E poi l'imperatore non è il tribuno della plebe? Da qualunque parte le venga il suo protettore, poco ad essa ne cale; i ricchi pagheranno le spese, ella avrà giuochi e distribuzioni; quanto alla politica libertà, l'ha per un balocco, esibitole da quelli che non hanno oro nè potenza, e desiderano acquistarle. Senz'arti, senza lavoro, vivendo di ciarla, di largizioni, di spettacoli, il vulgo romano amava chi ne lo provvedesse: invidioso dei ricchi com'è sempre il povero, godeva in vedere conculcati dal suo tribuno i figli di coloro che l'aveano tenuto schiavo, spogli delle doviziesucchiate ai clienti o alle provincie, e tremava che, distrutto l'impero, non si rinnovassero le superbe crudeltà dei patrizj.
Chi dunque, sano dell'intelletto, poteva più pensare a ricostituir la repubblica? Restava di temperare l'autorità degl'imperatori: ma come farlo dove nè i nobili nè i Comuni nè il clero erano costituiti in un corpo che potesse contrappesarla? La legge Regia poneva l'imperatore al di sopra di tutte le leggi; gli impieghi erano da lui conferiti; da' suoi cenni pendeva l'esercito; l'autorità tribunizia gli dava il veto contro qualsivoglia determinazione del popolo o del senato, e rendea sacrosanta la persona di lui, e sacrilegio perfino la resistenza.
Le cospirazioni non si volgeano contro la tirannia, ma contro il tiranno; e vendette personali, generose aspirazioni, ambiziose ipocrisie, rapaci avidità si accordavano un tratto per appoggiarsi sull'indignazione popolare; sfogata questa, si scomponevano, e lasciavano il campo alle punizioni imperiali o alla onnipotenza soldatesca. Il senato, se non fosse comparso un corpo corrottissimo e modello di tutte le abjezioni, qualche freno avrebbe potuto mettere allorchè veniva trucidato un tiranno; e lo tentò dopo Caligola: ma se anche il popolo lo avesse sofferto, il potere che di fatto preponderava, l'esercito, voleva il donativo; se punto si tardasse a scegliere il successore, lo acclamava egli stesso; e guaj a chi tentasse restringere all'imperatore l'arbitrio, pel quale egli poteva largheggiare quant'essi pretendevano. Ma l'imperatore stesso, disimpedito da freni legali, è esposto all'arbitrio de' soldati, che o lo costringono a fare la loro volontà, o lo uccidono; sicchè sospeso fra le gemonie e l'apoteosi, s'affretta a saziar le voglie spietate o voluttuose.
Nulla essendovi dunque che frenasse o il re sul tronoo la donna nel gabinetto, entrò una depravazione, gigantesca quanto quel popolo; dove il vizio e l'empietà eretti in sistema; ferocia ne' dominanti, ferocia ne' servi; corruttela tranquilla, corruttela impetuosa; istinto feroce nel soldato, istinto fiacco e tumultuoso nel vulgo, istinto servile ne' dotti; stupidità in una plebe immensa, indifferente tra il vincitore e il vinto. La generosità? la virtù? la bestemmia di Bruto era divenuta comune da che si vedeva sovvertito il prisco ordine. La patria? come affezionarsi a quella che s'estendeva dall'Elba al Niger? La filosofia? ma questa non aveva accordo, non efficacia; esercitazione di scuola, riponeva il punto più sublime nel sapersi dar la morte, nel disertare cioè da fratelli, alle cui miserie non si era partecipato; così s'introdusse il suicidio, come un mezzo di sottrarsi al suo dovere; mezzo che i Gentili diceano onorevole, noi Cristiani empio e codardo.
Pure la filosofia stoica è l'unico lampo di vigore, l'unica nobile opposizione in quel tempo. Mentre Plauzio Laterano è condotto a morte, un liberto di Nerone gli dirige alcune suggestioni, cui egli risponde: — S'io avessi l'anima tanto abjetta da fare delle rivelazioni, al tuo padrone le farei, non a te». Fu ucciso dal tribuno Domizio Stazio che era suo complice, nè per questo gli volse alcun rimprovero; e al primo colpo essendone ferito soltanto, scosse la testa, poi la ripose all'attitudine opportuna per essere decollato[175]. Epittèto, schiavo frigio, che scrisse unManualedi questa filosofia, percosso dal padrone Epafrodito, gli dice: — Badate che mi romperete le ossa»; Epafrodito continua, gli fiacca una gamba, e lo schiavo ripiglia: — Non ve l'avevo detto?»
Piace questo aspetto di forza e severità: e per vero, mentre la morale di Epicuro produceva mollezza esnervamento, quella di Zenone è la forza stessa, concentrata in se medesima, per respingere tutto ciò che vorrebbe signoreggiarla. Se non v'ha bene fuorchè la virtù, non male fuorchè il vizio, e tutto il resto è indifferente, l'uomo si trova al disopra degli avvenimenti esterni, riponendo il valor proprio e la propria felicità in se stesso, e nel buono o mal uso che fa della propria libertà; sicchè scompaiono le differenze di nazionalità, di posizione sociale, sottentrando un diritto universale, assoluto, eterno, che abbraccia tutti gli uomini. Ma questa forza facilmente degenera in un egoismo senza viscere, in un rigore desolante che non è la virtù; e l'abstine et sustine degli Stoici, separato dalla benevolenza, svia ogni attività benefica, riduce indifferente alle miserie d'un vulgo che basisce di fame accanto ai palagi ove rigurgita l'abbondanza, e si rinserra in un'inoperosa fatalità. Marc'Aurelio, avvertito delle trame di un ambizioso, risponde: — Lasciamolo fare, chè, se non è destinato, soccomberà; se è, nessuno uccise il proprio successore». È clemenza codesta?
