Chapter 27

Edwards pretese riconoscere ancora in Italia il tipo delle due stirpi gallica e cimra: quelli, testa lunga, profilo sporgente, fronte alta e sviluppata, mento prominente, naso aquilino; questi, faccia piatta e corta, pomelle larghe, naso rincagnato, poco sporgente. I moderni ripudiano la dottrina di Thierry, e fanno consanguinei i Cimri e i Galli.[195]Saluberrimos colles, flumen opportunum, quo ex mediterraneis locis fruges devehantur, quo maritimi commeatus accipiantur; mare vicinum ad commoditates, non expositum nimia propinquitate ad pericula classium externarum; regionum Italiæ medium, ad incrementum urbis natum unice locum.Livio, v. 54.[196]Quand’anche una finzione legale potesse mai tramutare in giustizia l’iniquità, nel caso presente mancava sin l’apparenza a favore de’ Romani. Fra questi e i Sanniti vigeva lojus exulandi; onde Postumio, estradetto dalla patria sua, poteva acquistare la cittadinanza presso quegli altri.[197]Livio,x.42.[198]Valerio Massimo,vi, 3, 2.[199]Che tutte le pesti ricordate a Roma fossero epidemie, fino a quella di Lucio Vero neliisecolo dopo Cristo, è sostenuto da Heyne,Opusc.iii.[200]Al Pireo si trovò, non è guari, un decreto, per cui stabilivasi mandare ad Adria una colonia sotto Milziade, successore dell’omonimo vincitor di Maratona, circa l’olimpiadecxiii; e ciò per avere emporj di frumento e formare barriera a’ Tirreni.Bullettino di corrispondenza archeologica, 1836, pag. 135.VediSainte-Croix,Raoul-Rochette,Heyne,Prolusiones XV de civitatum græcarum per Magnam Græciam et Siciliam institutis et legibusnel vol.iide’ suoiOpuscula academica, Gottinga 1787. Al vii vol. dell’Heeren, traduzione francese, è soggiunta la bibliografia compiuta delle colonie.Metaponte, par le duc deLuynesetF. J. Debaco; Parigi, 1833, in fol., non è una compiuta monografia, ma un’elegante esposizione delle antichità di quel luogo in disegno e scrittura.Domen. Marincola Pistoja,Delle cose di Sibari. Napoli 1845.[201]Il nome di Magna Grecia non ricorre in Erodoto nè in Tucidide, ma primamente in Polibio, lib.ii. c. 12. Strabone lo attribuisce all’esservisi i Greci molto allargati; Festo e Servio (ad Æn., i. 573) alle molte città greche fondate in quel paese; altri ad altro; Delisle, d’Anville, Micali, all’essere più estesa che non la Grecia propria; taluni ne fanno onore alla filosofia di Pitagora, colà nata e diffusa; altri all’aver precorso la Grecia orientale in civiltà e filosofia. Quel nome complessivo pare durasse fino allo scorcio del iii secolo di Roma, quando ciascuna contrada si denominò dal popolo che la occupava.Neppure si conviene sull’estensione indicata da questo nome; e Sinesio vescovo del v secolo (ep. ad Pœonium) lo dice accomunato a tutti i paesi ove si praticavano gli arcani riti pitagorici. Suole dividersi in otto regioni: Locrese, Caulonite, Scilletica, Crotoniate, Sibaritica, Eracleese, Metapontina, Tarantina; sicchè in digrosso abbracciava l’Apulia, la Lucania, il Bruzio.Cronologia delle colonie greche in Italia.1300, o 1050, Cuma, fondata dai Calcidesi d’Eubea: generò Napoli e Zancle, dalla quale derivarono Iméra e Mile.1260, o 900, Metaponto posta dai Pilj reduci da Troja, poi ripopolata d’Achei e Sibariti.756Nasso, dai Calcidesi.753Crotone, dagli Achei.750Leontini, dai Nassani, e poco dopo Catania.732Siracusa, dai Corintj; donde Acra, Casmena, Camarina.725Sibari, dagli Achei: nel 444 le succede Turio.723Reggio, ripopolata da Messenj.707Taranto, ripopolata da Lacedemoni.683Locri, fondata dai Locresi Ozolj. Dicono vi precedesse un’altra loro colonia nel 757.667Zancle, ripopolata da Messenj, e detta Messina.645Selinunte, posta dai Megaresi.605Gela, dai Rodj.582Agrigento, dai Gelani.536Elea o Velia, dai Focesi.510Posidonia, dai Sibariti.444Turio, dagli Ateniesi.433Eraclea di Lucania, dai Tarantini.[202]Strabone, lib.vi.[203]Ode 6 del lib.ii.[204]Dionigi, lib.xii. 9;Strabone, lib.vi.[205]Laerzio e Giamblico danno il primo numero; l’altro Valerio Massimo, lib.viii. Vedi anche Tito Livio, lib.iv.[206]Strabone, lib.v.[207]Vedi la l. cit. nelTimeodi Platone, ed in Plutarco.Su Pitagora, e sul governo de’ Pitagorici, si paragoninoHeyne,Opusc. acad., tom.ii;Meiners,Gesch. der Wissenschaft in Gr. undecc.,i. 401, 464, 469;Mueller,Dorici,ii. p. 178:Welbker,Proleg. ad Theogn.p.xlii; ma principalmenteKrische,De societatiis a Pythagora in urbe Crotone conditæ scopo politico, Gottinga 1830;Terpstre,De sodalitii pythagoræi origine, conditione, consilio, Utrecht, 1824;Cramer,De Pythagora, quomodo educaverit et instituerit, Stralsunda, 1833.[208]Ἀληθεύειν καὶ εὐεργετεῖν.Eliano,Variæ historiæ,xii. 59. Εὐεργεσία καὶ ἀλήθεια.Longino,Del sublime.[209]Giamblico,Protrept.21;Suida, in Πυθάγορας. La dottrina pitagorica si raccoglie principalmente da Filolao di Crotone.[210]Ap.Platone,Della repubblica, lib.iii.[211]Diogene Laerzio, lib.viii[212]«Nulla esiste; esistesse anche, è impossibile conoscerlo». Tale era il suo teorema, e lo provava così: «Se esiste qualche cosa, essa è l’essereo ilnon essere, o le due cose insieme. Il non essere non è possibile perchè non può esser nato, nè non esser nato, nè esser uno nè multiplo. Ciò poi che è, non è possibile che sia essere e non essere; imperocchè se questi fossero nel medesimo tempo, quanto all’esistenza sarebbero una cosa sola; ma se una sola cosa fossero, l’essere sarebbe il non essere. Siccome però il non essere non è, neppure l’essere sarebbe. Se poi tutti e due fossero la medesima cosa, non sarebbero due cose, ma una sola». Eppure Platone credette dover confutare questa argomentazione ne’ suoi dialoghi; segno che allora non parea frivola e ridicola, quanto oggi la giudichiamo.[213]Anche nelle XII Tavole il principio eraDeos caste adeunto; e Giustiniano mise a capo del suo codiceDe summa Trinitate et fide catholica.[214]Questa clausola fu introdotta posteriormente.Diodoro Siculo, lib.xii.[215]Esempio di piena e meravigliosa concisione potrebb’essere questo: χρὴ δὲ ἐμμένειν τοῖς εἰρημένοις, τὸν δὲ παραβαίνοντα ἕνοχον τῇ πολιτικῇ ἀρᾷ. VediDiodoro, lib.xii. 11 e seg.;Stobeo,Serm.xliv;Aristotele,Politic., lib.ii. 9.[216]VediBentlejo,Opusc., pag. 340;Heyne,Opusc. acad., tom.ii, p. 273;Sainte-Croix,Sur la législation de la grande Grècenegli atti dell’Accademia delle Iscrizioni, lib.xlii;Richter,De veteribus legum latoribus, Lipsia 1791.—Nitzol,De historia Homeri, negò che Zaleuco sia il più antico legislatore; ma lo confutò Müller nel giornale di Gottinga 1831, pag. 292.Eliano riferisce una sua legge:—Se un malato, senz’ordine del medico, beva vino, quantunque guarisca, sia condannato a morte». Pastoret s’affatica invano a cercar la ragione di sì pazzo ordine; ma Eliano, come spesso, s’inganna, giacchè Ateneo, da cui esso la trae, dice: εἵ τις ἃκρατον ἐπίῃ, μὴ προστάξαντος ἱατροῦ, θεραπείας ἒνεκα, θάνατος ἦν ἡ ζεμία.Se alcuno beva vino senz’ordine del medico per ragion di salute, sia reo di morte.[217]Mangiatori di loto; ilrhamnus lotusdi Linneo, del cui frutto gli Africani si nutrono anche oggi, e ne preparano un vino o idromele, che regge pochi giorni.[218]Diodoro attribuirebbe questa migrazione verso occidente a un’eruzione dell’Etna. È notevole che Omero non fa verun cenno di questo vulcano, così acconcio a fantasie poetiche. Tucidide riferisce che ricordavansi tre eruzioni di esso, ai tempi di Pitagora, di Gerone, e a’ suoi. Di due sotto ai Dionisj ci è testimonio Platone, che fu invitato ad osservarne i fenomeni. Ne ricorsero spesso sotto la dominazione romana, e particolarmente nel 662 di Roma, e due volte durante le guerre civili; poi negli anni di Cristo 225, 420, 812, 1163, 1285, 1329, 1333, 1408, 1444, 1446, 1447, 1536, 1603, 1607, 1610, 1614, 1619, 1634, 1669, 1682, 1688, 1689, 1702, 1766, 1781, 1819, a tacere le recenti.[219]Brunet de Presle,Recherches sur les établissements des Grecs en Sicile, Parigi 1845.[220]Eliano, ii.4;Ateneo, xiii.8. È apocrifa la raccolta di lettere di Falaride, che sino dal 1491 comparvero tradotte in italiano a Firenze da Bartolomeo Fonti, poi da Francesco Accolti d’Arezzo. Dodwel e Bentley disputarono intorno all’età di Falaride, senza accertarla.[221]Timeo, ap.Diodoro, lib.xiii.[222]Gellia era piccino e smilzo, e mandato ambasciatore a Centuripe (Centorbi), vi fu accolto a risate. Senza scomporsi egli disse:—«Agrigento ha persone belle e appariscenti, ma le manda alle città illustri e civili; alle piccole e scortesi ne manda di pari a me». Anche l’abate Galiani, quando fu presentato alla Corte di Francia come addetto all’ambasciatore di Napoli, piccolo e gobbo come era eccitò l’ilarità dei cortigiani; ond’egli, inchinandosi al re, esclamò:Sire, vous voyez un échantillon d’ambassadeur. Si rise, e i Francesi danno ragione e benevolenza a chi li fa ridere.[223]Diodoro, xi.72.[224]Polibio, lib.xii. 22.[225]Più tardi un tremuoto l’abbattè, Cesare riedificolla, Federico Barbarossa l’incenerì; rialzata, sofferse replicati assalti dai Turchi verso il 1593, e nuovi tremuoti, dai quali adesso si rifà.[226]La costituzione che egli voleva foggiare sulle idee di Platone, importava un re che vegliasse sulla religione e sullo splendore dello Stato, quasi un gran sacerdote. A tal carattere sacro ripugnavano il diritto di morte e d’esilio, che perciò restavano a trentacinque custodi della legge, i quali, per deliberare della vita de’ cittadini, doveano aggiungersi i più giusti fra i magistrati usciti di fresco di carica. I trentacinque col senato e il popolo decideano della pace e della guerra. Tanto è riferito nella viii delle lettere di Platone. Queste sanno d’apocrifo, pure sono certamente vicine al suo tempo, e scritte da persona informata. A Dionigi doveva alludere Platone nelivDelle leggi, ove scrive che «per ordinare nuova forma di governo nessuno val meglio d’un tiranno che sia giovine, di salda memoria, bramoso di sapere, coraggioso, animato da sentimenti nobili, e cui la buona fortuna avvicini un uomo conoscente della scienza delle leggi. Felice la repubblica retta da principe assoluto, consigliato da buon legislatore!».Il tedesco Arnold scrisse la storia di Siracusa fino a Dionigi. Si trova pure nella quarta parte dellaStoria grecadi Mitford, ove Dionigi I è purgato dalle esagerate imputazioni degli scrittori originali.[227]Cicerone dice che la decima del frumento di Sicilia rendeva ai Romani per nove milioni di sesterzj, a tre sesterzj comprandosi il moggio: dunque trenta milioni di moggia, ossia quattrocento cinque milioni di libbre a peso di marco, traevansi da quel terzo della Sicilia ch’era sottoposto alla decima.Dureau de la Malle,Économie politique des Romains, tom.ii. p. 376.Oggi, che la coltura n’è tanto negletta, calcolano si asporti dalla Sicilia per nove milioni in agrumi, due in olio, oltre la soda e il tonno marinato e i solfi, suo oro.[228]Teofrasto,iv. 17;Plinio,xii.v.[229]Diodoro accenna Dori ed Eolici, i quali sicilianizzavano.[230]Suida,Lexicon ad vocem.[231]NelBusiridedescriveva Ercole vorace:—Se lo vedi macinare a due palmenti, e trangugiare ingordo, ti fa ribrezzo. Le fauci di dentro gli borbogliano, le mascelle cigolano, i denti molari stridono, i canini strepitano, le narici fischiano sibilando, e le orecchie ciondolando si movono». Ap.Ateneo,Deipnosofistes,x. c.i. Così dipinge il parassito:—Mi basta un cenno per correre ad un convito, nè cenno aspetto per presentami dove si fa nozze. Comincio dir facezie, e movo a festa e a giuoco: sciorino lodi spiatellate a colui che mette tavola, e a chi gli contraddice tratto da nemico e svillaneggio: e ben bevuto e meglio mangiato, me ne vo. Non ho ragazzo che mi scorga per la via con la lanterna; e soletto nel bujo, barcollando ad ogni passo, m’affretto verso casa. Se m’imbatto nella ronda, giuro di non aver fatto nulla di male; oppure essi mi caricano di mazzate. Fiaccato dalle busse, arrivo a casa e mi sdrajo s’una pelle, e non sento il dolore finchè la forza del vino mi grava l’anima e la mente».Ivivi. c. 28.[232]Vedi il suo elogio scritto dallo Scinà.[233]Dell’ode, ove Orazio introduce a parlare Archita già morto, non saprei dar ragione se non supponendola tradotta o imitata dal greco. I primi versiTe maris et terræ,numeroque carentis arenæMensorem cohibent, Archita,io penso non alludano ad operazioni geometriche da lui fatte, ma a qualche soluzione ingegnosa ch’egli abbia trovato dell’arenaria, su cui si esercitò anche Archimede, come or ora diremo.[234]Lo narra Ateneo (v. 10); ma Montucla lo rigetta tra le favole.[235]Il numero calcolato nell’arenariadi Archimede oggi si scriverebbe colla cifra 64, seguita da sessantun zeri. Questo parmi basti a confutare chi pretese (come l’insigne Charles negliEclaircissements sur le traitéDe numero arenæ) che i Greci conoscessero il sistema numerico indiano, ove le cifre acquistano un valore di posizione. Taluno credette trovarvi la prima idea dei logaritmi. Teone d’Alessandria nelCommentofa merito ad Archimede d’avere, nellaCatoptrica, scoperto la rifrazione, per cui i raggi passando pel fluido, fanno all’occhio un angolo più grande. Ideler, nel commento sullaMeteorologiad’Aristotele, radunò i passi relativi allaCatoptricad’Archimede. Che questi s’occupasse di analisi indeterminata può indicarlo il problema in versi, scoperto da Lessing, e stampato nel giornaleZur Geschichte und Litteratur, Brunswick 1773. Ma che già prima i Pitagorici istituissero ricerche sui triangoli rettangoli aritmetici, l’attesta Proclo sulla proposizione 47ª del libro i d’Euclide. La formola di cui valeansi per formare un’infinità di triangoli siffatti, può esprimersi algebricamente:Delambre pretende che nè Archimede nè Euclide avessero idea della trigonometria rettilinea, nè della sferica. Vedasi la sua memoria in fondo alla traduzione francese di Peyrard delle opere di Archimede. Parigi 1808.[236]Da ubi consistam, et cœlum terramque movebo. Se è suo questo motto prestatogli da Pappo, e’ non si fece carico del vette. Ora, per ismuovere, non che il cielo, la terra, si richiede una leva tale, che, quando Archimede avesse potuto correre colla velocità d’una locomotiva a vapore, cioè quarantotto miglia l’ora, gli sarebbero stati necessarj quarantacinque bilioni d’anni per sollevare d’appena un pollice la terra. VediNeil-Arnott,Mécanique des solides, pag. 155.[237]Degli specchi ustorj d’Archimede nessuna menzione fanno Polibio, Livio, Plutarco; ma solo Zonara e Tzetze, storici del Basso Impero, che alludono a passi perduti di Dione e Diodoro Siculo.Se possa farsi uno specchio tale da incendiar una nave, fu discusso gravemente dagli scienziati. Parve risolvere la questione Buffon coll’esperienza, costruendo uno specchio formato di censessantotto specchietti, mobili in ogni senso, e curvati in modo da presentare una superficie convessa, talchè, come in una lente, tutti i raggi del sole vi fossero riflessi verso un unico objetto. Con questo s’incendiò una tavola grossa di abete alla distanza di cencinquanta piedi, essendo il 10 aprile, un’ora dopo mezzogiorno. Si aumentarono gli specchietti fino a ducenventiquattro, ed alla distanza di quarantacinque piedi vennero fusi de’ vasi d’argento in otto minuti. Alla distanza di ducento piedi si fece passar un bue, che cadde colpito.Sopra tale costruzione, Monge avvertì la difficoltà di dover ad ogni istante cambiare la inclinazione degli specchi, atteso il moversi del sole, mentre non meno di mezz’ora si richiederebbe per infocare una nave. Quando Buffon diede questa spiegazione dello specchio d’Archimede, non si conosceva un passo di Isidoro da Mileto, che al tempo di Giustiniano scrisse περὶ παραδόξων μηχανημάτων. In uno dei quattro problemi che ci avanzano di quest’opera, egli si propone di costruire una macchina capace di accendere coi raggi del sole una materia combustibile fuori della portata del tiro. Trovando impossibile il conseguir ciò cogli specchi concavi, dimostra che Archimede potè ardere i vascelli di Marcello mediante l’unione di molti specchi piani esagoni. Il passo cui alludo, fu pubblicato da Dupuy neiMém. de l’Académie, ecc. vol.xlii. Parigi 1774.Peyrard, che tradusse Archimede, diede una nuova costruzione ingegnosa, la quale nel 1807 fu approvata dall’Istituto, calcolando che con cinquecentonovanta specchi da cinquanta centimetri di lato si potrebbe ridurre in cenere una flotta distante un quarto di lega. Ma dimostrato possibile il fatto, chi crederà che le navi romane stessero nell’immobilità necessaria perchè il fuoco s’attaccasse?[238]Che pure lo disprezzava, con romanesca superbia dicendo:Humilem homunculum a pulvere et radio excitabo. Tusc. v. 33.[239]Spesso ricorrono fra gli antichi queste armi parlanti: Agrigento mettea sulle sue monete il granchio,acragasin greco; Ancona un gomito, che in greco dicesiancon; Turio, un toro, alludendo all’aggettivotouriosimpetuoso, o al tauro. Più spesso ciò incontra pei nomi de’ triumviri monetarj, nomi che metteansi sulle monete battute sotto la loro direzione: così un toro su quelle di Thorio Balbo; un martello su quelle di Publicio Malleolo; un fiore per Manlio Aquinio Floro; un Giove Ammone cornuto per Quinto Cornificio; il pesce della porpora per Furio Purpureo; le sette stelle dei trioni per Lucrezio Trione; una musa per Pomponio Musa; un Saturno per Sestio Saturnino.Vedansi:Paruta,Sicilia numismatica.Pisani,Memorie sulle opere di scultura in Selinunte ultimamente scoperte.Principe di Biscari,Viaggi per le antichità della Sicilia.Martelli,Le antichità dei Siculi.Serradifalco,Le antichità della Sicilia.Capodieci,Antichi monumenti di Siracusa.HittorffeZanth,Architecture antique de la Sicile.HarriseSantangeli,Sculptured Metopes discovered amongst the ruins of the temples of the ancient city of Selinus. Harris, nell’esplorare quelle ruine, contrasse una malattia che il portò a morte giovanissimo.[240]Ausonio,Nob. urbes, vers. 97. E Virgilio,Æn.iii. 692:Sicanio prætenta sinu jacet insula contraPlemmyrium undosum: nomen dixere prioresOrtygiam, Alpheum fama est huc Elidis amnemOccultas egisse vias subter mare, qui nuncOre, Arethusa, tuo siculis confunditur undis.E Cicerone:In hac insula extrema Ortygia est fons aquæ dulcis, cui nomem Arethusa est, incredibili magnitudine, plenissimus piscium, qui fluctibus totus operiretur, nisi munimine ac mole lapidum a mari disjunctus esset.[241]Naturæ historia,iii. 9.[242]Chiamavansilatrones, parola che acquistò trista significazione, come avvenne del nostromasnadiere.[243]Hist., lib.x. Si confronti conDiodoro,xx. 104.[244]PlutarcoinPirro. Ad altra conchiusione arrivava uno di que’ semplici filosofi, che si chiamano santi. Filippo Neri andò incontro ad un prete che veniva a Roma per mettersi in prelatura, e che coll’enfasi della speranza gli narrava che potrebbe diventar cameriere, poi segretario, poi protonotaro....—E poi?» chiedeva il santo—E poi potrò entrar monsignore—E poi?—E poi il cappello verde potrà mutarsi in rosso—E poi?—E poi, de’ casi se ne sono veduti tanti, e quel che riesce ad uno può riuscire anche ad un altro—Volete dire la tiara, eh? Ma e poi?» instava il santo; ed esitando l’altro a rispondere, gli soggiungeva:—E poi morire».[245]Cicerone,Tuscul.iv. 2.[246]Eliano,Variæ hist.,i. 38, dice che, per ispaventare gli elefanti, presentarono loro de’ majali. I narratori di questi fatti perirono, non restandoci che gli argomenti delle decadi di Livio, e qualche estratto di Dionigi, Diodoro, Appiano, oltre le vite di Plutarco.[247]Tito Livio,xxxviii. 28.