Chapter 15

Gli uditori appariglieranno il leggitore ai sommi; il poeta non dimenticherà un complimento pel giornalista, e diràUnus Plinius est mihi; e Plinio giornalista domani pubblicherà: Mai non ho sentita meglio l'eccellenza de' tuoi versi».

Una di queste letture è descritta da Plinio ad Adriano: — Io son persuaso negli studj, come nella vita, nulla convenga all'umanità meglio che il mescolare il giocoso col serio, per paura che l'uno degeneri in malinconia e l'altro in impertinenza. Per questa ragione, dopo travagliato intorno alle più importanti cose, io passo il mio tempo in qualche bagattella. E per far queste comparire ho pigliato tempo e luogo proprio, onde avvezzar le persone oziose a sentirle a mensa: scelsi però il mese di luglio, in cui ho piena vacanza; e disposi i miei amici sopra sedie a tavole distinte. Accadde che una mattina vennero alcuni a pregarmi di difendere una causa, allorchè io men vi pensava: pigliai l'occasione di fare agl'invitati un piccolo complimento, e porger insieme le mie scuse, se, dopo averli chiamati in piccol numero per assistere alla lettura d'un'opera, io l'interrompeva come poco importante, per correre al fôro, dove altri amici m'invitavano. Gli assicurai ch'io osservava il medesimo ordine ne' miei componimenti, che davo sempre la preferenza agli affari sopra i piaceri, al sodo sopra il dilettevole, a' miei amici sopra me stesso. Del resto l'opera, di cui ho fatta loro parte, è tutta varia non solamente nel soggetto, ma anche nella misura dei versi. E così, diffidente come sono del mio ingegno, soglio premunirmi contro la noja. Recitai due giorni per soddisfare al desiderio degli uditori; nondimeno, benchè gli altri saltino o cancellino molti passi, io niente salto e niente cancello, e ne avverto quelli che mi ascoltano. Leggo tutto, per essere in grado di poter tutto emendare; ilche non possono far coloro che non leggono se non alcuni squarci più forbiti. Ed in ciò danno forse a credere agli altri d'aver meno confidenza ch'io abbia nell'amicizia de' miei uditori. Bisogna in realtà ben amare, perchè non si abbia tema di nojar coloro che sono amati. Oltreciò, qual obbligo abbiamo a' nostri amici, se non vengono ad ascoltarci che per loro divertimento? Ed io stimo ben indifferente ed anche sconoscente colui che ama più il trovar nell'opere de' suoi amici l'ultima perfezione, che di dargliela egli stesso. La tua amicizia per me non mi lascia punto dubitare che tu non ami di leggere ben presto quest'opera, mentre ch'ella è nuova. Tu la leggerai, ma ritoccata; non avendola io letta ad altro fine che di ritoccarla. Tu ne riconoscerai già una buona parte: quanti luoghi o sieno stati perfezionati, o, come spesse volte succede, a forza di ripassarli sien fatti peggiori, ti sembreranno sempre nuovi. Quando la maggior parte d'un libro è stata variata, pare insieme mutato tutto il rimanente, benchè non sia»[305].

L'avvocato Regolo lesse composizioni famigliari, un poema Calpurnio Pisone, elegie Passieno Paolo, poesie leggeri Sentio Augurino, Virginio Romano una commedia, Titinio Capitone le morti d'illustri personaggi, altri altro. Plinio si consola o duole secondo che codeste recite sono popolose o deserte: — Quest'anno abbiam avuto poeti in buon dato. In tutto aprile quasi non è passato giorno, in cui taluno non abbia recitato qualche componimento. Qual piacere prendo che oggidì le scienze sieno coltivate, e che gl'ingegni della nostra età procurino darsi a conoscere: quantunque a stento gli uditori si raccolgano; la maggior parte stanno in panciolle nelle piazze, e s'informano di tempo in tempo se chi deve recitare è entrato, o se ha finita la prefazione, o letta la maggior parte del libro; allora finalmentegiù giù vengono allo scanno assegnato; nè però vi si trattengono tanto che la lettura si finisca, ma molto prima svignano, chi con finta cagione ed occultamente, e chi alla libera senz'ombra di riguardo. Non fece così Claudio cesare, il quale, secondo vien detto, un giorno mentre andava passeggiando pel palazzo, sentendo acclamazioni, ed avendo inteso che Novaziano recitava non so qual volume, subito ed alla sprovveduta entrò nel circolo degli ascoltanti. Oggi ciascuno, per poche faccende che abbia alle mani, vuol esser molto pregato; e poi o non vi va, o andandoci, si lamenta d'aver perduto il giorno, perchè egli non l'ha perduto. Tanto più degni di lode sono coloro che non rimangono di scrivere per la dappocaggine o superbia di questi tali»[306].

Da gente che componeva per recitare, recitare a gente adunatasi per ascoltare, potevasi egli attender nulla di virile e d'efficace? Nessuno leggeva allora libri fuorchè l'aristocrazia, onde all'autore non restava la fiducia di crearsi il proprio pubblico. Nè la scelta società poteva, come oggi, comprare tante copie d'un libro, che l'autore ne ritraesse compenso proporzionato al merito o alla fama. Ciascun signore teneva servi apposta per trascrivere e legare i libri; il grosso del popolo non ne usava se non qualcuno preparatogli dagl'imperatori nelle biblioteche o al bagno: laonde lo scrittore, mentre insuperbivasi di esser letto ovunque arrivassero governatori o comandanti romani, si trovava costretto a mendicare il pane e le sportule da un patrono, dall'economo di un mecenate, o dal distributore de' pubblici donativi[307]. E come conseguirli altrimenti che lodando? e come lodar dei mostripadroni o de' vigliacchi obbedienti, senza abbassarsi ad adulare? Quando poi lo scrivere franco menava al patibolo, quando il segnalarsi eccitava la gelosia degli imperatori, si trovò più comoda, più utile l'adulazione, e vi s'andò a precipizio. Il poeta Stazio blandisce non solo Domiziano, ma qualunque ricco; Valerio Massimo e Vellejo Patercolo storici esaltano le virtù di Tiberio; Quintiliano retore, la santità di Domiziano, e, ciò che al suo gusto dovea costare ancor più, il talento di esso nell'eloquenza, e lo chiama massimo tra i poeti, ringraziandolo della divina protezione che concede agli studj, e d'avere sbandito i filosofi, arroganti al segno di credersi più savj dell'imperatore. Marziale bacia la polvere da Domiziano calpestata, e gli par troppo poco il collocarlo a paro coi numi; Giovenale satirico adula; adula Tacito severo storico, come adulavano i papagalli che ad ogni atrio d'illustre casa salutavano il sagacissimo Claudio e il cavalleresco Caligola. Plinio giuniore non sa che adulare Trajano; Plinio maggiore adula Vespasiano; Seneca adula Claudio, e per invitare Nerone alla clemenza, gli accorda la podestà di uccider tutti, tutto distruggere, mettendo in certo modo a contrasto la forza di lui colla debolezza dell'universo, onde ispirargli la compassione per via dell'orgoglio.

D'altra parte a cotesti stranieri, accorrenti da ogni plaga del mondo a Roma per godere le munificenze, a cotesti liberti traforatisi nel senato a forza di strisciare innanzi ai loro padroni, quali rimembranze restavano di più franchi tempi, quali tradizioni repubblicane da svegliare? Vedevano l'oggi, e bastava per divinizzare i padroni del mondo.

Allattata da queste mammelle, come doveva dimagrare la poesia! la quale, come le altre cose romane, sviluppatasi non per ispirazione, ma per l'imitazione de' Greci, somigliò ad un manto maestoso, che, gettato dapprima sopra una bella statua greca, le dà aria grande; casca floscio e sfiaccolato quando si ravvolge a spalle scarne. Sopita sotto i primi cesari, sotto Nerone si ridesta col furore d'una moda; dotti e indotti, giovani e vecchi, patrizj e parasiti, tutti fanno versi; versi ai bagni, a tavola, in letto; i ricchi s'attorniano di una turba a cui recitarli, e ne pagano gli applausi o col patrocinio o coi pranzi o colle sportule; a Napoli, ad Alba, in Roma sono istituiti concorsi annui o quinquennali, e basta che i versi vadano giusti della misura per esser trovati, o almen decantati, migliori di quei d'Orazio e di Virgilio. Tanto si era già lontani dal sentimento delle bellezze ingenue, eminente in questi; e l'esagerazione delle idee traeva da quella giusta misura, di cui essi erano immortali modelli.

Stazio napoletano, non passò anno dai tredici ai diciannove, che, nelle gare letterarie della sua patria, non fosse coronato; poi riportò palme nemee e pitie ed istmiche[308]; laonde i grandi lo chiamarono dalla scuola a popolare i loro pranzi, ch'e' ricambiava con versi per tutte le occasioni. Quando vide in Roma venire alle mani i fautori di Vitellio con quei di Vespasiano, e andare in fiamme il Campidoglio, esultò d'occasione sì opportuna a sfoggiare poesia, e da' suoi contemporanei fu ammirato che la rapidità della composizionedi quel suo poema eguagliasse la rapidità delle fiamme.

