CAPITOLO XCIX.Belle arti.
Fu di mezzo a tale prosperità che risorsero fra noi le lettere e le arti belle, serena gloria d’Italia.
Caduto l’impero d’Occidente, coi resti della civiltà le arti si erano rifuggite a Costantinopoli, onde venne intitolato bisantino il modo che allora ebbe corso. L’arco e la volta, immenso progresso portato dai Romani, si continuarono abbandonando l’architrave, e voltando direttamente l’arco sopra colonne, le quali non erano fatte di nuovo, ma tolte da edifizj anteriori: mancavano i capitelli? se ne surrogavano di rozzi, con qualche fogliame grossolano e poco rilevato, o incrociamenti di linee, o qualche testa disavvenente. Gli archi, acciocchè impostassero su colonne di diversa altezza, furono talvolta allungati in basso; in alcuni meno appariscenti si deviò dal perfetto semicircolo, ora schiacciandolo verso il sesto acuto, ora prolungandolo a ferro di cavallo, ora dandogli forma d’un frontone; talvolta nello sfogo d’un arco se ne chiusero altri minori, appoggiati sopra colonnine[108].
Ravenna, che conservò meglio il carattere dell’Oriente, ha maggiori esempj di stile bisantino, sempre ad archi e volte. San Vitale, che san Massimiano eresse imperante Giustiniano, all’esterno è informe costruzione di cotto, ma, come entri, ti sorride in un regolare ottagono del diametro di quaranta metri, con cupola emisfericae due ambulacri, de’ quali l’inferiore imposta su otto pilastri, vestiti di marmo greco venato; ogni cosa poi adorna senza discrezione con avanzi antichi, massime dell’anfiteatro, e con bei musaici. La quale pittura di marmo fregia e contorna le porte, le finestre, gli altari in tutti gli edifizj di quello stile.
Il vicino mausoleo di Galla Placidia, sacro ai santi Nazaro e Celso, forma croce latina senza anditi laterali nè tribuna, avente al centro l’altare di tre grandi tavole d’alabastro orientale. Quadrilungo a tre navi è pure Sant’Apollinare nuovo, eretto da Teodorico, con musaici, tombe, iscrizioni, e lavori di alabastro, di porfido, di cipollino, di marmo pario e serpentino; comunque guasto dai Barbari, e forse più dai correttori. Ivi stesso, fin dal 417 era finita Sant’Agata, a tre navi sorrette da venti colonne, ma ogni cosa fu mutata, eccetto la pianta; e così la gran basilica di Sant’Apollinare in Classe con tre ampie navate e tre tribune, ed archivolti robustamente profilati. Al duomo, fabbricato da sant’Orso nel 540, è annesso un battistero forse dell’età medesima, formato di due circoli da otto arcate, che portano la cupola. V’è chi reca alIXsecolo il battistero d’Asti, a quattro angoli fuori e otto dentro, e il palazzo delle Torri a Torino, facciata di cotto[109].
La parolaedificare, trasferita a senso morale, accenna come la scienza architettonica accoppiasse idea di devozione e lode di esemplari costumi. In fatto i vescovi erano talvolta gli architetti, più spesso i promotori di nuovi edifizj; per cura del vescovo Epifanio si fabbricò il duomo di Pavia; pel vescovo Eufrasio labasilica di Parenzo in Istria, ricca di musaici; per altri il monastero e il tempio di Montecassino, le chiese di Sant’Evasio a Casal Monferrato, di Napoli, di Siponto, di Firenze, di Lucca. L’atrio della basilica di Sant’Ambrogio a Milano, comandato dall’arcivescovo Ansperto, con archi semicircolari sorgenti dai pilastri, tiene della maestà se non dell’eleganza romana. Le tante dispute sull’età delle chiese presunte d’età longobarda ci tolgono di valerci degli esempj del San Michele e San Pietro di Pavia, della Santa Giulia di Brescia, del San Fridiano di Lucca; sol bastando che non vi si vede uno stile nuovo, ma variazioni dell’antico.
Nessun papa forse passò senza d’alcun lavoro giovare le chiese della sua metropoli, decoro al culto e alimento alle belle arti quando ogn’altro mancava. Leone III, oltre fabbriche assai, profuse lavori di metallo fino, fece rivestire la Confessione di San Pietro con 453 libbre d’oro, e sotto all’arco trionfale collocare un balaustro d’argento di 1573 libbre, coll’effigie del Salvatore, e un leggìo al pulpito, e un ciborio, tutti di argento; riedificò il battistero di Sant’Andrea, rotondo colla fonte nel mezzo, circondata da colonne di porfido, in cui versava linfe un agnello d’argento stante sovra una colonnina; e pose alla basilica di Laterano vetri dipinti, che sono i primi mentovati. San Giorgio in Velàbro, Santa Prassede, Santa Maria in Dominica, Santa Cecilia in Trastevere, San Nereo e Achilleo, Santa Sabina, San Giovanni a Porta Latina, San Martino ai Monti, San Michele in Sassia, San Pietro in Vincoli, Santa Maria in Cosmedin, altre chiese di Roma furono in quelle età adorne colle spoglie di tempj antichi.
Nè di pitture manca menzione. Gregorio Magno vide espresso un sacrifizio di Abramo sì al vivo (tam efficaciter), da commoverlo al pianto; le geste de’ Longobardi fece ritrarre Teodolinda a Monza; una madonnaa Gravedona sul lago di Como, regnante Lodovico Pio, pianse miracolosamente; altre di poco posteriori sono rammentate nelle chiese della Cava, di Casuaria, di Subiaco, di Montecassino. Alcune ancora sopravanzano, principalmente ne’ musaici, nelle miniature, ne’ sigilli, nelle monete; e sono inamene figure, con occhi spiritati, mani assiderate, piedi in punta. Il tesoro di Monza convince che neppure il lavoro de’ metalli nobili era dismesso sotto i Longobardi; eppure le costoro monete non potrebbero essere più rozze. Insigni sono la pala d’oro di San Marco a Venezia, tutta a smalti; e il paliotto di Sant’Ambrogio a Milano, già menzionato a pag. 436 del tomoV, su cui sono a continuo parallelismo le azioni del santo e quelle di Cristo: l’Annunziazione della Vergine, e le api che fanno il favo nella bocca del neonato Ambrogio: l’Ascensione del Salvatore, e l’entrare del santo nella gloria; e così via[110]. In molte chiese, ma più nelle romane, si conservano lampade, turiboli, evangeliarj di quel tempo; e in San Pietro la dalmatica di cui si rivestivano gl’imperatori, con soggetti sacri a ricamo d’oro e argento riccamente composti.
Niuna età fu dunque diseredata d’arti fra noi, ma attorno al Mille crebbe l’operosità, sia per la devozione alle reliquie, cresciuta allora, come narrammo; sia che gli uomini si sentissero rassicurati sulle terre che dapprima erano percorse da orde o da nazioni intere predatrici; sia che si manifestassero anche in ciò la risurrezione delle città annichilate dal feudalismo, e il prosperare del commercio e della libertà comincianti. San Ciriaco di Ancona, alzato allo spirare delXsecolo, architondo a croce greca con cupola, è bisantino, come Santa Maria Rotonda fuor di Ravenna, e le sette badie cheil marchese Ugo fece in Toscana. Nel 1014 il duomo vecchio di Arezzo modellavasi sul San Vitale di Ravenna, a otto faccie, e l’architetto Mainardo lo compiva nel 1022, servendosi delle spoglie del teatro e d’altri edifizj vetusti. A Firenze, verso il 1013, Ildebrando vescovo edificò San Miniato al Monte, dov’è un musaico che mostra indirizzo al bello; San Lorenzo fu ingrandito nel 1059; nel 1085 fabbricata Sant’Agata. Nel 1028 il vescovo Jacopo Bavaro avea fondato San Pietro e Romolo, cattedrale di Fiesole, a tre navate, con colonne e capitelli romani, dicono tolti da un vicino tempio. Pistoja nel 1032 avea cominciato il suo San Paolo: il Sant’Andrea, colla facciata a marmi bianchi e neri, è del 1166 a disegno di Gruamonte e Adeodato fratelli, che fecero a bassorilievo l’Adorazione de’ magi. Dal 1060 al 70 si compì San Martino di Lucca, e Anselmo da Bagio vescovo vi collocava il voltosanto, coperto poi dal vago tempietto di Matteo Cividale: dal 1043 al 78 San Zeno di Verona, ove la torre di piazza è del 1172. Sulla facciata del duomo d’Empoli si legge il 1093[111]. Anteriore certo al 1118 è la magnifica chiesa di Sant’Antimo in val d’Orcia, a tre navi arcuate a tutto sesto sopra colonne. Nel 1099 Modena da un Lanfranco facea rinnovare la sua cattedrale, ove dopo sette anni trasferivansi le reliquie di san Geminiano; ancora di stile longobardo a tre navate a pieno centro, col santuario elevato sopra la confessione, e con molte sculture d’un Wiligelmo, che argomenterebbesi germanico dall’avervi raffigurato i fiordalisi e la storia di re Arturo. Il duomo di Borgo San Donnino fu consacrato nel 1106, coperto poi di ricche sculture, e l’anno 1190 i collegati lombardi vi si adunavano a giurare i pattidella pace di Costanza. Nel 1107 Adamo Ognibene e Ossolaro Tiberio disegnavano il duomo di Cremona; e Teodosio Orlandino il battistero nel 1167. Nel 1166 Gruamonte e Adeodato fratelli faceano la facciata del duomo di Pistoja, scolpendovi l’adorazione de’ Magi. Del battistero di Parma, disegno di Benedetto Antelami ricchissimo di sculture, fu messa la prima pietra nel 1196, l’ultima nel 1270. Seguono il Piscopio di Napoli, San Pietro e San Petronio di Bologna, Santa Maria di Sarzana, con colonne di marmo portanti arcate arditissime e non legate di ferro. Altre chiese del Valdarno superiore a questo modo, che ora denominano lombardo, meritano attenzione, e singolarmente quella di San Pietro a Grossina.