[248]Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, conquistano la Sardegna, e Asdrubale vi muore dopo stato generale undici volte; Amilcare si uccide dopo vinto da Gelone. Da Amilcare nacquero Imilcone che gli succedette nel comando dell’esercito in Sicilia, Annone e Giscone. Da Asdrubale nacquero Annibale, Asdrubale, Saffo, generali fortunati contro Nùmidi e Mauritani.[249]Ignoti agli storici romani, ce li conservò Polibio greco. Il capo Bello o Buono (τῷ καλῷ ἀκροτηρίῳ) è il promontoriumHermœumal nord di Cartagine. Τὸ προκείμενον αυτῆς τῆς Καρκήδονος ὠς ρπὸς τὰς άρκτους, dice Polibio. S’ingiunge dunque ai Romani di non navigare lungo la costa del territorio cartaginese, verso la piccola Sirte, ov’erano le città e i distretti più fertili di Cartagine.Per questi fatti principale autorità è questo Polibio, di cui abbiamo il racconto fino al 216, e frammenti sino al 165 av. Cristo. Livio e Appiano calcano le orme di lui. Si riferiscono a questi tempi le vite di Fabio Massimo, Paolo Emilio, Marcello, Catone, Flaminio, scritte da Plutarco. Quella d’Annibale, attribuita a Cornelio Nepote, parmi nulla più che compilazione retorica.[250]Diodoro,xxii;Polibio,i.[251]Zonara, scrittore dei bassi tempi, ci conservò memoria di tale congiura di quattromila Sanniti (viii. 11).[252]Se alcune nebbie osiamo spargere s’un nome che da fanciulli s’impara a venerare, si vorrà noverarci tra quelli che dubitano della virtù perchè non la credono? I libri di Livio, in cui avrebbe dovuto esser narrato l’eroismo di Regolo, perirono; Polibio non ne fa cenno; Dione Cassio lo dà come una tradizione, che Silio Italico abbellisce o gonfia colla sua poesia. In Diodoro Siculo, narratore così circostanziato e spesso esatto, manca il libro xxiii ove il fatto dovea trovar luogo; ma due frammenti di quello possono smentirlo. Nel primo narra la sconfitta di Regolo, imputandone affatto l’arroganza di esso, che compromise gl’interessi della patria quando poteva di decorosa pace giovarla: «Nè della calamità la minor parte cadde sull’autore di tanti mali; giacchè la gloria che erasi dapprima acquistata, offuscò coll’ignominia maggiore che gliene venne; e coll’infelicità sua valse ad ammaestrare altrui che nelle prospere vicende non insolentiscano». Diodoro con nessuna parola disacerba il rimprovero; anzi in un altro frammento divisa gli orribili trattamenti che la moglie di Regolo fece ai prigionieri a lei abbandonati: «Non sapendosi dar pace del morto marito, i figliuoli indusse a infierire contro i prigionieri. Serrati in angustissimo camerotto, trovaronsi obbligati a stare aggomitolati come bestie, indi per cinque giorni privati d’ogni alimento, Bodostare per tristezza e fame morì; Amilcare di grand’animo andava sostenendosi, e spesso con pianti pregando la donna, le narrava la cura che avea preso del marito di lei; ma non potè piegarne il cuore ad alcun sentimento umano, a tal che la spietata donna tenne ivi per cinque giorni chiuso con esso il cadavere di Bodostare, e ad Amilcare dava quanto cibo bastasse a tenere in lui vivo il senso delle sue calamità. Amilcare, vedendo perduta ogni speranza che le sue preghiere avessero effetto, incominciò a scongiurar Giove ospitale e gli Dei che hanno in cura le umane cose, e a gridare d’esser troppo punito della buona opera che avea fatto. Nè però in sì tormentoso stato morì, fosse misericordia degli Dei, fosse la sua buona fortuna che infine gli recasse non isperato sostegno. Già agli estremi, tanto per l’orrendo lezzo del cadavere, quanto per le altre miserie, alcuni servi della casa raccontano il fatto a persone estranee, che indignate di tanta crudeltà, il denunziano a’ tribuni. Verificata la cosa, chiamati gli Attilj dai magistrati, poco mancò non fossero condannati nel capo, per avere di tanta infamia macchiato il nome romano; però di gravissima pena li minacciarono se di buona fede non avessero in appresso custoditi i prigionieri. Essi, accagionandone la madre, abbruciarono il cadavere di Bodostare, e ne spedirono le ceneri alla patria; Amilcare poco a poco refocillarono, finchè dai patimenti sofferti si riebbe».L’argomento più concludente contro quell’eroismo potrebbesi trarre dall’inutilità, se non anche peggio, del consiglio che si fa dare da Regolo. Col cambio dei prigionieri Cartagine non avrebbe ricuperato che mercenarj, de’ quali poteva rifarsi altrove con puro danaro; Roma riacquistava cittadini e veterani, che avrebbero, come quelli resi da Pirro, cancellata l’infamia con maggiori prodezze. Non poteano i prigionieri essere altrettanti Regoli, gran capitani e gran cittadini? forse che l’aver avuto le braccia incatenate avea prostrato l’animo del console? La ragione più forte che Orazio esponga, è la paura del cattivo esempio: ma non è ancora deciso che possa mandarsi a morte un uomo per dare esempio ad altri. La pace poi che Regolo sconsigliava, Roma l’accettò alcuni anni appresso, ond’egli persuadendola non avrebbe fatto che risparmiare i guasti e il sangue del tempo interposto: ma le vite non si contano nei calcoli dell’ambizione. Il far poi tante meraviglie perchè Regolo mantenne la parola giurata di ritornare, non fa troppo onore alla specie umana.Fu Palmerio il primo che, nel secolo xvi, suppose quella morte una favola della famiglia Regolo per iscusar le sevizie di essa sui prigionieri. A lungo ne discusse Halthaus,Gesch. Rom. in Zeitalter der punischen Krieg, Lipsia, 1866, e propende per l’opinione vulgata.[253]Plinio,Nat. hist.,xviii. 13.[254]Vuolsi ricordare un singolarissimo tratto di Cajo Alimento, conservatoci da A. Gellio,xvi. 4. Vi si legge che, quando levavansi truppe, i tribuni militari faceano giurare ai soldati della loro compagnia, che nè in campo nè nel contorno di dieci miglia non ruberebbero più del valore d’una moneta d’argento al giorno; setrovasseroalcun che di maggior prezzo, lo porterebbero ai capi loro: potevano però appropriarsi una lancia, la legna, il foraggio, le rape, un otre, un sacco, una fiaccola.[255]In queste cifre, date da Polibio,ii. 23. 69, convengono ad un bel circa Fabio Pittore (ap.Paolo Orosio,iv. 15), Diodoro Siculo (framm.3 del lib.xxv), e Plinio (Nat. hist.iii. 24). Si vede che contavasi solo l’Italia fino al Rubicone e a Luni, al 44 grado di latitudine, eccettuando sempre i Veneti e i Cenomani.[256]Tito Livio,iii. 3. Sì scarsa popolazione ci fa conchiudere, al contrario del Durando (Mem. dell’Accademia di Torino, tom.iv, p. 617, 1811) e di Dureau de la Malle (Mémoires de l’Académie française, tom.x, 1833), che grandissimo fosse il numero degli schiavi. Esso Durando dà alla Gallia Cisalpina in quel tempo soli quattro milioni d’abitatori, altrettanti al resto d’Italia.[257]Polibio,iii. 6;Livio,xxi. 2. 7.[258]Plinio,Nat. hist.,xxxiii. 6.[259]Plutarco,Della virtù delle donne.[260]Tito Livio e Cornelio Nepote, per far drammatico il racconto, lesero la verosimiglianza dei fatti e la prudenza del gran capitano. Quelle Alpi, che Cornelio ci dà come inaccesse, e tali che appena un uomo scarco potea passarvi, quante volte non erano state superate dai Galli per venir a saccheggiare l’Italia o a collocarvisi? Popolatissime appajono esse dal racconto medesimo, e certo i Galli servirono di guide ad Annibale pei colli impraticati.Una biblioteca intera si scrisse intorno alla marcia d’Annibale dalla Spagna in Italia; segno che i dati sono arbitrarj, quanto inutili le conseguenze. Noi, senza entrare in discussione, rimandiamo a Polibio, lib. iii. 42-56; ma neppure da lui si aspetti l’esattezza numerica, insolita agli autori antichi. Egli misura il viaggio da Cartagena a Taurino in novemila stadj: poi i viaggi parziali non riescono che di ottomila seicento.Fra altre favole, Livio racconta che Annibale ruppe le Alpi coll’aceto. Baja ridicola; pure anch’oggi nelle famose miniere dell’Hartz spaccasi la rocca coll’accendervi grandi fuochi, e quando sia ben riscaldata, gettarvi acqua: operazione che doveva esser comune prima dell’invenzione della polvere.VedasiAbbott,History of Hannibal the cartaginian, Londra 1849.[261]Polibio dà cinquanta elefanti ai Cartaginesi che assediavano Agrigento; cento alla battaglia di Rodi contro Regolo; ottanta a quella di Zama. Secondo Diodoro Siculo, Asdrubale, fondatore di Cartagena, ne avea ducento in Ispagna; cencinquanta erano alla battaglia di Tapso, ultima d’Africa ove questo animale compaja. Li traevano non dall’interna Africa, ma dal paese contiguo a Cartagine, sul piovente meridionale dell’Atlante, ove da gran tempo più non se ne incontra. Così nell’Africa meridionale in numero sterminato si trovavano al tempo che primamente fu colonizzato il capo di Buona Speranza, poi furono messi in fuga o distrutti dai coloni.[262]Lectisternium, ver sacrum.Livio,xxvii. 39.—Arriano,De bello hispanico.—Silio Italico,xv. 495.[263]Triumviri mensarii.Livio,xxiv. 18.—VediArnold,Storia romana.[264]Anzi Appiano mette dieci, fornite solo da volontarie contribuzioni: χρήματα οὐκ ἕδωκαν πλὴν εἴ τις ἤθελε τῷ Σκιπίονι κατὰ φιλίαν συμφέρειν.[265]Il fatto è riferito da Diodoro ne’ frammenti, e da Appiano; Livio ne tace, come di molti altri. Fra Catanzaro e Crotone, mostrano la Torre d’Annibale, ov’è tradizione ch’egli s’imbarcasse.[266]Τὸ τρίτον τῆς στρατιὰς Κέλτοι καὶ Λίγυες:Appiano.—Galli proprio atque insito in Romanos odio incenduntur.Livio,xxx. 33.[267]Ne fanno segno ancora i nomi di Minuciano, Antognano, Petroniano, Sillano, Gragnano, Albiano, Elio, ed altrettali di colà. I Romani dovettero spingervi gli eserciti lungo la Garfagnana, risalendo da Pisa il Serchio fra valli anguste e scoscese pendici.[268]Ille triumphata Capitolia ad alta CorinthoVictor aget currum, cæsis insignis Achivis.Eruet ille Argos, agamemnoniasque Mycenas,Ipsumque Æacidem, genus armipotentis Achillei:Ultus avos Trojæ, temerataque templa, Minervæ.Virgilio,En.vi. 836.[269]Valerio Massimo, lib.iv. cap. 4.[270]Polibio, negliEsempj di virtù e di vizj, cap. 73, così narra la sua entratura con Scipione:—La nostra corrispondenza avea principiato da ragionamenti sui libri ch’egli mi prestava. Questa unione di cuore erasi già stretta alquanto, quando i Greci chiamati a Roma furono in varie città dispersi. Allora i due figliuoli di Paolo Emilio, Fabio e Publio Scipione, richiesero istantemente al pretore ch’io potessi restare con loro, e l’ottennero. Mentr’io stava in Roma, una singolare avventura giovò assai a stringere la nostra amicizia. Un giorno, mentre Fabio andava verso il fôro, ed io e Scipione passeggiavamo in altra parte, questo giovane romano in aria amorevole e dolce, ed arrossendo alquanto, meco si dolse che, stando io a mensa col suo fratello e con lui, sempre a Fabio volgessi il discorso, non mai a lui:—Ben conosco (soggiunse) che questa vostra freddezza nasce dall’opinione in cui siete voi pure, come tutti i nostri concittadini, ch’io sia un trascurato, di nessun genio per le scienze che al presente fioriscono in Roma, perchè non mi vedono applicarmi agli esercizj del fôro, nè volgermi alla eloquenza. Ma come, caro Polibio, come potrei io farlo? Mi si dice continuamente che dalla famiglia degli Scipioni non s’aspetta già un oratore, ma un generale. Vi confesso che la vostra freddezza mi affligge.—Io restai meravigliato a un discorso, quale non mi attendeva da un giovine di diciott’anni; e—Di grazia (gli dissi) caro Scipione, non vogliate nè pensare nè dire che, se io comunemente rivolgo il discorso a vostro fratello, sia per poca stima di voi. Egli è primogenito, e perciò nelle conversazioni a lui mi volgo; e ancora perchè mi è noto che amendue avete i medesimi sentimenti. Ma io non posso non compiacermi di vedere che voi pur conoscete che a uno Scipione mal si addice l’essere infingardo. E ben si vede come i vostri sentimenti siano superiori a quei del vulgo. Quanto a me, io tutto sinceramente mi offro al vostro servizio. Se mi credete opportuno a condurvi ad un tenor di vita degno del vostro gran nome, potete di me disporre come vi aggrada. Quanto alle scienze, alle quali vi vedo inclinato, voi troverete bastevoli ajuti in quel gran numero di dotti che ogni giorno ci vengono dalla Grecia. Ma pel mestiere della guerra, di cui vorreste essere istruito, penso potere io esservi più utile d’ogni altro.—Scipione allora, le mani mie stringendo tra le sue,—E quando (disse) vedrò io quel dì felice in cui, libero da ogni altro impegno, e standomi sempre al fianco, voi potrete applicarvi interamente a formarmi lo spirito ed il cuore? Allora mi crederò degno de’ miei maggiori.—D’allora non più seppe staccarsi da me; il suo più gran piacere era starsi meco; e i diversi affari nei quali ci trovammo insieme, non fecero che stringere i nodi della nostra amicizia; egli mi rispettava come padre, io l’amava non altrimenti che figliuolo».[271]Nil patrium, nisi nomen, habet Romanus alumnus: Sanguinis altricem nunc pudet esse lupam.Properzio,iv. 1.[272]Combustos, quia philosophiæ scripta essent.Plinio,Nat. hist.,xiii. 13.[273]Poeticæ artis honos non erat; si quis in ea re studebat, aut se se ad convivia applicabat, is grassator vocabatur.Catoneap. A. Gellio.[274]PlutarcoinCatone. Marco Tullio notò, in un discorso di Scipione, la via di mezzo che tenevano allora i Romani; illuminati e insieme osservatori degli antichi costumi, non volevano parere ignoranti, nè troppo istrutti in letteratura:Quamobrem peto a vobis, ut me sic audiatis, neque ut omnino expertem græcarum rerum, neque ut eas nostris... anteponentem; sed ut unum e togatis, patris diligentia non illiberaliter institutum, studioseque discendi a pueritia incensum, usu tamen et domesticis præceptis multo magis eruditum quam litteris.De repub.,i. 22.[275]Macrobio, che riferisce quest’invettiva, cita nel medesimo capitolo tre bei danzatori della fine di questo secolo: erano Gabinio consolare, Cejo cavaliere, e Licinio Crasso, quello che perì col padre sotto i colpi dei Parti. Il gusto della danza non fece che accrescersi col tempo.[276]...Tenax ne pater ejus est?—Immo ædepol pertinax:Quin etiam, ut magis noscas, genio suo ubi quando sacrificat,Ad rem divinam quibus est opus, samiis vasis utitur.Captiv.,ii. 2.[277]Nunc, quoque venias, plus plaustrorum in ædibusVideas, quam ruri quando ad villam veneris.Aulul.,iii. 5.[278]Ubi res prolatæ sunt, quum rus homines eunt,Simul prolatæ res sunt nostris dentibus...Dum ruri rurant homines quos liguriant,Prolatis rebus, parasiti venaticiSumus: quando rure redierunt, molossici.Captiv., i. 1.[279]Aulul.,iii. 5.[280]Dotatæ mactant et malo et damno viros.Aulul.,iii, 5.Dotibus deliniti, ultro etiam uxoribus ancillantur.Turpilio.[281]Ut apud lenones rivales filiis fierent patres.Bacch., in fine.I costoro artifizj sono descritti nell’atto I, scena 1 delTruculentus.[282]QuippeUt semel adveniunt ad scorta congerrones...Unus eorum aliquis osculum amicæ usque oggerit,Dum illi agunt quod agunt, sunt cæteri cleptæ.Trucul.,i. 2.Ovidio, nell’Arte,iii. 441, ammonisce le donne di guardarsi da costoro, che fanno da galante per amore delle loro gioje.Fin d’allora si molestavano i passeggieri alle dogane, e dissuggellavansi le lettere ai confini:Rogitas quo ego eam, quam rem agam, quid negotii geram, Quid petam, quid feram, quid foris egerim? Portitorem domum duxi; ita omnem mihi Rem necesse loqui est, quicquid egi atque ago.Menæch.,i. 2.Jam si obsignatas non feret, dici hoc potest, Apud portitorem eas resignatas sibi Inspectasque esse.Trinum.,iii. 3. 64.[283]Quasi in choro pila ludens,Datatim dat se se, et communem faciet;Alium tenet, alii nutat, alibi manusEst occupata, alii pervellit pedem,Alii dat annulum spectandum, a labrisAlium invocat, cum alio cantat, et tamenAlii dat digito literas.[284]Verba dare ut caute possint, pugnare dolose,Blanditia certare, bonum simulare virum se,Insidias facere, ut si hostes sint in omnibus omnes.[285]Sæva canent, obscæna canent, fœdosque hymenæos,Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæ.Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olimVirginei, famæque juvat meminisse prioris.Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæ,Sub titulo prostant, et queis genus ab Jove summoRes hominum supra erectæ, et nullius egenteEsse merens vili sancto se corpore fœdant.[286]Docentur præstigias inhonestas, eunt in ludum histrionum, in ludum saltatorium inter cinædos virgines.Ap.Macrobio,ii. 10.[287]Plutarco, inCatone.[288]Fato Metelli Romæ fiunt consules.Dabunt malum Metelli Nævio poetæ.Metellusvolea dire facchino.[289]Mortaleis immortaleis flere si foret fas,Flerent divæ Camenæ Nævium poetam.Itaque postquam est orcino traditus thesauroOblitei sunt Romæ loquier latina lingua.Ap.Gellio,i. 24.[290]Varrone,De lingua lat.,iv. 45.[291]Tito Livio,xxi. 27;xxii. 4.[292]Valerio Mass.ii. 10;iii. 8;iv. 1. 3;viii. 1.[293]Lo stesso,iii. 7. 6;viii. 15.[294]Varrone descrive le pompe bacchiche a Lavinio, dove l’osceno Fallo era portato in giro sopra un carretto, e la più casta matrona lo incoronava. Ap.Sant’Agostino,De civ. Dei,vii. 21.[295]Cicerone,De amicitia.[296]Ego Deûm genus esse semper dixi et dicam cœlitum,Sed eos non curare opinor quod agat humanum genus.Ap.Cicer.De divin.ii. 5.[297]Patria est ubicumque est bene.Pacuvio, ap.Cic.Tuscul.,v. 37.[298]Haud docti dictis certantes, sed male dictisMiscent inter se se inimicitias agitantes.Ennio.[299]Orazio per lodare l’antico Romano (Ep.ii, 1. 105) canta:Romæ dulce diu fuitCautos nominibus certis expendere nummos,Majores audire, minori dicere per quæCrescere res posset.[300]Luxum si quod est, hac cantione sanum fiet. Harundinem prende.... incipe cantare in malo: S. F. motas væta daries dardaries astutaries, die una paries usque dum coeant...; vel hoc modo:Huat hanat huat ista pista sista domiabo domnaustra et luxato..; vel hoc modo:Huat huat huat ista sis tar sis ardanuabon domnaustra(S. F. vuol direSanctos fracta). De re rustica, cap. 160.[301]Θαυμαστὸν ἄνδρα καὶ θεῖον εἰπεῖν ἐτόλμησε πρὸς δόξαν, ὃς ἀπολείπει πλέον ἐν τοῖς λόγοις ὅ ρποσέθηκεν οὖ παρέλαϐεν.Plutarco, cap. 21.[302]De oratore, n. 17. In Plutarco la vita di Catone rappresenta il confine tra l’antico vivere italiano e il nuovo alla forestiera. Ai prudenti non isfugga che sorta di virtù siano quelle che si raccomandano ai giovanetti colla lettura di Plutarco.[303]Imperatorum nomina annalibus detraxit.Plinio,viii. 5.—Duces non nominavit, sed sine nominibus res notavit.Corn. Nepote, inCatone.[304]A. Gellio,xi. 48.[305]Frontone,ad L. Verum epist.ii.[306]A sole exoriente supra Meoti paludes Nemo est qui factis me æquiparare queat.Ap.Cicer. Tuscul.,v. 17.[307]Quin ubi se a vulgo et scena in secreta remorantVirtus Scipiadæ et mitis sapientia LæliNugari cum illo(Lucilio)et discincti ludere, donecDecoqueretur olus, soliti.Orazio, Sat.ii. 1.[308]Aurum atque ambitio specimen virtutis utrique est:Quantum habeas, tanti ipsi sies, tantique habueris.Lucilio, Fragm.[309]Ecco il carme, con cui si evocavano da una città gli Dei:Si deus, si dea est, cui populus civitasque carthaginensis est in tutela, teque maxime, ille qui urbis hujus populique tutelam recepisti, precor venerorque, veniamque a vobis peto, ut vos populum civitatemque carthaginensem deseratis, loca, templa, sacra, urbemque eorum relinquatis, absque his abeatis, eique populo civitatique metum, formidinem, oblivionem injiciatis; proditique Romam, ad me meosque veniatis, nostraque vobis loca, templa, sacra, urbs acceptior probatiorque sit, mihique populoque romano, militibusque meis præpositi sitis, ut sciamus intelligamusque. Si ita feceritis, voveo vobis templa ludosque facturum.Macrobio,Saturn.,iii. 9.—Cf.Plinio,Nat. hist.,xxviii. 4;Servio,ad Æn.ii, 344.

