Chapter 3

Fedele alle regole d'un gusto squisitissimo, del resto egli vaga per ogni tono della sua lira, per ogni varietà d'opinioni[74]: ora vagheggia la tracia Cloe a dispetto della romana Lidia, e sberteggia l'invecchiata Lice e la mal paventata strega Canidia; poi di repente vanta a Licino l'aurea mediocrità, o tesse un inno ai numi: aborre dal lusso persiano e dall'avorio e dalle travi dorate, e desidera che Tivoli dia riposo alla sua vecchiaja, stancata nell'armi: una volta dipinge le delizie campestri, in modo che tu nel credi sinceramente innamorato e già già per divenire campagnuolo; ma due versi di chiusa ti rivelano che tutto fu ironia. A Mecenate, suo sostegno e suo decoro, egli ricanta che senza lui non può vivere, che vuole con lui morire; ma il genio suo l'assicura d'avere alzato un monumento più perenne che di bronzo.

Come dell'esser nato da padre liberto, così celia dello scudo che gettò via a Filippi, e chiama se stessoun ciacco delle stalle d'Epicuro, mentre raccomanda che la gioventù romana si educhi a soffrire l'augusta povertà, e faccia impallidire la sposa del purpureo tiranno, allorchè, come lione entro un branco di pecore, egli s'avventa fra' nemici. Per blandire Augusto, si astiene dal lodar Cicerone: agli Offelj, dalla rapace largizione del triumviro convertiti da possessori in fittajuoli, predica di vivere con poco, d'opporre saldo petto all'avversa fortuna: tratta da pazzo il gran giureconsulto Labeone, perchè non si mostra ligio all'imperatore: di Cassio Parmense fa un sommo poeta sinchè favorito, lo vilipende quando cade in disgrazia: colla stessa meditata facilità geme se minacciano rinnovarsi le guerre civili, e solleva il velo che copre gli arcani della politica. Ma quando encomia la virtù originale di Regolo o la imitatrice di Catone, e coloro che furono prodighi della grand'anima per la patria, e geme su' guaj che toccano al popolo pe' delirj dei re, vien di credere che vagasse nella lirica per disviarsi dal cantare epicamente le glorie, su cui il secolo d'oro voleva disteso l'oblio.

E sempre più ci si palesa che la lirica romana non era impeto spontaneo di devozione, d'affetto, di patriotismo, sibbene un godimento preparato all'intelletto, un artifizio di gusto, sopra una mitologia forestiera. Anche Orazio in tutto questo imitò, anzi le più volte tradusse i Greci[75], sebbene sentisse che invano aspirerebbe ad emulare Pindaro. In fatti questo si lancia con un entusiasmo spontaneo che appare fin anche dal ritmo, animato, vario nella robusta misura; mentre Orazio sentesi calmo e riflessivo colà appunto ove più vuole elevarsi, ed invano nell'imitazione artifiziosa cerca mascherare il calcolo che guida la sua composizione:in Pindaro è un onore pe' vincitori l'esser lodati da esso e fatti partecipi della sua gloria; Orazio loda d'uffizio, sebbene abbia l'arte di dissimularlo col cacciar avanti se stesso[76]; e poichè scrive all'occasione diavvenimenti giornalieri, generalmente s'attiene alla personalità degli affetti e delle sensazioni, parla ogni tratto di sè e de' suoi, talchè c'introduce e addomestica colla vita degli antichi; e viepiù nelleEpistolee nelleSatire, dove ripigliando la libera misura e il tono famigliare di Lucilio, riuscì incomparabile maestro del fare difficilmente facili versi.

La satira, poesia dei tempi critici, o coopera a distruggere e riformare; o associandosi colla elegia, sorge alla sublimità della poesia civile; oppure si contenta di ridere, come fece con Orazio. Conservando la finezza di cortigiano e la docilità di liberto anche in questo genere essenzialmente democratico, mostrasi dedito a frequentare la società, il che ne scopre il ridicolo, anzichè al vivere solitario, che ne scopre i vizj. E perchè i vizj di Roma erano dalla prosperità pubblica ammantati, potevasi ancora sorridere di quello onde al tempo di Giovenale un'anima onesta non poteva se non bestemmiare. Poi le monarchie tendono sempre a diffondere uno spirito di moderazione; e come Augusto col lodare gli antichi costumi adottava i nuovi, Orazio il secondò scalfendo senza ferire, ponendo se stesso in prima fila tra que' peccatori; sicchè punzecchia le colpe senza mostrarne aborrimento, esorta alla virtù senza farsene apostolo, rimprovera la onnipotenza attribuita al denaro[77], ma i denarosi corteggia e ne implorale cene e i doni; e colloca la morale nel fuggire gli eccessi, i desiderj misurare ai mezzi di soddisfarvi, viver pago di sè e accetto agli altri; e pingue e lucido in ben curata pelle, ingagliardisce nelle lussurie e non si dà un pensiero dell'avvenire. Nel che, lontano dallo stoicismo desolante di Persio, dall'atrabile di Giovenale, e dal cinismo in cui alcuni ripongono la forza della satira, mai non si scosta da quella finezza di vedere e aggiustatezza d'esprimere, che non si possono cogliere se non nelle grandi città e nella conversazione. E poichè i mediocri, sì nei meriti sì nei peccati, sono sempre il numero maggiore, perciò dura eterno il morso ch'egli diede ai costumi, e gli originali suoi ci troviamo accanto tuttodì; sicchè, in fuori della settima del libro primo, composta a ventitre anni, nessuna delle sue satire invecchiò[78].

