Chapter 19

159.La metà da anticiparsi gli fu somministrata da Rabirio Postumo, cavaliere romano, che poi di ciò accusato, fu difeso da Cicerone. Gabinio, per farsi assolvere, dovette spendere quanto avea lucrato; e Cicerone che dapprima lo accusava, alfine lo difese, perchè appoggiato da Pompeo.160.Cicerone, allora sul denigrare, scriveva cheSullanas venditiones et assignationes ratas esse voluit, quo firmiores existimentur suæ. Ad fam.,XIII.8.161.Istum, cujus φαλαρισμὸν times, omnia teterrime facturum puto.Ad Attico,VII.12. —Incertum est Phalarimne sit imitaturus.Ivi, 20.162.Adhuc in hac sum sententia, nihil ut faciamus nisi quod maxime Cæsar velle videatur.Epistolar. lib.IV, ad Sulpicium. —Admirari soleo gravitatem et justitiam et sapientiam Cæsaris; numquam nisi honorificentissime Pompejum appellat. At in ejus personam multa fecit asperius. Armorum ista et victoriæ sunt facta, non Cæsaris. At nos quemadmodum complexus! Cassium sibi legavit, Brutum Galliæ præfecit, Sulpicium Græciæ, Marcellum, cui maxime succensebat, cum summa illius dignitate restituit, etc.Lib.VI, ad Cæcinam. Lodi a Cesare sono profuse nell'orazionepro Marcello, che o non è sua, o men degna di lui.163.Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni.Lucano.164.Correvano pasquinate, dicendo: — Cesare trae i Galli dietro al carro, ma per introdurli in senato: costoro mutano la braca celtica nel laticlavio. Il pubblico è pregato d'insegnare la strada del senato ai nuovi senatori».165.Cicerone è malcontento che Cesare abbia comunicato il diritto latino ai Siculi, benchè gran fautore di questi.Scis quam diligam Siculos, et quam illam clientelam honestam judicem. Multa illis Cæsar, nec me incito; etsi latinitas erat non ferenda.Ad Attico,XIV. 12.166.Cicerone,ad fam.,IX. 15, scrive: — Talvolta odo che un consulto del senato, quando tornò a conto a Cesare, fu portato in Siria o in Armenia, prima ch'io pur sapessi che fu fatto: e molti principi mi scrissero ringraziandomi ch'io avessi opinato perchè si desse loro il titolo di re, mentre io non sapevo tampoco che fossero al mondo».Hoeck, Druman, Duruy, Thierry, Michelet, e gli inglesi Quinoy, Long nella traduzione di Plutarco, Mérival neiRomani sotto l'Impero, considerano Cesare come l'uomo che si collocò alla vanguardia del mondo. Dopo il colpo di Stato di Napoleone III, i Francesi si diedero a bersagliare Cesare per allusione; e a noi fecero colpa di non averlo giudicato da quello aspetto momentaneo e parziale. Anche dopoBury,Histoire de la vie de Jules César, 1758, eMeissner,Vita di Giulio Cesare, continuata daHaken, 1811, è a desiderare che alcuno ne tragga una più compita e vasta daiCommentarj, da Plutarco, da Svetonio. Quella scrittane da Napoleone III non accontentò i veri dotti, e rimase incompiuta.167.Servio scriveva a Marco Tullio (ad fam.,IV. 5):Ea nobis erepta sunt, quæ hominibus non minus quam liberi cara sunt, patria, honestas, dignitas.168.Sedebamus in puppi, nunc vix in sentina sumus.Ad fam.,IX. 15. —Semiliberi saltem simus, quod assequemur latendo et tacendo.Ad Attico,XIII, 31.169.Il fare Bruto figlio di Cesare è acquarzente de' tragici, che hanno bisogno d'esagerate situazioni. Bruto nacque nell'85 av. C., cioè quando Cesare finiva appena quindici anni; il quale ne contava quarantasette al tempo de' suoi amori con Servilia, e cinquantasei quando fu assassinato.170.Quidquid vult, valde vult.Cicerone, ad Attico,XIV.1. — ὥσπερ τὰ ψυχρήλατα τῶν ξιφῶν, σκληρὸν ἐκ φύσεως.PlutarcoinBruto, 1.171.Nolite existimare majores nostros armis rempublicam ex parva magnam fecisse... Alia fuere quæ illos magnos fecere, quæ nobis nulla sunt; domi industria, foris justum imperium.Sallustio, Catilin.172.Plutarco, inP. Emilio, dice che l'universo fremè d'orrore al finir della guerra coll'Epiro, ove dalla ruina d'una nazione erasi cavato bottino sì modico e sì scarso guadagno. I soldati si opposero al trionfo di Paolo Emilio perchè aveano toccato poco.Livio,XLV.34. 35.173.More latrocinii, veteribus possessoribus ademerunt agros, domos, sepulcra, fana... juvenes pariter ac seniores, mulieresque cum parvis liberis, conquerentes se pelli agris focisque.Appiano, De bello civ.Impius hæc tam culta novalia miles habebit?Barbarus has segetes? En quo discordia civesPerduxit miseros! En queis consevimus agros!...O Lycida, vici pervenimus, advena nostri(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelliDiceret: Hæc mea, sunt, veteres migrate coloni.Virgilio, EglogheIeIX.174.Lib.II. cap. 15. Lo attestano pare Tacito.Ann.,XII. 43, Plinio, lib.XVII, Columella,pref.al lib. 1.175.Pro Flacco, 6. 7. 8.176.Si allude alla legge Valeria del 667 di Roma, per cui i debiti furono ridotti a tre quarti.177.Cicero,De officiis,II.21.178.Poltifagichiama Plauto i Romani.179.Ad me autem, etiam cum rogat aliquid, contumaciter, arroganter, ἀκοινωνήτως solet scribere.Cicerone, ad Attico,VI.1. —Omnino (soli enim sumus) nullas unquam ad me literas misit Brutus, in quibus non inesset arrogans, ὰκοινώνητον aliquid.Ivi, 3.Molto si è discusso intorno ai nomi diunciarium fœnus, semiunciarium fœnus, centesima usura,adoprati nel diritto romano. A noi pare, fra le tante, meglio probabile la spiegazione del Niebuhr, che l'unciarium fœnusindichi l'interesse di un'oncia, vale a dire di un dodicesimo del capitale all'anno; e ilsemiunciariumdi un ventiquattresimo: lacentesimasarebbe un centesimo del capitale, da pagare alle calende d'ogni mese; il che viene al dodici per cento l'anno. Le due prime denominazioni derivano dall'antica divisione romana dell'asse in dodici oncie; la terza più recente è calcolata sulla divisione decimale. Lasciando via il supposto del Niebuhr dell'anno romano di dieci mesi (Appendice II), l'unciariumdarebbe l'otto e un terzo per cento, e ilsemiunciariumil quattro e un sesto.180.Cesare nella Gallia Transalpina fece un milione di schiavi, secondo Plutarco e Appiano: Lucullo nel Ponto tanti, che si vendeano quattro dramme, cioè men di quattro lire per testa. Augusto ne menò quarantaquattromila dalle montagne dei Salassi.181.Tota salutatrix jam turba peregerit orbemSideribus dubiis.Giovenale.182.Queste costose tavole pare fossero di cisto,thuja articulata.183.Tante e sì varie qualità di pesci nutrivano alcuni nei vivaj, che tenevano nomenclatori a posta per distinguerle e suggerirne il nome, al quale scrivono che alcuni fossero educati ad accorrere:Natat ad magistrum delicata muræna,Nomenclator mugilem citat notum,Et adesse jussi prodeunt senes mulli.Marziale, x.30.Vedi le odi d'OrazioJam pauca aratro — Beatus ille — Robustam, amice; e alquanto più tardi Seneca, ep. 47, e Petronio; e in generale Meursio,De luxu Romanorum.NelPalazzo di Scauro, frammento d'un viaggio fatto a Roma verso il fine della repubblica da Meroveo principe degli Svevi, Mazois suppone che Meroveo, figlio d'Ariovisto vinto da Cesare, prigioniero a Roma, v'incontri amicizia col greco architetto Crisippo, il quale lo conduce a vederne le magnificenze. E così questi gli narra i progressi dell'arte del fabbricare: — Un tempo questa regina delle città era costruita nulla meglio delle vostre di Germania; i suoi cittadini, agricoltori e soldati, dormivano colle famiglie sotto tugurj di legno o di canne. Solo dopo la guerra di Pirro cominciossi a coprir di tegoli le case, invece di scandule e stoppia. Avevano un solo piano, poichè i regolamenti degli edili proibivano di dare ai muri degli edifizj privati spessezza maggiore d'un piede e mezzo; dappoi si pensò a rinforzare i muri di mattoni con catene di pietre, ed anche costruirne interamente di pietre: per tal modo si diede alle abitazioni maggior elevatezza; anzi si cadde nell'abuso, onde savie prescrizioni fissarono l'altezza ordinaria delle case dai sessanta ai settanta piedi. Siffatta precauzione previene molti mali; giacchè negl'incendj non si possono portare con tanta facilità i soccorsi necessarj agli appartamenti troppo alti, i tremuoti fanno crollare di più gli edifizj, e le inondazioni, causa di tanti guasti a Roma, corrodono le fondamenta e trascinano a rovina le case sopraccaricate d'appartamenti. Ciò forse contribuisce a far dalle persone agiate abbandonare i cenacoli, o camere di soffitta; solo persone di mediocre fortuna, stranieri, liberti vi abitano pel buon mercato: un appartamento compiuto e comodo sotto l'altana (solarium) non costa meno di duemila sesterzj l'anno, e una casa comoda e piacevole non s'appigiona a meno di trentamila. Gl'incendj sono uno dei più grandi flagelli di Roma; essi puniscono sovente l'orgoglio e il lusso di questi degenerati repubblicani, i quali, invece di servire alla utilità nelle loro fabbriche, siccome gli antenati loro, non cercano che di soddisfare ad una smoderata passione ed a stravaganti capricci».Sopra ciò vediPlinio,Nat. Hist.,XXXVI.24. A Cicerone reduce furono assegnati d'indennità per la villa di Tusculo denari 500,000, per la casa a Formio denari 250,000, per quella di Roma denari 2,000,000; e si lagna siano state valutate troppo basso. Plinio il Giovane, privato e filosofo, ci descrive le sue ville d'un fasto voluttuoso che sarebbe troppo ad un re. Può far riscontro alPalazzo di Scaurol'opera dell'architetto francese L. P. Hudebourt,Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline. Parigi, 1838. Gabriele Peignot (Sur le luxe des Romains dans leur ameublement) raccolse curiose particolarità.Il gusto de' quadri cominciò dacchè Lucio Mummio ne portò di Grecia nel 146 av. C. Fra gli esposti in vendita fu un Bacco, di mano d'Aristide di Tebe, pel quale Attalo avea offerti ventotto talenti e mezzo (lire 114,000): l'Alessandro fulminante di Apelle, tolto al tempio di Diana d'Efeso, era stato pagato al pittore venti talenti (lire 96,000), e di poi fu venduto per tante monete d'oro quante ne portava. Marco Agrippa pagò ai Ciziceni un Ajace e una Venere lire 228,137: una Venere uscente dal mare si comprò lire 480,000; l'Ajace furioso, e la Medea che uccide i figli, lire 384,000: Tiberio, avuta la scelta fra lire ducentomila ed un quadro di Atalanta e Meleagro, preferì questo.Lucullo portò dal Ponto una statua, che era costata due milioni e quattrocentomila lire. La colossale di Mercurio, opera di Zenodoro, costò dieci anni di lavoro e lire ottocentomila.Cajo Gracco aveva una tavola sostenuta da due delfini in argento massiccio, che gli costava mille lire la libbra. La decantata di Tolomeo re di Mauritania in cedro, grossa tre dita, e grande quattro piedi e mezzo quadrati, dovea valere un tesoro. Cicerone pagò ducentomila lire una di cedro. Gallo Asinio ne aveva una di ducentomila lire; e Seneca cinquecento di gran valore, tutte di cedro col piede d'avorio.Di gran lusso erano pure i letti, fossero cubicolari per dormire, triclinarj per la tavola, o nuziali. Quei della prima sorte tenevansi in semplici cameruccie, senza cielo nè cortine. I triclinarj al tempo di Augusto erano sovente di cedro vestito di lamine d'argento, o intagliati e cesellati in oro, avorio, tartaruga, madreperla, altre materie preziose. Vi si stendeano coperte ricchissime, di cui al tempo di Catone alcuna fu venduta sin censessantamila lire. Nerone ne comprò una variopinta per lire settecento settantacinquemila. Costosissimi dovean pure essere i letti nuziali.Estremo era il lusso nelle coppe e tazze, con cui ornavansi gli abachi. Lucio Crasso ebbe due coppe cesellate da Mentore, che costavano lire ventimila. Cercatissimi erano i vasi murrini, e un solo fu venduto lire trecentrentaseimila; Petronio consolare, condannato a morte da Nerone, ne ruppe uno di un milione quattrocenquarantamila lire, perchè il tiranno non l'ereditasse. Silla avea