Edwards pretese riconoscere ancora in Italia il tipo delle due stirpi gallica e cimra: quelli, testa lunga, profilo sporgente, fronte alta e sviluppata, mento prominente, naso aquilino; questi, faccia piatta e corta, pomelle larghe, naso rincagnato, poco sporgente. I moderni ripudiano la dottrina di Thierry, e fanno consanguinei i Cimri e i Galli.[195]Saluberrimos colles, flumen opportunum, quo ex mediterraneis locis fruges devehantur, quo maritimi commeatus accipiantur; mare vicinum ad commoditates, non expositum nimia propinquitate ad pericula classium externarum; regionum Italiæ medium, ad incrementum urbis natum unice locum.Livio, v. 54.[196]Quand’anche una finzione legale potesse mai tramutare in giustizia l’iniquità, nel caso presente mancava sin l’apparenza a favore de’ Romani. Fra questi e i Sanniti vigeva lojus exulandi; onde Postumio, estradetto dalla patria sua, poteva acquistare la cittadinanza presso quegli altri.[197]Livio,x.42.[198]Valerio Massimo,vi, 3, 2.[199]Che tutte le pesti ricordate a Roma fossero epidemie, fino a quella di Lucio Vero neliisecolo dopo Cristo, è sostenuto da Heyne,Opusc.iii.[200]Al Pireo si trovò, non è guari, un decreto, per cui stabilivasi mandare ad Adria una colonia sotto Milziade, successore dell’omonimo vincitor di Maratona, circa l’olimpiadecxiii; e ciò per avere emporj di frumento e formare barriera a’ Tirreni.Bullettino di corrispondenza archeologica, 1836, pag. 135.VediSainte-Croix,Raoul-Rochette,Heyne,Prolusiones XV de civitatum græcarum per Magnam Græciam et Siciliam institutis et legibusnel vol.iide’ suoiOpuscula academica, Gottinga 1787. Al vii vol. dell’Heeren, traduzione francese, è soggiunta la bibliografia compiuta delle colonie.Metaponte, par le duc deLuynesetF. J. Debaco; Parigi, 1833, in fol., non è una compiuta monografia, ma un’elegante esposizione delle antichità di quel luogo in disegno e scrittura.Domen. Marincola Pistoja,Delle cose di Sibari. Napoli 1845.[201]Il nome di Magna Grecia non ricorre in Erodoto nè in Tucidide, ma primamente in Polibio, lib.ii. c. 12. Strabone lo attribuisce all’esservisi i Greci molto allargati; Festo e Servio (ad Æn., i. 573) alle molte città greche fondate in quel paese; altri ad altro; Delisle, d’Anville, Micali, all’essere più estesa che non la Grecia propria; taluni ne fanno onore alla filosofia di Pitagora, colà nata e diffusa; altri all’aver precorso la Grecia orientale in civiltà e filosofia. Quel nome complessivo pare durasse fino allo scorcio del iii secolo di Roma, quando ciascuna contrada si denominò dal popolo che la occupava.Neppure si conviene sull’estensione indicata da questo nome; e Sinesio vescovo del v secolo (ep. ad Pœonium) lo dice accomunato a tutti i paesi ove si praticavano gli arcani riti pitagorici. Suole dividersi in otto regioni: Locrese, Caulonite, Scilletica, Crotoniate, Sibaritica, Eracleese, Metapontina, Tarantina; sicchè in digrosso abbracciava l’Apulia, la Lucania, il Bruzio.Cronologia delle colonie greche in Italia.1300, o 1050, Cuma, fondata dai Calcidesi d’Eubea: generò Napoli e Zancle, dalla quale derivarono Iméra e Mile.1260, o 900, Metaponto posta dai Pilj reduci da Troja, poi ripopolata d’Achei e Sibariti.756Nasso, dai Calcidesi.753Crotone, dagli Achei.750Leontini, dai Nassani, e poco dopo Catania.732Siracusa, dai Corintj; donde Acra, Casmena, Camarina.725Sibari, dagli Achei: nel 444 le succede Turio.723Reggio, ripopolata da Messenj.707Taranto, ripopolata da Lacedemoni.683Locri, fondata dai Locresi Ozolj. Dicono vi precedesse un’altra loro colonia nel 757.667Zancle, ripopolata da Messenj, e detta Messina.645Selinunte, posta dai Megaresi.605Gela, dai Rodj.582Agrigento, dai Gelani.536Elea o Velia, dai Focesi.510Posidonia, dai Sibariti.444Turio, dagli Ateniesi.433Eraclea di Lucania, dai Tarantini.[202]Strabone, lib.vi.[203]Ode 6 del lib.ii.[204]Dionigi, lib.xii. 9;Strabone, lib.vi.[205]Laerzio e Giamblico danno il primo numero; l’altro Valerio Massimo, lib.viii. Vedi anche Tito Livio, lib.iv.[206]Strabone, lib.v.[207]Vedi la l. cit. nelTimeodi Platone, ed in Plutarco.Su Pitagora, e sul governo de’ Pitagorici, si paragoninoHeyne,Opusc. acad., tom.ii;Meiners,Gesch. der Wissenschaft in Gr. undecc.,i. 401, 464, 469;Mueller,Dorici,ii. p. 178:Welbker,Proleg. ad Theogn.p.xlii; ma principalmenteKrische,De societatiis a Pythagora in urbe Crotone conditæ scopo politico, Gottinga 1830;Terpstre,De sodalitii pythagoræi origine, conditione, consilio, Utrecht, 1824;Cramer,De Pythagora, quomodo educaverit et instituerit, Stralsunda, 1833.[208]Ἀληθεύειν καὶ εὐεργετεῖν.Eliano,Variæ historiæ,xii. 59. Εὐεργεσία καὶ ἀλήθεια.Longino,Del sublime.[209]Giamblico,Protrept.21;Suida, in Πυθάγορας. La dottrina pitagorica si raccoglie principalmente da Filolao di Crotone.[210]Ap.Platone,Della repubblica, lib.iii.[211]Diogene Laerzio, lib.viii[212]«Nulla esiste; esistesse anche, è impossibile conoscerlo». Tale era il suo teorema, e lo provava così: «Se esiste qualche cosa, essa è l’essereo ilnon essere, o le due cose insieme. Il non essere non è possibile perchè non può esser nato, nè non esser nato, nè esser uno nè multiplo. Ciò poi che è, non è possibile che sia essere e non essere; imperocchè se questi fossero nel medesimo tempo, quanto all’esistenza sarebbero una cosa sola; ma se una sola cosa fossero, l’essere sarebbe il non essere. Siccome però il non essere non è, neppure l’essere sarebbe. Se poi tutti e due fossero la medesima cosa, non sarebbero due cose, ma una sola». Eppure Platone credette dover confutare questa argomentazione ne’ suoi dialoghi; segno che allora non parea frivola e ridicola, quanto oggi la giudichiamo.[213]Anche nelle XII Tavole il principio eraDeos caste adeunto; e Giustiniano mise a capo del suo codiceDe summa Trinitate et fide catholica.[214]Questa clausola fu introdotta posteriormente.Diodoro Siculo, lib.xii.[215]Esempio di piena e meravigliosa concisione potrebb’essere questo: χρὴ δὲ ἐμμένειν τοῖς εἰρημένοις, τὸν δὲ παραβαίνοντα ἕνοχον τῇ πολιτικῇ ἀρᾷ. VediDiodoro, lib.xii. 11 e seg.;Stobeo,Serm.xliv;Aristotele,Politic., lib.ii. 9.[216]VediBentlejo,Opusc., pag. 340;Heyne,Opusc. acad., tom.ii, p. 273;Sainte-Croix,Sur la législation de la grande Grècenegli atti dell’Accademia delle Iscrizioni, lib.xlii;Richter,De veteribus legum latoribus, Lipsia 1791.—Nitzol,De historia Homeri, negò che Zaleuco sia il più antico legislatore; ma lo confutò Müller nel giornale di Gottinga 1831, pag. 292.Eliano riferisce una sua legge:—Se un malato, senz’ordine del medico, beva vino, quantunque guarisca, sia condannato a morte». Pastoret s’affatica invano a cercar la ragione di sì pazzo ordine; ma Eliano, come spesso, s’inganna, giacchè Ateneo, da cui esso la trae, dice: εἵ τις ἃκρατον ἐπίῃ, μὴ προστάξαντος ἱατροῦ, θεραπείας ἒνεκα, θάνατος ἦν ἡ ζεμία.Se alcuno beva vino senz’ordine del medico per ragion di salute, sia reo di morte.[217]Mangiatori di loto; ilrhamnus lotusdi Linneo, del cui frutto gli Africani si nutrono anche oggi, e ne preparano un vino o idromele, che regge pochi giorni.[218]Diodoro attribuirebbe questa migrazione verso occidente a un’eruzione dell’Etna. È notevole che Omero non fa verun cenno di questo vulcano, così acconcio a fantasie poetiche. Tucidide riferisce che ricordavansi tre eruzioni di esso, ai tempi di Pitagora, di Gerone, e a’ suoi. Di due sotto ai Dionisj ci è testimonio Platone, che fu invitato ad osservarne i fenomeni. Ne ricorsero spesso sotto la dominazione romana, e particolarmente nel 662 di Roma, e due volte durante le guerre civili; poi negli anni di Cristo 225, 420, 812, 1163, 1285, 1329, 1333, 1408, 1444, 1446, 1447, 1536, 1603, 1607, 1610, 1614, 1619, 1634, 1669, 1682, 1688, 1689, 1702, 1766, 1781, 1819, a tacere le recenti.[219]Brunet de Presle,Recherches sur les établissements des Grecs en Sicile, Parigi 1845.[220]Eliano, ii.4;Ateneo, xiii.8. È apocrifa la raccolta di lettere di Falaride, che sino dal 1491 comparvero tradotte in italiano a Firenze da Bartolomeo Fonti, poi da Francesco Accolti d’Arezzo. Dodwel e Bentley disputarono intorno all’età di Falaride, senza accertarla.[221]Timeo, ap.Diodoro, lib.xiii.[222]Gellia era piccino e smilzo, e mandato ambasciatore a Centuripe (Centorbi), vi fu accolto a risate. Senza scomporsi egli disse:—«Agrigento ha persone belle e appariscenti, ma le manda alle città illustri e civili; alle piccole e scortesi ne manda di pari a me». Anche l’abate Galiani, quando fu presentato alla Corte di Francia come addetto all’ambasciatore di Napoli, piccolo e gobbo come era eccitò l’ilarità dei cortigiani; ond’egli, inchinandosi al re, esclamò:Sire, vous voyez un échantillon d’ambassadeur. Si rise, e i Francesi danno ragione e benevolenza a chi li fa ridere.[223]Diodoro, xi.72.[224]Polibio, lib.xii. 22.[225]Più tardi un tremuoto l’abbattè, Cesare riedificolla, Federico Barbarossa l’incenerì; rialzata, sofferse replicati assalti dai Turchi verso il 1593, e nuovi tremuoti, dai quali adesso si rifà.[226]La costituzione che egli voleva foggiare sulle idee di Platone, importava un re che vegliasse sulla religione e sullo splendore dello Stato, quasi un gran sacerdote. A tal carattere sacro ripugnavano il diritto di morte e d’esilio, che perciò restavano a trentacinque custodi della legge, i quali, per deliberare della vita de’ cittadini, doveano aggiungersi i più giusti fra i magistrati usciti di fresco di carica. I trentacinque col senato e il popolo decideano della pace e della guerra. Tanto è riferito nella viii delle lettere di Platone. Queste sanno d’apocrifo, pure sono certamente vicine al suo tempo, e scritte da persona informata. A Dionigi doveva alludere Platone nelivDelle leggi, ove scrive che «per ordinare nuova forma di governo nessuno val meglio d’un tiranno che sia giovine, di salda memoria, bramoso di sapere, coraggioso, animato da sentimenti nobili, e cui la buona fortuna avvicini un uomo conoscente della scienza delle leggi. Felice la repubblica retta da principe assoluto, consigliato da buon legislatore!».Il tedesco Arnold scrisse la storia di Siracusa fino a Dionigi. Si trova pure nella quarta parte dellaStoria grecadi Mitford, ove Dionigi I è purgato dalle esagerate imputazioni degli scrittori originali.[227]Cicerone dice che la decima del frumento di Sicilia rendeva ai Romani per nove milioni di sesterzj, a tre sesterzj comprandosi il moggio: dunque trenta milioni di moggia, ossia quattrocento cinque milioni di libbre a peso di marco, traevansi da quel terzo della Sicilia ch’era sottoposto alla decima.Dureau de la Malle,Économie politique des Romains, tom.ii. p. 376.Oggi, che la coltura n’è tanto negletta, calcolano si asporti dalla Sicilia per nove milioni in agrumi, due in olio, oltre la soda e il tonno marinato e i solfi, suo oro.[228]Teofrasto,iv. 17;Plinio,xii.v.[229]Diodoro accenna Dori ed Eolici, i quali sicilianizzavano.[230]Suida,Lexicon ad vocem.[231]NelBusiridedescriveva Ercole vorace:—Se lo vedi macinare a due palmenti, e trangugiare ingordo, ti fa ribrezzo. Le fauci di dentro gli borbogliano, le mascelle cigolano, i denti molari stridono, i canini strepitano, le narici fischiano sibilando, e le orecchie ciondolando si movono». Ap.Ateneo,Deipnosofistes,x. c.i. Così dipinge il parassito:—Mi basta un cenno per correre ad un convito, nè cenno aspetto per presentami dove si fa nozze. Comincio dir facezie, e movo a festa e a giuoco: sciorino lodi spiatellate a colui che mette tavola, e a chi gli contraddice tratto da nemico e svillaneggio: e ben bevuto e meglio mangiato, me ne vo. Non ho ragazzo che mi scorga per la via con la lanterna; e soletto nel bujo, barcollando ad ogni passo, m’affretto verso casa. Se m’imbatto nella ronda, giuro di non aver fatto nulla di male; oppure essi mi caricano di mazzate. Fiaccato dalle busse, arrivo a casa e mi sdrajo s’una pelle, e non sento il dolore finchè la forza del vino mi grava l’anima e la mente».Ivivi. c. 28.[232]Vedi il suo elogio scritto dallo Scinà.[233]Dell’ode, ove Orazio introduce a parlare Archita già morto, non saprei dar ragione se non supponendola tradotta o imitata dal greco. I primi versiTe maris et terræ,numeroque carentis arenæMensorem cohibent, Archita,io penso non alludano ad operazioni geometriche da lui fatte, ma a qualche soluzione ingegnosa ch’egli abbia trovato dell’arenaria, su cui si esercitò anche Archimede, come or ora diremo.[234]Lo narra Ateneo (v. 10); ma Montucla lo rigetta tra le favole.[235]Il numero calcolato nell’arenariadi Archimede oggi si scriverebbe colla cifra 64, seguita da sessantun zeri. Questo parmi basti a confutare chi pretese (come l’insigne Charles negliEclaircissements sur le traitéDe numero arenæ) che i Greci conoscessero il sistema numerico indiano, ove le cifre acquistano un valore di posizione. Taluno credette trovarvi la prima idea dei logaritmi. Teone d’Alessandria nelCommentofa merito ad Archimede d’avere, nellaCatoptrica, scoperto la rifrazione, per cui i raggi passando pel fluido, fanno all’occhio un angolo più grande. Ideler, nel commento sullaMeteorologiad’Aristotele, radunò i passi relativi allaCatoptricad’Archimede. Che questi s’occupasse di analisi indeterminata può indicarlo il problema in versi, scoperto da Lessing, e stampato nel giornaleZur Geschichte und Litteratur, Brunswick 1773. Ma che già prima i Pitagorici istituissero ricerche sui triangoli rettangoli aritmetici, l’attesta Proclo sulla proposizione 47ª del libro i d’Euclide. La formola di cui valeansi per formare un’infinità di triangoli siffatti, può esprimersi algebricamente:Delambre pretende che nè Archimede nè Euclide avessero idea della trigonometria rettilinea, nè della sferica. Vedasi la sua memoria in fondo alla traduzione francese di Peyrard delle opere di Archimede. Parigi 1808.[236]Da ubi consistam, et cœlum terramque movebo. Se è suo questo motto prestatogli da Pappo, e’ non si fece carico del vette. Ora, per ismuovere, non che il cielo, la terra, si richiede una leva tale, che, quando Archimede avesse potuto correre colla velocità d’una locomotiva a vapore, cioè quarantotto miglia l’ora, gli sarebbero stati necessarj quarantacinque bilioni d’anni per sollevare d’appena un pollice la terra. VediNeil-Arnott,Mécanique des solides, pag. 155.[237]Degli specchi ustorj d’Archimede nessuna menzione fanno Polibio, Livio, Plutarco; ma solo Zonara e Tzetze, storici del Basso Impero, che alludono a passi perduti di Dione e Diodoro Siculo.Se possa farsi uno specchio tale da incendiar una nave, fu discusso gravemente dagli scienziati. Parve risolvere la questione Buffon coll’esperienza, costruendo uno specchio formato di censessantotto specchietti, mobili in ogni senso, e curvati in modo da presentare una superficie convessa, talchè, come in una lente, tutti i raggi del sole vi fossero riflessi verso un unico objetto. Con questo s’incendiò una tavola grossa di abete alla distanza di cencinquanta piedi, essendo il 10 aprile, un’ora dopo mezzogiorno. Si aumentarono gli specchietti fino a ducenventiquattro, ed alla distanza di quarantacinque piedi vennero fusi de’ vasi d’argento in otto minuti. Alla distanza di ducento piedi si fece passar un bue, che cadde colpito.Sopra tale costruzione, Monge avvertì la difficoltà di dover ad ogni istante cambiare la inclinazione degli specchi, atteso il moversi del sole, mentre non meno di mezz’ora si richiederebbe per infocare una nave. Quando Buffon diede questa spiegazione dello specchio d’Archimede, non si conosceva un passo di Isidoro da Mileto, che al tempo di Giustiniano scrisse περὶ παραδόξων μηχανημάτων. In uno dei quattro problemi che ci avanzano di quest’opera, egli si propone di costruire una macchina capace di accendere coi raggi del sole una materia combustibile fuori della portata del tiro. Trovando impossibile il conseguir ciò cogli specchi concavi, dimostra che Archimede potè ardere i vascelli di Marcello mediante l’unione di molti specchi piani esagoni. Il passo cui alludo, fu pubblicato da Dupuy neiMém. de l’Académie, ecc. vol.xlii. Parigi 1774.Peyrard, che tradusse Archimede, diede una nuova costruzione ingegnosa, la quale nel 1807 fu approvata dall’Istituto, calcolando che con cinquecentonovanta specchi da cinquanta centimetri di lato si potrebbe ridurre in cenere una flotta distante un quarto di lega. Ma dimostrato possibile il fatto, chi crederà che le navi romane stessero nell’immobilità necessaria perchè il fuoco s’attaccasse?[238]Che pure lo disprezzava, con romanesca superbia dicendo:Humilem homunculum a pulvere et radio excitabo. Tusc. v. 33.[239]Spesso ricorrono fra gli antichi queste armi parlanti: Agrigento mettea sulle sue monete il granchio,acragasin greco; Ancona un gomito, che in greco dicesiancon; Turio, un toro, alludendo all’aggettivotouriosimpetuoso, o al tauro. Più spesso ciò incontra pei nomi de’ triumviri monetarj, nomi che metteansi sulle monete battute sotto la loro direzione: così un toro su quelle di Thorio Balbo; un martello su quelle di Publicio Malleolo; un fiore per Manlio Aquinio Floro; un Giove Ammone cornuto per Quinto Cornificio; il pesce della porpora per Furio Purpureo; le sette stelle dei trioni per Lucrezio Trione; una musa per Pomponio Musa; un Saturno per Sestio Saturnino.Vedansi:Paruta,Sicilia numismatica.Pisani,Memorie sulle opere di scultura in Selinunte ultimamente scoperte.Principe di Biscari,Viaggi per le antichità della Sicilia.Martelli,Le antichità dei Siculi.Serradifalco,Le antichità della Sicilia.Capodieci,Antichi monumenti di Siracusa.HittorffeZanth,Architecture antique de la Sicile.HarriseSantangeli,Sculptured Metopes discovered amongst the ruins of the temples of the ancient city of Selinus. Harris, nell’esplorare quelle ruine, contrasse una malattia che il portò a morte giovanissimo.[240]Ausonio,Nob. urbes, vers. 97. E Virgilio,Æn.iii. 692:Sicanio prætenta sinu jacet insula contraPlemmyrium undosum: nomen dixere prioresOrtygiam, Alpheum fama est huc Elidis amnemOccultas egisse vias subter mare, qui nuncOre, Arethusa, tuo siculis confunditur undis.E Cicerone:In hac insula extrema Ortygia est fons aquæ dulcis, cui nomem Arethusa est, incredibili magnitudine, plenissimus piscium, qui fluctibus totus operiretur, nisi munimine ac mole lapidum a mari disjunctus esset.[241]Naturæ historia,iii. 9.[242]Chiamavansilatrones, parola che acquistò trista significazione, come avvenne del nostromasnadiere.[243]Hist., lib.x. Si confronti conDiodoro,xx. 104.[244]PlutarcoinPirro. Ad altra conchiusione arrivava uno di que’ semplici filosofi, che si chiamano santi. Filippo Neri andò incontro ad un prete che veniva a Roma per mettersi in prelatura, e che coll’enfasi della speranza gli narrava che potrebbe diventar cameriere, poi segretario, poi protonotaro....—E poi?» chiedeva il santo—E poi potrò entrar monsignore—E poi?—E poi il cappello verde potrà mutarsi in rosso—E poi?—E poi, de’ casi se ne sono veduti tanti, e quel che riesce ad uno può riuscire anche ad un altro—Volete dire la tiara, eh? Ma e poi?» instava il santo; ed esitando l’altro a rispondere, gli soggiungeva:—E poi morire».[245]Cicerone,Tuscul.iv. 2.[246]Eliano,Variæ hist.,i. 38, dice che, per ispaventare gli elefanti, presentarono loro de’ majali. I narratori di questi fatti perirono, non restandoci che gli argomenti delle decadi di Livio, e qualche estratto di Dionigi, Diodoro, Appiano, oltre le vite di Plutarco.[247]Tito Livio,xxxviii. 28.