133.In Napoli vedeasi Federico II in trono, e Pier delle Vigne in cattedra, e lor davanti il popolo che chiedeva giustizia con questi versi:Cæsar amor legum, Federice piissime regum,Causarum telas, nostras resolve querelas:e Federico additando Pietro, rispondeva:Pro vestra lite censorem juris adite.Hic est, jura dabit, vel per me danda rogabit:e a Pietro usciva di bocca:Vinea cognomen, Petrus judex est tibi nomen.Le pitture di Subiaco si sa dalle cronache che furono fatte sotto i papi Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, cioè dal 1198 al 1241. Ora vi si leggemagister Consulus pinxit hoc opus. Sarebbe dunque un pittore antichissimo, romano probabilmente di nazione come di nome; e se tutte son di sua mano, mostrerebbero che già staccavasi dalla secchezza de’ Bisantini.134.La repubblica di Perugia nel 1297 ordinò di cancellare tali ritratti. Altre volte si effigiavano i condannati: nel bando di Federico II contro Verona il 1239 è detto che i ribelli erano ritratti nella sala. Altre pitture si ordinarono nella sala della Ragione di Padova.135.L’Escalopier fece nel 1843 a Parigi una nuova edizione di quest’opera, attentamente collazionata e con versione francese e note: esso la crede d’autore tedesco. Guichard vi unì una dissertazione sull’autore, ch’e’ collocherebbe tra il fine delXIIe il principiare delXIIIsecolo. Vedasi i capiDe coloribus et de arte colorandi vetra, eDe rubricandis ostiis et de oleo lini. Poi in quelloDe coloribus oleo et gummi terendisscrive:Omnia genera colorum eodem genere olei teri et poni possunt in opere ligneo, in his tantum rebus quæ sole siccari possunt, quia, quotiescumque unum colorem imposueris, alterum ei superponere non potes, nisi prior exsiccetur, quod in imaginibus diuturnum et tædiosum nimis est. Si autem volueris opus tuum festinare, sume gummi quod exit de arbore ceraso vel pruno, et concidens illud minutatim, pone in vas fictile, et aquam abundanter infunde, et pone ad solem, sive super carbones in hieme, donec gummi liquefiat, et ligno rotundo diligenter commisce; deinde cola per pannum, et inde tere colores et impone. Omnes colores et misturæ eorum hoc gummi teri et poni possunt, præter minium et cerussam et carmin, qui cum claro ovi terendi et ponendi sunt.136.Giovanni pisano in Sant’Andrea di Pistoja scrisse:Laude Dei trini rem ceptam copulo fini;a Pisa:Laudo Deum verum, per quem sunt optima rerum,Qui dedit has puras homini formare figuras;a Castel San Pietro presso Pisa:Magister Johannes... fecit ad honorem Dei et sancti Petri apostoli;a San Paolo fuor delle mura:Summe Deus, tibi hic abbas BartholomæusFecit opus fieri, sibi te dignare mereri.Duccio di Buoninsegna sotto la tavola del duomo di Siena pose:Mater sancta Dei, sis causa senis requiei.Sis Ducio vita te quia pinxit ita.Gelasio di Nicolò a Ferrara:Jesù spos dilet, a ti me rachomando, doname fede.Sotto al quadro di Guido da Siena nella sua patria leggerebbero:Me Guido de Senis diebus pinxit amœnisQuem Christus lenis nullis velit agere pænisAnno D.MCCXXI.Ma la critica obbliga a leggereMCCLXXXI.137.Biscioni,Lettere di santi e beati fiorentini.138.Il signor Raynouard (Choix des poésies originales des Troubadours) la sostiene: ma i medesimi accidenti incontransi nel valacco, ben distinto dal romanzo. Il Perticari si valse degli argomenti stessi per umiliare Firenze col derivare il parlar nostro dal provenzale.139.Pier d’Alvernia, pressoMillot,Storia de’ Trovadori. Una raccolta di poeti provenzali nella biblioteca di Modena, fatta fin dal 1254, porta quest’annotazione: «Maestro Ferrari fu da Ferrara e giullare; e s’intendeva meglio di trovare ossia poetar provenzale, che altro uomo che fosse mai in Lombardia; e meglio intendeva la lingua provenzale, e sapea molto bene di lettere, e nello scrivere non aveva persona che il pareggiasse. Fece di molti buoni libri e belli. Cortese uomo fu di sua persona; andò e volentieri servì a baronie cavalieri, ed a’ suoi tempi stette nella casa d’Este; e quando accadeva che i marchesi facessero festa e corte, vi concorrevano i giullari che s’intendevano di lingua provenzale, e convenivano a lui, e il chiamavano maestro. E se alcuno ci venìa che s’intendesse meglio degli altri, e che facessero quistioni del trovar suo e d’altri, maestro Ferrari gli rispondeva all’improvviso, in maniera ch’egli era il primo campione della corte del marchese d’Este. Da giovane attese ad una donna che avea nome madonna Turca, e per lei fece di molte buone cose. Venuto vecchio, poco andava attorno, pure si conduceva a Trevigi, a messer Gerardo da Camino ed a’ suoi figliuoli, che gli facean grand’onore e accoglienze e regali».140.Vedi il nostroEzelino da Romano, storia d’un Ghibellino esumata da un Guelfo.141.Ecco qualche strofa della Barca:De quatre element ha Dio lo mont formà,Fuoc, ayre, ayga e terra son nomà.Stelas e planetas fey de fuoc,L’aura e lo vent han en l’ayre lor luoc.L’ayga produy li oysel e li peyson,La terra li jument e li om fellon.La terra es lo plus vil de li quatre element,De la cal fo fayt Adam paire de tota gent.O fang, o polver, or te ensuperbis!O vaysel de miseria, or te enorgolhis!Hornate ben, e quer vana beotà (beltà),La fin te mostrare que tu aures obrà.V. Raynouard, t.II. p. 103. Ma dell’età di quelle molto si dubita.142.Tiraboschi,IV. 51; e il nostro Cap.XC, nota 20.143.Sim licet agrestis, tenuique propagine natus,Non vacat omnimoda nobilitate genus.Non præsigne genus, nec clarum nomen avorum,Sed probitas vera nobilitate viget.144.Il padre Spotorno lo difende mostrando che i passi insulsi vi furono interpolati.145.«Questa presente opera è stata impressa per Antonio de Alexandria della Paglia, Bartholomeo de Fossombrono de la Marcha, et marchesino di Salvioni milanese, nella inclita città, di Venexia, negli anni del incarnationeMCCCCLXXXI». A correzione del Crescimbeni e del Tiraboschi vediIl Maurolico, giornale di Messina, nel novembre 1833.146.Seu cantare juvat, seu ter pede læta ferireCarmina...Calpurnio, Ecl.IV.Dumque rudem præbente modum tibicine thuscoLudius æquatam ter pede pulsat humum.Ovidio, Ars. am.147.Gallias Cæsar subegit, Nicomedes Cæsarem etc.Ego nolo Florus esse etc.e così il notissimo epigramma:Animula, vagula, blandula.Orazio, tutto greca umanità, chiama orrido il verso saturnio; ma confessa che, malgrado de’ grecanici, si conservava ancora al suo tempo:Horridus illeDefluxit numerus saturnius, et grave virusMunditiæ pepulere; sed in longum tamen ævumManserunt,hodieque manentvestigia ruris.Ep.I. lib. 2.148.Ovidio amava cominciare col dattilo, Virgilio collo spondeo; Claudiano gli alterna, e per lo più il primo piede è dattilo, spondeo il quarto. La cesura nel secolo d’oro trovasi dopo il secondo piede; Claudiano la mette dopo il primo e dopo il terzo. Al tempo della decadenza si volle sempre terminato il verso con un bisillabo.149.San Paolino d’Aquileja prega il lettore a perdonarglicum aut per incuriam brevem pro longa, aut longam pro brevitrovasse; e Fortunato di Valdobbiadene:Posthabui leges, ferulas et munia metri;Non puto grande scelus, si syllaba longa brevisqueAltera in alterius dubia statione locetur.150.Ne occorrono in questo volume frequenti esempj. — Nel Fabretti leggiamo quest’epitafio:Nome fuit nomen; hæsit nascenti Cosuccia,Utraque et hoc titulo nomina significo.Vixi parum, dulcisque fui dum vixi parenti;Hoc titulo tegor, debita persolui.Quisque legis titulum, sentis quam vixerim parum,Hoc peto nunc dicas, Sit tibi terra levis.151.Omero: Ἒσπετε νῦν, μοῦσαι, ὀλύμπια δόματ’ ἔχουσαι.Spessissime sono le rime ne’ Greci, e massime nell’Edipo a Colonoe nelle Trachinie di Sofocle.Orazio:Non satis est pulchra esse poemata: dulcia sunto,Et quocumque volent animum auditoris agunto.Virgilio:Cornua velatarum obvertimus antennarum.Ovidio:Quot cœlum stellas tot, habet tua Roma puellas.Properzio:Non non humani sunt partus talia dona;Ista deûm mentes non peperere bona.Si sarebbe infiniti a volerli addur tutti; ma non isfugga che la prima ode d’Orazio è quasi tutta rimata colle rime imperfette. Son pure notissimi i quattro versi di Virgilio:Sic quos non vobis fertis aratra bovesetc.;e questi di Ennio presso Cicerone,Tuscul.:Hæc omnia vidi inflammari,Priamo vitam evitari,Jovis aram sanguine turpari.152.Così san Colombano:Differentibus vitam mors incerta surripit;Omnes superbos vagos mœror mortis corripit.153.In un antifonario bencorense, delVIIodVIIIsecolo, il Muratori trovava questi versi di rima perfetta:Vere regalis aula — variis gemmis ornata,Gregisque Christi caula — Patre summo servata.Pier Damiani nel 1053 ne usava di perfette ed imperfette:Ave David filia —sancta mundo nata,Virgo prudens, sobria —Joseph desponsata.Ad salutem omnium —in exemplum dataSupernorum civium —consors jam probata.E altrove:O miseratrix — o dominatrix — præcipe dictuNe devastemur — ne lapidemur — grandinis ictu.154.Frà Jacopone da Todi compose quinarj sdruccioli:Cur mundus militat sub vana gloria,Cujus prosperitas est transitoria?Tam cito labitur ejus præsentia,Quam vasa figuli quæ sunt fragilia etc.155.Dulce et decorum est pro patria mori,Jam satis terræ nivis atque diræ...Ibis liburnis inter alta navium...Orazio.Phaselus ille quem videtis, hospites...Catullo.156.La partenza che fo dolorosaE penosa — più ch’altra m’ancide,Per mia fide — a voi dà bel diporto.157.È nell’Allacci,Poeti antichi, dove n’ha pure due di Cecco Nuccoli da Perugia, con tre terzetti.158.Prima di lui abbiamo l’ottava in Tibaldo conte di Champagne pressoPasquier,Recherches de la France, Parigi 1617. Anche fra gli Arabi se ne trova.159.Frà Bonvexin de Riva che sta in borgo Legnano,D’ le cortesie de desco ne disette primano;D’ le cortesie cinquanta che s’ dè usare a descoFrà Bonvexin de Riva ne parla mo de fresco.Dello stesso Buonvicino il codice Nº 92 della biblioteca Ambrosiana contiene unadisputatio Roxe et Viole, che comincia:In nome de Dio grande e de Bonaventura,Chilò (qui) si da comenzo a una legenda puraDe gran zoya e solazo: zaschun sì n’abia curaD’imprender ste parole de dolze nudridura.Altri versi suoi cantano ladignitade de la glorioxa vergine Maria:Quella viola olente, quella roxa fioria,Quella è bianchissim lilio, quella è gemma fornia,Quella è nostra advocata, nostra speranza e via,Quella è piena de gratia, piena de cortexia...Quella è salut del mondo, vaxello de deitade,Vaxello pretioxissim, e pien d’ogni bontade,Vergen sopra la vergen, soprana per beltade,Magistra d’ cortexia, et de grande humiltade ecc.Se ne hanno pure varie leggende, di san Cristoforo, di santa Lucia, dello schiavo Dalmasina. Quest’ultima comincia:Intendete, signori, sel vi piace ascoltareD’uno bello sermone eo ve vollio cuntare;Se voi ponete mente, ben ve porà zovare;Chè sempre de la morte se dee l’uom recordare.Chi serve a Jesu Cristo non può mal arrivare.Lo sclavo Dalmasina per nome era chiamato,E ’l fo de la Zizilia, e in Palermo el fo nato ecc.Quest’è il verso martelliano; e in esso fu pur dettata da Boezio di Rinaldo aquitano la storia d’Aquila dal 1252 al 1362.Rer. It. Scrip.Non credo potermi valere d’altri poeti derivati dalle disputate carte d’Arborea.160.È manoscritto; e vedasiMaffei,Verona illustrata, par.II. lib. 2.161.Vulg. eloq.,I. 13;Purg.,XXIV.162.L’edizione del 1474 è citata dalMehus,Vita Ambrosii camaldolensis, pag. 156. L’orrido guazzabuglio delPatafioche gli si attribuisce, è almeno d’un secolo posteriore, come provò il Dal Furia.163.Convivio — De vulgari eloquio — Purg.,XXVI; e l’Epistola al signor Federigo, comunemente ascritta al Poliziano, ma da Apostolo Zeno con buone ragioni attribuita a Lorenzo de’ Medici.164.In un boschetto trovai pastorellaPiù che la stella bella, al mio parere;Capegli avea biondetti e ricciutelli,E gli occhi pien d’amor, cera rosata;Con sua verghetta pasturava agnelli,E scalza, e di rugiada era bagnata;Cantava come fosse innamorata,Era adornata di tutto piacere.D’amor la salutai immantinente,E domandai se avesse compagnia;Ed ella mi rispose dolcementeChe sola sola per lo bosco gìa,E disse: Sappi quando l’augel pia,Allor desìa lo mio cuor drudo avere.BallataEra in pensier d’amor.Gli esempj degli altri diamo nell’Appendice I.165.Buonagiunta scriveva a Guido Guinicelli:E voi passate ogni uom di sottiglianzaChe non si trova già chi ben disponga;Cotanto è scura vostra parlatura.166.Vita nuova.