piatti che pesavano fin ducento marchi; e Plinio aggiunge che in Roma se ne sarebbero trovati cinquecento d'egual peso. L'imperatrice Livia offrì in Campidoglio un vaso di cristallo che pesava cinquanta libbre. Uno schiavo di Claudio, tesoriere dell'alta Spagna, fece fare un vaso, pel quale si dovette fabbricar a posta una fonderia; tutto argento puro, pesante cinquecento libbre, che servivasi fra otto piatti da cento marchi ciascuno. Su quel modello ne volle poi uno Vitellio, che chiamava scudo di Minerva.Altrettanto piacevansi i Romani di lampade e candelabri, variatissimi di forma e di materia.Peignot dà una stima delle sostanze di varj cittadini, secondo i dati antichi; e per quanto vi si possa ridire, offre, se non altro, dei termini di comparazione:Silla avea di sua sostanzaL.150,000,000Il commediante Roscio almeno»20,000,000Il tragico Esopo, benchè in una sola vivanda consumasse lire 20,000»5,000,000Publio Crasso il Ricco aveva in fondi e quasi altrettanto in case a Roma, schiavi, armenti»60,000,000Emilio Scauro, genero di Silla»80,000,000Demetrio, liberto di Pompeo, un capitale di»19,200,000L'oratore Ortensio acquistò colle arringhe»20,000,000Milone, andando in esiglio, portò buona parte del suo avere a Marsiglia; il resto confiscatogli per pagarne i debiti saliva a»15,000,000Lucullo ebbe da»120,000,000e alla sua morte,i pesci di un suo vivajo furono venduti»800,000Marc'Antonio avea per»120,000,000Sallustio lasciò»60,000,000Virgilio»1,957,424tutteper donativi da Augusto. Peltu Marcellus erisOttavia gli fece contare 52,000 lire.Augusto in venti anni aveva ricevuto in doni od eredità più di 100,000,000 e ne lasciò»200,000,000Apicio, celebre gastronomo, avea per»19,375,934e quandosi vide ridotto a 2,000,000 si uccise per paura di morir di fame.A Tiberio si trovarono»540,000,000Callisto, liberto di Caligola, possedeva per»40,000,000Narcisso liberto, poi segretario di Claudio, ammassò»50,000,000Seneca filosofo possedeva»60,000,000e Plinio il Giovane»20,000,000184.Come i Romani distribuissero le ore di loro giornata, è soggetto di una dissertazione dell'abate Couture neiMémoires de l'Académie française. Per le donne vediBoettiger,Sabina, o il mattino d'una dama romana. Lipsia 1806.185.Tra i vini gli antichi lodarono ilPucinum, cioè il prosseco del Friuli; e Plinio (Nat. hist.,XIV.6) dice che Livia d'Augusto attribuiva a quel vino l'esser campata ottantadue anni.186.Plinio,X.23. 52.187.Lo stesso,X.23. — L'allevamento dei polli divenne una cura gravissima, e i pollaj e colombaj presero estensione maggiore, che in principio non n'avessero le ville. Un gallinario presedeva alla bassa corte, e sotto di lui un uccellajo opastor avium. Varrone fa dire all'intendente della masseria di Sejo, che il pollajo gli fruttava più di sessantamila sesterzj, e che cinquantamila tordi allevati in un'altra campagna eransi venduti altrettanto, cioè due volte più che un podere di ducento acri. Un ovo di pavone pagavasi cinque denari. Che più, se un par di piccioni si pagarono fin mille sesterzj, e due galline quattromila monete d'argento? Nessuna maraviglia dunque se Varrone si estende lungamente ne' precetti intorno alla bassa corte, dando particolarità, dalle quali non si raccoglie se non l'estensione di quell'allevamento.188.Orazio,Satir., 3.189.Plinio,IX.17.190.Lo stesso,III.8;VIII.82;IX.82.191.Varrone,III.17;Plinio,IX.8.192.Antica orazione ap.A. Gellio,XV.8; e Orazio diceva:Romana juventusNon veneris tantum, quantum studiosa culinæ.193.Plutarco, inAntonio.194.A. Gellio,I.6. — Sallustio appone a Fulvia «l'esser erudita di greco e latino, saper sonare e ballare più che non convenga a donna onesta, il saper fare versi, dire arguzie, usare discorso modesto o procace».195.Valerio Massimo,IX.196.Quasi in choro pila ludensDatatim dat se se et communem facit;Alium tenet, alii nutat, alibi manusEst occupata, alii pervellit pedem,Alii dat annulum spectandum, a lubrisAlium invocat, cum alio cantat, et tamenAlii dat digito literas.197.Nunc tibi captivos mittet Germania crines,Culta triumphatæ munere gentis eris.O quam sæpe, comas aliquo mirante, rubebis,Et dices: Emta nunc ego merce probor.Amor.I.14.Tutta quest'elegia va in disapprovare l'amica del soverchio ornarsi.198.Quid juvat ornato procedere, vita, capillo,Et tenues coa veste movere sinus?Aut quid orontea crines perfundere myrrha,Teque peregrinis vendere muneribus?Naturæque decus mercato perdere cultu?Properzio,I.2.199.L'elegia quarta del 1º libro degliAmorid'Ovidio, a parte le sconcezze, informa assai degli usi nei banchetti d'allora, istruendo egli l'amica del come comportarsi in un convito ove assistano e il marito e l'amante:Cum premit ille torum, vultu comes ipsa modesto,Ibis ut accumbas; clam mihi tange pedem.....Cum tibi quæ faciam, mea lux, dicamve, placebunt,Versetur digitis annulus usque tuis...Nec premat impositis sinito tua colla lacertis;Mite nec in rigido pectore pone caput ecc.200.Plutarco, inP. Emilio, inMarioe inCicerone;Valerio Massimo,VI.3. 10;Plinio,VII.15. —Paula Valeria divortium sine causa, quo die vir e provincia venturus erat, fecit: nuptura est D. Bruto.Cicerone,ad fam.,VIII.7. —Numquid jam ulla repudio erubescit, postquam illustres quædam et nobiles feminæ non consulum numero, sed maritorum annos suos computant, et exeunt matrimonii causa, nubunt repudii?Seneca, De benef.,III.26. — Lucano, il poeta della virtù, nobilita di frasi la prostituzione della moglie di Catone (Phars.,II.329):Mox ubi connubii pretium, mercesque soluta est;Tertia jam soboles, alios fecunda penatesImpletura datur...Dum sanguis inerat, dum vis materna, peregiJussa, Cato...Visceribus lassis, partuque exhausta, revertorJam nulli tradenda viro.201.Qui patrium mimæ donat fundumque laremque.Orazio.202.Ovidio (de Ponto,III.3) si scusa delle sue oscenità, perchè non destinate a matrone, che portavano la benda al crine e la veste lunga fin ai piedi: e Tibullo (I.6) esorta la madre della sua Delia a tenerla casta, benchè non abbia nè la benda nè l'abito prolisso. Alludono al vestire delle libere, che Orazio (Satir.II.63. 82) chiamatogatæ. Vedi anchePlauto,Epid.,II.2. 42.203.Plauto, nellaBacchidee nell'Asinaria, nomina un processo avanti ai Tre capitali (ibo ad tres viros, vestraque ibi nomina Faxo erunt) per far eseguire la promessa scritta di fedeltà per un anno. E per chi dubitasse che il poeta umbrio non si riferisse che a costume greco, soccorre Ovidio, il quale dice aver assistito a un giovane (aderam juveni), che citava (jamque vadaturus) per simile ragione l'amica, e già teneva in mano il libello (duplices tabellæ), quando la vista di lei lo disarmò, e conchiuse:Tutius est, aptumque magis discedere pace,Quam petere a thalamis litigiosa fora.Munera quæ dederis, habeat sine lite jubeto.Rem. am.,II.274.204.Cicerone (Ad fam.,IX.26) descrive un banchetto, cui furono invitati egli, Attico, altri principali, e con essi la meretrice Citeride:Non mehercule suspicatus sum illam affore, sed tamen ne Aristippus quidem ille socraticus erubuit, cum esset objectum habere eum Laida.205.— Le signore (esclama una di queste sciagurate inPlauto,Cistel.,I.1. 31) vogliono che noi stiamo da esse dipendenti, che sempre abbiam bisogno di loro. Se si va a trovarle, si vorrebbe non esserci mai andate. In pubblico fanno carezze alla specie nostra; in segreto ci mordono, perchè siamo liberte».206.VediChristius,Hist. legis Scatinæ.Ala 1727.207.Dives regnum orbæ senectutis exercens.Seneca, ad Marciam, 19.208.Ad Attico,I.5.209.Pro Cluentio, pro Amerino, ecc.210.Pro Cælio, 18.211.Si meam, cum in omni vita, tum in dicendo moderationem modestiamque cognostis.Philipp.II.5.212.Varrone,De re rustica,I.2. 17;III.6;Macrobio,Saturn.,II.9.213.Sæva canent, obscœna canent, fœdosque hymenæos,Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæNec Musa cecinisse pudet, nec nominis olimVirginei, famæque juvat meminisse prioris.Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæSub titulo prostant, et queis genus ab Jove summoRes hominum supra evectæ, et nullius egentesEsse merens vili, ac sancto se corpore fœdant.214.Omnis enim per se Divûm natura necesse 'stImmortali ævo summa cum pace fruatur,Semota a nostris rebus, sejunctaque longe;Nam privata dolore omni, privata periclis,Ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri...Nec bene promeritis capitur, nec tangitur ira.Humana ante oculos fœde cum vita jaceretIn terris oppressa gravi sub religione...Primus Grajus homo mortales tollere contraEst oculos ausus, primusque obsistere contra,Quem nec fama Deûm, nec fulmina, nec minitantiMurmure compressa cœlum...Quare relligio, pedibus subjecta vicissim,Obteritur, nec exæquat victoria cœlo.De rerum nat.,I.56.215.Nobis cum brevis occidit luxNox est perpetua una dormienda.Nam castum esse decet, pium poetamIpsum; versiculos nihil necesse est,Qui tum denique habent salem ac leporem.Si sunt molliculi et parum pudici.216.Nec jurare time; Veneris perjuria ventiIrrita per terras et freta summa ferunt.Tibullo,I.4.Quater ille beatus,Quo tenera irato flere puella potest.Lo stesso,I.11.217.Donec me docuit castas odisse puellasImprobus, et nullo vivere consilio.Properzio,I.1.Dum furibunda mero mensam propelli, et in meProjicis insana cymbia plena manu,Tu vero nostros audax invade capillos,Et mea formosis unguibus ora nota.Lo stesso,III.8.Flet mea vesana læsa puella manu...Ergo ego digestos potui laniare capillos?Ovidio, Amor.I.7.Anche Tibullo è pieno di busse date e ricevute.218.È delle meno rilevate questa di Catullo car.LV:Cœli, Lesbia nostra, Lesbia illa,Illa Lesbia, quam Catullus unamPlus quam se atque suos amavit omnes;Nunc in quadriviis et angiportisGlubit magnanimos Remi nepotes.219.Quæritis unde avidis nox sit pretiosa puellis,Et Venere exhaustæ damna quærantur opes?....Luxuriæ nimium libera facta via est...Hæc etiam clausas expugnant arma pudicas...Matrona incedit census induta nepotum,Et spolia opprobrii nostra per ora trahit.Properzio,III.13.220.Non equa munus equum, non taurum vacca poposcit,Non ovis placitam munere captat ovem.221.Nos, ut consuemus, nostros agitamus amores;Atque aliquid duram querimus in dominam.Eleg.I.7.Aut in amore dolere volo, aut audire dolentem;Sive meas lacrymas, sive videre tuas.Eleg.III.8.222.Assiduæ multis odium peperere querelæ;Frangitur in tacito fœmina sæpe viro.Si quid vidisti, semper vidisse negato,Aut si quid doluit forte, dolere nega.Eleg.II.18.223.O me felicem! o nox mihi candida! etc.Ivi, 15.Has pono ante tuam tibi, diva, Propertius, aramExuvias, tota nocte receptus amans.Ivi, 14.224.Non peccat quæcumque potest peccasse negare.225.Rusticus est nimium, quem lædit adultera conjux,Et notos mores non satis urbis habet,In qua Martigenæ non sunt sine crimine natiRomulus iliades, iliadesque Remus.226.Non ego divitibus venio præceptor amoris,Nil opus est illi, qui dabit, arte mea.227.Lis decet uxores: dos est uxoria lites.228.Sunt qui mendaci specie grassentur amoris,Perque aditus tales lucra pudenda petant.Nec coma vos fallat liquido nitidissima nardo,Nec brevis in rugas cingula pressa suas;Nec toga decipiat filo tenuissima, nec siAnnulus in digitis alter et alter erit.Forsitan ex horum numero cultissimus illeFur sit et uratur vestis amore tuæ.Marziale ha molti epigrammi contro i parasiti che a tavola rubavano il tovagliuolo del vicino:Attulerat mappam nemo, dum furta timentur.229.Nam citius paterer caput hoc discedere collo.230.Felix qui potuit rerum cognoscere causas,Atque metus omnes et inexorabile fatumSubjecit pedibus, strepitumque Acherontis averni.Georg.,II.490.Pone merum et talos: pereant qui crastina curant!Mors aurem vellens, vivite, ait, venio.Catalecta.

