335.Guido Bonatusde Forlivio, decem continens tractatus astronomiæ. Venezia 1506.Questi anni si litigò sulla patria sua; titolo d’onore, direbbero i pedanti, senza ricordare che, vivi noi, si è disputato con tutto il calore ammoniacale delle gazzette, se una cantatrice, viva e nata nel paese ove se ne disputava, appartenesse a una provincia o alla sua vicina. Filippo Villani, nella vita del Bonatto, che sta inedita nella biblioteca Barberini di Roma, dice:Guido Bonatti iratus, cum esset florentinus origine, de Foro Livii se maluit appellari... Fuit sane, quidquid ipse iratus loquatur, de oppido Casciæ oriundus.Cascia è terra del Valdarno superiore.Non è d’onor poco argomento l’essersi, ai cominciamenti della tipografia, fatte tre edizioni delLiber introductorius ad indicia stellarumdel Bonatto: la prima ad Augusta il 1491; l’altra a Basilea il 1550; l’altra a Venezia il 1506, che io ho sott’occhio, col titoloGuido Bonattus de Forlivio decem continens tractatus Astronomiæ. È in carattere quadro in foglio di 191 carte, con incisionette. In fronte v’è Urania e l’astronomia coi dodici segni dello zodiaco, e in mezzo seduto Guido, avvolto in un vestone coll’ermellino arrovesciato sulle spalle, barbuto, in testa il berretto aguzzo, in mano un globo ed un quadrante. Il Mazzuchelli dice una copia manoscritta trovarsene nella biblioteca Ambrosiana, ma in fatto non è che la copia di 169 considerazioni de’Giudizj dell’astronomia. Francesco Sirigatti (che nel 1500 fu astrologo della Signoria di Firenze) tradusse in italiano quest’opera, per conforti di quel valentuomo che fu Gino Capponi, e sta manoscritta nella Laurenziana. Il 1572 fu stampato in tedesco a Basilea col titolo diAuslegung des menschlichen Geburt-Stunden. Fu pur messo in francese, e certo anche in altre lingue, chi avesse voglia di cercarlo. Giacchè ho nominato il Sirigatti, aggiungerò che nel copia-lettere di monsignor Gore Gheri, conservato nella biblioteca Capponi, n’è una del 1º marzo 1516 al duca Lorenzo de’ Medici, siffatta: «El Sirigatto mi è venuto a trovare, et decto ch’io ricordi alla Ex. V. che non faccia fatto d’arme daVaXIIdi questo mese. Ma quando venisse uno bel tracto che con ragione si vedesse da vincere e’ nemici, io attenderei a quello che io vedessi in terra et non in cielo». (Questa nota è tolta anch’essa dall’Ezelino da Romano).336.Savonarola,De laud. Patavii, pag. 1155.337.Vide una statua coll’indice teso, e scrittovi al capoQui percuoti. I cercatori avevano percosso delle volte assai quel capo; ma l’accorto monaco fissò dove l’ombra dell’indice cadeva al mezzodì, e nottetempo, con solo un compagno, sterrò e rinvenne un’ampia reggia tutta d’oro: i soldati facevano ai dadi, re e regina sedevano a mensa, da costa un damigello teneva teso l’arco; e tutto ciò d’oro, e illuminato da un tizzone ardente nel mezzo; e se si voleva toccare l’arciero, moveansi belle fanciulle in danza. Gerberto, non ben fidandosi del compagno, tolse soltanto dal desco un coltello di mirabile lavoro; ed ecco sorgere frementi le danzatrici, l’arciere saettar il lume, tornando bujo, ed obbligando così a lasciare ogni cosa intatta, senz’altro raccogliere se non vaticinj che poi furono avverati.Jordani,Chron., cap. 220 e 222.338.Molte odierne ubbie, che si sogliono attribuire a ignoranza del medioevo, ci vennero dagli antichi; verbigrazia, che il tintinnire degli orecchi sia indizio che altri parli di noi; che bevuto l’uovo, debba schiacciarsi il guscio (Ovidio,Fasti). Sant’Agostino (Expositio epistolæ ad Galatas, c.IV) dice:Vulgatissimus est error Gentilium iste, ut vel in agendis rebus, vel in expectandis eventibus vitæ ac negotiorum suorum, ab astrologis notatos dies et menses et annos et tempora observent. Così il mangiar ceci alla Commemorazione dei morti faceasi dai Romani nelle feste Lemurali in maggio, nel qual tempo si astenevano dalle nozze (Fasti,V); l’augurare al Capodanno; il dirDio t’ajutiquand’uno starnuta (Plinio, lib.II. c. 2. § 11); l’affiggere sulle porte gufi e barbagianni (Quid quod istas nocturnas aves, cum penetraverint larem quempiam; sollicite prehensas, foribusvidemus affigi?Apulejo,Metam., lib.III). NeiCestidi Giulio Africano, vissuto sotto Alessandro Severo, tra tant’altre follie si dà ilmodo di disfarsi dei nemici: — Preparate dei pani a questo modo. Prendete sul fin del giorno una rana di campo o rospo e una vipera, quali vedete designati nel pentagono perfetto al sito della figura dove si trovano i segni della proslambanomene del tropo lidio, cioè, un ζητα senza coda o un ταυ sdraiato(è la nota musicalefa di sis): chiudete questi animali insieme in un vaso di terra, turandolo ermeticamente con argilla, affinchè non ricevano nè aria nè luce. Ciò fatto, dopo un tempo convenevole spezzate il vaso, e i resti che vi troverete stemprate in acqua, nella quale impasterete il pane: di più, ungete le tegghie in cui cocerete esso pane con tale composizione, pericolosa fino a chi l’adopera. Preparata così questa pastura, datela ai vostri nemici come potrete».Si sa che Caligola spese somme pel segreto di far l’oro; e sotto Diocleziano v’ebbe una specie di persecuzione contro gli alchimisti. Forse qualcuno avendo, così fra il tentare, ricotto del borace e del cremor di tartaro con mercurio sublimato, e fattolo svaporare sopra la superficie d’un vaso d’argento, trovò questo indorato. Ebbe dunque a credere d’avere scoperto la pietra filosofale, e andò ritentando quelle combinazioni, in cui, sotto gli strani nomi d’allora, vediam sempre ritornare il borace, il tartaro, il mercurio, il sal marino; i quali si sa che danno all’argento una tinta gialla, ma che se ne va con una semplice lavatura d’acido nitrico diluito.339.Gl’Indiani adopravano, da quattromila anni fa, pei sette suoni della loro scala, le letteres,r,g,m,p,d,n; i Tibetani, le cifre numeriche; i Greci, le lettere del loro alfabeto dall’Α alla Ω, variando secondo i modi. Anche gl’Italiani ebbero una notazione alfabetica, composta delle prime quindici lettere, che Gregorio Magno ridusse alle sette prime per la scala diatonica, distinguendo le ottave colle lettere majuscole per l’inferiore, e colle minuscole per la superiore. Da poi si surrogarono i punti, collocandoli sui righi: ma consisteva qui l’invenzione di Guido? Egli trasse i nomi delle note dalle sillabe iniziali dell’inno del Battista:UTqueant laxisREsonare fibrisMIra gestorumFAmuli tuorumSOLve pollutiLAbii reatum,Sancte Joannes.Ilsifu aggiunto nel secoloXVIda Van der Putten (Erycius Puteanus). Kircher asserisce di aver veduto nella biblioteca dei Gesuiti a Messina un ms. greco antico, con varj inni notati al modo che si dice inventato da Guido. La corda grave ch’egli aggiunse, fu segnata col gamma greco; e poichè questa lettera si trovava così collocata in capo alla scala al modo usato allora, la scala ne prese il nome digamma. Le prime stampe di note musicali si fecero a Milano, e ognun sa che le diverse espressioni del linguaggio musicale sono italiane.340.I canonisti soggiungevano che, come la terra è sette volte maggiore della luna, e il sole otto volte maggiore della terra, il papato era cinquantasei volte più grande dell’imperatore. Laurentius il fa millesettecentoquattro volte più alto che l’imperatore e i re. Non conosco gli elementi di questi calcoli.341.Regesta, 32. Egli definiva il papavicarius Jesus Christi, successor Petri, Christus Domini, Deus Pharaonis, citra Deum, ultra hominem, minor Deo, major homine: Serm. de consecr. pont.I diritti degl’imperatori sono distintamente formolati nelloSpecchio di Svevia. Tacendo molte altre cose, ivi è prefisso che il re eletto perde il diritto di sua nazione, e deve vivere secondo la legge dei Franchi: nessuno può scomunicare l’imperatore, fuorchè il papa, e questo per tre cause: se dubita della fede ortodossa, se ripudia la moglie, se turba le chiese e le case di Dio. Cristo principe della pace lasciò in terra due spade per difesa della cristianità, entrambe affidate a san Pietro, una pel giudizio secolare, una pel giudizio ecclesiastico: la prima è dal papa prestata all’imperatore (Des weltlichen Gerichtes schwert darlihet der Papst dem Kaiser); l’altra rimane al papa, per giudicare montato su bianco palafreno, e l’imperatore dee tenergli la staffa acciocchè la sella non si scomponga: ciò significa che, se alcuno resiste ostinatamente al papa, l’imperatore e gli altri principi devono costringerlo colla proscrizione. Se si trovano eretici, bisogna procedere contro di essi ai tribunali ecclesiastico e secolare; la pena è il fuoco. Ogni principe che non punisce gli eretici, sarà scomunicato; e se fra un anno non venga a resipiscenza, il papa lo priverà dell’uffizio principesco e di tutte le sue dignità. Si giudicheranno alla pari i poveri ed i signori.Schilter,Antiq. Teuton., tom.II.342.Ita quod ex tunc nec habebimus nec nominabimus nos regem Siciliæ... ne forte aliquid unionis regnum ad imperium quovis tempore putaretur habere.Lunig,Cod. dipl. ital., tom.II.p. 866.343.Guglielmo marchese di Monferrato, dolente che Teodoro Làscari avesse tolto a Demetrio suo fratello il regno di Tessalonica, allestì una spedizione, e non avendo denari, ne chiese a Federico II, dandogli in pegno la più parte delle terre e de’ vassalli suoi in Monferrato. Passato il mare, ricuperò Tessalonica, ma poi morì avvelenato; l’esercito andò scomposto, e non si sa come i beni del Monferrato fossero poi redenti. L’istromento è addotto da Benvenuto di San Giorgio,Cr. del Monferratosotto il 24 marzo 1224.344.Lib.I.tit. 30, rubr.Quod nullus prælatus, comes, baro officium justitiæ gerat.345.Gregorio,Consider. sopra la storia della Sicilia, vol.III. — Huillard Bréholles pubblica i registri di Federico II; ma finora non uscirono che quelli concernenti la prima metà della sua vita, cioè la meno rilevante. Fra i documenti inediti v’ha molte lettere di Gregorio IX alla Lega Lombarda; altre relative alla crociata, cui pure appella un itinerario di Federico, e una relazione tolta dalla biblioteca imperiale di Parigi; inoltre una cronaca sicula da Roberto Guiscardo al 1250, tratta dall’archivio vaticano.346.Le città del dominio reale, convocate direttamente dalla corona, erano: in Sicilia, Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Augusta, Lentini, Calata Gironi, Platia, Castrogiovanni, Trapani, Nicosia; in terraferma, Gaeta, Napoli, Aversa, Montefuscolo, Avellino, Eboli, Ariano, Policastro, Amalfi, Sorrento, Salerno, Termoli, Troja, Civitella, Siponto, Monte Sant’Angelo, Potenza, Melfi, Molfetta, Vigiliano, Giovenazzo, Bitonto, Monopoli, Bari, Trani, Barletta, Gravina, Matera, Taranto, Brindisi, Otranto, Cosenza, Cotrone, Nicastro, Reggio. La prima intervenzione di buoni uomini fu nel 1241. Solo nel 1265 trovansi chiamati i borghesi al parlamento d’Inghilterra.347.Qua pœna universitates teneantur, quæ creant potestates et alios officiales. Tit. 47.348.Bianchini,St. delle finanze nel regno di Napoli. IlRegestum Friderici II, ann. 1239 e 40, edito dal Carcani nel 1786, contiene mille e otto lettere di Federico, desunte dall’archivio di Napoli, e che concernono principalmente le finanze, dove l’imperatore mostra molta intelligenza, sebbene costretto dalle continue guerre a smungere il paese ch’e’ volea rifiorire.Non è superfluo l’esaminare con quali fornimenti Federico e i suoi nemici nutricavano la guerra in tempo che scarsissimo era il contante:Federico guastò il bel sistema d’imposte della Sicilia con espedienti rovinosi, che appajono dalle sue lettere: ordinò una colletta generale; pose ingenti contribuzioni sui beni degli ecclesiastici, e fece amministrare da economi regj i vacanti; chiedeva ogni tratto tutto il denaro che fosse entrato nelle casse regie, lasciando così a scoperto le spese cui era destinato, e persino il vestire e nutrire Rinaldo d’Este e re Enrico suoi prigionieri od ostaggi. Una volta il giustiziere di Terra di Bari avendogli recate sole once d’oro cinquecento (lire 31,500), Federico volea farlo precipitare dalle mura, poi s’accontentò di destituirlo, surrogandogli il saracino Raasch; e ai sopportanti ordinò fra quindici giorni soddisfacessero, pena la galera (Matteo Spinelli di Giovenazzo,Diurnali, § 44). Limitò gl’interessi al dieci per