211.Il barbarobudgetè di origine italiana, derivando dallabolgettao tasca, in cui il massajo o ministro delle finanze portava i conti al parlamento.212.Leggi del 10 dicembre 1268, e 21 luglio 1296.213.È stampato nella storia di Giugurta Tommaso.214.Quosdam montes et nemora quæ sunt circa Panormum, muro fecit lapideo circumcludi, et parcum deliciosum satis et amœnum diversis arboribus insitum et plantatum construi jussit, et in eo damas, capreolos, porcos sylvestres jussit includi: fecit et in hoc parco palatium, ad quod aquam de fonte lucidissimo per condiictus subterraneos jussit adduci.Chron. Salern. inRer. It. Scrip., vol.VII. pag. 194.Ancora la campagna di Palermo è sparsa di guglie (ivi dicono all’arabicagiarre), che sono sfiatatoj degli acquedotti sotterranei fabbricativi al tempo degli emiri, e che ricreano di fontane la città, ed elevano l’acqua anche ai piani superiori delle case.215.Un quartiere di Palermo serba tuttora il nome di Papireto. Non è della natura dell’egizio, bensì di quello di Siria, e differisce da quello che germoglia a Siracusa.216.Nec vero illas palatio adhærentes silentio præterire convenit officinas, ubi in fila, variis distincta coloribus, serum vella tenuantur, et sibi invicem multiplici texendi genere coaptantur. Hinc enim videas amita, damitaque et trimita minori peritia perfici(cioè di uno, due, tre licci):hinc examita(sciamito)uberioris materia condensari: heic diarhodon igneo fulgore visum reverberat; heic diapisti color subviridis intuentium oculos grato blanditur aspectu; hinc exantosmata(a fiori)circulorum varietatibus insignita, majorem quidem artificum industriam et materia ubertatem desiderant, majori nihilominus pretio distrahenda. Multa quidem et alia videas ibi varii coloris ac diversi generis ornamenta, in quibus ex sericis aurum intexitur, et multiformis picturæ varietas, gemmis interlucentibus illustratur. Margaritæ quoque aut integræ cistulis aureis includuntur, aut perforatæ filo tenui connectuntur, et eleganti quadam dispositionis industria, picturati jubentur formam operis exhibere.Ugo Falcando, inRer. It. Scrip., vol.VII.217.Rosario de Gregorio,Discorso intorno alla Sicilia, Palermo 1826.218.Romualdi SalernitaniChron. ad1153.219.Frammento pubblicato da M. Amari. Parigi 1846.220.Pellegrini,Ad Falcandum Benevent.ad an. 1140.221.Quoscumque viros aut consiliis utiles, aut bello claros compererat, cumulatis eos ad virtutem beneficiis invitabat, transalpinos maxime.Ugo Falcando.222.Giannone, lib.XI, c. 4.223.Dicevasi che costei fosse monaca, e allora se ne sciogliessero i voti:Sorella fu, e così le fu toltaDi capo l’ombra delle sacre bende.Ma poi che pur al mondo fu rivoltaContro suo grado e contro buona usanza,Non fu dal vel del cor giammai disciolta.Dante,Parad.,III.Un cronista la fa zoppa e guercia, mentre Goffredo di Viterbo canta:Sponsa fuit speciosa nimis, Constantia dicta.224.Chr. Placent.Rer. It. Scrip.,XVI.225.Omnes cœperunt inter se de majoritate contendere, et ad regni solium aspirare.Ricardi S. Germani,Rer. It. Scrip.,VI.226.Hist. Sicula, pag. 252 e seg.227.Ruggero Hoveden cronista inglese racconta che il papa pose in testa all’imperatore e all’imperatrice la corona coi piedi, e subito pur coi piedi ne la sbalzò, per significare la sua autorità di dare e togliere i regni. Ha poco del probabile.Il giuramento era:Ego N. futurus imperator, juro me servaturum Romanis bonas consuetudines, et firmo chartas totius generis et libelli sine fraude et malo ingenio. Sic me Deus adjuvet et hæc sancta Evangelia.Le cerimonie della coronazione sono descritte dal cardinale Cencio, che poi fu papa Onorio III, e ch’era stato presente alla coronazione di Enrico; e furono pubblicate daPertz,Monum. germ. hist., tom.IV. p. 187.228.Imperium in hoc non mediocriter dehonestavit.Otto de S. Blasio, pag. 889.229.Imperator ipse regnum intrat, papa prohibente et contradicente.Ricardi S. Germani, pag. 972.230.Il marco di Colonia pesa gramme 233.87. Il franco contiene gramme 41⁄2di fino; sicchè il marco di Colonia vale fr. 51.97. Dunque centomila marchi fanno franchi 5,197,100. In Sicilia correvano glischifati, moneta greca, detta così perchè formati a barca. Una col nome di Guglielmo II in arabo, pesa 16 grani d’oro fino, sicchè oggi varrebbe franchi 2.88. Altra moneta siciliana erano itarì, dei quali, sul fine delXIIsecolo, si tagliavano 24 da un’oncia d’oro, cioè pesavano gramme 0.8792, valenti oggi franchi 2.63. Poco dopo se ne tagliavano 291⁄2, e spesso il peso variò; giacchè l’impronta garantiva il titolo, ma del resto si contrattavano a peso.231.Omne aurum et argentum, quod de regno ad manus habere potuit, congregavit, et in Alemanniam misit.Chron. Fossæ Novæ, pag. 880. VediOtto de S. Blasio, pag. 897.232.Le cronache raccontano le precauzioni con cui essa ne dimostrò ai popoli la realità: il papa stesso dovette intervenirvi, e le fece dar giuramento che quel figlio era procreato da Enrico.233.Fazelli,Storia di Sicilia, lib.VIII. c. 1.234.Nella rotta data in Sicilia a Markwaldo si trovò il testamento di Enrico VI, ove imponeva a Federico suo figlio di riconoscere dal papa il regno di Sicilia, il quale tornasse alla Chiesa qualora mancassero eredi; se il papa confermasse al figlio l’Impero, ne fosse ricompensato col restituirgli tutta l’eredità della contessa Matilde; Markwaldo riconosca dal papa e dalla Chiesa il ducato di Ravenna, la terra di Bertinoro, la marca d’Ancona, Medicina e Argelata sul Bolognese, i quali ricadano alla Chiesa s’egli muore senza eredi. Il testamento è stampato dal Muratori.Giovanni da Ceccano esclama: — È pur morto quel leone feroce, quel lupo sterminatore delle agnelle, quell’orrido serpente che tanti immolò. Apuli, Calabri, Toscani, Liguri, tutti i popoli partecipano alla gioja del sommo pontefice, ed esultano di vedersi finalmente liberati dal tiranno che la mano di Dio colpì». E Ottone di San Biagio: — I Tedeschi devono eternamente deplorare il lamentabile fine dell’imperatore Enrico, perchè egli arricchì la Germania e la rese terror delle nazioni. Col coraggio e l’abilità avrebbe rimesso l’impero romano nel primitivo splendore se morte nol preveniva».235.Ricardi S. Germani, pag. 978.236.A Verona v’ha questo epitafio lambiccato:Luca dedit lucem tibi Luci, pontificatumOstia, papatum Roma, Verona mori;Immo Verona dedit lucis tibi gaudia, RomaExilium, curas Ostia, Luca mori.237.In qua plus timebatur ipse quam papa. Gesta Innocentii III, § 8.238.Scossa dal tremuoto del 1319, fu poi demolita sotto Urbano III.239.Vedi il 2º e l’8º can. del IV concilio Lateranesede probatione.240.Antonio Vitale scrisse laStoria de’ senatori di Roma: ma è opera che meriterebbe essere rifatta. La storia di Roma fu sempre confusa con quella dei papi.241.Il testo della lega Toscana fu pubblicato da Scipione Ammirato juniore nellaStoria dei conti Guidi.242.Suppositus partus, quod testibus adstruere promittebat. Gesta Innocentii III, § 23.243.Ce lo racconta il francese Villehardouin, che v’assisteva in persona. A Paolo Ramusio il giovane, figlio del cosmografo Giovan Battista, il senato veneto diede incarico di tradurre in latino la storia della conquista di Costantinopoli di esso Villehardouin. Esso svolse altre memorie intorno a que’ fatti, e in sedici anni formò l’operaDe bello Constantinopolitano, finita il 1573, ma stampata solo nel 1609.244.Fu allora che i Veneziani acquistarono i cavalli di Lisippo, che ornano ora il pronao di San Marco. Narra il Sanuto che nel trasportarli a Venezia si spezzò la gamba di un cavallo: Domenico Morosini, che comandava il vascello di trasporto, impetrò di conservarla come un ricordo; e il consiglio assentì, e ne fece mettere una nuova,ed io ho veduto il detto piede. Questo fatto sfuggì ai descrittori di quel trofeo di tante vittorie.245.Allora Cremona spedì mille persone per arricchirsi delle spoglie di Costantinopoli, come mandò una gran nave sotto Acri.246.Sandi,Storia civile, pag. 620.247.I patti per la imposta di Costantinopoli, stipulati nel marzo 1204 fra la Signoria veneta da una parte, e dall’altra il marchese Bonifazio di Monferrato e i conti di Fiandra, di Blois, di San Paolo, sono stampati neiMonum. Hist. patriæ, Chart.I. 1109, dove pure la cessione che esso Bonifazio fa ai Veneziani dell’isola di Creta e d’altre terre in Levante.248.Decretum venetumap.Canciani, v. 124.249.La lettera d’Innocenzo III è importantissima per conoscere le pretensioni e il modo di vedere della santa Sede.Regesta Imperii, nota 20 e seg.250.Nel 1160 Uguccione, vescovo di Vercelli, con un legno che teneva in mano, investe gli uomini di Biella del monte Piazzo come feudo, a patto che quei di loro che vogliano abitarvi devano ciascuno far fedeltà a maniera di vassallo; poi maschi e femmine possiedano essa terra finchè vivono, indi abbiano podestà di venderla tra sè, ma non a chi non sia abitante di esso luogo. Il vescovo permette che godano in esso monte i buoni usi che godevano da antico in Biella (omnibus bonis usis, quos erant usi habere in loco Bugelle in veteri tempore); onde rimette i bandi che egli soleva avere in essa Biella, salvo i seguenti: spergiuro, adulterio, furto, omicidio o ferita, pesche e caccie. Essi uomini devano salire quel monte, edificarvi, non impedire che il vescovo vi salga con suo seguito; ma egli non vi porrà castellano se non con loro consenso.Mullatera,St. di Biella, pag. 36.Bongiovanni, nunzio del vescovo di Vercelli, imponeva che i possessori di un tal manso portassero ogni anno i rami di olivo per la domenica delle Palme, e metà del crisma, ed empissero metà delle fonti; e quei dell’altro, portassero l’altra metà del crisma, ed empissero il resto delle fonti, e facessero il fuoco a Natale e a Santo Stefano, e scuotesserlo alla Candelara e al sabbato santo.Monum. Hist. patriæ, Chart.II. 1294.Gualterio vescovo di Luni nel 1200 questi patti faceva agli uomini di sua giurisdizione. Se molti siano consorti in un villaggio, ed uno o più facciano tradimento, sieno privati d’esso villaggio, ed aprasi ai loro eredi; o se non n’abbiano, vi sottentrino i consorti. Se alcuno tardi due anni il fitto o livello, paghi il doppio, oppure sia privato dell’ente per cui paga. Nessuno acquisti casa o campo o vigna senza istromento. Se alcuno depone querela contro un altro, anticipi quattro lire imperiali al giudice o ai consoli; e questi non ricevano più di sedici denari per lira, da pagarsi da chi perde la causa. Così determina il prezzo degli atti notarili. Se alcuno mena moglie, non dia come antefatto più d’un terzo della dote. Nessuna vedova si mariti durante il lutto, ecc.Ivi, 1203.251.Lupo,Cod. diplom., tom.II, passim;Ronchetti,Mem. stor. della città e chiesa di Bergamo, cap.IV. p. 27.252.Et sic civitas Mediolani, quæ territorio trium milliariorum extra civitatem contenta fuerat, longe lateque alas suas expandit. Nam ducatus Burgariæ, marchionatus Marthexanæ, comitatus Seprii, comitatus Parabiagi, et comitatus Leuci, qui omnes quasi domestici inimici terram istam semper invaserant...., facti sunt subjecti et servi perpetui civitatis Mediolani.Galv. Fiamma, Manip. florum.253.Breve istoria dell’origine e fondazione della città del Borgo di Sansepolcro, perAlessandro Goracci, 1636. Gli storici del secoloXVIeXVIInon intendono nulla degli ordinamenti municipali; pure aveano sottocchio carte che poi si smarrirono, e tradizioni non ancora spente. In tutti vedi una città che si redime dai conti, compra privilegi dagli imperatori, abbatte i castellani vicini, i quali poi venuti in città, vi portano resìe.254.Et nunc iste comes, consors et conscius ante,Ille potens princeps, sub quo romana securisItalice punire reos, de more vetusto,Debuit injustitiæ, victrici cogitur urbiEt modicus servire cliens, nulloque relictoJure sibi, dominicæ metuit mandata superbæ.Guntero, lib.III.255.NeiMonum. Hist. patriæ, Chart.I. 708. 