Chapter 29

157.Longobardi, ut bellatorum possint ampliare numerum, plures a servili jugo ereptos ad libertatis statum perducunt; utque rata eorum possit haberi libertas, sanciunt more solito per sagittam, immutantes nihilominus, ob rei firmitatem, quædam patria verba.Paolo Diac., lib.I. c. 13.158.Omnes liberi, qui a dominis suis longobardis libertatem meruerunt, legibus dominorum suorum et benefactorum vivere debeant, secundum quaslibet a suis dominis propriis concessum fuerit.Rot., 239. Quilexè chiaro che significa «le condizioni imposte dai padroni a ciascun emancipato».Sulle leggi longobarde sono a vedere:Alex. Fleger,Das Königreich der Longob. in Italien. Lipsia, 1851.G. Merkel,Die Gesch. des Langobarden Rechts. Berlino 1850.Axschuetz,Lombarda commentare. Heidelberg 1855.Wilin,Das Strafgerecht der Germanen. Alla 1842.Zoepfl,Deutsche Rechtsgeschichte. Stuttegard 1858.Otto Stobbe,Gesch. der deutschen Rechtsquellen, 1860.Schupferda Chioggia,Delle istituzioni politiche longobarde. Firenze 1863.Edward Osenbruggen,Das langob. Strafgericht. Sciaffusa 1863.159.Bollandisti,ad11aprilis.160.Come s'intendessero divisi i beni ecclesiastici è detto nella vita di s. Barbato vescovo di Benevento, il quale chiese molte rendite dal duca Romualdo alla sua chiesa:Impetratis omnibus ut poposcerat, vir sanctus non est oblitus mandatorum Dei: in quatuor partes cunctum Ecclesiæ redditum omni tempore sanxit fideliter dispartiri; unam egentibus; secundam his qui Domino sedulas in ecclesiis exhibent laudes; tertiam pro ecclesiarum restauratione distribui; juxta quartam suis peragendis utilitatibus episcopus habeat; et hactenus sicut ab eo disposita sunt, in præsenti cuncta videntur. Ap.Ughelli, De ep. Benev.161.In obitu Satyri oratio, num. 38. Celestino papa,epist.2, attesta che neppur i vescovi aveano abito particolare.Religio divina alterum habitum habet in ministerio, alterum in usu vitaque communi.S. Girol., inEzech., c. 44. Landolfo Seniore (Hist. mediol., lib.II. 35), parlando dell'arcivescovo Eriberto, dice che sotto lui nessuno osava entrare in coro senza la toga bianca (il camice?), nè senza aver coperto la testa col cappuccio del birro, cioè della sopravveste che allora gli ecclesiastici usavano di color rosso; e nessun cherico osava assumere le foggie laicali o nel birro o nelle vesti o nella calzatura. Il Giulini all'anno 1203 reca il testamento d'un prete, che lega a diversi i suoi abiti, fra i quali nessuno è nero, eccetto il cappello. Nel 1211 fu da un sinodo milanese vietato ai cherici il mostrarsi in pubblico senza la cappa o il camice, od altra veste rotonda e chiusa; vietate le scarpe allacciate, le maniche, le mosche (ornamenti cascanti dal collo sul petto), le guarnizioni sulle vesti, e le cappe colle maniche; chi era insignito degli ordini portasse vesti rotonde non sparate, non gialle o verdi (e quelle d'altro colore?), nè pelli di vajo. Dallo stesso passo ricaviamo come i cherici ricevessero la tonsura a quella chiesa od altare di cui avevano il titolo. Ivi pure son proibite ai frati le tavole, i dadi, le zare, le caccie, i cani, i traffici, l'usura, l'aver compari e comari, l'andare ai bagni, il portar berretti od altro in capo, fuorchè le cocolle. Un concilio provinciale del secolo seguente interdice gli abiti vergati o listati, con nastri e bottoni d'argento o metallo, nè cappucci da laici. Il sinodo diocesano milanese del 1250 vuole che i prelati tutti sopra la guarnaccia portino un vestimento chiuso, e non cappe con maniche quando sieno fuori della scuola, non freni o selle o sproni od altra cosa dorata, argentata, azzurrata, nè clamidi secolaresche con pellicce, nè tabarri, sieno sparati o chiusi, fuorchè nel caso di dover cavalcare; del resto, non abbiano panni verdi, nè maniche rosse, non scarpe cucite, nè collari abbottonati, sibbene cappe nere od altrimenti decenti.Giulini,ad annum.162.Milano, Verona, Aquileja pretendono aver posseduto monasteri, prima che s. Atanasio gl'introducesse a Roma nel 390. In Milano li trovava s. Agostino (Confess.,IV. 6); e Martino di Tours era abitato alcun tempo in uno di questi. Sulpizio Severo (Vita s. Martini,IV) scrive che essoMediolani sibi monasterium statuit. E Paolino da Périgord nella Vita dello stesso:...Constructa statuit requiescere cellaHeic ubi gaudentem nemoris vel palmitis umbrisItaliam pingit pulcherrima Mediolanus.163.La regola di s. Benedetto è in settantatre capitoli, di cui nove sui doveri morali e generali, tredici sui doveri religiosi, ventinove sulla disciplina, i falli, le pene, ecc., dieci sull'amministrazione interna, dodici su varj soggetti, come i viaggi, l'ospitalità, ecc.; cioè nove capitoli di codice morale, tredici di codice religioso, ventinove di penale, dieci di politico.Carlo Magno, scrivendo a Paolo Diacono ricoverato a Montecassino, non rifina di lodarne l'ospitalità e le virtù:Hic olus hospitibus, piscis hic, panis abundans...Pax pia, mens humilis, pulchra et concordia fratrum.164.Lib.XXVII, cap. 3.165.Il primo papa, s. Pietro, fu eletto da Cristo. Dal secondo, s. Lino, fino a s. Semplicio nel 467, dal clero e popolo. Da s. Felice III nel 483, fino a s. Nicola I nel 858, dai re conquistatori. Da Adriano II nell'867, fino ad Agapito II nel 946, dal clero e dal popolo. Da Giovanni XII nel 956, fino a Silvestro antipapa nel 1102, dai tiranni d'Italia e dagli imperatori. Poi ancora dal popolo e clero, da Gelasio II nel 1118, fino a Vittore antipapa nel 1138. Indi dai cardinali, da Celestino II nel 1143, fino a Gregorio X nel 1271. Poi dal conclave, da Innocenzo V nel 1276, fin qui. Il Platina racconta che Sergio II fu il primo a cangiar nome, deponendo l'indecoroso di Osporci: ma Anastasio Bibliotecario dice che esso papa chiamavasi Sergio anche prima di salire alla cattedra di Pietro. V'ha chi attribuisce quest'introduzione ad Adriano III, che prima nomavasi Agapeto; o a Giovanni XII, che prima era chiamato Ottaviano, e che con ciò volle onorare lo zio Giovanni XI: o a Sergio IV, che per rispetto depose il primitivo nome di Pietro. Tale cambiamento non è d'obbligo, e anche nel secolo xvi Adriano VI e Marcello II ritennero il nome di battesimo. Damaso fu il primo a darsi il titolo diservo dei servi di Dio, adottato poi da Gregorio Magno e dai successori. Benedetto III prese il titolo divicario di s. Pietro; cui dopo il secoloXIIIfu sostituito quello divicario di Gesù Cristo.166.La diocesi di Como aderì lungamente allo scisma d'Aquileja, e preziosa è in tal fatto la iscrizione funeraria del vescovo Agrippino, morto verso il 600, e che ora conservasi nella plebana di Isola sul lago di Como.167.Labbe,Concil., tom.V. p. 959; edEpist.del 4 ottobre 584, ap.Gio. Diacono,I. 31.168.Un canone del II concilio di Vaison, dell'anno 529, riferito dal padre Thomasin (Disciplina de beneficiis, par.II, c. 88. n. 10), rende all'Italia quest'autorevole testimonianza:Omnes presbyteri qui sunt in parochiis constituti, secundum consuetudinem, quam per totam Italiam satis salubriter teneri cognovimus, juniores lectores secum in domo retineant, et eos quomodo boni patres spiritualiter nutrientes, psalmos parare, divinis lectionibus insistere, et in lege Domini erudire contendant, ut sibi dignos successores provideant.169.Epist.II.35.170.Hoc in loco, quisquis pastor dicitur, curis exterioribus graviter occupatur, ita ut sæpe incertum sit utrum pastoris officium, an terreni proceris agat. Epist.I. 25.171.Lib.II. epist. 11 e 31: —Quia comperimus multos se murorum vigiliis excusare, sit fraternitas vestra sollicita ut nullum usque, per nostrum vel Ecclesiæ nomem, aut quolibet alio modo, defendi vigiliis patiatur, sed omnes generaliter compellantur. Epist.I. 42.172.Epist.X. 51; xi. 51.173.«Conoscendo io quanto la serenissima nostra Signora prenda pensiero della patria celeste e della vita dell'anima sua, mi terrei gravemente colpevole se tacessi quanto convien suggerire per timore dell'onnipotente Iddio. Avendo io saputo essere nell'isola di Sardegna molti Gentili, che tuttavia, secondo loro mala usanza, sagrificano agli idoli, e i sacerdoti di quell'isola andar lenti nel predicare il Redentore, vi mandai un vescovo italiano, che, ajutante Iddio, trasse alla fede molti Gentili. Ma egli mi ha annunziata cosa sacrilega; che costoro i quali sagrificano agli idoli, ne pagano al giudice la licenza; ed essendo alcuni stati battezzati e avendo lasciato quei sacrifizj, tuttavia il giudice dell'isola anche dopo il battesimo esige quella paga. Avendolo il vescovo ripreso di ciò, rispose egli di aver promesso tanto nel comprar l'impiego, che non potrebbe rifarsi se non a quel modo. La Corsica poi è oppressa di tanta soperchieria d'esattori e tanta gravezza d'esazioni, che gli abitanti vi possono a mala pena supplire vendendo i proprj figliuoli; onde, lasciando la pia repubblica, sono forzati rifuggire alla nefandissima gente dei Longobardi. E qual cosa più grave e più crudele potrebbero patire dai Barbari, che l'esser ridotti a vendere i proprj figli? In Sicilia narrasi di un tal Stefano, cartulario delle parti marittime, che coll'invadere ogni luogo, e con porre, senza pronunziar giudizio, i cartelli a' poderi e alle case, arreca tanti danni ed oppressioni, che a dirle tutte non basterebbe un gran volume. Veda la serenissima nostra Donna queste cose, e sollevi i gemiti degli oppressi. Suggeritele a suo tempo al piissimo Signore, affinchè dall'anima sua, dall'imperio e da' suoi figliuoli rimova tanto gravame di peccato. Ben so ch'ei dirà forse mandarsi a noi per le spese d'Italia quanto si raccoglie dalle suddette isole: ma dico io, conceda meno per le spese d'Italia, e tolga dal suo imperio le lacrime degli oppressi. E forse di tante spese fatte per questa terra vien minore il profitto perchè con mescolanza di peccato. Meglio non provvedere alla vita nostra temporale, che procacciare impedimento alla nostra eterna. A me basti l'aver questo brevemente suggerito; affinchè, se rimanesse la vostra pietà ignorante di quanto succede in questi paesi, non fossi io poi del mio silenzio dinanzi al severo giudice incolpato e punito».174.Dal poco che sappiamo, sembra in antico vi fosse grande mescolanza ed arbitrio nel canto ecclesiastico. La semplicità nascea necessariamente dalla scarsezza di mezzi; ma alcuni teneano all'ebraico, altri all'jonico, altri a un misto. Sant'Ambrogio volle riformarlo, partendo dalla melopea greca. Il sistema musicale dei Greci era diviso in tetracordi, e nei modi che ne derivano. Ambrogio, visto che molte melodie sacre erano, se non melodie greche trasportate, almeno motivi composti sopra i modi musicali di quel popolo, e che non passavano i limiti di un'ottava, pensò al sistema tetracordo dei Greci sostituire il più semplice e facile dell'ottava, derivando dai Greci i quattro modi primordiali che divennero base del canto ecclesiastico. Stabilì dunque questi modi:doricore, mi, fa, sol, la, si, do, refrigiomi, fa, sol, la, si, do, re, milidiofa, sol, la, si, do, re, mi, famisolidiosol, la, si, do, re, mi, fa, sol.Così ne venne un canto ritmico scanduto, più consono colla musica greca che non il canto gregoriano, il quale procede generalmente per note di valore eguale, riuscendo più monotono e senza cadenze.Ma quali note servissero al canto gregoriano non consta, se non che menzionano lettere dell'alfabeto, chiavi, linee in su e in giù.175.Gl'inni di s. Gregorio sono:Primo dierum omnium; Nocte surgentes vigilemus omnes; Ecce jam noctis tenuantur umbræ; Clarum decus jejunii: Audi, benigne Conditor; Magno salutis gaudio; Rex Christe factor omnium; Jam Christus astra ascenderat.176.Ad Leandrum, in comm. libri Job.* Ma nella epistola sinodica raccomanda ai preti d'erudirsi, di avvezzarsi alla urbanità col frequentare i secolari.Ducitur sacerdos ad vetustatem vitæ per societatem secuìarium: cumque indubitanter constet quod externis occupationum tumultibus impulsus, a semetipso corruat, studere incessabiliter debet ut, per eruditionis studium, resurgat. Hinc est quod prælatum gregi discipulum Paulus admonet dicens: Dum venio attende lectioni. Part. 11 e 13.177.Il nome diEsarcatoha doppio senso: nel più esteso, abbraccia tutte le provincie d'Italia sottomesse all'Impero, e nominatamente la Venezia, parte della costa Ligure, l'Emilia, la Flaminia, il Piceno e il ducato di Roma: in senso stretto, indica la parte orientale dell'Emilia e la Flaminia, cioè la Romagna d'oggi; e si distingue dalla Pentapoli, e dal ducato di Roma, che chiudea parte dell'Etruria, colla Sabina, la Campania e parte dell'Umbria.178.Agnelli,Vitæ episc. Ravenn., rer. ital. Script.,II. Fin ai dì nostri la battaglia delle sassate si continuò a Roma fra Montesi e Transteverini, con morti e ferite; e Pio VI fece indarno ogn'opera per disradicarla.179.Agnelli,Vita Felicis, l. cit.180.Così Paolo Diacono, e molti dietro lui: ma l'Oldoino, nelle note al Ciacconio, tom. I, p. 422 dell'edizione del 1677, reca un passo ben diverso del canonico romano nella descrizione della Basilica vaticana:Sabinianus papa, sub cujus tempore fuit famis gravis, perfecta pace cum gente Langobardorum, jussit aperiri horrea ecclesiæ, et venundari frumentum populo per unum solidum triginta modios tritici; misericordiæ enim visceribus, ultra quam dici possit affluebat, et quantum in se nullum a beneficio misericordiæ excludebat.Anche l'incolpazione d'aver voluto distruggere i libri del predecessore, attribuita dagli antichi ainvidiosi, e dal Mabillon a Sabiniano, non è ben provata.181.Anastasio Bibl., inVita Severini.182.Negli atti del VI concilio ecumenico (ap.Labbe,Concil., tomoVI) leggesi una lettera dell'arcivescovo Mansueto di Milano all'imperatore Costantino II, a nome del sinodo provinciale:Quæ in hac magna regia urbe convenit, sub felicissimis et christianissimis et a Deo custodiendis principibus nostris dominis Pertharit et Cunibert, præcellentissimis regibus, christianæ religionis amatoribus. 