[248]Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, conquistano la Sardegna, e Asdrubale vi muore dopo stato generale undici volte; Amilcare si uccide dopo vinto da Gelone. Da Amilcare nacquero Imilcone che gli succedette nel comando dell’esercito in Sicilia, Annone e Giscone. Da Asdrubale nacquero Annibale, Asdrubale, Saffo, generali fortunati contro Nùmidi e Mauritani.[249]Ignoti agli storici romani, ce li conservò Polibio greco. Il capo Bello o Buono (τῷ καλῷ ἀκροτηρίῳ) è il promontoriumHermœumal nord di Cartagine. Τὸ προκείμενον αυτῆς τῆς Καρκήδονος ὠς ρπὸς τὰς άρκτους, dice Polibio. S’ingiunge dunque ai Romani di non navigare lungo la costa del territorio cartaginese, verso la piccola Sirte, ov’erano le città e i distretti più fertili di Cartagine.Per questi fatti principale autorità è questo Polibio, di cui abbiamo il racconto fino al 216, e frammenti sino al 165 av. Cristo. Livio e Appiano calcano le orme di lui. Si riferiscono a questi tempi le vite di Fabio Massimo, Paolo Emilio, Marcello, Catone, Flaminio, scritte da Plutarco. Quella d’Annibale, attribuita a Cornelio Nepote, parmi nulla più che compilazione retorica.[250]Diodoro,xxii;Polibio,i.[251]Zonara, scrittore dei bassi tempi, ci conservò memoria di tale congiura di quattromila Sanniti (viii. 11).[252]Se alcune nebbie osiamo spargere s’un nome che da fanciulli s’impara a venerare, si vorrà noverarci tra quelli che dubitano della virtù perchè non la credono? I libri di Livio, in cui avrebbe dovuto esser narrato l’eroismo di Regolo, perirono; Polibio non ne fa cenno; Dione Cassio lo dà come una tradizione, che Silio Italico abbellisce o gonfia colla sua poesia. In Diodoro Siculo, narratore così circostanziato e spesso esatto, manca il libro xxiii ove il fatto dovea trovar luogo; ma due frammenti di quello possono smentirlo. Nel primo narra la sconfitta di Regolo, imputandone affatto l’arroganza di esso, che compromise gl’interessi della patria quando poteva di decorosa pace giovarla: «Nè della calamità la minor parte cadde sull’autore di tanti mali; giacchè la gloria che erasi dapprima acquistata, offuscò coll’ignominia maggiore che gliene venne; e coll’infelicità sua valse ad ammaestrare altrui che nelle prospere vicende non insolentiscano». Diodoro con nessuna parola disacerba il rimprovero; anzi in un altro frammento divisa gli orribili trattamenti che la moglie di Regolo fece ai prigionieri a lei abbandonati: «Non sapendosi dar pace del morto marito, i figliuoli indusse a infierire contro i prigionieri. Serrati in angustissimo camerotto, trovaronsi obbligati a stare aggomitolati come bestie, indi per cinque giorni privati d’ogni alimento, Bodostare per tristezza e fame morì; Amilcare di grand’animo andava sostenendosi, e spesso con pianti pregando la donna, le narrava la cura che avea preso del marito di lei; ma non potè piegarne il cuore ad alcun sentimento umano, a tal che la spietata donna tenne ivi per cinque giorni chiuso con esso il cadavere di Bodostare, e ad Amilcare dava quanto cibo bastasse a tenere in lui vivo il senso delle sue calamità. Amilcare, vedendo perduta ogni speranza che le sue preghiere avessero effetto, incominciò a scongiurar Giove ospitale e gli Dei che hanno in cura le umane cose, e a gridare d’esser troppo punito della buona opera che avea fatto. Nè però in sì tormentoso stato morì, fosse misericordia degli Dei, fosse la sua buona fortuna che infine gli recasse non isperato sostegno. Già agli estremi, tanto per l’orrendo lezzo del cadavere, quanto per le altre miserie, alcuni servi della casa raccontano il fatto a persone estranee, che indignate di tanta crudeltà, il denunziano a’ tribuni. Verificata la cosa, chiamati gli Attilj dai magistrati, poco mancò non fossero condannati nel capo, per avere di tanta infamia macchiato il nome romano; però di gravissima pena li minacciarono se di buona fede non avessero in appresso custoditi i prigionieri. Essi, accagionandone la madre, abbruciarono il cadavere di Bodostare, e ne spedirono le ceneri alla patria; Amilcare poco a poco refocillarono, finchè dai patimenti sofferti si riebbe».L’argomento più concludente contro quell’eroismo potrebbesi trarre dall’inutilità, se non anche peggio, del consiglio che si fa dare da Regolo. Col cambio dei prigionieri Cartagine non avrebbe ricuperato che mercenarj, de’ quali poteva rifarsi altrove con puro danaro; Roma riacquistava cittadini e veterani, che avrebbero, come quelli resi da Pirro, cancellata l’infamia con maggiori prodezze. Non poteano i prigionieri essere altrettanti Regoli, gran capitani e gran cittadini? forse che l’aver avuto le braccia incatenate avea prostrato l’animo del console? La ragione più forte che Orazio esponga, è la paura del cattivo esempio: ma non è ancora deciso che possa mandarsi a morte un uomo per dare esempio ad altri. La pace poi che Regolo sconsigliava, Roma l’accettò alcuni anni appresso, ond’egli persuadendola non avrebbe fatto che risparmiare i guasti e il sangue del tempo interposto: ma le vite non si contano nei calcoli dell’ambizione. Il far poi tante meraviglie perchè Regolo mantenne la parola giurata di ritornare, non fa troppo onore alla specie umana.Fu Palmerio il primo che, nel secolo xvi, suppose quella morte una favola della famiglia Regolo per iscusar le sevizie di essa sui prigionieri. A lungo ne discusse Halthaus,Gesch. Rom. in Zeitalter der punischen Krieg, Lipsia, 1866, e propende per l’opinione vulgata.[253]Plinio,Nat. hist.,xviii. 13.[254]Vuolsi ricordare un singolarissimo tratto di Cajo Alimento, conservatoci da A. Gellio,xvi. 4. Vi si legge che, quando levavansi truppe, i tribuni militari faceano giurare ai soldati della loro compagnia, che nè in campo nè nel contorno di dieci miglia non ruberebbero più del valore d’una moneta d’argento al giorno; setrovasseroalcun che di maggior prezzo, lo porterebbero ai capi loro: potevano però appropriarsi una lancia, la legna, il foraggio, le rape, un otre, un sacco, una fiaccola.[255]In queste cifre, date da Polibio,ii. 23. 69, convengono ad un bel circa Fabio Pittore (ap.Paolo Orosio,iv. 15), Diodoro Siculo (framm.3 del lib.xxv), e Plinio (Nat. hist.iii. 24). Si vede che contavasi solo l’Italia fino al Rubicone e a Luni, al 44 grado di latitudine, eccettuando sempre i Veneti e i Cenomani.[256]Tito Livio,iii. 3. Sì scarsa popolazione ci fa conchiudere, al contrario del Durando (Mem. dell’Accademia di Torino, tom.iv, p. 617, 1811) e di Dureau de la Malle (Mémoires de l’Académie française, tom.x, 1833), che grandissimo fosse il numero degli schiavi. Esso Durando dà alla Gallia Cisalpina in quel tempo soli quattro milioni d’abitatori, altrettanti al resto d’Italia.[257]Polibio,iii. 6;Livio,xxi. 2. 7.[258]Plinio,Nat. hist.,xxxiii. 6.[259]Plutarco,Della virtù delle donne.[260]Tito Livio e Cornelio Nepote, per far drammatico il racconto, lesero la verosimiglianza dei fatti e la prudenza del gran capitano. Quelle Alpi, che Cornelio ci dà come inaccesse, e tali che appena un uomo scarco potea passarvi, quante volte non erano state superate dai Galli per venir a saccheggiare l’Italia o a collocarvisi? Popolatissime appajono esse dal racconto medesimo, e certo i Galli servirono di guide ad Annibale pei colli impraticati.Una biblioteca intera si scrisse intorno alla marcia d’Annibale dalla Spagna in Italia; segno che i dati sono arbitrarj, quanto inutili le conseguenze. Noi, senza entrare in discussione, rimandiamo a Polibio, lib. iii. 42-56; ma neppure da lui si aspetti l’esattezza numerica, insolita agli autori antichi. Egli misura il viaggio da Cartagena a Taurino in novemila stadj: poi i viaggi parziali non riescono che di ottomila seicento.Fra altre favole, Livio racconta che Annibale ruppe le Alpi coll’aceto. Baja ridicola; pure anch’oggi nelle famose miniere dell’Hartz spaccasi la rocca coll’accendervi grandi fuochi, e quando sia ben riscaldata, gettarvi acqua: operazione che doveva esser comune prima dell’invenzione della polvere.VedasiAbbott,History of Hannibal the cartaginian, Londra 1849.[261]Polibio dà cinquanta elefanti ai Cartaginesi che assediavano Agrigento; cento alla battaglia di Rodi contro Regolo; ottanta a quella di Zama. Secondo Diodoro Siculo, Asdrubale, fondatore di Cartagena, ne avea ducento in Ispagna; cencinquanta erano alla battaglia di Tapso, ultima d’Africa ove questo animale compaja. Li traevano non dall’interna Africa, ma dal paese contiguo a Cartagine, sul piovente meridionale dell’Atlante, ove da gran tempo più non se ne incontra. Così nell’Africa meridionale in numero sterminato si trovavano al tempo che primamente fu colonizzato il capo di Buona Speranza, poi furono messi in fuga o distrutti dai coloni.[262]Lectisternium, ver sacrum.Livio,xxvii. 39.—Arriano,De bello hispanico.—Silio Italico,xv. 495.[263]Triumviri mensarii.Livio,xxiv. 18.—VediArnold,Storia romana.[264]Anzi Appiano mette dieci, fornite solo da volontarie contribuzioni: χρήματα οὐκ ἕδωκαν πλὴν εἴ τις ἤθελε τῷ Σκιπίονι κατὰ φιλίαν συμφέρειν.[265]Il fatto è riferito da Diodoro ne’ frammenti, e da Appiano; Livio ne tace, come di molti altri. Fra Catanzaro e Crotone, mostrano la Torre d’Annibale, ov’è tradizione ch’egli s’imbarcasse.[266]Τὸ τρίτον τῆς στρατιὰς Κέλτοι καὶ Λίγυες:Appiano.—Galli proprio atque insito in Romanos odio incenduntur.Livio,xxx. 33.[267]Ne fanno segno ancora i nomi di Minuciano, Antognano, Petroniano, Sillano, Gragnano, Albiano, Elio, ed altrettali di colà. I Romani dovettero spingervi gli eserciti lungo la Garfagnana, risalendo da Pisa il Serchio fra valli anguste e scoscese pendici.[268]Ille triumphata Capitolia ad alta CorinthoVictor aget currum, cæsis insignis Achivis.Eruet ille Argos, agamemnoniasque Mycenas,Ipsumque Æacidem, genus armipotentis Achillei:Ultus avos Trojæ, temerataque templa, Minervæ.Virgilio,En.vi. 836.[269]Valerio Massimo, lib.iv. cap. 4.[270]Polibio, negliEsempj di virtù e di vizj, cap. 73, così narra la sua entratura con Scipione:—La nostra corrispondenza avea principiato da ragionamenti sui libri ch’egli mi prestava. Questa unione di cuore erasi già stretta alquanto, quando i Greci chiamati a Roma furono in varie città dispersi. Allora i due figliuoli di Paolo Emilio, Fabio e Publio Scipione, richiesero istantemente al pretore ch’io potessi restare con loro, e l’ottennero. Mentr’io stava in Roma, una singolare avventura giovò assai a stringere la nostra amicizia. Un giorno, mentre Fabio andava verso il fôro, ed io e Scipione passeggiavamo in altra parte, questo giovane romano in aria amorevole e dolce, ed arrossendo alquanto, meco si dolse che, stando io a mensa col suo fratello e con lui, sempre a Fabio volgessi il discorso, non mai a lui:—Ben conosco (soggiunse) che questa vostra freddezza nasce dall’opinione in cui siete voi pure, come tutti i nostri concittadini, ch’io sia un trascurato, di nessun genio per le scienze che al presente fioriscono in Roma, perchè non mi vedono applicarmi agli esercizj del fôro, nè volgermi alla eloquenza. Ma come, caro Polibio, come potrei io farlo? Mi si dice continuamente che dalla famiglia degli Scipioni non s’aspetta già un oratore, ma un generale. Vi confesso che la vostra freddezza mi affligge.—Io restai meravigliato a un discorso, quale non mi attendeva da un giovine di diciott’anni; e—Di grazia (gli dissi) caro Scipione, non vogliate nè pensare nè dire che, se io comunemente rivolgo il discorso a vostro fratello, sia per poca stima di voi. Egli è primogenito, e perciò nelle conversazioni a lui mi volgo; e ancora perchè mi è noto che amendue avete i medesimi sentimenti. Ma io non posso non compiacermi di vedere che voi pur conoscete che a uno Scipione mal si addice l’essere infingardo. E ben si vede come i vostri sentimenti siano superiori a quei del vulgo. Quanto a me, io tutto sinceramente mi offro al vostro servizio. Se mi credete opportuno a condurvi ad un tenor di vita degno del vostro gran nome, potete di me disporre come vi aggrada. Quanto alle scienze, alle quali vi vedo inclinato, voi troverete bastevoli ajuti in quel gran numero di dotti che ogni giorno ci vengono dalla Grecia. Ma pel mestiere della guerra, di cui vorreste essere istruito, penso potere io esservi più utile d’ogni altro.—Scipione allora, le mani mie stringendo tra le sue,—E quando (disse) vedrò io quel dì felice in cui, libero da ogni altro impegno, e standomi sempre al fianco, voi potrete applicarvi interamente a formarmi lo spirito ed il cuore? Allora mi crederò degno de’ miei maggiori.—D’allora non più seppe staccarsi da me; il suo più gran piacere era starsi meco; e i diversi affari nei quali ci trovammo insieme, non fecero che stringere i nodi della nostra amicizia; egli mi rispettava come padre, io l’amava non altrimenti che figliuolo».[271]Nil patrium, nisi nomen, habet Romanus alumnus: Sanguinis altricem nunc pudet esse lupam.Properzio,iv. 1.[272]Combustos, quia philosophiæ scripta essent.Plinio,Nat. hist.,xiii. 13.[273]Poeticæ artis honos non erat; si quis in ea re studebat, aut se se ad convivia applicabat, is grassator vocabatur.Catoneap. A. Gellio.[274]PlutarcoinCatone. Marco Tullio notò, in un discorso di Scipione, la via di mezzo che tenevano allora i Romani; illuminati e insieme osservatori degli antichi costumi, non volevano parere ignoranti, nè troppo istrutti in letteratura:Quamobrem peto a vobis, ut me sic audiatis, neque ut omnino expertem græcarum rerum, neque ut eas nostris... anteponentem; sed ut unum e togatis, patris diligentia non illiberaliter institutum, studioseque discendi a pueritia incensum, usu tamen et domesticis præceptis multo magis eruditum quam litteris.De repub.,i. 22.[275]Macrobio, che riferisce quest’invettiva, cita nel medesimo capitolo tre bei danzatori della fine di questo secolo: erano Gabinio consolare, Cejo cavaliere, e Licinio Crasso, quello che perì col padre sotto i colpi dei Parti. Il gusto della danza non fece che accrescersi col tempo.[276]...Tenax ne pater ejus est?—Immo ædepol pertinax:Quin etiam, ut magis noscas, genio suo ubi quando sacrificat,Ad rem divinam quibus est opus, samiis vasis utitur.Captiv.,ii. 2.[277]Nunc, quoque venias, plus plaustrorum in ædibusVideas, quam ruri quando ad villam veneris.Aulul.,iii. 5.[278]Ubi res prolatæ sunt, quum rus homines eunt,Simul prolatæ res sunt nostris dentibus...Dum ruri rurant homines quos liguriant,Prolatis rebus, parasiti venaticiSumus: quando rure redierunt, molossici.Captiv., i. 1.[279]Aulul.,iii. 5.[280]Dotatæ mactant et malo et damno viros.Aulul.,iii, 5.Dotibus deliniti, ultro etiam uxoribus ancillantur.Turpilio.[281]Ut apud lenones rivales filiis fierent patres.Bacch., in fine.I costoro artifizj sono descritti nell’atto I, scena 1 delTruculentus.[282]QuippeUt semel adveniunt ad scorta congerrones...Unus eorum aliquis osculum amicæ usque oggerit,Dum illi agunt quod agunt, sunt cæteri cleptæ.Trucul.,i. 2.Ovidio, nell’Arte,iii. 441, ammonisce le donne di guardarsi da costoro, che fanno da galante per amore delle loro gioje.Fin d’allora si molestavano i passeggieri alle dogane, e dissuggellavansi le lettere ai confini:Rogitas quo ego eam, quam rem agam, quid negotii geram, Quid petam, quid feram, quid foris egerim? Portitorem domum duxi; ita omnem mihi Rem necesse loqui est, quicquid egi atque ago.Menæch.,i. 2.Jam si obsignatas non feret, dici hoc potest, Apud portitorem eas resignatas sibi Inspectasque esse.Trinum.,iii. 3. 64.[283]Quasi in choro pila ludens,Datatim dat se se, et communem faciet;Alium tenet, alii nutat, alibi manusEst occupata, alii pervellit pedem,Alii dat annulum spectandum, a labrisAlium invocat, cum alio cantat, et tamenAlii dat digito literas.[284]Verba dare ut caute possint, pugnare dolose,Blanditia certare, bonum simulare virum se,Insidias facere, ut si hostes sint in omnibus omnes.[285]Sæva canent, obscæna canent, fœdosque hymenæos,Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæ.Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olimVirginei, famæque juvat meminisse prioris.Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæ,Sub titulo prostant, et queis genus ab Jove summoRes hominum supra erectæ, et nullius egenteEsse merens vili sancto se corpore fœdant.[286]Docentur præstigias inhonestas, eunt in ludum histrionum, in ludum saltatorium inter cinædos virgines.Ap.Macrobio,ii. 10.[287]Plutarco, inCatone.[288]Fato Metelli Romæ fiunt consules.Dabunt malum Metelli Nævio poetæ.Metellusvolea dire facchino.[289]Mortaleis immortaleis flere si foret fas,Flerent divæ Camenæ Nævium poetam.Itaque postquam est orcino traditus thesauroOblitei sunt Romæ loquier latina lingua.Ap.Gellio,i. 24.[290]Varrone,De lingua lat.,iv. 45.[291]Tito Livio,xxi. 27;xxii. 4.[292]Valerio Mass.ii. 10;iii. 8;iv. 1. 3;viii. 1.[293]Lo stesso,iii. 7. 6;viii. 15.[294]Varrone descrive le pompe bacchiche a Lavinio, dove l’osceno Fallo era portato in giro sopra un carretto, e la più casta matrona lo incoronava. Ap.Sant’Agostino,De civ. Dei,vii. 21.[295]Cicerone,De amicitia.[296]Ego Deûm genus esse semper dixi et dicam cœlitum,Sed eos non curare opinor quod agat humanum genus.Ap.Cicer.De divin.ii. 5.[297]Patria est ubicumque est bene.Pacuvio, ap.Cic.Tuscul.,v. 37.[298]Haud docti dictis certantes, sed male dictisMiscent inter se se inimicitias agitantes.Ennio.[299]Orazio per lodare l’antico Romano (Ep.ii, 1. 105) canta:Romæ dulce diu fuitCautos nominibus certis expendere nummos,Majores audire, minori dicere per quæCrescere res posset.[300]Luxum si quod est, hac cantione sanum fiet. Harundinem prende.... incipe cantare in malo: S. F. motas væta daries dardaries astutaries, die una paries usque dum coeant...; vel hoc modo:Huat hanat huat ista pista sista domiabo domnaustra et luxato..; vel hoc modo:Huat huat huat ista sis tar sis ardanuabon domnaustra(S. F. vuol direSanctos fracta). De re rustica, cap. 160.[301]Θαυμαστὸν ἄνδρα καὶ θεῖον εἰπεῖν ἐτόλμησε πρὸς δόξαν, ὃς ἀπολείπει πλέον ἐν τοῖς λόγοις ὅ ρποσέθηκεν οὖ παρέλαϐεν.Plutarco, cap. 21.[302]De oratore, n. 17. In Plutarco la vita di Catone rappresenta il confine tra l’antico vivere italiano e il nuovo alla forestiera. Ai prudenti non isfugga che sorta di virtù siano quelle che si raccomandano ai giovanetti colla lettura di Plutarco.[303]Imperatorum nomina annalibus detraxit.Plinio,viii. 5.—Duces non nominavit, sed sine nominibus res notavit.Corn. Nepote, inCatone.[304]A. Gellio,xi. 48.[305]Frontone,ad L. Verum epist.ii.[306]A sole exoriente supra Meoti paludes Nemo est qui factis me æquiparare queat.Ap.Cicer. Tuscul.,v. 17.[307]Quin ubi se a vulgo et scena in secreta remorantVirtus Scipiadæ et mitis sapientia LæliNugari cum illo(Lucilio)et discincti ludere, donecDecoqueretur olus, soliti.Orazio, Sat.ii. 1.[308]Aurum atque ambitio specimen virtutis utrique est:Quantum habeas, tanti ipsi sies, tantique habueris.Lucilio, Fragm.[309]Ecco il carme, con cui si evocavano da una città gli Dei:Si deus, si dea est, cui populus civitasque carthaginensis est in tutela, teque maxime, ille qui urbis hujus populique tutelam recepisti, precor venerorque, veniamque a vobis peto, ut vos populum civitatemque carthaginensem deseratis, loca, templa, sacra, urbemque eorum relinquatis, absque his abeatis, eique populo civitatique metum, formidinem, oblivionem injiciatis; proditique Romam, ad me meosque veniatis, nostraque vobis loca, templa, sacra, urbs acceptior probatiorque sit, mihique populoque romano, militibusque meis præpositi sitis, ut sciamus intelligamusque. Si ita feceritis, voveo vobis templa ludosque facturum.Macrobio,Saturn.,iii. 9.—Cf.Plinio,Nat. hist.,xxviii. 4;Servio,ad Æn.ii, 344.