807. 865. 910.256.Bertoldus princeps Aquilejæ est amicatus cum Paduanis, et factus est paduanus civis; et in cittadinantiæ firmitatem et signum fecit de sua camera quædam in Padua ædificari palatia, et se poni fecit cum aliis civibus Paduæ in coltam sive datiam. Tunc quoque incepit mittere, et adhuc mittit hodie omni anno de suis melioribus militibus duodecim, qui jurant, in principio potestariæ cujuslibet, præcepta et sequentia potestatis pro domino patriarca et suis. Quod videns feltrensis et belunensis episcopus, fecit et ipse similiter, non tamen in quantitate eadem.Rolandino.257.Savioli,Ann. bologn.,I. dipl.CLVI.258.Dalle storie bolognesi ricaviamo che nel 1123 i consoli col vescovo ricevono in protezione i castelli di Rudiliano, Sanguineta, Cavriglia; nel 1131 quei di Nonantola come cittadini d’una delle quattro porte, ed essi giurano fare due spedizioni all’anno fin ai confini, una con cavalli, l’altra pedoni; nel 1144 quei di Savignano e Cetola si fanno cittadini, cedendo la rôcca e la curia; nel 1157 quei di Monteveglio, Moreto, Caneto giurano, obbligandosi militare pei Bolognesi anche contro l’Impero; nel 1164 i castelli di Bedolo, Battidizio, Gesso, Trifane giurano obbedienza al popolo maggiore e minore di Bologna, e pagargli il fitto e il feudo ecc.259.«Et che nullo nobile.... undunque sia, possa u debbia in alcuna cauza criminale in alcuna Corte contro alcuno di popolo rendere testimonia, e se la rendrà la testimonia non vaglia, ne tegna ipso jure, et nondimeno sia condannato dal capitano del populo da lireX. in lireCad suo arbitrio,Statuti di Pisa, ms. § 162. — Et che nullo nobile della cita di Pisa u daltronde, ad tempo d’alcuno romore, durante lo romore ardisca u presuma d’escire con arme u sensa arme della casa in de la quale elli abita sotto pena del avere et della persona ad arbitrio del capitano.Ivi, § 165».Con bel decreto, dato da Parma il luglio 1226, Federico II manda suo podestà alla ghibellina Pavia Villano Aldighieri di Ferrara, perchè severamente mantenga la concordia fra’ cittadini: a tal uopo ordina si sciolga qualunque società di popolani o di militi; nè gli uni nè gli altri abbiano podestà o consoli speciali, ma vengano tutti governati dal rettore del Comune, dal quale solo dipendano gli armati; statuarj, consiglieri, uffiziali sieno eletti come faceasi da dieci anni in poi; annullata la libertà dai militi data ad alcuni borghi od abitanti del distretto; non si ponga ostacolo al portar vittovaglie in città; non si faccia adunanza di nobili o di popolo a suon di campana; bando e infamia a chi contraffà.260.Statut., lib.III. c. 168. 169. Lo statuto 170,de cerna potentium, fa il catalogo delle famiglie nobili,ne sub velamine popularium defendantur.261.Croniche,IV. 78. — Ai Guelfi rende giustizia persino Voltaire, dicendo che l’imperatorevoulait régner sur l’Italie sans borne et sans partage(Essai, cap. 66); e chiama i Guelfipartisans de la papauté, et encore plus de la liberté(cap. 52). Guelfi e Ghibellini erano come i Tories e Whigs dell’odierna Inghilterra; bisogna essere di quel partito, e conservarlo quand’anche cambia; i Tories del 1843 fecero tutto quello che voleano i Whigs nel 1830. Così i Guelfi di Firenze divengono fautori dell’Impero e nemici del papa; non cambiano nome, ma diconsibianchi e neri; Dante era guelfo, come testè fu tory Roberto Peel.Vedi il trattato di Bártolo sui Guelfi e Ghibellini. Una storia de’ Guelfi e Ghibellini nostri sarebbe la più bella spiegazione delle vicende italiane.262.NelleMemorie e documenti per servire alla storia di Lucca, vol.III. p. 47, leggesi:Orlandinus notarius, filius domini Lanfranchi, et Chele filius Lamberti, sindici et procuratores hominum partis guelfæ, eorum terræ.... volentes se et alios eorum partis ab erroris tramite revocare, et Lucanam civitatem recognoscere tamquam eorum matrem, et ad hoc ut tota provincia vallis Neubulæ(val di Nievole)bonum statum sortiatur, promiserunt et concenerunt... quod ipsi et alii eorum partis guelfæ de dictis communitatibus perpetuo erunt in devotione Lucani communis etc.In Milano il colore de’ Guelfi era il bianco, de’ Ghibellini il rosso. In Valtellina i Guelfi portavano piume bianche alla tempia destra e un fiore all’orecchio destro; i Ghibellini piume rosse o un fiore alla sinistra. Tutti i palazzi di Firenze hanno merli quadrati, eccetto uno. Brescia nel 1212 avea tre podestà, eletti da tre fazioni.263.Vedasi in capo ai vol.IeIIdeiMonumenta historica ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia(Parma 1857) un discorso del cav. Ronchini, che dà la storia civile del paese. L’ultimo degli statuti di Parma, stampati nel 1858, è tale:Nullus de civitate vel episcopatu Parmæ de cetero contrahat aliquam parentelam vel matrimonium cum aliquo vel cum aliqua, qui vel quæ non sit de parte Ecclesiæ: nec aliquis sit mediator nec proxeneta nec relator verborum aliquorum dictæ parentelæ faciendæ, nec testis, nec instrumentum celebret seu scribat, nec promissionem, nec securitatem, nec tractatum faciat, vel recipiat ullo modo alicujus parentelæ faciendæ, in aliquo tempore. Et si aliqua promissio vel securitas facta est de aliqua parentela facienda, sit nullius momenti. Et si qui vel si qua de cetero contra prædicta vel aliquod prædictorum fecerit vel facere præsumserit, in tantum puniatur. Mediator vero, sive proxeneta puniatur in trecentis libris parm.; et testis in trecentis libris parm., et tabellio puniatur in tantumdem, et perpetuo ab officio notariatus sit remotus: fratres nihilominus mulierum, si patrem mulier non habet, in mille libris parm. quilibet puniantur.264.Non s’attien fede nè a comun nè a parte,Chè Guelfo e GhibellinoVeggio andar pellegrino,E dal principe suo esser deserto.Misera Italia! tu l’hai bene espertoChe in te non è latinoChe non strugga il vicinoQuando per forza e quando per mal arte.Graziolo, cancelliere bolognese nel 1220.Ed ora in te non stanno senza guerraLi vivi tuoi, e l’un l’altro si rodeDi quei che un muro ed una fossa serra.Cerca, misera, intorno dalle prodeLe tue marine, e poi ti guarda in senoSe alcuna parte in te di pace gode.Dante,Purg.,VI.Benchè non fossero costanti nel parteggiare, offriamo alquanti dei nomi che assumeano le fazioni in varie città:GuelfiGhibelliniMilanoTorrianiViscontiFirenzeNeriBianchiArezzoVerdiSecchiGenovaRampiniMascheratiGrimaldi e FieschiDoria e SpinolaComoVitaniRuscaPistojaCancellieriPanciatichiModenaAigoniGrasolfiBolognaScacchesi (Geremei)Maltraversi (Lambertazzi)VeronaSan BonifazioTegioPiacenzaCattaneiLandiPisaPergolini (Visconti)Raspanti (Conti)RomaOrsiniSavelliSienaTolomeiSalimbeniOrvietoMalcoriniBeffatiAstiSolariRotariA Roma i due fratelli Stefano e Sciarra Colonna erano capi, uno dei Guelfi, l’altro de’ Ghibellini. Inoltre erano emuli nelle varie città, senza star saldi a una parte sola, Beccaria e Langosco in Pavia; Tornielli e Cavalazzi o Brusati in Novara; in Ferrara Salinguerra e Adelardi; in Vercelli Avvocati e Tizzoni; in Lodi, Vignati e Vistarini; in Genova, Doria e Adorni; in Asti, Isnardi e Gottuari; in Perugia, Oddi e Baglioni; in Bergamo, Suardi e Colleoni, Bongi e Rivoli; in Brescia, Casalalta e Bruzella; in Perugia, Bettona, Assisi la parte di sopra e quella di sotto; in Padova, Carrara e Macaruffo; in Sicilia, Palizzi, Alagona, Ventimiglia, Chiaramonti; in Ravenna, Polenta e Bagnacavallo; in Imola, Mendoli e Brizi; in Faenza, Manfredi e Acarisi; in Rimini, Gambacari e Amadei; in Forlì, Ordelaffi e Galboli; in Cesena, Righizzi e Popolo; in Sangeminiano, Ardinghelli e Salvucci; in Sansepolcro, Graziani e Goracci contro Pichi e Righi; in Acqui, i Blesi e i Bellingeri.... A Savigliano erano ghibellini i Cambiano, i Soleri, i Galateri; in Alba, capi dei Guelfi i Graffagnini; e così via.265.G. Villani, v. 9. —In diebus meis vidi plusquam quinquies expulsos stare milites de Papia, quia populus fortior illis erat.Ventura,Chron. Astense, cap.VIII. Rer. It. Scrip.,XI.266.Chron. Astense, cap.XVII. —Savioli,Ann. bologn. ad ann.—G. Villani, ix.213.267.Dicevansi i Senesi il popolo più orgoglioso della Toscana e vendicativo; di malafede i Romagnuoli; volubili e impazienti i Genovesi: i Milanesi pacchioni ecc. San Bernardo nel 1152 scriveva:Quid tam notum sæculis quam protervia et fastus Romanorum? gens insueta paci, tumultui assueta, gens immitis et intractabilis usque adhuc, subdi nescia nisi quum non valet resistere.De consideratione,IV. 2. Basta legger Dante per raccorvi ingiurie contro ciascuno de’ nostri popoli.268.Avverti la distinzione tra i Ferraresi e il Comune di Ferrara.Ant. Estensi, part.I. c. 39.269.Il carroccio di Cremona chiamavasi Gajardo; quel di Padova, Berta; quel di Parma, Crepacuore o Regoglio ecc.270.Vedi spesso il Machiavelli, che dice come le guerre prima de’ suoi dì «si cominciavano senza paura, trattavansi senza pericolo, finivansi senza danno»; lib.V. Anche il Guicciardini dice la battaglia del Taro «memorabile, perchè fu la prima che da lunghissimo tempo in qua si combattesse con occisione e col sangue in Italia». E più umanamente il buon Muratori narra d’una battaglia del 1469, importante «ma con uccisione di pochi perchè in questi tempi gli Italiani faceano guerra non da barbari ma da cristiani, e davano quartiere a chiunque non potendo resistere si arrendeva».271.Chron. Ferrariæ, Rer. It. Scrip.,VIII.272.Chi ricorda le colonie civilizzanti e lavoratrici che proponevano i Sansimoniani nel 1833, e i Falansteri di Fourier predicati dopo il 1840, ne troverà già il modello nei Cistercensi. Dove era il grosso dei loro possessi doveva porsi una colonia di frati conversi, diretti da un professo, il quale era come il fattore di tutta la grancia o cascina. Egli dava il segno quando dovessero uscire al lavoro, egli distribuiva ad essi i ferri del mestiere, egli ne fissava le funzioni di armentiero, carrettiere, zappatore, boaro, e così via. Non doveva accettarsi frate se non chi potesse guadagnarsi il vivere colle proprie mani. I conversi non doveano tenere alcun libro, nè imparar altre preci che ilpater, ilcredoe ilmiserere. Chi avesse dei fondi male andati chiamava una colonia di Cistercensi a rimetterli in essere: così Rainaldo arcivescovo di Colonia, ch’era venuto a portarci guerra col Barbarossa, avendo trovato la sua prebenda in disordine, chiamò di tali frati,qui et curtibus præessent, et annuos redditus reformarent.Il monastero di Chiaravalle fu fondato nel 1135 con tenuissime rendite, ma i monaci lavorando, comprando principalmente izerbicioè incolti, e prendendo a livello, ebber in breve quattro buone possessioni: indi acquistarono il fondo di Cerreto nel Lodigiano, e Morimondo nel Pavese, e altri. A Chiaravalle, sopra uno spazio di tre pertiche appena, si incrocicchiano ben sette acquedotti artifiziali. Fin del 1138 ci resta un contratto, ove quei monaci compravano alquanti zerbi da un Giovan Villano col diritto di trarre acqua dalla Vetabia, e di potere all’uopo fare fossati traverso ai poderi d’esso Villano e una chiusa:ut monasterium possit ex Vectabia trahere lectum, ubi ipsum monasterium voluerit: et si fuerit opus, liceat facere eidem monasterio fossata super terram ipsius Johannis ab una parte vie et ab alia, et possit firmare et habere clusam in prato ipsius Johannis, etc.Di simil tenore molte carte sono addotte nelleMemorie Longobardiche Milanesi, e massime per l’acquisto delle acque d’un fosso che i Milanesi aveano fatto attorno alla città, obbligandosi di tenerlo spurgato. Fin d’allora vi riscontriamo tutti gli artifizj presenti di paratoje, stravacatori, salti di gatto, bocchelli, incastri; insegnarono essi l’economica distribuzione per ore, vendendo e affittandone il diritto. Coltivavano anche la vigna, e tutti gli storici nostri menzionano una botte di 500 brente di vino, ch’essi distribuivano in elemosina.Prati marcidison mentovati in carte del 1233 e 35 e 54.