— Sono i pensieri che espresse nel sonetto, il più bello fra gli amorosi che abbia la nostra favella, me lo perdoni il Petrarca:Tanto gentile e tanto onesta pareLa donna mia, quand’ella altrui saluta,Che ogni lingua divien tremando muta,E gli occhi non ardiscon di guardare.Ella sen va, sentendosi lodare,Benignamente d’umiltà vestuta,E par che sia una cosa venutaDi cielo in terra a miracol mostrare.Mostrasi sì piacente a chi la mira,Che dà per gli occhi una dolcezza al core,Che intender non la può chi non la prova;E par che dalle sue labbia si movaUno spirto soave pien d’amore,Che va dicendo all’anima, Sospira.167.Ma quel che più ti graverà le spalle,Sarà la compagnia malvagia e scempia,Con la qual tu cadrai in questa valle:e altrove per avverso:Cader coi buoni è pur di laude degno.168.Primus sensus est qui habetur per literam; alius qui habetur per significata per literam. Et primus dicitur literalis, secundus vero allegoricus, sive moralis. Est subjectum totius operis, literaliter tantum accepti, status animorum post mortem simpliciter sumptus; nam de illo et circa illum totius operis versatur processus. Si vero accipiatur opus allegorice, subjectum est homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem justitia praemiandi et puniendi obnoxius est. Finis totius et partis est removere viventes in hac vita de statu miseriæ, et perducere ad statum felicitatis.Lettera a Can Grande.169.Jacopo suo figlio nel commento inedito.170.Le particolarità che il fanno tanto somigliare a Dante, potrebbero essere state aggiunte dal traduttore italiano, dopo conosciuta la Divina Commedia. NellaRevue des Deux Mondes, 1º 7bre 1842, si enumerano moltissime visioni dell’altro mondo che precedettero quella di Dante. Meglio Ozanam, nelCorrespondantdel 1843, esposeles sources poétiques de la Divine Comédie. Tra i moltissimi confronti ch’egli reca, è particolare questo d’una Saga scandinava:Catervatim ibant illi ad Plutonis arcem, et gestabant onera e plumbo. Homines vidi illos qui multos pecunia et vita spoliarunt; pectora raptim pervadebant viris istis validi venenati dracones(Solar-Liod, 63, 64). Eccovi la città di Dite, le cappe di piombo degli ipocriti, e quel che è più particolare, i serpenti che inseguono i masnadieri. — Nell’Alphabetum thibetanumil padre Giorgi pubblicò un’immagine dell’inferno secondo gl’indiani, che ha strana somiglianza con quel di Dante (tav.II. p. 487). L’inferno del Corano suppone sette porte, che conducono ciascuna ad un particolare supplizio.171.Pensando a capo chinoPerdei il gran cammino,E tenni alla traversaD’una selva diversa...Io v’era sì invescato,Che già da nullo latoPoteva mover passo.Così fui giunto lassoE messo in mala parte;Ma Ovidio per arteMi diede maestria,Sì ch’io trovai tal via.Tesoretto.172.Geremia, cap.V. vers. 6:Percussit eosleode silva;lupusad vesperam vastavit eos;pardusvigilans super civitates eorum: omnis qui egressus fuerit ex eis, capietur, quia multiplicatæ sunt prævaricationes eorum, confortatæ sunt aversiones eorum.173.E’ dice esplicitamente che Bice è un 9, cioè un miracolo cui radice è la santissima Trinità.174.Sono cento canti in 14,230 versi, ripartiti in modo, che la prima cantica è appena superata di trenta dalla seconda, e di ventiquattro dalla terza. E a chi il supponesse caso, risponde il poeta:Ma perchè piene son tutte le carteOrdite a questa cantica seconda,Non mi lascia più ir lofren dell’arte.175.In Ricardo da San Vittore,de præparatione ad contemplationem, la famiglia di Giacobbe raffigura quella delle facoltà umane; Rachele e Lia, l’intelletto e la volontà; Giuseppe e Beniamino figli della prima, la scienza e la contemplazione, operazioni principali dell’intelletto; Rachele muore nel partorir Beniamino, come l’intelligenza umana svanisce nell’estasi della contemplazione.176.Chiede consiglio da personaChe vede, e vuol dirittamente, ed ama.177.Io mi son un, che quandoAmore spira, noto, e in quel modoCh’ei detta dentro, vo significando.178.La contingenza, che fuor dal quadernoDella vostra memoria non si stende,Tutta è dipinta nel cospetto eterno.Necessità però quindi non prendeSe non come dal viso in che si specchia,Nave che per corrente giù discende.179.Nella dedica a Can della Scala vuole che il titolo dell’opera sua siaIncipit Comœdia Dantis Alighierii, florentini natione non moribus. E soggiunge: — Io chiamo l’opera mia Commedia, perchè scritta in umile modo, e per aver usato il parlar vulgare, in cui comunicano i loro sensi anche le donnicciuole». Ov’è a sapere che, nelVulgare eloquio, distingue tre stili, tragedia, commedia, elegia.180.Il Boccaccio in un sonetto dice:Dante Alighieri son, Minerva oscuraD’intelligenza e d’arte.181.L’anonimo commentatore ha: — Io scrittore udii dire a Dante che mai rima nol trasse a dire quello che aveva in suo proposito, ma ch’elli molte e spesse volte faceva li vocaboli dire nelle sue rime altro che quello che erano appo gli altri dicitori usati di esprimere». Questa è padronanza di genio, non merito, giacchè per essa diceVermo, Giuseppo, gli idolatre, allore, tarde, eresiarche, figliuoleper figliuolo,egli stessi, mee, trei, si partine, plaja, strupo, maggi, lodo, preghiero, di butto, robbiefusiecolaeagostaper stupro, maggiori, lode, preghiera, di botto, rossori, fussi, cole, augusta; dice che l’uomo si fasegoper seco eseguetteper seguì; ha liberamente finito un verso conOh buon principio, e ai due corrispondenti ponescipioeconcipio, storpiando questi anzichè modificar quello; e per comodo o di rima o di verso mettenacqui suo Julo, elome, efazza, eCristo abate del collegio, econtii santi, ecivedi Roma ecc. Sarà sempre pedanteria suprema il volere che ne’ sommi si ammiri ogni cosa.182.Crede la prima lingua creata coll’uomo, ed essere stata l’ebraica. Al contrario, nelParadisol’avea creduta d’origine naturale, e che fosse perita. Egli sosteneva che al primo uomo fosser rivelate tutte le scienze:Tu credi che nel petto, onde la costaSi trasse per formar la bella guancia,Il cui palato tanto al mondo costa,Qualunque alla natura umana leceAver di lume, tutto fosse infuso.Par.,XIII.183.Vulg. eloq.,I. 15. Eppure già erano fioriti un Giovanni da Modena, un Anselmo e un Antonio dal Berrettajo ferraresi; e a Reggio diversi della famiglia da Castello, e un Gherardo che corrispose di sonetti con Cino da Pistoja; poi furono ferraresi il Bojardo, l’Ariosto, il Minzoni, il Monti.184.La dimostrazione di fatto può vedersi inGalvani,Sulla verità delle dottrine perticariane nel fatto storico della lingua.Milano 1845, pag. 124 seg. E vedasi il Manzoni.185.Non credo cantato il poema, bensì le poesie amorose, alcune delle quali supremamente soavi, come questa:Quantunque volte, lasso, mi rimembraCh’io non debbo giammaiVeder la donna ond’io vo sì dolente,Tanto dolore intorno al cor mi assembraLa dolorosa mente,Ch’io dico, Anima mia, che non ten vai?186.Karolensis ponatur in igne ut accendatur; et sic totus calidus et accensus ab igne imprimatur in facie illius vel illorum qui karolensem pro minori quantitate dederint vel expenderint.Decreto dei 1268.187.Capitoli del regno di Napoli, novembre 1275.188.Nicola Buscemi,Vita di Giovanni da Procida, 1841. — Michele Amari (Un periodo della storia siciliana, Palermo 1842) sfronda l’alloro che la storia e la poesia attribuirono a Giovanni da Procida e a Ruggero di Loría, ch’e’ chiamastranieriperchè della terraferma. Molti lo confutarono.189.Ap.Raynald., ad 1267, § 4.190.Adottò questa tradizione Dante,Inf.,XX:Carlo venne in Italia, e per ammendaVittima fe di Corradino, e poiRipinse al ciel Tommaso per ammenda.Avrebbe forse san Tommaso alluso alla tirannia di Carlo nel libroDe regimine principum?191.Negli atti di quella pace, riferiti dal Ghirardacci, lib.VIII, si trovano distinte le famiglie delle due fazioni.192.Tractabat... ut totum imperium in quatuor divideretur partes; in regnum Alemaniæ, quod dabatur posteris Rodulphi in perpetuum; in regnum viennense, quod dabatur in dotem uxori Caroli Martelli, filiæ dicti Rodulphi: de Italia vero, præter regnum Siciliæ, duo regna fiebant, unum in Lombardia, aliud in Tuscia.Ptolomei Lucensis, Hist. eccl. —Adnisus est ut cognatos suos eveheret, et alterum in Etruria, alterum in Longobardia reges faceret, quoniam Rodulphus imperator, rebus germanis impeditus, in Italiam non veniebat. Verum civitates Italiæ imperatori adhærentes contrastabant, et misso locumtenente per Rodulphum in Italiam, consilia pontificis frustrata sunt.Abbas Uspergensis, Chron.193.«Passò in Sicilia con circa ducento tra galee e vascelli armati, tra’ quali furon molti Veneziani, e tra quelli diversi suoi regj e vassalli, messer Marco Badoer e messer Jacomo Tiepolo Scopolo, il qual condusse seco gran compagnia, nella qual si fu anco messer Lorenzo Tiepolo suo parente e mio cugino».Marin Sanutoil vecchio.194.Allora vi si cantava questa canzone:Deh! com’egli è gran pietateDelle donne di Messina,Veggendole scapigliatePortar pietre e calcina.Iddio dia briga e travaglioA chi Messina vuol guastare.195.Giovan Villani vorrebbe che il duello si fosse giurato al cospetto del papa. Al contrario, Martino IV nella sua bolla dice:Duellum reprobamus, irritamus, ac penitus vacuamus, cum non sit omnino ab Ecclesia tollerandum.196.E tali s’affatica a mostrarli il Giannone, che, scandolezzato dal vedere un papa italiano frenare il venturiero tiranno francese, ammonisce i re «di guardarsi molto bene a commettere la cura ed il governo de’ loro Stati ad altri che a se stessi ed a’ loro più fedeli ministri». L’hanno imparata tal lezione.197.— Re Jacobo con parte de’ suoi cavalieri e altra gente si partì di Sicilia, e andò a Roma ove era la Corte, e fu a parlamento con il pontefice. Il pontefice fra le altre cose li disse, che l’avea raso senza bagnarlo; nè senza causa li disse queste parole, perchè l’armata costava al pontefice ogni giorno miladucento onze d’oro, ed era stato detto re Jacobo in quel viaggio e spedizione circa un anno e mezzo».Marin Sanuto.198.Calath al-Bellut, castello delle querce. E di simile radice molti nomi sorvivono in Sicilia.199.Della vita di quei baroni ci è saggio la storia di Macalda di Scaletta. Vedova di un Guglielmo d’Amico, esigliato al tempo degli Svevi, era andata profuga in abito di frate Minore, stette a Napoli, a Messina, e da Carlo d’Angiò ricuperò i beni confiscati al marito. Sposatasi ad Alaimo di Lentini, uno dei più fervorosi nel Vespro, tradì i Francesi che a lei, come beneficata da Carlo, rifuggivano in Catania, della qual città suo marito fu fatto governatore. Quand’egli andò alla guerra di Messina, essa ne tenne le veci; e sui quarant’anni, pure ancor bella, generosa nel donare, vestiva piastre e maglie; e con una mazza d’argento alla mano, emulava i cavalieri ne’ cimenti guerreschi. Di sua onestà chi bene disse, chi ogni male. Aspirò agli amori di re Pietro, lo accompagnò, gli chiese ricovero; ma egli non volle comprenderla, di che essa pensò vendicarsi.Alaimo fu poi fatto maestro giustiziere, e valse a reprimere i molti che reluttavano alla nuova dominazione, e acquistò tal reputazione che eccitò la gelosia dell’infante don Giacomo. La crescevano i superbi portamenti di Macalda, la quale tenevasi alta fin con Costanza, e non volea dirle regina, ma solo madre di don Giacomo; se compariva alla Corte, era per isfoggiare abiti e gioje. Contro ogni decenza, volle in un convento passar la gravidanza e il parto, sol per godere l’amenità del luogo: Costanza fu a visitarla, e n’ebbe accoglienze sgarbate; offrì di levare al battesimo il neonato, e Macalda rispose non voler esporlo a quel bagno freddo, poi tre giorni appresso vel fece tenere da popolani. Costanza, male in salute, si fece portare in lettiga da Palermo al duomo di Monreale; e Macalda essa pure, per le strade della città e fin a Nicosia in lettiga coperta di scarlatto, di che fu un gran mormorare. Re Giacomo viaggiava con trenta cavalli di scorta; e Macalda con trecento, e volea far da giustiziere, e apponeva a re Pietro di avere mal compensato coloro, che del resto l’aveano domandato compagno e non re.Alaimo condiscendeva alla moglie, e dicono le giurasse non dar mai consigli a danno dei Francesi, anzi procurarne il ritorno in Sicilia. Se il facesse nol sappiamo; certo i re aragonesi gli si avversarono, fors’anche per la solita ingratitudine a chi più beneficò. Giacomo finge spedire Alaimo in gran diligenza a suo padre in Catalogna per sollecitarne ajuti: Alaimo va, è accolto con ogni maniera di cortesia; ma appena egli partì, la plebe di Messina, sollecitata dal Loria, lo grida traditore, affollasi alla sua casa ad ammazzare i Francesi prigionieri di guerra che vi tenea, e così quelli che stavano nelle carceri e che egli aveva salvati. Macalda accorse per sostenere i suoi fautori, ma vide il marito dichiarato fellone e confiscatigli i beni, Matteo Scaletta fratello di lei, decapitato; ella stessa chiusa in un castello, forse vi finì la vita. Alaimo, dopo alquanti anni, fu rimandato verso la Sicilia, e come fu in vista della patria isola, buttato in mare. V.Cronaca catalana, cap.xcvi; De Neocastro, Speciale; D’Esclotecc.200.Gregorio,Considerazioni sulla storia della Sicilia. Palermo 1807.201.Frà Jacopone da Todi gli scriveva una canzone per mostrargli quanto corresse pericolo l’anima sua nel papato:Che farai, Pier di Morone?Se’ venuto al paragone;Vederemo il lavoratoChe in cella hai contemplato;Se il mondo è di te ingannato,Seguirà maledizione.....Se l’ufficio ti dilettaNulla è più malsania infetta;Bene è vita maledettaPerder Dio per tal boccone.Grande ebb’io per te cordoglioLor ti uscio di boccaVoglio,Se t’hai posto giogo in coglioDa temer tua dannazione...Grande è la tua dignitate,Non minor la tempestate,E grande è la vanitateChe averai in tua magione....Da persone prebendateGuardati, sempre affamate....Guardati da barattiereChe il ner bianco fa vedere.Se non ti sai ben schermireCanterai mala canzone.