cento, eppure tolse a prestanza fin al tre cadun mese; poi alla scadenza, mancandogli fondi, pagava il quattro e il cinque d’aggiunta. Avendo preso per tre mesi da diversi mercanti settemila ottocensessantatre once al tre e fin al cinque per cento il mese, alla scadenza capitalizzò l’interesse, crescendo così a undicimila seicentotre once. Queste somme erano contate in moneta di Venezia, sulle quali i mercanti guadagnavano ancora pel giro del cambio. All’assedio di Faenza non solo fuse tutto il suo vasellame e impegnò le gioje, ma battè una moneta di cuojo, avente da una parte un chiodetto d’argento, dall’altra l’effigie dell’imperatore, e dovea valere un agostaro d’oro, colla promessa di cambiarla in moneta buona, come fece. Le truppe, per regola, non avevano soldo, onde variavasi a norma delle circostanze: Federico dava ai pedoni da tre a cinque tarì e il vivere; a un cavaliere tre once d’oro al mese, coll’obbligo di provvedersi uno scudiere, un valletto, cavalli ed armi. L’oncia d’oro, pesante gramme 21.10, divideasi in trenta tarì: e quella valea lire 63.30, questi lire 2.11: onde il medio di un pedone era lire 8.44, d’un cavaliere 190; e il valore sta al quintuplo dell’odierno.Le rendite del papa consistevano nelle regalie, e in un tanto per fuoco che pagavasi dai Comuni di dominio diretto, ch’era di nove denari ogni fumante, eccettuati ecclesiastici, militi, giudici, avvocati, notaj, e chi non avesse alcuna proprietà aggravezzata. I comuni però solean ridurla a un tanto fisso, che era per Fano, Pesaro, Camerino di cinquanta libbre d’argento ciascuna, cioè lire cinquemila; di quaranta per Jesi. L’imperatore poi occupava la maggior parte del territorio, sicchè ben poco da questo poteasi ricavare. Suppliva la decima del cinque, del dieci, fin dei venti per cento sulle rendite ecclesiastiche di tutto l’orbe cattolico, oltre le collette che si esigevano a titolo di crociata. Quando Gregorio IX noleggiò le navi di Genova per trasportare i cardinali al concilio di Roma, tolse a prestito mille marchi, ipotecati sui beni del clero, e pagò ducento libbre genovesi per un mese d’interesse. Il totale armamento costò cinquemila marchi, cioè lire ducencinquantamila, che alcuni mercanti si obbligarono di far pagare a Genova, a trenta giorni, mediante lo sconto di cinquantasette marchi (Regesta, lib.XIV, nº 3, 4). Esso Gregorio lasciò un debito di quarantamila marchi, pel quale i mercanti molestarono assai il suo successore.I Milanesi emisero una carta monetata, con cui poteasi pagare le pene pecuniarie; nessun creditore era obbligato riceverla in pagamento, ma il debitore non andava soggetto a sequestro se avesse in cedole di banco tanto di che soddisfarlo. Per ritirarla poi di corso, si formò il catasto delle rendite, sulle quali si stabilì una tassa che in otto anni rimborsò quel debito.349.Ep. Petri de Vineis, lib.III. Preside all’università era il celebre giureconsulto Pietro d’Isernia con dodici oncie d’oro all’anno.350.In testa al ponte v’avea un castello con due torri; era ornato di marmi, bassorilievi, statue, fra cui quelle dell’imperatore, di Pier delle Vigne, di Taddeo di Suessa. Il monumento costò ventimila once d’oro.351.Sigonio,De regno ital.,I. pag. 80:Nec enim ob aliud credimus quod providentia Salvatoris sic magnifice, imo mirifice dirigit gressus nostros, dum ab orientali zona regnum hierosolimitanum, Conradi clarissimi nati nostri materna successio, ac deinde regnum Siciliæ, præclara materna nostræ successionis hereditas, et præpotens Germaniæ principatus sic nutu cælestis arbitrii, pacatis undique populis, sub devotione nostri nominis perseverat, nisi ut illud Italiæ medium, quod nostris undique viribus circumdatur, ad nostræ serenitatis obsequia redeat et imperii unitatem.Il volere che la Sicilia non appartenesse a un principe il quale dominasse altrove, è imputato ai papi come un sentimento antitaliano, figlio della barbarie del medioevo e della stupida ambizione pretina. Ma nell’anno del riscatto dell’italianità, nel 1848, i Siciliani, insorti come tutto il resto della penisola, davansi una costituzione, il cui § 2 diceva: — Il re de’ Siciliani non potrà regnare o governare su verun altro paese. Ciò avvenendo, sarà decadutoipso facto».352.Ricardo da San Germano, pag. 1039. —Godi,Chron., pag. 82.353.È curioso una specie di atto verbale, per cui nel 1216, dovendo passar d’Italia in Germania re Enrico figlio di Federico II, il podestà di Modena con gran comitiva gli andò incontro per riceverlo, e con sicurezza e libertà condurlo traverso al dominio modenese; cioè all’ospedale di San Pellegrino gli fu consegnato dall’arcivescovo di Palermo, che promise condurlo e custodirlo per le Alpi e sin al ponte di Guiligua in mezzo all’alveo del fiume, dove lo consegnò agli ambasciatori di Parma e Reggio.Antiq. M. Æ.,IV. 224.354.Quelle trattative sono esposte dagli autori arabi, raccolti nelIV. vol. dellaBibliothèque des Croisadesdi Michaud, pag. 427; e a pag. 249 le corrispondenze loro e i sentimenti degli scrittori musulmani in proposito.355.Monum. Hist. patriæ, Chart.I. 881.356.Caffaro,Ann. Gen., lib.IV. Al 1217 dice cheob multas discordias quæ vertebantur inter civitates Lombardiæ, quum multæ religiosæ personæ se intromitterent de pace et concordia componenda, tandem, auxilio Dei, inter Papiam, Mediolanum, Placentiam, Tordonam et Alexandriam pax firma fuit et firmata mense junii.357.Acta SS., 20martii.358.È bellissimo il discorso di papa Gregorio X ai Fiorentini perchè accogliessero gli scacciati Ghibellini:Gibellinus est, at christianus, at civis, at proximus. Ergo hæc tot et tam valida conjunctionis nomina Gibellino succumbent? et id unum atque inane nomen, quod quid significet nemo intelligit, plus valebit ad odium, quam ista omnia tam clara et tam solide expressa ad charitatem? Sed quoniam hæc vestra partium studia pro romanis pontificibus contra eorum inimicos suscepisse asseveratis, ego romanus pontifex hos vestros cives, etsi hactenus offenderint, redeuntes tamen ad gremium recepi, ac remissis injuriis pro filiis habeo.La lapide posta a quella chiesa diceva:Gregorio X papa sancti sub honoreGregorii primi pro Christi fundor amore.Hic ghibelline cum guelfis pace patrataCessavere mine sub qua sum luce creata....Gregorio bella decima fuit ista cappellaPacis fundata Mozzis edificata.359.Gli atti trovansi nelleDelizie degli eruditi toscani, vol.IV. pag. 96.360.Affò,St. di Parma, vol.III. pag. 274-293.361.Vero è che questi ultimi fatti ci sono raccontati solo da Ghibellini. Vedi il nostroEzelino.362.Lettera del 28 luglio 1233, ap.Raynaldi, nº 41. 42.363.Promiserunt ei dare coronam ferream, quam patri suo dare numquam voluerunt.Galvano Fiamma, cap. 264.364.Divinæ legis immemor et affectionis humanæ contemptor. Regesta Gregorii IX, lib.VIII, nº 461-62 ... Lo fece anche scomunicare dal vescovo di Salisburgo, lib.IX, nº 172. Vedasi se n’era istigatore!Tra le favolette, che a scorno una dell’altra inventavano le popolazioni, fu questa: che i Cremonesi levarono a battesimo Corrado figlio di Federico II, e profusero regali, e fecero fare una quantità di mannaje per uccidere tutti i nemici di esso, talchè ben trentamila se ne videro in una sola rassegna. In compenso domandarono una grazia grande, che concedesse alla loro città di crescere in infinito e più che Roma, che si facesse due volte l’anno il ricolto, e due fruttificassero gli alberi, e ogni cosa vi fosse doppia, e grossi i denari così, che cascando per terra facesserotun tun. E l’imperatore ne fe decreto, e che anche avessero l’anno di dodici mesi, ecc.Monum. Hist. patriæ, Scrip.,III. 1577.365.Imperator imperatricem quamplurimis mauris spadonibus et vetulis larvis consimilibus custodiendam mancipavit.Mattia Paris, Hist. Angl., pag. 402.366.Urbs decus orbis, ave. Victus tibi destinor, ave.Currus ab Augusto Friderico Cæsare justo.Fle Mediolanum, jam sentis spernere vanumImperii vires proprias tibi tollere vires.Ergo triumphorum potes urbs memor esse priorumQuos tibi mittebant reges qui bella gerebant.È dato da Ricobaldo, e m’ha odore di quel tempo più che l’epigramma che oggi può leggere ciascuno in Campidoglio.367.Vita Gregorii IX, tom.III. pag. 583.368.Villani. —Nuntios soldani ad convivium vocat, et eis, multis episcopis assidentibus, festivas epulas parat.Godefridimonaci Annales, p. 398. —In pluribus terris Apuliæ suarum meretricularum loca construxit.... et non contentus juvenculis, mulieribus et puellis, tamquam scelestus infami vitio laborabat; nam ipsum peccatum quasi Sodoma aperte prædicabat, nec penitus occultabat.Nic. de Curbio, Vita Innocentii IV, § 29.369.Heu me! quandiu durabit truffa ista?AlbericiChron.Fatui sunt qui credunt nasci ex virgine Deum. Ep. Gregorii,ap.Mattia Paris, pag. 494.370.Iste rex pestilentiæ a tribus baratatoribus, ut ejus verbis utamur, Christo Jesu, et Moise, et Mahometo, totum mundum dixit fuisse deceptum.M. Paris, ad ann. 1238. L’epistola accennata di Pier delle Vigne è nel lib.I. cap. 31. — Generale è, negli scritti d’allora e di poco poi, l’opinione della sua miscredenza, e correva pure fra’ Musulmani. Jafei dice: «L’emir Fakr-eddin entrò ben innanzi nella confidenza dell’imperatore, spesso disputavano di filosofia, e pareano in molti punti d’accordo....». Ai Cristiani veniva scandalo di tale amicizia. Esso diceva all’emir: «Io non avrei tanto insistito sulla consegna di Gerusalemme, se non avessi temuto perdere ogni credito in Occidente; mi premeva di conservare Gerusalemme o altra cosa siffatta, ma la stima dei Franchi.... L’imperatore era rosso e calvo, di vista debole; se fosse stato uno schiavo, non se ne sarebbero pagate ducento dramme. Dai suoi parlari appariva che non credeva alla religione cristiana; non ne parlava che per voltarla in baja. Un muezin recitò innanzi a lui un versetto del Corano che nega la divinità di Cristo, e il sultano volea punirlo; ma Federico si oppose».Bibl. des Croisades, vol.IV. p. 417. VediReynaud,Extrait des historiens arabes relatifs aux Croisades, pag. 431.371.Ecclesiasticæ censuræ vigorem debilitat et conculcat. Regesta Urbani III, nº 95. Nella biblioteca di Vienna è una lettera di Federico a Vatace imperatore d’Oriente suo genero, ove scrive:O felix Asia, o felices Orientalium potestates, quæ subditorum arma non metuunt, et adinventiones pontificum non verentur. Cod. philol., nº 305, p. 128.372.Il fatto anzi vale a mostrare come questo diritto fosse riconosciuto universalmente. Quando il papa nel 1239 offerse al conte Roberto di Francia la corona dello scomunicato Federico, i baroni francesi protestarono contro quest’atto, finchè non si fosse ben certi che l’imperatore avea peccato contro la fede:Missuros ad imperatorem, qui quomodo de fide catholica sentiat diligenter inquirant: tum ipsum, si male de Deo senserit, usque ad internecionem persecuturos.M. Paris.Al concilio poi di Lione assistevano gli ambasciadori di tutte le potenze, e nessuno contestò la competenza di quel tribunale, solo limitandosi a mitigare il papa ed a scolpar l’imperatore.373.Da Lione, aprile 1246.Ap.Rainaldi.374.Ep. 37. lib.I.Pare che Federico cercasse guadagnare l’opinione col far tradurre in italiano le lettere che dirigeva ai papi e ai re, simili agli odierni manifesti; nè altra origine saprei dare a quelle volgarizzate che si pubblicarono dal Lami nelleDelizie degli eruditi toscani, e ultimamente dal Corazzini, Firenze 1853. Ivi n’è pure una di Gregorio papa, che riepiloga gli aggravj contro Federico; e basta leggerla per vedere quanto sovrasti per vigore e concisione alle sempre retoriche di Pier delle Vigne.375.Ap.Bolland,Vitæ Patrum prædic., p. 54:Giulini,Memorie di Milano,VII. 534.376.La poesia popolare insultò alla sconfitta di Federico:Fridericus dentibus fremdit et tabescit,In vindictam sublimans minas non compescit,Antiquum proverbium sapientis nescit:In vindictam sepius dedecus accrescit.....Ipsum hostemBrixia,que prior fugasti,Gaude quia gaudium tuum duplicasti,Dum inParmegloria gaudens exultasti,Cui talis per spacium patet orbis vasti.Mediolanensisit applausus multus,Ejus ope quoniam Parmensis suffultus,In hostem Ecclesie hac in suum ultus,Potius a se repulit hostiles insultus.GratuleturJanua,quia, res est certa,Quia hostis fracta sunt cornua et