Il genio paterno si trasfuse nel figlio Publio Papinio(61-96). V'è nozze? v'è bruno? morì ad uno il delizioso o la moglie[309], all'altro il cane o il papagallo?[310]Stazio ha in pronto l'ispirazione. Un ricco va superbo di bellissima villa; un altro, d'un albero prediletto; l'etrusco Claudio, di magnifici bagni: Stazio descrive appuntino quella villa, que' frutti, que' bagni: e secolari genealogie di doviziosi, che pur jeri ascero dall'ergastolo ai palazzi. Non v'è accidente così frivolo, per cui non scendano Dei e Dee: Citerea verrà a dar benigno il mare ai capelli d'un eunuco che tragittano in Asia; Fauni e Najadi terranno in cura il platano di Atedio Miliore. Corrono i Saturnali? Stazio ridurrà in versi il catalogo di tutti ibellariiche ricambiaronsi gli amici, e di quelli che a gara profusero a Domiziano, loro padre e dio. L'ammansato leone di Domiziano fu ucciso da una tigre, condotta pur ora d'Africa; Abascanzio propose che il senato ne portasse solenni condoglianze all'imperatore; e il poeta nostro ne canta i meriti, e col popolo e col senato compiange il mondo d'aver perduto la fiera imperiale[311]. Ecco per quali modi Stazio meritava corone di pino nei giuochi, oro da Cesare, applausi alla recita. Non usciva egli mai che nol seguisse un codazzo d'amici; ed era una festa quand'esso mandava invitando a udire i suoi versi[312].

Crispino, il più caloroso de' suoi ammiratori, allestisce ogni cosa, invita, infervora, s'abbaruffa coi tepidi, dà il segno degli applausi, li rattizza se languiscano; mentre il poeta tira qualche fiacco suono dalle poche corde che la tirannide lasciò sulla cetra romana.

E qual premio trarrà Stazio dal sì lodato verso? l'imperiale aggradimento e l'alto onore di baciare il ginocchio del Giove terrestre: ma se vorrà saziar la fame, converrà venda una sua tragedia al comico Paride, poichè ballerini e commedianti hanno ricchezza e potere, essi creano i cavalieri ed i poeti, e danno quel che non san dare i ricchi. Gli applausi inebbriano Stazio a segno, che non s'appaga delleSelvede' suoi componimenti, ma vuoi compaginare un poema, anzi due. E vi riesce, se basta l'avere in dodici libri da ottocento versi l'uno, quanti ne conta la suaTebaide, fatto l'introduzione all'altro poema dell'Achilleide, ove intendeva forse presentarci compito quel Pelìde che in Omero gli pareva solo schizzato; come chi pretendesse sminuzzare in una serie di bassorilievi il concetto del Mosè di Michelangelo.

A Stazio lodano qualche invenzione di stile; uscì anche talvolta dai luoghi comuni, e seppe trovare caratteri veri, e delinearli con semplicità e vigore: ma al sorreggerli sino al fine gli nuoce la facilità, per la quale in due giorni compose l'epitalamio di Stella in ducensettantotto esametri. Così svaporava la potenza d'un ingegno, bello senza dubbio e colto, ma sacrificato ai vizj del suo tempo, e alla sciagurata abitudine del contentarsi il pubblico di cose improvvisate, l'autore degli applausi del pubblico.

Epigramma, come indica la voce stessa, dapprima fu l'iscrizione che poneasi a qualche statua o monumento; e tali noi ne trovammo sulle tombe degli Scipioni, di Ennio, di Nevio (V. l'Appendice I). Ma già frai Greci era passato ad esprimere pensieri lievi, arguzie, riflessioni commoventi o esilaranti. Di tal modo ne fecero molti i Latini d'ogni tempo; ma il più fecondo e per ogni occasione fu Marco Valerio Marziale(40-103). Da Bilbili di Spagna venuto a Roma, si volse per pane a Domiziano, e metà de' suoi millecinquecento Epigrammi, distribuiti in quindici libri, sono fetide adulazioni al tonante Romano, e variate guise di chiedergli denaro, vesti, pranzi, un rigagnolo d'acqua per la sua villa[313]; riducendosi alla condizione di abjetto parasita, e rinnegando sempre quella dignità morale, che sola decora i begli ingegni. Giove è posposto a Domiziano perpetuamente, quasi l'iddio fosse scaduto tanto di reputazione, da sembrare poco l'essergli paragonato. Parla del ricostruito Campidoglio? lo dice così suntuoso, che Giove stesso, mettendo all'incanto l'Olimpo ed ogni avere degli Dei, non potrebbe raccorre il decimo del costo. Altrove esorta Domiziano a salire tardi alla netterea bevanda; che se Giove vuol bearsi di sua compagnia, venga al convito di lui[314].

Eppure queste e peggiori piacenterie non pare rimediassero alla povertà di Marziale, il quale, colla veste rifinita e carico di debiti, va accattando qualche lira e vende i regali per satollarsi di pane, e fa versi sututte sorta di vivande, affine d'essere invitato ad assaggiarne alcuna[315]. E in tali angustie sostenere il peso della fama! e trovarsi inoltre tribuno onorario, cavaliere onorario, e padre onorario, cioè senza nè militare, nè esser censito, nè avere tre figliuoli! Perseveri dunque a cantare, ad esaltar ogni minimo bene che Domiziano faccia o che non faccia: poi quando questi è ucciso, lo bestemmii, e preconizzi Nerva d'essersi conservato buono sotto un principe ribaldo[316], e faccia Giove meravigliarsi delle disastrose delizie e del grave lusso del re superbo[317].

Le lascivie, di cui bruttò i suoi versi[318], vengono dal medesimo bisogno di adulare; d'adulare non un uomo solo, ma i pravi costumi di tutta la città; e quand'anche egli volge in altrui l'arzillo epigrammatico, il fa con libertinaggio plateale, quasi da altro allora non potesse eccitarsi il riso, se non da vizj che dovevano far arrossire.

Eppure costui sembra fosse capace, come Stazio, di gustare la vita domestica, e di comprendere che la felicità non consiste nell'oro e nello splendore. — Sai tu quali cose rendono beato? Una sostanza acquistata senza fatica e per eredità, un campo non ingrato, il focolare sempre acceso, nessuna lite, pochi patroni, quieta mente, naturali forze, corpo sano, cauta semplicità, conformi amici, facile convito, mensa senz'arte, notte non ubriaca ma scarca di pensieri, talamo nondisaggradevole eppure pudico, sonno che renda brevi le notti, amar ciò che sei, non agognare di meglio, nè temere nè bramare l'ultimo giorno»[319].

Questo medesimo epigramma, che pure è de' suoi migliori, quale povertà accusa di poesia in quella enumerazione fredda senza immagini! Egli stesso diceva de' suoi versi: — C'è del buon, del mediocre, e assai del male»[320]; e gli encomj prodigatigli dai commentatori indicano quanto si passioni per l'autore chi invecchiò nel trovargli meriti che non aveva[321]. Nè in Marziale si riscontra mai sentimento profondo; e a quel continuo frizzo o triviale o scipito o lambiccato nessun reggerebbe, se non fosse la lingua che per lo più va corretta ed espressiva, quanto poteasi là dove ogni spontanea ispirazione era sbandita dalla paura di spiacere ad ombrosi regnanti, o a schizzinosi protettori.

Pure la natura de' suoi lavori, istantanei di concetto come d'esposizione, lo salva da uno dei difetti più usuali a' suoi coetanei, il farsi pallidi riflessi degli scrittori del secolo d'Augusto. Nella baldanza della sua immaginativa, inventa modi nuovi ed efficaci, e innesta felicemente ciò che gli stranieri introducevano nello idioma della dischiusa città; ed estendendosi alla vita reale e a tutto il mondo romano, ci porge preziose indicazioni sui tempi, sui caratteri, sulle usanze.

Di Spagna venne pure a Roma Marco Anneo Lucano(38-65), ed ebbe tutte le fortune desiderabili; nipote di quei Seneca che davano il tono alla società letteraria, allievo di que' grammatici e retori che pervertivano la felicedisposizione degl'ingegni. Seneca lo esercitava a comporre ed amplificare senza pensieri nè sentimenti, fomentandone la lussureggiante facilità, invece di sfrondarla, ed esponendolo a quelle pubbliche recite, ove, recando noja, si buscavano applausi. Nerone suo condiscepolo lo fece questore prima del tempo, legato, augure; ma Lucano, avvezzo da fanciullo ai trionfi, osò competere coll'imperatore e vincerlo: Nerone gli proibì di più leggere in assemblea, e il poeta indispettito tenne mano alla congiura di Pisone. Scoperto e preso, denunziò gli amici e la madre; ma invano colla viltà tentato conservare la vita, la lasciò eroicamente (pag. 112).

Il trovarsi perseguitato dispensavalo dalle uffiziali codardie e dalle accademiche fanciullaggini: chiuso nel suo gabinetto, poteva comporre originale: e di fatto egli ritrae del suo tempo più di quegli altri imitatori, ma non ne palesa che la depravazione del gusto, lo sfiancamento delle credenze.