È un dovere il rammentare al secolo gaudente le opere di quei poltroni di frati (nota tratta dallaStoria di Milanodel Cantù).273.Affò,Storia di Parma, tom.II. p. 249. Anche più tardi Amedeo VIII di Savoja faceva doni a un eremita che s’occupava di mantenere le strade presso Ginevra, ed altri a un canonico che fondò la strada da Meillery a Bret. V.Cibrario,Economia polit., 363. Una supplica sporta il 5 aprile 1317 alla Signoria di Firenze comincia:Cum fratres Sancti Salvatoris de Septimo et fratres Humiliatorum omnium Sanctorum de Florentia, olim et hodie multipliciter servierint et quotidie serviant communi et populo florentino in omnibus quæ ipsi communi expediunt etc.274.«E tutte le creature appellava fratelli e sirocchie, dicendo che tutti aveano uno cominciamento da un medesimo creatore e padre».Vite de’ Santi Padri.—Fratres mei aves, multum debetis laudare Creatorem.... Sorores meæ hirundines... Segetes, vineas, lapides et silvas, et omnia speciosa camporum, terramque et ignem, aerem et ventum, ad divinum movebat amorem.... Omnes creaturas fratris nomine nuncupabat, frater cinis, soror musca.Tom. Celanosuo discepolo.Acta SS. octobris. Vedi iFiorettidi san Francesco, uno de’ più ingenui libri del nostro Trecento.275.È particolarità notevole nei frati questa venerazione per le opere di Dio, e la custodia delle piante storiche. Abbiamo già accennato l’albero di san Benedetto a Napoli: a Roma si sta volentieri al rezzo di quello ove san Filippo Neri col bello educava alla virtù i giovani del suo Oratorio: ivi pure a Santa Sabina additano un arancio piantato da san Domenico: uno da san Tommaso d’Aquino a Fondi. Se Aristotele o Teofrasto scrivessero ora la storia naturale, non dimenticherebbero queste particolarità.276.Nullo donca oramai più mi riprenda,Se tal amore mi fa pazzo gire.Già non è core che più si difenda...Pensi ciascun come cor non si fenda,Fornace tal come possa patire....Data m’è la sentenzaChe d’amore io sia morto;Già non voglio confortoSe non morir d’amore....Amore, amore, grida tutto il mondo;Amore, amore, ogni cosa clama...Amore, amor, tanto pensar mi fai;Amore, amore, nol posso patire;Amore, amore, tanto mi ti dai;Amore, amore, ben credo morire;Amore, amore, tanto preso m’hai;Amore, amore, fammi in te transire;Amor, dolce languire;Amor mio desioso,Amor mio dilettoso,Annegami d’amore.Amor, amor, Jesù son zonto a porto;Amor, amor, Jesù dammi conforto;Amor, amor, Jesù sì m’ha infiammato;Amor, amor, Jesù io sono morto...Amor, amor, per te sono rapita;Amor, amor, viva, non me dispregia;Amor, amor, l’anima teco unita;Amor, tu sei sua vita,Jam non se po’ partire,Perchè la fai languire,Tanto struggendo amore.277.Ap.Joh. Lucium,De regno Dalmatiæ, pag. 338; eGhirardacci,Storia di Bologna, lib.V.278.Impugnationis arma secum fratres non deferant nisi pro defensione romanæ ecclesiæ, christianæ fidei, vel etiam terræ ipsorum. Cap.VII.279.Guitton d’Arezzo scriveva di san Francesco:Cieco era il mondo, tu failo visare;Lebbroso, hailo mondato;Morto, l’hai suscitato;Sceso ad inferno, failo al ciel montare.Dante ne pone un magnifico elogio in bocca a san Tommaso e san Bonaventura nelXeXIdelParadiso.280.Landulfi SeniorisHistoria Mediolani,II. 27.281.Multa petebant instantia prædicationis auctoritatem sibi confirmari.Stefano di Borbon ap.Giesler, pag. 510.Che il nome di Valdesi derivi da Pietro Valdo, lo smentirebbe il trovarlo in un manoscritto dellaNoble leçondi Cambridge che si suppone del 1100, cioè prima di esso Valdo, ove leggesi in provenzale:Que non vollìa maudire, ni jurar, ni mentire,Ni ahountar, ni ancire, ni prenre de l’autrui,Ni venjar se de li sio ennemie,Illi disent quel és Vaudés, e degne de murir.Forse viene dal tedescowaldforesta. — Cataro in greco vuol direpuro, e forse presero tal nome per la pretesa innocente vita. Sant’Agostino già chiamacataristii Manichei,De hær. Manich.I Tedeschi chiamano ancoraketzergli eretici. —Patarinifuron detti dapati, perchè ostentavano penitenza; o dalpater, che era la loro preghiera. In una costituzione di Federico II leggesi:In exemplum martyrum, qui pro fide catholica marthyria subierunt, Patarenos se nominant, veluti expositos passioni.Ed anche leAssisedi Carlo I portano nel francese d’allora:Li vice de ceaus son coneu par leur anciens nons, et ne veulent mie qu’il soient apelé par leur propres nons, mais s’apellent Patalins par aucune excellence, et entendent que Patalins vaut autant comme chose abandonnée à soufrir passion en l’essemble des martyrs, qui souffrirent torment pour la sainte foy.Con infiniti nomi se ne indicavano le varie sêtte, de’Gazari,Arnaldisti,Giuseppini,Leonisti,Bulgari(da cui ilbougredei Francesi, e ilbolgironde’ Lombardi),Circoncisi,Publicani,Insabbatati,Comisti(che alcuno volle chiamati così da Como),Credenti di Milano,di Bagnolo,di Concorezzo,Vanni,Fursci,Romulari,Carantani....
211.Il barbarobudgetè di origine italiana, derivando dallabolgettao tasca, in cui il massajo o ministro delle finanze portava i conti al parlamento.
211.Il barbarobudgetè di origine italiana, derivando dallabolgettao tasca, in cui il massajo o ministro delle finanze portava i conti al parlamento.
212.Leggi del 10 dicembre 1268, e 21 luglio 1296.
212.Leggi del 10 dicembre 1268, e 21 luglio 1296.
213.È stampato nella storia di Giugurta Tommaso.
213.È stampato nella storia di Giugurta Tommaso.
214.Quosdam montes et nemora quæ sunt circa Panormum, muro fecit lapideo circumcludi, et parcum deliciosum satis et amœnum diversis arboribus insitum et plantatum construi jussit, et in eo damas, capreolos, porcos sylvestres jussit includi: fecit et in hoc parco palatium, ad quod aquam de fonte lucidissimo per condiictus subterraneos jussit adduci.Chron. Salern. inRer. It. Scrip., vol.VII. pag. 194.Ancora la campagna di Palermo è sparsa di guglie (ivi dicono all’arabicagiarre), che sono sfiatatoj degli acquedotti sotterranei fabbricativi al tempo degli emiri, e che ricreano di fontane la città, ed elevano l’acqua anche ai piani superiori delle case.
214.Quosdam montes et nemora quæ sunt circa Panormum, muro fecit lapideo circumcludi, et parcum deliciosum satis et amœnum diversis arboribus insitum et plantatum construi jussit, et in eo damas, capreolos, porcos sylvestres jussit includi: fecit et in hoc parco palatium, ad quod aquam de fonte lucidissimo per condiictus subterraneos jussit adduci.Chron. Salern. inRer. It. Scrip., vol.VII. pag. 194.
Ancora la campagna di Palermo è sparsa di guglie (ivi dicono all’arabicagiarre), che sono sfiatatoj degli acquedotti sotterranei fabbricativi al tempo degli emiri, e che ricreano di fontane la città, ed elevano l’acqua anche ai piani superiori delle case.
215.Un quartiere di Palermo serba tuttora il nome di Papireto. Non è della natura dell’egizio, bensì di quello di Siria, e differisce da quello che germoglia a Siracusa.
215.Un quartiere di Palermo serba tuttora il nome di Papireto. Non è della natura dell’egizio, bensì di quello di Siria, e differisce da quello che germoglia a Siracusa.
216.Nec vero illas palatio adhærentes silentio præterire convenit officinas, ubi in fila, variis distincta coloribus, serum vella tenuantur, et sibi invicem multiplici texendi genere coaptantur. Hinc enim videas amita, damitaque et trimita minori peritia perfici(cioè di uno, due, tre licci):hinc examita(sciamito)uberioris materia condensari: heic diarhodon igneo fulgore visum reverberat; heic diapisti color subviridis intuentium oculos grato blanditur aspectu; hinc exantosmata(a fiori)circulorum varietatibus insignita, majorem quidem artificum industriam et materia ubertatem desiderant, majori nihilominus pretio distrahenda. Multa quidem et alia videas ibi varii coloris ac diversi generis ornamenta, in quibus ex sericis aurum intexitur, et multiformis picturæ varietas, gemmis interlucentibus illustratur. Margaritæ quoque aut integræ cistulis aureis includuntur, aut perforatæ filo tenui connectuntur, et eleganti quadam dispositionis industria, picturati jubentur formam operis exhibere.Ugo Falcando, inRer. It. Scrip., vol.VII.
216.Nec vero illas palatio adhærentes silentio præterire convenit officinas, ubi in fila, variis distincta coloribus, serum vella tenuantur, et sibi invicem multiplici texendi genere coaptantur. Hinc enim videas amita, damitaque et trimita minori peritia perfici(cioè di uno, due, tre licci):hinc examita(sciamito)uberioris materia condensari: heic diarhodon igneo fulgore visum reverberat; heic diapisti color subviridis intuentium oculos grato blanditur aspectu; hinc exantosmata(a fiori)circulorum varietatibus insignita, majorem quidem artificum industriam et materia ubertatem desiderant, majori nihilominus pretio distrahenda. Multa quidem et alia videas ibi varii coloris ac diversi generis ornamenta, in quibus ex sericis aurum intexitur, et multiformis picturæ varietas, gemmis interlucentibus illustratur. Margaritæ quoque aut integræ cistulis aureis includuntur, aut perforatæ filo tenui connectuntur, et eleganti quadam dispositionis industria, picturati jubentur formam operis exhibere.Ugo Falcando, inRer. It. Scrip., vol.VII.
217.Rosario de Gregorio,Discorso intorno alla Sicilia, Palermo 1826.
217.Rosario de Gregorio,Discorso intorno alla Sicilia, Palermo 1826.
218.Romualdi SalernitaniChron. ad1153.
218.Romualdi SalernitaniChron. ad1153.
219.Frammento pubblicato da M. Amari. Parigi 1846.
219.Frammento pubblicato da M. Amari. Parigi 1846.
220.Pellegrini,Ad Falcandum Benevent.ad an. 1140.
220.Pellegrini,Ad Falcandum Benevent.ad an. 1140.
221.Quoscumque viros aut consiliis utiles, aut bello claros compererat, cumulatis eos ad virtutem beneficiis invitabat, transalpinos maxime.Ugo Falcando.
221.Quoscumque viros aut consiliis utiles, aut bello claros compererat, cumulatis eos ad virtutem beneficiis invitabat, transalpinos maxime.Ugo Falcando.
222.Giannone, lib.XI, c. 4.
222.Giannone, lib.XI, c. 4.
223.Dicevasi che costei fosse monaca, e allora se ne sciogliessero i voti:Sorella fu, e così le fu toltaDi capo l’ombra delle sacre bende.Ma poi che pur al mondo fu rivoltaContro suo grado e contro buona usanza,Non fu dal vel del cor giammai disciolta.Dante,Parad.,III.Un cronista la fa zoppa e guercia, mentre Goffredo di Viterbo canta:Sponsa fuit speciosa nimis, Constantia dicta.