Edwards pretese riconoscere ancora in Italia il tipo delle due stirpi gallica e cimra: quelli, testa lunga, profilo sporgente, fronte alta e sviluppata, mento prominente, naso aquilino; questi, faccia piatta e corta, pomelle larghe, naso rincagnato, poco sporgente. I moderni ripudiano la dottrina di Thierry, e fanno consanguinei i Cimri e i Galli.[195]Saluberrimos colles, flumen opportunum, quo ex mediterraneis locis fruges devehantur, quo maritimi commeatus accipiantur; mare vicinum ad commoditates, non expositum nimia propinquitate ad pericula classium externarum; regionum Italiæ medium, ad incrementum urbis natum unice locum.Livio, v. 54.[196]Quand’anche una finzione legale potesse mai tramutare in giustizia l’iniquità, nel caso presente mancava sin l’apparenza a favore de’ Romani. Fra questi e i Sanniti vigeva lojus exulandi; onde Postumio, estradetto dalla patria sua, poteva acquistare la cittadinanza presso quegli altri.[197]Livio,x.42.[198]Valerio Massimo,vi, 3, 2.[199]Che tutte le pesti ricordate a Roma fossero epidemie, fino a quella di Lucio Vero neliisecolo dopo Cristo, è sostenuto da Heyne,Opusc.iii.[200]Al Pireo si trovò, non è guari, un decreto, per cui stabilivasi mandare ad Adria una colonia sotto Milziade, successore dell’omonimo vincitor di Maratona, circa l’olimpiadecxiii; e ciò per avere emporj di frumento e formare barriera a’ Tirreni.Bullettino di corrispondenza archeologica, 1836, pag. 135.VediSainte-Croix,Raoul-Rochette,Heyne,Prolusiones XV de civitatum græcarum per Magnam Græciam et Siciliam institutis et legibusnel vol.iide’ suoiOpuscula academica, Gottinga 1787. Al vii vol. dell’Heeren, traduzione francese, è soggiunta la bibliografia compiuta delle colonie.Metaponte, par le duc deLuynesetF. J. Debaco; Parigi, 1833, in fol., non è una compiuta monografia, ma un’elegante esposizione delle antichità di quel luogo in disegno e scrittura.Domen. Marincola Pistoja,Delle cose di Sibari. Napoli 1845.[201]Il nome di Magna Grecia non ricorre in Erodoto nè in Tucidide, ma primamente in Polibio, lib.ii. c. 12. Strabone lo attribuisce all’esservisi i Greci molto allargati; Festo e Servio (ad Æn., i. 573) alle molte città greche fondate in quel paese; altri ad altro; Delisle, d’Anville, Micali, all’essere più estesa che non la Grecia propria; taluni ne fanno onore alla filosofia di Pitagora, colà nata e diffusa; altri all’aver precorso la Grecia orientale in civiltà e filosofia. Quel nome complessivo pare durasse fino allo scorcio del iii secolo di Roma, quando ciascuna contrada si denominò dal popolo che la occupava.Neppure si conviene sull’estensione indicata da questo nome; e Sinesio vescovo del v secolo (ep. ad Pœonium) lo dice accomunato a tutti i paesi ove si praticavano gli arcani riti pitagorici. Suole dividersi in otto regioni: Locrese, Caulonite, Scilletica, Crotoniate, Sibaritica, Eracleese, Metapontina, Tarantina; sicchè in digrosso abbracciava l’Apulia, la Lucania, il Bruzio.Cronologia delle colonie greche in Italia.1300, o 1050, Cuma, fondata dai Calcidesi d’Eubea: generò Napoli e Zancle, dalla quale derivarono Iméra e Mile.1260, o 900, Metaponto posta dai Pilj reduci da Troja, poi ripopolata d’Achei e Sibariti.756Nasso, dai Calcidesi.753Crotone, dagli Achei.750Leontini, dai Nassani, e poco dopo Catania.732Siracusa, dai Corintj; donde Acra, Casmena, Camarina.725Sibari, dagli Achei: nel 444 le succede Turio.723Reggio, ripopolata da Messenj.707Taranto, ripopolata da Lacedemoni.683Locri, fondata dai Locresi Ozolj. Dicono vi precedesse un’altra loro colonia nel 757.667Zancle, ripopolata da Messenj, e detta Messina.645Selinunte, posta dai Megaresi.605Gela, dai Rodj.582Agrigento, dai Gelani.536Elea o Velia, dai Focesi.510Posidonia, dai Sibariti.444Turio, dagli Ateniesi.433Eraclea di Lucania, dai Tarantini.[202]Strabone, lib.vi.[203]Ode 6 del lib.ii.[204]Dionigi, lib.xii. 9;Strabone, lib.vi.[205]Laerzio e Giamblico danno il primo numero; l’altro Valerio Massimo, lib.viii. Vedi anche Tito Livio, lib.iv.[206]Strabone, lib.v.[207]Vedi la l. cit. nelTimeodi Platone, ed in Plutarco.Su Pitagora, e sul governo de’ Pitagorici, si paragoninoHeyne,Opusc. acad., tom.ii;Meiners,Gesch. der Wissenschaft in Gr. undecc.,i. 401, 464, 469;Mueller,Dorici,ii. p. 178:Welbker,Proleg. ad Theogn.p.xlii; ma principalmenteKrische,De societatiis a Pythagora in urbe Crotone conditæ scopo politico, Gottinga 1830;Terpstre,De sodalitii pythagoræi origine, conditione, consilio, Utrecht, 1824;Cramer,De Pythagora, quomodo educaverit et instituerit, Stralsunda, 1833.[208]Ἀληθεύειν καὶ εὐεργετεῖν.Eliano,Variæ historiæ,xii. 59. Εὐεργεσία καὶ ἀλήθεια.Longino,Del sublime.[209]Giamblico,Protrept.21;Suida, in Πυθάγορας. La dottrina pitagorica si raccoglie principalmente da Filolao di Crotone.[210]Ap.Platone,Della repubblica, lib.iii.[211]Diogene Laerzio, lib.viii[212]«Nulla esiste; esistesse anche, è impossibile conoscerlo». Tale era il suo teorema, e lo provava così: «Se esiste qualche cosa, essa è l’essereo ilnon essere, o le due cose insieme. Il non essere non è possibile perchè non può esser nato, nè non esser nato, nè esser uno nè multiplo. Ciò poi che è, non è possibile che sia essere e non essere; imperocchè se questi fossero nel medesimo tempo, quanto all’esistenza sarebbero una cosa sola; ma se una sola cosa fossero, l’essere sarebbe il non essere. Siccome però il non essere non è, neppure l’essere sarebbe. Se poi tutti e due fossero la medesima cosa, non sarebbero due cose, ma una sola». Eppure Platone credette dover confutare questa argomentazione ne’ suoi dialoghi; segno che allora non parea frivola e ridicola, quanto oggi la giudichiamo.[213]Anche nelle XII Tavole il principio eraDeos caste adeunto; e Giustiniano mise a capo del suo codiceDe summa Trinitate et fide catholica.[214]Questa clausola fu introdotta posteriormente.Diodoro Siculo, lib.xii.[215]Esempio di piena e meravigliosa concisione potrebb’essere questo: χρὴ δὲ ἐμμένειν τοῖς εἰρημένοις, τὸν δὲ παραβαίνοντα ἕνοχον τῇ πολιτικῇ ἀρᾷ. VediDiodoro, lib.xii. 11 e seg.;Stobeo,Serm.xliv;Aristotele,Politic., lib.ii. 9.[216]VediBentlejo,Opusc., pag. 340;Heyne,Opusc. acad., tom.ii, p. 273;Sainte-Croix,Sur la législation de la grande Grècenegli atti dell’Accademia delle Iscrizioni, lib.xlii;Richter,De veteribus legum latoribus, Lipsia 1791.—Nitzol,De historia Homeri, negò che Zaleuco sia il più antico legislatore; ma lo confutò Müller nel giornale di Gottinga 1831, pag. 292.Eliano riferisce una sua legge:—Se un malato, senz’ordine del medico, beva vino, quantunque guarisca, sia condannato a morte». Pastoret s’affatica invano a cercar la ragione di sì pazzo ordine; ma Eliano, come spesso, s’inganna, giacchè Ateneo, da cui esso la trae, dice: εἵ τις ἃκρατον ἐπίῃ, μὴ προστάξαντος ἱατροῦ, θεραπείας ἒνεκα, θάνατος ἦν ἡ ζεμία.Se alcuno beva vino senz’ordine del medico per ragion di salute, sia reo di morte.[217]Mangiatori di loto; ilrhamnus lotusdi Linneo, del cui frutto gli Africani si nutrono anche oggi, e ne preparano un vino o idromele, che regge pochi giorni.[218]Diodoro attribuirebbe questa migrazione verso occidente a un’eruzione dell’Etna. È notevole che Omero non fa verun cenno di questo vulcano, così acconcio a fantasie poetiche. Tucidide riferisce che ricordavansi tre eruzioni di esso, ai tempi di Pitagora, di Gerone, e a’ suoi. Di due sotto ai Dionisj ci è testimonio Platone, che fu invitato ad osservarne i fenomeni. Ne ricorsero spesso sotto la dominazione romana, e particolarmente nel 662 di Roma, e due volte durante le guerre civili; poi negli anni di Cristo 225, 420, 812, 1163, 1285, 1329, 1333, 1408, 1444, 1446, 1447, 1536, 1603, 1607, 1610, 1614, 1619, 1634, 1669, 1682, 1688, 1689, 1702, 1766, 1781, 1819, a tacere le recenti.[219]Brunet de Presle,Recherches sur les établissements des Grecs en Sicile, Parigi 1845.[220]Eliano, ii.4;Ateneo, xiii.8. È apocrifa la raccolta di lettere di Falaride, che sino dal 1491 comparvero tradotte in italiano a Firenze da Bartolomeo Fonti, poi da Francesco Accolti d’Arezzo. Dodwel e Bentley disputarono intorno all’età di Falaride, senza accertarla.[221]Timeo, ap.Diodoro, lib.xiii.[222]Gellia era piccino e smilzo, e mandato ambasciatore a Centuripe (Centorbi), vi fu accolto a risate. Senza scomporsi egli disse:—«Agrigento ha persone belle e appariscenti, ma le manda alle città illustri e civili; alle piccole e scortesi ne manda di pari a me». Anche l’abate Galiani, quando fu presentato alla Corte di Francia come addetto all’ambasciatore di Napoli, piccolo e gobbo come era eccitò l’ilarità dei cortigiani; ond’egli, inchinandosi al re, esclamò:Sire, vous voyez un échantillon d’ambassadeur. Si rise, e i Francesi danno ragione e benevolenza a chi li fa ridere.[223]Diodoro, xi.72.[224]Polibio, lib.xii. 22.[225]Più tardi un tremuoto l’abbattè, Cesare riedificolla, Federico Barbarossa l’incenerì; rialzata, sofferse replicati assalti dai Turchi verso il 1593, e nuovi tremuoti, dai quali adesso si rifà.[226]La costituzione che egli voleva foggiare sulle idee di Platone, importava un re che vegliasse sulla religione e sullo splendore dello Stato, quasi un gran sacerdote. A tal carattere sacro ripugnavano il diritto di morte e d’esilio, che perciò restavano a trentacinque custodi della legge, i quali, per deliberare della vita de’ cittadini, doveano aggiungersi i più giusti fra i magistrati usciti di fresco di carica. I trentacinque col senato e il popolo decideano della pace e della guerra. Tanto è riferito nella viii delle lettere di Platone. Queste sanno d’apocrifo, pure sono certamente vicine al suo tempo, e scritte da persona informata. A Dionigi doveva alludere Platone nelivDelle leggi, ove scrive che «per ordinare nuova forma di governo nessuno val meglio d’un tiranno che sia giovine, di salda memoria, bramoso di sapere, coraggioso, animato da sentimenti nobili, e cui la buona fortuna avvicini un uomo conoscente della scienza delle leggi. Felice la repubblica retta da principe assoluto, consigliato da buon legislatore!».Il tedesco Arnold scrisse la storia di Siracusa fino a Dionigi. Si trova pure nella quarta parte dellaStoria grecadi Mitford, ove Dionigi I è purgato dalle esagerate imputazioni degli scrittori originali.[227]Cicerone dice che la decima del frumento di Sicilia rendeva ai Romani per nove milioni di sesterzj, a tre sesterzj comprandosi il moggio: dunque trenta milioni di moggia, ossia quattrocento cinque milioni di libbre a peso di marco, traevansi da quel terzo della Sicilia ch’era sottoposto alla decima.Dureau de la Malle,Économie politique des Romains, tom.ii. p. 376.Oggi, che la coltura n’è tanto negletta, calcolano si asporti dalla Sicilia per nove milioni in agrumi, due in olio, oltre la soda e il tonno marinato e i solfi, suo oro.[228]Teofrasto,iv. 17;Plinio,xii.v.[229]Diodoro accenna Dori ed Eolici, i quali sicilianizzavano.[230]Suida,Lexicon ad vocem.[231]NelBusiridedescriveva Ercole vorace:—Se lo vedi macinare a due palmenti, e trangugiare ingordo, ti fa ribrezzo. Le fauci di dentro gli borbogliano, le mascelle cigolano, i denti molari stridono, i canini strepitano, le narici fischiano sibilando, e le orecchie ciondolando si movono». Ap.Ateneo,Deipnosofistes,x. c.i. Così dipinge il parassito:—Mi basta un cenno per correre ad un convito, nè cenno aspetto per presentami dove si fa nozze. Comincio dir facezie, e movo a festa e a giuoco: sciorino lodi spiatellate a colui che mette tavola, e a chi gli contraddice tratto da nemico e svillaneggio: e ben bevuto e meglio mangiato, me ne vo. Non ho ragazzo che mi scorga per la via con la lanterna; e soletto nel bujo, barcollando ad ogni passo, m’affretto verso casa. Se m’imbatto nella ronda, giuro di non aver fatto nulla di male; oppure essi mi caricano di mazzate. Fiaccato dalle busse, arrivo a casa e mi sdrajo s’una pelle, e non sento il dolore finchè la forza del vino mi grava l’anima e la mente».Ivivi. c. 28.[232]Vedi il suo elogio scritto dallo Scinà.[233]Dell’ode, ove Orazio introduce a parlare Archita già morto, non saprei dar ragione se non supponendola tradotta o imitata dal greco. I primi versiTe maris et terræ,numeroque carentis arenæMensorem cohibent, Archita,io penso non alludano ad operazioni geometriche da lui fatte, ma a qualche soluzione ingegnosa ch’egli abbia trovato dell’arenaria, su cui si esercitò anche Archimede, come or ora diremo.[234]Lo narra Ateneo (v. 10); ma Montucla lo rigetta tra le favole.[235]Il numero calcolato nell’arenariadi Archimede oggi si scriverebbe colla cifra 64, seguita da sessantun zeri. Questo parmi basti a confutare chi pretese (come l’insigne Charles negliEclaircissements sur le traitéDe numero arenæ) che i Greci conoscessero il sistema numerico indiano, ove le cifre acquistano un valore di posizione. Taluno credette trovarvi la prima idea dei logaritmi. Teone d’Alessandria nelCommentofa merito ad Archimede d’avere, nellaCatoptrica, scoperto la rifrazione, per cui i raggi passando pel fluido, fanno all’occhio un angolo più grande. Ideler, nel commento sullaMeteorologiad’Aristotele, radunò i passi relativi allaCatoptricad’Archimede. Che questi s’occupasse di analisi indeterminata può indicarlo il problema in versi, scoperto da Lessing, e stampato nel giornaleZur Geschichte und Litteratur, Brunswick 1773. Ma che già prima i Pitagorici istituissero ricerche sui triangoli rettangoli aritmetici, l’attesta Proclo sulla proposizione 47ª del libro i d’Euclide. La formola di cui valeansi per formare un’infinità di triangoli siffatti, può esprimersi algebricamente:Delambre pretende che nè Archimede nè Euclide avessero idea della trigonometria rettilinea, nè della sferica. Vedasi la sua memoria in fondo alla traduzione francese di Peyrard delle opere di Archimede. Parigi 1808.[236]Da ubi consistam, et cœlum terramque movebo. Se è suo questo motto prestatogli da Pappo, e’ non si fece carico del vette. Ora, per ismuovere, non che il cielo, la terra, si richiede una leva tale, che, quando Archimede avesse potuto correre colla velocità d’una locomotiva a vapore, cioè quarantotto miglia l’ora, gli sarebbero stati necessarj quarantacinque bilioni d’anni per sollevare d’appena un pollice la terra. VediNeil-Arnott,Mécanique des solides, pag. 155.[237]Degli specchi ustorj d’Archimede nessuna menzione fanno Polibio, Livio, Plutarco; ma solo Zonara e Tzetze, storici del Basso Impero, che alludono a passi perduti di Dione e Diodoro Siculo.Se possa farsi uno specchio tale da incendiar una nave, fu discusso gravemente dagli scienziati. Parve risolvere la questione Buffon coll’esperienza, costruendo uno specchio formato di censessantotto specchietti, mobili in ogni senso, e curvati in modo da presentare una superficie convessa, talchè, come in una lente, tutti i raggi del sole vi fossero riflessi verso un unico objetto. Con questo s’incendiò una tavola grossa di abete alla distanza di cencinquanta piedi, essendo il 10 aprile, un’ora dopo mezzogiorno. Si aumentarono gli specchietti fino a ducenventiquattro, ed alla distanza di quarantacinque piedi vennero fusi de’ vasi d’argento in otto minuti. Alla distanza di ducento piedi si fece passar un bue, che cadde colpito.Sopra tale costruzione, Monge avvertì la difficoltà di dover ad ogni istante cambiare la inclinazione degli specchi, atteso il moversi del sole, mentre non meno di mezz’ora si richiederebbe per infocare una nave. Quando Buffon diede questa spiegazione dello specchio d’Archimede, non si conosceva un passo di Isidoro da Mileto, che al tempo di Giustiniano scrisse περὶ παραδόξων μηχανημάτων. In uno dei quattro problemi che ci avanzano di quest’opera, egli si propone di costruire una macchina capace di accendere coi raggi del sole una materia combustibile fuori della portata del tiro. Trovando impossibile il conseguir ciò cogli specchi concavi, dimostra che Archimede potè ardere i vascelli di Marcello mediante l’unione di molti specchi piani esagoni. Il passo cui alludo, fu pubblicato da Dupuy neiMém. de l’Académie, ecc. vol.xlii. Parigi 1774.Peyrard, che tradusse Archimede, diede una nuova costruzione ingegnosa, la quale nel 1807 fu approvata dall’Istituto, calcolando che con cinquecentonovanta specchi da cinquanta centimetri di lato si potrebbe ridurre in cenere una flotta distante un quarto di lega. Ma dimostrato possibile il fatto, chi crederà che le navi romane stessero nell’immobilità necessaria perchè il fuoco s’attaccasse?[238]Che pure lo disprezzava, con romanesca superbia dicendo:Humilem homunculum a pulvere et radio excitabo. Tusc. v. 33.[239]Spesso ricorrono fra gli antichi queste armi parlanti: Agrigento mettea sulle sue monete il granchio,acragasin greco; Ancona un gomito, che in greco dicesiancon; Turio, un toro, alludendo all’aggettivotouriosimpetuoso, o al tauro. Più spesso ciò incontra pei nomi de’ triumviri monetarj, nomi che metteansi sulle monete battute sotto la loro direzione: così un toro su quelle di Thorio Balbo; un martello su quelle di Publicio Malleolo; un fiore per Manlio Aquinio Floro; un Giove Ammone cornuto per Quinto Cornificio; il pesce della porpora per Furio Purpureo; le sette stelle dei trioni per Lucrezio Trione; una musa per Pomponio Musa; un Saturno per Sestio Saturnino.Vedansi:Paruta,Sicilia numismatica.Pisani,Memorie sulle opere di scultura in Selinunte ultimamente scoperte.Principe di Biscari,Viaggi per le antichità della Sicilia.Martelli,Le antichità dei Siculi.Serradifalco,Le antichità della Sicilia.Capodieci,Antichi monumenti di Siracusa.HittorffeZanth,Architecture antique de la Sicile.HarriseSantangeli,Sculptured Metopes discovered amongst the ruins of the temples of the ancient city of Selinus. Harris, nell’esplorare quelle ruine, contrasse una malattia che il portò a morte giovanissimo.[240]Ausonio,Nob. urbes, vers. 97. E Virgilio,Æn.iii. 692:Sicanio prætenta sinu jacet insula contraPlemmyrium undosum: nomen dixere prioresOrtygiam, Alpheum fama est huc Elidis amnemOccultas egisse vias subter mare, qui nuncOre, Arethusa, tuo siculis confunditur undis.E Cicerone:In hac insula extrema Ortygia est fons aquæ dulcis, cui nomem Arethusa est, incredibili magnitudine, plenissimus piscium, qui fluctibus totus operiretur, nisi munimine ac mole lapidum a mari disjunctus esset.[241]Naturæ historia,iii. 9.[242]Chiamavansilatrones, parola che acquistò trista significazione, come avvenne del nostromasnadiere.[243]Hist., lib.x. Si confronti conDiodoro,xx. 104.[244]PlutarcoinPirro. Ad altra conchiusione arrivava uno di que’ semplici filosofi, che si chiamano santi. Filippo Neri andò incontro ad un prete che veniva a Roma per mettersi in prelatura, e che coll’enfasi della speranza gli narrava che potrebbe diventar cameriere, poi segretario, poi protonotaro....—E poi?» chiedeva il santo—E poi potrò entrar monsignore—E poi?—E poi il cappello verde potrà mutarsi in rosso—E poi?—E poi, de’ casi se ne sono veduti tanti, e quel che riesce ad uno può riuscire anche ad un altro—Volete dire la tiara, eh? Ma e poi?» instava il santo; ed esitando l’altro a rispondere, gli soggiungeva:—E poi morire».[245]Cicerone,Tuscul.iv. 2.[246]Eliano,Variæ hist.,i. 38, dice che, per ispaventare gli elefanti, presentarono loro de’ majali. I narratori di questi fatti perirono, non restandoci che gli argomenti delle decadi di Livio, e qualche estratto di Dionigi, Diodoro, Appiano, oltre le vite di Plutarco.[247]Tito Livio,xxxviii. 28.