomparire Bruto, cioè il servo ribelle della rivoluzione contro i Tarquinj: e un Bruto ritornerà all’altro tentativo di rivoluzione contro l’impero iniziato.[184]Al tempo di Annibale i Romani avevano cinquantatre colonia in Italia. VediHeyne,De Romanorum prudentia in coloniis regendis.—De veterum coloniarum jure, ejusque causis. Opuscoliieviii.[185]La voce italianapodereper fondo accenna un’origine eguale nel nostro medioevo: poteva chi possedeva.[186]Tutta la lotta de’ plebei co’ patrizj è elegantemente espressa da Floro, col dire che i plebei volevano acquistarenunc libertatem, nunc pudicitiam, tum natalium dignitatem, honorum decora et insignia. Egli stesso scrive:Actus a Servio census quid effecit, nisi ut ipsa se nosset respublica?È ilnosce te ipsum, che il Vico dice aver Solone insegnato al vulgo attico.[187]Lib. vi. 4. Il Vico impugna la compilazione delle XII Tavole: unica legge fatta dai decemviri fu, secondo lui, quella che accomunava alla plebe il dominio quiritario dei campi; poi, come ai tipi ideali, furono riportate ad essi tutte quelle che parteciparono grado a grado la libertà alla plebe.Le differenze dalle leggi greche sono avvertite dai giureconsulti. In Atene il marito era protettore, qui padrone; non dava danaro al suocero, anzi ne riceveva, sicchè la moglie portando una dote nella nuova casa, vi conservava una corta indipendenza, e poteva accusare il marito, come egli lei; facile era la separazione. In Atene il padre non può uccidere il figlio, ma solo la figlia libertina; bensì può non assumere il neonato, nel qual caso è venduto schiavo; anche adulto può dichiararlo indegno: ripudio che in Roma non ha luogo, dove neppur emancipandolo, il padre non abdicava ai proprj diritti. Questi per età o per grado non cessavano, mentre in Atene il figlio a vent’anni era iscritto nella fratria, cioè diventava indipendente e capocasa, ecc.[188]È nota la baja che delle formole si prende Ciceronepro Murena. Anche il diritto pubblico era sottoposto a formole; eccone esempj.Tito Livio, lib.i: «Tale fu la forma della dedizione dei Collatini. Il re interrogò:Siete voi i legati ed oratori mandati dal popolo di Collazia, per consegnar voi e il popolo?—Siamo.—Il popolo collatino è di propria balìa?—È.—Deste voi medesimi, il popolo collatino, la città, i campi, l’acqua, i termini, i tempj, gli utensili, le cose tutte umane e divine in poter mio e del popolo romano?—Demmo.—Ed io accetto». E nel libro stesso: «Allora udimmo che così si fece, nè v’ha memoria d’altro patto più antico. Il feciale interrogò il re Tullo così:Vuoi, o re, ch’io stringa patto col padre patrato del popolo albano?E comandando il re, il feciale disse:Ti domando erbe sacre. Il re rispose:Prendine pure. Poscia al re stesso chiese:O re, mi fai tu regio nunzio del popolo romano de’ Quiriti? approvi i mallevadori e i compagni miei?Il re rispose:Sì, salvo il diritto mio e del popolo romano dei Quiriti. Feciale era M. Valerio; fece padre patrato Sp. Fuscio toccandogli il capo e i capelli colla verbena. Il padre patrato si elegge perpatrareil giuramento, cioè per sancire il patto; lo che egli fa con una lunga formola, che qui non occorre riferire. Poscia recitate le condizioni,Odi, disse,o Giove; odi, o padre patrato del popolo romano; odi tu, popolo albano: il popolo romano non mancherà primo a quelle leggi, che da capo a fondo furono lette su quelle tavole cerate, senza frode, siccome furono oggi benissimo intese. Se pel primo mancherà per pubblico consiglio e frodolentemente, in quel giorno, o Giove, ferisci il popolo romano, siccome io oggi ferirò questo porco; e tanto più lo ferisci, quanto più sei poderoso.Ciò detto, percosse il porco con un ciottolo di selce. Anche gli Albani recitarono la loro formola e il giuramento, per mezzo del dittatore e de’ sacerdoti proprj».Essendo gli uomini naturalmente poeti (ragiona il Vico nellaScienza nuova, lib.iv), tutta poetica fu l’antica giurisprudenza, la quale fingeva i fatti non fatti, nati li non nati ancora, morti i viventi, i morti vivere nelle loro giacenti eredità; introdusse tante maschere vane senza subjetti, che si disserojura imaginaria, ragioni favoleggiate da fantasia; e riponeva tutta la sua riputazione in trovare sì fatte favole, che alle leggi serbassero la gravita ed ai fatti ministrassero la ragione: talchè tutte le finzioni dell’antica giurisprudenza furono verità mascherate; e le formole con le quali parlavano le leggi, per le loro circoscritte misure di tante e tali parole nè più nè meno, nè altre, si disserocarmina. Talchè tutto il diritto antico romano fu un serio poema, che si rappresentava dai Romani nel fôro; e l’antica giurisprudenza fu una severa poesia.VediChassan,Essai sur la symbolique du droit, précédé d’une introduction sur la poésie du droit primitif. Parigi 1847.[189]Dionigi, lib. 1;Festo, adv.Prætor ad portam.[190]Livio, lib.iv.[191]Mei-land, mio paese;Mayland, paese di maggio;Medellam, città della vergine;Mittelawn, in mezzo ai piani;Medio-amnium;MedoeOlano, due condottieri;Medio-lana, per una scrofa lanosa trovatavi: differenti etimologie di Milano. Questo nome è comunissimo nella Gallia transalpina e designa il paese medio (mitta-land); la terra per antonomasia, la terra santa, la legale.[192]Ele-dore, il turbine.[193]Prima chiamavasiBodincos, cioè senza fondo, poi fu detto Pado dapades, che in gallico suona abete.[194]Adotto la vulgata denominazione latina, desunta dalla situazione di Roma.