— Il savio attende il bene soltanto da sè: unico male è credere al male: meglio morir d'inedia senza timori, che vivere angustiato nell'opulenza: meglio che il tuo schiavo sia tristo, anzichè tu infelice. Quando abbracci la donna, i figliuoli, pensa che sono mortali; e così non ti dorrai perdendoli. La compassione è il vizio dei deboli che si piegano all'apparenza degli altrui mali, e perciò disdice ad uomo. Le sciagure sono destini, non accidenti. A Dio non obbedisce il savio, ma consente. In alcun modo il sapiente è superiore a Dio; poichè in questo il non temere è merito di natura, nel savio è merito proprio»[176]. Sonomassime di Seneca. E che cosa significano? che i mondani eventi sono retti da una necessità fatale, e il volere umano ha forza di resistere e soffrire, non d'operare; tranquillità non può sperarsi che in un superbo e desolato isolamento; considerar viltà qualunque transazione col nemico della libertà, quando anche non si stipulasse che l'oblio e il poter ritirarsi; punire se stessi dei tentativi falliti, sprezzare i tiranni, i quali non possono se non dare una morte che non si teme; disporre della vita come d'un possesso che vuol tenersi soltanto a certe condizioni; e fin all'ultimo respiro meditare sopra se stessi. Insomma non è vero bene ciò che non dipende dalla volontà dell'uomo; non dunque bene la patria, e poco monta in qual luogo siamo nati, poco che essa goda o soffra; lo stoico non è nato per la società, non è cittadino, non dee cercar di sminuire i mali della patria, ma darvi per rimedio il sentimento della libertà individuale.
Qui consiste la magnanimità mostrata da Cremuzio Cordo e da tant'altri, pei quali il suicidio era un rifugio o una speranza. Arria, moglie di Trasea Peto, udendo che questi è condannato, s'immerge un pugnale nel seno, indi porgendolo al marito, gli dice: — Non fa male». Genero ed erede della costei fermezza, Elvidio Prisco da Terracina studiò filosofia non per ammantare col nome di questa l'inazione, ma per invigorirsi. Il suo sogno era sempre l'antichità, quella repubblica aristocratica di cui erano stati ultimi lumi Marco Bruto e Porcio Catone; quel senato, ch'era parso a Cinea un'assemblea di re, e a Caligola un branco di buffoni. Sbandito alla morte del suocero, richiamatoda Galba, non cessa d'opporsi in senato agli arbitrj imperiali. Parlasi di rifabbricare il Campidoglio? — Quest'impresa (dic'egli) spetta alla repubblica, non all'imperatore». Vuolsi por modo alle spese del tesoro? — È cura de' senatori, non dell'imperatore». E nei discorsi attaccava quei che sotto i regni antecedenti aveano abusato, e sotto aspetto di virtù ridesta quel fiotto di accuse e denunzie. Vespasiano gli ordinò non comparisse in senato, ed egli: — Puoi togliermi il grado, ma finchè io sia senatore vi andrò. — Se vieni (soggiunge l'imperatore), taci. — Purchè tu non m'interroghi», replica esso; e Vespasiano: — Ma se tu sei presente, io non posso lasciare di chiederti il tuo parere. — Nè io di risponderti come mi parrà dovere. — Se tu me lo dici, ti farò morire. — T'ho forse io detto d'essere immortale? entrambi faremo quel ch'è da noi; tu mi farai morire, io morrò senza rincrescimento». Avendo solennizzato il natalizio di Bruto e Cassio ed esortato ad imitarli, fu arrestato; poi rimesso in libertà, nè mutando sensi e linguaggio, il senato ne decretò la morte, e Vespasiano non giunse in tempo a sospenderla. Al veder Tacito, Plinio Minore, Giovenale alzar a cielo quest'imprudente, vien da riflettere tristamente ove la virtù è costretta ridursi quando le mancano legittime vie d'opporsi all'abusato potere.
Scevino Flavio, imputato di congiura contro Nerone, mostrò al tribuno che la fossa preparatagli non era abbastanza profonda; e come questi gli disse di tender bene il collo, — Possa tu altrettanto bene colpire». Caninio Giulio viene ad alterco con Caligola, il quale licenziandolo gli dice: — Non dubitare, t'ho condannato a morte»; e Giulio, — Grazie, maestà imperiale». Guardava egli come un favore la morte in così pessimo imperio, o con ironia da Socrate voleva contraffare lavigliaccheria dei cortigianeschi ringraziamenti? Passò dieci giorni equanime, aspettando che Caligola tenesse la parola, e giocava alle dame quando entrò il centurione ad annunziargli di morire. — Attendi ch'io noveri le pedine», risponde tranquillo; e perchè gli amici piangevano, — A che rattristarvi? Voi disputate se l'anima sia immortale, ed io vado a chiarirmi del vero». E mentre avvicinavasi al supplizio, chiedendogli un amico a che riflettesse: — Voglio osservare se in questo breve istante l'anima s'accorge d'uscire».