Le repubbliche marittime si proposero d’emulare i monumenti antichi che vedeano in Levante. San Marco di Venezia, cominciato nel 977, dicono nel 1071 fosse terminato, press’a poco quale oggi si vede, disposto a croce greca col centro coronato da gran cupola, e ciascun braccio da una minore, non emisferiche, ma oblunghe, e con forami arcuati. Le colonne con capitelli quadrati sono congiunte per archetti tondi, che attorno alla nave e ai bracci sorreggono gallerie; sopra un’altra serie di archi piantasi il tetto; e un velo copre il santuario, alla orientale. La facciata, larga quanto l’edifizio, ha cinque porte in sghembo: finissimi i marmi, e gli archivolti di curva variata. La Signoria stanziò che nessuna nave tornasse di Levante senza prendere fra ’l suo carico statue, colonne, bassorilievi, marmi, bronzi, altri materiali di prezzo, che uniti ai musaici, formarono il più bel tipo d’architettura bisantina in Italia, regolare nel piano quanto capriccioso ne’ particolari. Avanti al 1008 da Orso Orseolo vescovo era edificata Santa Maria di Torcello, non alla orientale, ma sulle basiliche romane, col coro elevato, e sovra alla criptal’altare; e più lungi l’abside semicircolare, con magnifico presbiterio. Contemporanea ma di modo bisantino è Santa Fosca nell’isola stessa.
Di questo tempo pure la regina del mar ligure fabbricava San Lorenzo, della cui facciata la parte migliore si terminò nel 1100. Già vi esistea la chiesa dei Santi Vittore e Sabina: Santo Stefano si cominciò nel 960, le Vigne nel 991. Nel 994 sorse la nuova cattedrale di Savona, dove un dipinto serba la data del 1101.
I Pisani già possedeano San Pietro in Grado con colonne e capitelli greci e romani, dov’erano dipinti i papi fin a Giovanni XIII del 965: ora colle spoglie dei Saracini vollero fabbricare la primaziale, maestosamente elevata sopra un terrazzo. Il Buschetto, che l’architettò, avea combinato una macchina, per cui dieci fanciulle sollevavano un peso, cui sarieno appena bastati mille bovi od una nave[112]. Ch’egli avesse studiato sulle opere de’ primi tempi cristiani lo palesa la disposizione di quattrocencinquanta colonne, recate da Levante e tolte da anteriori monumenti o tagliate allora, forse nell’isola d’Elba, e perciò di proporzione e merito diverso. Nel 1100 l’opera era compita, e diciott’anni appresso papa Gelasio II la dedicava a Maria. Capi d’arte raccattati di lontano l’arricchirono, e cimase ed epigrafi antiche e spezzate e capovolte, e tritamente collocate alla rinfusa con altre nuove ricordanti i fasti pisani, confondendo statue grandi e piccole, lavori squisiti con goffi.
Servì d’esempio ad altri edifizj fra lo stile greco e il romano, de’ quali un de’ migliori fu il battistero, che porta la data del 1153 ed il nome di Diotisalvi. Rotondeggia sovra tre gradini, ornato da tre schiere di colonne corintie affisse al muro, e da infiniti fregi di maniera gotica; per tre gradini si scende nell’interno, dove sta il vaso ottagono pel battesimo: otto colonne e quattro pilastri sopportano le arcate, sopra cui corre un secondo ordine, che regge la cupola allungata a pera. Qui pure l’architetto si dovette adattare ai materiali che aveva alla mano, e supplire come seppe alla variante misura delle colonne e de’ capitelli, alcuni dei quali furono ben imitati sopra gli antichi.
Terza meraviglia di quell’incantevole piazza, nel 1174 vi si alzava il campanile; gran cilindro, rivestito a profusione di bassorilievi e statue, con ducentosette colonnine, varie di forma e di materia, e con capitelli, alcuni di greca eleganza, altri a fogliami grossieri e teste d’uomini e d’animali. È opera di Buonanno da Pisa, cui si aggiunsero Guglielmo e Giovanni d’Innspruk: e sembra che, già sorto a certa altezza, il terreno cedesse da una parte, e l’architetto s’accorgesse di poter proseguire senza pericolo l’innalzamento; talchè ora strapiomba di tre metri sopra quarantacinque d’altezza: bizzarria derivata dall’accidente, e altrove imitata di proposito.
Perchè potessero entro terra santa riposare quelli cui non era dato passare in Soria, cinquanta galee pisane, ite alla crociata con Federico Barbarossa, riportarono terra di colà, e se ne formò il Camposanto, finito il 1283. Giovanni da Pisa lo foggiò a chiostro, con portico ad archi tondi, ma a frastagli e archetti gotici, tutto marmo bianco; e dentro si adunarono sarcofagi, iscrizioni, anticaglie, quasi in un museo; abbellito poi dai pennelli migliori delle età successive, tanto che vi sipuò seguitare la serie degli artisti italiani. Il campanile di San Nicola è opera alquanto più tarda di Nicola pisano; e fors’anche quello della badia di Settimo, rotondo al piede, ottagona la canna, piramidale la cuspide.
Procedeano dunque contemporanei due sistemi d’architettura: l’uno conforme alla basilica romana con linee rette e coperture angolari; l’altro alla bisantina con curve e con cupole, le quali, da emisferiche sopra un cilindro come le facea Roma, sorsero a più vaste proporzioni, e svilupparono i pennacchi, per appoggiarsi su quadrato o ottagono. La cupola di San Vitale a Ravenna è formata con doppio ordine di vasi a spira: quella di San Michele a Pavia posa su piano ottagono che s’innesta al quadrato mediante pennacchi, prima idea dei timpani: al domo di Pisa e di Corneto sono ellittiche; oblunghe quelle di San Marco, senza intermezzo fra la calotta e i pennacchi.
Gli edifizj che su mentovammo, e i duomi di Piacenza, di Verona, di Terracina, di San Leo di Ancona, passavano dal romano bisantino allo stile lombardo o romano: in alcuni appare l’arco acuto, se non altro nell’incrociarsi dei costoloni della volta. La nazionale vanità sarebbe blandita dal credere che da questa derivasse l’architettura gotica; ma non ce n’ajuta la storia.
L’arco acuto, suggerito naturalmente dalle grotte, fu imitato in sostruzioni e acquedotti; e senza uscire d’Italia, l’abbiamo nella porta Sanguinaria ad Alatri nel Lazio, città fondata da Saturno forse duemila anni avanti Cristo, e nella porta Acuminata pur nel Lazio, di costruzione ciclopica[113], e in alcune fogne di Roma. Quelli delle cento canterelle di Nerone a Miseno, e diqualche forno di Pompei, sono piuttosto capriccio e accidente che sistema.
Da noi l’arco acuto dapprima apparve unito col tondo. A Subiaco, deliziosa solitudine a cinquanta miglia da Roma presso le fonti dell’Anio, attorno alla grotta di San Benedetto si fabbricarono chiesuole e celle, dinotate col nome di Sacro Speco: distrutte o guaste da Longobardi e Saracini, vennero riedificate nell’847 dall’abate Pietro, che particolarmente restaurò la cappella da Leone IV consacrata a San Silvestro, scarpellata nella roccia, a volta acuta, come altre escavazioni di colà. Sopra le quali nel 1053 l’abate Umberto cominciò una chiesa, e dopo tredici anni l’abate Giovanni la fece servire di confessione al tempio che vi eresse: e fosse per rispetto ai venti ed alle nevi, o per imitazione d’essi sotterranei, fu disposto a volte acute, come anche il monastero di Santa Scolastica che ne dipende.
È arcacuta la chiesa di Chiaravalle tra Ancona e Sinigaglia del 1172: nel qual modo l’anno seguente fu restaurata parte della cattedrale di San Leo nell’Urbinate. Tali appajono alcuni portici di Rimini nel 1204, e si mescolano agli emisferici nel San Flaviano presso Montefiascone, rifabbricata da Urbano IV. Così timidamente s’insinuava quella novità, spesso non occupando che gli spazj ove non poteva tondeggiarsi la volta. Nella Porziuncola, cameretta di san Francesco or rinchiusa in Santa Maria degli Angeli d’Assisi, l’arco acuto della porticina è inserito in uno a pieno centro.
Buon pezzo prima che l’arco acuto divenisse comune, l’ampiezza delle cattedrali, l’elevazione delle guglie, il girar delle navi attorno al coro, ed altri caratteri del gotico si trovano nelle tante chiese erette verso il Mille, avanti che si vedessero nelle crociate le asiatiche, da cui alcuno vorrebbe l’imparassimo.