Chi attribuisce l'inferiorità dellaFarsagliaall'avere scelto un soggetto troppo vicino, che impediva al poeta le finzioni, essenza della poesia, trae storte deduzioni da arbitrarj principj. Buon soggetto d'epopea sono le guerre tra nazioni forestiere, mentre le lotte di dinastie e le guerre civili e le interne commozioni di Stati convengono meglio alla rappresentazione drammatica. In Lucano non ci è presentato che il medesimo popolo, diviso in due; due protagonisti troppo vicini e somiglianti; sicchè i fatti non han più una distinzione abbastanza evidente. Inoltre vuolsi che l'epopea presenti una lotta più d'entusiasmo che di calcolo, e che trovi la ragione e la sequela nella storia universale, come quella dei Greci contro gli Asiatici, de' Cristiani contro i Turchi, dei Portoghesi contro gl'Indiani: e qui pure difetta Lucano, poichè la guerra fra Pompeo e Cesare, da lui cantata, èlotta di due sistemi meramente accidentali; e vinca l'uno o l'altro, l'umanità non v'avrà che vantaggi speculativi. Il che viepiù risulta dacchè Lucano non seppe nei due capi personificar la parte che ciascuno sosteneva, e darvi quell'individualità viva, per cui tutte le azioni esterne son ricondotte al carattere interno, alla coscienza, alla risoluzione. Egli poi frantese il soggetto fin a credere che una battaglia avrebbe potuto ristabilire l'antica repubblica, cioè rassodare la tirannide dei patrizj sopra la plebe. Qual eroe di poema cotesto Pompeo, mediocre sempre, più ancora nell'ultima guerra, ove misurava se stesso dalle adulazioni che lo avevano abbagliato? Cesare, forse il più grande dei Romani, insignemente poetico per l'infaticabile ardimento e per la popolarità, è da Lucano svisato; e per rappresentarlo come un furibondo ambizioso, il quale nel dubbio s'appiglia sempre alla via più atroce[322], ricorre a particolari insulse quanto bugiarde: in Farsaglia fa che esamini ogni spada, per giudicare il coraggio di ciascun guerriero dal sangue ond'è lorda; spii chi con serenità o con mestizia trafigge; contempli i cadaveri accumulati sul campo, e neghi ad essi i funebri onori; e imbandisca sur un'altura per meglio godere lo spettacolo dell'umano macello. Ma può far con questo che Cesare non appaja il protagonista dell'azione? e di Pompeo vede altro il lettore se non le blandizie onde lo careggia il poeta, col tono stesso onde piaggiava Nerone?

Lavorando di partito non di giudizio, impicciolisce le grandi contese coll'arrestarsi attorno ad accidenti momentanei; come nelle gazzette, tu vi ritrovi esaltate le piccole cose, non capite o vilipese le maggiori, trattenuta l'attenzione su particolarità inconcludenti, e sviatada ciò che è capitale; nè vi riconosci il cuor dell'uomo colle mille sue rinvolture, colle infinite gradazioni fra cui ondeggia la natura umana, ma inflessibili virtù o mostruose tirannie. Quasi non basti l'orrore d'una guerrapiù che civile, devono vedersi le serpi andare in frotta pei libici deserti; le piante d'una selva non cadranno sebben recise, tanto son fitte; nelle battaglie, stranamente micidiali, a ruscelli scorrerà il sangue, i morti resteranno in piedi tra le file serrate, piaghe apriransi come l'antro della Pitia, il grido dei combattenti tonerà più che il Mongibello. Al modo dei retori, moltiplica descrizioni e digressioni di tenuissimo appiglio: e per verità in queste soltanto si mostra poeta; ma scarso di giudizio e di gusto, al difetto di varietà vorrebbe supplire coll'erudizione, all'entusiasmo e alla dignità colla ostentazione di massime stoiche, al sentimento della natura morale colle particolarità della materiale. Spesso ancora il pensiero è appena abbozzato o incomprensibile: uniforme il color negro, talora esercitato sopra particolarità schifose, sopra analisi di cadaveri in decomposizione, sopra una maga che stacca un impiccato dalla forca, snodandone la soga coi denti, e ne fruga gl'intestini, e resta sospesa pei denti a un nervo che non si vuol rompere[323]. Il verso, talora magnifico, più spesso va duro e contorto: soverchie le particolarità, dalle quali se egli mai si solleva al grande, dimentica l'arte di arrestarsi e travalica. Chidi noi non si sentì infervorato a quel suo ardore di libertà, alla franchezza stizzosa delle parole? ma se ti addentri, non vi trovi nulla meglio di quel che tutti i Romani colti d'allora provavano, aborrire le guerre civili per ignavia o spossatezza; ribramare l'antica repubblica, non per intelligenza delle istituzioni sue, ma perchè come esercizj di scuola i pedanti proponevano gl'innocui elogi di Bruto e di Catone ai futuri ministri di Nerone e Domiziano.

Era frutto naturale delle costoro discipline un poema dove o si vituperassero gli Dei imputandoli delle sventure della patria, o s'imprecasse alle discordie cittadine, osservate nel loro aspetto più superficiale, l'uccidersi cioè tra padri e fratelli; salvo a lodare le intempestive virtù di Catone che a quelle tanto contribuì, e preporre il giudizio di lui alla decisione degli Dei[324]. E agli Dei, cui Roma più non credeva, non era possibile attribuire un'azione in quell'epopea, laonde il poeta vi surrogò un soprannaturale del genere più infelice: ed ora la patria, in sembianza di vecchia, tenta rimover Cesare dal Rubicone; ora i maghi resuscitano cadaveri per cavarne oracoli; ora indovinamenti di Sibille, o presagi naturali; e mentre s'impugna la provvidenza[325], adorare la fatalità, che esclude e la rassegnazione e la speranza; incensar la Fortuna, diva arbitra degli umani avvicendamenti, al fondo de' quali non v'è che la desolazione e il nulla. È conseguente se preconizza la morte come un bene che dovrebbe concedersi solo aivirtuosi[326], un bene perchè assopisce la parte intelligente dell'uomo, e lo conduce non nel beato Eliso ma nell'oblivioso Lete[327].

Ci dicono che bisogna scusarne i difetti perchè morte gli tolse di dar l'ultima mano. Ma la lima avrebbe potuto mutare il generale concetto? dargli i dolci lampi d'un'immaginazione vera, d'un affetto sincero? e pari sventura non era accaduta a Virgilio? Però la lingua epica che Virgilio aveagli trasmessa di prima mano, fu da Lucano pervertita, come la prosastica da Seneca; ciò che il primo avea detto con limpida purità, egli contorce ed esagera; affoga tutto in una pomposa miseria di voci, d'antitesi e di ampolle, dove sempre la frase è a scapito del pensiero, l'idea è sagrificata alla immagine, il buon senso all'armonia del verso.

Eppure di fantasia e di facoltà poetica era meglio dotato che Virgilio: ma questo ebbe l'accorgimento di gettarsi su tradizioni non discusse e care ugualmente a tutta la nazione; Lucano si fermò ad un fatto, su cui discordavano opinioni e interessi. Virgilio adulò, ma più Roma ancora che i suoi padroni; Lucano, rassegnato ad obbedire a Nerone, esaltava uno che non era l'uom del popolo, e che al più destava simpatie patrizie. Virgilio fece egli stesso il suo poema; il poema di Lucano fu fatto da quelle conventicole d'amici e compagnoni, che guastano colle censure e colla lode. Virgilio covò nel segreto l'opera propria, e tanto ne diffidava, che morendo ordinò di darla alle fiamme: Lucano, ebbrodegli applausi riscossi ad ogni recita, assicurava se stesso che i versi suoi, come quelli d'Omero e di Nerone, sarebbero letti in perpetuo[328], e morendo li declamava, quasi per confermare a se stesso che, chi gli toglieva la vita, non gliene torrebbe la gloria. Virgilio rimarrà il poeta delle anime sensitive: Lucano sarà il precursore di quella poesia satanica, che vantasi invenzione del secol nostro, nudrita di sgomenti e di disperazione, di tutto ciò che spaventa o desola, e che compiacesi di scandagliar le piaghe dell'anima, dell'intelligenza, della società per istillarvi il veleno della beffa e della disperazione.

E noi tanto rigore gli usiamo perchè quei difetti sono pure dell'età nostra, e perdettero e perderanno altri eletti ingegni.

Nè più che qualche lode di stile concederemo ad altri epici, i quali, sprovvisti del genio che sa e inventare e ordinare, sceglievano i soggetti non per impulso di sentimento, ma per reminiscenza e per erudizione, e sostenevansi nella mediocrità coi soliti ripieghi dell'entusiasmo a freddo, e colle descrizioni, abilità di chi non ha genio. Tutto ciò che è mestieri ad un poema, tu trovi negliArgonauti(111)di Cajo Valerio Flacco padovano, nulla di ciò che vuolsi ad un poema bello; non il carattere dei tempi, non l'interesse drammatico, non la rivelazione del grande scopo di quell'impresa, degna al certo d'occupare una società forbita e positiva. Non lascia sfuggire occasione di digressioni; accumula particolarità di viaggi, d'astronomia; con erudizione mitologica portentosa sa direappuntino qual dio o dea presieda alle sorti di ciascuna città od uomo, quanti leoni figurino nella storia d'Ercole, in qual grado di parentela stia ogni eroe coi numi, e la precisa cronaca degli adulterj di questi; e l'espone senza nè l'ingenuità de' primi tempi che fa creder tutto, nè la critica degli avanzati che investiga il senso recondito. Anche nello stile barcolla fra le reminiscenze de' libri e l'abbandono famigliare, che però non lo eleva alla naturalezza. Messosi sulle orme del greco Apollonio da Rodi, corre meglio franco ed elegante quando se ne stacca[329].