679.183.Tutto ciò da Paolo Diacono, il quale soggiunge che, tra i rapiti, furono pure i cinque figli di Leofi, venuto coi primi Longobardi in Italia. Un d'essi riuscì, dopo molti anni di servitù, a fuggire in Italia; e sebbene nulla recuperasse de' beni paterni, ajutato da parenti e amici pose casa, e generò un Arigiso, e questi Warnefrido, da cui nacque esso Paolo storico.184.Gregorio II nel 726 scriveva: Mezentius ab episcopis Siciliæ certior factus hæreticum cum esse, ipsum...... trucidavit. Ap.De Giovanni,Cod. Diplom. Sicil., tom. I. n. 272.185.Vuole Paolo Diacono che questo nome le venisse da un tal uso dei Longobardi, che qualvolta uno morisse in lontana contrada, i suoi rizzavano delle pertiche con una colomba in vetta, rivolta alla parte dove l'estinto avea chiuso i giorni.186.Epitafio di Ansprando:Ansprandus, honestus moribus, prudentia pollens,Sapiens, modestus, patiens, sermone facundus,Adstantes qui dulcia, flavi mellis ad instar,Singulis promebat de pectore verba.Cujus ad æthereum spiritus dum pergeret axem,Post quinos undecies vitæ suæ circiter annosApicem reliquit regni præstantissimo natoLyuthprando inclyto et gubernacula gentesD. P. die iduum junii indictione X.187.Respiciens ergo pius vir(il papa)profanam principis jussionem, jam contra imperatorem quasi contra hostem se armavit,RENUENS HÆRESIAM EJUS,scribens ubiqueSE CAVEREChristianos eo quod orta fuisset impietas talis. Igitur permoti omnes Pentapolenses atque Venetiarum exercitus, contra imperatoris jussionem restiterunt, dicentes se nunquam in ejusdem pontificis condescendere necem, sed pro ejus magis defensione viriliter decertare. Liber pontif.188.Cognita imperatoris nequitia, omnis Italia consilium iniit, ut sibi eligerent imperatorem et Constantinopolim ducerent; sed compescuit tale consilium pontifex, sperans conversionem principis.Anastasio Bibl.,Vita Gregorii II.189.I Pavesi credono che allora Liutprando portasse da Ravenna alla loro città la statua di bronzo rappresentante Antonino Pio o Marc'Aurelio a cavallo, che chiamavano il Regisole. Nel 1527 assalendo i Francesi Pavia, primo a montar sul castello fu un Ravennate, il quale in compenso domandò si restituisse a Ravenna il Regisole: quando si volle darvi effetto, i Pavesi se ne desolarono più che al sacco della città, tanto che il generale Lautrec ottenne che il Ravennate desistesse dalla domanda, ricevendo invece tant'oro quanto bastasse per fare una corona. Fu fatto a pezzi dai Giacobini nel 1796.190.Deo teste, papa urbis Romæ in omni mundo caput ecclesiarum Dei et sacerdotum est. Lib. v. c. 4.191.In Bologna resta memoria d'un vaso di marmo, posto da Liutprando e Ildeprando nella chiesa di S. Stefano per esser empito il giovedì santo. L'iscrizione dice, secondoMalvasia,Marm. Fels., sez.IV. c. 10:†VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINEDOMINORVM NOSTRORVM LIVTPRANTEILPRANTE REGIBVS ET DOMNIBARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIEBONONIENSIS HIC IN ONOREM RELIGIOSI SVAPRECEPTA OBTVLERVNT VNDE HVNC VASIMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORISET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERITDEVS REQVIRET†.192.Paolo Diac., lib.VI. c. 53.193.Ad regnum: potrebbe indicare per l'acquisto del regno celeste: altri leggonoad rogum, cioè in segno di supplica.194.LeggeV.195.Di quei giorni, anche Anselmo duca del Friuli e cognato di Rachi e d'Astolfo, si fece monaco, e fondò il monastero di Fanano nel Modenese, poi l'insigne di Nonantola con ospizio pei pellegrini. Altri molti ne troviamo fondati in quegli anni: e limitandoci alla Toscana, la badia di Montamiata fu posta nel 745 da Erone; nel 744 quella di Monteverdi in val della Cornia in Maremma da s. Gualfredo longobardo di Pisa e da Gondualdo di Lucca cognato suo, che alle loro mogli con trenta donne eressero sulla Versilia presso Pietrasanta il monastero di san Salvatore. Le badie di S. Ponziano e San Frediano presso Lucca, di San Pietro a Camajore, di San Bartolomeo di Pistoja, di san Bartolomeo a Rigoli di Firenze, appartengono ai tempi longobardi; come i monasteri di Coronate, di Civate, di Santa Giulia a Brescia, di Teodote a Pavia...... nell'alta Italia. Il longobardo Warnifredo castellano regio di Siena nel 730 fonda e dota generosamente la badia di Sant'Eugenio in Pilosiano presso Siena.196.Fremens ut leo, pestiferas minas Romanis dirigere non desinebat, asserens omnes uno gladio jugulari, nisi suæ se se subderent ditioni.Anastasio Bibl.,Vita Stephani II.197.Deprecans imperialem clementiam, ut, juxta id quod ei sæpius scripserat, cum exercitu ad tuendas has Italiæ partes modis omnibus adveniret.Anastasio Bibl., ivi;Baronio,ad ann.754.XXIII, XXV. Tanto era lontano dalle idee di rivolta e di sovranità.198.È bizzarro che già i contemporanei fanno valere in ciò quel voto universale, a cui oggi si attribuisce tanto peso. Paolo Diacono diceva cheomnis Ravennæ exercitus(già in altri testi vedemmo che esercito equivale a popolo)vel Venetiarum talibus jussis unanimiter restiterunt. Anastasio Bibliotecario, nel luogo che citammo alla nota 2ª, parla della risoluzione di tutta Italia; e soggiunge che il papa,gratias voluntati populi referens pro mentis proposito, chetava gl'insorgenti. E Gregorio nell'epistola all'imperatore:Plane parati sunt Occidentales ulcisci etiam Orientales.... Totus Occidens sancto principi apostolo um fidei fructus offert.199.Dal processo del 715 fra Siena e Arezzo appare che i cherici del contado sanese, per farsi ordinare dal diocesano, bisognavano d'una licenza scritta del gastaldo longobardo.200.Chron. Moiss.ap.Bouquet, v. 67.201.Chron. Cassinens., lib.I. cap. 8. Vedi pareAnastasio Bibl., op. cit.; —Cenni,Monumenta dominationis pontificiæ. Roma 1761, 2 vol.: sono lettere che i papi da Gregorio III fino ad Adriano diressero a Carlo Martello, Pepino, Carlomanno, Carlo Magno; —Orsi,Dell'origine del dominio e della sovranità dei romani pontefici. Roma 1789; — e in senso contrarioPfister,Gesell. der Deutschen; tom. I, p. 409; —Spittler,Staatgeschichte, tom.II, p. 86; —Sismondi,St. delle Rep. it., tom.I; ecc., non dimenticando la recente opera di Theiner.202.Nam et judices ad faciendas justitias... in eadem Ravennatium urbe residentes, ab hac romana urbe dixerit, Philippum presbyterum, simulque et Eustachium quondam ducem.Cod. Carol., nº 54; e così il nº 51, il 75 ecc. — Quando Carlo Magno, nel 784, volle trarre certe colonne antiche da Ravenna, n'ebbe concessione dal papa. Vedi inFantuzzi,Monum. ravennati, i diplomi del tom.V, massime il 17 e 18; inoltreSavigny,Storia del dir. romano, cap.V, § 110;Leo,Gesch. von Italien, tom.I, p. 187-189;Cenni, op. cit., tom.I, p. 63;Orsi, op. cit., c.VIII;Philipps,Deutsche Geschichte,III. § 47;Gosselin,Pouvoir des Papes, Parigi 1845, pag. 240 e seg. — Più tardi papa Adriano scriveva a Carlo Magno: — I duchi di Spoleto, di Benevento, del Friuli, di Clusio ordirono contro di noi il pericoloso disegno di unirsi coi Greci e con Adelchi figlio di Desiderio, onde combatterci per terra e per mare, desiderando invaderequesta nostra città di Roma, e ripristinare il regno longobardo. Pertanto vi scongiuro di venire al più presto a nostro soccorso; giacchè a voi, dopo Dio, noi abbiamo rimessa la difesa della santa Chiesa, delnostro popolo romanoe della romana repubblica».Cod. Carol.,ep.57.203.Longobardorum rex... Zachariæ prædictas quatuor civitates redonavit... ipsi b. Pietro reconcessit.E Stefano ad Astolfopetivit ut dominicas quas abstulerat redderet oves, et propria propriis restitueret. Pepino dirige messi ad Astolfosanctæ ecclesiæ ac reipublicæ restituenda jura... ut propria restitueret propriis. Questi prometteillico redditurum civitatem Ravennatium cum aliis diversis civitatibus.Anastasio Bibl., op. cit. Anche Eginardo negli Annali dice che Pepino obbligò Astolfoad reddendum ea quæ romanæ Ecclesiæ abstulerat.204.«Quel tiranno seguace di Satana, Astolfo divoratore del sangue dei Cristiani, struggitore delle chiese di Dio, percosso di colpo divino, sprofondò nella voragine dell'inferno.... Ora, per provvidenza di Dio e per mano del beato Pietro, pel tuo fortissimo braccio.... è stato ordinato re de' Longobardi Desiderio, uomo mitissimo».Lettera a Pepino.L'anonimo Salernitano dice che Astolfofuit audax et ferox, et ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit. Construxit etiam oracula (oratorj) ibi et monasterium virginum, et suas filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliæ ubi dicitur Mutina... ad sacra monachorum cænobia ædificanda per certas provincias multa est dona largitus. Valde dilexit monacos, et in eorum est mortuus manibus.Rer. it. Script., part.II, t.II.205.Di Brescia lo vorrebbe il Malvezzi,Chron. Brix., Rer. it. Script., tom.XIV. Lo appoggerebbe l'aver egli fondato monasteri in Leno e quel di Santa Giulia in Brescia che ampiamente dotò, e dove poi fu badessa sua figlia Ansilberga, che parimente comprò beni nel Bresciano.206.«Passano gli scrittori francesi con disinvoltura quest'azione di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi nipoti un regno, cheper tutte le leggi divine ed umaneera loro dovuto».Muratori,all'anno771. Una leggedivinache obblighi a surrogar nel regno i figli ai padri, io non l'ho mai udita: se n'esisteva unaumana, lo storico doveva addurla, ma nè noi nè altri la videro mai; bensì vediamo mantenuto sempre fra' Germani il diritto d'eleggersi il re. Eppure è vulgato l'introdurre qui i nomi affatto sconvenienti e le idee tutto moderne d'usurpazione e d'eredità.Charles, dice Sismondi,avec autant d'avidité et d'injustice qu'aurait pu faire aucun de ses prédécesseurs, dépouilla sa femme et ses fils de leursHÉRITAGES,les força à s'enfuire en Italie, etc.207.Pro exigendis a rege Desiderio justitiis beati Petri.Anastasio Bibl.,Vita Steph. III, pag. 178; vale a dire le rendite dei beni ecclesiastici posti nel regno longobardo e delle città occupate da Desiderio, e sulle quali, secondo il diritto romano, il pontefice aveva anche giurisdizione (justitiam).208.In tutt'altro modo è esposto il fatto in una lettera di Stefano III a Berta (Cenni, I. 267); cioè, che il nefandissimo Cristoforo e il più che malvagio suo figlio Sergio aveano fatto trama con Dodone, messo di Carlo Magno, per dar morte al pontefice; averlo Dio salvato mercè gli ajuti di Desiderio; chiamati in Vaticano, ricusarono, e armatisi, esclusero di Roma il pontefice; poi abbandonati, erano rifuggiti in San Pietro, ove il papa a stento gli aveva difesi dalla moltitudine che ne chiedeva il sangue; ma mentre voleva farli rendere in città perchè fossero salvi, furono presi ed accecati, senza nè consenso nè saputa sua. Il Muratori e la maggior parte preferiscono questa versione: ma esso Cenni e il Pagi e il Cointe supposero quella lettera estorta al papa da Desiderio, o forse falsificata nella sua cancelleria, giacchè un'altra (Cenni, I. 274) e i biografi di Stefano III e d'Adriano riferiscono il caso nel modo che noi adottammo come più simile al vero.209.Universum populum Tusciæ et Campaniæ et ducatus Perusini, et aliquantos de civitatibus Pentapoleos; omnesque parati erant, si ipse rex adveniret, fortiter... illi resistere.Anastasio Bibl.210.De factis Caroli Magni.211.Anselmo abate di Nonantola, cognato di Rachi, fu da Desiderio tenuto esule sette anni, e probabilmente adoperò assai a favore di Carlo, giacchè questo fecegli immense donazioni. Muratori, all'anno 774: —Dum iniqua cupiditate Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent vinctum, et opes multas, cum variis indumentis auro argentoque intextis, in suum committerent dominium. Anonim. Salernit., in Rer. it. Script. tom.II. p. i.paralip.VedasiL. C. Betmann,Paulus Diaconus und Geschichtschreibung der Longobarden. Annover 1849.Martino da Cremona, figlio di Paolonobilissimo uomo, e di Sabinaonoranda femmina, fu diacono, e andò a mostrar ai Francesi il passo delle Alpi; infine divenne arcivescovo di Ravenna. Descrisse egli stesso il suo viaggio in una lettera che si pretende aver trovata il canonico Dragoni di Cremona, e che fu, senza troppo esame, pubblicata dal Troya nel suoCodice diplomatico.212.Di lui dice la cronaca del monastero di Volturno:Hic, licet bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit, ornavit atque ditavit rebus ac possessionibus multis. Ex jussione principis apostolorum, monasterium ædificavit in valle Tritana. Rer. it. Script., tom.II. p.II. lib. 3. Senza appoggio di storia, la tradizione in Toscana fa merito a re Desiderio di molte fondazioni, come le mura di San Gemignano, la città di San Miniato, ove del resto fiorì lungamente la consorteria dei Lambardi.213.Anastasio Bibl. nelle Vite di Leone III e IV ricorda ilvicus Saxonum, Sardorum, Frisonum, Corsarum, e le scholæ peregrinorum, Frisonum, Saxonum, Langobardorum.214.Alcuni soggiungono che si fe coronare dall'arcivescovo di Milano. Non appare che i re longobardi fossero inaugurati colla corona, bensì con un'asta: Paolo Diacono riferisce che un cucolo si posò su quella d'Ildeprando. Neppure de' Carlovingi è mai mentovata la coronazione; e la prima memoria certa di quest'atto è dell'888, quando Berengario fu coronato in Pavia.215.Rodolfo Notajo ap.Biemmi,Storia di Brescia.216.Una contro gli Aquitani, diciotto contro i Sassoni, cinque contro i Longobardi, sette contro gli Arabi di Spagna, una contro i Turingi, quattro contro gli Avari, due contro i Bretoni, una contro i Bavari, quattro contro gli Slavi di là dall'Elba, cinque contro i Saracini, tre contro i Danesi, due contro i Greci.217.Mabillon,Ann. Ord. s. Bened.,XXIII. 3.218.Post patrem lacrymans Carolus hæc carmina scripsi:Tu mihi dulcis amor, te modo plango pater....Nomina jungo simul titulis clarissima nostra;Adrianus, Carolus, rex ego, tuque pater....Tum memor esto tui nati; pater optime, posco,Cum patre dic, natus pergat et ipse tuus.219.Ep. Caroli Magni,X. pag. 616.220.Un altro musaico rappresenta san Pietro che colla destra dà un mantello al papa inginocchiato, colla sinistra uno stendardo a un principe; e v'è scritto:Beate Petre, dona vita Leoni pp., et bictoria Carolu dona.221.Zonara dice: Ελοβήσαντο δὲ τὰ ὄμματα, ἀλλ’οὐκ ἐξετύφλωσαν.XV. 13. La leggenda, accettata pure dalMartirologio romanosopra la fede di moltissimi testimonj, narra che gli furono cavati, ma che li ricuperò miracolosamente. Alcuino scrive a Carlo Magno cheDeus compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes cæcatis mentibus lumen ejus extinguere. Vedi i Bollandisti al 12 giugno.222.L'anno cominciava a natale, epperò l'incoronazione dicesi avvenuta nell'800, ma secondo il computo moderno è del 799.223.Vi volle una licenza di Leone III perchè il nome di Carlo Magno fosse posto avanti a quello del papa negli atti che si erigevano a Viterbo, Toscanella, e nelle altre città della primitiva donazione, ove prima mettevasi quel solo del papa. Il Patrimonio di San Pietro poi non ricadde più nel regno longobardo. Vedi Troya, Discorso ecc.,CCXXI.Da una lettera, che Champollion Figeac nel 1836 trovò alla Biblioteca nazionale di Parigi, appare il rispettoso modo con cui l'imperatore trattava il pontefice Adriano:I.Salutat vos dominus noster filius vester Carolus, et filia vestra domina nostra Fastrada, filii et filie domini nostri, simul et omnis domus sua. — II.Salutant vos cuncti sacerdotes, episcopi et abbates, atque omnis congregatio illorum in Dei servitio constituta, etiam et universus generalis populus Francorum.— III.Gratias agit vobis dominus noster filius vester, quia dignati fuistis illi mandare per decorabiles missos et melliflua epistola vestra, de vestra a Deo conservata sanitate, quia tunc illi gaudium et salus ac prosperitas esse cernitur, quando de vestra sanitate vel populi vestri salute audire et certus esse meruerit.— IV.Similiter multas vobis agit gratias dominus noster filius vester de sacris sanctis orationibus vestris, quibus adsidue pro illo et fidelibus sancte Ecclesie et vestris atque suis decertatis, non solum pro vivis, sed etiam pro defunctis; et si Domino placuerit, vestrum bonum certamen dominus noster filius vester cum omni bonitate in omnibus retribuere desiderat.— V.Mandavit vobis filius vester, dominus videlicet noster, qui Deo gratias et vestras sanctas orationes, cum illo et filia vestra ejus conjuge et prole sibi a Deo datis, vel omni domo sua, sive cum omnibus fidelibus suis, prospera esse videntur.— VI.Postea vero danda est epistola dicentibus hoc modo: presentem epistolam misit vobis dominus noster filius vester, postulando scilicet sanctitati vestre, ut almitas vestra amando eam recipiat.— VII.Deinde dicendum est: misit vobis nunc dominus noster filius vester talia munera qualia in Saxonia preparare potuit, et quando placet sanctitati vestre offendamus ea.— VIII.Deinde dicendum erit: dominus noster filius vester hæc parva munuscula paternitati vestre destinavit, inducias postulans interim dum meliora sanctitati vestre preparare potuerit.— IX.Deinde.... Il resto manca.