159.La metà da anticiparsi gli fu somministrata da Rabirio Postumo, cavaliere romano, che poi di ciò accusato, fu difeso da Cicerone. Gabinio, per farsi assolvere, dovette spendere quanto avea lucrato; e Cicerone che dapprima lo accusava, alfine lo difese, perchè appoggiato da Pompeo.

159.La metà da anticiparsi gli fu somministrata da Rabirio Postumo, cavaliere romano, che poi di ciò accusato, fu difeso da Cicerone. Gabinio, per farsi assolvere, dovette spendere quanto avea lucrato; e Cicerone che dapprima lo accusava, alfine lo difese, perchè appoggiato da Pompeo.

160.Cicerone, allora sul denigrare, scriveva cheSullanas venditiones et assignationes ratas esse voluit, quo firmiores existimentur suæ. Ad fam.,XIII.8.

160.Cicerone, allora sul denigrare, scriveva cheSullanas venditiones et assignationes ratas esse voluit, quo firmiores existimentur suæ. Ad fam.,XIII.8.

161.Istum, cujus φαλαρισμὸν times, omnia teterrime facturum puto.Ad Attico,VII.12. —Incertum est Phalarimne sit imitaturus.Ivi, 20.

161.Istum, cujus φαλαρισμὸν times, omnia teterrime facturum puto.Ad Attico,VII.12. —Incertum est Phalarimne sit imitaturus.Ivi, 20.

162.Adhuc in hac sum sententia, nihil ut faciamus nisi quod maxime Cæsar velle videatur.Epistolar. lib.IV, ad Sulpicium. —Admirari soleo gravitatem et justitiam et sapientiam Cæsaris; numquam nisi honorificentissime Pompejum appellat. At in ejus personam multa fecit asperius. Armorum ista et victoriæ sunt facta, non Cæsaris. At nos quemadmodum complexus! Cassium sibi legavit, Brutum Galliæ præfecit, Sulpicium Græciæ, Marcellum, cui maxime succensebat, cum summa illius dignitate restituit, etc.Lib.VI, ad Cæcinam. Lodi a Cesare sono profuse nell'orazionepro Marcello, che o non è sua, o men degna di lui.

162.Adhuc in hac sum sententia, nihil ut faciamus nisi quod maxime Cæsar velle videatur.Epistolar. lib.IV, ad Sulpicium. —Admirari soleo gravitatem et justitiam et sapientiam Cæsaris; numquam nisi honorificentissime Pompejum appellat. At in ejus personam multa fecit asperius. Armorum ista et victoriæ sunt facta, non Cæsaris. At nos quemadmodum complexus! Cassium sibi legavit, Brutum Galliæ præfecit, Sulpicium Græciæ, Marcellum, cui maxime succensebat, cum summa illius dignitate restituit, etc.Lib.VI, ad Cæcinam. Lodi a Cesare sono profuse nell'orazionepro Marcello, che o non è sua, o men degna di lui.

163.Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni.Lucano.

163.Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni.Lucano.

164.Correvano pasquinate, dicendo: — Cesare trae i Galli dietro al carro, ma per introdurli in senato: costoro mutano la braca celtica nel laticlavio. Il pubblico è pregato d'insegnare la strada del senato ai nuovi senatori».

164.Correvano pasquinate, dicendo: — Cesare trae i Galli dietro al carro, ma per introdurli in senato: costoro mutano la braca celtica nel laticlavio. Il pubblico è pregato d'insegnare la strada del senato ai nuovi senatori».

165.Cicerone è malcontento che Cesare abbia comunicato il diritto latino ai Siculi, benchè gran fautore di questi.Scis quam diligam Siculos, et quam illam clientelam honestam judicem. Multa illis Cæsar, nec me incito; etsi latinitas erat non ferenda.Ad Attico,XIV. 12.

165.Cicerone è malcontento che Cesare abbia comunicato il diritto latino ai Siculi, benchè gran fautore di questi.Scis quam diligam Siculos, et quam illam clientelam honestam judicem. Multa illis Cæsar, nec me incito; etsi latinitas erat non ferenda.Ad Attico,XIV. 12.

166.Cicerone,ad fam.,IX. 15, scrive: — Talvolta odo che un consulto del senato, quando tornò a conto a Cesare, fu portato in Siria o in Armenia, prima ch'io pur sapessi che fu fatto: e molti principi mi scrissero ringraziandomi ch'io avessi opinato perchè si desse loro il titolo di re, mentre io non sapevo tampoco che fossero al mondo».Hoeck, Druman, Duruy, Thierry, Michelet, e gli inglesi Quinoy, Long nella traduzione di Plutarco, Mérival neiRomani sotto l'Impero, considerano Cesare come l'uomo che si collocò alla vanguardia del mondo. Dopo il colpo di Stato di Napoleone III, i Francesi si diedero a bersagliare Cesare per allusione; e a noi fecero colpa di non averlo giudicato da quello aspetto momentaneo e parziale. Anche dopoBury,Histoire de la vie de Jules César, 1758, eMeissner,Vita di Giulio Cesare, continuata daHaken, 1811, è a desiderare che alcuno ne tragga una più compita e vasta daiCommentarj, da Plutarco, da Svetonio. Quella scrittane da Napoleone III non accontentò i veri dotti, e rimase incompiuta.

166.Cicerone,ad fam.,IX. 15, scrive: — Talvolta odo che un consulto del senato, quando tornò a conto a Cesare, fu portato in Siria o in Armenia, prima ch'io pur sapessi che fu fatto: e molti principi mi scrissero ringraziandomi ch'io avessi opinato perchè si desse loro il titolo di re, mentre io non sapevo tampoco che fossero al mondo».

Hoeck, Druman, Duruy, Thierry, Michelet, e gli inglesi Quinoy, Long nella traduzione di Plutarco, Mérival neiRomani sotto l'Impero, considerano Cesare come l'uomo che si collocò alla vanguardia del mondo. Dopo il colpo di Stato di Napoleone III, i Francesi si diedero a bersagliare Cesare per allusione; e a noi fecero colpa di non averlo giudicato da quello aspetto momentaneo e parziale. Anche dopoBury,Histoire de la vie de Jules César, 1758, eMeissner,Vita di Giulio Cesare, continuata daHaken, 1811, è a desiderare che alcuno ne tragga una più compita e vasta daiCommentarj, da Plutarco, da Svetonio. Quella scrittane da Napoleone III non accontentò i veri dotti, e rimase incompiuta.

167.Servio scriveva a Marco Tullio (ad fam.,IV. 5):Ea nobis erepta sunt, quæ hominibus non minus quam liberi cara sunt, patria, honestas, dignitas.

167.Servio scriveva a Marco Tullio (ad fam.,IV. 5):Ea nobis erepta sunt, quæ hominibus non minus quam liberi cara sunt, patria, honestas, dignitas.

168.Sedebamus in puppi, nunc vix in sentina sumus.Ad fam.,IX. 15. —Semiliberi saltem simus, quod assequemur latendo et tacendo.Ad Attico,XIII, 31.

168.Sedebamus in puppi, nunc vix in sentina sumus.Ad fam.,IX. 15. —Semiliberi saltem simus, quod assequemur latendo et tacendo.Ad Attico,XIII, 31.

169.Il fare Bruto figlio di Cesare è acquarzente de' tragici, che hanno bisogno d'esagerate situazioni. Bruto nacque nell'85 av. C., cioè quando Cesare finiva appena quindici anni; il quale ne contava quarantasette al tempo de' suoi amori con Servilia, e cinquantasei quando fu assassinato.

169.Il fare Bruto figlio di Cesare è acquarzente de' tragici, che hanno bisogno d'esagerate situazioni. Bruto nacque nell'85 av. C., cioè quando Cesare finiva appena quindici anni; il quale ne contava quarantasette al tempo de' suoi amori con Servilia, e cinquantasei quando fu assassinato.