[83]La priorità delle arti belle in Italia fu sostenuta dal Guarnacci (Origini italiche), dal padre Paoli (Antichità pestane), dal conte d’Arco (Patria primitiva del disegno), e da molti moderni, massime dopo le ultime scoperte, cominciando da Luciano Buonaparte.
Sulle arti etrusche possono vedersi pel secolo passato:Th. Dempster, 1619, coi paralipomeni del Passeri;A. F. Gori,Musæum etruscum, 1737-43, colle dissertazioni del Passeri:Musæi Guarnacci ant. mon. etrusca, 1744. Erano mal distribuiti, raccolti senza critica, classificati a capriccio, per modo che il Müller credette non poter farne verun conto per chiarire la storia e le credenze degli Etruschi. Profittarono delle scoperte recenti il cavaliere Francesco Inghirami,Monumenti etruschi o di etrusco nome, sette volumi di testo, sei di tavole, 1821-56; ePitture di vasi fittili, 1832; le moltissime memorie delle Accademie di Cortona, di Parigi, dell’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma, ecc.; e libri e opuscoli senza numero di Vermiglioli, Cardinali, Orioli, Teani, Arditi, Gerhard, Raoul-Rochette, Visconti, Grifi, Bunsen, Campanari, Micali, Gargallo, Candelori, Feoli, Stackelberg, Dorow, Bröndstedt, Lewezow, Böck, Luynes, Svelcker, Panofka.... De Witte e Lenormant pubblicarono una scelta di vasi ceramografici a Parigi, 1840. Vedansi pureMusæi etrusci, quod Gregorius XVI in ædibus vaticanis constituit, monumenta; Roma, 1842. I musei che più se ne arricchirono, son quelli di Londra, cui fu venduta la raccolta del principe di Canino; di Monaco, di Leida, di Berlino, del re d’Olanda; e in Italia il Gregoriano e il Campana a Roma, il Borbonico a Napoli, le collezioni Buccelli a Montepulciano, Ruggeri a Viterbo, Venuti a Cortona, Ansidei, Oddi ed altri a Perugia, Guarnacci e Franceschini a Volterra, Jatta e Santangelo a Napoli.
[84]
Eversosque focos antiquæ gentis hetruscæ.
Properzio, ii.28.
[85]Quanto era stato scritto intorno agli Etruschi prima del 1828, fu riassunto da Ottofredo Müller nei quattro libri intitolatiDie Etrusker, editi a Breslavia in quell’anno. A quest’opera, buon tratto inferiore alla sua sui Dori, e pubblicata prima che s’aprissero i sepolcreti di Vulci, antepose unaVorerinnerung über die Quellen der etruskischen Alterthumskunde, ove ragiona le autorità greche, romane e tradizionali, e volge spesso la beffa contro la boria nostra del rifiutare l’origine greca della civiltà etrusca, assunto da lui sostenuto; eppure io non so se possa trovarsi un più pregiudicato ammiratore dei Greci che il nostro Luigi Lanzi. Questo trae molte etimologie dal greco, staccandone l’articolot: così Turms si riduce a ὁ ὑρνῆς, Turan, ὁ ἄραν, Marte, Thalina, θ΄ἄλινα nata dal mare; Tarconte sarebbe ἄρχω coll’articolo; Tages, ταγὸς; capo; Tarquinia o Trachinia e Tarrachina, da τραχὺς; aspro, erto; Corneto da Corinthio; Faleria, Falisci da Ἁλοὼς; così Agylla, Pyrgos, Alsium Ἄλσος, Gravisca γραῖα, Volcium ἱόλκος o ὄλκος, Veji ἡρμῆον ecc. Argomentano pure dalle relazioni che l’Etruria mantenne continuamente colla Grecia; onde da Corinto venne una colonia con Damarato, quei di Cere tenevano il tesoro a Delfo, ecc.
Il Micali nell’Italia avanti il dominio dei Romani, 1810, suppone continuamente una gente di nascita e credenza indigena, cui sopravvennero altre con diversi riti; ma nellaStoria degli antichi popoli italiani, 1832, mostrossi men risoluto nel negare l’influenza asiatica ed egizia sulla civiltà etrusca; e meno ancora neiMonumenti inediti a illustrazione della storia degli antichi popoli italiani, 1844.
Niebuhr fa identici i Pelasgi e i Tirreni, provenuti d’Occidente, dimorati in Etruria, e affatto diversi dagli Etruschi e dai Raseni. Millingen invece contende la parità di questi due nomi, come fa sempre Erodoto: da Τυῤῥηνοὶ o Τυρσηνοὶ egli trae Τυρησκοὶ, desinenza pelasgica che occorre in Drabesco, Bromisco, Dorisco, Mirgisco e altre città di Tracia; e qui in Volsci, Falisci, Gravisca. Da Τυρησκοὶ i Latini trassero Truschi, e prefiggendo l’e, Etruschi, poi Thusci, Tusci; al modo stesso Όπικοι fu cangiato in Opisci e Osci, Ποσειδονία inPestunumePestum, Πομυδεύκης inPollucesePollux. Ma poichè nulla prova che in questi ultimi nomi la forma greca sia stata la primitiva, potendo anzi essere un’alterazione della pelasgica, l’analogia non soccorre a quella difficile etimologia.
Lepsius introdusse i Pelasgi-Tirreni. Giambattista Bruni, nelleRicerche intorno all’origine dei Pelasgi-Tirreni, sostiene sieno Fenicj, al pari di Bochart, Mazzocchi, Dumont e altri.
Orioli, negliOpuscoli letterarj di Bologna(De’ popoli Raseni o Etruschi), fiancheggia l’origine lidia. Poletti,Dei popoli e delle arti primitive in Italia, ripudia le immigrazioni, e vuol anzi che i nostri, col nome di Pelasgi, portassero altrove la civiltà.