Non escludiamo però l’influenza orientale; e dagliArabi furono probabilmente erette la Zisa e la Cuba a Palermo, e certo la fortezza e i bagni d’Àlcamo sul monte Bonifato, le une e gli altri aventi l’arco retto. Altre fabbriche mostra il Mongibello presso Siracusa, le città di Polemi e Lonama due secoli fa serbavano ancora pregevolissimi avanzi; e così il porto di Marsala. Prima del 1132 Ruggero normanno faceva nel suo palazzo di Palermo la cappella di San Pietro, dove, sopra colonne corintie di preziosi marmi orientali, voltano in punta tutti gli archi e il trionfale; ed ergeva l’ampia cattedrale di Cefalù, con capricciosi intrecci d’archi acuminati d’ogni grandezza o sfogo: dorature, musaici, iscrizioni servono d’ornamento. Al 1174 rapidissimamente si finiva il più splendido monumento d’arte siculo-normanna, il duomo di Monreale, ad archi acuti, con profusione di musaici e con un mirabile chiostro, tutto, fin le colonne, a scolture e musaici. Contemporaneamente s’innalzavano la Martorana, Santa Maria dell’Ammiraglio, San Cataldo, la Matrice e Santo Spirito a Palermo, la cattedrale a Messina, di cui il tremuoto non risparmiò che una porta, Santa Maria di Randazzo; e sempre col sesto acuto, quale pure nella cappella di San Cataldo a Palermo, anteriore al 1160[114]. Colà dominavano e Arabi e Normanni, sicchè ne traggono prove e quei che derivano il gotico dall’Oriente e quei che dal Settentrione. Però la pianta ritrae ordinariamente dalla romana-cristiana, la cupola ha del bisantino, mentre l’arco si allunga alla musulmana, e i fregi e ghirigori arabeschi s’alternano con pezzi tolti da edifizj classici.
Le fabbriche normanne e sveve dell’Italia meridionalesono simili, pur non eguali a quelle di Sicilia; e primeggia il duomo di Salerno, eretto il 1080 da Roberto Guiscardo. Il portico quadrilatero che precede, ha colonne corintie, levate dalle ruine di Pesto, sormontate da archi tondi: la porta maggiore è fregiata con gusto classico: bisantini sono il coro e le tre tribune: squisito il musaico al coro, all’ambone e alla cantoria. Archi acuti sopra colonne antiche sono nel duomo di Amalfi, e archi moreschi nell’attiguo chiostro; siccome pure in quel di Ravello, legantisi con fantastica varietà. I duomi di Troja, di Trani, di Bitonto, San Nicolò di Bari, hanno parti che si rivelano di quell’età; e il Castel del Monte, palazzo di Federico II, quadrangolare con torre simile, abbellisce le forme germaniche con cornici e frontoni antichi.
Destatasi poi in quel tempo portentosa attività di fabbricare e restaurare, si moltiplicarono le opere arcacute. Nel sacro convento d’Assisi poco dopo il 1226 frate Elia eresse a san Francesco il famoso tempio, o piuttosto tre tempj un sovrapposto all’altro. Nell’inferiore prevale ancora l’arco tondo; ma nel superiore appajono regolarmente gli archi in punta, impostati sovra piloni, da cui sorgono le colonne del corpo superiore a fasci, e il cui costolone principale s’incrocia con quello del pilastro vicino per formare il colmo. Divenuta modello delle altre chiese innalzatesi al nuovo santo, questa contribuì non poco a diffondere il gotico. Sull’architetto non s’accordano, ed il Vasari nomina a sproposito un tedesco, padre di Arnolfo di Lapo: altri opina che e Lapo ed Arnolfo imparassero da Nicola pisano, al quale darebbero lode di quel disegno[115], del resto troppo somigliante ai tedeschi.
Del vedere a un tratto gli edifizj assumere il sistema gotico, non si può per avventura dare più convenientespiegazione che l’influenza delle loggie massoniche. Come le altre arti, così i maestri di fabbrica erano stretti in corporazioni, e fin le leggi longobarde ripetutamente parlano de’magistri comacini(t.V, p. 144). Intende de’ capomastri, i quali dai laghi di Como e di Lugano andavano già, come vanno ancora, per tutto il mondo in uffizio di fabbricare: e forse per opera loro le corporazioni muratorie furono connesse ne’ varj paesi con riti solenni d’ammissione, e riconosciuta giurisdizione particolare, cioè franca; onde il loro nome di Franchi muratori o Franchimassoni. Essi trasmettevansi tradizioni arcane intorno ai metodi del costruire; il che fece progredire la meccanica, conoscere a punto la spinta delle volte, la forza degli archi, la forma meglio conveniente, ed altre norme che dipoi andarono perdute in grazia del segreto con cui erano custodite.
Ma per quel misto di regola e d’indipendenza che riscontrammo sì spesso negli istituti del medioevo, gli accessorj abbandonavansi al genio inventivo di ciascuno, poichè i Franchi muratori erano fratelli, non manovali; donde una varietà inesauribile, fino a nuocere all’armonia del tutto, e non congiungere alla grandezza di concetto e all’ardimento meditato la ragionevolezza de’ particolari.
Non v’è bello fuor del classico, diceano fin a jeri gl’idolatri dell’antichità, e perciò consideravano il gotico un erramento d’ignoranti, tutto insania e capricci; alla bella quantunque uniforme colonna ne surroga di isolate, or tozze, or gracilissime, or a fasci, ora attortigliate, spirali, poligone, striate; ad alcune s’avviticchiano pampini, su altre arrampicano animali; spesso portano iscrizioni; sovrappongonsi fila a fila senza interposto cornicione; alla voluta e al grazioso acanto succedono ne’ capitelli le grasse foglie del cavolo e del fico; spesso costoloni sgarbati, membri incoerenti senza riposo nèarmonia, sicchè il debole sostiene il robusto; piloni di rinforzo ingombrano l’arco; facciate fuor di proporzione, con gugliette e tabernacolini e frastagli e sporti d’enormi acquarj; finestre altissime finite a lancetta, o divise da colonnine, e spesso sormontate da un altro foro a trifoglio o a rosa; boni che portano colonne o pile dell’acqua benedetta, nanerottoli e mostri, ed altri delirj di fantasie ineducate.
Eppure chi guarda senza prevenzioni di scuola, s’accorge che un pensiero armonico coordina le parti a un concetto comune e vivo, sicchè, vedendo un edifizio, si diceÈ gotico. A differenza delle regole odierne prestabilite, tutto era libero, tutto si sperimentava, nè un genere escludeva l’altro; e come nella letteratura era un misto delle tradizioni antiche colle ispirazioni nuove, così nell’architettura si accordarono concezioni indigene, ricordanze greche e romane, gusto orientale. Era un grande progresso l’ottenere con minori mezzi eguale effetto, un dato spazio coprendo con numero e volume minore di sostegni e con più facili materiali. Se poi i monumenti sono la scrittura de’ popoli, talchè il cambiare d’architettura esprime cambiamento di civiltà, e non avrà originalità in essa chi non l’abbia nelle idee; confessiamo che quei così detti rozzi ottennero ciò che fu impossibile ai secoli di Leon X, di Luigi XIV e di Napoleone, creare una novità, ergersi ad un bello più elevato e spirituale.
In questa nuova sua fasi come nella primitiva, l’architettura era sacra, ed esercitavasi specialmente nelle case di Dio, immagini imperfette e finite del modello infinito della creazione progressiva[116]. Pertanto lagotica adottò quanto avea di forme simboliche e di mistiche proporzioni la basilica de’ primi Cristiani; arcano massonico. Tutto era allegorico, tutto traeva i fedeli verso l’origine del vero culto e la superna destinazione del tempio, tutto dovea rammentare che la Chiesa non è compagine di sassi, ma edifizio vivente, di cui Gesù Cristo è pietra angolare, e membri i fedeli. Il numero tre e la figura triangolare dirige l’elevazione, non meno che le costruzioni secondarie; a croce la pianta, a croce le areste sovra il capo del pregante, e lo stromento della redenzione messo in ogni dove, ricorda la rigenerazione per via del patimento; sgomento e fiducia, vita e morte ne spirano d’ogni dove con un misto indefinibile; e Dio lo riempie tutto, come l’universo di cui è immagine. L’arco in punta, le smerlature, le piramidette, le guglie elevate al cielo, pare invitino il pensiero a staccarsi dalle basse cose, o rappresentino i voti dei mille credenti che s’elevano concordi a Dio. Il bujo delle navate, la nudità delle pareti, le sfogate volte echeggianti, gli enormi pilastri dietro a cui nascondersi a piangere l’uom penitente, le tombe di persone addormentate nella speranza della risurrezione, tutto infonde una pietà austera insieme e consolante. Poi il suono degli organi (istrumento per eccellenza, che le mille voci accorda in una sola sublime), e i moti e le pose de’ cherici, e la piena de’ cori popolari, rappresentano la vita, che riceve spiegazione dalla morte.
Solito abbellimento n’erano le vetriate a colori. Già trovatisi in chiese greche e latine, come in Santa Maria Maggiore di Roma; nelXIIsecolo poi si cominciò a divisarvi storie sacre, ripetendo all’occhio ciò che all’orecchio avevano detto i sacerdoti, e così pei sensi e per l’immaginazione giungendo al cuore e all’intelletto. Vi ebbero lode molti Gesuati, ed anche varj Domenicani.
Le cattedrali ornavansi pure col culto de’ sepolcri, seconda religione dei popoli e delle famiglie; e stesi sovra la propria tomba si figuravano cavalieri, dame, prelati, anch’essi con un’espressione determinata, sicchè poteasi leggere in quella generazione di statue la storia de’ tempi. Qui il re in trono con diadema e scettro, o il doge col suo corno; colà la sposa di Cristo, con allacciati alla cintura i capelli che recise il giorno che si consacrò a Dio; l’amor conjugale era indicato dal riposare costa a costa i due sposi colle mani intrecciate; l’angelo della morte sospendeva le corone sopra il bambolo che portò seco tutte le speranze de’ genitori; una nuda pietra col nome, e colla parolaDe profundisoMiserere meiindicava il requietorio d’un frate, che forse aveva regolato i consigli dei principi e le sorti d’un regno. Le basiliche dei Frari e di San Giovanni e Paolo a Venezia danno nei sepolcri la storia delle arti dal 1300 in poi: di più antichi se ne riscontrano in tutte le nostre cattedrali e chiese, che sfuggirono alle vandaliche restaurazioni.