L'autorità dittatoria da alcuni attribuitale, rese insigne l'epistola ai Pisoni, che meno propriamente s'intitolaDell'arte poetica; componimento didascalico con episodj satirici, ove di famigliarità e di sali sono conditi i precetti. Ivi, colla varietà che alle epistole s'addice, Orazio discorre sopra la letteratura, nella quale, diremmo oggi, egli apparteneva alla scuola romantica, alla giovane Roma, che disapprovava i sali di Plauto e i versi zoppicanti di Ennio, e beffava gli ammiratori di ciò che sentisse d'arcaico, e quei che rincresceansi di disimparare maturi ciò che avean imparato a scuola, e asceticamente deploravano la perdita del buon gusto[79]. Principalmente egli insiste sulla drammatica: ma il vero talento non è mai esclusivo, e mentre sembra che in questa ponga ceppi arbitrarj al genio, tende a svincolarlo dalla paura dei pedanti, i quali pretendevano la lingua si restringesse ad un tempo solo e a certi autori, anzichè riconoscerne supremo arbitro l'uso[80]; chiamavano sacrilegio il negar venerazione agli antichi, quanto il concederla a coloro il cui nome non fosse ancora dalla morte consacrato[81]; al censore ciancieroe petulante attribuivano maggiore autorità che al giudizio de' pochi savj modesti.

Molto egli trae da Aristotele, ma molto dalla propria sperienza; nè quell'epistola è inutile in tempo che, salite ai primi posti l'erudizione e la storia, molti sostengono non darsi principj certi di critica, canoni non potersi dedurre che dai capolavori, ed esser tiranniche tutte le regole antiche, per verità nulla più severe di quelle che s'impongono a nome della libertà.

In quel gran latrocinio contro i prischi Italiani, per cui i campi furono ripartiti fra i soldati d'Ottaviano, Publio Virgilio Marone(70-19 a. C.), nato nel villaggio d'Andes (Piétola) presso Mantova, educato a Cremona e a Milano, venne a Roma a reclamare l'avito suo poderetto; e coll'ingegno trovato grazia appo Augusto, l'ebbe come un dio e ne accettò i favori. Candido, forbito, innamorato dell'arte e della pace, era il poeta nato fatto per quei tempi, in cui dal mareggio civile importava richiamare alle operose dolcezze della villa, e mutare le spade in aratri, l'attualità in memorie. Quest'era l'uffizio a cui Augusto convitava le Muse: e tutti i poeti dell'età sua si mostrano credenti a tutta la litania degli Dei, fin nelle più beffate loro trasformazioni; predicatori del buon costume e della sobrietà degli antenati, plaudenti al ritorno della pace, del pudore antico, della casta famiglia; encomiatori dell'agricoltura, e di quel vivere campagnuolo che avea prodotto i vincitori di Cartagine[82].

Pertanto Mecenate con insistenza persuase Virgilio a nobilitare l'agricoltura, e cantare i campi; e Virgilio scrisse leGeorgiche, capolavoro di gusto, di retto senso e di stile, il monumento più forbito di qualsiasi letteratura, la disperazione di quelli che si ostinano alla poesia didattica, e che delle apparenti difficoltà ottengono agevole vittoria se si considerino isolati, ma messi a petto a Virgilio restano d'infinito spazio inferiori. NelleBucolichecopia Greci e Siciliani; colle frequenti allegorie ed allusioni alle proprie venture dissipa l'illusione, e svisa i pastori facendoli colti e raffinati tanto, da esprimere i sentimenti proprj dell'autore; mai non dimentica Roma sua, fra i campi cresciuta; i pastori stupiranno alle fortune di essa e alla magnificenza di Augusto; ciò che spiace a questo, verrà disapprovato anche dal poeta; ed esaltando la beatitudine campestre, ne farà raffaccio alle abitudini repubblicane de' clienti affollantisi, dell'ambir le magistrature e i fragori forensi, al lusso delle case e del vestire, alle guerre civili che fanno le case vuote di famiglie[83].