Fra i moltissimi che ne discussero in questi ultimi anni, citiamo:
G. J. Grotefend,Della geografia e storia dell’antica Italia fino alla dominazione romana. Annover, 1840.
W. Abeken,Mittelitalien vor den Zeiten römischer Herrschaft. Stuttgard, 1843. Riconosce egli nella prisca Italia quattro razze principali:
1º I Tirreni, forse Pelasgi, di cui sono i Siculi, i Sabini, i Latini;
2º I Raseni o Reti, che fondendosi coi vinti, formarono gli Etruschi; per lo che i Tirreni fra l’Arno e il Tevere si distinguono dagli altri;
3º Gli Aborigeni, Baschi, Ausonj, Aurunci:
4º Gli Ellenici.
[86]Ernain sabino diceasi la quercia e la rupe; ὄρος e βιῶν, vivente nei monti. Mannert (Geogr. der Griechen und der Römer, tom.iii. p. 187) prova che Taurisci è denominazione celtica degli abitatori dei monti, e che fu applicata a gran parte dei popoli alpini.
[87]Può trarsene il nome da κώμη, villaggio; ma anche dacom, che in celtico significa seno.
[88]Berg-homoheimesprime in parlare germanico quel che Orobio in greco.
[89]È però nome latino, non etrusco, e vuol diremercato di Licino. Nel Pian d’Erba v’ha un villaggio dettoMercato di Incino; e il cercare altrove Liciniforo sarebbe come voler trovare Mediolano in Toscana o Agrigento in Piemonte.
[90]V’è chi trae da Bara il nome di Brianza, che però è recentissimo. Parmi che gli eruditi, massime gli storici municipali, facciano troppa fondamento su quel passo di Plinio.
[91]Tito Livio, vi. 21. Quando costui entra a narrare le guerre de’ Romani coi Sabini, mette una protasi tutta poetica:Majora jam hinc bella, et viribus hostium, et longinquitate vel regionum vel temporum spatio, quibus bellatum est, dicentur. Quanta rerum moles! quoties in extrema periculorum ventum, ut in hanc magnitudinem, quæ vix sustinetur, erigi imperium posset!vii.29.
Orazio, lib.iii.od. 6, cantava:
...rusticorum mascula militumProles, Sabellis docta ligonibus
Versare glebas, et severæ
Matris ad arbtrium recisos
Portare fustes.
[92]Plinio,Nat. hist.xxx.12.Maximilien de Ring,Hist. des peuples opiques. Parigi, 1859: oltre gliOskischen StudiendiTh. Mommsen. Berlino, 1845.
[93]Arnobio,iii.pag. 122.
[94]La vorrebbero denominata dai profondi suoi seni, κάμπη; mentre Apulia vorrebbe diresenza porti.
[95]Heine (Opusc. acad., tom. v. p. 345) vuole Capua detta dacapis, che in etrusco significa avoltojo, perchè gli Etruschi abbiano veduto ivi l’augurio d’un avoltojo.Vulturnon ne sarebbe che la traduzione latina. La storia di Capua è tuttora piena d’incertezze, per quanto cercasse schiarirla Giulio Stein,De Capuæ gentisque Campanorum historia antiquissima. Breslavia, 1838.
[96]Galanti,Descrizione del contado di Molise.
[97]
Lucanus an Appulus, anceps,
Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus Missus ad hoc, pulsis(vetus est ut fama)Sabellis.
Satir. Lib.ii.i.35.
[98]Pausania dice: Ὑπὸ δὲ Λιβύων τῶν ἐνοικούντων καλουμνη Κορσικὴ:Dai libici abitanti chiamata Corsica. Ottofredo Müller vorrebbe leggere Λιγύων, ma senza darne ragioni. Quanto propriamente alla Sardegna, la favola dice Sardo figlio del libico Ercole.
[99]Münter, nel libro sulla religione de’ Cartaginesi, ha un’appendiceUeber Sardische Idole. Polibio, nel libro i, ci mostra floridissima l’isola di Sardegna allorchè i Romani vi afferrarono; invece Aristotele, nel libroDe mirabilibus, c. 105, dice che «i Cartaginesi avevano distrutto in Sardegna tutti gli alberi fruttiferi, e vietato agli abitanti, pena la vita, di darsi all’agricoltura». Beckmann, nell’edizione di quest’opera, dimostrò che tale asserzione non si appoggia che su qualche vaga tradizione, ed è smentita dall’accordo delle cose.
[100]Seneca, ivi relegato, dice che in Corsica la popolazione è iberica, ma la costoro lingua fu perduta per la ligure (Consolatio ad Helviam, cap. 8). Forse non significa se non la fratellanza di Liguri ed Iberi.
[101]Lib. v. § 13.
[102]Giano dovette essere il nome d’alcuno di quei primissimi savj, di cui rimase memoria fra popoli diversi. Pei FenicjJonncorrispondeva a Baal; in gallese vuol dire signore, dio, causa prima; Bacco fu dettojanna,jon,jona,jain,jaungoicoa, dio, signore, padrone; gli Scandinavi chiamanojanil sole, che i Trojani pure adoravano col nome dijona(Jamesson’s,Hermes scyticus, pag. 60);javnahachiamasi in persiano quell’astro, ejannanvuol dire capo (Pictet,Culto dei Cabiri in Irlanda, pag. 104). Raoul-Rochette inJoan,Jon,Janusvede il capo d’una colonia jonica, giunta in Italia 1431 anni avanti Cristo. In somma egli ci sembra il simbolo della gente pelasga, e tiene molte somiglianze col Brama indiano, quadrifronte anch’esso, qual faceasi a Falera, mentre a Ilo ma non conservò che due facce.
Si disse cheLatiumfu chiamato perchè colalatuitSaturno:
Is genus indocile, ac dispersum montibus altisComposuit, legesque dedit, Latiumque vocariMaluit, his quoniam latuisset tutus in oris.
Virgilio,Æn.viii.321.