Caligola, ingelosito dell'eloquenza di Seneca, volea farlo morire; ma una concubina gli mostrò essere il filosofo di salute così strema, che poco andrebbe a finire naturalmente. Eppure sopravisse a vederne più d'un successore. Assunto alla questura, fu da Claudio esiliato in Corsica, dicono per intrighi con Giulia figlia di Germanico e con Agrippina. Di là, a Polibio liberto dell'imperatore, cui era morto un fratello, drizzò una Consolatoria, congerie di luoghi comuni sulla necessità del morire, su sventure tocche a grandi, a regni, a città; esauriti i quali argomenti, soggiunge: — Finchè Claudio è signor del mondo, tu non puoi nè al dolore abbandonarti nè al tripudio, tutto essendo di lui; vivo lui, non puoi querelarti della fortuna; lui incolume, nulla hai perduto, tutto hai in lui, di tutto egli tien luogo; gli occhi tuoi non di lagrime ma di gioja devono empirsi... ti si gonfiano di lagrime? volgili a Cesare, e la vista del dio te li asciugherà; il suo splendore arresterà i tuoi sguardi, nè ti lascerà vedere altro che lui... Dei e Dee concedano lungamente alla terra colui che le diedero a prestanza;... sempre rifulga quest'astro sul mondo, la cui tenebria fu dalla luce di esso ricreata».
Così vilmente adulatolo vivo, Seneca vilmente l'oltraggiò morto, nell'Apocolocunthosisdescrivendone la divinizzazione. Con ciò volea forse ingrazianirsi Nerone,del quale se troppa severità sarebbe l'imputargli l'orrenda riuscita, e credere l'avviasse a sozze oscenità e fino al matricidio, non gli perdoneremo di non averlo abbandonato dopo che di tali delitti si contaminò, e d'aver prostituito l'ingegno fin a discolparli. Mentre declamava contro le ricchezze, ammassò sessanta milioni di lire, con usure che valsero ad eccitare una sommossa nella Bretagna; rimproverava il lusso, ed aveva cinquecento tripodi di cedro coi piedi d'avorio; vantava il vivere ignorato[177], e anelava pompe e schiamazzo; scrivea voler piuttosto offendere colla verità che andare a versi colle piacenterie, poi le trabocca a Nerone, il quale «poteva vantare un pregio di nessun altro imperatore, cioè l'innocenza, e facea dimenticar persino i tempi d'Augusto»[178]. Eppure ogni tratto egli esibisce se stesso per modello, dà intendere che ogni sera s'esaminasse dei fatti e detti suoi[179], ed esclama: — Turpe il dire una cosa, un'altra sentirne; quanto più turpe sentirne una, scriverne un'altra».
Ma egli distingueva due filosofie, una per la vita, una per la scuola: ed in questa, attivo e pratico sempre, accumula sentenze, per certo opportunissime a correggere e nobilitare il carattere, assodar l'impero dellaragione sopra le passioni, insegnare temperanza nelle prospere, costanza nelle avverse vicende. Ottimo uffizio: ma dopochè se ne sono uditi i precetti, si domanda qual autorità d'imporli, qual ragione d'obbedirli? Seneca dice alla madre: — La perdita d'un figlio non è un male; è follia pianger morto un mortale»; all'esule: — I veterani non si scompongono sotto la mano del chirurgo; così tu, veterano della sventura, non gridare, non lamentare femminilmente»; a tutti predica, ciò ch'è male per l'uno esser bene per molti, e che ogni cosa deve perire; intima ai savj di non cadere nella compassione, non attristarsi, non impietosire, non perdonare[180]. Ma a che pro questa più che umana fermezza? donde la forza di praticarla? donde, se non dall'orgoglio e dall'egoismo?
E orgoglio ed egoismo trapelano da tutti i pori all'adulatore di Nerone: diresti ch'egli si sente destinato a riformare il genere umano, con tal tono da maestro sprezza, beffeggia, riprende, comanda, insegna virtù impossibili, e come scopo della filosofia il separar l'anima da tutto ciò che non è lei, fare del proprio perfezionamento l'oggetto unico d'ogni sforzo, isolarla nella sua grandezza e in una virtù che guarda con indifferenza la morte degli altri e la propria.
Fra gli elogi della povertà, viepiù assurdi in bocca d'un gaudente cortigiano; fra antitesi in luogo di ragioni; fra quel cumulo di frasi sonore si arriva a capireche regola della morale e della felicità è lalegge naturale; sapienza è il conformarvisi. Ma per conformarvisi bisogna conoscere, e ciò per mezzo d'una ragione sana, dominatrice delle passioni: in tale obbedienza ragionata trovasi la soddisfazione della coscienza, il testimonio intimo, ch'è il fine supremo del saggio.