133.In Napoli vedeasi Federico II in trono, e Pier delle Vigne in cattedra, e lor davanti il popolo che chiedeva giustizia con questi versi:Cæsar amor legum, Federice piissime regum,Causarum telas, nostras resolve querelas:e Federico additando Pietro, rispondeva:Pro vestra lite censorem juris adite.Hic est, jura dabit, vel per me danda rogabit:e a Pietro usciva di bocca:Vinea cognomen, Petrus judex est tibi nomen.Le pitture di Subiaco si sa dalle cronache che furono fatte sotto i papi Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, cioè dal 1198 al 1241. Ora vi si leggemagister Consulus pinxit hoc opus. Sarebbe dunque un pittore antichissimo, romano probabilmente di nazione come di nome; e se tutte son di sua mano, mostrerebbero che già staccavasi dalla secchezza de’ Bisantini.
133.In Napoli vedeasi Federico II in trono, e Pier delle Vigne in cattedra, e lor davanti il popolo che chiedeva giustizia con questi versi:
Cæsar amor legum, Federice piissime regum,Causarum telas, nostras resolve querelas:
Cæsar amor legum, Federice piissime regum,Causarum telas, nostras resolve querelas:
Cæsar amor legum, Federice piissime regum,
Causarum telas, nostras resolve querelas:
e Federico additando Pietro, rispondeva:
Pro vestra lite censorem juris adite.Hic est, jura dabit, vel per me danda rogabit:
Pro vestra lite censorem juris adite.Hic est, jura dabit, vel per me danda rogabit:
Pro vestra lite censorem juris adite.
Hic est, jura dabit, vel per me danda rogabit:
e a Pietro usciva di bocca:
Vinea cognomen, Petrus judex est tibi nomen.
Vinea cognomen, Petrus judex est tibi nomen.
Vinea cognomen, Petrus judex est tibi nomen.
Le pitture di Subiaco si sa dalle cronache che furono fatte sotto i papi Innocenzo III, Onorio III, Gregorio IX, cioè dal 1198 al 1241. Ora vi si leggemagister Consulus pinxit hoc opus. Sarebbe dunque un pittore antichissimo, romano probabilmente di nazione come di nome; e se tutte son di sua mano, mostrerebbero che già staccavasi dalla secchezza de’ Bisantini.
134.La repubblica di Perugia nel 1297 ordinò di cancellare tali ritratti. Altre volte si effigiavano i condannati: nel bando di Federico II contro Verona il 1239 è detto che i ribelli erano ritratti nella sala. Altre pitture si ordinarono nella sala della Ragione di Padova.
134.La repubblica di Perugia nel 1297 ordinò di cancellare tali ritratti. Altre volte si effigiavano i condannati: nel bando di Federico II contro Verona il 1239 è detto che i ribelli erano ritratti nella sala. Altre pitture si ordinarono nella sala della Ragione di Padova.
135.L’Escalopier fece nel 1843 a Parigi una nuova edizione di quest’opera, attentamente collazionata e con versione francese e note: esso la crede d’autore tedesco. Guichard vi unì una dissertazione sull’autore, ch’e’ collocherebbe tra il fine delXIIe il principiare delXIIIsecolo. Vedasi i capiDe coloribus et de arte colorandi vetra, eDe rubricandis ostiis et de oleo lini. Poi in quelloDe coloribus oleo et gummi terendisscrive:Omnia genera colorum eodem genere olei teri et poni possunt in opere ligneo, in his tantum rebus quæ sole siccari possunt, quia, quotiescumque unum colorem imposueris, alterum ei superponere non potes, nisi prior exsiccetur, quod in imaginibus diuturnum et tædiosum nimis est. Si autem volueris opus tuum festinare, sume gummi quod exit de arbore ceraso vel pruno, et concidens illud minutatim, pone in vas fictile, et aquam abundanter infunde, et pone ad solem, sive super carbones in hieme, donec gummi liquefiat, et ligno rotundo diligenter commisce; deinde cola per pannum, et inde tere colores et impone. Omnes colores et misturæ eorum hoc gummi teri et poni possunt, præter minium et cerussam et carmin, qui cum claro ovi terendi et ponendi sunt.
135.L’Escalopier fece nel 1843 a Parigi una nuova edizione di quest’opera, attentamente collazionata e con versione francese e note: esso la crede d’autore tedesco. Guichard vi unì una dissertazione sull’autore, ch’e’ collocherebbe tra il fine delXIIe il principiare delXIIIsecolo. Vedasi i capiDe coloribus et de arte colorandi vetra, eDe rubricandis ostiis et de oleo lini. Poi in quelloDe coloribus oleo et gummi terendisscrive:Omnia genera colorum eodem genere olei teri et poni possunt in opere ligneo, in his tantum rebus quæ sole siccari possunt, quia, quotiescumque unum colorem imposueris, alterum ei superponere non potes, nisi prior exsiccetur, quod in imaginibus diuturnum et tædiosum nimis est. Si autem volueris opus tuum festinare, sume gummi quod exit de arbore ceraso vel pruno, et concidens illud minutatim, pone in vas fictile, et aquam abundanter infunde, et pone ad solem, sive super carbones in hieme, donec gummi liquefiat, et ligno rotundo diligenter commisce; deinde cola per pannum, et inde tere colores et impone. Omnes colores et misturæ eorum hoc gummi teri et poni possunt, præter minium et cerussam et carmin, qui cum claro ovi terendi et ponendi sunt.
136.Giovanni pisano in Sant’Andrea di Pistoja scrisse:Laude Dei trini rem ceptam copulo fini;a Pisa:Laudo Deum verum, per quem sunt optima rerum,Qui dedit has puras homini formare figuras;a Castel San Pietro presso Pisa:Magister Johannes... fecit ad honorem Dei et sancti Petri apostoli;a San Paolo fuor delle mura:Summe Deus, tibi hic abbas BartholomæusFecit opus fieri, sibi te dignare mereri.Duccio di Buoninsegna sotto la tavola del duomo di Siena pose:Mater sancta Dei, sis causa senis requiei.Sis Ducio vita te quia pinxit ita.Gelasio di Nicolò a Ferrara:Jesù spos dilet, a ti me rachomando, doname fede.Sotto al quadro di Guido da Siena nella sua patria leggerebbero:Me Guido de Senis diebus pinxit amœnisQuem Christus lenis nullis velit agere pænisAnno D.MCCXXI.Ma la critica obbliga a leggereMCCLXXXI.
136.Giovanni pisano in Sant’Andrea di Pistoja scrisse:
Laude Dei trini rem ceptam copulo fini;
Laude Dei trini rem ceptam copulo fini;
Laude Dei trini rem ceptam copulo fini;
a Pisa:
Laudo Deum verum, per quem sunt optima rerum,Qui dedit has puras homini formare figuras;
Laudo Deum verum, per quem sunt optima rerum,Qui dedit has puras homini formare figuras;
Laudo Deum verum, per quem sunt optima rerum,
Qui dedit has puras homini formare figuras;
a Castel San Pietro presso Pisa:
Magister Johannes... fecit ad honorem Dei et sancti Petri apostoli;
Magister Johannes... fecit ad honorem Dei et sancti Petri apostoli;
Magister Johannes... fecit ad honorem Dei et sancti Petri apostoli;
a San Paolo fuor delle mura:
Summe Deus, tibi hic abbas BartholomæusFecit opus fieri, sibi te dignare mereri.
Summe Deus, tibi hic abbas BartholomæusFecit opus fieri, sibi te dignare mereri.
Summe Deus, tibi hic abbas Bartholomæus
Fecit opus fieri, sibi te dignare mereri.
Duccio di Buoninsegna sotto la tavola del duomo di Siena pose:
Mater sancta Dei, sis causa senis requiei.Sis Ducio vita te quia pinxit ita.
Mater sancta Dei, sis causa senis requiei.Sis Ducio vita te quia pinxit ita.
Mater sancta Dei, sis causa senis requiei.
Sis Ducio vita te quia pinxit ita.
Gelasio di Nicolò a Ferrara:
Jesù spos dilet, a ti me rachomando, doname fede.
Jesù spos dilet, a ti me rachomando, doname fede.
Jesù spos dilet, a ti me rachomando, doname fede.
Sotto al quadro di Guido da Siena nella sua patria leggerebbero:
Me Guido de Senis diebus pinxit amœnisQuem Christus lenis nullis velit agere pænisAnno D.MCCXXI.
Me Guido de Senis diebus pinxit amœnisQuem Christus lenis nullis velit agere pænisAnno D.MCCXXI.
Me Guido de Senis diebus pinxit amœnis
Quem Christus lenis nullis velit agere pænis
Anno D.MCCXXI.
Ma la critica obbliga a leggereMCCLXXXI.
137.Biscioni,Lettere di santi e beati fiorentini.
137.Biscioni,Lettere di santi e beati fiorentini.
138.Il signor Raynouard (Choix des poésies originales des Troubadours) la sostiene: ma i medesimi accidenti incontransi nel valacco, ben distinto dal romanzo. Il Perticari si valse degli argomenti stessi per umiliare Firenze col derivare il parlar nostro dal provenzale.
138.Il signor Raynouard (Choix des poésies originales des Troubadours) la sostiene: ma i medesimi accidenti incontransi nel valacco, ben distinto dal romanzo. Il Perticari si valse degli argomenti stessi per umiliare Firenze col derivare il parlar nostro dal provenzale.
139.Pier d’Alvernia, pressoMillot,Storia de’ Trovadori. Una raccolta di poeti provenzali nella biblioteca di Modena, fatta fin dal 1254, porta quest’annotazione: «Maestro Ferrari fu da Ferrara e giullare; e s’intendeva meglio di trovare ossia poetar provenzale, che altro uomo che fosse mai in Lombardia; e meglio intendeva la lingua provenzale, e sapea molto bene di lettere, e nello scrivere non aveva persona che il pareggiasse. Fece di molti buoni libri e belli. Cortese uomo fu di sua persona; andò e volentieri servì a baronie cavalieri, ed a’ suoi tempi stette nella casa d’Este; e quando accadeva che i marchesi facessero festa e corte, vi concorrevano i giullari che s’intendevano di lingua provenzale, e convenivano a lui, e il chiamavano maestro. E se alcuno ci venìa che s’intendesse meglio degli altri, e che facessero quistioni del trovar suo e d’altri, maestro Ferrari gli rispondeva all’improvviso, in maniera ch’egli era il primo campione della corte del marchese d’Este. Da giovane attese ad una donna che avea nome madonna Turca, e per lei fece di molte buone cose. Venuto vecchio, poco andava attorno, pure si conduceva a Trevigi, a messer Gerardo da Camino ed a’ suoi figliuoli, che gli facean grand’onore e accoglienze e regali».