In feniciosaturnsignifica appuntolatens(Pokoke,Specimen historiæ Arabum, pag. 120); mentre i deboli etimologisti latini lo disserosaturdasaturitate, e Merkel lo deriva dasarpere. I versi Saturnini, le feste Saturnali mostrano e l’antichità di questo civilizzatore, e la rozzezza de’ suoi tempi.Tot sæculis Saturnalia præcedunt romanæ urbis ætatem, dice Macrobio,Saturn.i.
[103]Politic.lib.vii, c. 9.
[104]Dorn Seifzen,Vestigia vitæ nomadicæ, tam in moribus quam in legibus romanis conspicua. Utrecht, 1819.
[105]Una tenue idea può aversene anche fra noi, ove la religione tiene separati gli Ebrei, benchè vivano in mezzo a noi.
[106]D’uno di questi accordi è cenno in quel verso dell’Eneide:Sacra, deosque dabo: socer orma Latinus habeto.
[107]Macrobio,Saturn.ix:Saliorum quoque antiquissimis carminibus deorum deus canitur. Valerio Sorano appo Varrone canta:
Jupiter omnipotens, rerum, regumque deûmqueProgenitor, genitrixque deûm, deus unus et omnis.
E Cicerone nelleTusculane:—L’antichità quanto era men lontana dall’origine divina, tanto meglio conoscea per avventura le verità. Laonde a quegli antichi che Ennio chiama Casci era insito questo solo, che dopo morte durasse il sentimento, nè coll’uscire di vita si disfacesse l’uomo in modo da perire totalmente. Tanto si può raccorre, come da molt’altre cose, così dal diritto pontificio e dalle cerimonie funerali». Nei nomi di tre lettere, comeOpseReadei Latini,Diodei Greci,Tindegli Etruschi, ecc. può vedersi un simbolo incompreso dell’unità e trinità.
[108]Prudenzio, poeta de’ primi tempi cristiani, deplorava questa profusione di genj:
Quamquam, cur genium Romæ mihi fingitis unum, Cum portis, domibus, thermis, stabulis soleatis Assignare suos genios, perque omnia membra Urbis, perque locos geniorum millia multa Fingere, ne propria vacet angulus ullus ab umbra?
[109]Brisson,De formulis;Servio, ad.iGeorg.21, citando Fabio Pittore.
[110]Della durata de’ sagrifizj umani a Roma ci abbonderanno prove; ma che continuassero oltre l’età d’Augusto, a pena si crederebbe ai Cristiani se non fossero così concordi e precisi, a fronte di gente che poteva smentirli. Porfirio pretende cheogn’annovittime umane s’immolassero a Giove Laziale fin nel iv secolo dell’era vulgare Ἀλλ̓ ἔτι καὶ νῦν τὶς ἀγνοεῖ κατὰ τὴν μεγάλην πόλιν τῇ τοῦ λατιαρίου Διὸς ἑορτῆ σφαξόμενον ἄνθρωπον. Tertulliano:Et Latio in hodiernum Jovi media in urbe humanus sanguis ingustatur. Minucio Felice:Hodieque ab ipsis Latiaris Jupiter homicidio colitur. Lattanzio:Latiaris Jupiter etiam nunc sanguine colitur humano.
[111]Oggi ancora dal lago di Celano vanno in volta ciurmadori maneggiando serpi, e i terrazzani confidano in san Domenico di Crellino per le morsicature.
[112]In osco il Comune chiamavasiviria, da cui il latinocuria(co-viria) edecuria,centuria.
[113]Orazio,iii.od. 6.
[114]Peut-on trouver une plus noble institution?esclama Montesquieu,Esprit des lois,vi.17. Eppure in questo costume la donna è ridotta all’ultima degradazione, d’essere scelta senza scegliere nè poter rifiutare.
[115]Ὄμβρικοι ὅταν πρὸς ἀλλήλους ἔχωσιν ἀμφισβήτησιν, κατοπλισθέντες ὡς ἐν πολέμῳ μάχονται, καὶ δοκοῦσι δικαιότερα λέγειν οἱ τοὺς ἐναντίους ἀποσφάξαντες.Gli Umbri, quand’abbiano litigio fra loro, armati come in guerra combattono, e pensano abbia ragione chi l’altro uccide. Nicolò Damasceno, ap.Stobeo,Serm.xiii.
[116]
Positosque vernas, ditis examen domus,
Circum renidentes lares.
Orazio, Epod.ii.
[117]Cicerone,Pro Milone, 50;Giovenale,iii.
[118]Æn.xii;Strabone,iv.
[119]Lib.i.c. 8.
[120]Plinio,Nat. hist.,xv.39;Strabone,iv.v;Vitruvioii, 10.
[121]De re rustica,i.
[122]De re rustica,i.21;Plinio,xviii, 31.
[123]Lib.ii.4.
[124]Ad Augusto fu mandato d’Africa un cespo con quattrocento gambi: Nerone n’ebbe uno da cui sorgevano trecensessanta cauli spigati.
[125]Olim ex Italiæ regionibus longinquas in provincias commeatus portabant.Tacito, Ann.xii.
[126]Plinio,Nat. hist.,xviii.10.
[127]Italus,vitulus.
[128]Polibio,ii.
[129]Strabone,v;Plinio,viii.48.
[130]Varrone,De lingua lat.
[131]Strabone,v.
[132]Plinio,Nat. hist.xviii.6.
[133]Columella,i.3:xi.2.
[134]Catone,v.34;Plinio,xviii.21.
[135]Plinio,xviii.13, 7.
[136]Columella,vi.prefaz.;Plinio,xviii.5.
[137]Janelli (Veterum Oscorum inscript., 1841) in un’iscrizione umbra trovò un custode dell’annona.
[138]Livio,xxxiii.4.
[139]Strabone,ivev.
[140]Scienza nuova, cap.x.
[141]Lo dimostra Janelli,Op. cit.
[142]Vedi l’Appendice I eFabretti,Osservazioni grammaticali sulle antiche lingue italiche. Atti dell’acc. di Torino, 1874.
[143]La persona si definiscehomo cum statu quodam consideratus; e per istato s’intendequalitas cujus ratione homines diverso jure utuntur.