Come gli altri Romani, Virgilio non si propone d'inventare, ma di far una poesia finita; copia le bellezze di quei che lo precedettero[84], aggiungendovi finezzetutte sue; collo studio migliora ciò che a quelli il genio somministrò, eliminandone ogni scabrezza, ogni sconvenienza; e col maggior garbo lusinga il lettore, il quale s'affeziona ad un poeta tutto occupato nel recargli diletto. E qual altri conobbe sì addentro ogni artifizio dello stile? Con varietà inesauribile di voci, di frasi, di ritmo, carezza gli orecchi del lettore, non lasciandone un istante rallentare la schizzinosa attenzione, senza per questo solleticarla con lambiccamenti o con pruriginose vivezze. Quel che imparò nella colta conversazione dell'aula d'Augusto, egli nella solitudine raffina col delicato sentire; e dalla maestosa onda del suo esametro fino alla scelta de' vocaboli ben equilibrati di vocali e consonanti, e di dolci ed aspre, tutto è nel dimostrare che di pari sieno proceduti il pensiero e l'espressione.

Ma opera maggiore gli chiedevano i suoi protettori, la quale non lasciasse a Roma alcuna invidia delle greche ricchezze; un'epopea. I popoli raffinandosi perdono quell'ingenua credenza nell'immediata intervenzione degli Dei, sopra la quale si fondano le epopee primitive, storia ed enciclopedia delle nazioni ancor prive di critica e d'annali; la scienza ingrandendo spiega ciò che pareva mistero; l'industria toglie la grazia infantile ai famigliari nonnulla della società nascente: laonde all'epica grandiosa devono succedere i lavori d'erudizione ragionatamente condotti, e gran pezza lontani dalla generosa sprezzatura dei poemipopolari e nazionali. Il genio di Virgilio e il suo tempo non portavano ad un'epopea naturale; ma a forza di studio, cognizioni, arte, conducevano ad armonizzare quanto sin là erasi fatto di meglio.

E fatto già s'era in Roma. Moderni critici vollero la fanciullezza di questa dotare di poemi primitivi, dove le idee fossero personificate in tipi, quali i sette re e gli altri eroi fino alla battaglia del lago Regillo, accettati poi come storia. Un popolo tutto giurisprudenza, il cuicarmesono le XII Tavole, le cui imprese caratteristiche sono contese di diritto, non dovette cullarsi in fasce poetiche, nè possedette quel sentimento elevato dell'esistenza, il cui più insigne frutto sono i poemi eroici. A questi, come al resto, si applicarono i Romani per imitazione, e nell'intento di conciliare l'esempio di Omero colla favola ausonia, il meraviglioso dell'epopea colla storica realtà. Nevio cantò la prima guerra punica, Ennio la seconda e la etolica[85], in via episodica risalendo alle origini di Roma. Ma al costoro tempo già si scriveva la storia, onde non potevano che esporre in versi i fasti romani: Ennio poi, traduttore d'Eveemero e d'Epicarmo, i quali scomponevano il cielo in simboli o apoteosi, come poteva usare sinceramente la macchina? Nè l'innesto de' fatti storici coi soprannaturali, fondamento dell'epopea greca, avea più luogo quando s'attuarono grandi eventi, degnissimi di poema. Ben alcuni assunsero a tema la guerra dei Cimri, o il consolato di Cicerone; le costui lodi celebrò Cornelio Severo nella Guerra di Sicilia; Archia cantò le spedizioni di Lucullo, Teofane quelle di Pompeo, Furio Bibaculo le imprese di Catulo, altri quelle di Cesare, le vittorie d'Antonio o quelle d'Ottaviano, come fece CottanellaFarsaglia: ma la vicinanza delle imprese riduceva il poeta a storiografo, a tradurre in versi i commentarj di qualche famiglia; e la protezione imponeva di adulare un uomo o una fazione, anzichè sublimare la nazione tutta, o interessare l'umanità.

Altri, dietro a Lucio Andronico, assumevano soggetti mitologici, rifritti e non creduti, come Varrone d'Atace che riprodusse le Argonautiche, Cicerone gli Alcioni e Glauco, Calvo l'Io, Cinna la Mirra, Catullo il Teti e Peleo, e tante Tebaidi, Ercoleidi, Amazonidi[86], dove al racconto si associavano movimenti lirici e tragici. Fra i quali va distinto Rabirio, che Ovidio chiama grande e Vellejo Patercolo appaja a Virgilio, e del quale non conosciamo che alcuni versi sulla guerra d'Alessandro, ritrovati ad Ercolano. Altri ricorrevano le antiche memorie patrie, e i fievoli cominciamenti di Roma, mettendolia fronte della presente grandezza: di ciò un Sabino fece soggetto a canti, tronchi dalla morte; su ciò fondansi iFastid'Ovidio; Properzio si proponeva di celebrare le antiche feste e i prischi nomi dei luoghi[87].