Più accortamente Cajo Silio Italico(25-95), di Roma o d'Italica in Ispagna, scelse a soggetto laGuerra punica; ma sfornito d'immaginazione, farcisce in versi ciò che da Polibio fu narrato sì bene, e da Livio in una prosa senza paragone più ricca di poesia che non l'epopea di Silio. Il quale, ligio alla scuola, v'aggiunse di suo un soprannaturale affatto sconveniente, e finzioni inverosimili che per nulla rompono il gelo perpetuo, mal compensato dall'accuratezza di alcune descrizioni. Conosceva a fondo i migliori; di Cicerone e di Virgilio era tanto appassionato, che comprò due ville appartenute ad essi, ed ogni anno solennizzava il natalizio del cantore di Enea: ma il suo era culto di divinità morte, e sacrificava la propria intelligenza per pigiarla in emistichj tolti ai classici, faceva nascere i pensieri a misura delle parole, e a forza d'erudizione e di memoria riempì la languida vanità di quell'opera[330], la quale non hatampoco i difetti che abbagliano ne' suoi contemporanei, e che da alcuni sono scambiati per bellezze. Plinio Cecilio, amico e lodator suo, confessa chescribebat carmina majore cura quam ingenio, e che acquistò grazia appo Nerone facendogli da spia, ma se ne redense con una vita virtuosa, e tornò in buona fama. Console tre volte, proconsole in Asia sotto Vespasiano, colle mani monde di latrocinj ritirossi in Campania, comprando libri, statue, ritratti, curiosità di cui era avidissimo: ma preso da malattia incurabile, si lasciò morire, come allora parea virtù.

Terenziano Mauro fece un poema sulle lettere dell'alfabeto, le sillabe, i piedi e i metri, con tutto l'ingegno e l'eloquenza di cui sì ritrosa materia poteva essere suscettibile; e giovò a farci conoscere la prosodia latina, giacchè al precetto accoppiando l'esempio, usa man mano i versi di cui parla. Lucilio giuniore, amico di Seneca, cantò l'Eruzione dell'Etna. Conosciamo sol di nome i lirici Cesio Basso, Aulo Settimio Severo, Vestrizio Spurina; e forse sono di quell'età i distici morali (Disticha de moribus ad filium) di Dionisio Catone, che nel medioevo ebbero molto corso. Le egloghe danno a Giulio Calpurnio Siculo il secondo posto fra i bucolici latini, ma ad immensa distanza da Virgilio; non come questo introduce pastori ideali, sibbene veri mietitori, boscajuoli, ortolani semplici e rozzi, cui imita fin nei modi di dire. Ha interesse storico la settima, ove un pastore, tornato da Roma, narra i combattimenti che vi ha veduti nell'anfiteatro.

Ma in tanti poeti cerchereste invano uno di quei passi sublimi o patetici, che accelerano il battito del cuore, o dilatano il volo dell'immaginazione; qualchegiusta e viva pittura di caratteri e di situazioni reali della vita e del cuore. In abbondanza, in dovizia di sentimenti vincono talvolta quelli del secol d'oro: ma esalano in sentenze ed immagini, anzichè tener dietro al progresso d'una passione; pongono l'arte nel voltare e rivoltare l'idea sotto tutti gli aspetti ond'è capace, vincere le difficoltà descrivendo ciò che non n'ha bisogno; e dove la parola propria o qualche calzante epiteto basterebbero, sfoggiano scienza ed anatomia, che guastano l'effetto dell'immaginazione, e tolgono il bello col mostrare d'andarne in caccia.

Prediletto spettacolo erano ancora il circo e la ginnastica, portati all'eccesso; Caligola, Caracalla, perfino Adriano scesero nell'arena; Comodo assaliva colla spada gladiatori armati di legno; si vollero atleti che si colpissero alla cieca; Domiziano fece lottare nani e donne; sotto Gordiano III, duemila gladiatori ricevevano stipendio dal pubblico; nel circo offrironsi battaglie d'interi eserciti, ed una navale da Elagabalo in canali ripieni di vino. Di mezzo a questi sanguinosi clamori poteva prosperare l'arte drammatica? Meglio fu favorita la pantomima, ove gl'imperatori non aveano a temere i fulmini della parola.

Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e vuote di quel che appunto costituisce il dramma, cioè l'azione, la vita animata, corrono sotto il nome di Seneca: ma sono opera d'uno o più Stoici, d'immaginazione senza giudizio, d'ingegno senza gusto, i quali fan parlare e morire la vergine Polissena e il fanciullo Astianatte come un Catone in Utica; eppure vi spruzzolano le empietà di moda, proclamando che tutto finisce colla morte[331]. Passione falsa, contraddittoria, sempreesagerata e nel bene e nel male; preferita la dipintura del furore, i caratteri atroci, i colori strillanti alla tranquilla armonia de' quadri e al graduale procedere delle passioni; fin dal cominciamento lo spettatore deve restare attonito, atterrito, nè mai trovar riposo. Le donne medesime hanno musculatura maschile, forsennati furori, amor materiale, tanto che Fedra invidia Pasifae, esclamando, — Almeno ella era amata!»

Destinate alle solite declamazioni non al teatro, in quelle tragedie non sono nè concatenate le scene, nè variati i caratteri, nè giustificate le situazioni; bensì tragicamente coloriti i racconti, e sparsi di modi e pensieri arditi e franche sentenze, che quantunque ivi si trovino per lo più fuor di posto, parvero degne d'imitazione a Corneille, a Racine, ad Alfieri, a Weisse. Forse da esse venne alle moderne tragedie quell'aria di declamazione che tanto le slontana dai greci modelli, e quelle risposte concise ed epigrammatiche, le quali dappoi sembrarono bellezze[332].

Non l'espressione de' sentimenti dell'anima, come nella lirica; non la magnifica esposizione, come nell'epopea; ma un'idea generale del bene, applicataargutamente a particolarità moderne, costituisce la satira. Era perciò eminentemente propria de' Romani, che dietro di sè aveano un'età, popolarmente dipinta come sobria e pudica; sicchè viepiù risaltava il disaccordo fra la morale astratta e il mondo reale.

Ma la pericolosa abilità della satira rado giova o non mai, produce nemici, e trae spesso a saettare ciò che maggiormente rispettar si dovrebbe, la virtù, le profonde convinzioni, la disinteressata attività. Solo un cuore benevolo e la evidente intenzione del miglioramento possono acquistarle lode: or questo trovasi nei satirici latini? Essi meritano speciale attenzione, perchè un tal genere più d'ogni altro risente l'influsso del tempo, da cui trae la materia, i colori, la vita. All'età di Mario, quando gran parte ancora conservavasi dell'antica rozzezza, quantunque la digrossassero le mode greche, e al vizio, irruente coll'allettamento della novità, si opponeva la sdegnosa repressione delle antiche virtù, comparve Lucilio, che con modi plebei e festività plateale e sali caustici più che lepidi, attaccò men tosto i difetti che le persone di qualunque grado o stirpe. Al tempo d'Orazio, la civiltà greca era prevalsa col corredo de' vizj eleganti, e colla conseguenza delle guerre civili,delle proscrizioni, del mutamento di repubblica in impero. Dove era riuscita inefficace la disciplina dei censori, poteva il satirico lusingarsi di porre un freno alle voluttà, al lusso, all'ingordigia? Orazio, il cui fino gusto comprendeva che la cosa da evitare di più è l'inutilità, s'accontentò di porgere verità d'esperienza, precetti parziali di qualità casalinghe, lezioni minute che s'imparano solo coi capelli bianchi: ma ingegnoso a scorgere i difetti, arguto a dipingerli, non si propone di farli aborrire; vuol trovare di che ridere, anzichè condurre altrui all'austerità; imitando Augusto nel lodare le virtù vecchie ed abbracciare i vizj nuovi, alla corruzione fa omaggio col mostrare d'abbandonarvisi egli stesso a capofitto. In lui trapela il sereno d'una società che si rallieta dopo lunghi patimenti, si riposa da fiere convulsioni, e promettesi lunga durata; e Orazio, non mordendo, ma solleticando, mira piuttosto a smascherare quelli che si danno aria di virtuosi, e avvezzare ad un viver tranquillo e gajo, a sprezzar le ricchezze, la potenza, tutti que' desiderj che turbano la calma; accontentarsi del proprio stato, e cogliere fiori in sulla via.