serta,Fiat Janua per me Parme laus aperta,Nam in Parma manus est Domini reperta.Gratuletur civitas placensPlacentinaIn Parme victoria et hostis ruina,Parma manu quoniam adjuta divina,Hostem fugans hostium fecit morticina.BonorumBononiabona nacioneLetetur letantium leta concione,Nam quod secum Dominus in dilectioneParma victrix premium meretur corone.Honorem Ecclesie que manu tuetur,Gloria civitasMantualetetur,Nam Parma, que Mantuam amat et veretur,Triumphat ne amplius hostis coronetur.ExultetVenetia,civitas electa,Quia Parma spoliis hostis est refecta,Inimice copia gentis interfecta,Reliqua carceribus aut fuge subjecta.Psallet cordis organo et in oris sonoAnchona,quam merito laudans post pono,RestitutaMarchianobis ejus donoAnchona proposito quia fuit bono.....Ve ve Christi Babilon! civitasPapie,Ad ruinam quoniam tibi patent vie,Ab illa, qua victus est Fridericus, die,Per Parmam auxilio Virginis Marie.OPisaniperfidi, socj Pilati,Vos fecistis iterum crucifixum pati;Sed surrexit Dominus nostre libertati,Jam sue apparuit Parme civitati.Dum opem et operam hosti prebuistis,Ut prelatos caperet, vos eos cepistis,Quibus nec discipulis suis peperistis;Quia fui minimus de captivi istis...VediRegesta Innocentii IV, herausgegeben vonD. C. Höfler.Stuttgard 1847. È singolare che la fama di Federico sia ora commendata tanto da letterati, mentre in un tempo di letteratura sì scarsa come il suo, egli si trova maledetto in tanti versi. Ursone notaro di Genova, autore di unLiber fabularum moralium, scrisse un poemettoDella vittoria che i Genovesi riportarono contro le genti mandate dall’imperatore per sottomettere Genova. Fu stampato nel vol.IIdelle Carte neiMonum. Hist. patriæ; e sebbene corrottissimo il testo, vi si scorge verso non infelice, e conoscenza di Omero, di Claudiano, specialmente di Virgilio. Minutissimamente descrive que’ fatti, e così inveisce contro i Pisani:Gens pisana tamen, majori turbine nutans,Partim tecta petit, tenuit pars altera pontum.Impia gens, scelerata cohors, conjunctio nequam,Perfidiæ populus, duri cœtus Pharaonis,Grex bonitate carens, infidus, perfida massa,Præsumens violare crucis fideique vigorem,Contemptor Domini, sacrorum nescius, exsulJustitiæ, veri calcator, schismatis auctor,A facie Domini nullo feriente fugatur,Et crucis athletas bello tollerare nequivit.Hanc immensa Dei virtutem dextera fecit,Quodque terens tumidum, confringens quodque superbum.Discat quisque malus, cognoscat criminis actorQuod malefacta nocent, quod dant peccata pudorem,Quod peccando miser dominum peccator acerbat,Quod perclementem sibi durum vertit in hostem,Quod sceleris primo se damnat conscius ipse.377.Epitafio di re Enzo in San Domenico a Bologna:Tempora currebant Christi nativa potentisTunc duo cum decie septem cum mille ducentis,Dum pia Cæsarei proles cineratur in arcaIsta Federici, maluit quem sternere Parca.Rex erat, et comptos pressit diademate crinesHentius, inque poli meruit mens tendere fines.Sembra posteriore quest’altro:Felsina Sardiniæ regem sibi vincla minantemVictrix captivum, consule ovante, trahit.Nec patris imperio cedit, nec capitur auro;Sic cane non magno sæpe tenetur aper.Una biografia di Enzo fu stesa da Ernesto Munch con molti documenti. Luisburg 1828.378.Io son colui che tenni ambo le chiaviDel cuor di Federico, e che le volsiSerrando e disserrando sì soavi,Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi;Fede portai al glorioso uffizio,Tanto ch’i’ ne perdei le vene e i polsi.. . . . . . . . . . . . . . . . .Vi giuro che giammai non ruppi fedeAl mio signor, che fu d’onor sì degno.Inf.,XIII.Le cronache raccontano che Pier delle Vigne avea bella donna, ed era geloso dell’imperatore, che però mai non v’ebbe a fare. Ma una mattina, andato a casa di Pietro, questi era già uscito, e la sua donna dormiva colle braccia scoperte. L’imperatore la coprì, e andò via; ma o a posta o in fallo vi lasciò un guanto. Pietro tornato e vistolo, se ne coceva ma dissimulava; finchè una volta, trovandosi solo coll’imperatore e colla moglie, volle rinfacciare il fallo con questi versi:Una vigna ho piantà; per travers è intràChi la vigna m’ha guastà; han fet gran peccà.La donna rispose sulla stessa intonazione:Vigna son, vigna sarai;La mia vigna non fallì mai.Onde Pietro consolato ripigliò:Se così è come è narrà,Più amo la vigna che fi mai.VediJacopo d’Acqui,Imago mundi, pag. 1577.379.InnocentiiIVEp., lib.VIII. 1.380.Habituri perpetuam tranquillitatem et pacem, ac illam tutissimam et delectabilem libertatem, qua cæteri speciales Ecclesiæ filii feliciter et firmiter sunt muniti.381.«Dava uno colpo allo cerchio, e n’autro allo tompagno».Matteo Spinelli di Giovenazzo,Diurnali, § 3.382.Regesta Innocentii IV, lib. 12, N. 284, 337. Vedi pureNicola de Jamsilla, pag. 500, 536;Saba Malaspina,Hist., lib.II. cap. 22 neiRer. It. Scrip.,VIII.383.Mattia Paris, pag. 868.384.Dato da Wasserburg il 20 aprile 1255. Trovasi nell’archivio de’ Frari, allegato da Manfredi in un trattato coi Veneziani.385.«Spesso la notte usciva per Barletta cantando strambotti e canzoni, ed ivi pigliando il fresco, e con esso ivano due musici siciliani che erano grandi romanzatori».Spinelli.Contemporanei sono pure l’Anonimo di Taranto, Ricordano Malaspini, Inveges, e di poco posteriori Dante e Giovan Villani, che raccontano o accennano questi fatti.386.«Lo papa e la gente de lo Reame non averieno comportato di fare chiù signoriare la natione tudisca».Spinelli.387.«Subito fece conoscere ch’era d’autro stomaco che papa Alessandro».Spinelli.388.Malaspina, lib.II. cap. 6.389.«Si dice che a chisto maritaggio lo re ne avanza chiù della mitate».Spinelli.390.PipiniChron., lib.III. cap. 7.391.Ap.Rymer,Acta publica, 1816, tom.I. pag. 352.392.Gioffredo,St. delle Alpi marittime.
335.Guido Bonatusde Forlivio, decem continens tractatus astronomiæ. Venezia 1506.Questi anni si litigò sulla patria sua; titolo d’onore, direbbero i pedanti, senza ricordare che, vivi noi, si è disputato con tutto il calore ammoniacale delle gazzette, se una cantatrice, viva e nata nel paese ove se ne disputava, appartenesse a una provincia o alla sua vicina. Filippo Villani, nella vita del Bonatto, che sta inedita nella biblioteca Barberini di Roma, dice:Guido Bonatti iratus, cum esset florentinus origine, de Foro Livii se maluit appellari... Fuit sane, quidquid ipse iratus loquatur, de oppido Casciæ oriundus.Cascia è terra del Valdarno superiore.Non è d’onor poco argomento l’essersi, ai cominciamenti della tipografia, fatte tre edizioni delLiber introductorius ad indicia stellarumdel Bonatto: la prima ad Augusta il 1491; l’altra a Basilea il 1550; l’altra a Venezia il 1506, che io ho sott’occhio, col titoloGuido Bonattus de Forlivio decem continens tractatus Astronomiæ. È in carattere quadro in foglio di 191 carte, con incisionette. In fronte v’è Urania e l’astronomia coi dodici segni dello zodiaco, e in mezzo seduto Guido, avvolto in un vestone coll’ermellino arrovesciato sulle spalle, barbuto, in testa il berretto aguzzo, in mano un globo ed un quadrante. Il Mazzuchelli dice una copia manoscritta trovarsene nella biblioteca Ambrosiana, ma in fatto non è che la copia di 169 considerazioni de’Giudizj dell’astronomia. Francesco Sirigatti (che nel 1500 fu astrologo della Signoria di Firenze) tradusse in italiano quest’opera, per conforti di quel valentuomo che fu Gino Capponi, e sta manoscritta nella Laurenziana. Il 1572 fu stampato in tedesco a Basilea col titolo diAuslegung des menschlichen Geburt-Stunden. Fu pur messo in francese, e certo anche in altre lingue, chi avesse voglia di cercarlo. Giacchè ho nominato il Sirigatti, aggiungerò che nel copia-lettere di monsignor Gore Gheri, conservato nella biblioteca Capponi, n’è una del 1º marzo 1516 al duca Lorenzo de’ Medici, siffatta: «El Sirigatto mi è venuto a trovare, et decto ch’io ricordi alla Ex. V. che non faccia fatto d’arme daVaXIIdi questo mese. Ma quando venisse uno bel tracto che con ragione si vedesse da vincere e’ nemici, io attenderei a quello che io vedessi in terra et non in cielo». (Questa nota è tolta anch’essa dall’Ezelino da Romano).
335.Guido Bonatusde Forlivio, decem continens tractatus astronomiæ. Venezia 1506.
Questi anni si litigò sulla patria sua; titolo d’onore, direbbero i pedanti, senza ricordare che, vivi noi, si è disputato con tutto il calore ammoniacale delle gazzette, se una cantatrice, viva e nata nel paese ove se ne disputava, appartenesse a una provincia o alla sua vicina. Filippo Villani, nella vita del Bonatto, che sta inedita nella biblioteca Barberini di Roma, dice:Guido Bonatti iratus, cum esset florentinus origine, de Foro Livii se maluit appellari... Fuit sane, quidquid ipse iratus loquatur, de oppido Casciæ oriundus.Cascia è terra del Valdarno superiore.
Non è d’onor poco argomento l’essersi, ai cominciamenti della tipografia, fatte tre edizioni delLiber introductorius ad indicia stellarumdel Bonatto: la prima ad Augusta il 1491; l’altra a Basilea il 1550; l’altra a Venezia il 1506, che io ho sott’occhio, col titoloGuido Bonattus de Forlivio decem continens tractatus Astronomiæ. È in carattere quadro in foglio di 191 carte, con incisionette. In fronte v’è Urania e l’astronomia coi dodici segni dello zodiaco, e in mezzo seduto Guido, avvolto in un vestone coll’ermellino arrovesciato sulle spalle, barbuto, in testa il berretto aguzzo, in mano un globo ed un quadrante. Il Mazzuchelli dice una copia manoscritta trovarsene nella biblioteca Ambrosiana, ma in fatto non è che la copia di 169 considerazioni de’Giudizj dell’astronomia. Francesco Sirigatti (che nel 1500 fu astrologo della Signoria di Firenze) tradusse in italiano quest’opera, per conforti di quel valentuomo che fu Gino Capponi, e sta manoscritta nella Laurenziana. Il 1572 fu stampato in tedesco a Basilea col titolo diAuslegung des menschlichen Geburt-Stunden. Fu pur messo in francese, e certo anche in altre lingue, chi avesse voglia di cercarlo. Giacchè ho nominato il Sirigatti, aggiungerò che nel copia-lettere di monsignor Gore Gheri, conservato nella biblioteca Capponi, n’è una del 1º marzo 1516 al duca Lorenzo de’ Medici, siffatta: «El Sirigatto mi è venuto a trovare, et decto ch’io ricordi alla Ex. V. che non faccia fatto d’arme daVaXIIdi questo mese. Ma quando venisse uno bel tracto che con ragione si vedesse da vincere e’ nemici, io attenderei a quello che io vedessi in terra et non in cielo». (Questa nota è tolta anch’essa dall’Ezelino da Romano).
336.Savonarola,De laud. Patavii, pag. 1155.
336.Savonarola,De laud. Patavii, pag. 1155.
337.Vide una statua coll’indice teso, e scrittovi al capoQui percuoti. I cercatori avevano percosso delle volte assai quel capo; ma l’accorto monaco fissò dove l’ombra dell’indice cadeva al mezzodì, e nottetempo, con solo un compagno, sterrò e rinvenne un’ampia reggia tutta d’oro: i soldati facevano ai dadi, re e regina sedevano a mensa, da costa un damigello teneva teso l’arco; e tutto ciò d’oro, e illuminato da un tizzone ardente nel mezzo; e se si voleva toccare l’arciero, moveansi belle fanciulle in danza. Gerberto, non ben fidandosi del compagno, tolse soltanto dal desco un coltello di mirabile lavoro; ed ecco sorgere frementi le danzatrici, l’arciere saettar il lume, tornando bujo, ed obbligando così a lasciare ogni cosa intatta, senz’altro raccogliere se non vaticinj che poi furono avverati.Jordani,Chron., cap. 220 e 222.
337.Vide una statua coll’indice teso, e scrittovi al capoQui percuoti. I cercatori avevano percosso delle volte assai quel capo; ma l’accorto monaco fissò dove l’ombra dell’indice cadeva al mezzodì, e nottetempo, con solo un compagno, sterrò e rinvenne un’ampia reggia tutta d’oro: i soldati facevano ai dadi, re e regina sedevano a mensa, da costa un damigello teneva teso l’arco; e tutto ciò d’oro, e illuminato da un tizzone ardente nel mezzo; e se si voleva toccare l’arciero, moveansi belle fanciulle in danza. Gerberto, non ben fidandosi del compagno, tolse soltanto dal desco un coltello di mirabile lavoro; ed ecco sorgere frementi le danzatrici, l’arciere saettar il lume, tornando bujo, ed obbligando così a lasciare ogni cosa intatta, senz’altro raccogliere se non vaticinj che poi furono avverati.Jordani,Chron., cap. 220 e 222.