Virgilio, venuto al tempo che la vecchia Roma perisce, e la trasformazione dell'impero eccita vaghi presentimenti d'un avvenire incomprensibile, pensò combinare gli elementi che gli altri adoperavano distinti. Le memorie repubblicane poteano recar ombra al pacificatore fortunato, e a troppe passioni avrebbe dato di cozzo se, come Lucano, avesse tolto a cantare armi tinte di sangue non ancora espiato. Si gittò dunque sull'antichità, da Omero desumendo il soggetto, gli eroi, l'orditura persino e il verso e il tono, come era consueto da' suoi predecessori; ideò di unire i viaggi dell'Odisseae le guerre dell'Iliade, ma collocarsi nella favola omerica per mirare fatti storici lontani e vicini, e cantando Trojani essere eminentemente romano. Il trarre la favola iliaca a significazione italiana era tutt'altro che cosa nuova[88], e ne restava blandita la vanità di tutta la nazione, e specialmente di questa gente Giulia, giganteggiata sulle rovine dell'aristocrazia. Più non bastaperò che la musa gli canti le origini della romana gente, ma deve accertarle; onde esamina la tradizione, vaglia, ordina, sicchè rimane buon testimonio delle tradizioni antiche, e fa un esercizio d'arte, non una poesia di getto.

A quella lontananza, favorevole all'immaginazione, per via d'episodj potrà facilmente annestare i nomi di coloro per cui crebbe e s'assodò la romana cosa; potrà coll'episodio di Didone adombrare la guerra punica, il cui esito accertò la grandezza di Roma; e colle antichissime cagioni delle nimistà e colle imprecazioni di Elisa che invocava irreconciliabili gli odj e le vendette contro la schiatta d'Enea, giustificare la distruzione di Cartagine per titolo di sicurezza. Infine metterà a confronto la Roma non nata ancora presso al regio tugurio d'Evandro, con quella meravigliosamente marmorea di Augusto, sulla quale egli concentrerà tutto lo splendore della storia italica e del tempo de' semidei.

Orditura così compassata, quanto dovea restare di sotto della spontanea ispirazione di Omero! In questo terra e cielo uniti cospirano a comun fine, e le divinità perpetuamente intervengono alle azioni e ai consigli de' mortali. Perduta quella iniziazione divina, in Virgilio gli Dei s'affacciano solo tratto tratto per macchina d'arte; e lo scetticismo filosofico gli accetta come spediente letterario. Virgilio vede ed ammira la grande unità di Omero, ed esclama esser più facile togliere la clava ad Ercole che un verso a quello: eppure compagina un poema di frammenti, di erudizione avvivata con grand'ingegno, ma non riuscendo a idealizzare le raccozzate rimembranze.

Se, invece d'imitare separatamente i didascalici di Alessandria, i bucolici siciliani e l'epico Meonio, avesse fuso gli uni coll'altro, e nell'esposizione della civiltà italica antica (dove rimase tanto inferiore) non introdotte in forma precettiva, ma atteggiate le ingenue dipinture del viver campestre dei prischi Italiani, avrebbe fatto opera non soltanto romana ma italica, causato il troppo immediato confronto coi poeti imitati, e la dissonanza che, come negli altri Latini, vi si scorge fra quello che ha di proprio o quel che toglie a prestanza. Nè tampoco si propose egli di ritrarre particolarmente veruna età, non la sua, non quella che descrive[89], né di aprire un nuovo calle ai successori; ma fu tutto amor dell'arte, tutto romana predilezione: l'adulazione stessa non fece sguajata come quella ondeAriosto cantò gl'indegni suoi mecenati, ma fina e convenevole alla forbita corte d'Augusto.

Nella quale vivendo, Virgilio ingentilisce gli eroi: Enea depose la pelasgica rozzezza: la donna non è più una Criseide che passi a chi vince; non un'Andromaca che, da vedova di Ettore, si contenti di divenire la sposa di Elleno; ma una regina che giurò fede al perduto consorte, che soccombe solo alla potenza dell'amore, e all'amore tradito non sa sopravivere[90]. Nell'inferno di Omero, Achille ribrama avidamente la vita: nell'Eliso di Virgilio, Didone guata silenziosa il suo traditore e passa.