I tempi erano peggiorati col sistema imperiale, e alla corruttela traboccante non poteasi opporre che il ferreo argine dello stoicismo, irreconciliabile col vizio, armato di inflessibili sentenze. Decimo Giunio Giovenale(42-122?), ispirato dal dispetto, non ride, ma si corruccia; non saltella da cosa a cosa, ma fila la sua tesi a modo dei retori, severo per proposito fin nella celia. Se però t'addentri, sotto la generosa indignazione scopri un declamatore, onesto se vuoi, ma che calcola sempre, non sente mai; protesta vigorosamente contro la corruzione, ma quando sotto Trajano la franchezza non recava pericolo; e sentenzia di pazzo chi per compiere una grande azione mette a repentaglio la sicurezzaproveniente dall'oscurità o dalla scempiaggine: e quel suo finire una violenta declamazione con una comparazione arguta o con una lambiccata[333], ti lascia in dubbio s'e' parli da senno o da beffa.

Nelle sedici sueSatireintende abbracciare tutto quel che gli uomini pensano, fanno, patiscono[334]. Nella prima rimpiange l'antica libertà della parola; ond'egli, per cansar pericolo, l'accoccherà solo a morti. La seconda rimorde i filosofi, severi all'esterno, corrotti dentro; e i grandi, modelli di depravazione. Delle più vive è la terza, ove ritrae gl'impacci di Roma e gli scomodi d'una metropoli. Una mette in canzonella i senatori, gravemente convocati da Domiziano per decidere sul migliore condimento d'un pesce: una le donne vane, imperiose, dissimulate, libertine, avide, superstiziose: una chi ripone la nobiltà nei natali, non nel merito. Or invitando un amico a cena, gli porge la distinta dei cibi, per elogio della frugalità e rimprovero del lusso; or festeggia un amico scampato dal naufragio, e perchè non si creda interessata la gioja, assicura che quello ha figli, donde si fa passaggio a ritrarre gliartifizj con cui si uccellava alle eredità de' celibi[335].

Egli ci mostra Roma piena di Greci, che, capitati con un carico di fichi e prugne, si posero ad ogni mestiero; grammatici, retori, geometri, pittori, medici, auguri, saltambanchi, maghi, adulatori che lodano i talenti d'uno scemo, pareggiano ad Ercole uno sciancato, encomiano vilmente e son creduti, e si vendicano della vinta patria col corrompere la vincitrice. Al cliente, coricato al desco col patrono, tocca la continua umiliazione di vedere a questo il pan buffetto e il vin pretto o l'acqua limpida; a sè una focaccia di farina muffa, acqua fangosa, e il profumo dei frutti e delle delicature, e le celie del signore, per corteggiare il quale egli innanzi l'alba lasciò moglie e figli, e venne a batter la borra sul freddo lastrico del palazzo. Il ricco ammira il poeta, gli presta la sala per leggere i versi, e i liberti per applaudirlo, ma poi lo rimanda a dente secco: lo storico riceve poco più d'uno scrivano: al grammatico è decimato il salario dall'ajo o dall'economo. È di moda l'avvocato che si fece fare il busto e la statua, che ha otto portinaj e non so quanti anelli, e la lettiga dietro e un codazzo d'amici: mentre l'altro, il quale non è che onesto, riceve in premio delle sue fatiche un prosciutto secco, cattivi pesci, e vino colla punta; o se tocca una moneta, dee dividerla coi mediatori che gli procurarono l'avventore.

Tutto ciò espone Giovenale in tono di predica e febbricitando d'indignazione, con amara beffa e stizzosoflagello. Ingegno nello scegliere le circostanze, robustezza nel colorire non gli mancano; nelle composizioni d'età matura va più pacato, e lascia prevalere il riso allo sdegno; adopera linguaggio dotto, copioso, non mai vulgare. Chi però volesse da lui desumere la vita privata de' Romani, per riscontro alla pubblica dipinta da Tacito, resterebbe illuso da quest'onesto mentitore, che vede da falso punto, ed espone iperbolico e declamatorio. I tempi chiedeano ben altro che il riso d'un poeta: nè riformarli poteva uno, che, mentre si querela della negletta religione, la toglie in beffe[336]; che a turpissimi vizj oppone aforismi cattedratici d'una virtù assoluta, generica, vaga[337]; che per consolazione ai patimenti non sa suggerire se non il forte animo e il disprezzo della morte. Messe a nudo le miserie del povero, proprie di tutte le età o speciali di quella, qual voto fa egli? che tutti i poveri antichi si fossero da sè esigliati da Roma[338]. Non ne potevano dunque restar giovati i coetanei suoi: quanto ai posteri, leggendo si consolano d'esser fatti tanto migliori, ma tornano ad Orazio, de' cui mezzi caratteri trovano spesso il riscontro ne' mezzi uomini contemporanei.

Dopo che Orazio diede un esempio inarrivabile di scrivere la satira con modi piani e popolari (sermones per humum repentes), ai successivi fu rituale uno stile rotto e manierato: ma Giovenale nel verso, nelle frasi, nelle parole stesse sorpassa tutti per originale rigidezza,acquisita con assiduo studio; non voce, non passaggio inutile, non verbo che non cresca vigore, non imitazione che sacrifichi il pensiero alla frase; nulla di semplice, di affabile; non lingua appresa dal popolo, ma decretata dai grammatici e dai retori.

Nato ad Aquino, educato nelle solite scuole di declamatori, fin a quarant'anni attese ai tribunali: avendo poi recitato ad alcuni amici una satira contro di Domiziano e di un poeta a lui ligio, gli applausi che ne riscosse lo drizzarono a questo genere. Adriano, credendosi preso di mira in alcuni frizzi di lui, lo mandò in Egitto già ottagenario, dandogli per celia il comando d'una coorte. Ivi morì di noja e di rammarico.

Aulo Persio Flacco(34-62), orfano di famiglia equestre volterrana, a dodici anni venne a Roma sotto i soliti sciupateste; ma a ventott'anni morì. Anneo Cornuto suo maestro ne pubblicò le satire, sopprimendo ciò che credette cattivo o pericoloso; ed eccitarono viva ammirazione, forse per quel sentimento che tante speranze fa sorridere dalla tomba d'un giovane. Ma l'esperienza e le correzioni avrebbero potuto togliervi l'affettata pienezza, o dargli l'immaginazione, senza cui poesia non è?

Sarebber esse a dire un sermone solo, trinciato poi dal suo raffazzonatore in sei prediche sopra soggetti morali, oltre una prefazioncella. Nella prima, egli burla il ticchio di far versi e il mal gusto in giudicare: nella seconda, dardeggia la frivola incoerenza de' voti onde i mortali sollecitano gli Dei: nella terza, i molli giovani aborrenti da ogni seria occupazione: la quarta morde la presunzione onde tutti credonsi capaci di tutto e principalmente di governar gli Stati: nella quinta esamina qual uomo sia veramente libero, e conchiude il savio: l'ultima punge gli avari, che negandosi il necessario, accumulano per eredi scialacquatori.

Come Orazio, Giovenale avea dedotto le sue satire dall'osservazione propria, dalla conoscenza della vita: Persio invece soltanto dalle scuole. Guasto nel midollo dallo stoicismo di queste, sprezza non solo il superfluo, ma il necessario[339]; fa colpa del più innocente atto, se la ragione non vi assenta[340]; all'uomo intima non esser lui libero, perchè ha passioni; condanna i raffinamenti della civiltà, il vestir bene e l'usare profumi.

Ah! ben altri vizj deturpavano il suo tempo; infamia di delatori, avvilimento del senato, insolenza di liberti, stravizzo e bassezza di tutti. Ma Persio non sapeva nulla di ciò, perchè nulla gliene avevano detto nella scuola; solo udito in generale che il secolo era corrotto, si prefigge di manifestare il suo ribrezzo con aerea e filata discussione da gabinetto, sovra argomenti prestabiliti, non su quelli che, cadendogli sott'occhio, lo stizzissero od ispirassero. Con quella superba generosità vede e parla esagerato; insiste sulla medesima tesi, comunque simuli arditi passaggi e dure inversioni; cerca minuzie e sottilità e figure retoriche e tropi, anche quando sembra passionato.

Orazio, uom di mondo, urtante e riurtato dagli uomini, è sempre l'autore del momento, nè diresti avesse già pensato jeri a quel che getta sulla carta allorchè il vizioso o il malaccorto gli dà tra' piedi; ti porta sul luogo; al vizio attribuisce persona e nome, sicchè tu lo conosci, e le particolarità sfuggono meno alla mutata posterità. Persio invece sta sulle generali, con pitture vaghe e costumi e scene e personaggi indeterminati; argomenta scolasticamente ove gli altri due discorronosaltuariamente; e le poche volte che cerca il drammatico andamento di Flacco, diventa oscuro ancor più dell'usato; talchè l'attribuire le botte e le risposte a quest'interlocutore piuttosto che a quello, è laborioso indovinamento de' commentatori. Ai quali pure diè fatica quel suo stile ambizioso, ove mancando sempre d'immagini, e non sapendo vestire i concetti filosofici reconditi, la sterilità delle idee dissimula sotto una lingua bizzarra, congegnata di parole piene pinze. Il suo verso è sonoro, ma spesso ambiguo: e se Lucilio imitò i Greci, e Orazio imitò Lucilio, Persio imita Orazio, catena nella quale egli rimane troppo dissotto; perocchè in Orazio troviam sempre begli argomenti, trattati con arte squisita, varietà somma, digressioni felici, e l'arte di coprir l'arte. Quindi egli è sempre venusto, Giovenale austero, Persio arcigno; egli pien di lepidezze, Giovenale di sarcasmo, Persio d'ira; l'uno persuade, l'altro scarifica, il terzo filosofeggia: sicchè amiamo il primo, temiamo il secondo, il terzo compassioniamo.