139.Pier d’Alvernia, pressoMillot,Storia de’ Trovadori. Una raccolta di poeti provenzali nella biblioteca di Modena, fatta fin dal 1254, porta quest’annotazione: «Maestro Ferrari fu da Ferrara e giullare; e s’intendeva meglio di trovare ossia poetar provenzale, che altro uomo che fosse mai in Lombardia; e meglio intendeva la lingua provenzale, e sapea molto bene di lettere, e nello scrivere non aveva persona che il pareggiasse. Fece di molti buoni libri e belli. Cortese uomo fu di sua persona; andò e volentieri servì a baronie cavalieri, ed a’ suoi tempi stette nella casa d’Este; e quando accadeva che i marchesi facessero festa e corte, vi concorrevano i giullari che s’intendevano di lingua provenzale, e convenivano a lui, e il chiamavano maestro. E se alcuno ci venìa che s’intendesse meglio degli altri, e che facessero quistioni del trovar suo e d’altri, maestro Ferrari gli rispondeva all’improvviso, in maniera ch’egli era il primo campione della corte del marchese d’Este. Da giovane attese ad una donna che avea nome madonna Turca, e per lei fece di molte buone cose. Venuto vecchio, poco andava attorno, pure si conduceva a Trevigi, a messer Gerardo da Camino ed a’ suoi figliuoli, che gli facean grand’onore e accoglienze e regali».
140.Vedi il nostroEzelino da Romano, storia d’un Ghibellino esumata da un Guelfo.
140.Vedi il nostroEzelino da Romano, storia d’un Ghibellino esumata da un Guelfo.
141.Ecco qualche strofa della Barca:De quatre element ha Dio lo mont formà,Fuoc, ayre, ayga e terra son nomà.Stelas e planetas fey de fuoc,L’aura e lo vent han en l’ayre lor luoc.L’ayga produy li oysel e li peyson,La terra li jument e li om fellon.La terra es lo plus vil de li quatre element,De la cal fo fayt Adam paire de tota gent.O fang, o polver, or te ensuperbis!O vaysel de miseria, or te enorgolhis!Hornate ben, e quer vana beotà (beltà),La fin te mostrare que tu aures obrà.V. Raynouard, t.II. p. 103. Ma dell’età di quelle molto si dubita.
141.Ecco qualche strofa della Barca:
De quatre element ha Dio lo mont formà,Fuoc, ayre, ayga e terra son nomà.Stelas e planetas fey de fuoc,L’aura e lo vent han en l’ayre lor luoc.L’ayga produy li oysel e li peyson,La terra li jument e li om fellon.La terra es lo plus vil de li quatre element,De la cal fo fayt Adam paire de tota gent.O fang, o polver, or te ensuperbis!O vaysel de miseria, or te enorgolhis!Hornate ben, e quer vana beotà (beltà),La fin te mostrare que tu aures obrà.
De quatre element ha Dio lo mont formà,Fuoc, ayre, ayga e terra son nomà.Stelas e planetas fey de fuoc,L’aura e lo vent han en l’ayre lor luoc.L’ayga produy li oysel e li peyson,La terra li jument e li om fellon.La terra es lo plus vil de li quatre element,De la cal fo fayt Adam paire de tota gent.O fang, o polver, or te ensuperbis!O vaysel de miseria, or te enorgolhis!Hornate ben, e quer vana beotà (beltà),La fin te mostrare que tu aures obrà.
De quatre element ha Dio lo mont formà,
Fuoc, ayre, ayga e terra son nomà.
Stelas e planetas fey de fuoc,
L’aura e lo vent han en l’ayre lor luoc.
L’ayga produy li oysel e li peyson,
La terra li jument e li om fellon.
La terra es lo plus vil de li quatre element,
De la cal fo fayt Adam paire de tota gent.
O fang, o polver, or te ensuperbis!
O vaysel de miseria, or te enorgolhis!
Hornate ben, e quer vana beotà (beltà),
La fin te mostrare que tu aures obrà.
V. Raynouard, t.II. p. 103. Ma dell’età di quelle molto si dubita.
142.Tiraboschi,IV. 51; e il nostro Cap.XC, nota 20.
142.Tiraboschi,IV. 51; e il nostro Cap.XC, nota 20.
143.Sim licet agrestis, tenuique propagine natus,Non vacat omnimoda nobilitate genus.Non præsigne genus, nec clarum nomen avorum,Sed probitas vera nobilitate viget.
143.
Sim licet agrestis, tenuique propagine natus,Non vacat omnimoda nobilitate genus.Non præsigne genus, nec clarum nomen avorum,Sed probitas vera nobilitate viget.
Sim licet agrestis, tenuique propagine natus,Non vacat omnimoda nobilitate genus.Non præsigne genus, nec clarum nomen avorum,Sed probitas vera nobilitate viget.
Sim licet agrestis, tenuique propagine natus,
Non vacat omnimoda nobilitate genus.
Non præsigne genus, nec clarum nomen avorum,
Sed probitas vera nobilitate viget.
144.Il padre Spotorno lo difende mostrando che i passi insulsi vi furono interpolati.
144.Il padre Spotorno lo difende mostrando che i passi insulsi vi furono interpolati.
145.«Questa presente opera è stata impressa per Antonio de Alexandria della Paglia, Bartholomeo de Fossombrono de la Marcha, et marchesino di Salvioni milanese, nella inclita città, di Venexia, negli anni del incarnationeMCCCCLXXXI». A correzione del Crescimbeni e del Tiraboschi vediIl Maurolico, giornale di Messina, nel novembre 1833.
145.«Questa presente opera è stata impressa per Antonio de Alexandria della Paglia, Bartholomeo de Fossombrono de la Marcha, et marchesino di Salvioni milanese, nella inclita città, di Venexia, negli anni del incarnationeMCCCCLXXXI». A correzione del Crescimbeni e del Tiraboschi vediIl Maurolico, giornale di Messina, nel novembre 1833.
146.Seu cantare juvat, seu ter pede læta ferireCarmina...Calpurnio, Ecl.IV.Dumque rudem præbente modum tibicine thuscoLudius æquatam ter pede pulsat humum.Ovidio, Ars. am.
146.
Seu cantare juvat, seu ter pede læta ferireCarmina...Calpurnio, Ecl.IV.Dumque rudem præbente modum tibicine thuscoLudius æquatam ter pede pulsat humum.Ovidio, Ars. am.
Seu cantare juvat, seu ter pede læta ferireCarmina...Calpurnio, Ecl.IV.
Seu cantare juvat, seu ter pede læta ferire
Carmina...
Calpurnio, Ecl.IV.
Dumque rudem præbente modum tibicine thuscoLudius æquatam ter pede pulsat humum.Ovidio, Ars. am.
Dumque rudem præbente modum tibicine thusco
Ludius æquatam ter pede pulsat humum.
Ovidio, Ars. am.
147.Gallias Cæsar subegit, Nicomedes Cæsarem etc.Ego nolo Florus esse etc.e così il notissimo epigramma:Animula, vagula, blandula.Orazio, tutto greca umanità, chiama orrido il verso saturnio; ma confessa che, malgrado de’ grecanici, si conservava ancora al suo tempo:Horridus illeDefluxit numerus saturnius, et grave virusMunditiæ pepulere; sed in longum tamen ævumManserunt,hodieque manentvestigia ruris.Ep.I. lib. 2.
147.
Gallias Cæsar subegit, Nicomedes Cæsarem etc.Ego nolo Florus esse etc.
Gallias Cæsar subegit, Nicomedes Cæsarem etc.Ego nolo Florus esse etc.
Gallias Cæsar subegit, Nicomedes Cæsarem etc.
Ego nolo Florus esse etc.
e così il notissimo epigramma:
Animula, vagula, blandula.
Animula, vagula, blandula.
Animula, vagula, blandula.
Orazio, tutto greca umanità, chiama orrido il verso saturnio; ma confessa che, malgrado de’ grecanici, si conservava ancora al suo tempo:
Horridus illeDefluxit numerus saturnius, et grave virusMunditiæ pepulere; sed in longum tamen ævumManserunt,hodieque manentvestigia ruris.Ep.I. lib. 2.
Horridus illeDefluxit numerus saturnius, et grave virusMunditiæ pepulere; sed in longum tamen ævumManserunt,hodieque manentvestigia ruris.Ep.I. lib. 2.
Horridus ille
Defluxit numerus saturnius, et grave virus
Munditiæ pepulere; sed in longum tamen ævum
Manserunt,hodieque manentvestigia ruris.
Ep.I. lib. 2.
148.Ovidio amava cominciare col dattilo, Virgilio collo spondeo; Claudiano gli alterna, e per lo più il primo piede è dattilo, spondeo il quarto. La cesura nel secolo d’oro trovasi dopo il secondo piede; Claudiano la mette dopo il primo e dopo il terzo. Al tempo della decadenza si volle sempre terminato il verso con un bisillabo.
148.Ovidio amava cominciare col dattilo, Virgilio collo spondeo; Claudiano gli alterna, e per lo più il primo piede è dattilo, spondeo il quarto. La cesura nel secolo d’oro trovasi dopo il secondo piede; Claudiano la mette dopo il primo e dopo il terzo. Al tempo della decadenza si volle sempre terminato il verso con un bisillabo.
149.San Paolino d’Aquileja prega il lettore a perdonarglicum aut per incuriam brevem pro longa, aut longam pro brevitrovasse; e Fortunato di Valdobbiadene:Posthabui leges, ferulas et munia metri;Non puto grande scelus, si syllaba longa brevisqueAltera in alterius dubia statione locetur.
149.San Paolino d’Aquileja prega il lettore a perdonarglicum aut per incuriam brevem pro longa, aut longam pro brevitrovasse; e Fortunato di Valdobbiadene:
Posthabui leges, ferulas et munia metri;Non puto grande scelus, si syllaba longa brevisqueAltera in alterius dubia statione locetur.
Posthabui leges, ferulas et munia metri;Non puto grande scelus, si syllaba longa brevisqueAltera in alterius dubia statione locetur.
Posthabui leges, ferulas et munia metri;
Non puto grande scelus, si syllaba longa brevisque
Altera in alterius dubia statione locetur.
150.Ne occorrono in questo volume frequenti esempj. — Nel Fabretti leggiamo quest’epitafio:Nome fuit nomen; hæsit nascenti Cosuccia,Utraque et hoc titulo nomina significo.Vixi parum, dulcisque fui dum vixi parenti;Hoc titulo tegor, debita persolui.Quisque legis titulum, sentis quam vixerim parum,Hoc peto nunc dicas, Sit tibi terra levis.
150.Ne occorrono in questo volume frequenti esempj. — Nel Fabretti leggiamo quest’epitafio:
Nome fuit nomen; hæsit nascenti Cosuccia,Utraque et hoc titulo nomina significo.Vixi parum, dulcisque fui dum vixi parenti;Hoc titulo tegor, debita persolui.Quisque legis titulum, sentis quam vixerim parum,Hoc peto nunc dicas, Sit tibi terra levis.
Nome fuit nomen; hæsit nascenti Cosuccia,Utraque et hoc titulo nomina significo.Vixi parum, dulcisque fui dum vixi parenti;Hoc titulo tegor, debita persolui.Quisque legis titulum, sentis quam vixerim parum,Hoc peto nunc dicas, Sit tibi terra levis.
Nome fuit nomen; hæsit nascenti Cosuccia,
Utraque et hoc titulo nomina significo.
Vixi parum, dulcisque fui dum vixi parenti;
Hoc titulo tegor, debita persolui.
Quisque legis titulum, sentis quam vixerim parum,
Hoc peto nunc dicas, Sit tibi terra levis.
151.Omero: Ἒσπετε νῦν, μοῦσαι, ὀλύμπια δόματ’ ἔχουσαι.Spessissime sono le rime ne’ Greci, e massime nell’Edipo a Colonoe nelle Trachinie di Sofocle.Orazio:Non satis est pulchra esse poemata: dulcia sunto,Et quocumque volent animum auditoris agunto.Virgilio:Cornua velatarum obvertimus antennarum.Ovidio:Quot cœlum stellas tot, habet tua Roma puellas.Properzio:Non non humani sunt partus talia dona;Ista deûm mentes non peperere bona.Si sarebbe infiniti a volerli addur tutti; ma non isfugga che la prima ode d’Orazio è quasi tutta rimata colle rime imperfette. Son pure notissimi i quattro versi di Virgilio:Sic quos non vobis fertis aratra bovesetc.;e questi di Ennio presso Cicerone,Tuscul.:Hæc omnia vidi inflammari,Priamo vitam evitari,Jovis aram sanguine turpari.
151.Omero: Ἒσπετε νῦν, μοῦσαι, ὀλύμπια δόματ’ ἔχουσαι.
Spessissime sono le rime ne’ Greci, e massime nell’Edipo a Colonoe nelle Trachinie di Sofocle.
Orazio:Non satis est pulchra esse poemata: dulcia sunto,Et quocumque volent animum auditoris agunto.Virgilio:Cornua velatarum obvertimus antennarum.Ovidio:Quot cœlum stellas tot, habet tua Roma puellas.Properzio:Non non humani sunt partus talia dona;Ista deûm mentes non peperere bona.
Orazio:Non satis est pulchra esse poemata: dulcia sunto,Et quocumque volent animum auditoris agunto.Virgilio:Cornua velatarum obvertimus antennarum.Ovidio:Quot cœlum stellas tot, habet tua Roma puellas.Properzio:Non non humani sunt partus talia dona;Ista deûm mentes non peperere bona.
Orazio:Non satis est pulchra esse poemata: dulcia sunto,
Et quocumque volent animum auditoris agunto.