338.Molte odierne ubbie, che si sogliono attribuire a ignoranza del medioevo, ci vennero dagli antichi; verbigrazia, che il tintinnire degli orecchi sia indizio che altri parli di noi; che bevuto l’uovo, debba schiacciarsi il guscio (Ovidio,Fasti). Sant’Agostino (Expositio epistolæ ad Galatas, c.IV) dice:Vulgatissimus est error Gentilium iste, ut vel in agendis rebus, vel in expectandis eventibus vitæ ac negotiorum suorum, ab astrologis notatos dies et menses et annos et tempora observent. Così il mangiar ceci alla Commemorazione dei morti faceasi dai Romani nelle feste Lemurali in maggio, nel qual tempo si astenevano dalle nozze (Fasti,V); l’augurare al Capodanno; il dirDio t’ajutiquand’uno starnuta (Plinio, lib.II. c. 2. § 11); l’affiggere sulle porte gufi e barbagianni (Quid quod istas nocturnas aves, cum penetraverint larem quempiam; sollicite prehensas, foribusvidemus affigi?Apulejo,Metam., lib.III). NeiCestidi Giulio Africano, vissuto sotto Alessandro Severo, tra tant’altre follie si dà ilmodo di disfarsi dei nemici: — Preparate dei pani a questo modo. Prendete sul fin del giorno una rana di campo o rospo e una vipera, quali vedete designati nel pentagono perfetto al sito della figura dove si trovano i segni della proslambanomene del tropo lidio, cioè, un ζητα senza coda o un ταυ sdraiato(è la nota musicalefa di sis): chiudete questi animali insieme in un vaso di terra, turandolo ermeticamente con argilla, affinchè non ricevano nè aria nè luce. Ciò fatto, dopo un tempo convenevole spezzate il vaso, e i resti che vi troverete stemprate in acqua, nella quale impasterete il pane: di più, ungete le tegghie in cui cocerete esso pane con tale composizione, pericolosa fino a chi l’adopera. Preparata così questa pastura, datela ai vostri nemici come potrete».Si sa che Caligola spese somme pel segreto di far l’oro; e sotto Diocleziano v’ebbe una specie di persecuzione contro gli alchimisti. Forse qualcuno avendo, così fra il tentare, ricotto del borace e del cremor di tartaro con mercurio sublimato, e fattolo svaporare sopra la superficie d’un vaso d’argento, trovò questo indorato. Ebbe dunque a credere d’avere scoperto la pietra filosofale, e andò ritentando quelle combinazioni, in cui, sotto gli strani nomi d’allora, vediam sempre ritornare il borace, il tartaro, il mercurio, il sal marino; i quali si sa che danno all’argento una tinta gialla, ma che se ne va con una semplice lavatura d’acido nitrico diluito.
338.Molte odierne ubbie, che si sogliono attribuire a ignoranza del medioevo, ci vennero dagli antichi; verbigrazia, che il tintinnire degli orecchi sia indizio che altri parli di noi; che bevuto l’uovo, debba schiacciarsi il guscio (Ovidio,Fasti). Sant’Agostino (Expositio epistolæ ad Galatas, c.IV) dice:Vulgatissimus est error Gentilium iste, ut vel in agendis rebus, vel in expectandis eventibus vitæ ac negotiorum suorum, ab astrologis notatos dies et menses et annos et tempora observent. Così il mangiar ceci alla Commemorazione dei morti faceasi dai Romani nelle feste Lemurali in maggio, nel qual tempo si astenevano dalle nozze (Fasti,V); l’augurare al Capodanno; il dirDio t’ajutiquand’uno starnuta (Plinio, lib.II. c. 2. § 11); l’affiggere sulle porte gufi e barbagianni (Quid quod istas nocturnas aves, cum penetraverint larem quempiam; sollicite prehensas, foribusvidemus affigi?Apulejo,Metam., lib.III). NeiCestidi Giulio Africano, vissuto sotto Alessandro Severo, tra tant’altre follie si dà ilmodo di disfarsi dei nemici: — Preparate dei pani a questo modo. Prendete sul fin del giorno una rana di campo o rospo e una vipera, quali vedete designati nel pentagono perfetto al sito della figura dove si trovano i segni della proslambanomene del tropo lidio, cioè, un ζητα senza coda o un ταυ sdraiato(è la nota musicalefa di sis): chiudete questi animali insieme in un vaso di terra, turandolo ermeticamente con argilla, affinchè non ricevano nè aria nè luce. Ciò fatto, dopo un tempo convenevole spezzate il vaso, e i resti che vi troverete stemprate in acqua, nella quale impasterete il pane: di più, ungete le tegghie in cui cocerete esso pane con tale composizione, pericolosa fino a chi l’adopera. Preparata così questa pastura, datela ai vostri nemici come potrete».
Si sa che Caligola spese somme pel segreto di far l’oro; e sotto Diocleziano v’ebbe una specie di persecuzione contro gli alchimisti. Forse qualcuno avendo, così fra il tentare, ricotto del borace e del cremor di tartaro con mercurio sublimato, e fattolo svaporare sopra la superficie d’un vaso d’argento, trovò questo indorato. Ebbe dunque a credere d’avere scoperto la pietra filosofale, e andò ritentando quelle combinazioni, in cui, sotto gli strani nomi d’allora, vediam sempre ritornare il borace, il tartaro, il mercurio, il sal marino; i quali si sa che danno all’argento una tinta gialla, ma che se ne va con una semplice lavatura d’acido nitrico diluito.
339.Gl’Indiani adopravano, da quattromila anni fa, pei sette suoni della loro scala, le letteres,r,g,m,p,d,n; i Tibetani, le cifre numeriche; i Greci, le lettere del loro alfabeto dall’Α alla Ω, variando secondo i modi. Anche gl’Italiani ebbero una notazione alfabetica, composta delle prime quindici lettere, che Gregorio Magno ridusse alle sette prime per la scala diatonica, distinguendo le ottave colle lettere majuscole per l’inferiore, e colle minuscole per la superiore. Da poi si surrogarono i punti, collocandoli sui righi: ma consisteva qui l’invenzione di Guido? Egli trasse i nomi delle note dalle sillabe iniziali dell’inno del Battista:UTqueant laxisREsonare fibrisMIra gestorumFAmuli tuorumSOLve pollutiLAbii reatum,Sancte Joannes.Ilsifu aggiunto nel secoloXVIda Van der Putten (Erycius Puteanus). Kircher asserisce di aver veduto nella biblioteca dei Gesuiti a Messina un ms. greco antico, con varj inni notati al modo che si dice inventato da Guido. La corda grave ch’egli aggiunse, fu segnata col gamma greco; e poichè questa lettera si trovava così collocata in capo alla scala al modo usato allora, la scala ne prese il nome digamma. Le prime stampe di note musicali si fecero a Milano, e ognun sa che le diverse espressioni del linguaggio musicale sono italiane.
339.Gl’Indiani adopravano, da quattromila anni fa, pei sette suoni della loro scala, le letteres,r,g,m,p,d,n; i Tibetani, le cifre numeriche; i Greci, le lettere del loro alfabeto dall’Α alla Ω, variando secondo i modi. Anche gl’Italiani ebbero una notazione alfabetica, composta delle prime quindici lettere, che Gregorio Magno ridusse alle sette prime per la scala diatonica, distinguendo le ottave colle lettere majuscole per l’inferiore, e colle minuscole per la superiore. Da poi si surrogarono i punti, collocandoli sui righi: ma consisteva qui l’invenzione di Guido? Egli trasse i nomi delle note dalle sillabe iniziali dell’inno del Battista:
UTqueant laxisREsonare fibrisMIra gestorumFAmuli tuorumSOLve pollutiLAbii reatum,Sancte Joannes.
UTqueant laxisREsonare fibrisMIra gestorumFAmuli tuorumSOLve pollutiLAbii reatum,Sancte Joannes.
UTqueant laxisREsonare fibris
MIra gestorumFAmuli tuorum
SOLve pollutiLAbii reatum,
Sancte Joannes.
Ilsifu aggiunto nel secoloXVIda Van der Putten (Erycius Puteanus). Kircher asserisce di aver veduto nella biblioteca dei Gesuiti a Messina un ms. greco antico, con varj inni notati al modo che si dice inventato da Guido. La corda grave ch’egli aggiunse, fu segnata col gamma greco; e poichè questa lettera si trovava così collocata in capo alla scala al modo usato allora, la scala ne prese il nome digamma. Le prime stampe di note musicali si fecero a Milano, e ognun sa che le diverse espressioni del linguaggio musicale sono italiane.
340.I canonisti soggiungevano che, come la terra è sette volte maggiore della luna, e il sole otto volte maggiore della terra, il papato era cinquantasei volte più grande dell’imperatore. Laurentius il fa millesettecentoquattro volte più alto che l’imperatore e i re. Non conosco gli elementi di questi calcoli.
340.I canonisti soggiungevano che, come la terra è sette volte maggiore della luna, e il sole otto volte maggiore della terra, il papato era cinquantasei volte più grande dell’imperatore. Laurentius il fa millesettecentoquattro volte più alto che l’imperatore e i re. Non conosco gli elementi di questi calcoli.
341.Regesta, 32. Egli definiva il papavicarius Jesus Christi, successor Petri, Christus Domini, Deus Pharaonis, citra Deum, ultra hominem, minor Deo, major homine: Serm. de consecr. pont.I diritti degl’imperatori sono distintamente formolati nelloSpecchio di Svevia. Tacendo molte altre cose, ivi è prefisso che il re eletto perde il diritto di sua nazione, e deve vivere secondo la legge dei Franchi: nessuno può scomunicare l’imperatore, fuorchè il papa, e questo per tre cause: se dubita della fede ortodossa, se ripudia la moglie, se turba le chiese e le case di Dio. Cristo principe della pace lasciò in terra due spade per difesa della cristianità, entrambe affidate a san Pietro, una pel giudizio secolare, una pel giudizio ecclesiastico: la prima è dal papa prestata all’imperatore (Des weltlichen Gerichtes schwert darlihet der Papst dem Kaiser); l’altra rimane al papa, per giudicare montato su bianco palafreno, e l’imperatore dee tenergli la staffa acciocchè la sella non si scomponga: ciò significa che, se alcuno resiste ostinatamente al papa, l’imperatore e gli altri principi devono costringerlo colla proscrizione. Se si trovano eretici, bisogna procedere contro di essi ai tribunali ecclesiastico e secolare; la pena è il fuoco. Ogni principe che non punisce gli eretici, sarà scomunicato; e se fra un anno non venga a resipiscenza, il papa lo priverà dell’uffizio principesco e di tutte le sue dignità. Si giudicheranno alla pari i poveri ed i signori.Schilter,Antiq. Teuton., tom.II.
341.Regesta, 32. Egli definiva il papavicarius Jesus Christi, successor Petri, Christus Domini, Deus Pharaonis, citra Deum, ultra hominem, minor Deo, major homine: Serm. de consecr. pont.
I diritti degl’imperatori sono distintamente formolati nelloSpecchio di Svevia. Tacendo molte altre cose, ivi è prefisso che il re eletto perde il diritto di sua nazione, e deve vivere secondo la legge dei Franchi: nessuno può scomunicare l’imperatore, fuorchè il papa, e questo per tre cause: se dubita della fede ortodossa, se ripudia la moglie, se turba le chiese e le case di Dio. Cristo principe della pace lasciò in terra due spade per difesa della cristianità, entrambe affidate a san Pietro, una pel giudizio secolare, una pel giudizio ecclesiastico: la prima è dal papa prestata all’imperatore (Des weltlichen Gerichtes schwert darlihet der Papst dem Kaiser); l’altra rimane al papa, per giudicare montato su bianco palafreno, e l’imperatore dee tenergli la staffa acciocchè la sella non si scomponga: ciò significa che, se alcuno resiste ostinatamente al papa, l’imperatore e gli altri principi devono costringerlo colla proscrizione. Se si trovano eretici, bisogna procedere contro di essi ai tribunali ecclesiastico e secolare; la pena è il fuoco. Ogni principe che non punisce gli eretici, sarà scomunicato; e se fra un anno non venga a resipiscenza, il papa lo priverà dell’uffizio principesco e di tutte le sue dignità. Si giudicheranno alla pari i poveri ed i signori.Schilter,Antiq. Teuton., tom.II.
342.Ita quod ex tunc nec habebimus nec nominabimus nos regem Siciliæ... ne forte aliquid unionis regnum ad imperium quovis tempore putaretur habere.Lunig,Cod. dipl. ital., tom.II.p. 866.
342.Ita quod ex tunc nec habebimus nec nominabimus nos regem Siciliæ... ne forte aliquid unionis regnum ad imperium quovis tempore putaretur habere.Lunig,Cod. dipl. ital., tom.II.p. 866.
343.Guglielmo marchese di Monferrato, dolente che Teodoro Làscari avesse tolto a Demetrio suo fratello il regno di Tessalonica, allestì una spedizione, e non avendo denari, ne chiese a Federico II, dandogli in pegno la più parte delle terre e de’ vassalli suoi in Monferrato. Passato il mare, ricuperò Tessalonica, ma poi morì avvelenato; l’esercito andò scomposto, e non si sa come i beni del Monferrato fossero poi redenti. L’istromento è addotto da Benvenuto di San Giorgio,Cr. del Monferratosotto il 24 marzo 1224.
343.Guglielmo marchese di Monferrato, dolente che Teodoro Làscari avesse tolto a Demetrio suo fratello il regno di Tessalonica, allestì una spedizione, e non avendo denari, ne chiese a Federico II, dandogli in pegno la più parte delle terre e de’ vassalli suoi in Monferrato. Passato il mare, ricuperò Tessalonica, ma poi morì avvelenato; l’esercito andò scomposto, e non si sa come i beni del Monferrato fossero poi redenti. L’istromento è addotto da Benvenuto di San Giorgio,Cr. del Monferratosotto il 24 marzo 1224.
344.Lib.I.tit. 30, rubr.Quod nullus prælatus, comes, baro officium justitiæ gerat.
344.Lib.I.tit. 30, rubr.Quod nullus prælatus, comes, baro officium justitiæ gerat.
345.Gregorio,Consider. sopra la storia della Sicilia, vol.III. — Huillard Bréholles pubblica i registri di Federico II; ma finora non uscirono che quelli concernenti la prima metà della sua vita, cioè la meno rilevante. Fra i documenti inediti v’ha molte lettere di Gregorio IX alla Lega Lombarda; altre relative alla crociata, cui pure appella un itinerario di Federico, e una relazione tolta dalla biblioteca imperiale di Parigi; inoltre una cronaca sicula da Roberto Guiscardo al 1250, tratta dall’archivio vaticano.