Ma che cos'è la legge? la natura? come questa può obbligare, staccata dalla ragion divina, da una volontà superiore e libera, che fissa ilfineobbligatorio? Seneca avea compreso che doveva esservi un Dio buono; che bisogna amare e servire gli amici, la famiglia, la patria; aveva, come Aristotele e Platone, conosciuto i rapporti del bello col buono, della scienza colla virtù; ma di tutto ciò non erano certi i filosofi; talvolta separavano una cosa dall'altra per poter dimostrarla; finivano con Dio immobile, una morale senza Dio, una virtù senza ricompensa, una scienza senza certezza. Il più glorioso sforzo dell'intelletto umano abbandonato a se stesso fu appunto questo aggavignarsi ai frantumi della verità, e ingegnarsi a dimostrare la solidità dei loro fini, del loro probabilismo. In ciò adoprarono tanti insigni libri, tanto talento, tanta volontà; perchè ignoravano quel primo vero dell'Ente che crea; e che basta perchè tutte le scienze s'incatenino; il fine sia preciso, il mezzo è preparato nella volontà risoluta di eseguire sempre il meglio, e nella forza di giudicarne rettamente. Volontà costante guidata da scienza certa sarebbero quella forza e quella prudenza che Seneca predicava, ma dirette non a un bene chimerico, ma ad un bene che sta in noi l'ottenere, secondato dalla grazia.
Quando gli fu intimato di morire, chiese di mutare alcune disposizioni nel testamento; ed essendogli negato, confortò gli amici rammemorando i consueti loro ragionamenti, e lasciando ad essi, poichè altro non glisi permetteva, l'esempio di sua vita e l'odio contro Nerone. Avendogli detto Paolina sua moglie di voler finire con lui, egli non s'oppose, e — T'avevo indicato i modi di vivere, non t'invidierò l'onor di morire. La tua coscienza, se è eguale alla mia, sarà sempre più gloriosa». Fecesi aprir le vene, e seguitò a dettare a' suoi scrivani; tardando la morte, si fece tuffare in un bagno caldo, e ne asperse i servi che gli stavano attorno, invocando Giove liberatore, come i Greci libavano a Giove conservatore nell'uscire d'un banchetto. In un'altra camera Paolina l'imitava, ma Nerone ordinò di stagnarle il sangue.
Visto qual fosse la sua vita, e che di là da questa non aspettava premj o castighi[181], e che vantavasi rinvenuto dalbel sognodell'immortalità, noi chiediamo se la sua fosse virtù o scena. Certamente in lui il dogma della fraternità degli uomini appare più evidente; ne riconosce l'eguaglianza, proclama la filantropia cosmopolitica al modo degli Enciclopedisti, che di fatti se ne fecero un idolo: eppure celia Claudio per gli atti cosmopolitici; inveisce contro la guerra, ma per esercizio retorico, e senza conoscerne i vantaggi.
Il poeta Lucano suo nipote si contaminò d'adulazione a Nerone, finchè, offeso dal vedersi da lui trascurato, congiurò con Pisone. Scoperto, cercò salvarsi col denunziare gli amici e la madre; e Nerone ne profittò per disonorarlo, ma gli permise la gloria di morire declamando proprj versi. Mela, suo padre, nol lascia tampoco freddare che s'impossessa de' beni di lui, ancheper mostrare di disapprovarlo; ma Nerone gli manda di svenarsi anch'esso, ed egli si svena senza fiato di lamento. Tre suicidj in una famiglia sola, sostenuti eroicamente, e preceduti ciascuno da una viltà.
Nè i suicidj erano soltanto una precauzione contro i tiranni, o richiedevano grandi emergenti o imperiali nimicizie. Coccejo Nerva, peritissimo giurista, in buona salute e miglior fortuna, risolve finire i giorni suoi; e per quanto Tiberio s'industrii stornarlo, lasciasi perire di fame. Marcellino, giovane, ricco, amato, cade di leggera malattia, e stabilisce morire; raduna gli amici, e li consulta come per un contratto o per un viaggio: alcuni il dissuadono; uno stoico gli mostra esser bastante ragione d'uccidersi il trovarsi sazio del vivere: onde Marcellino toglie congedo dagli amici, distribuisce denaro ai servi; e perchè questi ricusano dargli morte, s'astiene tre giorni dal cibo, dopo di che portato in un bagno, spira parlando del piacere di sentirsi morire. Senz'altezza di pensamenti, nè certo aspettando d'essere ammirato da un filosofo, un gladiatore condotto al circo caccia la testa fra i raggi d'una ruota. Come i forti, così i vigliacchi erano talvolta presi dalla manìa del suicidio; alcuni per mera sazietà della vita, per non dovere tutti i giorni levarsi, mangiare, bere, ricoricarsi, aver freddo, caldo, primavera poi estate, poi autunno e inverno, nulla mai di nuovo. Laonde i predicatori del suicidio dovettero dichiarare che non si deve, per questo piacere, trascurar i proprj doveri[182].
Il fondo della dottrina stoica non trascendeva la materia.Dio, anima del mondo, è congiunto colla materia, e un giorno l'assorbirà; ogni parte di essa è dunque parte viva di quest'anima, e può adorarsi; arbitrario è il culto come il dogma, sicchè la religione non è potenza distinta, ma si perde nell'ordine politico; le credenze sono accolte non secondo il loro valor dottrinale, ma secondo la loro facilità di dileguarsi innanzi al potere; centro e scopo proprio, l'uomo non ha doveri religiosi in faccia a questo Dio, che è eguale a lui. Quel panteismo naturalista proclamava l'unità nell'ordine morale e nel sociale; in conseguenza i diritti dell'individuo erano posposti, restando l'uomo assorbito nell'umanità, e l'umanità nella vita universale; sagrificate la libertà e la spontaneità e la vita attiva alla fatalità, al riposo, ad una speculazione astratta, che ingagliardiva l'orgoglio dell'intelletto senza scaldare il cuore nè stimolare la volontà; alla ragione toglieva il soccorso del sentimento, alla virtù l'appoggio preparatole dalla Provvidenza.