170.Quidquid vult, valde vult.Cicerone, ad Attico,XIV.1. — ὥσπερ τὰ ψυχρήλατα τῶν ξιφῶν, σκληρὸν ἐκ φύσεως.PlutarcoinBruto, 1.

170.Quidquid vult, valde vult.Cicerone, ad Attico,XIV.1. — ὥσπερ τὰ ψυχρήλατα τῶν ξιφῶν, σκληρὸν ἐκ φύσεως.PlutarcoinBruto, 1.

171.Nolite existimare majores nostros armis rempublicam ex parva magnam fecisse... Alia fuere quæ illos magnos fecere, quæ nobis nulla sunt; domi industria, foris justum imperium.Sallustio, Catilin.

171.Nolite existimare majores nostros armis rempublicam ex parva magnam fecisse... Alia fuere quæ illos magnos fecere, quæ nobis nulla sunt; domi industria, foris justum imperium.Sallustio, Catilin.

172.Plutarco, inP. Emilio, dice che l'universo fremè d'orrore al finir della guerra coll'Epiro, ove dalla ruina d'una nazione erasi cavato bottino sì modico e sì scarso guadagno. I soldati si opposero al trionfo di Paolo Emilio perchè aveano toccato poco.Livio,XLV.34. 35.

172.Plutarco, inP. Emilio, dice che l'universo fremè d'orrore al finir della guerra coll'Epiro, ove dalla ruina d'una nazione erasi cavato bottino sì modico e sì scarso guadagno. I soldati si opposero al trionfo di Paolo Emilio perchè aveano toccato poco.Livio,XLV.34. 35.

173.More latrocinii, veteribus possessoribus ademerunt agros, domos, sepulcra, fana... juvenes pariter ac seniores, mulieresque cum parvis liberis, conquerentes se pelli agris focisque.Appiano, De bello civ.Impius hæc tam culta novalia miles habebit?Barbarus has segetes? En quo discordia civesPerduxit miseros! En queis consevimus agros!...O Lycida, vici pervenimus, advena nostri(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelliDiceret: Hæc mea, sunt, veteres migrate coloni.Virgilio, EglogheIeIX.

173.More latrocinii, veteribus possessoribus ademerunt agros, domos, sepulcra, fana... juvenes pariter ac seniores, mulieresque cum parvis liberis, conquerentes se pelli agris focisque.Appiano, De bello civ.

Impius hæc tam culta novalia miles habebit?Barbarus has segetes? En quo discordia civesPerduxit miseros! En queis consevimus agros!...O Lycida, vici pervenimus, advena nostri(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelliDiceret: Hæc mea, sunt, veteres migrate coloni.Virgilio, EglogheIeIX.

Impius hæc tam culta novalia miles habebit?Barbarus has segetes? En quo discordia civesPerduxit miseros! En queis consevimus agros!...O Lycida, vici pervenimus, advena nostri(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelliDiceret: Hæc mea, sunt, veteres migrate coloni.Virgilio, EglogheIeIX.

Impius hæc tam culta novalia miles habebit?

Barbarus has segetes? En quo discordia cives

Perduxit miseros! En queis consevimus agros!...

O Lycida, vici pervenimus, advena nostri

(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelli

Diceret: Hæc mea, sunt, veteres migrate coloni.

Virgilio, EglogheIeIX.

174.Lib.II. cap. 15. Lo attestano pare Tacito.Ann.,XII. 43, Plinio, lib.XVII, Columella,pref.al lib. 1.

174.Lib.II. cap. 15. Lo attestano pare Tacito.Ann.,XII. 43, Plinio, lib.XVII, Columella,pref.al lib. 1.

175.Pro Flacco, 6. 7. 8.

175.Pro Flacco, 6. 7. 8.

176.Si allude alla legge Valeria del 667 di Roma, per cui i debiti furono ridotti a tre quarti.

176.Si allude alla legge Valeria del 667 di Roma, per cui i debiti furono ridotti a tre quarti.

177.Cicero,De officiis,II.21.

177.Cicero,De officiis,II.21.

178.Poltifagichiama Plauto i Romani.

178.Poltifagichiama Plauto i Romani.

179.Ad me autem, etiam cum rogat aliquid, contumaciter, arroganter, ἀκοινωνήτως solet scribere.Cicerone, ad Attico,VI.1. —Omnino (soli enim sumus) nullas unquam ad me literas misit Brutus, in quibus non inesset arrogans, ὰκοινώνητον aliquid.Ivi, 3.Molto si è discusso intorno ai nomi diunciarium fœnus, semiunciarium fœnus, centesima usura,adoprati nel diritto romano. A noi pare, fra le tante, meglio probabile la spiegazione del Niebuhr, che l'unciarium fœnusindichi l'interesse di un'oncia, vale a dire di un dodicesimo del capitale all'anno; e ilsemiunciariumdi un ventiquattresimo: lacentesimasarebbe un centesimo del capitale, da pagare alle calende d'ogni mese; il che viene al dodici per cento l'anno. Le due prime denominazioni derivano dall'antica divisione romana dell'asse in dodici oncie; la terza più recente è calcolata sulla divisione decimale. Lasciando via il supposto del Niebuhr dell'anno romano di dieci mesi (Appendice II), l'unciariumdarebbe l'otto e un terzo per cento, e ilsemiunciariumil quattro e un sesto.

179.Ad me autem, etiam cum rogat aliquid, contumaciter, arroganter, ἀκοινωνήτως solet scribere.Cicerone, ad Attico,VI.1. —Omnino (soli enim sumus) nullas unquam ad me literas misit Brutus, in quibus non inesset arrogans, ὰκοινώνητον aliquid.Ivi, 3.

Molto si è discusso intorno ai nomi diunciarium fœnus, semiunciarium fœnus, centesima usura,adoprati nel diritto romano. A noi pare, fra le tante, meglio probabile la spiegazione del Niebuhr, che l'unciarium fœnusindichi l'interesse di un'oncia, vale a dire di un dodicesimo del capitale all'anno; e ilsemiunciariumdi un ventiquattresimo: lacentesimasarebbe un centesimo del capitale, da pagare alle calende d'ogni mese; il che viene al dodici per cento l'anno. Le due prime denominazioni derivano dall'antica divisione romana dell'asse in dodici oncie; la terza più recente è calcolata sulla divisione decimale. Lasciando via il supposto del Niebuhr dell'anno romano di dieci mesi (Appendice II), l'unciariumdarebbe l'otto e un terzo per cento, e ilsemiunciariumil quattro e un sesto.

180.Cesare nella Gallia Transalpina fece un milione di schiavi, secondo Plutarco e Appiano: Lucullo nel Ponto tanti, che si vendeano quattro dramme, cioè men di quattro lire per testa. Augusto ne menò quarantaquattromila dalle montagne dei Salassi.

180.Cesare nella Gallia Transalpina fece un milione di schiavi, secondo Plutarco e Appiano: Lucullo nel Ponto tanti, che si vendeano quattro dramme, cioè men di quattro lire per testa. Augusto ne menò quarantaquattromila dalle montagne dei Salassi.

181.Tota salutatrix jam turba peregerit orbemSideribus dubiis.Giovenale.

181.

Tota salutatrix jam turba peregerit orbemSideribus dubiis.Giovenale.

Tota salutatrix jam turba peregerit orbemSideribus dubiis.Giovenale.

Tota salutatrix jam turba peregerit orbem

Sideribus dubiis.

Giovenale.

182.Queste costose tavole pare fossero di cisto,thuja articulata.

182.Queste costose tavole pare fossero di cisto,thuja articulata.