345.Gregorio,Consider. sopra la storia della Sicilia, vol.III. — Huillard Bréholles pubblica i registri di Federico II; ma finora non uscirono che quelli concernenti la prima metà della sua vita, cioè la meno rilevante. Fra i documenti inediti v’ha molte lettere di Gregorio IX alla Lega Lombarda; altre relative alla crociata, cui pure appella un itinerario di Federico, e una relazione tolta dalla biblioteca imperiale di Parigi; inoltre una cronaca sicula da Roberto Guiscardo al 1250, tratta dall’archivio vaticano.
346.Le città del dominio reale, convocate direttamente dalla corona, erano: in Sicilia, Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Augusta, Lentini, Calata Gironi, Platia, Castrogiovanni, Trapani, Nicosia; in terraferma, Gaeta, Napoli, Aversa, Montefuscolo, Avellino, Eboli, Ariano, Policastro, Amalfi, Sorrento, Salerno, Termoli, Troja, Civitella, Siponto, Monte Sant’Angelo, Potenza, Melfi, Molfetta, Vigiliano, Giovenazzo, Bitonto, Monopoli, Bari, Trani, Barletta, Gravina, Matera, Taranto, Brindisi, Otranto, Cosenza, Cotrone, Nicastro, Reggio. La prima intervenzione di buoni uomini fu nel 1241. Solo nel 1265 trovansi chiamati i borghesi al parlamento d’Inghilterra.
346.Le città del dominio reale, convocate direttamente dalla corona, erano: in Sicilia, Palermo, Messina, Catania, Siracusa, Augusta, Lentini, Calata Gironi, Platia, Castrogiovanni, Trapani, Nicosia; in terraferma, Gaeta, Napoli, Aversa, Montefuscolo, Avellino, Eboli, Ariano, Policastro, Amalfi, Sorrento, Salerno, Termoli, Troja, Civitella, Siponto, Monte Sant’Angelo, Potenza, Melfi, Molfetta, Vigiliano, Giovenazzo, Bitonto, Monopoli, Bari, Trani, Barletta, Gravina, Matera, Taranto, Brindisi, Otranto, Cosenza, Cotrone, Nicastro, Reggio. La prima intervenzione di buoni uomini fu nel 1241. Solo nel 1265 trovansi chiamati i borghesi al parlamento d’Inghilterra.
347.Qua pœna universitates teneantur, quæ creant potestates et alios officiales. Tit. 47.
347.Qua pœna universitates teneantur, quæ creant potestates et alios officiales. Tit. 47.
348.Bianchini,St. delle finanze nel regno di Napoli. IlRegestum Friderici II, ann. 1239 e 40, edito dal Carcani nel 1786, contiene mille e otto lettere di Federico, desunte dall’archivio di Napoli, e che concernono principalmente le finanze, dove l’imperatore mostra molta intelligenza, sebbene costretto dalle continue guerre a smungere il paese ch’e’ volea rifiorire.Non è superfluo l’esaminare con quali fornimenti Federico e i suoi nemici nutricavano la guerra in tempo che scarsissimo era il contante:Federico guastò il bel sistema d’imposte della Sicilia con espedienti rovinosi, che appajono dalle sue lettere: ordinò una colletta generale; pose ingenti contribuzioni sui beni degli ecclesiastici, e fece amministrare da economi regj i vacanti; chiedeva ogni tratto tutto il denaro che fosse entrato nelle casse regie, lasciando così a scoperto le spese cui era destinato, e persino il vestire e nutrire Rinaldo d’Este e re Enrico suoi prigionieri od ostaggi. Una volta il giustiziere di Terra di Bari avendogli recate sole once d’oro cinquecento (lire 31,500), Federico volea farlo precipitare dalle mura, poi s’accontentò di destituirlo, surrogandogli il saracino Raasch; e ai sopportanti ordinò fra quindici giorni soddisfacessero, pena la galera (Matteo Spinelli di Giovenazzo,Diurnali, § 44). Limitò gl’interessi al dieci per cento, eppure tolse a prestanza fin al tre cadun mese; poi alla scadenza, mancandogli fondi, pagava il quattro e il cinque d’aggiunta. Avendo preso per tre mesi da diversi mercanti settemila ottocensessantatre once al tre e fin al cinque per cento il mese, alla scadenza capitalizzò l’interesse, crescendo così a undicimila seicentotre once. Queste somme erano contate in moneta di Venezia, sulle quali i mercanti guadagnavano ancora pel giro del cambio. All’assedio di Faenza non solo fuse tutto il suo vasellame e impegnò le gioje, ma battè una moneta di cuojo, avente da una parte un chiodetto d’argento, dall’altra l’effigie dell’imperatore, e dovea valere un agostaro d’oro, colla promessa di cambiarla in moneta buona, come fece. Le truppe, per regola, non avevano soldo, onde variavasi a norma delle circostanze: Federico dava ai pedoni da tre a cinque tarì e il vivere; a un cavaliere tre once d’oro al mese, coll’obbligo di provvedersi uno scudiere, un valletto, cavalli ed armi. L’oncia d’oro, pesante gramme 21.10, divideasi in trenta tarì: e quella valea lire 63.30, questi lire 2.11: onde il medio di un pedone era lire 8.44, d’un cavaliere 190; e il valore sta al quintuplo dell’odierno.Le rendite del papa consistevano nelle regalie, e in un tanto per fuoco che pagavasi dai Comuni di dominio diretto, ch’era di nove denari ogni fumante, eccettuati ecclesiastici, militi, giudici, avvocati, notaj, e chi non avesse alcuna proprietà aggravezzata. I comuni però solean ridurla a un tanto fisso, che era per Fano, Pesaro, Camerino di cinquanta libbre d’argento ciascuna, cioè lire cinquemila; di quaranta per Jesi. L’imperatore poi occupava la maggior parte del territorio, sicchè ben poco da questo poteasi ricavare. Suppliva la decima del cinque, del dieci, fin dei venti per cento sulle rendite ecclesiastiche di tutto l’orbe cattolico, oltre le collette che si esigevano a titolo di crociata. Quando Gregorio IX noleggiò le navi di Genova per trasportare i cardinali al concilio di Roma, tolse a prestito mille marchi, ipotecati sui beni del clero, e pagò ducento libbre genovesi per un mese d’interesse. Il totale armamento costò cinquemila marchi, cioè lire ducencinquantamila, che alcuni mercanti si obbligarono di far pagare a Genova, a trenta giorni, mediante lo sconto di cinquantasette marchi (Regesta, lib.XIV, nº 3, 4). Esso Gregorio lasciò un debito di quarantamila marchi, pel quale i mercanti molestarono assai il suo successore.I Milanesi emisero una carta monetata, con cui poteasi pagare le pene pecuniarie; nessun creditore era obbligato riceverla in pagamento, ma il debitore non andava soggetto a sequestro se avesse in cedole di banco tanto di che soddisfarlo. Per ritirarla poi di corso, si formò il catasto delle rendite, sulle quali si stabilì una tassa che in otto anni rimborsò quel debito.
348.Bianchini,St. delle finanze nel regno di Napoli. IlRegestum Friderici II, ann. 1239 e 40, edito dal Carcani nel 1786, contiene mille e otto lettere di Federico, desunte dall’archivio di Napoli, e che concernono principalmente le finanze, dove l’imperatore mostra molta intelligenza, sebbene costretto dalle continue guerre a smungere il paese ch’e’ volea rifiorire.
Non è superfluo l’esaminare con quali fornimenti Federico e i suoi nemici nutricavano la guerra in tempo che scarsissimo era il contante:
Federico guastò il bel sistema d’imposte della Sicilia con espedienti rovinosi, che appajono dalle sue lettere: ordinò una colletta generale; pose ingenti contribuzioni sui beni degli ecclesiastici, e fece amministrare da economi regj i vacanti; chiedeva ogni tratto tutto il denaro che fosse entrato nelle casse regie, lasciando così a scoperto le spese cui era destinato, e persino il vestire e nutrire Rinaldo d’Este e re Enrico suoi prigionieri od ostaggi. Una volta il giustiziere di Terra di Bari avendogli recate sole once d’oro cinquecento (lire 31,500), Federico volea farlo precipitare dalle mura, poi s’accontentò di destituirlo, surrogandogli il saracino Raasch; e ai sopportanti ordinò fra quindici giorni soddisfacessero, pena la galera (Matteo Spinelli di Giovenazzo,Diurnali, § 44). Limitò gl’interessi al dieci per cento, eppure tolse a prestanza fin al tre cadun mese; poi alla scadenza, mancandogli fondi, pagava il quattro e il cinque d’aggiunta. Avendo preso per tre mesi da diversi mercanti settemila ottocensessantatre once al tre e fin al cinque per cento il mese, alla scadenza capitalizzò l’interesse, crescendo così a undicimila seicentotre once. Queste somme erano contate in moneta di Venezia, sulle quali i mercanti guadagnavano ancora pel giro del cambio. All’assedio di Faenza non solo fuse tutto il suo vasellame e impegnò le gioje, ma battè una moneta di cuojo, avente da una parte un chiodetto d’argento, dall’altra l’effigie dell’imperatore, e dovea valere un agostaro d’oro, colla promessa di cambiarla in moneta buona, come fece. Le truppe, per regola, non avevano soldo, onde variavasi a norma delle circostanze: Federico dava ai pedoni da tre a cinque tarì e il vivere; a un cavaliere tre once d’oro al mese, coll’obbligo di provvedersi uno scudiere, un valletto, cavalli ed armi. L’oncia d’oro, pesante gramme 21.10, divideasi in trenta tarì: e quella valea lire 63.30, questi lire 2.11: onde il medio di un pedone era lire 8.44, d’un cavaliere 190; e il valore sta al quintuplo dell’odierno.
Le rendite del papa consistevano nelle regalie, e in un tanto per fuoco che pagavasi dai Comuni di dominio diretto, ch’era di nove denari ogni fumante, eccettuati ecclesiastici, militi, giudici, avvocati, notaj, e chi non avesse alcuna proprietà aggravezzata. I comuni però solean ridurla a un tanto fisso, che era per Fano, Pesaro, Camerino di cinquanta libbre d’argento ciascuna, cioè lire cinquemila; di quaranta per Jesi. L’imperatore poi occupava la maggior parte del territorio, sicchè ben poco da questo poteasi ricavare. Suppliva la decima del cinque, del dieci, fin dei venti per cento sulle rendite ecclesiastiche di tutto l’orbe cattolico, oltre le collette che si esigevano a titolo di crociata. Quando Gregorio IX noleggiò le navi di Genova per trasportare i cardinali al concilio di Roma, tolse a prestito mille marchi, ipotecati sui beni del clero, e pagò ducento libbre genovesi per un mese d’interesse. Il totale armamento costò cinquemila marchi, cioè lire ducencinquantamila, che alcuni mercanti si obbligarono di far pagare a Genova, a trenta giorni, mediante lo sconto di cinquantasette marchi (Regesta, lib.XIV, nº 3, 4). Esso Gregorio lasciò un debito di quarantamila marchi, pel quale i mercanti molestarono assai il suo successore.
I Milanesi emisero una carta monetata, con cui poteasi pagare le pene pecuniarie; nessun creditore era obbligato riceverla in pagamento, ma il debitore non andava soggetto a sequestro se avesse in cedole di banco tanto di che soddisfarlo. Per ritirarla poi di corso, si formò il catasto delle rendite, sulle quali si stabilì una tassa che in otto anni rimborsò quel debito.
349.Ep. Petri de Vineis, lib.III. Preside all’università era il celebre giureconsulto Pietro d’Isernia con dodici oncie d’oro all’anno.
349.Ep. Petri de Vineis, lib.III. Preside all’università era il celebre giureconsulto Pietro d’Isernia con dodici oncie d’oro all’anno.
350.In testa al ponte v’avea un castello con due torri; era ornato di marmi, bassorilievi, statue, fra cui quelle dell’imperatore, di Pier delle Vigne, di Taddeo di Suessa. Il monumento costò ventimila once d’oro.
350.In testa al ponte v’avea un castello con due torri; era ornato di marmi, bassorilievi, statue, fra cui quelle dell’imperatore, di Pier delle Vigne, di Taddeo di Suessa. Il monumento costò ventimila once d’oro.
351.Sigonio,De regno ital.,I. pag. 80:Nec enim ob aliud credimus quod providentia Salvatoris sic magnifice, imo mirifice dirigit gressus nostros, dum ab orientali zona regnum hierosolimitanum, Conradi clarissimi nati nostri materna successio, ac deinde regnum Siciliæ, præclara materna nostræ successionis hereditas, et præpotens Germaniæ principatus sic nutu cælestis arbitrii, pacatis undique populis, sub devotione nostri nominis perseverat, nisi ut illud Italiæ medium, quod nostris undique viribus circumdatur, ad nostræ serenitatis obsequia redeat et imperii unitatem.Il volere che la Sicilia non appartenesse a un principe il quale dominasse altrove, è imputato ai papi come un sentimento antitaliano, figlio della barbarie del medioevo e della stupida ambizione pretina. Ma nell’anno del riscatto dell’italianità, nel 1848, i Siciliani, insorti come tutto il resto della penisola, davansi una costituzione, il cui § 2 diceva: — Il re de’ Siciliani non potrà regnare o governare su verun altro paese. Ciò avvenendo, sarà decadutoipso facto».
351.Sigonio,De regno ital.,I. pag. 80:Nec enim ob aliud credimus quod providentia Salvatoris sic magnifice, imo mirifice dirigit gressus nostros, dum ab orientali zona regnum hierosolimitanum, Conradi clarissimi nati nostri materna successio, ac deinde regnum Siciliæ, præclara materna nostræ successionis hereditas, et præpotens Germaniæ principatus sic nutu cælestis arbitrii, pacatis undique populis, sub devotione nostri nominis perseverat, nisi ut illud Italiæ medium, quod nostris undique viribus circumdatur, ad nostræ serenitatis obsequia redeat et imperii unitatem.