157.Longobardi, ut bellatorum possint ampliare numerum, plures a servili jugo ereptos ad libertatis statum perducunt; utque rata eorum possit haberi libertas, sanciunt more solito per sagittam, immutantes nihilominus, ob rei firmitatem, quædam patria verba.Paolo Diac., lib.I. c. 13.

157.Longobardi, ut bellatorum possint ampliare numerum, plures a servili jugo ereptos ad libertatis statum perducunt; utque rata eorum possit haberi libertas, sanciunt more solito per sagittam, immutantes nihilominus, ob rei firmitatem, quædam patria verba.Paolo Diac., lib.I. c. 13.

158.Omnes liberi, qui a dominis suis longobardis libertatem meruerunt, legibus dominorum suorum et benefactorum vivere debeant, secundum quaslibet a suis dominis propriis concessum fuerit.Rot., 239. Quilexè chiaro che significa «le condizioni imposte dai padroni a ciascun emancipato».Sulle leggi longobarde sono a vedere:Alex. Fleger,Das Königreich der Longob. in Italien. Lipsia, 1851.G. Merkel,Die Gesch. des Langobarden Rechts. Berlino 1850.Axschuetz,Lombarda commentare. Heidelberg 1855.Wilin,Das Strafgerecht der Germanen. Alla 1842.Zoepfl,Deutsche Rechtsgeschichte. Stuttegard 1858.Otto Stobbe,Gesch. der deutschen Rechtsquellen, 1860.Schupferda Chioggia,Delle istituzioni politiche longobarde. Firenze 1863.Edward Osenbruggen,Das langob. Strafgericht. Sciaffusa 1863.

158.Omnes liberi, qui a dominis suis longobardis libertatem meruerunt, legibus dominorum suorum et benefactorum vivere debeant, secundum quaslibet a suis dominis propriis concessum fuerit.Rot., 239. Quilexè chiaro che significa «le condizioni imposte dai padroni a ciascun emancipato».

Sulle leggi longobarde sono a vedere:

Alex. Fleger,Das Königreich der Longob. in Italien. Lipsia, 1851.

G. Merkel,Die Gesch. des Langobarden Rechts. Berlino 1850.

Axschuetz,Lombarda commentare. Heidelberg 1855.

Wilin,Das Strafgerecht der Germanen. Alla 1842.

Zoepfl,Deutsche Rechtsgeschichte. Stuttegard 1858.

Otto Stobbe,Gesch. der deutschen Rechtsquellen, 1860.

Schupferda Chioggia,Delle istituzioni politiche longobarde. Firenze 1863.

Edward Osenbruggen,Das langob. Strafgericht. Sciaffusa 1863.

159.Bollandisti,ad11aprilis.

159.Bollandisti,ad11aprilis.

160.Come s'intendessero divisi i beni ecclesiastici è detto nella vita di s. Barbato vescovo di Benevento, il quale chiese molte rendite dal duca Romualdo alla sua chiesa:Impetratis omnibus ut poposcerat, vir sanctus non est oblitus mandatorum Dei: in quatuor partes cunctum Ecclesiæ redditum omni tempore sanxit fideliter dispartiri; unam egentibus; secundam his qui Domino sedulas in ecclesiis exhibent laudes; tertiam pro ecclesiarum restauratione distribui; juxta quartam suis peragendis utilitatibus episcopus habeat; et hactenus sicut ab eo disposita sunt, in præsenti cuncta videntur. Ap.Ughelli, De ep. Benev.

160.Come s'intendessero divisi i beni ecclesiastici è detto nella vita di s. Barbato vescovo di Benevento, il quale chiese molte rendite dal duca Romualdo alla sua chiesa:Impetratis omnibus ut poposcerat, vir sanctus non est oblitus mandatorum Dei: in quatuor partes cunctum Ecclesiæ redditum omni tempore sanxit fideliter dispartiri; unam egentibus; secundam his qui Domino sedulas in ecclesiis exhibent laudes; tertiam pro ecclesiarum restauratione distribui; juxta quartam suis peragendis utilitatibus episcopus habeat; et hactenus sicut ab eo disposita sunt, in præsenti cuncta videntur. Ap.Ughelli, De ep. Benev.

161.In obitu Satyri oratio, num. 38. Celestino papa,epist.2, attesta che neppur i vescovi aveano abito particolare.Religio divina alterum habitum habet in ministerio, alterum in usu vitaque communi.S. Girol., inEzech., c. 44. Landolfo Seniore (Hist. mediol., lib.II. 35), parlando dell'arcivescovo Eriberto, dice che sotto lui nessuno osava entrare in coro senza la toga bianca (il camice?), nè senza aver coperto la testa col cappuccio del birro, cioè della sopravveste che allora gli ecclesiastici usavano di color rosso; e nessun cherico osava assumere le foggie laicali o nel birro o nelle vesti o nella calzatura. Il Giulini all'anno 1203 reca il testamento d'un prete, che lega a diversi i suoi abiti, fra i quali nessuno è nero, eccetto il cappello. Nel 1211 fu da un sinodo milanese vietato ai cherici il mostrarsi in pubblico senza la cappa o il camice, od altra veste rotonda e chiusa; vietate le scarpe allacciate, le maniche, le mosche (ornamenti cascanti dal collo sul petto), le guarnizioni sulle vesti, e le cappe colle maniche; chi era insignito degli ordini portasse vesti rotonde non sparate, non gialle o verdi (e quelle d'altro colore?), nè pelli di vajo. Dallo stesso passo ricaviamo come i cherici ricevessero la tonsura a quella chiesa od altare di cui avevano il titolo. Ivi pure son proibite ai frati le tavole, i dadi, le zare, le caccie, i cani, i traffici, l'usura, l'aver compari e comari, l'andare ai bagni, il portar berretti od altro in capo, fuorchè le cocolle. Un concilio provinciale del secolo seguente interdice gli abiti vergati o listati, con nastri e bottoni d'argento o metallo, nè cappucci da laici. Il sinodo diocesano milanese del 1250 vuole che i prelati tutti sopra la guarnaccia portino un vestimento chiuso, e non cappe con maniche quando sieno fuori della scuola, non freni o selle o sproni od altra cosa dorata, argentata, azzurrata, nè clamidi secolaresche con pellicce, nè tabarri, sieno sparati o chiusi, fuorchè nel caso di dover cavalcare; del resto, non abbiano panni verdi, nè maniche rosse, non scarpe cucite, nè collari abbottonati, sibbene cappe nere od altrimenti decenti.Giulini,ad annum.