183.Tante e sì varie qualità di pesci nutrivano alcuni nei vivaj, che tenevano nomenclatori a posta per distinguerle e suggerirne il nome, al quale scrivono che alcuni fossero educati ad accorrere:Natat ad magistrum delicata muræna,Nomenclator mugilem citat notum,Et adesse jussi prodeunt senes mulli.Marziale, x.30.Vedi le odi d'OrazioJam pauca aratro — Beatus ille — Robustam, amice; e alquanto più tardi Seneca, ep. 47, e Petronio; e in generale Meursio,De luxu Romanorum.NelPalazzo di Scauro, frammento d'un viaggio fatto a Roma verso il fine della repubblica da Meroveo principe degli Svevi, Mazois suppone che Meroveo, figlio d'Ariovisto vinto da Cesare, prigioniero a Roma, v'incontri amicizia col greco architetto Crisippo, il quale lo conduce a vederne le magnificenze. E così questi gli narra i progressi dell'arte del fabbricare: — Un tempo questa regina delle città era costruita nulla meglio delle vostre di Germania; i suoi cittadini, agricoltori e soldati, dormivano colle famiglie sotto tugurj di legno o di canne. Solo dopo la guerra di Pirro cominciossi a coprir di tegoli le case, invece di scandule e stoppia. Avevano un solo piano, poichè i regolamenti degli edili proibivano di dare ai muri degli edifizj privati spessezza maggiore d'un piede e mezzo; dappoi si pensò a rinforzare i muri di mattoni con catene di pietre, ed anche costruirne interamente di pietre: per tal modo si diede alle abitazioni maggior elevatezza; anzi si cadde nell'abuso, onde savie prescrizioni fissarono l'altezza ordinaria delle case dai sessanta ai settanta piedi. Siffatta precauzione previene molti mali; giacchè negl'incendj non si possono portare con tanta facilità i soccorsi necessarj agli appartamenti troppo alti, i tremuoti fanno crollare di più gli edifizj, e le inondazioni, causa di tanti guasti a Roma, corrodono le fondamenta e trascinano a rovina le case sopraccaricate d'appartamenti. Ciò forse contribuisce a far dalle persone agiate abbandonare i cenacoli, o camere di soffitta; solo persone di mediocre fortuna, stranieri, liberti vi abitano pel buon mercato: un appartamento compiuto e comodo sotto l'altana (solarium) non costa meno di duemila sesterzj l'anno, e una casa comoda e piacevole non s'appigiona a meno di trentamila. Gl'incendj sono uno dei più grandi flagelli di Roma; essi puniscono sovente l'orgoglio e il lusso di questi degenerati repubblicani, i quali, invece di servire alla utilità nelle loro fabbriche, siccome gli antenati loro, non cercano che di soddisfare ad una smoderata passione ed a stravaganti capricci».Sopra ciò vediPlinio,Nat. Hist.,XXXVI.24. A Cicerone reduce furono assegnati d'indennità per la villa di Tusculo denari 500,000, per la casa a Formio denari 250,000, per quella di Roma denari 2,000,000; e si lagna siano state valutate troppo basso. Plinio il Giovane, privato e filosofo, ci descrive le sue ville d'un fasto voluttuoso che sarebbe troppo ad un re. Può far riscontro alPalazzo di Scaurol'opera dell'architetto francese L. P. Hudebourt,Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline. Parigi, 1838. Gabriele Peignot (Sur le luxe des Romains dans leur ameublement) raccolse curiose particolarità.Il gusto de' quadri cominciò dacchè Lucio Mummio ne portò di Grecia nel 146 av. C. Fra gli esposti in vendita fu un Bacco, di mano d'Aristide di Tebe, pel quale Attalo avea offerti ventotto talenti e mezzo (lire 114,000): l'Alessandro fulminante di Apelle, tolto al tempio di Diana d'Efeso, era stato pagato al pittore venti talenti (lire 96,000), e di poi fu venduto per tante monete d'oro quante ne portava. Marco Agrippa pagò ai Ciziceni un Ajace e una Venere lire 228,137: una Venere uscente dal mare si comprò lire 480,000; l'Ajace furioso, e la Medea che uccide i figli, lire 384,000: Tiberio, avuta la scelta fra lire ducentomila ed un quadro di Atalanta e Meleagro, preferì questo.Lucullo portò dal Ponto una statua, che era costata due milioni e quattrocentomila lire. La colossale di Mercurio, opera di Zenodoro, costò dieci anni di lavoro e lire ottocentomila.Cajo Gracco aveva una tavola sostenuta da due delfini in argento massiccio, che gli costava mille lire la libbra. La decantata di Tolomeo re di Mauritania in cedro, grossa tre dita, e grande quattro piedi e mezzo quadrati, dovea valere un tesoro. Cicerone pagò ducentomila lire una di cedro. Gallo Asinio ne aveva una di ducentomila lire; e Seneca cinquecento di gran valore, tutte di cedro col piede d'avorio.Di gran lusso erano pure i letti, fossero cubicolari per dormire, triclinarj per la tavola, o nuziali. Quei della prima sorte tenevansi in semplici cameruccie, senza cielo nè cortine. I triclinarj al tempo di Augusto erano sovente di cedro vestito di lamine d'argento, o intagliati e cesellati in oro, avorio, tartaruga, madreperla, altre materie preziose. Vi si stendeano coperte ricchissime, di cui al tempo di Catone alcuna fu venduta sin censessantamila lire. Nerone ne comprò una variopinta per lire settecento settantacinquemila. Costosissimi dovean pure essere i letti nuziali.Estremo era il lusso nelle coppe e tazze, con cui ornavansi gli abachi. Lucio Crasso ebbe due coppe cesellate da Mentore, che costavano lire ventimila. Cercatissimi erano i vasi murrini, e un solo fu venduto lire trecentrentaseimila; Petronio consolare, condannato a morte da Nerone, ne ruppe uno di un milione quattrocenquarantamila lire, perchè il tiranno non l'ereditasse. Silla avea piatti che pesavano fin ducento marchi; e Plinio aggiunge che in Roma se ne sarebbero trovati cinquecento d'egual peso. L'imperatrice Livia offrì in Campidoglio un vaso di cristallo che pesava cinquanta libbre. Uno schiavo di Claudio, tesoriere dell'alta Spagna, fece fare un vaso, pel quale si dovette fabbricar a posta una fonderia; tutto argento puro, pesante cinquecento libbre, che servivasi fra otto piatti da cento marchi ciascuno. Su quel modello ne volle poi uno Vitellio, che chiamava scudo di Minerva.Altrettanto piacevansi i Romani di lampade e candelabri, variatissimi di forma e di materia.Peignot dà una stima delle sostanze di varj cittadini, secondo i dati antichi; e per quanto vi si possa ridire, offre, se non altro, dei termini di comparazione:Silla avea di sua sostanzaL.150,000,000Il commediante Roscio almeno»20,000,000Il tragico Esopo, benchè in una sola vivanda consumasse lire 20,000»5,000,000Publio Crasso il Ricco aveva in fondi e quasi altrettanto in case a Roma, schiavi, armenti»60,000,000Emilio Scauro, genero di Silla»80,000,000Demetrio, liberto di Pompeo, un capitale di»19,200,000L'oratore Ortensio acquistò colle arringhe»20,000,000Milone, andando in esiglio, portò buona parte del suo avere a Marsiglia; il resto confiscatogli per pagarne i debiti saliva a»15,000,000Lucullo ebbe da»120,000,000e alla sua morte,i pesci di un suo vivajo furono venduti»800,000Marc'Antonio avea per»120,000,000Sallustio lasciò»60,000,000Virgilio»1,957,424tutteper donativi da Augusto. Peltu Marcellus erisOttavia gli fece contare 52,000 lire.Augusto in venti anni aveva ricevuto in doni od eredità più di 100,000,000 e ne lasciò»200,000,000Apicio, celebre gastronomo, avea per»19,375,934e quandosi vide ridotto a 2,000,000 si uccise per paura di morir di fame.A Tiberio si trovarono»540,000,000Callisto, liberto di Caligola, possedeva per»40,000,000Narcisso liberto, poi segretario di Claudio, ammassò»50,000,000Seneca filosofo possedeva»60,000,000e Plinio il Giovane»20,000,000

183.Tante e sì varie qualità di pesci nutrivano alcuni nei vivaj, che tenevano nomenclatori a posta per distinguerle e suggerirne il nome, al quale scrivono che alcuni fossero educati ad accorrere:

Natat ad magistrum delicata muræna,Nomenclator mugilem citat notum,Et adesse jussi prodeunt senes mulli.Marziale, x.30.

Natat ad magistrum delicata muræna,Nomenclator mugilem citat notum,Et adesse jussi prodeunt senes mulli.Marziale, x.30.

Natat ad magistrum delicata muræna,

Nomenclator mugilem citat notum,

Et adesse jussi prodeunt senes mulli.

Marziale, x.30.

Vedi le odi d'OrazioJam pauca aratro — Beatus ille — Robustam, amice; e alquanto più tardi Seneca, ep. 47, e Petronio; e in generale Meursio,De luxu Romanorum.

NelPalazzo di Scauro, frammento d'un viaggio fatto a Roma verso il fine della repubblica da Meroveo principe degli Svevi, Mazois suppone che Meroveo, figlio d'Ariovisto vinto da Cesare, prigioniero a Roma, v'incontri amicizia col greco architetto Crisippo, il quale lo conduce a vederne le magnificenze. E così questi gli narra i progressi dell'arte del fabbricare: — Un tempo questa regina delle città era costruita nulla meglio delle vostre di Germania; i suoi cittadini, agricoltori e soldati, dormivano colle famiglie sotto tugurj di legno o di canne. Solo dopo la guerra di Pirro cominciossi a coprir di tegoli le case, invece di scandule e stoppia. Avevano un solo piano, poichè i regolamenti degli edili proibivano di dare ai muri degli edifizj privati spessezza maggiore d'un piede e mezzo; dappoi si pensò a rinforzare i muri di mattoni con catene di pietre, ed anche costruirne interamente di pietre: per tal modo si diede alle abitazioni maggior elevatezza; anzi si cadde nell'abuso, onde savie prescrizioni fissarono l'altezza ordinaria delle case dai sessanta ai settanta piedi. Siffatta precauzione previene molti mali; giacchè negl'incendj non si possono portare con tanta facilità i soccorsi necessarj agli appartamenti troppo alti, i tremuoti fanno crollare di più gli edifizj, e le inondazioni, causa di tanti guasti a Roma, corrodono le fondamenta e trascinano a rovina le case sopraccaricate d'appartamenti. Ciò forse contribuisce a far dalle persone agiate abbandonare i cenacoli, o camere di soffitta; solo persone di mediocre fortuna, stranieri, liberti vi abitano pel buon mercato: un appartamento compiuto e comodo sotto l'altana (solarium) non costa meno di duemila sesterzj l'anno, e una casa comoda e piacevole non s'appigiona a meno di trentamila. Gl'incendj sono uno dei più grandi flagelli di Roma; essi puniscono sovente l'orgoglio e il lusso di questi degenerati repubblicani, i quali, invece di servire alla utilità nelle loro fabbriche, siccome gli antenati loro, non cercano che di soddisfare ad una smoderata passione ed a stravaganti capricci».

Sopra ciò vediPlinio,Nat. Hist.,XXXVI.24. A Cicerone reduce furono assegnati d'indennità per la villa di Tusculo denari 500,000, per la casa a Formio denari 250,000, per quella di Roma denari 2,000,000; e si lagna siano state valutate troppo basso. Plinio il Giovane, privato e filosofo, ci descrive le sue ville d'un fasto voluttuoso che sarebbe troppo ad un re. Può far riscontro alPalazzo di Scaurol'opera dell'architetto francese L. P. Hudebourt,Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune, restituée d'après la description de Pline. Parigi, 1838. Gabriele Peignot (Sur le luxe des Romains dans leur ameublement) raccolse curiose particolarità.

Il gusto de' quadri cominciò dacchè Lucio Mummio ne portò di Grecia nel 146 av. C. Fra gli esposti in vendita fu un Bacco, di mano d'Aristide di Tebe, pel quale Attalo avea offerti ventotto talenti e mezzo (lire 114,000): l'Alessandro fulminante di Apelle, tolto al tempio di Diana d'Efeso, era stato pagato al pittore venti talenti (lire 96,000), e di poi fu venduto per tante monete d'oro quante ne portava. Marco Agrippa pagò ai Ciziceni un Ajace e una Venere lire 228,137: una Venere uscente dal mare si comprò lire 480,000; l'Ajace furioso, e la Medea che uccide i figli, lire 384,000: Tiberio, avuta la scelta fra lire ducentomila ed un quadro di Atalanta e Meleagro, preferì questo.

Lucullo portò dal Ponto una statua, che era costata due milioni e quattrocentomila lire. La colossale di Mercurio, opera di Zenodoro, costò dieci anni di lavoro e lire ottocentomila.

Cajo Gracco aveva una tavola sostenuta da due delfini in argento massiccio, che gli costava mille lire la libbra. La decantata di Tolomeo re di Mauritania in cedro, grossa tre dita, e grande quattro piedi e mezzo quadrati, dovea valere un tesoro. Cicerone pagò ducentomila lire una di cedro. Gallo Asinio ne aveva una di ducentomila lire; e Seneca cinquecento di gran valore, tutte di cedro col piede d'avorio.

Di gran lusso erano pure i letti, fossero cubicolari per dormire, triclinarj per la tavola, o nuziali. Quei della prima sorte tenevansi in semplici cameruccie, senza cielo nè cortine. I triclinarj al tempo di Augusto erano sovente di cedro vestito di lamine d'argento, o intagliati e cesellati in oro, avorio, tartaruga, madreperla, altre materie preziose. Vi si stendeano coperte ricchissime, di cui al tempo di Catone alcuna fu venduta sin censessantamila lire. Nerone ne comprò una variopinta per lire settecento settantacinquemila. Costosissimi dovean pure essere i letti nuziali.

Estremo era il lusso nelle coppe e tazze, con cui ornavansi gli abachi. Lucio Crasso ebbe due coppe cesellate da Mentore, che costavano lire ventimila. Cercatissimi erano i vasi murrini, e un solo fu venduto lire trecentrentaseimila; Petronio consolare, condannato a morte da Nerone, ne ruppe uno di un milione quattrocenquarantamila lire, perchè il tiranno non l'ereditasse. Silla avea piatti che pesavano fin ducento marchi; e Plinio aggiunge che in Roma se ne sarebbero trovati cinquecento d'egual peso. L'imperatrice Livia offrì in Campidoglio un vaso di cristallo che pesava cinquanta libbre. Uno schiavo di Claudio, tesoriere dell'alta Spagna, fece fare un vaso, pel quale si dovette fabbricar a posta una fonderia; tutto argento puro, pesante cinquecento libbre, che servivasi fra otto piatti da cento marchi ciascuno. Su quel modello ne volle poi uno Vitellio, che chiamava scudo di Minerva.

Altrettanto piacevansi i Romani di lampade e candelabri, variatissimi di forma e di materia.