223.Dicevasi che costei fosse monaca, e allora se ne sciogliessero i voti:
Sorella fu, e così le fu toltaDi capo l’ombra delle sacre bende.Ma poi che pur al mondo fu rivoltaContro suo grado e contro buona usanza,Non fu dal vel del cor giammai disciolta.Dante,Parad.,III.
Sorella fu, e così le fu toltaDi capo l’ombra delle sacre bende.Ma poi che pur al mondo fu rivoltaContro suo grado e contro buona usanza,Non fu dal vel del cor giammai disciolta.Dante,Parad.,III.
Sorella fu, e così le fu tolta
Di capo l’ombra delle sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta
Contro suo grado e contro buona usanza,
Non fu dal vel del cor giammai disciolta.
Dante,Parad.,III.
Un cronista la fa zoppa e guercia, mentre Goffredo di Viterbo canta:
Sponsa fuit speciosa nimis, Constantia dicta.
Sponsa fuit speciosa nimis, Constantia dicta.
Sponsa fuit speciosa nimis, Constantia dicta.
224.Chr. Placent.Rer. It. Scrip.,XVI.
224.Chr. Placent.Rer. It. Scrip.,XVI.
225.Omnes cœperunt inter se de majoritate contendere, et ad regni solium aspirare.Ricardi S. Germani,Rer. It. Scrip.,VI.
225.Omnes cœperunt inter se de majoritate contendere, et ad regni solium aspirare.Ricardi S. Germani,Rer. It. Scrip.,VI.
226.Hist. Sicula, pag. 252 e seg.
226.Hist. Sicula, pag. 252 e seg.
227.Ruggero Hoveden cronista inglese racconta che il papa pose in testa all’imperatore e all’imperatrice la corona coi piedi, e subito pur coi piedi ne la sbalzò, per significare la sua autorità di dare e togliere i regni. Ha poco del probabile.Il giuramento era:Ego N. futurus imperator, juro me servaturum Romanis bonas consuetudines, et firmo chartas totius generis et libelli sine fraude et malo ingenio. Sic me Deus adjuvet et hæc sancta Evangelia.Le cerimonie della coronazione sono descritte dal cardinale Cencio, che poi fu papa Onorio III, e ch’era stato presente alla coronazione di Enrico; e furono pubblicate daPertz,Monum. germ. hist., tom.IV. p. 187.
227.Ruggero Hoveden cronista inglese racconta che il papa pose in testa all’imperatore e all’imperatrice la corona coi piedi, e subito pur coi piedi ne la sbalzò, per significare la sua autorità di dare e togliere i regni. Ha poco del probabile.
Il giuramento era:Ego N. futurus imperator, juro me servaturum Romanis bonas consuetudines, et firmo chartas totius generis et libelli sine fraude et malo ingenio. Sic me Deus adjuvet et hæc sancta Evangelia.Le cerimonie della coronazione sono descritte dal cardinale Cencio, che poi fu papa Onorio III, e ch’era stato presente alla coronazione di Enrico; e furono pubblicate daPertz,Monum. germ. hist., tom.IV. p. 187.
228.Imperium in hoc non mediocriter dehonestavit.Otto de S. Blasio, pag. 889.
228.Imperium in hoc non mediocriter dehonestavit.Otto de S. Blasio, pag. 889.
229.Imperator ipse regnum intrat, papa prohibente et contradicente.Ricardi S. Germani, pag. 972.
229.Imperator ipse regnum intrat, papa prohibente et contradicente.Ricardi S. Germani, pag. 972.
230.Il marco di Colonia pesa gramme 233.87. Il franco contiene gramme 41⁄2di fino; sicchè il marco di Colonia vale fr. 51.97. Dunque centomila marchi fanno franchi 5,197,100. In Sicilia correvano glischifati, moneta greca, detta così perchè formati a barca. Una col nome di Guglielmo II in arabo, pesa 16 grani d’oro fino, sicchè oggi varrebbe franchi 2.88. Altra moneta siciliana erano itarì, dei quali, sul fine delXIIsecolo, si tagliavano 24 da un’oncia d’oro, cioè pesavano gramme 0.8792, valenti oggi franchi 2.63. Poco dopo se ne tagliavano 291⁄2, e spesso il peso variò; giacchè l’impronta garantiva il titolo, ma del resto si contrattavano a peso.
230.Il marco di Colonia pesa gramme 233.87. Il franco contiene gramme 41⁄2di fino; sicchè il marco di Colonia vale fr. 51.97. Dunque centomila marchi fanno franchi 5,197,100. In Sicilia correvano glischifati, moneta greca, detta così perchè formati a barca. Una col nome di Guglielmo II in arabo, pesa 16 grani d’oro fino, sicchè oggi varrebbe franchi 2.88. Altra moneta siciliana erano itarì, dei quali, sul fine delXIIsecolo, si tagliavano 24 da un’oncia d’oro, cioè pesavano gramme 0.8792, valenti oggi franchi 2.63. Poco dopo se ne tagliavano 291⁄2, e spesso il peso variò; giacchè l’impronta garantiva il titolo, ma del resto si contrattavano a peso.
231.Omne aurum et argentum, quod de regno ad manus habere potuit, congregavit, et in Alemanniam misit.Chron. Fossæ Novæ, pag. 880. VediOtto de S. Blasio, pag. 897.
231.Omne aurum et argentum, quod de regno ad manus habere potuit, congregavit, et in Alemanniam misit.Chron. Fossæ Novæ, pag. 880. VediOtto de S. Blasio, pag. 897.
232.Le cronache raccontano le precauzioni con cui essa ne dimostrò ai popoli la realità: il papa stesso dovette intervenirvi, e le fece dar giuramento che quel figlio era procreato da Enrico.
232.Le cronache raccontano le precauzioni con cui essa ne dimostrò ai popoli la realità: il papa stesso dovette intervenirvi, e le fece dar giuramento che quel figlio era procreato da Enrico.
233.Fazelli,Storia di Sicilia, lib.VIII. c. 1.
233.Fazelli,Storia di Sicilia, lib.VIII. c. 1.
234.Nella rotta data in Sicilia a Markwaldo si trovò il testamento di Enrico VI, ove imponeva a Federico suo figlio di riconoscere dal papa il regno di Sicilia, il quale tornasse alla Chiesa qualora mancassero eredi; se il papa confermasse al figlio l’Impero, ne fosse ricompensato col restituirgli tutta l’eredità della contessa Matilde; Markwaldo riconosca dal papa e dalla Chiesa il ducato di Ravenna, la terra di Bertinoro, la marca d’Ancona, Medicina e Argelata sul Bolognese, i quali ricadano alla Chiesa s’egli muore senza eredi. Il testamento è stampato dal Muratori.Giovanni da Ceccano esclama: — È pur morto quel leone feroce, quel lupo sterminatore delle agnelle, quell’orrido serpente che tanti immolò. Apuli, Calabri, Toscani, Liguri, tutti i popoli partecipano alla gioja del sommo pontefice, ed esultano di vedersi finalmente liberati dal tiranno che la mano di Dio colpì». E Ottone di San Biagio: — I Tedeschi devono eternamente deplorare il lamentabile fine dell’imperatore Enrico, perchè egli arricchì la Germania e la rese terror delle nazioni. Col coraggio e l’abilità avrebbe rimesso l’impero romano nel primitivo splendore se morte nol preveniva».
234.Nella rotta data in Sicilia a Markwaldo si trovò il testamento di Enrico VI, ove imponeva a Federico suo figlio di riconoscere dal papa il regno di Sicilia, il quale tornasse alla Chiesa qualora mancassero eredi; se il papa confermasse al figlio l’Impero, ne fosse ricompensato col restituirgli tutta l’eredità della contessa Matilde; Markwaldo riconosca dal papa e dalla Chiesa il ducato di Ravenna, la terra di Bertinoro, la marca d’Ancona, Medicina e Argelata sul Bolognese, i quali ricadano alla Chiesa s’egli muore senza eredi. Il testamento è stampato dal Muratori.
Giovanni da Ceccano esclama: — È pur morto quel leone feroce, quel lupo sterminatore delle agnelle, quell’orrido serpente che tanti immolò. Apuli, Calabri, Toscani, Liguri, tutti i popoli partecipano alla gioja del sommo pontefice, ed esultano di vedersi finalmente liberati dal tiranno che la mano di Dio colpì». E Ottone di San Biagio: — I Tedeschi devono eternamente deplorare il lamentabile fine dell’imperatore Enrico, perchè egli arricchì la Germania e la rese terror delle nazioni. Col coraggio e l’abilità avrebbe rimesso l’impero romano nel primitivo splendore se morte nol preveniva».
235.Ricardi S. Germani, pag. 978.
235.Ricardi S. Germani, pag. 978.
236.A Verona v’ha questo epitafio lambiccato:Luca dedit lucem tibi Luci, pontificatumOstia, papatum Roma, Verona mori;Immo Verona dedit lucis tibi gaudia, RomaExilium, curas Ostia, Luca mori.
236.A Verona v’ha questo epitafio lambiccato:
Luca dedit lucem tibi Luci, pontificatumOstia, papatum Roma, Verona mori;Immo Verona dedit lucis tibi gaudia, RomaExilium, curas Ostia, Luca mori.
Luca dedit lucem tibi Luci, pontificatumOstia, papatum Roma, Verona mori;Immo Verona dedit lucis tibi gaudia, RomaExilium, curas Ostia, Luca mori.
Luca dedit lucem tibi Luci, pontificatum
Ostia, papatum Roma, Verona mori;
Immo Verona dedit lucis tibi gaudia, Roma
Exilium, curas Ostia, Luca mori.
237.In qua plus timebatur ipse quam papa. Gesta Innocentii III, § 8.
237.In qua plus timebatur ipse quam papa. Gesta Innocentii III, § 8.
238.Scossa dal tremuoto del 1319, fu poi demolita sotto Urbano III.
238.Scossa dal tremuoto del 1319, fu poi demolita sotto Urbano III.
239.Vedi il 2º e l’8º can. del IV concilio Lateranesede probatione.
239.Vedi il 2º e l’8º can. del IV concilio Lateranesede probatione.
240.Antonio Vitale scrisse laStoria de’ senatori di Roma: ma è opera che meriterebbe essere rifatta. La storia di Roma fu sempre confusa con quella dei papi.
240.Antonio Vitale scrisse laStoria de’ senatori di Roma: ma è opera che meriterebbe essere rifatta. La storia di Roma fu sempre confusa con quella dei papi.
241.Il testo della lega Toscana fu pubblicato da Scipione Ammirato juniore nellaStoria dei conti Guidi.
241.Il testo della lega Toscana fu pubblicato da Scipione Ammirato juniore nellaStoria dei conti Guidi.
242.Suppositus partus, quod testibus adstruere promittebat. Gesta Innocentii III, § 23.
242.Suppositus partus, quod testibus adstruere promittebat. Gesta Innocentii III, § 23.
243.Ce lo racconta il francese Villehardouin, che v’assisteva in persona. A Paolo Ramusio il giovane, figlio del cosmografo Giovan Battista, il senato veneto diede incarico di tradurre in latino la storia della conquista di Costantinopoli di esso Villehardouin. Esso svolse altre memorie intorno a que’ fatti, e in sedici anni formò l’operaDe bello Constantinopolitano, finita il 1573, ma stampata solo nel 1609.
243.Ce lo racconta il francese Villehardouin, che v’assisteva in persona. A Paolo Ramusio il giovane, figlio del cosmografo Giovan Battista, il senato veneto diede incarico di tradurre in latino la storia della conquista di Costantinopoli di esso Villehardouin. Esso svolse altre memorie intorno a que’ fatti, e in sedici anni formò l’operaDe bello Constantinopolitano, finita il 1573, ma stampata solo nel 1609.
244.Fu allora che i Veneziani acquistarono i cavalli di Lisippo, che ornano ora il pronao di San Marco. Narra il Sanuto che nel trasportarli a Venezia si spezzò la gamba di un cavallo: Domenico Morosini, che comandava il vascello di trasporto, impetrò di conservarla come un ricordo; e il consiglio assentì, e ne fece mettere una nuova,ed io ho veduto il detto piede. Questo fatto sfuggì ai descrittori di quel trofeo di tante vittorie.
244.Fu allora che i Veneziani acquistarono i cavalli di Lisippo, che ornano ora il pronao di San Marco. Narra il Sanuto che nel trasportarli a Venezia si spezzò la gamba di un cavallo: Domenico Morosini, che comandava il vascello di trasporto, impetrò di conservarla come un ricordo; e il consiglio assentì, e ne fece mettere una nuova,ed io ho veduto il detto piede. Questo fatto sfuggì ai descrittori di quel trofeo di tante vittorie.
245.Allora Cremona spedì mille persone per arricchirsi delle spoglie di Costantinopoli, come mandò una gran nave sotto Acri.
245.Allora Cremona spedì mille persone per arricchirsi delle spoglie di Costantinopoli, come mandò una gran nave sotto Acri.
246.Sandi,Storia civile, pag. 620.