Ben è scarso di sentimento chi non ammira la fratellanza di popoli che potevano sollevare opere tali senz’altri sussidj che della spontanea carità; la fede che gittava le fondamenta d’edifizj, a cui solo i più tardi nepoti porrebbero il fastigio; la religione d’uomini che empivano quelle vaste navate per ringraziare il Signore d’aver loro dato una patria!
Perocchè, un altro dei caratteri per cui piaciono lecattedrali gotiche, si è l’essere alzate per concorso di tutto il popolo, per limosine e spontanei servigi di corpo. I Crociati al ritorno fondavano un monastero od una chiesa per voto o per memoria o colle spoglie degl’infedeli; la predicazione di un frate animava a farvi ciascuno oblazioni secondo sua possa; talvolta la tassa per la dispensa dalle astinenze quaresimali volgevasi a quest’uso, o il ricavo d’alcune indulgenze; a chiunque testava, ricordavasi la fabbrica del duomo; i Comuni contribuivano a questi edifizj le somme che poi furono obbligati tributare al fasto di principi; il San Lorenzo di Genova percepiva il decimo di tutte le eredità e un tanto per cento sulle gabelle, ebbe donazioni molte in Terrasanta, e a vantaggio suo si stipulavano tributi e omaggi cogl’imperatori.
L’essere le costruzioni dirette per pubblico consiglio, anzichè impacciare il genio degli artisti, faceva che il gusto si estendesse. Ma, come accade, l’impeto veniva meno, laonde rimasero incompiute la più parte delle opere gotiche[117]. Fosse poi in essi sentimento didevota abnegazione, o ignorante incuria ne lasciasse perir la memoria, ben pochi conosciamo degli architetti; neppur si trovano i primi disegni o piani, o si volessero ravvolgere nel mistero, o si mandassero alle loggie massoniche di Germania, da’ cui archivj di fatto ne uscì alcuno recentemente. A Bono lombardo sono attribuiti diversi lavori in Napoli, Ravenna e altrove, e specialmente il campanile di San Marco in Venezia, costruzione inconcussa benchè appoggiata sopra palafitte. Al San Martino e al San Michele di Lucca pose la facciata un Guidetto nel 1200, a più ordini di colonnette e che man mano si restringe, come in altre fra le poche chiese dì Toscana finite. A mezzo quel secolo contava Siena sessantun maestri di pietra, e probabilmente siffatte compagnie costituivansi dovunque si fabbricasse. Il suo duomo, cominciato forse nel 1089, coperto e consacrato nel 1180, non s’ammira tanto per grandiosità quanto per la bellezza e la profusione di marmi e bronzi.
La cattedrale di Ferrara è del 1135, opera d’un Guglielmo, e colle sculture d’un Nicolao, che lavorò pure la facciata di San Zeno a Verona nel 1138, ov’è scolpito, come su quella di Ferrara,artificem gnarum qui sculpserit hæc Nicolaumecc. Su entrambi v’erano ghirigori, animali simbolici, porta coll’arco sporgente, sostenuto da colonne intrecciate, e queste da leoni; e sulle porte laterali erano rappresentati i dodici mesi. Ma il duomo ferrarese è d’arte più avanzata, con più grandiosi concetti, più ricco ornamento, potendo la facciata di questo considerarsi come il punto più elevato dell’arte lombarda, e forse il primo in Italia dove l’arco acuto si mescolasse al tondo. Sciaguratamente l’interno fu tutto rinnovato, parte nel 1498, parte nel 1637 e finalmente nel 1711[118].
Duccio di Buoninsegna senese inventò i pavimenti di marmo bianco, con incavi riempiti di pece, a modo di giganteschi nielli: e n’è l’esempio più insigne nel duomo della sua patria, colla sacristia ricca di preziosi codici miniati, e abbellita poi dagli affreschi del Pinturicchio sopra disegni di Raffaello. Macchione d’Arezzo servì di molte fabbriche Innocenzo III, e nel 1216 alzò la pieve della sua patria ed il campanile con tre ordini sovrapposti di colonne variatissime ne’ fusti, ne’ capitelli, nelle combinazioni, e con istrane fantasie d’uomini e belve che sopportano le moli. Arnolfo di Cambio di Colle, che falsamente chiamano di Lapo, diresse in Firenze la loggia in piazza de’ Priori, l’ultima mura, Santa Croce, e il palazzo vecchio della Signoria, di vigorosa semplicità e grandezza.
L’impeto medesimo che portava sì innanzi gl’Italiani sulle vie della civiltà, li traeva pure ad ornarsi colle arti belle; nè fu favore di principe che queste allattasse,ma l’entusiasmo popolare. Margaritone non credea compensar meglio il magnanimo Farinata, che col regalargli un suo crocifisso; i Veneziani a Gentile da Fabriano assegnano un ducato al giorno e il privilegio di portar toga da senatore; i Pisani aveano ceduto qualche città dell’Asia all’imperatore Calojanni perchè sovvenisse a fabbricare il loro arcivescovado e la cattedrale di Palermo. I Perugini mandarono a supplicare Carlo d’Angiò di conceder loro Giovanni da Pisa onde ornare di sculture la loro città: quando poi esso Carlo giunse a Firenze, il Comune l’invitò a vedere il quadro che allora Cimabue stava terminando; ed egli vi andò col suo corteggio, e dietrogli i magistrati e tutto il popolo; e tanta fu la contentezza, tanto l’applauso, che quella strada ne conserva ancora il nome di Borgo Allegri: e poichè il quadro fu compito, venne recato alla chiesa con solennissima processione, e all’autore lauti premj ed onori.
Quando Andrea pisano ebbe fuso le porte di San Giovanni a Firenze, alla Signoria fu concesso uscire dal palazzo ove dovea stare rinchiusa, per venire a vederle cogli ambasciadori di Napoli e Sicilia. Poi esso Comune emanava questo memorabile decreto: — Atteso che la somma prudenza d’un popolo di origine grande sia di procedere negli affari suoi di modo, che dalle operazioni esteriori si riconosca non meno il savio che magnanimo suo operare, si ordina ad Arnolfo, capomastro del nostro Comune, che faccia il modello o disegno della rinnovazione di Santa Reparata, con quella più alta e suntuosa magnificenza che inventar non si possa nè maggiore nè più bella dall’industria e poter degli uomini; secondo che da’ più savj di questa città è stato detto e consigliato in pubblica e privata adunanza, non potersi intraprendere le cose del Comune se il concetto non è di farle corrispondenti ad un cuore, che vien fatto grandissimo perchè composto dell’animo di piùcittadini uniti insieme in un sol volere»[119]. Conforme a tale decreto, Arnolfo di Cambio architettò Santa Maria del Fiore a croce latina ed archi ottusi, sostenuti da piloni formati di quattro pilastri, con capitelli a fogliame; e l’ampiezza degli archi dà idea di grandissima estensione, mentre la semplicità, da altri disapprovata, tempera l’aspettativa, talchè il riflettervi non diminuisce la prima impressione. Quattro denari per lira, esatti sulle merci che uscissero di città, e due soldi per testa ogn’anno, fu l’ajuto che Firenze diede alla devozione per esigere quell’insigne monumento religioso e nazionale.
Il vicino battistero, fabbricato forse nelVIsecolo con materiali antichi, fu da Arnolfo disposto e ornato, levandociò che discordava dalla sua destinazione, e rivestendolo del marmo nero di Prato. Di bella e maestosa semplicità fece egli prova anche in Santa Croce, ove allo scolo dell’acque provvide con tetti a frontispizio e doccie di pietra immurate.
Di Santa Maria Novella (di cui si poser le fondamenta il 7 ottobre 1279) fanno architetti frà Jacopo Talenti da Nipozzano e due Domenicani frà Sisto e frà Ristoro, i quali dentro, dicono per ottico accorgimento, diminuirono a gradi lo sfogo degli archi, come si userebbe in prospettiva. Lorenzo Maitani senese ergeva allora il duomo d’Orvieto, che in quell’altura dovette costare ingente prezzo; e riuscì finitissimo nelle particolarità, massime nella facciata, d’eleganti proporzioni, e tutta a rilievi e musaici che sono una bellezza a vedere: la varietà delle pietre che li divide a fasce, è spesso riprodotta negli edifizj toscani. E se si pensi come piccola città sia quella, più fa meraviglia che abbia voluto emulare le maggiori con iscolture di Arnolfo, di frà Guglielmo, di Agostino ed Angelo da Siena, di Mosca, e pitture di Gentile da Fabriano, del beato Angelico, di Benozzo Gózzoli, del Signorelli e d’altri eccellenti.