Peignot dà una stima delle sostanze di varj cittadini, secondo i dati antichi; e per quanto vi si possa ridire, offre, se non altro, dei termini di comparazione:

184.Come i Romani distribuissero le ore di loro giornata, è soggetto di una dissertazione dell'abate Couture neiMémoires de l'Académie française. Per le donne vediBoettiger,Sabina, o il mattino d'una dama romana. Lipsia 1806.

184.Come i Romani distribuissero le ore di loro giornata, è soggetto di una dissertazione dell'abate Couture neiMémoires de l'Académie française. Per le donne vediBoettiger,Sabina, o il mattino d'una dama romana. Lipsia 1806.

185.Tra i vini gli antichi lodarono ilPucinum, cioè il prosseco del Friuli; e Plinio (Nat. hist.,XIV.6) dice che Livia d'Augusto attribuiva a quel vino l'esser campata ottantadue anni.

185.Tra i vini gli antichi lodarono ilPucinum, cioè il prosseco del Friuli; e Plinio (Nat. hist.,XIV.6) dice che Livia d'Augusto attribuiva a quel vino l'esser campata ottantadue anni.

186.Plinio,X.23. 52.

186.Plinio,X.23. 52.

187.Lo stesso,X.23. — L'allevamento dei polli divenne una cura gravissima, e i pollaj e colombaj presero estensione maggiore, che in principio non n'avessero le ville. Un gallinario presedeva alla bassa corte, e sotto di lui un uccellajo opastor avium. Varrone fa dire all'intendente della masseria di Sejo, che il pollajo gli fruttava più di sessantamila sesterzj, e che cinquantamila tordi allevati in un'altra campagna eransi venduti altrettanto, cioè due volte più che un podere di ducento acri. Un ovo di pavone pagavasi cinque denari. Che più, se un par di piccioni si pagarono fin mille sesterzj, e due galline quattromila monete d'argento? Nessuna maraviglia dunque se Varrone si estende lungamente ne' precetti intorno alla bassa corte, dando particolarità, dalle quali non si raccoglie se non l'estensione di quell'allevamento.

187.Lo stesso,X.23. — L'allevamento dei polli divenne una cura gravissima, e i pollaj e colombaj presero estensione maggiore, che in principio non n'avessero le ville. Un gallinario presedeva alla bassa corte, e sotto di lui un uccellajo opastor avium. Varrone fa dire all'intendente della masseria di Sejo, che il pollajo gli fruttava più di sessantamila sesterzj, e che cinquantamila tordi allevati in un'altra campagna eransi venduti altrettanto, cioè due volte più che un podere di ducento acri. Un ovo di pavone pagavasi cinque denari. Che più, se un par di piccioni si pagarono fin mille sesterzj, e due galline quattromila monete d'argento? Nessuna maraviglia dunque se Varrone si estende lungamente ne' precetti intorno alla bassa corte, dando particolarità, dalle quali non si raccoglie se non l'estensione di quell'allevamento.

188.Orazio,Satir., 3.

188.Orazio,Satir., 3.

189.Plinio,IX.17.

189.Plinio,IX.17.

190.Lo stesso,III.8;VIII.82;IX.82.

190.Lo stesso,III.8;VIII.82;IX.82.

191.Varrone,III.17;Plinio,IX.8.

191.Varrone,III.17;Plinio,IX.8.

192.Antica orazione ap.A. Gellio,XV.8; e Orazio diceva:Romana juventusNon veneris tantum, quantum studiosa culinæ.

192.Antica orazione ap.A. Gellio,XV.8; e Orazio diceva:

Romana juventusNon veneris tantum, quantum studiosa culinæ.

Romana juventusNon veneris tantum, quantum studiosa culinæ.

Romana juventus

Non veneris tantum, quantum studiosa culinæ.

193.Plutarco, inAntonio.

193.Plutarco, inAntonio.

194.A. Gellio,I.6. — Sallustio appone a Fulvia «l'esser erudita di greco e latino, saper sonare e ballare più che non convenga a donna onesta, il saper fare versi, dire arguzie, usare discorso modesto o procace».

194.A. Gellio,I.6. — Sallustio appone a Fulvia «l'esser erudita di greco e latino, saper sonare e ballare più che non convenga a donna onesta, il saper fare versi, dire arguzie, usare discorso modesto o procace».

195.Valerio Massimo,IX.

195.Valerio Massimo,IX.

196.Quasi in choro pila ludensDatatim dat se se et communem facit;Alium tenet, alii nutat, alibi manusEst occupata, alii pervellit pedem,Alii dat annulum spectandum, a lubrisAlium invocat, cum alio cantat, et tamenAlii dat digito literas.

196.

Quasi in choro pila ludensDatatim dat se se et communem facit;Alium tenet, alii nutat, alibi manusEst occupata, alii pervellit pedem,Alii dat annulum spectandum, a lubrisAlium invocat, cum alio cantat, et tamenAlii dat digito literas.

Quasi in choro pila ludensDatatim dat se se et communem facit;Alium tenet, alii nutat, alibi manusEst occupata, alii pervellit pedem,Alii dat annulum spectandum, a lubrisAlium invocat, cum alio cantat, et tamenAlii dat digito literas.

Quasi in choro pila ludens

Datatim dat se se et communem facit;

Alium tenet, alii nutat, alibi manus

Est occupata, alii pervellit pedem,

Alii dat annulum spectandum, a lubris

Alium invocat, cum alio cantat, et tamen

Alii dat digito literas.

197.Nunc tibi captivos mittet Germania crines,Culta triumphatæ munere gentis eris.O quam sæpe, comas aliquo mirante, rubebis,Et dices: Emta nunc ego merce probor.Amor.I.14.Tutta quest'elegia va in disapprovare l'amica del soverchio ornarsi.

197.

Nunc tibi captivos mittet Germania crines,Culta triumphatæ munere gentis eris.O quam sæpe, comas aliquo mirante, rubebis,Et dices: Emta nunc ego merce probor.Amor.I.14.

Nunc tibi captivos mittet Germania crines,Culta triumphatæ munere gentis eris.O quam sæpe, comas aliquo mirante, rubebis,Et dices: Emta nunc ego merce probor.Amor.I.14.

Nunc tibi captivos mittet Germania crines,

Culta triumphatæ munere gentis eris.

O quam sæpe, comas aliquo mirante, rubebis,

Et dices: Emta nunc ego merce probor.

Amor.I.14.

Tutta quest'elegia va in disapprovare l'amica del soverchio ornarsi.

198.Quid juvat ornato procedere, vita, capillo,Et tenues coa veste movere sinus?Aut quid orontea crines perfundere myrrha,Teque peregrinis vendere muneribus?Naturæque decus mercato perdere cultu?Properzio,I.2.

198.

Quid juvat ornato procedere, vita, capillo,Et tenues coa veste movere sinus?Aut quid orontea crines perfundere myrrha,Teque peregrinis vendere muneribus?Naturæque decus mercato perdere cultu?Properzio,I.2.

Quid juvat ornato procedere, vita, capillo,Et tenues coa veste movere sinus?Aut quid orontea crines perfundere myrrha,Teque peregrinis vendere muneribus?Naturæque decus mercato perdere cultu?Properzio,I.2.

Quid juvat ornato procedere, vita, capillo,

Et tenues coa veste movere sinus?

Aut quid orontea crines perfundere myrrha,

Teque peregrinis vendere muneribus?

Naturæque decus mercato perdere cultu?

Properzio,I.2.

199.L'elegia quarta del 1º libro degliAmorid'Ovidio, a parte le sconcezze, informa assai degli usi nei banchetti d'allora, istruendo egli l'amica del come comportarsi in un convito ove assistano e il marito e l'amante:Cum premit ille torum, vultu comes ipsa modesto,Ibis ut accumbas; clam mihi tange pedem.....Cum tibi quæ faciam, mea lux, dicamve, placebunt,Versetur digitis annulus usque tuis...Nec premat impositis sinito tua colla lacertis;Mite nec in rigido pectore pone caput ecc.

199.L'elegia quarta del 1º libro degliAmorid'Ovidio, a parte le sconcezze, informa assai degli usi nei banchetti d'allora, istruendo egli l'amica del come comportarsi in un convito ove assistano e il marito e l'amante:

Cum premit ille torum, vultu comes ipsa modesto,Ibis ut accumbas; clam mihi tange pedem.....Cum tibi quæ faciam, mea lux, dicamve, placebunt,Versetur digitis annulus usque tuis...Nec premat impositis sinito tua colla lacertis;Mite nec in rigido pectore pone caput ecc.

Cum premit ille torum, vultu comes ipsa modesto,Ibis ut accumbas; clam mihi tange pedem.....Cum tibi quæ faciam, mea lux, dicamve, placebunt,Versetur digitis annulus usque tuis...Nec premat impositis sinito tua colla lacertis;Mite nec in rigido pectore pone caput ecc.

Cum premit ille torum, vultu comes ipsa modesto,

Ibis ut accumbas; clam mihi tange pedem.....

Cum tibi quæ faciam, mea lux, dicamve, placebunt,

Versetur digitis annulus usque tuis...

Nec premat impositis sinito tua colla lacertis;

Mite nec in rigido pectore pone caput ecc.

200.Plutarco, inP. Emilio, inMarioe inCicerone;Valerio Massimo,VI.3. 10;Plinio,VII.15. —Paula Valeria divortium sine causa, quo die vir e provincia venturus erat, fecit: nuptura est D. Bruto.Cicerone,ad fam.,VIII.7. —Numquid jam ulla repudio erubescit, postquam illustres quædam et nobiles feminæ non consulum numero, sed maritorum annos suos computant, et exeunt matrimonii causa, nubunt repudii?Seneca, De benef.,III.26. — Lucano, il poeta della virtù, nobilita di frasi la prostituzione della moglie di Catone (Phars.,II.329):Mox ubi connubii pretium, mercesque soluta est;Tertia jam soboles, alios fecunda penatesImpletura datur...Dum sanguis inerat, dum vis materna, peregiJussa, Cato...Visceribus lassis, partuque exhausta, revertorJam nulli tradenda viro.

200.Plutarco, inP. Emilio, inMarioe inCicerone;Valerio Massimo,VI.3. 10;Plinio,VII.15. —Paula Valeria divortium sine causa, quo die vir e provincia venturus erat, fecit: nuptura est D. Bruto.Cicerone,ad fam.,VIII.7. —Numquid jam ulla repudio erubescit, postquam illustres quædam et nobiles feminæ non consulum numero, sed maritorum annos suos computant, et exeunt matrimonii causa, nubunt repudii?Seneca, De benef.,III.26. — Lucano, il poeta della virtù, nobilita di frasi la prostituzione della moglie di Catone (Phars.,II.329):

Mox ubi connubii pretium, mercesque soluta est;Tertia jam soboles, alios fecunda penatesImpletura datur...Dum sanguis inerat, dum vis materna, peregiJussa, Cato...Visceribus lassis, partuque exhausta, revertorJam nulli tradenda viro.

Mox ubi connubii pretium, mercesque soluta est;Tertia jam soboles, alios fecunda penatesImpletura datur...Dum sanguis inerat, dum vis materna, peregiJussa, Cato...Visceribus lassis, partuque exhausta, revertorJam nulli tradenda viro.

Mox ubi connubii pretium, mercesque soluta est;

Tertia jam soboles, alios fecunda penates

Impletura datur...

Dum sanguis inerat, dum vis materna, peregi

Jussa, Cato...