246.Sandi,Storia civile, pag. 620.
247.I patti per la imposta di Costantinopoli, stipulati nel marzo 1204 fra la Signoria veneta da una parte, e dall’altra il marchese Bonifazio di Monferrato e i conti di Fiandra, di Blois, di San Paolo, sono stampati neiMonum. Hist. patriæ, Chart.I. 1109, dove pure la cessione che esso Bonifazio fa ai Veneziani dell’isola di Creta e d’altre terre in Levante.
247.I patti per la imposta di Costantinopoli, stipulati nel marzo 1204 fra la Signoria veneta da una parte, e dall’altra il marchese Bonifazio di Monferrato e i conti di Fiandra, di Blois, di San Paolo, sono stampati neiMonum. Hist. patriæ, Chart.I. 1109, dove pure la cessione che esso Bonifazio fa ai Veneziani dell’isola di Creta e d’altre terre in Levante.
248.Decretum venetumap.Canciani, v. 124.
248.Decretum venetumap.Canciani, v. 124.
249.La lettera d’Innocenzo III è importantissima per conoscere le pretensioni e il modo di vedere della santa Sede.Regesta Imperii, nota 20 e seg.
249.La lettera d’Innocenzo III è importantissima per conoscere le pretensioni e il modo di vedere della santa Sede.Regesta Imperii, nota 20 e seg.
250.Nel 1160 Uguccione, vescovo di Vercelli, con un legno che teneva in mano, investe gli uomini di Biella del monte Piazzo come feudo, a patto che quei di loro che vogliano abitarvi devano ciascuno far fedeltà a maniera di vassallo; poi maschi e femmine possiedano essa terra finchè vivono, indi abbiano podestà di venderla tra sè, ma non a chi non sia abitante di esso luogo. Il vescovo permette che godano in esso monte i buoni usi che godevano da antico in Biella (omnibus bonis usis, quos erant usi habere in loco Bugelle in veteri tempore); onde rimette i bandi che egli soleva avere in essa Biella, salvo i seguenti: spergiuro, adulterio, furto, omicidio o ferita, pesche e caccie. Essi uomini devano salire quel monte, edificarvi, non impedire che il vescovo vi salga con suo seguito; ma egli non vi porrà castellano se non con loro consenso.Mullatera,St. di Biella, pag. 36.Bongiovanni, nunzio del vescovo di Vercelli, imponeva che i possessori di un tal manso portassero ogni anno i rami di olivo per la domenica delle Palme, e metà del crisma, ed empissero metà delle fonti; e quei dell’altro, portassero l’altra metà del crisma, ed empissero il resto delle fonti, e facessero il fuoco a Natale e a Santo Stefano, e scuotesserlo alla Candelara e al sabbato santo.Monum. Hist. patriæ, Chart.II. 1294.Gualterio vescovo di Luni nel 1200 questi patti faceva agli uomini di sua giurisdizione. Se molti siano consorti in un villaggio, ed uno o più facciano tradimento, sieno privati d’esso villaggio, ed aprasi ai loro eredi; o se non n’abbiano, vi sottentrino i consorti. Se alcuno tardi due anni il fitto o livello, paghi il doppio, oppure sia privato dell’ente per cui paga. Nessuno acquisti casa o campo o vigna senza istromento. Se alcuno depone querela contro un altro, anticipi quattro lire imperiali al giudice o ai consoli; e questi non ricevano più di sedici denari per lira, da pagarsi da chi perde la causa. Così determina il prezzo degli atti notarili. Se alcuno mena moglie, non dia come antefatto più d’un terzo della dote. Nessuna vedova si mariti durante il lutto, ecc.Ivi, 1203.
250.Nel 1160 Uguccione, vescovo di Vercelli, con un legno che teneva in mano, investe gli uomini di Biella del monte Piazzo come feudo, a patto che quei di loro che vogliano abitarvi devano ciascuno far fedeltà a maniera di vassallo; poi maschi e femmine possiedano essa terra finchè vivono, indi abbiano podestà di venderla tra sè, ma non a chi non sia abitante di esso luogo. Il vescovo permette che godano in esso monte i buoni usi che godevano da antico in Biella (omnibus bonis usis, quos erant usi habere in loco Bugelle in veteri tempore); onde rimette i bandi che egli soleva avere in essa Biella, salvo i seguenti: spergiuro, adulterio, furto, omicidio o ferita, pesche e caccie. Essi uomini devano salire quel monte, edificarvi, non impedire che il vescovo vi salga con suo seguito; ma egli non vi porrà castellano se non con loro consenso.Mullatera,St. di Biella, pag. 36.
Bongiovanni, nunzio del vescovo di Vercelli, imponeva che i possessori di un tal manso portassero ogni anno i rami di olivo per la domenica delle Palme, e metà del crisma, ed empissero metà delle fonti; e quei dell’altro, portassero l’altra metà del crisma, ed empissero il resto delle fonti, e facessero il fuoco a Natale e a Santo Stefano, e scuotesserlo alla Candelara e al sabbato santo.Monum. Hist. patriæ, Chart.II. 1294.
Gualterio vescovo di Luni nel 1200 questi patti faceva agli uomini di sua giurisdizione. Se molti siano consorti in un villaggio, ed uno o più facciano tradimento, sieno privati d’esso villaggio, ed aprasi ai loro eredi; o se non n’abbiano, vi sottentrino i consorti. Se alcuno tardi due anni il fitto o livello, paghi il doppio, oppure sia privato dell’ente per cui paga. Nessuno acquisti casa o campo o vigna senza istromento. Se alcuno depone querela contro un altro, anticipi quattro lire imperiali al giudice o ai consoli; e questi non ricevano più di sedici denari per lira, da pagarsi da chi perde la causa. Così determina il prezzo degli atti notarili. Se alcuno mena moglie, non dia come antefatto più d’un terzo della dote. Nessuna vedova si mariti durante il lutto, ecc.Ivi, 1203.
251.Lupo,Cod. diplom., tom.II, passim;Ronchetti,Mem. stor. della città e chiesa di Bergamo, cap.IV. p. 27.
251.Lupo,Cod. diplom., tom.II, passim;Ronchetti,Mem. stor. della città e chiesa di Bergamo, cap.IV. p. 27.
252.Et sic civitas Mediolani, quæ territorio trium milliariorum extra civitatem contenta fuerat, longe lateque alas suas expandit. Nam ducatus Burgariæ, marchionatus Marthexanæ, comitatus Seprii, comitatus Parabiagi, et comitatus Leuci, qui omnes quasi domestici inimici terram istam semper invaserant...., facti sunt subjecti et servi perpetui civitatis Mediolani.Galv. Fiamma, Manip. florum.
252.Et sic civitas Mediolani, quæ territorio trium milliariorum extra civitatem contenta fuerat, longe lateque alas suas expandit. Nam ducatus Burgariæ, marchionatus Marthexanæ, comitatus Seprii, comitatus Parabiagi, et comitatus Leuci, qui omnes quasi domestici inimici terram istam semper invaserant...., facti sunt subjecti et servi perpetui civitatis Mediolani.Galv. Fiamma, Manip. florum.
253.Breve istoria dell’origine e fondazione della città del Borgo di Sansepolcro, perAlessandro Goracci, 1636. Gli storici del secoloXVIeXVIInon intendono nulla degli ordinamenti municipali; pure aveano sottocchio carte che poi si smarrirono, e tradizioni non ancora spente. In tutti vedi una città che si redime dai conti, compra privilegi dagli imperatori, abbatte i castellani vicini, i quali poi venuti in città, vi portano resìe.
253.Breve istoria dell’origine e fondazione della città del Borgo di Sansepolcro, perAlessandro Goracci, 1636. Gli storici del secoloXVIeXVIInon intendono nulla degli ordinamenti municipali; pure aveano sottocchio carte che poi si smarrirono, e tradizioni non ancora spente. In tutti vedi una città che si redime dai conti, compra privilegi dagli imperatori, abbatte i castellani vicini, i quali poi venuti in città, vi portano resìe.
254.Et nunc iste comes, consors et conscius ante,Ille potens princeps, sub quo romana securisItalice punire reos, de more vetusto,Debuit injustitiæ, victrici cogitur urbiEt modicus servire cliens, nulloque relictoJure sibi, dominicæ metuit mandata superbæ.Guntero, lib.III.
254.
Et nunc iste comes, consors et conscius ante,Ille potens princeps, sub quo romana securisItalice punire reos, de more vetusto,Debuit injustitiæ, victrici cogitur urbiEt modicus servire cliens, nulloque relictoJure sibi, dominicæ metuit mandata superbæ.Guntero, lib.III.
Et nunc iste comes, consors et conscius ante,Ille potens princeps, sub quo romana securisItalice punire reos, de more vetusto,Debuit injustitiæ, victrici cogitur urbiEt modicus servire cliens, nulloque relictoJure sibi, dominicæ metuit mandata superbæ.Guntero, lib.III.
Et nunc iste comes, consors et conscius ante,
Ille potens princeps, sub quo romana securis
Italice punire reos, de more vetusto,
Debuit injustitiæ, victrici cogitur urbi
Et modicus servire cliens, nulloque relicto
Jure sibi, dominicæ metuit mandata superbæ.
Guntero, lib.III.
255.NeiMonum. Hist. patriæ, Chart.I. 708. 807. 865. 910.
255.NeiMonum. Hist. patriæ, Chart.I. 708. 807. 865. 910.
256.Bertoldus princeps Aquilejæ est amicatus cum Paduanis, et factus est paduanus civis; et in cittadinantiæ firmitatem et signum fecit de sua camera quædam in Padua ædificari palatia, et se poni fecit cum aliis civibus Paduæ in coltam sive datiam. Tunc quoque incepit mittere, et adhuc mittit hodie omni anno de suis melioribus militibus duodecim, qui jurant, in principio potestariæ cujuslibet, præcepta et sequentia potestatis pro domino patriarca et suis. Quod videns feltrensis et belunensis episcopus, fecit et ipse similiter, non tamen in quantitate eadem.Rolandino.
256.Bertoldus princeps Aquilejæ est amicatus cum Paduanis, et factus est paduanus civis; et in cittadinantiæ firmitatem et signum fecit de sua camera quædam in Padua ædificari palatia, et se poni fecit cum aliis civibus Paduæ in coltam sive datiam. Tunc quoque incepit mittere, et adhuc mittit hodie omni anno de suis melioribus militibus duodecim, qui jurant, in principio potestariæ cujuslibet, præcepta et sequentia potestatis pro domino patriarca et suis. Quod videns feltrensis et belunensis episcopus, fecit et ipse similiter, non tamen in quantitate eadem.Rolandino.
257.Savioli,Ann. bologn.,I. dipl.CLVI.
257.Savioli,Ann. bologn.,I. dipl.CLVI.
258.Dalle storie bolognesi ricaviamo che nel 1123 i consoli col vescovo ricevono in protezione i castelli di Rudiliano, Sanguineta, Cavriglia; nel 1131 quei di Nonantola come cittadini d’una delle quattro porte, ed essi giurano fare due spedizioni all’anno fin ai confini, una con cavalli, l’altra pedoni; nel 1144 quei di Savignano e Cetola si fanno cittadini, cedendo la rôcca e la curia; nel 1157 quei di Monteveglio, Moreto, Caneto giurano, obbligandosi militare pei Bolognesi anche contro l’Impero; nel 1164 i castelli di Bedolo, Battidizio, Gesso, Trifane giurano obbedienza al popolo maggiore e minore di Bologna, e pagargli il fitto e il feudo ecc.
258.Dalle storie bolognesi ricaviamo che nel 1123 i consoli col vescovo ricevono in protezione i castelli di Rudiliano, Sanguineta, Cavriglia; nel 1131 quei di Nonantola come cittadini d’una delle quattro porte, ed essi giurano fare due spedizioni all’anno fin ai confini, una con cavalli, l’altra pedoni; nel 1144 quei di Savignano e Cetola si fanno cittadini, cedendo la rôcca e la curia; nel 1157 quei di Monteveglio, Moreto, Caneto giurano, obbligandosi militare pei Bolognesi anche contro l’Impero; nel 1164 i castelli di Bedolo, Battidizio, Gesso, Trifane giurano obbedienza al popolo maggiore e minore di Bologna, e pagargli il fitto e il feudo ecc.