[144]Dionigi d’Alicarnasso,i.
[145]Vedi la nota 1 al Capo precedente.
[146]Evandro era venerato in molte città dell’Arcadia e dell’Acaja. Manca d’ogni autenticità questa lista di antichi re del Lazio:
[147]Non c’illuda Virgilio, che fa Pelasgi i nemici di Troja, mentre Troja per certo era pelasga, e quella guerra rappresenta la lotta dei Greci uniti contro i Pelasgi.
[148]Tito Livio,i. 4. Dionigi dubita che Romolo abbia ripopolato una città antica abbandonata, detta Palanzia, e di cui sussisteano ancora cloache ed altre opere pubbliche.
[149]Tacito,iv. 65;Dionigi,ii. 6;iii. 14, ecc.
[150]Dissero che il nome arcano fosseAmor, anagramma di Roma, per esprimere l’unione santa che doveva regnare fra’ cittadini. Sichel pretende fosse Angerona, che, secondo Plinio, rappresentavasi con una benda alla bocca e suggellata (Revue archéol.15 gennajo 1846). Solo ai pontefici era dato proferirlo ne’ sagrifizj, e guaj se l’avessero rivelato al popolo! Sacerdotale era il nome diFlora; donde le feste Floreali, e il nome della nuova città di Florenzia. Il civile e vulgare diRomaveniva fors’anche daRuma, che in prisco latino vale mammella, e che appella alfico ruminale, sotto cui furono allattati Romolo e Remo. Guglielmo Schlegel, ricordandosi dell’οὖθαρ ἀρούρης di Omero, accetta quest’ultima etimologia, applicandola alle colline sorgenti dalla campagna romana.
L’êra della fondazione di Roma è posta da Varrone nel terzo anno della vi olimpiade; da Valerio Flacco nell’anno seguente, cioè nel 754 avanti Cristo; da Catone nel 752. L’opinione di Varrone del 21 aprile 753 è seguita da Dione Cassio, Plinio Maggiore, Vellejo Patercolo, Claudio imperatore: Dionigi d’Alicarnasso e Tito Livio stanno con Catone. Gli anni notavansiab urbe condita, ma più comunemente col nome dei due consoli che reggevano. Le êre degli altri popoli italiani, cui Varrone aveva raccolte, vennero assorbite nell’unità romana, e caddero in dimenticanza. Al 21 aprile dicemmo come già si celebrassero le Palilie, talchè avremmo qui un effetto del costume antico di associare geroglifici agrarj, astronomici e storici.
[151]Solo, vuol dire con tutti i suoi clienti e famuli. Nel linguaggio eroico non si conta che il capo; gli altri sono cose. La formola è rimasta relativamente ai principi, come quando diciamo che Carlo VIII conquistò l’Italia, Napoleone vinse a Wagram, ecc.
[152]Cicerone nelBruto:Utinam extaret illa carmina, quæ multis sæculis ante suam ætatem in epulis esse cantitata a singulis convivis in Originibus scriptum reliquit Cato.—Vedi l’Appendice III.
[153]Servio, adÆneid.i, 267;iv. 620;ix. 745.
[154]Così Evandro marita ad Ercole sua figlia Launa: e Laurina, figlia d’un altro Latino enotro, è sposata a Locro.
L’ultimo che scientificamente sostenne la venuta d’Enea nel Lazio fu Rückhert, in una dissertazione comparsa ad Amburgo il 1846 sopra Troja. Essendo i Trojani razza pelasga, la loro venuta risponde a quella de’ Pelasgi e de’ Tirreni. Perchè l’esser quel fatto talmente connesso con tutte le tradizioni romane faccia men repugnanti ad infirmarne la fede, si ricordino i sogni di tutti i nostri genealogisti del Cinquecento. Virgilio stesso, che poeteggiò la venuta de’ Trojani, confessa la scarsa efficienza di quella colonia, facendo che Giove assicuri Giunone non ne rimarrebbero mutati nè la lingua de’ prischi Latini, nè i costumi, nè il nome o le vesti:
Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt,Utque est, nomen erit; commixti corpore tantumSubsident Teucri; morem ritusque sacrorumAdjiciam, faciamque omnes uno ore Latinos.
Æn.xii. 834.
[155]Secondo i Sabini, una fanciulla de’ contorni di Reati, fecondata da Marte Quirino, generò Modio Fabidio, che con vagabondi fondò Curi.Dionigi,ii. Ai Sabini era sacro il lupo, come fu ai Romani.
[156]Romolo sposa Ersilia. Dionigi (lib.ii. c. 12) avverte che Tazio eresse a Roma tempj a divinità, i cui nomi non è facile esprimere in greco. Ciò mostrerebbe un’origine diversa dalla ellenica. Le prime città latine, come Albalunga, Lanuvio....., e le famiglie più antiche, Giulia, Servilia, Metilia, Curiazj, Quintilla, Clelia..., non hanno etimologia greca.
[157]Il notissimo monogrammaS. P. Q. R., invece del vulgatoSenatus populusque romanus, è dal Niebuhr interpretatoSenatus,Populus,Quirites Romani.
[158]Eppure l’esercizio delle arti meccaniche era espressamente vietato (Dionigi,ix), e tutte, eccetto poche attinenti a guerra, erano affidate agli schiavi.
[159]«Numa, siccome Romolo, acquistò il regno disponendo la città coll’augurio, e comandò che anche intorno a sè si consultassero gli Dei. Perciò dall’augure, che poscia per onore conservò questo pubblico e perpetuo sacerdozio, condotto nella rôcca, sedette sur un sasso vôlto a meriggio. L’augure sedette a sinistra col capo velato, tenendo nella destra una verga adunca senza nodo, che chiamaronolituo; e poi ch’ebbe determinato i punti nella città e nel campo, invocati gli Dei, segnò le regioni da oriente a occidente, e indicò siccome propizie le plaghe a mezzogiorno, infauste quelle a tramontana. Fissò in mente un segno di rimpetto, lontano quanto più potea la vista. Allora, trasferito nella sinistra il lituo, posta la destra sul capo di Numa, così pregò:Giove padre, se è tuo volere che questo Numa, di cui io tengo il capo, sia re di Roma, chiarisci a noi i segni tra quei confini ch’io prefinii. Allora con parole specificò quali auspizj voleva si mandassero; ottenuti i quali, Numa, dichiarato re, discende dal tempio». Livio, lib. i.