Il volere che la Sicilia non appartenesse a un principe il quale dominasse altrove, è imputato ai papi come un sentimento antitaliano, figlio della barbarie del medioevo e della stupida ambizione pretina. Ma nell’anno del riscatto dell’italianità, nel 1848, i Siciliani, insorti come tutto il resto della penisola, davansi una costituzione, il cui § 2 diceva: — Il re de’ Siciliani non potrà regnare o governare su verun altro paese. Ciò avvenendo, sarà decadutoipso facto».
352.Ricardo da San Germano, pag. 1039. —Godi,Chron., pag. 82.
352.Ricardo da San Germano, pag. 1039. —Godi,Chron., pag. 82.
353.È curioso una specie di atto verbale, per cui nel 1216, dovendo passar d’Italia in Germania re Enrico figlio di Federico II, il podestà di Modena con gran comitiva gli andò incontro per riceverlo, e con sicurezza e libertà condurlo traverso al dominio modenese; cioè all’ospedale di San Pellegrino gli fu consegnato dall’arcivescovo di Palermo, che promise condurlo e custodirlo per le Alpi e sin al ponte di Guiligua in mezzo all’alveo del fiume, dove lo consegnò agli ambasciatori di Parma e Reggio.Antiq. M. Æ.,IV. 224.
353.È curioso una specie di atto verbale, per cui nel 1216, dovendo passar d’Italia in Germania re Enrico figlio di Federico II, il podestà di Modena con gran comitiva gli andò incontro per riceverlo, e con sicurezza e libertà condurlo traverso al dominio modenese; cioè all’ospedale di San Pellegrino gli fu consegnato dall’arcivescovo di Palermo, che promise condurlo e custodirlo per le Alpi e sin al ponte di Guiligua in mezzo all’alveo del fiume, dove lo consegnò agli ambasciatori di Parma e Reggio.Antiq. M. Æ.,IV. 224.
354.Quelle trattative sono esposte dagli autori arabi, raccolti nelIV. vol. dellaBibliothèque des Croisadesdi Michaud, pag. 427; e a pag. 249 le corrispondenze loro e i sentimenti degli scrittori musulmani in proposito.
354.Quelle trattative sono esposte dagli autori arabi, raccolti nelIV. vol. dellaBibliothèque des Croisadesdi Michaud, pag. 427; e a pag. 249 le corrispondenze loro e i sentimenti degli scrittori musulmani in proposito.
355.Monum. Hist. patriæ, Chart.I. 881.
355.Monum. Hist. patriæ, Chart.I. 881.
356.Caffaro,Ann. Gen., lib.IV. Al 1217 dice cheob multas discordias quæ vertebantur inter civitates Lombardiæ, quum multæ religiosæ personæ se intromitterent de pace et concordia componenda, tandem, auxilio Dei, inter Papiam, Mediolanum, Placentiam, Tordonam et Alexandriam pax firma fuit et firmata mense junii.
356.Caffaro,Ann. Gen., lib.IV. Al 1217 dice cheob multas discordias quæ vertebantur inter civitates Lombardiæ, quum multæ religiosæ personæ se intromitterent de pace et concordia componenda, tandem, auxilio Dei, inter Papiam, Mediolanum, Placentiam, Tordonam et Alexandriam pax firma fuit et firmata mense junii.
357.Acta SS., 20martii.
357.Acta SS., 20martii.
358.È bellissimo il discorso di papa Gregorio X ai Fiorentini perchè accogliessero gli scacciati Ghibellini:Gibellinus est, at christianus, at civis, at proximus. Ergo hæc tot et tam valida conjunctionis nomina Gibellino succumbent? et id unum atque inane nomen, quod quid significet nemo intelligit, plus valebit ad odium, quam ista omnia tam clara et tam solide expressa ad charitatem? Sed quoniam hæc vestra partium studia pro romanis pontificibus contra eorum inimicos suscepisse asseveratis, ego romanus pontifex hos vestros cives, etsi hactenus offenderint, redeuntes tamen ad gremium recepi, ac remissis injuriis pro filiis habeo.La lapide posta a quella chiesa diceva:Gregorio X papa sancti sub honoreGregorii primi pro Christi fundor amore.Hic ghibelline cum guelfis pace patrataCessavere mine sub qua sum luce creata....Gregorio bella decima fuit ista cappellaPacis fundata Mozzis edificata.
358.È bellissimo il discorso di papa Gregorio X ai Fiorentini perchè accogliessero gli scacciati Ghibellini:Gibellinus est, at christianus, at civis, at proximus. Ergo hæc tot et tam valida conjunctionis nomina Gibellino succumbent? et id unum atque inane nomen, quod quid significet nemo intelligit, plus valebit ad odium, quam ista omnia tam clara et tam solide expressa ad charitatem? Sed quoniam hæc vestra partium studia pro romanis pontificibus contra eorum inimicos suscepisse asseveratis, ego romanus pontifex hos vestros cives, etsi hactenus offenderint, redeuntes tamen ad gremium recepi, ac remissis injuriis pro filiis habeo.
La lapide posta a quella chiesa diceva:
Gregorio X papa sancti sub honoreGregorii primi pro Christi fundor amore.Hic ghibelline cum guelfis pace patrataCessavere mine sub qua sum luce creata....Gregorio bella decima fuit ista cappellaPacis fundata Mozzis edificata.
Gregorio X papa sancti sub honoreGregorii primi pro Christi fundor amore.Hic ghibelline cum guelfis pace patrataCessavere mine sub qua sum luce creata....Gregorio bella decima fuit ista cappellaPacis fundata Mozzis edificata.
Gregorio X papa sancti sub honore
Gregorii primi pro Christi fundor amore.
Hic ghibelline cum guelfis pace patrata
Cessavere mine sub qua sum luce creata....
Gregorio bella decima fuit ista cappella
Pacis fundata Mozzis edificata.
359.Gli atti trovansi nelleDelizie degli eruditi toscani, vol.IV. pag. 96.
359.Gli atti trovansi nelleDelizie degli eruditi toscani, vol.IV. pag. 96.
360.Affò,St. di Parma, vol.III. pag. 274-293.
360.Affò,St. di Parma, vol.III. pag. 274-293.
361.Vero è che questi ultimi fatti ci sono raccontati solo da Ghibellini. Vedi il nostroEzelino.
361.Vero è che questi ultimi fatti ci sono raccontati solo da Ghibellini. Vedi il nostroEzelino.
362.Lettera del 28 luglio 1233, ap.Raynaldi, nº 41. 42.
362.Lettera del 28 luglio 1233, ap.Raynaldi, nº 41. 42.
363.Promiserunt ei dare coronam ferream, quam patri suo dare numquam voluerunt.Galvano Fiamma, cap. 264.
363.Promiserunt ei dare coronam ferream, quam patri suo dare numquam voluerunt.Galvano Fiamma, cap. 264.
364.Divinæ legis immemor et affectionis humanæ contemptor. Regesta Gregorii IX, lib.VIII, nº 461-62 ... Lo fece anche scomunicare dal vescovo di Salisburgo, lib.IX, nº 172. Vedasi se n’era istigatore!Tra le favolette, che a scorno una dell’altra inventavano le popolazioni, fu questa: che i Cremonesi levarono a battesimo Corrado figlio di Federico II, e profusero regali, e fecero fare una quantità di mannaje per uccidere tutti i nemici di esso, talchè ben trentamila se ne videro in una sola rassegna. In compenso domandarono una grazia grande, che concedesse alla loro città di crescere in infinito e più che Roma, che si facesse due volte l’anno il ricolto, e due fruttificassero gli alberi, e ogni cosa vi fosse doppia, e grossi i denari così, che cascando per terra facesserotun tun. E l’imperatore ne fe decreto, e che anche avessero l’anno di dodici mesi, ecc.Monum. Hist. patriæ, Scrip.,III. 1577.
364.Divinæ legis immemor et affectionis humanæ contemptor. Regesta Gregorii IX, lib.VIII, nº 461-62 ... Lo fece anche scomunicare dal vescovo di Salisburgo, lib.IX, nº 172. Vedasi se n’era istigatore!
Tra le favolette, che a scorno una dell’altra inventavano le popolazioni, fu questa: che i Cremonesi levarono a battesimo Corrado figlio di Federico II, e profusero regali, e fecero fare una quantità di mannaje per uccidere tutti i nemici di esso, talchè ben trentamila se ne videro in una sola rassegna. In compenso domandarono una grazia grande, che concedesse alla loro città di crescere in infinito e più che Roma, che si facesse due volte l’anno il ricolto, e due fruttificassero gli alberi, e ogni cosa vi fosse doppia, e grossi i denari così, che cascando per terra facesserotun tun. E l’imperatore ne fe decreto, e che anche avessero l’anno di dodici mesi, ecc.Monum. Hist. patriæ, Scrip.,III. 1577.
365.Imperator imperatricem quamplurimis mauris spadonibus et vetulis larvis consimilibus custodiendam mancipavit.Mattia Paris, Hist. Angl., pag. 402.
365.Imperator imperatricem quamplurimis mauris spadonibus et vetulis larvis consimilibus custodiendam mancipavit.Mattia Paris, Hist. Angl., pag. 402.
366.Urbs decus orbis, ave. Victus tibi destinor, ave.Currus ab Augusto Friderico Cæsare justo.Fle Mediolanum, jam sentis spernere vanumImperii vires proprias tibi tollere vires.Ergo triumphorum potes urbs memor esse priorumQuos tibi mittebant reges qui bella gerebant.È dato da Ricobaldo, e m’ha odore di quel tempo più che l’epigramma che oggi può leggere ciascuno in Campidoglio.
366.
Urbs decus orbis, ave. Victus tibi destinor, ave.Currus ab Augusto Friderico Cæsare justo.Fle Mediolanum, jam sentis spernere vanumImperii vires proprias tibi tollere vires.Ergo triumphorum potes urbs memor esse priorumQuos tibi mittebant reges qui bella gerebant.
Urbs decus orbis, ave. Victus tibi destinor, ave.Currus ab Augusto Friderico Cæsare justo.Fle Mediolanum, jam sentis spernere vanumImperii vires proprias tibi tollere vires.Ergo triumphorum potes urbs memor esse priorumQuos tibi mittebant reges qui bella gerebant.
Urbs decus orbis, ave. Victus tibi destinor, ave.
Currus ab Augusto Friderico Cæsare justo.
Fle Mediolanum, jam sentis spernere vanum
Imperii vires proprias tibi tollere vires.
Ergo triumphorum potes urbs memor esse priorum
Quos tibi mittebant reges qui bella gerebant.
È dato da Ricobaldo, e m’ha odore di quel tempo più che l’epigramma che oggi può leggere ciascuno in Campidoglio.
367.Vita Gregorii IX, tom.III. pag. 583.
367.Vita Gregorii IX, tom.III. pag. 583.
368.Villani. —Nuntios soldani ad convivium vocat, et eis, multis episcopis assidentibus, festivas epulas parat.Godefridimonaci Annales, p. 398. —In pluribus terris Apuliæ suarum meretricularum loca construxit.... et non contentus juvenculis, mulieribus et puellis, tamquam scelestus infami vitio laborabat; nam ipsum peccatum quasi Sodoma aperte prædicabat, nec penitus occultabat.Nic. de Curbio, Vita Innocentii IV, § 29.
368.Villani. —Nuntios soldani ad convivium vocat, et eis, multis episcopis assidentibus, festivas epulas parat.Godefridimonaci Annales, p. 398. —In pluribus terris Apuliæ suarum meretricularum loca construxit.... et non contentus juvenculis, mulieribus et puellis, tamquam scelestus infami vitio laborabat; nam ipsum peccatum quasi Sodoma aperte prædicabat, nec penitus occultabat.Nic. de Curbio, Vita Innocentii IV, § 29.
369.Heu me! quandiu durabit truffa ista?AlbericiChron.Fatui sunt qui credunt nasci ex virgine Deum. Ep. Gregorii,ap.Mattia Paris, pag. 494.
369.Heu me! quandiu durabit truffa ista?AlbericiChron.Fatui sunt qui credunt nasci ex virgine Deum. Ep. Gregorii,ap.Mattia Paris, pag. 494.
370.Iste rex pestilentiæ a tribus baratatoribus, ut ejus verbis utamur, Christo Jesu, et Moise, et Mahometo, totum mundum dixit fuisse deceptum.M. Paris, ad ann. 1238. L’epistola accennata di Pier delle Vigne è nel lib.I. cap. 31. — Generale è, negli scritti d’allora e di poco poi, l’opinione della sua miscredenza, e correva pure fra’ Musulmani. Jafei dice: «L’emir Fakr-eddin entrò ben innanzi nella confidenza dell’imperatore, spesso disputavano di filosofia, e pareano in molti punti d’accordo....». Ai Cristiani veniva scandalo di tale amicizia. Esso diceva all’emir: «Io non avrei tanto insistito sulla consegna di Gerusalemme, se non avessi temuto perdere ogni credito in Occidente; mi premeva di conservare Gerusalemme o altra cosa siffatta, ma la stima dei Franchi.... L’imperatore era rosso e calvo, di vista debole; se fosse stato uno schiavo, non se ne sarebbero pagate ducento dramme. Dai suoi parlari appariva che non credeva alla religione cristiana; non ne parlava che per voltarla in baja. Un muezin recitò innanzi a lui un versetto del Corano che nega la divinità di Cristo, e il sultano volea punirlo; ma Federico si oppose».Bibl. des Croisades, vol.IV. p. 417. VediReynaud,Extrait des historiens arabes relatifs aux Croisades, pag. 431.