161.In obitu Satyri oratio, num. 38. Celestino papa,epist.2, attesta che neppur i vescovi aveano abito particolare.Religio divina alterum habitum habet in ministerio, alterum in usu vitaque communi.S. Girol., inEzech., c. 44. Landolfo Seniore (Hist. mediol., lib.II. 35), parlando dell'arcivescovo Eriberto, dice che sotto lui nessuno osava entrare in coro senza la toga bianca (il camice?), nè senza aver coperto la testa col cappuccio del birro, cioè della sopravveste che allora gli ecclesiastici usavano di color rosso; e nessun cherico osava assumere le foggie laicali o nel birro o nelle vesti o nella calzatura. Il Giulini all'anno 1203 reca il testamento d'un prete, che lega a diversi i suoi abiti, fra i quali nessuno è nero, eccetto il cappello. Nel 1211 fu da un sinodo milanese vietato ai cherici il mostrarsi in pubblico senza la cappa o il camice, od altra veste rotonda e chiusa; vietate le scarpe allacciate, le maniche, le mosche (ornamenti cascanti dal collo sul petto), le guarnizioni sulle vesti, e le cappe colle maniche; chi era insignito degli ordini portasse vesti rotonde non sparate, non gialle o verdi (e quelle d'altro colore?), nè pelli di vajo. Dallo stesso passo ricaviamo come i cherici ricevessero la tonsura a quella chiesa od altare di cui avevano il titolo. Ivi pure son proibite ai frati le tavole, i dadi, le zare, le caccie, i cani, i traffici, l'usura, l'aver compari e comari, l'andare ai bagni, il portar berretti od altro in capo, fuorchè le cocolle. Un concilio provinciale del secolo seguente interdice gli abiti vergati o listati, con nastri e bottoni d'argento o metallo, nè cappucci da laici. Il sinodo diocesano milanese del 1250 vuole che i prelati tutti sopra la guarnaccia portino un vestimento chiuso, e non cappe con maniche quando sieno fuori della scuola, non freni o selle o sproni od altra cosa dorata, argentata, azzurrata, nè clamidi secolaresche con pellicce, nè tabarri, sieno sparati o chiusi, fuorchè nel caso di dover cavalcare; del resto, non abbiano panni verdi, nè maniche rosse, non scarpe cucite, nè collari abbottonati, sibbene cappe nere od altrimenti decenti.Giulini,ad annum.

162.Milano, Verona, Aquileja pretendono aver posseduto monasteri, prima che s. Atanasio gl'introducesse a Roma nel 390. In Milano li trovava s. Agostino (Confess.,IV. 6); e Martino di Tours era abitato alcun tempo in uno di questi. Sulpizio Severo (Vita s. Martini,IV) scrive che essoMediolani sibi monasterium statuit. E Paolino da Périgord nella Vita dello stesso:...Constructa statuit requiescere cellaHeic ubi gaudentem nemoris vel palmitis umbrisItaliam pingit pulcherrima Mediolanus.

162.Milano, Verona, Aquileja pretendono aver posseduto monasteri, prima che s. Atanasio gl'introducesse a Roma nel 390. In Milano li trovava s. Agostino (Confess.,IV. 6); e Martino di Tours era abitato alcun tempo in uno di questi. Sulpizio Severo (Vita s. Martini,IV) scrive che essoMediolani sibi monasterium statuit. E Paolino da Périgord nella Vita dello stesso:

...Constructa statuit requiescere cellaHeic ubi gaudentem nemoris vel palmitis umbrisItaliam pingit pulcherrima Mediolanus.

...Constructa statuit requiescere cellaHeic ubi gaudentem nemoris vel palmitis umbrisItaliam pingit pulcherrima Mediolanus.

...Constructa statuit requiescere cella

Heic ubi gaudentem nemoris vel palmitis umbris

Italiam pingit pulcherrima Mediolanus.

163.La regola di s. Benedetto è in settantatre capitoli, di cui nove sui doveri morali e generali, tredici sui doveri religiosi, ventinove sulla disciplina, i falli, le pene, ecc., dieci sull'amministrazione interna, dodici su varj soggetti, come i viaggi, l'ospitalità, ecc.; cioè nove capitoli di codice morale, tredici di codice religioso, ventinove di penale, dieci di politico.Carlo Magno, scrivendo a Paolo Diacono ricoverato a Montecassino, non rifina di lodarne l'ospitalità e le virtù:Hic olus hospitibus, piscis hic, panis abundans...Pax pia, mens humilis, pulchra et concordia fratrum.

163.La regola di s. Benedetto è in settantatre capitoli, di cui nove sui doveri morali e generali, tredici sui doveri religiosi, ventinove sulla disciplina, i falli, le pene, ecc., dieci sull'amministrazione interna, dodici su varj soggetti, come i viaggi, l'ospitalità, ecc.; cioè nove capitoli di codice morale, tredici di codice religioso, ventinove di penale, dieci di politico.

Carlo Magno, scrivendo a Paolo Diacono ricoverato a Montecassino, non rifina di lodarne l'ospitalità e le virtù:

Hic olus hospitibus, piscis hic, panis abundans...Pax pia, mens humilis, pulchra et concordia fratrum.

Hic olus hospitibus, piscis hic, panis abundans...Pax pia, mens humilis, pulchra et concordia fratrum.

Hic olus hospitibus, piscis hic, panis abundans...

Pax pia, mens humilis, pulchra et concordia fratrum.

164.Lib.XXVII, cap. 3.

164.Lib.XXVII, cap. 3.

165.Il primo papa, s. Pietro, fu eletto da Cristo. Dal secondo, s. Lino, fino a s. Semplicio nel 467, dal clero e popolo. Da s. Felice III nel 483, fino a s. Nicola I nel 858, dai re conquistatori. Da Adriano II nell'867, fino ad Agapito II nel 946, dal clero e dal popolo. Da Giovanni XII nel 956, fino a Silvestro antipapa nel 1102, dai tiranni d'Italia e dagli imperatori. Poi ancora dal popolo e clero, da Gelasio II nel 1118, fino a Vittore antipapa nel 1138. Indi dai cardinali, da Celestino II nel 1143, fino a Gregorio X nel 1271. Poi dal conclave, da Innocenzo V nel 1276, fin qui. Il Platina racconta che Sergio II fu il primo a cangiar nome, deponendo l'indecoroso di Osporci: ma Anastasio Bibliotecario dice che esso papa chiamavasi Sergio anche prima di salire alla cattedra di Pietro. V'ha chi attribuisce quest'introduzione ad Adriano III, che prima nomavasi Agapeto; o a Giovanni XII, che prima era chiamato Ottaviano, e che con ciò volle onorare lo zio Giovanni XI: o a Sergio IV, che per rispetto depose il primitivo nome di Pietro. Tale cambiamento non è d'obbligo, e anche nel secolo xvi Adriano VI e Marcello II ritennero il nome di battesimo. Damaso fu il primo a darsi il titolo diservo dei servi di Dio, adottato poi da Gregorio Magno e dai successori. Benedetto III prese il titolo divicario di s. Pietro; cui dopo il secoloXIIIfu sostituito quello divicario di Gesù Cristo.

165.Il primo papa, s. Pietro, fu eletto da Cristo. Dal secondo, s. Lino, fino a s. Semplicio nel 467, dal clero e popolo. Da s. Felice III nel 483, fino a s. Nicola I nel 858, dai re conquistatori. Da Adriano II nell'867, fino ad Agapito II nel 946, dal clero e dal popolo. Da Giovanni XII nel 956, fino a Silvestro antipapa nel 1102, dai tiranni d'Italia e dagli imperatori. Poi ancora dal popolo e clero, da Gelasio II nel 1118, fino a Vittore antipapa nel 1138. Indi dai cardinali, da Celestino II nel 1143, fino a Gregorio X nel 1271. Poi dal conclave, da Innocenzo V nel 1276, fin qui. Il Platina racconta che Sergio II fu il primo a cangiar nome, deponendo l'indecoroso di Osporci: ma Anastasio Bibliotecario dice che esso papa chiamavasi Sergio anche prima di salire alla cattedra di Pietro. V'ha chi attribuisce quest'introduzione ad Adriano III, che prima nomavasi Agapeto; o a Giovanni XII, che prima era chiamato Ottaviano, e che con ciò volle onorare lo zio Giovanni XI: o a Sergio IV, che per rispetto depose il primitivo nome di Pietro. Tale cambiamento non è d'obbligo, e anche nel secolo xvi Adriano VI e Marcello II ritennero il nome di battesimo. Damaso fu il primo a darsi il titolo diservo dei servi di Dio, adottato poi da Gregorio Magno e dai successori. Benedetto III prese il titolo divicario di s. Pietro; cui dopo il secoloXIIIfu sostituito quello divicario di Gesù Cristo.

166.La diocesi di Como aderì lungamente allo scisma d'Aquileja, e preziosa è in tal fatto la iscrizione funeraria del vescovo Agrippino, morto verso il 600, e che ora conservasi nella plebana di Isola sul lago di Como.

166.La diocesi di Como aderì lungamente allo scisma d'Aquileja, e preziosa è in tal fatto la iscrizione funeraria del vescovo Agrippino, morto verso il 600, e che ora conservasi nella plebana di Isola sul lago di Como.

167.Labbe,Concil., tom.V. p. 959; edEpist.del 4 ottobre 584, ap.Gio. Diacono,I. 31.

167.Labbe,Concil., tom.V. p. 959; edEpist.del 4 ottobre 584, ap.Gio. Diacono,I. 31.

168.Un canone del II concilio di Vaison, dell'anno 529, riferito dal padre Thomasin (Disciplina de beneficiis, par.II, c. 88. n. 10), rende all'Italia quest'autorevole testimonianza:Omnes presbyteri qui sunt in parochiis constituti, secundum consuetudinem, quam per totam Italiam satis salubriter teneri cognovimus, juniores lectores secum in domo retineant, et eos quomodo boni patres spiritualiter nutrientes, psalmos parare, divinis lectionibus insistere, et in lege Domini erudire contendant, ut sibi dignos successores provideant.

168.Un canone del II concilio di Vaison, dell'anno 529, riferito dal padre Thomasin (Disciplina de beneficiis, par.II, c. 88. n. 10), rende all'Italia quest'autorevole testimonianza:Omnes presbyteri qui sunt in parochiis constituti, secundum consuetudinem, quam per totam Italiam satis salubriter teneri cognovimus, juniores lectores secum in domo retineant, et eos quomodo boni patres spiritualiter nutrientes, psalmos parare, divinis lectionibus insistere, et in lege Domini erudire contendant, ut sibi dignos successores provideant.

169.Epist.II.35.

169.Epist.II.35.

170.Hoc in loco, quisquis pastor dicitur, curis exterioribus graviter occupatur, ita ut sæpe incertum sit utrum pastoris officium, an terreni proceris agat. Epist.I. 25.

170.Hoc in loco, quisquis pastor dicitur, curis exterioribus graviter occupatur, ita ut sæpe incertum sit utrum pastoris officium, an terreni proceris agat. Epist.I. 25.

171.Lib.II. epist. 11 e 31: —Quia comperimus multos se murorum vigiliis excusare, sit fraternitas vestra sollicita ut nullum usque, per nostrum vel Ecclesiæ nomem, aut quolibet alio modo, defendi vigiliis patiatur, sed omnes generaliter compellantur. Epist.I. 42.

171.Lib.II. epist. 11 e 31: —Quia comperimus multos se murorum vigiliis excusare, sit fraternitas vestra sollicita ut nullum usque, per nostrum vel Ecclesiæ nomem, aut quolibet alio modo, defendi vigiliis patiatur, sed omnes generaliter compellantur. Epist.I. 42.

172.Epist.X. 51; xi. 51.

172.Epist.X. 51; xi. 51.