Virgilio:Cornua velatarum obvertimus antennarum.
Ovidio:Quot cœlum stellas tot, habet tua Roma puellas.
Properzio:Non non humani sunt partus talia dona;
Ista deûm mentes non peperere bona.
Si sarebbe infiniti a volerli addur tutti; ma non isfugga che la prima ode d’Orazio è quasi tutta rimata colle rime imperfette. Son pure notissimi i quattro versi di Virgilio:
Sic quos non vobis fertis aratra bovesetc.;
Sic quos non vobis fertis aratra bovesetc.;
Sic quos non vobis fertis aratra bovesetc.;
e questi di Ennio presso Cicerone,Tuscul.:
Hæc omnia vidi inflammari,Priamo vitam evitari,Jovis aram sanguine turpari.
Hæc omnia vidi inflammari,Priamo vitam evitari,Jovis aram sanguine turpari.
Hæc omnia vidi inflammari,
Priamo vitam evitari,
Jovis aram sanguine turpari.
152.Così san Colombano:Differentibus vitam mors incerta surripit;Omnes superbos vagos mœror mortis corripit.
152.Così san Colombano:
Differentibus vitam mors incerta surripit;Omnes superbos vagos mœror mortis corripit.
Differentibus vitam mors incerta surripit;Omnes superbos vagos mœror mortis corripit.
Differentibus vitam mors incerta surripit;
Omnes superbos vagos mœror mortis corripit.
153.In un antifonario bencorense, delVIIodVIIIsecolo, il Muratori trovava questi versi di rima perfetta:Vere regalis aula — variis gemmis ornata,Gregisque Christi caula — Patre summo servata.Pier Damiani nel 1053 ne usava di perfette ed imperfette:Ave David filia —sancta mundo nata,Virgo prudens, sobria —Joseph desponsata.Ad salutem omnium —in exemplum dataSupernorum civium —consors jam probata.E altrove:O miseratrix — o dominatrix — præcipe dictuNe devastemur — ne lapidemur — grandinis ictu.
153.In un antifonario bencorense, delVIIodVIIIsecolo, il Muratori trovava questi versi di rima perfetta:
Vere regalis aula — variis gemmis ornata,Gregisque Christi caula — Patre summo servata.
Vere regalis aula — variis gemmis ornata,Gregisque Christi caula — Patre summo servata.
Vere regalis aula — variis gemmis ornata,
Gregisque Christi caula — Patre summo servata.
Pier Damiani nel 1053 ne usava di perfette ed imperfette:
Ave David filia —sancta mundo nata,Virgo prudens, sobria —Joseph desponsata.Ad salutem omnium —in exemplum dataSupernorum civium —consors jam probata.
Ave David filia —sancta mundo nata,Virgo prudens, sobria —Joseph desponsata.Ad salutem omnium —in exemplum dataSupernorum civium —consors jam probata.
Ave David filia —sancta mundo nata,
Virgo prudens, sobria —Joseph desponsata.
Ad salutem omnium —in exemplum data
Supernorum civium —consors jam probata.
E altrove:
O miseratrix — o dominatrix — præcipe dictuNe devastemur — ne lapidemur — grandinis ictu.
O miseratrix — o dominatrix — præcipe dictuNe devastemur — ne lapidemur — grandinis ictu.
O miseratrix — o dominatrix — præcipe dictu
Ne devastemur — ne lapidemur — grandinis ictu.
154.Frà Jacopone da Todi compose quinarj sdruccioli:Cur mundus militat sub vana gloria,Cujus prosperitas est transitoria?Tam cito labitur ejus præsentia,Quam vasa figuli quæ sunt fragilia etc.
154.Frà Jacopone da Todi compose quinarj sdruccioli:
Cur mundus militat sub vana gloria,Cujus prosperitas est transitoria?Tam cito labitur ejus præsentia,Quam vasa figuli quæ sunt fragilia etc.
Cur mundus militat sub vana gloria,Cujus prosperitas est transitoria?Tam cito labitur ejus præsentia,Quam vasa figuli quæ sunt fragilia etc.
Cur mundus militat sub vana gloria,
Cujus prosperitas est transitoria?
Tam cito labitur ejus præsentia,
Quam vasa figuli quæ sunt fragilia etc.
155.Dulce et decorum est pro patria mori,Jam satis terræ nivis atque diræ...Ibis liburnis inter alta navium...Orazio.Phaselus ille quem videtis, hospites...Catullo.
155.
Dulce et decorum est pro patria mori,Jam satis terræ nivis atque diræ...Ibis liburnis inter alta navium...Orazio.Phaselus ille quem videtis, hospites...Catullo.
Dulce et decorum est pro patria mori,Jam satis terræ nivis atque diræ...Ibis liburnis inter alta navium...Orazio.
Dulce et decorum est pro patria mori,
Jam satis terræ nivis atque diræ...
Ibis liburnis inter alta navium...
Orazio.
Phaselus ille quem videtis, hospites...Catullo.
Phaselus ille quem videtis, hospites...
Catullo.
156.La partenza che fo dolorosaE penosa — più ch’altra m’ancide,Per mia fide — a voi dà bel diporto.
156.
La partenza che fo dolorosaE penosa — più ch’altra m’ancide,Per mia fide — a voi dà bel diporto.
La partenza che fo dolorosaE penosa — più ch’altra m’ancide,Per mia fide — a voi dà bel diporto.
La partenza che fo dolorosa
E penosa — più ch’altra m’ancide,
Per mia fide — a voi dà bel diporto.
157.È nell’Allacci,Poeti antichi, dove n’ha pure due di Cecco Nuccoli da Perugia, con tre terzetti.
157.È nell’Allacci,Poeti antichi, dove n’ha pure due di Cecco Nuccoli da Perugia, con tre terzetti.
158.Prima di lui abbiamo l’ottava in Tibaldo conte di Champagne pressoPasquier,Recherches de la France, Parigi 1617. Anche fra gli Arabi se ne trova.
158.Prima di lui abbiamo l’ottava in Tibaldo conte di Champagne pressoPasquier,Recherches de la France, Parigi 1617. Anche fra gli Arabi se ne trova.
159.Frà Bonvexin de Riva che sta in borgo Legnano,D’ le cortesie de desco ne disette primano;D’ le cortesie cinquanta che s’ dè usare a descoFrà Bonvexin de Riva ne parla mo de fresco.Dello stesso Buonvicino il codice Nº 92 della biblioteca Ambrosiana contiene unadisputatio Roxe et Viole, che comincia:In nome de Dio grande e de Bonaventura,Chilò (qui) si da comenzo a una legenda puraDe gran zoya e solazo: zaschun sì n’abia curaD’imprender ste parole de dolze nudridura.Altri versi suoi cantano ladignitade de la glorioxa vergine Maria:Quella viola olente, quella roxa fioria,Quella è bianchissim lilio, quella è gemma fornia,Quella è nostra advocata, nostra speranza e via,Quella è piena de gratia, piena de cortexia...Quella è salut del mondo, vaxello de deitade,Vaxello pretioxissim, e pien d’ogni bontade,Vergen sopra la vergen, soprana per beltade,Magistra d’ cortexia, et de grande humiltade ecc.Se ne hanno pure varie leggende, di san Cristoforo, di santa Lucia, dello schiavo Dalmasina. Quest’ultima comincia:Intendete, signori, sel vi piace ascoltareD’uno bello sermone eo ve vollio cuntare;Se voi ponete mente, ben ve porà zovare;Chè sempre de la morte se dee l’uom recordare.Chi serve a Jesu Cristo non può mal arrivare.Lo sclavo Dalmasina per nome era chiamato,E ’l fo de la Zizilia, e in Palermo el fo nato ecc.Quest’è il verso martelliano; e in esso fu pur dettata da Boezio di Rinaldo aquitano la storia d’Aquila dal 1252 al 1362.Rer. It. Scrip.Non credo potermi valere d’altri poeti derivati dalle disputate carte d’Arborea.
159.
Frà Bonvexin de Riva che sta in borgo Legnano,D’ le cortesie de desco ne disette primano;D’ le cortesie cinquanta che s’ dè usare a descoFrà Bonvexin de Riva ne parla mo de fresco.
Frà Bonvexin de Riva che sta in borgo Legnano,D’ le cortesie de desco ne disette primano;D’ le cortesie cinquanta che s’ dè usare a descoFrà Bonvexin de Riva ne parla mo de fresco.
Frà Bonvexin de Riva che sta in borgo Legnano,
D’ le cortesie de desco ne disette primano;
D’ le cortesie cinquanta che s’ dè usare a desco
Frà Bonvexin de Riva ne parla mo de fresco.
Dello stesso Buonvicino il codice Nº 92 della biblioteca Ambrosiana contiene unadisputatio Roxe et Viole, che comincia:
In nome de Dio grande e de Bonaventura,Chilò (qui) si da comenzo a una legenda puraDe gran zoya e solazo: zaschun sì n’abia curaD’imprender ste parole de dolze nudridura.
In nome de Dio grande e de Bonaventura,Chilò (qui) si da comenzo a una legenda puraDe gran zoya e solazo: zaschun sì n’abia curaD’imprender ste parole de dolze nudridura.
In nome de Dio grande e de Bonaventura,
Chilò (qui) si da comenzo a una legenda pura
De gran zoya e solazo: zaschun sì n’abia cura
D’imprender ste parole de dolze nudridura.
Altri versi suoi cantano ladignitade de la glorioxa vergine Maria:
Quella viola olente, quella roxa fioria,Quella è bianchissim lilio, quella è gemma fornia,Quella è nostra advocata, nostra speranza e via,Quella è piena de gratia, piena de cortexia...Quella è salut del mondo, vaxello de deitade,Vaxello pretioxissim, e pien d’ogni bontade,Vergen sopra la vergen, soprana per beltade,Magistra d’ cortexia, et de grande humiltade ecc.
Quella viola olente, quella roxa fioria,Quella è bianchissim lilio, quella è gemma fornia,Quella è nostra advocata, nostra speranza e via,Quella è piena de gratia, piena de cortexia...Quella è salut del mondo, vaxello de deitade,Vaxello pretioxissim, e pien d’ogni bontade,Vergen sopra la vergen, soprana per beltade,Magistra d’ cortexia, et de grande humiltade ecc.
Quella viola olente, quella roxa fioria,
Quella è bianchissim lilio, quella è gemma fornia,
Quella è nostra advocata, nostra speranza e via,
Quella è piena de gratia, piena de cortexia...
Quella è salut del mondo, vaxello de deitade,
Vaxello pretioxissim, e pien d’ogni bontade,
Vergen sopra la vergen, soprana per beltade,
Magistra d’ cortexia, et de grande humiltade ecc.
Se ne hanno pure varie leggende, di san Cristoforo, di santa Lucia, dello schiavo Dalmasina. Quest’ultima comincia:
Intendete, signori, sel vi piace ascoltareD’uno bello sermone eo ve vollio cuntare;Se voi ponete mente, ben ve porà zovare;Chè sempre de la morte se dee l’uom recordare.Chi serve a Jesu Cristo non può mal arrivare.Lo sclavo Dalmasina per nome era chiamato,E ’l fo de la Zizilia, e in Palermo el fo nato ecc.
Intendete, signori, sel vi piace ascoltareD’uno bello sermone eo ve vollio cuntare;Se voi ponete mente, ben ve porà zovare;Chè sempre de la morte se dee l’uom recordare.Chi serve a Jesu Cristo non può mal arrivare.Lo sclavo Dalmasina per nome era chiamato,E ’l fo de la Zizilia, e in Palermo el fo nato ecc.
Intendete, signori, sel vi piace ascoltare
D’uno bello sermone eo ve vollio cuntare;
Se voi ponete mente, ben ve porà zovare;
Chè sempre de la morte se dee l’uom recordare.
Chi serve a Jesu Cristo non può mal arrivare.
Lo sclavo Dalmasina per nome era chiamato,
E ’l fo de la Zizilia, e in Palermo el fo nato ecc.
Quest’è il verso martelliano; e in esso fu pur dettata da Boezio di Rinaldo aquitano la storia d’Aquila dal 1252 al 1362.Rer. It. Scrip.
Non credo potermi valere d’altri poeti derivati dalle disputate carte d’Arborea.
160.È manoscritto; e vedasiMaffei,Verona illustrata, par.II. lib. 2.
160.È manoscritto; e vedasiMaffei,Verona illustrata, par.II. lib. 2.
161.Vulg. eloq.,I. 13;Purg.,XXIV.
161.Vulg. eloq.,I. 13;Purg.,XXIV.
162.L’edizione del 1474 è citata dalMehus,Vita Ambrosii camaldolensis, pag. 156. L’orrido guazzabuglio delPatafioche gli si attribuisce, è almeno d’un secolo posteriore, come provò il Dal Furia.
162.L’edizione del 1474 è citata dalMehus,Vita Ambrosii camaldolensis, pag. 156. L’orrido guazzabuglio delPatafioche gli si attribuisce, è almeno d’un secolo posteriore, come provò il Dal Furia.
163.Convivio — De vulgari eloquio — Purg.,XXVI; e l’Epistola al signor Federigo, comunemente ascritta al Poliziano, ma da Apostolo Zeno con buone ragioni attribuita a Lorenzo de’ Medici.
163.Convivio — De vulgari eloquio — Purg.,XXVI; e l’Epistola al signor Federigo, comunemente ascritta al Poliziano, ma da Apostolo Zeno con buone ragioni attribuita a Lorenzo de’ Medici.