370.Iste rex pestilentiæ a tribus baratatoribus, ut ejus verbis utamur, Christo Jesu, et Moise, et Mahometo, totum mundum dixit fuisse deceptum.M. Paris, ad ann. 1238. L’epistola accennata di Pier delle Vigne è nel lib.I. cap. 31. — Generale è, negli scritti d’allora e di poco poi, l’opinione della sua miscredenza, e correva pure fra’ Musulmani. Jafei dice: «L’emir Fakr-eddin entrò ben innanzi nella confidenza dell’imperatore, spesso disputavano di filosofia, e pareano in molti punti d’accordo....». Ai Cristiani veniva scandalo di tale amicizia. Esso diceva all’emir: «Io non avrei tanto insistito sulla consegna di Gerusalemme, se non avessi temuto perdere ogni credito in Occidente; mi premeva di conservare Gerusalemme o altra cosa siffatta, ma la stima dei Franchi.... L’imperatore era rosso e calvo, di vista debole; se fosse stato uno schiavo, non se ne sarebbero pagate ducento dramme. Dai suoi parlari appariva che non credeva alla religione cristiana; non ne parlava che per voltarla in baja. Un muezin recitò innanzi a lui un versetto del Corano che nega la divinità di Cristo, e il sultano volea punirlo; ma Federico si oppose».Bibl. des Croisades, vol.IV. p. 417. VediReynaud,Extrait des historiens arabes relatifs aux Croisades, pag. 431.
371.Ecclesiasticæ censuræ vigorem debilitat et conculcat. Regesta Urbani III, nº 95. Nella biblioteca di Vienna è una lettera di Federico a Vatace imperatore d’Oriente suo genero, ove scrive:O felix Asia, o felices Orientalium potestates, quæ subditorum arma non metuunt, et adinventiones pontificum non verentur. Cod. philol., nº 305, p. 128.
371.Ecclesiasticæ censuræ vigorem debilitat et conculcat. Regesta Urbani III, nº 95. Nella biblioteca di Vienna è una lettera di Federico a Vatace imperatore d’Oriente suo genero, ove scrive:O felix Asia, o felices Orientalium potestates, quæ subditorum arma non metuunt, et adinventiones pontificum non verentur. Cod. philol., nº 305, p. 128.
372.Il fatto anzi vale a mostrare come questo diritto fosse riconosciuto universalmente. Quando il papa nel 1239 offerse al conte Roberto di Francia la corona dello scomunicato Federico, i baroni francesi protestarono contro quest’atto, finchè non si fosse ben certi che l’imperatore avea peccato contro la fede:Missuros ad imperatorem, qui quomodo de fide catholica sentiat diligenter inquirant: tum ipsum, si male de Deo senserit, usque ad internecionem persecuturos.M. Paris.Al concilio poi di Lione assistevano gli ambasciadori di tutte le potenze, e nessuno contestò la competenza di quel tribunale, solo limitandosi a mitigare il papa ed a scolpar l’imperatore.
372.Il fatto anzi vale a mostrare come questo diritto fosse riconosciuto universalmente. Quando il papa nel 1239 offerse al conte Roberto di Francia la corona dello scomunicato Federico, i baroni francesi protestarono contro quest’atto, finchè non si fosse ben certi che l’imperatore avea peccato contro la fede:Missuros ad imperatorem, qui quomodo de fide catholica sentiat diligenter inquirant: tum ipsum, si male de Deo senserit, usque ad internecionem persecuturos.M. Paris.Al concilio poi di Lione assistevano gli ambasciadori di tutte le potenze, e nessuno contestò la competenza di quel tribunale, solo limitandosi a mitigare il papa ed a scolpar l’imperatore.
373.Da Lione, aprile 1246.Ap.Rainaldi.
373.Da Lione, aprile 1246.Ap.Rainaldi.
374.Ep. 37. lib.I.Pare che Federico cercasse guadagnare l’opinione col far tradurre in italiano le lettere che dirigeva ai papi e ai re, simili agli odierni manifesti; nè altra origine saprei dare a quelle volgarizzate che si pubblicarono dal Lami nelleDelizie degli eruditi toscani, e ultimamente dal Corazzini, Firenze 1853. Ivi n’è pure una di Gregorio papa, che riepiloga gli aggravj contro Federico; e basta leggerla per vedere quanto sovrasti per vigore e concisione alle sempre retoriche di Pier delle Vigne.
374.Ep. 37. lib.I.Pare che Federico cercasse guadagnare l’opinione col far tradurre in italiano le lettere che dirigeva ai papi e ai re, simili agli odierni manifesti; nè altra origine saprei dare a quelle volgarizzate che si pubblicarono dal Lami nelleDelizie degli eruditi toscani, e ultimamente dal Corazzini, Firenze 1853. Ivi n’è pure una di Gregorio papa, che riepiloga gli aggravj contro Federico; e basta leggerla per vedere quanto sovrasti per vigore e concisione alle sempre retoriche di Pier delle Vigne.
375.Ap.Bolland,Vitæ Patrum prædic., p. 54:Giulini,Memorie di Milano,VII. 534.
375.Ap.Bolland,Vitæ Patrum prædic., p. 54:Giulini,Memorie di Milano,VII. 534.
376.La poesia popolare insultò alla sconfitta di Federico:Fridericus dentibus fremdit et tabescit,In vindictam sublimans minas non compescit,Antiquum proverbium sapientis nescit:In vindictam sepius dedecus accrescit.....Ipsum hostemBrixia,que prior fugasti,Gaude quia gaudium tuum duplicasti,Dum inParmegloria gaudens exultasti,Cui talis per spacium patet orbis vasti.Mediolanensisit applausus multus,Ejus ope quoniam Parmensis suffultus,In hostem Ecclesie hac in suum ultus,Potius a se repulit hostiles insultus.GratuleturJanua,quia, res est certa,Quia hostis fracta sunt cornua et serta,Fiat Janua per me Parme laus aperta,Nam in Parma manus est Domini reperta.Gratuletur civitas placensPlacentinaIn Parme victoria et hostis ruina,Parma manu quoniam adjuta divina,Hostem fugans hostium fecit morticina.BonorumBononiabona nacioneLetetur letantium leta concione,Nam quod secum Dominus in dilectioneParma victrix premium meretur corone.Honorem Ecclesie que manu tuetur,Gloria civitasMantualetetur,Nam Parma, que Mantuam amat et veretur,Triumphat ne amplius hostis coronetur.ExultetVenetia,civitas electa,Quia Parma spoliis hostis est refecta,Inimice copia gentis interfecta,Reliqua carceribus aut fuge subjecta.Psallet cordis organo et in oris sonoAnchona,quam merito laudans post pono,RestitutaMarchianobis ejus donoAnchona proposito quia fuit bono.....Ve ve Christi Babilon! civitasPapie,Ad ruinam quoniam tibi patent vie,Ab illa, qua victus est Fridericus, die,Per Parmam auxilio Virginis Marie.OPisaniperfidi, socj Pilati,Vos fecistis iterum crucifixum pati;Sed surrexit Dominus nostre libertati,Jam sue apparuit Parme civitati.Dum opem et operam hosti prebuistis,Ut prelatos caperet, vos eos cepistis,Quibus nec discipulis suis peperistis;Quia fui minimus de captivi istis...VediRegesta Innocentii IV, herausgegeben vonD. C. Höfler.Stuttgard 1847. È singolare che la fama di Federico sia ora commendata tanto da letterati, mentre in un tempo di letteratura sì scarsa come il suo, egli si trova maledetto in tanti versi. Ursone notaro di Genova, autore di unLiber fabularum moralium, scrisse un poemettoDella vittoria che i Genovesi riportarono contro le genti mandate dall’imperatore per sottomettere Genova. Fu stampato nel vol.IIdelle Carte neiMonum. Hist. patriæ; e sebbene corrottissimo il testo, vi si scorge verso non infelice, e conoscenza di Omero, di Claudiano, specialmente di Virgilio. Minutissimamente descrive que’ fatti, e così inveisce contro i Pisani:Gens pisana tamen, majori turbine nutans,Partim tecta petit, tenuit pars altera pontum.Impia gens, scelerata cohors, conjunctio nequam,Perfidiæ populus, duri cœtus Pharaonis,Grex bonitate carens, infidus, perfida massa,Præsumens violare crucis fideique vigorem,Contemptor Domini, sacrorum nescius, exsulJustitiæ, veri calcator, schismatis auctor,A facie Domini nullo feriente fugatur,Et crucis athletas bello tollerare nequivit.Hanc immensa Dei virtutem dextera fecit,Quodque terens tumidum, confringens quodque superbum.Discat quisque malus, cognoscat criminis actorQuod malefacta nocent, quod dant peccata pudorem,Quod peccando miser dominum peccator acerbat,Quod perclementem sibi durum vertit in hostem,Quod sceleris primo se damnat conscius ipse.
376.La poesia popolare insultò alla sconfitta di Federico:
Fridericus dentibus fremdit et tabescit,In vindictam sublimans minas non compescit,Antiquum proverbium sapientis nescit:In vindictam sepius dedecus accrescit.....Ipsum hostemBrixia,que prior fugasti,Gaude quia gaudium tuum duplicasti,Dum inParmegloria gaudens exultasti,Cui talis per spacium patet orbis vasti.Mediolanensisit applausus multus,Ejus ope quoniam Parmensis suffultus,In hostem Ecclesie hac in suum ultus,Potius a se repulit hostiles insultus.GratuleturJanua,quia, res est certa,Quia hostis fracta sunt cornua et serta,Fiat Janua per me Parme laus aperta,Nam in Parma manus est Domini reperta.Gratuletur civitas placensPlacentinaIn Parme victoria et hostis ruina,Parma manu quoniam adjuta divina,Hostem fugans hostium fecit morticina.BonorumBononiabona nacioneLetetur letantium leta concione,Nam quod secum Dominus in dilectioneParma victrix premium meretur corone.Honorem Ecclesie que manu tuetur,Gloria civitasMantualetetur,Nam Parma, que Mantuam amat et veretur,Triumphat ne amplius hostis coronetur.ExultetVenetia,civitas electa,Quia Parma spoliis hostis est refecta,Inimice copia gentis interfecta,Reliqua carceribus aut fuge subjecta.Psallet cordis organo et in oris sonoAnchona,quam merito laudans post pono,RestitutaMarchianobis ejus donoAnchona proposito quia fuit bono.....Ve ve Christi Babilon! civitasPapie,Ad ruinam quoniam tibi patent vie,Ab illa, qua victus est Fridericus, die,Per Parmam auxilio Virginis Marie.OPisaniperfidi, socj Pilati,Vos fecistis iterum crucifixum pati;Sed surrexit Dominus nostre libertati,Jam sue apparuit Parme civitati.Dum opem et operam hosti prebuistis,Ut prelatos caperet, vos eos cepistis,Quibus nec discipulis suis peperistis;Quia fui minimus de captivi istis...
Fridericus dentibus fremdit et tabescit,In vindictam sublimans minas non compescit,Antiquum proverbium sapientis nescit:In vindictam sepius dedecus accrescit.....Ipsum hostemBrixia,que prior fugasti,Gaude quia gaudium tuum duplicasti,Dum inParmegloria gaudens exultasti,Cui talis per spacium patet orbis vasti.Mediolanensisit applausus multus,Ejus ope quoniam Parmensis suffultus,In hostem Ecclesie hac in suum ultus,Potius a se repulit hostiles insultus.GratuleturJanua,quia, res est certa,Quia hostis fracta sunt cornua et serta,Fiat Janua per me Parme laus aperta,Nam in Parma manus est Domini reperta.Gratuletur civitas placensPlacentinaIn Parme victoria et hostis ruina,Parma manu quoniam adjuta divina,Hostem fugans hostium fecit morticina.BonorumBononiabona nacioneLetetur letantium leta concione,Nam quod secum Dominus in dilectioneParma victrix premium meretur corone.Honorem Ecclesie que manu tuetur,Gloria civitasMantualetetur,Nam Parma, que Mantuam amat et veretur,Triumphat ne amplius hostis coronetur.ExultetVenetia,civitas electa,Quia Parma spoliis hostis est refecta,Inimice copia gentis interfecta,Reliqua carceribus aut fuge subjecta.Psallet cordis organo et in oris sonoAnchona,quam merito laudans post pono,RestitutaMarchianobis ejus donoAnchona proposito quia fuit bono.....Ve ve Christi Babilon! civitasPapie,Ad ruinam quoniam tibi patent vie,Ab illa, qua victus est Fridericus, die,Per Parmam auxilio Virginis Marie.OPisaniperfidi, socj Pilati,Vos fecistis iterum crucifixum pati;Sed surrexit Dominus nostre libertati,Jam sue apparuit Parme civitati.Dum opem et operam hosti prebuistis,Ut prelatos caperet, vos eos cepistis,Quibus nec discipulis suis peperistis;Quia fui minimus de captivi istis...
Fridericus dentibus fremdit et tabescit,
In vindictam sublimans minas non compescit,
Antiquum proverbium sapientis nescit:
In vindictam sepius dedecus accrescit.....
Ipsum hostemBrixia,que prior fugasti,
Gaude quia gaudium tuum duplicasti,
Dum inParmegloria gaudens exultasti,
Cui talis per spacium patet orbis vasti.
Mediolanensisit applausus multus,
Ejus ope quoniam Parmensis suffultus,
In hostem Ecclesie hac in suum ultus,
Potius a se repulit hostiles insultus.
GratuleturJanua,quia, res est certa,
Quia hostis fracta sunt cornua et serta,
Fiat Janua per me Parme laus aperta,
Nam in Parma manus est Domini reperta.
Gratuletur civitas placensPlacentina
In Parme victoria et hostis ruina,
Parma manu quoniam adjuta divina,
Hostem fugans hostium fecit morticina.
BonorumBononiabona nacione
Letetur letantium leta concione,
Nam quod secum Dominus in dilectione
Parma victrix premium meretur corone.
Honorem Ecclesie que manu tuetur,
Gloria civitasMantualetetur,
Nam Parma, que Mantuam amat et veretur,
Triumphat ne amplius hostis coronetur.