173.«Conoscendo io quanto la serenissima nostra Signora prenda pensiero della patria celeste e della vita dell'anima sua, mi terrei gravemente colpevole se tacessi quanto convien suggerire per timore dell'onnipotente Iddio. Avendo io saputo essere nell'isola di Sardegna molti Gentili, che tuttavia, secondo loro mala usanza, sagrificano agli idoli, e i sacerdoti di quell'isola andar lenti nel predicare il Redentore, vi mandai un vescovo italiano, che, ajutante Iddio, trasse alla fede molti Gentili. Ma egli mi ha annunziata cosa sacrilega; che costoro i quali sagrificano agli idoli, ne pagano al giudice la licenza; ed essendo alcuni stati battezzati e avendo lasciato quei sacrifizj, tuttavia il giudice dell'isola anche dopo il battesimo esige quella paga. Avendolo il vescovo ripreso di ciò, rispose egli di aver promesso tanto nel comprar l'impiego, che non potrebbe rifarsi se non a quel modo. La Corsica poi è oppressa di tanta soperchieria d'esattori e tanta gravezza d'esazioni, che gli abitanti vi possono a mala pena supplire vendendo i proprj figliuoli; onde, lasciando la pia repubblica, sono forzati rifuggire alla nefandissima gente dei Longobardi. E qual cosa più grave e più crudele potrebbero patire dai Barbari, che l'esser ridotti a vendere i proprj figli? In Sicilia narrasi di un tal Stefano, cartulario delle parti marittime, che coll'invadere ogni luogo, e con porre, senza pronunziar giudizio, i cartelli a' poderi e alle case, arreca tanti danni ed oppressioni, che a dirle tutte non basterebbe un gran volume. Veda la serenissima nostra Donna queste cose, e sollevi i gemiti degli oppressi. Suggeritele a suo tempo al piissimo Signore, affinchè dall'anima sua, dall'imperio e da' suoi figliuoli rimova tanto gravame di peccato. Ben so ch'ei dirà forse mandarsi a noi per le spese d'Italia quanto si raccoglie dalle suddette isole: ma dico io, conceda meno per le spese d'Italia, e tolga dal suo imperio le lacrime degli oppressi. E forse di tante spese fatte per questa terra vien minore il profitto perchè con mescolanza di peccato. Meglio non provvedere alla vita nostra temporale, che procacciare impedimento alla nostra eterna. A me basti l'aver questo brevemente suggerito; affinchè, se rimanesse la vostra pietà ignorante di quanto succede in questi paesi, non fossi io poi del mio silenzio dinanzi al severo giudice incolpato e punito».

173.«Conoscendo io quanto la serenissima nostra Signora prenda pensiero della patria celeste e della vita dell'anima sua, mi terrei gravemente colpevole se tacessi quanto convien suggerire per timore dell'onnipotente Iddio. Avendo io saputo essere nell'isola di Sardegna molti Gentili, che tuttavia, secondo loro mala usanza, sagrificano agli idoli, e i sacerdoti di quell'isola andar lenti nel predicare il Redentore, vi mandai un vescovo italiano, che, ajutante Iddio, trasse alla fede molti Gentili. Ma egli mi ha annunziata cosa sacrilega; che costoro i quali sagrificano agli idoli, ne pagano al giudice la licenza; ed essendo alcuni stati battezzati e avendo lasciato quei sacrifizj, tuttavia il giudice dell'isola anche dopo il battesimo esige quella paga. Avendolo il vescovo ripreso di ciò, rispose egli di aver promesso tanto nel comprar l'impiego, che non potrebbe rifarsi se non a quel modo. La Corsica poi è oppressa di tanta soperchieria d'esattori e tanta gravezza d'esazioni, che gli abitanti vi possono a mala pena supplire vendendo i proprj figliuoli; onde, lasciando la pia repubblica, sono forzati rifuggire alla nefandissima gente dei Longobardi. E qual cosa più grave e più crudele potrebbero patire dai Barbari, che l'esser ridotti a vendere i proprj figli? In Sicilia narrasi di un tal Stefano, cartulario delle parti marittime, che coll'invadere ogni luogo, e con porre, senza pronunziar giudizio, i cartelli a' poderi e alle case, arreca tanti danni ed oppressioni, che a dirle tutte non basterebbe un gran volume. Veda la serenissima nostra Donna queste cose, e sollevi i gemiti degli oppressi. Suggeritele a suo tempo al piissimo Signore, affinchè dall'anima sua, dall'imperio e da' suoi figliuoli rimova tanto gravame di peccato. Ben so ch'ei dirà forse mandarsi a noi per le spese d'Italia quanto si raccoglie dalle suddette isole: ma dico io, conceda meno per le spese d'Italia, e tolga dal suo imperio le lacrime degli oppressi. E forse di tante spese fatte per questa terra vien minore il profitto perchè con mescolanza di peccato. Meglio non provvedere alla vita nostra temporale, che procacciare impedimento alla nostra eterna. A me basti l'aver questo brevemente suggerito; affinchè, se rimanesse la vostra pietà ignorante di quanto succede in questi paesi, non fossi io poi del mio silenzio dinanzi al severo giudice incolpato e punito».

174.Dal poco che sappiamo, sembra in antico vi fosse grande mescolanza ed arbitrio nel canto ecclesiastico. La semplicità nascea necessariamente dalla scarsezza di mezzi; ma alcuni teneano all'ebraico, altri all'jonico, altri a un misto. Sant'Ambrogio volle riformarlo, partendo dalla melopea greca. Il sistema musicale dei Greci era diviso in tetracordi, e nei modi che ne derivano. Ambrogio, visto che molte melodie sacre erano, se non melodie greche trasportate, almeno motivi composti sopra i modi musicali di quel popolo, e che non passavano i limiti di un'ottava, pensò al sistema tetracordo dei Greci sostituire il più semplice e facile dell'ottava, derivando dai Greci i quattro modi primordiali che divennero base del canto ecclesiastico. Stabilì dunque questi modi:doricore, mi, fa, sol, la, si, do, refrigiomi, fa, sol, la, si, do, re, milidiofa, sol, la, si, do, re, mi, famisolidiosol, la, si, do, re, mi, fa, sol.Così ne venne un canto ritmico scanduto, più consono colla musica greca che non il canto gregoriano, il quale procede generalmente per note di valore eguale, riuscendo più monotono e senza cadenze.Ma quali note servissero al canto gregoriano non consta, se non che menzionano lettere dell'alfabeto, chiavi, linee in su e in giù.

174.Dal poco che sappiamo, sembra in antico vi fosse grande mescolanza ed arbitrio nel canto ecclesiastico. La semplicità nascea necessariamente dalla scarsezza di mezzi; ma alcuni teneano all'ebraico, altri all'jonico, altri a un misto. Sant'Ambrogio volle riformarlo, partendo dalla melopea greca. Il sistema musicale dei Greci era diviso in tetracordi, e nei modi che ne derivano. Ambrogio, visto che molte melodie sacre erano, se non melodie greche trasportate, almeno motivi composti sopra i modi musicali di quel popolo, e che non passavano i limiti di un'ottava, pensò al sistema tetracordo dei Greci sostituire il più semplice e facile dell'ottava, derivando dai Greci i quattro modi primordiali che divennero base del canto ecclesiastico. Stabilì dunque questi modi:

Così ne venne un canto ritmico scanduto, più consono colla musica greca che non il canto gregoriano, il quale procede generalmente per note di valore eguale, riuscendo più monotono e senza cadenze.

Ma quali note servissero al canto gregoriano non consta, se non che menzionano lettere dell'alfabeto, chiavi, linee in su e in giù.

175.Gl'inni di s. Gregorio sono:Primo dierum omnium; Nocte surgentes vigilemus omnes; Ecce jam noctis tenuantur umbræ; Clarum decus jejunii: Audi, benigne Conditor; Magno salutis gaudio; Rex Christe factor omnium; Jam Christus astra ascenderat.

175.Gl'inni di s. Gregorio sono:Primo dierum omnium; Nocte surgentes vigilemus omnes; Ecce jam noctis tenuantur umbræ; Clarum decus jejunii: Audi, benigne Conditor; Magno salutis gaudio; Rex Christe factor omnium; Jam Christus astra ascenderat.

176.Ad Leandrum, in comm. libri Job.* Ma nella epistola sinodica raccomanda ai preti d'erudirsi, di avvezzarsi alla urbanità col frequentare i secolari.Ducitur sacerdos ad vetustatem vitæ per societatem secuìarium: cumque indubitanter constet quod externis occupationum tumultibus impulsus, a semetipso corruat, studere incessabiliter debet ut, per eruditionis studium, resurgat. Hinc est quod prælatum gregi discipulum Paulus admonet dicens: Dum venio attende lectioni. Part. 11 e 13.

176.Ad Leandrum, in comm. libri Job.

* Ma nella epistola sinodica raccomanda ai preti d'erudirsi, di avvezzarsi alla urbanità col frequentare i secolari.Ducitur sacerdos ad vetustatem vitæ per societatem secuìarium: cumque indubitanter constet quod externis occupationum tumultibus impulsus, a semetipso corruat, studere incessabiliter debet ut, per eruditionis studium, resurgat. Hinc est quod prælatum gregi discipulum Paulus admonet dicens: Dum venio attende lectioni. Part. 11 e 13.

177.Il nome diEsarcatoha doppio senso: nel più esteso, abbraccia tutte le provincie d'Italia sottomesse all'Impero, e nominatamente la Venezia, parte della costa Ligure, l'Emilia, la Flaminia, il Piceno e il ducato di Roma: in senso stretto, indica la parte orientale dell'Emilia e la Flaminia, cioè la Romagna d'oggi; e si distingue dalla Pentapoli, e dal ducato di Roma, che chiudea parte dell'Etruria, colla Sabina, la Campania e parte dell'Umbria.

177.Il nome diEsarcatoha doppio senso: nel più esteso, abbraccia tutte le provincie d'Italia sottomesse all'Impero, e nominatamente la Venezia, parte della costa Ligure, l'Emilia, la Flaminia, il Piceno e il ducato di Roma: in senso stretto, indica la parte orientale dell'Emilia e la Flaminia, cioè la Romagna d'oggi; e si distingue dalla Pentapoli, e dal ducato di Roma, che chiudea parte dell'Etruria, colla Sabina, la Campania e parte dell'Umbria.

178.Agnelli,Vitæ episc. Ravenn., rer. ital. Script.,II. Fin ai dì nostri la battaglia delle sassate si continuò a Roma fra Montesi e Transteverini, con morti e ferite; e Pio VI fece indarno ogn'opera per disradicarla.

178.Agnelli,Vitæ episc. Ravenn., rer. ital. Script.,II. Fin ai dì nostri la battaglia delle sassate si continuò a Roma fra Montesi e Transteverini, con morti e ferite; e Pio VI fece indarno ogn'opera per disradicarla.

179.Agnelli,Vita Felicis, l. cit.

179.Agnelli,Vita Felicis, l. cit.

180.Così Paolo Diacono, e molti dietro lui: ma l'Oldoino, nelle note al Ciacconio, tom. I, p. 422 dell'edizione del 1677, reca un passo ben diverso del canonico romano nella descrizione della Basilica vaticana:Sabinianus papa, sub cujus tempore fuit famis gravis, perfecta pace cum gente Langobardorum, jussit aperiri horrea ecclesiæ, et venundari frumentum populo per unum solidum triginta modios tritici; misericordiæ enim visceribus, ultra quam dici possit affluebat, et quantum in se nullum a beneficio misericordiæ excludebat.Anche l'incolpazione d'aver voluto distruggere i libri del predecessore, attribuita dagli antichi ainvidiosi, e dal Mabillon a Sabiniano, non è ben provata.

180.Così Paolo Diacono, e molti dietro lui: ma l'Oldoino, nelle note al Ciacconio, tom. I, p. 422 dell'edizione del 1677, reca un passo ben diverso del canonico romano nella descrizione della Basilica vaticana:Sabinianus papa, sub cujus tempore fuit famis gravis, perfecta pace cum gente Langobardorum, jussit aperiri horrea ecclesiæ, et venundari frumentum populo per unum solidum triginta modios tritici; misericordiæ enim visceribus, ultra quam dici possit affluebat, et quantum in se nullum a beneficio misericordiæ excludebat.

Anche l'incolpazione d'aver voluto distruggere i libri del predecessore, attribuita dagli antichi ainvidiosi, e dal Mabillon a Sabiniano, non è ben provata.

181.Anastasio Bibl., inVita Severini.

181.Anastasio Bibl., inVita Severini.

182.Negli atti del VI concilio ecumenico (ap.Labbe,Concil., tomoVI) leggesi una lettera dell'arcivescovo Mansueto di Milano all'imperatore Costantino II, a nome del sinodo provinciale:Quæ in hac magna regia urbe convenit, sub felicissimis et christianissimis et a Deo custodiendis principibus nostris dominis Pertharit et Cunibert, præcellentissimis regibus, christianæ religionis amatoribus. 679.

182.Negli atti del VI concilio ecumenico (ap.Labbe,Concil., tomoVI) leggesi una lettera dell'arcivescovo Mansueto di Milano all'imperatore Costantino II, a nome del sinodo provinciale:Quæ in hac magna regia urbe convenit, sub felicissimis et christianissimis et a Deo custodiendis principibus nostris dominis Pertharit et Cunibert, præcellentissimis regibus, christianæ religionis amatoribus. 679.

183.Tutto ciò da Paolo Diacono, il quale soggiunge che, tra i rapiti, furono pure i cinque figli di Leofi, venuto coi primi Longobardi in Italia. Un d'essi riuscì, dopo molti anni di servitù, a fuggire in Italia; e sebbene nulla recuperasse de' beni paterni, ajutato da parenti e amici pose casa, e generò un Arigiso, e questi Warnefrido, da cui nacque esso Paolo storico.

183.Tutto ciò da Paolo Diacono, il quale soggiunge che, tra i rapiti, furono pure i cinque figli di Leofi, venuto coi primi Longobardi in Italia. Un d'essi riuscì, dopo molti anni di servitù, a fuggire in Italia; e sebbene nulla recuperasse de' beni paterni, ajutato da parenti e amici pose casa, e generò un Arigiso, e questi Warnefrido, da cui nacque esso Paolo storico.