Lo stoicismo era uno sforzo istintivo, una concezione eroica dell'orgoglio umano, ma sprovvisto di fondamento logico; declamazione anzichè scienza, connessa alle verità supreme soltanto per raziocinio, e perciò non giustificabile in faccia agli uomini, e mancante d'autorità sopra di essi. La ricerca d'una perfezione ideale, solitaria, indipendente dalla moralità generale, avversa alle espansioni generose, petrifica l'essere umano divinizzato, ripone il bene in un giudizio dell'intelletto, comechè repugnante alla testimonianza dei sensi; e perciò dove lo stoico coll'egoismo spiritualista, coll'egoismo sensuale giungeva l'epicureo, e l'uno coll'impossibilità di raggiungere il proposto modello, l'altro coll'indolenza, entrambi non ravvisando il bene che in relazione col presente, coll'individuo, elidono l'attività umana, lentano i legami domestici,annichilano la società[183]. Guarda, o stoico: l'epicureo colla sua spensieratezza pareggia l'eroismo de' tuoi, e muore sulle rose meretricie, siccome voi altri coi libri di Platone. Ad Agrippino annunziano che il senato si raccolse per giudicarlo, ed egli: — Faccia; noi intanto andiamo al bagno». Va, e nell'uscire, udendo che fu condannato, chiede: — Alla morte? — All'esiglio. — Confiscati i beni? — No. — Partiamo dunque senza rincrescimento; ad Aricia desineremo bene tant'e quanto a Roma».
Più spesso l'epicureo ammaestrava a goder la vita, e gittarsi alle spalle il timor degli Dei. Come Bentham disse che la morale è l'interesse, ma l'interesse consiste nell'esser virtuoso, così Epicuro avea posto la felicità ne' godimenti, ma i godimenti nella virtù: però in entrambi i casi i seguaci furono più logici, e il nome del maestro serviva agli epicurei soltanto a scusare l'assecondamento delle proprie inclinazioni, diffondere l'empietà, agevolare ai grandi i delitti dell'ateismo, senza togliere al vulgo quei della superstizione. Perciocchè ad ogni modo queste filosofie erano scienze aristocratiche, le quali si dirigevano a pochi, al modo dei franchi pensatori del secolo passato, e come questi non nominavano la moltitudine (οἱ πολλοὶ) se non per vilipenderla. Intanto nè bastavano a spiegar la religione, nè a fare senza di essa; onde questa, che è la filosofia de' più, rimaneva senza dogmi e ingombra di assurde pratiche: giacchè l'incredulità non salva dalle superstizioni, e solo ne cambia l'oggetto.
Quella religione, invece di comprendere le verità piùgenerali ed assolute, ritraeva potenza da ciò che avea di locale e relativo[184]: però non avea un corpo di tradizioni e dottrine, attuate in cerimonie rituali, non doveri precisi, insegnamenti morali; la tradizione non vi faceva forza d'autorità, e ciascuno ne prendeva quel che gli aggradisse. La Grecia avea velato le incoerenze mitologiche sotto i recami della poesia: Roma le metteva in evidenza col prendere la religione sul serio, come stromento di politica. Mediante il quale, vero Dio era la patria, s'insinuavano virtù civiche piuttosto che religiose, la pietà verso i celesti mutavasi in devozione verso la patria; sicchè, allorquando questa divenne tutto il mondo, più non s'ebbe cosa a cui credere, e al culto destituito d'oggetto non rimaneva la forza di verità astratte, non l'autorità morale.
Nè paga d'avere «nel bottino di ciascuna conquista ritrovato un dio»[185], Roma coll'apoteosi faceva Dei tutti quegli esecrabili suoi padroni. Celebrati con magnifica pompa i funerali del morto imperatore, ne veniva posta l'effigie in cera sopra un letto d'avorio, coperto di superbo tappeto d'oro, quasi figurasse l'imperatore stesso ancora malato. Senatori e matrone, venendo a visitarlo, restavano delle ore seduti accanto al letto, e sette giorni durava tal mostra: l'ottavo dì, i principali senatori e cavalieri processionalmente per la via Sacra trasportavano il letto, coll'effigie qual era, nella pubblica piazza, dove recavasi il nuovo imperatore, accompagnato dai più illustri signori romani. Ivi sorgeva un palco di legno simulante la pietra, ornato d'un peristilio splendente d'avorio e d'oro, sotto il quale in pomposo letto veniva adagiata l'effigie, eintorno vi si cantavano a doppio coro le lodi del defunto, mentre il successore stava col suo corteggio assiso nella piazza, e le matrone sotto il portico. Finita la musica, la processione si avviava al Campo di Marte, portando anche le statue dei Romani più illustri nella storia, alcune di bronzo rappresentanti le provincie soggette, e immagini d'uomini celebri. Seguivano i cavalieri, soldati e cavalli da corsa; in fine i doni dei popoli tributarj, e un altare d'avorio e d'oro, tempestato di gemme. Durante questo corteo, l'imperatore, salito sulla tribuna degli oratori, faceva l'elogio del morto. In mezzo al Campo Marzio era elevato un rogo, che via via restringendosi formava una specie di piramide; fuor rivestito di ricchi tappeti ricamati a oro, e adorno di figure d'avorio; dentro legna secca; in cima il cocchio dorato, di cui soleva servirsi il defunto; sul piano sottoposto, dai pontefici stessi era collocato il letto di parata coll'effigie di cera, su cui spargevansi profumi ed aromi. Il nuovo imperatore e i parenti del defunto, baciata la mano a quell'immagine, recavansi a sedere nei posti destinati: allora facevansi intorno al rogo corse di cavalli, poi sfilavano soldati e carri, i cui condottieri erano vestiti di porpora. Compite queste cerimonie, l'imperatore, seguìto dal console e dal magistrato, appiccava il fuoco alla pira, e quando cominciavano ad alzarsi le fiamme, dall'alto di quella davasi a volo un'aquila (o un pavone, se era l'imperatrice), che dirizzandosi al cielo, doveva figurare portasse all'Olimpo l'anima del morto. Ergevasi poscia un tempio in onore di lui; gli si dava il titolo di Divo, e gli venivano destinati sacerdoti e sacrifizj.