[160]È l’opinione di Schlegel. Plinio e Valerio Massimo narrano d’un cittadino, che, accusato d’avere ucciso un bue per imbandire a uno scapestrato, fu messo a morte. Columella dice che ammazzare il bue era colpa capitale. Come si concilia coi tanti sacrifizj di tori e coisuovetaurilia?
[161]«Le antiche tradizioni italiche, schiette, grossolane, talvolta anche oscene nella forma, ma di senso profondamente espressivo, differiscono capitalmente dalle storie divine dell’epopea greca, dominate da un antropomorfismo elegante, ma puramente esteriore. Il sentimento religioso dei prischi Romani era gran tratto superiore alla facile e favoleggiatrice eloquenza che aveva invaso la religione de’ Greci.... I Romani accolsero in gran parte le religioni pelasgiche, e le serbarono lunga pezza. Nella pompa del Circo portavasi in giro un numero di divinità antiche. Al tempo stesso ricevettero certi riti molto vecchi ed espressivi, gli augurj, l’arte di consultar le viscere delle vittime, ed altri ancora, dimenticati buon’ora quasi affatto in Grecia, almeno nel culto pubblico. In Grecia la mitologia, quale era stata sviluppata dai poeti epici, esercitò imperio irresistibile sugli spiriti, e sopra le ruine delle antiche credenze e d’un profondo sentimento religioso si elevò la maestà sensibile e affatto umana dello splendido Olimpo. In Etruria, per lo contrario, ed a Roma giammai l’elemento poetico, nella credenza dei popoli, non prevalse così sopra l’elemento mistico, perchè i poeti e gli artisti non acquistarono mai troppa influenza sulla religione dello Stato, confidata a un sacerdozio venerabile. Gli elevati ed austeri genj dell’Etruria antica non potevano lasciarsi irretire dalla magica epopea jonica; superavano collo sguardo gli angusti confini dell’Olimpo quale i poeti l’aveano fatto, per penetrare negli abissi del cielo e della terra. I pii e degni padri di questo antico Lazio, soggiorno di pace, di felicità, di virtù, neppur essi non potevano dalla mobile immaginazione degli ellenici cantori esser rapiti all’abitudine della loro religione, semplice quanto i loro costumi. Per censettant’anni i Romani servirono gli Dei dei loro avi senza bisogno d’immagini (Plutarco, inNuma, c.viii.—Sant’Agostino,De civ. Dei,iv. 31): e quando gl’idoli ebbero preso posto nelle nicchie sacre, il culto della gran Vesta perpetuò la memoria della primitiva semplicità. Una pura fiamma ardente nel santo e silenzioso suo tempio bastò alla dea, che non volle nè statua nè rappresentazione di sorta. Quando in un tremuoto il misterioso potere delle forze nascoste della natura facevasi risentire con tutto il suo orrore, il Romano, ripiegandosi sulle credenze oscure, ma tanto più profonde de’ suoi padri, non invocava alcun dio determinato e conosciuto (A. Gellio,Notti attiche, ii. 28.—Dionigi,Excerpt.xvi. 10. p. 91): ma invece di restar fedele all’antica credenza nazionale, invece di conservare le sue disposizioni sotto quel giogo sacro, sì convenientemente chiamatoreligione, amò meglio correr dietro a divinità forestiere, imitare i Greci, e coll’imitarli non togliere da essi che una superficie più o meno lucente. Così colla indifferenza per la religione tanto augusta, pura e morale dei vecchi Romani, prevalse ben tosto, fra i loro discendenti, il dispregio dei costumi e delle idee antiche, di quanto esse avevano di semplice, di grave e veramente religioso. Dionigi d’Alicarnasso a ragione vede in ciò una delle cause principali della decadenza della repubblica».Creuzer,Simbolica.
[162]Principes Dei Cælum et Terra.Varrone,De lingua lat., v. 57.
[163]
Ex Ope Junonem memorant Cereremque creatas
Semine Saturni: tertia Vesta fuit.
Ovidio, Fast.,vi.270.
[164]Le divinità romane di primo ordine sono le più di nome greco; alcune diversificano. Se ne cerca la ragione. J. Millingen (Transactions of the royal Society of literature of the united kingdom, vol.ii.p. 1, 1832) vuol provare che non sono se non alterazioni dal greco. È inutile accennareBacchus, Hercules, Latona, Themis, Proserpina, Æsculapius, Pollux, Castor, Sol, Horæ, Musæ, Gratiæ, Nimphæ, Luna(apocope di Σελήνη), ecc.: ma stando agli Dei maggiori, facile è la derivazione diJovisda Ζεὺς, o Δὶς Διὸς, per trasposizione: diJunoda Ζήνω, Αιώνη; diApollooPhœbusdall’identico; diDianada ϐεα o διὰ ἀνὰ; diVestada Ἑστια; diCeresda ᾽Έρα colla gutturale. Quanto aMars, sarebbe da Ἄρες col prefisso M;Neptunusda νέω, νήχω ondeggio: nell’eolico si commutano ττ, σσ, e la terminazioneunusè comune aPortunus, Vertunus, Tribunus, ecc.Consus, altro suo nome, verrebbe da Πόντος, cambiandosi spesso il π in κ, come da πέντεquinque, da ἕπομαιsequor, da ἵππος equus.Venusderiva non davenireo dafeo(radice difetus, femina), ma da εὐναῖα, εὐνήσσα o εὔνους:Vulcanusda φλέγω e φλὸξ, radice difulgeo, fulgo, fulmen:Mercuriusnon damerx, ma da Ἐρμ, trasponendolo comeformada μορφὴ e colla finale κοῦρο o κήρυξ.Minervapoi sarebbe detta dall’epiteto suo ἐνέρεα, relativo alle spoglie nemiche che le si dedicavano, e col prefisso Μ e il digamma Ϝ.