In quest'ultimo tratto scorgiamo un merito che renderà Virgilio eternamente prezioso a chi è capace di sentire. Fra tanti poeti che menzionammo, i quali cantarono prolissamente i loro amori, pur uno non troviamo che tratteggi al vero il procedere della passione, accontentandosi essi di ritrarne qualche accidente o lecrisi più rilevate, e sfogarsi in sentenze, in lamenti ingegnosi, in ricche descrizioni, in tutto ciò che è esterno. La meditata conoscenza della vita interiore doveva ai moderni venire da una fonte nuova; e parve preludervi Virgilio, che, impedito dai tempi d'essere ingenuo, si conservò semplice, eloquente, patetico; trasfuse nella poesia il proprio cuore, e ciò che dapprima era soltanto esteriore, ridusse subjettivo coll'insistere sopra un sentimento, e scovar dai cuori i secreti più ritrosi, e seguir passo passo il crescere e il declinare d'una passione. Vedetelo in quell'amore di Didone, del quale son gettati i primi semi colla pietà nata dalla fama, poi cresce colla vista, col racconto, colla consuetudine, col raziocinio, finchè deluso, non può cessare che colla vita.

A questo fino sentire va debitore Virgilio d'un genere di bellezze nuove, qual è l'avvicendarsi delle pitture, per cui dalla desolazione di Troja incendiata s'insinua ad una scena di famiglia; di mezzo all'ira disperata, Enea è rattenuto dalla vista di Elena; alla procella succedono la placidissima descrizione del porto, e le ospitali accoglienze; l'episodio puramente guerresco dell'esplorazione notturna nel campo, è risanguato dall'affettuoso episodio di Niso ed Eurialo; perocchè il patetico è il vero dominio dell'arte, siccome la cosa essenzialmente efficace nella vita umana.

Di là un'altra delle vaghezze più care in questo amabilissimo poeta; quel condurre la realtà esteriore alla spiritualità, quel tradurre l'idea in immagini che offre vive vive all'occhio, e in cui forse consiste quelbello stileche Dante riconosce aver tolto da lui, e che Virgilio avea forse dedotto dall'assiduo suo studio ne' tragici[91]. Quella fanciulla che getta al pastore un pomoe si nasconde fra' salici, ma prima desidera d'esser veduta; quel bambino che col primo riso conosce la madre; quell'Apollo che tira l'orecchio al poeta per avvertirlo di non trascendere i pastorali argomenti; quel garzoncello che a fatica attinge i fragili rami; quell'idea della speranza, rappresentata in Dafni che innesta i peri, di cui coglieranno le frutta i nipoti; que' pastorelli che incidono sulle piante i cari nomi, le piante cresceranno e gli amori con esse[92]; sono idillj compiuti, che il pittore può rendervi in altrettanti quadretti. Poi, per belli che sieno i paesaggi, Virgilio sente quanto vi manchi finchè non siano avvivati dalla presenza dell'uomo: adunque tra i noti fiumi e i sacri fonti non mancherà un fortunato vecchio, godente l'opaca frescura; o un afflitto che, sotto l'ombra di densi faggi, alle selve e ai monti sparge inutili querele; e i molli prati e i limpidi fonti e i boschi gli dilettano solo in riflettere qual sarebbe dolcezza il vivervi eternamente colla sua Licori[93].

Eccetto le primissime composizioni, non volse egli la musa a particolari sue affezioni ed avventure; ma sappiamo che placida fluì la sua vita, più che non sogliain poeta. Caro ad Augusto e copiosissimamente da lui rimunerato[94], non prendeasi briga delleromane cosee deiperituri regni, ma ritirato presso Táranto, fra i pineti dell'ombroso Galéso[95]cantava Tirsi e Dafni, come l'usignuolo che, senz'altro pensiero, la sera empie il bosco de' suoi gorgheggi. Lo mordevano iMevj e i Bavj, peste d'ogni tempo? ma di encomj lo elevavano a gara i migliori dell'età sua, la curiosità ammiratrice veniva a cercarlo nel suo ritiro, ed una volta, al suo entrare in teatro, il popolo tutto s'alzò, come all'arrivo dell'imperatore[96].

Ammirando però quella forma così temperata, così pudica della sua bellezza, non per questo diremo superasse i suoi modelli. Come noi esaltiamo l'Ariosto per la forma, pur ridendoci delle sue favole, così, mentre si smarriva la tradizione religiosa d'Omero, durava, anzi cresceva di reputazione l'artistica, e Virgilio non se ne volle staccare. Ma in Omero quell'inserire s'un fatto pubblico passioni personali, quell'elevare l'individualità mediante la grandezza dello scopo e la serietà del destino, quell'equilibrare la natura collo spirito, ci portano ben più in là che non un'epopea dotta, la quale in fatto non potè divenire il libro de' Latini, come divennero Omero e Dante. Quella parola de' genj contemplativi e creatori, che è possente a trarre in terra l'ideale, è negata a Virgilio, il quale riesce soltanto a magnificare la restaurazione d'Augusto, avvenimento passeggero.