[248]Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, conquistano la Sardegna, e Asdrubale vi muore dopo stato generale undici volte; Amilcare si uccide dopo vinto da Gelone. Da Amilcare nacquero Imilcone che gli succedette nel comando dell’esercito in Sicilia, Annone e Giscone. Da Asdrubale nacquero Annibale, Asdrubale, Saffo, generali fortunati contro Nùmidi e Mauritani.[249]Ignoti agli storici romani, ce li conservò Polibio greco. Il capo Bello o Buono (τῷ καλῷ ἀκροτηρίῳ) è il promontoriumHermœumal nord di Cartagine. Τὸ προκείμενον αυτῆς τῆς Καρκήδονος ὠς ρπὸς τὰς άρκτους, dice Polibio. S’ingiunge dunque ai Romani di non navigare lungo la costa del territorio cartaginese, verso la piccola Sirte, ov’erano le città e i distretti più fertili di Cartagine.Per questi fatti principale autorità è questo Polibio, di cui abbiamo il racconto fino al 216, e frammenti sino al 165 av. Cristo. Livio e Appiano calcano le orme di lui. Si riferiscono a questi tempi le vite di Fabio Massimo, Paolo Emilio, Marcello, Catone, Flaminio, scritte da Plutarco. Quella d’Annibale, attribuita a Cornelio Nepote, parmi nulla più che compilazione retorica.[250]Diodoro,xxii;Polibio,i.[251]Zonara, scrittore dei bassi tempi, ci conservò memoria di tale congiura di quattromila Sanniti (viii. 11).[252]Se alcune nebbie osiamo spargere s’un nome che da fanciulli s’impara a venerare, si vorrà noverarci tra quelli che dubitano della virtù perchè non la credono? I libri di Livio, in cui avrebbe dovuto esser narrato l’eroismo di Regolo, perirono; Polibio non ne fa cenno; Dione Cassio lo dà come una tradizione, che Silio Italico abbellisce o gonfia colla sua poesia. In Diodoro Siculo, narratore così circostanziato e spesso esatto, manca il libro xxiii ove il fatto dovea trovar luogo; ma due frammenti di quello possono smentirlo. Nel primo narra la sconfitta di Regolo, imputandone affatto l’arroganza di esso, che compromise gl’interessi della patria quando poteva di decorosa pace giovarla: «Nè della calamità la minor parte cadde sull’autore di tanti mali; giacchè la gloria che erasi dapprima acquistata, offuscò coll’ignominia maggiore che gliene venne; e coll’infelicità sua valse ad ammaestrare altrui che nelle prospere vicende non insolentiscano». Diodoro con nessuna parola disacerba il rimprovero; anzi in un altro frammento divisa gli orribili trattamenti che la moglie di Regolo fece ai prigionieri a lei abbandonati: «Non sapendosi dar pace del morto marito, i figliuoli indusse a infierire contro i prigionieri. Serrati in angustissimo camerotto, trovaronsi obbligati a stare aggomitolati come bestie, indi per cinque giorni privati d’ogni alimento, Bodostare per tristezza e fame morì; Amilcare di grand’animo andava sostenendosi, e spesso con pianti pregando la donna, le narrava la cura che avea preso del marito di lei; ma non potè piegarne il cuore ad alcun sentimento umano, a tal che la spietata donna tenne ivi per cinque giorni chiuso con esso il cadavere di Bodostare, e ad Amilcare dava quanto cibo bastasse a tenere in lui vivo il senso delle sue calamità. Amilcare, vedendo perduta ogni speranza che le sue preghiere avessero effetto, incominciò a scongiurar Giove ospitale e gli Dei che hanno in cura le umane cose, e a gridare d’esser troppo punito della buona opera che avea fatto. Nè però in sì tormentoso stato morì, fosse misericordia degli Dei, fosse la sua buona fortuna che infine gli recasse non isperato sostegno. Già agli estremi, tanto per l’orrendo lezzo del cadavere, quanto per le altre miserie, alcuni servi della casa raccontano il fatto a persone estranee, che indignate di tanta crudeltà, il denunziano a’ tribuni. Verificata la cosa, chiamati gli Attilj dai magistrati, poco mancò non fossero condannati nel capo, per avere di tanta infamia macchiato il nome romano; però di gravissima pena li minacciarono se di buona fede non avessero in appresso custoditi i prigionieri. Essi, accagionandone la madre, abbruciarono il cadavere di Bodostare, e ne spedirono le ceneri alla patria; Amilcare poco a poco refocillarono, finchè dai patimenti sofferti si riebbe».L’argomento più concludente contro quell’eroismo potrebbesi trarre dall’inutilità, se non anche peggio, del consiglio che si fa dare da Regolo. Col cambio dei prigionieri Cartagine non avrebbe ricuperato che mercenarj, de’ quali poteva rifarsi altrove con puro danaro; Roma riacquistava cittadini e veterani, che avrebbero, come quelli resi da Pirro, cancellata l’infamia con maggiori prodezze. Non poteano i prigionieri essere altrettanti Regoli, gran capitani e gran cittadini? forse che l’aver avuto le braccia incatenate avea prostrato l’animo del console? La ragione più forte che Orazio esponga, è la paura del cattivo esempio: ma non è ancora deciso che possa mandarsi a morte un uomo per dare esempio ad altri. La pace poi che Regolo sconsigliava, Roma l’accettò alcuni anni appresso, ond’egli persuadendola non avrebbe fatto che risparmiare i guasti e il sangue del tempo interposto: ma le vite non si contano nei calcoli dell’ambizione. Il far poi tante meraviglie perchè Regolo mantenne la parola giurata di ritornare, non fa troppo onore alla specie umana.Fu Palmerio il primo che, nel secolo xvi, suppose quella morte una favola della famiglia Regolo per iscusar le sevizie di essa sui prigionieri. A lungo ne discusse Halthaus,Gesch. Rom. in Zeitalter der punischen Krieg, Lipsia, 1866, e propende per l’opinione vulgata.[253]Plinio,Nat. hist.,xviii. 13.[254]Vuolsi ricordare un singolarissimo tratto di Cajo Alimento, conservatoci da A. Gellio,xvi. 4. Vi si legge che, quando levavansi truppe, i tribuni militari faceano giurare ai soldati della loro compagnia, che nè in campo nè nel contorno di dieci miglia non ruberebbero più del valore d’una moneta d’argento al giorno; setrovasseroalcun che di maggior prezzo, lo porterebbero ai capi loro: potevano però appropriarsi una lancia, la legna, il foraggio, le rape, un otre, un sacco, una fiaccola.[255]In queste cifre, date da Polibio,ii. 23. 69, convengono ad un bel circa Fabio Pittore (ap.Paolo Orosio,iv. 15), Diodoro Siculo (framm.3 del lib.xxv), e Plinio (Nat. hist.iii. 24). Si vede che contavasi solo l’Italia fino al Rubicone e a Luni, al 44 grado di latitudine, eccettuando sempre i Veneti e i Cenomani.[256]Tito Livio,iii. 3. Sì scarsa popolazione ci fa conchiudere, al contrario del Durando (Mem. dell’Accademia di Torino, tom.iv, p. 617, 1811) e di Dureau de la Malle (Mémoires de l’Académie française, tom.x, 1833), che grandissimo fosse il numero degli schiavi. Esso Durando dà alla Gallia Cisalpina in quel tempo soli quattro milioni d’abitatori, altrettanti al resto d’Italia.[257]Polibio,iii. 6;Livio,xxi. 2. 7.[258]Plinio,Nat. hist.,xxxiii. 6.[259]Plutarco,Della virtù delle donne.[260]Tito Livio e Cornelio Nepote, per far drammatico il racconto, lesero la verosimiglianza dei fatti e la prudenza del gran capitano. Quelle Alpi, che Cornelio ci dà come inaccesse, e tali che appena un uomo scarco potea passarvi, quante volte non erano state superate dai Galli per venir a saccheggiare l’Italia o a collocarvisi? Popolatissime appajono esse dal racconto medesimo, e certo i Galli servirono di guide ad Annibale pei colli impraticati.Una biblioteca intera si scrisse intorno alla marcia d’Annibale dalla Spagna in Italia; segno che i dati sono arbitrarj, quanto inutili le conseguenze. Noi, senza entrare in discussione, rimandiamo a Polibio, lib. iii. 42-56; ma neppure da lui si aspetti l’esattezza numerica, insolita agli autori antichi. Egli misura il viaggio da Cartagena a Taurino in novemila stadj: poi i viaggi parziali non riescono che di ottomila seicento.Fra altre favole, Livio racconta che Annibale ruppe le Alpi coll’aceto. Baja ridicola; pure anch’oggi nelle famose miniere dell’Hartz spaccasi la rocca coll’accendervi grandi fuochi, e quando sia ben riscaldata, gettarvi acqua: operazione che doveva esser comune prima dell’invenzione della polvere.VedasiAbbott,History of Hannibal the cartaginian, Londra 1849.[261]Polibio dà cinquanta elefanti ai Cartaginesi che assediavano Agrigento; cento alla battaglia di Rodi contro Regolo; ottanta a quella di Zama. Secondo Diodoro Siculo, Asdrubale, fondatore di Cartagena, ne avea ducento in Ispagna; cencinquanta erano alla battaglia di Tapso, ultima d’Africa ove questo animale compaja. Li traevano non dall’interna Africa, ma dal paese contiguo a Cartagine, sul piovente meridionale dell’Atlante, ove da gran tempo più non se ne incontra. Così nell’Africa meridionale in numero sterminato si trovavano al tempo che primamente fu colonizzato il capo di Buona Speranza, poi furono messi in fuga o distrutti dai coloni.[262]Lectisternium, ver sacrum.Livio,xxvii. 39.—Arriano,De bello hispanico.—Silio Italico,xv. 495.[263]Triumviri mensarii.Livio,xxiv. 18.—VediArnold,Storia romana.[264]Anzi Appiano mette dieci, fornite solo da volontarie contribuzioni: χρήματα οὐκ ἕδωκαν πλὴν εἴ τις ἤθελε τῷ Σκιπίονι κατὰ φιλίαν συμφέρειν.[265]Il fatto è riferito da Diodoro ne’ frammenti, e da Appiano; Livio ne tace, come di molti altri. Fra Catanzaro e Crotone, mostrano la Torre d’Annibale, ov’è tradizione ch’egli s’imbarcasse.[266]Τὸ τρίτον τῆς στρατιὰς Κέλτοι καὶ Λίγυες:Appiano.—Galli proprio atque insito in Romanos odio incenduntur.Livio,xxx. 33.[267]Ne fanno segno ancora i nomi di Minuciano, Antognano, Petroniano, Sillano, Gragnano, Albiano, Elio, ed altrettali di colà. I Romani dovettero spingervi gli eserciti lungo la Garfagnana, risalendo da Pisa il Serchio fra valli anguste e scoscese pendici.[268]Ille triumphata Capitolia ad alta CorinthoVictor aget currum, cæsis insignis Achivis.Eruet ille Argos, agamemnoniasque Mycenas,Ipsumque Æacidem, genus armipotentis Achillei:Ultus avos Trojæ, temerataque templa, Minervæ.Virgilio,En.vi. 836.[269]Valerio Massimo, lib.iv. cap. 4.[270]Polibio, negliEsempj di virtù e di vizj, cap. 73, così narra la sua entratura con Scipione:—La nostra corrispondenza avea principiato da ragionamenti sui libri ch’egli mi prestava. Questa unione di cuore erasi già stretta alquanto, quando i Greci chiamati a Roma furono in varie città dispersi. Allora i due figliuoli di Paolo Emilio, Fabio e Publio Scipione, richiesero istantemente al pretore ch’io potessi restare con loro, e l’ottennero. Mentr’io stava in Roma, una singolare avventura giovò assai a stringere la nostra amicizia. Un giorno, mentre Fabio andava verso il fôro, ed io e Scipione passeggiavamo in altra parte, questo giovane romano in aria amorevole e dolce, ed arrossendo alquanto, meco si dolse che, stando io a mensa col suo fratello e con lui, sempre a Fabio volgessi il discorso, non mai a lui:—Ben conosco (soggiunse) che questa vostra freddezza nasce dall’opinione in cui siete voi pure, come tutti i nostri concittadini, ch’io sia un trascurato, di nessun genio per le scienze che al presente fioriscono in Roma, perchè non mi vedono applicarmi agli esercizj del fôro, nè volgermi alla eloquenza. Ma come, caro Polibio, come potrei io farlo? Mi si dice continuamente che dalla famiglia degli Scipioni non s’aspetta già un oratore, ma un generale. Vi confesso che la vostra freddezza mi affligge.—Io restai meravigliato a un discorso, quale non mi attendeva da un giovine di diciott’anni; e—Di grazia (gli dissi) caro Scipione, non vogliate nè pensare nè dire che, se io comunemente rivolgo il discorso a vostro fratello, sia per poca stima di voi. Egli è primogenito, e perciò nelle conversazioni a lui mi volgo; e ancora perchè mi è noto che amendue avete i medesimi sentimenti. Ma io non posso non compiacermi di vedere che voi pur conoscete che a uno Scipione mal si addice l’essere infingardo. E ben si vede come i vostri sentimenti siano superiori a quei del vulgo. Quanto a me, io tutto sinceramente mi offro al vostro servizio. Se mi credete opportuno a condurvi ad un tenor di vita degno del vostro gran nome, potete di me disporre come vi aggrada. Quanto alle scienze, alle quali vi vedo inclinato, voi troverete bastevoli ajuti in quel gran numero di dotti che ogni giorno ci vengono dalla Grecia. Ma pel mestiere della guerra, di cui vorreste essere istruito, penso potere io esservi più utile d’ogni altro.—Scipione allora, le mani mie stringendo tra le sue,—E quando (disse) vedrò io quel dì felice in cui, libero da ogni altro impegno, e standomi sempre al fianco, voi potrete applicarvi interamente a formarmi lo spirito ed il cuore? Allora mi crederò degno de’ miei maggiori.—D’allora non più seppe staccarsi da me; il suo più gran piacere era starsi meco; e i diversi affari nei quali ci trovammo insieme, non fecero che stringere i nodi della nostra amicizia; egli mi rispettava come padre, io l’amava non altrimenti che figliuolo».[271]Nil patrium, nisi nomen, habet Romanus alumnus: Sanguinis altricem nunc pudet esse lupam.Properzio,iv. 1.[272]Combustos, quia philosophiæ scripta essent.Plinio,Nat. hist.,xiii. 13.[273]Poeticæ artis honos non erat; si quis in ea re studebat, aut se se ad convivia applicabat, is grassator vocabatur.Catoneap. A. Gellio.[274]PlutarcoinCatone. Marco Tullio notò, in un discorso di Scipione, la via di mezzo che tenevano allora i Romani; illuminati e insieme osservatori degli antichi costumi, non volevano parere ignoranti, nè troppo istrutti in letteratura:Quamobrem peto a vobis, ut me sic audiatis, neque ut omnino expertem græcarum rerum, neque ut eas nostris... anteponentem; sed ut unum e togatis, patris diligentia non illiberaliter institutum, studioseque discendi a pueritia incensum, usu tamen et domesticis præceptis multo magis eruditum quam litteris.De repub.,i. 22.[275]Macrobio, che riferisce quest’invettiva, cita nel medesimo capitolo tre bei danzatori della fine di questo secolo: erano Gabinio consolare, Cejo cavaliere, e Licinio Crasso, quello che perì col padre sotto i colpi dei Parti. Il gusto della danza non fece che accrescersi col tempo.[276]...Tenax ne pater ejus est?—Immo ædepol pertinax:Quin etiam, ut magis noscas, genio suo ubi quando sacrificat,Ad rem divinam quibus est opus, samiis vasis utitur.Captiv.,ii. 2.[277]Nunc, quoque venias, plus plaustrorum in ædibusVideas, quam ruri quando ad villam veneris.Aulul.,iii. 5.[278]Ubi res prolatæ sunt, quum rus homines eunt,Simul prolatæ res sunt nostris dentibus...Dum ruri rurant homines quos liguriant,Prolatis rebus, parasiti venaticiSumus: quando rure redierunt, molossici.Captiv., i. 1.[279]Aulul.,iii. 5.[280]Dotatæ mactant et malo et damno viros.Aulul.,iii, 5.Dotibus deliniti, ultro etiam uxoribus ancillantur.Turpilio.[281]Ut apud lenones rivales filiis fierent patres.Bacch., in fine.I costoro artifizj sono descritti nell’atto I, scena 1 delTruculentus.[282]QuippeUt semel adveniunt ad scorta congerrones...Unus eorum aliquis osculum amicæ usque oggerit,Dum illi agunt quod agunt, sunt cæteri cleptæ.Trucul.,i. 2.Ovidio, nell’Arte,iii. 441, ammonisce le donne di guardarsi da costoro, che fanno da galante per amore delle loro gioje.Fin d’allora si molestavano i passeggieri alle dogane, e dissuggellavansi le lettere ai confini:Rogitas quo ego eam, quam rem agam, quid negotii geram, Quid petam, quid feram, quid foris egerim? Portitorem domum duxi; ita omnem mihi Rem necesse loqui est, quicquid egi atque ago.Menæch.,i. 2.Jam si obsignatas non feret, dici hoc potest, Apud portitorem eas resignatas sibi Inspectasque esse.Trinum.,iii. 3. 64.[283]Quasi in choro pila ludens,Datatim dat se se, et communem faciet;Alium tenet, alii nutat, alibi manusEst occupata, alii pervellit pedem,Alii dat annulum spectandum, a labrisAlium invocat, cum alio cantat, et tamenAlii dat digito literas.[284]Verba dare ut caute possint, pugnare dolose,Blanditia certare, bonum simulare virum se,Insidias facere, ut si hostes sint in omnibus omnes.[285]Sæva canent, obscæna canent, fœdosque hymenæos,Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæ.Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olimVirginei, famæque juvat meminisse prioris.Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæ,Sub titulo prostant, et queis genus ab Jove summoRes hominum supra erectæ, et nullius egenteEsse merens vili sancto se corpore fœdant.[286]Docentur præstigias inhonestas, eunt in ludum histrionum, in ludum saltatorium inter cinædos virgines.Ap.Macrobio,ii. 10.[287]Plutarco, inCatone.[288]Fato Metelli Romæ fiunt consules.Dabunt malum Metelli Nævio poetæ.Metellusvolea dire facchino.[289]Mortaleis immortaleis flere si foret fas,Flerent divæ Camenæ Nævium poetam.Itaque postquam est orcino traditus thesauroOblitei sunt Romæ loquier latina lingua.Ap.Gellio,i. 24.[290]Varrone,De lingua lat.,iv. 45.[291]Tito Livio,xxi. 27;xxii. 4.[292]Valerio Mass.ii. 10;iii. 8;iv. 1. 3;viii. 1.[293]Lo stesso,iii. 7. 6;viii. 15.[294]Varrone descrive le pompe bacchiche a Lavinio, dove l’osceno Fallo era portato in giro sopra un carretto, e la più casta matrona lo incoronava. Ap.Sant’Agostino,De civ. Dei,vii. 21.[295]Cicerone,De amicitia.[296]Ego Deûm genus esse semper dixi et dicam cœlitum,Sed eos non curare opinor quod agat humanum genus.Ap.Cicer.De divin.ii. 5.[297]Patria est ubicumque est bene.Pacuvio, ap.Cic.Tuscul.,v. 37.[298]Haud docti dictis certantes, sed male dictisMiscent inter se se inimicitias agitantes.Ennio.[299]Orazio per lodare l’antico Romano (Ep.ii, 1. 105) canta:Romæ dulce diu fuitCautos nominibus certis expendere nummos,Majores audire, minori dicere per quæCrescere res posset.[300]Luxum si quod est, hac cantione sanum fiet. Harundinem prende.... incipe cantare in malo: S. F. motas væta daries dardaries astutaries, die una paries usque dum coeant...; vel hoc modo:Huat hanat huat ista pista sista domiabo domnaustra et luxato..; vel hoc modo:Huat huat huat ista sis tar sis ardanuabon domnaustra(S. F. vuol direSanctos fracta). De re rustica, cap. 160.[301]Θαυμαστὸν ἄνδρα καὶ θεῖον εἰπεῖν ἐτόλμησε πρὸς δόξαν, ὃς ἀπολείπει πλέον ἐν τοῖς λόγοις ὅ ρποσέθηκεν οὖ παρέλαϐεν.Plutarco, cap. 21.[302]De oratore, n. 17. In Plutarco la vita di Catone rappresenta il confine tra l’antico vivere italiano e il nuovo alla forestiera. Ai prudenti non isfugga che sorta di virtù siano quelle che si raccomandano ai giovanetti colla lettura di Plutarco.[303]Imperatorum nomina annalibus detraxit.Plinio,viii. 5.—Duces non nominavit, sed sine nominibus res notavit.Corn. Nepote, inCatone.[304]A. Gellio,xi. 48.[305]Frontone,ad L. Verum epist.ii.[306]A sole exoriente supra Meoti paludes Nemo est qui factis me æquiparare queat.Ap.Cicer. Tuscul.,v. 17.[307]Quin ubi se a vulgo et scena in secreta remorantVirtus Scipiadæ et mitis sapientia LæliNugari cum illo(Lucilio)et discincti ludere, donecDecoqueretur olus, soliti.Orazio, Sat.ii. 1.[308]Aurum atque ambitio specimen virtutis utrique est:Quantum habeas, tanti ipsi sies, tantique habueris.Lucilio, Fragm.[309]Ecco il carme, con cui si evocavano da una città gli Dei:Si deus, si dea est, cui populus civitasque carthaginensis est in tutela, teque maxime, ille qui urbis hujus populique tutelam recepisti, precor venerorque, veniamque a vobis peto, ut vos populum civitatemque carthaginensem deseratis, loca, templa, sacra, urbemque eorum relinquatis, absque his abeatis, eique populo civitatique metum, formidinem, oblivionem injiciatis; proditique Romam, ad me meosque veniatis, nostraque vobis loca, templa, sacra, urbs acceptior probatiorque sit, mihique populoque romano, militibusque meis præpositi sitis, ut sciamus intelligamusque. Si ita feceritis, voveo vobis templa ludosque facturum.Macrobio,Saturn.,iii. 9.—Cf.Plinio,Nat. hist.,xxviii. 4;Servio,ad Æn.ii, 344.