164.In un boschetto trovai pastorellaPiù che la stella bella, al mio parere;Capegli avea biondetti e ricciutelli,E gli occhi pien d’amor, cera rosata;Con sua verghetta pasturava agnelli,E scalza, e di rugiada era bagnata;Cantava come fosse innamorata,Era adornata di tutto piacere.D’amor la salutai immantinente,E domandai se avesse compagnia;Ed ella mi rispose dolcementeChe sola sola per lo bosco gìa,E disse: Sappi quando l’augel pia,Allor desìa lo mio cuor drudo avere.BallataEra in pensier d’amor.Gli esempj degli altri diamo nell’Appendice I.
164.
In un boschetto trovai pastorellaPiù che la stella bella, al mio parere;Capegli avea biondetti e ricciutelli,E gli occhi pien d’amor, cera rosata;Con sua verghetta pasturava agnelli,E scalza, e di rugiada era bagnata;Cantava come fosse innamorata,Era adornata di tutto piacere.D’amor la salutai immantinente,E domandai se avesse compagnia;Ed ella mi rispose dolcementeChe sola sola per lo bosco gìa,E disse: Sappi quando l’augel pia,Allor desìa lo mio cuor drudo avere.BallataEra in pensier d’amor.
In un boschetto trovai pastorellaPiù che la stella bella, al mio parere;Capegli avea biondetti e ricciutelli,E gli occhi pien d’amor, cera rosata;Con sua verghetta pasturava agnelli,E scalza, e di rugiada era bagnata;Cantava come fosse innamorata,Era adornata di tutto piacere.D’amor la salutai immantinente,E domandai se avesse compagnia;Ed ella mi rispose dolcementeChe sola sola per lo bosco gìa,E disse: Sappi quando l’augel pia,Allor desìa lo mio cuor drudo avere.BallataEra in pensier d’amor.
In un boschetto trovai pastorella
Più che la stella bella, al mio parere;
Capegli avea biondetti e ricciutelli,
E gli occhi pien d’amor, cera rosata;
Con sua verghetta pasturava agnelli,
E scalza, e di rugiada era bagnata;
Cantava come fosse innamorata,
Era adornata di tutto piacere.
D’amor la salutai immantinente,
E domandai se avesse compagnia;
Ed ella mi rispose dolcemente
Che sola sola per lo bosco gìa,
E disse: Sappi quando l’augel pia,
Allor desìa lo mio cuor drudo avere.
BallataEra in pensier d’amor.
Gli esempj degli altri diamo nell’Appendice I.
165.Buonagiunta scriveva a Guido Guinicelli:E voi passate ogni uom di sottiglianzaChe non si trova già chi ben disponga;Cotanto è scura vostra parlatura.
165.Buonagiunta scriveva a Guido Guinicelli:
E voi passate ogni uom di sottiglianzaChe non si trova già chi ben disponga;Cotanto è scura vostra parlatura.
E voi passate ogni uom di sottiglianzaChe non si trova già chi ben disponga;Cotanto è scura vostra parlatura.
E voi passate ogni uom di sottiglianza
Che non si trova già chi ben disponga;
Cotanto è scura vostra parlatura.
166.Vita nuova.— Sono i pensieri che espresse nel sonetto, il più bello fra gli amorosi che abbia la nostra favella, me lo perdoni il Petrarca:Tanto gentile e tanto onesta pareLa donna mia, quand’ella altrui saluta,Che ogni lingua divien tremando muta,E gli occhi non ardiscon di guardare.Ella sen va, sentendosi lodare,Benignamente d’umiltà vestuta,E par che sia una cosa venutaDi cielo in terra a miracol mostrare.Mostrasi sì piacente a chi la mira,Che dà per gli occhi una dolcezza al core,Che intender non la può chi non la prova;E par che dalle sue labbia si movaUno spirto soave pien d’amore,Che va dicendo all’anima, Sospira.
166.Vita nuova.— Sono i pensieri che espresse nel sonetto, il più bello fra gli amorosi che abbia la nostra favella, me lo perdoni il Petrarca:
Tanto gentile e tanto onesta pareLa donna mia, quand’ella altrui saluta,Che ogni lingua divien tremando muta,E gli occhi non ardiscon di guardare.Ella sen va, sentendosi lodare,Benignamente d’umiltà vestuta,E par che sia una cosa venutaDi cielo in terra a miracol mostrare.Mostrasi sì piacente a chi la mira,Che dà per gli occhi una dolcezza al core,Che intender non la può chi non la prova;E par che dalle sue labbia si movaUno spirto soave pien d’amore,Che va dicendo all’anima, Sospira.
Tanto gentile e tanto onesta pareLa donna mia, quand’ella altrui saluta,Che ogni lingua divien tremando muta,E gli occhi non ardiscon di guardare.Ella sen va, sentendosi lodare,Benignamente d’umiltà vestuta,E par che sia una cosa venutaDi cielo in terra a miracol mostrare.Mostrasi sì piacente a chi la mira,Che dà per gli occhi una dolcezza al core,Che intender non la può chi non la prova;E par che dalle sue labbia si movaUno spirto soave pien d’amore,Che va dicendo all’anima, Sospira.
Tanto gentile e tanto onesta pare
La donna mia, quand’ella altrui saluta,
Che ogni lingua divien tremando muta,
E gli occhi non ardiscon di guardare.
Ella sen va, sentendosi lodare,
Benignamente d’umiltà vestuta,
E par che sia una cosa venuta
Di cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
Che dà per gli occhi una dolcezza al core,
Che intender non la può chi non la prova;
E par che dalle sue labbia si mova
Uno spirto soave pien d’amore,
Che va dicendo all’anima, Sospira.
167.Ma quel che più ti graverà le spalle,Sarà la compagnia malvagia e scempia,Con la qual tu cadrai in questa valle:e altrove per avverso:Cader coi buoni è pur di laude degno.
167.
Ma quel che più ti graverà le spalle,Sarà la compagnia malvagia e scempia,Con la qual tu cadrai in questa valle:
Ma quel che più ti graverà le spalle,Sarà la compagnia malvagia e scempia,Con la qual tu cadrai in questa valle:
Ma quel che più ti graverà le spalle,
Sarà la compagnia malvagia e scempia,
Con la qual tu cadrai in questa valle:
e altrove per avverso:
Cader coi buoni è pur di laude degno.
Cader coi buoni è pur di laude degno.
Cader coi buoni è pur di laude degno.
168.Primus sensus est qui habetur per literam; alius qui habetur per significata per literam. Et primus dicitur literalis, secundus vero allegoricus, sive moralis. Est subjectum totius operis, literaliter tantum accepti, status animorum post mortem simpliciter sumptus; nam de illo et circa illum totius operis versatur processus. Si vero accipiatur opus allegorice, subjectum est homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem justitia praemiandi et puniendi obnoxius est. Finis totius et partis est removere viventes in hac vita de statu miseriæ, et perducere ad statum felicitatis.Lettera a Can Grande.
168.Primus sensus est qui habetur per literam; alius qui habetur per significata per literam. Et primus dicitur literalis, secundus vero allegoricus, sive moralis. Est subjectum totius operis, literaliter tantum accepti, status animorum post mortem simpliciter sumptus; nam de illo et circa illum totius operis versatur processus. Si vero accipiatur opus allegorice, subjectum est homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem justitia praemiandi et puniendi obnoxius est. Finis totius et partis est removere viventes in hac vita de statu miseriæ, et perducere ad statum felicitatis.Lettera a Can Grande.
169.Jacopo suo figlio nel commento inedito.
169.Jacopo suo figlio nel commento inedito.
170.Le particolarità che il fanno tanto somigliare a Dante, potrebbero essere state aggiunte dal traduttore italiano, dopo conosciuta la Divina Commedia. NellaRevue des Deux Mondes, 1º 7bre 1842, si enumerano moltissime visioni dell’altro mondo che precedettero quella di Dante. Meglio Ozanam, nelCorrespondantdel 1843, esposeles sources poétiques de la Divine Comédie. Tra i moltissimi confronti ch’egli reca, è particolare questo d’una Saga scandinava:Catervatim ibant illi ad Plutonis arcem, et gestabant onera e plumbo. Homines vidi illos qui multos pecunia et vita spoliarunt; pectora raptim pervadebant viris istis validi venenati dracones(Solar-Liod, 63, 64). Eccovi la città di Dite, le cappe di piombo degli ipocriti, e quel che è più particolare, i serpenti che inseguono i masnadieri. — Nell’Alphabetum thibetanumil padre Giorgi pubblicò un’immagine dell’inferno secondo gl’indiani, che ha strana somiglianza con quel di Dante (tav.II. p. 487). L’inferno del Corano suppone sette porte, che conducono ciascuna ad un particolare supplizio.
170.Le particolarità che il fanno tanto somigliare a Dante, potrebbero essere state aggiunte dal traduttore italiano, dopo conosciuta la Divina Commedia. NellaRevue des Deux Mondes, 1º 7bre 1842, si enumerano moltissime visioni dell’altro mondo che precedettero quella di Dante. Meglio Ozanam, nelCorrespondantdel 1843, esposeles sources poétiques de la Divine Comédie. Tra i moltissimi confronti ch’egli reca, è particolare questo d’una Saga scandinava:Catervatim ibant illi ad Plutonis arcem, et gestabant onera e plumbo. Homines vidi illos qui multos pecunia et vita spoliarunt; pectora raptim pervadebant viris istis validi venenati dracones(Solar-Liod, 63, 64). Eccovi la città di Dite, le cappe di piombo degli ipocriti, e quel che è più particolare, i serpenti che inseguono i masnadieri. — Nell’Alphabetum thibetanumil padre Giorgi pubblicò un’immagine dell’inferno secondo gl’indiani, che ha strana somiglianza con quel di Dante (tav.II. p. 487). L’inferno del Corano suppone sette porte, che conducono ciascuna ad un particolare supplizio.
171.Pensando a capo chinoPerdei il gran cammino,E tenni alla traversaD’una selva diversa...Io v’era sì invescato,Che già da nullo latoPoteva mover passo.Così fui giunto lassoE messo in mala parte;Ma Ovidio per arteMi diede maestria,Sì ch’io trovai tal via.Tesoretto.
171.
Pensando a capo chinoPerdei il gran cammino,E tenni alla traversaD’una selva diversa...Io v’era sì invescato,Che già da nullo latoPoteva mover passo.Così fui giunto lassoE messo in mala parte;Ma Ovidio per arteMi diede maestria,Sì ch’io trovai tal via.Tesoretto.
Pensando a capo chinoPerdei il gran cammino,E tenni alla traversaD’una selva diversa...Io v’era sì invescato,Che già da nullo latoPoteva mover passo.Così fui giunto lassoE messo in mala parte;Ma Ovidio per arteMi diede maestria,Sì ch’io trovai tal via.Tesoretto.
Pensando a capo chino
Perdei il gran cammino,
E tenni alla traversa
D’una selva diversa...
Io v’era sì invescato,
Che già da nullo lato
Poteva mover passo.
Così fui giunto lasso
E messo in mala parte;
Ma Ovidio per arte
Mi diede maestria,
Sì ch’io trovai tal via.
Tesoretto.
172.Geremia, cap.V. vers. 6:Percussit eosleode silva;lupusad vesperam vastavit eos;pardusvigilans super civitates eorum: omnis qui egressus fuerit ex eis, capietur, quia multiplicatæ sunt prævaricationes eorum, confortatæ sunt aversiones eorum.
172.Geremia, cap.V. vers. 6:Percussit eosleode silva;lupusad vesperam vastavit eos;pardusvigilans super civitates eorum: omnis qui egressus fuerit ex eis, capietur, quia multiplicatæ sunt prævaricationes eorum, confortatæ sunt aversiones eorum.
173.E’ dice esplicitamente che Bice è un 9, cioè un miracolo cui radice è la santissima Trinità.
173.E’ dice esplicitamente che Bice è un 9, cioè un miracolo cui radice è la santissima Trinità.
174.Sono cento canti in 14,230 versi, ripartiti in modo, che la prima cantica è appena superata di trenta dalla seconda, e di ventiquattro dalla terza. E a chi il supponesse caso, risponde il poeta:Ma perchè piene son tutte le carteOrdite a questa cantica seconda,Non mi lascia più ir lofren dell’arte.
174.Sono cento canti in 14,230 versi, ripartiti in modo, che la prima cantica è appena superata di trenta dalla seconda, e di ventiquattro dalla terza. E a chi il supponesse caso, risponde il poeta:
Ma perchè piene son tutte le carteOrdite a questa cantica seconda,Non mi lascia più ir lofren dell’arte.
Ma perchè piene son tutte le carteOrdite a questa cantica seconda,Non mi lascia più ir lofren dell’arte.
Ma perchè piene son tutte le carte
Ordite a questa cantica seconda,
Non mi lascia più ir lofren dell’arte.
175.In Ricardo da San Vittore,de præparatione ad contemplationem, la famiglia di Giacobbe raffigura quella delle facoltà umane; Rachele e Lia, l’intelletto e la volontà; Giuseppe e Beniamino figli della prima, la scienza e la contemplazione, operazioni principali dell’intelletto; Rachele muore nel partorir Beniamino, come l’intelligenza umana svanisce nell’estasi della contemplazione.