259.«Et che nullo nobile.... undunque sia, possa u debbia in alcuna cauza criminale in alcuna Corte contro alcuno di popolo rendere testimonia, e se la rendrà la testimonia non vaglia, ne tegna ipso jure, et nondimeno sia condannato dal capitano del populo da lireX. in lireCad suo arbitrio,Statuti di Pisa, ms. § 162. — Et che nullo nobile della cita di Pisa u daltronde, ad tempo d’alcuno romore, durante lo romore ardisca u presuma d’escire con arme u sensa arme della casa in de la quale elli abita sotto pena del avere et della persona ad arbitrio del capitano.Ivi, § 165».Con bel decreto, dato da Parma il luglio 1226, Federico II manda suo podestà alla ghibellina Pavia Villano Aldighieri di Ferrara, perchè severamente mantenga la concordia fra’ cittadini: a tal uopo ordina si sciolga qualunque società di popolani o di militi; nè gli uni nè gli altri abbiano podestà o consoli speciali, ma vengano tutti governati dal rettore del Comune, dal quale solo dipendano gli armati; statuarj, consiglieri, uffiziali sieno eletti come faceasi da dieci anni in poi; annullata la libertà dai militi data ad alcuni borghi od abitanti del distretto; non si ponga ostacolo al portar vittovaglie in città; non si faccia adunanza di nobili o di popolo a suon di campana; bando e infamia a chi contraffà.
259.«Et che nullo nobile.... undunque sia, possa u debbia in alcuna cauza criminale in alcuna Corte contro alcuno di popolo rendere testimonia, e se la rendrà la testimonia non vaglia, ne tegna ipso jure, et nondimeno sia condannato dal capitano del populo da lireX. in lireCad suo arbitrio,Statuti di Pisa, ms. § 162. — Et che nullo nobile della cita di Pisa u daltronde, ad tempo d’alcuno romore, durante lo romore ardisca u presuma d’escire con arme u sensa arme della casa in de la quale elli abita sotto pena del avere et della persona ad arbitrio del capitano.Ivi, § 165».
Con bel decreto, dato da Parma il luglio 1226, Federico II manda suo podestà alla ghibellina Pavia Villano Aldighieri di Ferrara, perchè severamente mantenga la concordia fra’ cittadini: a tal uopo ordina si sciolga qualunque società di popolani o di militi; nè gli uni nè gli altri abbiano podestà o consoli speciali, ma vengano tutti governati dal rettore del Comune, dal quale solo dipendano gli armati; statuarj, consiglieri, uffiziali sieno eletti come faceasi da dieci anni in poi; annullata la libertà dai militi data ad alcuni borghi od abitanti del distretto; non si ponga ostacolo al portar vittovaglie in città; non si faccia adunanza di nobili o di popolo a suon di campana; bando e infamia a chi contraffà.
260.Statut., lib.III. c. 168. 169. Lo statuto 170,de cerna potentium, fa il catalogo delle famiglie nobili,ne sub velamine popularium defendantur.
260.Statut., lib.III. c. 168. 169. Lo statuto 170,de cerna potentium, fa il catalogo delle famiglie nobili,ne sub velamine popularium defendantur.
261.Croniche,IV. 78. — Ai Guelfi rende giustizia persino Voltaire, dicendo che l’imperatorevoulait régner sur l’Italie sans borne et sans partage(Essai, cap. 66); e chiama i Guelfipartisans de la papauté, et encore plus de la liberté(cap. 52). Guelfi e Ghibellini erano come i Tories e Whigs dell’odierna Inghilterra; bisogna essere di quel partito, e conservarlo quand’anche cambia; i Tories del 1843 fecero tutto quello che voleano i Whigs nel 1830. Così i Guelfi di Firenze divengono fautori dell’Impero e nemici del papa; non cambiano nome, ma diconsibianchi e neri; Dante era guelfo, come testè fu tory Roberto Peel.Vedi il trattato di Bártolo sui Guelfi e Ghibellini. Una storia de’ Guelfi e Ghibellini nostri sarebbe la più bella spiegazione delle vicende italiane.
261.Croniche,IV. 78. — Ai Guelfi rende giustizia persino Voltaire, dicendo che l’imperatorevoulait régner sur l’Italie sans borne et sans partage(Essai, cap. 66); e chiama i Guelfipartisans de la papauté, et encore plus de la liberté(cap. 52). Guelfi e Ghibellini erano come i Tories e Whigs dell’odierna Inghilterra; bisogna essere di quel partito, e conservarlo quand’anche cambia; i Tories del 1843 fecero tutto quello che voleano i Whigs nel 1830. Così i Guelfi di Firenze divengono fautori dell’Impero e nemici del papa; non cambiano nome, ma diconsibianchi e neri; Dante era guelfo, come testè fu tory Roberto Peel.
Vedi il trattato di Bártolo sui Guelfi e Ghibellini. Una storia de’ Guelfi e Ghibellini nostri sarebbe la più bella spiegazione delle vicende italiane.
262.NelleMemorie e documenti per servire alla storia di Lucca, vol.III. p. 47, leggesi:Orlandinus notarius, filius domini Lanfranchi, et Chele filius Lamberti, sindici et procuratores hominum partis guelfæ, eorum terræ.... volentes se et alios eorum partis ab erroris tramite revocare, et Lucanam civitatem recognoscere tamquam eorum matrem, et ad hoc ut tota provincia vallis Neubulæ(val di Nievole)bonum statum sortiatur, promiserunt et concenerunt... quod ipsi et alii eorum partis guelfæ de dictis communitatibus perpetuo erunt in devotione Lucani communis etc.In Milano il colore de’ Guelfi era il bianco, de’ Ghibellini il rosso. In Valtellina i Guelfi portavano piume bianche alla tempia destra e un fiore all’orecchio destro; i Ghibellini piume rosse o un fiore alla sinistra. Tutti i palazzi di Firenze hanno merli quadrati, eccetto uno. Brescia nel 1212 avea tre podestà, eletti da tre fazioni.
262.NelleMemorie e documenti per servire alla storia di Lucca, vol.III. p. 47, leggesi:Orlandinus notarius, filius domini Lanfranchi, et Chele filius Lamberti, sindici et procuratores hominum partis guelfæ, eorum terræ.... volentes se et alios eorum partis ab erroris tramite revocare, et Lucanam civitatem recognoscere tamquam eorum matrem, et ad hoc ut tota provincia vallis Neubulæ(val di Nievole)bonum statum sortiatur, promiserunt et concenerunt... quod ipsi et alii eorum partis guelfæ de dictis communitatibus perpetuo erunt in devotione Lucani communis etc.
In Milano il colore de’ Guelfi era il bianco, de’ Ghibellini il rosso. In Valtellina i Guelfi portavano piume bianche alla tempia destra e un fiore all’orecchio destro; i Ghibellini piume rosse o un fiore alla sinistra. Tutti i palazzi di Firenze hanno merli quadrati, eccetto uno. Brescia nel 1212 avea tre podestà, eletti da tre fazioni.
263.Vedasi in capo ai vol.IeIIdeiMonumenta historica ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia(Parma 1857) un discorso del cav. Ronchini, che dà la storia civile del paese. L’ultimo degli statuti di Parma, stampati nel 1858, è tale:Nullus de civitate vel episcopatu Parmæ de cetero contrahat aliquam parentelam vel matrimonium cum aliquo vel cum aliqua, qui vel quæ non sit de parte Ecclesiæ: nec aliquis sit mediator nec proxeneta nec relator verborum aliquorum dictæ parentelæ faciendæ, nec testis, nec instrumentum celebret seu scribat, nec promissionem, nec securitatem, nec tractatum faciat, vel recipiat ullo modo alicujus parentelæ faciendæ, in aliquo tempore. Et si aliqua promissio vel securitas facta est de aliqua parentela facienda, sit nullius momenti. Et si qui vel si qua de cetero contra prædicta vel aliquod prædictorum fecerit vel facere præsumserit, in tantum puniatur. Mediator vero, sive proxeneta puniatur in trecentis libris parm.; et testis in trecentis libris parm., et tabellio puniatur in tantumdem, et perpetuo ab officio notariatus sit remotus: fratres nihilominus mulierum, si patrem mulier non habet, in mille libris parm. quilibet puniantur.
263.Vedasi in capo ai vol.IeIIdeiMonumenta historica ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia(Parma 1857) un discorso del cav. Ronchini, che dà la storia civile del paese. L’ultimo degli statuti di Parma, stampati nel 1858, è tale:Nullus de civitate vel episcopatu Parmæ de cetero contrahat aliquam parentelam vel matrimonium cum aliquo vel cum aliqua, qui vel quæ non sit de parte Ecclesiæ: nec aliquis sit mediator nec proxeneta nec relator verborum aliquorum dictæ parentelæ faciendæ, nec testis, nec instrumentum celebret seu scribat, nec promissionem, nec securitatem, nec tractatum faciat, vel recipiat ullo modo alicujus parentelæ faciendæ, in aliquo tempore. Et si aliqua promissio vel securitas facta est de aliqua parentela facienda, sit nullius momenti. Et si qui vel si qua de cetero contra prædicta vel aliquod prædictorum fecerit vel facere præsumserit, in tantum puniatur. Mediator vero, sive proxeneta puniatur in trecentis libris parm.; et testis in trecentis libris parm., et tabellio puniatur in tantumdem, et perpetuo ab officio notariatus sit remotus: fratres nihilominus mulierum, si patrem mulier non habet, in mille libris parm. quilibet puniantur.
264.Non s’attien fede nè a comun nè a parte,Chè Guelfo e GhibellinoVeggio andar pellegrino,E dal principe suo esser deserto.Misera Italia! tu l’hai bene espertoChe in te non è latinoChe non strugga il vicinoQuando per forza e quando per mal arte.Graziolo, cancelliere bolognese nel 1220.Ed ora in te non stanno senza guerraLi vivi tuoi, e l’un l’altro si rodeDi quei che un muro ed una fossa serra.Cerca, misera, intorno dalle prodeLe tue marine, e poi ti guarda in senoSe alcuna parte in te di pace gode.Dante,Purg.,VI.Benchè non fossero costanti nel parteggiare, offriamo alquanti dei nomi che assumeano le fazioni in varie città:GuelfiGhibelliniMilanoTorrianiViscontiFirenzeNeriBianchiArezzoVerdiSecchiGenovaRampiniMascheratiGrimaldi e FieschiDoria e SpinolaComoVitaniRuscaPistojaCancellieriPanciatichiModenaAigoniGrasolfiBolognaScacchesi (Geremei)Maltraversi (Lambertazzi)VeronaSan BonifazioTegioPiacenzaCattaneiLandiPisaPergolini (Visconti)Raspanti (Conti)RomaOrsiniSavelliSienaTolomeiSalimbeniOrvietoMalcoriniBeffatiAstiSolariRotariA Roma i due fratelli Stefano e Sciarra Colonna erano capi, uno dei Guelfi, l’altro de’ Ghibellini. Inoltre erano emuli nelle varie città, senza star saldi a una parte sola, Beccaria e Langosco in Pavia; Tornielli e Cavalazzi o Brusati in Novara; in Ferrara Salinguerra e Adelardi; in Vercelli Avvocati e Tizzoni; in Lodi, Vignati e Vistarini; in Genova, Doria e Adorni; in Asti, Isnardi e Gottuari; in Perugia, Oddi e Baglioni; in Bergamo, Suardi e Colleoni, Bongi e Rivoli; in Brescia, Casalalta e Bruzella; in Perugia, Bettona, Assisi la parte di sopra e quella di sotto; in Padova, Carrara e Macaruffo; in Sicilia, Palizzi, Alagona, Ventimiglia, Chiaramonti; in Ravenna, Polenta e Bagnacavallo; in Imola, Mendoli e Brizi; in Faenza, Manfredi e Acarisi; in Rimini, Gambacari e Amadei; in Forlì, Ordelaffi e Galboli; in Cesena, Righizzi e Popolo; in Sangeminiano, Ardinghelli e Salvucci; in Sansepolcro, Graziani e Goracci contro Pichi e Righi; in Acqui, i Blesi e i Bellingeri.... A Savigliano erano ghibellini i Cambiano, i Soleri, i Galateri; in Alba, capi dei Guelfi i Graffagnini; e così via.
264.
Non s’attien fede nè a comun nè a parte,Chè Guelfo e GhibellinoVeggio andar pellegrino,E dal principe suo esser deserto.Misera Italia! tu l’hai bene espertoChe in te non è latinoChe non strugga il vicinoQuando per forza e quando per mal arte.Graziolo, cancelliere bolognese nel 1220.Ed ora in te non stanno senza guerraLi vivi tuoi, e l’un l’altro si rodeDi quei che un muro ed una fossa serra.Cerca, misera, intorno dalle prodeLe tue marine, e poi ti guarda in senoSe alcuna parte in te di pace gode.Dante,Purg.,VI.
Non s’attien fede nè a comun nè a parte,Chè Guelfo e GhibellinoVeggio andar pellegrino,E dal principe suo esser deserto.Misera Italia! tu l’hai bene espertoChe in te non è latinoChe non strugga il vicinoQuando per forza e quando per mal arte.Graziolo, cancelliere bolognese nel 1220.
Non s’attien fede nè a comun nè a parte,
Chè Guelfo e Ghibellino
Veggio andar pellegrino,
E dal principe suo esser deserto.
Misera Italia! tu l’hai bene esperto
Che in te non è latino
Che non strugga il vicino
Quando per forza e quando per mal arte.