184.Gregorio II nel 726 scriveva: Mezentius ab episcopis Siciliæ certior factus hæreticum cum esse, ipsum...... trucidavit. Ap.De Giovanni,Cod. Diplom. Sicil., tom. I. n. 272.

184.Gregorio II nel 726 scriveva: Mezentius ab episcopis Siciliæ certior factus hæreticum cum esse, ipsum...... trucidavit. Ap.De Giovanni,Cod. Diplom. Sicil., tom. I. n. 272.

185.Vuole Paolo Diacono che questo nome le venisse da un tal uso dei Longobardi, che qualvolta uno morisse in lontana contrada, i suoi rizzavano delle pertiche con una colomba in vetta, rivolta alla parte dove l'estinto avea chiuso i giorni.

185.Vuole Paolo Diacono che questo nome le venisse da un tal uso dei Longobardi, che qualvolta uno morisse in lontana contrada, i suoi rizzavano delle pertiche con una colomba in vetta, rivolta alla parte dove l'estinto avea chiuso i giorni.

186.Epitafio di Ansprando:Ansprandus, honestus moribus, prudentia pollens,Sapiens, modestus, patiens, sermone facundus,Adstantes qui dulcia, flavi mellis ad instar,Singulis promebat de pectore verba.Cujus ad æthereum spiritus dum pergeret axem,Post quinos undecies vitæ suæ circiter annosApicem reliquit regni præstantissimo natoLyuthprando inclyto et gubernacula gentesD. P. die iduum junii indictione X.

186.Epitafio di Ansprando:

Ansprandus, honestus moribus, prudentia pollens,Sapiens, modestus, patiens, sermone facundus,Adstantes qui dulcia, flavi mellis ad instar,Singulis promebat de pectore verba.Cujus ad æthereum spiritus dum pergeret axem,Post quinos undecies vitæ suæ circiter annosApicem reliquit regni præstantissimo natoLyuthprando inclyto et gubernacula gentesD. P. die iduum junii indictione X.

Ansprandus, honestus moribus, prudentia pollens,Sapiens, modestus, patiens, sermone facundus,Adstantes qui dulcia, flavi mellis ad instar,Singulis promebat de pectore verba.Cujus ad æthereum spiritus dum pergeret axem,Post quinos undecies vitæ suæ circiter annosApicem reliquit regni præstantissimo natoLyuthprando inclyto et gubernacula gentesD. P. die iduum junii indictione X.

Ansprandus, honestus moribus, prudentia pollens,

Sapiens, modestus, patiens, sermone facundus,

Adstantes qui dulcia, flavi mellis ad instar,

Singulis promebat de pectore verba.

Cujus ad æthereum spiritus dum pergeret axem,

Post quinos undecies vitæ suæ circiter annos

Apicem reliquit regni præstantissimo nato

Lyuthprando inclyto et gubernacula gentes

D. P. die iduum junii indictione X.

187.Respiciens ergo pius vir(il papa)profanam principis jussionem, jam contra imperatorem quasi contra hostem se armavit,RENUENS HÆRESIAM EJUS,scribens ubiqueSE CAVEREChristianos eo quod orta fuisset impietas talis. Igitur permoti omnes Pentapolenses atque Venetiarum exercitus, contra imperatoris jussionem restiterunt, dicentes se nunquam in ejusdem pontificis condescendere necem, sed pro ejus magis defensione viriliter decertare. Liber pontif.

187.Respiciens ergo pius vir(il papa)profanam principis jussionem, jam contra imperatorem quasi contra hostem se armavit,RENUENS HÆRESIAM EJUS,scribens ubiqueSE CAVEREChristianos eo quod orta fuisset impietas talis. Igitur permoti omnes Pentapolenses atque Venetiarum exercitus, contra imperatoris jussionem restiterunt, dicentes se nunquam in ejusdem pontificis condescendere necem, sed pro ejus magis defensione viriliter decertare. Liber pontif.

188.Cognita imperatoris nequitia, omnis Italia consilium iniit, ut sibi eligerent imperatorem et Constantinopolim ducerent; sed compescuit tale consilium pontifex, sperans conversionem principis.Anastasio Bibl.,Vita Gregorii II.

188.Cognita imperatoris nequitia, omnis Italia consilium iniit, ut sibi eligerent imperatorem et Constantinopolim ducerent; sed compescuit tale consilium pontifex, sperans conversionem principis.Anastasio Bibl.,Vita Gregorii II.

189.I Pavesi credono che allora Liutprando portasse da Ravenna alla loro città la statua di bronzo rappresentante Antonino Pio o Marc'Aurelio a cavallo, che chiamavano il Regisole. Nel 1527 assalendo i Francesi Pavia, primo a montar sul castello fu un Ravennate, il quale in compenso domandò si restituisse a Ravenna il Regisole: quando si volle darvi effetto, i Pavesi se ne desolarono più che al sacco della città, tanto che il generale Lautrec ottenne che il Ravennate desistesse dalla domanda, ricevendo invece tant'oro quanto bastasse per fare una corona. Fu fatto a pezzi dai Giacobini nel 1796.

189.I Pavesi credono che allora Liutprando portasse da Ravenna alla loro città la statua di bronzo rappresentante Antonino Pio o Marc'Aurelio a cavallo, che chiamavano il Regisole. Nel 1527 assalendo i Francesi Pavia, primo a montar sul castello fu un Ravennate, il quale in compenso domandò si restituisse a Ravenna il Regisole: quando si volle darvi effetto, i Pavesi se ne desolarono più che al sacco della città, tanto che il generale Lautrec ottenne che il Ravennate desistesse dalla domanda, ricevendo invece tant'oro quanto bastasse per fare una corona. Fu fatto a pezzi dai Giacobini nel 1796.

190.Deo teste, papa urbis Romæ in omni mundo caput ecclesiarum Dei et sacerdotum est. Lib. v. c. 4.

190.Deo teste, papa urbis Romæ in omni mundo caput ecclesiarum Dei et sacerdotum est. Lib. v. c. 4.

191.In Bologna resta memoria d'un vaso di marmo, posto da Liutprando e Ildeprando nella chiesa di S. Stefano per esser empito il giovedì santo. L'iscrizione dice, secondoMalvasia,Marm. Fels., sez.IV. c. 10:†VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINEDOMINORVM NOSTRORVM LIVTPRANTEILPRANTE REGIBVS ET DOMNIBARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIEBONONIENSIS HIC IN ONOREM RELIGIOSI SVAPRECEPTA OBTVLERVNT VNDE HVNC VASIMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORISET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERITDEVS REQVIRET†.

191.In Bologna resta memoria d'un vaso di marmo, posto da Liutprando e Ildeprando nella chiesa di S. Stefano per esser empito il giovedì santo. L'iscrizione dice, secondoMalvasia,Marm. Fels., sez.IV. c. 10:

†VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINEDOMINORVM NOSTRORVM LIVTPRANTEILPRANTE REGIBVS ET DOMNIBARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIEBONONIENSIS HIC IN ONOREM RELIGIOSI SVAPRECEPTA OBTVLERVNT VNDE HVNC VASIMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORISET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERITDEVS REQVIRET†.

†VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINEDOMINORVM NOSTRORVM LIVTPRANTEILPRANTE REGIBVS ET DOMNIBARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIEBONONIENSIS HIC IN ONOREM RELIGIOSI SVAPRECEPTA OBTVLERVNT VNDE HVNC VASIMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORISET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERITDEVS REQVIRET†.

†VMILIBVS VOTA SVSCIPE DOMINE

DOMINORVM NOSTRORVM LIVTPRANTE

ILPRANTE REGIBVS ET DOMNI

BARBATII EPISC. SANCTE ECCLESIE

BONONIENSIS HIC IN ONOREM RELIGIOSI SVA

PRECEPTA OBTVLERVNT VNDE HVNC VAS

IMPLEATVR IN CENAM DOMINI SALVATORIS

ET SI QVA MVNERA CVISQVAM MINVERIT

DEVS REQVIRET†.

192.Paolo Diac., lib.VI. c. 53.

192.Paolo Diac., lib.VI. c. 53.

193.Ad regnum: potrebbe indicare per l'acquisto del regno celeste: altri leggonoad rogum, cioè in segno di supplica.

193.Ad regnum: potrebbe indicare per l'acquisto del regno celeste: altri leggonoad rogum, cioè in segno di supplica.

194.LeggeV.

194.LeggeV.

195.Di quei giorni, anche Anselmo duca del Friuli e cognato di Rachi e d'Astolfo, si fece monaco, e fondò il monastero di Fanano nel Modenese, poi l'insigne di Nonantola con ospizio pei pellegrini. Altri molti ne troviamo fondati in quegli anni: e limitandoci alla Toscana, la badia di Montamiata fu posta nel 745 da Erone; nel 744 quella di Monteverdi in val della Cornia in Maremma da s. Gualfredo longobardo di Pisa e da Gondualdo di Lucca cognato suo, che alle loro mogli con trenta donne eressero sulla Versilia presso Pietrasanta il monastero di san Salvatore. Le badie di S. Ponziano e San Frediano presso Lucca, di San Pietro a Camajore, di San Bartolomeo di Pistoja, di san Bartolomeo a Rigoli di Firenze, appartengono ai tempi longobardi; come i monasteri di Coronate, di Civate, di Santa Giulia a Brescia, di Teodote a Pavia...... nell'alta Italia. Il longobardo Warnifredo castellano regio di Siena nel 730 fonda e dota generosamente la badia di Sant'Eugenio in Pilosiano presso Siena.

195.Di quei giorni, anche Anselmo duca del Friuli e cognato di Rachi e d'Astolfo, si fece monaco, e fondò il monastero di Fanano nel Modenese, poi l'insigne di Nonantola con ospizio pei pellegrini. Altri molti ne troviamo fondati in quegli anni: e limitandoci alla Toscana, la badia di Montamiata fu posta nel 745 da Erone; nel 744 quella di Monteverdi in val della Cornia in Maremma da s. Gualfredo longobardo di Pisa e da Gondualdo di Lucca cognato suo, che alle loro mogli con trenta donne eressero sulla Versilia presso Pietrasanta il monastero di san Salvatore. Le badie di S. Ponziano e San Frediano presso Lucca, di San Pietro a Camajore, di San Bartolomeo di Pistoja, di san Bartolomeo a Rigoli di Firenze, appartengono ai tempi longobardi; come i monasteri di Coronate, di Civate, di Santa Giulia a Brescia, di Teodote a Pavia...... nell'alta Italia. Il longobardo Warnifredo castellano regio di Siena nel 730 fonda e dota generosamente la badia di Sant'Eugenio in Pilosiano presso Siena.

196.Fremens ut leo, pestiferas minas Romanis dirigere non desinebat, asserens omnes uno gladio jugulari, nisi suæ se se subderent ditioni.Anastasio Bibl.,Vita Stephani II.

196.Fremens ut leo, pestiferas minas Romanis dirigere non desinebat, asserens omnes uno gladio jugulari, nisi suæ se se subderent ditioni.Anastasio Bibl.,Vita Stephani II.

197.Deprecans imperialem clementiam, ut, juxta id quod ei sæpius scripserat, cum exercitu ad tuendas has Italiæ partes modis omnibus adveniret.Anastasio Bibl., ivi;Baronio,ad ann.754.XXIII, XXV. Tanto era lontano dalle idee di rivolta e di sovranità.

197.Deprecans imperialem clementiam, ut, juxta id quod ei sæpius scripserat, cum exercitu ad tuendas has Italiæ partes modis omnibus adveniret.Anastasio Bibl., ivi;Baronio,ad ann.754.XXIII, XXV. Tanto era lontano dalle idee di rivolta e di sovranità.

198.È bizzarro che già i contemporanei fanno valere in ciò quel voto universale, a cui oggi si attribuisce tanto peso. Paolo Diacono diceva cheomnis Ravennæ exercitus(già in altri testi vedemmo che esercito equivale a popolo)vel Venetiarum talibus jussis unanimiter restiterunt. Anastasio Bibliotecario, nel luogo che citammo alla nota 2ª, parla della risoluzione di tutta Italia; e soggiunge che il papa,gratias voluntati populi referens pro mentis proposito, chetava gl'insorgenti. E Gregorio nell'epistola all'imperatore:Plane parati sunt Occidentales ulcisci etiam Orientales.... Totus Occidens sancto principi apostolo um fidei fructus offert.

198.È bizzarro che già i contemporanei fanno valere in ciò quel voto universale, a cui oggi si attribuisce tanto peso. Paolo Diacono diceva cheomnis Ravennæ exercitus(già in altri testi vedemmo che esercito equivale a popolo)vel Venetiarum talibus jussis unanimiter restiterunt. Anastasio Bibliotecario, nel luogo che citammo alla nota 2ª, parla della risoluzione di tutta Italia; e soggiunge che il papa,gratias voluntati populi referens pro mentis proposito, chetava gl'insorgenti. E Gregorio nell'epistola all'imperatore:Plane parati sunt Occidentales ulcisci etiam Orientales.... Totus Occidens sancto principi apostolo um fidei fructus offert.