Di gran sapere architettonico diede segno Nicola pisano ne’ Frati Minori di Firenze, poi nel Santo di Padova, alla cui costruzione papa Alessandro IV invitava tutta cristianità(1231). Suo figlio Giovanni si sperimentò in molti luoghi, e singolarmente a Perugia nel mausoleo di Benedetto XI, e nella ricca fontana storiata, di tre bacini sovrapposti, elevata su dodici gradini, e tutta a ninfe e grifoni di bronzo, costata censessantamila ducati. In patria lavorò Santa Maria della Spina, giojello di minuto artifizio, e il famoso camposanto. Da Carlo d’Angiò fu chiamato a fabbricare il Castelnuovo a Napoli, disegnò le facciate del Duomo d’Orvieto, condusse un bellissimo musaico per l’altar maggioredi Arezzo. Andrea pisano nel 1304 cominciò l’arsenale di Venezia, il più glorioso monumento di quella città, come ora il più compassionevole. Gattapane o Catapane fece il palazzo di Gubbio, ove si conservano le tavole eugubine.
Da noi nel gotico prevaleva il massiccio al finestrato, non si poneano i contrafforti, consueti in Germania, ma piuttosto molte decorazioni di frontoni, di gugliette, di tabernacoli; e di rado si seppe innestare i campanili al tutt’insieme. Poi non fu mai esclusivo, e v’avea contraddizioni di stile fra le parti inferiori e le superiori, le quadre e le puntute; la linea perpendicolare e piramidale non lanciavasi coll’ardimento de’ nordici, e cedea spesso alla classica orizzontale; nè l’arco acuto escludeva l’emiciclico, che troviamo unito a quello in insigni edifizj, quali il camposanto di Pisa, Or San Michele di Firenze, le cattedrali di Siena, di Orvieto, di Padova, la cappella sotterranea di Montefiascone. Il Palazzaccio dei Soderini a Corneto internamente è di marmo bianco a tre ordini di loggie, di cui i due primi arcoacuti, l’altro di colonnette corintie sostenenti l’architrave piano. A Roma, se ne togli Aracœli e Santa Maria presso Minerva, ai restauri non sopravive quasi di gotico che qualche decorazione. Tutto insomma indica che il gotico qui fu imitato, non indigeno, e venne sovraposto all’antica forma bisantina ed alla romano-cristiana.
Misti sono gli ordini anche nel broletto di Milano e in quello di Como a marmi tricolori: nella qual città fu il 1396 tolta a rifabbricare la cattedrale, ch’è tra le migliori di gusto lombardo, tutta marmi del paese, arricchita poi con ornati d’ottimo sentimento. Pel San Petronio di Bologna, architettato nel 1388 da Antonio di Vincenzo, uno dei sedici riformatori e ambasciatore a Venezia, si fece un modello di legno e carta a un dodicesimodel vero, e doveansi demolire otto chiese circostanti; e sebbene non compiuto nella grandezza designata[120], mirabili ne sono gli ornamenti, e maestosa l’interna disposizione. Il Piemonte, oltre Sant’Andrea di Vercelli, fondato dal cardinale Guala de’ Bicchieri nel 1219 quando tornava dalla nunziatura di Inghilterra, ad archi acuti, torre a cupola, finestre rotonde, mostra un bel gotico nella badia di Vezzolano, inosservata fra le colline del Monferrato. La cattedrale di Asti e San Secondo hanno maniera lombarda.
Appartengono a men severi e più splendidi tempi il duomo di Milano e la Certosa di Pavia. Il primo si cominciò, o piuttosto si ripigliò con fervore nel 1386[121];e l’architetto ignoto, tenendosi nella pianta alla regolarità delle basiliche, nell’elevazione s’avvicinò alle cattedrali nordiche, e specialmente a quelle di Strasburgo e di Spira, che sono i più bei monumenti di Germania. Gli acutissimi archi delle cinque navate a croce latina impiantano su cinquantadue piloni poligoni, con capitelli adorni di ricchissima varietà; centodue guglie, quante nessun’altra fabbrica italiana, ornate esse e tutto l’edifizio di tremilatrecento statue di marmo. Fino a quest’oggi fu palestra agli artisti; e nel cinquecento ilGobbo Solaro, il Vairone, il Bambaja, il Brambilla, il Fusina ed altri lo fregiavano di sculture, gran pezza superiori al San Bartolomeo scorticato di Marco Agrati, che gode una fama popolare non meritata dall’esecuzione, e meno dal pensiero.
Contemporanea, ma in istile più italiano, cominciavasi la Certosa presso Pavia. Ignoto l’architetto primitivo; l’ortografia esteriore è ad elegantissimo disegno d’Ambrogio da Fossano, pittore detto il Borgognone nel 1472, e potè dirsi compiuta nel 1542. Non cede che a San Marco di Venezia in marmi e pietre preziose; ed è foggiata a croce latina, lunga settantasei, larga cinquantatre metri, in tre navate ad archi acuti, quattordici cappelle e due sfondi di croce. All’incrociamento sorge il pinacolo a loggiati interni ed esterni, più simiglianti al bisantino che al tedesco, e dove l’effetto è cresciuto dalla policromatìa, essendovi bellamente uniti il marmo e la terra cotta. Vi sono fusi varj ordini, e profusi gli ornati, i trofei, i monumenti, dove singolarmente notevoli sono la porta maggiore e il mausoleo di Gian Galeazzo. Capolavoro poi credo il cenobio, con un cortile di cento metri il lato, a colonnine di marmo, e tutt’intorno un fregio ornatissimo di terra cotta; e dà accesso a ventiquattro cellette, ciascuna a due piani con giardinetto, scompartimento comodo quanto ingegnoso.
E speciale bellezza degli edifizj sacri d’allora sono i chiostri, derivati dal cavedio che gli antichi aprivano nel mezzo de’ loro palazzi per dar aria e luce ed agevolare le comunicazioni interne. Stendonsi i più in un vasto parallelogrammo, circondato da uno stilobate, sul quale posano colonnine, che sostengono altrettanti archetti o un continuo architrave: in mezzo sta il giardino con un pozzo: le pareti offrono le storie dell’Ordine, o iscrizioni sepolcrali. Il bellissimo di Santa Scolasticaa Subiaco[122]è dovuto ai Cosmati, generazione d’artisti che spesso ricompare ne’ monumenti romani di quel tempo. Quello de’ Benedettini a Monreale di Palermo ha le colonne binate secondo la grossezza dello stilobate, differenti una dall’altra, rivestite di musaici, e particolarmente ricche attorno alla fontana, per quanto risparmiarono le man ladre degli Spagnuoli. Tra i molti di Roma basti mentovare quel di San Paolo fuor delle mura, colle arcate divise da grossi pilastri quadrati, che sostengono le volte della galleria; e sulla facciata da colonne doppie come a Monreale, e sormontate da un cornicione: variatissimi i membri, non meno che i capitelli e la cimasa; e ogni cosa a musaici, fino il gocciolatojo della cornice. Tali esempj stavano certo sott’occhio a Michelangelo quando condusse lo stupendo di Santa Maria degli Angeli, con cento colonne, degno d’emulare le terme di Diocleziano, sulle cui rovine lo piantava.
Come la Chiesa, così la patria dava lavori e ispirazioni agli artisti: nessuna città mancò del palazzo comunale, con sale bastanti al popolo congregato, senza fasto, e sopra di esso la campana elevava la voce solenne per congregare tutti a discutere degl’interessi di tutti. Fra Giovanni eremitano modellò il coperto della sala della Ragione di Padova, la più vasta d’Italia: frà Ristoro e frà Sisto fiorentini fecero in patria i ponti sull’Arno e varie vôlte del palazzo pubblico.
I signori poi, costretti a prendere domicilio cittadino, vi vollero abitazioni solide quanto i castelli che abbandonavano. E tante erano, che i Ghibellini, presa Firenzenel 1248, demolirono trentasei palazzi con torri, fra cui quella de’ Tosinghi in Mercato vecchio, ornata a colonne di marmo, alzavasi centrenta braccia; di quella di Guardamorto tale era la solidità, che coi picconi non se ne poteva levar pietra, onde Nicola pisano suggerì di puntellarla con travi, scalzarla da un dei lati, poi, bruciando i sostegni, lasciare che diroccasse. Così a Bologna, a Cremona, a Padova e altrove si obbligarono i signori a mozzare le torri fin ad una certa misura, perchè gli uni non soperchiassero gli altri[123].
Le città, viste da lontano, con tante torri e comignoli e cupole e campanili, davano un aspetto differente in tutto dalle antiche: dentro poi modificavasi l’architettura a norma del terreno o del governo. A Genova, angusta di spazio, si fanno palazzi elevatissimi, e giardini pensili a scaglioni: a Venezia occorrendo grandi sale e magazzini aerati e chiari, si fa correre su tutta la fronte un finestrato: a Bologna, per fiancheggiare di portici la strada, se n’aggiunge uno a ciascuna casa: a Napoli e in Sicilia, non temendosi neve, si surroga ai tetti il terrazzo ove asolare: a Firenze le diresti fortezze, con finestre anguste, enormi bugne, porte massicce: il palazzo dei duchi di Ferrara, cinto di fossa, palesa un uomo che fa tremare e trema; mentre quello del doge di Venezia sta in mezzo al popolo da cui trae il potere. A ogni passo poi si trovano in presenza chiesa, feudalità, Comune, la cattedrale, il palazzo, le rocche, la città, i borghi, gli spedali, i conventi; tutti gli edifizj sono un elemento della storia; e il sentimento della loro destinazione faceva si cercassero le grandiose proporzioni, più che l’eleganza, la grazia, la purezza, che fanno l’eterno vanto dei Greci e Romani.