Tant'era la smania dell'apoteosi, che non voleasi aspettar la morte degl'imperatori e il decreto del senato. Augusto durò fatica a circoscrivere a sole le provincie il suo culto. Tiberio permise alle città d'Asia d'erigergliun tempio; ed ecco undici città disputarsene l'onore, allegando chi l'antichità, chi la gloria, chi la religione. L'Italia non volea restare indietro, ma Tiberio se ne schermiva: — L'ho consentito alle città d'Asia, sull'esempio d'Augusto; ma il lasciarmi adorare dappertutto sarebbe orgoglio intollerabile. Io son mortale, soggetto alle leggi dell'umanità: siatemi testimonj di tal dichiarazione, e se ne ricordi la posterità». Ciò riferisce Tacito, soggiungendo che alcuni la credeano modestia, altri cautela, altri pusillanimità; avvegnachè Ercole e Bacco desiderarono d'esser Dei, e le alte ambizioni s'addicono alle anime alte[186]. E ben cinquanta deificazioni si fecero da Giulio Cesare a Domiziano, fra cui quindici di donne; e quegli altari talvolta erano trabocchetti per moltiplicar le colpe di lesa maestà come facea Tiberio, o beffe amare come quei di Nerone per Claudio, od insulti al pudore come quei per Antinoo e Drusilla e Poppea.
Accettare ogni dio equivale a non averne alcuno; sicchè la religione riducevasi ad una legge, non ad una fede; le feste erano pompe, il culto pubblico era politica, il culto privato un gusto individuale, scegliendosi un dio prediletto, a cui dare le vittime più pingui, a cui tener raccomandati gli affari, la famiglia, gli amori. Nelle menti colte poteano più ottenere credenza quella turba di numi e le poetiche loro storie? poteva un'anima generosa inchinarsi ad are, su cui s'incensavano cinedi e meretrici? Pertanto il filosofo, il sacerdote, il politico guardavano i varj culti come del pari falsi e del pari opportuni; e la tiara del pontefice, la stola dell'augure, la toga del magistrato ricoprivano l'ateo.
Augusto, volendo restaurare nell'impero anche le idee che ne devono esser la base, pose gran cura alla religione;appurò la fonte delle istituzioni col correggere i Libri Sibillini, ripristinò la dignità di flamine diale, crebbe i privilegi dei collegi sacerdotali e il numero delle Vestali, procurò rialzare il culto di Vesta e dei Lari, protettori della famiglia e dello Stato; in casa propria istituì il culto di Febo, e vi trasportò dal Palatino il santuario di Vesta; ogni quartiere di Roma ebbe nuovi Lari, al posto delle vecchie statue consunte, e ad onor loro feste in primavera e in estate; ai Lari antichi si unì il Genio del principe, onorato di più solenni omaggi: il qual culto de' Lari, riferentesi alla ripristinazione del sistema municipale, fu propagato per tutta Italia e per le provincie. I giuochi secolari dimenticati si rinnovarono diciassett'anni avanti Cristo, e Orazio compose per quella pompa ilCarmen sæculare. Esso Augusto fece ricostruire i tempj cadenti, quasi volesse obbligarsi gli Dei come gli uomini, dice Ovidio[187]; pel primo eresse un'ara alla Pace; e qualvolta ritornava dai viaggi, un nuovo delubro poneva a qualche divinità benefica.
Riforme tutt'affatto esterne, e viemeno efficaci perchè sprovviste d'entusiasmo e di sincerità. Tito Livio, pieno d'oracoli e portenti, rimpiange i guasti causati alla fede dalla filosofia, ma per quel suo stile di adoprare le istituzioni antiche a raffaccio delle moderne; Orazio canta gli Dei, pur professandosi majale epicureo; Virgilio àltera a norma del poetico il senso religioso della mitologia, rimpasto scientifico o estetico che la scredita quanto il dubbio o lo sprezzo; Ovidio canta la storia degli Dei nelleMetamorfosi, il culto neiFasti, ma non mai nell'intento di propagarli o di farli credere; el'ironia e la frivolezza vi trapelano dalle proteste di riverenza, nè mai mentì peggio di quando esclamavaEst Deus in nobis, agitante calescimus illo.