199.Dal processo del 715 fra Siena e Arezzo appare che i cherici del contado sanese, per farsi ordinare dal diocesano, bisognavano d'una licenza scritta del gastaldo longobardo.

199.Dal processo del 715 fra Siena e Arezzo appare che i cherici del contado sanese, per farsi ordinare dal diocesano, bisognavano d'una licenza scritta del gastaldo longobardo.

200.Chron. Moiss.ap.Bouquet, v. 67.

200.Chron. Moiss.ap.Bouquet, v. 67.

201.Chron. Cassinens., lib.I. cap. 8. Vedi pareAnastasio Bibl., op. cit.; —Cenni,Monumenta dominationis pontificiæ. Roma 1761, 2 vol.: sono lettere che i papi da Gregorio III fino ad Adriano diressero a Carlo Martello, Pepino, Carlomanno, Carlo Magno; —Orsi,Dell'origine del dominio e della sovranità dei romani pontefici. Roma 1789; — e in senso contrarioPfister,Gesell. der Deutschen; tom. I, p. 409; —Spittler,Staatgeschichte, tom.II, p. 86; —Sismondi,St. delle Rep. it., tom.I; ecc., non dimenticando la recente opera di Theiner.

201.Chron. Cassinens., lib.I. cap. 8. Vedi pareAnastasio Bibl., op. cit.; —Cenni,Monumenta dominationis pontificiæ. Roma 1761, 2 vol.: sono lettere che i papi da Gregorio III fino ad Adriano diressero a Carlo Martello, Pepino, Carlomanno, Carlo Magno; —Orsi,Dell'origine del dominio e della sovranità dei romani pontefici. Roma 1789; — e in senso contrarioPfister,Gesell. der Deutschen; tom. I, p. 409; —Spittler,Staatgeschichte, tom.II, p. 86; —Sismondi,St. delle Rep. it., tom.I; ecc., non dimenticando la recente opera di Theiner.

202.Nam et judices ad faciendas justitias... in eadem Ravennatium urbe residentes, ab hac romana urbe dixerit, Philippum presbyterum, simulque et Eustachium quondam ducem.Cod. Carol., nº 54; e così il nº 51, il 75 ecc. — Quando Carlo Magno, nel 784, volle trarre certe colonne antiche da Ravenna, n'ebbe concessione dal papa. Vedi inFantuzzi,Monum. ravennati, i diplomi del tom.V, massime il 17 e 18; inoltreSavigny,Storia del dir. romano, cap.V, § 110;Leo,Gesch. von Italien, tom.I, p. 187-189;Cenni, op. cit., tom.I, p. 63;Orsi, op. cit., c.VIII;Philipps,Deutsche Geschichte,III. § 47;Gosselin,Pouvoir des Papes, Parigi 1845, pag. 240 e seg. — Più tardi papa Adriano scriveva a Carlo Magno: — I duchi di Spoleto, di Benevento, del Friuli, di Clusio ordirono contro di noi il pericoloso disegno di unirsi coi Greci e con Adelchi figlio di Desiderio, onde combatterci per terra e per mare, desiderando invaderequesta nostra città di Roma, e ripristinare il regno longobardo. Pertanto vi scongiuro di venire al più presto a nostro soccorso; giacchè a voi, dopo Dio, noi abbiamo rimessa la difesa della santa Chiesa, delnostro popolo romanoe della romana repubblica».Cod. Carol.,ep.57.

202.Nam et judices ad faciendas justitias... in eadem Ravennatium urbe residentes, ab hac romana urbe dixerit, Philippum presbyterum, simulque et Eustachium quondam ducem.Cod. Carol., nº 54; e così il nº 51, il 75 ecc. — Quando Carlo Magno, nel 784, volle trarre certe colonne antiche da Ravenna, n'ebbe concessione dal papa. Vedi inFantuzzi,Monum. ravennati, i diplomi del tom.V, massime il 17 e 18; inoltreSavigny,Storia del dir. romano, cap.V, § 110;Leo,Gesch. von Italien, tom.I, p. 187-189;Cenni, op. cit., tom.I, p. 63;Orsi, op. cit., c.VIII;Philipps,Deutsche Geschichte,III. § 47;Gosselin,Pouvoir des Papes, Parigi 1845, pag. 240 e seg. — Più tardi papa Adriano scriveva a Carlo Magno: — I duchi di Spoleto, di Benevento, del Friuli, di Clusio ordirono contro di noi il pericoloso disegno di unirsi coi Greci e con Adelchi figlio di Desiderio, onde combatterci per terra e per mare, desiderando invaderequesta nostra città di Roma, e ripristinare il regno longobardo. Pertanto vi scongiuro di venire al più presto a nostro soccorso; giacchè a voi, dopo Dio, noi abbiamo rimessa la difesa della santa Chiesa, delnostro popolo romanoe della romana repubblica».Cod. Carol.,ep.57.

203.Longobardorum rex... Zachariæ prædictas quatuor civitates redonavit... ipsi b. Pietro reconcessit.E Stefano ad Astolfopetivit ut dominicas quas abstulerat redderet oves, et propria propriis restitueret. Pepino dirige messi ad Astolfosanctæ ecclesiæ ac reipublicæ restituenda jura... ut propria restitueret propriis. Questi prometteillico redditurum civitatem Ravennatium cum aliis diversis civitatibus.Anastasio Bibl., op. cit. Anche Eginardo negli Annali dice che Pepino obbligò Astolfoad reddendum ea quæ romanæ Ecclesiæ abstulerat.

203.Longobardorum rex... Zachariæ prædictas quatuor civitates redonavit... ipsi b. Pietro reconcessit.E Stefano ad Astolfopetivit ut dominicas quas abstulerat redderet oves, et propria propriis restitueret. Pepino dirige messi ad Astolfosanctæ ecclesiæ ac reipublicæ restituenda jura... ut propria restitueret propriis. Questi prometteillico redditurum civitatem Ravennatium cum aliis diversis civitatibus.Anastasio Bibl., op. cit. Anche Eginardo negli Annali dice che Pepino obbligò Astolfoad reddendum ea quæ romanæ Ecclesiæ abstulerat.

204.«Quel tiranno seguace di Satana, Astolfo divoratore del sangue dei Cristiani, struggitore delle chiese di Dio, percosso di colpo divino, sprofondò nella voragine dell'inferno.... Ora, per provvidenza di Dio e per mano del beato Pietro, pel tuo fortissimo braccio.... è stato ordinato re de' Longobardi Desiderio, uomo mitissimo».Lettera a Pepino.L'anonimo Salernitano dice che Astolfofuit audax et ferox, et ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit. Construxit etiam oracula (oratorj) ibi et monasterium virginum, et suas filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliæ ubi dicitur Mutina... ad sacra monachorum cænobia ædificanda per certas provincias multa est dona largitus. Valde dilexit monacos, et in eorum est mortuus manibus.Rer. it. Script., part.II, t.II.

204.«Quel tiranno seguace di Satana, Astolfo divoratore del sangue dei Cristiani, struggitore delle chiese di Dio, percosso di colpo divino, sprofondò nella voragine dell'inferno.... Ora, per provvidenza di Dio e per mano del beato Pietro, pel tuo fortissimo braccio.... è stato ordinato re de' Longobardi Desiderio, uomo mitissimo».Lettera a Pepino.

L'anonimo Salernitano dice che Astolfofuit audax et ferox, et ablata multa sanctorum corpora ex romanis finibus in Papiam detulit. Construxit etiam oracula (oratorj) ibi et monasterium virginum, et suas filias dedicavit. Idemque etiam fecit monasterium in finibus Æmiliæ ubi dicitur Mutina... ad sacra monachorum cænobia ædificanda per certas provincias multa est dona largitus. Valde dilexit monacos, et in eorum est mortuus manibus.Rer. it. Script., part.II, t.II.

205.Di Brescia lo vorrebbe il Malvezzi,Chron. Brix., Rer. it. Script., tom.XIV. Lo appoggerebbe l'aver egli fondato monasteri in Leno e quel di Santa Giulia in Brescia che ampiamente dotò, e dove poi fu badessa sua figlia Ansilberga, che parimente comprò beni nel Bresciano.

205.Di Brescia lo vorrebbe il Malvezzi,Chron. Brix., Rer. it. Script., tom.XIV. Lo appoggerebbe l'aver egli fondato monasteri in Leno e quel di Santa Giulia in Brescia che ampiamente dotò, e dove poi fu badessa sua figlia Ansilberga, che parimente comprò beni nel Bresciano.

206.«Passano gli scrittori francesi con disinvoltura quest'azione di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi nipoti un regno, cheper tutte le leggi divine ed umaneera loro dovuto».Muratori,all'anno771. Una leggedivinache obblighi a surrogar nel regno i figli ai padri, io non l'ho mai udita: se n'esisteva unaumana, lo storico doveva addurla, ma nè noi nè altri la videro mai; bensì vediamo mantenuto sempre fra' Germani il diritto d'eleggersi il re. Eppure è vulgato l'introdurre qui i nomi affatto sconvenienti e le idee tutto moderne d'usurpazione e d'eredità.Charles, dice Sismondi,avec autant d'avidité et d'injustice qu'aurait pu faire aucun de ses prédécesseurs, dépouilla sa femme et ses fils de leursHÉRITAGES,les força à s'enfuire en Italie, etc.

206.«Passano gli scrittori francesi con disinvoltura quest'azione di Carlo Magno, come se fosse cosa da nulla l'avere usurpato a' suoi nipoti un regno, cheper tutte le leggi divine ed umaneera loro dovuto».Muratori,all'anno771. Una leggedivinache obblighi a surrogar nel regno i figli ai padri, io non l'ho mai udita: se n'esisteva unaumana, lo storico doveva addurla, ma nè noi nè altri la videro mai; bensì vediamo mantenuto sempre fra' Germani il diritto d'eleggersi il re. Eppure è vulgato l'introdurre qui i nomi affatto sconvenienti e le idee tutto moderne d'usurpazione e d'eredità.Charles, dice Sismondi,avec autant d'avidité et d'injustice qu'aurait pu faire aucun de ses prédécesseurs, dépouilla sa femme et ses fils de leursHÉRITAGES,les força à s'enfuire en Italie, etc.

207.Pro exigendis a rege Desiderio justitiis beati Petri.Anastasio Bibl.,Vita Steph. III, pag. 178; vale a dire le rendite dei beni ecclesiastici posti nel regno longobardo e delle città occupate da Desiderio, e sulle quali, secondo il diritto romano, il pontefice aveva anche giurisdizione (justitiam).

207.Pro exigendis a rege Desiderio justitiis beati Petri.Anastasio Bibl.,Vita Steph. III, pag. 178; vale a dire le rendite dei beni ecclesiastici posti nel regno longobardo e delle città occupate da Desiderio, e sulle quali, secondo il diritto romano, il pontefice aveva anche giurisdizione (justitiam).

208.In tutt'altro modo è esposto il fatto in una lettera di Stefano III a Berta (Cenni, I. 267); cioè, che il nefandissimo Cristoforo e il più che malvagio suo figlio Sergio aveano fatto trama con Dodone, messo di Carlo Magno, per dar morte al pontefice; averlo Dio salvato mercè gli ajuti di Desiderio; chiamati in Vaticano, ricusarono, e armatisi, esclusero di Roma il pontefice; poi abbandonati, erano rifuggiti in San Pietro, ove il papa a stento gli aveva difesi dalla moltitudine che ne chiedeva il sangue; ma mentre voleva farli rendere in città perchè fossero salvi, furono presi ed accecati, senza nè consenso nè saputa sua. Il Muratori e la maggior parte preferiscono questa versione: ma esso Cenni e il Pagi e il Cointe supposero quella lettera estorta al papa da Desiderio, o forse falsificata nella sua cancelleria, giacchè un'altra (Cenni, I. 274) e i biografi di Stefano III e d'Adriano riferiscono il caso nel modo che noi adottammo come più simile al vero.

208.In tutt'altro modo è esposto il fatto in una lettera di Stefano III a Berta (Cenni, I. 267); cioè, che il nefandissimo Cristoforo e il più che malvagio suo figlio Sergio aveano fatto trama con Dodone, messo di Carlo Magno, per dar morte al pontefice; averlo Dio salvato mercè gli ajuti di Desiderio; chiamati in Vaticano, ricusarono, e armatisi, esclusero di Roma il pontefice; poi abbandonati, erano rifuggiti in San Pietro, ove il papa a stento gli aveva difesi dalla moltitudine che ne chiedeva il sangue; ma mentre voleva farli rendere in città perchè fossero salvi, furono presi ed accecati, senza nè consenso nè saputa sua. Il Muratori e la maggior parte preferiscono questa versione: ma esso Cenni e il Pagi e il Cointe supposero quella lettera estorta al papa da Desiderio, o forse falsificata nella sua cancelleria, giacchè un'altra (Cenni, I. 274) e i biografi di Stefano III e d'Adriano riferiscono il caso nel modo che noi adottammo come più simile al vero.

209.Universum populum Tusciæ et Campaniæ et ducatus Perusini, et aliquantos de civitatibus Pentapoleos; omnesque parati erant, si ipse rex adveniret, fortiter... illi resistere.Anastasio Bibl.

209.Universum populum Tusciæ et Campaniæ et ducatus Perusini, et aliquantos de civitatibus Pentapoleos; omnesque parati erant, si ipse rex adveniret, fortiter... illi resistere.Anastasio Bibl.

210.De factis Caroli Magni.