Roma imperiale avea già preso gusto ai marmi variegati, cui coloriva anche artifizialmente e dorava, e disponevali a tarsie o a musaico. L’arte fiorì tra i Bisantini, ma presto se ne lavorò anche altrove, e massime fra i monaci in Italia; più che a pavimenti però adoprandola ad ornare pareti, balaustri, sedie vescovili, con pietre dure incastrate in marmo riccamente scolpito e talvolta ricoperto di smalto e d’oro. A Roma v’è musaici d’ogni epoca, che basterebbero a tessere una storia dell’arti: il più antico è forse quello di Santa Sabina, comandato il 424 da papa Celestino[124]; e il più notevole quello di Sant’Apollinare dentro a Ravenna, con figure alte da tre metri, che coprono tutte le pareti laterali. Non ne mancano nelle città occupate da’ Longobardi, da essi ebbe nome San Pietroin ciel d’auroa Pavia, e Liutprando ne ornò la basilica di Sant’Anastasia a Corteolona presso il Po.
Attorno al Mille, Leone Ostiense scrive che Desiderio abate di Montecassino trasse da Lombardia (col qual nome intendeva l’Italia meridionale), da Amalfi e sin da Costantinopoli valenti artefici di musaici, di marmo, d’oro, argento, ferro, legno, gesso, avorio; e soggiunge che la maestra latinità, avendo trascurato da cinque secoli la musivaria e la quadrataria, la ricuperò pei molti fanciulli addetti a quel convento, che in tal magistero s’addestrarono, e che forse eseguirono poi i tanti musaici delle chiese normanne in Sicilia. Le storie del Testamento fatte in musaico sotto Sisto III nella Liberiana di Roma, e già citate nel concilio Niceno II del787, ancora vi si vedono. Nell’arcone e nella tribuna di Santa Prassede n’ha delIXsecolo. Sotto al portico di Santa Maria in Transtevere, ove i capitelli presentano immagini di Iside, Arpocrate, Serapide, sta un’Annunziata del secoloXIII, molto notevole, e musaici nella tribuna del 1143, rozzi di forma, eppur già mossi più che i bisantini.
Erano lavorati da nostrali o da Greci? Risoluzione difficile ove gli artisti per imitazione modificavano la maniera, o si tenevano a tipi indeclinabili. Certamente vi divennero poi abilissimi i nostri, e agli antichi del Vaticano di nuovi ne aggiunsero Jacopo e Mino da Torrita senesi; il qual ultimo, ajutato da fra Jacopo da Camerino, condusse quello nella nave traversa del Laterano, compiuto poi il 1292 da Gaddo Gaddi, con ricca simbolica. Sulla facciata del duomo di Spoleto è un musaico del 1207, coll’iscrizioneDoctor Solsernus hac summus in arte modernus, con vivacità occidentale. Sei anni dappoi nasceva a Firenze Andrea Tafi, gran maestro di questo artifizio.
Neppur l’arte del fondere metalli erasi perduta. Il lodato Desiderio abate di Montecassino, viaggiando il 1062, vide da un Andrea compiuta la porta di bronzo ad Amalfi; Pantaleone di Viaretta fece fare nel 1087 quella di San Salvadore in Atrani; di dieci anni la precedette quella che alla cattedrale di Salerno pose Roberto Guiscardo, rozza per verità e somigliante a quelle teste consunte a San Paolo di Roma, e lavorate il 1070 da Stauracio a Costantinopoli: un’altra chiude la tomba di Boemondo d’Antiochia a Canossa; due alla cattedrale di Troja portano gli anni 1119 e 1127; il 1150 quelle di San Bartolomeo in Benevento. Oltre quella di Ravello, è notevole una di quelle di Trani, perchè non più a niello, ma a figure rilevate, e non di guisa bisantina, ma barbara, lavorata da Barisano tranese. Quelleche Buonanno da Pisa poneva nel 1180 alla primaziale della sua patria, guastò l’incendio del 1596[125]; ma restano quelle che, sei anni più tardi, fece pel duomo di Monreale, con molto ragionevole disegno. Nel 1191 l’abate Gioele ne facea porre a San Clemente, dodici miglia presso Chieti; quattr’anni dipoi, Uberto e Pietro di Piacenza finivano quelle della cappella orientale di San Giovanni Laterano; e poco appresso, Marchione quelle di San Pietro in Bologna, e Nicola pisano nel 1282 quelle di San Pietro Martire a Lucca.
Sono di quel torno le porte di bronzo dell’atrio di San Marco a Venezia; ma anteriore, e forse levata da Santa Sofia di Costantinopoli, è quella a destra, niellata e a tarsia di diversi metalli, con figure e santi e caratteri greci; a cui imitazione Leone da Mojno, che fu procuratore di San Marco il 1112, fece fondere la media: le porte di mezzo della facciata appartengono al 1300 e ad un Bertuccio, di scarsa maestria. Celestino II regalava un paliotto d’argento cesellato alla cattedrale di Civita di Castello nell’Umbria; e nel 1166 Gonamene e Adeodato operavano i bassorilievi della porta principale di Sant’Andrea in Pistoja. Non taceremo del vescovo Pacifico di Verona, che lavorava di metalli e di marmi, e che inventò[126]l’orologionotturno. Tutti superò Andrea pisano facendo nel 1330 la porta meridionale del battistero di Firenze in alto rilievo, a comparti che formano altrettanti quadri di meravigliosa bellezza; gittata a fuoco di fornello per maestri veneziani. Nella pala d’oro di San Marco a Venezia, venuta da Costantinopoli il secoloXIIe ricchissima di smalti e gemme[127], trovi vigore ingenuo e maestà di pose jeratiche in ciascun pezzo, ma stravagante la disposizione de’ gruppi, scorrette le particolarità, secco il disegno, ignorata la prospettiva, sparuto lo stile.
In ogni età si scolpì di bassorilievo, siano arche sepolcrali, sieno frontoni a porte di chiesa, dove effigiavasi la divinità con attributi diversi; Cristo in trono, con veste prolissa e la mano elevata a benedire, e con attorno angeli e gli animali simbolici; Maria, che sotto lo spiegato manto raccoglie i devoti: su alcune facciate correva la serie dei segni dello zodiaco, accompagnati talora dalle operazioni agresti convenienti al mese. Notevoli sono le quattro colonne di pietra dell’altar maggiore in San Marco di Venezia, tutte liberamente storiate; due lastre di marmo figuranti Cristo e Sansone, già appartenenti all’ambone di Santa Restituta di Napoli: ed altre nel duomo di Salerno.
Nel secoloXIIappajono più diligentemente lavorate le colonne e i capitelli; arabeschi e frastagli acquistano finezza; le statue di santi e di persone illustri mancano ancora di vita e d’individualità, non di ardimento ed eleganza. Di un Wiligelmo sono i rilievi del duomo di Modena del 1099, e alcuni della facciata del San Zeno a Verona, dove le migliori sculture appartengono aNicola da Ficarolo (almeno a detta del Baruffaldi) che nel 1135 ne lavorava sulla facciata del duomo di Ferrara. Roberto, Gruamonte, Biduino scolpirono a Pistoja, a Lucca, a San Casciano. Di Benedetto Antelmi è una Deposizione del 1170 nella cattedrale di Parma. Avanzano a Milano un bassorilievo, che rappresenta la riedificazione di questa città; ed un monumento a Oldrado da Tresseno, podestà nel 1233, la prima statua equestre dopo gli antichi. In piazza di San Domenico a Bologna è la tomba del giureconsulto Rolandino Passaggeri, che dettò la risposta a Federico II quando minacciosamente chiedevagli si restituisse il re Enzo; e quella dei Foscherari, fatta il 1289, con rozzi bassorilievi: dentro poi sta la tomba di Taddeo Pepoli, rappresentato dal veneziano Giacomo Lanfrani in atto di rendere giustizia al popolo. Nel duomo di Sessa avvi un pulpito grandioso, retto da sei colonne di granito con capitelli bellissimi, e adorno di musaici, come i due di Salerno; e un candelabro stupendo, che l’iscrizione attribuisce a un Pellegrini da nessun nominato, e fra gli anni 1224 e 1283[128].
In generale ne’ lavori di metallo è più seguito il metodo bisantino, in quelli di pietra predomina l’occidentale; forse perchè di Costantinopoli venissero i maestri di fonderia, arte ivi ancora fiorente, mentre v’era perita quella della scoltura o bassa o intera.
Di ben altra maestria lavori offre Pisa, dove Giunta avea formata una buona scuola, e dove Nicola, studiando i bassorilievi antichi del cimitero si propose imitarne la bontà, senza forse ignorare i sassoni artisti, che allora abbellivano Wechselburg e Freyberg. Al pergamo di San Giovanni egli pose figure mirabili,malgrado i molti difetti di disegno[129], poi una Deposizione in San Martino di Lucca, ispirata ancora dal sentimento devoto, al quale lasciò poi prevalere la perfezione tecnica, come in un altro pulpito ottagono a Siena, di gusto e diligenza e complicata composizione, con numerose figure e leoni bene studiati, e tra altre cose un Giudizio universale, ch’e’ trattò per la prima volta con larghezza, benchè non ancora ispirato da Dante. È migliore l’arca di San Domenico in Bologna[130], sobria composizione, ajutata o finita da scolari. Sulla facciata del duomo di Siena sono fregi e statue di Giovanni della Quercia, del 1339. Così ornata era quella di Bologna.