Con Omero versiamo continuo nel mondo greco, dov'egli passeggia da padrone; non così con Virgilio, costretto a lavorare d'erudizione. Omero è più universale ne' suoi concetti, e se vuole il meraviglioso infernale, fa da Ulisse evocar le ombre entro una fossa ch'egli medesimo scavò e asperse di sangue; mentre Virgilio guida Enea per regolare viaggio ai morti regni.

Il cuore dell'uomo deve rivelarsi ne' suoi Dei, forme generali, personificazione degli interni suoi motori, nel qual caso sono gli Dei del proprio sentimento, delle proprie passioni: in Omero son essi una cosa sola cogli eroi; in Virgilio convivono ancora, intervengono ancora in avvenimenti semplici, come per indicare la via di Cartagine. Pure, non foss'altro, la diligenza del verso avvisa che si è già a quel punto di civiltà ove più non vi si crede; e quegli Dei appajono macchine, inserite nella ragione positiva, non altrimenti che i prodigi in Tito Livio. Circe e Calipso sono abbandonate come Didone, ma in modo ben più naturale e ingenuo.

Alla descrizione dei giuochi, tanto semplice nel Meonio, Virgilio oppone un tale affastellamento di artifizii, che sarebbero troppi a narrare la distruzione d'un impero. Chi non ha sentito la sublimità delle battaglie d'Omero? ogni uomo che cade v'ha il suo compianto, al tempo stesso che tutt'insieme è un fragore, una mescolanza di cielo e terra, che rimbomba nei versi e nelle parole. Quale assurdità invece i serpenti che strozzano Laocoonte in mezzo a un popolo! qual meschino spediente quel cavallo di legno! cento prodi che si chiudono in una macchina, esponendo lor vita ai nemici: Sinone che intesse la più inverosimile menzogna: Trojani così ciechi, da non mandar fino a Tenedo, che dico? da non salire sopra una torre per avverare se la flotta nemica abbia preso il largo nell'Ellesponto: in brev'ora, sì smisurata mole è trascinata dal lido fin alla ròcca di Troja, superando due fiumi e gli aperti spaldi; poi non appena Sinone l'ha schiusa, è incendiata e presa quella città vastissima, folta di popolo, con un esercito intatto; avanti l'alba ogni resistenza cessò, i vincitori ridussero le spoglie ne' magazzini e i prigionieri; i vinti raccolsero altrove quel che poterono sottrarre.

In Omero ciascuno ha un carattere; benchè Agamennonesia re dei re, ciascuno serba volontà e compie imprese personali; ogni minima cosa è contraddistinta, il mare, la rôcca, lo scettro, le vesti, le porte e i cardini loro, semplice la vita degli eroi, e perciò interessante ogni loro atto, e per da poco che sembri alla raffinatezza odierna, serve però a intrattenere sopra quel personaggio. Nei caratteri invece sta il debole di Virgilio. Giunone al principio è triviale, nè tutta la sua enfasi esprime quanto il sacerdote Crise che torna mortificato verso il lido, e prega vendetta, e l'ottiene dal Dio. Evandro nel congedare Pallante mostrasi femminetta al confronto di Priamo a' piedi di Achille. Ettore che bacia Astianatte e invoca che chi lo vedrà dica — Non fu sì valoroso il padre», ha ben altro decoro che Enea nello staccarsi dal figlio. Enea poi combatte per tôrre ad un altro il regno e la sposa, mentre Ettore per difendere la patria. Nè forse un solo carattere riscontriamo in Virgilio ben ideato e a se medesimo consentaneo: Acate non sai che èfidose non dall'epiteto del poeta: chi ilpioapplicato ad Enea non intenda nel primo senso di religioso ed obbediente agli Dei, dee scandolezzarsi al vederlo applicato ad uomo il quale, ospitalmente accolto in terra straniera, seduce la donna che sa di dover abbandonare; approdato altrove, rapisce quella d'un altro. Ma per tutta ragione sta il comando degli Dei, che lo destinavano a creare i padri Albani, e le alte mura di Roma, e la grandezza d'Italia, gravida d'imperi e fremente di guerra.

Molti di questi difetti appartengono all'essenza del suo componimento; alcuni sarebbero scomparsi se avesse potuto dare l'ultima mano all'opera sua. La quale, com'è stile dei grandi, pareagli sì discosta dalla perfezione, che, morendo ancor fresco, raccomandava ad Augusto di bruciarla; voto che l'imperatore si guardò bene di adempire. Tal quale la lasciò, male ordinatanell'insieme, e ad ora ad ora imperfetta nella rappresentazione e nelle espressioni, è squisito lavoro, e come epopea definitiva servì di norma e talvolta di ceppo agli epici posteriori, che professavano seguirla da lungi e adorarne le vestigia[97].