210.De factis Caroli Magni.

211.Anselmo abate di Nonantola, cognato di Rachi, fu da Desiderio tenuto esule sette anni, e probabilmente adoperò assai a favore di Carlo, giacchè questo fecegli immense donazioni. Muratori, all'anno 774: —Dum iniqua cupiditate Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent vinctum, et opes multas, cum variis indumentis auro argentoque intextis, in suum committerent dominium. Anonim. Salernit., in Rer. it. Script. tom.II. p. i.paralip.VedasiL. C. Betmann,Paulus Diaconus und Geschichtschreibung der Longobarden. Annover 1849.Martino da Cremona, figlio di Paolonobilissimo uomo, e di Sabinaonoranda femmina, fu diacono, e andò a mostrar ai Francesi il passo delle Alpi; infine divenne arcivescovo di Ravenna. Descrisse egli stesso il suo viaggio in una lettera che si pretende aver trovata il canonico Dragoni di Cremona, e che fu, senza troppo esame, pubblicata dal Troya nel suoCodice diplomatico.

211.Anselmo abate di Nonantola, cognato di Rachi, fu da Desiderio tenuto esule sette anni, e probabilmente adoperò assai a favore di Carlo, giacchè questo fecegli immense donazioni. Muratori, all'anno 774: —Dum iniqua cupiditate Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderent vinctum, et opes multas, cum variis indumentis auro argentoque intextis, in suum committerent dominium. Anonim. Salernit., in Rer. it. Script. tom.II. p. i.paralip.

VedasiL. C. Betmann,Paulus Diaconus und Geschichtschreibung der Longobarden. Annover 1849.

Martino da Cremona, figlio di Paolonobilissimo uomo, e di Sabinaonoranda femmina, fu diacono, e andò a mostrar ai Francesi il passo delle Alpi; infine divenne arcivescovo di Ravenna. Descrisse egli stesso il suo viaggio in una lettera che si pretende aver trovata il canonico Dragoni di Cremona, e che fu, senza troppo esame, pubblicata dal Troya nel suoCodice diplomatico.

212.Di lui dice la cronaca del monastero di Volturno:Hic, licet bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit, ornavit atque ditavit rebus ac possessionibus multis. Ex jussione principis apostolorum, monasterium ædificavit in valle Tritana. Rer. it. Script., tom.II. p.II. lib. 3. Senza appoggio di storia, la tradizione in Toscana fa merito a re Desiderio di molte fondazioni, come le mura di San Gemignano, la città di San Miniato, ove del resto fiorì lungamente la consorteria dei Lambardi.

212.Di lui dice la cronaca del monastero di Volturno:Hic, licet bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit, ornavit atque ditavit rebus ac possessionibus multis. Ex jussione principis apostolorum, monasterium ædificavit in valle Tritana. Rer. it. Script., tom.II. p.II. lib. 3. Senza appoggio di storia, la tradizione in Toscana fa merito a re Desiderio di molte fondazioni, come le mura di San Gemignano, la città di San Miniato, ove del resto fiorì lungamente la consorteria dei Lambardi.

213.Anastasio Bibl. nelle Vite di Leone III e IV ricorda ilvicus Saxonum, Sardorum, Frisonum, Corsarum, e le scholæ peregrinorum, Frisonum, Saxonum, Langobardorum.

213.Anastasio Bibl. nelle Vite di Leone III e IV ricorda ilvicus Saxonum, Sardorum, Frisonum, Corsarum, e le scholæ peregrinorum, Frisonum, Saxonum, Langobardorum.

214.Alcuni soggiungono che si fe coronare dall'arcivescovo di Milano. Non appare che i re longobardi fossero inaugurati colla corona, bensì con un'asta: Paolo Diacono riferisce che un cucolo si posò su quella d'Ildeprando. Neppure de' Carlovingi è mai mentovata la coronazione; e la prima memoria certa di quest'atto è dell'888, quando Berengario fu coronato in Pavia.

214.Alcuni soggiungono che si fe coronare dall'arcivescovo di Milano. Non appare che i re longobardi fossero inaugurati colla corona, bensì con un'asta: Paolo Diacono riferisce che un cucolo si posò su quella d'Ildeprando. Neppure de' Carlovingi è mai mentovata la coronazione; e la prima memoria certa di quest'atto è dell'888, quando Berengario fu coronato in Pavia.

215.Rodolfo Notajo ap.Biemmi,Storia di Brescia.

215.Rodolfo Notajo ap.Biemmi,Storia di Brescia.

216.Una contro gli Aquitani, diciotto contro i Sassoni, cinque contro i Longobardi, sette contro gli Arabi di Spagna, una contro i Turingi, quattro contro gli Avari, due contro i Bretoni, una contro i Bavari, quattro contro gli Slavi di là dall'Elba, cinque contro i Saracini, tre contro i Danesi, due contro i Greci.

216.Una contro gli Aquitani, diciotto contro i Sassoni, cinque contro i Longobardi, sette contro gli Arabi di Spagna, una contro i Turingi, quattro contro gli Avari, due contro i Bretoni, una contro i Bavari, quattro contro gli Slavi di là dall'Elba, cinque contro i Saracini, tre contro i Danesi, due contro i Greci.

217.Mabillon,Ann. Ord. s. Bened.,XXIII. 3.

217.Mabillon,Ann. Ord. s. Bened.,XXIII. 3.

218.Post patrem lacrymans Carolus hæc carmina scripsi:Tu mihi dulcis amor, te modo plango pater....Nomina jungo simul titulis clarissima nostra;Adrianus, Carolus, rex ego, tuque pater....Tum memor esto tui nati; pater optime, posco,Cum patre dic, natus pergat et ipse tuus.

218.

Post patrem lacrymans Carolus hæc carmina scripsi:Tu mihi dulcis amor, te modo plango pater....Nomina jungo simul titulis clarissima nostra;Adrianus, Carolus, rex ego, tuque pater....Tum memor esto tui nati; pater optime, posco,Cum patre dic, natus pergat et ipse tuus.

Post patrem lacrymans Carolus hæc carmina scripsi:Tu mihi dulcis amor, te modo plango pater....Nomina jungo simul titulis clarissima nostra;Adrianus, Carolus, rex ego, tuque pater....Tum memor esto tui nati; pater optime, posco,Cum patre dic, natus pergat et ipse tuus.

Post patrem lacrymans Carolus hæc carmina scripsi:

Tu mihi dulcis amor, te modo plango pater....

Nomina jungo simul titulis clarissima nostra;

Adrianus, Carolus, rex ego, tuque pater....

Tum memor esto tui nati; pater optime, posco,

Cum patre dic, natus pergat et ipse tuus.

219.Ep. Caroli Magni,X. pag. 616.

219.Ep. Caroli Magni,X. pag. 616.

220.Un altro musaico rappresenta san Pietro che colla destra dà un mantello al papa inginocchiato, colla sinistra uno stendardo a un principe; e v'è scritto:Beate Petre, dona vita Leoni pp., et bictoria Carolu dona.

220.Un altro musaico rappresenta san Pietro che colla destra dà un mantello al papa inginocchiato, colla sinistra uno stendardo a un principe; e v'è scritto:Beate Petre, dona vita Leoni pp., et bictoria Carolu dona.

221.Zonara dice: Ελοβήσαντο δὲ τὰ ὄμματα, ἀλλ’οὐκ ἐξετύφλωσαν.XV. 13. La leggenda, accettata pure dalMartirologio romanosopra la fede di moltissimi testimonj, narra che gli furono cavati, ma che li ricuperò miracolosamente. Alcuino scrive a Carlo Magno cheDeus compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes cæcatis mentibus lumen ejus extinguere. Vedi i Bollandisti al 12 giugno.

221.Zonara dice: Ελοβήσαντο δὲ τὰ ὄμματα, ἀλλ’οὐκ ἐξετύφλωσαν.XV. 13. La leggenda, accettata pure dalMartirologio romanosopra la fede di moltissimi testimonj, narra che gli furono cavati, ma che li ricuperò miracolosamente. Alcuino scrive a Carlo Magno cheDeus compescuit manus impias a pravo voluntatis effectu, volentes cæcatis mentibus lumen ejus extinguere. Vedi i Bollandisti al 12 giugno.

222.L'anno cominciava a natale, epperò l'incoronazione dicesi avvenuta nell'800, ma secondo il computo moderno è del 799.

222.L'anno cominciava a natale, epperò l'incoronazione dicesi avvenuta nell'800, ma secondo il computo moderno è del 799.

223.Vi volle una licenza di Leone III perchè il nome di Carlo Magno fosse posto avanti a quello del papa negli atti che si erigevano a Viterbo, Toscanella, e nelle altre città della primitiva donazione, ove prima mettevasi quel solo del papa. Il Patrimonio di San Pietro poi non ricadde più nel regno longobardo. Vedi Troya, Discorso ecc.,CCXXI.Da una lettera, che Champollion Figeac nel 1836 trovò alla Biblioteca nazionale di Parigi, appare il rispettoso modo con cui l'imperatore trattava il pontefice Adriano:I.Salutat vos dominus noster filius vester Carolus, et filia vestra domina nostra Fastrada, filii et filie domini nostri, simul et omnis domus sua. — II.Salutant vos cuncti sacerdotes, episcopi et abbates, atque omnis congregatio illorum in Dei servitio constituta, etiam et universus generalis populus Francorum.— III.Gratias agit vobis dominus noster filius vester, quia dignati fuistis illi mandare per decorabiles missos et melliflua epistola vestra, de vestra a Deo conservata sanitate, quia tunc illi gaudium et salus ac prosperitas esse cernitur, quando de vestra sanitate vel populi vestri salute audire et certus esse meruerit.— IV.Similiter multas vobis agit gratias dominus noster filius vester de sacris sanctis orationibus vestris, quibus adsidue pro illo et fidelibus sancte Ecclesie et vestris atque suis decertatis, non solum pro vivis, sed etiam pro defunctis; et si Domino placuerit, vestrum bonum certamen dominus noster filius vester cum omni bonitate in omnibus retribuere desiderat.— V.Mandavit vobis filius vester, dominus videlicet noster, qui Deo gratias et vestras sanctas orationes, cum illo et filia vestra ejus conjuge et prole sibi a Deo datis, vel omni domo sua, sive cum omnibus fidelibus suis, prospera esse videntur.— VI.Postea vero danda est epistola dicentibus hoc modo: presentem epistolam misit vobis dominus noster filius vester, postulando scilicet sanctitati vestre, ut almitas vestra amando eam recipiat.— VII.Deinde dicendum est: misit vobis nunc dominus noster filius vester talia munera qualia in Saxonia preparare potuit, et quando placet sanctitati vestre offendamus ea.— VIII.Deinde dicendum erit: dominus noster filius vester hæc parva munuscula paternitati vestre destinavit, inducias postulans interim dum meliora sanctitati vestre preparare potuerit.— IX.Deinde.... Il resto manca.

223.Vi volle una licenza di Leone III perchè il nome di Carlo Magno fosse posto avanti a quello del papa negli atti che si erigevano a Viterbo, Toscanella, e nelle altre città della primitiva donazione, ove prima mettevasi quel solo del papa. Il Patrimonio di San Pietro poi non ricadde più nel regno longobardo. Vedi Troya, Discorso ecc.,CCXXI.

Da una lettera, che Champollion Figeac nel 1836 trovò alla Biblioteca nazionale di Parigi, appare il rispettoso modo con cui l'imperatore trattava il pontefice Adriano:

I.Salutat vos dominus noster filius vester Carolus, et filia vestra domina nostra Fastrada, filii et filie domini nostri, simul et omnis domus sua. — II.Salutant vos cuncti sacerdotes, episcopi et abbates, atque omnis congregatio illorum in Dei servitio constituta, etiam et universus generalis populus Francorum.— III.Gratias agit vobis dominus noster filius vester, quia dignati fuistis illi mandare per decorabiles missos et melliflua epistola vestra, de vestra a Deo conservata sanitate, quia tunc illi gaudium et salus ac prosperitas esse cernitur, quando de vestra sanitate vel populi vestri salute audire et certus esse meruerit.— IV.Similiter multas vobis agit gratias dominus noster filius vester de sacris sanctis orationibus vestris, quibus adsidue pro illo et fidelibus sancte Ecclesie et vestris atque suis decertatis, non solum pro vivis, sed etiam pro defunctis; et si Domino placuerit, vestrum bonum certamen dominus noster filius vester cum omni bonitate in omnibus retribuere desiderat.— V.Mandavit vobis filius vester, dominus videlicet noster, qui Deo gratias et vestras sanctas orationes, cum illo et filia vestra ejus conjuge et prole sibi a Deo datis, vel omni domo sua, sive cum omnibus fidelibus suis, prospera esse videntur.— VI.Postea vero danda est epistola dicentibus hoc modo: presentem epistolam misit vobis dominus noster filius vester, postulando scilicet sanctitati vestre, ut almitas vestra amando eam recipiat.— VII.Deinde dicendum est: misit vobis nunc dominus noster filius vester talia munera qualia in Saxonia preparare potuit, et quando placet sanctitati vestre offendamus ea.— VIII.Deinde dicendum erit: dominus noster filius vester hæc parva munuscula paternitati vestre destinavit, inducias postulans interim dum meliora sanctitati vestre preparare potuerit.— IX.Deinde.... Il resto manca.


Back to IndexNext