Graziolo, cancelliere bolognese nel 1220.
Ed ora in te non stanno senza guerraLi vivi tuoi, e l’un l’altro si rodeDi quei che un muro ed una fossa serra.Cerca, misera, intorno dalle prodeLe tue marine, e poi ti guarda in senoSe alcuna parte in te di pace gode.Dante,Purg.,VI.
Ed ora in te non stanno senza guerra
Li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
Di quei che un muro ed una fossa serra.
Cerca, misera, intorno dalle prode
Le tue marine, e poi ti guarda in seno
Se alcuna parte in te di pace gode.
Dante,Purg.,VI.
Benchè non fossero costanti nel parteggiare, offriamo alquanti dei nomi che assumeano le fazioni in varie città:
A Roma i due fratelli Stefano e Sciarra Colonna erano capi, uno dei Guelfi, l’altro de’ Ghibellini. Inoltre erano emuli nelle varie città, senza star saldi a una parte sola, Beccaria e Langosco in Pavia; Tornielli e Cavalazzi o Brusati in Novara; in Ferrara Salinguerra e Adelardi; in Vercelli Avvocati e Tizzoni; in Lodi, Vignati e Vistarini; in Genova, Doria e Adorni; in Asti, Isnardi e Gottuari; in Perugia, Oddi e Baglioni; in Bergamo, Suardi e Colleoni, Bongi e Rivoli; in Brescia, Casalalta e Bruzella; in Perugia, Bettona, Assisi la parte di sopra e quella di sotto; in Padova, Carrara e Macaruffo; in Sicilia, Palizzi, Alagona, Ventimiglia, Chiaramonti; in Ravenna, Polenta e Bagnacavallo; in Imola, Mendoli e Brizi; in Faenza, Manfredi e Acarisi; in Rimini, Gambacari e Amadei; in Forlì, Ordelaffi e Galboli; in Cesena, Righizzi e Popolo; in Sangeminiano, Ardinghelli e Salvucci; in Sansepolcro, Graziani e Goracci contro Pichi e Righi; in Acqui, i Blesi e i Bellingeri.... A Savigliano erano ghibellini i Cambiano, i Soleri, i Galateri; in Alba, capi dei Guelfi i Graffagnini; e così via.
265.G. Villani, v. 9. —In diebus meis vidi plusquam quinquies expulsos stare milites de Papia, quia populus fortior illis erat.Ventura,Chron. Astense, cap.VIII. Rer. It. Scrip.,XI.
265.G. Villani, v. 9. —In diebus meis vidi plusquam quinquies expulsos stare milites de Papia, quia populus fortior illis erat.Ventura,Chron. Astense, cap.VIII. Rer. It. Scrip.,XI.
266.Chron. Astense, cap.XVII. —Savioli,Ann. bologn. ad ann.—G. Villani, ix.213.
266.Chron. Astense, cap.XVII. —Savioli,Ann. bologn. ad ann.—G. Villani, ix.213.
267.Dicevansi i Senesi il popolo più orgoglioso della Toscana e vendicativo; di malafede i Romagnuoli; volubili e impazienti i Genovesi: i Milanesi pacchioni ecc. San Bernardo nel 1152 scriveva:Quid tam notum sæculis quam protervia et fastus Romanorum? gens insueta paci, tumultui assueta, gens immitis et intractabilis usque adhuc, subdi nescia nisi quum non valet resistere.De consideratione,IV. 2. Basta legger Dante per raccorvi ingiurie contro ciascuno de’ nostri popoli.
267.Dicevansi i Senesi il popolo più orgoglioso della Toscana e vendicativo; di malafede i Romagnuoli; volubili e impazienti i Genovesi: i Milanesi pacchioni ecc. San Bernardo nel 1152 scriveva:Quid tam notum sæculis quam protervia et fastus Romanorum? gens insueta paci, tumultui assueta, gens immitis et intractabilis usque adhuc, subdi nescia nisi quum non valet resistere.De consideratione,IV. 2. Basta legger Dante per raccorvi ingiurie contro ciascuno de’ nostri popoli.
268.Avverti la distinzione tra i Ferraresi e il Comune di Ferrara.Ant. Estensi, part.I. c. 39.
268.Avverti la distinzione tra i Ferraresi e il Comune di Ferrara.Ant. Estensi, part.I. c. 39.
269.Il carroccio di Cremona chiamavasi Gajardo; quel di Padova, Berta; quel di Parma, Crepacuore o Regoglio ecc.
269.Il carroccio di Cremona chiamavasi Gajardo; quel di Padova, Berta; quel di Parma, Crepacuore o Regoglio ecc.
270.Vedi spesso il Machiavelli, che dice come le guerre prima de’ suoi dì «si cominciavano senza paura, trattavansi senza pericolo, finivansi senza danno»; lib.V. Anche il Guicciardini dice la battaglia del Taro «memorabile, perchè fu la prima che da lunghissimo tempo in qua si combattesse con occisione e col sangue in Italia». E più umanamente il buon Muratori narra d’una battaglia del 1469, importante «ma con uccisione di pochi perchè in questi tempi gli Italiani faceano guerra non da barbari ma da cristiani, e davano quartiere a chiunque non potendo resistere si arrendeva».
270.Vedi spesso il Machiavelli, che dice come le guerre prima de’ suoi dì «si cominciavano senza paura, trattavansi senza pericolo, finivansi senza danno»; lib.V. Anche il Guicciardini dice la battaglia del Taro «memorabile, perchè fu la prima che da lunghissimo tempo in qua si combattesse con occisione e col sangue in Italia». E più umanamente il buon Muratori narra d’una battaglia del 1469, importante «ma con uccisione di pochi perchè in questi tempi gli Italiani faceano guerra non da barbari ma da cristiani, e davano quartiere a chiunque non potendo resistere si arrendeva».
271.Chron. Ferrariæ, Rer. It. Scrip.,VIII.
271.Chron. Ferrariæ, Rer. It. Scrip.,VIII.
272.Chi ricorda le colonie civilizzanti e lavoratrici che proponevano i Sansimoniani nel 1833, e i Falansteri di Fourier predicati dopo il 1840, ne troverà già il modello nei Cistercensi. Dove era il grosso dei loro possessi doveva porsi una colonia di frati conversi, diretti da un professo, il quale era come il fattore di tutta la grancia o cascina. Egli dava il segno quando dovessero uscire al lavoro, egli distribuiva ad essi i ferri del mestiere, egli ne fissava le funzioni di armentiero, carrettiere, zappatore, boaro, e così via. Non doveva accettarsi frate se non chi potesse guadagnarsi il vivere colle proprie mani. I conversi non doveano tenere alcun libro, nè imparar altre preci che ilpater, ilcredoe ilmiserere. Chi avesse dei fondi male andati chiamava una colonia di Cistercensi a rimetterli in essere: così Rainaldo arcivescovo di Colonia, ch’era venuto a portarci guerra col Barbarossa, avendo trovato la sua prebenda in disordine, chiamò di tali frati,qui et curtibus præessent, et annuos redditus reformarent.Il monastero di Chiaravalle fu fondato nel 1135 con tenuissime rendite, ma i monaci lavorando, comprando principalmente izerbicioè incolti, e prendendo a livello, ebber in breve quattro buone possessioni: indi acquistarono il fondo di Cerreto nel Lodigiano, e Morimondo nel Pavese, e altri. A Chiaravalle, sopra uno spazio di tre pertiche appena, si incrocicchiano ben sette acquedotti artifiziali. Fin del 1138 ci resta un contratto, ove quei monaci compravano alquanti zerbi da un Giovan Villano col diritto di trarre acqua dalla Vetabia, e di potere all’uopo fare fossati traverso ai poderi d’esso Villano e una chiusa:ut monasterium possit ex Vectabia trahere lectum, ubi ipsum monasterium voluerit: et si fuerit opus, liceat facere eidem monasterio fossata super terram ipsius Johannis ab una parte vie et ab alia, et possit firmare et habere clusam in prato ipsius Johannis, etc.Di simil tenore molte carte sono addotte nelleMemorie Longobardiche Milanesi, e massime per l’acquisto delle acque d’un fosso che i Milanesi aveano fatto attorno alla città, obbligandosi di tenerlo spurgato. Fin d’allora vi riscontriamo tutti gli artifizj presenti di paratoje, stravacatori, salti di gatto, bocchelli, incastri; insegnarono essi l’economica distribuzione per ore, vendendo e affittandone il diritto. Coltivavano anche la vigna, e tutti gli storici nostri menzionano una botte di 500 brente di vino, ch’essi distribuivano in elemosina.Prati marcidison mentovati in carte del 1233 e 35 e 54.È un dovere il rammentare al secolo gaudente le opere di quei poltroni di frati (nota tratta dallaStoria di Milanodel Cantù).
272.Chi ricorda le colonie civilizzanti e lavoratrici che proponevano i Sansimoniani nel 1833, e i Falansteri di Fourier predicati dopo il 1840, ne troverà già il modello nei Cistercensi. Dove era il grosso dei loro possessi doveva porsi una colonia di frati conversi, diretti da un professo, il quale era come il fattore di tutta la grancia o cascina. Egli dava il segno quando dovessero uscire al lavoro, egli distribuiva ad essi i ferri del mestiere, egli ne fissava le funzioni di armentiero, carrettiere, zappatore, boaro, e così via. Non doveva accettarsi frate se non chi potesse guadagnarsi il vivere colle proprie mani. I conversi non doveano tenere alcun libro, nè imparar altre preci che ilpater, ilcredoe ilmiserere. Chi avesse dei fondi male andati chiamava una colonia di Cistercensi a rimetterli in essere: così Rainaldo arcivescovo di Colonia, ch’era venuto a portarci guerra col Barbarossa, avendo trovato la sua prebenda in disordine, chiamò di tali frati,qui et curtibus præessent, et annuos redditus reformarent.
Il monastero di Chiaravalle fu fondato nel 1135 con tenuissime rendite, ma i monaci lavorando, comprando principalmente izerbicioè incolti, e prendendo a livello, ebber in breve quattro buone possessioni: indi acquistarono il fondo di Cerreto nel Lodigiano, e Morimondo nel Pavese, e altri. A Chiaravalle, sopra uno spazio di tre pertiche appena, si incrocicchiano ben sette acquedotti artifiziali. Fin del 1138 ci resta un contratto, ove quei monaci compravano alquanti zerbi da un Giovan Villano col diritto di trarre acqua dalla Vetabia, e di potere all’uopo fare fossati traverso ai poderi d’esso Villano e una chiusa:ut monasterium possit ex Vectabia trahere lectum, ubi ipsum monasterium voluerit: et si fuerit opus, liceat facere eidem monasterio fossata super terram ipsius Johannis ab una parte vie et ab alia, et possit firmare et habere clusam in prato ipsius Johannis, etc.Di simil tenore molte carte sono addotte nelleMemorie Longobardiche Milanesi, e massime per l’acquisto delle acque d’un fosso che i Milanesi aveano fatto attorno alla città, obbligandosi di tenerlo spurgato. Fin d’allora vi riscontriamo tutti gli artifizj presenti di paratoje, stravacatori, salti di gatto, bocchelli, incastri; insegnarono essi l’economica distribuzione per ore, vendendo e affittandone il diritto. Coltivavano anche la vigna, e tutti gli storici nostri menzionano una botte di 500 brente di vino, ch’essi distribuivano in elemosina.Prati marcidison mentovati in carte del 1233 e 35 e 54.
È un dovere il rammentare al secolo gaudente le opere di quei poltroni di frati (nota tratta dallaStoria di Milanodel Cantù).
273.Affò,Storia di Parma, tom.II. p. 249. Anche più tardi Amedeo VIII di Savoja faceva doni a un eremita che s’occupava di mantenere le strade presso Ginevra, ed altri a un canonico che fondò la strada da Meillery a Bret. V.Cibrario,Economia polit., 363. Una supplica sporta il 5 aprile 1317 alla Signoria di Firenze comincia:Cum fratres Sancti Salvatoris de Septimo et fratres Humiliatorum omnium Sanctorum de Florentia, olim et hodie multipliciter servierint et quotidie serviant communi et populo florentino in omnibus quæ ipsi communi expediunt etc.
273.Affò,Storia di Parma, tom.II. p. 249. Anche più tardi Amedeo VIII di Savoja faceva doni a un eremita che s’occupava di mantenere le strade presso Ginevra, ed altri a un canonico che fondò la strada da Meillery a Bret. V.Cibrario,Economia polit., 363. Una supplica sporta il 5 aprile 1317 alla Signoria di Firenze comincia:Cum fratres Sancti Salvatoris de Septimo et fratres Humiliatorum omnium Sanctorum de Florentia, olim et hodie multipliciter servierint et quotidie serviant communi et populo florentino in omnibus quæ ipsi communi expediunt etc.