Edwards pretese riconoscere ancora in Italia il tipo delle due stirpi gallica e cimra: quelli, testa lunga, profilo sporgente, fronte alta e sviluppata, mento prominente, naso aquilino; questi, faccia piatta e corta, pomelle larghe, naso rincagnato, poco sporgente. I moderni ripudiano la dottrina di Thierry, e fanno consanguinei i Cimri e i Galli.

[195]Saluberrimos colles, flumen opportunum, quo ex mediterraneis locis fruges devehantur, quo maritimi commeatus accipiantur; mare vicinum ad commoditates, non expositum nimia propinquitate ad pericula classium externarum; regionum Italiæ medium, ad incrementum urbis natum unice locum.Livio, v. 54.

[196]Quand’anche una finzione legale potesse mai tramutare in giustizia l’iniquità, nel caso presente mancava sin l’apparenza a favore de’ Romani. Fra questi e i Sanniti vigeva lojus exulandi; onde Postumio, estradetto dalla patria sua, poteva acquistare la cittadinanza presso quegli altri.

[197]Livio,x.42.

[198]Valerio Massimo,vi, 3, 2.

[199]Che tutte le pesti ricordate a Roma fossero epidemie, fino a quella di Lucio Vero neliisecolo dopo Cristo, è sostenuto da Heyne,Opusc.iii.

[200]Al Pireo si trovò, non è guari, un decreto, per cui stabilivasi mandare ad Adria una colonia sotto Milziade, successore dell’omonimo vincitor di Maratona, circa l’olimpiadecxiii; e ciò per avere emporj di frumento e formare barriera a’ Tirreni.Bullettino di corrispondenza archeologica, 1836, pag. 135.

VediSainte-Croix,Raoul-Rochette,Heyne,Prolusiones XV de civitatum græcarum per Magnam Græciam et Siciliam institutis et legibusnel vol.iide’ suoiOpuscula academica, Gottinga 1787. Al vii vol. dell’Heeren, traduzione francese, è soggiunta la bibliografia compiuta delle colonie.

Metaponte, par le duc deLuynesetF. J. Debaco; Parigi, 1833, in fol., non è una compiuta monografia, ma un’elegante esposizione delle antichità di quel luogo in disegno e scrittura.

Domen. Marincola Pistoja,Delle cose di Sibari. Napoli 1845.

[201]Il nome di Magna Grecia non ricorre in Erodoto nè in Tucidide, ma primamente in Polibio, lib.ii. c. 12. Strabone lo attribuisce all’esservisi i Greci molto allargati; Festo e Servio (ad Æn., i. 573) alle molte città greche fondate in quel paese; altri ad altro; Delisle, d’Anville, Micali, all’essere più estesa che non la Grecia propria; taluni ne fanno onore alla filosofia di Pitagora, colà nata e diffusa; altri all’aver precorso la Grecia orientale in civiltà e filosofia. Quel nome complessivo pare durasse fino allo scorcio del iii secolo di Roma, quando ciascuna contrada si denominò dal popolo che la occupava.

Neppure si conviene sull’estensione indicata da questo nome; e Sinesio vescovo del v secolo (ep. ad Pœonium) lo dice accomunato a tutti i paesi ove si praticavano gli arcani riti pitagorici. Suole dividersi in otto regioni: Locrese, Caulonite, Scilletica, Crotoniate, Sibaritica, Eracleese, Metapontina, Tarantina; sicchè in digrosso abbracciava l’Apulia, la Lucania, il Bruzio.

Cronologia delle colonie greche in Italia.

1300, o 1050, Cuma, fondata dai Calcidesi d’Eubea: generò Napoli e Zancle, dalla quale derivarono Iméra e Mile.

1260, o 900, Metaponto posta dai Pilj reduci da Troja, poi ripopolata d’Achei e Sibariti.

[202]Strabone, lib.vi.

[203]Ode 6 del lib.ii.

[204]Dionigi, lib.xii. 9;Strabone, lib.vi.

[205]Laerzio e Giamblico danno il primo numero; l’altro Valerio Massimo, lib.viii. Vedi anche Tito Livio, lib.iv.

[206]Strabone, lib.v.

[207]Vedi la l. cit. nelTimeodi Platone, ed in Plutarco.

Su Pitagora, e sul governo de’ Pitagorici, si paragoninoHeyne,Opusc. acad., tom.ii;Meiners,Gesch. der Wissenschaft in Gr. undecc.,i. 401, 464, 469;Mueller,Dorici,ii. p. 178:Welbker,Proleg. ad Theogn.p.xlii; ma principalmenteKrische,De societatiis a Pythagora in urbe Crotone conditæ scopo politico, Gottinga 1830;Terpstre,De sodalitii pythagoræi origine, conditione, consilio, Utrecht, 1824;Cramer,De Pythagora, quomodo educaverit et instituerit, Stralsunda, 1833.

[208]Ἀληθεύειν καὶ εὐεργετεῖν.Eliano,Variæ historiæ,xii. 59. Εὐεργεσία καὶ ἀλήθεια.Longino,Del sublime.

[209]Giamblico,Protrept.21;Suida, in Πυθάγορας. La dottrina pitagorica si raccoglie principalmente da Filolao di Crotone.

[210]Ap.Platone,Della repubblica, lib.iii.

[211]Diogene Laerzio, lib.viii

[212]«Nulla esiste; esistesse anche, è impossibile conoscerlo». Tale era il suo teorema, e lo provava così: «Se esiste qualche cosa, essa è l’essereo ilnon essere, o le due cose insieme. Il non essere non è possibile perchè non può esser nato, nè non esser nato, nè esser uno nè multiplo. Ciò poi che è, non è possibile che sia essere e non essere; imperocchè se questi fossero nel medesimo tempo, quanto all’esistenza sarebbero una cosa sola; ma se una sola cosa fossero, l’essere sarebbe il non essere. Siccome però il non essere non è, neppure l’essere sarebbe. Se poi tutti e due fossero la medesima cosa, non sarebbero due cose, ma una sola». Eppure Platone credette dover confutare questa argomentazione ne’ suoi dialoghi; segno che allora non parea frivola e ridicola, quanto oggi la giudichiamo.

[213]Anche nelle XII Tavole il principio eraDeos caste adeunto; e Giustiniano mise a capo del suo codiceDe summa Trinitate et fide catholica.

[214]Questa clausola fu introdotta posteriormente.Diodoro Siculo, lib.xii.

[215]Esempio di piena e meravigliosa concisione potrebb’essere questo: χρὴ δὲ ἐμμένειν τοῖς εἰρημένοις, τὸν δὲ παραβαίνοντα ἕνοχον τῇ πολιτικῇ ἀρᾷ. VediDiodoro, lib.xii. 11 e seg.;Stobeo,Serm.xliv;Aristotele,Politic., lib.ii. 9.

[216]VediBentlejo,Opusc., pag. 340;Heyne,Opusc. acad., tom.ii, p. 273;Sainte-Croix,Sur la législation de la grande Grècenegli atti dell’Accademia delle Iscrizioni, lib.xlii;Richter,De veteribus legum latoribus, Lipsia 1791.—Nitzol,De historia Homeri, negò che Zaleuco sia il più antico legislatore; ma lo confutò Müller nel giornale di Gottinga 1831, pag. 292.

Eliano riferisce una sua legge:—Se un malato, senz’ordine del medico, beva vino, quantunque guarisca, sia condannato a morte». Pastoret s’affatica invano a cercar la ragione di sì pazzo ordine; ma Eliano, come spesso, s’inganna, giacchè Ateneo, da cui esso la trae, dice: εἵ τις ἃκρατον ἐπίῃ, μὴ προστάξαντος ἱατροῦ, θεραπείας ἒνεκα, θάνατος ἦν ἡ ζεμία.Se alcuno beva vino senz’ordine del medico per ragion di salute, sia reo di morte.

[217]Mangiatori di loto; ilrhamnus lotusdi Linneo, del cui frutto gli Africani si nutrono anche oggi, e ne preparano un vino o idromele, che regge pochi giorni.

[218]Diodoro attribuirebbe questa migrazione verso occidente a un’eruzione dell’Etna. È notevole che Omero non fa verun cenno di questo vulcano, così acconcio a fantasie poetiche. Tucidide riferisce che ricordavansi tre eruzioni di esso, ai tempi di Pitagora, di Gerone, e a’ suoi. Di due sotto ai Dionisj ci è testimonio Platone, che fu invitato ad osservarne i fenomeni. Ne ricorsero spesso sotto la dominazione romana, e particolarmente nel 662 di Roma, e due volte durante le guerre civili; poi negli anni di Cristo 225, 420, 812, 1163, 1285, 1329, 1333, 1408, 1444, 1446, 1447, 1536, 1603, 1607, 1610, 1614, 1619, 1634, 1669, 1682, 1688, 1689, 1702, 1766, 1781, 1819, a tacere le recenti.

[219]Brunet de Presle,Recherches sur les établissements des Grecs en Sicile, Parigi 1845.

[220]Eliano, ii.4;Ateneo, xiii.8. È apocrifa la raccolta di lettere di Falaride, che sino dal 1491 comparvero tradotte in italiano a Firenze da Bartolomeo Fonti, poi da Francesco Accolti d’Arezzo. Dodwel e Bentley disputarono intorno all’età di Falaride, senza accertarla.

[221]Timeo, ap.Diodoro, lib.xiii.

[222]Gellia era piccino e smilzo, e mandato ambasciatore a Centuripe (Centorbi), vi fu accolto a risate. Senza scomporsi egli disse:—«Agrigento ha persone belle e appariscenti, ma le manda alle città illustri e civili; alle piccole e scortesi ne manda di pari a me». Anche l’abate Galiani, quando fu presentato alla Corte di Francia come addetto all’ambasciatore di Napoli, piccolo e gobbo come era eccitò l’ilarità dei cortigiani; ond’egli, inchinandosi al re, esclamò:Sire, vous voyez un échantillon d’ambassadeur. Si rise, e i Francesi danno ragione e benevolenza a chi li fa ridere.

[223]Diodoro, xi.72.

[224]Polibio, lib.xii. 22.

[225]Più tardi un tremuoto l’abbattè, Cesare riedificolla, Federico Barbarossa l’incenerì; rialzata, sofferse replicati assalti dai Turchi verso il 1593, e nuovi tremuoti, dai quali adesso si rifà.

[226]La costituzione che egli voleva foggiare sulle idee di Platone, importava un re che vegliasse sulla religione e sullo splendore dello Stato, quasi un gran sacerdote. A tal carattere sacro ripugnavano il diritto di morte e d’esilio, che perciò restavano a trentacinque custodi della legge, i quali, per deliberare della vita de’ cittadini, doveano aggiungersi i più giusti fra i magistrati usciti di fresco di carica. I trentacinque col senato e il popolo decideano della pace e della guerra. Tanto è riferito nella viii delle lettere di Platone. Queste sanno d’apocrifo, pure sono certamente vicine al suo tempo, e scritte da persona informata. A Dionigi doveva alludere Platone nelivDelle leggi, ove scrive che «per ordinare nuova forma di governo nessuno val meglio d’un tiranno che sia giovine, di salda memoria, bramoso di sapere, coraggioso, animato da sentimenti nobili, e cui la buona fortuna avvicini un uomo conoscente della scienza delle leggi. Felice la repubblica retta da principe assoluto, consigliato da buon legislatore!».

Il tedesco Arnold scrisse la storia di Siracusa fino a Dionigi. Si trova pure nella quarta parte dellaStoria grecadi Mitford, ove Dionigi I è purgato dalle esagerate imputazioni degli scrittori originali.

[227]Cicerone dice che la decima del frumento di Sicilia rendeva ai Romani per nove milioni di sesterzj, a tre sesterzj comprandosi il moggio: dunque trenta milioni di moggia, ossia quattrocento cinque milioni di libbre a peso di marco, traevansi da quel terzo della Sicilia ch’era sottoposto alla decima.Dureau de la Malle,Économie politique des Romains, tom.ii. p. 376.

Oggi, che la coltura n’è tanto negletta, calcolano si asporti dalla Sicilia per nove milioni in agrumi, due in olio, oltre la soda e il tonno marinato e i solfi, suo oro.

[228]Teofrasto,iv. 17;Plinio,xii.v.

[229]Diodoro accenna Dori ed Eolici, i quali sicilianizzavano.

[230]Suida,Lexicon ad vocem.

[231]NelBusiridedescriveva Ercole vorace:—Se lo vedi macinare a due palmenti, e trangugiare ingordo, ti fa ribrezzo. Le fauci di dentro gli borbogliano, le mascelle cigolano, i denti molari stridono, i canini strepitano, le narici fischiano sibilando, e le orecchie ciondolando si movono». Ap.Ateneo,Deipnosofistes,x. c.i. Così dipinge il parassito:—Mi basta un cenno per correre ad un convito, nè cenno aspetto per presentami dove si fa nozze. Comincio dir facezie, e movo a festa e a giuoco: sciorino lodi spiatellate a colui che mette tavola, e a chi gli contraddice tratto da nemico e svillaneggio: e ben bevuto e meglio mangiato, me ne vo. Non ho ragazzo che mi scorga per la via con la lanterna; e soletto nel bujo, barcollando ad ogni passo, m’affretto verso casa. Se m’imbatto nella ronda, giuro di non aver fatto nulla di male; oppure essi mi caricano di mazzate. Fiaccato dalle busse, arrivo a casa e mi sdrajo s’una pelle, e non sento il dolore finchè la forza del vino mi grava l’anima e la mente».Ivivi. c. 28.

[232]Vedi il suo elogio scritto dallo Scinà.

[233]Dell’ode, ove Orazio introduce a parlare Archita già morto, non saprei dar ragione se non supponendola tradotta o imitata dal greco. I primi versi

Te maris et terræ,numeroque carentis arenæMensorem cohibent, Archita,

io penso non alludano ad operazioni geometriche da lui fatte, ma a qualche soluzione ingegnosa ch’egli abbia trovato dell’arenaria, su cui si esercitò anche Archimede, come or ora diremo.

[234]Lo narra Ateneo (v. 10); ma Montucla lo rigetta tra le favole.

[235]Il numero calcolato nell’arenariadi Archimede oggi si scriverebbe colla cifra 64, seguita da sessantun zeri. Questo parmi basti a confutare chi pretese (come l’insigne Charles negliEclaircissements sur le traitéDe numero arenæ) che i Greci conoscessero il sistema numerico indiano, ove le cifre acquistano un valore di posizione. Taluno credette trovarvi la prima idea dei logaritmi. Teone d’Alessandria nelCommentofa merito ad Archimede d’avere, nellaCatoptrica, scoperto la rifrazione, per cui i raggi passando pel fluido, fanno all’occhio un angolo più grande. Ideler, nel commento sullaMeteorologiad’Aristotele, radunò i passi relativi allaCatoptricad’Archimede. Che questi s’occupasse di analisi indeterminata può indicarlo il problema in versi, scoperto da Lessing, e stampato nel giornaleZur Geschichte und Litteratur, Brunswick 1773. Ma che già prima i Pitagorici istituissero ricerche sui triangoli rettangoli aritmetici, l’attesta Proclo sulla proposizione 47ª del libro i d’Euclide. La formola di cui valeansi per formare un’infinità di triangoli siffatti, può esprimersi algebricamente:

Delambre pretende che nè Archimede nè Euclide avessero idea della trigonometria rettilinea, nè della sferica. Vedasi la sua memoria in fondo alla traduzione francese di Peyrard delle opere di Archimede. Parigi 1808.

[236]Da ubi consistam, et cœlum terramque movebo. Se è suo questo motto prestatogli da Pappo, e’ non si fece carico del vette. Ora, per ismuovere, non che il cielo, la terra, si richiede una leva tale, che, quando Archimede avesse potuto correre colla velocità d’una locomotiva a vapore, cioè quarantotto miglia l’ora, gli sarebbero stati necessarj quarantacinque bilioni d’anni per sollevare d’appena un pollice la terra. VediNeil-Arnott,Mécanique des solides, pag. 155.

[237]Degli specchi ustorj d’Archimede nessuna menzione fanno Polibio, Livio, Plutarco; ma solo Zonara e Tzetze, storici del Basso Impero, che alludono a passi perduti di Dione e Diodoro Siculo.

Se possa farsi uno specchio tale da incendiar una nave, fu discusso gravemente dagli scienziati. Parve risolvere la questione Buffon coll’esperienza, costruendo uno specchio formato di censessantotto specchietti, mobili in ogni senso, e curvati in modo da presentare una superficie convessa, talchè, come in una lente, tutti i raggi del sole vi fossero riflessi verso un unico objetto. Con questo s’incendiò una tavola grossa di abete alla distanza di cencinquanta piedi, essendo il 10 aprile, un’ora dopo mezzogiorno. Si aumentarono gli specchietti fino a ducenventiquattro, ed alla distanza di quarantacinque piedi vennero fusi de’ vasi d’argento in otto minuti. Alla distanza di ducento piedi si fece passar un bue, che cadde colpito.

Sopra tale costruzione, Monge avvertì la difficoltà di dover ad ogni istante cambiare la inclinazione degli specchi, atteso il moversi del sole, mentre non meno di mezz’ora si richiederebbe per infocare una nave. Quando Buffon diede questa spiegazione dello specchio d’Archimede, non si conosceva un passo di Isidoro da Mileto, che al tempo di Giustiniano scrisse περὶ παραδόξων μηχανημάτων. In uno dei quattro problemi che ci avanzano di quest’opera, egli si propone di costruire una macchina capace di accendere coi raggi del sole una materia combustibile fuori della portata del tiro. Trovando impossibile il conseguir ciò cogli specchi concavi, dimostra che Archimede potè ardere i vascelli di Marcello mediante l’unione di molti specchi piani esagoni. Il passo cui alludo, fu pubblicato da Dupuy neiMém. de l’Académie, ecc. vol.xlii. Parigi 1774.

Peyrard, che tradusse Archimede, diede una nuova costruzione ingegnosa, la quale nel 1807 fu approvata dall’Istituto, calcolando che con cinquecentonovanta specchi da cinquanta centimetri di lato si potrebbe ridurre in cenere una flotta distante un quarto di lega. Ma dimostrato possibile il fatto, chi crederà che le navi romane stessero nell’immobilità necessaria perchè il fuoco s’attaccasse?

[238]Che pure lo disprezzava, con romanesca superbia dicendo:Humilem homunculum a pulvere et radio excitabo. Tusc. v. 33.

[239]Spesso ricorrono fra gli antichi queste armi parlanti: Agrigento mettea sulle sue monete il granchio,acragasin greco; Ancona un gomito, che in greco dicesiancon; Turio, un toro, alludendo all’aggettivotouriosimpetuoso, o al tauro. Più spesso ciò incontra pei nomi de’ triumviri monetarj, nomi che metteansi sulle monete battute sotto la loro direzione: così un toro su quelle di Thorio Balbo; un martello su quelle di Publicio Malleolo; un fiore per Manlio Aquinio Floro; un Giove Ammone cornuto per Quinto Cornificio; il pesce della porpora per Furio Purpureo; le sette stelle dei trioni per Lucrezio Trione; una musa per Pomponio Musa; un Saturno per Sestio Saturnino.

Vedansi:Paruta,Sicilia numismatica.

Pisani,Memorie sulle opere di scultura in Selinunte ultimamente scoperte.

Principe di Biscari,Viaggi per le antichità della Sicilia.

Martelli,Le antichità dei Siculi.

Serradifalco,Le antichità della Sicilia.

Capodieci,Antichi monumenti di Siracusa.

HittorffeZanth,Architecture antique de la Sicile.

HarriseSantangeli,Sculptured Metopes discovered amongst the ruins of the temples of the ancient city of Selinus. Harris, nell’esplorare quelle ruine, contrasse una malattia che il portò a morte giovanissimo.

[240]Ausonio,Nob. urbes, vers. 97. E Virgilio,Æn.iii. 692:

Sicanio prætenta sinu jacet insula contraPlemmyrium undosum: nomen dixere prioresOrtygiam, Alpheum fama est huc Elidis amnemOccultas egisse vias subter mare, qui nuncOre, Arethusa, tuo siculis confunditur undis.

E Cicerone:In hac insula extrema Ortygia est fons aquæ dulcis, cui nomem Arethusa est, incredibili magnitudine, plenissimus piscium, qui fluctibus totus operiretur, nisi munimine ac mole lapidum a mari disjunctus esset.

[241]Naturæ historia,iii. 9.

[242]Chiamavansilatrones, parola che acquistò trista significazione, come avvenne del nostromasnadiere.

[243]Hist., lib.x. Si confronti conDiodoro,xx. 104.

[244]PlutarcoinPirro. Ad altra conchiusione arrivava uno di que’ semplici filosofi, che si chiamano santi. Filippo Neri andò incontro ad un prete che veniva a Roma per mettersi in prelatura, e che coll’enfasi della speranza gli narrava che potrebbe diventar cameriere, poi segretario, poi protonotaro....—E poi?» chiedeva il santo—E poi potrò entrar monsignore—E poi?—E poi il cappello verde potrà mutarsi in rosso—E poi?—E poi, de’ casi se ne sono veduti tanti, e quel che riesce ad uno può riuscire anche ad un altro—Volete dire la tiara, eh? Ma e poi?» instava il santo; ed esitando l’altro a rispondere, gli soggiungeva:—E poi morire».

[245]Cicerone,Tuscul.iv. 2.

[246]Eliano,Variæ hist.,i. 38, dice che, per ispaventare gli elefanti, presentarono loro de’ majali. I narratori di questi fatti perirono, non restandoci che gli argomenti delle decadi di Livio, e qualche estratto di Dionigi, Diodoro, Appiano, oltre le vite di Plutarco.

[247]Tito Livio,xxxviii. 28.

[248]Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, conquistano la Sardegna, e Asdrubale vi muore dopo stato generale undici volte; Amilcare si uccide dopo vinto da Gelone. Da Amilcare nacquero Imilcone che gli succedette nel comando dell’esercito in Sicilia, Annone e Giscone. Da Asdrubale nacquero Annibale, Asdrubale, Saffo, generali fortunati contro Nùmidi e Mauritani.