ExultetVenetia,civitas electa,
Quia Parma spoliis hostis est refecta,
Inimice copia gentis interfecta,
Reliqua carceribus aut fuge subjecta.
Psallet cordis organo et in oris sono
Anchona,quam merito laudans post pono,
RestitutaMarchianobis ejus dono
Anchona proposito quia fuit bono.....
Ve ve Christi Babilon! civitasPapie,
Ad ruinam quoniam tibi patent vie,
Ab illa, qua victus est Fridericus, die,
Per Parmam auxilio Virginis Marie.
OPisaniperfidi, socj Pilati,
Vos fecistis iterum crucifixum pati;
Sed surrexit Dominus nostre libertati,
Jam sue apparuit Parme civitati.
Dum opem et operam hosti prebuistis,
Ut prelatos caperet, vos eos cepistis,
Quibus nec discipulis suis peperistis;
Quia fui minimus de captivi istis...
VediRegesta Innocentii IV, herausgegeben vonD. C. Höfler.Stuttgard 1847. È singolare che la fama di Federico sia ora commendata tanto da letterati, mentre in un tempo di letteratura sì scarsa come il suo, egli si trova maledetto in tanti versi. Ursone notaro di Genova, autore di unLiber fabularum moralium, scrisse un poemettoDella vittoria che i Genovesi riportarono contro le genti mandate dall’imperatore per sottomettere Genova. Fu stampato nel vol.IIdelle Carte neiMonum. Hist. patriæ; e sebbene corrottissimo il testo, vi si scorge verso non infelice, e conoscenza di Omero, di Claudiano, specialmente di Virgilio. Minutissimamente descrive que’ fatti, e così inveisce contro i Pisani:
Gens pisana tamen, majori turbine nutans,Partim tecta petit, tenuit pars altera pontum.Impia gens, scelerata cohors, conjunctio nequam,Perfidiæ populus, duri cœtus Pharaonis,Grex bonitate carens, infidus, perfida massa,Præsumens violare crucis fideique vigorem,Contemptor Domini, sacrorum nescius, exsulJustitiæ, veri calcator, schismatis auctor,A facie Domini nullo feriente fugatur,Et crucis athletas bello tollerare nequivit.Hanc immensa Dei virtutem dextera fecit,Quodque terens tumidum, confringens quodque superbum.Discat quisque malus, cognoscat criminis actorQuod malefacta nocent, quod dant peccata pudorem,Quod peccando miser dominum peccator acerbat,Quod perclementem sibi durum vertit in hostem,Quod sceleris primo se damnat conscius ipse.
Gens pisana tamen, majori turbine nutans,Partim tecta petit, tenuit pars altera pontum.Impia gens, scelerata cohors, conjunctio nequam,Perfidiæ populus, duri cœtus Pharaonis,Grex bonitate carens, infidus, perfida massa,Præsumens violare crucis fideique vigorem,Contemptor Domini, sacrorum nescius, exsulJustitiæ, veri calcator, schismatis auctor,A facie Domini nullo feriente fugatur,Et crucis athletas bello tollerare nequivit.Hanc immensa Dei virtutem dextera fecit,Quodque terens tumidum, confringens quodque superbum.Discat quisque malus, cognoscat criminis actorQuod malefacta nocent, quod dant peccata pudorem,Quod peccando miser dominum peccator acerbat,Quod perclementem sibi durum vertit in hostem,Quod sceleris primo se damnat conscius ipse.
Gens pisana tamen, majori turbine nutans,
Partim tecta petit, tenuit pars altera pontum.
Impia gens, scelerata cohors, conjunctio nequam,
Perfidiæ populus, duri cœtus Pharaonis,
Grex bonitate carens, infidus, perfida massa,
Præsumens violare crucis fideique vigorem,
Contemptor Domini, sacrorum nescius, exsul
Justitiæ, veri calcator, schismatis auctor,
A facie Domini nullo feriente fugatur,
Et crucis athletas bello tollerare nequivit.
Hanc immensa Dei virtutem dextera fecit,
Quodque terens tumidum, confringens quodque superbum.
Discat quisque malus, cognoscat criminis actor
Quod malefacta nocent, quod dant peccata pudorem,
Quod peccando miser dominum peccator acerbat,
Quod perclementem sibi durum vertit in hostem,
Quod sceleris primo se damnat conscius ipse.
377.Epitafio di re Enzo in San Domenico a Bologna:Tempora currebant Christi nativa potentisTunc duo cum decie septem cum mille ducentis,Dum pia Cæsarei proles cineratur in arcaIsta Federici, maluit quem sternere Parca.Rex erat, et comptos pressit diademate crinesHentius, inque poli meruit mens tendere fines.Sembra posteriore quest’altro:Felsina Sardiniæ regem sibi vincla minantemVictrix captivum, consule ovante, trahit.Nec patris imperio cedit, nec capitur auro;Sic cane non magno sæpe tenetur aper.Una biografia di Enzo fu stesa da Ernesto Munch con molti documenti. Luisburg 1828.
377.Epitafio di re Enzo in San Domenico a Bologna:
Tempora currebant Christi nativa potentisTunc duo cum decie septem cum mille ducentis,Dum pia Cæsarei proles cineratur in arcaIsta Federici, maluit quem sternere Parca.Rex erat, et comptos pressit diademate crinesHentius, inque poli meruit mens tendere fines.
Tempora currebant Christi nativa potentisTunc duo cum decie septem cum mille ducentis,Dum pia Cæsarei proles cineratur in arcaIsta Federici, maluit quem sternere Parca.Rex erat, et comptos pressit diademate crinesHentius, inque poli meruit mens tendere fines.
Tempora currebant Christi nativa potentis
Tunc duo cum decie septem cum mille ducentis,
Dum pia Cæsarei proles cineratur in arca
Ista Federici, maluit quem sternere Parca.
Rex erat, et comptos pressit diademate crines
Hentius, inque poli meruit mens tendere fines.
Sembra posteriore quest’altro:
Felsina Sardiniæ regem sibi vincla minantemVictrix captivum, consule ovante, trahit.Nec patris imperio cedit, nec capitur auro;Sic cane non magno sæpe tenetur aper.
Felsina Sardiniæ regem sibi vincla minantemVictrix captivum, consule ovante, trahit.Nec patris imperio cedit, nec capitur auro;Sic cane non magno sæpe tenetur aper.
Felsina Sardiniæ regem sibi vincla minantem
Victrix captivum, consule ovante, trahit.
Nec patris imperio cedit, nec capitur auro;
Sic cane non magno sæpe tenetur aper.
Una biografia di Enzo fu stesa da Ernesto Munch con molti documenti. Luisburg 1828.
378.Io son colui che tenni ambo le chiaviDel cuor di Federico, e che le volsiSerrando e disserrando sì soavi,Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi;Fede portai al glorioso uffizio,Tanto ch’i’ ne perdei le vene e i polsi.. . . . . . . . . . . . . . . . .Vi giuro che giammai non ruppi fedeAl mio signor, che fu d’onor sì degno.Inf.,XIII.Le cronache raccontano che Pier delle Vigne avea bella donna, ed era geloso dell’imperatore, che però mai non v’ebbe a fare. Ma una mattina, andato a casa di Pietro, questi era già uscito, e la sua donna dormiva colle braccia scoperte. L’imperatore la coprì, e andò via; ma o a posta o in fallo vi lasciò un guanto. Pietro tornato e vistolo, se ne coceva ma dissimulava; finchè una volta, trovandosi solo coll’imperatore e colla moglie, volle rinfacciare il fallo con questi versi:Una vigna ho piantà; per travers è intràChi la vigna m’ha guastà; han fet gran peccà.La donna rispose sulla stessa intonazione:Vigna son, vigna sarai;La mia vigna non fallì mai.Onde Pietro consolato ripigliò:Se così è come è narrà,Più amo la vigna che fi mai.VediJacopo d’Acqui,Imago mundi, pag. 1577.
378.
Io son colui che tenni ambo le chiaviDel cuor di Federico, e che le volsiSerrando e disserrando sì soavi,Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi;Fede portai al glorioso uffizio,Tanto ch’i’ ne perdei le vene e i polsi.. . . . . . . . . . . . . . . . .Vi giuro che giammai non ruppi fedeAl mio signor, che fu d’onor sì degno.Inf.,XIII.
Io son colui che tenni ambo le chiaviDel cuor di Federico, e che le volsiSerrando e disserrando sì soavi,Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi;Fede portai al glorioso uffizio,Tanto ch’i’ ne perdei le vene e i polsi.. . . . . . . . . . . . . . . . .Vi giuro che giammai non ruppi fedeAl mio signor, che fu d’onor sì degno.Inf.,XIII.
Io son colui che tenni ambo le chiavi
Del cuor di Federico, e che le volsi
Serrando e disserrando sì soavi,
Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi;
Fede portai al glorioso uffizio,
Tanto ch’i’ ne perdei le vene e i polsi.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Vi giuro che giammai non ruppi fede
Al mio signor, che fu d’onor sì degno.
Inf.,XIII.
Le cronache raccontano che Pier delle Vigne avea bella donna, ed era geloso dell’imperatore, che però mai non v’ebbe a fare. Ma una mattina, andato a casa di Pietro, questi era già uscito, e la sua donna dormiva colle braccia scoperte. L’imperatore la coprì, e andò via; ma o a posta o in fallo vi lasciò un guanto. Pietro tornato e vistolo, se ne coceva ma dissimulava; finchè una volta, trovandosi solo coll’imperatore e colla moglie, volle rinfacciare il fallo con questi versi:
Una vigna ho piantà; per travers è intràChi la vigna m’ha guastà; han fet gran peccà.
Una vigna ho piantà; per travers è intràChi la vigna m’ha guastà; han fet gran peccà.
Una vigna ho piantà; per travers è intrà
Chi la vigna m’ha guastà; han fet gran peccà.
La donna rispose sulla stessa intonazione:
Vigna son, vigna sarai;La mia vigna non fallì mai.
Vigna son, vigna sarai;La mia vigna non fallì mai.
Vigna son, vigna sarai;
La mia vigna non fallì mai.
Onde Pietro consolato ripigliò:
Se così è come è narrà,Più amo la vigna che fi mai.
Se così è come è narrà,Più amo la vigna che fi mai.
Se così è come è narrà,
Più amo la vigna che fi mai.
VediJacopo d’Acqui,Imago mundi, pag. 1577.
379.InnocentiiIVEp., lib.VIII. 1.
379.InnocentiiIVEp., lib.VIII. 1.
380.Habituri perpetuam tranquillitatem et pacem, ac illam tutissimam et delectabilem libertatem, qua cæteri speciales Ecclesiæ filii feliciter et firmiter sunt muniti.
380.Habituri perpetuam tranquillitatem et pacem, ac illam tutissimam et delectabilem libertatem, qua cæteri speciales Ecclesiæ filii feliciter et firmiter sunt muniti.
381.«Dava uno colpo allo cerchio, e n’autro allo tompagno».Matteo Spinelli di Giovenazzo,Diurnali, § 3.
381.«Dava uno colpo allo cerchio, e n’autro allo tompagno».Matteo Spinelli di Giovenazzo,Diurnali, § 3.
382.Regesta Innocentii IV, lib. 12, N. 284, 337. Vedi pureNicola de Jamsilla, pag. 500, 536;Saba Malaspina,Hist., lib.II. cap. 22 neiRer. It. Scrip.,VIII.
382.Regesta Innocentii IV, lib. 12, N. 284, 337. Vedi pureNicola de Jamsilla, pag. 500, 536;Saba Malaspina,Hist., lib.II. cap. 22 neiRer. It. Scrip.,VIII.
383.Mattia Paris, pag. 868.
383.Mattia Paris, pag. 868.
384.Dato da Wasserburg il 20 aprile 1255. Trovasi nell’archivio de’ Frari, allegato da Manfredi in un trattato coi Veneziani.
384.Dato da Wasserburg il 20 aprile 1255. Trovasi nell’archivio de’ Frari, allegato da Manfredi in un trattato coi Veneziani.
385.«Spesso la notte usciva per Barletta cantando strambotti e canzoni, ed ivi pigliando il fresco, e con esso ivano due musici siciliani che erano grandi romanzatori».Spinelli.Contemporanei sono pure l’Anonimo di Taranto, Ricordano Malaspini, Inveges, e di poco posteriori Dante e Giovan Villani, che raccontano o accennano questi fatti.
385.«Spesso la notte usciva per Barletta cantando strambotti e canzoni, ed ivi pigliando il fresco, e con esso ivano due musici siciliani che erano grandi romanzatori».Spinelli.
Contemporanei sono pure l’Anonimo di Taranto, Ricordano Malaspini, Inveges, e di poco posteriori Dante e Giovan Villani, che raccontano o accennano questi fatti.
386.«Lo papa e la gente de lo Reame non averieno comportato di fare chiù signoriare la natione tudisca».Spinelli.
386.«Lo papa e la gente de lo Reame non averieno comportato di fare chiù signoriare la natione tudisca».Spinelli.
387.«Subito fece conoscere ch’era d’autro stomaco che papa Alessandro».Spinelli.
387.«Subito fece conoscere ch’era d’autro stomaco che papa Alessandro».Spinelli.
388.Malaspina, lib.II. cap. 6.
388.Malaspina, lib.II. cap. 6.
389.«Si dice che a chisto maritaggio lo re ne avanza chiù della mitate».Spinelli.
389.«Si dice che a chisto maritaggio lo re ne avanza chiù della mitate».Spinelli.
390.PipiniChron., lib.III. cap. 7.
390.PipiniChron., lib.III. cap. 7.
391.Ap.Rymer,Acta publica, 1816, tom.I. pag. 352.
391.Ap.Rymer,Acta publica, 1816, tom.I. pag. 352.
392.Gioffredo,St. delle Alpi marittime.
392.Gioffredo,St. delle Alpi marittime.