Giovanni di Nicola pisano continuò la buona scultura, operò al magnifico duomo d’Orvieto, esercizio de’ migliori pennelli e scalpelli di quel secolo, e donde Bonifazio VIII tolse artisti pel San Pietro di Roma, fra i quali Agostino ed Angelo da Siena. Con questi due, Giovanni condusse il sepolcro di Guido Tarlato, il più bello che ancor si fosse veduto, con sedici storie di sue imprese. Ad alcuno di essi vorrebbero attribuire la bellissima tavola in San Francesco di Bologna, tutta istoriata, che invece è di Jacobello e Pietropaolo de’ Masigni[131]; e chi dice anche l’arca di Sant’Agostino a Pavia, ricca di ducennovanta figure, che in sole opere di marmo costò quattromila fiorini d’oro. Sotto Giovanni cominciò Andrea Ugolino da Pisa; a Firenze ornò la facciata del duomo che poi fu distrutta, non restandodi lui che qualche bassorilievo sul campanile, e le porte di San Giovanni, eclissate poi da quelle del Ghiberti: a torto gli attribuiscono il monumento di Cino da Pistoja e la bellissima statua sull’altare del Bigallo, opera di Alberto Arnoldi fiorentino. Da Pisa pure veniva a Milano Giovanni di Balduccio, che fece la meschina porta della chiesa di Brera e il monumento di san Pietro martire a Sant’Eustorgio, marmo di Carrara con otto bassorilievi e diverse statue simboliche, le quali sostengono ed ornano un sarcofago, sormontato da piramide, aggiunto un tempietto con Cristo e varj santi; opera che cede in gusto ai pergami di Pisa e Siena e all’arca di San Domenico, ma le pareggia in magnificenza.
Nè la pittura era morta mai; e i monaci che miniavano manoscritti, e principalmente salterj e benedizionarj, non aveano modelli antichi a cui sagrificare il pensiero, e studiavano il movimento e l’espressione. Ottone III menò via d’Italia un Giovanni pittore, affinchè ornasse un oratorio del suo palazzo in Aquisgrana; dal quale il vescovo Nolker fece pur dipingere il chiostro della cattedrale di Liegi, e il suo successore edificar la chiesa di Sant’Andrea[132]. Le dame di Modena nel 1157 faceano esemplare il codice delle lettere di san Girolamo, bel monumento d’arte, e più di civiltà. Nulla ci rimane di frate Oderisi da Gubbio, e di Franco Bolognese, encomiati da Dante. Nell’archivio delle riformagioni a Siena ammirano miniature della metà delXIVsecolo, massime di Nicola di Sozzo, e magnificicorali di frà Benedetto di Matera: a Montecassino altri lavorati dalla scuola ivi esistente, che poi produsse in Sandolio, di cui v’è un mirabile uffizietto: altri a Ferrara: nella Laurenziana un preziosissimo, de’ molti che appartennero a’ Camaldolesi degli Angeli, fra cui andavano distinti quelli di Giovan del Monte e di don Silvestro fiorentino; e que’ religiosi conservarono come reliquia la mano di frà Lorenzo degli Angeli. Gherardo e Atavante, pur di Firenze, vennero con altri chiamati ad abbellire i codici di Mattia Corvino re d’Ungheria. Dal 1477 al 1535 sono i corali di Ferrara, belli quanto quelli di Siena, e ne son conosciuti gli autori.
Son lavori, ai quali lo storico dell’arte dee molta attenzione, perocchè l’imitazione v’è minore e più vivace l’ispirazione religiosa.
Profusione d’oro, sul cui campo rilievano il Creatore o il Redentore; crocifissi somiglianti a mummie, coi piè disgiunti, e ferite da cui sgorga a rivi un sangue verdastro; madonne nere e torve, con dita lunghe stecchite e occhi tondi, e un rozzo bambino in grembo; e in generale figure lunghe, teste vulgari, niuna espressione, composizioni sgraziate, sono i distintivi di quel dipingere anteriore alXIIsecolo, che intitolarono bisantino. I Greci, non ancora invasi dai Barbari, aveano conservato il meccanismo dell’arte; ma invece di ritrarre la natura, atteggiavansi a certi tipi sacerdotali, indeclinabili.
Nella presa di Costantinopoli forse i nostri conobbero sostanze e stromenti, e con migliore abilità tecnica imitarono alcune forme greche. Del qual modo sono i severi dipinti di San Pietro in Grado presso Pisa, e una pala d’altare nella galleria di Siena del 1215, dalla quale città diede i primi lampi la pittura nuova. Ivi nei Domenicani è una preziosa Madonna di Guido da Siena, che mal si porrebbe al 1221: ma di quel tempoBonamico, Parabuoi, Diotisalvi vi dipingevano i libri del camerlingo: poi sul fine del secolo Duccio di Buoninsegna faceva il gran quadro della cattedrale, dipinto sul dritto e sul rovescio, ove dalla dignità jeratica non iscompagna la dolcezza e la nobile grazia convenienti alle scene della passione. Si conserva il Cristo, che i Senesi portarono alla battaglia di Monteaperti; per la quale vittoria fecero da Simone di Martino, lor cittadino, dipingere la Vergine, con un fare che si stacca dalla bisanlina durezza. Ispirata dalla religione e dalla patria, quella scuola ha maggior estro della fiorentina, e i suoi lavori non s’ammucchiano in gallerie principesche, talchè chi visita quella città, ch’è una visione del medio evo, inclina a darle la priorità nelle arti belle.
Giunta pisano fin dal 1202 è intitolato pittore, e di man sua non di Margaritone sono il Cristo d’Assisi, fors’anche le pitture di quella tribuna; e un altro Salvatore nel San Renieri di Pisa. Jacopo francescano ornò di musaici l’altare di San Giovanni di Firenze. D’altre opere non si accerta il tempo. A Margaritone d’Arezzo, scultore e architetto, il Vasari attribuisce l’aver primo riparato al fendersi delle tavole coll’incollarvi una tela e intonacarla di gesso, e insegnato a dar di bolo, mettere l’oro in foglie e brunirlo. Molte cose lasciò a fresco, a tempra e su tela; ma restò amareggiato dal veder sorgere una generazione migliore. Ferrara vanta Gelasio di Nicolò della masnada di San Giorgio, forse del 1242; Lucca il suo Buonagiunta; i Bolognesi Guido, Ventura, Ursone, e molte pitture serbano del secoloXII; i Cremonesi altre nel loro duomo, a contorni secchi e colorito forte, e da Lanfranco Oldovino fecero dipingere la vittoria sui Milanesi del 1213.
Rilevando su fondo d’oro e d’oltremare, i contorni di tali lavori pajono rigidi; ma i lineamenti comincianoad apparir meno burberi, e il riposo che fin allora credeasi unicamente convenire alla santità, inclina a qualche movenza. Al difetto d’espressione si suppliva con liste scritte; spediente ben anteriore a Bufalmacco, al quale lo attribuiscono[133]; e Simone di Martino o Memmi volendo esprimere che violentemente il diavolo tentava san Renieri, dipinse quello col capo basso e gli occhi coperti dalle mani, e di bocca gli uscivaOhimè, non posso più.
Era dunque la pittura risorta prima di quel che ne proclamano restauratore, Giovanni Cimabue. Nato il 1240 in Firenze, ammaestrato sui Greci, bentosto se ne staccò, colorendo più sfumato e fuso, e rendendo morbide le vesti, vive le attitudini, quantunque manchi di prospettiva lineare ed aerea, e paja secco a causa del fondo cilestro o verde: le madonne faceva ancora fosche e disavvenenti, per riverenza verso i tipi; ma meglio arieggiò le altre teste, e con dignità e vita espresse i caratteri ne’ due gran quadri di Santa Maria Novella e di Santa Trinita a Firenze, il primo più sciolto d’imitazione e soave nei volti, l’altro di minor grazia e più robusta maestà. I vasti dipinti murali di San Francescod’Assisi ingegnosamente aggruppò e svolse con affetto e naturalezza.
Allora dappertutto germogliarono artisti: Tommaso degli Stefani dipingeva a Napoli, e in Santa Chiara Simone da Cremona; in Perugia il 1297 si facea laMaestà delle volte, cioè una madonna e alcuni santi (or mutati in angeli) sotto al palazzo del popolo, con manto d’oro rabescato, e con molta grazia nelle teste e nel bambino; Scipione Maffei, nellaVerona illustrata, cita non poche opere di questa città; il Malvasia altre di Bologna, anteriori a Giotto; artisti paesani coprivano il battistero di Parma con pitture imitanti il musaico, a contorni meno angolosi, e con partiti nuovi di pieghe, e movenze passionate fin all’esagerazione.
Ad emanciparsi dai tipi greci diè spinta il dover rappresentare cose nuove, quali erano gli stemmi, e sovente i ritratti dei podestà[134], le arme del Comune, le geste di san Francesco, e de’ suoi, con bontà d’atti semplici, e fra persone e casi positivi e recenti; sicchè mancando esemplari classici o tipi prestabiliti, si imitò il vero. Teofilo, monaco vivente in Lombardia, che alcuni rimandano alXsecolo, ma pare piuttosto dei tempi che discorriamo[135], descrisse «tutto quantopossiede la Grecia sulle specie e le mescolanze de’ varj colori; tutta la scienza de’ Toscani sulle incrostazioni e sulle varietà de’ nielli; tutte le sorta d’ornamenti che l’Arabia adopera in opere fatte colla malleabilità, la fusione, la cesellatura; tutta l’arte della gloriosa Italia nell’applicar l’oro e l’argento alla decorazione delle differenti maniere di vasi, o al lavoro delle gemme e dell’avorio; quel che la Francia ricerca nella preziosa varietà delle finestre; i delicati lavori d’oro, d’argento, di rame, di ferro, di legno, di pietre che onora l’industre Germania». Egli accenna chiaramente il dipingere a olio, ignoto agli antichi, ma s’adoprava quello di linseme, lentissimo ad essiccare, donde la difficoltà del sopradipingervi; e forse la scoperta di cui vien gloriato Giovanni da Bruges consistette nel surrogarvi olio di noce e di papavero, od aggiungervi un essiccante.