[165]Cancellieri,Le sette cose fatali di Roma antica.
[166]Secondo la tradizione vulgare: ma Dionigi lesse nel tempio del dio Fidio il trattato conchiuso con Gabio, come alleanza tra eguali, e coll’isopolizia: talchè al suo territorio fu conservato il nome speciale diager gabinus.
[167]Ai tempi di Cicerone, Tarquinio non passava pel mostro che Dionigi ci dipinge:Atque ille Tarquinius, quem majores nostri non tulerunt, non credulus, non impius, sed superbus habitus est et dictus.Philippicaiii. 4. Mapro Rabirio, 4, gli dà tacciasuperbissimi et crudelissimi regis.
[168]Vedi l’AppendiceIV.
[169]Fatto opposto alla vulgata lezione, ma attestato da Tacito:Nec Porsena, dedita urbe, neque Galli capta temerare potuissent; e da Plinio (Nat. hist.xxxiv. 39):In fœdere quod, expulsis regibus, populo romano dedit Porsena, nominatim comprehensum invenimus, ne ferro nisi in agri cultura uterentur.
[170]Orazio, vincitore dei Curiazj, come fratricida doveva esser condannato a morte; ma fu fatto appello al popolo, che, attesi i suoi meriti, lo assolse.
[171]Dionigi d’Alicarnasso,iii, 67, più attendibile che non Plutarco inNuma.
[172]Se fosse vero che ogni plebeo avesse per patrono un patrizio, come s’insegna nelle scuole, resterebbe inesplicabile la storia di Roma, che va tutta in lotte della plebe cogli aristocratici.
[173]Plutarco, in Romolo.
[174]Che i clienti votassero coi patroni non è asserito da alcun antico, e par ripugnante alla costituzione romana, che sempre ricusò la maggioranza del numero;ne plurimum valeant plurimi.
[175]Il vulgo potrebbe vedersi personificato in Bruto, plebeo, servo ribelle.
[176]Affare della statua d’Orazio Coclite.
[177]Fere nulli alii sunt homines, qui talem in filios suos habent potestatem, qualem nos habemus.Gajo,Instit.i.55. Del despotismo paterno ritrae il nostro nome di padrone.
[178]Roma aveva promesso rispettarecivitatemdi Cartagine; onde risparmia i cittadini, ma distruggeurbem, la città. Così dopo il fatto delle Forche Caudine; così nelle tregue, conchiuse pei giorni e violate la notte.
[179]Dionigi,iv. 1. Cicerone (De legibus,iii. 3) dice tenevansi registri del preciso numero de’ cittadini, de’ loro figli, degli schiavi, degli armenti, e l’enumerazione dei beni, e l’età delle persone. Il numero degli abitanti lo argomento dai centrentamila capaci dell’armi, noverati nel censo di Publicola nel 245. Che l’ammissione de’ forestieri si rallentasse al principio del governo consolare, lo prova il censo del 279, che dà solo centremila cittadini puberi, e il triplo di donne, fanciulli, schiavi, mercanti, stranieri, operaj, «giacchè a Roma non è lecito sostentarsi col traffico e coll’industria manuale», dice Dionigi, ix. 383.
Censimento della popolazione romana in varj tempi:
[180]Cioè cinquanta are; sicchè tutto il territorio legale era di millecinquecento ettare.
[181]Nexachiamavansi (secondo il Niebuhr) quelli che al plebeo, debitore d’un patrizio, stavano garanti colla propria roba, il che s’intende anche colla famiglia, promettendo soddisfare con fatiche personali; inoltre il plebeo che, non pagando, veniva fatto schiavo del patrizio creditore. Se alla scadenza il debito non si spegneva, accumulavasi il frutto al capitale.
Forse con più ragione il Vico crede che da principio i patrizj dessero in feudo ai plebei le terre per un annuo canone: non pagandolo, poteano questi ripeterlo col braccio governativo e farsi aggiudicare schiavi i debitori morosi. I prepotenti facilmente allargarono questa feudale prerogativa ad ogni altro debito.
[182]Il testo, riferito da A. Gellio, è preciso:Tertiis nundinis capite pœnas dabant: si plures forent quibus reus esset judicatus, secare si vellent atque partiri corpus addicti sibi hominis permiserunt. Tertiis nundinis, partes secanto: si plus minusve secuerunt, se fraude esto. Questa previsione del tagliar più o meno impedisce d’intendervi soltanto divisione dei beni dell’oberato,sectio bonorum: anzi se fra’ creditori un solo restava inesorabile, eragli conservato il suo diritto, potendo egli uccidere o mutilare il debitore. È a credere che di rado o non mai la legge fosse applicata, poichè il debitore si sarà riscattato consentendo alnexum, o parenti e amici avranno offerto ai creditori più di quello che potessero ritrarre dal venderlo; i tribuni si saranno opposti al furioso che ricusasse ogni patto al debitore.
Una legge del dittatore Petilio (o Petizio o Popilio) del 433 di Roma abolì il nexo, vietando per l’avvenire l’ipoteca sulla persona, e facendola cessare per qualunque debitore giurasse possedere abbastanza per redimersi:Omnes qui bonam copiam jurarent, ne essent nexi, dissoluti, dice Varrone. Gliaddictierano garantiti contro i ferri, eccetto il caso che fossero condannati per delitto. In Plauto, il modo più terribile per farsi pagare da un cattivo debitore è l’addizioneo carcere privato. Anche durante la guerra d’Annibale vediamo in Tito Livio i condannati a restituzione di danaro essere gettati in carcere come criminali.