In somma la letteratura romana può considerarsi come una fasi della greca. Nei Greci si trovavano in armonia il sentimento dell'ordine generale qual base della moralità, e il sentimento della libertà personale, non ancora essendosi manifestata l'opposizione fra la legge politica e la legge morale; sicchè ciascuno cercava la propria libertà nel trionfo dell'interesse generale. In questo istante dell'umanità, fu prodotta nel suo più splendido fiore la bellezza sotto la forma dell'individualità plastica; gli Dei ottennero un aspetto armonizzante colle idee che rappresentavano, sicchè la greca fu la religione dell'arte; la poesia che ha per oggetto l'impero indefinito dello spirito, raggiunse il perfetto equilibrio fra l'immaginativa e la ragione; la civiltà profittò di tutti i passi precedenti, unificandoli e perfezionandoli in quel patriotismo che della greca fu lo scopo più elevato.

I Romani, stupiti a quella incomparabile bellezza, non credettero potere far meglio che imitarla. Il linguaggio della magistratura, dell'imperio, era il latino; ma il greco quel della coltura, della eleganza; sarebbe parso sacrilegio il parlare altro che latino dal tribunale odalla ringhiera; Tiberio cancella una parola greca scappata in un senatoconsulto; Claudio toglie la cittadinanza ad uno che non sa il latino: ma nella conversazione si parla il greco; in greco si scrivono le note e le memorie; il greco si usa in famiglia, si usa coll'amante, dicendole ζωὴ, φυχὴ; greci sono i maestri, nè i filosofi di quella lingua si varrebbero mai della latina, anzi non la imparano; e Plutarco, che tanto n'avea bisogno per iscrivere le sue vite, ben tardi cominciò a leggere qualche scritto romano, comprendendolo dal senso piuttosto che letteralmente. Cicerone affetta di non capire la bellezza delle statue greche, d'ignorare i nomi de' loro artisti; ma appena sceso dai rostri, parla greco, va in Grecia a perfezionare la sua educazione, traduce i greci filosofi.

Se fosse prevalsa l'Etruria, Italia avrebbe serbato una poesia originale, con forma e lingua proprie: Roma invece dal bel principio s'acconciò all'imitazione, e ricevendo gli Dei della Grecia, dovette pur riceverne l'arte che sulla religione era fondata. Ma la religione fra i Greci era culto e dogma, ai Romani era favola e convenzione; e tale si mostra in tutta la loro poesia. Potrebbe mai credersi che Virgilio, Orazio, Ovidio prestassero fede a quei numi, che adopravano per macchina ed ornamento? nè mai dalla lira latina uscì un inno ove apparisse, non dirò la divota ispirazione ebraica, ma neppure la convinzione che alita in Omero, in Eschilo, in Pindaro. Il poeta non sentiva i numi nel cuore, non era ascoltato dal popolo, preoccupato da positivi interessi; riducevasi dunque a pura arte, nè in ciò poteva far di meglio che seguitare i Greci, i quali ne avevano esibito i più squisiti esemplari.

— Questi esemplari sfoglia giorno e notte», raccomandasi ai giovani di buone speranze; non già meditare sopra se stessi, sulla natura, sul mondo: divenireper gloria eterni si confida non tanto per coscienza delle proprie forze, quanto per la gran pratica coi capolavori dei maestri, per averne scelto il meglio a guisa d'ape[98], e tradotte le muse di quelli a favellare con intelligenza la lingua del Lazio. Che se poniam mente a questa moderata pretensione, men vanitoso ci sembra quel loro continuo assicurarsi dell'immortalità, e d'associare il proprio nome all'eternità della romana fortuna[99].

Nè trattavasi soltanto dell'imitazione, naturale a chi, venendo dopo, eredita dai predecessori, senza perdere quel che v'ha di proprio nello spirito, nella lingua, nella tradizione, nel pensar nazionale; ma si faceano ligi alle forme artistiche, particolari di quella gente, per conseguenza non riuscivano coll'artifizio a raggiungere l'altezza, cui soltanto colla naturale vivacità dell'ingegno si perviene. Quel bisogno artistico di esprimere e di comunicare i sentimenti più nobili e più profondi, dal quale è creata e conservata una letteratura,fu poco sentito da' Romani, sprovveduti dello slancio ideale, dell'intuizione calma della natura, e dello spirito estetico tanto proprio de' Greci; l'elemento religioso vi rimaneva interamente subordinato al politico; di rado seppero il semplice ed il naturale elevare all'idealità; e diedero facilmente nel falso, e in quel sublime di parole scarso d'idee, che costituisce il declamatorio. La poesia romana non differì dalla greca per lo spirito, pel sentimento, pel modo di osservar l'universo, per l'espressione; ma l'arte vi si scorge troppo, tutto è riflesso e calcolato, nulla della semplicità di Omero, e l'abilità del linguaggio e l'arte retorica mal suppliscono alla forza spontanea e alla fecondità d'invenzione.