Oltre queste satire, e quella che Sulpicia moglie di Galeno scrissede corrupto reipublicæ statuquando Domiziano cacciò d'Italia i filosofi, ne correano in Roma altre democratiche, libera espressione di sdegno le più volte, d'applauso talora, progenitrici delle odierne pasquinate, e i cui autori restavano incogniti, ma più nazionali che le poesie letterarie[341].

Altri colori a dipinger la vita domestica de' Romani somministra Petronio Arbitro marsigliese nelSatyricon(66), misto di prosa e di versi (pag. 137). Suppongono costui fosse ministro delle voluttà di Nerone, e le descrivesse; ma pare che, più d'un secolo dopo, qualche curioso ne trascrivesse i passi che più gli piacevano e che soli a noi arrivarono, sconnessi, oscuri, aggrovigliati, donde non trapela altra intenzione se non di abburattare libertinamente il libertinaggio del suo tempo, corrompendo con aria di riprovar la corruzione, ed ubriacandosi nell'orgia comune. Trimalcione, uom di dovizie splendidissime, tronfio quanto baggeo, in cui altri crede adombrato Claudio, altri il successore di esso, noi più volentieri l'ideale dei tanti ricchi lussurianti nella Roma d'allora, v'è circondato da parasiti,da filosofi, da poeti, dall'infame voluttà dei grandi. Eumolpo, tolto a mostrare ai convitati qual deva essere il poeta vero, insegna non bastare a ciò il tessere belle parole in versi armoniosi, ma volersi generosi spiriti, evitare ogni bassezza d'espressione, dar rilievo alle sentenze; e propone ad esempio un suo componimento sopra le cause della guerra civile, forse per appuntare Lucano che non le accenna, e con gravi parole tassa il deterioramento dei costumi. — Già il Romano teneva soggiogato tutto il mondo, nè però era satollo; ricercando scorrevansi i seni più reconditi; e se alcuna terra vi fosse che mandasse oro, aveasi per nemica. Non piacevano i gaudj noti al vulgo, o la voluttà comune colla plebe; traevansi dall'Assiria l'ostro, dalla Numidia i marmi, le sete dai Seri, dagli Arabi i profumi;nelle selve dei Mauri cercavansi le fiere; correvasi fin nell'Ammone, estremo dell'Africa, per averne l'avorio; e le tigri caricavano la nave per bevere umano sangue fra gli applausi del popolo a modo dei Persiani. Deh vergogna! si recide agli adolescenti la pubertà, acciocchè sia prolungata la fuga de' celeri anni; ma piaciono le bagasce, e il rotto portamento del corpo snervato, e i cascanti capelli, e i nuovi nomi delle vesti disdicevoli ad uomo. Una mensa di cedro svelto dalle terre africane, e turme di schiave, e splendido ostro si pone; e vuolsi ornare l'oro istesso. Ingegnosa è la gola; lo scaro si reca vivo sulla mensa, immerso nel mar Siculo, e conchiglie svelte dai lidi Lucrini: già l'onda del Fasi è deserta d'augelli, e nel muto lido le sole arie mormorano fra i deserti rami. Nè minore è la rabbia in campo, ed i compri Quiriti volgono a guadagno i suffragi; venale è il popolo, venale la curia dei padri, pagasi il favore; anche ai vecchi cadde la libera virtù, e il potere e la maestà giaciono corrotti dalle ricchezze: talchè Roma ruinata è merce di se stessa, e preda senza riscatto». Allora trae fuori un macchinamento della fortuna e dell'inferno che predicono i mali avvenire, e della discordia che abbaruffa Cesare e Pompeo.

IlSatyriconè il primo romanzo latino che conosciamo: maggior fama levò quello di Lucio Apulejo, la cui vita stessa è un romanzo. Nato bene a Medaura colonia romana in Africa, al tempo degli Antonini, studiò a Cartagine, in Grecia, a Roma[342]; viaggiò,aggregandosi a varie fraternite religiose[343], e recitando dappertutto arringhe, secondo l'andazzo d'allora. Alcune di queste (Floride) ci arrivarono, copiose d'erudizione quanto tapine di critica e credule all'eccesso; eppure gran nome gli acquistarono, e perfino statue.

A forza di spendere, non avanzò di che farsi consacrare al servizio d'Osiride. Riguadagnò col piatir cause, e meglio collo sposare Pedentilla, vedova di quarant'anni e di quattro milioni di sesterzj. I parenti di questa gli posero accusa d'averla innamorata con sortilegi; ma citato davanti al proconsole d'Africa, si scolpò con un'apologia, che ci rimane bizzarro testimonio dei pregiudizj correnti. Magie e siffatte superstizioni più tardi egli derise, ma senza deporle; e sebbene nellaMetamorfosio l'Asino d'orone faccia la satira, credeva che i demonj potessero immediatamente sull'uomo e sulla natura.

Il concetto dell'Asino d'oroè derivato da Luciano, ch'esso pure lo dedusse da Lucio di Patrasso: ma il nuovo episodio d'Amore e Psiche è degno di stare fra quanto ci lasciò di più squisito l'antichità. Appunto perchè oscuro, quel romanzo fu interpretato in mille guise: i Pagani fecero d'Apulejo un semidio miracoloso da opporre a Cristo: nel medioevo s'andò a cercarvi il segreto della pietra filosofale: indi i metafisici vi trovarono indicato l'avvilimento dell'anima pel peccato, finchè la Grazia non la sollevi: molti vi attribuisconol'intenzione di rialzare i misteri, caduti in discredito; eppure ne rivela le abominazioni, quantunque per verità l'XIlibro esponga nella loro bellezza quelli d'Iside e Osiride, dandocene informazioni preziose.

Ricco di cognizioni storiche, non raggiunge a gran pezza Luciano per fecondità di genio o acume nel cogliere il senso de' sistemi filosofici e trovarne il lato ridicolo; tanto meno poi nell'accuratezza dello stile: anzi in uno scrivere prolisso, oscuro, pretensivo, vacillante tra parole arcaiche e nuove, lascia sentire quanto fosse imbarbarita la romana lingua.

Le opere non solo più importanti ma anche migliori di quest'età sono le storiche. Cornelio Tacito(54-134?), nato a Terni nell'Umbria di famiglia plebea, entrò nella milizia, poi si fece avvocato, e scrisse molte arringhe; sostenne la questura e la pretura sotto Domiziano, vide la Germania e la Bretagna, fu anche console, e menò lunga vita, più tranquilla che non parrebbe dalla severa scontentezza de' suoi scritti.

In mezzo a quei vivi contrapposti di buoni e cattivi signori, all'agonia del bene e del male, egli contemplava in silenzio una lotta senza vigore; e prima d'esporsi al pubblico sguardo, aspettò la maturanza degli anni. Passava i quaranta allorchè per gratitudine scrisse la vita d'Agricola suo suocero, sollevando la biografia alla dignità di storia, coll'introdurvi gli eventi d'un popolo nuovo, cioè il britannico, del quale sa cogliere le particolarità più significanti.

Vi mandò dietro la descrizione della Germania, quasi volesse mettere in vista quelle genti rozze ma integre, che sovrastavano minacciose alla depravata civiltà dell'impero. Poche pagine, eppure è uno dei lavori più importanti dell'antichità, ed incomparabile modello dell'arte di dir molto in breve. Le cose vide egli stesso o le udì da suo padre; e vuole opporre alla viziosadecrepitezza del suo secolo la vigorosa integrità di genti nuove. Ignaro della lingua teutonica, dovette frantendere troppe cose; riscontrò gli Dei di Grecia e di Roma ne' germanici; le imperfette cognizioni che ne acquistò, tradusse cogl'inesatti equivalenti d'una civiltà affatto diversa. La studiata brevità poi non basta a gran pezza a significare ciò che lo storico concepisce, o converte la parola ad uso diverso dal comune. Ciò scema, non toglie a Tacito il merito di offrir le prime pagine della storia moderna.

Sperimentate le sue forze, diede mano alla storia di Roma in trenta libri da Galba a Nerva, il regno del quale e di Trajano, come tema più ricco e più sicuro, serbava per istudio di sua vecchiezza. Ma poi trovò più conforme al suo genio di descrivere in forma di annali le atrocità o le follie dei primi quattro successori d'Augusto (pag. 119). Gran parte del lavoro andò perduta; nè delleStorieci restano che quattro libri e il principio del quinto, in cui è abbracciato poco più che l'anno 69: degliAnnaline avanzano dodici con molte lacune; perito quanto si riferiva al restante regno di Tiberio, a quel di Caligola e gran parte di Nerone; poi ci vien meno affatto quando gli avrebbe dato tanta importanza il mostrare il cambiamento di dinastia.