[249]Ignoti agli storici romani, ce li conservò Polibio greco. Il capo Bello o Buono (τῷ καλῷ ἀκροτηρίῳ) è il promontoriumHermœumal nord di Cartagine. Τὸ προκείμενον αυτῆς τῆς Καρκήδονος ὠς ρπὸς τὰς άρκτους, dice Polibio. S’ingiunge dunque ai Romani di non navigare lungo la costa del territorio cartaginese, verso la piccola Sirte, ov’erano le città e i distretti più fertili di Cartagine.

Per questi fatti principale autorità è questo Polibio, di cui abbiamo il racconto fino al 216, e frammenti sino al 165 av. Cristo. Livio e Appiano calcano le orme di lui. Si riferiscono a questi tempi le vite di Fabio Massimo, Paolo Emilio, Marcello, Catone, Flaminio, scritte da Plutarco. Quella d’Annibale, attribuita a Cornelio Nepote, parmi nulla più che compilazione retorica.

[250]Diodoro,xxii;Polibio,i.

[251]Zonara, scrittore dei bassi tempi, ci conservò memoria di tale congiura di quattromila Sanniti (viii. 11).

[252]Se alcune nebbie osiamo spargere s’un nome che da fanciulli s’impara a venerare, si vorrà noverarci tra quelli che dubitano della virtù perchè non la credono? I libri di Livio, in cui avrebbe dovuto esser narrato l’eroismo di Regolo, perirono; Polibio non ne fa cenno; Dione Cassio lo dà come una tradizione, che Silio Italico abbellisce o gonfia colla sua poesia. In Diodoro Siculo, narratore così circostanziato e spesso esatto, manca il libro xxiii ove il fatto dovea trovar luogo; ma due frammenti di quello possono smentirlo. Nel primo narra la sconfitta di Regolo, imputandone affatto l’arroganza di esso, che compromise gl’interessi della patria quando poteva di decorosa pace giovarla: «Nè della calamità la minor parte cadde sull’autore di tanti mali; giacchè la gloria che erasi dapprima acquistata, offuscò coll’ignominia maggiore che gliene venne; e coll’infelicità sua valse ad ammaestrare altrui che nelle prospere vicende non insolentiscano». Diodoro con nessuna parola disacerba il rimprovero; anzi in un altro frammento divisa gli orribili trattamenti che la moglie di Regolo fece ai prigionieri a lei abbandonati: «Non sapendosi dar pace del morto marito, i figliuoli indusse a infierire contro i prigionieri. Serrati in angustissimo camerotto, trovaronsi obbligati a stare aggomitolati come bestie, indi per cinque giorni privati d’ogni alimento, Bodostare per tristezza e fame morì; Amilcare di grand’animo andava sostenendosi, e spesso con pianti pregando la donna, le narrava la cura che avea preso del marito di lei; ma non potè piegarne il cuore ad alcun sentimento umano, a tal che la spietata donna tenne ivi per cinque giorni chiuso con esso il cadavere di Bodostare, e ad Amilcare dava quanto cibo bastasse a tenere in lui vivo il senso delle sue calamità. Amilcare, vedendo perduta ogni speranza che le sue preghiere avessero effetto, incominciò a scongiurar Giove ospitale e gli Dei che hanno in cura le umane cose, e a gridare d’esser troppo punito della buona opera che avea fatto. Nè però in sì tormentoso stato morì, fosse misericordia degli Dei, fosse la sua buona fortuna che infine gli recasse non isperato sostegno. Già agli estremi, tanto per l’orrendo lezzo del cadavere, quanto per le altre miserie, alcuni servi della casa raccontano il fatto a persone estranee, che indignate di tanta crudeltà, il denunziano a’ tribuni. Verificata la cosa, chiamati gli Attilj dai magistrati, poco mancò non fossero condannati nel capo, per avere di tanta infamia macchiato il nome romano; però di gravissima pena li minacciarono se di buona fede non avessero in appresso custoditi i prigionieri. Essi, accagionandone la madre, abbruciarono il cadavere di Bodostare, e ne spedirono le ceneri alla patria; Amilcare poco a poco refocillarono, finchè dai patimenti sofferti si riebbe».

L’argomento più concludente contro quell’eroismo potrebbesi trarre dall’inutilità, se non anche peggio, del consiglio che si fa dare da Regolo. Col cambio dei prigionieri Cartagine non avrebbe ricuperato che mercenarj, de’ quali poteva rifarsi altrove con puro danaro; Roma riacquistava cittadini e veterani, che avrebbero, come quelli resi da Pirro, cancellata l’infamia con maggiori prodezze. Non poteano i prigionieri essere altrettanti Regoli, gran capitani e gran cittadini? forse che l’aver avuto le braccia incatenate avea prostrato l’animo del console? La ragione più forte che Orazio esponga, è la paura del cattivo esempio: ma non è ancora deciso che possa mandarsi a morte un uomo per dare esempio ad altri. La pace poi che Regolo sconsigliava, Roma l’accettò alcuni anni appresso, ond’egli persuadendola non avrebbe fatto che risparmiare i guasti e il sangue del tempo interposto: ma le vite non si contano nei calcoli dell’ambizione. Il far poi tante meraviglie perchè Regolo mantenne la parola giurata di ritornare, non fa troppo onore alla specie umana.

Fu Palmerio il primo che, nel secolo xvi, suppose quella morte una favola della famiglia Regolo per iscusar le sevizie di essa sui prigionieri. A lungo ne discusse Halthaus,Gesch. Rom. in Zeitalter der punischen Krieg, Lipsia, 1866, e propende per l’opinione vulgata.

[253]Plinio,Nat. hist.,xviii. 13.

[254]Vuolsi ricordare un singolarissimo tratto di Cajo Alimento, conservatoci da A. Gellio,xvi. 4. Vi si legge che, quando levavansi truppe, i tribuni militari faceano giurare ai soldati della loro compagnia, che nè in campo nè nel contorno di dieci miglia non ruberebbero più del valore d’una moneta d’argento al giorno; setrovasseroalcun che di maggior prezzo, lo porterebbero ai capi loro: potevano però appropriarsi una lancia, la legna, il foraggio, le rape, un otre, un sacco, una fiaccola.

[255]In queste cifre, date da Polibio,ii. 23. 69, convengono ad un bel circa Fabio Pittore (ap.Paolo Orosio,iv. 15), Diodoro Siculo (framm.3 del lib.xxv), e Plinio (Nat. hist.iii. 24). Si vede che contavasi solo l’Italia fino al Rubicone e a Luni, al 44 grado di latitudine, eccettuando sempre i Veneti e i Cenomani.

[256]Tito Livio,iii. 3. Sì scarsa popolazione ci fa conchiudere, al contrario del Durando (Mem. dell’Accademia di Torino, tom.iv, p. 617, 1811) e di Dureau de la Malle (Mémoires de l’Académie française, tom.x, 1833), che grandissimo fosse il numero degli schiavi. Esso Durando dà alla Gallia Cisalpina in quel tempo soli quattro milioni d’abitatori, altrettanti al resto d’Italia.

[257]Polibio,iii. 6;Livio,xxi. 2. 7.

[258]Plinio,Nat. hist.,xxxiii. 6.

[259]Plutarco,Della virtù delle donne.

[260]Tito Livio e Cornelio Nepote, per far drammatico il racconto, lesero la verosimiglianza dei fatti e la prudenza del gran capitano. Quelle Alpi, che Cornelio ci dà come inaccesse, e tali che appena un uomo scarco potea passarvi, quante volte non erano state superate dai Galli per venir a saccheggiare l’Italia o a collocarvisi? Popolatissime appajono esse dal racconto medesimo, e certo i Galli servirono di guide ad Annibale pei colli impraticati.

Una biblioteca intera si scrisse intorno alla marcia d’Annibale dalla Spagna in Italia; segno che i dati sono arbitrarj, quanto inutili le conseguenze. Noi, senza entrare in discussione, rimandiamo a Polibio, lib. iii. 42-56; ma neppure da lui si aspetti l’esattezza numerica, insolita agli autori antichi. Egli misura il viaggio da Cartagena a Taurino in novemila stadj: poi i viaggi parziali non riescono che di ottomila seicento.

Fra altre favole, Livio racconta che Annibale ruppe le Alpi coll’aceto. Baja ridicola; pure anch’oggi nelle famose miniere dell’Hartz spaccasi la rocca coll’accendervi grandi fuochi, e quando sia ben riscaldata, gettarvi acqua: operazione che doveva esser comune prima dell’invenzione della polvere.

VedasiAbbott,History of Hannibal the cartaginian, Londra 1849.

[261]Polibio dà cinquanta elefanti ai Cartaginesi che assediavano Agrigento; cento alla battaglia di Rodi contro Regolo; ottanta a quella di Zama. Secondo Diodoro Siculo, Asdrubale, fondatore di Cartagena, ne avea ducento in Ispagna; cencinquanta erano alla battaglia di Tapso, ultima d’Africa ove questo animale compaja. Li traevano non dall’interna Africa, ma dal paese contiguo a Cartagine, sul piovente meridionale dell’Atlante, ove da gran tempo più non se ne incontra. Così nell’Africa meridionale in numero sterminato si trovavano al tempo che primamente fu colonizzato il capo di Buona Speranza, poi furono messi in fuga o distrutti dai coloni.

[262]Lectisternium, ver sacrum.Livio,xxvii. 39.—Arriano,De bello hispanico.—Silio Italico,xv. 495.

[263]Triumviri mensarii.Livio,xxiv. 18.—VediArnold,Storia romana.

[264]Anzi Appiano mette dieci, fornite solo da volontarie contribuzioni: χρήματα οὐκ ἕδωκαν πλὴν εἴ τις ἤθελε τῷ Σκιπίονι κατὰ φιλίαν συμφέρειν.

[265]Il fatto è riferito da Diodoro ne’ frammenti, e da Appiano; Livio ne tace, come di molti altri. Fra Catanzaro e Crotone, mostrano la Torre d’Annibale, ov’è tradizione ch’egli s’imbarcasse.

[266]Τὸ τρίτον τῆς στρατιὰς Κέλτοι καὶ Λίγυες:Appiano.—Galli proprio atque insito in Romanos odio incenduntur.Livio,xxx. 33.

[267]Ne fanno segno ancora i nomi di Minuciano, Antognano, Petroniano, Sillano, Gragnano, Albiano, Elio, ed altrettali di colà. I Romani dovettero spingervi gli eserciti lungo la Garfagnana, risalendo da Pisa il Serchio fra valli anguste e scoscese pendici.

[268]

Ille triumphata Capitolia ad alta CorinthoVictor aget currum, cæsis insignis Achivis.Eruet ille Argos, agamemnoniasque Mycenas,Ipsumque Æacidem, genus armipotentis Achillei:Ultus avos Trojæ, temerataque templa, Minervæ.

Virgilio,En.vi. 836.

[269]Valerio Massimo, lib.iv. cap. 4.

[270]Polibio, negliEsempj di virtù e di vizj, cap. 73, così narra la sua entratura con Scipione:—La nostra corrispondenza avea principiato da ragionamenti sui libri ch’egli mi prestava. Questa unione di cuore erasi già stretta alquanto, quando i Greci chiamati a Roma furono in varie città dispersi. Allora i due figliuoli di Paolo Emilio, Fabio e Publio Scipione, richiesero istantemente al pretore ch’io potessi restare con loro, e l’ottennero. Mentr’io stava in Roma, una singolare avventura giovò assai a stringere la nostra amicizia. Un giorno, mentre Fabio andava verso il fôro, ed io e Scipione passeggiavamo in altra parte, questo giovane romano in aria amorevole e dolce, ed arrossendo alquanto, meco si dolse che, stando io a mensa col suo fratello e con lui, sempre a Fabio volgessi il discorso, non mai a lui:—Ben conosco (soggiunse) che questa vostra freddezza nasce dall’opinione in cui siete voi pure, come tutti i nostri concittadini, ch’io sia un trascurato, di nessun genio per le scienze che al presente fioriscono in Roma, perchè non mi vedono applicarmi agli esercizj del fôro, nè volgermi alla eloquenza. Ma come, caro Polibio, come potrei io farlo? Mi si dice continuamente che dalla famiglia degli Scipioni non s’aspetta già un oratore, ma un generale. Vi confesso che la vostra freddezza mi affligge.—Io restai meravigliato a un discorso, quale non mi attendeva da un giovine di diciott’anni; e—Di grazia (gli dissi) caro Scipione, non vogliate nè pensare nè dire che, se io comunemente rivolgo il discorso a vostro fratello, sia per poca stima di voi. Egli è primogenito, e perciò nelle conversazioni a lui mi volgo; e ancora perchè mi è noto che amendue avete i medesimi sentimenti. Ma io non posso non compiacermi di vedere che voi pur conoscete che a uno Scipione mal si addice l’essere infingardo. E ben si vede come i vostri sentimenti siano superiori a quei del vulgo. Quanto a me, io tutto sinceramente mi offro al vostro servizio. Se mi credete opportuno a condurvi ad un tenor di vita degno del vostro gran nome, potete di me disporre come vi aggrada. Quanto alle scienze, alle quali vi vedo inclinato, voi troverete bastevoli ajuti in quel gran numero di dotti che ogni giorno ci vengono dalla Grecia. Ma pel mestiere della guerra, di cui vorreste essere istruito, penso potere io esservi più utile d’ogni altro.—Scipione allora, le mani mie stringendo tra le sue,—E quando (disse) vedrò io quel dì felice in cui, libero da ogni altro impegno, e standomi sempre al fianco, voi potrete applicarvi interamente a formarmi lo spirito ed il cuore? Allora mi crederò degno de’ miei maggiori.—D’allora non più seppe staccarsi da me; il suo più gran piacere era starsi meco; e i diversi affari nei quali ci trovammo insieme, non fecero che stringere i nodi della nostra amicizia; egli mi rispettava come padre, io l’amava non altrimenti che figliuolo».

[271]

Nil patrium, nisi nomen, habet Romanus alumnus: Sanguinis altricem nunc pudet esse lupam.

Properzio,iv. 1.

[272]Combustos, quia philosophiæ scripta essent.Plinio,Nat. hist.,xiii. 13.

[273]Poeticæ artis honos non erat; si quis in ea re studebat, aut se se ad convivia applicabat, is grassator vocabatur.Catoneap. A. Gellio.

[274]PlutarcoinCatone. Marco Tullio notò, in un discorso di Scipione, la via di mezzo che tenevano allora i Romani; illuminati e insieme osservatori degli antichi costumi, non volevano parere ignoranti, nè troppo istrutti in letteratura:Quamobrem peto a vobis, ut me sic audiatis, neque ut omnino expertem græcarum rerum, neque ut eas nostris... anteponentem; sed ut unum e togatis, patris diligentia non illiberaliter institutum, studioseque discendi a pueritia incensum, usu tamen et domesticis præceptis multo magis eruditum quam litteris.De repub.,i. 22.

[275]Macrobio, che riferisce quest’invettiva, cita nel medesimo capitolo tre bei danzatori della fine di questo secolo: erano Gabinio consolare, Cejo cavaliere, e Licinio Crasso, quello che perì col padre sotto i colpi dei Parti. Il gusto della danza non fece che accrescersi col tempo.

[276]

...Tenax ne pater ejus est?—Immo ædepol pertinax:

Quin etiam, ut magis noscas, genio suo ubi quando sacrificat,Ad rem divinam quibus est opus, samiis vasis utitur.

Captiv.,ii. 2.

[277]

Nunc, quoque venias, plus plaustrorum in ædibusVideas, quam ruri quando ad villam veneris.

Aulul.,iii. 5.

[278]

Ubi res prolatæ sunt, quum rus homines eunt,Simul prolatæ res sunt nostris dentibus...Dum ruri rurant homines quos liguriant,Prolatis rebus, parasiti venaticiSumus: quando rure redierunt, molossici.

Captiv., i. 1.

[279]Aulul.,iii. 5.

[280]

Dotatæ mactant et malo et damno viros.

Aulul.,iii, 5.

Dotibus deliniti, ultro etiam uxoribus ancillantur.

Turpilio.

[281]

Ut apud lenones rivales filiis fierent patres.

Bacch., in fine.

I costoro artifizj sono descritti nell’atto I, scena 1 delTruculentus.

[282]

Quippe

Ut semel adveniunt ad scorta congerrones...Unus eorum aliquis osculum amicæ usque oggerit,Dum illi agunt quod agunt, sunt cæteri cleptæ.

Trucul.,i. 2.

Ovidio, nell’Arte,iii. 441, ammonisce le donne di guardarsi da costoro, che fanno da galante per amore delle loro gioje.

Fin d’allora si molestavano i passeggieri alle dogane, e dissuggellavansi le lettere ai confini:

Rogitas quo ego eam, quam rem agam, quid negotii geram, Quid petam, quid feram, quid foris egerim? Portitorem domum duxi; ita omnem mihi Rem necesse loqui est, quicquid egi atque ago.

Menæch.,i. 2.

Jam si obsignatas non feret, dici hoc potest, Apud portitorem eas resignatas sibi Inspectasque esse.

Trinum.,iii. 3. 64.

[283]

Quasi in choro pila ludens,Datatim dat se se, et communem faciet;Alium tenet, alii nutat, alibi manusEst occupata, alii pervellit pedem,Alii dat annulum spectandum, a labrisAlium invocat, cum alio cantat, et tamenAlii dat digito literas.

[284]

Verba dare ut caute possint, pugnare dolose,Blanditia certare, bonum simulare virum se,Insidias facere, ut si hostes sint in omnibus omnes.

[285]

Sæva canent, obscæna canent, fœdosque hymenæos,Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæ.Nec Musas cecinisse pudet, nec nominis olimVirginei, famæque juvat meminisse prioris.Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæ,Sub titulo prostant, et queis genus ab Jove summoRes hominum supra erectæ, et nullius egenteEsse merens vili sancto se corpore fœdant.

[286]Docentur præstigias inhonestas, eunt in ludum histrionum, in ludum saltatorium inter cinædos virgines.Ap.Macrobio,ii. 10.

[287]Plutarco, inCatone.

[288]

Fato Metelli Romæ fiunt consules.Dabunt malum Metelli Nævio poetæ.

Metellusvolea dire facchino.

[289]

Mortaleis immortaleis flere si foret fas,Flerent divæ Camenæ Nævium poetam.Itaque postquam est orcino traditus thesauroOblitei sunt Romæ loquier latina lingua.

Ap.Gellio,i. 24.

[290]Varrone,De lingua lat.,iv. 45.

[291]Tito Livio,xxi. 27;xxii. 4.

[292]Valerio Mass.ii. 10;iii. 8;iv. 1. 3;viii. 1.

[293]Lo stesso,iii. 7. 6;viii. 15.

[294]Varrone descrive le pompe bacchiche a Lavinio, dove l’osceno Fallo era portato in giro sopra un carretto, e la più casta matrona lo incoronava. Ap.Sant’Agostino,De civ. Dei,vii. 21.

[295]Cicerone,De amicitia.

[296]

Ego Deûm genus esse semper dixi et dicam cœlitum,Sed eos non curare opinor quod agat humanum genus.

Ap.Cicer.De divin.ii. 5.

[297]

Patria est ubicumque est bene.

Pacuvio, ap.Cic.Tuscul.,v. 37.

[298]

Haud docti dictis certantes, sed male dictisMiscent inter se se inimicitias agitantes.

Ennio.

[299]Orazio per lodare l’antico Romano (Ep.ii, 1. 105) canta:

Romæ dulce diu fuit

Cautos nominibus certis expendere nummos,Majores audire, minori dicere per quæCrescere res posset.

[300]Luxum si quod est, hac cantione sanum fiet. Harundinem prende.... incipe cantare in malo: S. F. motas væta daries dardaries astutaries, die una paries usque dum coeant...; vel hoc modo:Huat hanat huat ista pista sista domiabo domnaustra et luxato..; vel hoc modo:Huat huat huat ista sis tar sis ardanuabon domnaustra(S. F. vuol direSanctos fracta). De re rustica, cap. 160.

[301]Θαυμαστὸν ἄνδρα καὶ θεῖον εἰπεῖν ἐτόλμησε πρὸς δόξαν, ὃς ἀπολείπει πλέον ἐν τοῖς λόγοις ὅ ρποσέθηκεν οὖ παρέλαϐεν.Plutarco, cap. 21.

[302]De oratore, n. 17. In Plutarco la vita di Catone rappresenta il confine tra l’antico vivere italiano e il nuovo alla forestiera. Ai prudenti non isfugga che sorta di virtù siano quelle che si raccomandano ai giovanetti colla lettura di Plutarco.

[303]Imperatorum nomina annalibus detraxit.Plinio,viii. 5.—Duces non nominavit, sed sine nominibus res notavit.Corn. Nepote, inCatone.

[304]A. Gellio,xi. 48.

[305]Frontone,ad L. Verum epist.ii.

[306]

A sole exoriente supra Meoti paludes Nemo est qui factis me æquiparare queat.

Ap.Cicer. Tuscul.,v. 17.

[307]

Quin ubi se a vulgo et scena in secreta remorantVirtus Scipiadæ et mitis sapientia LæliNugari cum illo(Lucilio)et discincti ludere, donecDecoqueretur olus, soliti.

Orazio, Sat.ii. 1.

[308]

Aurum atque ambitio specimen virtutis utrique est:Quantum habeas, tanti ipsi sies, tantique habueris.

Lucilio, Fragm.

[309]Ecco il carme, con cui si evocavano da una città gli Dei:Si deus, si dea est, cui populus civitasque carthaginensis est in tutela, teque maxime, ille qui urbis hujus populique tutelam recepisti, precor venerorque, veniamque a vobis peto, ut vos populum civitatemque carthaginensem deseratis, loca, templa, sacra, urbemque eorum relinquatis, absque his abeatis, eique populo civitatique metum, formidinem, oblivionem injiciatis; proditique Romam, ad me meosque veniatis, nostraque vobis loca, templa, sacra, urbs acceptior probatiorque sit, mihique populoque romano, militibusque meis præpositi sitis, ut sciamus intelligamusque. Si ita feceritis, voveo vobis templa ludosque facturum.Macrobio,Saturn.,iii. 9.—Cf.Plinio,Nat. hist.,xxviii. 4;Servio,ad Æn.ii, 344.


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