Visceribus lassis, partuque exhausta, revertor

Jam nulli tradenda viro.

201.Qui patrium mimæ donat fundumque laremque.Orazio.

201.Qui patrium mimæ donat fundumque laremque.Orazio.

202.Ovidio (de Ponto,III.3) si scusa delle sue oscenità, perchè non destinate a matrone, che portavano la benda al crine e la veste lunga fin ai piedi: e Tibullo (I.6) esorta la madre della sua Delia a tenerla casta, benchè non abbia nè la benda nè l'abito prolisso. Alludono al vestire delle libere, che Orazio (Satir.II.63. 82) chiamatogatæ. Vedi anchePlauto,Epid.,II.2. 42.

202.Ovidio (de Ponto,III.3) si scusa delle sue oscenità, perchè non destinate a matrone, che portavano la benda al crine e la veste lunga fin ai piedi: e Tibullo (I.6) esorta la madre della sua Delia a tenerla casta, benchè non abbia nè la benda nè l'abito prolisso. Alludono al vestire delle libere, che Orazio (Satir.II.63. 82) chiamatogatæ. Vedi anchePlauto,Epid.,II.2. 42.

203.Plauto, nellaBacchidee nell'Asinaria, nomina un processo avanti ai Tre capitali (ibo ad tres viros, vestraque ibi nomina Faxo erunt) per far eseguire la promessa scritta di fedeltà per un anno. E per chi dubitasse che il poeta umbrio non si riferisse che a costume greco, soccorre Ovidio, il quale dice aver assistito a un giovane (aderam juveni), che citava (jamque vadaturus) per simile ragione l'amica, e già teneva in mano il libello (duplices tabellæ), quando la vista di lei lo disarmò, e conchiuse:Tutius est, aptumque magis discedere pace,Quam petere a thalamis litigiosa fora.Munera quæ dederis, habeat sine lite jubeto.Rem. am.,II.274.

203.Plauto, nellaBacchidee nell'Asinaria, nomina un processo avanti ai Tre capitali (ibo ad tres viros, vestraque ibi nomina Faxo erunt) per far eseguire la promessa scritta di fedeltà per un anno. E per chi dubitasse che il poeta umbrio non si riferisse che a costume greco, soccorre Ovidio, il quale dice aver assistito a un giovane (aderam juveni), che citava (jamque vadaturus) per simile ragione l'amica, e già teneva in mano il libello (duplices tabellæ), quando la vista di lei lo disarmò, e conchiuse:

Tutius est, aptumque magis discedere pace,Quam petere a thalamis litigiosa fora.Munera quæ dederis, habeat sine lite jubeto.Rem. am.,II.274.

Tutius est, aptumque magis discedere pace,Quam petere a thalamis litigiosa fora.Munera quæ dederis, habeat sine lite jubeto.Rem. am.,II.274.

Tutius est, aptumque magis discedere pace,

Quam petere a thalamis litigiosa fora.

Munera quæ dederis, habeat sine lite jubeto.

Rem. am.,II.274.

204.Cicerone (Ad fam.,IX.26) descrive un banchetto, cui furono invitati egli, Attico, altri principali, e con essi la meretrice Citeride:Non mehercule suspicatus sum illam affore, sed tamen ne Aristippus quidem ille socraticus erubuit, cum esset objectum habere eum Laida.

204.Cicerone (Ad fam.,IX.26) descrive un banchetto, cui furono invitati egli, Attico, altri principali, e con essi la meretrice Citeride:Non mehercule suspicatus sum illam affore, sed tamen ne Aristippus quidem ille socraticus erubuit, cum esset objectum habere eum Laida.

205.— Le signore (esclama una di queste sciagurate inPlauto,Cistel.,I.1. 31) vogliono che noi stiamo da esse dipendenti, che sempre abbiam bisogno di loro. Se si va a trovarle, si vorrebbe non esserci mai andate. In pubblico fanno carezze alla specie nostra; in segreto ci mordono, perchè siamo liberte».

205.— Le signore (esclama una di queste sciagurate inPlauto,Cistel.,I.1. 31) vogliono che noi stiamo da esse dipendenti, che sempre abbiam bisogno di loro. Se si va a trovarle, si vorrebbe non esserci mai andate. In pubblico fanno carezze alla specie nostra; in segreto ci mordono, perchè siamo liberte».

206.VediChristius,Hist. legis Scatinæ.Ala 1727.

206.VediChristius,Hist. legis Scatinæ.Ala 1727.

207.Dives regnum orbæ senectutis exercens.Seneca, ad Marciam, 19.

207.Dives regnum orbæ senectutis exercens.Seneca, ad Marciam, 19.

208.Ad Attico,I.5.

208.Ad Attico,I.5.

209.Pro Cluentio, pro Amerino, ecc.

209.Pro Cluentio, pro Amerino, ecc.

210.Pro Cælio, 18.

210.Pro Cælio, 18.

211.Si meam, cum in omni vita, tum in dicendo moderationem modestiamque cognostis.Philipp.II.5.

211.Si meam, cum in omni vita, tum in dicendo moderationem modestiamque cognostis.Philipp.II.5.

212.Varrone,De re rustica,I.2. 17;III.6;Macrobio,Saturn.,II.9.

212.Varrone,De re rustica,I.2. 17;III.6;Macrobio,Saturn.,II.9.

213.Sæva canent, obscœna canent, fœdosque hymenæos,Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæNec Musa cecinisse pudet, nec nominis olimVirginei, famæque juvat meminisse prioris.Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæSub titulo prostant, et queis genus ab Jove summoRes hominum supra evectæ, et nullius egentesEsse merens vili, ac sancto se corpore fœdant.

213.

Sæva canent, obscœna canent, fœdosque hymenæos,Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæNec Musa cecinisse pudet, nec nominis olimVirginei, famæque juvat meminisse prioris.Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæSub titulo prostant, et queis genus ab Jove summoRes hominum supra evectæ, et nullius egentesEsse merens vili, ac sancto se corpore fœdant.

Sæva canent, obscœna canent, fœdosque hymenæos,Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæNec Musa cecinisse pudet, nec nominis olimVirginei, famæque juvat meminisse prioris.Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæSub titulo prostant, et queis genus ab Jove summoRes hominum supra evectæ, et nullius egentesEsse merens vili, ac sancto se corpore fœdant.

Sæva canent, obscœna canent, fœdosque hymenæos,

Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæ

Nec Musa cecinisse pudet, nec nominis olim

Virginei, famæque juvat meminisse prioris.

Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæ

Sub titulo prostant, et queis genus ab Jove summo

Res hominum supra evectæ, et nullius egentes

Esse merens vili, ac sancto se corpore fœdant.

214.Omnis enim per se Divûm natura necesse 'stImmortali ævo summa cum pace fruatur,Semota a nostris rebus, sejunctaque longe;Nam privata dolore omni, privata periclis,Ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri...Nec bene promeritis capitur, nec tangitur ira.Humana ante oculos fœde cum vita jaceretIn terris oppressa gravi sub religione...Primus Grajus homo mortales tollere contraEst oculos ausus, primusque obsistere contra,Quem nec fama Deûm, nec fulmina, nec minitantiMurmure compressa cœlum...Quare relligio, pedibus subjecta vicissim,Obteritur, nec exæquat victoria cœlo.De rerum nat.,I.56.

214.

Omnis enim per se Divûm natura necesse 'stImmortali ævo summa cum pace fruatur,Semota a nostris rebus, sejunctaque longe;Nam privata dolore omni, privata periclis,Ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri...Nec bene promeritis capitur, nec tangitur ira.Humana ante oculos fœde cum vita jaceretIn terris oppressa gravi sub religione...Primus Grajus homo mortales tollere contraEst oculos ausus, primusque obsistere contra,Quem nec fama Deûm, nec fulmina, nec minitantiMurmure compressa cœlum...Quare relligio, pedibus subjecta vicissim,Obteritur, nec exæquat victoria cœlo.De rerum nat.,I.56.

Omnis enim per se Divûm natura necesse 'stImmortali ævo summa cum pace fruatur,Semota a nostris rebus, sejunctaque longe;Nam privata dolore omni, privata periclis,Ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri...Nec bene promeritis capitur, nec tangitur ira.Humana ante oculos fœde cum vita jaceretIn terris oppressa gravi sub religione...Primus Grajus homo mortales tollere contraEst oculos ausus, primusque obsistere contra,Quem nec fama Deûm, nec fulmina, nec minitantiMurmure compressa cœlum...Quare relligio, pedibus subjecta vicissim,Obteritur, nec exæquat victoria cœlo.De rerum nat.,I.56.

Omnis enim per se Divûm natura necesse 'st

Immortali ævo summa cum pace fruatur,

Semota a nostris rebus, sejunctaque longe;

Nam privata dolore omni, privata periclis,

Ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri...

Nec bene promeritis capitur, nec tangitur ira.

Humana ante oculos fœde cum vita jaceret

In terris oppressa gravi sub religione...

Primus Grajus homo mortales tollere contra

Est oculos ausus, primusque obsistere contra,

Quem nec fama Deûm, nec fulmina, nec minitanti

Murmure compressa cœlum...

Quare relligio, pedibus subjecta vicissim,

Obteritur, nec exæquat victoria cœlo.

De rerum nat.,I.56.

215.Nobis cum brevis occidit luxNox est perpetua una dormienda.Nam castum esse decet, pium poetamIpsum; versiculos nihil necesse est,Qui tum denique habent salem ac leporem.Si sunt molliculi et parum pudici.

215.

Nobis cum brevis occidit luxNox est perpetua una dormienda.Nam castum esse decet, pium poetamIpsum; versiculos nihil necesse est,Qui tum denique habent salem ac leporem.Si sunt molliculi et parum pudici.

Nobis cum brevis occidit luxNox est perpetua una dormienda.Nam castum esse decet, pium poetamIpsum; versiculos nihil necesse est,Qui tum denique habent salem ac leporem.Si sunt molliculi et parum pudici.

Nobis cum brevis occidit lux

Nox est perpetua una dormienda.

Nam castum esse decet, pium poetam

Ipsum; versiculos nihil necesse est,

Qui tum denique habent salem ac leporem.

Si sunt molliculi et parum pudici.

216.Nec jurare time; Veneris perjuria ventiIrrita per terras et freta summa ferunt.Tibullo,I.4.Quater ille beatus,Quo tenera irato flere puella potest.Lo stesso,I.11.

216.

Nec jurare time; Veneris perjuria ventiIrrita per terras et freta summa ferunt.Tibullo,I.4.

Nec jurare time; Veneris perjuria ventiIrrita per terras et freta summa ferunt.Tibullo,I.4.

Nec jurare time; Veneris perjuria venti

Irrita per terras et freta summa ferunt.

Tibullo,I.4.

Quater ille beatus,Quo tenera irato flere puella potest.Lo stesso,I.11.

Quater ille beatus,Quo tenera irato flere puella potest.Lo stesso,I.11.

Quater ille beatus,

Quo tenera irato flere puella potest.

Lo stesso,I.11.

217.Donec me docuit castas odisse puellasImprobus, et nullo vivere consilio.Properzio,I.1.Dum furibunda mero mensam propelli, et in meProjicis insana cymbia plena manu,Tu vero nostros audax invade capillos,Et mea formosis unguibus ora nota.Lo stesso,III.8.Flet mea vesana læsa puella manu...Ergo ego digestos potui laniare capillos?Ovidio, Amor.I.7.Anche Tibullo è pieno di busse date e ricevute.