175.In Ricardo da San Vittore,de præparatione ad contemplationem, la famiglia di Giacobbe raffigura quella delle facoltà umane; Rachele e Lia, l’intelletto e la volontà; Giuseppe e Beniamino figli della prima, la scienza e la contemplazione, operazioni principali dell’intelletto; Rachele muore nel partorir Beniamino, come l’intelligenza umana svanisce nell’estasi della contemplazione.
176.Chiede consiglio da personaChe vede, e vuol dirittamente, ed ama.
176.
Chiede consiglio da personaChe vede, e vuol dirittamente, ed ama.
Chiede consiglio da personaChe vede, e vuol dirittamente, ed ama.
Chiede consiglio da persona
Che vede, e vuol dirittamente, ed ama.
177.Io mi son un, che quandoAmore spira, noto, e in quel modoCh’ei detta dentro, vo significando.
177.
Io mi son un, che quandoAmore spira, noto, e in quel modoCh’ei detta dentro, vo significando.
Io mi son un, che quandoAmore spira, noto, e in quel modoCh’ei detta dentro, vo significando.
Io mi son un, che quando
Amore spira, noto, e in quel modo
Ch’ei detta dentro, vo significando.
178.La contingenza, che fuor dal quadernoDella vostra memoria non si stende,Tutta è dipinta nel cospetto eterno.Necessità però quindi non prendeSe non come dal viso in che si specchia,Nave che per corrente giù discende.
178.
La contingenza, che fuor dal quadernoDella vostra memoria non si stende,Tutta è dipinta nel cospetto eterno.Necessità però quindi non prendeSe non come dal viso in che si specchia,Nave che per corrente giù discende.
La contingenza, che fuor dal quadernoDella vostra memoria non si stende,Tutta è dipinta nel cospetto eterno.Necessità però quindi non prendeSe non come dal viso in che si specchia,Nave che per corrente giù discende.
La contingenza, che fuor dal quaderno
Della vostra memoria non si stende,
Tutta è dipinta nel cospetto eterno.
Necessità però quindi non prende
Se non come dal viso in che si specchia,
Nave che per corrente giù discende.
179.Nella dedica a Can della Scala vuole che il titolo dell’opera sua siaIncipit Comœdia Dantis Alighierii, florentini natione non moribus. E soggiunge: — Io chiamo l’opera mia Commedia, perchè scritta in umile modo, e per aver usato il parlar vulgare, in cui comunicano i loro sensi anche le donnicciuole». Ov’è a sapere che, nelVulgare eloquio, distingue tre stili, tragedia, commedia, elegia.
179.Nella dedica a Can della Scala vuole che il titolo dell’opera sua siaIncipit Comœdia Dantis Alighierii, florentini natione non moribus. E soggiunge: — Io chiamo l’opera mia Commedia, perchè scritta in umile modo, e per aver usato il parlar vulgare, in cui comunicano i loro sensi anche le donnicciuole». Ov’è a sapere che, nelVulgare eloquio, distingue tre stili, tragedia, commedia, elegia.
180.Il Boccaccio in un sonetto dice:Dante Alighieri son, Minerva oscuraD’intelligenza e d’arte.
180.Il Boccaccio in un sonetto dice:
Dante Alighieri son, Minerva oscuraD’intelligenza e d’arte.
Dante Alighieri son, Minerva oscuraD’intelligenza e d’arte.
Dante Alighieri son, Minerva oscura
D’intelligenza e d’arte.
181.L’anonimo commentatore ha: — Io scrittore udii dire a Dante che mai rima nol trasse a dire quello che aveva in suo proposito, ma ch’elli molte e spesse volte faceva li vocaboli dire nelle sue rime altro che quello che erano appo gli altri dicitori usati di esprimere». Questa è padronanza di genio, non merito, giacchè per essa diceVermo, Giuseppo, gli idolatre, allore, tarde, eresiarche, figliuoleper figliuolo,egli stessi, mee, trei, si partine, plaja, strupo, maggi, lodo, preghiero, di butto, robbiefusiecolaeagostaper stupro, maggiori, lode, preghiera, di botto, rossori, fussi, cole, augusta; dice che l’uomo si fasegoper seco eseguetteper seguì; ha liberamente finito un verso conOh buon principio, e ai due corrispondenti ponescipioeconcipio, storpiando questi anzichè modificar quello; e per comodo o di rima o di verso mettenacqui suo Julo, elome, efazza, eCristo abate del collegio, econtii santi, ecivedi Roma ecc. Sarà sempre pedanteria suprema il volere che ne’ sommi si ammiri ogni cosa.
181.L’anonimo commentatore ha: — Io scrittore udii dire a Dante che mai rima nol trasse a dire quello che aveva in suo proposito, ma ch’elli molte e spesse volte faceva li vocaboli dire nelle sue rime altro che quello che erano appo gli altri dicitori usati di esprimere». Questa è padronanza di genio, non merito, giacchè per essa diceVermo, Giuseppo, gli idolatre, allore, tarde, eresiarche, figliuoleper figliuolo,egli stessi, mee, trei, si partine, plaja, strupo, maggi, lodo, preghiero, di butto, robbiefusiecolaeagostaper stupro, maggiori, lode, preghiera, di botto, rossori, fussi, cole, augusta; dice che l’uomo si fasegoper seco eseguetteper seguì; ha liberamente finito un verso conOh buon principio, e ai due corrispondenti ponescipioeconcipio, storpiando questi anzichè modificar quello; e per comodo o di rima o di verso mettenacqui suo Julo, elome, efazza, eCristo abate del collegio, econtii santi, ecivedi Roma ecc. Sarà sempre pedanteria suprema il volere che ne’ sommi si ammiri ogni cosa.
182.Crede la prima lingua creata coll’uomo, ed essere stata l’ebraica. Al contrario, nelParadisol’avea creduta d’origine naturale, e che fosse perita. Egli sosteneva che al primo uomo fosser rivelate tutte le scienze:Tu credi che nel petto, onde la costaSi trasse per formar la bella guancia,Il cui palato tanto al mondo costa,Qualunque alla natura umana leceAver di lume, tutto fosse infuso.Par.,XIII.
182.Crede la prima lingua creata coll’uomo, ed essere stata l’ebraica. Al contrario, nelParadisol’avea creduta d’origine naturale, e che fosse perita. Egli sosteneva che al primo uomo fosser rivelate tutte le scienze:
Tu credi che nel petto, onde la costaSi trasse per formar la bella guancia,Il cui palato tanto al mondo costa,Qualunque alla natura umana leceAver di lume, tutto fosse infuso.Par.,XIII.
Tu credi che nel petto, onde la costaSi trasse per formar la bella guancia,Il cui palato tanto al mondo costa,Qualunque alla natura umana leceAver di lume, tutto fosse infuso.Par.,XIII.
Tu credi che nel petto, onde la costa
Si trasse per formar la bella guancia,
Il cui palato tanto al mondo costa,
Qualunque alla natura umana lece
Aver di lume, tutto fosse infuso.
Par.,XIII.
183.Vulg. eloq.,I. 15. Eppure già erano fioriti un Giovanni da Modena, un Anselmo e un Antonio dal Berrettajo ferraresi; e a Reggio diversi della famiglia da Castello, e un Gherardo che corrispose di sonetti con Cino da Pistoja; poi furono ferraresi il Bojardo, l’Ariosto, il Minzoni, il Monti.
183.Vulg. eloq.,I. 15. Eppure già erano fioriti un Giovanni da Modena, un Anselmo e un Antonio dal Berrettajo ferraresi; e a Reggio diversi della famiglia da Castello, e un Gherardo che corrispose di sonetti con Cino da Pistoja; poi furono ferraresi il Bojardo, l’Ariosto, il Minzoni, il Monti.
184.La dimostrazione di fatto può vedersi inGalvani,Sulla verità delle dottrine perticariane nel fatto storico della lingua.Milano 1845, pag. 124 seg. E vedasi il Manzoni.
184.La dimostrazione di fatto può vedersi inGalvani,Sulla verità delle dottrine perticariane nel fatto storico della lingua.Milano 1845, pag. 124 seg. E vedasi il Manzoni.
185.Non credo cantato il poema, bensì le poesie amorose, alcune delle quali supremamente soavi, come questa:Quantunque volte, lasso, mi rimembraCh’io non debbo giammaiVeder la donna ond’io vo sì dolente,Tanto dolore intorno al cor mi assembraLa dolorosa mente,Ch’io dico, Anima mia, che non ten vai?
185.Non credo cantato il poema, bensì le poesie amorose, alcune delle quali supremamente soavi, come questa:
Quantunque volte, lasso, mi rimembraCh’io non debbo giammaiVeder la donna ond’io vo sì dolente,Tanto dolore intorno al cor mi assembraLa dolorosa mente,Ch’io dico, Anima mia, che non ten vai?
Quantunque volte, lasso, mi rimembraCh’io non debbo giammaiVeder la donna ond’io vo sì dolente,Tanto dolore intorno al cor mi assembraLa dolorosa mente,Ch’io dico, Anima mia, che non ten vai?
Quantunque volte, lasso, mi rimembra
Ch’io non debbo giammai
Veder la donna ond’io vo sì dolente,
Tanto dolore intorno al cor mi assembra
La dolorosa mente,
Ch’io dico, Anima mia, che non ten vai?
186.Karolensis ponatur in igne ut accendatur; et sic totus calidus et accensus ab igne imprimatur in facie illius vel illorum qui karolensem pro minori quantitate dederint vel expenderint.Decreto dei 1268.
186.Karolensis ponatur in igne ut accendatur; et sic totus calidus et accensus ab igne imprimatur in facie illius vel illorum qui karolensem pro minori quantitate dederint vel expenderint.Decreto dei 1268.
187.Capitoli del regno di Napoli, novembre 1275.
187.Capitoli del regno di Napoli, novembre 1275.
188.Nicola Buscemi,Vita di Giovanni da Procida, 1841. — Michele Amari (Un periodo della storia siciliana, Palermo 1842) sfronda l’alloro che la storia e la poesia attribuirono a Giovanni da Procida e a Ruggero di Loría, ch’e’ chiamastranieriperchè della terraferma. Molti lo confutarono.
188.Nicola Buscemi,Vita di Giovanni da Procida, 1841. — Michele Amari (Un periodo della storia siciliana, Palermo 1842) sfronda l’alloro che la storia e la poesia attribuirono a Giovanni da Procida e a Ruggero di Loría, ch’e’ chiamastranieriperchè della terraferma. Molti lo confutarono.
189.Ap.Raynald., ad 1267, § 4.
189.Ap.Raynald., ad 1267, § 4.
190.Adottò questa tradizione Dante,Inf.,XX:Carlo venne in Italia, e per ammendaVittima fe di Corradino, e poiRipinse al ciel Tommaso per ammenda.Avrebbe forse san Tommaso alluso alla tirannia di Carlo nel libroDe regimine principum?
190.Adottò questa tradizione Dante,Inf.,XX:
Carlo venne in Italia, e per ammendaVittima fe di Corradino, e poiRipinse al ciel Tommaso per ammenda.
Carlo venne in Italia, e per ammendaVittima fe di Corradino, e poiRipinse al ciel Tommaso per ammenda.
Carlo venne in Italia, e per ammenda
Vittima fe di Corradino, e poi
Ripinse al ciel Tommaso per ammenda.
Avrebbe forse san Tommaso alluso alla tirannia di Carlo nel libroDe regimine principum?
191.Negli atti di quella pace, riferiti dal Ghirardacci, lib.VIII, si trovano distinte le famiglie delle due fazioni.
191.Negli atti di quella pace, riferiti dal Ghirardacci, lib.VIII, si trovano distinte le famiglie delle due fazioni.
192.Tractabat... ut totum imperium in quatuor divideretur partes; in regnum Alemaniæ, quod dabatur posteris Rodulphi in perpetuum; in regnum viennense, quod dabatur in dotem uxori Caroli Martelli, filiæ dicti Rodulphi: de Italia vero, præter regnum Siciliæ, duo regna fiebant, unum in Lombardia, aliud in Tuscia.Ptolomei Lucensis, Hist. eccl. —Adnisus est ut cognatos suos eveheret, et alterum in Etruria, alterum in Longobardia reges faceret, quoniam Rodulphus imperator, rebus germanis impeditus, in Italiam non veniebat. Verum civitates Italiæ imperatori adhærentes contrastabant, et misso locumtenente per Rodulphum in Italiam, consilia pontificis frustrata sunt.Abbas Uspergensis, Chron.
192.Tractabat... ut totum imperium in quatuor divideretur partes; in regnum Alemaniæ, quod dabatur posteris Rodulphi in perpetuum; in regnum viennense, quod dabatur in dotem uxori Caroli Martelli, filiæ dicti Rodulphi: de Italia vero, præter regnum Siciliæ, duo regna fiebant, unum in Lombardia, aliud in Tuscia.Ptolomei Lucensis, Hist. eccl. —Adnisus est ut cognatos suos eveheret, et alterum in Etruria, alterum in Longobardia reges faceret, quoniam Rodulphus imperator, rebus germanis impeditus, in Italiam non veniebat. Verum civitates Italiæ imperatori adhærentes contrastabant, et misso locumtenente per Rodulphum in Italiam, consilia pontificis frustrata sunt.Abbas Uspergensis, Chron.
193.«Passò in Sicilia con circa ducento tra galee e vascelli armati, tra’ quali furon molti Veneziani, e tra quelli diversi suoi regj e vassalli, messer Marco Badoer e messer Jacomo Tiepolo Scopolo, il qual condusse seco gran compagnia, nella qual si fu anco messer Lorenzo Tiepolo suo parente e mio cugino».Marin Sanutoil vecchio.