Agli Dei non si credeva: udimmo professarlo Seneca; Petronio esclama, — Nessun crede cielo il cielo, nè stima Giove un'acca»; Giovenale, — Che vi abbiano gli Dei Mani e i regni postumi, nol credono neppure i ragazzi»[188]; Tacito, l'austero Tacito,sperache dopo morte le anime possano aver vita e senso di ciò che si fa quaggiù[189], ma nulla indica ch'egli lo credesse. Il culto uffiziale durava ancora, e fu «un gran giorno pel senato romano» quello in cui tutte le città greche mandarono deputati a Roma per discutere sopra il diritto d'asilo de' tempj, non cercandosi abolirlo, ma volendosi soltanto sincerarne i titoli, fondati sopra le tradizioni divine, i decreti dei re, gli editti del popolo romano; e imporvi limiti, ma in un linguaggio affatto rispettoso[190]. Se però la potestà imperiale potè ricomporre l'ordine civile e politico, fallì nel religioso, anzi lo precipitò prostituendo anche il culto ai capricci del principe; il quale concentrando in sè il potere spirituale e il temporale, possedeva intero l'uomo, nè gli lasciava quell'asilo che nel tempio trovano i credenti contro gli eccessi del regnante.
Gli oracoli perdevano la favella, dacchè il trattarsi gli affari non nel fôro ma ne' gabinetti faceva più difficile il prevedere le decisioni, pericoloso il rivelarle, inutile l'insinuarle a nome del dio, quando le imponevail decreto del principe. I Romani consideravano ogni paese come collocato sotto la protezione di numi speciali, laonde ai vinti non li toglievano, salvo se si rendessero centri e stromento d'opposizione, come il culto dei Druidi nelle Gallie; e per esempio, nell'Egitto posero un pontefice massimo, a capo dei sacerdoti tutti e del museo d'Alessandria. Del resto, come la città a tutti i forestieri, così fu aperto il cielo a tutti gli Iddii; nel santuario di Vesta e di Rea, ogni deificazione delle umane passioni otteneva sacerdoti, sacrifizj, feste. Ma coll'accettare tutti gli Dei toglievasi il carattere politico delle religioni, quel che legava il culto al patriotismo.
Perocchè la religione era nazionale più che personale; chi sagrificava, pregava, espiava era la città, la tribù, la famiglia, anzichè l'individuo; e la personalità del credente si perdeva o nella bellezza della mitologia o nel vago del panteismo. Ma l'uomo ha timori e speranze, ha profondo bisogno di trovar sollievo, luce, espiazione; nè il progresso materiale potrà mai soffocare gl'istinti primitivi di lui, e quell'impulso talora confidente, più spesso pauroso delle anime verso le cose superne, il sentimento, comunque offuscato, d'una primitiva maledizione, la paura d'un Dio vendicatore. Dopo le guerre civili, da tanti delitti e disastri sbigottito non illuminato, l'uomo colpevole cercava un asilo presso gli altari; e poichè de' numi antichi parea sazio il vulgo, doveasi introdurne di sempre nuovi, il cui simbolo non fosse ancora svilito da interpretazione materiale, e con nuovi riti rinvigorire alquanto la fede; donde un misero avvicendare delle coscienze fra superstizione ed incredulità.
La coscienza sentiva la necessità d'accostarsi al Dio sdegnato, e dirgli «Perdona»; provava bisogno di purificazioni, d'espiazioni: talchè, per mondarsi, alcuni nelle cerimonie di Mitra si battezzano di sangue, alcunicamminano sul Tevere gelato, o bagnati traversano a ginocchio il Campo Marzio; se Anubi è irato, il popolo decreta si mandi a prender acqua del Nilo da lustrarne il tempio, o si offrano vesti ai sacerdoti d'Iside, o cento uova al pontefice di Bellona[191]. Insomma, disgustata dalle religioni palesi, la folla rifuggiva alle arcane, e i misteri non furono più partecipati riservatamente a pochi; e più che la rivelazione di alcune verità morali o fisiche[192], se ne adottò la parte corrotta e peccaminosa. Mentre dunque il culto legale sostituiva al patriotismo l'adorazione di Cesare, l'Oriente insinuava le teurgie, corrompendosi così e la scienza e la virtù. Ogni dama nel penetrale teneva il sole etiopico, derivato dall'Egitto; dalla Fenicia erano venute divinità metà donne e metà pesci, dalla Gallia pietre druidiche; Germanico si fa iniziare ai grossolani misteri di Samotracia e al culto de' panciuti Cabiri; egli, Agrippina, Vespasiano consultano le divinità egizie.
L'uomo, che non può credere opera del caso la creazione e la conservazion delle cose, sente per istinto che tra lui e questa causa v'ha mezzi di comunicazione regolari e salutiferi. Se gli soffogate tal sentimento col vizio o col raziocinio, cade in una specie di disperazione che lo precipita nelle superstizioni. Siffatta divenne allora la condizione dei più. Paventando che l'omaggio reso all'uno recasse torto all'altro dio, si ricorreva ad osservanze superstiziose; negata la vita seconda, si tremava degli avvenimenti di questa; negata la Provvidenza, ammetteasi la fatalità, e volevasi indagarne gli inevitabili decreti. Di qui l'osservanza degli augurj e del volodegli uccelli e de' giorni propizj o infausti, anche per parte di quelli che degli Dei parlavano celiando[193].