217.

Donec me docuit castas odisse puellasImprobus, et nullo vivere consilio.Properzio,I.1.

Donec me docuit castas odisse puellasImprobus, et nullo vivere consilio.Properzio,I.1.

Donec me docuit castas odisse puellas

Improbus, et nullo vivere consilio.

Properzio,I.1.

Dum furibunda mero mensam propelli, et in meProjicis insana cymbia plena manu,Tu vero nostros audax invade capillos,Et mea formosis unguibus ora nota.Lo stesso,III.8.

Dum furibunda mero mensam propelli, et in meProjicis insana cymbia plena manu,Tu vero nostros audax invade capillos,Et mea formosis unguibus ora nota.Lo stesso,III.8.

Dum furibunda mero mensam propelli, et in me

Projicis insana cymbia plena manu,

Tu vero nostros audax invade capillos,

Et mea formosis unguibus ora nota.

Lo stesso,III.8.

Flet mea vesana læsa puella manu...Ergo ego digestos potui laniare capillos?Ovidio, Amor.I.7.

Flet mea vesana læsa puella manu...Ergo ego digestos potui laniare capillos?Ovidio, Amor.I.7.

Flet mea vesana læsa puella manu...

Ergo ego digestos potui laniare capillos?

Ovidio, Amor.I.7.

Anche Tibullo è pieno di busse date e ricevute.

218.È delle meno rilevate questa di Catullo car.LV:Cœli, Lesbia nostra, Lesbia illa,Illa Lesbia, quam Catullus unamPlus quam se atque suos amavit omnes;Nunc in quadriviis et angiportisGlubit magnanimos Remi nepotes.

218.È delle meno rilevate questa di Catullo car.LV:

Cœli, Lesbia nostra, Lesbia illa,Illa Lesbia, quam Catullus unamPlus quam se atque suos amavit omnes;Nunc in quadriviis et angiportisGlubit magnanimos Remi nepotes.

Cœli, Lesbia nostra, Lesbia illa,Illa Lesbia, quam Catullus unamPlus quam se atque suos amavit omnes;Nunc in quadriviis et angiportisGlubit magnanimos Remi nepotes.

Cœli, Lesbia nostra, Lesbia illa,

Illa Lesbia, quam Catullus unam

Plus quam se atque suos amavit omnes;

Nunc in quadriviis et angiportis

Glubit magnanimos Remi nepotes.

219.Quæritis unde avidis nox sit pretiosa puellis,Et Venere exhaustæ damna quærantur opes?....Luxuriæ nimium libera facta via est...Hæc etiam clausas expugnant arma pudicas...Matrona incedit census induta nepotum,Et spolia opprobrii nostra per ora trahit.Properzio,III.13.

219.

Quæritis unde avidis nox sit pretiosa puellis,Et Venere exhaustæ damna quærantur opes?....Luxuriæ nimium libera facta via est...Hæc etiam clausas expugnant arma pudicas...Matrona incedit census induta nepotum,Et spolia opprobrii nostra per ora trahit.Properzio,III.13.

Quæritis unde avidis nox sit pretiosa puellis,Et Venere exhaustæ damna quærantur opes?....Luxuriæ nimium libera facta via est...Hæc etiam clausas expugnant arma pudicas...Matrona incedit census induta nepotum,Et spolia opprobrii nostra per ora trahit.Properzio,III.13.

Quæritis unde avidis nox sit pretiosa puellis,

Et Venere exhaustæ damna quærantur opes?....

Luxuriæ nimium libera facta via est...

Hæc etiam clausas expugnant arma pudicas...

Matrona incedit census induta nepotum,

Et spolia opprobrii nostra per ora trahit.

Properzio,III.13.

220.Non equa munus equum, non taurum vacca poposcit,Non ovis placitam munere captat ovem.

220.

Non equa munus equum, non taurum vacca poposcit,Non ovis placitam munere captat ovem.

Non equa munus equum, non taurum vacca poposcit,Non ovis placitam munere captat ovem.

Non equa munus equum, non taurum vacca poposcit,

Non ovis placitam munere captat ovem.

221.Nos, ut consuemus, nostros agitamus amores;Atque aliquid duram querimus in dominam.Eleg.I.7.Aut in amore dolere volo, aut audire dolentem;Sive meas lacrymas, sive videre tuas.Eleg.III.8.

221.

Nos, ut consuemus, nostros agitamus amores;Atque aliquid duram querimus in dominam.Eleg.I.7.

Nos, ut consuemus, nostros agitamus amores;Atque aliquid duram querimus in dominam.Eleg.I.7.

Nos, ut consuemus, nostros agitamus amores;

Atque aliquid duram querimus in dominam.

Eleg.I.7.

Aut in amore dolere volo, aut audire dolentem;Sive meas lacrymas, sive videre tuas.Eleg.III.8.

Aut in amore dolere volo, aut audire dolentem;Sive meas lacrymas, sive videre tuas.Eleg.III.8.

Aut in amore dolere volo, aut audire dolentem;

Sive meas lacrymas, sive videre tuas.

Eleg.III.8.

222.Assiduæ multis odium peperere querelæ;Frangitur in tacito fœmina sæpe viro.Si quid vidisti, semper vidisse negato,Aut si quid doluit forte, dolere nega.Eleg.II.18.

222.

Assiduæ multis odium peperere querelæ;Frangitur in tacito fœmina sæpe viro.Si quid vidisti, semper vidisse negato,Aut si quid doluit forte, dolere nega.Eleg.II.18.

Assiduæ multis odium peperere querelæ;Frangitur in tacito fœmina sæpe viro.Si quid vidisti, semper vidisse negato,Aut si quid doluit forte, dolere nega.Eleg.II.18.

Assiduæ multis odium peperere querelæ;

Frangitur in tacito fœmina sæpe viro.

Si quid vidisti, semper vidisse negato,

Aut si quid doluit forte, dolere nega.

Eleg.II.18.

223.O me felicem! o nox mihi candida! etc.Ivi, 15.Has pono ante tuam tibi, diva, Propertius, aramExuvias, tota nocte receptus amans.Ivi, 14.

223.

O me felicem! o nox mihi candida! etc.Ivi, 15.Has pono ante tuam tibi, diva, Propertius, aramExuvias, tota nocte receptus amans.Ivi, 14.

O me felicem! o nox mihi candida! etc.Ivi, 15.

O me felicem! o nox mihi candida! etc.

Ivi, 15.

Has pono ante tuam tibi, diva, Propertius, aramExuvias, tota nocte receptus amans.Ivi, 14.

Has pono ante tuam tibi, diva, Propertius, aram

Exuvias, tota nocte receptus amans.

Ivi, 14.

224.Non peccat quæcumque potest peccasse negare.

224.

Non peccat quæcumque potest peccasse negare.

Non peccat quæcumque potest peccasse negare.

Non peccat quæcumque potest peccasse negare.

225.Rusticus est nimium, quem lædit adultera conjux,Et notos mores non satis urbis habet,In qua Martigenæ non sunt sine crimine natiRomulus iliades, iliadesque Remus.

225.

Rusticus est nimium, quem lædit adultera conjux,Et notos mores non satis urbis habet,In qua Martigenæ non sunt sine crimine natiRomulus iliades, iliadesque Remus.

Rusticus est nimium, quem lædit adultera conjux,Et notos mores non satis urbis habet,In qua Martigenæ non sunt sine crimine natiRomulus iliades, iliadesque Remus.

Rusticus est nimium, quem lædit adultera conjux,

Et notos mores non satis urbis habet,

In qua Martigenæ non sunt sine crimine nati

Romulus iliades, iliadesque Remus.

226.Non ego divitibus venio præceptor amoris,Nil opus est illi, qui dabit, arte mea.

226.

Non ego divitibus venio præceptor amoris,Nil opus est illi, qui dabit, arte mea.

Non ego divitibus venio præceptor amoris,Nil opus est illi, qui dabit, arte mea.

Non ego divitibus venio præceptor amoris,

Nil opus est illi, qui dabit, arte mea.

227.Lis decet uxores: dos est uxoria lites.

227.

Lis decet uxores: dos est uxoria lites.

Lis decet uxores: dos est uxoria lites.

Lis decet uxores: dos est uxoria lites.

228.Sunt qui mendaci specie grassentur amoris,Perque aditus tales lucra pudenda petant.Nec coma vos fallat liquido nitidissima nardo,Nec brevis in rugas cingula pressa suas;Nec toga decipiat filo tenuissima, nec siAnnulus in digitis alter et alter erit.Forsitan ex horum numero cultissimus illeFur sit et uratur vestis amore tuæ.Marziale ha molti epigrammi contro i parasiti che a tavola rubavano il tovagliuolo del vicino:Attulerat mappam nemo, dum furta timentur.

228.

Sunt qui mendaci specie grassentur amoris,Perque aditus tales lucra pudenda petant.Nec coma vos fallat liquido nitidissima nardo,Nec brevis in rugas cingula pressa suas;Nec toga decipiat filo tenuissima, nec siAnnulus in digitis alter et alter erit.Forsitan ex horum numero cultissimus illeFur sit et uratur vestis amore tuæ.

Sunt qui mendaci specie grassentur amoris,Perque aditus tales lucra pudenda petant.Nec coma vos fallat liquido nitidissima nardo,Nec brevis in rugas cingula pressa suas;Nec toga decipiat filo tenuissima, nec siAnnulus in digitis alter et alter erit.Forsitan ex horum numero cultissimus illeFur sit et uratur vestis amore tuæ.

Sunt qui mendaci specie grassentur amoris,

Perque aditus tales lucra pudenda petant.

Nec coma vos fallat liquido nitidissima nardo,

Nec brevis in rugas cingula pressa suas;

Nec toga decipiat filo tenuissima, nec si

Annulus in digitis alter et alter erit.

Forsitan ex horum numero cultissimus ille

Fur sit et uratur vestis amore tuæ.

Marziale ha molti epigrammi contro i parasiti che a tavola rubavano il tovagliuolo del vicino:Attulerat mappam nemo, dum furta timentur.

229.Nam citius paterer caput hoc discedere collo.

229.

Nam citius paterer caput hoc discedere collo.

Nam citius paterer caput hoc discedere collo.

Nam citius paterer caput hoc discedere collo.

230.Felix qui potuit rerum cognoscere causas,Atque metus omnes et inexorabile fatumSubjecit pedibus, strepitumque Acherontis averni.Georg.,II.490.Pone merum et talos: pereant qui crastina curant!Mors aurem vellens, vivite, ait, venio.Catalecta.

230.

Felix qui potuit rerum cognoscere causas,Atque metus omnes et inexorabile fatumSubjecit pedibus, strepitumque Acherontis averni.Georg.,II.490.Pone merum et talos: pereant qui crastina curant!Mors aurem vellens, vivite, ait, venio.Catalecta.

Felix qui potuit rerum cognoscere causas,Atque metus omnes et inexorabile fatumSubjecit pedibus, strepitumque Acherontis averni.Georg.,II.490.

Felix qui potuit rerum cognoscere causas,

Atque metus omnes et inexorabile fatum

Subjecit pedibus, strepitumque Acherontis averni.

Georg.,II.490.

Pone merum et talos: pereant qui crastina curant!Mors aurem vellens, vivite, ait, venio.Catalecta.

Pone merum et talos: pereant qui crastina curant!

Mors aurem vellens, vivite, ait, venio.

Catalecta.


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