[183]Furono Giunio Bruto e Sicinio Belluto. Ecco ricomparire Bruto, cioè il servo ribelle della rivoluzione contro i Tarquinj: e un Bruto ritornerà all’altro tentativo di rivoluzione contro l’impero iniziato.
[184]Al tempo di Annibale i Romani avevano cinquantatre colonia in Italia. VediHeyne,De Romanorum prudentia in coloniis regendis.—De veterum coloniarum jure, ejusque causis. Opuscoliieviii.
[185]La voce italianapodereper fondo accenna un’origine eguale nel nostro medioevo: poteva chi possedeva.
[186]Tutta la lotta de’ plebei co’ patrizj è elegantemente espressa da Floro, col dire che i plebei volevano acquistarenunc libertatem, nunc pudicitiam, tum natalium dignitatem, honorum decora et insignia. Egli stesso scrive:Actus a Servio census quid effecit, nisi ut ipsa se nosset respublica?È ilnosce te ipsum, che il Vico dice aver Solone insegnato al vulgo attico.
[187]Lib. vi. 4. Il Vico impugna la compilazione delle XII Tavole: unica legge fatta dai decemviri fu, secondo lui, quella che accomunava alla plebe il dominio quiritario dei campi; poi, come ai tipi ideali, furono riportate ad essi tutte quelle che parteciparono grado a grado la libertà alla plebe.
Le differenze dalle leggi greche sono avvertite dai giureconsulti. In Atene il marito era protettore, qui padrone; non dava danaro al suocero, anzi ne riceveva, sicchè la moglie portando una dote nella nuova casa, vi conservava una corta indipendenza, e poteva accusare il marito, come egli lei; facile era la separazione. In Atene il padre non può uccidere il figlio, ma solo la figlia libertina; bensì può non assumere il neonato, nel qual caso è venduto schiavo; anche adulto può dichiararlo indegno: ripudio che in Roma non ha luogo, dove neppur emancipandolo, il padre non abdicava ai proprj diritti. Questi per età o per grado non cessavano, mentre in Atene il figlio a vent’anni era iscritto nella fratria, cioè diventava indipendente e capocasa, ecc.
[188]È nota la baja che delle formole si prende Ciceronepro Murena. Anche il diritto pubblico era sottoposto a formole; eccone esempj.Tito Livio, lib.i: «Tale fu la forma della dedizione dei Collatini. Il re interrogò:Siete voi i legati ed oratori mandati dal popolo di Collazia, per consegnar voi e il popolo?—Siamo.—Il popolo collatino è di propria balìa?—È.—Deste voi medesimi, il popolo collatino, la città, i campi, l’acqua, i termini, i tempj, gli utensili, le cose tutte umane e divine in poter mio e del popolo romano?—Demmo.—Ed io accetto». E nel libro stesso: «Allora udimmo che così si fece, nè v’ha memoria d’altro patto più antico. Il feciale interrogò il re Tullo così:Vuoi, o re, ch’io stringa patto col padre patrato del popolo albano?E comandando il re, il feciale disse:Ti domando erbe sacre. Il re rispose:Prendine pure. Poscia al re stesso chiese:O re, mi fai tu regio nunzio del popolo romano de’ Quiriti? approvi i mallevadori e i compagni miei?Il re rispose:Sì, salvo il diritto mio e del popolo romano dei Quiriti. Feciale era M. Valerio; fece padre patrato Sp. Fuscio toccandogli il capo e i capelli colla verbena. Il padre patrato si elegge perpatrareil giuramento, cioè per sancire il patto; lo che egli fa con una lunga formola, che qui non occorre riferire. Poscia recitate le condizioni,Odi, disse,o Giove; odi, o padre patrato del popolo romano; odi tu, popolo albano: il popolo romano non mancherà primo a quelle leggi, che da capo a fondo furono lette su quelle tavole cerate, senza frode, siccome furono oggi benissimo intese. Se pel primo mancherà per pubblico consiglio e frodolentemente, in quel giorno, o Giove, ferisci il popolo romano, siccome io oggi ferirò questo porco; e tanto più lo ferisci, quanto più sei poderoso.Ciò detto, percosse il porco con un ciottolo di selce. Anche gli Albani recitarono la loro formola e il giuramento, per mezzo del dittatore e de’ sacerdoti proprj».
Essendo gli uomini naturalmente poeti (ragiona il Vico nellaScienza nuova, lib.iv), tutta poetica fu l’antica giurisprudenza, la quale fingeva i fatti non fatti, nati li non nati ancora, morti i viventi, i morti vivere nelle loro giacenti eredità; introdusse tante maschere vane senza subjetti, che si disserojura imaginaria, ragioni favoleggiate da fantasia; e riponeva tutta la sua riputazione in trovare sì fatte favole, che alle leggi serbassero la gravita ed ai fatti ministrassero la ragione: talchè tutte le finzioni dell’antica giurisprudenza furono verità mascherate; e le formole con le quali parlavano le leggi, per le loro circoscritte misure di tante e tali parole nè più nè meno, nè altre, si disserocarmina. Talchè tutto il diritto antico romano fu un serio poema, che si rappresentava dai Romani nel fôro; e l’antica giurisprudenza fu una severa poesia.
VediChassan,Essai sur la symbolique du droit, précédé d’une introduction sur la poésie du droit primitif. Parigi 1847.
[189]Dionigi, lib. 1;Festo, adv.Prætor ad portam.
[190]Livio, lib.iv.
[191]Mei-land, mio paese;Mayland, paese di maggio;Medellam, città della vergine;Mittelawn, in mezzo ai piani;Medio-amnium;MedoeOlano, due condottieri;Medio-lana, per una scrofa lanosa trovatavi: differenti etimologie di Milano. Questo nome è comunissimo nella Gallia transalpina e designa il paese medio (mitta-land); la terra per antonomasia, la terra santa, la legale.
[192]Ele-dore, il turbine.
[193]Prima chiamavasiBodincos, cioè senza fondo, poi fu detto Pado dapades, che in gallico suona abete.
[194]Adotto la vulgata denominazione latina, desunta dalla situazione di Roma.