193.«Passò in Sicilia con circa ducento tra galee e vascelli armati, tra’ quali furon molti Veneziani, e tra quelli diversi suoi regj e vassalli, messer Marco Badoer e messer Jacomo Tiepolo Scopolo, il qual condusse seco gran compagnia, nella qual si fu anco messer Lorenzo Tiepolo suo parente e mio cugino».Marin Sanutoil vecchio.
194.Allora vi si cantava questa canzone:Deh! com’egli è gran pietateDelle donne di Messina,Veggendole scapigliatePortar pietre e calcina.Iddio dia briga e travaglioA chi Messina vuol guastare.
194.Allora vi si cantava questa canzone:
Deh! com’egli è gran pietateDelle donne di Messina,Veggendole scapigliatePortar pietre e calcina.Iddio dia briga e travaglioA chi Messina vuol guastare.
Deh! com’egli è gran pietateDelle donne di Messina,Veggendole scapigliatePortar pietre e calcina.Iddio dia briga e travaglioA chi Messina vuol guastare.
Deh! com’egli è gran pietate
Delle donne di Messina,
Veggendole scapigliate
Portar pietre e calcina.
Iddio dia briga e travaglio
A chi Messina vuol guastare.
195.Giovan Villani vorrebbe che il duello si fosse giurato al cospetto del papa. Al contrario, Martino IV nella sua bolla dice:Duellum reprobamus, irritamus, ac penitus vacuamus, cum non sit omnino ab Ecclesia tollerandum.
195.Giovan Villani vorrebbe che il duello si fosse giurato al cospetto del papa. Al contrario, Martino IV nella sua bolla dice:Duellum reprobamus, irritamus, ac penitus vacuamus, cum non sit omnino ab Ecclesia tollerandum.
196.E tali s’affatica a mostrarli il Giannone, che, scandolezzato dal vedere un papa italiano frenare il venturiero tiranno francese, ammonisce i re «di guardarsi molto bene a commettere la cura ed il governo de’ loro Stati ad altri che a se stessi ed a’ loro più fedeli ministri». L’hanno imparata tal lezione.
196.E tali s’affatica a mostrarli il Giannone, che, scandolezzato dal vedere un papa italiano frenare il venturiero tiranno francese, ammonisce i re «di guardarsi molto bene a commettere la cura ed il governo de’ loro Stati ad altri che a se stessi ed a’ loro più fedeli ministri». L’hanno imparata tal lezione.
197.— Re Jacobo con parte de’ suoi cavalieri e altra gente si partì di Sicilia, e andò a Roma ove era la Corte, e fu a parlamento con il pontefice. Il pontefice fra le altre cose li disse, che l’avea raso senza bagnarlo; nè senza causa li disse queste parole, perchè l’armata costava al pontefice ogni giorno miladucento onze d’oro, ed era stato detto re Jacobo in quel viaggio e spedizione circa un anno e mezzo».Marin Sanuto.
197.— Re Jacobo con parte de’ suoi cavalieri e altra gente si partì di Sicilia, e andò a Roma ove era la Corte, e fu a parlamento con il pontefice. Il pontefice fra le altre cose li disse, che l’avea raso senza bagnarlo; nè senza causa li disse queste parole, perchè l’armata costava al pontefice ogni giorno miladucento onze d’oro, ed era stato detto re Jacobo in quel viaggio e spedizione circa un anno e mezzo».Marin Sanuto.
198.Calath al-Bellut, castello delle querce. E di simile radice molti nomi sorvivono in Sicilia.
198.Calath al-Bellut, castello delle querce. E di simile radice molti nomi sorvivono in Sicilia.
199.Della vita di quei baroni ci è saggio la storia di Macalda di Scaletta. Vedova di un Guglielmo d’Amico, esigliato al tempo degli Svevi, era andata profuga in abito di frate Minore, stette a Napoli, a Messina, e da Carlo d’Angiò ricuperò i beni confiscati al marito. Sposatasi ad Alaimo di Lentini, uno dei più fervorosi nel Vespro, tradì i Francesi che a lei, come beneficata da Carlo, rifuggivano in Catania, della qual città suo marito fu fatto governatore. Quand’egli andò alla guerra di Messina, essa ne tenne le veci; e sui quarant’anni, pure ancor bella, generosa nel donare, vestiva piastre e maglie; e con una mazza d’argento alla mano, emulava i cavalieri ne’ cimenti guerreschi. Di sua onestà chi bene disse, chi ogni male. Aspirò agli amori di re Pietro, lo accompagnò, gli chiese ricovero; ma egli non volle comprenderla, di che essa pensò vendicarsi.Alaimo fu poi fatto maestro giustiziere, e valse a reprimere i molti che reluttavano alla nuova dominazione, e acquistò tal reputazione che eccitò la gelosia dell’infante don Giacomo. La crescevano i superbi portamenti di Macalda, la quale tenevasi alta fin con Costanza, e non volea dirle regina, ma solo madre di don Giacomo; se compariva alla Corte, era per isfoggiare abiti e gioje. Contro ogni decenza, volle in un convento passar la gravidanza e il parto, sol per godere l’amenità del luogo: Costanza fu a visitarla, e n’ebbe accoglienze sgarbate; offrì di levare al battesimo il neonato, e Macalda rispose non voler esporlo a quel bagno freddo, poi tre giorni appresso vel fece tenere da popolani. Costanza, male in salute, si fece portare in lettiga da Palermo al duomo di Monreale; e Macalda essa pure, per le strade della città e fin a Nicosia in lettiga coperta di scarlatto, di che fu un gran mormorare. Re Giacomo viaggiava con trenta cavalli di scorta; e Macalda con trecento, e volea far da giustiziere, e apponeva a re Pietro di avere mal compensato coloro, che del resto l’aveano domandato compagno e non re.Alaimo condiscendeva alla moglie, e dicono le giurasse non dar mai consigli a danno dei Francesi, anzi procurarne il ritorno in Sicilia. Se il facesse nol sappiamo; certo i re aragonesi gli si avversarono, fors’anche per la solita ingratitudine a chi più beneficò. Giacomo finge spedire Alaimo in gran diligenza a suo padre in Catalogna per sollecitarne ajuti: Alaimo va, è accolto con ogni maniera di cortesia; ma appena egli partì, la plebe di Messina, sollecitata dal Loria, lo grida traditore, affollasi alla sua casa ad ammazzare i Francesi prigionieri di guerra che vi tenea, e così quelli che stavano nelle carceri e che egli aveva salvati. Macalda accorse per sostenere i suoi fautori, ma vide il marito dichiarato fellone e confiscatigli i beni, Matteo Scaletta fratello di lei, decapitato; ella stessa chiusa in un castello, forse vi finì la vita. Alaimo, dopo alquanti anni, fu rimandato verso la Sicilia, e come fu in vista della patria isola, buttato in mare. V.Cronaca catalana, cap.xcvi; De Neocastro, Speciale; D’Esclotecc.
199.Della vita di quei baroni ci è saggio la storia di Macalda di Scaletta. Vedova di un Guglielmo d’Amico, esigliato al tempo degli Svevi, era andata profuga in abito di frate Minore, stette a Napoli, a Messina, e da Carlo d’Angiò ricuperò i beni confiscati al marito. Sposatasi ad Alaimo di Lentini, uno dei più fervorosi nel Vespro, tradì i Francesi che a lei, come beneficata da Carlo, rifuggivano in Catania, della qual città suo marito fu fatto governatore. Quand’egli andò alla guerra di Messina, essa ne tenne le veci; e sui quarant’anni, pure ancor bella, generosa nel donare, vestiva piastre e maglie; e con una mazza d’argento alla mano, emulava i cavalieri ne’ cimenti guerreschi. Di sua onestà chi bene disse, chi ogni male. Aspirò agli amori di re Pietro, lo accompagnò, gli chiese ricovero; ma egli non volle comprenderla, di che essa pensò vendicarsi.
Alaimo fu poi fatto maestro giustiziere, e valse a reprimere i molti che reluttavano alla nuova dominazione, e acquistò tal reputazione che eccitò la gelosia dell’infante don Giacomo. La crescevano i superbi portamenti di Macalda, la quale tenevasi alta fin con Costanza, e non volea dirle regina, ma solo madre di don Giacomo; se compariva alla Corte, era per isfoggiare abiti e gioje. Contro ogni decenza, volle in un convento passar la gravidanza e il parto, sol per godere l’amenità del luogo: Costanza fu a visitarla, e n’ebbe accoglienze sgarbate; offrì di levare al battesimo il neonato, e Macalda rispose non voler esporlo a quel bagno freddo, poi tre giorni appresso vel fece tenere da popolani. Costanza, male in salute, si fece portare in lettiga da Palermo al duomo di Monreale; e Macalda essa pure, per le strade della città e fin a Nicosia in lettiga coperta di scarlatto, di che fu un gran mormorare. Re Giacomo viaggiava con trenta cavalli di scorta; e Macalda con trecento, e volea far da giustiziere, e apponeva a re Pietro di avere mal compensato coloro, che del resto l’aveano domandato compagno e non re.
Alaimo condiscendeva alla moglie, e dicono le giurasse non dar mai consigli a danno dei Francesi, anzi procurarne il ritorno in Sicilia. Se il facesse nol sappiamo; certo i re aragonesi gli si avversarono, fors’anche per la solita ingratitudine a chi più beneficò. Giacomo finge spedire Alaimo in gran diligenza a suo padre in Catalogna per sollecitarne ajuti: Alaimo va, è accolto con ogni maniera di cortesia; ma appena egli partì, la plebe di Messina, sollecitata dal Loria, lo grida traditore, affollasi alla sua casa ad ammazzare i Francesi prigionieri di guerra che vi tenea, e così quelli che stavano nelle carceri e che egli aveva salvati. Macalda accorse per sostenere i suoi fautori, ma vide il marito dichiarato fellone e confiscatigli i beni, Matteo Scaletta fratello di lei, decapitato; ella stessa chiusa in un castello, forse vi finì la vita. Alaimo, dopo alquanti anni, fu rimandato verso la Sicilia, e come fu in vista della patria isola, buttato in mare. V.Cronaca catalana, cap.xcvi; De Neocastro, Speciale; D’Esclotecc.
200.Gregorio,Considerazioni sulla storia della Sicilia. Palermo 1807.
200.Gregorio,Considerazioni sulla storia della Sicilia. Palermo 1807.
201.Frà Jacopone da Todi gli scriveva una canzone per mostrargli quanto corresse pericolo l’anima sua nel papato:Che farai, Pier di Morone?Se’ venuto al paragone;Vederemo il lavoratoChe in cella hai contemplato;Se il mondo è di te ingannato,Seguirà maledizione.....Se l’ufficio ti dilettaNulla è più malsania infetta;Bene è vita maledettaPerder Dio per tal boccone.Grande ebb’io per te cordoglioLor ti uscio di boccaVoglio,Se t’hai posto giogo in coglioDa temer tua dannazione...Grande è la tua dignitate,Non minor la tempestate,E grande è la vanitateChe averai in tua magione....Da persone prebendateGuardati, sempre affamate....Guardati da barattiereChe il ner bianco fa vedere.Se non ti sai ben schermireCanterai mala canzone.
201.Frà Jacopone da Todi gli scriveva una canzone per mostrargli quanto corresse pericolo l’anima sua nel papato:
Che farai, Pier di Morone?Se’ venuto al paragone;Vederemo il lavoratoChe in cella hai contemplato;Se il mondo è di te ingannato,Seguirà maledizione.....Se l’ufficio ti dilettaNulla è più malsania infetta;Bene è vita maledettaPerder Dio per tal boccone.Grande ebb’io per te cordoglioLor ti uscio di boccaVoglio,Se t’hai posto giogo in coglioDa temer tua dannazione...Grande è la tua dignitate,Non minor la tempestate,E grande è la vanitateChe averai in tua magione....Da persone prebendateGuardati, sempre affamate....Guardati da barattiereChe il ner bianco fa vedere.Se non ti sai ben schermireCanterai mala canzone.
Che farai, Pier di Morone?Se’ venuto al paragone;Vederemo il lavoratoChe in cella hai contemplato;Se il mondo è di te ingannato,Seguirà maledizione.....Se l’ufficio ti dilettaNulla è più malsania infetta;Bene è vita maledettaPerder Dio per tal boccone.Grande ebb’io per te cordoglioLor ti uscio di boccaVoglio,Se t’hai posto giogo in coglioDa temer tua dannazione...Grande è la tua dignitate,Non minor la tempestate,E grande è la vanitateChe averai in tua magione....Da persone prebendateGuardati, sempre affamate....Guardati da barattiereChe il ner bianco fa vedere.Se non ti sai ben schermireCanterai mala canzone.
Che farai, Pier di Morone?
Se’ venuto al paragone;
Vederemo il lavorato
Che in cella hai contemplato;
Se il mondo è di te ingannato,
Seguirà maledizione.....
Se l’ufficio ti diletta
Nulla è più malsania infetta;
Bene è vita maledetta
Perder Dio per tal boccone.
Grande ebb’io per te cordoglio
Lor ti uscio di boccaVoglio,
Se t’hai posto giogo in coglio
Da temer tua dannazione...
Grande è la tua dignitate,
Non minor la tempestate,
E grande è la vanitate
Che averai in tua magione....
Da persone prebendate
Guardati, sempre affamate....
Guardati da barattiere
Che il ner bianco fa vedere.
Se non ti sai ben schermire
Canterai mala canzone.