Nessuno seppe meglio rendere drammatico il racconto, ove minutissimamente espone la vita politica, e le relazioni de' principi col popolo romano. Storico filosofo, gran conoscitore del cuore, e dipintore inarrivabile de' caratteri, la grave moralità lo rende indignato col suo tempo, che egli anatomizza senza remissione come un cadavere; e se tra l'indagine gli casca sotto al coltello una parte ancor vitale, la manda al taglio medesimo; e il supplizio dei Cristiani descrive come quello di tant'altre vittime, spettacolo al tiranno o al popolo. Di religione non si briga, pur riferendotante superstizioni; ma ammette una potenza superna, moderatrice delle cose e delle azioni umane, non senza dubbj però[344]: come tutti i pensatori, predilige la forma repubblicana d'una volta, ma riconosce la necessità del principato, poco sperando fin ne' governi temperati[345]: protestando contro il suo secolo anche collo scrivere, sbandisce ogni modo naturale e semplice di concepire e di esporre, e si forma uno stile artifiziato, tutto suo, ora di vivace rapidità, ora di calma maestosa, semplice nella grandezza, qualche volta sublime, originale sempre, da non permettersi una parola di più, nè un fior d'espressione, nè lusso d'immagini, nè cadenza e periodo, come chi non ambisce di piacere, ma vuol che si pensi, che ogni frase istruisca, ogni parola porti un senso, e a tal fine sia precisa per l'oggetto e vaga per l'estensione. Senza modello, rimase senza imitatori. Gli toccò la fortuna di godere della propria gloria, sebbene forse la dovesse piuttosto ai versi e alle orazioni, che andarono perdute, al par di una sua raccolta di facezie. Tra i posteri fu caro a chiunque legge meditando, a chiunque in pubbliche calamità ha bisogno di fremere e rinvigorir la coscienza contro i terrori e la seduzione.

Cajo Svetonio Tranquillo(70-121?), oltre le vite dei Dodici Cesari, di cui già parlammo (pag. 118), scrisse quelle de' retori, de' grammatici e forse de' poeti, e sui giuochi dei Greci, sulle parole ingiuriose e sul vestire dei Romani, sempre con istile corretto, senza fronzoli nè affettazione.

Vellejo Patercolo(m. 31?), campano, narrò la storia universale dall'origine di Roma fino al suo tempo; ma ci rimane quel solo che concerne la Grecia e Roma, dalla rotta di Perseo al decimosesto anno del regno di Tiberio. Caldo di patriotismo, attento alle persone più che alle cose, devoto a Tiberio come un soldato al suo generale, fino ad alterare e sopprimere i fatti. Germanico per lui è un infingardo, un eroe Sejano; nella cui disgrazia dicono che Vellejo andasse ravvolto, non come complice, ma come amico[346].

In generale gli storici latini mostransi più parziali quanto più dominati dallo spirito romano: ma procedendo l'impero, crescono in umana giustizia. Tacito da un capitano barbaro fa dipinger al vivo l'ambizione romana[347], sebbene poi egli stesso si diletti alla strage de' Brutteri[348]: Vellejo è il primo a confessare che Roma distrusse Cartagine per odio, e mostra compassione pei vinti Italiani[349]. Purgato nello scrivere, ma oratorio, è in tentenno, vuol conchiudere ogni fatto con sentenze concettose, sfoggiare colori poetici, antitesi, voltar e rivoltare il medesimo pensiero: poi, lodi o biasimi, è declamatore, e dopo narrata la morte di Cicerone, esce contro Antonio in un'invettiva, che a forza d'esser veemente riesce ridicola.

Dalla caduta di Sejano cominciò Valerio Massimo una raccolta diFatti e detti memorabiliin nove libri, senza giudizio raccolti, senza critica disposti, senza gusto narrati. Predilige gli esempj che tengono del prodigio, e le circostanze che più sentono di strano;ne scapitino pure il vero e la semplicità storica. Perciò piacque ne' mezzi tempi, e fu ricopiato assai volte e carico di glosse. La bassa lega del suo stile, quella declamazione inalterabilmente fredda e severa, fecero ad alcuno supporre che l'opera qual oggi l'abbiamo sia un compendio, o piuttosto un estratto fattone da non so quale Giulio Paride. Il prologo a Tiberio nausea per adulazione.

Giustino diresse a Marc'Aurelio[350]un compendio delleStoriedi Trogo Pompeo, detteFilippicheperchè dal settimo libro innanzi trattavano dell'impero macedone. Daremo colpa agli abbreviatori d'aver fatto perdere gli originali, o merito d'averne almen parte conservato? Per verità mal possiamo chiamare compendio questo di Giustino, pieno di digressioni, e sempre largo nel raccontare; se non che ommette ciò che non gli sappia di curioso o d'istruttivo, confonde la cronologia, non sa connettere le parti, e beve in grosso; colpa forse del suo originale, di cui potrebbe esser merito il bello stile.

Di Lucio Anneo Floro, probabilmente spagnuolo, i quattro libri dellaStoria romanadalla fondazione della città fin quando Augusto chiuse il tempio di Giano, son piuttosto un panegirico in istile poetico, ove trascura la cronologia, esagera i colori, tutto rinforza coll'enfasi e coll'interrogazione che comanda d'ammirare. Ingegnosi sono molti de' suoi pensieri, ed espressi sovente con forza e precisione; ma l'eccesso di sentenze e i tumori poetici rendono freddo e stucchevole il racconto. I Galli, dopo distrutta Roma, sono assaliti alle spalle da Camillo, e uccisi in tal numero che «coll'inondazione del loro sangue vien cancellato ogni vestigio degl'incendj». Le navi di Antonio erano sì vaste, che «nonsenza fatica e gemito il mar le portava». L'Oceano pare si faccia tranquillo e propizio allorchè la flotta reca le prede a Roma, «quasi confessandosi inferiore»: e invece sembra aver fatto accordo con Lucullo per debellare Mitradate. Fabio Massimo, occupate le alture, di là scaglia armi sui nemici; «e fu bello il vedere quasi dal cielo e dalle nubi avventati fulmini sugli abitatori della terra». Bruto spira sopra l'ucciso Arunte, «come volesse l'adultero perseguire sin nell'inferno». Le guerre dei Galli servivano ai Romani di cote, onde affilar il ferro del loro valore. Narra la spedizione di Decimo Bruto lungo la costa Celtica? v'assicura che non arrestò il vittorioso cammino finchè non vide il sole calar proprio nell'oceano, anzi udi il friggere del suo disco al toccar delle acque.

Vuolsi però che alcune delle sue gonfiezze sieno interpolate. Certamente ha l'arte, così importante ne' compendj, di cogliere i punti principali, e lasciar da banda le particolarità inconcludenti, benchè spesso non offra che i contorni: credulo poi e superstizioso, accetta prodigi assurdi e piglia grossolani errori di fisica e di geografia. Da Livio si scosta spesso; e introduce una idea che s'avvicina a ciò che ora chiamiamo filosofia della storia, attribuendo all'impero romano tre età, d'infanzia, adolescenza, giovinezza; questa suddividendo in due secoli, a cui aggiunse come corona l'età d'Augusto.

A questi tempi vien collocato da alcuni Quinto Curzio Rufo, da altri con Costantino; e poichè nessun antico ne fa menzione, v'ha chi lo crede un frate moderno: tanto manca di carattere proprio. Chi l'accetti come un romanzo, e non s'offenda della gonfiezza e dell'indefesso sentenziare, lo troverà limpido narratore e descrittor fiorito. Anzichè i migliori biografi d'Alessandro, ormò i più creduli e favolosi; della cronologiao di conciliare i fatti contraddittorj che raccoglie, nè di indagare se alcun vero poteva sotto le favole celarsi, non si briga. Poco seppe di greco, pochissimo d'arte militare, nulla di geografia e d'astronomia: il monte Tauro confonde col Caucaso, lo Jassarte col Tanai, mentre distingue il mar Caspio dall'Ircano; fa eclissar la luna quand'è nuova[351]. Nelle parlate vuol far pompa di belle parole e sentenze, convengano o no; e gli Sciti sfoggiano teoremi del Portico greco, e gli eroi spavalderie da scena. Detto a quali indegnità Alessandro adoperasse l'eunuco Bagoa, soggiunge che le voluttà del Macedone furon sempre lecite e naturali.