A questo punto ritrovava l’arte Giotto da Bondone (-1337). Fanciullo, mentre custodiva l’armento paterno, copiava in disegno pecore e capre, avvezzandosi così a ritrarre dal vero. Cimabue il tolse dall’oscurità e l’istruì nel dipingere, ove presto acquistò un colorire giocondo e trasparente, buona disposizione de’ componimenti, giuste forme ed espressione naturale, abbandonando i tipi arcaici e convenzionali.
Primo o de’ primi suoi lavori furono i ritratti di Dante, di ser Brunetto, di Corso Donati e d’altri illustri fiorentini nella cappella del Bargello; per ultimo nellasala della Mercanzia «con propria e verosimile invenzione dipinse il Comune rubato da molti, per mettere paura ai popoli» (Vasari). Di tali patriotici concetti doveva ispirarlo l’amicizia di Dante, a illustrazione del quale adoperò il pennello, e come lui vagò per Italia, quasi scuola ambulante, e in più di venti città lasciò lavori ed esempj, e i principali in Firenze, massime l’Incoronata in Santa Croce. Bonifazio VIII gli diede varie commissioni, e 1200 fiorini pel disegno della nave di san Pietro, sviluppo d’allegoria cristiana, condotto a musaico da Pietro Cavallini sotto al portico della basilica Vaticana; frescò l’interno del vecchio portico di San Giovanni Laterano; a Padova nella cappellina gotica degli Scrovegno entro l’antica arena, fece la vita di Maria Vergine, composizione carissima, oltre un Giudizio finale, e figure simboliche de’ vizj e delle virtù, più meditate che lodevoli. A’ suoi dipinti in Santa Chiara di Napoli un’età di barbara eleganza diè di bianco per crescer luce alla Chiesa: quelli nel Santo d’Assisi sono rialzati dalla pietà e dalla simbolica intelligenza.
Come gli altri contemporanei, lavorò anche d’architetto, e nessun campanile supera quello che pose alla cattedrale di Firenze, tutto a compasso di marmi varj, con finestre, nicchie, statue, fasce di rappresentazioni civili, figurando la creazione e lo sviluppo dell’umanità nel vivere domestico, ne’ viaggi, nelle arti, nelle scienze, nelle virtù cristiane, nei sacramenti. È in cinque piani, e intendea sovrapporvi un’alta piramide, che avrebbe dato un mirabile vedere.
Gli scolari suoi studiarono di più le tinte, e rammorbidirono i contorni fin a dare nello stentato: ma nel giudicare di loro, la critica sistematica biasima o loda la medesima mano, secondo vi vede l’imitazione della antica purezza, o l’ispirazione del sentimento cristiano.Stefano nipote di Giotto migliorò la prospettiva e tentò gli scorti; educò il Giottino, che per grave espressione e colorire unito superò i precedenti, e forse solo dalla precoce morte fu impedito di uguagliar l’avo. Taddeo Gaddi, lavorato ventiquattro anni con Giotto, lo emulò nel cappellone di Santa Maria Novella, facendo la religione trionfante per opera dei santi Domenico e Tommaso, con ricchezza d’allusioni, di ritratti, di grandiose invenzioni.
Vi operò seco a concorrenza Simone di Martino o Memmi senese, coloritore soavissimo e di composizioni ispirate ed espressive fisionomie; immortalato dal Petrarca, pel quale ritrasse madonna Laura, e miniò un Virgilio, serbato nell’Ambrosiana di Milano. In altre città d’Italia dipinse egli, ed in Avignone pei papi: sicchè le due scuole toscane, procedendo di fronte, assodavano l’onore dell’arti italiane, con senso del bello e convenienza di rappresentazione; la fiorentina più erudita, ingegnosa ed ampia; la senese più profonda di sentimento. I Lorenzetti, e massime Ambrogio, alle soavi composizioni unirono forza di colorito; il Berna ben ritrasse gli animali; Andrea di Vanni non si distolse dall’arte per elevate magistrature; Duccio fe prove eccellenti in quel duomo; Taddeo di Bartolo di Fredo forma passaggio tra questa scuola e la perugina, studiando più allo spirito che all’esterna correzione del contorno. La terribile peste vi rincalorì le idee religiose, mantenute nell’accademia ivi formatasi.
Anche Giacomo di Casentino nell’accademia di San Luca di Firenze riunì i principali artisti. Assisi era sempre la palestra de’ pittori, come Subiaco, Montecassino ed altri chiostri. Al cimitero di Pisa coll’Orcagna gareggiarono Stefano Memmi, Pietro Lorenzetto, Spinello aretino, Anton veneziano e Bufalmacco Buonamico, rinomato per bizzarrie. Dell’apparire di Giottonell’alta Italia danno segno i pittori che vi sorsero. Verona si abbella di Turone e Stefano da Zevio, e di Jacopo d’Avanzo, che stupendamente dipinsero nel Santo di Padova e nella vicina cappella di San Giorgio: poi di Vittor Pisanello; nella qual città si ammirano anche opere di Giovanni Miretto e di Giovanni e Antonio Padovano. Crebbe la perdonabile vanità delle cappelle gentilizie, ornate dai migliori pennelli e scalpelli, come singolarmente si ammirano in Firenze quelle de’ Baroncelli e de’ Rinuccini in Santa Croce, degli Strozzi in Santa Maria Novella, de’ Brancacci nel Carmine: poi nelle case private voleansi dipinte camere, cassapanchi, teste di letti.
Ma già siamo entrati nell’età, ove riprendea piede il gusto classico, e principalmente in Toscana nacque e crebbe l’idea di metter tutto sull’imitazione antica, fin al punto di rinnegare ogni originalità. A questa teorica s’inchinarono i precettori e gli storici, e compiansero come miseria e barbarie quant’erasi lavorato nel medio evo. A ciò li condusse il vagheggiare soltanto la forma, anzichè elevarsi all’idea; riporre il bello nella rappresentazione vera ed eletta della natura, anzichè ne’ concetti da cui è ispirato, e dai sentimenti che suscita; nel rigoglio della gioventù e della forza, anzichè nella ascetica magrezza, nella paziente sofferenza e nella pacata devozione.
Al tempo che descriviamo, le arti, più che ritrarre al vero la vita, pareano proporsi di spiritualizzare la materia; più che la bellezza plastica, stavano fedeli ad un’espressione delicata e spirituale; più che ai particolari, badavano all’effetto generale, onde tutte e tre si teneano per mano, e l’artista potea valersi d’ogni mezzo, del simbolo, del rilievo, della doratura, delle parole che or uscivano di bocca, or giravano col lembo della veste, or coll’aureola al capo. A vicenda la pittura dovevaesprimere il suo concetto nel modo più semplice ed evidente, senza distrazione di accessorj, nè tampoco nel fondo, senza ricerca di bellezze naturali; poichè il dilettare non era che mezzo. Insomma le arti si conservavano mistiche e religiose, benchè dall’erigere e ornare i tempj di Dio passassero già ad abbellire le stanze degli uomini, e credeano non si potesse raggiungere il vero bello se non mediante l’ispirazione, nè questa ottenere se non con cuore mondo, viva fede, orazione fervorosa.
Bufalmacco diceva che i pittori, «attendevano a far santi e sante per le mura e per le tavole, ed a far perciò, con dispetto dei demonj, gli uomini più devoti e migliori»: un’iscrizione a piè del quadro[136]o l’effigie del pittore medesimo pregante, dovevano attestare la sua devozione. Quel Teofilo che dicemmo, diresse l’opera sua alla pittura sacra, ai vasi, ai messali, alle vetriate delle chiese; onde non solo nella proposizione,tutta elevatezza di spirito, ma ad ogni tratto erge l’artista a Dioda cui emana l’arte, e vuol consideri la propria professione come un incarico divino; e per ricompensa della fatica di stendere il suo librout quoties labore meo usus fueris, ores pro me ad misericordiam Dei omnipotentis. Cennino Cennini, che cento anni dopo Giotto esponeva i precetti e segreti da questo tramandati ai discepoli, chiudeva il trattato della pittura col pregar Iddio e la Madonna e san Luca primo pittore cristiano, acciocchè quei che leggessero il facciano con frutto, e ne ritengano per sempre gl’insegnamenti. Il beato Giovan Dominici, in tutti i conventi che metteva o riformava, stabiliva scuole di miniare, e alle Domenicane delCorpus Dominidi Venezia scriveva regole sul ben lavorare di minio, e offrivasi a terminar egli quel ch’esse non sapessero, parendogli arte opportuna ad elevare a casti pensieri[137]. Lippo Dalmasio non si poneva mai a dipingere la Madonna, che non v’avesse premesso il digiuno e la comunione. Gli statuti dell’arte dei pittori senesi del 1355 cominciano: — Noi siamo per la gratia di Dio manifestatori agli uomini grossi che non sanno lettera de le cose miracolose, operate per virtù et in virtù de la santa fede; et la nostra fede principalmente è fondata in adorare et credere uno Idio in ternità, et in Idio infinita potentia et infinita sapientia et infinito amore et clementia; et neuna cosa, quanto sia minima, può aver cominciamento o fine senza queste tre cose, cioè senza potere, et senza sapere, et senza con amore volere».