Da Plinio raccogliamo come i maghi credessero con l'erba marmorite costringer gli Dei ad obbedirli; colla etiopide seccare i fiumi e aprire qualunque cosa chiusa; colla achimenide infondere sgomento ai nemici; coll'antirrina rendersi belli, e sicuri da ogni nocumento; colla coriacesia agghiacciar l'acqua; coll'applicare tre volte l'eliotropio guarir dalle terzane, e quattro dalle quartane; colla verbena acquistarsi fede, conciliare benevolenza, garantirsi da morbi; colla teangelide indovinare; colla cinocefalia neutralizzare i veleni ed evocare i morti; coll'inghirlandarsi d'eliocriso ottener grazia e gloria. Delle pietre, la grammatia rendeva eloquente; la gemma di Venere assicurava dal fuoco; l'agata fugava le tempeste e fermava i fiumi; la chelonia posta sulla lingua faceva indovinare; alcune, fatte a foggia di testudine, poteano sedar le tempeste; l'eliotropia mista coll'erba dell'egual nome e con certe preghiere, rendeva invisibili. Fra gli animali, chi mangiasse il cuore della talpa potea vaticinar l'avvenire; col sangue della jena bagnando le porte, tutelavansi gli abitanti da ogni malattia o fascino; portandone indosso gl'intestini, si era sicuri da incantagioni e di vincer le liti e innamorar le donne: il sinistro piede del camaleonte, arrostito nel forno, rendeva invisibile chi lo portasse: ungendosi col grasso che sta fra le due sopracciglia d'un leone, si diveniva cari ai principi; mentre il sangue della donnola, misto a cenere di jena, rendeva abominati. Perciò, soggiunge egli stesso, dopo sorbito un uovo, si ha curadi rompere il guscio; e in molti paesi d'Italia erasi proibito alle donne per istrada di torcere il fuso o di portarlo scoperto, perchè nuoce alle speranze, principalmente di grani[194].
Aggiungete il terrore di potestà arcane, meschina curiosità delle cose occulte, e credenza divulgata nei fatucchieri e nelle streghe, brutte vecchie, avide di venere, micidiali ai parti, le quali trasfiguravansi in bestie, rapivano i bambini, li cambiavano in cuna, gli affaturavano, al che suggerivansi per rimedio l'aglio e certi scongiuri: temeansi pure i vampiri, morti che ricomparivano per suggere il sangue dei vivi[195]. Estremamentesi erano moltiplicati gli oracoli, i prestigi, gl'incantesimi, gli amuleti; e astrologi di Caldea, auguri di Frigia, indovini dell'India, promoveano i misteri delle scienze teurgiche.
Canidia strega, avvolti serpentelli alle scomposte chiome, nuda i piedi, rimboccata la negra veste, unta del sangue di rospi, colla potente Sagana, entrambe orribili per pallore e per irta capigliatura, urlando occupano un giardino, colle unghie raspano la terra, e coi denti straziano una nera agnella, il cui sangue scorreva nella fossa, donde aveano ad uscir le ombre per portare responsi dagl'inferni. Esse teneano una figura di cera, una di lana: questa più alta puniva l'altra, che avea sembianza di supplicante e di schiava che va a perire. L'una maga invoca Tisifone, Ecate l'altra; subito i cani infernali e i serpenti le circondano; l'immagine di cera prende fuoco e getta un vivo splendore; ma udito un fracasso, le due streghe fuggono abbandonando i denti, i capelli, le erbe e i legami tricolori con cui avviminavano i cuori[196].
A Tiberio gli astrologi erano necessarj quanto i commedianti e le femmine; porta un lauro per assicurarsi dai fulmini; quando starnuta, vuol gli si dicaSalute; per impedire che si consultino le sorti Prenestine, si fa portare quei pezzetti di legno, ma oh meraviglia! al domani la cassetta si trova vuota, e le sorti eransi di per sè restituite a Preneste. Nerone chiamò a Roma Tiridate ed altri maghi per essere iniziato ne' loro arcani, e per essi dominare sugli Dei come sugli uomini; e alla magìa rifuggì per chetare i rimorsi, dopo uccisa Agrippina[197]. Vespasiano li sbandiva coi decreti, e gl'invitava coi doni; Domiziano li consultava;confidava in essi Adriano, malgrado l'affettata filosofia; nè questa preservò Marc'Aurelio dal credere agl'indovinamenti dell'egiziano Anufi. Ogni città, ogni villaggio aveva una statua, un tabernacolo, una grotta miracolosa; e i governatori andavano a chiedervi i destini dell'impero. Ogni ricco novera tra' suoi servi un astrologo; al chiromante e al negromante si fa gittar l'arte ansiosamente allorchè fulmine cade, o morti appajono, o un'improvvisa rivoluzione può spingere dalla miseria al trono, o dai triclinj alle forche. Donzelle avide d'amore, giovani solleciti d'una eredità, spose cupide della maternità, vecchi slombati, gelose amanti, magistrati ambiziosi accorrono a queste empie follie, per le quali neppur si rifugge dallo scannare fanciulli.