Altri storici sono ricordati: Lucio Fenestella; Servilio Noniano; Fabio Rustico, spesso citato da Tacito: la greca Pamfila sotto Nerone fece una storia universale in trentatre libri: Svetonio Paolino, un de' migliori generali di Nerone, descrisse la sua spedizione di là dall'Atlante nell'anno 41, adoprata spesso da Plinio maggiore; il quale per le cose d'Oriente appoggiasi a Licinio Muciano, che raccolse ancora i discorsi, gli atti e le lettere degli antichi Romani, e che portava indosso una mosca viva, come preservativo della vista[352]. Sono interlocutori nel dialogoDella corrotta eloquenzaGiulio Secondo che narrò la vita di non so quale Giuliano Asiatico, e Vipsanio Messala che descrisse la guerra tra Vespasiano e Vitellio ed altri fatti. La vita di Nerone e le guerre civili che precedettero il regno di Vespasiano espose Cluvio Rufo, che andò perduto, ma servì di fondamento ai successivi. Vivendo in tempi che l'amministrazione era ridotta nei misteri dei gabinetti,dovettero starsi alle pubbliche dicerie, e tacere ciò che potesse sgradire ai tiranni.

Gli autori dellaStoria Augusta, vissuti sotto Diocleziano o poco dopo, biografi meglio che storici, sul modello di Svetonio, c'informano dei vizj e delle virtù degl'imperatori, dell'educazione, del vitto, del vestire, anzichè sulle grandi rivoluzioni che allora si compivano: poveri anche di stile e d'ordine, ti pare nei loro racconti si riveli la confusione che cresceva sempre più nel romano impero. Forse il solo Flavio Vopisco fu testimonio oculare; gli altri narrano per udita o per lettura, variando stile e pensare secondo le fonti; imbeccati da un autore, passano all'altro e ne ricavano i fatti medesimi, senza dar segno d'accorgersi della ripetizione, che talvolta è fin tripla. Qual fiducia avervi? Eppure da essi soltanto teniamo moltissimi fatti e particolarità di costumi pei censettantott'anni abbracciati da quelle trentaquattro biografie, le quali pare siano state trascelte da alcuno, al tempo di Costantino, fra le molte che esistevano[353].

A Roma concorreano per trovar pane e onori, o per istudiare uomini e cose, i sapienti e i letterati d'ogni paese; e i Greci benchè non avessero cessato di disprezzare la lingua e la letteratura di Roma, benchè pochissimi di loro degnassero adoprarne la lingua, quali Fedro, Ammiano, Macrobio, pure trovavano degno tema la politica e gli eroi di essa. Il più famoso retore greco Dione Crisostomo dissuase Vespasiano dall'accettar l'impero, osò dire la verità a Domiziano; e Trajano, quando entrava trionfante in Roma, vistolo tra la folla, il fece montar seco sul carro. Vespasiano e Tito protessero specialmente Giuseppe, ebreo di Gerusalemme, perciò intitolato Flavio, il quale nei sette libri delleGuerre giudaichecelebrò le loro vittorie sopra la sua patria. Appiano alessandrino era stato colpito di meraviglia nel veder venire ambasciadori per offrire nazioni nuove a Roma, e questa ricusarle, desiderosa ornai di conservarsi, non di crescere; onde scrisse una storia, dove non restringe lo sguardo a sola Roma. Del suo lavoro ci rimangono le guerre puniche, quelle di Mitradate, dell'Illiria, cinque libri della civile, e alcun che delle celtiche, prezioso monumento. Conobbe gli artifizj della guerra, e narrò col modo schietto che s'addice alla verità, sebbene siasi valso fin delle parole, non che dei sentimenti degli autori a cui si appoggiava. Erodiano ci lasciò otto libri della storia degli imperatori, dalla morte di Marc'Aurelio a quella di Massimo e Balbino, assicurando di riferire ciò solo di cui fu testimonio oculare. Negligendo geografia e cronologia, con felice brevità e buon giudizio sceglie i fatti che più servonoa rivelare un'età infelice, ove la politica non poteva che obbedire alle circostanze, e la pazienza dei Romani infondeva baldanza ai soprusi dei loro padroni.

Di ben altra levatura è Cassio Coccejo Dione, bitinio di Nicea, da Comodo e dai successivi imperadori cresciuto d'onorificenze. Per ordine ricevuto in sogno, ridusse in otto decadi la storia di Roma, cominciando da Enea, molto particolareggiato sino alla morte di Elagabalo, poi affatto compendioso fino ad Alessandro. Esatto nelle cose che egli stesso vide, nel resto compila, rinzeppa il racconto di miracoli e sogni: vi sa dire che il sole apparve or più grande or più piccolo avanti la giornata di Filippi; Vespasiano guarì un cieco colla saliva; una fenice volò per l'Egitto nel 790 di Roma. Malmena Cicerone, Bruto, Cassio, Seneca, altri grandi perchè repubblicani; e quasi unico fra gli antichi, parteggia per Cesare ed Antonio, e adopra a legittimare il dominio degl'imperatori. Espone accuratamente l'ordine dei comizj, lo stabilimento dei magistrati, e le vicende del diritto pubblico: onde è dolore che tanta parte ne sia perduta, come pure la sua storia dei Persiani e de' Goti.

Plutarco da Cheronea in Beozia(n. 48), il più divulgato fra gli scrittori antichi, nelleVite parallele degli uomini illustripone a confronto un Greco con un Romano. Ignorava le lingue, e perfino la latina, sebbene fosse vissuto in Roma; onde s'espose a falli grossolani. I ducencinquanta autori che cita non assimilò, ma continuamente citandoli trabalza di asserzioni in asserzioni contraddittorie e non risolute; non ordinando per tempo gli avvenimenti, lascia confusione, cresciuta dalle allusioni frequenti ed oscure, e da viziose digressioni morali. Senza sentimento del passato, dipinse tutti gli eroi col colore medesimo, di qual età, patria, condizione si fossero, senza le gradazioni e misture che offrono lavera fisionomia d'un uomo; non vedendo man mano che il suo personaggio, non gl'importa di contraddirsi nella vita d'un altro; lo segue dappertutto, al campo, sul trono, in casa, tra gli affari, accogliendo aneddoti senza scelta nè temperanza: eppure è ben lontano dal presentarceli interi; Cesare e Pompeo ci delinea tutt'altri che nella storia; di Cicerone narra i sogni, le lepidezze, non i fatti pubblici, nè tampoco ne lesse le orazioni.

Egli, che qualificano digiudizioso, crede all'oroscopo di Pirro, ai sogni di Silla, ai corvi che cascano per il fragore degli applausi, a teste di bovi sacrificati che sporgono la lingua e lambono il proprio sangue. Tu aspetti che ti spieghi le cause d'un gran fatto; ed uscirà a narrarti o di serpenti che si annidano nei talami, o d'uccelli che volano in sinistro, o di portenti paurosi, e tutto con una schiettezza o dabbenaggine, che mostra quanto l'uomo rimpicciolisca nelle ubbie al mancare della religione.

Ne' paralleli, più ingegnosi che solidi, ben discosto dalla grandezza, dall'industria, dalla profondità di Tacito, s'arresta a somiglianze superficiali; propende pei Greci, onde mostrare che non sempre furono sì abjetti come al suo tempo. Senza concetto determinato e fecondo, si anima delle passioni de' contemporanei o degli autori da cui attinge, presenta come eroismo l'oblìo dei sentimenti naturali, levando a cielo Timoleone e Bruto che uccidono fratelli e figli, esaltando in Catone quel che ogni onest'uomo deve riprovare. Eppure si concilia i lettori, persuadendoli che dice loro quel che veramente pensa; non mira ad ingannarli anche quando s'inganna egli stesso; non pretende dettar dalla cattedra: la stessa semplicità de' suoi riflessi, non gravidi di pensieri come quei di Tacito, ma consentanei al buon senso generale, alletta i leggitori, contenti cheanche alla mente loro già si fosse presentato ciò che lo storico suggerisce.

Dovendo noi ricordarne ciò solo che concerne la storia italica, nomineremo le sueQuistioni romane, ove cerca l'origine d'alcuni usi di quel popolo: perchè nelle nozze dicesi alla sposa di toccar l'acqua e il fuoco, e s'accendono cinque ceri nè più nè meno? perchè i viaggiatori creduti morti, tornando a casa, non devono entrar per la porta, ma calarvisi dal tetto? perchè si copre il capo nell'adorar gli Dei? perchè l'anno comincia in gennajo, e le tre parti del mese non si compongono dell'ugual numero di giorni? perchè non s'intraprende viaggio il giorno delle calende, delle none e degli idi? perchè le donne baciano i parenti in bocca? perchè proibite le donazioni fra marito e moglie? Le risposte, se spesso scipite, talvolta illustrano i costumi. Pose anche a parallelo avvenimenti greci con romani, per provare che quelli mal si reputano favolosi se trovano riscontro nella storia vera; assunto eccessivo e mal sostenuto. TrattandoDella fortuna dei Romani e di quella d'Alessandro, fa opera da sofista onde dimostrare che i primi dovettero tutto alla fortuna, l'altro alla propria virtù.

Mentre questi componevano, altri autori criticavano o raccoglievano, non già per divulgare l'istruzione fra la classe che n'ha bisogno, bensì per risparmiare fatica a quella gioventù ben nata, che per condizione doveva saper molte cose, e non avea voglia di studiare. Grammatici e filologi acquistarono in ciò importanza; e alla mediocrità fu dato immortalar il nome di alcuni genj, che altrimenti sarebbero periti. Trista considerazione!


Back to IndexNext