274.«E tutte le creature appellava fratelli e sirocchie, dicendo che tutti aveano uno cominciamento da un medesimo creatore e padre».Vite de’ Santi Padri.—Fratres mei aves, multum debetis laudare Creatorem.... Sorores meæ hirundines... Segetes, vineas, lapides et silvas, et omnia speciosa camporum, terramque et ignem, aerem et ventum, ad divinum movebat amorem.... Omnes creaturas fratris nomine nuncupabat, frater cinis, soror musca.Tom. Celanosuo discepolo.Acta SS. octobris. Vedi iFiorettidi san Francesco, uno de’ più ingenui libri del nostro Trecento.
274.«E tutte le creature appellava fratelli e sirocchie, dicendo che tutti aveano uno cominciamento da un medesimo creatore e padre».Vite de’ Santi Padri.—Fratres mei aves, multum debetis laudare Creatorem.... Sorores meæ hirundines... Segetes, vineas, lapides et silvas, et omnia speciosa camporum, terramque et ignem, aerem et ventum, ad divinum movebat amorem.... Omnes creaturas fratris nomine nuncupabat, frater cinis, soror musca.Tom. Celanosuo discepolo.Acta SS. octobris. Vedi iFiorettidi san Francesco, uno de’ più ingenui libri del nostro Trecento.
275.È particolarità notevole nei frati questa venerazione per le opere di Dio, e la custodia delle piante storiche. Abbiamo già accennato l’albero di san Benedetto a Napoli: a Roma si sta volentieri al rezzo di quello ove san Filippo Neri col bello educava alla virtù i giovani del suo Oratorio: ivi pure a Santa Sabina additano un arancio piantato da san Domenico: uno da san Tommaso d’Aquino a Fondi. Se Aristotele o Teofrasto scrivessero ora la storia naturale, non dimenticherebbero queste particolarità.
275.È particolarità notevole nei frati questa venerazione per le opere di Dio, e la custodia delle piante storiche. Abbiamo già accennato l’albero di san Benedetto a Napoli: a Roma si sta volentieri al rezzo di quello ove san Filippo Neri col bello educava alla virtù i giovani del suo Oratorio: ivi pure a Santa Sabina additano un arancio piantato da san Domenico: uno da san Tommaso d’Aquino a Fondi. Se Aristotele o Teofrasto scrivessero ora la storia naturale, non dimenticherebbero queste particolarità.
276.Nullo donca oramai più mi riprenda,Se tal amore mi fa pazzo gire.Già non è core che più si difenda...Pensi ciascun come cor non si fenda,Fornace tal come possa patire....Data m’è la sentenzaChe d’amore io sia morto;Già non voglio confortoSe non morir d’amore....Amore, amore, grida tutto il mondo;Amore, amore, ogni cosa clama...Amore, amor, tanto pensar mi fai;Amore, amore, nol posso patire;Amore, amore, tanto mi ti dai;Amore, amore, ben credo morire;Amore, amore, tanto preso m’hai;Amore, amore, fammi in te transire;Amor, dolce languire;Amor mio desioso,Amor mio dilettoso,Annegami d’amore.Amor, amor, Jesù son zonto a porto;Amor, amor, Jesù dammi conforto;Amor, amor, Jesù sì m’ha infiammato;Amor, amor, Jesù io sono morto...Amor, amor, per te sono rapita;Amor, amor, viva, non me dispregia;Amor, amor, l’anima teco unita;Amor, tu sei sua vita,Jam non se po’ partire,Perchè la fai languire,Tanto struggendo amore.
276.
Nullo donca oramai più mi riprenda,Se tal amore mi fa pazzo gire.Già non è core che più si difenda...Pensi ciascun come cor non si fenda,Fornace tal come possa patire....Data m’è la sentenzaChe d’amore io sia morto;Già non voglio confortoSe non morir d’amore....Amore, amore, grida tutto il mondo;Amore, amore, ogni cosa clama...Amore, amor, tanto pensar mi fai;Amore, amore, nol posso patire;Amore, amore, tanto mi ti dai;Amore, amore, ben credo morire;Amore, amore, tanto preso m’hai;Amore, amore, fammi in te transire;Amor, dolce languire;Amor mio desioso,Amor mio dilettoso,Annegami d’amore.Amor, amor, Jesù son zonto a porto;Amor, amor, Jesù dammi conforto;Amor, amor, Jesù sì m’ha infiammato;Amor, amor, Jesù io sono morto...Amor, amor, per te sono rapita;Amor, amor, viva, non me dispregia;Amor, amor, l’anima teco unita;Amor, tu sei sua vita,Jam non se po’ partire,Perchè la fai languire,Tanto struggendo amore.
Nullo donca oramai più mi riprenda,Se tal amore mi fa pazzo gire.Già non è core che più si difenda...Pensi ciascun come cor non si fenda,Fornace tal come possa patire....Data m’è la sentenzaChe d’amore io sia morto;Già non voglio confortoSe non morir d’amore....Amore, amore, grida tutto il mondo;Amore, amore, ogni cosa clama...Amore, amor, tanto pensar mi fai;Amore, amore, nol posso patire;Amore, amore, tanto mi ti dai;Amore, amore, ben credo morire;Amore, amore, tanto preso m’hai;Amore, amore, fammi in te transire;Amor, dolce languire;Amor mio desioso,Amor mio dilettoso,Annegami d’amore.Amor, amor, Jesù son zonto a porto;Amor, amor, Jesù dammi conforto;Amor, amor, Jesù sì m’ha infiammato;Amor, amor, Jesù io sono morto...Amor, amor, per te sono rapita;Amor, amor, viva, non me dispregia;Amor, amor, l’anima teco unita;Amor, tu sei sua vita,Jam non se po’ partire,Perchè la fai languire,Tanto struggendo amore.
Nullo donca oramai più mi riprenda,
Se tal amore mi fa pazzo gire.
Già non è core che più si difenda...
Pensi ciascun come cor non si fenda,
Fornace tal come possa patire....
Data m’è la sentenza
Che d’amore io sia morto;
Già non voglio conforto
Se non morir d’amore....
Amore, amore, grida tutto il mondo;
Amore, amore, ogni cosa clama...
Amore, amor, tanto pensar mi fai;
Amore, amore, nol posso patire;
Amore, amore, tanto mi ti dai;
Amore, amore, ben credo morire;
Amore, amore, tanto preso m’hai;
Amore, amore, fammi in te transire;
Amor, dolce languire;
Amor mio desioso,
Amor mio dilettoso,
Annegami d’amore.
Amor, amor, Jesù son zonto a porto;
Amor, amor, Jesù dammi conforto;
Amor, amor, Jesù sì m’ha infiammato;
Amor, amor, Jesù io sono morto...
Amor, amor, per te sono rapita;
Amor, amor, viva, non me dispregia;
Amor, amor, l’anima teco unita;
Amor, tu sei sua vita,
Jam non se po’ partire,
Perchè la fai languire,
Tanto struggendo amore.
277.Ap.Joh. Lucium,De regno Dalmatiæ, pag. 338; eGhirardacci,Storia di Bologna, lib.V.
277.Ap.Joh. Lucium,De regno Dalmatiæ, pag. 338; eGhirardacci,Storia di Bologna, lib.V.
278.Impugnationis arma secum fratres non deferant nisi pro defensione romanæ ecclesiæ, christianæ fidei, vel etiam terræ ipsorum. Cap.VII.
278.Impugnationis arma secum fratres non deferant nisi pro defensione romanæ ecclesiæ, christianæ fidei, vel etiam terræ ipsorum. Cap.VII.
279.Guitton d’Arezzo scriveva di san Francesco:Cieco era il mondo, tu failo visare;Lebbroso, hailo mondato;Morto, l’hai suscitato;Sceso ad inferno, failo al ciel montare.Dante ne pone un magnifico elogio in bocca a san Tommaso e san Bonaventura nelXeXIdelParadiso.
279.Guitton d’Arezzo scriveva di san Francesco:
Cieco era il mondo, tu failo visare;Lebbroso, hailo mondato;Morto, l’hai suscitato;Sceso ad inferno, failo al ciel montare.
Cieco era il mondo, tu failo visare;Lebbroso, hailo mondato;Morto, l’hai suscitato;Sceso ad inferno, failo al ciel montare.
Cieco era il mondo, tu failo visare;
Lebbroso, hailo mondato;
Morto, l’hai suscitato;
Sceso ad inferno, failo al ciel montare.
Dante ne pone un magnifico elogio in bocca a san Tommaso e san Bonaventura nelXeXIdelParadiso.
280.Landulfi SeniorisHistoria Mediolani,II. 27.
280.Landulfi SeniorisHistoria Mediolani,II. 27.
281.Multa petebant instantia prædicationis auctoritatem sibi confirmari.Stefano di Borbon ap.Giesler, pag. 510.Che il nome di Valdesi derivi da Pietro Valdo, lo smentirebbe il trovarlo in un manoscritto dellaNoble leçondi Cambridge che si suppone del 1100, cioè prima di esso Valdo, ove leggesi in provenzale:Que non vollìa maudire, ni jurar, ni mentire,Ni ahountar, ni ancire, ni prenre de l’autrui,Ni venjar se de li sio ennemie,Illi disent quel és Vaudés, e degne de murir.Forse viene dal tedescowaldforesta. — Cataro in greco vuol direpuro, e forse presero tal nome per la pretesa innocente vita. Sant’Agostino già chiamacataristii Manichei,De hær. Manich.I Tedeschi chiamano ancoraketzergli eretici. —Patarinifuron detti dapati, perchè ostentavano penitenza; o dalpater, che era la loro preghiera. In una costituzione di Federico II leggesi:In exemplum martyrum, qui pro fide catholica marthyria subierunt, Patarenos se nominant, veluti expositos passioni.Ed anche leAssisedi Carlo I portano nel francese d’allora:Li vice de ceaus son coneu par leur anciens nons, et ne veulent mie qu’il soient apelé par leur propres nons, mais s’apellent Patalins par aucune excellence, et entendent que Patalins vaut autant comme chose abandonnée à soufrir passion en l’essemble des martyrs, qui souffrirent torment pour la sainte foy.Con infiniti nomi se ne indicavano le varie sêtte, de’Gazari,Arnaldisti,Giuseppini,Leonisti,Bulgari(da cui ilbougredei Francesi, e ilbolgironde’ Lombardi),Circoncisi,Publicani,Insabbatati,Comisti(che alcuno volle chiamati così da Como),Credenti di Milano,di Bagnolo,di Concorezzo,Vanni,Fursci,Romulari,Carantani....
281.Multa petebant instantia prædicationis auctoritatem sibi confirmari.Stefano di Borbon ap.Giesler, pag. 510.
Che il nome di Valdesi derivi da Pietro Valdo, lo smentirebbe il trovarlo in un manoscritto dellaNoble leçondi Cambridge che si suppone del 1100, cioè prima di esso Valdo, ove leggesi in provenzale:
Que non vollìa maudire, ni jurar, ni mentire,Ni ahountar, ni ancire, ni prenre de l’autrui,Ni venjar se de li sio ennemie,Illi disent quel és Vaudés, e degne de murir.
Que non vollìa maudire, ni jurar, ni mentire,Ni ahountar, ni ancire, ni prenre de l’autrui,Ni venjar se de li sio ennemie,Illi disent quel és Vaudés, e degne de murir.
Que non vollìa maudire, ni jurar, ni mentire,
Ni ahountar, ni ancire, ni prenre de l’autrui,
Ni venjar se de li sio ennemie,
Illi disent quel és Vaudés, e degne de murir.
Forse viene dal tedescowaldforesta. — Cataro in greco vuol direpuro, e forse presero tal nome per la pretesa innocente vita. Sant’Agostino già chiamacataristii Manichei,De hær. Manich.I Tedeschi chiamano ancoraketzergli eretici. —Patarinifuron detti dapati, perchè ostentavano penitenza; o dalpater, che era la loro preghiera. In una costituzione di Federico II leggesi:In exemplum martyrum, qui pro fide catholica marthyria subierunt, Patarenos se nominant, veluti expositos passioni.Ed anche leAssisedi Carlo I portano nel francese d’allora:Li vice de ceaus son coneu par leur anciens nons, et ne veulent mie qu’il soient apelé par leur propres nons, mais s’apellent Patalins par aucune excellence, et entendent que Patalins vaut autant comme chose abandonnée à soufrir passion en l’essemble des martyrs, qui souffrirent torment pour la sainte foy.
Con infiniti nomi se ne indicavano le varie sêtte, de’Gazari,Arnaldisti,Giuseppini,Leonisti,Bulgari(da cui ilbougredei Francesi, e ilbolgironde’ Lombardi),Circoncisi,Publicani,Insabbatati,Comisti(che alcuno volle chiamati così da Como),Credenti di Milano,di Bagnolo,di Concorezzo,Vanni,Fursci,Romulari,Carantani....