Eccettuata la satira, non un genere letterario apersero, e nessuno raggiunse i loro modelli. Ai quali taluno si attenne senza restrizione, come Livio, Virgilio, Orazio, mentre più nazionali si conservarono Ennio, Varrone, Lucrezio, poi Giovenale e Lucano, perciò più robusti ma meno colti. Povero fu il teatro, il quale non può reggersi che su tradizioni e sentimenti nazionali. La lirica massimamente ne risentì, poichè a quest'armonica espressione degl'intimi sentimenti nulla più nuoce che il trovare la reminiscenza ove si cercava l'ispirazione, ed esser frenati nella commozione dal pensare che il poeta non s'ispira ma ricorda.

Ma in tutti costoro quale squisita verità di sentimento! qual perfetta aggiustatezza di pensiero! qual compiuta venustà di forme, e purezza ed eleganza e nobile armonia di stile, e variazioni di ritmo! Un alito di regola e di calma penetra ogni particolarità, un ordine semplice ed austero dà a conoscere che l'autore è padrone di sè e del suo soggetto. Tutti poi s'improntano d'un marchio, che li fa originali da ogni altro; ed è l'idea di Roma, che in tutti predomina, e che supplisce al difettodi quel tipo particolare che distingue ciascuno dei grandi autori di Grecia. La quale differenza è portata naturalmente dal diverso vivere d'un popolo eminentemente individuale e libero nell'esercitare come gli piace le forze del suo spirito, e d'un altro fra cui ad ogni altra idea predomina quella della patria grandezza.

A stampare questo carattere assai valse l'esser le romane lettere fiorite per opera de' principali cittadini, i quali abbracciando intera la vita nazionale, considerano ogni cosa nelle più ampie sue relazioni, a differenza di que' meri scrittori che rimpicciniscono la letteratura riducendola a semplice arte. E la letteratura latina, a tacere di noi pei quali è un vanto patrio, merita maggiore studio che non la greca, perchè, provenendo da un grandissimo centro di civiltà, meglio rivela la condizione sociale del genere umano.

Ma quando una letteratura si regge sull'artifizio, prontamente decade. Augusto ben poco merito ebbe all'apparire dei genj, di cui esso fu il contemporaneo, non il creatore, e che, nati nella repubblica, aveano lasciato il campo senza successori prima ch'egli morisse. Già egli derideva lo stile pretensivo di qualcheduno e le parole antiquate di Tiberio; e alla nipote Agrippina diceva: — Il più che cerco è di parlare e scrivere naturalmente»; ma le idee che contenevano, faceangli mal gradito lo studio degli antichi. Poi Mecenate suo dilettavasi di uno stile floscio e ricercato. Come avviene allorchè cessa la produzione, si sottigliava la critica: Asinio Pollione poeta e storico appuntava Sallustio di vecchiume, Livio di padovanità, Cesare di negligenza e mala fede; singolarmente professava nimicizia per Cicerone; egli poi scriveva stecchito, oscuro, balzellante[100]; ma era l'amico dell'imperatore, avea buonabiblioteca, bella villa, esperto cuoco; sicchè dovea trovar non solo l'indulgenza che agli altri negava, ma anche lode, e ai suoi giudizj forza di oracolo.

Ritiratosi dalla vita pubblica, scriveva orazioni, somiglianti agli articoli di fondo de' nostri giornali, cioè dilettura amena, e che diffondessero certe idee di politica e di letteratura. Così svoltavansi gli spiriti dall'eloquenza pubblica verso quella di scuola. Di quella conservavano ancora qualche ombra Azzio Labieno libero parlatore «unendo il colore della vecchia orazione col vigore della nuova» (Seneca); e Cassio Severo amico suo e altrettanto franco dicitore, che satireggiava anche le persone cospicue, onde Augusto fe bruciare gli scritti di esso, ne' quali gli antichi ammiravano lo stile vigoroso, oltre la mordacità; e fu lui veramente che schiuse la nuova via, alla quale l'eloquenza si trovò ridotta dopo respinta dalla tribuna[101]. Perocchè, mutata la pubblica attività nella monarchica sonnolenza, cessato il giudizio tremendo e inappellabile delle assemblee, si sentenziava degli autori secondo l'aura delle consorterie e dei grandi che davano da pranzo ai letterati.

Quando Augusto morì, più non sonava che la piangolosa voce d'Ovidio, cui l'infingarda abbondanza, lo sminuzzamento, i contorcimenti della lingua, i giocherelli di parole collocano lontano da Orazio, Virgilio e Tibullo, quanto Euripide da Sofocle e il Tasso dall'Ariosto. Così breve tempo era bastato perchè la letteratura romana passasse da Catullo non ancor dirozzato ad Ovidio già corrotto.


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